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in archivio dal 16 gen 2009

Alberto Mazzoni

03 settembre 1935, Roma - Italia
Segni particolari: Fisico da anziano, spirito da ventenne.
Mi descrivo così: Sono nonnobomba che mangia, beve e, talvolta,tromba!

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  • 29 novembre 2017 alle ore 15:08
    UN USIGNOLO ZOZZONE.

    La  luna in ciel ridente rischiara il panorama, sul salice piangente un usignolo chiava, chiava l'innamorata che, piena di languore con voce appassionata gli giura eterno amore.

     
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  • 02 maggio alle ore 17:02
    NON SEMPRE IL COVID...

    Come comincia: Il Covid è diventato per tutto il mondo sinonimo di guai ed anche di morte, un po’ i cittadini di tutti gli stati ne sono stati colpiti, la nonna di Alberto gli aveva raccontato come due dei suoi figli erano deceduti causa la ‘spagnola’ altra epidemia purtroppo famosa all’inizio del novecento. Il mondo anche in passato era stato colpito di analoghe calamità, il Manzoni ne ‘I Promessi Sposi’ parla di  ‘peste’ che aveva procurato migliaia di decessi, un evento purtroppo ricorrente nei secoli. Attualmente alcuni giornalisti hanno insinuato che sia stata la Cina che volontariamente abbia messo in giro questo virus per motivi politici e far collare l’economia mondiale e diventare la prima potenza del mondo in tutti i campi alla faccia degli americani che grazie a quel…simpaticone dell’attuale presidente salito al ‘trono’ grazie soprattutto ai voti degli  industriali,  dei ricconi,  dei  conformisti e degli ingenui e del loro entourage. Le conseguenze purtroppo ricadono anche sugli europei in eterna lotta (sotterranea)  con i russi e dell’astuto  e spregiudicato loro capo Putin. A questo punto inizia la storia: in un piccolo paese in provincia di Enna, Calogero, Lillo per tutti, aveva la conduzione di un  forno del paese in concorrenza con altro collega che però riusciva a vendere i propri prodotti più di lui. Fu soprattutto per questo motivo che accettò volentieri di spostarsi a Roma dove un lontano parente, ormai vecchio, era titolare di  un forno ben avviato e con clientela selezionata. Nel trasferimento nella capitale aveva portato con sé Rosario (Sarino) un paesano timido ma gran lavoratore oltre  alla moglie Isabella  adottata da due contadini del posto che non erano diventati genitori ma con gran voglia di avere una figlia. La ragazza man mano che cresceva era diventata di una bellezza notevole, solare ed anche aristocratica, non se la passava con i gretti paesani ed accettò con gran gioia la proposta di matrimonio di Lillo soprattutto per il loro trasferimento nella capitale. Il vecchio parente lasciò ai due coniugi anche un’abitazione a Roma, in via Marsala, erano stanchi del frastuono della città e preferirono acquistare una casa in campagna, a Pomezia con tanto di pollaio e di un  campo per coltivare verdure per la loro mensa, un paradiso. Garzone del panificio era Gigi detto ‘ciceruacchio’ perché aveva molto in comune con quel famoso personaggio: era cicciottello ma dalla ottima capacità dialettica , carattere vivace, intelligente,  non istruito aveva molto successo  con le clienti non più giovanissime che, in cambio delle sue prestazioni sessuali lo ‘riempivano’ di regali di ogni genere  anche di denaro da lui ben accetto, la paga non era alta ed in ogni caso non adeguata al sacrificio di alzarsi presto la mattina. Oltre ai titolari del forno la non più giovane cassiera si era licenziata, ingenuamente Lillo pensò di sostituirla con sua moglie ma ben presto si accorse che i maschietti si recavano nel suo panificio per corteggiare la consorte piuttosto che fare acquisti. Divenne gelosissimo e sostituì Isabella nel suo incarico con una tale a nome Iole che non riceveva le stesse attenzioni di Isabella, era proprio brutta! Contento di questa situazione non tenne conto del ‘Covid’ che stava infettando molte persone anzi era un negazionista “Sarà come un’influenza!” Male gliene incolse, fu infettato e  la malattia fu confermata da un tampone conseguenza: una quarantena non di quaranta giorni come diceva la parola ma quindici da passare rigorosamente in casa non avvicinando la consorte che indossava sempre la mascherina per ordine del medico di famiglia. Per fortuna l’abitazione era grande, Isabella cucinava per Lillo mettendogli le cibarie su un carrello  lasciandolo vicino ad una porta comunicante. Gioco forza doveva approvvigionarsi di materie prime e quindi lasciare solo il marito per lungo tempo. La signora si sentiva felice non più condizionata alla gelosia di Lillo, non rimpiangeva la forzata lontananza sessuale, in quel campo Lillo si era dimostrato grezzo e poco appagante. Nella sua stessa scala abitava Alberto un trentenne sempre elegante ed anche affascinante padrone del supermercato ‘Aurora’ ubicato non molto lontano. Isabella fu da subito corteggiata signorilmente da Alberto che talvolta le faceva trovare dinanzi alla porta dei fiori, ultimamente delle rose rosse dal chiaro significato amoroso. ‘Gutta cavat lapidem’, la goccia scavò nella mente di Isabella che cominciò ad apprezzare quel corteggiamento delicato e non volgare, guardò con altri occhi Alberto che veniva sempre avvisato da qualche suo dipendente quando Ia dama entrava nel supermercato. “Mi permetta di offrirle quanto ha messo nel carrello per solidarietà ad un coinquilino.” Un pomeriggio di una giornata grigia e piovigginosa Alberto si munì di un ombrello ed accompagnò nel palazzo la signora sino al suo piano, ma sparì subito dalla circolazione per non essere visto dal marito dallo spioncino della porta.  Lillo si mangiava il fegato, non poteva in nessun caso controllare la consorte, le finestre del suo appartamento davano sul lato opposto del portone principale di casa. Isabella parlava con Lillo per telefono, domandava notizie sul suo stato di salute, sull’esito del nuovo tampone che un infermiere veniva ad eseguire a casa sua, purtroppo passati i fatidici quindici giorni il tampone era ancora positivo. Una mattina Alberto si fece trovare dinanzi all’ascensore da cui stava per uscire Isabella: “Gentile signora, che ne dice di visitare il mio appartamento, è triste e solitario senza la presenza di un essere femminile.” “Che ne dice di adottare una gatta, le femminucce si affezionano di più ai maschietti!” Alberto ruppe gli indugi, abbracciò Isabella, la baciò a lungo e riuscì a condurla in camera da letto senza che la signora opponesse resistenza anzi aveva chiuso gli occhi  mentre veniva spogliata  lentamente. Una visione celestiale, un corpo da modella completamente a disposizione di Alberto che mise in atto tutta la sua esperienza sessuale sino a portare Isabella a ripetuti orgasmi per lei materia ignota. Svuotata di ogni energia la signora si ricordò che doveva cucinare e portare il carrello dinanzi alla porta del locale dove risiedeva il marito, lo fece presente ad Alberto che: “Provvedo io, qui sotto c’è una bettola, sora Mara cucina divinamente e poi sa che da me avrà il doppio del prezzo degli altri clienti.” “Hai capito il signorino, porti da lei le tue amichette…” “Non voglio raccontarti balle, quelle che ho conosciuto non avevano lo stile e la bellezza tue, non ci sono aggettivi per definirti, se me lo permetterai ti sarò sempre vicino, potrai anche dormire a casa mia. Il tampone di Lillo, per sua fortuna, ma non per quella di  Isabella fu finalmente riscontrato negativo ed il padrone di casa poté riabbracciare la consorte la quale volle essere sincera. “Caro durante il tuo periodo di quarantena la mia situazione sentimentale è cambiata, ho preso a frequentare Alberto il signore che abita al piano superiore al nostro, è padrone del vicino supermercato ‘Aurora’. Siamo diventati amanti  ma non ti lascerò solo, resteremo amici, ho pensato per te ad una soluzione: Alberto ha assunto alle dipendenze una giovane ragazza di campagna che non  ti porrà troppe domande, devi sgrezzarla ma tu stesso devi imparare molto in campo sessuale, metterò in atto il detto latino: ‘gallina ivit super gallum’” e ti impartirò delle lezioni sessuali specialmente sul corpo delle donne. Lillo pur frastornato era cambiato durante la quarantena, accettò le lezioni e cominciò a corteggiare Concetta che chiese ed ottenne di essere ospite nel suo appartamento, Lillo accettò tutto quello che la consorte gli aveva ‘propinato’, fu perplesso solo sul cunnilingus, Isabella gli fece capire l’importanza dell’orgasmo anche per le donne. Il destino di ognuno di noi è segnato sin dalla nascita come affermato da Eraclito, antico filosofo pensatore presocratico ed infatti Concetta passati i primi momenti di apprendimenti li mise in atto anche con un altro commesso del supermercato tale Lucio, belloccio e soprattutto astuto che circuì e ne divenne l’amante, ma solo l’amante in quanto gli piaceva folleggiare anche con altre femminucce incontrate al supermercato. La parola gelosia, per  forza di cose era stata bandita dal lessico e nella pratica  del quartetto.

     
  • 01 maggio alle ore 9:40
    NAUFRAGAR M'È DOLCE IN QUESTO MARE

    Come comincia: Leopardi con questa storia non c’entra per nulla. Edy era un filippino sbarcato in Italia come tanti altri suoi connazionali spinto dalla necessità di guadagnare per mantenere la sua famiglia. Un famiglia un po’ particolare: aveva tre figlie, la consorte Udaya era deceduta per cause che nemmeno i dottori erano riusciti a diagnosticare, una malattia rara. L’avvenimento lo aveva ovviamente messo in crisi,  ritenne opportuno risposarsi con Namin giovin donna dalla bellezza fuori del comune sia che per il viso da bambola che del corpo da modella. Motivo per il quale la ragazza aveva accettato di maritarsi con Edy? Semplice: era sua intenzione scappare dal natio borgo ed approdare in Italia, Roma meta particolarmente gradita. Insieme presero in affitto un appartamento in un caseggiato di cinque piani in via Aurelia, Edy effettuava le pulizie sia nella scala dove era ubicato il suo alloggio che in qualche appartamento. Per Namin il lavoro  nella capitale non era quello che aveva sognato, unico impiego offertale veramente redditizio non era di suo gradimento: la prostituta. Lo stipendio di Edy era appena sufficiente per le loro esigenze primarie tenuto conto anche che il filippino doveva inviare del denaro per il sostentamento delle due figlie Maricl e Concepiper mentre l’ultima  Elliza l’aveva portata con sé in Italia. Il caso volle che nel palazzo dove Edy effettuava le pulizie abitasse un cinquantenne facoltoso, con moglie eternamente ammalata. Il tale, Riccardo aveva adocchiato Namin, la signora non era molto elegante nel vestire, un giorno: “ Sono Riccardo titolare in via Condotti di un negozio di moda femminile, qualora volesse approfittare le potrei fare uno sconto speciale sia per i  vestiti che per le scarpe.” Namin esaminò a lungo il signore, tutto sommato era  di suo gradimento, l’avrebbe volentieri ‘avvicinato’ ma c’erano dei ma Edy avrebbe accettato una  sua relazione e poi e casa loro c’era Elliza sedicenne, l’albergo fu scartato. La dea Artemide, protettrice delle donne dall’Olimpo  venne in suo aiuto, entrò nel cervello di Edy e lo convinse che sua moglie potesse dargli un sostanzioso aiuto materiale con il suo…sacrificio. Riccardo non aspettava altro che un’affermazione positiva alla sua aspettativa. Un  sostegno venne loro dato da frau Agnes una poliglotta tedesca venuta di recente a Roma dopo la morte del marito. A Friburgo, sua città di origine aveva conseguito la laurea in lingue, per lei lo spagnolo, l’italiano, il francese e l’inglese non avevano segreti, parlava tutte quelle lingue con un simpatico accento ‘tetesco’. Veniva chiamata per esercitare la professione di interprete in occasione di congressi e di meeting. Fu Namin che si fece audace, quando incontrò la frau, la salutò cordialmente e poi: “Sono in imbarazzo, dovrei chiederle un favore molto particolare, decisamente anticonformista…” “Ha incontrato la persona giusta, io per natura sono una anticonvenzionale, mi dica.” “Dovrei avere dei rapporti privati, molto privati con un signore che abita in questa stessa scala, si tratta di…” “Indovinato, molto probabilmente è  herr Riccardo, con quella moglie… l’importante che suo marito…” Edy è d’accordo, ci occorrono molti denari per le sue figlie rimaste nelle Filippine e per noi stessi, non avrà problemi, se vuole possiamo darci del tu.” “D’accordo  frau Namin, non si porti le lenzuola, mi piace assaporare l’olezzo di due corpi in amore, amo molto gli odori sessuali, mi informi sul giorno e su l’ora, io farò compagnia a suo marito, nessuna preoccupazione, non amo i maschietti!” Agnes era stata una fonte di novità impreviste, era lesbica, Namin pensò che per ricompensa Agnes volesse aver rapporti con lei, sarebbe stata per lei una novità, mai amoreggiato con una donna, chissà se le sarebbe piaciuto…Una domenica pomeriggio Riccardo e Namin si incontrarono, una gran festa per Ric, per Namin un po’ meno, pensava solo a quanto guadagnare in contanti ed a farsi un guardaroba nuovo. Dovette ricredersi, Ric era proprio bravo sessualmente, godette alla grande varie volte, aveva messo in atto un aforisma del Manzoni: ‘l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo’ insomma aveva unito l’utile al dilettevole. Agnes  nel frattempo, si era rifugiato in casa di Edy il quale mostrava segni di nervosismo, Agnes se ne accorse ed in perfetto romanesco: “A’ coso pensa a li quattrini!” “Signora non pensavo che avesse già imparato il dialetto locale, pronunziata da lei quella frase è più simpatica, mia moglie m’ha confidato che lei non ama i maschietti altrimenti…” “Sono stata sposata, il mio defunto non era gran che come amante forse è per questo, possiamo provarci dipende da te.” Edy mise in atto la sua sapienza nell’ars  amatoria cominciando a baciare Agnes dai piedi sino al viso magno cum gaudio della tedesca che: “Però non immaginavo…” Dopo circa due ore Riccardo rientrò nelle mura domestiche, Namin sorridente nel proprio appartamento, tutto era tornato alla normalità ma quel doppio incontro aveva lasciato degli strascichi piacevoli anche se nella mente di Agnes.Tutto questo traccheggio non era passato inosservato alla figlia Elliza che, non più vergine per un contatto avuto con un compagno di scuola, aveva acquisito la mentalità di donna. “Mamma che ne direste tu e papà se diventassimo padroni dell’appartamento che abbiamo in affitto?” “Cara, è vero che i sogni son desideri ma il tuo resterà solo un sogno.” “Vedremo…” Namin non seppe come interpretare quel ‘vedremo’ della figlia, forse un’idea di gioventù e la conversazione finì per dimenticatoio. Riccardo ‘frequentava’ sempre meno Namin con la conseguenza della mancanza di un introito importante per la famiglia, la spiegazione venne data da Elliza alla madre: “Mammina io e papà ti siamo molto grati per i soldi che sei riuscita a portare a casa, ora quel signore ha tagliato i cordoni della borsa, tu non ti sei resa conto del perché, posso darti io una spiegazione.” Namin immaginò la verità, sua figlia voleva sacrificarsi ma aveva solo diciassette anni e poi era vergine…”Mamma hai capito quello che voglio mettere in atto, avremo un appartamento tutto nostro, non sono più vergine, la mia cosina contro qualche migliaio di Euro…” Namin abbracciò piangendo sua figlia, non avrebbero detto nulla ad Edy che sicuramente non avrebbe dato il suo consenso. Ancora una volta Agnes, informata delle ultime novità venne in aiuto a mamma e figlia a cui, tutto sommato il sesso praticato da Riccardo piacque molto, l’appartamento divenne di proprietà di Elliza sotto tutela dei genitori, la ragazza divenne l’amante ufficiale del danaroso Ric che proseguì a foraggiare alla grande padre, madre e figlia che, al compimento del diciottesimo anno di età si trovò un coetaneo per fidanzato pur conservando la liaison con Riccardo il quale, sempre più innamorato dovette accontentarsi…

     
  • 25 marzo alle ore 17:20
    SENSUALITÀ

    Come comincia: Isabelle Laurent aveva accompagnato suo figlio Patrizio all’aeroporto parigino di Orly con la Maserati Levante di suo marito Ubaldo Orsini attaché italiano alla ambasciata di Parigi. Il giovane aveva superato brillantemente gli esami di maturità al liceo Honorè del Balzac, appassionato di storia dell’arte aveva chiesto ed ottenuto dal padre di poter andare in vacanza a Roma, la mamma si era dimostrata contraria: “È ancora giovane per andar da solo!” “Ha diciannove anni, tu lo vorresti accompagnare anche in viaggio di nozze, ne farai un frocetto” “Cosa dici mai…” “Si, ora ti metti ad imitare Topo Gigio, non vuoi capire che Patrizio  deve fare le esperienze personali anche facendo degli errori, io alla sua età ero militare alla Ceccignola di Roma, vita dura, me ne sono scappato vincendo un concorso di addetto all’ambasciata francese qui a Parigi, gli ho prenotato una stanza all’Hotel ’Ambassador’ nella capitale, come vedi anche io penso a nostro figlio.” Isabelle non riuscì a trovare un posto dove posteggiare la Maserati, scoraggiata: “Da ora te la devi sbrigare da solo, qui c’è la documentazione da consegnare allo sportello della Air France per il check in, la partenza è prevista per le undici  con un Boeing 747 dell’Air France, mi raccomando sta molto attento, non ti fidare di nessuno, un bacio.” Da quel momento Patrizio per la prima volta in vita sua si sentì solo, si fece coraggio, si mise in fila ed al suo turno una impiegata: “Spiacente monsieur tutti i posti dell’aereo sono occupati, abbiamo messo in atto  l’over booking, se non sa quel che vuol dire glielo spiego io, la compagnia ha venduto un numero superiore di biglietti dei posti disponibili sull’aereo, se qualcuno rinunzia o non si presenta un prenotato può sostituirlo, resti vicino allo mio sportello le darò notizie.” Nel frattempo da un altoparlante una voce femminile annunziò in tre lingue la partenza del Boeing, l’addetta al ceck in: “Si sbrighi, sì è reso libero un posto sul suo aereo.” Scaletta  e poi entrata in aereo. Patrizio su una lunga fila di tre poltrone notò un posto libero, sicuramente il suo, gli altri due erano occupati: al centro da una vistosa signora bruna con vicino un signore di mezza età che guardava fuori dall’oblò. Patrizio sistemato il bagaglio a mano sul vano porta oggetti educatamente salutò la coppia, la dama rispose con un sorriso, il signore con un grugnito, non doveva essere molto socievole. Raggiunta la quota di volo gli altoparlanti di bordo diffusero una rilassante musica francese, la signora: “Permetta che mi presenti, sono Ninfa Fogliani, questo signore accanto a me è mio marito Martino Galeazzi, di solito è l’immagine dell’allegria, oggi ha ricevuto cattive notizie circa il calo della borsa…Vorrei chiederle un favore, io e Martino soffriamo di claustrofobia, dovrei andare in bagno, le chiedo la cortesia di accompagnarmi alla toilette, è un luogo piccolo potrei anche svenire.” Patrizio a quella richiesta rimase basito , guardò il viso del signore che mostrò di non aver ascoltato le parole della moglie, una  situazione non prevista, suo padre Ubaldo gli aveva inculcato l’idea di afferrare la volo le situazioni piacevoli, si alzò ed entrò in bagno con Ninfa la quale dopo aver chiusa la porta a chiave prese a baciarlo in bocca. Logica  conseguenza del ‘ciccio’ inalberato che la signore provvide ad introdurre in ‘sua ore’ ingurgitando tante vitamine. Sorridendo, soddisfatta madame girò la chiave della toilette ed insieme a Patrizio ritornò al suo posto. Domanda di Martino: “Tutto a posto?’ conferma con un bacio in bocca al marito. Patrizio fissò il suo sguardo sulla novella amante, cercava di rendersi conto della situazione, in fatto di sesso era digiuno, solo qualche bacio a Isabelle una compagna di classe e poi tanti rasponi, zaganelle, pugnette insomma piaceri solitari che però lo lasciavano insoddisfatto. L’espressione del viso di Patrizio era tutta un punto interrogativo, Ninfa ritenne opportuno dargli delle spiegazioni, al suo orecchio: “Caro la situazione ti sarà sembrata un po’ fuori dell’ordinario, la spiegazione che mio marito è un cuckold ossia ama vedere me far l’amore con altri uomini, solo così riesce ad eccitarsi. All’inizio del nostro matrimonio era mia intenzione lasciarlo poi mi resi conto che il suo atteggiamento era dovuto alla sua natura che come saprai è immutabile, sinceramente a favore di mio marito c’è anche la sua molto florida situazione finanziaria, siamo proprietari di una villetta a schiera completamente nostra vicino alla Laurentina, stiamo per arrivare.” Intervenne Martino che doveva aver capito quanto confidato dalla consorte al giovane parigino. “Una proposta, che ne dici di venire ad abitare a casa nostra, vedo che mia moglie…”  Patrizio d’istinto decise di andare sino a fondo di quella avventura singolare: “Sarà mio piacere vivere un po’ insieme, appena a terra disdirò la prenotazione di una stanza all’albergo Ambassador.” Recuperati i bagagli dal nastro trasportatore i tre cercarono invano un facchino…improvvisamente si avvicinò un giovane: “Signori, sono Gianni Ricci  un tassista abusivo, ho qui fuori una Fiat Tipo con cui potrei accompagnarvi in qualsiasi località voi siate diretti, ho bisogno urgente di denaro, fareste un opera buona. Fu Ninfa a prendere la decisione di accontentare quel giovane, fu sempre lei ad occupare il sedile vicino al guidatore, i due uomini dietro. Seguendo le indicazioni del navigatore satellitare i quattro giunsero dinanzi al cancello della  ‘Villa Ninfa’, ad aspettarli dietro il cancello d’ingresso Lisetta e Gina le  inservienti di casa Galeazzi, le due insieme all’autista portarono i bagagli all’interno dell’abitazione. “Grazie caro, quanto ti devo?” “Faccia lei signore, come le ho accennato è stato il bisogno di denaro a spingermi a fare il tassista abusivo, sono uno studente, mia madre è ammalata e vedova di recente, non voglio pianger miseria…” “Martino : “Venga dentro casa con noi,  dalla espressione della sua faccia si deduce che ha una gran fame, segua Lisetta che le indicherà dove lavarsi poi ci raggiungerà in sala mensa.” Gina aveva dimostrato la sua grande esperienza in fatto di cucina romana, Gianni cercò di mangiare compostamente,  fece il bis di tutte le portate. “Caro Gianni questi sono cinquecento €uro, se lo desidera resti con noi anche a riposarsi, io e mio marito ci siamo commossi per la sua situazione, eventualmente avvisi sua madre del suo mancato rientro a casa, intanto godiamoci il caffè sempre se lei riesce a prender sonno anche dopo averlo sorbito.” Caffè per i tre. Le due cameriere tornarono  loro  abitazione  situata vicino alla villetta. Gianni mostrò chiari segno di sonnolenza, chiese scusa e si ritirò nella camera a lui assegnata, fu seguito da Patrizio che dopo una doccia calda e distensiva anche lui a entrò in un’altra stanza. Mattina avanzata, Patrizio ancora assonnato si lavò alla peno peggio, aveva fame, in sala mensa trovò il tavolo apparecchiato alla grande: da caffè e latte a spremute varie oltre che una varietà notevole di pasticcini, doveva star attento a non abbuffarsi, ci teneva alla linea. Uscito in giardino notò  Martino e Ninfa che sedevano su una panchina, lui leggeva un quotidiano lei sferruzzava. “Ben alzato al nostro dormiglione, come vede mi sono messa in libertà, a Roma quando fa caldo fa caldo.” La padrona di casa aveva indossato una camicetta trasparente che lasciava intravedere  due bei seni, una minigonna molto larga che…la dama aveva dimenticato di indossare gli slip! “Non ci faccia anzi non farci caso, a me piacciono molto le passere pelose, è mia goduria cercare il clitoride fra una foresta nera come quella di mia moglie, come avrà capito non sono geloso.” Quello era stato un chiaro  imprimatur per Patrizio ad usufruire delle grazie muliebri. Martino seguitò: “ Posseggo una Porsche Cayenne, mia moglie una Abarth  595 cabriolet, lei ama sentire il vento fra i capelli e non solo fra quelli!” discorso seguito da una risata. Gianni era tornato a casa sua con la Fiat Tipo, telefonicamente aveva comunicato che sarebbe rimasto nella casa materna per sistemare affari di famiglia (debiti). Le due cameriere, sbrigate le faccende domestiche prima del solito orario avevano lasciato l’abitazione dove prestavano servizio, forse avevano subodorato qualcosa del menage sessuale dei datori di lavoro. Infatti: “Che ne dite di un riposino post prandiale?” Richiesta accettata senza commenti da parte di Ninfa e di Patrizio, i tre entrarono nella camera matrimoniale,  prima  passaggio nella toilette per lavare i ‘gioielli’ e poi: Ninfa e Patrizio  distesi sul letto, il giovane già ‘in armi’, il padrone di casa seduto su una poltrona in attesa che lo spettacolo dei due amanti lo facesse eccitare. “Caro mi lubrifico il popò, mio marito lo ama più della passera, vedo con piacere che hai una ciolla più piccola di quella di Martino.” Ninfa arrivò al ‘settimo cielo’ varie volte come pure Patrizio che d’improvviso sentì una mano che lo allontanava dal corpo della sua amante, Martino entrò in azione nel popò, ci rimase a lungo. Nessun dialogo fra i tre  durante la cena, si era avverato quanto previsto sin dal primo incontro. Il pomeriggio successivo suono del citofono, era Gianni: “Vi trovo in forma, ho sistemato mia madre per il vitto nella osteria sotto casa, il padrone della mi ha chiesto cinquemila €uro per lasciarmi la Tipo.” Senza far commenti Martino mise mano al portafoglio e contò dieci biglietti da cinquecento che consegnò al neo padrone della macchina poi: “Stasera vorrei cenare in  una trattoria qui vicino, si mangia veramente bene, il titolare Checco è il classico romanaccio, mi fa tanto  ridere con  le sue battute.” Sopra l’ingresso della trattoria un cartellone con la scritta ‘Da Checco’ ma al posto del titolare si presentò un signore ben vestito che esordì con accento francese: “Messieurs sono André Houlot nuovo proprietario di questa trattoria, il signor Checco ha accettato la mia proposta di acquisto del locale, ha preferito andare in pensione ma nulla è cambiato, questo è il menu.” I tre  in attesa di ‘eventi’ non si abbuffarono, solo un po’ del buon vino Merlot che li rese più audaci soprattutto Ninfa che poggiò un suo piede sulla pattuella di Gianni. “Cara io faccio una cosa per volta, se mi arrapo mi si alza ciccio ma mi si chiude la gola e non inghiotto più!” Risata generale poi Gianni: “Voglio farvi ridere, frequentavo il terzo liceo, in classe c’era anche un certa Carlotta grassottella e pudica, mi stava sulle palle col suo modo di parlare, un giorno: “Lo sai con quale parola fa rima il tuo nome, indovina un  po’, ti dice niente ‘mignotta’! ”E a te dice niente ‘Gianciotto!” Finì pari e patta ma a me rimase per sempre quel soprannome, a scuola ero per tutti Gianciotto!” Ninfa: “Lo sarai anche per noi, che ne dici di ritirarci?” La proposta fu messa in atto, tutti e tre nella camera matrimoniale, Ninfa fra due fuochi  Gianciotto nel ‘fiorello’ Patrizio nel ‘popò’ sino a quando il padrone di casa mise da parte i due e fece valere i suoi diritti nel posteriore della consorte.  Morale della storia: non risponde a verità il detto che il numero perfetto sia il tre, è il quattro!
     

     
  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

     
  • 18 marzo alle ore 15:15
    L'EREDITÀ DELL'AMANTE MATERNA.

    Come comincia: Chiamarsi Vaccaro è una una normalità ma nel caso che tale cognome risulti anagraficamente quello di un contadino la situazione cambia. Era il caso di Calogero ( di origine siciliana che esercitava il suo mestiere in frazione Pavone di Albano Laziale vicino Roma. Sposato con Santa Diotaiuti conduceva la classica vita di coltivatore della terra con la sveglia il mattino presto, mungitura delle due vacche che  venivano poi agganciate ad un aratro per ‘tracciare un solco’  senza  spada come da mussoliniana memoria, solco  dove impiantare i semi  di  frumento o di altri cereali. Il buon Calogero si dedicava anche alla cura della vigna mentre la consorte Santa era addetta al pollaio e alle faccende domestiche. Il cognome era stato apposto ad un  suo antenato da qualche sacerdote integralista che in tal modo aveva per sempre ‘bollato’ la sua condizione di figlio di N.N. I coniugi Vaccaro dopo vari anni di matrimonio avevano messo al mondo Carlo Alberto un  bel pupone biondo e dalla pelle chiara in contrasto con quella dei  genitori bruni. Il nome gli era stato imposto dal marchese Sinesio Langellotti suo padrino di battessimo e proprietario del terreno. Crescendo a Carlo Alberto erano state evitate le fatiche della coltivazione dei campi su suggerimento del marchese che da, buon padrino sovvenzionava ogni mese la famiglia Vaccaro. Il giovane frequentò le elementari nel plesso vicino casa, iscritto alla scuola media cominciarono i suoi guai. I suoi compagni, la maggior parte figli di persone abbienti lo sfottevano per il cognome: “Quante vacche hai?” “Ci porti un po’ di latte?” “Mio padre ha detto che il vostro vino fa schifo!” Carlo Alberto spesso tornava a casa piangendo, i genitori cercavano di consolarlo: “Fai finta di non sentire.”, soprattutto la madre gli era più vicino,  Un giorno Carlo Alberto tornò a casa con un  occhio nero, aveva cercato di difendersi dalle ingiurie prendendo  a pugni i dileggiatori ma ne aveva pagato le conseguenze. Né Calogero né Santa andarono dal preside per informarlo che il loro figlio era oggetto di stalking da parte dei compagni. Dopo un bel po’ tempo il marchese si ritirò nel suo castello adiacente al terreno agricolo dopo un ‘world tour’, era abbronzato e molto dimagrito. Calogero: “Signor marchese lei ha bisogno di riposo e soprattutto di mangiare qualcosa di buono, chissà quante schifezze avrà ingurgitato, mia moglie insieme a sua sorella Gina sarà a disposizione sia per mettere in ordine il suo castello che a preparare intingoli romani.” Santa aveva preso sul serio quell’incarico tanto di rimanere talvolta nel castello del marchese anche la notte, giustificazione al marito: “Caro ero tanto stanca che i sono  addormentata sul letto degli ospiti.”  Calogero non si poneva tante domande, con l’aiuto del marchese aveva acquistato un altro paio di vacche e soprattutto aveva ingaggiato un giovane contadino che lo aiutava nei lavori georgici (dei campi). Un giorno, era domenica, il marchese incontrò Carlo Alberto: “Non so più nulla di te, dimmi qualcosa per esempio che classe frequenti…” Sto per compiere diciotto anni, quest’anno sono di licenza liceale poi si vedrà.”Se non hai la patente datti da fare, vai alla scuola guida ‘Lo specchietto‘, il padrone Giovanni Gerundini è mio amico, digli di mandare a me il conto delle lezioni  poi contatta un meccanico di Albano per sistemare la Lancia Aprilia che è nel mio garage, era di mio padre. Carlo Alberto seguì le direttive del padrino, conseguì la patente di guida,  fece sistemare la Lancia Aprilia con la quale portava in giro il marchese e sua madre, sembravano loro i suoi genitori. Il marchese durante i suoi viaggi aveva pensato solo a divertirsi tralasciando la salute, negli ultimi tempi non stava bene, ricoverato nella casa di cura San Camillo risultò affetto da glaucoma con perdita in parte della vista ma il problema più preoccupante era il cuore affetto da fibrillazione atriale. Fu consultato un cardiologo che decise di operarlo al cuore il giorno successivo, il marchese morì durante la notte. Al funerale parteciparono oltre Calogero, Santa e Carlo Alberto in prima fila dietro il feretro anche molti paesani riconoscenti per le donazioni ricevute dal nobile. All’apertura del testamento depositato presso il notaio D’Arrigo Carlo Alberto risultò l’unico erede, un patrimonio veramente ingente. Da quel momento molto cambiò nel menage della famiglia Vaccaro: Santa a Carlo Alberto si installarono nella villa del marchese, Calogero invece preferì restare nella casa contadina “Cosa farei tutto il giorno, non mi sento di andare in pensione, mi sentirei inutile, seguirò a lavorare nei campi, mi farò aiutare da quel giovane che ho ingaggiato per i lavori più pesanti.” Un giorno Carlo Alberto aveva posteggiato a Roma la Lancia Aprilia presso un negozio dove sua madre era entrata per acquistare dei vestiti, lui era rimasto seduto alla guida perché aveva posteggiato l’auto in divieto di sosta. Gli si era avvicinato un signore anziano che: “Che bella macchina, sono un appassionato di auto d’epoca, che ne dice di vendermela?” Carlo Alberto era perplesso, quell’auto era un ricordo del suo benefattore poi  pensò all’acquisto di una macchina più moderna, una Jaguar che aveva notato su una rivista specializzata. L’affare fu concluso, notevole la somma incassata. Senza porre tempo in mezzo la mattina dopo Carlo Alberto e sua madre si recarono in taxi presso una concessionaria Jaguar. All’ingresso furono contattati da un impiegato della concessionaria che, venuto a conoscenza del desiderio del giovane: “Vado a chiamare il titolare.” Si presentò un signore vestito elegantemente con un abito fumo di Londra, fece un  mezzo inchino: “Sono John Braun a vostra disposizione.” “Signor Braun vorrei acquistare la Jaguar F-Pace 550 CV ADW.” “Ne ho una in concessionaria da molto tempo, il prezzo è elevato, i clienti della Jaguar preferiscono modelli meno cari,  il prezzo è superiore ai centomila Euro, non so se ….” Carlo Alberto comprese che il signor Braun molto probabilmente era uno snob e lo considerava non all’altezza di pagare quella cifra. “Per la mia solvibilità può chiamare al numero telefonico che le fornirò il dottor Mazzarini, è il direttore della Banca Credito Romano.” “Mi scusi, non era mia intenzione…accetto la sua carta di credito platino.” Mamma e figlio uscirono dalla concessionaria con la macchina appena acquistata, passando per Albano Laziale notarono gli sguardi meravigliati dei concittadini, Carlo Alberto si sentiva (ed in verità lo era) figlio del marchese. Con l’aiuto della madre ‘rivoluzionò’ l’interno del castello in cui spesso dava delle feste a cui partecipavano i notabili dei dintorni, soprattutto femminucce che tentavano in tutti i modi di farsi impalmare, fatica inutile, Carlo Alberto seguiva l’esempio  del marchese suo padre: niente legami fissi!

     
  • 15 marzo alle ore 17:02
    LA GITA SCOLASTICA.

    Come comincia: A giugno di ogni anno nelle scuole di grado superiore vengono organizzate le gite scolastiche col tempo ribattezzate  eufemisticamente di istruzione, didattiche o culturali ma di culturale non  avevano proprio nulla, era un modo acché ragazze e ragazzi,  professori compresi si concedessero una vacanza dopo le ‘fatiche’ di un anno scolastico. ‘Predica’  del preside prima della partenza: “Mi raccomando niente casini, mi rivolgo soprattutto alle ragazze, tenete a bada gli ‘zozzoni’ di turno, buon viaggio.” La meta preferita dagli istituti scolastici di tutta Italia nella maggior parte dei casi è la città di Roma con tutti ‘i fori  e gli  scavi’,  nel nostro caso gli studenti erano romani e quindi gioco forza dovettero scegliere un’altra località. Un sabato mattino alla fine delle lezioni fu indetto un  referendum dove recarsi in gita: le femmine votarono per Venezia, per loro città romantica, i maschietti Aosta, vinsero questi ultimi la ragazze masticarono amaro “volete andare fra i crucchi e le baitane, peggio per voi con noi avete chiuso.” Appuntamento dinanzi all’edificio dell’Istituto del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, Giorgio Busalacchi l’insegnante di lettere responsabile della gita era stato preciso, partenza ore nove. Con lui la moglie Patrizia Angeli ed i figli Leonardo e Ginevra. Il buon Giorgio vecchio marpione (non tanto vecchio era quarantenne) trovò l’autista seduto al posto di guida, si aspettava il solito omone corpulento che guidava per molti chilometri senza stancarsi invece gli si presentò un giovane magro un po’ particolare, lunghi capelli castani con una fiezza bionda, lineamenti non proprio mascolini, giacca color giallo, pantaloni rossi, maglietta nera, scarpe basculanti (quelle degli atleti). Il cotale si presentò: “Sono Amelio Perasso, avrò il piacere di condurvi ad Aosta, città che adoro!” Amelio si era svelato, era dell’altra sponda ma ai tempi attuali anche gli omo sono se non rispettati sono almeno tollerati. “Caro Amelio con tutti stí colori addosso o sei della Roma o del Milan.” “Spiacente caro sono della Lazio.” (Per i non appassionati del calcio fra i tifosi della Roma e della Lazio c’è un profondo astio.) “Allora ce li hai proprio tutti i difetti!” Giorgio era quello della battuta facile, vide l’autista arrossire, per scusarsi: “Ti offro un caffè al bar.” Pace fatta, erano scoccate le nove: “Ci siamo tutti?” Patrizia: “Indovina chi manca? La solita ritardataria la contessina Lisa Buonarroti…  sta arrivando una Lancia Flaminia, ci scommetti che dentro c’è lei?” Previsione azzeccata, Lisa aspettò che l’autista, toltosi il berretto le aprisse la portiera posteriore, lo stesso autista gli sistemò la valigia nel bagagliaio  del torpedone. Sedutasi su  un posto vuoto la ragazza salutò tutti con un cenno di mano,  si sistemò una cuffietta alle orecchie  per ascoltare la musica preferita. All’inizio del viaggio solo strade statali sino ad Arezzo poi l’Autostrada del Sole. Superat o lo svincolo di Modena Giorgio: “Autista fermati a quell’autogrill, debbo cambiare l’acqua alle olive.” Battuta di dubbio gusto di cui solo i maschietti compresero il significato.  Tutti studenti e professori scesero dal pullman, dopo circa una mezzora tutti di nuovo a bordo,  mancava solo l’autista. “Dove cacchio s’è infilato quel frocione (pensiero di Giorgio), all’interno dell’autogrill nessuna traccia di Amelio, Giorgio malignò e ci azzeccò: l’autiere doveva essere nella toilette degli uomini, una sola porta era chiusa dall’interno, Giorgio bussò violentemente: “Vieni fuori maledizione stiamo aspettando solo  te!” Ci volle qualche minuto prima che il signor Perasso venisse fuori, rosso in viso a vestito alla meno peggio. Giorgio comprese la situazione, sicuramente aveva trovato una gradita compagnia maschile. “Dammi il numero del telefonino del tuo datore di lavoro, non credo che tu sia in grado di guidare, come si chiama?” ”Romolo Troiani.”  Amelio comunicò a Giorgio anche il numero del suo telefonino. “Signor Trioiani sono un insegnante che partecipa ad una gita scolastica, lei ci ha affittato un autobus, purtroppo il suo autista non si sente bene e non è più in grado di guidare.” “Che è successo a quel maledetto frocio?” “Niente di grave, posso  prendere io il suo posto, sono in possesso della patente D), gliene mando una copia col Whats App, naturalmente se lei ha un’altra soluzione…” “Dove lo prendo un altro autista, i miei sono tutti in servizio.” “Allora resta confermato che guiderò io il pullman, tramite wath app le invio copia della mia patente D), penso che lei non avrà problemi e dare a me il compenso dell’autista oltre le spese  d’accordo? “ Va bene, mi raccomando l’autobus è nuovo!” Amelio: “Che ci faccio qui, non conosco nessuno e come riesco a tornare a Roma…” L’autista aveva cominciato a piangere, spettacolo pietoso, Giorgio era in crisi che fare? Spinto dalla ‘pietas latina’ degli ascendenti romani prese una decisione: “Vieni con noi ma mi raccomando comportati bene soprattutto con i maschi.” Amelio, si sistemò nel sedile vicino alla contessina. Un’altra situazione colpì Giorgio: sua moglie era al penultimo posto vicino ad Efisio Cadeddu insegnante di Educazione Fisica, se la ridevano bellamente, il cotale forse non era una fonte di intelligenza (aveva la fronte bassa) ma quanto a fisico …. Giorgio pensò che stavolta era la volta  sua a dover soffrire di mal di testa, d’altronde non poteva lamentarsi, gli capitava di avere qualche incontro ravvicinato con Anne Moreau insegnante di lingue, pari e patta! Ormai si era formata un’altra coppia Lisa e Amelio che la contessina guardava con ammirazione mah! Alle porte di Milano un autogrill molto bene attrezzato, c’era pure una sala di coiffeur ed uno negozio di vestiti e di scarpe per uomini e per donne. Lisa a Giorgio: “Il mio amico (Lisa era già arrivata all’amicizia) ha bisogno di una  sistemazione migliore, fra circa mezz’ora potremo ripartire.” La mezz’ora divenne un’ora, molto malumore fra i componenti della gita ma all’apparizione di Amelio un  coro di oh oh, il giovane era vestito elegantemente con i capelli a spazzola, sparita la ‘fiezza’ aveva un aspetto più mascolino. Giorgio: “Si riparte e stavolta niente più fermate.” Ad Aosta l’hotel ‘Belvedere’ mostrava di meritare il suo nome, all’orizzonte monti ancora innevati e sotto un bosco i castagni.  Riunione di tutti in  sala mensa, i meno ‘freddolini’ fuori sul terrazzo dell’albergo. Cena con piatti tipici valdostani ‘innaffiati’ da un  Barolo d’annata che portò all’allegria i commensali. Un grande salone, in fondo  troneggiava un giradischi con dei CD indiavolati. Alla spicciolata tutti i componenti della gita pian piano si ritirarono nelle varie stanze senza tener conto delle raccomandazioni del preside, maschi e femmine misti. Seguì un silenzio generale, Giorgio in camera insieme alla moglie, dopo un  attimo di imbarazzo  i due presero a ridere, si abbracciarono affettuosamente,  ci fu un wife swapping con Efisio e con Anne con ovvie conseguenze sessuali.  Al primo raggio di sole in viso Giorgio decise di alzarsi, dopo una doccia e la colazione al bar passeggiata nel bosco, un refrigerio per i polmoni. Proseguendo nel girovagare il professore si imbatté in un capriolo femmina il cui piccolo cercava invano di attaccarsi ad una tetta materna, cattivo esempio di affettuosità animale. Dopo qualche metro Giorgio si imbatté in un grosso cespuglio che sbarrava la strada stradicciola, da dietro provenivano delle risate da parte di giovani, scostate delle frasche apparve la scena di Leonardo e di Ginevra che erano in affettuosità con i figli di Rosalinda proprietaria dell’albergo solo che….cazzo i due maschi si baciavano fra di loro come pure le femmine!  Giorgio si avviò sulla strada del ritorno. Sconvolto e bianco in viso, incontrò Patrizia, la condusse nel salone e le rivelò quanto aveva visto. Dopo un attimo di esitazione: “Caro, i tempi sono cambiati, gli omo sono accettati dalla società, la loro natura non si può cambiare, io sosterrò sempre i nostri figli come spero farai anche tu.” Pura teoria, a Giorgio era rimasto un dolore in cuore, proprio a lui vecchio ‘tomber de femme’ doveva capitare questa disgrazia. A pranzo la famiglia Busalacchi seduta allo stesso tavolo: Ginevra: “Sei il miglior papà del mondo, non ne desidererei averne un altro ma…” Un abbraccio affettuoso, i due fratelli erano stati accettati anche dal ‘pater familias’. Si sa che le cose belle finiscono presto, dopo una settimana,  sistemate le valige nel porta bagagli del  bus viaggio di ritorno per  Roma, alla partenza per i quattro omo solo baci sulle guance con la promessa di tenersi in contatto. Alla guida del pullman si avvicendò anche Amelio con accanto la fidanzata, arrivo verso le venti sul piazzale dinanzi alla scuola. L’autista di famiglia con la Lancia Flaminia era in attesta della contessina; solita levata di berretto, appena una alzata di ciglio nel vedere che un maschietto, a lui sconosciuto entrare in auto con la ‘padrona’, rientro  alla villa ai Parioli. Lisa ed il nuovo venuto vennero festeggiati dalla contessa madre avvisata dalla figlia via telefonino  della novità. Per Giorgio e famiglia su una vecchia Fiat Tipo che aveva bisogno di ‘andare in pensione’,  in via Magna Grecia la loro abitazione. I quattro ragazzi avevano telefonicamente deciso del loro futuro,  Andrea ed Ortensia si iscrissero  ad un corso di infermieri  presso l’Ospedale  Parini di Aosta, Leonardo e Ginevra, conseguita la licenza liceale, superato il concorso a circuito chiuso, si iscrissero alla facoltà di medicina e si  specializzarono rispettivamente in andrologia ed in ostetricia, ognuno di loro aveva un buon motivo per quella scelta! Il tempo passò in fretta, Leonardo e Ginevra accettarono la proposta di Andrea e di Ortensia di trasferirsi ad Aosta per esercitare la loro professione nel nosocomio di quella città. Due novità piacevoli, in seguito ad inseminazione di Ginevra e di Ortensia nacquero Greta ed Edoardo due puponi bellissimi, occasione di un viaggio ad Aosta per Amelio e per Lisa per rivedere gli amici e per far da padrini ai neonati. Amelio non se la sentiva più di vivere alle spalle della fidanzata, dietro consiglio di quest’ultima decise di ‘metter su’ una sua casa di moda al pian terreno della villa appositamente ristrutturato dal nome significativo ‘LES DIFFÉRENTES’. Inaugurazione in pompa magna con invitati tutti gli amici di cui alcuni omo. Considerata la poca conoscenza della professione da parte di Amelio, la contessa madre ricorse ai servigi di un couturier impiegato in una sartoria di cui era cliente, Amelio doveva imparare da lui la professione. Una mattina si presentò in villa Giorgio Impolloni: “Contessa lei mi ha fatto un  piacere immenso, il titolare della ditta in cui lavoravo  mi trattava malissimo dinanzi a tutti,  frocione o Giorgina erano gli epiteti  usuali, spero gli arrivino tutti gli accidenti che gli ho mandato!” La contessa Buonarroti stava invecchiando, espresse il desiderio a figlia e genero di diventare nonna. Inseminazione artificiale, a Lisa dopo due mesi cominciò ad aumentare il pancino, felicità da parte di tutti. Dopo i fatidici nove mesi le voilà: Lisa ‘sfornò’ Patrizio che aveva una caratteristica particolare: l’apparato sessuale molto sviluppato. “Tutto suo nonno il commento della contessa Buonarroti che ricordava ancora le prestazioni della buonanima. Giorgio ripensò a tutta la vicenda, quanti avvenimenti dovuti ad una gita scolastica!

     
  • 23 febbraio alle ore 9:34
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle, come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe  dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odii e guerre, stava a lui stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter peccati gravi e che sui fosse realmente pentito dei mal fatti commessi. Poi il Padreterno pensò alle bestie, agli uccelli soprattutto dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi, costruirete i vostri nidi  a terra vicino ai fiumi, pesci ed insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchinicee comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, l’inguainaron sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono di Dio, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerto, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua., una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò in cuor suo il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. , Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

     
  • 22 gennaio alle ore 16:31
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’, in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto  potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sei stata solo mia, forse la mia passione si è tramutata in amore …

     
  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…

     
  • 03 gennaio alle ore 11:02
    ALBERTO IL FINANZIERE

    Come comincia: Alberto Minazzo della sua gioventù ricordava solo gli ultimi avvenimenti della seconda guerra mondiale quando dalla natia Roma si era trasferito con la famiglia a Jesi in quel di Ancona. Suo padre Armando era stato nominato direttore di banca del Credito Jesino. Il papà non era stato richiamato sotto le armi in quanto invalido civile, aveva avuto amputata mezza gamba in seguito ad un incidente con la sua moto Guzzi. In seguito ai bombardamenti degli americani, non ancora alleati, Alberto con al seguito la madre Domenica Sciarra e le zie paterne Giovanna e Lidia si era trasferito a Santa Anastasia, frazione di Cingoli (Macerata) nell’abitazione dello zio Raffaele (Fefè) marito della zia paterna Elena (Lilli). In quella località non vi era la scuola media (si trovava a Cingoli distante quindici chilometri) e pertanto Alberto seguiva le orme di Michelaccio: ‘mangiava, beveva e andava a spasso.’ In una vicina grande abitazione erano giunti sfollati degli abitanti di Ancona, famiglie di pescatori che non sapevano far altro che il loro mestiere che ovviamente non era possibile esercitare in campagna. Unico loro sostegno le signore mogli, ancora piacenti che si guadagnavano il pane non col sudore della fronte ma con quello più remunerativo di ‘dar via la cocchia’ termine locale per indicare il sesso femminile. Figlia di una di queste era Alda Berti, dodicenne, che già da piccola aveva appresa l’ars amatoria dai compagni di scuola. Alberto stanco di fare il ‘falegname’ prese confidenza sino a dividere con la ragazza la sua stanza con piacevoli conseguenze per ambedue peraltro senza problemi, la baby non aveva avuto ancora le mestruazioni. Fine della guerra e della liaison, rientro a Jesi dove Alberto sedicenne riprese gli studi, fece comunella con un compagno di classe ma ebbe un incidente con la mamma di costui, la signora separata dal marito ed in assenza del figlio si era fatta trovare da Alberto deshabillé (sotto la vestaglia niente) con ovvia conseguenza da parte di un ‘ciccio’ arrapatissimo. Il paese è piccolo, la gente non solo mormora ma fa pettegolezzi ormai sulla bocca di tutti, Alberto fu esiliato a Roma a casa della zia materna Armida. La situazione piacque al giovane che superati gli esami di quinta ragioneria presentò domanda di arruolamento nella Guardia di Finanza. Risultando iscritto alla leva di Ancona ebbe la fortuna di ‘scansare’ la Scuola Alpina di Predazzo località freddissima e disagiata e di essere arruolato alla Scuola Allievi finanzieri di via XXI aprile a Roma. Di quel periodo ricordava in particolare modo la stupida cattiveria di alcuni istruttori che, a suo tempo loro stessi vessati, scaricavano il loro sciocco umorismo sugli allievi. Un esempio: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” Ai due allievi presentatisi sorridenti e felici sicuri di far bella figura: “Andate al pian terreno e trasportate il pianoforte a casa del Comandante al terzo piano!” Altra schifezze che Alberto aveva dovuto sopportare: sbucciare patate e pulire il cesso sulla cui porta un bel esprit aveva scritto: “Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana cacate dentro!” Passati i primi venti giorni libera uscita per gli allievi che per prima cosa pensarono come poter sollazzare l’augello. Saputo che Alberto era romano lo pregarono si indicare loro dove fossero ubicati i casini (allora la senatrice Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Alberto divise i colleghi in vari gruppi ed a ciascun gruppo indicò una casa di tolleranza, lasciando per sé la migliore e più costosa dove alloggiavano le più belle  gnocche anche straniere, via Degli Avignonesi. Il soldi non erano per lui un problema, papà Armando ogni mese gli inviava diecimila lire sino alla consegna delle Fiamme Gialle, assegnazione ufficiale della qualifica di finanziere. In quella casa di tolleranza conobbe una ‘signorina’ fuori del comune: bellissima, altezza superiore alla media, viso da bambola, occhi mai visti oro grigio azzurro, francese di Nizza. La prenotò ed andò in camera di Gisele e: ”Mademoiselle je connais le français.” “Ed io l’italiano, siamo pari, quanto tempo vuoi stare con me, facciamo mezz’ora, mi piaci, voglio divertirmi anch’io.” Finito l’incontro’ ad Alberto sceso in sala la maîtress chiese la somma di cinquemila lire, prima di andar via rivolto a Gisele: “Mi piacerebbe rivederti ancora ma non ho tanti soldi…” “Vieni quando vuoi, ti sovvenzionerò io.” La relazione fra Alberto e la francese divenne impegnativa per entrambi, si erano scoperti innamorati, Gisele non volle mettere al corrente Alberto del motivo della sua entrata in un casino, Alberto non le  racconto le sue vicissitudini passate, seguirono il detto napoletano: ‘Scurdammoce ò passato’ Venne il giorno del trasferimento di Alberto alla Legione di Torino, avuta la notizia Gisele scoppiò a piangere. Alberto pensò di congedarsi e trovare un lavoro ma dato il tenore di vita della francese lei avrebbe voluto seguitare nella sua ‘professione’, Alberto non lo avrebbe accettato. Alla Stazione Termini sino all’ultimo sperò di rivederla… delusione, Gisele non si era presentata. Dal comando della Legione di Torino fu assegnato insieme a due colleghi marchigiani alla Brigata di Montecrestese in provincia di Novara. Giunsero di notte, furono accolti dal piantone Ambrogio Colombo classico milanese che dopo averli rifocillati indicò loro la camera dove dormire e sistemare i bagagli. I tre furono svegliati alle otto dal casermiere, dopo colazione si presentarono al comandante del reparto brigadiere Guglielmo Angeleri che, benché in età avanzata era stato assegnato a quella brigata di confine per conseguire il requisito di appartenenza a reparto disagiato, motivo: conseguire i requisiti per essere promosso al grado di maresciallo. Brigadiere anziano, moglie molto più giovane,  allorché il marito si allontanava dalla caserma per servizio la signora Sonia Adalberti faceva sollazzare la sua topina dai giovani dipendenti del consorte. “Che titolo di studio hai?” “Ragioneria.” “Bene mi aiuterai a fare  i conti da quelli del vitto sino  alle paghe, io ci capisco poco.” Le cose non andarono come desiderato dal brigadiere, tre finanzieri del dipendente distaccamento di Lago Matogno furono  trasferiti ad altro reparto, tre nuovi giunti dovettero rimpiazzarli. Alberto in compagnia di Sanzio Loretelli, vecchio del reparto e di Biagio Lupini seguì il vivandiere che con un mulo  si recava al distaccamento per rifornire di viveri i finanzieri. Durante il tragitto Sanzio, durante una sosta spiegò ad Alberto ed a Biagio il perché il comandante della Brigata fosse soprannominato ‘balle da vendere.’ Durante la visita ispettiva a Montecrestese del capitano Primo Pagnani comandante della Compagnia al pranzo erano presenti tutti i componenti del reparto esclusi due uomini di pattuglia. In sala mensa a capo tavola il capitano, a destra la signora Sonia, a sinistra il comandante del reparto, fra i finanzieri l’autista del capitano Santo Brecciaroli. Sonia mangiava in silenzio ed a testa bassa, il capitano le domandò: “Signora si sente bene?” “Mai stata tanto bene in vita mia!” Un sorrisetto aleggiò sul viso della maggior parte dei componenti il reparto.  Il capitano rivolto al brigadiere: “Ho notato che lei invia le pattuglie sempre più in alto, non sarebbe meglio fare dei posti di blocco in pianura?” Il buon Guglielmo forse in un momento di ira: “Balle da vendere, so io quello che faccio!” Il capitano non replicò ma il ‘balle da vendere’ restò come soprannome al brigadiere.  Alberto durante il tragitto sino al distaccamento era piuttosto stanco appesantito dallo zaino ed anche perché non allenato, domandò al vivandiere: “Quanto manca?” “Poco finanziere.”  Dopo ventisette chilometri il quartetto giunse finalmente dinanzi al reparto accolti da sottobrigadiere Gavino Pinna sardo di Alghero,  molto religioso che salutò i nuovi venuti con un “Sia lodato Gesù Cristo”, i tre gli risposero salutandolo militarmente, erano atei. I giorni passavano lenti, qualche giro di pattuglia ma il sabato sera le signorine baitane che custodivano le capre, (non le pecore lasciate libere di pascolare) erano invitate dai finanzieri a ‘ballare’ al suono di una radio a batterie, era il pretesto giustificativo per avere rapporti sessuali lontano dal distaccamento. Il sottobrigadiere fidanzato al suo paese non solo non partecipava ma condannava quei rapporti che lui non accettava prima del matrimonio, gli era stato inculcato il principio che i rapporti sessuali erano destinati al solo fine di procreare! Venne l’inverno. Quando liberi dal servizio i finanzieri giocavano a carte, si vestivano da donna o addirittura mettevano su uno spettacolo, in particolare: Sanzio  mentre scorreggiava spudoratamente senza mutande  avvicinava la fiamma del suo accendino al culo procurando una specie di fiammata. “Malaittu porcu” era il commento del sottobrigadiere. Alla radio GF 1 il comandante di brigata domandò: “Tobacco?” Era la frase convenzionale del brigadiere Angelieri per sapere se i militari del distaccamento avessero  eseguito un sequestro di sigarette. Alla risposta negativa del sottobrigadiere: “Bel sardagnolo, ti farò abbassare le note caratteristiche e potrai dare addio alla promozione, datti da fare, cazzo!” Alberto venne in aiuto al povero e affranto Gavino Pinna, contattata una baitana con cui era in ‘buoni rapporti’  si fece indicare giorno e  località in cui il suo fidanzato, cocu sarebbe transitato insieme a suoi colleghi con una bricolla di sigarette di contrabbando. “Brigadiere domani vorrei andare in pattuglia con Sanzio Locatelli e con Biagio Lupini, viveri per tre giorni, porteremo con noi anche i sacchi a pelo, spero di tornare col ‘tobacco’. Il sottobrigadiere lo abbracciò e pregò  la Madonna acché i tre suoi dipendenti portassero a buon fine l’agognato sequestro. La baitana amica di Alberto aveva ‘spiato’ la notizia con precisione, all’alba del terzo giorno in località Agarina Alberto e compagni intravidero tre figure con  indosso una bricolla, con la pistola spararono in aria vari colpi segnale in seguito al quale i contrabbandieri si disfecero del carico e fuggirono per non essere arrestati. Stavolta non andò così: due spalloni sparino in fretta mentre il terzo fu trovato dai finanzieri seduto su di un  masso. Alberto: “Non hai sentito i colpi di pistola, che pensavi fossimo dei cacciatori, ora dobbiamo arrestarti!” “Io sugno calabrisi…” Alberto: “Non mi frega di dove sei, prendi la bricolla e seguici in caserma.” A ‘Lago Matogno’ i tre più uno furono accolti con gridi di gioia ed abbracci come fossero dei giocatori di calcio dopo aver segnato un gol, il comandante di brigata fu informato del fermo. Dinanzi al focolare acceso, si era in inverno, il calabrese interpellato dal finanziere Luca Romeo, suo corregionale riferì in dialetto che con moglie e tre figlie era andato a far fortuna a Domodossola, non aveva trovato altro lavoro che quello di contrabbandiere.  Dichiarò solo i suoi nome e cognome: Giuseppe Morabito, non il luogo di residenza e  nemmeno quello dei suoi colleghi contrabbandieri. Alberto notò che Giuseppe, toltesi gli scarponi aveva i piedi bagnati, tremava dal freddo, era vestito troppo leggero per quel clima invernale, ebbe pietà, credette alla miseria del suo interlocutore, lo fece spogliare, gli consegnò una sua maglia, un paio di mutandoni di lana,  dei pantaloni, una camicia di flanella ed un paio di scarponi. Alberto, non  religioso,   da suo padre aveva appreso la carità per i più deboli, l’aveva messa in atto. Il Morabito ringraziò con gli occhi, si era commosso di tanta generosità. Al calabrese fu consegnato un sacco a pelo, doveva dormire per terra, tutti i letti erano occupati dai finanzieri. La mattina il Morabito era un altro, accettò un’abbondante colazione preparata dal casermiere, fece capire che era pronto ad andare in prigione. Il sottobrigadiere Pinna, consultati tutti i finanzieri presenti: “Caro il nostro calabrese sei libero, non dire a nessuno che non ti abbiamo arrestato, potremmo passare noi dei grossi guai.” Si intromise Alberto, si presentò e: “Vai a Domodossola dal mio collega e paesano  Gigi Gallozzi, digli che ti mando io e che ti trovi un lavoro dignitoso.” Giuseppe Morabito non riuscì a trattenere le lacrime, era stato trattato da  fratello, se lo sarebbe ricordato. Il Comandante della Legione di Torino, venuto a conoscenza del sequestro di T.L.E e che Alberto, uno dei componenti la pattuglia conosceva bene la lingua francese lo trasferì a Domodossola a prestare servizio sui treni internazionali. Libero dal servizio una sera Alberto si recò nella sala da ballo ‘Galletti’, pensava di rimorchiare qualche disponibile  domese, così si chiamano gli abitanti di quella città. Stranamente fu lui ad essere rimorchiato da una bruna niente male: “Lei non mi conosce, io l’ho riconosciuta tramite un racconto di mio padre, mi chiamo Rita Morabito. Tutta la mia famiglia le deve molto, tramite il suo collega Gallozzi mio padre è stato assunto come guardiano notturno in una fabbrica, io e le mie dure sorelle siamo impiegate come commesse in negozi di moda e di profumeria, non faccia quella faccia, il mio è un ringraziamento, se vuole possiamo ballare.” “Sconsigliato, in passato mi sono iscritto ad una scuola di danza, il titolare dopo due lezioni mi ha restituito la caparra, ‘il ballo non è per lei’, questo il suo giudizio. Sono sincero come mio solito, lei o meglio tu hai un effluvio molto piacevole, parlo non di un’acqua di colonia ma un profumo personale…” “Dilla tutta che vorresti fare?” “Non so chi dei due abbia di più la faccia tosta, cosa desidera un maschietto da una dama?” “Scopare caro, c’è solo un piccolo problema, nemmeno tanto piccolo, ho ventitre anni ma sono ancora vergine.” ”A me viene in mente una poesia goliardica che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti rotte di dietro ma sane davanti!” “Frase non valida per me, anche il posteriore è vergine come pure la bocca, altre domande?” “Scusa la mia volgarità, talvolta mi lascio trascinare, restiamo seduti al tavolo ad ascoltare la musica.” “Idea migliore, andiamo a casa mia, abito vicino alla tua caserma, mio padre è al lavoro, in casa troveremo mia madre Assunta e le mie due sorelle, potrai scegliere quella che più ti piace!” “Hai un senso dello humour molto particolare che non si pensavo albergasse in una ragazza del sud, andiamo a conoscere le altre femminucce di famiglia.” “Fai sfoggio di cultura, io ho la licenza classica, non ho potuto proseguire gli studi per difficoltà pecuniarie.” Entrati in casa Morabito la mamma in vestaglia: “Potevi anche avvisarmi che avevi un ospite!” “Mamma questo è Alberto il finanziere di cui ci ha parlato papà.” Assunta squadrò Alberto, dal suo sguardo parve essere soddisfatta, Alberto aveva salvato tutta la famiglia. “Caro ormai è tardi per andare a dormire in caserma, vieni nella mia stanza.” Aurora era stata esplicita, Alberto se pur un po’ meravigliato acconsentì, pensava che le meridionali fossero tutte delle puritane, aveva incontrato una eccezione. Dietro invito della ragazza andò in bagno per lavare i suoi ‘gioielli’, ‘ciccio’ ,sempre all’erta si alzò in tutta la sua magnificenza spaventando Aurora: “Spero sarai delicato…” Alberto fu delicato nei limiti del possibile, Aurora si dimostrò stoica, nessun lamento anzi:”Resta dentro…” “Non vorrei…” “Voglio io: qualora restassi incinta di un maschio gli imporrei il tuo nome col mio cognome.”  Alberto, prima di nascere era stato già battezzato. Alle sei mamma Assunta bussò alla porta della camera di Aurora: “Tuo padre sta per rientrare…” Alberto ancora insonnolito capì l’antifona, si vestì in fretta, baciò Aurora, salutò mamma Assunta e prese la via della caserma. “Cavolo, che ci fai in giro a quest’ora, non eri di servizio!” Il piantone stava dormendo. Alberto si ritirò in camera sua, notò gli slip sporchi di sangue, li avrebbe gettati nella mondezza, non voleva che la lavandaia gli facesse delle domande imbarazzanti. Era domenica, dormì sino all’ora di pranzo, lo stomaco stava reclamando. Chiese al cuoco altra  razione del primo.  il bolognese Silvano Roncaccioli gli preparò un altro piatto di tagliatelle doppio del primo e: “A capè ai ò  metter una pezza fiôl de busona!” Il lunedì successivo Alberto riprese il suo lavoro di controllo dei viaggiatori del treno che dalla svizzera Brig porta a Domodossola tramite il tunnel del Sempione. Solitamente cercava di rimorchiare qualche dame ou mademoiselle, stavolta il suo pensiero era rivolto solo ad Aurora, la ragazza l’aveva stregato, una sensazione o meglio un sentimento nuovo. Alberto comprese che non era il caso di recarsi a casa di Aurora o nel negozio dove esercitava la professione di commessa, sarebbe stato irrazionale. Ogni sabato si recava al ‘Galletti’, ovviamente niente ballo, si rifugiava in un tavolino lontano dall’orchestra e si sorbiva una bibita. Gigi Gallozzi lo incontrò in caserma e rimase basito dall’atteggiamento di Alberto, non era più il solito  ‘caciarone’, comprese la situazione dell’ amico e: “Arbè, er monno è pieno dè fica, lassa perde la calabrese se voi….” Alberto lo ringraziò: “Sei un amico, me la caverò da solo.” La sua presenza al ‘Galletti’ ebbe delle conseguenze positive. Verso le ventidue di un sabato stava per ritornare in caserma quando: “Scusi signore, i tavoli sono tutti occupati mi può ospitare?” “Bien sure mademoisele.” “Mi capita un francese…” “No sono italiano, ero in  sovrappensiero.” “Sono Flora Lucio del Priore, lieta.” “Il suo cognome mi fa pensare che qualche suo antenato sia stato così chiamato da qualche prete che, per lasciargli un marchio indelebile di N.N. lo abbia battezzato col quel cognome.” “Cavolo nessuno me l’aveva detto prima, lei è un insegnante?” “No, un finanziere.” “Non ho un bel ricordo dei suoi colleghi, lavoro a Briga, un pomeriggio avevo con me dieci pacchetti di sigarette Turmac, un suo collega, in verità un po’ effeminato mi ha accompagnata in Dogana e me le ha fatte sequestrare, devo pagare una multa salata…” “Domattina incontrerò quel brigadiere, si chiama Beniamino Barbieri soprannominato B.B., il perché l’ha capito da sola, vedrò quello che posso fare…mi piacerebbe invitarla a ballare ma in quel campo sono un  orso, ci sarebbero in ballo le sue scarpe ed anche i suoi piedi, se le va resti con me al tavolo, ho bisogno di distrarmi.” “Posso fare un’ipotesi, forse il cuore?” “Ha indovinato,  mai accaduto prima:” “Le cito un proverbio che si addice al suo caso:’ chiodo scaccia chiodo.” “Se il chiodo fosse lei…” Era il chiodo giusto, la liaison con Flora ebbe un seguito sino a quando Alberto vinse il concorso e si recò ad Ostia per frequentare la Scuola Sottufficiali ma questa è un’altra storia.

     
  • 19 dicembre 2020 alle ore 17:48
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie non ultimo il Coronavirus avevano chiuso i battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso di Goffredo forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era d’estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

     
  • 17 dicembre 2020 alle ore 13:52
    JOSEPHINE IS ENOUGH

    Come comincia: I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the confort to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with the fantasy of you breasts covered with a trasparent veil that rises and falls rhythmically; enough with tha diaphanous hands that caress my face;enough with your thinghs that hold the flooded my omviso of a sweet, fragant and hot foam; enough with your eyeshalf open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and i see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

     
  • 15 dicembre 2020 alle ore 17:10
    AIDA DIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler), i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dal suo castello situato sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Prima dei bombardamenti il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa della noria che portava in superficie l’acqua di un pozzo. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona, frazione di Castel Gandolfo del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago,  si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il firellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto da Dario. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizzione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva permanentemente nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la luce elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

     
  • 13 dicembre 2020 alle ore 9:43
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella sua biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla (ventisei anni in meno del consorte), non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del ngozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale un calcio ben assestato al didietro  fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’ in via Daniele Manin dinanzi alla loro abitazione, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scatto una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiatissimo,  il motivo fu chiaro subito: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più in un istituto dinanzi all’abitazione della defunta zia! L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza alla spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario che, per riconoscenza aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giungo portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di un’ampia cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il riposino post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena Lilla: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie un qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo  amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…

     
  • 28 novembre 2020 alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

     
  • 15 novembre 2020 alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

     
  • 05 novembre 2020 alle ore 10:22
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’ in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto stessa potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sarai stata solo mia. Forse la mia passione si è tramutata in amore …

     
  • 22 ottobre 2020 alle ore 10:37
    QUANTA FAVA... QUANTA FAVA.

    Come comincia: Caio Gregorio e Clizia, sedicenni si erano conosciuti a scuola, alla quarta ginnasiale al liceo Daniele Manin di Roma. Ambedue provenivano da istituti condotti da ecclesiasti e nel nuovo consesso, all’inizio erano spaesati anche per la crasse risate che si facevano i loro compagni di classe a causa dei  loro nomi, non era colpa loro se i genitori, per chissà quale motivo avevano scelto quegli appellativi. Tornando a casa a piedi seguivano quasi la stessa strada, Caio Gregorio abitava in via Torino e Clizia in via Firenze. Pian piano presero confidenza anche sessualmente, a diciotto anni dopo l’iscrizione alla prima liceale fecero il grande passo con le raccomandazioni ed i suggerimenti della di lei mamma Lisindra anche lei dal nome particolare di regina egizia e dal significato di ‘colei che rende liberi ed infatti il ‘matrimonio’ fra i due avvenne nella casa di lei assente il padre Enea. Il capo famiglia  era il concessionario di varie marche  di automobili ma la vera riccona era la madre che, alla morte dei genitori a Grotte di Castro in quel  di Viterbo si trovò erede di appartamenti e  di campagne che in maggior parte producevano un vino pregiato, il famoso EST EST EST che la leggenda afferma essere l’abbreviazione di EST BONUM che  Martino, il coppiere del vescovo tedesco DEFUK aveva scritto sulla porta di una locanda di Montefiascone. Enea e Lisindra  erano anticonformisti e vivevano ognuno la propria vita scambiandosi anche le loro esperienze in tutti i campi compreso quello sessuale. Ovviamente Clizia era stata contagiata dalla mentalità dei  genitori ed aveva coinvolto anche Caio Gregorio. Con l’andar degli anni presero a frequentare un club di scambisti, il Golden Club ma rimasero delusi, il locale era frequentato anche da persone volgari e dal fisico niente affatto piacevole, solo una coppia emergeva dalle altre per stile e bellezza: Camilla e Riccardo, lei bruna, di statura media, viso sorridente, tette non eccessive gambe perfette, lui faccia da furbacchione, fisico atletico. Avevano subito mostrato affiatamento, tutti e quattro bravissimi nel ballo con scambio di partner, sembrava che si fossero conosciuti da molto tempo. La più loquace, Camilla anche per il significato del suo nome ‘addetta ai sacrifici’ di quali non si sa a sapere, si era abbarbicata a Caio Gregorio provocando un ovvio rigonfiamento nei suoi pantaloni con risate da parte di Riccardo e di Clizia. Riccardo aveva un  pregio: era facoltoso di famiglia,  aveva anche un titolo nobiliare di cui non faceva sfoggio ed abitava unitamente alla servitù in un castello fuori Roma. I genitori erano deceduti in un incidente aereo in Atlantico. Aveva girato il mondo, parlava varie lingue ed era giunto alla soglia dei quaranta anni senza legami sentimentali impegnativi. La sua relazione con Camilla era iniziata su una nave da crociera in maniera del tutto particolare. La ragazza era croupier nella sala giochi, non era un tipo affabile, non sorrideva mai, aveva avuto i suoi problemi. Riccardo dopo cena si era avvicinato al tavolo di blackjack e dinanzi alla croupier: “Good evening miss, j want to see if i’m lucky  at the game.” Dopo un lungo sguardo la ragazza: “Innanzi tutto parli italiano e non inglese, lo vedo dal distintivo sulla sua giacca che è tifoso della squadra di calcio della Roma e poi il suo desiderio di sapere se è fortunato al gioco vuol dire che in amore…” “C…o volevo dire cavolo, mi scusi, capisco di aver trovato una tosta, dia le carte e vediamo se… “Al primo colpo un nove, vediamo il secondo: un otto, smetto altrimenti sbanco il casinò!” “Joseph, please replace me at the counter, thanks.” Andiamo sul ponte, la brezza ci rinfrescherà le idee.” I due si guardarono a lungo, avevano molto da dirsi ma nessuno voleva iniziare per primo. “Ho capito, senza offesa ma lei mi sembra leggermente presuntuoso, apprezzi l’eufemismo, forse è anche ricco e questo peggiora la  situazione. È inutile tessere le sue lodi, è un bell’uomo, uno di quelli che non debbono chiedere ma stavolta ha incontrato una che non che non dà!” “Invece il bell’uomo umilmente chiederà e spera di ottenere la sua compagnia.” “Così va un po’ meglio, che ne dice di andare a distrarci al teatrino, per me la crociera è solo lavoro.” Sulla scena un gruppo di ballerini e ballerine sud americani, le ragazze con indosso costumi veramente ridotti, il solito filo dietro e davanti un francobollo. “Inutile che fa lo gnorri, se potesse si butterebbe a pesce!” “Baby lei è stancante, vorrebbe sua grazia dirmi Il suo nome? “ “Camilla che, se lei non lo sa vuol dire addetta ai sacrifici al tempo dei romani, in altre parole bruciava gli esseri viventi al dio preferito.” “Non pensavo di far la fine della pulzella di Orleans!” “Non faccia sfoggio di cultura, proviamo a guardare lo spettacolo.” “Una proposta, andiamo nella mia cabina senza secondi scopi.” “Immagino sia una singola con vista sul mare.” “Perché sei così velenosa, sei una ragazza piacevole te lo dice uno che…” Camilla si girò di spalle e si mise a piangere, situazione che mandò il tilt Riccardo che la lasciò sfogare poi la prese sottobraccio e la  introdusse nel suo alloggio. “Sono Riccardo che vuol dire uomo forte e coraggioso ma dinanzi a te…Se vuoi resta a dormire nella mia cabina, mi piace il tuo profumo di donna che ha invaso il locale.” I complimenti fanno intenerire anche gli animi più duri e Camilla non era di quella specie. Si svegliò alle dieci, Riccardo la contemplava beato. La ragazza rinfoderò le unghie: “Vado a parlare col capitano devo spiegarli la mia assenza.” “Se me lo permetti vengo con te.” Il capitano, vecchio lupo di mare capì subito la situazione: “Cari ragazzi ditemi tutto come ad un  papà, potrei anche dire nonno…” “Capitano, Camilla sarà una passeggera, pagherò io il biglietto di prima classe e starà nella mia cabina.” Così era iniziata la liaison fra i due. A Civitavecchia Riccardo recuperò la sua Jaguar e si diresse nella capitale sino alla sua villa. La servitù li accolse con un applauso, Riccardo era benvoluto anche per la sua generosità. I primi giorni furono di sogno, anche il modo di conoscersi era stato fuori del comune. Camilla non si riconosceva più anche perché aveva visitato alcuni negozi di vestiti, di scarpe e di accessori vari non esclusa una gioielleria che le costò di donare a Riccardo un suo ‘gioiello’ poco usato. Il castellano aveva sempre dato alla parola amore il significato di sentimento non precisato, un miscuglio fra sesso e affettuosità ma stavolta stava comprendendo il suo vero significato, la sola presenza di Camilla gi faceva battere il cuore, anche la ragazza era sulla stessa sintonia. Stare sempre in casa era diventato monotono ed i due decisero di andare in centro al ‘Volturno’ un teatro dove davano spettacoli d’avanguardia nel senso di anticonformisti. Nel cartellone: ‘Ifigonia in culide’’. Camilla nel leggere il titolo della commedia  rimase  perplessa ma Riccardo si mise a ridere ricordando degli episodi che circolavano su hertz De Benedetti giovane autore universitario, insomma una goliardata.  Si aprì il telone, scenografia: un grande tappeto rosso  con al centro un trono su cui era seduto un attore vestito da re. Entrarono vari attori in costume seguiti dal Gran Cerimoniere che: “O popol bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? Il Sir di Corinto dal nobile augello qual mai fu visto più duro e più bello, il Sir di Corinto dall’agile pene terrore e ruina del fragile imene, il Sir di Corinto dal cazzo peloso del cul rubicondo ognora goloso. O popol invitto, in gesta d’amore s’affermi il sovrano più caro al tuo cuore. Rendiamogli omaggio nel modo migliore offrendogli il culo delle nostre signore. Toccatevi i  coglioni, se li avete perché sta transitando un prete.”
    …….
     Fine del primo atto ed applausi alla calata del sipario.
    “Cara andiamo alla buvette, hai bisogno di sorbire qualcosa di forte.” Barman, per favore due caffè Sport Borghetti.” “Il caffè  non mi fa dormire, lo sai.” “Una volta funzionava la mia ricetta!” ”La verità è che sei quotidiano e sulla mia gatta posso cuocervi le uova!” “Ogni volta ti chiederò il nulla osta, rientriamo in sala sta per iniziare il secondo atto. Scena: La camera nuziale. Nei quattro angoli bidè dove bruciano profumi. Presenti i pretendenti di Ifigonia. Allah Ben Dur: “Superando monte e valle v’ho portato le mie palle e riempio un gran mastello con la broda del mio uccello.” Don Peder Asta: “Sarete delusi di tutti stì doni guardando d’Oriente i gloriosi coglioni. Ho riempito quattro stalle col sudor delle mie palle.” Uccellone: “O fulgida stella, o figlia di re deh guarda il dono portato per te! Ho riempito una caserma solamente col mio sperma!” Gran cerimoniere al popolo: “E risuoni nella reggia perlomeno una scoreggia!” Ifigonia al popol bruto: “Quanta fava, quanta fava ma perché nessun mi chiava?”
    ……
    Cala il sipario. Stavolta  Riccardo e Camilla restarono al loro posto, presa dalla tenerezza la ragazza baciò appassionatamente il suo amante,  ‘ciccio’ comprese male quel gesto e si alzò speranzoso. “Che cavolo, sei peggio di quell’attore che fa Allah ben Dur!”
    Terzo atto. Ifigonia e Spiro Kito giacciono sul talamo. Ifigonia: “O amato Spiro Kito Prence e samurai il tempo passa e non mi chiavi mai!” Spiro Kito: “Desisti o Principessa dal chieder spiegazioni non vedi che cominci a rompermi i coglioni?” Ifigonia: “Fammi vedere le palle di solido granito, fammi toccar l’uccello almeno con un dito, che brami dalla tua dolce amica vuoi farmi prima il culo o ripulir la fica? Sognavo un cazzo forte  da bambina perciò  pregavo Giove ogni mattina ché, come un giorno avvenne per Enrica potesse capitarmi nella fica un poderoso e ben tornito cazzo per farmene per sempre il mio sollazzo.” ………
    Cala definitivamente il sipario con la consueta dose di applausi. Riccardo e Camilla in fila per uscire notarono che due attrici erano anche loro in fila insieme agli spettatori. Li ritrovarono all’uscita con due valige in terra. Come al solito Riccardo curioso, facendo finta di non notare le occhiatacce di Camilla: “Gentile signora posso esserle utile?” “Aspettiamo un taxi per andare alla stazione, dovremmo prendere un treno…” “Signora a quest’ora…vedo che la ragazza trema dal freddo, col permesso della mia fidanzata vi invito a casa mia, cara che ne dici?” “Una risposta sarcastica: “Sono entusiasta dell’invito, mi hai preceduta!” Le due brasiliane si presentarono: Brigida la più anziana, Isabela la più giovane. Sistemate le valige nel bagagliaio le due si sedettero nel divano posteriore della Jaguar. Camilla le osservava dallo specchietto di cortesia del parasole, specialmente la più giovane era molto attraente, piuttosto alta,  il viso le ricordava lo stile di un ritratto di Modigliani, molto fine.  Seguitava a guardarla, quella ragazza l’aveva colpita, più la osservava e più le piaceva. Nella villa silenzio assoluto, sistemate le due brasileire nella stanza degli ospiti visita dei quattro in cucina, la cuoca Sora Anna era una regina nel suo campo; anche Riccardo e Camilla parteciparono allo spuntino poi passarono nel salone. “Brigida ti do del tu come abitudine romana, vuoi raccontarmi qualcosa di te e di Isabela?” “Spero non siate infami come l’impresario della compagnia dove recitavamo, saputo che siamo dei transgender ci ha minacciato di denunciarci alla Polizia perché abbiamo un passaporto da cui risulta che siamo delle donne, un favore avuto da un amico del Ministero degli Interni brasiliano. Siamo dovute scappare, ora siamo qui sin quando…” Stranamente intervenne  Camilla: “I romani hanno una tradizione di ospitalità, potete restare  quanto vorrete.” Riccardo guardò in viso Camilla, capì che le era molto piaciuta Isabela, forse era stanca dl solito sesso e voleva provare qualcosa di diverso. Tutto rimandato al domani, dopo un abbraccio delle due ai padroni di casa tutti a nanna. Arrivati in camera Riccardo scoppiò in una risata che fece innervosire Camilla. “Che c’è da ridere!” “Scusami amore, stavolta ho toppato di brutto, io che mi sono sempre considerato anticonformista!” Camilla dormì poco e sognò quello che desiderava, un  approccio con Isabela, forse aveva scoperto il suo lato maschile. Il clima era rigido, dicembre si faceva sentire fuori perché dentro casa l’atmosfera era piacevolmente calda, termosifoni a venticinque gradi. Nel salone Camilla stava controllando con Isabela la collezione di CD, ce n’erano anche di brasiliani e le due …donne presero a ballare imitate da Riccardo e da Brigida anche lei in forma  smagliante. “Sora Anna, queste sono due amiche brasiliane, fatti onore in cucina, le voglio vedere ingrassate come porcellini!” Il pomeriggio la servitù si ritirava nei suoi alloggi e così Camilla ebbe l’opportunità di godere delle delizie procuratele da una Isabela sessualmente molto in forma: tutto il corpo era senza peli, aveva un pene  da bambino ma era proprio quello che più aveva attirato le attenzioni della padrona di casa, forse era stanca di quello stallone di Riccardo e quella era un piacevole diversivo. Isabela aveva una pelle eburnea, un efebo. Quando Camilla le prese in bocca il pisellino, questo cominciò a crescere e riversò nella bocca della padrona di casa un liquido tipo il nettare degli Dei. Camilla si fece penetrare nel fiorello, il piccolo pene giunse sino al punto G, conseguenza un orgasmo particolare e prolungato. Ric. Nel letto matrimoniale scartò subito il ‘marruggio’ di Brigida ed approfittò del suo asno (sedere in portoghese) in forma come quello di una donna, smise quando era del tutto spompato come mai gli era successo con una femminuccia, Brigida aveva avuto degli orgasmi sia col pisellone che con il popò! Finale scontato: Ric. e Cam. si scambiarono i partners, ormai potevano dire di aver provato tutto in fatto di sesso. Le due brasiliane dopo un mese vollero tornare in patria accompagnate da Alberto e da Camilla sin all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ambedue ben foraggiate di  Euro, sicuramente non avrebbero mai dimenticata la vacanza romana!

     
  • 19 ottobre 2020 alle ore 10:34
    ALESSIO E IL SESSO.

    Come comincia: Alessio quarantenne, insegnante di materie letterarie in un  liceo classico di Messina era a suo modo soddisfatto della  vita che conduceva. I suoi genitori, calabresi, contadini con molti sacrifici  avevano messo da parte un bel gruzzolo,  a sessant’anni si erano trasferiti a Castanea delle Furie in provincia di Messina, luogo di nascita del padre Calogero dove avevano acquistato un terreno che coltivavano personalmente. Erano riusciti a far studiare il figlio Alessio il quale si dimostrò a scuola intelligente ed anche furbo (aveva preso dalla madre Catena) riuscendo  a scuola a prendere sempre bei voti e superare gli esami anche per la  simpatia che suscitava soprattutto presso le professoresse ed anche per il suo fisico atletico, fisico che sicuramente non aveva ereditato dai genitori ambedue bassi e grassi. Ma mano che Alessio cresceva c’erano alcuni paesani che si domandavano da chi avesse preso il giovanotto, la solita solfa: ‘il paese è piccolo e la gente mormora’, Anche alle orecchie di Alessio erano giunte quelle voci ma lui, nato ‘moquer’ si faceva grosse risate. Anche se sua madre aveva piantato un cornicchio sulla spaziosa fronte paterna la giustificava anzi l’aveva apprezzato perché sicuramente aveva scelto un uomo prestante e quindi, lui per fortuna non aveva nulla del padre anagrafico. Era possessore di una Fiat Abarth 595 regalo meritato di una vedova cinquantenne per le sue prestazioni in fatto di sesso. Alessio era quello di: ‘una ne lascia ed un’altra ne prende.’ Dalle sue amiche la maggior parte non più giovani riceveva regali non richiesti ma sempre bene accetti, soprattutto in denaro. L’eleganza era anche la sua arma: i negozianti di viale San Martino lo conoscevano e lo ossequiavano per i suoi acquisti nei cambi di stagione. Era un allegrone, aveva i suoi buoni motivi: affascinante, dal soldo facile ed un appartamento acquistato con un mutuo al quarto piano di un palazzo in via dei Mille. Quando per la prima volta fece visitare l’abitazione ai suoi genitori sua madre si mise a piangere, forse ricordava il suo triste passato. Prima cosa stringere amicizia col portiere Rosario, Saro per tutti, aveva la faccia da parapaffio (scusate la parola complicata), insomma da paraculo per dirla alla volgare, infatti un giorno venne fuori con: “Lei ha un nome non siciliano e poi non rassomiglia…” “Caro Saro, mia madre è stata l’amante di un milanese che,  saputo della mia nascita ha chiesto impormi il suo nome e tu…” Saro capì di aver ‘trovato duro’ e  smise di far domande sciocche. La vita di Alessio ebbe una svolta quando giunse a scuola un suo collega che insegnava matematica, tale Luca, bolognese, che aveva vinto il concorso alla sede di Messina. Alessio fece presente a Luca che al suo stesso piano si era liberato un  appartamento, Luca telefonò alla consorte Adua che insieme alle figlie Jenny ed Aurora dopo due giorni giunse a Messina. Adua  era casalinga, le figlie Aurora e Jenny furono iscritte nella stessa scuola del padre. Il preside Manfredo faceva onore al suo nome ‘uomo di pace’. Era sempre sorridente, andava d’accordo con gli insegnati, con gli alunni e con il bidello, tutti lo amavano. Il cotale pensò di riunire le sere del sabato nella palestra dell’istituto, addobbata a dancing, i componenti della scuola e loro famiglie, proposta accettata da tutti con entusiasmo. Alessio more solito farfalleggiava con le varie signore, stavolta…era stato abbagliato dalla figlia di Luca, Jenny: alta, longilinea, capelli lunghi sulle spalle, vita stretta, grandi occhi nocciola, gambe ancora da scoprire, la ragazza indossava un lungo tubino azzurro. Fu lei ad attaccar bottone: “Lei non è il solito professore noioso, la vedo fuori posto fra tanti parrucconi.” “Innanzi tutto dammi del tu anche se hai diciannove  anni, me l’ha detto tuo padre, mi sembri un po’ fuori razza, tua madre Adua ha un nome particolare che ricorda la battaglia persa dagli italiani in Etiopia, tua sorella Aurora è spiccicata a tua madre,  è  il tipo della bonazza, ha un certo fascino, tu sei magnificamente fuori razza rispetto al papino.” “Io non mi pongo problemi anzi sono estremamente sincera,  mi sei piaciuto sin dal primo istante, immagino quante femminucce…” “Per ora ho vicino a me una femminuccia come dici tu che è… lasciamo perdere i complimenti, potrei essere tuo padre.” “Che noia con la storia del padre, io ce ne ho già uno che è ben fornito, proviamo a ballare?” “My darling se ti accontenti di un  orso…” I due si impadronirono di una mattonella e ci rimasero, era un modo per stare abbracciati, Alessio aveva colpito ancora ma gli era rimasto impresso il giudizio di Jenny su suo padre, che voleva dire con quel ‘ben fornito’, boh... Un lunedì mattina Alessio rimase in casa con la giustificazione, non vera, di essere ammalato, cinque giorni senza scuola, una vacanza, come trascorrerla? “Adua sono ammalato ma non troppo che ne dici di farmi compagnia?” “Dipende dalla malattia, se è quella che penso…vengo da te.” “È quella che pensi tu!” Adua si presentò in vestaglia lunga, Alessio gli offrì dei cioccolatini fondenti con dentro del whisky, Adua ne fece una scorpacciata con la conseguenza che il liquore fece il suo effetto e l’interessata fece cadere a terra la vestaglia, la signora che aveva dimenticato di vestirsi, un gran pezzo di gnocca per dirla alla emiliana. Alessio aveva previsto quell’incontro e si era fatta una doccia, Adua preso in bocca il ‘ciccio’ già con ‘in alto i cuori’ ed ingoiò, ingoiò fin  quando finì la ’materia prima’. “Che bel sapore e quanto…che ne dici di far visita al ‘’fiorello’ ma vacci piano…” Alessio non ci andò piano e Adua emise quanto lamento poi finito in  un gemito per orgasmo prolungato. “Mai avuto dentro un cazzo così grosso!” Adua si era data al linguaggio volgare ma sincero! A riposo ambedue Alessio: “Cara dimmi la verità su Jenny, non assomiglia né a te né a tuo marito.” “Lui sa tutto, è figlia di un suo conoscente industriale, ricchissimo che sovvenziona nostra figlia ogni mese, la voleva con sé ma è sposato. Ora sai il mio segreto, mi raccomando discrezione!” Il sabato pomeriggio durante il ballo Jenny notò o meglio sentì la durezza di quel bozzo nei pantaloni di Alessio, aprì le braccia come per dire ‘purtroppo qui non possiamo fare nulla.’ La ragazza lo volle rincontrare a casa di lui con la giustificazione di ripetizioni da parte del professore, Adua non era molto d’accordo sulla loro frequenza perché pensava che Alessio fosse diventato il suo amante esclusivo ma non aveva argomenti per contrastare il volere di sua figlia. “Volevo dirti che non assomigli per niente a tua sorella.” “Hai ragione, Aurora ha diciotto anni ed è ancora vergine, uno spasso, la prendo sempre in giro, lei dice che sinora non ha trovato nessuno che le piace. Io amo il sesso sempre con maschietti di mio gusto e tu sei uno di quelli, dopo la lezione che ne dici di…” “Alessio disse dico di…” e provò sessualmente delle sensazioni mai provate in vita sua, Jenny si era scatenata ed  aveva messo a dura prova il buon ‘ciccio’ mai tanto strapazzato in vita sua, Messalina le poteva ‘fare un baffo!’ In compenso ebbe le congratulazioni della ragazza: “Ci sai fare a letto, ti metterò in cima alle mie preferenze!” Jenny diede, a richiesta di Alessio  una spiegazione delle parole ‘ben fornito’ riferite al padre. Una volta era entrata in bagno mentre Luca era sotto la doccia, per scherzare glielo aveva preso in mano e lui non ci aveva pensato due volte a infilarglielo nel fiorello, non essendo sua figlia non aveva avuto remore. Si può essere anticonformisti quanto vi pare ma quando è troppo è troppo, Alessio era rimasto sconcertato, la ragazza aveva esagerato con tanti uomini in giro…che si fosse scoperto puritano? Qualcosa cambiò nella sua vita, un pomeriggio che Jenny era andata a folleggiare chissà dove  si presentò in casa sua Aurora che inaspettatamente: “Ho visto che lei ha una Fiat Abarth 695, io sono appassionata di motori, ho anche la patente ma i miei non vogliono comprarmi un’auto, dicono che mi basta il motorino, che ne dice di farmi provare la sua auto?”  Proposta inaspettata per Alessio che notò che la ragazza era vestita elegante, si era truccata più del solito, aveva indossato tacchi alti ed emanava un piacevole profumo personale di cui non aveva mai fatto caso. “Aurora, aderisco alla tua richiesta ma quei tacchi non vanno bene, torna con scarpe adeguate alla guida e dammi del tu.” Adua al rientro della figlia a casa, venuta a conoscenza della richiesta di Alessio rimase basita, quello zozzone si sarebbe ‘fatta’ anche la sua seconda figlia! Lasciato il centro Aurora  diresse l’auto verso i monti Peloritani, era veramente brava nella guida. Arrivati a Musolino  trovò uno spazio e posteggiò l’auto. “Senti che profumo di alberi in fiore e che panorama!“ Aurora si stava ‘sciogliendo’ Alessio ne approfittò per baciarla a lungo, comprese che la ragazza, forse per la prima volta in vita sua aveva avuto un orgasmo, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata nel sedile. “Al ritorno è meglio che guida io, che ne dici baby?” La ragazza non rispose ma fece il cambio del posto di guida, ancora non si era ripresa, avrebbe per sempre ricordato quella prima volta anche se dentro di sé aveva pensato ad un’altra prima volta…” Jenny si fece viva per telefono: “Caro zietto zozzone ho saputo della tua ‘passeggiata’ in macchina con Aurora, mi raccomando trattala bene lo sai che è ancora vergine!” Fu la stessa Jenny che programmò ‘la prima notte di nozze’, lei era un’esperta in quel campo. Un pomeriggio disse alla madre che usciva con sua sorella per andare al cinema, solo che il programma era diverso: le due erano molto diverse: Jenny solare e sorridente, Aurora rossa in viso e preoccupata. “Alessio è un gentiluomo…good luck!” Jenny era uscita ed Aurora non sapeva come comportarsi. Le venne in aiuto Alessio: “Cara rilassati, pensa solo a qualcosa di piacevole, se sentirai dolore la smetterò subito, sotto di te metti questo asciugamano.” Aurora si era preparata mentalmente all’avvenimento che avrebbe cambiato la sua vita, fu stoica dinanzi all’ovvio dolore, non disse nulla quando Alessio riversò nell’interno del suo fiorello il ‘contenuto’ di ciccio. Alle diciannove ritornò Jenny che non fece nessuna domanda, Aurora dietro consiglio della sorella si era portato appresso un assorbente che aveva indossato, il dolore le stava passando. “Caro cognato mi sa che va a finire che diventerò io zia…” Previsione azzeccata, Alberto a quarantun anni divenne padre di un bambina bellissima che  sembrava assomigliare, a detta di tutti alla zia Jenny. La speranza dei due ‘coniugi’ era che non le assomigliasse in un certo campo…

     
  • 07 ottobre 2020 alle ore 18:38
    RIFLESSIONI SULLE RELIGIONI

    Come comincia: La Chiesa ama le donne? Bella domanda, tornando indietro negli anni si trova un guazzabuglio di norme che distinguono tra coloro aderenti alla Chiesa cattolica che potevano sposarsi ed altri ai quali era proibito, un classico della Chiesa che spesso dice ‘No, però…’ Paolo VI che alcuni accusano  di non aver amato molto il sesso femminile,  (i maligni avevano sparso la voce che avesse assunto il nome di Paolo per…) Durante il suo Pontificato aveva affermato: “ Il celibato sacerdotale che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma conserva tutto il suo valore nel nostro tempo.” Alcuni Papi avevano portato come esempio  Gesù Cristo che era celibe. Il  Papa Albino Luciani un mese circa dopo la sua elezione al soglio pontificio era morto, ufficialmente d’infarto. I bene informati avevano fornito ben altra versione. L’ex Patriarca di Venezia il giorno prima aveva chiesto al vescovo Marcinkus presidente dello I.O.R., la banca vaticana di  visionare la contabilità di quell’istituto di credito, la notte successiva il suo decesso. Ovviamente nessuna inchiesta, come sempre in Vaticano non erano previste indagini come nel caso della scomparsa di Manuela Orlandi, perlomeno quelle ufficiali. Ad alcuni ultra conservatori appartenenti alla Chiesa cattolica la politica dell’attuale Papa Francesco non va proprio a genio. In fatto di sesso lo aveva dimostrato di essere antitradizionalista con  la  frase: “Chi sono io per condannare gli omosessuali?” In parole povere anche loro sono figli di Dio! Forse aveva avuto sentore  dei gravi scandali di appartenenti al clero   accusati di pedofilia un po’ tutto il mondo. Anche dei Cardinali erano stati implicati come  l’australiano George Pell, stretto collaboratore del Papa  condannato dalla giustizia del suo paese per abuso sessuale su minori poi assolto. Per inciso il Papa Francesco incita i cattolici alla povertà e ad aiutare i meno fortunati di aprire  loro le porte degli edifici ecclesiastici mentre, ad esempio, risulta che un Cardinale tale Tarcisio Bertone, che vox populi diceva si sentisse sicuro nell’ultimo concilio di diventare Papa (era entrato da Papa ed uscito da cardinale secondo un famoso detto) ha un alloggio tutto per sé di cinquecento metri quadrati con molti quadri di autori famosi e quindi di pregio e costosi. Secondo la stampa lo seguono anche i seguenti cardinali che hanno appartamenti di lusso: Velasio De Paolis, Franc Rodé, Kurt Kock, Raymond Leo Burcke presidente dello S.M.O.M, Williams Joseph Levada, Marc Ouellett, Sergio Sebastiani, Domenico Calcagno (detto Monsignor Rambo). E l’attuale Papa dove alloggia? Nel modesto appartamento della Domus Sanctae Marthae. Altra sua peculiarità: calza scarponi come quando era Cardinale in Argentina e non le scarpe di raso viola fatte su misura come i suoi predecessori. Alcuni giornalisti hanno ritenuto che forse il Papa pensasse di far sposare i preti  per un motivo pratico, quando si è giovani gli ormoni sono alle stelle e, in mancanza di femminucce i preti si rivolgono a quelli a loro più vicini: ragazzi e  ragazze adolescenti con le conseguenze che sono sotto  gli occhi di tutto il mondo. Purtroppo nelle regole della Chiesa non è previsto l’Istituto del referendum altrimenti chissà quale sarebbe stato il risultato. Negli Stati Uniti le chiese sono società con tanto di contabilità ed alcune hanno dovuto dichiarare bancarotta per il denaro risarcitorio che erano state costrette a sborsare ai ragazzi, non più tali che avevano subito in passato degli abusi sessuali. Altro argomento: chi può affermare che la propria religione sia quella vera? Nel mondo secondo una statistica le maggiori sono centotrentasette di cui sette cristiane. In passato, ed alcune anche ora si combattono fra di loro per dimostrare che la propria è quella vera, lotta che in passato ha portato a guerre sanguinose senza alcun risultato se non la morte di molte persone, impossibile stabilire quante. Papa Francesco in molte sue esternazioni ha affermato che ogni religione è degna di essere seguita dai propri adepti invocando la fine di questa inutile lotta. Anche per motivi politici non tutti i responsabili delle Chiese hanno accettato la sua tesi, lui pensa che col tempo questo pensiero germoglierà ma diciamo piuttosto che è una sua speranza. Per alcuni musulmani una conversione alla Chiesa cattolica vuol dire guai a non finire, anche la morte. Le donne nell’Islam sono considerate un oggetto e non hanno diritti, solo alcuni stati di recente e  con molta prudenza stanno riconoscendo alcune loro facoltà. Per non parlare degli omosessuali: alcuni dottori islamici cercano di curarli considerando la loro una malattia, alcuni stati prevedono per quelle persone la morte gettati dall’alto di un palazzo, peggio del Medio Evo! E chi si dovesse professare  Cristiano? Se gli va bene in alcuni stati musulmani dovrebbe pagare la ‘jizua’, una tassa necessaria per essere protetti! La chiesa cattolica in passato ne ha combinato di tutti i colori , fatti tremendi  riconosciuti anche da alcuni Papi eletti di recente. Conclusione di questa riflessione sulle religioni: alcuni aderenti, soprattutto i cattolici si rifugiano in essa nei momenti più duri della vita: morte di parenti, difficoltà finanziarie e casi analoghi chiedendo a Dio di intervenire a loro favore come se Dio fosse distratto e non vedesse le loro pene. La maggior parte delle persone religiose, soprattutto gli islamisti, per paura di gravi ritorsioni nei loro confronti, altri per fanatismo seguono pedissequamente quanto inculcato loro sin dalla prima giovinezza. Conclusione: ognuno di noi professi una qualsiasi religione (o nessuna) senza intaccare in alcun modo la vita degli altri, Costituzione Italiana docet.

     
  • 03 ottobre 2020 alle ore 10:12
    HELOISA

    Come comincia: Alberto romano dè Roma era titolare di una  farmacia in via Due Macelli, era anche esportatore di prodotti farmaceutici in Brasile. Febbraio, Carlos il suo corrispondente a Rio de Janeiro lo aveva invitato per il prossimo Carnevale, Alberto era indeciso se accettare l’invito, quindici ore di volo gli sembravano eccessive, forse la sua era solo pigrizia, i suoi viaggi avvenivano solo in auto una Jaguar X Type. “Carlos, sono Alberto, ho deciso di accettare di venire a RIo, consigliami il nome di una bell’albergo dove alloggiare.” “Hotel Atlantico Time, ti troverai bene, c’è anche il ‘coperto’.” Alberto capì al volo quello che l’amico aveva voluto intendere. “Io di ‘coperte’ ce ne ho tante a Roma, vorrei vedere la sfilata per il Carnevale che di solito guardo in TV, tra due giorni sarò a da te.” L’aereo del Pan Am partì da Fiumicino alle sette, dopo un volo delle previste quindici ore atterrò all’aeroporto Santos Dumont, sgranchitesi le gambe, Alberto recuperò i bagagli e si diresse verso i taxi gialli in attesa di clienti. Si avvicinò al primo sperando che l’autista prendesse lui le due valige ma il senhor rimase al suo posto. Alberto per evitare storie le caricò lui stesso ma come inizio…”Albergo Atlantico Prime.” L’autista si girò indietro per guardare in viso il passeggero, Alberto comprese che aveva fatto uno sbaglio nel dire albergo al posto di hotel, aveva fatto capire che era straniero e quindi gli poteva esser chiesto un compenso maggiore. Infatti il tassinaro si guardò bene dal far scattare il tassametro e partì piuttosto lentamente e così per tutto il viaggio. Alberto comprese che il cotale voleva fare il furbastro per fargli sborsare una cifra superiore al dovuto ed infatti giunti dinanzi all’albergo, senza muoversi dal suo posto l’autista: “Senhor duecentquaranta Reais.” Alberto si fece i conti, considerando che un Euro valeva poco meno di cinque Reais, il conto totale in Euro  era quarantotto Euro. L’autista stava per prendersi un biglietto di cinquanta Euro senza nemmeno un ‘Gracias’, Alberto si inalberò: “Chi cacchio era sto imbecille da far il prepotente, scese dal taxi, e si recò in albergo dove chiese l’aiuto di un facchino, scambiò i cinquanta Euro in Reais e tornando al taxì. Recuperate le valige porse all’autista duecento quaranta Reais. “ “E la mancia?” “Allora stronzo parli italiano!” “A me nessuno ha mai dato  dello stronzo!” “C’è sempre una prima volta nella vita!” Alberto si allontanò ridendo seguito dal facchino con i bagagli. Una rapida cena e poi in camera. Fu svegliato la mattina da una telefonata di Carlos: “Ti chiedo scusa, preso dal lavoro non ho pensato di venirti a prendere all’aeroporto, sto venendo al tuo albergo.” Carlos era il classico tipo sud americano, non molto alto con baffetti e basette lunghe. “Meu amigo è un piacere rivederti, andremo a casa di un’amica mia a vedere dopodomani la sfilata del Carnevale, non ti avvicinare troppo a lei, la tua fama di conquistador de mulheres ti ha preceduto, stavo scherzando, io sono un comunista in fatto di sesso quel che è mio…” Alberto sorrise, pensava che l’amica di Carlos fosse una racchia, quando mai,  una regina di bellezza più alta del suo fidanzato e dal sorriso accattivante. “Eu sou Daiana, prazer.” “La mia ragazza capisce l’italiano ma lo parla poco.” Daiana abitava al piano rialzato di un palazzo in una via del Sambodromo, perfetta per la visione della sfilata del giorno dopo. “Alberto, io rientro a casa mia, ormai c’è troppa confusione nelle strade per rientrare tu in albergo, Daiana potrà ospitarti, è anche una buona cuoca sempre se ami i cibi piccanti!” Carlo era stato abbastanza esplicito praticamente nell’offrire la ‘compagnia’ della sua fidanzata al suo datore di lavoro, Alberto malignamente pensò che dovesse nascondere qualche magagna contabile… ‘A pensare male si fa peccato ma spesso  ci si azzecca!’ Alberto aveva pensato al simpatico Andreotti. Infatti la contabilità presentava qualche buco, la cifra non era molto alta ed Alberto ci passò sopra pur facendo rilevare l’ammanco a Carlos che ringraziò sentitamente. Daiana aveva cucinato piccante come previsto da Carlos: Feijoada un pot pourri di carne, Picana salsicce, Queijo Coalho formaggio, vino Brut Terroir Rosè ed Ananas finale. “Per mangiare ancora dovrò aspettare il prossimo giorno.” Daiana sorrise ed invitò Alberto ad una passeggiata digestiva. La fidanzata di Carlos prese sotto braccio Alberto che riuscì a sentire la durezza di una tetta della ragazza. ‘Ciccio’ si svegliò ma ovviamente senza successo. Rientrarono in casa all’imbrunire, Alberto prudentemente si era portato appresso una valigia con l’abbigliamento per la notte, gli servì perché Daiana senza problemi apparve nuda, un nudo tipo statua di Prassitele, meravigliosa, ‘ciccio’ stavolta ebbe fortuna per quasi tutta la notte, una notte da ricordare! Niente prima colazione, nella mattinata  inizio della sfilata con carri e donne molto belle, affascinanti e sorridenti, ballerine provette, un spettacolo! Alberto notò una ragazza che sfilava, era diversa dalle altre, non solo non sorrideva ma quasi non muoveva il corpo, in lei c’era qualcosa che non andava. Alberto con l’animo del buon Samaritano, scese in strada seguito da Carlos e si avvicinò alla ‘menina’, “Domandale perché è tanto triste rispetto alle altre, dovrebbe essere un giorno di festa anche per lei.” Carlos non ebbe modo di tradurre la frase in portoghese che la ragazza rispose in italiano: “Conosco la sua lingua, mio zio era un italiano, non mi va di proseguire la sfilata, se vuole vengo con lei.” Un chiaro invito ad uno sconosciuto, la baby doveva avere grossi problemi. Giunti a casa di Daiana un po’ di imbarazzo da parte di tutti. “Sono Heloisa, vi sarà sembrata strana la mia richiesta, guardando il signore ho avuto subito fiducia in lui, mi trovo un una situazione particolare, per ora sono troppo sconvolta e…affamata,scusate la sincerità.” Heloisa era davvero affamata, chissà da quanto tempo non mangiava. Sistemato il pancino chiese di andare in bagno, poco dopo riapparve senza trucco in viso e chiese alla padrona di casa di potersi togliere il costume di Carnevale. Daiana la accompagnò in camera da letto e le fece indossare un suo vestito. La ragazza apparve in tutta la sua bellezza e signorilità fasciata in un tubino nero, aveva anche molto stile, Alberto  guardava affascinato i suoi bellissimi occhi verdi, grandi. tristi, i lunghi capelli neri sparsi sulle spalle, un amore a prima vista? Heloisa parve rasserenata, Alberto si domandò quali potessero essere le cause della sua ambascia ma, tutto sommato non era per lui importante conoscerle, già aveva in mente un suo piano.  La prese sottobraccio  ed uscì in strada, l’atmosfera era più coinvolgente, l’allegria contagiò i due, Heloisa si strinse ancora di più ad Alberto guardandolo in viso con un sorriso, finalmente! Dopo una settimana la sfilata ebbe termine, restava il problema di Heloisa che non aveva chiamato nessuno dei suoi parenti, segno evidente che c’era dell’astio reciproco ed allora il romano dè Roma: “Che ne dici cara di fare per qualche giorno la turista a Roma?” “Amo le antichità, accetto con entusiasmo, non è che sei sposato o fidanzato o altro.” “Niente legami, libero come l’aria, sin ad ora…” Ad Heloisa si riempirono gli occhi di lacrime, forse era il suo sogno segreto che era stato realizzato. Bacio cinematografico dinanzi ad un pubblico plaudente. Anche Carlos era contento, forse era un po’ geloso, altro che comunista in fatto di sesso! A Roma Alberto aveva avvisato del suo arrivo il portiere Claudio affinché sua moglie Ottavia (era l’ottava di otto figli) mettesse in ordine il suo appartamento al quinto piano di via Due Macelli sopra la farmacia. Claudio era il nome perfetto per il portiere infatti quando camminava claudicava per un incidente stradale occorsogli anni addietro. Alla vista di Heloisa rimase basito.”Ah Claudio sveglia, siamo stanchi dopo quindici ora di aereo.” Claudio rinvenne, caricò le valige in ascensore e, per mancanza di spazio salì con i bagagli al quinto piano, quando anche Alberto ed Heloisa vi giunsero la casa era tutta illuminata a giorno, la ragazza la percorse tutta ridendo: “È una reggia…e tu sei il mio re!” Come inizio niente male, Ottavia aveva preceduto i desiderata di Alberto preparando una cena alla romana ben gradita dai due che, causa la stanchezza finito di cenare si rifugiarono sotto le lenzuola sino alla dieci del giorno successivo. Il primo ad alzarsi fu Alberto che si recò un cucina e messa in funzione la macchina del caffè su un vassoio ed una tazzina piena del liquido fumante si recò nella stanza da letto. Solleticate le nari, Heloisa aprì gli occhi. “Per me è tutto un sogno!” “C’è una canzone italiana che recita ’Son prigioniero di te, prigioniero di un sogno, di un magnifico sogno che non mi lascia più.’” Non fare quella faccia triste, non abbiamo problemi, nessun ostacolo, i mei quarant’anni non mi pesano,  mi sento ringiovanito vicino a te.” “Voglio metterti al corrente del mio passato: ho ventitrè anni,  sono stata fidanzata con un mio coetaneo che ho dovuto lasciare perché  si drogava, mia madre, morto mio padre  si è risposta ed il cotale ha provato a violentarmi…immagina quello che ho provato, sono scappata di casa ma non potevo mancare alla sfilata organizzata da un mio amico, fortunatamente ho incontrato te un angelo salvatore!” “Non mi incensare troppo sono un vecchio zozzone, spero….” “Mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa!” “Io preferisco il buio della notte, stamattina andiamo in via Condotti per rimpinguare il tuo guardaroba. I due apprezzarono il pensiero di Ottavia che aveva pensato bene di preparare un altro pranzo per i …novelli sposi, fu ben ricompensata. L’arrivo della ragazza era stato notato dai maschietti del palazzo che pensarono che forse la cotale, essendo  brasiliana non avrebbe avuto problemi a elargire le sue ‘grazie’ anche ad altri. La cosa fu riferita da Claudio ad Alberto che  non la prese bene, poteva essere motivo di grane anche con le signore e quindi…lampo di genio: “Claudio ti prego di non dirlo a nessuno ma Heloisa è un transgender, acqua in bocca mi raccomando!”Acqua in bocca a Claudio? ‘A couple of balls’, il giorno stesso tutti gli abitanti del palazzo erano al corrente della novità. Quando Alberto incontrava dei coinquilini era soggetto a battute di spirito: “Dottore la vedo camminare storto ha qualche dolore?” o frasi del genere. Alberto se ne fotteva altamente,  solo lui si godeva delle sue ‘grazie’ alla faccia degli invidiosi maligni!

     
  • 01 ottobre 2020 alle ore 9:36
    IL VILLAGGIO DEI TRANS

    Come comincia: Alberto era diventato lo chauffeur dell’ambasciata francese a Roma grazie all’amicizia con Alessandro colà impiegato da anni. Alberto poteva anche fare a meno di lavorare per la consistente eredità ricevuta dalla moglie Annamaria ma non era il tipo di stare in panciolle. Con Anna si erano conosciuti alla quarta ginnasiale, erano diventati prima amici e poi innamorati ma non  di un amore giovanile ma qualcosa di più profondo. All’inizio solo rapporti manuali ed orali sin quando Alberto un giorno all’uscita da scuola: “Che ne dici di farmi assaggiare il fiorellino?” Anna stava per rispondergli per le rime ma ci ripensò: “O prima o poi…” Chiese consiglio a sua madre Fiorella alla quale confidava i suoi problemi. Mammina si mise a ridere, abbracciò la figlia: “Anch’io con tuo padre ho avuto lo stesso problema, se sei innamorata di Alberto…ma prima recati dal nostro ginecologo Mariano per farti consigliare una pillola adatta alla tua età.” Il pomeriggio seguente: “Dottore è un bel po’ che non ci vediamo…” “Mia cara ti ho subito riconosciuto, ti ho visto nascere ed ora immagino quello che mi chiederai. Alla tua età sarebbe un grosso problema rimanere incinta, vai in farmacia con questa ricetta , auguri a te ed al tuo fidanzato.” Dopo circa un mese:“Mamma oggi pomeriggio ho invitato Alberto a casa nostra, c’è un bel film all’Odeon che ne dici di andarci con papà?” Fiorella abbracciò la figlia, anche lei aveva avuto quell’esperienza che sperava fosse positiva per sua figlia. “Alberto alla vista di Anna in camicia da notte comprese subito e ‘ciccio’ si inalberò alla massima potenza. “Non ricordavo fosse tanto grosso, sii delicato!” “Alberto ci mise un bel po’ ad entrare nel fiorellino, fu delicato, da allora ebbero rapporti tipo coniugale e quello zozzone di Alberto chiese ed ottenne anche il popò! Una mattina Alessandro si presentò ad Alberto con un giornale francese, sapeva che il suo amico conosceva questa lingua, Alberto stesso fu in grado di tradurre l’annuncio: ‘Villaggio dei Trans’ vicino ad Annecy Alta Savoia. “Arbè dì la verità ti piacerebbe una novità come questa, in fondo i trans sono mezze donne…” “Si ma anche mezzi uomini ed io non ci tengo…” “Parlane con Anna, le donne sono più curiose dei maschietti.” Era proprio vero, Anna accolse la proposta con un “Perché no!” e quindi fattibile, fu eseguita la prenotazione tramite fax indicato nel giornale. Alberto con i soldi uxoris aveva acquistato una DS 7 Cross Back blu notte, uno sciccheria di auto. Alla partenza di mattina presto raccomandazione di prudenza da parte dei genitori di ambo le parti, Alberto non aveva fretta, aveva messo in funzione il navigatore satellitare, dopo circa sette ore fermò l’auto in un Motel in autostrada vicino Torino. “Che ne dici di una cena leggera ed un  riposino…” “Conosco i tuoi riposini, d’accordo!” Alberto arrivati in camera consumò il riposino ed ambedue si svegliarono presto riprendendo l’autostrada. Passarono le dogane sia quella italiana che quella francese senza problemi e dopo quattro ore trovarono vicino Annecy la scritta ‘Villaggio turistico a due chilometri’, non era specificato il genere ma era probabile che fosse quello cercato dai due. Infatti più avanti una scritta specifica ‘Villaggio Turistico dei Trans.’ Dietro una sbarra si presentò una ragazza bionda, ovviamente parlava francese: “Qui êtes vous’” “Siamo Alberto ed Annamaria da Roma.” La ragazza guardò un elenco e poi: “Entrate, il vostro è l’ultimo bungalow a destra, buon soggiorno.” Se la ragazza parlava italiano era chiaro che molti connazionali frequentavano quel posto. Durante il tragitto Alberto ed Anna notarono molti signori e signore di varie età completamente nudi, probabilmente gli ospiti e poi delle ragazze in minigonna e seno di fuori, forse le trans del villaggio che con quell’abbigliamento nascondevano in parte la loro mascolinità. Il vicino bungalow di Alberto e di Anna era occupato da due signori, un  uomo ed una donna che uscirono completamente nudi. Si presentarono: “Siamo Gabriele e Fiorella da Napoli, vi abbiamo sentito parlare, dall’accento penso che siate romani.” “A cena, potremmo stare allo stesso tavolo.” La sala addetta a mensa era molto ampia, gli ospiti con un asciugamano sotto i glutei, la inservienti more solito con tette al vento e minigonna dalla quale per alcuni o alcune che dir si voglia faceva capolino un pisello. Il vitto era discreto anche se Alberto si aspettava qualcosa di meglio, gli era stato chiesto il compenso anticipato del soggiorno per quindici giorni di quindicimila Euro, cinquecento Euro a testa. Finito di mangiare una passeggiata digestiva vicino alla piscina esterna ben illuminata, qualcuno si faceva il bagno evidentemente lo preferiva al vitto.  Solita iniziativa di Anna: “Che ne dite se ci ritiriamo nei nostri bungalow, magari, sempre se siete d’accordo un wife swapping…” I due napoletani compresero il gergo di Anna, si guardarono in viso e furono d’accordo. Alberto fece una  buona figura col suo ‘pisellone’ anche a riposo. Prima di arrivare all’interno della capanna lo sfoderò  alla grande che fece ridere gli altri tre. “Scusate ma il mio’ciccio’ è capriccioso nel senso che…” Fiorella: “Non ti preoccupare, io amo i capricciosi specialmente nel campo sessuale.” Passaggio nel bagno di Alberto con Fiorella che volle lavare lei il ‘ciccio’ del partner improvvisato: “Oh questo seguita a crescere, mi distruggerà la cosina!” Alberto col solito repertorio: cunnilingus che portò quasi subito Fiorella all’orgasmo, La signora: “Voglio insegnarti un giochetto, entra con l’uccellone  sino a metà vagina, strofinalo in alto e resta in quella posizione.” Alberto da buon allievo eseguì le direttive e dopo un po’ Fiorella si esibì in un orgasmo lungo ed intenso, non finiva mai. Ci volle del tempo prima che la dama si riprendesse poi baciò Alberto in bocca: “Quello era il mio punto G.” “Se vuoi lo rifacciamo.” “No, mi sento svuotata di energie, con te è stato favoloso al contrario…beh lasciamo perdere.” Alberto capì a chi si riferiva la signora, la poca prestanza sessuale del consorte.  Scena quasi simile nell’altro bungalow, quasi perché Gabriele si presentò con un ‘pisello’ ben più piccolo di quello di Alberto e fece d Anna una richiesta particolare: “Ti sarei grato ce mi facessi entrare nel tuo ‘popò’, come vedi sono poco dotato e nel fiorello galleggerei, sono un gioielliere, di nascosto a mia moglie ho con me un bracciale molto bello e costoso…” Anna non sapeva se ridere o accettare l’offerta, prevalse la seconda ipotesi peraltro non prevista ma sicuramente piacevole, i gioielli erano la sua passione. Non ebbe nessun problema all’ingresso di Gabriele nel suo popò, volle rendere più piacevole l’incontro toccandosi il clitoride con conseguente orgasmo. Dopo un po’ la voce di Anna: “Ragazzi unicui suum, tradotto per i non latini, ognuno nella propria cuccia.” Anna entrò nel suo bungalow mostrando visibilmente il regalo ricevuto: “Caro ti piace?” “Gran figlia di… sei sempre la solita furbacchiona ma anche l’amore mio, debbo confessarti che ho imparato qualcosa da Fiorella, domani lo metteremo in atto, per ora largo a Morfeo.” Alberto si alzò per primo, preferì la piscina coperta perché l’acqua era tiepida e ancora non era spuntato il sole. Fu raggiunto da Fiorella pimpante come non mai. “Che ne dici di infilarmelo in acqua, mai provato quella sensazione, vieni te lo faccio diventare duro.” Un fuori programma apprezzato da ‘ciccio’ che bel presto alzò la cresta e con l’aiuto della mano della signora fece un’entrata trionfale nel fiorello voglioso che ‘partorì’ un orgasmo alla grande, prima esperienza in acqua per ambedue. Al rientro nel bungalow Alberto trovò la consorte sotto la doccia, fu invitato a…rifiutò raccontando quello che gli era successo.  “E che cazzo, quella non pensa ad altro, fra poco sarai completamente spompato, cambiamo tavolo ed amicizia. A colazione furono serviti da una bionda che tale non era…”Mi chiamo Solange, quando vorrete sono a vostra disposizione.”  Anna: “Vorremmo cambiare il bungalow?” “Devo chiederlo alla direttrice, si chiama Chanel.” L’interessata si presentò dopo circa mezz’ora vestita in pantaloni e maglietta in compagnia di Solange. “Signori a vostra disposizione, sono una donna normale, parigina pura, mi pare abbiate chiesto di cambiare bungalow, se ne è liberato uno vicino all’ingresso, Solange vi  aiuterà a trasportare i bagagli, buona permanenza.” La nuova sistemazione aveva il difetto di essere un po’ rumorosa per il passaggio delle auto ma l’importante aver lasciato la compagnia dei due napoletani. A tavola erano in un compagnia di due ragazze forse dell’est europeo che parlavano solo la loro lingua; educatamente si presentarono con un ‘tervetuloa’, Alberto e Anna con un ‘piacere’ così le giovani straniere potevano capire che loro erano italiani. Le due avevano un corpo bellissimo ed anche di faccia non erano male, ridevano in continuazione, Alberto le guardava con insistenza, Anna: “Tra poco diventerai cieco, ci stai lasciando gli occhi a ‘tervetuloa’” “L’amore mio è diventato geloso e poi due insieme sarebbero troppo per me, piuttosto, se sei d’accordo vorrei provare ad invitare nel nostro bungalow Solange per provare qualcosa di differente, non è il motivo per cui siamo qui?” “Penso che la ragazza si aspetti una buona mancia, penso a cento Euro.” Finito di cenare solita passeggiatina digestiva e poi rientro nel bungalow meno rumoroso, di notte si svolgeva tutto all’interno del villaggio. Solange li raggiunse dopo mezzanotte profumatissima, il suo ‘uccello’ a riposo si dimostrava già di notevoli proporzioni. Alberto: “Mon amour vediamo di sistemare le cose, io non intendo fare la femminuccia: tu ti metterai piegata appoggiata alla spalliera del letto, Solange in mezzo, io dietro di lei, tutti d’accodo?” Chi tace acconsente, i tre presero posizione. Il trans sfoderò un ‘marruggio di notevoli proporzioni con i testicoli che sembravano due palle da biliardo tanto che Anna: “Cazzo è arrivata a toccarmi il collo dell’utero!” Solange: io ho un orgasmo contemporaneamente col ‘pisello’ e con il culetto.” Le previsioni si avverarono, Anna: “M’è arrivata una mitragliata di sperma veramente piacevole, mai provata e tu?” “Il buchino di Solange si apre e si chiude piacevolmente per me, a casa devi provare a farlo anche tu.” La ragazza era instancabile, i tre seguitarono sinché  Alberto: “Gentili signore io dichiaro forfait, Anna: “Per me ancora un po’, è troppo bello.” “Non ti abituare, io non sono Solange!” Dopo circa un quarto d’ora anche Anna alzò bandiera bianca, forse il fiorellino era stato troppo piacevolmente strapazzato. Solange con noncuranze, andò in bagno ed al ritorno prese i cento Euro trovati sul comodino, si rimise la minigonna e salutò i presenti con l’uccellone ancora in erezione… “Non fare la faccia da meravigliato, tu non sei come lei o lui che dir si voglia, la inviiamo a casa nostra?” “Furbacchiona allora t’è piaciuto da matti, di colpo ti sei scoperta godereccia ogni limite, niente da fare ci contenteremo della solita routine.” Era fine agosto, settembre prossimo poteva portare del clima più fresco, Alberto pensò di fruire dell’aria frizzante romana e così comunicò sia a Solange che a Chanel la loro prossima partenza. Quest’ultima inaspettatamente chiese di poter a febbraio raggiungere Alberto d Anna a Roma quando il villaggio chiudeva per un mese. Proposta accolta con entusiasmo da Alberto, un pò meno da Anna. Chanel era una donna bella, di classe, piena di verve insomma una vera signora affascinante che poteva far innamorare suo marito. L’argomento ritornò nella mente di Anna solo a fine gennaio quando Chanel si fece viva per telefono: “Carissima sono Chanel, domani chiuderà il villaggio, ho prenotato un posto di aereo per Roma, ho il vostro indirizzo di casa, potrei benissimo andare in albergo, se possibile vorrei stare da voi, mi sento più a mio agio.” “Sarai la benvenuta, ti aspetterò a casa nostra con una cena tipica romana spero di tuo gradimento.” Chanel giunse in taxi, doveva aver affascinato pure il tassista che la accompagnò con le valige sino all’ascensore e addirittura le baciò la mano! Grandi abbracci e baci con Anna e poi con Alberto al ritorno dal suo lavoro all’Ambasciata francese. Anna aveva fatto mettere in ordine dalla cameriera Gina la stanza degli ospiti: lenzuola di seta, piumone ricamato, pulizia dello specchio ovale detto ‘psiche’, insomma un accoglimento regale. A tavola Chanel sgranò gli occhi dinanzi a tutte le pietanze preparate da Anna. ”Quando andrò via mi dovrò mettere a dieta, ora chiamo un mio amico all’Ambasciata  francese: “S’il vous plâit j’amerais parler avec monsieur Michel Dubois.” “Mon cher, je suis à Rome hôte di miei amici romani, chiamami prima di venire a prendermi, questo è il loro indirizzo: via Appia Antica 633, a presto.”  Chanel aveva preferito seguitare la conversazione in italiano, forse gli amici non conoscevano il francese. L’indomani mattina Michel con la macchina dell’ambasciata guidata da Alberto giunse a casa di quest’ultimo con sorpresa da parte dell’attaché de France, presto fu tutto chiarito. Abbraccio affettuoso con Chanel e presentazione dei padroni di casa. Chanel: “Mia cara Anna stavolta niente piatti romani, andremo in un ristorante francese che ci indicherà Michel.” Con la DS di Alberto tutti al ritrovo ‘Le Carré’, locale molto raffinato e con i camerieri in divisa. Pranzo particolare ordinato da Michel anche a base di cacciagione e di vino Barolo d’annata. Rientro a casa poi Chanel e Michel si recarono in ambasciata con l’auto di quella amministrazione guidata da Alberto. Chanel si fece viva informando i due amici romani che sarebbe rientrata a Parigi con il fidanzato, sospirone da parte di Anna, tristezza da parte di Alberto, anche la speme ultima dea…

     
  • 24 settembre 2020 alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

     
  • 21 settembre 2020 alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

     
  • 16 settembre 2020 alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

     
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