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in archivio dal 16 gen 2009

Alberto Mazzoni

03 settembre 1935, Roma - Italia
Segni particolari: Fisico da anziano, spirito da ventenne.
Mi descrivo così: Sono nonnobomba che mangia, beve e, talvolta,tromba!

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  • 29 novembre 2017 alle ore 15:08
    UN USIGNOLO ZOZZONE.

    La  luna in ciel ridente rischiara il panorama, sul salice piangente un usignolo chiava, chiava l'innamorata che, piena di languore con voce appassionata gli giura eterno amore.

     
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  • martedì alle ore 15:12
    GLI AMORI DEL GIOVANE ALBERTO

    Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

     
  • martedì alle ore 15:12
    GLI AMORI DEL GIOVANE ALBERTO

    Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

     
  • martedì alle ore 15:11
    GLI AMORI DEL GIOVANE ALBERTO

    Come comincia: L’amorale, chi è l’amorale? Non andiamo a scomodare il vocabolario o il Boccaccio, ognuno di noi può avere un’opinione al riguardo ma con certi limiti come quelli del buon gusto, della non violenza e del non creare problemi agli altri anzi cercando di aiutare quelli che soffrono e gli  indigenti, un utopista ed anche uno zozzone come direbbero i ben pensanti. io sono fra questi ultimi non i ben pensanti ma fra gli zozzoni, la assoluta libertà delle proprie azioni parlo principalmente nel campo del sesso. Inorridisco quando vengo a conoscenza di certe punizioni nei paesi mussulmani a cui vengono sottoposti gli omosessuali che, a dire di alcuni dei loro medici possono essere curati ma di quale malattia? Quella di avere un corpo diverso dalla natura del proprio cervello? Dove voglio arrivare, forse lo avete capito al sesso, lo amo profondamente, mi dà e mi ha sempre dato sensazioni meravigliose. L’avevo conosciuto sin da bambino, parlo di un ragazzino di dodici anni che era a contatto con una realtà esterna diversa da quella di casa mia  dove il puritanesimo era imperante. La seconda guerra mondiale scatenata da pazzi sanguinari mi avevano portato ad essere trasferito, in qualità di sfollato da Jesi, cittadina vicina ad Ancona, dove dimoravo con i miei genitori, a S.Anastasia frazione del Comune di Cingoli in provincia di Macerata. Abitavo nella grande  casa dello zio Fefè (ricco proprietario terriero) che aveva sposato zia Lilli, sorella di mio padre io e vari zii ed i nonni paterni. Vicini a noi in altro grande edificio di proprietà dello zio Camillo: (parente dello zio Fefè) magrissimo, altezza 1,90 un solo dente visibile si erano ‘accampati’ varie famiglie di anconetani fuggiti dai bombardamenti da parte degli allora non ancora alleati. Il loro problema era quello di sopravvivere finanziariamente, i maschietti erano tutti pescatori ed a S.Anastasia di pesce ce n’era ben poco anzi proprio niente e quindi chi portava a casa il ‘mangime’ quotidiano? Bella domanda, le loro femminucce tutte piuttosto giovani e se non  proprio dee della bellezza erano sicuramente apprezzate dai locali villici le cui mogli, anche per le molte gravidanze, non erano propriamente appetibili. I cotali pagavano le loro prestazioni sessuali in contanti (raramente) o con prodotti della terra sempre apprezzati dalle famiglie delle signore. Io ( a proposito mi chiamo Alberto) ero diventato amico di Alda una mia compagna di scuola di due anni più grande che abitava con i genitori nel casermone degli anconetani. La cotale chissà per quale recondita ragione diceva di saper cucinare e mi portava nel sottosuolo del loro casermone dove c’era un frantoio e una cucina in disuso da anni. Io, innamoratissimo della bionda ed alta Alda mi prestavo malvolentieri ad far l’assaggiatore delle sue schifezze finché un giorno glielo dissi apertamente ed Alda, con una grande risata: “Ti farò divertire in altro modo.” E prese a spogliarsi nuda, mutandine comprese mostrando un buchino circondato da tanti peli… Quella visione per me assolutamente nuova mi fece un effetto strano ossia il coso con cui normalmente facevo la pipì divenne ben duro e Alda lo prese prima in mano e poi in bocca… evidentemente era già un’esperta nel campo del sesso. Cielo toccato con un dito, i pomeriggi, sistemata la questione dei compiti (svolgevo anche quelli di Alda), ci davano al sesso non più da bambini, insomma ero diventato maschietto a tutti gli effetti. Il problema sorse quando mi accorsi che Alda era in intima amicizia con ragazzi di età più avanzata della mia, circa 18 o 20 anni che non tolleravano la mia invasione sessuale in quello che consideravano il loro campo e così, mio malgrado, dovevo accontentarmi dei..rimasugli cosa da me non gradita e così presi guardarmi intorno  ebbi la gradita sorpresa di incontrare Fulvia figlia di un contadino di zio Fefè che spesso lavorava nell’orto dello zio. Alta, bionda, occhi verdi, formosa, sempre sorridente non sembrava proprio il prodotto di genitori bassi e neri di capelli e di carnagione scura (troppo sole) ma forse qualche svedese di passaggio…Mi domandai come conoscerla più da vicino e idea idea pensai di immedesimarmi fotografo avendo notato che lo zio Fefè era proprietario di una Kodak con la quale riprendeva i paesaggi ma soprattutto le contadine sue dipendenti in pose come dire discinte e le interessate ‘ci stavano’, si trattava sempre del loro padrone ed allora erano tempi ben duri per i coltivatori della terra non proprietari della stessa. Lo zio Fefè, vecchio mignottaro, aderì alla mia richiesta sorridendo con fare di complicità, d’altronde in giro si diceva che due figlie di contadini gli assomigliassero un po’ troppo…D’altronde lo zio aveva per moglie una insegnante elementare una puritana ingenua che in fatto di sesso non ne mangiava proprio. Più in là vi racconterò una disavventura della zia Lilli per la quale risero a lungo un po’ tutti gli abitanti di S.Anastasia. Ritornando a me, con la Kodak un pomeriggio mi presentai da Fulvia chiedendo di mettersi in posa per delle foto. La cotale in principio rimase senza parole ma poi aderì alla richiesta (ero pur sempre il nipote del padrone). Fulvia per quei tempi era una anticonformista, d’estate aveva l’abitudine di non mettere il reggiseno che la faceva sudare, indossava solo una leggero vestito, fra l’altro corto. Mi tremavano un po’ le mani quando Fulvia sfoderò un seno e più tardi si girò di spalle e mise in mostra un bel popò. Come Dio volle (ma non penso che Dio in quei momenti si interessasse a me, non che per me fosse importante dato che ero ateo come mio padre) finii di scattare venti fotogrammi. Il successivo giorno mi recai a Cingoli e portai il rullino ad un fotografo. “Ragazzo passa fra due ore.” Girai per la città fra turisti vocianti, la maggior parte romani, e dopo due ore mi ripresentai al fotografo. “Giovane non sono foto che posso darti, sono pornografiche!” Lampo di genio da parte mia: “Sono di mio zio Fefè U, non ne so niente.” Il nome di mio zio fece ‘impressione’ al fotografo che, preso il compenso, mi consegnò le foto senza ulteriori commenti. Il pomeriggio successivo condussi Fulvia nello sgabuzzino degli attrezzi e le mostrai le ventiquattro foto, un successo. “Sembro una diva del cinema, grazie tante quanto ti devo?” “Puoi ricompensarmi in natura.” La baby non capì il mio asserto, pretendevo troppo da una illetterata (allora le femminucce contadine non andavano a scuola.) Mi espressi più chiaramente abbracciandola e mettendole in mano ‘ciccio’ ben duro paventando una sua risposta negativa che non solo non venne ma la cotale lo prese in mano  facendo su e giù con ovvio finale. “Le farò vedere al mio fidanzato, abita a Troviggiano e fa il sarto.” “Ora farà anche il cornuto” pensò Alberto e da quel giorno il loro appuntamento fu quasi quotidiano. Lo zio Fefè si accorse della situazione e: ”Giovanotto stai esagerando, sei troppo dimagrito, non più di due volte alla settimana, comprendi?” Compresi e seguii le sue direttive sino alla fine della guerra quando rientrai a Jesi con grandi pianti della ormai innamorata Fulvia. Vi avevo promesso un episodio della ingenua zia Lilli: Come precedentemen- te detto le ragazze non sapevano leggere al contrario dei maschietti che frequentavano la scuola sino alla quinta elementare e quindi quando dal fronte di guerra scrivevano alle loro fidanzate le lettere venivano loro lette dalla maestra Lilli . Durante la festa della trebbiatura Spera, una figlia del contadino vicino casa loro chiese a zia Lilli di leggere la lettera del suo fidanzato presenti tutti gli agricoltori della zona. La zia come precedentemente detto era ingenua da morire lesse: “Ti ho rotto la cocchia ma ti sposo.” Anche se non siete cingolani avrete capito cos’è la cocchia ma non la zia che rimase basita nel vedere il risultato delle sue parole. A Concetta il vino uscì dal naso, Peppe, suo marito si stava soffocando con un boccone, Giovanna scappò via per essersi fatta la pipì addosso, insomma un caos generale che rimase a lungo nella mente dei contadini. Ritornati a casa Lilli al marito: “Imbecille mi potevi avvertire cosa voleva dire quella parola!” Fine della guerra, ritornato a Jesi fui iscritto alla prima media nel collegio dei Francescani così rimanevo fuori di casa sino alla sera (i miei genitori lavoravano, papà in  banca mi madre aveva un negozio di coloniali) ma le cose fin dall’inizio non andarono nel verso giusto nel senso che io contestavo la religione cattolica forte dei libri letti sull’argomento. Il direttore aveva l’abitudine il sabato di ‘metter su  un processo ai vari personaggi della Bibbia. Quando fu la volta di Giuda come pubblico ministero si propose il secchione della classe ed io mi autonominai difensore d’ufficio. Quello del Pubblico Ministero fu un ovvio sproloquio infarcito di paroloni e luoghi comuni quando venne il mio turno dissi solo poche parole: “Chiedo l’assoluzione di Guida in quanto non poteva sfuggire ad un destino già a lui assegnato dalla divinità.” Dopo vari processi a personaggio famosi in cui era sempre l’avvocato difensore, il preside si ruppe le palle e chiese a mio padre di ritirarmi dal collegio: “Suo figlio non  solo è ateo ma mi sobilla tutta la classe, lo scriva ad un istituto pubblico.” E così fu. Il mio profitto scolastico era buono, mi piaceva fare bella figura in classe. Ero compagno di banco di una certa Laura ingenua ragazza di un paese vicino alla quale propinavo gli scherzi più cattivi dopo aver capito che con lei non c’era niente fa fare in fatto di sesso. Laura da buona  credente cristiana ogni mattina, prima di entrare in classe, si recava in chiesa per pregare. Io malignamente riferii la cosa al prof. Gatti, insegnate di materie letterarie, ateo e mangiapreti come si diceva allora con la conseguenza che Laura veniva interrogata con domande astruse alle quali non sapeva rispondere e tornava a posto piangendo. “Signorina invece di andare in chiesa studi di più!” era il verdetto del prof. Gatti. Non le feci più scherzi, mi sentivo un po’ verme anzi presi a passarle dei compiti in classe, in fondo sono un buono! In seguito sono venuto a sapere che Laura si era sposata con un altro cattolico praticante, in tre anni aveva messo al mondo quattro figli (due coppie di gemelli) ed era rimasta vedova.
    Come me la passavo col sesso? Niente male. Nello stesso pianerottolo della mia abitazione abitava una coppia senza figli, lei  alta bruna, seno quanto basta, occhi bellissimi, vita stretta, gambe chilometriche in somma un gran pezzo di…Per caso venni a sapere che mio padre, da sempre dedito al sesso extra, aveva provato a farla capitolare con risultati negativi per suo grande scorno che si considerava un gran tombeur de femme. Mia madre, filosofa per natura, preferiva far finta di nulla per non rovinare il matrimonio. Un pomeriggio madame Letizia, questo il suo nome, bussò alla porta del mio appartamento: “Ti chiedo scusa (mi dava del tu data la differenza di età, aveva quaranta anni) mi occorrono altre due pentole, stasera ho degli invitati, ti dispiacerebbe prestarmele, posso telefonare a tua madre.” “ Non è il caso, venga pure e se le scelga potrà sempre ricompensarmi in natura…” Letizia rimase senza parole, mi guardò a lungo e rientrò nel suo appartamento senza profferir parola. Dopo qualche giorno rincontrandola nel pianerottolo le ricordai il suo debito. “Giovanotto potrei essere tua madre…” “Ma non lo è e…”. “Di solito è difficile che qualcuno mi metta in difficoltà tu ci sei riuscito.” Capii che la signora stava capitolando, doveva avermi inquadrato bene,  ormai ero diventato un bel giovanotto ben messo fisicamente. “Signora so che lei fuma anche se suo marito non è d’accordo, son riuscito a trovare un pacchetto delle introvabili ‘Roy d’Egypte’ (le avevo sottratte a mio padre) e così potremo fumare il kalumet della pace.” Senza profferire parola Letizia mi fece entrare a casa sua, mi portò in camera da letto, si spogliò completamente e: “Vieni sotto la doccia.” Un finale al fulmicotone, la signora dimostrò grande maestria nell’ars amatoria. Dopo circa un’ora “Non giudicarmi male, io amo il sesso, mio marito è quello di ‘vado, l’ammazzo e torno.’ Tradotto soffriva di ejaculatio praecox e la signora non ne era soddisfatta, tutto lì, l’Albertone dovette provvedere alle mancanze del consorte con sua grande gioia sinché un giorno papà Armando: “Caro figlio, ormai sei grande,  come ben sai non sono un moralista ma la tua storia con Letizia deve finire per vari motivi: stai dimagrendo in modo preoccupante ed inoltre il marito Oddo, lo so è stronzo anche nel nome è gelosissimo e non vorrei che uscisse di testa. Son d’accordo con tua madre andrai a studiare a Roma e abiterai presso tua zia Armida e la nonna Maria, Partenza domattina.” Era un vero e proprio ordine,  non mi restò che ubbidire. La zia Armida era sorella di mia madre e vedova dello zio Alberto fratello di mio padre ed aveva un’adorazione per me che gli ricordavo suo marito. Fui iscritto all’Istituto Scientifico Cavour, vicino al Colosseo e ci arrivavo prendendo l’autobus 85. Il biglietto del mezzo di trasporto ammontava a 20 lire ossia l’ammontare di due sigarette Sport (allora per sentirmi grande fumavo) e così mi scarpinavo tre chilometri all’andata e altrettanti al ritorno consumando in modo notevole le scarpe. La zia Armida non riusciva a capacitarsi della cosa e  la confidò alla signora Denise, francese, 40enne  moglie di un proprietario terriero marchigiano che passava la maggior parte del tempo nelle sue terre lontano da casa. La cotale abitava nel nostro stesso pianerottolo, era una accanita fumatrice e pensai di sfruttare la situazione di povero studente senza una lira (la zia e la nonna non mollavano soldi) e così:  zia lontana ad insegnare in un paese vicino e  nonna in chiesa a cercare di guadagnarsi il Paradiso mi recavo a far visita a madame Denise, bionda tinta, un po’ pesante di figura ma ancora abbordabile poi con la fame di sesso che avevo…Madame con un sorriso di complicità assecondava il mio (e suo) vizio foraggiandomi con sigarette ben più costose delle mie Sport. Io girando molto alla larga, cercavo di farle capire che, anche se giovane di età rispetto a lei, avrei gradito…Rien a faire, ce la mettevo tutta, avevo imparato a memoria poesie romantiche di De Musset e di De Vigny ma Denise non mollava proprio, con grandi sorrisi mi prendeva bellamente per il sedere. La svolta fu quando al rientro a casa del marito sentii un litigio fra di loro piuttosto prolungato, il marito il giorno dopo si levò dalle balle e così bussai alla porta di madame e la trovai in lacrime. “Una bella signora come lei merita ben altra sorte.”  La baciai in bocca e la sciagurata rispose, non essendo la monaca di Monza non  ebbe conseguenze se non quella  di prendere l’abitudine di scopazzarmi bellamente e spesso. La storia durò circa un mese sin quando la portiera ‘fece la spia’ e così la zia Armida le fece una scenataccia bollandola come puttana che si era messa con uno molto più giovane di lei. Conclusione porta sbarrata e non solo la porta di Denise per me sconsolatissimo che non sapevo dove portare il mio nobile a divertirsi ma il destino…A casa nostra veniva a far pulizie Maria figlia ventenne  di Mimma (quella che aveva fatto la spia) e del portiere Nando un ex contadino inurbato con l’aiuto di un politico locale perché stanco di lavorare la terra con poco riscontro economico. Dopo i soliti discorsi
    “Sei fidanzata?” “No mio padre dice che sono troppo giovane” cominciai a farle dei complimenti la gratificai di qualche regalino con i soldi che mettevo da parte non andando al cinema la domenica. Un giorno finalmente Maria si mollò a prese a baciarmi con conseguenze ben prevedibili da parte mia ma spaventando la baby quando vide il mio ‘ciccio’ “È enorme, no non voglio, io sono vergine!” La scalata fu lunga, ci vollero bacini sul collo, carezze sul viso, abbracci appassionati e finalmente un cunnilingus che mandò fuori di testa la bella mora. Un giorno, fuori di casa zia e nonna, avvenne il matrimonio. “Ti prego piano piano, ho molto paura di farmi male, prima baciami molto lì.” Maria si era portato appresso un asciugamano (le donne sono più previdenti dei maschietti) e così quel sangue che uscì non finì sul lenzuolo del mio letto. Da quel momento, aperta la via, la situazione migliorò, Maria di era scoperto sessualmente molto calda, per me era piacevole toccare quelle tette e  cosce dure dovute al lavoro campestre (pensai che avrebbe rotto una noce di cocco!). Ormai un giorno dopo l’altro…papà Armando, sentita la zia Armida, decise di far finire il mio ostracismo a Roma ed io mi ‘imbarcai’ sul treno Roma – Ancona, fermata Jesi. L’addio con Maria erra stato straziante, la baby si era follemente innamorata e mi pianse addosso tutte le sue lacrime e, come ricordo, mi permise con grande goduria di ‘ciccio’ di usare il suo buchino posteriore che era stato sempre off limits! Vi sono sembrato un po’ cinico, forse si ma a quell’età l’ormone comanda più dei sentimenti. All’arrivo a casa grande commozione soprattutto da parte di mia madre ingrassata sino all’inverosimile ma quello che più mi colpì furono le notizie dei miei amici: Giovanni (orfano di padre e di madre) si era suicidato con la pistola dello zio cui era affidato, la moglie di Augusto di era impiccata forse perché depressa, Roberto mio coetaneo, da sempre omosessuale, era stata cacciato dalla scuola insieme al professore di francese sorpresi dal bidello mentre lo…gratificava di un pom….o; ma i guai nella famiglia di Roberto non erano finiti: suo fratellastro famoso scopatore (che strano il destino!) era morto per infarto mentre si intratteneva con la moglie  di un impiegato del Comune, sua sorella Stefania era deceduta per tetano, Marco aveva messo incinta una minorenne, Quinto detto ‘cascappezzi’, commesso del
     
    negozio di mia madre, era in ospedale con un tumore al pancreas. A questo punto ripensai con nostalgia al mio soggiorno romano ed alle grazie della mia georgica amica Maria che in  fondo mi era rimasta nel cuore.
     

     
  • 27 luglio alle ore 11:00
    NELLINA LA DISPONIBILE

    Come comincia: Il tutto era iniziato in una notte di agosto quando un  temporale estivo aveva squarciato il cielo con lampi e tuoni, la piccola Nellina di nove anni a Milazzo era stata presa dalla paura e si era rifugiata nel lettone matrimoniale dei genitori dove dormiva solo suo padre Adamo, la genitrice Nives era andata nella villa del Capo dove si era incontrata col suo giovane amante Roberto, la loro era una famiglia allargata come si dice attualmente. “Cara stasera vi siete sbrigati presto, forse la paura dei tuoni?” Allungando le mani Adamo incontrò il corpo minuto di Nellina, rimase basito: “Cosa ci fa qui…” “Papà con questo temporale, voglio abbracciarti, ti prego…” Nellina si accorse dell’effetto che la sua vicinanza aveva fatto sul genitore, il ‘ciucio’ paterno si era ingrandito. “Papà ti ho sempre pensato nudo, ti voglio toccare, lo faccio, che bello, una fontanella!, che buon sapore sembra latte.” Tutto finì in pompino anche se Nellina non conosceva il termine tecnico. L’alba li trovò abbracciati, era sabato, niente scuola per Nellina quarta elementare, nessuna incombenza per Adamo notaio Diotallevi come da targhetta fuori dal portone. Nellina in pieno sonno fu ‘depositata’ dal padre nel suo lettino, così la trovò sua madre al rientro dalle ‘fatiche notturne’. Da quella notte Nellina cominciò a guardare con un certo interesse tutti i maschi ed anche le femmine che al posto del ‘ciuciolo’ avevano un buchino, il suo si era eccitato quando aveva toccato il ‘cosone’ paterno. Adamo aveva messo al corrente la moglie del fatto accaduto con sua figlia, a parte la loro piena confidenza anche per avere un consiglio. “Cara anche se sei molto giovane devi sapere che il sesso è molto importante per le persone, può essere gradevole ma anche portare a grandi problematiche, in altre prole creare dei guai. Tu sei il nostro amore più grande, pensaci bene prima di…”Nellina fece segno che aveva compreso quello che sua madre le aveva detto. “Starò molto attenta  ho compreso il piacere del sesso.” La ragazzina sembrò essere cresciuta di colpo, più consapevole ma: ”Vorrei far l’amore anche con voi.”  Adamo e  Nives compresero che la situazione era in mano a loro figlia la quale ogni tanto si avvicinava a loro due non filialmente,  era diventata proprio brava in fatto di sesso. Un giorno a tavola: “Ho conosciuto a scuola  Mattia il figlio ed Edoardo il padre, il bidello mi ha detto che sono  proprietari di tante case e di una macchina bellissima, sono indecisa se andare col padre o con il figlio, mammina vorrei un tuo consiglio.” Dopo un attimo di silenzio: “Verrò io scuola per invitarli a casa nostra, da donna matura sarò più credibile di te.” A mezzogiorno della domenica una  Maserati Ghibli si fermò sotto il portone di casa Diotallevi, Nellina in attesa dietro i vetri si precipitò in strada e prese a braccetto il giovane Mattia di dieci anni: “Entrate in ascensore, vi stavamo aspettando.” Solite presentazioni: piacere, lieto, come va, mazzo di fiori per la signora, bambola parlante per Nellina che: “È un bel po’ che non gioco più con le bambole ma accetto l’omaggio.” Le persone più anziane presenti erano in una certa soggezione, tutto in mano alla ragazzina che: “Mattia vieni in camera mia, voglio vedere come te la passi nello studio, io conosco il sussidiario sino alla quinta elementare.” Preso per mano, il fanciullo seguì Nellina senza opporre resistenza. Edoardo :“Non vi ho detto che sono titolare anche di una scuola guida.” Giusto giusto, a mia moglie Nives sta scadendo la patente potrebbe approfittare…” Nives ne approfittò facendo scuola guida sino a Capo Milazzo, c’erano poche macchine in giro e così Nives poté esibirsi in un pompino seguito da una cavalcata sopra il ‘ciuciolo’ di Edoardo. Nellina non era da meno, vista la pochezza del ‘pisello’ di Mattia ce la mise tutta sia a mano che con la bocca sino a quando il ragazzo: “Sei proprio brava, ti voglio fare un regalo, ecco cinquanta Euro per te, non dire nulla a nessuno.” Edoardo non fu da meno: “Cari signori Diotallevi, vedo che Nives non ha una vettura personale, nel mio garage c’è una Mini verde che non uso da tempo, meglio che ne approfitti  qualcuno, sarà un mio regalo per Nives.” I cinque   erano diventato molto affiatati sessualmente, in assenza della servitù giravano per casa nudi, viva l’anticonformismo, anche i due giovanissimi partecipavano ai ludi con i genitori in particolare Nellina che aveva imparato a sollazzarsi con i maschietti che la portavano a raggiungere orgasmi prolungati. Un avvenimento cambiò la loro vita, un pomeriggio di un sabato Edoardo: “Signori vi debbo comunicare una notizia che riguarda la mia famiglia, ho una figlia di nome Guendalina che ha voluto vestire i panni di monaca pur col mio parere contrario, non ho mai conosciuto la motivazione, ora è suora col nome di Cristina. Ci ha fatto pervenire un bigliettino col quale ci ha chiesto di chiedere  al padre Priore il permesso di farla uscire dal convento per qualche giorno da trascorrere presso la nostra famiglia. Ho avuto il nulla osta della superiora, domani andrò a prenderla in convento.” Il gelo era sceso fra i presenti, una religiosa? Addio giochetti sessuali, tutti vestiti sino al collo. Edoardo  in parlatorio incontrò suor Cristina, la riconobbe a malapena, era dimagrita e bianca in viso, solo un abbraccio. Giunti a casa incontrarono Gigetto il portiere che da buon romano non risparmiò quella che per lui era una battuta spiritosa: “Sia lodato Gesù Cristo” “Sempre sia lodato” la ovvia risposta della suora. In casa erano riuniti parenti ed amici tutti vestiti correttamente tranne Nellina che, more solito era la ‘voce fuori dal coro’ con minigonna e camicetta slacciata. Abbracci e baci, solo sfiorato il viso, grande imbarazzo, a tutti fece impressione la magrezza della suora ma nessun commento. “Cara per qualche giorno ti prego di non indossare quel come dire cappello svolazzante, immagino che avrai i capelli corti, eccoti un foulard per coprirti il capo. Non potrai restare tanti giorni chiusa in casa, ti presterò dei miei vestiti, per compagnia ti affiderò al nostro amico Adamo, con la sua Fiat 500 potrete girare per Milazzo e dintorni e, volendo, fare degli acquisti.” “Io non conosco questo signore!” “Lo conoscerai per Dio, scusa se ho bestemmiato ma cerca di cambiare almeno quando sarai in nostra compagnia, andrete da Alberto  nostro dottore ed amico per rassicurarci sulle tue condizioni di salute, sembri malata di T.B.C….Stavolta suor Cristina non disse nulla ed il giorno successivo si fece trovare con i panni ed un foulard prestatigli da Nives. Il dr. Alberto era stato avvisato della sua visita: “Si accomodi sig...suor…insomma si accomodi e resti  in slip e reggiseno.” “io da tempo non indosso il reggiseno …” “Ed io la visiterò col le tette al vento, si sbrighi.” “C’è qualcosa che voglio approfondire, venga domattina, le farò fare delle lastre al torace dal mio collega Ennio che ha lo studio qui vicino.” Il giorno successivo: “Per sua fortuna non ha niente di grave è solo deperita, mangi di più!” Adamo ormai divenuto cavalier servente aveva aspettato nella sala d’aspetto, abbracciò suor Cristina.” La notizia della visita favorevole fu riportata a parenti ed amici con la conseguenza che nei giorni successivi suor Cristina si abbuffò delle specialità locali e riprese colorito in viso ed anche un po’ di ‘ciccia’ nel corpo oltre al buonumore perso da tempo. Stando tanto insieme sorse della confidenza fra Guendalina (niente più suor Cristina) e l’accompagnatore  Adamo che trascorrevano molto tempo insieme. Guen una mattina ritenne di sfogarsi e raccontare la motivazione della sua decisione di prendere il velo. “Ero ‘interna’ in un collegio di Orsoline, predicatore e confessore un ‘domenicano’ fanatico che non dava quasi mai l’assoluzione alle confessandi, io mi ero innamorata del figlio di un giardiniere, con lui avevo avuto il mio primo rapporto sessuale, durante la confessione lampi e tuoni: ‘il tuo è un peccato gravissimo, il Padreterno non potrà mai perdonarti, vivrai nel fuoco eterno. Potrai cancellare il tuo grave peccato solo facendoti suora.” Ero molto giovane, spaventata a morte mi convinsi a prendere il velo. Tutto bene nei primi tempi poi in convento la situazione cambiò, la madre superiora oltre che amare i santi e le madonne desiderava avere rapporti intimi con le giovani suore, io mi rifiutai e da quel momento un inferno, mi assegnava le peggiori e pesanti incombenze che mi hanno ridotto una larva umana, col vostro aiuto ritornerò ad essere una ragazza normale.”Adamo prese la palla al balzo: Un messaggio: “Caro Edoardo con Guendalina abbiamo deciso di pranzare nella trattoria ‘da Filippo’, torneremo tardi.” Niente trattoria  ‘da Filippo’ ma l’agriturismo ‘La Ciocciola’ accolti da Maria una signora grassottella e ridanciana che offrì loro un pranzo leggero ed una stanza profumata che portò i due alle gioie sessuali che avrebbero ricordato per tutta la vita. La sera la notizia portò prima allo stupore dei presenti e poi ad un battimani collettivo con lo spogliarello dei presenti, prima Nellina ed infine Guendalina  che mise in mostra un rotondo popò, due tettine a pera ed un pube da Foresta Nera.
     
     

     
  • 27 luglio alle ore 10:51
    CAOS GENERALE

    Come comincia: Alberto dopo aver girato un po’ tutta la Francia per piazzare i prodotti  della sua fabbrica romana la S.I.M.A. – Società Italiana Macchine Agricole aveva deciso di tornare a respirare l’aria natia che gli mancava tanto. Giunto all’aeroporto di Orly ebbe la sgradita sorpresa di apprendere che tutti i voli per l’Italia erano stati cancellati per ‘mancanza di personale’. Mancanza di personale! Ma se in po’ in tutti gli stati c’era disoccupazione a non finire…inutile polemizzare, meglio accedere al più sicuro wagon lit o voiture-lit per dirla alla francese. Fu fortunato: “Monsieur vous avez de la chance, il ne reste qu’un seul compartiment avec deux places, venez avec moi.” ‘Foraggiato’ il conduttore Alberto cercò inutilmente di prender sonno, nella fretta aveva dimenticato di acquistare qualche rivista, si mise a leggere le caratteristica della cabina: la biancheria da letto, i servizi offerti a bordo, quelli offerti al mattino…stava per addormentarsi quando il conduttore aprì la porta dello scompartimento: “Monsieur vous avez de la compagnie…” Alberto rimase senza fiato, una stangona elegante senza un filo di trucco la quale si guardò bene dal salutarlo, si addolcì solo quando chiese: “Monsieur que dites-vous si nous changeons, je voudrais dormir dans le lit en dessous, je souffre du mal des trains.”
    La ragazza  aveva aspettato il suo assenso, si era sistemata nel lettino inferiore, passando sotto la luce ad Alberto parve di averla già conosciuta, impossibile fra tante persone residenti a Parigi ma il dubbio restava. Al si sporse dalla sua cuccetta alla fioca luce della lampada per lettura ebbe di nuovo la sensazione di un viso conosciuto, all’albergo Bouchois, Calogero il concierge  siciliano emigrato in Francia gli aveva ‘mandato’ in camera una figona simile a quella che era in cabina con lui solo che allora la demoiselle era molto truccata ma questo era un particolare trascurabile. La dama si agitava, niente sonno. “Signorina che ne dice se ci facciamo un po’ di compagnia, sento che Morfeo non viene a trovare nemmeno lei.” Nessuna risposta, solo un pianto con singhiozzi. Alberto scese dalla sua cuccetta, si mise in ginocchio davanti e quella della ragazza e: “Adesso ti riconosco, hotel Bouchois, Calogero (Lillo) il concierge ti ha mandato in camera mia, ricordo un particolare, hai due nei al senso sinistro, non ti preoccupare sono un gentiluomo, so tenere la bocca chiusa. La ragazza si era abbracciata ad Alberto, era proprio lei quella ‘conosciuta’ da Alberto in albergo. Le stazioni ferroviarie passavano veloci, i due furono svegliati dai doganieri italiani, non avevano niente da dichiarare o meglio un ‘Ciccio’  decisamente incazzato per essere andato in bianco ma questo particolare non interessava i doganieri…All’arrivo a Roma colazione al bar della stazione Termini, nessun dialogo sino a quando: “Cara che programmi hai, io vorrei andare a casa mia…” “Non ti preoccupare per me mi arrangerò…” Alberto, animo buono comprese che la ragazza era nei guai, chissà se c’era di mezzo il siciliano. “Se vuoi puoi venire a casa mia, sono scapolo, abito in via S.Croce Gerusalemme. Come risposta un abbraccio e: “Sono Georgette, in seguito ti racconterò la mia storia, per ora accetto il tuo invito.” Raggiunta l’abitazione in taxi davanti al portone c’era Sisto il portiere che si precipitò a prendere le valige. “Ben tornato, vedo che ti sei portato appresso un bel ricordo dalla Francia!” Arrivati al quinto piano fu Sisto ad aprire la porta di casa, Alberto non ricordava di avergli lasciato le chiavi. Altra sorpresa l’abitazione era in perfetto ordine…”Non ti meravigliare merito di mia moglie Jole. Pranzo alla romana preparato dalla succitata signora, insomma un accoglimento coi fiocchi. Il giorno successivo Alberto fece rientro in fabbrica acclamato dai suoi dipendenti, era riuscito a piazzare in Francia molti loro prodotti, Georgette rasserenata era ‘rifiorita’ anche grazie al trucco, aveva stretto buoni rapporti con Jole. Il sabato sera successivo mise al corrente Alberto delle sue passate traversie. Nata e cresciuta a Bergues paese del nord francese, a sedici anni ebbe le prime esperienze negative del sesso, sua madre ricca  vedova aveva conosciuto e si era innamorata di un siciliano emigrato in Francia tale Vincenzo nome storpiato in ‘Bicenzu.’ Anche allora ero come dire appariscente, quell’imbecille una notte si intrufolò in camera mia e cercò di violentarmi. Lo respinsi con tutte le mie forze ma non avvertii del fatto mia madre, innamorata di lui  era capace di dirmi che l’avevo provocato. L’andata a Parigi con l’iscrizione alla facoltà di lingue mi pose per un certo periodo lontano dalle grinfie di quel maiale ma non avevo fatto i conti con la sua appartenenza alla Mafia. Insegnante al’Università un siciliano tale Corrado La Mantia, Duccio per gli intimi che mi  invitò ad una riunione di amici in una villa sontuosa, potevo mai pensare… Ingenuamente bevvi una bevanda che poi compresi essere quella denominata dello stupro. Mi svegliai la mattina dopo in una strada sconosciuta. Un tale mai visto mi scuoteva: “Signorina, si sente male, la porto in ospedale?” Ci volle vario tempo per compresi che anche lui era della ‘Ndrangeda, pensai di farmi aiutare da Calogero il concierge dell’albergo Bouchois dove tu mi hai conosciuto, decisione sbagliata, anche lui… per mia fortuna aveva già deciso di fuggire da Parigi per qualsiasi destinazione, sei stato il mio angelo custode!” Il mio spirito romanesco ebbe il sopravvento: “Mè mancano l’ali.” Eravamo diventati una famiglia borghese ma istintivamente pensai che c’era qualcosa che Georgette mi aveva taciuto, ci azzeccai. Alle dieci di una mattina rientrai in casa, nessuno in portineria, aprii uno spiraglio della porta della mia camera da letto da cui provenivano labili ‘miagolii’ femminili. Ci avevo azzeccato, Jole stava ‘cavalcando la mia Georgette la quale dimostrava di gradire la situazione. Sceneggiata da parte mia con il forte rumore della porta d’ingresso sbattuta, tempo concesso alle due dame di ricomporsi e poi dalla cucina: “Cara sono in casa, dove sei?” “Ti raggiungo.” Dinanzi alla  mia faccia: ‘a me non la si fa’ Georgette non tentò di metter su una scusa plausibile. “Caro quando ti ho raccontato la mia storia di prostituta ho ‘dimenticato’ di metterti al corrente che talvolta Calogero mi presentava delle lesbiche che io preferivo ai maschi perché meno violente, m’è rimasto questo ‘vizietto’…Ho compreso  che vorresti approfittare dell’occasione, lo sai che per te…” Jole non era molto alta di statura ma aveva un fisico particolare: vita stretta, viso da adolescente, tette a pera, gambe affusolate, piedi da far impazzire un feticista. Mi venne in mente la mia vecchia passione per la fotografia. Rispolverai la Nikon D 18/140 – F 3,5 – 5,6, - la misi in funzione per ritrarre Jole con e senza maschera di Carnevale in viso. Ero ancora bravo, ripresi molti particolari del corpo della baby , inviai le foto da me sviluppate alla rivista POLANSKI che pubblicava immagini equilibrate fra la fotografia creativa e quella effetto ‘sberla in pieno viso.’ Ebbi successo, con occhi ‘pietosi’ feci capire a Jole che meritavo una ricompensa, lo ottenni alla grande, anche Georgette partecipò alla pugna ‘magno cum gaudio omnium’.

     
  • 27 luglio alle ore 10:32
    UMANITÀ DEGLI UOMINI

    Come comincia: UMANITÀ DEGLI UOMINI
    Dopo l’Umanità delle Bestie non  poteva mancare un racconto intitolato l’Umanità degli Uomini, in senso provocatorio naturalmente. Un episodio che mi ha colpito grandemente è stato trasmesso in visione alla TV nei giorni passati. Si è vista una signora che tentava di agganciare un guinzaglio di un cane ad un palo con l’intento di abbandonarlo, nel frattempo un bambino, probabilmente il figlio della cotale che tentava, anche piangendo di convincere la madre a riprenderlo e riportarlo in casa. Quante volte abbiamo sentito in TV delle persone qualificate affermare che gli animali, in particolare cani e gatti non sono degli oggetti ma degli esseri viventi cui dobbiamo rispetto e non di acquistarli come giocattoli per i figli per poi abbandonarli e farli diventare dei randagi. La parola Umanità da me usata più volte l’ho imparata da mio padre, funzionario di Banca durante la Seconda Guerra Mondiale quando io con due miei fratelli andavamo nelle zone alla periferia di Roma a distribuire beni di prima necessità alle famiglie al limite della sopravvivenza. La domanda più frequente era: “Chi dobbiamo ringraziare  il Signore?” Mio padre da vecchio agnostico non rispondeva se non:”Buon appetito.” Non aveva torto il mio genitore, solo negli ultimi tempi son venuti fuori i guai combinati dalla Chiesa un po’ in tutto il mondo, un Papa, se non sbaglio polacco ha affermato che una donna può perdere la verginità anche col solo pensiero! mentre l’attuale Papa è andato in Canada a scusarsi con i nativi delle angherie effettuate in passato dai preti cattolici nei loro confronti per non citare i numerosi casi di pedofilia che hanno distrutto la vita di bambini e di bambine. Cerco di essere imparziale nel giudicare il clero ma mi sono domandato quale atteggiamento avrei avuto nei confronti di un sacerdote che avesse abusato di un mio figlio o di una mia figlia, meglio scacciare questo pensiero, mi vengono i brividi.  Mio padre Armando malgrado le sue idee in fatto di religione mi aveva iscritto al Collegio Pergolesi condotto dai Fratelli della Misericordia che cercavano in tutti i modi di fare il lavaggio del cervello ai giovani alunni in fatto di religione. Ad un tema sulla Madonna nello svolgimento avevo messo in dubbio sia la sua verginità e soprattutto che potesse rimanere in vita in alto nel cielo dove non  c’è ossigeno. Malgrado l’arrampicata sugli specchio del ‘bacarozzo’ di turno il dubbio era penetrato nel cervello dei miei colleghi che condividevano le mie idee. La mia fantasia corroborata da libri della libreria paterna non aveva limiti: esempi: ‘Alla morte di un vecchio parroco la Perpetua singhiozzando: “Era un brav’uomo ci mancherà moltissimo.” Un inserviente. “Vuole dargli un bacio prima di metterlo dentro?” E la Perpetua sempre più disperata e singhiozzando: ‘Me lo diceva sempre anche lui!!!’ Altra barzelletta: Tre amiche hanno un incidente stradale in auto, morte immediata. Davanti al Padreterno: “Cara che hai fatto in vita?”  “Io l’ho data ai preti.” “In Paradiso per  amor di Dio e tu?” “Io l’ho data ai militari.” Brava in Paradiso per amor di Patria e tu?” “Io sono vergine.” “Vergine? hai preso il Paradiso per un pisciatoio? dritta all’Inferno.” Miei aforismi: ‘Religione? Patetica illusione a cui si aggrappano gli umani spaventati.’ ‘Dio è l’essere al quale rivolgersi quando si è tristi in cui rifugiarsi nei momenti di difficoltà, l’idolo più grande creato dagli uomini.’ ‘Le religioni hanno la pretesa di imporre la loro dottrina all’umanità, sono solo tirannia e imperialismo.’ ‘La religione è come l’omeopatia funziona perché gli ingenui, i paurosi ed i complessati ci credono.’ Aforismi di personaggi famosi: ‘Teologia: una collezione di risposte incomprensibili a domande senza senso.’ Voltaire – Teologia: Un insieme di problemi che provocano traumi. Un dubbio senza aiuto.’ Merton monaco trappista – Non è minor male così empiamente venerare gli dei o non credere affatto ad essi? Plutarco – Dio non esiste. Esiste una ragione universale, c’è un nesso tra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente, sono la stessa cosa. Eraclito – ‘ La donna è l’essere inferiore che non fu creata da Dio a sua immagine. Sant’Agostino’ – ‘ La religione distorce i nostri sentimenti , è più spirituale non farla propria. C’è qualcosa di peccaminoso in qualsiasi fede. Gli esseri umani non vogliono conoscere, vogliono solo credere per abbandonare  la loro  individualità per unirsi al branco. Martin Aramis scrittore.
    ‘Veniamo abituati sin dall’infanzia a credere che dentro di noi esista il male e che sia nostro compito combatterlo, sconfiggerlo, dominarlo. Ci sono troppi moralisti che danno consigli, insegnano a noi tutti cosa sia giusto e cosa sia sbagliato di conseguenza il piacere ci fa paura, non accettiamo di viverlo e ci convinciamo che il desiderio sia un nemico da relegare sullo sfondo quasi che le fonti del nostro piacere, primi fra tutti i genitali, la bocca ed il tatto fossero stati messi in atto da un dio infantile e capriccioso che vuole che le si reprima e le si domini. Il piacere represso ci porta verso un’idea di purezza del tutto perversa e malata, verso la rabbia e la distruttività. I desideri che reprimiamo diventano il male.’ - Anonimo
    ‘Plerique ignorant!’ È presunzione la mia? Purtroppo è una constatazione!

     
  • 21 luglio alle ore 16:30
    UMANITÀ DELLE BESTIE

    Come comincia: UMANITA’ DELLE BESTIE
    Lo confesso, il titolo di questo racconto l’ho pari pari copiato da un romanzo scritto da mio padre Armando nel 1945, dopo il secondo conflitto mondiale in memoria di suo fratello Alberto, mio omonimo, deceduto per il ‘tifo’ (allora gli antibiotici non erano ancora conosciuti.) Il cotal romanzo per esigenze di risparmio era stato stampato dalla tipografia editrice Flori di Jesi, dove tutta la famiglia Mazzoni abitava, su carta color tra il giallo ed il bianco non per esigenze tipografiche ma per parsimonia ultimo ‘regalo’ della autarchia di mussoliniana memoria che aveva portato gli italiani alle pezze nel ‘culo’ed alle toppe sotto le scarpe. Il romanzo originale trattava dei sentimenti che anche gli animali provano. Avevo nove anni quando la nostra cameriera Mariola mi fece notare un gattino piccolo, spelacchiato e spaventato che stentava a reggersi in piedi sul tetto di un vicino edificio forse abbandonato dalla madre. Un forte sentimento di passione mi portò ad andarlo a prendere anche se con un po’ di pericolo dato che i ‘coppi’ erano umidi di pioggia. Da quel momento ‘mio mao’ era divenuto per me inseparabile, mio compagno di letto, di scuola (sotto il giaccone), di giochi (era ingrassato e divenuto molto socievole, un amico carissimo.) Ad Eris, dea dell’invidia non parve vero di mettere in atto una sua cattiveria: Mio Mao una mattina fece una piroetta, si girò su se stesso e cadde dal balcone, morte immediata. Rimasi impietrito, non una lacrima, mio padre cercò di consolarmi: “Ci sono in giro tanti gatti randagi oppure te ne comprerò uno.” Nessuno poteva sostituire Mio Mao, un grande amore. Quell’episodio doloroso condizionò la mia vita. Superata la maturità classica mi iscrissi a veterinaria  a Roma dove nel frattempo di era trasferita la famiglia di mio padre funzionario di banca. Conseguita la laurea ebbi la fortuna di leggere sul ‘Messaggero’: ‘Cedesi laboratorio veterinario’ via Flaminia 201 telefonare al n.------- Non mi parve vero, chiamai subito, il titolare dell’esercizio, lo trovai seduto dinanzi alla porta d’ingresso, espressione del viso sconsolata, il perché lo seppi dopo. “Sono Ignazio Scortichini,. sono diventato troppo vecchio per  questo lavoro, mi sta accadendo che gli animali che curo spesso mi mordono, mai accaduto in passato, è ora che me ne vada in pensione.” Il signor Scortichini mi cedette l’esercizio per un prezzo non elevato così accadde che diventai il padrone e  dell’esercizio veterinario che chiamai ‘Mio Mao’. Prima  cliente una signora circa trentenne, ben truccata, di classe con in braccio un volpino che abbaiava alla grande. “Veda lei che può fare, vicino casa mia ci sono state volpine in calore ed il mio cane vorrebbe…” Entrai subito in funzione: “Pucci muto, mutuo hai capito?” Il cane al principio non percepì il mio ordine nemmeno la mia espressione del viso corrucciata poi pian piano si calmò anche dietro somministrazione di biscotti dolci.” “Come ha fatto, Pucci abbaia anche di notte…” “Gentile signora ai maschietti come lei avrà pensato piacciono due cose, la seconda sono i cibi dolci.” “E la prima?” “Non voglio essere volgare ma guardandola…” “Non pensa di essere impertinente?” “Mi permetta di risponderle in latino ‘audaces fortuna iuvat’.”Fui ricambiato da una risata ‘argentina “Che ne dice di offrirmi un pranzo? Sono Aida Saglinbene.” “Ed a Pucci non ci pensa, vediamo se riesco  a trovare una deliziosa compagna per lui.” Altro colpo di fortuna, entrò in negozio una volpina della Pomerania in piena crisi di astinenza da maschietti. Senza porre tempo in mezzo i due volpini iniziarono a ‘copulare’ sino a quando rimasero ‘attaccati’ e ci volle del tempo prima che ritornassero alla calma sessuale. La padrona della volpina femmina, una signora non più giovane: “Quanto debbo per la prestazione del maschietto?” “Tutto gratis madame, se ha in futuro bisogno di un veterinario son qua.” Il ristorante ‘Suprasutta’ non distava molto dal ‘MioMao’, subito dopo l’ingresso Pucci, soddisfatto in tutte le sue voglie s’infilò sotto un tavolo, lo stesso scelto da me e da Aida. “Mia cara permettimi di darti del tu e di farti una domanda ovvia, chi era della tua famiglia che portava il tuo stesso nome?” “Mia nonna.” “Immagino ricca.” “Indovinato, sei un mago.” Nel frattempo si era avvicinato un cameriere dai modi e vestito in modo particolare, sicuramente un gay. “Che bella coppia cosa ordinate?” “Faccia lei siamo affamati.” Tutto il pranzo di gradimento mio e di Aida che volle fare da anfitrione, una gran signora che si espresse questa volta lei in latino: ‘post prandium stabis post coenam ambulabis.’ Abbraccio di ammirazione da parte mia non tanto di sola ammirazione, ‘ciccio’ si svegliò di colpo e fece vedere la sua presenza nel bozzo sui pantaloni. “Sono perplessa, non mi capita spesso ma stavolta…“Non sono perplesso, mon ami ‘ciccio’…” ”Ho capito, a casa mia o a casa tua? Ho la mia Maserati ‘Grecale’ posteggiata vicino al tuo esercizio.” “Ho la  mia Alfa Romeo ‘Stelvio’ nei pressi, scegli tu.” In quel momento non feci del campanilismo, Aida si mise al volante, Pucci con un salto si sistemò nel sedile posteriore, io vicino ad un paio di cosce quasi tutte scoperte…”Tra poco ti usciranno gli occhi dalle orbite, un po’ di pazienza…” Porta d’ingresso aperta, entrata per primo da parte di Pucci, Aida si diresse nella camera da letto in cui  era acceso il condizionatore che emanava una frescura piacevole, eravamo ad agosto. Lavacri alle parti nobili da parte di entrambi nel vicino bagno e poi …vai sino alla sera quando Aida: “Sono separata da mio marito, è stato l’unico uomo ella mia vita ma tu...” Forse qualche lacrima,  rimpianto ovvero…Aida si era girata si spalle, io malignamente pensai che madame gradisse un approccio posteriore ma male me ne incolse. “Non  ti è ancora bastato, per fortuna che la nostra storia finirà presto!” Non finì presto, Grande amicizia fra me e Pucci a cui presentai qualche femminuccia in calore suscitando il non assenso della padrona, appartamento mio in un condominio di otto piani in via Appia, condominio abitato anche da tante ‘signorine’ non quelle delle famigerate case di tolleranza ma ugualmente disponibili. La gelosia si impadronì di Aida che venne  a conoscenza delle mie intime ‘conoscenze’ con Isabella, con Armida, con Eloisa, con Lucrezia, con Corinna giurando ogni volta che avrebbe lasciato per sempre quell’incorregibile zozzone ma poi…l’amore, quello vero aveva il sopravvento sino a quando ciccio non riuscì più a…Pucci, ormai vecchio venne sepolto di notte in giardino sotto una pianta di rose, anche il vecchio zozzone fu omaggiato degli onori che decisi meritasse.

     
  • 15 luglio alle ore 10:06
    IL COMMENDATORE

    Come comincia: Brando era il titolare di una negozio di abbigliamento di lusso in via Centonze a Messina. Sempre spaparazzato in una poltrona dell’esercizio si alzava solo quando arrivavano clienti di riguardo, la sua merce era molto costosa e unica nel suo genere: vestiti confezionati da sarti famosi come pure le camice, le scarpe  e le cravatte di produzione di specialisti napoletani, maglieria di lana proveniente dall’Australia, i clienti erano solo persone facoltose. Il nome del negozio? ‘Lord Brummel’ Alberto maresciallo della Finanza una mattina insieme al brigadiere brigadiere Folco, in divisa, si fermarono dinanzi all’esercizio e si misero ad osservare le merci in vetrina, il commesso Giovanni avvisò il commendatore Della loro presenza, Brando  ritenne opportuno alzarsi dalla fatidica poltrona, ad aprire la porta dell’esercizio e ad invitare i due all’interno del negozio.  “Posso esservi utile, sono a vostra disposizione.” “Commendatore sono Alberto e questo è Folco, stavamo solo curiosando, ha della merce veramente elegante ma fuori della nostra portata.” “Ho prezzi scontati per le forze dell’ordine, soprattutto per le Fiamme Gialle, entrate anche se non è vostra intenzione acquistare nulla. Giovanni ordina al bar un caffè per i signori o preferiscono qualcos’altro?” “Vanno bene il caffè.” Maresciallo approfitto della sua presenza per farle controllare la mia contabilità, non mi fido del mio consulente tributario è diventato troppo vecchio.” “Commendatore sicuramente lei sa che ci è proibito controllare la contabilità dei contribuenti se non in visita ufficiale il che non è il caso in questione.” “Mi farebbe un grosso piacere, le do l’indirizzo dello studio del mio commercialista, può contare sulla mia assoluta riservatezza, questo è il mio bigliettino da visita, grazie comunque.” Alberto, di recente diviso dalla consorte Stella con cui aveva avuto continui dissapori era in crisi di denaro perché doveva ‘passare’ alla consorte, che era andata ad abitare a Milazzo una consistente somma per il suo mantenimento, conseguenza accettò la richiesta del commendatore e si recò, in borghese nell’ufficio del consulente tributario certo Giulio. Il cotale non fece buona impressione ad Alberto sia per l’aspetto di vecchio trasandato che per  il carteggio depositato in disordine sulle scrivanie. In ufficio c’era anche un giovane a nome Tommaso che si presentò come aiuto del titolare. Alberto si rese subito conto che la contabilità era, per dirla con un eufemismo piuttosto caotica cui il giovane  non poteva porre rimedio per la sua inesperienza. Prima di metter mano per sistemare il carteggio Alberto ritenne opportuno interpellare Brando andando al suo negozio. “Commendatore la prego di uscire, debbo parlarle.” Non intendo avere con lei un colloquio nel suo negozio, per esperienza personale, so di ‘cimici’ che noi installiamo in locali al fine di conoscere le situazioni riservate dei contribuenti, al bar può andar bene.” “Allora caro Brando, mi permetto chiamarla per nome, dire che la sua contabilità è disastrata è un eufemismo, se un nostra pattuglia si recasse ora nello studio tributario di Giulio il suo portafoglio alzerebbe ‘alti lai’, in altre parole occorre risistemare a fondo l’ufficio acquistando anche materiali moderni per effettuare la contabilità.” Al commendatore era aumentata notevolmente la pressione: “Cosa mi consiglia?”  “Potrei sistemare tutto in quindici giorni sempre che lei mi dia il nulla osta per il mio operato anche se ancora non ho deciso, non vorrei avere guai col mio comando.” “Le do carta bianca e naturalmente saprò ben ricompensarla, da domani si metta all’opera, avviserò Giulio.” Alberto, per evitare guai chiese un mese di licenza e si mise subito all’opera dando a Tommaso una lista di macchinari da acquistare cominciando da un computer, non voleva esporsi facendolo in prima persona. Dopo una settimana pervenne tutta l’attrezzatura ma ci vollero altri sette giorni  per riuscire ad inquadrare la situazione tributaria. Soddisfatto del risultato, una mattina Alberto posteggiò la sua Cinquecento dinanzi al negozio del commendatore e lo invitò a sedersi in auto. “Allora che mi dice?” “Tutto a posto, una bella faticata, sto istruendo al meglio il giovane Tommaso, l’apprendista; con la mia costante consulenza la contabilità sarà impeccabile.” Un abbraccio da parte di Brando ad Alberto. “Cummenda non è ce ci pigliano per due…” “Non c’è pericolo anzi voglio informarti dell’ultima novità, l’altro giorno si è presentata in negozio una ragazza, si chiama Desiré, è figlia di un mio affezionato cliente che in futuro non sarà più tanto affezionato: è finito in galera per un giro di fatture false,  falso in bilancio, falsi incidenti stradali e di collusione con la mafia, gli hanno sequestrato tutti i beni. Inoltre ha la moglie  malata che deve assumere medicinali di prezzo elevato. Desirè era giustamente affranta, mi ha chiesto aiuto, l’ho assunta come commessa, mi fa pena.” Nel frattempo la situazione si era evoluta: Brando venuto a conoscenza della situazione familiare di Alberto lo invitò in via permanente a  casa sua a pranzo ed a cena con l’assenso della consorte Isabella che, col marito non aveva buoni rapporti personali; in considerazione che lui era il paperone di famiglia aveva preferito non chiedere la separazione. Della famiglia faceva anche parte Brunella la figlia dei due ragazza scialba, studiosissima al terzo liceo classico, per lei un sette era un voto basso! Lei aveva accolto Alberto con indifferenza, i maschietti per lei non erano un problema anche perché nessuno sinora si era fatto avanti con lei. Isabella era una donna intelligente, si vedeva dagli occhi, aveva personalità, di fisico di media statura, non male di corpo anche per la frequenza di una palestra. Già dalla prima volta aveva guardato Alberto con un certo interesse ma, data la sua riservatezza non lo aveva fatto a vedere. Ultima novità: il commendatore aveva deciso di recarsi in giugno a Firenze per visitare l’esposizione Pitti uomo, moda maschile di risonanza internazionale, volle portare con sé Desirè per…farsi consigliare nella scelta dei vestiti da acquistare. Isabella non fece commenti, era da tempo che i rapporti col marito erano praticamente inesistenti, insomma ognuno viveva la sua vita. Alberto seguitava ad usufruire della cucina di Isabella talvolta con la presenza a tavola della figlia Brunella che la maggior parte delle volte preferiva rimanere a scuola sino al pomeriggio. Hermes stavolta si mise di buzzo buono ed un giorno a tavola fece bere più del normale del buon Chianti ad Isabella che si avvicinò ad Alberto tanto da cominciare a baciarlo in bocca per poi passare sul letto matrimoniale con permanenza sino alle cinque al rientro della figlia da scuola. Alberto e Isabella, digiuni ambedue di sesso da molto tempo avevano sfogliato quasi tutto il Kamasutra. Senza forze per non dimostrare quello che era accaduto fra di loro, si erano seduti sul divano del salotto a vedere la tv.  Brunella era brutta ma non stupida, guardando in faccia i due si mise a ridere fragorosamente e si rifugiò in camera ma non gliene importò gran che, non era in buoni rapporti con suo padre. Poi un avvenimento impensato: Brunella un dopo pranzo si avvicinò ad Alberto mentre la madre era in cucina a rigovernare: “Già da quando ti ho visto per la prima volta ho capito che eri un furbacchione ma non un imbroglione, avresti potuto chiedere ed ottenere da mio padre somme notevoli, ti abbiamo adottato per le cibarie, hai avuto rapporti con mia madre per sopperire alle …chiamiamole mancanze paterne, ormai ti considero di famiglia, vorrei chiederti un favore, accompagnami in un istituto i bellezza, sono stanca di fare la secchione racchia, forse si stanno svegliando gli ormoni, cosa dici a Brunella?” “Io ho ammirato in te l’intelligenza ed ora anche la personalità, chiamerò la mia amica titolare del Centro Estetico di viale S.Martino.” Il giorno successivo Alberto accompagnò Brunella al Centro Estetico e la presentò come cara amica alla titolare Arianna che: “Fatti vivo alle diciotto, ora sparisci.” Alle diciassette e trenta, la precisione era propria di Alberto vergine di oroscopo, il buon maresciallo in borghese entrò nell’istituto e si accomodò nel salottino all’ingresso, ad un certo punto vide entrare una ragazza con tanti pacchetti in mano,  non era Brunella allora andò a cercare Arianna: “Dov’è la mia amica?” Grande risata da parte della titolare del Centro: “Mi fa piacere che non hai riconosciuto la tua amica, è nel salottino e non ti ha chiamato per prenderti in giro.” A vis a vis con la ragazza si trovò con le labbra risucchiate da Brunella, era un suo ringraziamento, era diventata molto bella.” “Adesso ti debbo presentare un fidanzato che ne dici di un mio collega?” “Di Fiamme Gialle me ne basta una ed a quella fiamma donerò la parte mai usata di me, che ne dici?” “Dico che sei una meraviglia,, sediamoci e restiamo fermi per un attimo mi debbo riprendere, troppe novità tutte insieme.” Anche mamma Isabella fece i complimenti alla figlia e ad Alberto:”Ora la smetterai di incurvarti sui libri, trovati subito un bel maschietto…” “Già trovato e presto l’userò…” Isabella capì al volo la situazione, non ne fu contenta ma cuore di mamma abbracciò la figlia e: “Ti auguro tanta felicità quella che non ho mai provato in vita mia.” Non tutti gli avvenimenti furono benigni per il commendatore, ritornato da Firenze, in un momento di crisi profonda riferì ad Alberto che, malgrado pillole varie il suo ‘ciccio’ aveva fatto cilecca più volte con  Desirè anzi le famose pillole lo avevano portato ad un svenimento e la ragazza era stata costretta a chiamare un medico, peggio di così! Brando  era invecchiato di colpo, si vedeva dal suo viso mai sorridente, aveva lasciato il negozio in mano a Desirè ed a Giovanni. Finale col botto: Alberto e Brunella si sposarono e misero subito al mondo un maschietto cui fu imposto il nome del nonno, Brando, unica soddisfazione del vecchio proprietario di Lord Brummel.
     

     
  • 13 luglio alle ore 10:06
    FIORELLINO

    Come comincia: FIORELLINO
    Intro: Che tristezza non voler accettare la vecchiaia!
    Il racconto
    Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!

     
  • 11 luglio alle ore 16:41
    ALBERTO...ALBERTO...

    Come comincia: Alberto Minazzo, quarantenne, Maresciallo Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po' tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con 'Alberto... Alberto!' e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d'ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d'oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:'aitante e distinto' come da note caratteristiche, un metro e 78 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessanta, deliziosamente furbacchiona se l'era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso 'Madonnina dello Stretto', sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all'ingresso dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh... Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue, era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    "Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?"
    "Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata"
    "Nel senso di una fesseria?"
    "No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l'ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qui."
    "Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio."
    "Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?"
    "Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao."
    lLa moglie di Alberto, la deliziosa Anna: anni 23, bruna
    con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p.................... ra, seno piccolo
    ma molto sensibile come pure la ... gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi Minazzo abitavano all'ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Èva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe, modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l'ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell'appartamento di Alberto quando non c'era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    "Marescià però c'iai nà bella vicina!"
    "lo c'iavrò pure una bella vicina ma c'iò pure una moglie dalle lunghe unghie."
    "Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!"
    "Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!" Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare. "Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!"
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    "Buona passeggiata signori!"
    Denise: "Cosa voleva dire il portiere?"
    Alberto: "Quello che ha detto, buona passeggiata."
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere...la baby era pure in minigonna!
    "Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!"
    "Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!"
    "Non fare l'offeso tanto non c'è niente da fare, Denise non ama i piselli!" "Ecco il perché dell'inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!"
    "Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!"
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter...ma adesso che sapeva che Denise era lesbica... forse avrebbe voluto averne due anche di...
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore. Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finché Morfeo li prese entrambi.
    Dell'episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    "Vado a trovare Denise...voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio."
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitarono, fecero in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi Minazzo pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l'era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra. L'acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all'acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all'unisono decisero che era giunta l'ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All'ingresso incocciarono Nando:
    "Novità?"
    "Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia."
    gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell'episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un'ipotesi, una spiacevole ipotesi.Il giorno successivo Alberto sentì l'ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    "Sono Alberto Minazzo, io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto."
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    "Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna."
    "È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla."
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi...
    "Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire."
    "Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!"
    Dopo essersi preso dell'imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione...
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un'ora, non era orario di visite. La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un'infermiera:
    "Non la fate stancare, è molto debole."
    Fu Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    "Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai..."
    Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po' di colorito in viso, si mise
    seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All'arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    "Evviva!"
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c'era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    "Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia." Alberto faceva il giovialone.
    "Fatto piccolo miracolo, grazie." Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l'importante era il risultato.
    "Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso."
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all'interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un 'consiglio di guerra', decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio 'condito' con sorrisi che preludevano ad tm-da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po' istupidito la scena surreale.
    "Imbecille ti vuoi spogliare!"
    Quell'aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle 'gatte' sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il 'ciccio' del giovin signore si era notevolmente 'inalberato' e si trovò a penetrare alternativamente nella due 'chattes' giungendo quasi subito all'orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po' faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po', gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente Alberto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D'altronde qual è il desiderio di ogni maschietto? Diciamolo sinceramente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!

     
  • 11 luglio alle ore 15:40
    CATTOLICI E FASCISTI

    Come comincia: Era una piovosa giornata ottobrina del 1940  XIII° dell’era fascista, il professor Eugenio Gatti stava uscendo di casa dalla sua villetta in viale della Vittoria a Jesi, in quel di Ancona per recarsi nella scuola ginnasio-liceo classico, il suo umore era paro paro con il tempo, ne aveva ben donde. C’era in giro aria di epurazione nel senso che il regime, tramite io suoi scagnozzi, stava togliendo di mezzo quelli che loro consideravano nemici pericolosi. I più infidi venivano purgati con generose dosi di olio di ricino che costringeva gli interessati a non uscire di casa per vari giorni ed in sosta quasi permanente nella propria toilette. Nei casi un po’ più gravi, come l’esser ebrei, licenziamento dai posti di lavoro. Come venivano scoperte le famiglie ebree? A scuola ai bambini venivano fatti abbassare le mutande e la circoncisione del pene era la prova dell’appartenenza a quella religione tanto odiata anche dai nazisti. Un caso particolare quello degli atei. Dopo i vergognosi Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa sede i più integralisti dei cattolici consideravano un offesa la teoria atea e cominciarono e ‘stanare’ quelli che non frequentavano le chiese con all’inizio richiesta di chiarimenti che, se non sufficientemente provati provocavano agli interessati gli stessi provvedimenti ‘propinati’ agli ebrei. Il professor Gatti sin dai tempi dell’Università era uno studioso di lingue estere, conosceva perfettamente oltre al latino ed al greco, sue materie di insegnamento ed anche il tedesco e lo spagnolo oltre che l’aborrito inglese, i fascisti chiamavano l’Inghilterra la ‘Perfida Albione’. Per il professor Gatti quella era  un mattina sfortunata: all’ingresso del plesso scolastico incontrò  Settimio Famiglini da lui bocciato per la sua crassa ignoranza e soprattutto perché aveva poca voglia di impegnarsi nello studio. “Professore che piacere incontrarla, è un  bel po’ che non ci vedevamo, da quando lei mi ha bocciato senza motivo. Voglio essere generoso non denunziandolo al partito per il fatto che lei non frequenta la chiesa, in giro si dice che è angostico, perché stamattina non entra alla ‘Madonna delle Grazie’ è qua vicino.” Gatti pensò: “Piacere un cazzo, ho fatto bene a bocciarti non sai pronunziare la parola agnostico.” E poi: stamani, causa il tempo, mi si è riacutizzata la lombaggine, anzi sto andando dal Preside per chiedergli di essere autorizzato andare dal dottor Massimo Pileri perché mi prescriva una cura.” “Professore per questa volta…ma stia attento io la curo!” “Maledetto, mille volte maledetto mó vuoi vedere che ogni mattina devo andare in chiesa e diventare un bacia pile, per fortuna conosco don Francesco. Il prete, in tempi non sospetti, era stato in Inghilterra ed aveva appreso le norme che regolano la democrazia, mal sopportava il regime fascista ma stava ben attento a non mostrare le sue idee. Don Francesco accolse con calore il professor Gatti, lo stimava molto e: “Fratello posso offriti la colazione, sto andando al bar Ciro qui vicino.” Il professor Gatti ne approfittò anche se di solito saltava la prima colazione, cornetto e cappuccino lo sollevarono di spirito. Finito di mangiare raccontò quello che gli era capitato attimi prima. “Non ti preoccupare, tu sai che da democratico convinto accetto tutte le teorie non violente, ogni mattina vieni in chiesa e poi facciamo colazione insieme.” Don Francesco aveva fatto un’altra opera buona, aveva assunto come chierichetto un non più giovane  Andrea, nome che può essere imposto sia ai maschietti che alle femminucce. In questo caso era azzeccato Andrea era omosessuale condizione inammissibile per i fascisti che si consideravano di razza ariana e quindi pura. Per gli omosessuali la punizione minima era il confino nelle isole Eolie, lì c’erano finiti vari intellettuali. Un esempio Carlo Levi autore del libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ confinato in Lucania. A Jesi altro ateo convinto era il Commissario di P.S. Alfredo Minazzo che giustificava con i suoi impegni istituzionali la non frequenza continuativa della Chiese, nemmeno i più fanatici fascisti osavano contraddirlo, avevano molto rispetto per l’Autorità costituita. Altro seguace dell’ateismo era Armando Minazzo, figlio del commissario che aveva evitato di essere arruolato nell’Esercito e come alcuni suoi coetanei inviato in Russia da dove non erano più tornati. Con i loro scarponi di cartone ed il fucile 91 i soldati italiani erano patetici rispetto agli equipaggiamenti e ai armamenti dei tedeschi e dei russi. Un giorno un fanatico fascista aveva messo in dubbio che il figlio del Commissario avesse una gamba di legno in seguito ad incidente stradale, incontrandolo per il corso aveva battuto col suo bastone nella gamba incriminata e solo allora si era convinto. Armando era un benefattore nato, funzionario di una banca aveva acquistato una moto con sidecar per portare alle famiglie disagiate dei beni di prima necessità che riusciva ad avere senza tessera, come allora d’obbligo per acquistarli,  presso amici abbienti e generosi che si rifornivano al mercato nero. Il sidecar era usato da Armando anche per andare alla stazione e ‘approvvigionarsi’ a spese delle Ferrovie dello Stato, con la complicità di un amico ferroviere del carbone che usava per riscaldare la sua casa in cui abitava con sua moglie, due figli, suo padre, sua madre e tre sorelle nubili, un lusso che pochi potevano permettersi a Jesi. C’è da domandarsi che fosse l’allora capo dello Stato: c’era la monarchia ed un re a nome Vittorio Emanuele III° detto ‘pippetto’ per la sua bassa statura. Per sopperire a questo ‘inconveniente’ l’interessato indossava, con pochi risultati un copricapo molto alto; migliore fu la sua scelta di impalmare un donnone, Elena del Montenegro che gli ‘sfornò’ un maschio e quattro figlie femmine, la successione era assicurata. Il cotale aveva avallato il colpo di Stato di Mussolini, era un pusillanime tanto che, quando i tedeschi divennero dei nemici pensò bene di fuggire dalla reggia di Roma e di recarsi a Brindisi creando, sulla carta, un’Italia formata dalle province di Brindisi, Bari, Lecce e Taranto,  i suoi colleghi del nord Europa, al suo contrario, si erano aggregati ai partigiani, un figura di…. Tale decisione  fu di intralcio per suo figlio Umberto, che gli era succeduto  nel Regno per l’abdicazione del padre allorché ci fu un referendum vinto dai repubblicani anche se con sospetto di brogli. Anche a Jesi con la fine della guerra la situazione politica cambiò: il sindaco Giuseppe Carotti prese  la via dell’esilio rifugiandosi in Argentina dove poteva contare su parenti colà stabilitisi, fu seguito anche dal capo dei Vigili Urbani Gino Scortichini mentre altri, compromessi col precedente regime, prima della fine della guerra cambiarono bandiera e  salvarono il…Un situazione curiosa per le ‘signorine’ che avevano avuto contatti sessuali con gli ex nemici: furono tutte rapate a zero! Tutti gli Jesini si diedero da fare per la ricostruzione della città, Armando ebbe una gratificazione da parte di coloro che aveva aiutato con cibarie durante quel periodo nero della guerra, gli fu intestata una piazza. E il professor Gatti? Sessantanovenne insegnava ancora alla quinta ginnasiale, era diventato un mito per tutti, gli studenti che seguivano in silenzio le sue lezioni. Quando andò in pensione fu organizzata una gran festa con la partecipazione di tutta la sua classe, manifestazione di affetto che portò alle lacrime il professore il quale visse ancora a lungo dando, gratis, ripetizioni agli alunni dei meno abbienti.

     
  • 10 luglio alle ore 17:11
    I PASSIONALI

    Come comincia: Rinaldo e Rossana venticinquenni insegnanti di scuola media, lui di educazione fisica, lei di lettere, da poco tempo maritati, si erano trasferiti dalla natia Cingoli (Mc) nella capitale. “Roma è una città particolare o meglio lo sono i loro abitanti un po’ caciaroni, fanno amicizia sempre e comunque, con la loro simpatia contagiano tutti ‘nun c’è gnente da fa’, parlano pure coi sassi, fanno gruppetto. Sono  creativi anche perché se non sei creativo in questa meravigliosa città i parcheggi col c…li trovi. La creatività dei romani si palesa in moltissime occasioni. Oggi si direbbero  smart per definire questa loro verve. La verità è che con i tempi amplificati di Roma devi per forza esser  bravo a ‘ncastrà le cose perciò via tutti i ‘problem solving’.  In ogni contesto i romani  ci mettono sempre ‘n attimo…” “Da dove l’hai preso tutto stò sproliquio?” “Mi sono documentato dai migliori  autori romaneschi: il Trilussa ed il Belli che riuscivano a prender in giro anche loro stessi, pensa che erano tollerati pure al tempo del Fascismo.” I due novelli sposi avevano avuto la fortuna di essere assegnati alla scuola media ‘Pascoli’, dietro indicazioni di un corregionale di Jesi (An) avevano trovato alloggio in via Sibari, una fortuna,  nella stessa via del plesso scolastico quindi niente autobus o tram. La loro era una villetta a schiera, una coincidenza, solo una coppia vicini di casa Eros e Beatrice professione? Possidenti come si scriveva una volta sui documenti di identità. I Loro possedimenti andavano dalle Isole Eolie, in particolare Panarea e Salina poi sulla costa laziale nell’Agro Pontino. Da chi proveniva tanto ‘ben di Dio?’uello delle isole Eolie da un nonno medico conotto che  Quello delle Isole Eolie da un nonno medico condotto che via via aveva acquistato i terreni e le abitazioni da parte di emigranti in Australia, quelli dell’Agro Pontino dai proprietariri, insomma gran culi. Eros e Beatrice avevano voluto godersi la vita alla grande, avevano delegato l’andamento dei loro beni Eoliani ad un isolano, ad un fattore quelli qell’Agro, altro che Michelaccio… Allora come passavano il tempo i due? Rinaldo e Rosanna lo scoprirono allorché i due una notte d’agosto particolarmente calda a Rinaldo uscendo dalla villetta si appalesò uno spettacolo per lui inusitato: Eros stava ammirando sua moglie che si stava esibendo su una panchina del giardino in un sessantanove con una giovane fanciulla. Rinaldo si considerava un anticonformista ma…ritornò in camera: “Cara indovina un po’… “Caro cò stò caldo…” Tutto rimandato alla mattina: “Certo è un po’ inusitato, ma se piace a loro.” A pranzo fu Eros che prese l’argomento: “Rinaldo forse si è meravigliato dell’approccio di Beatrice con Carlotta la nostra cameriera, non l’avete ancora conosciuta è una brava ragazza figlia del conduttore di un nostro terreno…io e mia moglie d’estate giriamo per casa nudi, voi che ne pensate?” “Mes amies ci adegueremo anzi che ne dite di cominciare subito?” E così fu, alla fine del pasto tutti in giardino, in deshabillé, a passeggio nel parco con wife swapping gran risate per l’imbarazzo iniziale di Rossana e di Rinaldo, imbarazzo ben presto superato quando Beatrice prese in bocca il ‘batacchio’ di Rinaldo mentre Rosanna si era messa piegata in avanti per favorire l’ingresso del ‘ciuciolo’ di Eros nella sua gatta. Un’altra novità la mattina dopo, lo squillo del citofono “Sono Angelica, mi aprite?” La curiosità spinse Rinaldo ad aprire il cancello…Angelica era un figone che più figone non si può: Fu interpellato dalla nuova venuta: “Sei nuovo oppure ho sbagliato villa?” “Prima ipotesi, entra ancora tutti dormono, ti porto io la valigia.” La nuova venuta classica sud americana probabilmente brasiliana. “Sono affamata, mi prepari qualcosa?” “Anch’io sono affamato ma in un altro campo…” “Mi fa piacere aver incontrato un bel esprit, per ora pensiamo alla mia fame…”Angelica si ‘spazzolò’ tre cornetti ed un cappuccino. Nel frattempo si era presentata Beatrice che fu tutta baci ed abbracci con la nuova venuta: “Sei more solito una fata, dopo una doccia e col pancino pieno mi ti farò.” Frase sibillina che Rinaldo non comprese a fondo…” Eros si presentò e senza tante cerimonie baciò in bocca a lungo la brasiliana:  “Faresti arrapare un monaco trappista.” Insomma grande benvenuto alla nuova venuta, non furono da meno Carlotta e Rossana che aveva compreso subito la situazione. Era iniziato il mese di luglio, il clima romano consigliava di passare l’estate in località dove trovare refrigerio, fu scelta l’isola di Salina. “Alloggeremo in una delle tue case?” “Purtroppo sono molto richieste, sono già prenotate dall’anno passato, andremo in albergo.” Treno Roma – Ancona, Milazzo, Aliscafo Vulcano, Lipari Salina. Sul molo indicazione: Albergo Villa Lory raggiunto con due ‘Api’ prese in affitto. “Sono Giuseppe Bonannella, avete avuto un gran …una gran fortuna, sino al ieri eravamo al completo per il Festival, la prima colazione la mattina ve la servirò io, pranzo e cena al ristorante Filippino, è un po’ caro ma si mangia da Dio.” Le due Api condotte rispettivamente da Rinaldo e da Eros erano l’unico mezzo di trasporto ammesso nell’isola. Anche al ristorante una gran botta di…fortuna, solita tiritera: “Sono Bartolo, signori sino a ieri……..penso che gradirete una cena a base di pesce, la nostra specialità.” “E così fu per quindici giorni, novità più interessante fra Eros e Carlotta che si fece apprezzare per le sue fisicità giovanili ma il vero boom accadde fra Rinaldo e Angelica che si presentò: “Caro ho qualcosa di delle altre.” Sfoderando un pene che via via si stata mostruosamente allungando. Ultima difesa da parte di Rinaldo:”Cara mi piaci come donna ma tu…” Rinaldo si accorse che il ‘marruggio’ di Angelica si stava insinuando nel suo popò peraltro piacevolmente, non avrebbe mai pensato che…’iucundum aliquid repetitur’  latino docet e così Rinaldo ‘fu preso da costui piacer si forte…’ Rosanna al risveglio non diede peso alla mancanza del marito in camera, poteva esser andato a far colazione; solo più tardi comprese la situazione per la mancanza  sia di Rinaldo che di Angelica. Quasi svenne, ritornò in camera da letto, si rifugiò nel bagno sino a mezzogiorno quando chiese aiuto a Beatrice: “Vorrei partire subito, per favore informati quando attracca un aliscafo.” Dopo due ore a stomaco vuoto si imbarcò sull’Eolo che dopo scalo a Lipari Marina Corta la ‘depositò a Milazzo. Pullman sino Messina. Il pomeriggio successivo arrivo finalmente a Cingoli, le parve di essere in un altro pianeta, gente genuina forse più rozza ma lontana mille miglia dalla precedente realtà. I rimanenti cinque rimasti all’albergo Villa Lory si ripresero presto dinanzi a quel panorama, passarono un pomeriggio a Malfa, la frazione dove era stato girato il film ‘Il postino’con Troisi, sembrava che la spirito dell’attore scomparso aleggiasse ancora fra le bianche case. Ultima avventura a Rinella, altra frazione di Salina: incontro in acqua con due svedesi femmina e maschio che facevano il bagno  nudi, con grandi risate un approccio sessuale che non ebbe il ‘sapore’ di quelli di una volta, si può essere anticonformisti quanto si vuole ma la storia di Rinaldo e di Angelica aveva lasciato in tutti un segno profondo e spiacevole.
     

     
  • 01 luglio alle ore 18:04
    SE TE CIARRIVO...

    Come comincia: Apparteneva alla forte razza marchigiana Giuseppe Famiglini contadino e figlio di contadini residente in campagna alla periferia di Jesi laboriosa e ordinata cittadina in quel di Ancona. Ventenne, fisico robusto nella sia pur breve vita non era stato fortunato, suo padre Dario era deceduto per un carcinoma allo stomaco. Lavorava la terra in un podere di dieci ettari quasi tutto in salita, niente trattori o macchine falciatrici per mietere il grano e il fieno. Di acqua corrente a casa sua non se ne parlava proprio, c’era un pozzo in fondo al terreno con una noria che portava l’acqua in superficie, il prezioso liquido veniva trasferito in casa con delle brocche. L’asino Abele non dimostrava  certo della contentezza quando, bendato, con qualsiasi tempo, girava per ore ed ore tondo tondo legato ad una sbarra. Una volta Abele, particolarmente incazzato aveva azzannato un braccio di Dario che si era difeso rompendo in testa all’asino una bottiglia di vino che stava tracannando. Non volendo la povera bestia gli aveva creato dei problemi quando, attaccato ad un carretto, andò per la prima volta al mercato cittadino per vendere i prodotti della terra. Il furbastro di turno a Giuseppe: “Ma almeno sai chi era Abele, forse il nome Caino era meglio…” e giù a ridere. Dario non sapeva chi fossero i due, aveva comprato l’asino un sabato al mercato, il nome gli era stato suggerito, forse prendendolo per il…bavero dal precedente padrone. Il cotale vedendo un giovane sorridente pensò che fosse un bonaccione e fece ridere tutta la compagnia ma male gliene incolse, un ‘uno, due’ ed il cotale si trovò a terra dolorante al mento, da allora ottenne il rispetto dei colleghi. L’episodio fu riportato al padrone del fondo che orgogliosamente lo raccontò in giro agli amici: “Avete saputo quello che ha fatto il mio contadino?” La casa di Giuseppe? Un vecchio casolare ubicato vicino a quello  del padrone della terra tale Adelio Massaccesi cinquantenne, ammogliato senza figli che aveva fatto restaurare il vecchio castello avito con tutte le comodità moderne. Angelina mamma di Giuseppe  era un quarantenne belloccia e ancora in forma, sbrigava le faccende in casa del padrone. Solite chiacchiere avevano ‘avvicinato’ il suo nome a quello di Adelio, secondo il popolame anche la sorella di Giuseppe, Gilda aveva molto in comune col padrone del terreno, a riprova di ciò era il fatto che la ragazza non  coltivava la terra ma addirittura era in collegio dalle monache, retta pagata da….boh Ed infine Maria Pia moglie di Adelio, donna serissima, quarantenne, sempre vestita di nero per lutti recenti. Religiosissima, si recava in chiesa spesso anche di mattina presto costringendo così il parroco, don Igino non più giovanissimo a dir messa solo per lei. Atro problema fra i due: La signora Maria Pia chiedeva spesso al parroco di confessarsi, perché tanto spesso, un solo peccato, uno solo ma grave: si era invaghita di Giuseppe ed aveva peccato molto col pensiero. Don Igino l’ultima volta l’aveva quasi rimproverata: “Signora mia, ogni volta che si confessa promette di non  ricadere nello stesso peccato ma poi…” Tradotto in termini villici. ‘Fatti scopare e non  rompere i cosiddetti ad un povero parroco soprattutto la mattina presto!’ Chi disse che  lo spirito è un riferimento dell’anima e perché si dice che è forte? Gesù aveva consigliato agli apostoli di vigilare perché la carne è debole mentre lo spirito è  sempre pronto!  Un pomeriggio di domenica Giuseppe si era messo a riposare sul letto, Adelio  a far visita a Gilda in collegio, Maria Pia sola e eccitata quanto mai raggiunse Giuseppe che ancora assonnato si trovò davanti ad una furia assatanata, sprovvista di biancheria intima…Nemmeno lui ricordò quante volte la dama aveva raggiunto il poco celestiale orgasmo, altro che confessione, per ripulirsi l’anima avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio a Lourdes! Qualcosa di solido era cambiato nella vita di Giuseppe: intanto si era comprato un trattore, aveva assunto un aiutante che lo sollevava dalle fatiche la terra ma non di quelle sessuali, la signora ogni volta libera dalla presenza del marito si dava alla pazza gioia. Altra e non ultima novità: Giuseppe fece rimodernare casa sua, ormai tutti sapevano  tutto. Maria Pia smise di rompere i…al parroco che una volta tanto fu felice dei peccati di una sua pecorella. Altro avvenimento: Maria Pia ingrassò in modo evidente, niente che si riferisse al cibo,  tanto è vero che dopo otto mesi… tutto merito di Giuseppe ormai diventato il padrone del ‘vapore’. Il merito, immeritato, passò al padrone del fondo che fece un figurone con gli amici: “Vedi ancora che Adelio…”E il povero Abele? Passò a miglior vita nel senso che in Paradiso gli asini non lavorano, cosa che in terra ahimè per loro non avviene, per lui brutta fine diventò carne per mortadella! Finale del titolo: ‘te scarpo tutta l’erba ‘ntorno ar pozzo’, per la traduzione… affidatevi ad un marchiciano

     
  • 01 luglio alle ore 17:44
    LA BELLA IRENE

    Come comincia: Quando un nuovo inquilino, in questo caso una nuova inquilina giunge in un complesso di abitazioni è normale che si generino dei commenti diversi fra maschi e femmine già residenti, di solito queste ultime sono le più critiche ma nel  caso di Irene nessuno fece apprezzamenti. L’abitazione, un attico in via Magenta a Roma era stata occupata sino a qualche giorno prima da un’anziana signora che aveva reso l’anima a Dio (per chi ci crede). I nipoti residenti lontano dalla capitale avevano affittato la casa ad una  trentenne alta, bruna, longilinea, nessuna traccia di trucco. Era stata ‘preceduta’ da un…pianoforte a coda che aveva fatto faticare non poco gli addetti al trasporto che avevano dovuto usare una gru esterna, erano stati generosamente ricompensati. Tramite il portiere, Alfonso si  era venuto a sapere solo il nome della signora o signorina Irene, professione ignota. Qualche giorno dopo quando si avvicendarono a casa della giovane dei giovani allievi che presero a ‘strimpellare’ lo strumento venne fuori la professione, insegnante di pianoforte. Irene aveva una particolarità  particolare, indossava solamente dei lunghi vestiti neri allacciati al centro da una chiusura lampo, d’inverno di lana nelle altre stagioni di seta o stoffa,  il tutto simile alla ‘divisa’ dei sacerdoti che al posto della cerniera avevano dei bottoni, amicizie: nessuna. La cosa ‘puzzava’ alle signore della palazzina, i maschietti non  sapevano che pensare o meglio lo sapevano ma incontrando Irene al massimo ne ricavavano un sorriso, il resto ‘out’. Al principio il suono del pianoforte era piacevole per gli altri inquilini, in seguito decisamente meno ma non c’era nulla da poter rimproverare all’insegnante, il pianoforte entrava in funzione solo negli orari permessi dalle leggi di P.S. A poco a poco la curiosità scemò sino a quando la signorina, un pomeriggio si ritirò a casa a bordo di una fiammante Abarth 595 grigio argento, un ‘aggeggio’ da duecento all’ora. Amleto ventenne, il solito impiccione una mattina con la sua Audi A1 cercò di seguire Irene. Pia illusione,  la ragazza si esibiva in sorpassi pazzeschi lungo i trenta chilometri dalla via Magenta all’autodromo di Vallelunga. Amleto tornò indietro ‘scornato’. Raccontò l’avventura agli amici, ci rimediò anche una ‘presa per il sedere’, battuto da una donna che guidava una ‘scatoletta’. Le Moire chissà per qual recondito motivo avevano preso di mira gli abitanti della palazzina, in particolare quelli del quarto piano, le due famiglie alle quali apparteneva anche  Amleto erano amiche. Un giorno stavano percorrendo a bordo della Audi guidata dal giovane la via del mare per raggiungere Ostia  quando un Tir sbucò da una via laterale, l’auto andò ad infilarsi sotto la pancia del bestione, fu scoperchiata e vi rimase incastrata, i cinque occupanti deceduti su colpo. La notizia fu riportata dalla stampa locale con foto scioccanti dei resti della macchina e dei passeggeri. È noto che per le abitazioni al centro di Roma c’è molta richiesta, il primo alloggio venne occupato da due signori insegnanti al vicino liceo classico: Adriano  docente di materie letterarie, Aurelio di matematica, il secondo appartamento da una signora, Paola col figlio sedicenne Diego. Gli altri inquilini, da  generosi romani diedero un mano ai quattro per la sistemazione degli alloggi. L’incontro fra i due professori ed Irene avvenne una domenica ai piedi dell’ascensore, Adriano ed Aurelio si presentarono  con un finto baciamano, furono ricambiati  con un abbraccio. Adriano  sfoggiò la sua competenza letteraria  esibendosi in: “È l’ora che volge…non al desio ma piuttosto ad un più materiale voglia di cibo, sono le dodici e trenta, che ne dite di entrare nella vicina trattoria ‘Da Checco’? “ Invito accettato all’unanimità. Checco apparve col classico grembiule non particolarmente pulito:” ‘A’ Laura avemo novi clienti, appiccia er foco.” Intervenne Aurelio: “Siamo gli inquilini del quarto piano, ci hanno parlato bene della sua trattoria, siamo un po’ affamati…vedi un  pò che puoi fare…” “Er mejo dottò, mi mioje ai fornelli se la fa…, ce penso io al menù.” La porta della cucina si era aperta, era apparso il viso di una donna che definire brutta era un’offesa a tutte le brutte del mondo. Checco si era allontanato per andare a dare ordini in cucina e poi ritornò vicino al tavolo: “Signori ho visto la vostra faccia…c’iavete ragione ma quando so venuto ‘n stò locale ero ‘n pischello, dovevo solo lavare i piatti, la paga era poca, Laura mi veniva appresso ma io stavo alla larga poi un  giorno il padre Lelio per le insistenze de la fija me propose de sposalla, io cadei, caddi dalle nuvole ma quando Lelio mi propose di intestarmi il locale insieme alla fija…che ve devo da dì, capitolai…La prima notte de nozze la passammo in un  albergo a Napoli, la vidi nuda pé la prima vorta, andai completamente in bianco, ce vollero dù giorni per fammelo diventare duro, il più era fatto, oggi sono il signor Checco có ‘n locale conosciuto in tutta Roma, mó ve n’accorgerete che la brutta…” Checco aveva detto giusto, i tre si rimpinzarono alla grande, il vino dei Castelli aveva fatto la sua parte rendendo il trio euforico. Per giunta Checco aveva voluto fare l’anfitrione, finale in casa dei due insegnanti. “Mi domando perché un letto matrimoniale…forse?” “Non forse, si, siamo omo, insegnavamo in una scuola in provincia di Venezia, in un  paese conformista e molto religioso. Alcuni genitori andarono prima dal Vescovo e poi dal Preside dell’Istituto parlando male di noi paventando che potessimo ‘infastidire’ i marmocchi. Il segretario della scuola, nostro amico ci consigliò di cambiare aria, per fortuna avevamo un amico al Ministero che ci fece trasferire a Roma, fine della storia. Cosa ci dici di te?” “Siccome siamo in via di confidenze…sono femmina con qualcosa in più, in altre parole un trans. Durante il periodo scolastico mio padre mi ha sempre iscritto a scuole private parificate, non ho avuto problemi al conservatorio. Che ne dite di vedere il mio gioiello?” L’interessata fece seguire alle parole ai fatti e mise in mostra un ‘ciccio’ in fase di ‘aumento di volume’  che fece  molta impressione ai due. Adriano: “Pensavo che Aurelio avesse un mostro, ma il tuo…quando decideremo di metterlo in uso ci vorrà un bel po’ di vasellina!” Detto, fatto, Adriano assaggiò per primo il batacchio  in bocca poi si fece coraggio e ci fu un ‘matrimonio’  con qualche lao, insomma lamento dell’interessato. Aurelio spaventato rimandò a miglior tempo la stessa esperienza. Ormai il sabato pomeriggio era dedicato dai tre ai ludi orgiastici, Adriano prima baciò in bocca Irene e poi la penetrò delicatamente usque ad finem; la giovin donna a stecchetto da molo tempo ebbe vari orgasmi col suo pene facendo esclamare all’amante: “Qui ci tocca a fare le lavandaie, Marsilia non è scema e si accorgerà…” “Ci scommetti che un centone la renderà daltonica…” Aurelio era diventato oggetto degli strali pungenti degli altri due, lui stesso non capiva la sua ritrosia. Irene pensò lei a sbloccare la situazione, prese da parte Aurelio, lo condusse a casa sua, nuda cominciò a dimenarsi come una ballerina di danza del ventre, prese in bocca l’augello di Aurelio e si fece penetrare a lungo, per ambedue orgasmi a non finire, con l’aiuto del dio Morfeo passarono una notte rilassata, era avvenuto un  fatto nuovo, un miracolo: Aurelio si era scoperto bisessuale! Irene ormai scatenata volle mettere alla prova il batacchio del giovane virgulto, Diego, si dimostrò all’altezza della situazione ed assaggiò a lungo il disponibile popò di Irene poi nel clima erotico creatosi: “Mamma lunedì vieni a prendermi a scuola, il Preside ha una moglie laida e ignorante, te lo presenterò, è un bell’uomo, con lui ti divertirai un ‘sacco’ e soprattutto mi aiuterai a superare gli esami, mammina fa per me questo sacrificio!”
     
     

     
  • 30 giugno alle ore 15:53

    Come comincia:

     
  • 30 giugno alle ore 15:53
    MORBIDA, PROFUMATA, DISPONIBILE

    Come comincia: Morbida, profumata, disponibile a chi si possono riferire questi tre aggettivi? Ad una persona, ad un animale, ad una cosa? Non ci siete arrivati, lo capirete nel corso del racconto. Tancredi con Eleonora, Ivan e Giada erano maritati da circa dieci anni, amici sin dall’infanzia erano giunti ad un punto critico della loro unione, la noia regnava sovrana nei loro rapportI. Dopo le ore di insegnamento  nell’istituto  ‘Cavour’ di Roma restavano in casa a correggere i compiti, a vedere la televisione, a leggere qualche giornale oppure uscivano per andare al bar a sorbire  una bevanda giusto il tempo per  far arrivare l’ora di cena. Prima di coricarsi solita TV e caricamento della sveglia alle sette per intraprendere una nuova monotona giornata a scuola. La scontentezza regnava sovrana, si vedeva dalle loro facce, senza figli per scelta avevano bisogno di una scossa altrimenti il loro matrimonio sarebbe finito come quello di altre coppie: separazione con divorzio, facile a dirsi molto meno a metterlo in atto sia per motivi burocratici che di money. Oltre al possesso dell’abitazione avevano come entrata solo lo stipendio che col loro tenore di vita bastava per arrivare a fine mese, in altre parole il divorzio avrebbe complicato  la loro vita. Una domenica Tancredi: “Cara che ne dici di invitare Ivan e Giada a pranzo, lei è molto brava in cucina e ti darebbe una mano…” “E voi due maschietti a grattarvi i cosiddetti in attesa che le dame si presentino al desco con piatti fumanti, niente da fare, tutti al ristorante ‘Da Fernanda’.  La trattoria era a situata a metà strada tra le due villette degli amici situate in viale Trastevere. I quattro erano vecchi clienti della padrona del locale appunto Fernanda che: ‘Ve possino cecà, sò armeno du mesi che nun ve fate vivi, sete puro più magri, che cazzo mangiate a casa, Arfonzo razioni doppie pé quattro morti de fame!” I quattro avevano ripreso il buonumore, Fernanda decisamente grassa sprizzava allegria da tutti i pori e riuscì a far cambiare lo stato d’animo degli insegnanti che gustarono alla grande le ‘doppie razioni’. Dopo aver ringraziato l’ostessa ripresero la via del ritorno un po’ mogi. Giada l’umorista dei quattro: “Ragazzi sapete che vuol dire ‘wife swapping,’ l’ho letto su un giornaletto scandalistico trovato dal mio parrucchiere, sono delle coppie che si scambino i partners per ravvivare il matrimonio, io una mezza idea ce l’avrei.” Dapprima silenzio poi Eleonora: “E tu te lo terresti stò pampagione di mio marito?” Ivan: “Direi di provare  e poi daremo un giudizio finale, fra poco ci saranno le vacanze estive… allora approvato all’unanimità!” I maschietti more solito si disinteressarono dei particolari pratici, Eleonora e Giada si diedero da fare, se anche i due mariti avessero tentato di aiutarle avrebbero combinato più casini che altro. Scambio delle cose personali da una casa all’altra e poi Giada rivolta a Eleonora: “Non me lo strapazzare  anche se ti debbo  anticipare di non pretendere troppo…” Tancredi punto sull’orgoglio celiando: “Sarò un furia!” “Ma vedi d’annattene  furia cavallo del West.” Dopo lo changing le coppie, scambiate le abitazioni, dopo  un po’ di imbarazzo  Giada: ”Tancredi mò che ci penso non ci siamo mai visti senza vestiti…” “Dì pure nudi, ti vergogni?” “Quando mai, guarda stò pezzo di gnocca” Giada era effettivamente una statua greca, Tancredi: “Mai visto una foresta nera come la tua, ti arriva quasi all’ombelico!” “Vediamo il tuo ‘marruggio…” nessun commento, un po’ di delusione… meglio cambiare discorso: “ Chissà cosa faranno  Ivan ed Eleonora.” Questi  erano alle prese con gli stessi problemi: “Me lo fai toccare, mi sembra più grosso di quello di mio marito…effettivamente…quasi non mi entra in bocca!” “Che ne dici di trasferirci sul terrazzino, dentro casa fa caldo, nessuno ci vedrà.” Sul balcone c’erano i materassini che usavano al mare, si avvicinava la sera, una leggera brezza migliorava il clima diventato piacevole, una lampada azzurra rendeva il posto romantico, Ivan chiese ad Eleonora di allargare le deliziose cosce, l’interessata eccitata non se lo fece ripetere due volte,  il novello marito scoprì un ‘fiorellino’ voglioso, prese in bocca il clitoride,  un orgasmo violento, prolungato che fece tremare di piacere Eleonora che: “Mi hai fatto provare qualcosa di nuovo, ci vuoi riprovare?” Ivan più in forma che mai fece un’entrata trionfale nella passera usque ad finem toccando il collo dell’utero, Eleonora strinse a sé il corpo di Ivan, un violento orgasmo dovuto allo schizzo dell’uccellone di Ivan…ripresasi la signora: “Mi domando sino ad ora …” “Non ti fare troppe domande, approfitta del momento, tu sei professoressa di lettere e conosci la forma latina.” Questo avveniva in casa di Ivan con Eleonora ma sul fronte opposto? Giada già alla vista di Tancredi nudo rimase perplessa, rispetto ai ‘gioielli’ del marito Tancredi faceva la figura del poco dotato tuttavia si fece ‘coraggio’ e, massaggiando a lungo il pisello o meglio il pisellino del partner occasionale riuscì in qualche modo a farlo innalzare e infilarselo nella passera, abituata a ben altro calibro ebbe come sensazione quasi di solletico ma non fece commenti, sapeva che ogni uomo toccato sul sesso diventava molto suscettibile. Giada era una donna orgogliosa, ormai era in gioco e voleva dimostrare di poter migliorare le prestazioni sessuali di Tancredi. Nei giorni a venire ce la mise tutta, intanto insegnò all’amante cosa fosse il clitoride, organo indispensabile all’orgasmo femminile, Tancredi in fatto di sessualità era proprio a terra ma, giorno dopo giorno diventava sempre più ‘istruito’ in fatto di sesso, sembrava che anche il ‘batacchio’ fosse diventato più grosso e performante, Giada mise a disposizione dell’amante le tette sensibili ai baci del partner. Arrivarono al feticismo dei piedi anche al trampling consistente nel farsi calpestare e, traguardo finale il popò di Giada che apprezzò il meno ‘calibrato’ augello di Tancredi che tuttavia la portò ad un orgasmo senza dolore come succedeva con Ivan, insomma un amante perfetto molto diverso da quando lo aveva preso in consegna. Eleonora sempre più coinvolta dal sesso sfrenato  pensava a Giada che credeva doveva aver provato la pochezza di Tancredi, dentro di sé immaginava lo sfottò del primo incontro a quattro non pensando che fra Giada a Tancredi era sorto qualcosa di più importante, l’amore, quello con la a maiuscola. La riunione avvenne a casa di Giada che meravigliò tutti presentandosi con camicetta trasparente e soprattutto con minigonna che, allorquando l’interessata si abbassava lasciava largamente vedere la succitata foresta nera, la padrona di casa aveva ‘dimenticato’ di indossare gli slip. Quello più coinvolto fu il marito ufficiale, Ivan non si immaginava nemmeno lontanamente che sua moglie…le andò vicino e cercò di baciarla in bocca ma: “Caro non vorrai far ingelosire Tancredi, fra l’altro è più grosso di te! Come è andata fra di voi?” “Alla grande, Eleonora farebbe arrapare un impotente, figurati  me, apprezza molto il mio cazzo che avrai capito è ben più grosso e soprattutto più performante di quello di Tancredi.” “Risposta dell’interessato: ”Sei male informato, Giada ha fatto miracoli, non è solo questione di proporzioni anzi, col popò ha goduto alla grandissima, il tuo coso grosso fa solo male il mio…” L’atmosfera si stava facendo pesante, Ivan prese per mano Elena e cercò di portarla con sé ma:”Non hai capito che fra noi è finita, l’hai dimostrato anche ora, con la violenza non otterrai mai nulla, Tancredi ha dimostrato di essere prima di tutto un gentiluomo  molto affettuoso, indovina come ha classificato la mia passerina: ‘morbida, profumata, disponibile’, tu in passato l’hai solo usata senza pensare ai sentimenti facendo il maschio che non deve chiedere, a me non chiederai più nulla, si ti vuole resta con Giada ma penso che pure lei…by by grand’uomo.” Ivan all’inizio frastornato  ma in seguito ebbe fortuna, aiutato dal suo dio protettore conobbe a scuola una giovane insegnante  belloccia, alle prime armi, senza esperienza che fu abbacinata dal suo fascino, la baby abitava on la madre vedova che accolse in famiglia il navigato professore, forse  anche lei ci aveva fatto un pensierino…

     
  • 30 giugno alle ore 10:12
    COS'É MAI L'AMORE?

    Come comincia: Alberto era stato invitato ad un festa  da un collega delle Poste cinquantenne che festeggiava il divorzio, istituzione che oggi si solennizza forse più dei matrimoni per motivi vari, nel caso di Alibrando per un motivo molto semplice, i quattrini. La sua ex si era innamorata di un giovane dotato sia fisicamente ma soprattutto sessualmente e  aveva lasciato il marito con un grosso sacrificio finanziario da parte sua, innanzi tutto la villa dove attualmente si svolgeva la festa, era sulla via Appia a Roma, il salone faceva parte di un complesso di stanze arredate da mobili antichi di pregio intervallate da servizi di ultimo grido. Alibrando anche lui cinquantenne durante il ricevimento passava da una signora o signorina all’altra, sembrava impazzito, finalmente poteva disporre di un bel patrimonio e soprattutto della libertà di poterlo gestire. Per il ricevimento  era stata ingaggiata una piccola orchestra che, a richiesta degli interessati suonava sia musiche degli anni passati  che rock ultramoderni. Alberto era seduto in fondo alla sala, col ballo era ‘litigato’, in quel campo aveva delle assomiglianze con un orso. Avrebbe voluto abbracciare qualche pulsella ma l’unico motivo era il ballo e allora…Fu lui ad essere ‘agganciato’ da una dama:”Un signore così distinto che fa da tappezzeria, ha qualche problema fisico?” “Spiacente madame, il mio solo problema è che di solito le dame che sono con me per un ballo si lamentano per i piedi dolenti da me pestati.” “Vediamo cosa sa fare, andiamo in mezzo alla pista dove ci si nota di meno, se non riesce a muoversi staremo solo abbracciati sempre che io sia di suo gradimento!” “Se fossi volgare le direi…” “Lei non sarà volgare con Isabella che sono io, restiamo abbracciati mentre le pongo delle domande: cosa la colpisce di più in un donna?” “Troppo facile: gli occhi, un vecchio detto  afferma che sono lo specchio del’anima, sono perfettamente d’accordo, difficilmente mentiscono.” “Altra domanda come preferisce che sia una donna di suo gusto?” “Alta, longilinea, capelli castani, naso assolutamente piccolo ed all’insù e…basta così.” “Non sia reticente, io sono una ribelle alle convenzioni, altre caratteristiche della dama di suo gradimento?” “Che non sia gelosa, non so chi glielo disse ma io concordo con chi affermò di amare  tutte le donne.” “A questo punto mi domando dove sta il suo gineceo di cui sicuramente non farei parte!” “Non si sottovaluti, nel mio gineceo includerei volentieri anche lei, deve ’essere piacevole avere sotto di me  la sua, come chiamarla ‘ciccioneria’ morbida e profumata!” Isabella non riuscì a rispondere perché si accorse che erano rimasti soli, abbracciati in mezzo alla sala gratificati da un fragoroso applauso. Alberto si inchinò non altrettanto Isabella forse non aveva apprezzato l’ultimo apprezzamento del suo…ballerino, lo dimostrò andando via dalla sala in gran fretta, Alberto a se stesso: “Da un addio al tuo fascino, non funziona più.” Aveva ripreso sia il lavoro che la sua vita da viveur, fanciulle giovani ed anche qualche milf che lo ringraziava delle prestazioni lasciando sul letto qualche Euro anche di pezzatura grande. Alberto ne approfittò per acquistare, a rate, una DS 3 Crossback, voleva fare la sua figura. La villa di Alibrando era divisa da quella del suo vicino da un muro con un cancello aprendo il quale apparve una signora con cagnolino Volpino abbaiante, sembrava proprio arrabbiato. I due si avvicinarono ad Alberto e la dama: “Stia attento che Anita la può mordere ed anche stracciarle i pantaloni.” “Non assomiglia molto alla moglie di Garibaldi… non vorrei essere preda delle sue fauci, mi allontanerò.” Anita lo seguì ma invece di azzannarlo gli girò intorno leccandogli i pantaloni. Alberto la prese in braccio con gran stupore della padrona, era quell’Isabella che Alberto non aveva riconosciuto perché vestita un maniera molto casual: minigonna a fiori e camicetta senza reggiseno. “Ma guarda stà puttanella non ho capito cosa le abbia preso, di solito…” “Di solito non incontra uomini fascinosi, penso che la porterò a casa mia, vediamo: Anita vieni con  me?” La cana forse comprese le parole di Alberto e cominciò a seguirlo non appena il signore si avviò per raggiungere la sua auto, addirittura si accomodò dentro dopo che Alberto aveva aperto la portiera posteriore. Grandi risate dei presenti, Alibrando: “Isabella siediti nel sedile anteriore così sarete in due ad apprezzare…” Isabella non fu dello stesso parere, andò in macchina, recuperò Anita e con passo militaresco si diresse verso la sua villa, fine della sceneggiata ma ci fu un seguito. Un giorno Alberto era di servizio allo sportello dell’ufficio postale in cui recentemente era stato trasferito, di colpo si trovò dinanzi Isabella con in braccio Anita che sicuramente lo aveva riconosciuto, scodinzolava alla grande. “Cara non dare confidenza a chi ha una macchina che sembra un siluro!” Anita  scappò dalle braccia di Isabella e prese a graffiare la porta che portava all’interno dell’ufficio. La canèa arrivò all’orecchio del direttore  che, con un punto interrogativo stampato in viso si presentò allo sportello. “Signor direttore niente di importante, una mia ammiratrice vuole salutarmi, parlo della cana naturalmente e non della padrona!” Isabella ancora una volta era uscita sconfitta, si allontanò dall’ufficio col solito passo marziale ma dentro di sé…Passó del tempo, un pomeriggio Alberto  era mezzo addormentato dinanzi al televisore quando giunse una telefonata. Un pronto strascicato contrapposto da un a voce squillante: “Mi accorgo ch stai peggiorando, anche la voce non è più quella di una volta!” Era Isabella con cui non aveva rapporti da tempo. “Insomma vuoi aprire gli occhietti belli? C’è una novità non piacevole da parte di Alibrando.” “Ho capito ha messo incinta una pulzella ed ora ha bisogno di aiuto.” “Indovinato, stasera a casa mia, una cena per ridargli un po’ di ossigeno, la cotale si chiama Elisa.” “Nome da cameriera, va bene alle venti?” “D’accodo a più tardi.”  Alberto si presentò a casa di Isabella col  CD  ‘per Elisa’ di Beethoven ed una confezione grossissima di cioccolatini, al suo arrivo un abbraccio casto da parte della padrona di casa. “Guarda che l’amore tuo non li gradisce, preferisce i biscotti.” Alberto a parte che non sapeva chi fosse delle due il suo amore non raccolse la provocazione, era rilassato e voleva rimanere in questo stato d’animo. Dopo circa una  mezz’ora si presentò Alibrando con vicino una ragazza bruna, non molto alta, niente affatto sorridente, forse non aveva gradito l’invito. Alberto provò col solito finto baciamano che non fu molto apprezzato, bell’inizio! Anita riposava nella sua calda cuccia, Isabella mise sull’apparecchio il CD di Elisa, la ragazza parve svegliarsi e: “Mi hanno detto di questa canzone, è di Chopin, molto bella.” A parte il cambio di autore Alberto fu contento di aver in qualche modo smosso la giovane che forse presa dall’entusiasmo procedette col una frase latina che nel contesto non c‘entrava gran che, forse voleva fare sfoggio…”Velle et nolle eadem ista est amicizia”, io e Alibrando talvolta litighiamo, lui non è al passo con le idee della gioventù, è puritano. Io amo le minigonne come pure Isabella, al mare la parte superiore del costume mi da fastidio e non la metto,  lui si ingelosisce dei maschi che mi guardano, non abbiamo le stesse idee in fatto di libertà!” Alberto pensò di venire in aiuto dell’amico: “Forse non ti rendi conto delle grosse tette che hai e quando cammini balzellano molto, Isabella se lo potrebbe permettere data la misura mini delle tette!” Alberto aveva tappato una falla ma ne aveva aperta un’altra…”Sei un volgare, ora sono di moda…ma tu abituato alle baldracche non puoi capire!” Alberto chiese aiuto ad…Anita. “A n i t a, A n i t a! La cana, svegliata forse da un sogno piacevole mal volentieri aprì’ gli occhi e si diresse verso i tre ma giunta nei pressi si accovacciò muso a terra e riprese a dormire. “Nemmeno lei ti dà più retta, sei al capolinea!” Solo Elisa apprezzò la battuta e prese a ridire, Alberto istintivo per natura prese alla vita Isabella e la baciò in bocca. L’interessata all’inizio non seppe che atteggiamento assumere, forse le era piaciuto m non volle dargli sazio: “Potrei denunziarti per violenza sessuale, come ti sei permesso?”Alberto stavolta prese in braccio Isabella e, dopo averla di nuovo baciata in bocca: “Ed io ti denunzio per adescamento, non ti rendi conto che faresti eccitare anche un eremita in penitenza nel deserto?” Elisa e Alibrando mi smascellavano nel ridire, Anita era perplessa, guardava con aria interrogativa i due…la padrona di casa per togliere tutti dall’imbarazzo: “Ho cucinato  quattro  aragoste che, come sapete sono afrodisiache oltre a  un brodetto di pesce misto con ricetta suggeritami da uno chef amico mio il tutto ‘innaffiato’ dal Verdicchio dei Castelli di Jesi il miglior vino bianco d’Italia, esclusa la bevanda tutto è anche di gradimento dell’amore mio…non guardarmi con quella faccia non sei tu, figurati per due baci… I cinque, Anita compresa fecero  onore alla grande immergendo nel brodetto delle fette di pane abbrustolito, una delizia gastronomica. “Che ne dici di un matrimonio, non penso che nessuno sino ad oggi ti abbia fatto questa proposta.” Affermazione provocatoria di Alberto nei riguardi di Isabella che, imbarazzata: “Ho rifiutato io, mi piacciono i fiorellini!” Alibrando, “Ragazzi così non si va avanti, che ne dite di fare un salto al mare, conosco una caletta poco conosciuta  potremmo usare il ‘siluro’ di Alberto, parlo della macchina…Proviamo a lasciare a terra Anita…” “No, quella è capace di grattarmi tutta la carrozzeria, Anita dietro con voi due così sarete tre femminucce. Alberto voleva arrivare a San Felice Circeo ma era troppo lontano, posteggiarono nella pineta di Ostia. Sorpresa: fermata la macchina in un boschetto scesero Alberto ed Alibrando in slip, le due signore, motivo: si stavano spogliando di tutti i vestiti rimanendo nude, rischiarata le loro figure dal chiaro di luna sembravano due state greche che fecero andare su di giri i due maschietti. Isabella ed Anita si misero a correre inseguite da Alberto e da Alibrando e da una Anita forse perplessa, molto probabilmente non le aveva mai viste nude ma più perplessi i due uomini preoccupati di incontrare qualcuno. Le dame furono ‘placcate’ e solo così finì la loro scorribanda ma ormai l’atmosfera si era surriscaldata, tutti e quattro ritorno  in macchina, quel furbacchione di Alberto con Isabella nel sedile posteriore prese in bocca per la prima volta le tette deliziose di Isabella fino a portarla all’orgasmo per poi scendere più in basso ed intrufolarsi nel voglioso  fiorellino. Alibrando ed Elisa non ebbero bisogno di esibirsi, ormai erano dei veterani del sesso. Alberto ed Isabella ancora abbracciati si trovarono in mezzo a loro Anita, forse voleva partecipare anche lei…ma i due stavano assaporando il post ludio tanto desiderato e finalmente raggiunto alla grande. “Alibrando guida…”Ne te preocupes yo me enecargaré de eso” Ali aveva sfoggiato lo spagnolo imparato a Barcellona anni addietro. Isabella cercava di nascondere qualche lacrimuccia: “Ti ho odiato, cosa aspettavi, dì la verità lo facevi apposta, lo sapevi che ero innamorata pazza di te, ora che ci penso, maledetto, non ci sei stato attento ci mancherebbe pure che…” Alibrando: “Cara Elisa penso che quei due ci imiteranno ‘sfornando’anche loro un bel pupo!”

     
  • 27 giugno alle ore 15:05
    SE TE CIARRIVO CO STA MAZZA A BECCO

    Come comincia: Apparteneva alla forte razza marchigiana Giuseppe Famiglini contadino e figlio di contadini residente in campagna alla periferia di Jesi laboriosa e ordinata cittadina in quel di Ancona. Ventenne, fisico robusto nella sia pur breve vita non era stato fortunato, suo padre Dario era deceduto per un carcinoma ai polmoni. Lavorava la terra in un podere di dieci ettari quasi tutto in salita, niente trattori o macchine falciatrici per mietere il grano e il fieno. Di acqua corrente a casa sua non se ne parlava proprio, c’era un pozzo in fondo al terreno con una noria che portava l’acqua in superficie, il prezioso liquido veniva trasferito in casa con delle brocche. L’asino Abele non dimostrava  certo della contentezza quando, bendato, con qualsiasi tempo, girava per ore ed ore tondo tondo legato ad una sbarra. Una volta Abele, particolarmente incazzato aveva azzannato un braccio di Dario che si era difeso rompendo in testa all’asino una bottiglia di vino che stava tracannando. Non volendo la povera bestia gli aveva creato dei problemi quando, attaccato ad un carretto, andò per la prima volta al mercato cittadino per vendere i prodotti della terra. Il furbastro di turno a Giuseppe: “Ma almeno sai chi era Abele, forse il nome Caino era meglio…” e giù a ridere. Dario non sapeva chi fossero i due, aveva comprato l’asino un sabato al mercato, il nome gli era stato suggerito, forse prendendolo per il…bavero dal precedente padrone. Il cotale vedendo un giovane sorridente pensò che fosse un bonaccione e fece ridere tutta la compagnia ma male gliene incolse, un ‘uno, due’ ed il cotale si trovò a terra dolorante al mento, da allora ottenne il rispetto dei colleghi. L’episodio fu riportato al padrone del fondo che orgogliosamente lo raccontò in giro agli amici: “Avete saputo quello che ha fatto il mio contadino?” La casa di Giuseppe? Un vecchio casolare ubicato vicino a quello  del padrone della terra tale Adelio Massaccesi cinquantenne, ammogliato senza figli che aveva fatto restaurare il vecchio castello avito con tutte le comodità moderne. Angelina mamma di Giuseppe  era un quarantenne belloccia e ancora in forma, sbrigava le faccende in casa del padrone. Solite chiacchiere avevano ‘avvicinato’ il suo nome a quello di Adelio, secondo il popolame anche la sorella di Giuseppe, Gilda aveva molto in comune col padrone del terreno, a riprova di ciò era il fatto che la ragazza non  coltivava la terra ma addirittura era in collegio dalle monache, retta pagata da….boh Ed infine Maria Pia moglie di Adelio, donna serissima, quarantenne, sempre vestita di nero per lutti recenti. Religiosissima, si recava in chiesa spesso anche di mattina presto costringendo così il parroco, don Igino non più giovanissimo a dir messa solo per lei. Atro problema fra i due: La signora Maria Pia chiedeva spesso al parroco di confessarsi, perché tanto spesso, un solo peccato, uno solo ma grave: si era invaghita di Giuseppe ed aveva peccato molto col pensiero. Don Igino l’ultima volta l’aveva quasi rimproverata: “Signora mia, ogni volta che si confessa promette di non  ricadere nello stesso peccato ma poi…” Tradotto in termini villici. ‘Fatti scopare e non  rompere i cosiddetti ad un povero parroco soprattutto la mattina presto!’ Chi disse che  lo spirito è un riferimento dell’anima e perché si dice che è forte? Gesù aveva consigliato agli apostoli di vigilare perché la carne è debole mentre lo spirito è  sempre pronto!  Un pomeriggio di domenica Giuseppe si era messo a riposare sul letto, Adelio  a far visita a Gilda in collegio, Maria Pia sola e eccitata quanto mai raggiunse Giuseppe che ancora assonnato si trovò davanti ad una furia assatanata, sprovvista di biancheria intima…Nemmeno lui ricordò quante volte la dama aveva raggiunto il poco celestiale orgasmo, altro che confessione, per ripulirsi l’anima avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio a Lourdes! Qualcosa di solido era cambiato nella vita di Giuseppe: intanto si era comprato un trattore, aveva assunto un aiutante che lo sollevava dalle fatiche la terra ma non di quelle sessuali, la signora ogni volta libera dalla presenza del marito si dava alla pazza gioia. Altra e non ultima novità: Giuseppe fece rimodernare casa sua, ormai tutti sapevano  tutto. Maria Pia smise di rompere i…al parroco che una volta tanto fu felice dei peccati di una sua pecorella. Altro avvenimento: Maria Pia ingrassò in modo evidente, niente che si riferisse al cibo,  tanto è vero che dopo otto mesi… tutto merito di Giuseppe ormai diventato il padrone del ‘vapore’. Il merito, immeritato, passò al padrone del fondo che fece un figurone con gli amici: “Vedi ancora che Adelio…”E il povero Abele? Passò a miglior vita nel senso che in Paradiso gli asini non lavorano, cosa che in terra ahimè per loro non avviene, per lui brutta fine diventò carne per mortadella! Finale del titolo: ‘te scarpo tutta l’erba ‘ntorno ar pozzo’, per la traduzione… affidatevi ad un marchiciano.

     
  • 27 giugno alle ore 13:32
    TUTTI A BORDO

    Come comincia: Questo racconto malgrado il titolo non ha nulla di marinaresco a parte il personaggio di Romualdo comandante di una nave che effettuava il traghettamento di persone e di mezzi da Messina a Villa San Giovanni e ritorno. Nata e residente a Cingoli in quel di Macerata (balcone delle Marche) Rosalba per premio della promozione alla seconda media ottenne di passare parte delle vacanze a Messina a casa della zia Grazia. La ragazza niente affatto male già all’età di dodici anni attirava l’attenzione maschile e ne era consapevole tanto da cominciare a truccarsi ed a vestirsi alla moda stante le possibilità finanziarie della sua famiglia. Dopo il lungo tragitto sono alla Città dello Stretto, spossata fisicamente, rifocillata con leccornie locali dalla zia si mise a letto nella camera degli ospiti, sono ristoratore immediato sino alle due di notte quando fui svegliata da rumori provenienti da una vicina stanza, la ragazza comprese che si trattava di due persone che stavano facendo del sesso rumoroso. Curiosa scese dal letto, aprì la porta di una vicina stanza e scoprì la zia che si faceva bellamente scopazzare da un filippino. Risatina dentro di sé, tramite pubblicazioni aveva scoperto le piacevolezze del sesso senza averlo mai provato. Al buio ritornò nella sua stanza ma poco dopo, sempre al buio, fu raggiunta da un uomo che prese a dormire vicino a lei. Un profumo di maschio le fece provare una sensazione particolare mai provata, il cotale giaceva ignudo, le sue cose intime allo scoperto, era la prima volta che le vedeva dal vero. Le prese in mano, prima i testicoli e poi il ‘ciccio’ che d’istinto prese in bocca. Poco dopo assaggiò un liquido dolciastro, niente affatto spiacevole, lo ingoiò, a quel punto l’interessato era completamente sveglio: “Chi sei e cosa fai a casa mia?” “Sono la nipote della signora Grazia.” “Mia moglie non mi ha avvisata della tua venuta. “Sono Romualdo il marito, permettimi un  po’ di meraviglia, sei una bambina, poco seno, pochi peli sul pube, per il resto…”  Rosalba si fece intraprendente: “Invece di fare considerazioni inutili sulle mie parti intime perché non provi a baciarle…” Romualdo cominciò dalle tette per concludere sul clitoride, una sensazione bellissima mai provata dalla ragazza…” “Non è che ti senti male!” “Quale male, è la prima volta che provo un orgasmo. Piuttosto vai nella stanza vicino, un filippino si sta scopando tua moglie.” Romualdo rimase impassibile evidentemente conosceva la tresca, si irò dall’altra parte sino alla mattina quando la zia Grazia aprì gli scuri: “La zuppa l’è cotta venitela a mangiar!” Rosalba in poco tempo era entrata nel mondo sessuale dei grandi, un po’ confusa si fece una doccia e poi in cucina: colazione invitante a base di cappuccini e di cannoli ripieni di crema. “Cara sei ancora in camicia da notte, qui viaggiano maschi arrapati, vestiti.” “Ne ho già provato uno, credo tuo marito, vedo con piacere che non sei gelosa, che ne dici di prestarmi un tuo bichini e di andare al mare?” Un bichini della zia era proprio mini, nel suo piccolo Rosalba faceva la sua figura, veri maschi si stavano avvicinando sinché un bagnino li convinse ad allontanarsi, ricevette una buona mancia, non era il caso di dar spettacolo. Sotto l’ombrellone per evitare scottature Rosalba e Grazia si misero a leggere delle riviste, furono raggiunte da un Romualdo indifferente che non fu degnato di una sguardo  da moglie e da nipote. Finito il pranzo: “Non pensi di aver sbagliato, sei passibile di prigione, sei andato con una minorenne anzi ultraminorenne ha meno di quattordici anni!!” “Zia non son venuta a Messina per creare problemi in caso contrario sarò costretta a tornare a casa mia, vieni qui, dammi un bacio, facciamo pace.” Pace fu. La sera a cena c’erano pure i due filippini: lei Allyn classica della sua razza, lui Eduardo (Edy) sicuramente un incrocio con un o una europea, la zia platealmente ne andava pazza. Romualdo spiegò a Rosalba che aveva acquistato il vicino appartamento, aveva inglobato il salone col suo così da avere un gran salone tipo ‘Il Gattopardo’. Nella vicina abitazione rimasta più piccola abitavano i due filippini. Come passare la serata del week end? Grazia non ebbe dubbi, prese sotto braccio Edy e se lo portò nella matrimoniale, a Rosalba non rimase che scegliere l’unico maschietto rimasto, Romualdo, con cui aveva avuto i primi approcci sessuali. “Caro…vorrei dirti tante cose che potrai capire da solo, vacci piano!” Era un lascia passare al primo rapporto con la sua verginità che avrebbe lasciato un ricordo per tutta la vita della giovane. Romualdo cominciò dalle dita dei piedi, Rosalba all’inizio era perplessa, poi capì, una sensazione nuova. Dai piedi su su per le bellissime gambe sino al popò, bocca, collo, tettine ed infine fiorellino a lungo, orgasmi a ripetizione, un anestetico che quasi non fece percepire l’immissio penis, Rosalba anche se giovanissima era diventata una signora. Che estate quell’estate. Rosalba, anche se malvolentieri ritornò al natio borgo selvaggio ripromettendosi a fine anno scolastico di ritornare a Messina ed al suo primo amore.

     
  • 27 giugno alle ore 9:35
    POSSO ENTRARE?

    Come comincia: Roberto, in pigiama, stava bussando alla porta della vicina di casa con un querulo: “Posso entrare?” Sofia, vedova quarantacinquenne abitava nello stesso piano in via Cavour 101 a Messina. Pur riconoscendo la voce del figlio di Armando, vicino di casa, non capiva cosa volesse il ragazzo sedicenne a quell’ora. “Alberto cosa t’è successo, hai bisogno di aiuto?” “Sono Roberto ed ho bisogno…”Aperta la porta Sofia rimase allibita, sui pantaloni del pigiama del ragazzo c’era una bozza significativa che  lasciò senza fiato la signora. Nel frattempo Roberto si era introdotto nella casa della vicina e rimaneva  al centro dell’ingresso. “Mammina non so che fare, ‘ciccIo’ non vuole ‘scendere’ mi dai una mano?” Non era facile sorprendere Sofia ma il ragazzo c’era riuscito in pieno lasciandola senza parole. Nel frattempo Roberto l’aveva abbracciata facendole sentire in modo significativo la motivazione del ‘bozzo’ e cominciandola a baciare sul collo, sulla bocca e su un  seno nel frattempo uscito dalla camicia da notte. Sofia, vedova che da due anni conduceva una vita monotona insieme alla figlia diciottenne Elettra, non seppe reagire e si trovò nuda ed indifesa perché nel frattempo Roberto le aveva sfilato la camicia da notte. Un desiderio sessuale represso da tempo le fece chiudere gli occhi, prese in mano il voluminoso coso del ragazzo e istintivamente se lo mise in bocca con la ovvia conseguenza che se la trovò riempita di qualcosa di caldo che non ricordava da tempo. In bagno  si lavò la bocca e si trovò di colpo piegata  in due con il ‘ciccio’ di Roberto che le era penetrato nella gatta anche se con un po’ di fatica. Il ragazzo ci mise del tempo per un nuovo orgasmo, questa volta Sofia ebbe una goduria notevole per lo schizzo dello sperma sul collo del suo utero, si sedette sul water senza forze, era rimasta sola. Alberto e Roberto, due gemelli, erano iscritti alla quinta ginnasiale del liceo Maurolico e frequentavano le lezioni il pomeriggio al contrario di Elettra, pari età dei due gemelli, che andava nello stesso istituto la mattina. La ragazza al rientro a casa trovò la madre a letto: “Scusa cara se non ti preparato nulla da mangiare ma non mi sono sentita bene.” “Mamma cui penso io, chiamo il medico?” “Non c’è bisogno, mi riprenderò presto.” Elettra era una ragazza di notevole bellezza, alta, longilinea, occhi grandi e verdi, affascinanti, seno, gambe perfetti, sembrava una modella. L’unico suo problema era stato un brutta esperienza: a quattordici anni era andata in gita in motorino sui monti Peloritani con il suo ragazzo col quale condivideva solo baci e carezze ma quel giorno il cotale la picchiò e la violentò lasciandola ovviamente un ricordo tragico con la conseguenza che non voleva più frequentare suoi coetanei. Anche il buon Armando, titolare di una scuola guida e padre dei gemelli, aveva i suoi problemi: non riusciva a trovare una gentil donna con cui dividere la solitudine di vedovo, gli capitavano solo delle ‘sgallettate’ per dirla alla romana, sua città di origine. Luigina la portiera nubile trentenne che sbrigava le faccende di casa nell’abitazione dei tre maschietti, aspirava a diventare di più nel cuore  del vedovo ma senza successo. Questa la situazione  al quinto piano di via Cavour 101 a Messina, situazione piuttosto complicata ma oggigiorno nessuno ha vita facile. Quel che poteva essere non replicabile al contrario avvenne una mattina quanto Alberto bussò alla vicina di casa con la frase: “Posso entrare.” Sofia non fece onore al significato del suo nome, saggezza, anzi aspettava che quell’avvenimento si ripetesse. Si era alzata presto e dopo una doccia, tutta profumata aspettava…”Chi sei Roberto o Alberto.” “Alberto, vorrei…” Questa volta avvenne tutto sul letto, Sofia fece tutto da sola, si infilò il coso ben eretto di Alberto nella gatta vogliosa e rimase a lungo a godere delle riprovate delizie del sesso, nessun problema, era in menopausa Alberto era instancabile! Elettra guardava con uno sguardo speciale il buon Armando che, da quarantenne faceva ancora la sua bella figura, ormai i coetanei erano per lei tabù. Un pomeriggio si presentò nei locali della scuola guida di Armando il quale, nel vederla, si alzò di scatto, anche lui aveva uno ‘sguardo’ particolare nei confronti della baby ma, per paura di un rifiuto, si era ben guardato dal farle delle proposte amorose. “Carissima, posso esserti utile?” “Vorrei prendere la patente.” “Niente di più facile, io stesso ti darò lezioni di guida anzi in questo momento sono libero, qui fuori ho una ‘Panda’ con doppi comandi, mettiti alla guida.” Era luglio ed il caldo si faceva sentire, Elettra nella maggior parte  delle lezioni in auto indossava gonne ampie che, casualmente, durante la guida si alzavano lasciando scoperte gran parte delle cosce con ovvio aumento della pressione sanguigna di Armando che un giorno si fece più audace: “Cara desidero abbracciarti…” “Anch’io ma non da buon papà.” Così iniziò la relazione fra i due anche se Elettra, ancora col ricordo dello stupro non intendeva aver contatti profondi, sesso manuale e poi orale, niente più. Una volta Armando voleva prendere la via dei monti Peloritani, Elettra improvvisamente sbiancò in viso e raccontò la sua disavventura ad Armando quindi sessualmente tutti sistemati, si fa per dire, ad esclusione della portiera Luigina che comprese che c’era del tenero fra Armando ed Elettra, fece la spia a Sofia che al momento rimase sconcertata ma poi, anche lei al corrente della brutta avventura della figlia, accettò la situazione anche perché se la godeva bellamente con i due gemelli i quali pensarono bene una mattina di presentarsi in coppia. All’inizio Sofia rimase perplessa ma poi fu ampiamente ripagata con qualcosa che non aveva provato mai: il doppio gusto: i ragazzi contemporaneamente entravano nei due buchini di Sofia  portandola ad orgasmi che facevano tremare la ‘mammina’. Dai giornali i due appresero della presenza del punto G delle donne e riuscirono a metterlo in atto. Sofia sembrava impazzita, ormai era schiava totale del sesso, se ne accorse pure Elettra che però giustificò la madre che, da vedova, non aveva altri ‘svaghi.’ Armando ogni giorno si faceva più pressante, voleva entrare nella ‘gatta’ che sentiva sempre più bagnata per orgasmi multipli di Elettra la quale, al fin, acconsentì: luogo predestinato un albergo della zona sud di Messina. Armando chiamò per telefono il direttore:”Sò Armando, me serbirebbe nà stanza matrimoniale pel pomeriggio.” Stranamente gli era venuto in mente di esprimersi in romanesco suo dialetto di origine.  Dall’altra parte del filo una risata ‘navigabile’ come avrebbe detto il buon Jacovitti e poi “Dica…num mi dì che sei romano in mezzo a tutti sti burini, io so Gigi de San Giovanni.” “Puro io, via Taranto.” “Amico mio addisposizione con du d.” “Domani pomeriggio dovrei da passà dù ore ‘n compagnia…” “Ricevuto, va bene alle quindici?” “Ok, a domani.” Elettra all’inizio era perplessa di andare in albergo ma poi, dietro insistenze di Armando cedette assaporando in anticipo…Armando non usò la Panda di servizio ma una Alfa Romeo Giulia quadrifoglio verde che, da giovane, usava per le corse in salita. Seduta la baby nel sedile del passeggero, l’auto partì sgommando  mettendola in apprensione. “Non sei in un autodromo!” “Mi son fatto prendere dalla fretta di…” “Bono papino, non vorrei che ti emozionassi ed andassi in bianco!” A quella provocazione Armando cambiò marcia e velocità. Posteggiata la Giulia dinanzi all’albergo trovò Gigi che lo aspettava. “Benvenuti, madame.”Un inchino con falso baciamano “ Per voi ‘na matrimoniale lontana dar traffico che da stè parti è nò schifo.” “Gigi come va con la fauna locale?” “Che te debbo da dì…” In quel momento passò dinanzi a loro una giovane cameriera brunetta in grembiule nero, capelli pure neri lunghi, espressione del viso: disponibile. “Ah zozzone!” “Armà sai che te dico, sò fortunato perché come direttore d’albergo della catena ‘Jolly’ ogni tanto me trasferiscono da ‘n albergo all’artro e così riesco a provare le specialità indigene.” Elettra si fece coraggio e: “A’ Gigi  mentre magnificate le vostre conquiste indigene che ne direste di  andare nella nostra camera, sono un po’ stanca.” Gigi: “Mi scuso, avevo dimenticato che siete venuti qui per un riposino!” Nella stanza, ben arredata, c’erano fiori dappertutto che emanavano un profumo intenso.  Chiusa finalmente la porta Elettra si spogliò in fretta, si recò in bagno e, dopo un bidet si mise a gambe aperte sul letto e “Son qua a disposizione!” “Non mi prendere in giro, se fai così togli l’atmosfera di romanticismo e mi smonti!” Armando non aveva mai visto Elettra completamente nuda, uno spettacolo, anche lui si lavò i ‘giocattoli’ e rientrando nella stanza trovò la compagna coperta da un lenzuolo. “Posso entrare?” Se avessero saputo la storiella del ’posso entrare’ i due si sarebbero fatte matte risate ma invece si diedero da fare diciamo seriamente. Armando onorò la gatta con un lungo pussy lick che mandò in visibilio la ragazza e poi iniziò l’entrata trionfale ma con dolcezza, in fondo Elettra aveva avuto un solo rapporto sessuale, peraltro spiacevole. L’ormai moglie abbracciò forte Armando, bell’abbraccio particolare era per non lamentarsi dei dolorini che provenivano dalla sua gatta che finalmente fu penetrata sino in fondo facendo rilassare la baby. Un dubbio fece mandare il cuore di Armando a mille ma c’era un motivo, non aveva preso precauzioni e non aveva domandato ad Elettra se avesse assunto la pillola. La ragazza si mise a ridere, come tutte le femmine aveva un intuito superiore a quello dei maschietti e poi la sua stoccata finale: “Non ti piacerebbe avere un erede femmina, ti aiuterebbe  nel lavoro alla scuola guida con le signore, la potremmo chiamare Arcibalda come mia nonna.” Armando capì che era stato sconfitto su tutta la linea, ci mancava solo una figlia di nome Arcibalda ma poi, dinanzi a risate prolungate della ragazza, capì che lei avrebbe voluto metter su famiglia con lui. Ultimo tentativo per non soccombere del tutto: “Non ci pensi che sarei il nonno e non il padre della nostra figlia?” “La piccola avrebbe oltre una madre pimpante anche due zii ed una nonna.” “Non vorrei che col passar degli anni la mammina fosse troppo pimpante per un marito…” “Non ci sarebbero problemi, ti racconterei tutte le mie avventure!” Con questa frase Armando capì che la sua sconfitta era totale su tutta la linea. Gigi non era nella hall, Armando diede la mancia al portiere e poi: “Ti prego guida tu, tanto lo dovrai fare quando sarò invecchiato e non sarò più in grado…”

     
  • 26 giugno alle ore 21:11
    UN'OPERA BUONA

    Come comincia: La timidezza? Coi tempi che corrono sembra non alberghi (vi piace alberghi?) né nei giovani e tantomeno negli anziani, ambedue le categorie hanno un bel da fare nel mantenersi a galla in una società spietata in cui i vecchi valori non hanno più senso, l’unica cosa importante è il guadagno conseguenza del lavoro, che spesso manca o si perde, o la ricchezza ereditata dai soliti culi fortunati. Ebbene Ferdinando sin da piccolo aveva dovuto combattere con la insicurezza ereditata dalla madre, deceduta troppo presto, e malignamente sottolineata dal padre gran tombeur des femmes ma poco incline a capire la natura del figlio. Ferdy a scuola, dalle elementari alle medie superiori, cercava di mascherare questo suo problema con delle battute di spirito non sempre apprezzate dai compagni, in parole povere era diventato un solitario. L’unica sua fortuna era stata l’aver vinto un concorso  alla Camera di Commercio ma, ottenuta la indipendenza economica, decise di prendere il volo dalla casa paterna a Messina e comprare un’abitazione in provincia, ad Alì Terme, anche se ogni mattina doveva sobbarcarsi il tragitto da casa all’ufficio, l’importante per lui era star lontano da suo padre anche se formalmente i loro rapporti erano buoni.
    In ufficio la situazione non era migliorata, era l’unico scapolo che non faceva la corte alle damigelle dell’ufficio che volentieri si sarebbero accoppiate con lui tenuto anche conto che, tutto sommato, era un bell’uomo  altezza uno e settantacinque,  fisico longilineo, accuratamente vestito ma con difficoltà a relazionarsi col gentile sesso. Conseguenza che le dame come i compagni d’ufficio lo avevano dipinto come allergico al fascino femminile e quindi…
    L’unica persona che gli stava vicino moralmente era Anna  che spesso si rivolgeva a lui per pratiche d’ufficio per lei ostiche ma anche per alleviare i suoi stati d’animo. Anna era felicemente maritata con Alberto più anziano di lei, anche la baby era oggetto di pettegolezzi soprattutto da parte delle colleghe invidiose sia per la sua eleganza che per il patrimonio immobiliare del consorte ammontante a vari milioni di Euro. (Cosa viene e a fare in ufficio a rubare il lavoro a chi ne ha bisogno!) una delle tante frasi caustiche che però si ritorcevano sulle pettegole dato che non ottenevano alcun risultato. Un giorno Anna: “Ferdy perché non ti fai una crociera, a giorni attracca a Messina la Golden Star, fa il giro del Mediterraneo, è una nave modernissima, lì troverai di tutto dal teatrino alle piscine, alla casa da gioco, al vitto eccellente oltre che qualche bella in cerca di avventure…”Ferdinando nicchiò molto ma alle insistenze della piacevole collega di ufficio si convinse e prenotò una cabina singola con visione esterna, una delle migliori al primo ponte, quello più ambito.
    In sala mensa si trovò al tavolo di due anziani e simpatici signori con i quali legò sin quando la dama, cinquantenne, con un gran sorriso prese l’iniziativa e da sotto il tavolo gli mise un piede fra le gambe,  sicuro segno di gradimento della sua compagnia. Ferdy ancora infantilmente considerava le signore al di sopra di trent’anni anziane e quindi si guardò bene di aderire alla richiesta e cambiò tavolo. Evidentemente le dame della nave avevano scoperto in lui un fascino particolare, in quest’altro tavolo erano sedute tre ragazze decisamente appetitose, Freddy fu invitato nel teatrino, fece amicizia con loro e, alla fine dello spettacolo, si trovò una delle cotali in cabina che, con un gran sorriso, si spogliò completamente ed andò a farsi una doccia. Davanti ad un nudo femminile mai visto, Freddy rimase imbambolato, da quel suo atteggiamento la signorina capì bene che non era il caso di continuare e se ne andò sbattendo la porta e pensando “Proprio a me doveva capitare un omo!”
    Dopo questa figuraccia Ferdy non se la sentì più di continuare la crociera e sbarcò nel porto di Tangeri. Aereo per Catania e poi rientro ad Alì Terme quanto mai frustrato. Rintracciato al telefonino da Anna, quest’ultima capì che non era più sulla nave e si fece confessare, con lacrime amare,  la triste avventura che aveva profondamente colpito il suo collega e amico. Evidentemente Anna aveva l’anima del buon pastore, raccontò tutto al marito e poi una richiesta particolare: “Voglio andare a casa di Ferdy, non vorrei che facesse una sciocchezza, troppo è stato il suo shock!” Alberto la prese sull’umorismo: “Non vorrei che ti violentasse…” “Lo sai che quello è il suo grande problema, da quel punto di vista puoi stare sicuro, non è invece che tu approfittando della mia assenza…” “Mi hai dato un’idea, hai vista quella nuova inquilina del terzo piano, mi fa gli occhi dolci… “Ah occhi dolci non dire fregnacce!”Anna caricò qualcosa per la notte in un borsone, non sarebbe rientrata  in casa e l’indomani era  sabato e quindi libertà anche dall’ufficio. Chiamò al telefonino Ferdy che non credeva alle sue orecchie,  con un nodo in gola:“Ti aspetto…” La casa di Ferdinando era un unico isolato ad un piano, un grande giardino ed un canile dove di giorno dimorava Ras un bel pastore tedesco.“Non sapevo che avessi un cane, bellissimo.“ “Vuoi andare fuori a cena o preferisci…” “Preferisco mangiare a casa, ho portato una bottiglia di Lambrusco.”.”“Non so descriverti quello che provo per questa tua venuta, non so quello che penserà tuo marito ma può stare sicuro…” E questo è il punto pensò Anna, voleva aiutare il suo amico ma nello stesso tempo non creargli problemi se fosse stata esplicita in una sua richiesta sessuale  quindi, dopo cena, televisione come due buoni amici . “Ferdinando vorrei che tu provassi, insomma se non ti da fastidio che ne diresti di andare a letto insieme, fisicamente sei piacevole …” “Lo sai che per te farei qualsiasi cosa, lo sai che a letto sono un disastro ma…” Doccia insieme, Anna notò che in fondo Ferdy non ce l’aveva troppo piccolo anzi a riposo era più grande di quello di Alberto. Luci attenuate, nudi, Anna prese l’iniziativa chiedendo di essere baciata prima in bocca, poi sulle tettine ed infine sul fiorellino. Ferdy fece del suo meglio ed Anna si prese la sua dote di goderecciata con il cunnilingus poi a sua volta  cercò una fellatio senza successo perché il ciccio di Ferdy proprio non ne voleva sapere di alzarsi. “Non ti preoccupare, m’è venuta in mente una certa idea e mi domando perché non ci ho pensato prima, ora ninna e appuntamento sabato prossimo a casa mia.”Quella per Ferdy sarebbe stata la settimana più lunga della sua vita, i giorni passavano lenti e il sabato alle diciotto posteggiò la sua Giulietta sulla strada per non dare adito ai vicini di Anna di malignare. Un mazzo di rose rosse precedette l’entrata in casa di Ferdinando che cercava di coprire la sua eccitazione in attesa della messa in atto di quell’idea di Anna che nel frattempo si dava da fare in cucina con piatti a base di pesce. “Ho un Verdicchio dei Castelli di Jesi, il mio amico Giorgio  me ne fa omaggio ogni anno ed io ricambio con dolci siciliani, è un po’ forte di gradazione.” E fu proprio l’eccesso di vino che portò Alberto a salutare e: “Ragazzi non vi offendete ma casco dal sonno, buonanotte!” Nessuno dei due ragazzi si offese anzi: “Ferdy prendi questa pillola, è un digestivo, ti farà bene.” I due uscirono  nel terrazzo anteriore, una vista mozzafiato del porto di Messina e della costa Calabra, Anna prese l’iniziativa e cominciò a baciare in bocca uno stralunato Ferdy che dopo un po’ di tempo ebbe una sorpresa molto gradita: il suo ‘ciccio’ stava aumentando di volume in maniera mai vista, Anna gli abbassò i pantaloni e gli slip dai quali emerse un coso lungo, molto di più di quello di Alberto pensò Anna, una sorpresa che si concluse con la masturbazione e la conseguenza goderecciata da parte di Ferdy che finì sulla  macchina di una zitella del primo piano che forse non avrebbe apprezzato…Ferdy sembrava impazzito, trascinato in bagno da Anna, dietro suggerimento di quest’ultima, si lavò ben bene il coso rimasto sul ‘presentatarm’ con gioia della sua compagna che lo trascinò sul divano per un’entrata trionfale nella sua gatta vogliosissima . “Ce l’hai molto lungo, mi sei arrivato al collo dell’utero, mai provato un simile piacere, non ti fermare!”” Nessuna fermata, Ferdy era diventato una locomotiva che smise di viaggiare allorché la sua compagna: “Mi hai distrutto, non ho mai goduto così in vita mia...Quella che hai assunto era la ‘Spedra’, da ora in poi non avrai più problemi di erezione, riposati poi torna a casa tua, preferisco per ora che mio marito non immagini quello che è successo, un bacione.” Dire che la vita di Ferdinando era cambiata  era dir poco, il signorino si sentiva sicuro di sé e cominciò a mettere in atto in ufficio una strategia particolare, tenuto conto della sua fama di impotente, decise di seguire una sua collega nel bagno delle signore, collega nota per le sue conquiste amorose: “Scusa cara ma il gabinetto degli uomini è occupato, ti dispiace se, data l’urgenza, uso questo?” e nel frattempo tirò fuori un ‘ciccio’ in piena forma che fece strabuzzare gli occhi alla dama la quale pensò bene di approfittare dell’occasione e di abbassare gli slip con la conseguenza ‘immisio penis gigans’ nel suo fiorellino. Ormai la sua fama era passata di bocca in bocca alle signore della Camera di Commercio e alcune, insoddisfatte delle prestazioni dei relativi coniugi, pensarono bene di ricorrere alle ‘cure’ di Ferdinando il quale però non dimenticava la cara Anna che gli aveva cambiato la vita. Un fine settimana fu invitato a casa da una Anna piuttosto impacciata : “Ferdy stavolta sono io a chiederti un favore molto particolare, un po’ me ne vergogno ma puoi non accettare…mio marito vuol vedermi far l’amore con te ed anche partecipare io…”Un sabato sera, dopo cena, un trio era affacciato alla ringhiera del salone: in mezzo Anna nuda con una vestaglia trasparente ed i due maschietti di lato in slip che facevano gli indifferenti ma ambedue arrapatissimi dalla situazione. Passaggio sul lettone di casa con Alberto supino, Anna sopra di lui con il ‘micio’ di Alberto in fica e Ferdy immerso nel meraviglioso culetto. Le posizioni cambiarono molte volte fin quando Anna decise  di mettere  il  lungo coso di Ferdy nel popò per una goderecciata finale: i coniugi nel lettone e Ferdy sul divano un po’ tutti distrutti ma felici di quella esperienza  particolare.Ferdinando trovò una compagna ideale ma non dimenticò mai la bella, dolce e straordinaria amica che le aveva cambiato la vita ed ogni tanto…
     
     

     
  • 26 giugno alle ore 20:15
    WOLF DER KÖNIG DES HAUSES

    Come comincia: Pier Luigi Cipriani quarantacinquenne poteva dichiararsi soddisfatto della vita che conduceva. Ex Fiamma Gialla con la qualifica di cinofilo aveva avuto la possibilità, dopo il congedo, di portare con sé Wolf un pastore tedesco addestrato per 'acciuffare' i contrabbandieri al confine Italo Svizzero dove, tempi addietro 'fioriva' il contrabbando di sigarette. Poteva dirsi anche fortunato, suo padre Egidio dopo una vita passata in Brasile aveva fatto fortuna ed era ritornato in Italia carico di Reai. Alla soglia della vecchiaia aveva preferito lasciare al figlio la villa di Roma in via della Magliana per ritirarsi in una casa di riposo alle porte della Capitale ma non in una casa di riposo qualsiasi ma in una di lusso. La A.R. Stelvio in garage aveva a disposizione all'ultimo piano del palazzo una ampia stanza dove alloggiava da solo: computer, scrivania, armadio, televisore, piccolo bagno, insomma un mini appartamento, solo la mensa era in comune con altri alloggiati che dimostravano le loro possibilità economiche sfoggiando vestiario elegante ed oro in gran quantità. Pier Luigi era lo spirito contraddittorio fatto uomo, dopo il primo giorno in cui si era presentato in sala mensa col vestito 'della festa', la sera indossò un paio di pantaloni jeans sdrucinati con scarpe che dimostravano un logorio notevole, camicia con i bottoni abbottonati non in riga, aveva molto del clown. Compagna di tavolo una sua pari età che aveva molto in comune con la signora anziana inglese miss Marple dei romanzi di Agata Christie. La dama aveva anche la non buona abitudine di sputazzare quando parlava, un soggetto perfetto per essere dileggiato. Cosa faceva Pier Luigi? Si arrotolava il tovagliolo sul viso lasciando fuori solo gli occhi mostrando un sogghigno che mandavano in bestia madame Willy che chiese ed ottenne di cambiare tavolo. Da solo Pier Luigi non se la passava, si guardò intorno, scorse una damina giovane che mangiava in solitario. La sera si vestì elegantissimo, si presentò con un finto baciamano chiedendo alla pulsella di poter accomodarsi al suo tavolo. Come risposta ebbe un cenno positivo della testa, aveva le lacrime agli occhi malgrado questo la sua bellezza da biondona era notevole. Pier Luigi non approfondì la situazione con domande inopportune, solo a fine pasto: "Non vorrei essere invadente ma se le posso essere utile..." "Sono Rosanna, oggi è morta mia madre, per domattina aspetto l'addetto alle pompe funebri, ho il problema di seguirlo sino al Verano, non ha una macchina personale." "Ho la mia Stelvio, se ne vuole approfittare..." "Dovrò dormire nel letto vicino alla salma di mia madre ma mi fa impressione vedere il suo viso da morta!" "A questo punto non so che dirle, io ho una ampia stanza ma c'è un solo letto, potrei arrangiarmi sul divano..."Il solito cenno del capo, Rosanna accettò. Dopo il passaggio di ambedue in bagno, spenta la luce Pier Luigi maledisse se stesso per quell’offerta, il divano era scomodissimo ma ormai...Alla luce del suo orologio subacqueo vide l'ora, erano le ventitré e di sonno non se ne parlava, si rifugiò in bagno. Forse per la luce che filtrava sotto la porta fatto sta che Rosanna aprì la porta della toilette, comprese le situazione e: "Venga nel letto, è abbastanza grande per starci in due." Grande il letto era ma la vicinanza del corpo di Rosanna che mandava un effluvio piacevole fece alzare 'ciccio'... La baby se ne accorse , prima lo prese in mano e poi in bocca, ci volle del tempo prima che... maledetta la vecchiaia! Sistemata la ciolla il sonno prese il sopravvento su i due sino alle sette quando Rosanna svegliò Egidio. Niente prima colazione erano giunti gli addetti alle pompe funebri. Caricata la cassa in strada

    Il carro funebre non andava a passo d'uomo ma molto celermente sino all'ingresso del cimitero. Dinanzi ad una tomba vuota i necrofori si diedero da fare per infilarci la cassa, Pier luigi seduto in macchina stava aspettando quando vicino a lui si accomodò Rosanna che, con viso d'angelo: "Sono rimasta un po' a corto di quattrini…' Da gentiluomo Pier Luigi tirò fuori il portafoglio da cui con mossa fulminea Rosanna sfilò due carte da cinquecento Euro che consegnò ai becchini. Solo allora Pier Luigi si rese conto della situazione, pensò di aver incontrato una mignotta di professione e si era fatto fregare come un pollo, unica vendetta possibile partire sgommando con la Stelvio lasciando a piedi la baby. Giunse sotto casa di Pier Luigi che stava uscendo con Wolf e la nuova compagna. "Nuova conquista?" "Sono Aurora, lei dovrebbe essere Egidio, mi ha parlato di lei suo figlio, vedo che Wolf lo ha riconosciuto. Pier Luigi: "sitzung" seduto, il cane conosceva solo il tedesco, obbedì. Egidio si sentiva fuoriposto, non accettò l'invito di far loro compagnia, ritenne opportuno rientrare nel suo alloggio anche se ancora gli bruciava quella presa per i fondelli, mille Euro per un pompino, Rosanna chi era bocca d'oro? Si ritirò nella sua stanza, quella presa in giro lo fece sentire più vecchio oltre che deluso di se stesso, pensò che il mondo è dei giovani. Lo stavano dimostrando Pier Luigi e Aurora che erano entrati in un giro di scambisti ad alto livello. La ragazza una affascinante brunona era stata lei a coinvolgere Pier Luigi che accettò volentieri il women swapping anche per variare la solita routine. Appena entrati Aurora era stata 'rapita' da un paio di giovani, Pier Luigi rimasto solo si avvicinò al banco del bar, occupato a servire i clienti una biondona niente male, sorridente, forse disponibile. "Un Mojito prego." "Sono Rosanna, lei assomiglia qualcuno che ho conosciuto..." "Non ho fratelli forse mio padre...ma non penso." Nei giorni seguenti Pier Luigi non stava più bene, tossiva in continuazione, respirava con fatica, la notte non riusciva a dormire, fu chiamato Simone Alleruzzo medico amico di famiglia che dopo l'anamnesi si mostrò preoccupato: "Occorrono delle analisi in primis una radiografia del torace." Con la sua auto accompagnò Pier Luigi in una clinica dove effettuavano radiografie, ebbe poco dopo il referto, tremendo: 'carcinoma bilaterale ai polmoni all'ultimo stadio'. L'interessato fu rassicurato, una bronchite ma ad Egidio fu descritta la verità che lo sconvolse. Prese da parte il medico: "Faremo qualsiasi cura anche andando all'estero, mio figlio non deve morire!" Simone cercò di tergiversare ma alla fine: "La situazione è molto grave, se tu fossi religioso ti direi di portarlo a Lourdes, l'unica soluzione è quella di alleviargli le sofferenze con degli analgesici, alimentazione via flebo. Cercherò un bravo o una brava infermiera, dimenticavo i dirti che ho consultato degli specialisti, giudizio unanime, nessuna possibilità di guarigione." Wolf era cambiato, veniva fatto uscire solo per i suoi bisogni, il resto della giornata la passava vicino al letto del padrone. La mattina seguente il citofono: "Sono l'infermiera inviata dal dottor Alleruzzo." Wolf si precipitò verso la porta d'ingresso, Egidio rivolto a lui: "Freund" gli aveva segnalato che si trattava di un'amica. L'infermiera indossava la divisa, aveva degli occhiali scuri, quando se li tolse Egidio ebbe un colpo al cuore: "Rosanna!" Anche l'interessata rimase basita poi si riprese: "È la mia vera professione, se la mia presenza non è gradita me ne andrò." Egidio, anche se perplesso col capo le fece cenno di accomodarsi. Rosanna e dimostrò subito la sua professionalità, fece un elenco delle medicine, su un tavolino le mise in ordine di somministrazione, annusò l'ammalato: "Suo figlio deve essere lavato, ci penserò io." Tolse coperte e le lenzuola, con un panno intriso di sapone liquido lo lavò prima davanti poi il dorso, nello stesso modo lo risciacquò cambiandogli il pigiama, dimostrò tanta professionalità, Egidio ne prese atto, non c'era altro modo di dare un po' di sollievo a suo figlio. Rosanna mangiava in cucina in compagnia della cameriera Gina, Wolf dimostrò affezione nei confronti della nuova venuta, spesso le girava intorno e la guardava negli occhi, aveva molto dell'essere umano, sembrava riconoscente a Rosanna per le dimostrazioni di affetto che dava al suo padrone. L'infermiera dormiva in un lettino nella stessa stanza di Pier Luigi attenta ad ogni suo bisogno. La mattina seguente si presentò il dottor Alleruzzo per controllare la situazione, fu testimone dell'annusamento con seguito di guaiti di Wolf, non sapeva spiegarsi la cosa. Fu Rosanna che: "I cani sentono l'odore o meglio la puzza del tumore!” ecco spiegata la situazione. Dopo venti giorni si compì il destino di Pier Luigi, una morte serena, sembrava dormisse, non aveva avuto sofferenze per la sua morte. Il trasporto della salma al Verano in forma strettamente privata, dietro il feretro in auto Egidio, Rosanna, il medico Alleruzzo e Gina. Ci volle del bello e del buono per non far uscire di casa Wolf. Un finale sereno un po' per tutti: Egidio abbandonò la casa di riposo per rientrare in quella dove abitava suo figlio, Gina rimase al servizio, Rosanna seguitò ad esercitare la sua professione, su richiesta di Egidio si trasferì anch'ella nella stessa abitazione, aveva una camera tutta sua, non si fidanzò né sposò, viveva nel ricordo di quel signore che aveva conosciuto. Nessuna foto di Pier Luigi per casa, tutti vivevano del suo ricordo nei loro cuori. Egidio ricordò il detto che i padri non dovrebbero sopravvivere ai figli ma il destino...E Wolf? Il cane stazionava sempre sopra il tappeto vicino al letto del padrone con la vana speranza di poterlo rivedere.

     
  • 26 giugno alle ore 18:42
    VOLEMOSE BENE

    Come comincia: Alberto M. passati i settanta anni si era ritirato nella casa di Roma in via Conegliano dove era nato più di ottanta anni prima. L’abitazione gli era stata lasciata in eredità dalla defunta zia Armida assieme a negozi, terreni e ad un solido conto in banca. Alberto si era ben inserito con la gente di quella via sia per il suo carattere espansivo che per gli aiuti in denaro alle famiglie in difficoltà finanziarie,  per tutti era semplicemente Alberto. Non soddisfatto della casa poco spaziosa, dopo molte insistenze e soprattutto molti soldi convinse il proprietario della abitazione del suo stesso piano a vendergliela realizzando così un alloggio molto più ampio, alloggio che fece completamente ristrutturare insieme al suo e munire di mobilia molto più moderna. L’adorata moglie Anna era deceduta sette anni prima per un male inguaribile lasciandogli un vuoto incolmabile ed un dolore infinito. Da buon pagano aveva chiesto aiuto ad suo protettore Hermes che si rivolse a Giove ma il destino, che è sopra gli dei aveva deciso la morte di Anna. All’inaugurazione dell’abitazione, orchestrata dal portiere Claudio S. un ex agricoltore inurbato, parteciparono un po’ tutti gli abitanti di via Conegliano, ci furono anche canti e balli, una festa ben riuscita, il padrone di casa fu ‘circuito’ da Angelica, figlia del  portiere che aveva i suoi buoni motivi per farlo. La ragazza, studentessa universitaria, era addetta alla pulizia della  abitazione di Alberto ma il suo intento era quello di portarsi a letto il buon Alberto che riuscì a far bella figura con l’aiuto della pillola blu, ma gli ottanta anni si facevano sentire! In compenso Angelica si ritrovava ogni volta nella borsetta trecento Euro che versava al padre, la paga di portiere  era inadeguata  alle esigenze di famiglia. Alberto cercava di superare la solitudine in qualche modo, una volta con uno scherzo goliardico. Venuto a sapere che un certo Leonardo N. era gelosissimo della  fidanzata Sofia F., con l’aiuto di alcuni ragazzi mise in atto una sceneggiata in cui la damigella si faceva trovare a letto, in casa di Alberto, con Matteo V. un giovane abitante nella stessa via. Un pomeriggio a Leonardo giunse nel telefonino una mail in cui si affermava che Sofia era in casa di Alberto a letto con un ragazzo. Leonardo senza por tempo in mezzo suonò alla porta d’ingresso e, una volta dentro casa si diresse direttamente nella camera da letto in cui effettivamente trovò Sofia e Leonardo sotto le coperte. “Puttana, sei una puttana, da oggi fra di noi è finita.” Stava per andarsene quando furono tolte le coperte sul letto e apparvero i due incriminati vestiti di tutto punto e da dietro una tenda cinque ragazzi  che: “Sei su scherzi a parte, ora chiedi scusa a Sofia!” L’episodio venne a conoscenza degli abitanti della via Conegliano e qualcuno, più spiritoso:”Leo come va oggi il mal di testa?” Alberto si fece perdonare regalando ai due fidanzati cinquecento Euro che i giovani usarono per una gita sulla neve. Un sabato pomeriggio al posto di Angelica si presentò per le pulizie di casa la mamma Arianna affermando che la figlia era dovuta andare al funerale della madre del suo fidanzato. Sbrigate le pulizie, Arianna stava per andarsene quando Alberto: “Che ne dici Arianna di farmi un po’ compagnia, oggi percepisco particolarmente la solitudine.” (Chiamala solitudine, era la pillola blu che faceva effetto!) Arianna non era una stupida, capì subito la situazione e, recatasi in bagno, ne uscì completamente nuda per la gioia degli occhi di Alberto che notarono come la dama avesse, malgrado i quaranta anni suonati tette ancora ‘in piedi’ed anche un bel popò, era un po’ più ‘pienotta’ della figlia ma per la bisogna era più che sufficiente. Molto probabilmente Arianna era a stecchetto sessuale da tempo, si impegnò a fondo cominciando a baciare Alberto in bocca per scendere giù giù sino ai piedi. Alberto ricambiò con un cunnilingus che portò la dama ad un orgasmo doppio e poi l’‘immissio penis’ che fece provare ad Alberto sensazioni piacevolmente forti, fra l’altro aveva scoperto, con meraviglia, una vagina piuttosto stretta, poi mandò in visibilio la padrona penetrando nel popò  insomma una scopata coi fiocchi, la madre aveva superato la figlia in quanto a sesso. Angelica rimase esclusa dai rapporti con lui, ma non se la prese più di tanto, preferiva il giovane fidanzato di cui era innamorata. Arianna ogni sabato andava a rassettare la casa ed il ‘coso’ di Alberto, ne erano a conoscenza sia Angelica che il padre Claudio cui la situazione non creava nessun problema, molto probabilmente in campo sessuale era un po’ claudicante come il significato del suo nome. Il compenso per le prestazioni del sabato di Arianna era passato da trecento a quattrocento Euro oltre alla tredicesima in occasione del Natale e la quattordicesima a Pasqua, era come se fosse un’impiegata statale! Claudio ebbe un colpo di genio: dare una grande festa per il compleanno di Alberto cui avrebbero partecipato tutti gli abitanti della via. Riuscì a farsi autorizzare dal Comune, tramite un suo amico assessore del Comune a far chiudere la strada per quel giorno, il 3 settembre, dalle sedici alle due di notte. La cosa fece piacere un po’ a tutti gli abitanti che non si chiesero come Claudio avesse fatto ad ottenerla (era stato un supporter politico dell’assessore). Il pomeriggio prestabilito si presentarono due vigili urbani in divisa che posero delle transenne all’ingresso di via Conegliano, Claudio spiegò loro il motivo di quella decisione dell’assessore alla viabilità e li invitò a venire anche loro a festeggiare. La mattina del 3 settembre accadde una cosa spiacevole: Alberto prese in mano un vecchio romanzo giallo di Mike Spillane e da esso cadde a terra una foto del suo matrimonio con Anna. Quella visione sconcertò Alberto che si sentì mancare, non riuscì ad arrivare sino al letto, si gettò su una poltrona dove lo rinvenne Arianna venuta per la solita pulizia. “Amore mio che t’è successo, andiamo sul letto, hai la faccia cadaverica.” Ad Alberto ci volle del tempo per riprendersi, nel frattempo nella via Conegliano erano iniziati i preparativi, maschietti e femminucce si stavano dando da fare a trasportare tavolini e tovaglie al centro della strada, Rosa la titolare di una rosticceria sita nella stessa strada, aiutata dalla figlia Giorgia aveva preparato un ben di Dio sia per quantità che per qualità, alcune ragazze avevano indossato dei costumi dell’antica Roma recuperati dalle cassapanche delle nonne, alcuni uomini si stavano dando da fare  con un impianto hi-fi, altri scattavano delle foto, insomma un’organizzazione funzionante. Una parentesi: Alberto consumava pranzo e  cena nella rosticceria di Rosa che mangiava insieme a lui in una saletta riservata. La signora era famosa per le sue battute salaci nei confronti dei clienti come quella volta che un tale, dopo aver consumato metà delle  cibarie ordinate stava per uscire dal locale quando: “Ahò allora che devo da fà, vor dì che non te sò piaciuti i supplì ar telefono, te li devi da mangià tutti sinnò m’offenno!” Il malcapitato dinanzi a quella furia obbedì e poi velocemente uscì dal locale da cui sicuramente in futuro sarebbe passato alla larga. L’arrivo in strada di Alberto sorretto da Arianna fu motivo di applausi da parte di tutti i presenti anche di coloro che erano affacciati alle finestre, un tripudio che lo rianimò facendogli riprendere in viso un po’ di colore. La ‘mangiata’ durò sino alle ventuno quando furono portati via i tavoli e messo in funzione l’impianto hi-fi dapprima con canzoni romantiche di Liza Minnelli e di Frank Sinatra  via via sostituiti con pezzi più ritmati ed infine con musica da discoteca a volume altissimo, per fortuna era sabato e l’indomani nessuno andava a lavorare. Alberto con un po’ di cattiveria ignorò Arianna come ballerina, dapprima invitò Angelica alla quale domandò: “Il tuo fidanzato conosce quelli che sono stati i nostri rapporti?” Ci mancherebbe altro, è gelosissimo,  lui ti considera per la tua età sessualmente inoffensivo.” Alberto cambiò le danzatrici  tutte molto giovani ridendo dentro di sé vedendo la lontano il viso corrucciato di Arianna,  quando fu stanco (l’età limita i desideri dei vecchietti) ritornò al tavolo dove era seduta la dama  che: “Quando non ce la fai più ritorni sempre da ‘mammina!” Un passo indietro: Claudio ancora una volta aveva dimostrato la sua furbizia contadina invitando alla festa anche don Agostino sacerdote delle vicina chiesa; il suo ragionamento: meglio sempre tenersi come amico un rappresentante di Dio…Il predetto prete si avvicinò al tavolino dove era seduto Alberto e: “Noi non ci conosciamo in quanto non mi risulta che lei frequenti la chiesa ma per me sarà sempre un piacere rivederla.” “Anche per me don Agostino, io divido le persone in per bene e non per bene al di fuori dell’abito che indossano. Iscritto sin da piccolo in un collegio cattolico sono stato letteralmente ‘buttato fuori’ perché contestavo le religioni tutte che ritenevo create dagli uomini, dico tutte le religioni di cui anche un romano illuminato come il poeta Ovidio Publio Nasone  affermava: ‘Lasciateci credere che esistono gli dei.’ Sono per la libertà assoluta di ognuno di noi in qualsiasi campo partendo dal presupposto che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.” “In questo sono d’accordo con lei, anche se sacerdote per alcune idee non sono d’accorto con alcuni miei superiori ma lasciano stare i discorsi seri. Ho saputo che lei è molto benvoluto dagli abitanti di questa via anche per la sua generosità, i miei complimenti più sentiti, qualora volesse aiutare anche qualche mio parrocchiano…” Alberto tirò fuori il libretto degli assegni e: “Ci scriva lei la cifra, senza esagerare! Qualora esistesse vorrei guadagnarmi un posto almeno in purgatorio anche se una vecchia battuta afferma che si sta meglio all’inferno dove ci sono tanti peccatori anziché in paradiso dove si vive una vita  beata ma poco piacevole materialmente!” Ad Alberto l’età (e relativi acciacchi) cominciava a pesare. Aveva preso in antipatia alcuni medici che si riempivano la bocca con diagnosi roboanti: ad esempio invece di scrivere sulle ricette ‘mal di schiena’ usavano altri termini tipo:’Spondilodiscite’seguita da una lettera e da un numero che Alberto giocava al lotto con scarsi risultati! Purtroppo la salute del nostro eroe andava peggiorando, la mattina non aveva la voglia né la forza per alzarsi dal letto, veniva aiutato da Arianna che ormai si considerava sua infermiera o forse anche moglie. Per ricompensare lei e la sua famiglia fece venire in casa un notaio  e nel testamento fece scrivere che tutti i suoi beni venissero divisi equamente fra Claudio, Arianna ed Angelica, niente per i parrocchiani di don Mariano. Il Vaticano è ricchissimo,  evasore fiscale di imposte e tasse italiane,  molti suoi componenti sono gay ed altri accusati di pedofilia, una bella foto del clero! L’ordine di restare celibi era stato imposto nel 1085  dal Papa Gregorio VII che non aveva pensato a quanti guai avrebbe  procurato. Molto probabilmente non amava i ‘fiorellini’ come alcuni suoi colleghi nell’andar dei secoli, la questione lasciava indifferente l’ateo Alberto il quale cominciava ad avere problemi relativi alla vecchiaia che avanzava. La mattina non aveva né voglia né molte forze per alzarsi, preferiva il silenzio alla lettura ed alla visione dei programmi televisivi inoltre non aveva molta fame malgrado i succulenti cibi preparati da Rosa. Arianna gli stava vicino più del solito, talvolta la notte dormiva con lui, ormai il sesso era un lontano ricordo, una tristezza…Fu interpellata il medico di base dottoressa Concetta F. la quale fece una diagnosi spiacevole. “Il signor Alberto si sta consumando pian piano come una candela, possiamo al massimo ritardare un pò…” Alberto aveva ascoltato da dietro la porta le infauste previsioni di Concetta, spalancò la porta e con uno scatto d’orgoglio: “Io non sono una candela ma un cero grande come una colonna!” Anche se un po’ con la mente annebbiata Alberto capì che la fine non era molto lontana, non provò nemmeno a chiedere aiuto a Hermes, ormai la Parca Atropo stava per tagliare con le sue lucide cesoie il filo della sua vita. Nel testamento fece aggiungere che, a discrezione degli eredi, il tre settembre, suo compleanno, poteva essere organizzata la solita festa in suo onore, festa pagata dai tre beneficiari citati nel testamento. Atropo aveva forse fretta ed una notte usò le sue forbici ed Alberto morì nel sonno con un sorriso sulle labbra, nemmeno la morte era riuscito a fargli perdere il senso dello humour. Per sua volontà non ci furono cerimonie in chiesa, la sua bara, esperiti gli adempimenti burocratici di rito fu trasportata nella cappella al cimitero del Verano da lui a suo tempo acquistata, aveva raggiunto la zia Armida. Gli abitanti della via Conegliano ritennero opportuno tassarsi per far erigere un mezzo busto di Alberto che, non potendo trovare accoglimento nella strada, fu messo all’ingresso del numero otto; col suo sorriso sembrava che salutasse tutti coloro che entravano in ascensore.

     
  • 26 giugno alle ore 18:06
    WOMEN, WOMEN, WOMEN

    Come comincia: A Tor Pignattara, nell’agro romano nello stesso giorno erano nate due bambine Erika e Virginia, la prima figlia di Arianna padrona del terreno coltivato dai fittavoli ‘capitanati’ da Serafina, madre di Virginia, contadina dal cipiglio maschile che aveva messo in riga il marito Giuseppe nel senso che dirigeva lei la ‘baracca’. Perché sono nominate principalmente le donne, per inveterata tradizione da quelle parti i maschietti erano stati relegati a far la parte solo di inseminators e di lavoratori agli ordini delle femminucce. Non c’era da meravigliarsi, i maschilisti avevano poca fortuna da quelle parti, d’altronde non c’era da meravigliarsi, già nell’antica Grecia esclusivamente le signore erano padrone della situazione sanitaria, esclusivamente loro  erano  addette alla medicina ed alla sua applicazione.  Malgrado la differenza sociale le due bimbe crescevano insieme frequentando la stessa scuola sino al diploma di ragioneria. Ovviamente Virginia dovette cercare un posto di lavoro, i suoi avevano fatto dei sacrifici per farla studiare ma ora doveva ‘camminare con la sue gambe.’ Ad una festa di persone altolocate Arianna aveva conosciuto un sottosegretario al Ministero delle Poste e delle Comunicazioni che le aveva fatto la corte per tutta la serata senza successo, non  era il suo tipo ma Arianna, conosciuta la sua carica gli chiese un favore: “Dovrebbe sistemare una ragazza possibilmente in un ufficio postale, si chiama Virginia ha il diploma di ragioneria, a scuola era una delle migliori della classe.” “Ed io cosa ci guadagno?” fu la risposta  sorprendente ed impertinente di Manlio, questo il su nome. “Mi chieda che somma desidera avere, gliela darò in contanti.” “Vorrei essere ricompensato materialmente.” Arianna non voleva proprio mollargliela, come  uscire dall’impasse?” “Sorry mister, sono cattolica praticante, allora stà somma?” “Mi accontento di diecimila Euro, ci incontreremo ad un bar della Stazione Termini.” Alla faccia…Arianna non fece una piega e accontentò Manlio il quale dopo una settimana fece pervenire a Virginia una lettera di assunzione. Erika rimasta sola non sapeva come passare il tempo, si rivolse alla madre per essere sistemata anche lei nell’ ufficio postale con la sua amica. Manlio: ”Signora posso passare dei guai, stavolta la somma raddoppia!” E così ‘l’onesto’ sottosegretario durante il solito incontro in un bar della Stazione Termini incassò la somma ed Erika raggiunse sul posto di lavoro la sua amica. Ritornare ogni sera a casa e ripartire ogni mattina presto diventava pesante, Virginia affittò un bilocale  vicino all’Ufficio Postale, finalmente sole a deliziarsi sessualmente come  avveniva da tempo, ambedue le ragazze non sentivano attrazione per i maschietti, preferivano ‘giocare’ fra di loro. Mancava solo qualcosa per accontentare tutti i loro desideri sessuali,  Erika un giorno passando dinanzi ad una rivendita di sex toys vide che all’interno c’era una commessa, entrò, fu accolta con un sorriso. “Sono Angela a sua disposizione. Abbiamo vibratori e tanti altri prodotti che può vedere personalmente, non ci manca nemmeno della lingerie.” Erika fece il pieno di aggeggi vari e di biancheria molto sexy,  si preparò a far una sorpresa a Virginia. E così fu, vestite con completi erotici che mettevano in risalto le loro ‘parti migliori’, usarono  dei vibratori che portarono alle stelle i loro orgasmi, infine, stanche si addormentarono sino alla dieci della mattina  successiva, era domenica. All’ufficio postale per la loro simpatia le due ragazze erano apprezzate dai colleghi sia maschi che femmine. Durante una festa organizzata in una sala da ballo presa in affitto per una sera, di comune accordo ritennero opportuno fare coming out in quanto uscendo allo scoperto avrebbero evitato l’assalto dei maschietti dell’ufficio. Il discorso di Erika fu applaudito dai presenti sicuramente un po’ brilli da tanti alcolici di gran marca distribuiti da un collega che si era improvvisato barman. In ufficio c’erano degli impiegati  sposati che  avevano una situazione finanziaria precaria per malattie dei figli e per la mancanza di denaro per acquistare medicine. Le due ragazze,  venute a conoscenza delle loro situazioni provvidero  a venir loro incontro finanziariamente, erano diventate benefattrici apprezzate dai colleghi ed anche dal capo ufficio anche lui in ambasce per aver un figlio handicappato grave. Un mattina si presentò allo sportello un cliente basso e con la faccia da prendere in giro la gente che: “Come vi debbo chiamare signore o signori?” I clienti in fila che compresero  la pessima battuta rimasero basiti, il direttore uscendo dal gabbiotto: “Brutto nanerottolo figlio di un cane, fuori dalle palle prima che ti prenda a calci in culo.” Il cotale  non si aspettava quella relazione, con la coda fra le gambe uscì dall’Ufficio Postale. “Care ragazze, purtroppo esistono ancora degli imbecilli omofobi, tutta la nostra comprensione.”Un battimano da parte dei colleghi e dei clienti in fila. Erika era un vulcano di idee, l’ultima: “Cara che ne dici di avere un figlio, sarebbe il completamento…” “Non ho nessuna voglia di andare a letto con un maschio che poi magari pretenderebbe di fare il padre, niente uomini fra i piedi, forse adottarne uno…” “Non sono d’accordo, alcuni amici hanno fatto quest’esperienza, hanno accolto in famiglia bambini risultati  malati o peggio delinquenti, che ne dici di un’inseminazione artificiale, nell’ Italia dei parrucconi è proibita ma in Spagna…” Erika e Virginia chiesero un’aspettativa di dieci mesi, l’inseminazione artificiale aveva assunto un aspetto importante, risultava che i donatori erano selezionati e non avevano difetti o malattie gravi.  Sofia una ginecologa loro amica  indicò loro una clinica spagnola specializzata. Le due ragazze confidarono alle loro rispettive madri il loro disegno, nessuna delle due mamme era entusiasta ma rispettarono i loro desiderata. Partenza con Alitalia da Fiumicino, arrivo all’aeroporto El Prat di Barcellona dopo circa due ore. Con un taxi giallo (ce n’era una moltitudine all’ingresso dell’aeroporto) si fecero condurre all’elegante hotel ‘Catalonia Rigoletto’ con mensa e piscina, personale gentile, cibo eccellente, una vera villeggiatura.  Il pomeriggio presero contatti con la clinica Dexeus, il professore Josè Maria  prese atto delle richieste di Erika e di Virginia, prescrisse loro degli esami clinici per accertarsi chi delle due avesse più probabilità di rimanere incinta. Dopo due giorni furono riconvocate, incontrarono una dottoressa, Eleonora, alta, robusta, vestita impeccabilmente con la divisa dell’ospedale che le accolse con entusiasmo, era della loro ‘sponda’. Fu prescelta Erika che dopo due giorni avrebbe avuto un ovulazione. L’inseminazione era fastidiosa ma non particolarmente dolorosa, Erika rimase a riposo per tutto il giorno, non rimaneva altro che l’attesa dell’avvenuta fecondazione, dopo un mese la risposta positiva. Ora si trattava di aspettare pazientemente che passassero otto mesi, Erika e Virginia avevano deciso di restare tutto il tempo in Spagna per un motivo preciso, non far comparire Erika come madre ma  il nascituro o la nascitura dovevano risultare adottati. Le due contattarono un Commissariato  di Polizia, furono accompagnate nell’ufficio del titolare capitán Jorge che parlava perfettamente l’italiano. “I vostri connazionali sono sempre i benvenuti in Spagna, come posso esservi utile?” Erika spiegò quello che era il loro desiderio, prima che finisse di parlare il capitán andò a chiudere la porta d’ingresso del suo ufficio e: ”Quello che mi chiedete è illegale ed in ogni modo molto complicato, devo ungere varie ‘ruote’…”Le due ragazze pensarono:  ‘tutto il mondo è paese’. Erika si era premunita, era passata in banca ed aveva prelevato ventimila Euro, la richiesta fu più modesta, diecimila. Sistemata la pratica burocratica alle due future mamme non restava che il problema di come passare il tempo, affittarono una Seat Ibiza rossa colore preferito da Virginia e fecero le turiste in alcune città spagnole.  Nel frattempo si era ripresentata Eleonora che le aveva invitate a casa sua. Un’abitazione deliziosa, predominavano i colori rosa ed azzurro, rosa la camera con letto matrimoniale a baldacchino, aveva una grandezza superiore alla media, forse ci andavano a dormire più di due persone, molto probabilmente non solo per riposare…La cena frugale, del vino Calabras molto piacevole al gusto che mandò su di giri le tre pulselle le quali, dopo un passaggio in bagno di ritrovarono nude sul letto. All’inizio grandi risate poi…grandi manovre. Eleonora ci sapeva proprio fare in campo sessuale, insegnò alcuni nuovi ‘giochetti’ che le due italiane non conoscevano, orgasmi a non finire sino allo sfinimento. Le tre, libera dal servizio Eleonora, si ritrovavano spesso in casa di lei sino a che un giorno Ele ad Erika: “Cara sei troppo avanti nella gestazione, niente più giochetti con te. “ Dopo un parto con anestesia locale venne al mondo una bimba che lasciò interdette le tre: era bionda con gli occhi azzurri, il papà non era certamente uno spagnolo puro sangue ma era bellissima. Il capitàn Jorge fu di parola, la bimba battezzata col nome di Dalia risultava adottata da Erika. Prima di ripartire per Roma la neo mamma comunicò via telefono la bella notizia alle due nonne che all’inizio erano perplesse ma alla visione della piccola Dalia si misero a piangere, non erano delle dure! Dalia sin da piccolissima dimostrò carattere ed intelligenza superiori alla media, niente più gattonamenti, prese a camminare speditamente già ad un anno di età. Durante la chiusura dell’ufficio postale fu presentata a tutti i colleghi della mamma, all’inizio era un po’ spaesata dinanzi a tanta gente poi riprese il suo solito sorriso con battimani da parte dei presenti: era nata una diva! Altro episodio: comodamente sdraiata nella culla si alimentava ciucciando il biberon tenuto fra le sue mani. Pienamente soddisfatta finito il pasto le signore presenti presero a baciarla in fronte e sule guance, era troppo! Dalida mollò uno schiaffone all’ultima dama che rimase basita con gran risate delle presenti e sua. All’asilo dimostrò tutta la sua verve recitando con grazia poesie per bambini. Alle elementari era la prima della classe, già dopo poco tempo  sapeva leggere e scrivere con gran meraviglia della maestra sua insegnante  a cui mai era accaduto di aver per alunna una bimba tanto intelligente. A otto anni Erika e Virginia ritennero opportuno parlare di sesso a Dalia che già aveva percepito qualcosa che doveva accadere fra maschi e femmine. Fu  informata anche dei vari gusti in campo sessuale sia dei maschi che delle femmine, in altre parole a Dalida fu spiegato il perché aveva due madri senza un padre, la ragazzina ci pensò un po’ su e fece cenno di aver capito. Alla prima media un episodio che la fece diventare famosa in tutto l’istituto: ad una sua collega che la sfotticchiava per il fatto di non aver un genitore maschio prima rispose a parole poi visto che la cotale, anche se più alta e robusta di lei seguitava nello stalking le diede uno sfracello di botte facendole anche un occhio nero.  Il preside volle vederci chiaro di quell’episodio secondo lui increscioso ma, al vaglio dei fatti diede ragione  a Dalida. Passarono gli anni,  ormai donna si iscrisse alla facoltà di ingegneria ottenendo la laurea con centodieci e lode, aprì uno studio di ingegneria elettronica unitamente ad un collega compagno di corso ed insieme  brevettarono dei sistemi di loro invenzione. Dalida non fu indifferente al fascino del suo collega Aristide ‘sfornando’ un bellissimo pupo con caratteristiche mediterranee come suo padre, niente più svedesi in casa sua.

     
  • 26 giugno alle ore 17:10
    LA BELLEZZA DI LORY

    Come comincia: Alberto a bordo della sua Alfa Romeo Stelvio Quadrifoglio stava percorrendo l’autostrada che lungo la tirrenica conduce a Roma. L’acquisto dell’auto era recente, un suo desiderio finalmente appagato dopo la morte della moglie Donna per un male incurabile. Alberto  maresciallo della Guardia di Finanza  a Messina era a capo della Sezione Volante. L’acquisto di quell’auto costosa era stata oggetto di controlli da parte dei superiori di grado che, tuttavia, non avevano trovato nulla di irregolare, la moglie Donna era ricca di famiglia. Il suo era stato un matrimonio non felice  anche se il significato del nome della consorte voleva dire ‘signora’ la cotale non si era dimostrata tale, voleva un figlio ad ogni costo ed era diventata paranoica, maniaca, sgarbata con tutti, le cure ormonali per favorire la gravidanza forse erano state la causa del suo decesso. Alberto a metà viaggio si era fermato ad un autogrill quando gli si avvicinò una bionda alta e belloccia che: “Signore che bella auto!” Rispolverando il suo idioma d’origine Alberto: “Cocca nun riusciresti a fammelo rizzà nemmeno cò una gru…” La cotale si allontanò bofonchiando frasi non proprio gentili riferite  alla mascolinità di Alberto che riprese il viaggio fino ad arrivare a via Appia a Roma dove i parenti avevano una villa. Era arrivato in un momento in cui la nonna Maria e la zia Armida erano in crisi per la morte di Rosilde, sorella di Armida avvenuta giorni prima. Alberto fu ugualmente accolto con baci ed abbracci da parte delle due donne, era il nipote preferito anche perché portava il nome del defunto marito di zia Armida e fisicamente gli assomigliava molto. Nonna Maria: “Ci potevi avvisare, fra l’altro oggi non si è presentata Gina la cameriera, chissà cosa le è successo, di solito è puntuale.” Alberto stava aprendo i bagagli per sistemare i suoi abito nella camera degli ospiti quando la zia Armida: “Gina è all’Ospedale  S.Giovanni, l’hanno picchiata in strada, ce l’ha comunicato il poliziotto di servizio, facci un salto per vedere come sta.” Alberto, stanco del viaggio ne avrebbe volentieri fatto a meno. All’ingresso del nosocomio l’agente di servizio: “Signore non è orario di visite, si ripresenti alle diciotto.” Mostrando il tesserino:“Sono un collega della Finanza, dovrei andare a vedere una mia parente ricoverata per fratture al viso in seguito ad un tentativo di scippo.” “Va bene, cerchi di non farsi notare dal responsabile del reparto.” Gina era ricoverata in un camera a quattro letti, aveva la faccia tumefatta e un occhio semichiuso. “Gina come è stato?” “Dottore un delinquente mi voleva strappare la borsetta, ho resistito e quello mi ha riempito di botte.” “Che c’era nella borsetta?” “Venti Euro ma è per una questione di principio…” “Per principio ti sei fatta riempire di bastonate, se hai bisogno di qualcosa faccelo sapere.” Alberto stava per risalire sulla Stevio quando fu avvicinato da un tale piuttosto corpulento che con fare guardingo: “Dottore le propongo un affare unico, un Rolex d’oro a duemila Euro, è rubato ma se va in gioielleria le chiedono quindicimila Euro.” “Io in gioielleria non ci vado perché insieme a te mi recherò in piazza S.Maria Maggiore dove c’il Comando della Polizia Tributaria, non hai occhio a riconoscere un finanziere?” “Dottò sto ‘nvecchiando, le chiedo un grosso favore faccia finta di non avemme ‘ncontrato, sò in licenza premio di quindici giorni dar ‘gabbio’ di Regina Coeli, si me denunzia sò rovinato pè sempre, io sò Nando detto ‘er mariolo.’” Alberto ci pensò un attimo poi guardando in faccia ‘er mariolo’, decise di soprassedere, dall’espressione del viso non sembrava un delinquente incallito e allora: “Caro Nando ho il piacere di dirti che per questa volta sei libero, se al posto mio…” “Dottò è sicuro che lei è ‘n maresciallo della Finanza, me pare strano…” “Questo è il mio tesserino ed ora sloggia.” “Le chiedo  ‘nurtimo favore, potemo annà a pià mì fijia a scola, voglio famme vedè cò stà machina rossa, un figurone coll’amiche della mia Loredana, la scola Ascolani è più avanti in via Appia.”  Giunti sul posto Loredana con la sua cartella era seduta su un muretto ad aspettare, non fece caso alla Stelvio e seguitò a guardare lontano…” “Lory amore mio vieni in macchina, st’amico mio ce dà ‘n passaggio.”  Alberto d’un colpo era diventato amico di un carcerato ma finì presto le riflessioni guardando la ragazza messasi in piedi. Favolosa., alta, capelli lunghi castani, viso dallo sguardo intenso con occhi che esprimevano forza di volontà, determinazione, intelligenza a parte il corpo perfetto. ”Prima che Lory salisse in macchina: “Sei sicuro che quella è tua figlia?” “Dottò proprio sicuro no…” La ragazza non fece caso al guidatore dell’auto, si sedette nel sedile posteriore guardando fuori,  immaginava che tipo fosse un amico del padre.  Dinanzi casa, una ex abitazione di contadini a due piani Loredana scese di corsa e si infilò nel portone, Nando entrando in casa: “Cara ti ho portato un amico…” “’’mbecille, t’ho detto che ho le mestruazioni!” Alberto capì tutto, dentro di sé si mise a ridere, che razza di famiglia incasinata…”Signora mi scusi, io non volevo…sono un maresciallo della Finanza, stò per andarmene.”  “Ci mancherebbe altro, un amico di mio marito, resti al pian terreno in salotto, mi vesto e vengo. “ Dopo dieci minuti : “Sono Dalida, non aspettavo nessuno, cosa posso offrirle?” “Niente madame, forse un’altra volta…” Nel frattempo si era presentata Loredana che: “Maresciallo ci scusi se non siamo stati molto ospitali il fatto è che…” “Loredana  non ti scusare, le scuse possono essere indice di debolezza ma nel tuo caso propendo per considerarle un atto di forza, di ricerca di dialogo, una riflessione di come agire diversamente.” “Per essere un maresciallo della Finanza  trovo che ha un eloquio brillante, io frequento il terzo liceo classico…se avessi bisogno di ripetizioni saprei a chi rivolgermi!” Dalida e Nando erano rimasti ammutoliti dinanzi alla conversazione fra Alberto e  Lory, per loro quei concetti erano astrusi. Nando: “Dottò resti a cena con noi, mì moje quando ce se mette in arte culin. insomma in cucina è brava!” Alberto telefonò a casa: “Nonna Maria sono a cena a casa di amici, torno tardi a casa.” Verso le ventidue, tutti satolli Loredana accompagnò Alberto sino alla macchina: “Maresciallo è stato un piacere, conosco pochi uomini con la sua personalità, da me cercano solo prestazioni sessuali, il fatto è che mia madre… esercita il mestiere più antico del mondo, non abbiamo entrate perché mio padre è in galera, la rivedrei volentieri lei è…” “Io sono, tu sei egli è…ti ho ammirato dal primo momento che ti ho visto, non aggiungo altro, se non ti dà fastidio verrò a prenderti a scuola, mi sembra che esci alle diciassette.” “D’accordo, a domani.” Puntuale come un orologio svizzero alle sedici e trenta del giorno dopo Alberto volutamente posteggiò la Stelvio dinanzi alla porta d’ingresso dell’istituto. All’uscita degli studenti dal plesso fu la curiosità dei ragazzi e delle ragazze coetanei di Loredana che salutando gli amici: “C’è il mio fidanzato che mi dà un passaggio, a domani.” Commenti dei giovani: “Non vi sembra che sia troppo ‘maturo per Loredana?” “Si ma con quella macchina…” “Cara Lory dato che siamo fidanzati possiamo darci del tu, che ne dici?” “Volevo far morire d’invidia due mie compagne molto ricche che viaggiano in macchine di lusso, io sempre con l’autobus.” Mamma Dalida era stata avvisata dell’arrivo pomeridiano di Alberto e quindi aveva fissato i propri ‘appuntamenti’ al mattino; il pomeriggio Alberto e Lory furono accolti da una cane di razza Pit Bull che, ad un ordine di Lory si sedette a terra senza abbaiare . “Non ti preoccupare per Bolt, ubbidisce a tutti i miei comandi, certo se mi fai arrabbiare…” risata della ragazza che abbracciò Alberto il quale, ben felice, prolungò l’abbraccio sino alla comparsa sull’uscio di casa di Dalida. “Ragazzi se siete d’accordo cena ogni sera, se possibile vorrei che Alberto mi accompagnasse al supermercato, devo fare acquisiti.” Dalida fu accontentata ma in macchina: “Giovanotto anche se io faccio la mignotta mia figlia è di un’altra razza, falle qualche sgarbo e te le dovrai vedere con me, come tutte le mamme…” Lo sguardo intenso di Dalida fece  capire ad Alberto che non scherzava ma lui ancora non aveva fatto niente anche se…Dopo quindici giorni Gina si era rimessa in piedi più pimpante che mai, il suo assalitore era stato messo in galera dai Carabinieri e lei era soddisfatta di prestare di nuovo servizio. Alla notizia che Alberto portava a cena una sua amica si impegnò per fare bella figura e così fu. Loredana ovviamente sollevò la curiosità di nonna Maria e della zia Armida che considerava Alberto come suo figlio e presolo  da parte: ”Sei sicuro di quella ragazza, mi sembra troppo …sveglia.” “Cara zia, io le gatte morte non le sopporto, Loredana è una ragazza intelligente e molto seria, anche troppo per i miei gusti.” Ovviamente successe quello che doveva succedere: un pomeriggio Lory incollò le sue labbra su quelle di Alberto il cui ‘ciccio’ sentendo odore di ‘topa’ alzò la testa ma senza risultati per lui, era troppo presto e quindi si rassegnò. Alla fine dell’anno scolastico, superati gli esami di maturità, ritornato al gabbio papà Nando,  Alberto per festeggiare invitò al ristorante Lory e sua madre, Dalida era elegantissima come sua figlia sembrava che Alberto e Dalida fossero i genitori e Loredana la figlia. Entrati al  ‘Chattanooga’ ristorante in stile saloon  ebbero la conferma di quanto pensato da Alberto. Appena seduti al tavolo si presentò il padrone del locale che, dopo,un inchino: “Col vostro permesso vorrei provvedere io al vostro menù differente fra quello dei  genitori e quello della signorina figlia.” Nessun commento da parte dei tre, Alberto in quel momento si rese veramente conto della differenza di età fra lui e Loredana, circa vent’anni…ma non volle rovinarsi la serata, ‘sarà quel che sarà’ la sua riflessione come da canzone di Tiziana Rivale. Ovviamente un bacio tira l’altro come le ciliege ed Alberto e Lory divennero sempre più ‘intimi’ ma non sino al punto di…”Non ti offendere, devi capire che dopo l’esempio di mia madre per me il sesso è diventato un problema anche se non lo do a vedere, sarà un cadeau a mio marito.” “Tradotto volgarmente, quando mi sposi te la do altrimenti… fischi.” “La frase non è delle più felici, ho capito che ti amo, sei l’uomo della amia vita ma…” “A me mi fregano i ma…sto scherzando, per ora mi contento del sapore della ‘gatta’ piacevolissimo.” Pace fatta fra i due,  anche Bolt era ormai diventato amico di Alberto. Nonna Maria e la zia Armida anche senza parlare con gli sguardi cercavano di capire  a che punto fosse la relazione tra il nipote e la ragazza, ai loro tempi un fidanzamento lungo non era previsto ed infatti: “Cara nonna e cara zia io e Lory abbiamo deciso di sposarci, sarà un matrimonio molto particolare, speriamo di vostro gusto.” Alberto si era messo in aspettativa senza assegni, troppo tempo lontano dal servizio, vi era stato costretto dal proprio Comandante Provinciale. Nonna e zia si domandavano in cosa potesse consistere quel matrimonio particolare, forse al Comune anziché in chiesa, sarebbe stato un affronto alla loro religione ma furono smentite.” Care nonna e zia, per un piccolo ‘inconveniente’ il padre di Lory è temporaneamente ristretto a Regina Coeli e così ci sposeremo nella cappella di quel carcere.” Occhi sbarrati da parte delle due donne che rimasero senza fiato, mai sentito che…Anche i giornali parlarono di quel matrimonio particolare, la sposa bellissima con abito acquistato dalla madre fece impazzire i detenuti che volentieri avrebbero voluto essere al posto dello sposo, Nando e Dalida testimoni della sposa, nonna Maria e zia Armida dello sposo, ricevimento all’interno del carcere con la partecipazione ‘mangereccia’ di alcuni detenuti amici di Nando. Prima notte…tutto rimandato a Messina dove Alberto, con l’aiuto finanziario di nonna e zia avevano acquistato un appartamento ammobiliato  in via della Zecca. La promessa alle magnanime donatrici di portarle in auto a Messina per visitare il loro acquisto. La prima notte: “Mò so c…i tua , ti sdereno la cosina, me l’hai fatta troppo desiderare!” Al contrario della volgare battuta Alberto fu molto delicato, cosa apprezzata da Lory sempre più innamorata di Alberto invidiato dai suoi colleghi per il fascino della sua sposa. E vissero sempre felici e più ricchi con la scomparsa della nonna e della zia di Alberto.

     
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