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Racconti di Alberto Mazzoni

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  • 08 gennaio alle ore 10:02
    SESSO FANCIULLESCO

    Come comincia: Non risponde a verità che il sesso sia di pertinenza solo dei maggiori di età, quanto di seguito riportato ne comproverà la teoria. Tiziana, viterbese di nascita e di residenza non poteva annoverarsi fra la persone fortunate, suo marito Omero era deceduto per un ictus in età giovanile, da casalinga si vide persa. Per sua fortuna le venne  in aiuto  sua sorella Serena che risiedeva a Roma ed insegnava materie letterarie all’Istituto Centro Modica in via Appia, era vicino alla sua abitazione di piazza Ragusa. Leonardo, dodicenne figlio di Tiziana era stato iscritto alla prima media di quella scuola, andava insieme alla zia alle lezioni  ma non nella stessa classe.  Come rendimento scolastico era un disastro, non era attento in aula, disturbava gli altri alunni, a casa non studiava insomma un pessimo elemento. Uno psicologo amico di Serena aveva interpretato  l’atteggiamento del giovane al fatto che era stato ‘estirpato’ dal suo ambiente, a Roma non aveva amici né poteva contare su insegnamenti dello zio Teodoro marito di Serena che non faceva onore del suo nome. Di mestiere puttaniere, ricco di famiglia cercava sempre di ‘farsi’ tutte le pulselle che gli capitavano a tiro. Serena l’aveva conosciuto all’Università, lo aveva  sposato perché a suo tempo  non aveva un posto di lavoro. Abituatasi al comportamento del marito aveva deciso di ignorare le sue avventure d'altronde ormai non aveva quasi più rapporti sessuali con lui, era stata costretta a passar sopra al fatto che Teodoro fin da subito aveva corteggiato ed infine aveva superato le resistenze di Tiziana, si era ‘fatto’ pure la cognata con l’assenso della sorella, meglio una di famiglia che…Un amico di Teodoro aveva avanzato l’ipotesi che il suo non avere figli poteva dipendere da lui e non dalla moglie. Punto sul vivo il signore era andato in un laboratorio di analisi ed aveva sottoposto ad esame il suo sperma. Nel frattempo era dovuto correre a casa di un suo contadino che era rimasto ferito sotto un trattore ribaltatosi. L’analisi dello sperma era negativo, Teodoro era sterile. Un lampo di genio, Serena andò a trovare in ufficio il titolare del laboratorio, gli chiese di falsificare il certificato facendo risultare suo marito perfettamente in grado di generare trattenendo il certificato originale. Dopo molti tentennamenti il dottor Pigliapoco si fece convincere anche e soprattutto dopo aver incassato due biglietti da cinquecento Euro, non aveva pigliato poco! Chi disse che le donne sono diaboliche ci aveva proprio azzeccato, qual’era il disegno di Serena? Sputtanare qualche signora o signorina che avesse voluto incastrare suo marito con una paternità a lui attribuibile. Ora il problema da risolvere era il comportamento scolastico di Leonardo, il Preside della Scuola, esasperato dal comportamento del giovane voleva sospenderlo dalle lezioni, la madre non era in grado di sistemare la situazione, Serena pensò bene di prendere in mano la situazione, lo prese da parte e: “Leo capisci che così non puoi andare avanti, alla tua età è presto per cercare un lavoro e poi hai solo la licenza elementare, ti faccio una promessa, se metterai la testa a posto dopo quindici giorni o meglio una settimana ti farò un regalo che ti sia gradito, una bici, un motorino, insomma puoi scegliere tu.” Quella promessa della zia fece cambiare completamente il comportamento del ragazzo, dal giorno successivo a scuola era diventato  attento alle lezioni, non disturbava i compagni di classe, faceva domande al professore di turno circa la lezione spiegata, era diventato uno studente modello con gioia e meraviglia degli insegnanti. Non usciva di casa, il pomeriggio lo passava ‘sui libri’, non era più sgarbato con la madre, era sempre sorridente la qualcosa meravigliò e fece insospettire la zia, c’era sotto il suo comportamento che lei non riusciva a comprendere sin quando una sabato pomeriggio mentre il giovane studiava nella sua stanza si fece viva Serena: “Or che bravo sei stato puoi chiedere il regalo che vuoi fatto. Ho copiato una frase del ‘Carosello’ una trasmissione pubblicitaria della R.A.I. che in passato, per fare la reclame di una lavatrice recitava: ‘Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato? Risposta: il bucato in casa c’è chi lo fa meglio di te ed a lei dico grazie…’ e la voce in sottofondo specificava  anche il nome della marca della lavatrice, sentiamo ora quale regalo vuoi fatto.” “Cara zietta un regalo molto particolare….che non ti costerà nulla in soldi.” A Serena venne un sospetto che presto si tramutò in realtà. “Zia vorrei baciare una tua tetta.” Serena cercò di ‘buttarla’ sul ridire: “Non sei più un bambino che viene allattato dalla madre.” “Zia fai finta di non capire, non sono più un neonato, cerca di accontentarmi, lo desidero tanto.” Serena uscì dalla stanza di Leo sconcertata, non si aspettava quella richiesta, ne fece partecipe la sorella che nell’ascoltare quanto richiesto dal figlio ebbe una reazione istintiva: ”Vado di là e lo prendo a schiaffoni!” “Cerca di ragionare, se Leo è cambiato è per merito mio che gli ho promesso un regalo, non vorrai che riprenda il comportamento di prima, vuol dire che…” “Caro ho pensato molto a quanto mi hai chiesto, capisci che è qualcosa fuori del normale, ti accontenterò, Teodoro è fuori Roma, ci possiamo incontrare stasera dopo cena.”A tavola Leonardo non fece onore a quanto cucinato dalla madre, la zia cercò di essere brillante scherzando con sua sorella chiedendole se Teodoro ci avesse provato ancora con lei. “Deve avere qualcuna nuova di zecca, è da quindici giorni che non si fa vivo.” Leonardo ebbe la conferma che fra sua madre e lo zio…non gli importò gran che. “Cara sorella, andrò in camera di tuo figlio per ripassare una lezione, buona notte.” “Buona notte a voi due…” Serena era in vestaglia senza reggiseno ma con gli slip, andò in bagno per lavare i gioielli, Leo la seguì ‘armato’ sino ai denti il che fece dire a Serena: “Cavolo nemmeno mio marito…” Il ragazzo avrebbe voluto fare della zia un’amante ma ebbe un chi va là. “Mi hai chiesto di baciare una tetta, qui ne hai due a disposizione, col tempo…” Leonardo, intelligente di suo, divenne uno dei migliori alunni dell’istituto, alla festa di fine anno scolastico risultò il terzo in ordine di bravura. L’andamento della casa di Serena era diventato una routine, Teodoro ad un certo punto fu costretto ad abbandonare le sue abitudini sessuali, il suo ‘ciccio’ non rispondeva più ai suoi desiderata. Leonardo era riuscito a conquistare le grazie della zia, con i soldi dello zio si comprò prima una moto Ducati Monster e poi una Peugeot 308 con cui scarrozzava per Roma mamma e zia sino a quando: “Gentili signore, questa è Lucilla mia compagna di Università, è brava  in tutto… vorrei solo che le insegnaste l’arte culinaria, per dove è piuttosto scarsa, per il resto…

  • 03 gennaio alle ore 11:02
    ALBERTO IL FINANZIERE

    Come comincia: Alberto Minazzo della sua gioventù ricordava solo gli ultimi avvenimenti della seconda guerra mondiale quando dalla natia Roma si era trasferito con la famiglia a Jesi in quel di Ancona. Suo padre Armando era stato nominato direttore di banca del Credito Jesino. Il papà non era stato richiamato sotto le armi in quanto invalido civile, aveva avuto amputata mezza gamba in seguito ad un incidente con la sua moto Guzzi. In seguito ai bombardamenti degli americani, non ancora alleati, Alberto con al seguito la madre Domenica Sciarra e le zie paterne Giovanna e Lidia si era trasferito a Santa Anastasia, frazione di Cingoli (Macerata) nell’abitazione dello zio Raffaele (Fefè) marito della zia paterna Elena (Lilli). In quella località non vi era la scuola media (si trovava a Cingoli distante quindici chilometri) e pertanto Alberto seguiva le orme di Michelaccio: ‘mangiava, beveva e andava a spasso.’ In una vicina grande abitazione erano giunti sfollati degli abitanti di Ancona, famiglie di pescatori che non sapevano far altro che il loro mestiere che ovviamente non era possibile esercitare in campagna. Unico loro sostegno le signore mogli, ancora piacenti che si guadagnavano il pane non col sudore della fronte ma con quello più remunerativo di ‘dar via la cocchia’ termine locale per indicare il sesso femminile. Figlia di una di queste era Alda Berti, dodicenne, che già da piccola aveva appresa l’ars amatoria dai compagni di scuola. Alberto stanco di fare il ‘falegname’ prese confidenza sino a dividere con la ragazza la sua stanza con piacevoli conseguenze per ambedue peraltro senza problemi, la baby non aveva avuto ancora le mestruazioni. Fine della guerra e della liaison, rientro a Jesi dove Alberto sedicenne riprese gli studi, fece comunella con un compagno di classe ma ebbe un incidente con la mamma di costui, la signora separata dal marito ed in assenza del figlio si era fatta trovare da Alberto deshabillé (sotto la vestaglia niente) con ovvia conseguenza da parte di un ‘ciccio’ arrapatissimo. Il paese è piccolo, la gente non solo mormora ma fa pettegolezzi ormai sulla bocca di tutti, Alberto fu esiliato a Roma a casa della zia materna Armida. La situazione piacque al giovane che superati gli esami di quinta ragioneria presentò domanda di arruolamento nella Guardia di Finanza. Risultando iscritto alla leva di Ancona ebbe la fortuna di ‘scansare’ la Scuola Alpina di Predazzo località freddissima e disagiata e di essere arruolato alla Scuola Allievi finanzieri di via XXI aprile a Roma. Di quel periodo ricordava in particolare modo la stupida cattiveria di alcuni istruttori che, a suo tempo loro stessi vessati, scaricavano il loro sciocco umorismo sugli allievi. Un esempio: “Chi di voi sa suonare il pianoforte?” Ai due allievi presentatisi sorridenti e felici sicuri di far bella figura: “Andate al pian terreno e trasportate il pianoforte a casa del Comandante al terzo piano!” Altra schifezze che Alberto aveva dovuto sopportare: sbucciare patate e pulire il cesso sulla cui porta un bel esprit aveva scritto: “Non dico nel centro ma almeno, figli di puttana cacate dentro!” Passati i primi venti giorni libera uscita per gli allievi che per prima cosa pensarono come poter sollazzare l’augello. Saputo che Alberto era romano lo pregarono si indicare loro dove fossero ubicati i casini (allora la senatrice Merlin non aveva ancora rotto i zebedei con la sua legge). Alberto divise i colleghi in vari gruppi ed a ciascun gruppo indicò una casa di tolleranza, lasciando per sé la migliore e più costosa dove alloggiavano le più belle  gnocche anche straniere, via Degli Avignonesi. Il soldi non erano per lui un problema, papà Armando ogni mese gli inviava diecimila lire sino alla consegna delle Fiamme Gialle, assegnazione ufficiale della qualifica di finanziere. In quella casa di tolleranza conobbe una ‘signorina’ fuori del comune: bellissima, altezza superiore alla media, viso da bambola, occhi mai visti oro grigio azzurro, francese di Nizza. La prenotò ed andò in camera di Gisele e: ”Mademoiselle je connais le français.” “Ed io l’italiano, siamo pari, quanto tempo vuoi stare con me, facciamo mezz’ora, mi piaci, voglio divertirmi anch’io.” Finito l’incontro’ ad Alberto sceso in sala la maîtress chiese la somma di cinquemila lire, prima di andar via rivolto a Gisele: “Mi piacerebbe rivederti ancora ma non ho tanti soldi…” “Vieni quando vuoi, ti sovvenzionerò io.” La relazione fra Alberto e la francese divenne impegnativa per entrambi, si erano scoperti innamorati, Gisele non volle mettere al corrente Alberto del motivo della sua entrata in un casino, Alberto non le  racconto le sue vicissitudini passate, seguirono il detto napoletano: ‘Scurdammoce ò passato’ Venne il giorno del trasferimento di Alberto alla Legione di Torino, avuta la notizia Gisele scoppiò a piangere. Alberto pensò di congedarsi e trovare un lavoro ma dato il tenore di vita della francese lei avrebbe voluto seguitare nella sua ‘professione’, Alberto non lo avrebbe accettato. Alla Stazione Termini sino all’ultimo sperò di rivederla… delusione, Gisele non si era presentata. Dal comando della Legione di Torino fu assegnato insieme a due colleghi marchigiani alla Brigata di Montecrestese in provincia di Novara. Giunsero di notte, furono accolti dal piantone Ambrogio Colombo classico milanese che dopo averli rifocillati indicò loro la camera dove dormire e sistemare i bagagli. I tre furono svegliati alle otto dal casermiere, dopo colazione si presentarono al comandante del reparto brigadiere Guglielmo Angeleri che, benché in età avanzata era stato assegnato a quella brigata di confine per conseguire il requisito di appartenenza a reparto disagiato, motivo: conseguire i requisiti per essere promosso al grado di maresciallo. Brigadiere anziano, moglie molto più giovane,  allorché il marito si allontanava dalla caserma per servizio la signora Sonia Adalberti faceva sollazzare la sua topina dai giovani dipendenti del consorte. “Che titolo di studio hai?” “Ragioneria.” “Bene mi aiuterai a fare  i conti da quelli del vitto sino  alle paghe, io ci capisco poco.” Le cose non andarono come desiderato dal brigadiere, tre finanzieri del dipendente distaccamento di Lago Matogno furono  trasferiti ad altro reparto, tre nuovi giunti dovettero rimpiazzarli. Alberto in compagnia di Sanzio Loretelli, vecchio del reparto e di Biagio Lupini seguì il vivandiere che con un mulo  si recava al distaccamento per rifornire di viveri i finanzieri. Durante il tragitto Sanzio, durante una sosta spiegò ad Alberto ed a Biagio il perché il comandante della Brigata fosse soprannominato ‘balle da vendere.’ Durante la visita ispettiva a Montecrestese del capitano Primo Pagnani comandante della Compagnia al pranzo erano presenti tutti i componenti del reparto esclusi due uomini di pattuglia. In sala mensa a capo tavola il capitano, a destra la signora Sonia, a sinistra il comandante del reparto, fra i finanzieri l’autista del capitano Santo Brecciaroli. Sonia mangiava in silenzio ed a testa bassa, il capitano le domandò: “Signora si sente bene?” “Mai stata tanto bene in vita mia!” Un sorrisetto aleggiò sul viso della maggior parte dei componenti il reparto.  Il capitano rivolto al brigadiere: “Ho notato che lei invia le pattuglie sempre più in alto, non sarebbe meglio fare dei posti di blocco in pianura?” Il buon Guglielmo forse in un momento di ira: “Balle da vendere, so io quello che faccio!” Il capitano non replicò ma il ‘balle da vendere’ restò come soprannome al brigadiere.  Alberto durante il tragitto sino al distaccamento era piuttosto stanco appesantito dallo zaino ed anche perché non allenato, domandò al vivandiere: “Quanto manca?” “Poco finanziere.”  Dopo ventisette chilometri il quartetto giunse finalmente dinanzi al reparto accolti da sottobrigadiere Gavino Pinna sardo di Alghero,  molto religioso che salutò i nuovi venuti con un “Sia lodato Gesù Cristo”, i tre gli risposero salutandolo militarmente, erano atei. I giorni passavano lenti, qualche giro di pattuglia ma il sabato sera le signorine baitane che custodivano le capre, (non le pecore lasciate libere di pascolare) erano invitate dai finanzieri a ‘ballare’ al suono di una radio a batterie, era il pretesto giustificativo per avere rapporti sessuali lontano dal distaccamento. Il sottobrigadiere fidanzato al suo paese non solo non partecipava ma condannava quei rapporti che lui non accettava prima del matrimonio, gli era stato inculcato il principio che i rapporti sessuali erano destinati al solo fine di procreare! Venne l’inverno. Quando liberi dal servizio i finanzieri giocavano a carte, si vestivano da donna o addirittura mettevano su uno spettacolo, in particolare: Sanzio  mentre scorreggiava spudoratamente senza mutande  avvicinava la fiamma del suo accendino al culo procurando una specie di fiammata. “Malaittu porcu” era il commento del sottobrigadiere. Alla radio GF 1 il comandante di brigata domandò: “Tobacco?” Era la frase convenzionale del brigadiere Angelieri per sapere se i militari del distaccamento avessero  eseguito un sequestro di sigarette. Alla risposta negativa del sottobrigadiere: “Bel sardagnolo, ti farò abbassare le note caratteristiche e potrai dare addio alla promozione, datti da fare, cazzo!” Alberto venne in aiuto al povero e affranto Gavino Pinna, contattata una baitana con cui era in ‘buoni rapporti’  si fece indicare giorno e  località in cui il suo fidanzato, cocu sarebbe transitato insieme a suoi colleghi con una bricolla di sigarette di contrabbando. “Brigadiere domani vorrei andare in pattuglia con Sanzio Locatelli e con Biagio Lupini, viveri per tre giorni, porteremo con noi anche i sacchi a pelo, spero di tornare col ‘tobacco’. Il sottobrigadiere lo abbracciò e pregò  la Madonna acché i tre suoi dipendenti portassero a buon fine l’agognato sequestro. La baitana amica di Alberto aveva ‘spiato’ la notizia con precisione, all’alba del terzo giorno in località Agarina Alberto e compagni intravidero tre figure con  indosso una bricolla, con la pistola spararono in aria vari colpi segnale in seguito al quale i contrabbandieri si disfecero del carico e fuggirono per non essere arrestati. Stavolta non andò così: due spalloni sparino in fretta mentre il terzo fu trovato dai finanzieri seduto su di un  masso. Alberto: “Non hai sentito i colpi di pistola, che pensavi fossimo dei cacciatori, ora dobbiamo arrestarti!” “Io sugno calabrisi…” Alberto: “Non mi frega di dove sei, prendi la bricolla e seguici in caserma.” A ‘Lago Matogno’ i tre più uno furono accolti con gridi di gioia ed abbracci come fossero dei giocatori di calcio dopo aver segnato un gol, il comandante di brigata fu informato del fermo. Dinanzi al focolare acceso, si era in inverno, il calabrese interpellato dal finanziere Luca Romeo, suo corregionale riferì in dialetto che con moglie e tre figlie era andato a far fortuna a Domodossola, non aveva trovato altro lavoro che quello di contrabbandiere.  Dichiarò solo i suoi nome e cognome: Giuseppe Morabito, non il luogo di residenza e  nemmeno quello dei suoi colleghi contrabbandieri. Alberto notò che Giuseppe, toltesi gli scarponi aveva i piedi bagnati, tremava dal freddo, era vestito troppo leggero per quel clima invernale, ebbe pietà, credette alla miseria del suo interlocutore, lo fece spogliare, gli consegnò una sua maglia, un paio di mutandoni di lana,  dei pantaloni, una camicia di flanella ed un paio di scarponi. Alberto, non  religioso,   da suo padre aveva appreso la carità per i più deboli, l’aveva messa in atto. Il Morabito ringraziò con gli occhi, si era commosso di tanta generosità. Al calabrese fu consegnato un sacco a pelo, doveva dormire per terra, tutti i letti erano occupati dai finanzieri. La mattina il Morabito era un altro, accettò un’abbondante colazione preparata dal casermiere, fece capire che era pronto ad andare in prigione. Il sottobrigadiere Pinna, consultati tutti i finanzieri presenti: “Caro il nostro calabrese sei libero, non dire a nessuno che non ti abbiamo arrestato, potremmo passare noi dei grossi guai.” Si intromise Alberto, si presentò e: “Vai a Domodossola dal mio collega e paesano  Gigi Gallozzi, digli che ti mando io e che ti trovi un lavoro dignitoso.” Giuseppe Morabito non riuscì a trattenere le lacrime, era stato trattato da  fratello, se lo sarebbe ricordato. Il Comandante della Legione di Torino, venuto a conoscenza del sequestro di T.L.E e che Alberto, uno dei componenti la pattuglia conosceva bene la lingua francese lo trasferì a Domodossola a prestare servizio sui treni internazionali. Libero dal servizio una sera Alberto si recò nella sala da ballo ‘Galletti’, pensava di rimorchiare qualche disponibile  domese, così si chiamano gli abitanti di quella città. Stranamente fu lui ad essere rimorchiato da una bruna niente male: “Lei non mi conosce, io l’ho riconosciuta tramite un racconto di mio padre, mi chiamo Rita Morabito. Tutta la mia famiglia le deve molto, tramite il suo collega Gallozzi mio padre è stato assunto come guardiano notturno in una fabbrica, io e le mie dure sorelle siamo impiegate come commesse in negozi di moda e di profumeria, non faccia quella faccia, il mio è un ringraziamento, se vuole possiamo ballare.” “Sconsigliato, in passato mi sono iscritto ad una scuola di danza, il titolare dopo due lezioni mi ha restituito la caparra, ‘il ballo non è per lei’, questo il suo giudizio. Sono sincero come mio solito, lei o meglio tu hai un effluvio molto piacevole, parlo non di un’acqua di colonia ma un profumo personale…” “Dilla tutta che vorresti fare?” “Non so chi dei due abbia di più la faccia tosta, cosa desidera un maschietto da una dama?” “Scopare caro, c’è solo un piccolo problema, nemmeno tanto piccolo, ho ventitre anni ma sono ancora vergine.” ”A me viene in mente una poesia goliardica che recita: “Noi siam le vergini dai candidi manti rotte di dietro ma sane davanti!” “Frase non valida per me, anche il posteriore è vergine come pure la bocca, altre domande?” “Scusa la mia volgarità, talvolta mi lascio trascinare, restiamo seduti al tavolo ad ascoltare la musica.” “Idea migliore, andiamo a casa mia, abito vicino alla tua caserma, mio padre è al lavoro, in casa troveremo mia madre Assunta e le mie due sorelle, potrai scegliere quella che più ti piace!” “Hai un senso dello humour molto particolare che non si pensavo albergasse in una ragazza del sud, andiamo a conoscere le altre femminucce di famiglia.” “Fai sfoggio di cultura, io ho la licenza classica, non ho potuto proseguire gli studi per difficoltà pecuniarie.” Entrati in casa Morabito la mamma in vestaglia: “Potevi anche avvisarmi che avevi un ospite!” “Mamma questo è Alberto il finanziere di cui ci ha parlato papà.” Assunta squadrò Alberto, dal suo sguardo parve essere soddisfatta, Alberto aveva salvato tutta la famiglia. “Caro ormai è tardi per andare a dormire in caserma, vieni nella mia stanza.” Aurora era stata esplicita, Alberto se pur un po’ meravigliato acconsentì, pensava che le meridionali fossero tutte delle puritane, aveva incontrato una eccezione. Dietro invito della ragazza andò in bagno per lavare i suoi ‘gioielli’, ‘ciccio’ ,sempre all’erta si alzò in tutta la sua magnificenza spaventando Aurora: “Spero sarai delicato…” Alberto fu delicato nei limiti del possibile, Aurora si dimostrò stoica, nessun lamento anzi:”Resta dentro…” “Non vorrei…” “Voglio io: qualora restassi incinta di un maschio gli imporrei il tuo nome col mio cognome.”  Alberto, prima di nascere era stato già battezzato. Alle sei mamma Assunta bussò alla porta della camera di Aurora: “Tuo padre sta per rientrare…” Alberto ancora insonnolito capì l’antifona, si vestì in fretta, baciò Aurora, salutò mamma Assunta e prese la via della caserma. “Cavolo, che ci fai in giro a quest’ora, non eri di servizio!” Il piantone stava dormendo. Alberto si ritirò in camera sua, notò gli slip sporchi di sangue, li avrebbe gettati nella mondezza, non voleva che la lavandaia gli facesse delle domande imbarazzanti. Era domenica, dormì sino all’ora di pranzo, lo stomaco stava reclamando. Chiese al cuoco altra  razione del primo.  il bolognese Silvano Roncaccioli gli preparò un altro piatto di tagliatelle doppio del primo e: “A capè ai ò  metter una pezza fiôl de busona!” Il lunedì successivo Alberto riprese il suo lavoro di controllo dei viaggiatori del treno che dalla svizzera Brig porta a Domodossola tramite il tunnel del Sempione. Solitamente cercava di rimorchiare qualche dame ou mademoiselle, stavolta il suo pensiero era rivolto solo ad Aurora, la ragazza l’aveva stregato, una sensazione o meglio un sentimento nuovo. Alberto comprese che non era il caso di recarsi a casa di Aurora o nel negozio dove esercitava la professione di commessa, sarebbe stato irrazionale. Ogni sabato si recava al ‘Galletti’, ovviamente niente ballo, si rifugiava in un tavolino lontano dall’orchestra e si sorbiva una bibita. Gigi Gallozzi lo incontrò in caserma e rimase basito dall’atteggiamento di Alberto, non era più il solito  ‘caciarone’, comprese la situazione dell’ amico e: “Arbè, er monno è pieno dè fica, lassa perde la calabrese se voi….” Alberto lo ringraziò: “Sei un amico, me la caverò da solo.” La sua presenza al ‘Galletti’ ebbe delle conseguenze positive. Verso le ventidue di un sabato stava per ritornare in caserma quando: “Scusi signore, i tavoli sono tutti occupati mi può ospitare?” “Bien sure mademoisele.” “Mi capita un francese…” “No sono italiano, ero in  sovrappensiero.” “Sono Flora Lucio del Priore, lieta.” “Il suo cognome mi fa pensare che qualche suo antenato sia stato così chiamato da qualche prete che, per lasciargli un marchio indelebile di N.N. lo abbia battezzato col quel cognome.” “Cavolo nessuno me l’aveva detto prima, lei è un insegnante?” “No, un finanziere.” “Non ho un bel ricordo dei suoi colleghi, lavoro a Briga, un pomeriggio avevo con me dieci pacchetti di sigarette Turmac, un suo collega, in verità un po’ effeminato mi ha accompagnata in Dogana e me le ha fatte sequestrare, devo pagare una multa salata…” “Domattina incontrerò quel brigadiere, si chiama Beniamino Barbieri soprannominato B.B., il perché l’ha capito da sola, vedrò quello che posso fare…mi piacerebbe invitarla a ballare ma in quel campo sono un  orso, ci sarebbero in ballo le sue scarpe ed anche i suoi piedi, se le va resti con me al tavolo, ho bisogno di distrarmi.” “Posso fare un’ipotesi, forse il cuore?” “Ha indovinato,  mai accaduto prima:” “Le cito un proverbio che si addice al suo caso:’ chiodo scaccia chiodo.” “Se il chiodo fosse lei…” Era il chiodo giusto, la liaison con Flora ebbe un seguito sino a quando Alberto vinse il concorso e si recò ad Ostia per frequentare la Scuola Sottufficiali ma questa è un’altra storia.

  • 19 dicembre 2020 alle ore 17:48
    UNA CUCKQUEAN

    Come comincia: L’Apollo, a Messina, era uno dei pochi cinematografi ancora in funzione, molti altri per cause varie non ultimo il Coronavirus avevano chiuso i battenti, la loro apertura non era più remunerativa. Goffredo era seduto in galleria in un posto vicino alla balaustra, stava più comodo poggiando piedi sul muretto, si era stravaccato. Entrando nella hall del cinema non aveva nemmeno guardato che film ci fosse in programmazione. Quella  decisione era scaturita dal fatto di aver ancora una volta litigato con Gloria sua compagna sia di classe (terzo liceo classico) che nella vita, avevano rapporti intimi già dalla quinta ginnasiale. Un futile motivo alla base della lite, il problema di fondo era che ambedue avevano un  carattere volitivo o, per meglio dire intransigente e non cedevano mai dai propri punti di vista. Avevano provato a lasciarsi varie volte ma poi, con le solite promesse di amore eterno si erano riappacificati ma in seguito tutto era finito in ‘gloria’, forse questa era la volta buona per andare ognuno per la propria strada. Goffredo era nato monello nel senso che spesso riusciva a dileggiare i più grandi, professori compresi e, benché preparato nelle materie scolastiche in condotta aveva spesso riportato un  sei con la conseguenza di dover ripetere tutte le materie ad ottobre. Il giovane viveva a Messina con la madre Mecuccia (vezzeggiativo di Domenica) figlia di un proprietario di edifici in città e di terre coltivabili  a Cesarò. Del padre Alfredo conosceva solo il nome, il cotale era sparito da casa quando Goffredo era giovanissimo, nessuno in famiglia parlava di lui. Quel suo carattere spigoloso di Goffredo forse era dovuto alla mancanza della figura paterna o forse l’aveva ereditato proprio dallo sconosciuto padre. Il giovane con madre e nonna Maria abitavano in una casa vicino al mare in frazione Torre Faro. Gof. frequentava il liceo ‘Maurolico’ in corso Cavour. Raggiungeva l’istituto con lo scooter Aprilia Dorsoduro  in caso di bel tempo, con la vetturetta Casalini M 14 allorché pioveva. Mentre era al cinema Apollo gli venne in mente una sua ‘monelleria’ effettuata al cinema ‘Savoia’ due anni prima. Fatto il biglietto per la galleria non aveva trovato posto a sedere, non la prese bene, si vendicò (che c’era poi da vendicarsi…) svuotando una bottiglietta di birra sugli spettatori della platea per poi scappare dal locale a gambe levate. Il fatto fu riportato da un giornale locale il cui un redattore, bell’esprit intitolò: “Birra gratis al Savoia’. Alla fine del primo tempo si accesero le luci, Goffredo vide nella poltrona accanto alla sua una signora piacente di viso e dal corpo da modella, vicino a lei altra dama piuttosto mascolina anche per i capelli a spazzola ed un viso che sembrava  scolpito nella roccia. Dopo metà del secondo tempo le due dame uscirono dal locale, Goffredo non trovò alcuna scusa per seguirle, rimase al suo posto ma la curiosità gli era rimasta. Fine del film, Goffredo prese l’impermeabile che aveva riposto fra la sua sedia e quella della vicina signora, lo indossò e nel mettere le mani in tasca si accorse che c’era un biglietto da visita con scritto ‘Centro Estetico Sole e Luna  -  via Consolare Pompea 69’. Un chiaro invito della signora viciniora al cine, si ripropose di andarci. Preso dallo studio il giovane non pensò più a quell’episodio sino a quando un giorno la nonna Maria, religiosissima gli si presentò col biglietto da visita in mano: “Adesso frequenti pure istituti di bellezza, lo sai che sono solo una copertura, ci troverai solo ragazze poco perbene, per me sei stato solo una delusione, il tuo nome vuol dire protetto da Dio, mi sa che Dio si sia scordato di te, hai sempre violato la morale, hai calpestato tutte le norme di madre Chiesa, hai sbeffeggiato i suoi sani principi, alla fine della vita ti troverai in una landa desolata!” “Cara nonna sei rimasta indietro di anni, le sacre scritture che tu ami tanto sono state oggetto di revisione, è risultato che Mosè quando andò sul Sinai per ricevere i dieci comandamenti era completamente drogato…” Nonna Maria si allontanò sconsolata, proprio a lei doveva capitare un nipote senza Dio! Mamma Mecuccia non si intrometteva mai nella vita del figlio, non era religiosa, aveva qualche peccatuccio sulla coscienza, si era fatta un amante toy boy. Era d’estate, Goffredo una mattina con la vetturetta si recò in via Consolare Pompea, si fermò dinanzi al numero 69, suonò una campanella esterna, aprì il portone una ragazza in camice bianco: “Signore buongiorno, penso che si sia sbagliato, questo è un istituto di bellezza per sole donne.” “Una signora m’ha consegnato questo biglietto da visita…” Si accomodi.” “La baby si allontanò e poco dopo: “Sono Hedone, la ricordo, ci siamo incontrati al cinema Apollo, la prego di ritornare dopo le tredici.” “Ho un’idea migliore, che ne dice di incontrarci al ristorante Kaleidos’ che ho visto lungo la strada.” “Accettato, io e Nerina verremo appena finito il lavoro.” Alle dodici e trenta Goffredo entrò nel ristorante che si stava riempendo di clienti. Si avvicinò un signore distinto ed elegante dal forte accento straniero: “Sono Zeno il titolare del locale, è solo?” “Aspetto due signore. “Dopo mezz’ora entrata di Hedone e di Nerina, salutarono affettuosamente il padrone del locale che già conoscevano, Goffredo si era alzato e le aspettò al tavolo. Nerina: “Lei sembra molto giovane…” “Ho trent’anni, ne dimostro dieci di meno.” “Lei è un bugiardo matricolato, meglio così, i timidi non ci piacciono! Zeno conosce i nostri gusti.” Infatti dopo un quarto d’ora comparve un cameriere con un carrello, un ben di dio.  Nerina: “Non le dico buon appetito che non è più di moda ma vedrà che apprezzerà il cibo greco.” Previsione avverata tutto buonissimo, Goff fece onore alle cibarie elleniche, solo il caffè era un espresso italiano.  Nerina era la più chiacchierona: “Ti do del tu, non far caso al cattivo umore di Zeno, è omosessuale, è scappato da Atene perché il suo amante gli ha rubato quasi tutto il suo patrimonio, si è confidato con noi, lo abbiamo conosciuto a fondo, è un gentiluomo.” Alla fine del pasto Zeno si presentò al tavolo dei tre: “Permettetemi di offrirvi il pranzo  in onore del signore che vedo per la prima volta e che spero di rivedere quanto prima.” Appena usciti Nerina: “ Caro Goffredo piaci anche agli omo, vedo che rimiri Hedone, se lei non parla vuol dire che…” “Che ne dici di farti i fattarelli tuoi…” “Mi accorgo che ci ho azzeccato, io vengo con te in quella scatoletta di auto, Hedone verrà a casa nostra con la nostra mini.” Il piano superiore dell’istituto di bellezza era la magione delle due dame, arredata con gusto con mobili moderni, il salone poi era un bijou. Hedone mise sull’apparecchio un CD brasiliano indiavolato, invitò a ballare Goffredo che si dimostrò all’altezza, maestra era stata per lui Gloria che era portata sia nella danza che a letto. Dopo un  po’ Goff rivolto ad Hedone: “Mi sono stancato, vorrei riposarmi su di un morbido letto.” Solita Nerina: “Dillo chiaro che ti vuoi scopare Hedone!” Un’ira funesta si stava abbattendo sulla malcapitata che prese una fuga rifugiandosi dentro una toilette e chiudendosi dentro. La chiacchierona ci aveva azzeccato, Hedone condusse Goffredo in camera sua, passaggio in bagno e poi su di un  letto matrimoniale con lenzuola che profumavano di violetta. Goffredo partì all’attacco, prima in bocca un bacio lungo, passaggio sulle tette ed infine sul clitoride piccolino fra pochi peli biondi. Hedone ebbe un orgasmo quasi silenzioso come sua natura, solo al secondo orgasmo si lasciò andare alla grande, all’immissione penis cominciò a tremare tutta, il giovane amante si era dimostrato più che all’altezza. Era quasi sera quando: “Belli di zia, ho visto tutto mi sa che dovrò farmi anch’io il bel Goff anche se preferisco le femminucce, caro amico sono una cuckquean!
     

  • 17 dicembre 2020 alle ore 13:52
    JOSEPHINE IS ENOUGH

    Come comincia: I decided: enough with the vision of your smile that penetrates my brain and gives the confort to my fantasies; just savor your effluvium that radiates in my interior and explodes in a sea of exciting sensations; it is enough me in a whirlwind of pleasant sensations; it is enough with the fantasy of you breasts covered with a trasparent veil that rises and falls rhythmically; enough with tha diaphanous hands that caress my face;enough with your thinghs that hold the flooded my omviso of a sweet, fragant and hot foam; enough with your eyeshalf open that penetrate me and give me a daily suffering. I walk among the people and i see you at my side smiling but you're just an elusive ghost!

  • 15 dicembre 2020 alle ore 17:10
    AIDA DIVENTA UNA SIGNORA

    Come comincia: Si era nel pieno della seconda guerra mondiale voluta dall’allora beneamato Duce. Nell’anno 1943 le operazioni belliche non erano favorevoli alle truppe del ‘patto di acciaio’ stipulato tra Mussolini e Hitler), i frequenti bombardamenti degli allora non ancora alleati americani avevano messo in subbuglio la popolazione civile che viveva vicino a obiettivi strategici o nelle grandi città. Molti romani avevano abbandonato le loro abitazioni per rifugiarsi nei sobborghi della capitale tra questi Vittorio Colonna che, dal suo castello situato sulla via Aurelia aveva deciso di sfollare in una abitazione situata in un suo  terreno a Pavona frazione di Castel Gandolfo. Nella la suddetta località si sentiva al sicuro in quanto residenza estiva dei Papi. Una delle abitazioni era un antico grande caseggiato in muratura abitato in parte da Dario Famiglini conduttore del vicino terreno agricolo e dalla moglie Aida Fulgenzi che si interessava del pollaio e dell’orto. Nella stalla due vacche che oltre a fornire il latte venivano aggiogate all’aratro per arare il terreno. Un asino faceva parte dei residenti nella stalla. Prima dei bombardamenti il somaro veniva attaccato ad un carro per portare al mercato merce prodotta dal terreno. Altro  impiego: essere legato alla staffa della noria che portava in superficie l’acqua di un pozzo. Il passaggio del fronte dei tedeschi in ritirata ebbe come  conseguenza l’arrivo a Pavona, frazione di Castel Gandolfo del ‘padrone’ Vittorio ed in seguito anche di alcuni sfollati, la maggior parte della periferia romana che, dietro autorizzazione delle autorità occupavano le abitazioni sfitte delle frazioni capitoline. Vittorio, dalle ampie possibilità pecuniarie, aveva acquistato una casetta prefabbricata in legno prodotta dalla ditta romana ‘Domus Viridi’ specializzata nel settore, se l’era fatta montare vicino al lago sia per godere  del panorama sia per usufruire della libertà di non avere vicini di casa. Gli sfollati erano in maggior parte operai, dietro richiesta di Vittorio, e ben remunerati, cominciarono a sistemare gli interni del  vecchio edificio. Vittorio aveva adocchiato fra le sfollate qualche femminuccia particolarmente avvenente e  disponibile, le invitava a ‘visitare’ la sua casa sul lago. Il detto latino: ‘auro quaeque ianua panditur’ funzionava sulle signore e sulle signorine, il denaro faceva loro aprire i loro vogliosi ‘gioielli’. Con l’armistizio, da tutti augurato venne meno la ‘materia prima’ a Vittorio, tutti gli sfollati erano tornati alle loro case. Piacevole era  visione del lago,  si era affezionato a quei luoghi, i pasti  presso le varie trattorie erano di suo gusto. Una mattina tornò al suo ‘casermone’, Alida era alle prese con le sue galline. “Padrone posso fare qualcosa per lei?” Vittorio la guardò meglio, tutto sommato ancora valeva la pena di incontri ravvicinati: “Cara hai mai visitato la mia casa vicino al lago?” “Mi sarebbe piaciuto ma lei era interessato alle sfollate…” Un chiaro rimprovero invito. “Possiamo andarci anche subito, Dario non ritorna prima di sera.”  Dinanzi alla casetta in legno Aida mostrò meraviglia: “Non sapevo che esistessero, è bellissima.” Vittorio aumentò la dose: “Fresca ‘estate, calda d’inverno, ora siamo a luglio…” “Vorrei andare al lago ma non ho il costume…” Vittorio si fece più coraggioso: “In casa non hai bisogno del costume, spogliamoci così potremmo stare più freschi.” “Padrone io mi vergogno, nuda non mi ha visto nemmeno mio marito!” Cacchio, una puritana! “Io non sono tuo marito e mi piacerebbe…” Aida andò in bagno, dopo un po’ di tempo ritornò in camera da letto avvolta nell’accappatoio di Vittorio, dal profumo che emanava il ‘padrone’ comprese che si era fatta la doccia. Giustificazione: “A casa mia non abbiamo l’acqua corrente in bagno.” Si girò ed apparve nuda di schiena. Vittorio le si avvicinò e tentò di girarla. “Padrone mi vergogno…” “Lascia stare il padrone, chiamami Vittorio e soprattutto se ti vergogni chiudi gli occhi e girati. Aida chiuse gli occhi e si girò, Vittorio non aveva immaginato un si bel corpo, la fece distendere sul letto e cominciò a baciarle il firellino. Dopo poco tempo la ragazza ebbe delle vibrazioni  in tutto il corpo. “Mi sono sentita male…che m’è successo?” “Hai avuto un orgasmo.” “Non conosco la parola…” “Tu resta come sei e te ne farò provare un altro, è solo godimento.” Aida al secondo orgasmo comprese di che si trattava, mai l’aveva provato con suo marito. Restò ad occhi chiusi sdraiata sul letto, Vittorio andò in bagno, voleva finire il ‘lavoro’ iniziato, Quando uscì dalla toilette ‘ciccio’ era alla massima potenza, Aida se ne accorse: “Mio marito ce l’ha più piccolo, ho paura di farmi male!” Non si fece male, aveva il canale vaginale lubrificato dai precedenti orgasmi. Prima esperienza piacevole di ambedue. “Devo rientrare a casa, Dario sarà ritornato, è furbo, forse avrà capito quello che è successo fra di noi, domattina tornerò qui.” Dario immaginò quello che era successo fra sua moglie ed il ‘padrone’, fece finta di nulla, non fece domande ma nella sua testa si palesò un disegno ben preciso. “Moglie mia vorrei parlare col padrone per problemi che riguarda il terreno, per favore domandagli se possiamo vederci.” Da quella richiesta Aida comprese che suoi marito aveva accettato quello che era successo. La mattina successiva Aida andò nella  casetta in legno di Vittorio, fece la donna di casa cucinando per il pranzo per evitare di andare in trattoria, riferì all’amante quanto richiesto da Dario. Vittorio cercò di comprendere l’atteggiamento del contadino, decise di andarlo a trovare al lavoro, lo trovò che stava arando il terreno. “Dario se ti serve qualcosa…” “Padrone le mucche che lei vede sono vecchie e non ce la fanno più, vorrei…” “Possiamo sostituirle con due più giovani” “Io avrei un'altra soluzione, ho sentito parlare di trattori che sostituiscono gli animali nel tirare l’aratro…” Ecco dove voleva arrivare il furbacchione, avere un mezzo meccanico per fare lui stesso molto meno fatica nel coltivare il terreno. “D’accordo, domani andrò a Roma in un negozio che li vende.” “Padrone se lei è d’accordo verrei venire con lei per scegliere quello che più si adatti al nostro terreno.” Vittorio ammirò la furbizia tutta contadina di Dario, il suo scopo era quello di scegliere il migliore.” “D’accordo ci vedremo domattina, andremo a Roma con la mia Alfa Sport, prima cercherò di parlare con  un mio amico vigile urbano per avere le indicazioni su un negozio di trattori.“ Aida rientrò  a casa sua, Vittorio la mattina andò nel garage del casermone, aspettò l’arrivo di Dario e con la Alfa Sport  presero la via di Roma. Ad un vigile che dirigeva il traffico: “Sono un cugino di Gigi Villoresi un suo collega, non riesco a rintracciarlo, può lei gentilmente indicarmi un  negozio che vende trattori?” “Vada in via Prenestina, appena l’imbocca troverà sulla destra l’Agricola Bonsignore’.” Grazie e buon lavoro.” Il signor Bonsignore era un cinquantenne panciuto che sostava all’ingresso del suo esercizio. Accortosi dell’auto di lusso che stava parcheggiando dinanzi al suo negozio aprì la portiera di destra. “Benvenuti, sò a vostra disposizzione.” “Vorremo vedere qualche trattore.” “Io sò er  rivenditore dei mejio trattori de Roma e puro de quelli meno cari.” Dario entusiasta salì su vari mezzi ed infine: “Per me il migliore è questo.” “Er signore c’iha l’occhio lungo, ha scelto er mejo.” “Non ho con me dei contanti, posso firmarle delle cambiali.” Vittorio non voleva fare sfoggio di troppa ricchezza. “Io de solito non le accetto ma vojo fidamme, me firmi stè quattro cambiali, me lassi er suo indirizzo, je farò recapità er trattore dove dice lei.” Due giorno dopo in cortile entrò un camion da cui due operai misero a terra il trattore. Da un finestra Aida vide tutta la manovra, pensò che suo marito era riuscito a fregare Vittorio, le corna avevano avuto un buon risarcimento per il cocu. Dario suscitò l’invidia di suoi colleghi che, citandolo ai padroni dei loro campi da loro coltivati chiesero lo stesso trattamento, inutilmente, il trattore era troppo costoso. Aida pensò che in fondo la sua cosina valeva un bel po’ di soldi. Vittorio malgrado la stangata pecuniaria era felice, Aida dormiva permanentemente nella sua casa in legno e stava facendo molti progresso nel campo sessuale. Il primo a cadere sotto i colpi di ‘ciccio’ fù il popò seguito da altre raffinatezze come il rinvenimento nella sua vagina del punto G che la portò ad un orgasmo lungo e molto soddisfacente lasciandola senza forze. “In questo campo sei un dio.” Vittorio pensò: ‘Si del cazzo!’ Il tempo passava, Aida era diventata praticamente la moglie di Vittorio, il marito arava i campi felice fregandosene di non aver più vicino la consorte, un trattore valeva molto più delle corna. Il cervello da contadino di Dario funzionava perfettamente, un po’ meno quello di Vittorio che sentiva la vecchiaia avvicinarsi a grandi passi. Un pomeriggio Vittorio ed Aida andarono al casermone, trovarono Dario che stava strigliando l’asino. “Padrone stavo pensando proprio a lei, come può vedere la bestia non ce la fa più a girare intorno al pozzo per portar su l’acqua, ci vorrebbe la luce elettrica per mettere un motorino e mandare in pensione l’asino, anche casa ci guadagnerebbe, ormai la luce ce l’hanno quasi tutti. Vittorio pensò di accontentare Dario, in fondo i suoi soldi, morto lui a chi sarebbero andarti? Due giorni dopo una squadra di elettricisti si mise all’opera per installare un impianto elettrico al caseggiato che arrivava sino  al pozzo. Il giorno successivo l’impianto entrò in funzione con l’allacciamento alla rete nazionale. L’umore di Dario era alle stelle, nessuno dei suoi colleghi aveva potuto ottenere quello che lui era riuscito ad avere. Nel frattempo Aida stava usufruendo delle comodità ottenute col denaro dell’amante. Per prima cosa aveva assunto una contadina viciniora cui aveva affidato il pollaio e l’orto, aveva imparato a guidare l’Alfa Sport con gli insegnamenti di Vittorio, conseguì la patente  di guida e talvolta andava a Roma da sola. Si era fatta indicare un istituto di bellezza dove venne accolta a braccia aperte, le clienti come lei erano mosche bianche.  Al ritorno  incontrò Vittorio che rimase basito, Aida era diventata una miss, capelli rivoluzionati nel taglio e nel colore, viso truccato con molta sobrietà, anche il guardaroba era cambiato come pure le scarpe, nulla la faceva assomigliare alla contadina Aida. Vittorio decise di ritornare ad abitare nel castello di via Aurelia, insieme ad Aida  comunicò la novità a Dario che fece loro gli auguri presentando un ultima richiesta: “Per il trasporto di merci mi occorrerebbe un camioncino.”  Fu accontentato. La ragazza si era affezionata Vittorio che pian piano stava visibilmente invecchiando, Aida lo stava amorevolmente curando accompagnandolo dai medici e somministrandogli le medicine che gli venivano prescritte. Purtroppo il cuore di Vittorio cedette di colpo, una mattina Aida cercò di svegliarlo, niente da fare, un infarto l’aveva portato alla morte. Ai funerali, civili per espressa volontà di Vittorio  parteciparono  solo  Aida e Dario, tumulazione nella tomba di famiglia. Il  marito di Aida si fece avanti, voleva riprendere i rapporti con sua moglie, ebbe un rifiuto, Aida all’ex marito lasciò la casetta in legno. Vittorio le era rimasto nel cuore e non intendeva tradirlo. Diventata ormai una signora in tutti i campi, Aida si iscrisse ad una società laica per aiutare i più bisognosi, era soddisfatta di poter impiegare il suo tempo ed i suoi soldi per un’opera di bene.

  • 13 dicembre 2020 alle ore 9:43
    MALEDICTA VETUSTAS

    Come comincia: Gustavo (Guy) Rinaldi, vecchio insegnante di materie letterarie al liceo classico per tenersi in forma talvolta rileggeva gli scritti greci e latini. Una mattina, in un momento di sconforto per le classiche malattie della vecchiaia, (aveva ottanta anni) nella sua biblioteca trovò un libro scritto in greco con vicino la traduzione in italiano, libro che non consultava da tempo: ‘Kataraméno Girateiá’, in gergo italico: ‘Vecchiaia maledetta’. Quel titolo si addiceva sia all’umore del vegliardo che alla giornata piovigginosa tipica di un novembre romano. Guy abitava in un caseggiato in via Daniele Manin di fronte al liceo classico ‘Albertelli’ dove aveva insegnato sino all’invio in pensione. La mattina dalla finestra vedeva sfilare gli studenti che si recavano in classe, un  po’ di nostalgia. Mesi addietro il preside della scuola, suo vecchio amico, gli fece sostituire un insegnante di materie letterarie che si era ammalato. Un giornata indimenticabile, alla fine della lezione fu festeggiato con applausi dagli studenti, era ringiovanito di venti anni. Per sua fortuna Guy aveva le  qualità intellettive ancora efficienti, solo quelle  in quanto quelle fisiche, soprattutto sessuali… lasciavano a desiderare. La gentile consorte dal nome piuttosto particolare: Nadia Perma Ciulla (ventisei anni in meno del consorte), non solo non gli faceva pesare le defaillance ma ne era contenta, con la menopausa non aveva più ‘slanci’ sessuali. Nadia era titolare di un salone di parrucchiera in via Taranto vicino al capolinea del tram in piazza Ragusa.  All’entrata in alto ‘troneggiava’ un cartellone con la scritta .’Nadia Perma Ciulla - sotto: Coiffeur’. Il secondo cognome in lingua volgare aveva un significato riguardante il sesso, all’inizio gli abitanti vicino all’esercizio avevano fatto qualche risolino ma nessuno si era permesso di farci una battuta di spirito sino a quando una mattina, all’apertura del ngozio si era presentato un tipo non proprio sobrio e nemmeno tanto mascolino che: “Vorrei conoscere da vicino la signora Ciulla…” Nadia non amava essere presa per il culo, a Mariola, sua lavorante robusta di fisico, classica ‘braccia strappate alla terra’: “Buttalo fuori a pedate!” Mariola preferì prenderlo per la collottola e una volta fuori dal locale un calcio ben assestato al didietro  fece volare a terra il ‘simpaticone’. “Vigliacca, proprio a me doveva capitare una lesbica.” Ebbe la fortuna di prendere al volo il tram che stava partendo dal capolinea e così evitò ulteriori guai. Una volta a bordo mostrò a Mariola un pugno chiuso con il solo medio in alto seguito dalla mossa dell’ombrello. Dietro anche consiglio del marito Nadia fece modificare la targa sopra l’ingresso del locale con una scritta più semplice: ‘By Nadia - Coiffeur’. Guy teoricamente amava ancora il sesso, purtroppo ‘ciccio’ non rispondeva più alle sollecitazioni sessuali e così una sera invitò la consorte già quasi addormentata ad aprire le ancora deliziose cosce e prese in bocca il clitoride con la conseguenza che Nadia ebbe un orgasmo ma lo scambiò per un sogno e riprese a dormire. La mattina seguente, domenica, Guy era particolarmente di buon umore cosa notata dalla consorte: “Che ti succede, di solito sei un musone…” “Non ricordi nulla di ieri sera?” “Ho sognato ma non credo che tu possa entrare nelle mie fantasie.” La vita scorreva lenta per i due coniugi sino a quando una vecchia signora del quarto piano passò a miglior (?) vita. Dopo pochi giorni si installarono nel suo appartamento una coppia di coniugi: Orlando Caruso e Liboria (Lilla) Leonardi siciliani di Palermo ambedue assegnati al liceo classico ‘Albertelli’ in via Daniele Manin dinanzi alla loro abitazione, lui insegnante di materie scientifiche, lei di educazione fisica, aveva un fisico atletico. Tramite Romolo Ricci, classico portiere  romano dè Roma fecero la conoscenza, già da subito scatto una simpatia fra di loro, Lilla divenne  cliente di Nadia, Guy amico  di Orlando, aveva con lui in comune la passione per il gioco delle carte. Talvolta andavano in gita ai Castelli Romani con la Giulia di Orlando, nella loro Fiat 500 ci sarebbero stati stretti. La loro esistenza cambiò all’arrivo in casa Caruso di un siciliano Alessandro Durazzo alto funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, fu festeggiatissimo,  il motivo fu chiaro subito: era stato lui il fautore del trasferimento da Palermo alla capitale dei due coniugi per di più in un istituto dinanzi all’abitazione della defunta zia! L’interessamento di Alessandro era stato piuttosto ‘peloso’ già dopo la loro conoscenza alla spiaggia di Mondello Lilla aveva concesso le sue ‘grazie’ al funzionario che, per riconoscenza aveva fatto loro quel grosso piacere. Ale, malgrado i suoi cinquant’anni si dimostrò subito uno sportivo, aveva acquistato una A.R. Stelvio con cui il quartetto, ormai quintetto andava in giro per Roma e nel Lazio, Nadia seduta vicino al guidatore gli altri tre nel sedile posteriore.  La fine del mese di giungo portò oltre che l’estate anche le vacanze sia per i due insegnanti che per il funzionario ministeriale. Prenotazione di un’ampia cabina al Lido di Ostia allo stabilimento ‘La Mariposa’, due ombrelloni e cinque sedie a sdraio, pasti? Nessun problema, il complesso era dotato anche di bar e ristorante. Il riposino post prandium era un privilegio di Nadia e di Alessandro, gli altri tre…a bocca asciutta. Unica novità: Nadia aveva imparato a guidare la ‘Stelvio in modo sportivo, partiva sgommando e faceva sorpassi azzardati, Ale ci rideva sopra, non tanto gli altri tre che non avevano molto apprezzato la bravura di Nadia nel maneggiare il ‘manico’ del cambio… Ai primi di settembre la situazione cambiò radicalmente, Ale impegnato al Ministero raramente aveva tempo di farsi vedere dagli amici che,  in sua assenza erano poco propensi all’allegria. Uno in particolare era triste e sconsolato, Gustavo, niente sesso…ma non era un inglese! In suo aiuto inaspettatamente venne Lilla che si dimostrò buona d’animo in  un campo ormai tabù per Guy, il sesso. Una sera, dopo cena Lilla: “M’è venuta la voglia di dormire con Guy.” Meraviglia e risolino degli altri due. In camera da letto dell’ex insegnante di materie letterarie un qualcosa di inaspettato: la signora  portò sotto la doccia il prossimo  amante e sul giaciglio matrimoniale mostrò il suo clitoride voglioso al quale Guy dedicò la sua attenzione portando il ‘cicciolino’ ad un orgasmo poi ripetuto, ‘ciccio’ era fuori uso ma non la lingua di Guy. “Sei più bravo di quel vanaglorioso di mio marito, queste sono vere corna, quelle con Ale sono pura convenienza, ogni volta che lui finisce i suoi giochetti con me lascia sul comodino una serie di carte da 500 Euro, sono venti, diecimila Euro per fica e culo…

  • 28 novembre 2020 alle ore 9:49
    LA NONNA FATALONA

    Come comincia: “Indovina chi sono.” Edoardo, varesino di nascita,  romano di residenza stava per rispondere nel dialetto acquisito:  “ ’Na mignotta!” quando quella voce femminile ribatté: “Non riconosci più tua madre, il clima romano ti ha fatto rimbambire, dovresti ritornare qualche giorno a Varese per sistemarti la  testa!” “Scusa mamma, forse hai ragione, il troppo lavoro…” “Ne riparleremo a voce, è mia intenzione soggiornare nella capitale per qualche giorno ma,  per essere più libera non intendo abitare nella tua villa ma nella dependance.” “Mamma dovrei farla sistemare, è chiusa da tempo.” “Datti da fare quando è a posto telefonarmi sempre che ti ricordi il numero mio che è pure quello di tuo padre!” Edoardo  risiedeva a Roma da vario tempo, suo padre Gabriele a Varese era il titolare di una fabbrica di pellame, lui insieme alla moglie Elettra era il rappresentante per il Lazio ed anche titolare di un grande negozio di scarpe in via Due Macelli. “La venuta di tua madre da noi porterà degli scombussolamenti in famiglia, spero di sbagliarmi!” “Mammina cara quando verrai troverai una reggia,  tu sarai la…” “Lascia stare la monarchia, dì ad Elettra di venirmi a prendere a Fiumicino dopodomani alle quindici, spero che sia puntuale..” Elettra fu puntuale come pure l’aereo che proveniva da Milano. Recuperata la valigia dal tapis roulant Beatrice si diresse verso un’uscita, non riconobbe la nuora appoggiata al parafango di una Honda Jazz. “Mamma sono io!” “Vedo che tu e tuo marito non avete resistito al fascino di una auto giapponese, siate più nazionalisti, ad ogni modo grazie di essere venuta a prendermi, andiamo alla reggia annunciatami da tuo marito.” La nonna mostrò da subito di essere ‘diretta’ nel linguaggio. Durante il tragitto: “Come si chiama stó aggeggio che parla, conosce tutte le strade di Roma.” “È un navigatore satellitare, tutte le macchine moderne ne sono dotate.” Dietro il cancello della villa apparve un  cane piccolo abbaiante alla grande. “Non credo che stò animale morda, è una mezza pug…” “Mamma! È un Chihuahua, un cane da compagnia, si chiama chicco.” “Potevate chiamarlo Dumbo, con quelle orecchie…” “Edoardo ritornò in villa alle diciannove. “Scusa mamma il ritardo ma c’erano tanti clienti.” “Ringrazia la fortuna, di questi tempi …vatti a fare una doccia il tuo olezzo…” “Mammina devo metterti al corrente di una  novità, abbiamo adottato un bambino, Edoardo purtroppo…” “Non mi dire che tuo marito è impotente, da un padre che ‘sparge’ figli in tutta la provincia di Varese…” “È sterile, il bambino ha tredici anni, si chiama Andrey, ha sedici anni, è russo.” “Con tanti figli di puttana in Italia…” “Abbiamo provato ad adottarne uno italiano  ma da noi, causa la burocrazia l’iter è lungo e complicato, tra poco scenderà, sta studiando nella sua stanza, sta imparando bene l’italiano.” Andrey era stato ‘istruito’ come comportarsi con la nonna, entrando nel salone, fece un inchino alla dama e: “È un piacere fare la sua conoscenza, sono Andrey.” “Almeno si dimostra educato, certo per farlo passare per vostro figlio sarà difficile, ha occhi azzurri e capelli biondi, la gente dirà che tu hai svicolato…” “Mamma gli amici conoscono la verità, Rita e Anita avranno preparato una cena con piatti tipici romani, credo siano di tuo gusto.” “Spero che non mi facciano ingrassare, ho speso tanti soldi per sistemarmi il viso ed il corpo.” A tavola nonna Beatrice assaggiò un po’ di tutto ma con razioni molto ridotte, aveva affermato la verità, nel ‘Centro Estetico Venere’ di Varese Beatrice era riuscita a far sparire tutte le rughe tipiche dei suoi cinquant’anni. In una clinica privata si era  fatta aspirare il grasso della pancia ed anche impiantare ai seni due protesi di ultimo tipo, quelle dal disegno a pera e non tondo molto riconoscibili, aveva ‘acquistato’ vent’anni. Edoardo aveva fatto le cose ‘per bene’, la dépendance era diventata un gioiello con mobili moderni: due camere da letto con annesse toilettes, cucina, soggiorno e salone in cui ‘troneggiava’ un televisore da 50 inch (pollici per i non inglesizzati). Elettra: “Mamma ti accompagno io.” “Datemi solo le chiavi, ci andrò da sola.” Bea aprì tutte le finestre, si era in pieno luglio ed il caldo si faceva sentire. La nonnina si spogliò nuda, si rimirò allo ‘psiche’, uno  specchio ovale, era soddisfatta del suo fisico, con i soldi che ci aveva speso! La mattina fu svegliata dall’abbaiare del ‘difensore’ di casa, ricordò il detto che si attanagliava all’occasione: ‘più sò piccoli più fanno casino!’ Passeggiata di Bea nel parco della villa. “Cavolo ci mancavano pure le zanzare”. Chiamò il figlio al telefono: “Caro sono tutta ‘mozzicata’ dalle zanzare…” “Vuol dire che hai il sangue dolce, a me non danno fastidio, ti acquisterò un revulsivo.” In giardino: “Mamma questa è la ‘Citronella’ vedrai…come ti sei combinata, hai un bichini che non indossano nemmeno le modelle alla sfilata del Carnevale di Rio, a casa poi abbiamo un  bambino!” “Se cresce con sté idee ne farete un finocchietto, stavo distesa sotto un cipresso a godermi un po’ d’ombra.” “Mamma quello è un olmo.” “Al posto di stà foresta era meglio una piscina, io mi sono attrezzata così sperando di farmi un bagno!” “Anche una piscina di venticinque metri costava troppo e poi la manutenzione…” “Bussa a  denari a tuo padre Gabriele che usa la moneta per foraggiare le sue puttanelle, sei un braciolettone, da chi avrai preso…” Andrey era ritornato dalla scuola in bicicletta, alla vista della nonna in bichini gli uscirono gli occhi dalle orbite. “Nonna sei bellissima quanti anni hai?” “Giovanotto impara che alle signore non si chiede mai l’età, piuttosto dimmi come vai a scuola.” “I miei genitori adottivi mi hanno iscritto alla quarta ginnasiale, io mi impegno ma ho problemi specialmente nelle materie letterarie, la mia professoressa dice che mi mancano le basi, i primi anni sono andato a scuola a Mosca.” “Ci penserà la nonna a farti avere le basi, ogni pomeriggio escluso i festivi vieni nella mia reggia a studiare, ti comprerò libri di autori italiani sia poeti che scrittori, andiamo insieme al centro. Era un sabato, niente scuola per Andrey, con la Honda Jazz Bea arrivò in centro, fermò la macchina dinanzi ad una grande libreria: ‘Antiqua Bibliotheca’. I mobili interni rispettavano il nome del locale, erano antichi, di pregio, ben tenuti. All’entrata di nonna e nipote si avvicinò un commesso in linea col nome del locale, era piuttosto vecchio, gentile, si presentò con un inchino. “Sono a vostra disposizione, scegliete i libri, io li metterò da parte. Beatrice cominciò da Dante Alighieri, dal Petrarca, dal Boccaccio per finire ai più moderni Manzoni, Ariosto, Tasso, Moravia, Fallaci, Eco, Saviano, Ferrante, Maraini, un bel mucchio. A questo punto si presentò il titolare del locale: “Sono Lucrezio Minutoli, vedo che la signora ha scelto un bel po’ di libri, come intende pagare?” Beatrice lo squadrò a lungo, l’aveva presa per una ‘morta di fame’: “Se l’accetta ho una carta di credito platino, è della Banca di Roma, la farò parlare col direttore, è un mio amico. “Mi scusi, mi sono espresso male, Romolo carica tutto nel bagagliaio dell’auto della signora. Romolo ce la faceva appena a stare in piedi. ”Lasci stare, ci penserà Andrey.” “Suo figlio è un bel bambino ed anche robusto, dallo sguardo deve essere un bravo ragazzo.” Il direttore si era dato ai complimenti per farsi perdonare la gaffe. Fu molto utile quando Bea e nipote si sedettero in auto e videro sul parabrezza il foglio verde di una contravvenzione: “Signora in tutta la strada c’è il divieto di sosta.“ Gli venne in aiuto il direttore della libreria: “Calogero la signora va via subito…” e così la contravvenzione, strappata finì nel cestino esterno al negozio. A casa incontrarono Gabriele che aperto il baule dell’auto rimase basito. “Chi li legge tutti stì libri. “Se vuoi anche tu, migliorerai la tua ignoranza!” Il figlio non aveva ancora una volta compreso che mammina era una dura, si pentì di aver aperto bocca. Andrey praticamente passava tutti i pomeriggi nella dépendance in compagnia della nonna, il giovane ogni giorno migliorava ‘magno cum gaudio’ di Bea che rinverdiva i suoi studi classici. “Caro non ti ho mai domandato come te la passi a femminucce, ormai sei grandicello, avrai qualche compagna particolarmente piacente e disponibile, attenzione a non farmi diventare bisnonna!” Andrey era diventato rosso in viso, non si aspettava quell’intrusione nella sua vita privata, non sapeva che rispondere, non aveva mai avuto un rapporto con una ragazza. “Vedo che sei entrato in crisi non è che ti piacciono i maschi?” “Nonna non so che dirti, a casa mia a Mosca i miei parenti erano tutti puritani, a scuola non insegnano sessuologia come in certi paesi europei, posso dire che sono… analfabeta.”  “Chiudi la porta d’ingresso a chiave, vai in bagno, fatti il bidet e poi sdraiati sul letto ad occhi chiusi. Andrey eseguì, si accorse che la nonna aveva preso in bocca il suo pisello che era aumentato in lunghezza ed in grossezza, dopo un po’ provò un piacere mai provato, riempì col liquido del suo uccello la bocca della nonna la quale: “Cazzo sei stato un fiume in piena nemmeno mio marito…” Patto fra nonna e nipote: il pomeriggio dopo pranzo studio sino alle cinque e poi vai alla grande. Andrey approfittò dell’esperienza della nonna per provare tutti le posizioni dell’ars amatoria. Elettra non era molto convinta degli studi di suo figlio con la nonna, durante un colloquio con i professori apprese che Andrey era molto migliorato in tutte le materie in special modo in quelle letterarie. Il giovane  non andava più a scuola in bicicletta ma con una  ‘Vespa’ con cui, nel tempo libero talvolta portava nel sedile posteriore la nonna ogni giorno più ringiovanita. Il nonno Gabriele fece la fine che forse, potendo avrebbe voluto scegliere: morì tra le braccia della giovane segretaria Stella. Beatrice prese il primo aereo per Milano e con tassì raggiunse Varese. A casa un subbuglio di persone, anche gli addetti alle onoranze funebri chiamati da una parente. Niente passaggio in chiesa per espressa volontà del defunto, era ateo, tumulazione senza discorsi nella cappella della famiglia. Finalmente Beatrice poté trarre un sospiro di sollievo ma sino ad un certo punto perché dovette prendere in mano l’azienda di famiglia. Giorni tumultuosi per i colloqui con i collaboratori di suo marito ed anche con il Sindacato che da tempo rivendicava aumenti salariati. Bea se la cavò piuttosto bene sino ad un calo psicologico, troppi avvenimenti spiacevoli e nient’affatto rilassanti. Una novità: “Nonna sono Andrey, volevo comunicarti una bella notizia, sono riuscito a conseguire la licenza di liceo classico, se sei d’accordo non vorrei frequentare l’università ma aiutarti in ditta, mi sento abbastanza in gamba di poter apprendere i segreti del mestiere.”  Un sospiro di sollievo, Bea non aveva pensato a quella soluzione del problema, ne fu entusiasta, andrò a prendere Andry alla Malpensa con l’auto del defunto marito, una Maserati Quattroporte. All’arrivo di Andrey baci e abbracci a non finire, qualche lacrima sulle gote della nonna, qualche passeggero li guardava perplesso. L’abitazione era splendida, costruita quando la ditta di pellami era la massimo dello splendore. Il giovane russo fece il parapaffio (volgarmente paraculo). “Buona notte nonna, sono stanco del viaggio…” e si girò di fianco sul letto matrimoniale. “Figlio di un cane, sono quindici giorni che aspetto questo momento e tu…” “Scherzavo, volevo vedere la tua reazione.” “ Potresti fare la fine di Bobbit quell’americano cui la fidanzata tagliò di netto l’uccello!” “E tu con chi scoperesti?” “Da quando è morto mio marito ho intorno tanti mosconi, purtroppo mi sono innamorata…” Una notte d’amore, Andrey sfogò tutta la sua gioventù sessuale, Bea rinverdì la sua. Era quasi mezzogiorno quando i due tornarono alla realtà, soddisfatti e sorridenti sotto la doccia, ambedue avvolti in un  accappatoio si recarono in cucina, si arrangiarono con panini imbottiti, la cameriera Maria, per non svegliare i due era andata via. Passeggiata lungo il lago e rientro a casa, la mattina seguente era una giornata impegnativa per il lavoro. Riunito tutto il personale della ditta Beatrice: “Signori questo è mio nipote Andrey, col mio aiuto ed anche del vostro prenderà in mano l’azienda, mi raccomando siate collaborativi.” Pian piano nei giorni seguenti Andrey comprese i meccanismi della fabbrica ma i sindacati andarono di nuovo all’attacco per l’aumento di stipendio. Il russo consultò il ragioniere della ditta che era anche il consulente tributario. “Ragioniere Antonino come siamo combinati?” “I bei tempi di una volta sono passati, c’è crisi dappertutto, anche la ditta ha dei problemi di vendita, non siano nella possibilità di aumentare gli stipendi.” Quella sera Andrey ‘saltò la seduta sessuale, non riusciva a dormire, il pensiero era come uscir fuori dal problema degli aumenti,  quasi all’alba ebbe un’idea che pensò originale. “Signori, alla fine dell’orario di lavoro una riunione con tutti voi, devo comunicarvi una mia decisione importante.” Tutti gli interessati con gran curiosità si riunirono nel locale più ampio. “Vengo subito al dunque: il ragioniere della ditta mi ha comunicato che non posso darvi l’aumento dello stipendio altrimenti la ditta fallirebbe nel giro di due mesi, penso di aver risolto il problema: nessuna aumento ma in compenso verrò incontro  a chi ha più bisogno di una aiuto finanziario, gli interessati mi faranno pervenire le loro esigenze scritte su un foglio di carta qualsiasi niente preventivi o cose del genere, parlo di chi ha molti figli, di chi ha malati gravi in famiglia o di vecchi da accudire, se qualcuno non è d’accordo alzi la mano. “Sono Alterio iscritto alla Cgil, preferisco un aumento di stipendio.” “Caro  Alterio non posso fare un’eccezione per te, l’unica via è che tu dia le dimissioni, fammi sapere.” Alterio non diede le dimissioni. Andrey non era più attivo sessualmente con Beatrice come i primi tempi, la nonna in un primo tempo pensò che il giovane amante, preso dai problemi della ditta la sera fosse un po’ spompato, perdurando la situazione Bea pensò ad un probabile ‘svicolamento’ di Andrey. Guardando fra le richieste di aiuto finanziario da parte dei dipendenti Bea si accorse che spesso ricorreva il nome di Diana, nubile non c’era motivazione per la richiesta di denaro. Andrey ritenne opportuno portare a conoscenza della nonna la verità, il figlio che Diana aveva in seno era suo. A Beatrice cadde il mondo addosso, ci vollero molti giorni per ‘inghiottire il rospo’, ragionando capì che era la miglior soluzione condividere Andrey con un’amante piuttosto che perderlo. Dopo otto mesi venne al mondo una bambina bellissima, bionda con occhi azzurri, nome Elettra in onore della nonna paterna. Beatrice ormai rassegnata comprese che era diventata bisnonna!

  • 15 novembre 2020 alle ore 15:33
    LUCIA LA BELLISSIMA.

    Come comincia: Con Lucia Lindberg la natura era stata benigna, bellissima era l’orgoglio di papà Lars e della mamma Margareta Eriksson. Sin da piccola aveva attirato l’attenzione dei pubblicitari per la vendita di pannolini, carrozzine, seggioloni, culle insomma tutto quello che poteva riguardare una fanciulla in tenera età. Il visino classico degli abitanti del nord Europa: occhi di un azzurro profondo, capelli biondi. Altra sua particolarità un carattere gioioso, sempre allegra e sorridente anche quando si svegliava dal sonno non piangeva, al massimo si esercitava con le gambette per richiamare l’attenzione della mamma per una meritata poppata di latte. Anche quando era in carrozzina nei giardini di Stoccolma attirava l’attenzione delle persone con le sue risatine ed il solito sgambettare. Crescendo all’asilo era coccolata dalle maestre come pure alle elementari. Giunta alle medie prese le sembianze di una donnina e in televisione con gran successo apparve nelle vesti di cappuccetto rosso. Alle superiori era ormai una fanciulla notevolmente bella e desiderabile, i mosconi crescevano di numero presi in giro dalle sue battute e barzellette tipo: “Sai qual è la città preferita dai ragni?” Scena muta da parte dell’interessato. “Imbecille, Mosca!” Oppure “Sai cos’è una zebra?” Solita scena muta del collega. “Sciocchino un cavallo uscito dal carcere!” Barzelletta scolastica: “Un tipo col tuo stesso nome, Benny, domanda alla maestra: ’Signora maestra posso essere punito per qualcosa che non ho fatto?’ L’insegnante: “Ovviamente no!”  “Bene, non ho fatto i compiti!” Lucia non era ben vista dalle compagne non belle come lei e dai maschietti allontanati con tanto di presa in giro, solo i docenti l’apprezzavano per la sua studiositá fuori del comune; già all’inizio dell’anno aveva letto ed imparato quasi tutto il  programma. All’Università si era iscritta in lingue: con la professione del padre diplomatico di carriera era stata a Parigi, a Londra, a Roma ed in ultimo a Madrid da cui era tornata nella natia Stoccolma con il padre giunto all’età  della pensione. Nel ‘peregrinare’ nelle varie città europee si era data alla bella vita sessuale senza però un amore fisso.  Laureatasi aveva preso ad insegnare lingue alcune delle quali apprese durante il soggiorno nel paese dove erano parlate. Ma anche per lei era giunto il momento dell’amore. Cupido aveva scoccato la freccia nei confronti di un suo collega molto bello ma che non si ‘faceva avanti.’ Una delle particolarità di Lucia era quella di voler ad ogni costo quello che desiderava, e così fece in modo di ‘agganciare’ il suo collega Lloyd Karlsson che passava il tempo libero a giocare al calcio senza altre distrazioni. Al ballo indetto dalla suola per fine anno scolastico si ‘strofinò’ a lui sperando che qualcosa aumentasse d volume nei suoi pantaloni, speranza delusa, Lloyd pensava solo alla danza. Non c’era altro da fare che  fargli una sorpresa andando a casa sua ‘non invitto  hospes’, gli aveva sottratto le chiavi dell’abitazione. Brutta idea: Lloyd fu scoperto mentre sul letto aveva un rapporto ‘ravvicinato’ con un altro uomo. I due rimasero basiti, a Lucia si piegarono le gambe, riuscì a scappare per raggiungere la sua auto posteggiata dinanzi alla abitazione del mancato fidanzato. La ragazza era molto sensibile di carattere, quell’episodio la colpì pesantemente, non che fosse una puritana ma l’omosessualità di Lloyd non l’aveva messa in conto. Cuore di mamma Margareta si accorse del cambiamento di umore della figlia, si fece raccontare quello che le era successo riferì al marito del desiderio della loro figlia di andare in un paese straniero, il papà non fece domande, pensò di sistemare Lucia a Roma quale addetta alla ambasciata svedese, aveva ancora degli amici al Ministero degli Esteri. E così fu che in una giornata nebbiosa a Stoccolma ma soleggiata a Roma, all’aeroporto di Fiumicino Lucia  fu accolta da una collega svedese Britt Isacson che con la sua Mini la condusse al Bed and Brekfst Roma Centro dove lui alloggiava e dove le aveva prenotato una stanza. Furono accolte dalla proprietaria contenta di aver come ospite una svedese, aveva una simpatia particolare per le nordiche. Sono Romilia Grassi ho a disposizione solo una camera matrimoniale, prezzo Euro trentanove a notte, pensione competa ottanta Euro al giorno, sono una brava cuoca.” “Grazie signora Romina…” Fu interrotta dall’interessata: “Mi chiamo Romilia forse per un errore a suo tempo dell’addetto all’anagrafe, tutti si sbagliano e mi chiamano Romina.” “Bene signora Romilia, mi sembra che il cognome non le si addica, lei è magrissima…” “Meglio il mio che il nome del mio defunto marito ‘Scattareggia’ che molti, per sciocco spirito cambiavano in scorr….!” Tutti pomeriggi più il fine settimana  Lucia era libera dagli impegni di  ambasciata. Non poteva contare sulla compagnia di Britt fidanzata con un romano,  spariva dalla circolazione. Lucia aveva fatto una considerazione sulla collega, non aveva nulla della razza svedese, mora sembrava più una siciliana, forse un ‘peccatuccio’ di sua madre. Su un giornale locale Lucia lesse un’inserzione in cui si richiedevano dei volontari che parlassero varie lingue per dar lezioni ad immigrati. Stanca di visitare musei e monumenti la ragazza decise di presentarsi nell’edificio indicato nell’annuncio, via Nizza 22, aveva acquistato di seconda mano una Fiat Abarth 695 ma preferiva andare a piedi per un’avventura capitatale allorché in via Cavour sfrecciò con l’auto a velocità superiore ai cinquanta chilometri previsti e fu fermata da un Vigile urbano. “Signorina patente e libretto.” “Jag förstar italienska, jag är svensk.” “Cazzo questa è svedese mortacci sua quant’è bona!” “E tu sei un porco, farò rapporto ai tuoi superiori.” ”Mi scusi talvolta sono impulsivo e sbaglio, il mio voleva essere un complimento, le chiedo scusa e vorrei riparare…” Il vigile di era tolto il cappello d’ordinanza, era veramente un bel ragazzo ma non femmineo come il suo ex fidanzato, emanava mascolinità da tutti i pori. “Il modo migliore è quello di invitarmi a cena, un pasto che le costerà metà del suo stipendio!” “Signorina svedese, lei non sa quanto misero sia il mio stipendio, potremmo andare in una bettola, a Roma dove anche in locali non di lusso si mangia bene.” “E bravo il mio vigile, come si chiama?” “Romolo Fumagalli, il suo nome è scritto nel libretto di circolazione, allora per la cena…” “Per me va bene sabato sera il locale?” “A Trastevere dalla sora Lalla, è una mia amica.” “Venga lei a prendermi all’Ambasciata Svedese in piazza Rio de Janeiro.” Io posseggo solo una moto, niente quattro ruote.” “Benissimo, andiamo in  moto, adoro il vento sul viso e poi non abbiamo paura di prendere una contravvenzione se andremo troppo veloci!” Lucia rimase abbagliata dalla moto. “È un mostro, come si chiama?” “MV Augusta Brutale 800 Dragster.” “Un nome che è tutto un programma, vada piano non vorrei tornare a Stoccolma in bara!” “Sarò delicato…” “Che vuol dire delicato, in che campo?” “Nell’usare l’acceleratore, non sia maligna.” “Glissons e muoviamoci, ho fame.” “Finalmente hai rimorchiato una bella topa non come quelle sciacquette che porti di solito, signorina come si chiama?” “Lucia ed ho fame.” Al cuoco:“Ah Cesare, ce sò dù morti de fame…” Sora Lalla era affezionata a Romoletto suo, lo conosceva sin da piccolo, avrebbe voluto che si sistemasse sposandosi una brava ragazza ma questa era troppo bella e le belle…Cesare mostrò la tutta sua valentia in arte culinaria romana, Lucia ad un certo punto alzò le mani in senso di resa, mai aveva mangiato tanto e così bene in vita sua.“ “Se permetti ti do del tu e pago io il conto, mi hai detto che lo stipendio dei Vigili lascia a desiderare.” “Ti pare che sora Lalla ci fa pagare, è come fosse mia madre che purtroppo non ho più.” Lucia capì che il suo nuovo amico vigile aveva messo in atto una furbata ma non era importante, vedeva le cose in maniera più ottimistica forse anche per effetto del Vino dei Castelli Romani. Ritornati nel cortile dell’Ambasciata i due si guardarono  in viso. Romolo: “Ho un collega siciliano che in casi come questo avrebbe detto:”Camaffare?” “Traduci per favore.” “Che dobbiamo fare?” “Lucia non era proprio in sé e: “Lo sai, si dice che darla la prima volta in cui ci si incontra è da mignotta…alla prossima.” e con la Fiat Abath rientrò nel Bed and Brekfast. Lucia per il  fine settimana successivo chiese a sora Romilia di poter invitare un suo amico per farle compagnia…”Che mestiere fa il tuo amico?” “È Vigile Urbano.” “Io sono contraria alle …visite personali, per questa volta passi.” Romolo si presentò alle diciannove con due mazzi di rose, uno per la padrona di casa ed uno per Lucia, furono apprezzati dalle interessate. Cena leggera e poi ‘ritiro’ nella stanza di Lucia, A turno il romano e la svedese in bagno per sciacquarsi i propri gioielli poi Romolo si distese sul letto in attesa …Lucia nuda apparve nel vano del bagno, una dea, bellissima, mai Romolo aveva avuto modo di conoscere una tal beltade che però gli fece un effetto non previsto, ebbe un raptus che lo portò a prendere Lucia per un braccio ed a sbatterla sul letto per poi penetrala subito in vagina. Ovviamente la situazione non piacque affatto alla svedese anche perché provocò in lei del dolore. Quando riuscì a riprendersi: “Sto male, vedi di andartene subito, dico subito!” Romolo sparì, in  corridoio incontrò Romilia che non salutò, uscì di casa lasciando la porta aperta, era fuori di testa, non aveva compreso la rozzezza che aveva commesso, Lucia cercò di riposare ma senza esito. La mattina Romilia bussò alla porta della sua stanza e:” Non ti domando quello che è successo, posso immaginarlo, vorrei esserti utile.” “Non mi sento di andare in ufficio, per favore fammi scrivere da un medico di tua conoscenza il riposo assoluto per sei giorni, grazie.” A metà mattinata Britt le telefonò per sapere sue notizie circa la sua salute. “Niente di grave, solo una raffreddatura ma siamo in inverno e voglio evitare complicazioni, a presto.” Romolo dimostrò una imbecillità totale, trovato spento il cellulare di Lucia telefonò alla padrona di casa per domandare notizie della ragazza. Romilia era di modi spicci e lo liquidò con un: “Vedi d’annattene artrove gran fijo de nà mignotta!” Coccolata dalla padrona di casa Lucia pian piano si riprese, uscì di casa e girò nelle vie intorno casa. Una sera un cartello ubicato sopra un portone attirò la sua attenzione. ’Scuola per immigrati, si cercano volontari come insegnanti.’ Lucia non ci pensò due volte, era la volta buona per far qualcosa di utile,  la sera si recò alla Scuola per Immigrati. Ad accoglierla una signora di mezza età: “Sono Maria Coltorti  direttrice di questo centro, da noi vengono immigrati che vogliono imparare l’italiano, occorre però che gli insegnanti conoscano le lingue estere.” “Io sono svedese ma ho girato tanti paesi, per me non è un problema.” Lucia la successiva serata, alle diciotto si presentò in aula, pian piano giunsero  circa quarantina alunni di tutte le età, religioni, razze e sesso, tutti si presentarono alla nuova insegnante, soprattutto i maschietti furono contenti della sua presenza, forse i predecessori di Lucia non brillavano per pulcritudine. Un giovane attirò l’attenzione della neo insegnante: alto, longilineo dalla carnagione appena ambrata, molto elegante nel vestire, probabilmente non era un immigrato in cerca di lavoro in Italia. Alla fine delle lezioni il cotale si presentò: “Sono Joseph, malgascio, il mio vero nome è un altro ma è lunghissimo e difficile da ricordare così dalle mie parti molti lo cambiano in uno francese, lingua che parliamo tutti, sono un appassionato di antichità, Roma è stata sempre la mia meta preferita. Mio padre è proprietario terriero ed allevatore di zebù, data la sua età matura mi ha lasciato in libertà per sei mesi poi dovrò ritornare in patria ed a dirigere tutta la baracca come dicono a Roma, per ora me la spasso intendo dire visitare musei, monumenti.” “Mi scusi la franchezza ma non e la vedo a naso all’insù a guardare le pitture della Cappella Sistina o le statue di Michelangelo, del Canova o di Donatello.” “Ho capito dove vuole arrivare gentile signorina ma quel genere di amusement lo trovo anche al mio paese…”  “Mi sono incamminata in un terreno minato, non volevo essere indiscreta.” “Ho visto un cartellone che  reclamizzava  un dentifricio, riportava la frase: Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi, penso le si addica. Qualora la mia compagnia non le dispiaccia potrei proporle di andare insieme a cena, se non ha fame al cinema, al teatro, non conosco le sue preferenze.” “Ho un certo languorino…” “Bene allora andiamo qui vicino al mio albergo, è il Continenltal. All’arrivo dei due il portiere si levò il cappello e fece un inchino quasi sino a terra, Lucia si mise a ridere: “Quante mance gli molli per essere tanto ossequiato!” “Mi ha raccontato la sua vita, ha cinque figli e lo stipendio non è altissimo. Preferisci cenare al ristorante o in camera.” “Avevo giurato eterna lotta ai maschietti per una mia recente disavventura ma voglio fidarmi del tuo viso di persona perbene…”  “Occupo la suite all’ultimo piano, qui non si usano le chiavi ma una scheda, andiamo in ascensore.” Al telefono: “Gaspare vorrei cenare in camera, siamo in due, per il menu pensaci tu.” Roma illuminata era uno spettacolo, Lucia d’impulso prese sottobraccio Joseph ma scivolò sul pavimento lucidato a cera e si trovò bocca a bocca con il malgascio.”Niente male ma non è stato voluto…sono un gentiluomo.” A Lucia parve spontaneo ribattere: “Perché i gentiluomini…” e sempre spontaneamente riprese a baciarlo sino  a quando bussarono alla porta. Due camerieri con due carrelli, Gaspare si era sbizzarrito ed aveva fatto preparare una cena luculliana. “Questo è un attentato alla mia linea…”  Lucia  come si dice in gergo parlò bene ma razzolò male soprattutto col contenuto della bottiglia di Brunello di Montalcino che apprezzò moltissimo per poi sedersi allungata su una poltrona, era un po’ groggy.  Si addormentò. Alle dieci del giorno successivo si ritrovò  sul letto matrimoniale in sottoveste, ci volle un po’ per orizzontarsi, Joseph aveva provveduto a spogliarla. Del malgascio nessun a presenza, solo un biglietto sul comodino: “Bene svegliata, sono al bar, se vuoi puoi farti portare la colazione in camera.” Lucia restò ancora a poltrire a letto poi andò nel vicino bagno per una doccia che la svegliò del tutto. Nel frattempo era rientrato in camera Joseph che: “Bello quell’accappatoio, ti dona.” “Dimmi quello che è successo stanotte, non ricordo nulla.” “Una nottata fiabesca, sei stata favolosa!” Lucia capì che Joseph aveva barato, si era controllato il ‘fiorellino’ che non mostrava segni di uso, fece un sorriso e si esibì in una battuta in perfetto dialetto romano che aveva sentito in ambasciata: “Ah buciardo!” “Con la Mercedes presa a nolo dal malgascio si recarono a Ostia nella pineta dove il vento emetteva un fruscio passando fra i rami degli alberi, un romanticismo che portò Lucia e mettere le mani fra i gioielli’ di Joseph con ovvie conseguenze, stavolta anche il fiorello ebbe la sua parte. Un amore era sbocciato fra i due che però non avevano fatto mente locale su un particolare: Joseph doveva ritornare al suo paese di origine e così sorse il dilemma: Lucia doveva seguirlo?  “Sinceramente per una serie di motivi non se la sentiva di  vivere in un’isola sperduta lontana dalla civiltà europea fra gente povera, Joseph purtroppo non poteva  fare a meno di ritornare in Madagascar. Gli ultimi giorni furono di una tristezza infinita, il destino superiore anche agli dei era una realtà incontrovertibile, Lucia non volle accompagnare il suo amato all’aeroporto, provava troppa amarezza. Così ebbe fine una storia romantica che lasciò nei loro animi una  sofferenza infinita ed in seguito anche rimpianti, l’amore che trionfa è un favola!

  • 05 novembre 2020 alle ore 10:22
    INNO AL PIACERE

    Come comincia: Oh PataPina, dolce compagna delle mie notti insonni ti immagino, ti vedo, ti sento, mi inebrio del tuo effluvio chiave d’ingresso del piacere più smodato e di meravigliose sensazioni gustative.  Ti stimolo trattenendoti in bocca per gustare più a lungo la tua sapidità. Il tuo clitoris si innalza come un piccolo pene e ti trasmette sensazioni profonde che ti portano ad  orgasmi incontrollati, ripetuti nel tempo sino allo sfinimento. Come non prestare attenzione alle magnifiche tette dal capezzolo aumentato di volume per il piacere provato. Con l’aiuto di ‘ciccio’ in gran forma il ritrovamento del punto G è un tripudio di sollazzo profondo, illimitato con perdita della visione della realtà fino ad un sonno ristoratore. Sei ad occhi chiusi, abbandonata al godimento  prolungato che non ti ha lasciato e riprende la sua forza quando ti bacio sul collo, è l’apoteosi. Mi distendo vicino a te, ti guardo,  un sorriso di piacere non ti abbandona. Non penso ad altro, per ora sei solo mia e voglio ricordarti così, più bella che mai, non ti risvegliare, con una foto vorrei immortalare il tuo corpo ed in particolare il viso, ma temo che  la foto stessa potrebbe finire in mani estranee, per un po’ sarai stata solo mia. Forse la mia passione si è tramutata in amore …

  • 22 ottobre 2020 alle ore 10:37
    QUANTA FAVA... QUANTA FAVA.

    Come comincia: Caio Gregorio e Clizia, sedicenni si erano conosciuti a scuola, alla quarta ginnasiale al liceo Daniele Manin di Roma. Ambedue provenivano da istituti condotti da ecclesiasti e nel nuovo consesso, all’inizio erano spaesati anche per la crasse risate che si facevano i loro compagni di classe a causa dei  loro nomi, non era colpa loro se i genitori, per chissà quale motivo avevano scelto quegli appellativi. Tornando a casa a piedi seguivano quasi la stessa strada, Caio Gregorio abitava in via Torino e Clizia in via Firenze. Pian piano presero confidenza anche sessualmente, a diciotto anni dopo l’iscrizione alla prima liceale fecero il grande passo con le raccomandazioni ed i suggerimenti della di lei mamma Lisindra anche lei dal nome particolare di regina egizia e dal significato di ‘colei che rende liberi ed infatti il ‘matrimonio’ fra i due avvenne nella casa di lei assente il padre Enea. Il capo famiglia  era il concessionario di varie marche  di automobili ma la vera riccona era la madre che, alla morte dei genitori a Grotte di Castro in quel  di Viterbo si trovò erede di appartamenti e  di campagne che in maggior parte producevano un vino pregiato, il famoso EST EST EST che la leggenda afferma essere l’abbreviazione di EST BONUM che  Martino, il coppiere del vescovo tedesco DEFUK aveva scritto sulla porta di una locanda di Montefiascone. Enea e Lisindra  erano anticonformisti e vivevano ognuno la propria vita scambiandosi anche le loro esperienze in tutti i campi compreso quello sessuale. Ovviamente Clizia era stata contagiata dalla mentalità dei  genitori ed aveva coinvolto anche Caio Gregorio. Con l’andar degli anni presero a frequentare un club di scambisti, il Golden Club ma rimasero delusi, il locale era frequentato anche da persone volgari e dal fisico niente affatto piacevole, solo una coppia emergeva dalle altre per stile e bellezza: Camilla e Riccardo, lei bruna, di statura media, viso sorridente, tette non eccessive gambe perfette, lui faccia da furbacchione, fisico atletico. Avevano subito mostrato affiatamento, tutti e quattro bravissimi nel ballo con scambio di partner, sembrava che si fossero conosciuti da molto tempo. La più loquace, Camilla anche per il significato del suo nome ‘addetta ai sacrifici’ di quali non si sa a sapere, si era abbarbicata a Caio Gregorio provocando un ovvio rigonfiamento nei suoi pantaloni con risate da parte di Riccardo e di Clizia. Riccardo aveva un  pregio: era facoltoso di famiglia,  aveva anche un titolo nobiliare di cui non faceva sfoggio ed abitava unitamente alla servitù in un castello fuori Roma. I genitori erano deceduti in un incidente aereo in Atlantico. Aveva girato il mondo, parlava varie lingue ed era giunto alla soglia dei quaranta anni senza legami sentimentali impegnativi. La sua relazione con Camilla era iniziata su una nave da crociera in maniera del tutto particolare. La ragazza era croupier nella sala giochi, non era un tipo affabile, non sorrideva mai, aveva avuto i suoi problemi. Riccardo dopo cena si era avvicinato al tavolo di blackjack e dinanzi alla croupier: “Good evening miss, j want to see if i’m lucky  at the game.” Dopo un lungo sguardo la ragazza: “Innanzi tutto parli italiano e non inglese, lo vedo dal distintivo sulla sua giacca che è tifoso della squadra di calcio della Roma e poi il suo desiderio di sapere se è fortunato al gioco vuol dire che in amore…” “C…o volevo dire cavolo, mi scusi, capisco di aver trovato una tosta, dia le carte e vediamo se… “Al primo colpo un nove, vediamo il secondo: un otto, smetto altrimenti sbanco il casinò!” “Joseph, please replace me at the counter, thanks.” Andiamo sul ponte, la brezza ci rinfrescherà le idee.” I due si guardarono a lungo, avevano molto da dirsi ma nessuno voleva iniziare per primo. “Ho capito, senza offesa ma lei mi sembra leggermente presuntuoso, apprezzi l’eufemismo, forse è anche ricco e questo peggiora la  situazione. È inutile tessere le sue lodi, è un bell’uomo, uno di quelli che non debbono chiedere ma stavolta ha incontrato una che non che non dà!” “Invece il bell’uomo umilmente chiederà e spera di ottenere la sua compagnia.” “Così va un po’ meglio, che ne dice di andare a distrarci al teatrino, per me la crociera è solo lavoro.” Sulla scena un gruppo di ballerini e ballerine sud americani, le ragazze con indosso costumi veramente ridotti, il solito filo dietro e davanti un francobollo. “Inutile che fa lo gnorri, se potesse si butterebbe a pesce!” “Baby lei è stancante, vorrebbe sua grazia dirmi Il suo nome? “ “Camilla che, se lei non lo sa vuol dire addetta ai sacrifici al tempo dei romani, in altre parole bruciava gli esseri viventi al dio preferito.” “Non pensavo di far la fine della pulzella di Orleans!” “Non faccia sfoggio di cultura, proviamo a guardare lo spettacolo.” “Una proposta, andiamo nella mia cabina senza secondi scopi.” “Immagino sia una singola con vista sul mare.” “Perché sei così velenosa, sei una ragazza piacevole te lo dice uno che…” Camilla si girò di spalle e si mise a piangere, situazione che mandò il tilt Riccardo che la lasciò sfogare poi la prese sottobraccio e la  introdusse nel suo alloggio. “Sono Riccardo che vuol dire uomo forte e coraggioso ma dinanzi a te…Se vuoi resta a dormire nella mia cabina, mi piace il tuo profumo di donna che ha invaso il locale.” I complimenti fanno intenerire anche gli animi più duri e Camilla non era di quella specie. Si svegliò alle dieci, Riccardo la contemplava beato. La ragazza rinfoderò le unghie: “Vado a parlare col capitano devo spiegarli la mia assenza.” “Se me lo permetti vengo con te.” Il capitano, vecchio lupo di mare capì subito la situazione: “Cari ragazzi ditemi tutto come ad un  papà, potrei anche dire nonno…” “Capitano, Camilla sarà una passeggera, pagherò io il biglietto di prima classe e starà nella mia cabina.” Così era iniziata la liaison fra i due. A Civitavecchia Riccardo recuperò la sua Jaguar e si diresse nella capitale sino alla sua villa. La servitù li accolse con un applauso, Riccardo era benvoluto anche per la sua generosità. I primi giorni furono di sogno, anche il modo di conoscersi era stato fuori del comune. Camilla non si riconosceva più anche perché aveva visitato alcuni negozi di vestiti, di scarpe e di accessori vari non esclusa una gioielleria che le costò di donare a Riccardo un suo ‘gioiello’ poco usato. Il castellano aveva sempre dato alla parola amore il significato di sentimento non precisato, un miscuglio fra sesso e affettuosità ma stavolta stava comprendendo il suo vero significato, la sola presenza di Camilla gi faceva battere il cuore, anche la ragazza era sulla stessa sintonia. Stare sempre in casa era diventato monotono ed i due decisero di andare in centro al ‘Volturno’ un teatro dove davano spettacoli d’avanguardia nel senso di anticonformisti. Nel cartellone: ‘Ifigonia in culide’’. Camilla nel leggere il titolo della commedia  rimase  perplessa ma Riccardo si mise a ridere ricordando degli episodi che circolavano su hertz De Benedetti giovane autore universitario, insomma una goliardata.  Si aprì il telone, scenografia: un grande tappeto rosso  con al centro un trono su cui era seduto un attore vestito da re. Entrarono vari attori in costume seguiti dal Gran Cerimoniere che: “O popol bruto, su snuda il banano non vedi che giunge l’amato sovrano? Il Sir di Corinto dal nobile augello qual mai fu visto più duro e più bello, il Sir di Corinto dall’agile pene terrore e ruina del fragile imene, il Sir di Corinto dal cazzo peloso del cul rubicondo ognora goloso. O popol invitto, in gesta d’amore s’affermi il sovrano più caro al tuo cuore. Rendiamogli omaggio nel modo migliore offrendogli il culo delle nostre signore. Toccatevi i  coglioni, se li avete perché sta transitando un prete.”
    …….
     Fine del primo atto ed applausi alla calata del sipario.
    “Cara andiamo alla buvette, hai bisogno di sorbire qualcosa di forte.” Barman, per favore due caffè Sport Borghetti.” “Il caffè  non mi fa dormire, lo sai.” “Una volta funzionava la mia ricetta!” ”La verità è che sei quotidiano e sulla mia gatta posso cuocervi le uova!” “Ogni volta ti chiederò il nulla osta, rientriamo in sala sta per iniziare il secondo atto. Scena: La camera nuziale. Nei quattro angoli bidè dove bruciano profumi. Presenti i pretendenti di Ifigonia. Allah Ben Dur: “Superando monte e valle v’ho portato le mie palle e riempio un gran mastello con la broda del mio uccello.” Don Peder Asta: “Sarete delusi di tutti stì doni guardando d’Oriente i gloriosi coglioni. Ho riempito quattro stalle col sudor delle mie palle.” Uccellone: “O fulgida stella, o figlia di re deh guarda il dono portato per te! Ho riempito una caserma solamente col mio sperma!” Gran cerimoniere al popolo: “E risuoni nella reggia perlomeno una scoreggia!” Ifigonia al popol bruto: “Quanta fava, quanta fava ma perché nessun mi chiava?”
    ……
    Cala il sipario. Stavolta  Riccardo e Camilla restarono al loro posto, presa dalla tenerezza la ragazza baciò appassionatamente il suo amante,  ‘ciccio’ comprese male quel gesto e si alzò speranzoso. “Che cavolo, sei peggio di quell’attore che fa Allah ben Dur!”
    Terzo atto. Ifigonia e Spiro Kito giacciono sul talamo. Ifigonia: “O amato Spiro Kito Prence e samurai il tempo passa e non mi chiavi mai!” Spiro Kito: “Desisti o Principessa dal chieder spiegazioni non vedi che cominci a rompermi i coglioni?” Ifigonia: “Fammi vedere le palle di solido granito, fammi toccar l’uccello almeno con un dito, che brami dalla tua dolce amica vuoi farmi prima il culo o ripulir la fica? Sognavo un cazzo forte  da bambina perciò  pregavo Giove ogni mattina ché, come un giorno avvenne per Enrica potesse capitarmi nella fica un poderoso e ben tornito cazzo per farmene per sempre il mio sollazzo.” ………
    Cala definitivamente il sipario con la consueta dose di applausi. Riccardo e Camilla in fila per uscire notarono che due attrici erano anche loro in fila insieme agli spettatori. Li ritrovarono all’uscita con due valige in terra. Come al solito Riccardo curioso, facendo finta di non notare le occhiatacce di Camilla: “Gentile signora posso esserle utile?” “Aspettiamo un taxi per andare alla stazione, dovremmo prendere un treno…” “Signora a quest’ora…vedo che la ragazza trema dal freddo, col permesso della mia fidanzata vi invito a casa mia, cara che ne dici?” “Una risposta sarcastica: “Sono entusiasta dell’invito, mi hai preceduta!” Le due brasiliane si presentarono: Brigida la più anziana, Isabela la più giovane. Sistemate le valige nel bagagliaio le due si sedettero nel divano posteriore della Jaguar. Camilla le osservava dallo specchietto di cortesia del parasole, specialmente la più giovane era molto attraente, piuttosto alta,  il viso le ricordava lo stile di un ritratto di Modigliani, molto fine.  Seguitava a guardarla, quella ragazza l’aveva colpita, più la osservava e più le piaceva. Nella villa silenzio assoluto, sistemate le due brasileire nella stanza degli ospiti visita dei quattro in cucina, la cuoca Sora Anna era una regina nel suo campo; anche Riccardo e Camilla parteciparono allo spuntino poi passarono nel salone. “Brigida ti do del tu come abitudine romana, vuoi raccontarmi qualcosa di te e di Isabela?” “Spero non siate infami come l’impresario della compagnia dove recitavamo, saputo che siamo dei transgender ci ha minacciato di denunciarci alla Polizia perché abbiamo un passaporto da cui risulta che siamo delle donne, un favore avuto da un amico del Ministero degli Interni brasiliano. Siamo dovute scappare, ora siamo qui sin quando…” Stranamente intervenne  Camilla: “I romani hanno una tradizione di ospitalità, potete restare  quanto vorrete.” Riccardo guardò in viso Camilla, capì che le era molto piaciuta Isabela, forse era stanca dl solito sesso e voleva provare qualcosa di diverso. Tutto rimandato al domani, dopo un abbraccio delle due ai padroni di casa tutti a nanna. Arrivati in camera Riccardo scoppiò in una risata che fece innervosire Camilla. “Che c’è da ridere!” “Scusami amore, stavolta ho toppato di brutto, io che mi sono sempre considerato anticonformista!” Camilla dormì poco e sognò quello che desiderava, un  approccio con Isabela, forse aveva scoperto il suo lato maschile. Il clima era rigido, dicembre si faceva sentire fuori perché dentro casa l’atmosfera era piacevolmente calda, termosifoni a venticinque gradi. Nel salone Camilla stava controllando con Isabela la collezione di CD, ce n’erano anche di brasiliani e le due …donne presero a ballare imitate da Riccardo e da Brigida anche lei in forma  smagliante. “Sora Anna, queste sono due amiche brasiliane, fatti onore in cucina, le voglio vedere ingrassate come porcellini!” Il pomeriggio la servitù si ritirava nei suoi alloggi e così Camilla ebbe l’opportunità di godere delle delizie procuratele da una Isabela sessualmente molto in forma: tutto il corpo era senza peli, aveva un pene  da bambino ma era proprio quello che più aveva attirato le attenzioni della padrona di casa, forse era stanca di quello stallone di Riccardo e quella era un piacevole diversivo. Isabela aveva una pelle eburnea, un efebo. Quando Camilla le prese in bocca il pisellino, questo cominciò a crescere e riversò nella bocca della padrona di casa un liquido tipo il nettare degli Dei. Camilla si fece penetrare nel fiorello, il piccolo pene giunse sino al punto G, conseguenza un orgasmo particolare e prolungato. Ric. Nel letto matrimoniale scartò subito il ‘marruggio’ di Brigida ed approfittò del suo asno (sedere in portoghese) in forma come quello di una donna, smise quando era del tutto spompato come mai gli era successo con una femminuccia, Brigida aveva avuto degli orgasmi sia col pisellone che con il popò! Finale scontato: Ric. e Cam. si scambiarono i partners, ormai potevano dire di aver provato tutto in fatto di sesso. Le due brasiliane dopo un mese vollero tornare in patria accompagnate da Alberto e da Camilla sin all’aeroporto Fontanarossa di Catania, ambedue ben foraggiate di  Euro, sicuramente non avrebbero mai dimenticata la vacanza romana!

  • 19 ottobre 2020 alle ore 10:34
    ALESSIO E IL SESSO.

    Come comincia: Alessio quarantenne, insegnante di materie letterarie in un  liceo classico di Messina era a suo modo soddisfatto della  vita che conduceva. I suoi genitori, calabresi, contadini con molti sacrifici  avevano messo da parte un bel gruzzolo,  a sessant’anni si erano trasferiti a Castanea delle Furie in provincia di Messina, luogo di nascita del padre Calogero dove avevano acquistato un terreno che coltivavano personalmente. Erano riusciti a far studiare il figlio Alessio il quale si dimostrò a scuola intelligente ed anche furbo (aveva preso dalla madre Catena) riuscendo  a scuola a prendere sempre bei voti e superare gli esami anche per la  simpatia che suscitava soprattutto presso le professoresse ed anche per il suo fisico atletico, fisico che sicuramente non aveva ereditato dai genitori ambedue bassi e grassi. Ma mano che Alessio cresceva c’erano alcuni paesani che si domandavano da chi avesse preso il giovanotto, la solita solfa: ‘il paese è piccolo e la gente mormora’, Anche alle orecchie di Alessio erano giunte quelle voci ma lui, nato ‘moquer’ si faceva grosse risate. Anche se sua madre aveva piantato un cornicchio sulla spaziosa fronte paterna la giustificava anzi l’aveva apprezzato perché sicuramente aveva scelto un uomo prestante e quindi, lui per fortuna non aveva nulla del padre anagrafico. Era possessore di una Fiat Abarth 595 regalo meritato di una vedova cinquantenne per le sue prestazioni in fatto di sesso. Alessio era quello di: ‘una ne lascia ed un’altra ne prende.’ Dalle sue amiche la maggior parte non più giovani riceveva regali non richiesti ma sempre bene accetti, soprattutto in denaro. L’eleganza era anche la sua arma: i negozianti di viale San Martino lo conoscevano e lo ossequiavano per i suoi acquisti nei cambi di stagione. Era un allegrone, aveva i suoi buoni motivi: affascinante, dal soldo facile ed un appartamento acquistato con un mutuo al quarto piano di un palazzo in via dei Mille. Quando per la prima volta fece visitare l’abitazione ai suoi genitori sua madre si mise a piangere, forse ricordava il suo triste passato. Prima cosa stringere amicizia col portiere Rosario, Saro per tutti, aveva la faccia da parapaffio (scusate la parola complicata), insomma da paraculo per dirla alla volgare, infatti un giorno venne fuori con: “Lei ha un nome non siciliano e poi non rassomiglia…” “Caro Saro, mia madre è stata l’amante di un milanese che,  saputo della mia nascita ha chiesto impormi il suo nome e tu…” Saro capì di aver ‘trovato duro’ e  smise di far domande sciocche. La vita di Alessio ebbe una svolta quando giunse a scuola un suo collega che insegnava matematica, tale Luca, bolognese, che aveva vinto il concorso alla sede di Messina. Alessio fece presente a Luca che al suo stesso piano si era liberato un  appartamento, Luca telefonò alla consorte Adua che insieme alle figlie Jenny ed Aurora dopo due giorni giunse a Messina. Adua  era casalinga, le figlie Aurora e Jenny furono iscritte nella stessa scuola del padre. Il preside Manfredo faceva onore al suo nome ‘uomo di pace’. Era sempre sorridente, andava d’accordo con gli insegnati, con gli alunni e con il bidello, tutti lo amavano. Il cotale pensò di riunire le sere del sabato nella palestra dell’istituto, addobbata a dancing, i componenti della scuola e loro famiglie, proposta accettata da tutti con entusiasmo. Alessio more solito farfalleggiava con le varie signore, stavolta…era stato abbagliato dalla figlia di Luca, Jenny: alta, longilinea, capelli lunghi sulle spalle, vita stretta, grandi occhi nocciola, gambe ancora da scoprire, la ragazza indossava un lungo tubino azzurro. Fu lei ad attaccar bottone: “Lei non è il solito professore noioso, la vedo fuori posto fra tanti parrucconi.” “Innanzi tutto dammi del tu anche se hai diciannove  anni, me l’ha detto tuo padre, mi sembri un po’ fuori razza, tua madre Adua ha un nome particolare che ricorda la battaglia persa dagli italiani in Etiopia, tua sorella Aurora è spiccicata a tua madre,  è  il tipo della bonazza, ha un certo fascino, tu sei magnificamente fuori razza rispetto al papino.” “Io non mi pongo problemi anzi sono estremamente sincera,  mi sei piaciuto sin dal primo istante, immagino quante femminucce…” “Per ora ho vicino a me una femminuccia come dici tu che è… lasciamo perdere i complimenti, potrei essere tuo padre.” “Che noia con la storia del padre, io ce ne ho già uno che è ben fornito, proviamo a ballare?” “My darling se ti accontenti di un  orso…” I due si impadronirono di una mattonella e ci rimasero, era un modo per stare abbracciati, Alessio aveva colpito ancora ma gli era rimasto impresso il giudizio di Jenny su suo padre, che voleva dire con quel ‘ben fornito’, boh... Un lunedì mattina Alessio rimase in casa con la giustificazione, non vera, di essere ammalato, cinque giorni senza scuola, una vacanza, come trascorrerla? “Adua sono ammalato ma non troppo che ne dici di farmi compagnia?” “Dipende dalla malattia, se è quella che penso…vengo da te.” “È quella che pensi tu!” Adua si presentò in vestaglia lunga, Alessio gli offrì dei cioccolatini fondenti con dentro del whisky, Adua ne fece una scorpacciata con la conseguenza che il liquore fece il suo effetto e l’interessata fece cadere a terra la vestaglia, la signora che aveva dimenticato di vestirsi, un gran pezzo di gnocca per dirla alla emiliana. Alessio aveva previsto quell’incontro e si era fatta una doccia, Adua preso in bocca il ‘ciccio’ già con ‘in alto i cuori’ ed ingoiò, ingoiò fin  quando finì la ’materia prima’. “Che bel sapore e quanto…che ne dici di far visita al ‘’fiorello’ ma vacci piano…” Alessio non ci andò piano e Adua emise quanto lamento poi finito in  un gemito per orgasmo prolungato. “Mai avuto dentro un cazzo così grosso!” Adua si era data al linguaggio volgare ma sincero! A riposo ambedue Alessio: “Cara dimmi la verità su Jenny, non assomiglia né a te né a tuo marito.” “Lui sa tutto, è figlia di un suo conoscente industriale, ricchissimo che sovvenziona nostra figlia ogni mese, la voleva con sé ma è sposato. Ora sai il mio segreto, mi raccomando discrezione!” Il sabato pomeriggio durante il ballo Jenny notò o meglio sentì la durezza di quel bozzo nei pantaloni di Alessio, aprì le braccia come per dire ‘purtroppo qui non possiamo fare nulla.’ La ragazza lo volle rincontrare a casa di lui con la giustificazione di ripetizioni da parte del professore, Adua non era molto d’accordo sulla loro frequenza perché pensava che Alessio fosse diventato il suo amante esclusivo ma non aveva argomenti per contrastare il volere di sua figlia. “Volevo dirti che non assomigli per niente a tua sorella.” “Hai ragione, Aurora ha diciotto anni ed è ancora vergine, uno spasso, la prendo sempre in giro, lei dice che sinora non ha trovato nessuno che le piace. Io amo il sesso sempre con maschietti di mio gusto e tu sei uno di quelli, dopo la lezione che ne dici di…” “Alessio disse dico di…” e provò sessualmente delle sensazioni mai provate in vita sua, Jenny si era scatenata ed  aveva messo a dura prova il buon ‘ciccio’ mai tanto strapazzato in vita sua, Messalina le poteva ‘fare un baffo!’ In compenso ebbe le congratulazioni della ragazza: “Ci sai fare a letto, ti metterò in cima alle mie preferenze!” Jenny diede, a richiesta di Alessio  una spiegazione delle parole ‘ben fornito’ riferite al padre. Una volta era entrata in bagno mentre Luca era sotto la doccia, per scherzare glielo aveva preso in mano e lui non ci aveva pensato due volte a infilarglielo nel fiorello, non essendo sua figlia non aveva avuto remore. Si può essere anticonformisti quanto vi pare ma quando è troppo è troppo, Alessio era rimasto sconcertato, la ragazza aveva esagerato con tanti uomini in giro…che si fosse scoperto puritano? Qualcosa cambiò nella sua vita, un pomeriggio che Jenny era andata a folleggiare chissà dove  si presentò in casa sua Aurora che inaspettatamente: “Ho visto che lei ha una Fiat Abarth 695, io sono appassionata di motori, ho anche la patente ma i miei non vogliono comprarmi un’auto, dicono che mi basta il motorino, che ne dice di farmi provare la sua auto?”  Proposta inaspettata per Alessio che notò che la ragazza era vestita elegante, si era truccata più del solito, aveva indossato tacchi alti ed emanava un piacevole profumo personale di cui non aveva mai fatto caso. “Aurora, aderisco alla tua richiesta ma quei tacchi non vanno bene, torna con scarpe adeguate alla guida e dammi del tu.” Adua al rientro della figlia a casa, venuta a conoscenza della richiesta di Alessio rimase basita, quello zozzone si sarebbe ‘fatta’ anche la sua seconda figlia! Lasciato il centro Aurora  diresse l’auto verso i monti Peloritani, era veramente brava nella guida. Arrivati a Musolino  trovò uno spazio e posteggiò l’auto. “Senti che profumo di alberi in fiore e che panorama!“ Aurora si stava ‘sciogliendo’ Alessio ne approfittò per baciarla a lungo, comprese che la ragazza, forse per la prima volta in vita sua aveva avuto un orgasmo, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata nel sedile. “Al ritorno è meglio che guida io, che ne dici baby?” La ragazza non rispose ma fece il cambio del posto di guida, ancora non si era ripresa, avrebbe per sempre ricordato quella prima volta anche se dentro di sé aveva pensato ad un’altra prima volta…” Jenny si fece viva per telefono: “Caro zietto zozzone ho saputo della tua ‘passeggiata’ in macchina con Aurora, mi raccomando trattala bene lo sai che è ancora vergine!” Fu la stessa Jenny che programmò ‘la prima notte di nozze’, lei era un’esperta in quel campo. Un pomeriggio disse alla madre che usciva con sua sorella per andare al cinema, solo che il programma era diverso: le due erano molto diverse: Jenny solare e sorridente, Aurora rossa in viso e preoccupata. “Alessio è un gentiluomo…good luck!” Jenny era uscita ed Aurora non sapeva come comportarsi. Le venne in aiuto Alessio: “Cara rilassati, pensa solo a qualcosa di piacevole, se sentirai dolore la smetterò subito, sotto di te metti questo asciugamano.” Aurora si era preparata mentalmente all’avvenimento che avrebbe cambiato la sua vita, fu stoica dinanzi all’ovvio dolore, non disse nulla quando Alessio riversò nell’interno del suo fiorello il ‘contenuto’ di ciccio. Alle diciannove ritornò Jenny che non fece nessuna domanda, Aurora dietro consiglio della sorella si era portato appresso un assorbente che aveva indossato, il dolore le stava passando. “Caro cognato mi sa che va a finire che diventerò io zia…” Previsione azzeccata, Alberto a quarantun anni divenne padre di un bambina bellissima che  sembrava assomigliare, a detta di tutti alla zia Jenny. La speranza dei due ‘coniugi’ era che non le assomigliasse in un certo campo…

  • 07 ottobre 2020 alle ore 18:38
    RIFLESSIONI SULLE RELIGIONI

    Come comincia: La Chiesa ama le donne? Bella domanda, tornando indietro negli anni si trova un guazzabuglio di norme che distinguono tra coloro aderenti alla Chiesa cattolica che potevano sposarsi ed altri ai quali era proibito, un classico della Chiesa che spesso dice ‘No, però…’ Paolo VI che alcuni accusano  di non aver amato molto il sesso femminile,  (i maligni avevano sparso la voce che avesse assunto il nome di Paolo per…) Durante il suo Pontificato aveva affermato: “ Il celibato sacerdotale che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma conserva tutto il suo valore nel nostro tempo.” Alcuni Papi avevano portato come esempio  Gesù Cristo che era celibe. Il  Papa Albino Luciani un mese circa dopo la sua elezione al soglio pontificio era morto, ufficialmente d’infarto. I bene informati avevano fornito ben altra versione. L’ex Patriarca di Venezia il giorno prima aveva chiesto al vescovo Marcinkus presidente dello I.O.R., la banca vaticana di  visionare la contabilità di quell’istituto di credito, la notte successiva il suo decesso. Ovviamente nessuna inchiesta, come sempre in Vaticano non erano previste indagini come nel caso della scomparsa di Manuela Orlandi, perlomeno quelle ufficiali. Ad alcuni ultra conservatori appartenenti alla Chiesa cattolica la politica dell’attuale Papa Francesco non va proprio a genio. In fatto di sesso lo aveva dimostrato di essere antitradizionalista con  la  frase: “Chi sono io per condannare gli omosessuali?” In parole povere anche loro sono figli di Dio! Forse aveva avuto sentore  dei gravi scandali di appartenenti al clero   accusati di pedofilia un po’ tutto il mondo. Anche dei Cardinali erano stati implicati come  l’australiano George Pell, stretto collaboratore del Papa  condannato dalla giustizia del suo paese per abuso sessuale su minori poi assolto. Per inciso il Papa Francesco incita i cattolici alla povertà e ad aiutare i meno fortunati di aprire  loro le porte degli edifici ecclesiastici mentre, ad esempio, risulta che un Cardinale tale Tarcisio Bertone, che vox populi diceva si sentisse sicuro nell’ultimo concilio di diventare Papa (era entrato da Papa ed uscito da cardinale secondo un famoso detto) ha un alloggio tutto per sé di cinquecento metri quadrati con molti quadri di autori famosi e quindi di pregio e costosi. Secondo la stampa lo seguono anche i seguenti cardinali che hanno appartamenti di lusso: Velasio De Paolis, Franc Rodé, Kurt Kock, Raymond Leo Burcke presidente dello S.M.O.M, Williams Joseph Levada, Marc Ouellett, Sergio Sebastiani, Domenico Calcagno (detto Monsignor Rambo). E l’attuale Papa dove alloggia? Nel modesto appartamento della Domus Sanctae Marthae. Altra sua peculiarità: calza scarponi come quando era Cardinale in Argentina e non le scarpe di raso viola fatte su misura come i suoi predecessori. Alcuni giornalisti hanno ritenuto che forse il Papa pensasse di far sposare i preti  per un motivo pratico, quando si è giovani gli ormoni sono alle stelle e, in mancanza di femminucce i preti si rivolgono a quelli a loro più vicini: ragazzi e  ragazze adolescenti con le conseguenze che sono sotto  gli occhi di tutto il mondo. Purtroppo nelle regole della Chiesa non è previsto l’Istituto del referendum altrimenti chissà quale sarebbe stato il risultato. Negli Stati Uniti le chiese sono società con tanto di contabilità ed alcune hanno dovuto dichiarare bancarotta per il denaro risarcitorio che erano state costrette a sborsare ai ragazzi, non più tali che avevano subito in passato degli abusi sessuali. Altro argomento: chi può affermare che la propria religione sia quella vera? Nel mondo secondo una statistica le maggiori sono centotrentasette di cui sette cristiane. In passato, ed alcune anche ora si combattono fra di loro per dimostrare che la propria è quella vera, lotta che in passato ha portato a guerre sanguinose senza alcun risultato se non la morte di molte persone, impossibile stabilire quante. Papa Francesco in molte sue esternazioni ha affermato che ogni religione è degna di essere seguita dai propri adepti invocando la fine di questa inutile lotta. Anche per motivi politici non tutti i responsabili delle Chiese hanno accettato la sua tesi, lui pensa che col tempo questo pensiero germoglierà ma diciamo piuttosto che è una sua speranza. Per alcuni musulmani una conversione alla Chiesa cattolica vuol dire guai a non finire, anche la morte. Le donne nell’Islam sono considerate un oggetto e non hanno diritti, solo alcuni stati di recente e  con molta prudenza stanno riconoscendo alcune loro facoltà. Per non parlare degli omosessuali: alcuni dottori islamici cercano di curarli considerando la loro una malattia, alcuni stati prevedono per quelle persone la morte gettati dall’alto di un palazzo, peggio del Medio Evo! E chi si dovesse professare  Cristiano? Se gli va bene in alcuni stati musulmani dovrebbe pagare la ‘jizua’, una tassa necessaria per essere protetti! La chiesa cattolica in passato ne ha combinato di tutti i colori , fatti tremendi  riconosciuti anche da alcuni Papi eletti di recente. Conclusione di questa riflessione sulle religioni: alcuni aderenti, soprattutto i cattolici si rifugiano in essa nei momenti più duri della vita: morte di parenti, difficoltà finanziarie e casi analoghi chiedendo a Dio di intervenire a loro favore come se Dio fosse distratto e non vedesse le loro pene. La maggior parte delle persone religiose, soprattutto gli islamisti, per paura di gravi ritorsioni nei loro confronti, altri per fanatismo seguono pedissequamente quanto inculcato loro sin dalla prima giovinezza. Conclusione: ognuno di noi professi una qualsiasi religione (o nessuna) senza intaccare in alcun modo la vita degli altri, Costituzione Italiana docet.

  • 03 ottobre 2020 alle ore 10:12
    HELOISA

    Come comincia: Alberto romano dè Roma era titolare di una  farmacia in via Due Macelli, era anche esportatore di prodotti farmaceutici in Brasile. Febbraio, Carlos il suo corrispondente a Rio de Janeiro lo aveva invitato per il prossimo Carnevale, Alberto era indeciso se accettare l’invito, quindici ore di volo gli sembravano eccessive, forse la sua era solo pigrizia, i suoi viaggi avvenivano solo in auto una Jaguar X Type. “Carlos, sono Alberto, ho deciso di accettare di venire a RIo, consigliami il nome di una bell’albergo dove alloggiare.” “Hotel Atlantico Time, ti troverai bene, c’è anche il ‘coperto’.” Alberto capì al volo quello che l’amico aveva voluto intendere. “Io di ‘coperte’ ce ne ho tante a Roma, vorrei vedere la sfilata per il Carnevale che di solito guardo in TV, tra due giorni sarò a da te.” L’aereo del Pan Am partì da Fiumicino alle sette, dopo un volo delle previste quindici ore atterrò all’aeroporto Santos Dumont, sgranchitesi le gambe, Alberto recuperò i bagagli e si diresse verso i taxi gialli in attesa di clienti. Si avvicinò al primo sperando che l’autista prendesse lui le due valige ma il senhor rimase al suo posto. Alberto per evitare storie le caricò lui stesso ma come inizio…”Albergo Atlantico Prime.” L’autista si girò indietro per guardare in viso il passeggero, Alberto comprese che aveva fatto uno sbaglio nel dire albergo al posto di hotel, aveva fatto capire che era straniero e quindi gli poteva esser chiesto un compenso maggiore. Infatti il tassinaro si guardò bene dal far scattare il tassametro e partì piuttosto lentamente e così per tutto il viaggio. Alberto comprese che il cotale voleva fare il furbastro per fargli sborsare una cifra superiore al dovuto ed infatti giunti dinanzi all’albergo, senza muoversi dal suo posto l’autista: “Senhor duecentquaranta Reais.” Alberto si fece i conti, considerando che un Euro valeva poco meno di cinque Reais, il conto totale in Euro  era quarantotto Euro. L’autista stava per prendersi un biglietto di cinquanta Euro senza nemmeno un ‘Gracias’, Alberto si inalberò: “Chi cacchio era sto imbecille da far il prepotente, scese dal taxi, e si recò in albergo dove chiese l’aiuto di un facchino, scambiò i cinquanta Euro in Reais e tornando al taxì. Recuperate le valige porse all’autista duecento quaranta Reais. “ “E la mancia?” “Allora stronzo parli italiano!” “A me nessuno ha mai dato  dello stronzo!” “C’è sempre una prima volta nella vita!” Alberto si allontanò ridendo seguito dal facchino con i bagagli. Una rapida cena e poi in camera. Fu svegliato la mattina da una telefonata di Carlos: “Ti chiedo scusa, preso dal lavoro non ho pensato di venirti a prendere all’aeroporto, sto venendo al tuo albergo.” Carlos era il classico tipo sud americano, non molto alto con baffetti e basette lunghe. “Meu amigo è un piacere rivederti, andremo a casa di un’amica mia a vedere dopodomani la sfilata del Carnevale, non ti avvicinare troppo a lei, la tua fama di conquistador de mulheres ti ha preceduto, stavo scherzando, io sono un comunista in fatto di sesso quel che è mio…” Alberto sorrise, pensava che l’amica di Carlos fosse una racchia, quando mai,  una regina di bellezza più alta del suo fidanzato e dal sorriso accattivante. “Eu sou Daiana, prazer.” “La mia ragazza capisce l’italiano ma lo parla poco.” Daiana abitava al piano rialzato di un palazzo in una via del Sambodromo, perfetta per la visione della sfilata del giorno dopo. “Alberto, io rientro a casa mia, ormai c’è troppa confusione nelle strade per rientrare tu in albergo, Daiana potrà ospitarti, è anche una buona cuoca sempre se ami i cibi piccanti!” Carlo era stato abbastanza esplicito praticamente nell’offrire la ‘compagnia’ della sua fidanzata al suo datore di lavoro, Alberto malignamente pensò che dovesse nascondere qualche magagna contabile… ‘A pensare male si fa peccato ma spesso  ci si azzecca!’ Alberto aveva pensato al simpatico Andreotti. Infatti la contabilità presentava qualche buco, la cifra non era molto alta ed Alberto ci passò sopra pur facendo rilevare l’ammanco a Carlos che ringraziò sentitamente. Daiana aveva cucinato piccante come previsto da Carlos: Feijoada un pot pourri di carne, Picana salsicce, Queijo Coalho formaggio, vino Brut Terroir Rosè ed Ananas finale. “Per mangiare ancora dovrò aspettare il prossimo giorno.” Daiana sorrise ed invitò Alberto ad una passeggiata digestiva. La fidanzata di Carlos prese sotto braccio Alberto che riuscì a sentire la durezza di una tetta della ragazza. ‘Ciccio’ si svegliò ma ovviamente senza successo. Rientrarono in casa all’imbrunire, Alberto prudentemente si era portato appresso una valigia con l’abbigliamento per la notte, gli servì perché Daiana senza problemi apparve nuda, un nudo tipo statua di Prassitele, meravigliosa, ‘ciccio’ stavolta ebbe fortuna per quasi tutta la notte, una notte da ricordare! Niente prima colazione, nella mattinata  inizio della sfilata con carri e donne molto belle, affascinanti e sorridenti, ballerine provette, un spettacolo! Alberto notò una ragazza che sfilava, era diversa dalle altre, non solo non sorrideva ma quasi non muoveva il corpo, in lei c’era qualcosa che non andava. Alberto con l’animo del buon Samaritano, scese in strada seguito da Carlos e si avvicinò alla ‘menina’, “Domandale perché è tanto triste rispetto alle altre, dovrebbe essere un giorno di festa anche per lei.” Carlos non ebbe modo di tradurre la frase in portoghese che la ragazza rispose in italiano: “Conosco la sua lingua, mio zio era un italiano, non mi va di proseguire la sfilata, se vuole vengo con lei.” Un chiaro invito ad uno sconosciuto, la baby doveva avere grossi problemi. Giunti a casa di Daiana un po’ di imbarazzo da parte di tutti. “Sono Heloisa, vi sarà sembrata strana la mia richiesta, guardando il signore ho avuto subito fiducia in lui, mi trovo un una situazione particolare, per ora sono troppo sconvolta e…affamata,scusate la sincerità.” Heloisa era davvero affamata, chissà da quanto tempo non mangiava. Sistemato il pancino chiese di andare in bagno, poco dopo riapparve senza trucco in viso e chiese alla padrona di casa di potersi togliere il costume di Carnevale. Daiana la accompagnò in camera da letto e le fece indossare un suo vestito. La ragazza apparve in tutta la sua bellezza e signorilità fasciata in un tubino nero, aveva anche molto stile, Alberto  guardava affascinato i suoi bellissimi occhi verdi, grandi. tristi, i lunghi capelli neri sparsi sulle spalle, un amore a prima vista? Heloisa parve rasserenata, Alberto si domandò quali potessero essere le cause della sua ambascia ma, tutto sommato non era per lui importante conoscerle, già aveva in mente un suo piano.  La prese sottobraccio  ed uscì in strada, l’atmosfera era più coinvolgente, l’allegria contagiò i due, Heloisa si strinse ancora di più ad Alberto guardandolo in viso con un sorriso, finalmente! Dopo una settimana la sfilata ebbe termine, restava il problema di Heloisa che non aveva chiamato nessuno dei suoi parenti, segno evidente che c’era dell’astio reciproco ed allora il romano dè Roma: “Che ne dici cara di fare per qualche giorno la turista a Roma?” “Amo le antichità, accetto con entusiasmo, non è che sei sposato o fidanzato o altro.” “Niente legami, libero come l’aria, sin ad ora…” Ad Heloisa si riempirono gli occhi di lacrime, forse era il suo sogno segreto che era stato realizzato. Bacio cinematografico dinanzi ad un pubblico plaudente. Anche Carlos era contento, forse era un po’ geloso, altro che comunista in fatto di sesso! A Roma Alberto aveva avvisato del suo arrivo il portiere Claudio affinché sua moglie Ottavia (era l’ottava di otto figli) mettesse in ordine il suo appartamento al quinto piano di via Due Macelli sopra la farmacia. Claudio era il nome perfetto per il portiere infatti quando camminava claudicava per un incidente stradale occorsogli anni addietro. Alla vista di Heloisa rimase basito.”Ah Claudio sveglia, siamo stanchi dopo quindici ora di aereo.” Claudio rinvenne, caricò le valige in ascensore e, per mancanza di spazio salì con i bagagli al quinto piano, quando anche Alberto ed Heloisa vi giunsero la casa era tutta illuminata a giorno, la ragazza la percorse tutta ridendo: “È una reggia…e tu sei il mio re!” Come inizio niente male, Ottavia aveva preceduto i desiderata di Alberto preparando una cena alla romana ben gradita dai due che, causa la stanchezza finito di cenare si rifugiarono sotto le lenzuola sino alla dieci del giorno successivo. Il primo ad alzarsi fu Alberto che si recò un cucina e messa in funzione la macchina del caffè su un vassoio ed una tazzina piena del liquido fumante si recò nella stanza da letto. Solleticate le nari, Heloisa aprì gli occhi. “Per me è tutto un sogno!” “C’è una canzone italiana che recita ’Son prigioniero di te, prigioniero di un sogno, di un magnifico sogno che non mi lascia più.’” Non fare quella faccia triste, non abbiamo problemi, nessun ostacolo, i mei quarant’anni non mi pesano,  mi sento ringiovanito vicino a te.” “Voglio metterti al corrente del mio passato: ho ventitrè anni,  sono stata fidanzata con un mio coetaneo che ho dovuto lasciare perché  si drogava, mia madre, morto mio padre  si è risposta ed il cotale ha provato a violentarmi…immagina quello che ho provato, sono scappata di casa ma non potevo mancare alla sfilata organizzata da un mio amico, fortunatamente ho incontrato te un angelo salvatore!” “Non mi incensare troppo sono un vecchio zozzone, spero….” “Mi sono innamorata di te, per te farei qualsiasi cosa!” “Io preferisco il buio della notte, stamattina andiamo in via Condotti per rimpinguare il tuo guardaroba. I due apprezzarono il pensiero di Ottavia che aveva pensato bene di preparare un altro pranzo per i …novelli sposi, fu ben ricompensata. L’arrivo della ragazza era stato notato dai maschietti del palazzo che pensarono che forse la cotale, essendo  brasiliana non avrebbe avuto problemi a elargire le sue ‘grazie’ anche ad altri. La cosa fu riferita da Claudio ad Alberto che  non la prese bene, poteva essere motivo di grane anche con le signore e quindi…lampo di genio: “Claudio ti prego di non dirlo a nessuno ma Heloisa è un transgender, acqua in bocca mi raccomando!”Acqua in bocca a Claudio? ‘A couple of balls’, il giorno stesso tutti gli abitanti del palazzo erano al corrente della novità. Quando Alberto incontrava dei coinquilini era soggetto a battute di spirito: “Dottore la vedo camminare storto ha qualche dolore?” o frasi del genere. Alberto se ne fotteva altamente,  solo lui si godeva delle sue ‘grazie’ alla faccia degli invidiosi maligni!

  • 01 ottobre 2020 alle ore 9:36
    IL VILLAGGIO DEI TRANS

    Come comincia: Alberto era diventato lo chauffeur dell’ambasciata francese a Roma grazie all’amicizia con Alessandro colà impiegato da anni. Alberto poteva anche fare a meno di lavorare per la consistente eredità ricevuta dalla moglie Annamaria ma non era il tipo di stare in panciolle. Con Anna si erano conosciuti alla quarta ginnasiale, erano diventati prima amici e poi innamorati ma non  di un amore giovanile ma qualcosa di più profondo. All’inizio solo rapporti manuali ed orali sin quando Alberto un giorno all’uscita da scuola: “Che ne dici di farmi assaggiare il fiorellino?” Anna stava per rispondergli per le rime ma ci ripensò: “O prima o poi…” Chiese consiglio a sua madre Fiorella alla quale confidava i suoi problemi. Mammina si mise a ridere, abbracciò la figlia: “Anch’io con tuo padre ho avuto lo stesso problema, se sei innamorata di Alberto…ma prima recati dal nostro ginecologo Mariano per farti consigliare una pillola adatta alla tua età.” Il pomeriggio seguente: “Dottore è un bel po’ che non ci vediamo…” “Mia cara ti ho subito riconosciuto, ti ho visto nascere ed ora immagino quello che mi chiederai. Alla tua età sarebbe un grosso problema rimanere incinta, vai in farmacia con questa ricetta , auguri a te ed al tuo fidanzato.” Dopo circa un mese:“Mamma oggi pomeriggio ho invitato Alberto a casa nostra, c’è un bel film all’Odeon che ne dici di andarci con papà?” Fiorella abbracciò la figlia, anche lei aveva avuto quell’esperienza che sperava fosse positiva per sua figlia. “Alberto alla vista di Anna in camicia da notte comprese subito e ‘ciccio’ si inalberò alla massima potenza. “Non ricordavo fosse tanto grosso, sii delicato!” “Alberto ci mise un bel po’ ad entrare nel fiorellino, fu delicato, da allora ebbero rapporti tipo coniugale e quello zozzone di Alberto chiese ed ottenne anche il popò! Una mattina Alessandro si presentò ad Alberto con un giornale francese, sapeva che il suo amico conosceva questa lingua, Alberto stesso fu in grado di tradurre l’annuncio: ‘Villaggio dei Trans’ vicino ad Annecy Alta Savoia. “Arbè dì la verità ti piacerebbe una novità come questa, in fondo i trans sono mezze donne…” “Si ma anche mezzi uomini ed io non ci tengo…” “Parlane con Anna, le donne sono più curiose dei maschietti.” Era proprio vero, Anna accolse la proposta con un “Perché no!” e quindi fattibile, fu eseguita la prenotazione tramite fax indicato nel giornale. Alberto con i soldi uxoris aveva acquistato una DS 7 Cross Back blu notte, uno sciccheria di auto. Alla partenza di mattina presto raccomandazione di prudenza da parte dei genitori di ambo le parti, Alberto non aveva fretta, aveva messo in funzione il navigatore satellitare, dopo circa sette ore fermò l’auto in un Motel in autostrada vicino Torino. “Che ne dici di una cena leggera ed un  riposino…” “Conosco i tuoi riposini, d’accordo!” Alberto arrivati in camera consumò il riposino ed ambedue si svegliarono presto riprendendo l’autostrada. Passarono le dogane sia quella italiana che quella francese senza problemi e dopo quattro ore trovarono vicino Annecy la scritta ‘Villaggio turistico a due chilometri’, non era specificato il genere ma era probabile che fosse quello cercato dai due. Infatti più avanti una scritta specifica ‘Villaggio Turistico dei Trans.’ Dietro una sbarra si presentò una ragazza bionda, ovviamente parlava francese: “Qui êtes vous’” “Siamo Alberto ed Annamaria da Roma.” La ragazza guardò un elenco e poi: “Entrate, il vostro è l’ultimo bungalow a destra, buon soggiorno.” Se la ragazza parlava italiano era chiaro che molti connazionali frequentavano quel posto. Durante il tragitto Alberto ed Anna notarono molti signori e signore di varie età completamente nudi, probabilmente gli ospiti e poi delle ragazze in minigonna e seno di fuori, forse le trans del villaggio che con quell’abbigliamento nascondevano in parte la loro mascolinità. Il vicino bungalow di Alberto e di Anna era occupato da due signori, un  uomo ed una donna che uscirono completamente nudi. Si presentarono: “Siamo Gabriele e Fiorella da Napoli, vi abbiamo sentito parlare, dall’accento penso che siate romani.” “A cena, potremmo stare allo stesso tavolo.” La sala addetta a mensa era molto ampia, gli ospiti con un asciugamano sotto i glutei, la inservienti more solito con tette al vento e minigonna dalla quale per alcuni o alcune che dir si voglia faceva capolino un pisello. Il vitto era discreto anche se Alberto si aspettava qualcosa di meglio, gli era stato chiesto il compenso anticipato del soggiorno per quindici giorni di quindicimila Euro, cinquecento Euro a testa. Finito di mangiare una passeggiata digestiva vicino alla piscina esterna ben illuminata, qualcuno si faceva il bagno evidentemente lo preferiva al vitto.  Solita iniziativa di Anna: “Che ne dite se ci ritiriamo nei nostri bungalow, magari, sempre se siete d’accordo un wife swapping…” I due napoletani compresero il gergo di Anna, si guardarono in viso e furono d’accordo. Alberto fece una  buona figura col suo ‘pisellone’ anche a riposo. Prima di arrivare all’interno della capanna lo sfoderò  alla grande che fece ridere gli altri tre. “Scusate ma il mio’ciccio’ è capriccioso nel senso che…” Fiorella: “Non ti preoccupare, io amo i capricciosi specialmente nel campo sessuale.” Passaggio nel bagno di Alberto con Fiorella che volle lavare lei il ‘ciccio’ del partner improvvisato: “Oh questo seguita a crescere, mi distruggerà la cosina!” Alberto col solito repertorio: cunnilingus che portò quasi subito Fiorella all’orgasmo, La signora: “Voglio insegnarti un giochetto, entra con l’uccellone  sino a metà vagina, strofinalo in alto e resta in quella posizione.” Alberto da buon allievo eseguì le direttive e dopo un po’ Fiorella si esibì in un orgasmo lungo ed intenso, non finiva mai. Ci volle del tempo prima che la dama si riprendesse poi baciò Alberto in bocca: “Quello era il mio punto G.” “Se vuoi lo rifacciamo.” “No, mi sento svuotata di energie, con te è stato favoloso al contrario…beh lasciamo perdere.” Alberto capì a chi si riferiva la signora, la poca prestanza sessuale del consorte.  Scena quasi simile nell’altro bungalow, quasi perché Gabriele si presentò con un ‘pisello’ ben più piccolo di quello di Alberto e fece d Anna una richiesta particolare: “Ti sarei grato ce mi facessi entrare nel tuo ‘popò’, come vedi sono poco dotato e nel fiorello galleggerei, sono un gioielliere, di nascosto a mia moglie ho con me un bracciale molto bello e costoso…” Anna non sapeva se ridere o accettare l’offerta, prevalse la seconda ipotesi peraltro non prevista ma sicuramente piacevole, i gioielli erano la sua passione. Non ebbe nessun problema all’ingresso di Gabriele nel suo popò, volle rendere più piacevole l’incontro toccandosi il clitoride con conseguente orgasmo. Dopo un po’ la voce di Anna: “Ragazzi unicui suum, tradotto per i non latini, ognuno nella propria cuccia.” Anna entrò nel suo bungalow mostrando visibilmente il regalo ricevuto: “Caro ti piace?” “Gran figlia di… sei sempre la solita furbacchiona ma anche l’amore mio, debbo confessarti che ho imparato qualcosa da Fiorella, domani lo metteremo in atto, per ora largo a Morfeo.” Alberto si alzò per primo, preferì la piscina coperta perché l’acqua era tiepida e ancora non era spuntato il sole. Fu raggiunto da Fiorella pimpante come non mai. “Che ne dici di infilarmelo in acqua, mai provato quella sensazione, vieni te lo faccio diventare duro.” Un fuori programma apprezzato da ‘ciccio’ che bel presto alzò la cresta e con l’aiuto della mano della signora fece un’entrata trionfale nel fiorello voglioso che ‘partorì’ un orgasmo alla grande, prima esperienza in acqua per ambedue. Al rientro nel bungalow Alberto trovò la consorte sotto la doccia, fu invitato a…rifiutò raccontando quello che gli era successo.  “E che cazzo, quella non pensa ad altro, fra poco sarai completamente spompato, cambiamo tavolo ed amicizia. A colazione furono serviti da una bionda che tale non era…”Mi chiamo Solange, quando vorrete sono a vostra disposizione.”  Anna: “Vorremmo cambiare il bungalow?” “Devo chiederlo alla direttrice, si chiama Chanel.” L’interessata si presentò dopo circa mezz’ora vestita in pantaloni e maglietta in compagnia di Solange. “Signori a vostra disposizione, sono una donna normale, parigina pura, mi pare abbiate chiesto di cambiare bungalow, se ne è liberato uno vicino all’ingresso, Solange vi  aiuterà a trasportare i bagagli, buona permanenza.” La nuova sistemazione aveva il difetto di essere un po’ rumorosa per il passaggio delle auto ma l’importante aver lasciato la compagnia dei due napoletani. A tavola erano in un compagnia di due ragazze forse dell’est europeo che parlavano solo la loro lingua; educatamente si presentarono con un ‘tervetuloa’, Alberto e Anna con un ‘piacere’ così le giovani straniere potevano capire che loro erano italiani. Le due avevano un corpo bellissimo ed anche di faccia non erano male, ridevano in continuazione, Alberto le guardava con insistenza, Anna: “Tra poco diventerai cieco, ci stai lasciando gli occhi a ‘tervetuloa’” “L’amore mio è diventato geloso e poi due insieme sarebbero troppo per me, piuttosto, se sei d’accordo vorrei provare ad invitare nel nostro bungalow Solange per provare qualcosa di differente, non è il motivo per cui siamo qui?” “Penso che la ragazza si aspetti una buona mancia, penso a cento Euro.” Finito di cenare solita passeggiatina digestiva e poi rientro nel bungalow meno rumoroso, di notte si svolgeva tutto all’interno del villaggio. Solange li raggiunse dopo mezzanotte profumatissima, il suo ‘uccello’ a riposo si dimostrava già di notevoli proporzioni. Alberto: “Mon amour vediamo di sistemare le cose, io non intendo fare la femminuccia: tu ti metterai piegata appoggiata alla spalliera del letto, Solange in mezzo, io dietro di lei, tutti d’accodo?” Chi tace acconsente, i tre presero posizione. Il trans sfoderò un ‘marruggio di notevoli proporzioni con i testicoli che sembravano due palle da biliardo tanto che Anna: “Cazzo è arrivata a toccarmi il collo dell’utero!” Solange: io ho un orgasmo contemporaneamente col ‘pisello’ e con il culetto.” Le previsioni si avverarono, Anna: “M’è arrivata una mitragliata di sperma veramente piacevole, mai provata e tu?” “Il buchino di Solange si apre e si chiude piacevolmente per me, a casa devi provare a farlo anche tu.” La ragazza era instancabile, i tre seguitarono sinché  Alberto: “Gentili signore io dichiaro forfait, Anna: “Per me ancora un po’, è troppo bello.” “Non ti abituare, io non sono Solange!” Dopo circa un quarto d’ora anche Anna alzò bandiera bianca, forse il fiorellino era stato troppo piacevolmente strapazzato. Solange con noncuranze, andò in bagno ed al ritorno prese i cento Euro trovati sul comodino, si rimise la minigonna e salutò i presenti con l’uccellone ancora in erezione… “Non fare la faccia da meravigliato, tu non sei come lei o lui che dir si voglia, la inviiamo a casa nostra?” “Furbacchiona allora t’è piaciuto da matti, di colpo ti sei scoperta godereccia ogni limite, niente da fare ci contenteremo della solita routine.” Era fine agosto, settembre prossimo poteva portare del clima più fresco, Alberto pensò di fruire dell’aria frizzante romana e così comunicò sia a Solange che a Chanel la loro prossima partenza. Quest’ultima inaspettatamente chiese di poter a febbraio raggiungere Alberto d Anna a Roma quando il villaggio chiudeva per un mese. Proposta accolta con entusiasmo da Alberto, un pò meno da Anna. Chanel era una donna bella, di classe, piena di verve insomma una vera signora affascinante che poteva far innamorare suo marito. L’argomento ritornò nella mente di Anna solo a fine gennaio quando Chanel si fece viva per telefono: “Carissima sono Chanel, domani chiuderà il villaggio, ho prenotato un posto di aereo per Roma, ho il vostro indirizzo di casa, potrei benissimo andare in albergo, se possibile vorrei stare da voi, mi sento più a mio agio.” “Sarai la benvenuta, ti aspetterò a casa nostra con una cena tipica romana spero di tuo gradimento.” Chanel giunse in taxi, doveva aver affascinato pure il tassista che la accompagnò con le valige sino all’ascensore e addirittura le baciò la mano! Grandi abbracci e baci con Anna e poi con Alberto al ritorno dal suo lavoro all’Ambasciata francese. Anna aveva fatto mettere in ordine dalla cameriera Gina la stanza degli ospiti: lenzuola di seta, piumone ricamato, pulizia dello specchio ovale detto ‘psiche’, insomma un accoglimento regale. A tavola Chanel sgranò gli occhi dinanzi a tutte le pietanze preparate da Anna. ”Quando andrò via mi dovrò mettere a dieta, ora chiamo un mio amico all’Ambasciata  francese: “S’il vous plâit j’amerais parler avec monsieur Michel Dubois.” “Mon cher, je suis à Rome hôte di miei amici romani, chiamami prima di venire a prendermi, questo è il loro indirizzo: via Appia Antica 633, a presto.”  Chanel aveva preferito seguitare la conversazione in italiano, forse gli amici non conoscevano il francese. L’indomani mattina Michel con la macchina dell’ambasciata guidata da Alberto giunse a casa di quest’ultimo con sorpresa da parte dell’attaché de France, presto fu tutto chiarito. Abbraccio affettuoso con Chanel e presentazione dei padroni di casa. Chanel: “Mia cara Anna stavolta niente piatti romani, andremo in un ristorante francese che ci indicherà Michel.” Con la DS di Alberto tutti al ritrovo ‘Le Carré’, locale molto raffinato e con i camerieri in divisa. Pranzo particolare ordinato da Michel anche a base di cacciagione e di vino Barolo d’annata. Rientro a casa poi Chanel e Michel si recarono in ambasciata con l’auto di quella amministrazione guidata da Alberto. Chanel si fece viva informando i due amici romani che sarebbe rientrata a Parigi con il fidanzato, sospirone da parte di Anna, tristezza da parte di Alberto, anche la speme ultima dea…

  • 24 settembre 2020 alle ore 10:05
    LO SPECIALISTA DEL PUNTO G

    Come comincia: Alberto guardava fuori dalla finestra del balcone, era triste  per un suo problema di salute, una bronchite febbrile. Il medico di base gli aveva prescritto sette giorni di riposo assoluto il che voleva dire non uscire di casa e quindi non presentarsi in caserma, era un maresciallo delle Fiamme Gialle. Telefonate da parte dei colleghi e degli amici, anche il comandante del Gruppo Provinciale T.Colonnello Augusto Speziale, un suo paesano romano si era fatto vivo: “Mazzò che fai il malato immaginario alla Molière?” “Colonnello lei ormai mi conosce, in vita mia ho marcato visita solo poche volte quando non ne potevo fare a meno come stavolta, la mia medichessa mi ha proibito in senso assoluto di uscire di casa.” Alberto era costretto a fare il pensionato, era triste ed arrabbiato anche per la giornata uggiosa, fuori nebbia, anche pioggerellina fine di quelle che durano  una intera giornata, d’altronde che pretendere, era febbraio. Attraverso i vetri del soggiorno scorgeva una montagnola con alberi d’alto fusto ed anche con piante di fichi d’India era in Sicilia, a Messina in viale dei Tigli. Chissà per quale ricordo gli venne in mente quel pittore francese, di cui aveva dimenticato il nome che, costretto a casa come lui aveva dipinto tante volte sempre lo stesso paesaggio che ad Alberto era sembrato stucchevole ma che era stato ampiamente apprezzato dai collezionisti, questione di gusti! Alberto fissando la montagnola vi aveva intravisto formati dagli alberi una pecora che brucava l’erba ed un agnellino che le succhiava il latte, che fantasia! Il maresciallo guarì ed ebbe il nulla osta dalla dottoressa di riprendere servizio. Il giorno dopo accadde un fatto spiacevole: dietro ordine della Autorità Giudiziaria cinque appartenenti della Finanza furono arrestati dagli stessi colleghi, accusa: corruzione. Uno l’aveva fatta proprio sporca, il Tenente ex maresciallo Ignazio Riboldi aveva acquistato a suo nome una villa a Messina nel complesso Giardino dei Laghi ed un’altra a Porto Rosa vicino Furnari in un complesso turistico famoso. Alberto aveva avuto l’ingrato compito di fotografarli e di compilare la scheda segnaletica per ognuno. La storia ebbe un seguito, la signora Ernesta Minutoli moglie dell’appuntato Giuseppe Cancellieri si presentò ad Alberto e: “Vorrei parlarle, possibilmente…” “Ragazzi andate a prendervi un caffè, pago io.” “Maresciallo vorrei da lei un aiuto, mio marito come lei sa è a Gazzi (prigione di Messina) ed io sono in un mare di guai, ho due figli di cui uno handicappato, questo mese non ho ricevuto lo stipendio di mio marito, devo anche pagare il mutuo della casa, mi dia una mano, sono pronta a qualsiasi sacrificio…” Non ci voleva molto a capire, la signora si era offerta ad Alberto. Non era una longilinea ma aveva un bel viso. “Madame se mi permette un prestito, ho in contanti mille Euro.”  Ernesta si avvicinò ad Alberto e lo baciò in bocca, era un anticipo? Alberto e la moglie Letizia da tempo erano giunti ad un accordo, coppia aperta, massima sincerità, qualche ‘svicolata’ sessuale con la sola limitazione di uso del condom. Alberto la mattina seguente si recò a casa della signora Minutoli, era atteso e la dama si fece trovare in camicia da notte trasparente, portò Alberto in bagno e gli lavò il pisellone già in armi. “Ho conosciuto solo quello di mio marito ma il tuo…” “Cara vedo che hai ancora belle tette ed un bel popò, sarò delicato.” Alberto iniziò con una spagnola, baciò in bocca a lungo la signora poi scese sul clitoride insolitamente grosso, gli fece un po’ impressione, poco dopo che era entrato nel fiorellino, piuttosto stretto, si accorse che la dama si stava esibendo in un orgasmo violento e prolungato, aveva le lacrime agli occhi, difficile da interpretarle, poteva avere varie motivazioni. Alberto proseguì sino a metà vagina sino a trovare il punto G, a questo punto Ernesta parve impazzire…Le ci volle del tempo prima di riprendersi. “Sei un mago…” “Si del cazzo” “La prossima volta vorrei darti il popò, mio marito è cattolico,  non l’ha mai voluto fare.” Pensiero di Alberto: “Stò stronzo ha tutti i difetti, oltre che ladro è anche religioso!” Alberto confidò il tutto a Letizia, senza riferire del denaro elargito.  “Sei diventato un consolatrice di vedove bianche, non è che diventi padre.” “La baby si è fatta chiudere le tube dopo la nascita del figlio handicappato.” La storia durò sinché l’appuntato Cancellieri uscì di prigione  agli arresti domiciliari. Nel frattempo era giunta alle orecchie di Alberto la notizia che il maggiore X Y poteva anche lui essere accusato di corruzione, l’ufficiale però non aveva commesso l’errore di intestarsi beni immobili, napoletano li aveva acquistati nel capoluogo campano a nome di parenti, immobili di notevole valore complessivo. Con indagini approfondite, chiedendo ai presta nomi da dove provenisse il denaro con cui avevano fatto quegli acquisti e soprattutto controllando il grado di parentela contro il maggiore c’erano abbastanza elementi per sottoporlo ad indagini. La notizia di quella spiata ad  Alberto venne all’orecchio dell’interessato che, molto preoccupato lo convocò  non nel suo ufficio ma a casa sua, abitava in una bella villa a Ganzirri vicino al mare. La ‘castellana’ Eleonora Sanfelice era una signora nobile napoletana famosa per la sua bellezza e per il suo stile. Longilinea, altezza superiore alla media aveva il fascino delle donne abituate ad ottenere tutto senza chiedere nulla. All’arrivo di Alberto in Jaguar la dama fece un verso difficile da interpretare, molto probabilmente voleva significare che la cosa poco le caleva. Il maggiore: “Se volete, prima del pranzo potete fare un giro in barca, mia moglie ha il brevetto per condurla, io addirittura non so nuotare.” Madame era di poche parole, ai avviò verso la battigia non curandosi se Alberto la stesse seguendo. Altro che barca era un quindici metri con due motori da 75 CV che poteva sviluppare una notevole velocità. Sulla tolda vari materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole, a riposarsi o per altri scopi che, molto probabilmente erano quelli per cui Alberto era stato invitato. Giunti un po’ al largo Eleonora gettò in acqua l’ancora, si spogliò completamente e si tuffò in acqua, corpo favoloso, nuotava benissimo, sicuramente era stata allenata da un istruttore. Tornata indietro vicino alla poppa: “Vuole venire in acqua o preferisce il morbido rollio dell’imbarcazione.” “Preferirei restare a bordo.” La duchessa, questo il suo tiolo nobiliare si issò sul motoscafo con elasticità, Alberto anche se non l’aveva in simpatia dovette ammettere che era un ‘mammifero di lusso’ alla Pitrigrilli. Madame sapeva il motivo per cui Alberto era stato invitato da suo marito, ritenne opportuno accelerare ‘ la pratica’ prendendo in mano il suo pisello che stava ingrandendosi sempre più, non fece nessun commento sul suo calibro anche se sicuramente lo notò. Per sbrigarsi Eleonora sovrappose il suo corpo su quello di Alberto, prese il pisello di Alberto e lo introdusse dolcemente nel suo fiorellino circondato da peli bruni (i capelli biondi erano chiaramente tinti) e cominciò a muoversi. Alberto si sentì usato ed anche preso per i fondelli, che fare in quella occasione? Idea: trovare il punto G della dama e farle provare un orgasmo che forse in vita sua non aveva mai percepito. La sua previsione si avverò ed Eleonora  provò un orgasmo talmente forte da far vibrare tutto il suo corpo emettendo anche miagolii di soddisfazione che stupirono la stessa interessata. Passata la ‘buriana’ molto cambiò nell’atteggiamento di Eleonora, cominciò a baciare Alberto in bocca e mettendogli a disposizione le sue tette per farsele baciare poi il cunnilingus con orgasmi sequenziali che meravigliarono molto anche l’interessata, aveva trovato uno stallone. Alberto alla fine faceva l’indifferente ma aveva compreso che Eleonora si era ‘sciolta’ non era più la fredda castellana che aveva conosciuto all’inizio anzi sistemata la barca a riva mise un braccio sopra la spalla di Alberto ridendo: “Lo sa madame il detto francese ‘Madame qui rit c’est deja dans ton lit!’” “Ormai abbiamo superato il detto anche se abbiamo usato un materassino e non un letto.” Il maggiore era su un dondolo sotto l’ombra di un tiglio, al vedere i due abbracciati alzò appena un ciglio, le sue corna erano previste e programmate. Alberto chiese il permesso di andarsene, non aveva intenzione di pranzare col maggiore, la scusa: “Mia moglie non sta bene e mi aspetta a casa” Al rientro ad una consorte curiosissima relazionò i fatti ed insieme si fecero matte risate.  Anche  Letizia in passato si era presa una vacanza, era mancata di casa cinque giorni, era stata una vacanza proficua, il cotale con cui era stata doveva essere ricco perché madame tornò ‘onusta’ di gioielli. Letizia, più giovane di Alberto il mattino era al lavoro nell’ufficio postale di via Consolare Pompea. Un  giorno si ritirò a casa  nera in viso ma non per razza o perché baciata dal sole ma per motivi spiacevoli. “Ne parleremo alla fine del pranzo altrimenti non riesco a mandar giù nemmeno un boccone!” “Non ricordo se te l’ho accennato, abbiamo un nuovo direttore venuto da Roma, decisamente fanatico e che pretende un rispetto assoluto tipo militare, con quello di prima ci davamo del tu, Il cotale a nome Guglielmo Romeo è riuscito a far trasferire all’ufficio postale di Santa Agata Militello una mia collega che gli aveva risposto a tono, a Roma, al Ministero deve avere amici potenti, sinceramente ho paura che mi possa far assegnare ad un ufficio in località distante da qui, Messina è una provincia dal territorio molto esteso…” “Mon amour innanzi tutto dimmi se è sposato e poi se lo è lo invitiamo con la consorte a pranzo o a cena da Mimmo, faremo bella figura ed a pancino pieno tutto  appare diverso, le persone diventano più simpatiche, compris?” “La moglie ha un nome particolare Rinanna, vox populi mi ha riferito che è una donna bella ed allegra al contrario del consorte, vediamo se possiamo mettere in atto quanto programmato.” Due giorni dopo Letizia tornò a casa con delle novità: “Oggi è venuta a farci visita la moglie del direttore, si è presentata col nome di Rinanna Russo,  non ha nulla in comune col consorte: è allegra, simpatica, è piaciuta a tutti gli impiegati, ha chiesto di chiamarla  per nome e di darle del tu, è una romana caciarona al  contrario del consorte musone. Le ho accennato ad un eventuale pranzo insieme, è stata subito entusiasta, ama la compagnia e così interpellerà il marito e ci farà sapere, son sicura che lo convincerà ha argomenti convincenti, è una gran figona!” Il giorno dopo Letizia riferì al marito  la notizia dell’appuntamento nella trattoria di Mimmo a Ganzirri vicino al lago. “Ho provveduto a chiamare il titolare a nome tuo, ci aspetta sabato per l’ora di pranzo, ho spiegato a Rinanna dove abitiamo.” Il sabato a mezzogiorno una 500 Fiat nera entrò nel cortile di viale dei Tigli. Al citofono “Sono Rinanna, vi aspettiamo.” Presentazione dei due maschietti, appena una stretta di mano poi Letizia prese in mano la situazione: “Vorrei andare al ristorante con la nostra macchina alla  Alla vista della Jaguar X Type ti pare che Rinanna stesse zitta: “Cacchio una Jaguar!” “Capiamoci subito, è stato alla morte di una mia zia che ho ereditato una bella somma, non centra nulla la mia qualifica di maresciallo delle Fiamme Gialle, ho il difetto dell’onestà!” Letizia si mise alla guida e Rinanna sua sponte occupò il sedile del passeggero con la conseguenza che i due uomini si trovarono a doversi accomodare sui sedili posteriori. Letizia aveva indossato una minigonna a fiori ed una maglietta decisamente scollata, aggiungendo la mancanza di reggiseno…” Durante il tragitto Guglielmo guardava fuori dal finestrino, Rinanna.”Sai che sei brava alla guida, sai fare pure il tacco punta rifallo e fammelo vedere da vicino.” Rinanna si era abbassata ed aveva preso di mira le gambe di Letizia. “Alberto lo sai certamente che tua moglie ha gambe da ballerina, guarda guarda ha anche gli slip con i personaggi di Walt Diney.” Non era vero ma va a sapere quello che passava in testa alla signora che inaspettatamente prese a toccarle il pube. Letizia ritenne opportuno diminuire la velocità della macchina, mise marce inferiori, non sapeva che atteggiamento prendere, una situazione fuori dal normale. Rinanna capì che stava esagerando e smise. Mimmo aveva ricevuto da Alberto qualche ‘agevolazione’ in sede di verifica, sistemò i quattro in una stanza riservata, Alberto stava dinanzi a Guglielmo, Letizia a Rinanna. Si accorse di qualcosa di anomalo dallo sguardo di Letizia che mettendo gli occhi in basso gli fece capire che la dama le aveva posizionato un piede fra le sue gambe. Alla fine del sontuoso pranzo le due signore si ritirarono nel bagno. Letizia a casa riferì del loro approccio. Rinanna aveva convinto il marito ad un wife swapping particolare: le due signore a letto con un maschietto alla volta, condizione posta dal consorte. E così fu: Guglielmo a casa sua sembrava un altro: forse la situazione che stava per crearsi lo aveva eccitato: era sorridente, non si vergognava di rimanere in slip dinanzi ad Alberto ed a Letizia che con Rinanna si ritirò in camera matrimoniale insieme al padrone di casa, Alberto aspettava il suo turno ma la curiosità non è solo femmina. Aperto uno spiraglio della porta della stanza uno spettacolo inusitato: le due signore inginocchiate sul letto con Guglielmo che le penetrava a turno,  al massimo dell’eccitazione chiese ed ottenne da Letizia di penetrarla nel popò, Alberto si ripromise di fare altrettanto con Rinanna. Divennero un quartetto affiatato, niente più un maschietto alla volta, tutti insieme appassionatamente. Letizia  nel suo lavoro ottenne una promozione e relativo aumento di stipendio e vissero…Ma nella mente di Alberto era rimasta l’immagine di Eleonora, una donna favolosa ma solo per una volta sua, purtroppo era fuori dalla sua portata. Alberto seppe che si era separata dal marito e si era trasferita a Napoli, il sogno di Alberto era stato un meraviglioso sogno infranto, infranto per sempre.  

  • 21 settembre 2020 alle ore 12:59
    NEL MONDO DEI PIÙ

    Come comincia: Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

    NEL MONDO DEI PIÚ
    Alberto Giorgianni era seduto sulla sua poltrona preferita dinanzi alla finestra del salone di casa in viale della Libertà a Messina, tipica giornata invernale, d’altronde era novembre. Il solito panorama della costa calabrese intravista attraverso le brume, nulla invitava all’ottimismo ed infatti il signore era di cattivo umore, motivi molteplici: innanzi tutto l’età, a settembre avrebbe compiuto novant’anni con tutti i carichi di malattie tipiche dell’età. Un suo amico medico di bel esprit gli aveva detto (era romano come lui): “Arbè famo prima a contà le malattie che non c’iai che quelle che ciai!” bella battuta che non gli sollevava di certo il morale. Alberto stava pensando alla  fine delle sua esistenza terrena, sentiva la vita sfuggirgli, una sensazione  particolare ma che stranamente non gli incuteva paura, forse curiosità, a cosa sarebbe andato incontro con la morte, da ateo pensava al nulla non certo quello che le varie religioni, tutte create dagli uomini prevedevano. Seguendo le tesi cattoliche sarebbe andato dritto dritto all’Inferno, sperava in un girone di persone dedite al sesso in ogni caso ai divertimenti, anche all’Inferno pensava ci sono i raccomandati, che fantasia! Ritornando ai tempi attuali Alberto pensava alle varie conquiste siciliane, per lui era stato un giochetto in quanto molto aiutato dal fisico e dalla battuta facile sempre apprezzata soprattutto dalle signore dai mariti musoni e poco performanti. Aveva attinto a piene mai fra le consorti dei colleghi soprattutto conosciute nella colonia estiva a Mortelle dove faceva bella mostra col suo charme. Anche la compagnia del Colonnello Comandante, Andrea Unico, lo aveva aiutato nella conquiste; il cotale, dal fisico simile al suo aveva sposato un brutta ma brutta che di più non si può ma aveva una dote eccellente: era ricchissima e soprattutto era solita abitare a Roma dalla sua unica  figlia (anche lei racchia) ma con un figlio bellissimo, tutto suo nonno e così il buon Andrea se la spassava anche in virtù del grado e delle divisa che indossava. Alberto era anche capo laboratorio fotografico e quando usciva ‘per servizio’ (si fa per dire) col suo comandante si portava appreso la fida Canon 450 di sua proprietà (l’Amministrazione era tirchia). Alberto munito di patente militare guidava la 131 Fiat dell’Amministrazione. Catania, Siracusa e Ragusa erano le mete della giurisdizione della Legione di Messina, i due in ogni sede trovavano due stanze nei migliori alberghi ad un prezzo favorevole (gratis). La sera in borghese nei vari locali di divertimento in compagnia dei comandanti di Gruppo, insomma una pacchia. Una sola volta, a Catania, Alberto ebbe modo di esibirsi con la sua Canon per ritrarre un trafficante di stupefacenti la cui foto era stata richiesta dal Comando Generale. In quell’occasione ebbe gli elogi dei superiori di Roma per aver ritratto il cotale senza che l’interessato se ne accorgesse: aveva, sempre di sua proprietà, un congegno che effettuava foto  puntando l’obiettivo a novanta gradi. Ma ormai erano ricordi, sentiva la sua vita sfuggirli come una candela che pian piano si consuma, chiese alla moglie Annamaria di farlo ricoverare all’Ospedale Papardo e così una mattina si trovò in una stanza in compagnia di un altro ricoverato musone che rispose appena al suo ‘buongiorno’, in compenso all’ora di visite il cotale fu raggiunto da parenti ed amici in gran numero, persone ignoranti, rumorose e molte  tossivano continuamente. Alberto suonò il campanello e…una visione, gli era apparsa una sosia di Flora, un’antica carissima amica conosciuta a Domodossola che non aveva più rivisto perché lui aveva preferito andare alla Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza e lei ad esercitare la professione di infermiera in una clinica di Losanna in Svizzera. “Mi scusi signora ma lei è la copia di una mia amica a nome Flora quando ero finanziere a Domodossola.” “Io sono la capo sala, sono Aurora Diotallevi figlia di Flora, di lei mi palava spesso mia madre.” Alberto rimase basito, quell’incontro era incredibile, Flora era stata più di un semplice flirt, il primo amore della sua vita a cui aveva rinunziato per fare carriera per poi pentirsene. “Aurora vienimi vicino…per prima cosa vedi se riesci a far cambiare camera al tale che occupa il posto letto nella mia stanza, poi potremo parlare.” Aurora capì al volo la situazione, riapparve dopo dieci minuti munita di mascherina in viso e:”Signore devo farla trasferire in altra camera, il qui presente forse è affetto da tifo petecchiale, potrebbe essere contagioso.” Il cotale non se lo fece ripetere e, raccolte le sue cose sparì dalla circolazione. “Sei un genio, raccontami di tua madre.” “Mamma è morta due anni addietro, si era sposata con un dottore italiano che lavorava nel suo stesso nosocomio, sono nata io figlia unica. Ho conseguito la qualifica di infermiera e poi di capo sala, ho sposato un Carabiniere che era stato trasferito qui a Messina, era quello di cui hanno parlato i giornali morto in un incidente stradale con l’auto di servizio, ho una figlia Flora che assomiglia a me ed a sua nonna, anch’io mi sento frastornata.” “Penso che sarei potuto  essere tuo padre, mi sono pentito della mia scelta…” Aurora abbracciò Alberto, ambedue erano commossi. “Vorrei conoscere tua figlia, quanti anni ha?” “Dieci, è un ragazzina saggia,  brava a scuola, il mio gioiello.” “Il mio unico dispiacere è che  sento che sto per lasciare questo mondo, mai come ora avrei voglia di vivere ancora ma il destino, come pensavano gli antichi greci è superiore anche agli dei.” La mattina seguente suonò il telefonino di Alberto: ”Pronto è lei il signor Alberto Minazzo?” “Chi parla, non mi pare di conoscerla.” “Il mio nome non ha importanza, debbo solo riferirle che lei ha un bel paio di corna, sua moglie…” “Gentile sconosciuta, a me hanno sempre detto che le corna portano fortuna…” “Sua moglie se la fa con l’ingegnere capo qui al Genio Civile, il cotale era il mio fidanzato, io sono separata…” “Gentile signora se potessi l’aiuterei ma sono ricoverato in ospedale e non so se…” L’interlocutrice, delusa aveva chiuso il telefono forse sperava che il marito prendesse qualche iniziativa, Alberto aveva altro per la testa e poi l’incontro con Aurora aveva cambiato qualcosa nella sua vita, un ricordo piacevole e nello stesso tempo amaro. Nel pomeriggio una telefonata di Annamaria: “Caro sono in giro per servizio con un mio collega, non devi preoccuparti, Filiberto è omosessuale, ciao appena posso vengo a trovarti.” Alberto pensava ad altro, Aurora aveva preso l’abitudine quando era fuori servizio di dormire nel lettino accanto a quello dell’amore di sua madre, lo sorvegliava di continuo, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Alberto: “Mi piacerebbe conoscere tua figlia Flora.” “Oggi smonto alle quattordici, Flora è a casa di una sua amica che abita nel nostro stesso palazzo, più tardi andrò a prenderla, prima l’avviserò, non conosce il tuo  antico legame con sua nonna.” All’apparizione della ragazzina undicenne un silenzio imbarazzato ma la piccola Flora dimostrò uno spirito fuori del comune. “Signore, pensandoci bene potrei essere sua nipote, mia madre mi ha messo al corrente del suo legame con mia nonna che adoravo, avrei preferito conoscerla in altra occasione ed in un posto più piacevole, mi permetta di abbracciarla.” Flora piangeva, uscì dalla stanza. “Mia figlia è molto sensibile,  ho fatto bene a farla venire qui, non me l’avrebbe perdonato di non averti potuto conoscere.” Al rientro nella stanza Flora era sorridente: “Io non sono musona ma non mi immaginavo mai che avrei conosciuto il mio mancato nonno, al mondo sono sola con mia madre, se possibile vorrei farti compagnia quando mia madre è occupata nel suo lavoro, ho capito che non stai bene vorrei dividere con te più tempo possibile.” Flora si era seduta sul letto di Alberto che dopo tante emozioni faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Si svegliò al momento del pranzo, non aveva fame, ingoiò un po’ di pastina ed una mela cotta imboccato da Aurora. Era proprio alla fine della sua vita, Aurora telefonò ad Annamaria per informala della prossima morte di suo marito. La consorte seguì i desiderata del consorte da lui espressi tempo addietro: cassa da morto: la meno cara, nessun passaggio in chiesa, trasporto direttamente nella cappella di famiglia senza avvisare né ex colleghi né amici con la sola eccezione di Franco che portò con sé la moglie Maria e le figlie Antonella e Melania molto affezionate allo ‘zio’. Con tre auto i sette seguirono il carro funebre ed assistettero alla tumulazione. Alberto aveva lasciato un testamento redatto in ospedale dinanzi ad un notaio con cui lasciava tutte i suoi beni ad Aurora ad eccezione della quota dovuta per legge alla consorte. Aveva anche lasciato per iscritto quello che voleva fosse riportato sulla sua lapide oltre al titolo di cavaliere (sperava che da morto gli potesse servire a qualcosa!) una foto in ceramica di quando era più giovane, era stato sempre un vanitoso.  L’epitaffio: ‘Il mio non è un addio ma un arrivederci, a presto!’ Alberto rimase nel profondo del cuore sia di Aurora che di Flora che si ripromise, se avesse avuto un figlio maschio di chiamarlo Alberto come il suo mancato nonno.
     
     

  • 16 settembre 2020 alle ore 9:47
    FLORA L'AMORE

    Come comincia: Alberto Pileri era un  giovane fortunato. Aveva ereditato il fisico possente dal padre Armando e la furbizia dal nonno Alfredo ex Commissario di P.S., dalla defunta mamma, Domenica Sciacca un patrimonio notevole. Giunto alla fine del liceo classico, ottenuto il diploma  per lui erano aperte due strade: iscriversi all’Università o indirizzarsi verso una carriera militare. A scuola era quello del sei risicato, rovinarsi la vista e la salute (secondo il suo parere) su libri ponderosi non ne aveva proprio voglia ed allora? Indossare le stellette ma di quale Corpo o Arma? Escluso l’Esercito non di suo gusto, la Marina? Non sapeva nuotare,  l’Aviazione un no condizionato dalla paura di cadere col velivolo, scartati i ‘Martelloni’ non rimaneva che la Guardia di Finanza. Al concorso per ‘l’Accademia fu bocciato (troppo difficili i quiz) ed allora si accontentò di indossare la Fiamme Gialle col grado di Finanziere semplice. In divisa faceva la sua ‘porca’ figura e riusciva abbastanza facilmente di ammaliare qualche pulcella (raramente) o qualche gallina vecchia. Fu trasferito in un reparto di confine, a quei tempi c’era molto contrabbando di sigarette dalla Svizzera. Il distaccamento di Lago Montogno dipendente dalla brigata di Rogoledo  situato a duemila metri di altezza sopra Domodossola, era luglio ed Alberto apprezzò molto il clima frizzante, in pianura si boccheggiava. Le perlustrazioni erano in fondo delle passeggiate, di pioggia non se ne parlava assolutamente. Una volta di notte insieme a due colleghi incontrò dei contrabbandieri i quali, dopo i colpi di pistola da loro sparati in aria a scopo intimidatorio, pensarono bene di abbandonare le bricolle che portavano sulle spalle e di darsi alla fuga. Ad Alberto e compagni non interessava arrestarli considerato il carteggio notevole da espletare e quindi tornarono ad distaccamento con i sacchi di T.L.E  (tabacchi lavorati esteri) sulle spalle. Albeggiava, ed i colleghi  svegliati dal sonno festeggiarono  i tre. Col beneplacito del sottobrigadiere Gustavo Ferroni, Comandante del distaccamento, calabrese di Lamezia aprirono la parte superiore delle bricolle appropriandosi del primo strato composto da quattro pacchi da venticinque pacchetti di sigarette e richiudendo i sacchi con dello spago, lavoro pulito, nessuno poteva accorgersene del ‘misfatto’. Alberto non poteva lamentarsi, il soggiorno non era solo perlustrazioni ed appostamenti, il sabato sera la signorine baitane che avevano il compito di badare alle pecore ed alle capre venivano invitate a pranzare al distaccamento con finale un ballo al suono di una radio a batterie e ‘infrattamento’ dei finanzieri con le gentili e disponibili ragazze in verità molto muscolose dato il loro pesante lavoro. Alberto pensò che con le loro cosce muscolose avrebbero potuto schiacciare delle noci, in verità il loro fiorellino era altrettanto nerboruto e stretto. Unico a non partecipare al festino era il sottobrigadiere. Alto e grasso non era portato per il sesso e mentre i finanziari festeggiavano con le baitane lui si rifugiava in caserma a leggere, era un asessuato ma nessuno lo prendeva in giro, era buono d’animo e cercava di aiutare un po’ tutti i dipendenti. Venne l’autunno e poi l’inverno, Alberto pensava di poter avere il cambio con colleghi della brigata di Rogoledo, delusione, lui ed altri tre finanzieri rimasero anche nella stagione fredda  al distaccamento di Lago Montogno.  Considerato che il vivandiere col mulo non portava mai del pesce pensarono bene di rifornirsene prelevandolo dal lago soprastante e da cui il distaccamento prendeva il nome. Gli ami improvvisati erano ignorati dalle trote in verità abbondanti ed allora: trovata del finanziere Gino Ferraroli ex armiere: far scoppiare delle bombe a mano nel lago ma occorreva trovare qualcosa di duro, al contatto con l’acqua le bombe non esplodevano ed allora alzata di ingegno: buttare nel lago dei tronchi di albero. Funzionava, le O.T.O. residuati bellici portati con sé dal suddetto finanziere Ferraroli esplodevano alla grande e tutti i pesci venivano a galla non per ‘vedere la palla di pelle di pollo’ ma per finire nelle pentole dei finanzieri. Un fatto triste accadde una mattina: incontrata una squadra di contrabbandieri Alberto e due colleghi spararono in aria i soliti colpi di pistola sicuri che i contrabbandieri avrebbero, more solito abbandonato il carico. Giunti sul posto una sorpresa: uno di loro non più giovane piuttosto tarchiato era seduto  su un tronco di albero, aveva vicino a sé una bricolla. “Perché non sei sparito come i tuoi colleghi, ora dobbiamo arrestarti!” Alberto era confuso, una situazione mai avvenuta in passato: “Vieni con noi al distaccamento e porta con te la bricolla.” Al loro arrivo anche il sottobrigadiere Ferroni era perplesso: “Pileri che mi consigli di fare stò disgraiato…guarda è malmesso ed ha pure i scarponi rotti!” Il contrabbandiere non era del posto, il suo nome Cateno Morabito, era calabrese e raccontò che al suo paese faceva la fame ed aveva pensato di andare al nord per lavorare, aveva moglie e tre figlie, gli scarponi gli erano stati prestati. Il sottobrigadiere Ferroni capì il dialetto del suo conterraneo e lo tradusse ai suoi dipendenti. Tutti d’accordo Cateno fu accolto per la notte, Alberto gli regalò un paio di scarponi  e gli altri colleghi calze, maglia di lana, pantaloni di flanella, Cateno si mise a piangere, pensava che i finanzieri fossero tutti ‘figghj d’introcchia’. La mattina presto Cateno fu lasciato libero e prese la via del ritorno, non avrebbe mai dimenticato quei buoni finanzieri. Finalmente venne la primavera tanto agognata, Alberto già pregustava di passare una bella estate al fresco quando via radio venne l’ordine per lui e per altri tre colleghi di rientrare in brigata. Alberto santiò alla grande rimproverato dal sottobrigadiere molto religioso ma i santi ‘interpellati’ non poterono far nulla ed il signorino rientrò in brigata portando con sé due pacchi di sigarette sequestrate e non consegnate al fisco.  Alberto aveva saputo tramite ‘radio scarpa’ che il comandante della Compagnia capitano  Primo Pagnani aveva l’abitudine di controllare lo zaino di coloro che avevano effettuato dei sequestri di sigarette e così depositò i tre pacchi di sigarette presso una signora vedova, Margherita Bogianchino che viveva con i proventi del pollaio e del frutto suo orto, Alberto la ricompensò con duemila lire, un abbraccio di ringraziamento da parte della donna. Come pensato al rientro in brigata Alberto si trovò di fronte il capitano e due suoi ‘scagnozzi’ che frugarono nel suo zaino. Scornato il comandante di Compagnia cercò di giustificare il suo gesto con motivazioni ridicole, Alberto rispose con un attenti di presa per i fondelli battendo i tacchi. In brigata Al trovò delle novità, c’era un nuovo comandante, il brigadiere Ignazio Barale in forza alla Compagnia di Domodossola che, per conseguire i requisiti per indossare i gradi di maresciallo era stato trasferito al comando  della brigata di Rogoledo, il cotale era preparato in materia tributaria e pertanto spesso si assentava per giorni interi per effettuare verifiche con i colleghi della Compagnia, nel frattempo a Rogoledo episodi boccacceschi! La gentile, affabile e disponibile signora Gioia Del Monte consorte del Comandante di Brigata aveva dimostrato palesemente di apprezzare il sesso per dirlo con un eufemismo, era una ninfomane e quale miglior ‘riserva di caccia’  dei finanzieri che abitavano nel suo stesso caseggiato, lei in un alloggio di servizio all’ultimo piano. Alberto dormiva in una stanza a due letti con un collega di corso Cesare Mattioli. Una mattina furono svegliati da grida provenienti dalle scale: “Non mi frega gnente che tu sei un sottufficiale, la fica della signora è di tutti!” “Chi ti ha autorizzato a darmi del tu, dammi del lei!” Nel frattempo era intervenuta la moglie del Brigadiere, Gioia che con calma: “Ragazzi ce n’è per tutti, proviamo un trio.” Alberto finalmente capì come era la situazione, nell’ultimo caso la signora se ne stava facendo due contemporaneamente. Non volle essere della scuderia di madame Del Monte, non era un puritano ma non voleva accettare di essere il montone di turno. Una telefonata al padre a Roma il quale riuscì a farlo trasferire a Domodossola, finalmente lontano da quel casino. A Domo come la chiamavano i locali ebbe modo di parlare il francese lingua studiata a scuola. Faceva anche la scorta dei treni da Domodossola a Briga in Svizzera e viceversa attraversando la galleria del Sempione. Con la lingua transalpina ‘agganciò’ un capo treno svizzero che gli spiò dove i contrabbandieri avevano nascosto le sigarette di contrabbando, nel soffitto di una toilette. Giunto a Domo non diede il nulla osta al capo stazione per la partenza del treno, andò in officina delle FF.SS, si fece prestare un cacciavite col quale smontò il tetto della toilette. Risultò a verità quanto affermato dal  capo treno svizzero, una pioggia di pacchetti di sigarette lo ‘inondò’. Accorsero altri finanzieri e sequestrarono il tutto facendo la ‘cresta’ sui T.L.E. Alberto ebbe come premio quarantotto ora di permesso. Un sabato in borghese si recò al locale danzante ‘Galletti’; non era un bravo ballerino anzi ma era l’unico modo per agganciare qualche ra’gattsa indigena. Era alla buvette quando si accorse che una giovane bruna, capelli lunghi, viso piacevole con grandi occhi lo osservava con interesse, un chiaro invito:  Alberto si buttò: “Vedo che ancora il mio fascino funziona, sono Alberto Pileri, non mi pare di averla mai incontrata, me ne ricorderei.” “Io sono Flora.” “Nome non del sud.” “Era della mia madrina di battesimo, così si usa al mio paese in Calabria.” Alberto ebbe un flash: “Per caso il suo cognome è Morabito?” “Si sono la figlia di  Cateno che mi ha molto parlato di lei e dei suoi colleghi. Ora mio padre è impegnato come guardia giurata, io sono infermiera al locale ospedale e le mie sorelle fanno le commesse, il nostro tenore di vita è cambiato, non potremo mai abbastanza ringraziarla per il suo comportamento veramente fuori del comune.” “La ringrazio a mia volta, vorrei invitarla a ballare ma sono un orso, che ne dice di sederci ad un tavolo?” “Bien sure monsieur.” Alberto e Flora si guardarono negli occhi senza parlare sin quando Alberto: “Io sono alieno dai complimenti che considero stucchevoli ma non posso fare a meno di constatare il fascino dei suoi grandi occhi molto espressivi, rispecchiano il suo stato d’animo, poco fa erano gioiosi nell’incontrami ora…sono diventati tristi.” “Mi scusi non voglio coinvolgerla nei miei problemi personali, mia madre è ricoverata nell’ospedale dove presto servizio, un tumore alla mammella. Anche se lei non sa ballare bene proviamoci, servirà per abbracciarci cosa che in questo momento desidero.” Flora aveva un profumo proveniente dalla sua persona molto personale, emanava femminilità. Il pisello di Alberto la percepì ed alzò la testa facendo percepire alla ragazza quel cambiamento, lei d’istinto baciò Alberto in bocca, a lungo, gli altri ballerini erano anche loro ‘occupati’ e non ci fecero caso. La morte della madre sconvolse Flora le sue due sorelle Aurora e Giulia oltre al padre Cateno. Al funerale tutta la famiglia vestita di nero, Cateno con la sola camicia bianca e la cravatta nera come pure la coppola, gli mancava solo la lupara in mano per sembrare un bandito della Sila. Al passaggio del corteo funebre le reazioni dei domesi furono diverse: chi guardava perplesso, chi si faceva il segno della croce (i religiosi), chi rideva (i soliti imbecilli), chi ammirava la bellezza di Giuditta, in nero con i capelli lunghi era proprio affascinante, le due sorelle avevano preso dal padre tarchiato. Dopo due giorni Flora raggiunse Alberto che era in servizio alla stazione: “Domani sera sei invitato a casa mia, mio padre è di servizio notturno, per te una sorpresa.” Alberto pensò a lungo quale potesse essere la sorpresa, forse Flora pensava alla concessione del suo popò, non sapeva che altro pensare.  Dopo cena Aurora e Giulia sparirono dalla circolazione, Alberto e Flora nella camera matrimoniale dei genitori. “Mio caro, mi sono innamorata di te, non me l’aspettavo, non mi è mai capitato, sarò tua per la prima volta in vita mia.” Alberto finalmente capì, Giuditta era vergine.”Pare che la notizia ti abbia sconvolto.” “Diciamo che non me l’aspettavo, di questi tempi…” La ragazza in posizione del missionario guardò in viso Alberto come per dirgli: “Sii delicato!” Ciccio, appresa la notizia si eresse al massimo e cercò di essere come chiesto da Flora la quale malgrado il dolore provato non emise un lamento, era calabrese, una dura. Alberto non mise in atto alcuna precauzione, se doveva essere padre quella era la volta buona, anche lui si era innamorato. A notte inoltrata Flora si alzò, tolse il piccolo asciugamano che aveva posto sotto il bacino, era un po’ bagnato di sangue, si posizionò un assorbente e ritornò a letto. Alle sette sveglia per Alberto: “Sta per rientrare mio padre.”  Alberto ritornò in caserma frastornato, troppi episodi importanti per la sua vita in breve tempo. Due giorni dopo si recò della sede della Legione  a Torino per effettuare la prova scritta per essere ammesso alla Scuola Sottufficiali, prova che superò. Nel frattempo la liaison con Flora andava consolidandosi, erano ambedue innamorati alla follia, roba da adolescenti. Anche la prova orale per essere ammesso alla Sasoguarfi fu positiva, Alberto ad ottobre doveva raggiungere il Lido di Ostia per iniziare il corso. Da quel momento la crisi: fare carriera o  seguitare la storia d’amore con Flora? Sicuramente conseguito il grado di vicebrigadiere sarebbe stato trasferito in località lontana da Domodossola e la loro storia? Alberto fu incoraggiato da Flo ad andare ad Ostia, il loro amore sarebbe continuato, non era la lontananza che poteva cambiarlo. Raggiunta la nuova località Alberto dovette sopportare quelle che considerava angherie: pulire i vetri, fare pulizia, il sabato esercitazioni sul terreno con esercizi assurdi: il passo del gatto, del gattino e del leopardo, esercizi che lo facevano imbrattare di  terra, inoltre gli istruttori si dimostravano dei sadici: d’inverno all’ora della sveglia aprivano le finestre delle camerate facendo entrare un freddo pungente e l’umidità, ogni giorno doveva rasarsi con l’acqua fredda ed altre amenità del genere. Unica consolazione le lettere di Flora che aveva accettato l’incarico di infermiera, ben retribuito presso una clinica di Losanna in Svizzera. Alberto capì l’errore fatto e avrebbe voluto tornare indietro. L’ultima lettera di Flora gli fece capire che la loro storia era alla fine: “Caro, stando vicino agli ammalati insieme ad i medici si comincia a capire che i nostri  sacrifici non sono vani e inizia un sodalizio con i dottori, io ne ho incontrato uno non affascinante come te ma buono d’animo, talvolta usciamo insieme…” Alberto rimase senza forze, si fece venire un male immaginario e fu ricoverato in infermeria per cinque giorni. Il medico, un suo paesano romano lo fece parlare, capì la sua situazione e lo inviò a Roma da un suo collega psicoterapeuta., in qualche modo Alberto si riprese e rispose alla lettera di Flora: “Ti auguro ogni bene, resterai sempre nel mio cuore.” I così fu, ogni tanto Alberto riguardava le foto della sua amata sinché smise e le ripose in fondo alla valigia d’ordinanza insieme al ricordo.

  • 09 settembre 2020 alle ore 10:36
    Furoba

    Come comincia:  
    F  U R O B A
    Amici lettori ed amiche lettrici, non  vi fate impressionare dallo strano titolo di titolo di questo racconto, è un termine giapponese di cui in seguito capirete il significato, si tratta di contrastare i problemi quotidiani del corpo e della mente che assillano la maggior parte di noi, causa il lavoro e gli impegni quotidiani siamo sottoposti a stress che ci condizionano la vita. Leggendo un articolo che trattava l’argomento, Alberto Rocchegiani pensò di trarne spunto per sistemare alcune stanze arredate in modo particolare per combattere (e vincere) i problemi che ci assillano. Stanco del suo lavoro di titolare di una Scuola Guida, lasciò le redini dell’azienda al suo fac totum Riccardo Fantoni e ne parlò con la consorte Annamaria Settineri la quale, da brava e razionale qual era  gli espose i problemi pratici a cui sarebbero andati incontro, soprattutto finanziari ma Alberto, convinto della bontà della sua idea non si lasciò smontare e prese contatti con un suo compagno di scuola impiegato all’Ambasciata giapponese a Roma. Conoscendo l’indole ‘mignottara‘ di Alberto, Valerio De Luca pensò che l’amico volesse ‘metter su’ una casa di appuntamenti. “Non hai capito un c…o, è una cosa seria anche se fuori del comune e proprio per questo che avrà successo. Le giapponesi hanno per noi europei un fascino particolare soprattutto per la loro unicità e per il loro comportamento, in questo caso della professionalità e della gentilezza. Debbono solo aver frequentato una scuola di massaggiatrici ed essere giovani e possibilmente belle, ci riesci a far pubblicare in tal senso una inserzione in un giornale giapponese?” “”Tira fuori duemila Euro e affare fatto.” Alberto per il conquibus ricorse a papà Armando il quale conoscendo a fondo suo figlio, che fra lì’altro gli assomigliava moltissimo all’inizio fece finta di non capire ma, alle insistenze di Alberto: “D’accordo rompiballe, ho centomila Euro da parte, i risparmi della mia vita…” Nel frattempo Alberto aveva affittato una villetta situata sulla via Appia a Roma, per risparmiare sulle spese si trasferì con la consorte all’ultimo piano, chiamò l’architetto Manlio Mancini vecchio della professione rimasto vedovo con figli sistemati al nord Italia. Il tale all’’inizio rimase perplesso ma poi prevalse in lui l’idea della novità, una novità piacevole nella sua vita monotona niente affatto appagante. “Molto probabilmente sarai a corto di soldi, io del mio gruzzolo non so cosa farne, i miei figli si sono sposate due polentone spocchiose e snob, lo ho conosciute quando sono passate da Roma, non beccheranno un soldo dei miei risparmi, anzi, sai che ti dico, te li metto a disposizione, potrò anche rispolverare la mia antica professione, servirà a togliermi un po’ di ruggine del cervello! Alberto una mattina fu chiamato al telefono dall’amico Valerio: “Figlio di un cane la tua inserzione ha funzionato, cinque giapponesi si sono fatte vive, ora sono a Roma in una pensione, se vuoi le accompagno a casa tua.” “Ho cambiato abitazione, sono in una villetta in via Appia 396, ti aspetto oggi pomeriggio.”
    Tre delle nipponiche parlavano italiano, Alberto ne scartò una e scelse Aiko Tanaka e Emiko Nakamura. Fu fatto loro presente che occorreva del tempo prima che i locali, col progetto dell’architetto  fossero sistemati, le due ragazze si guardarono in viso e: “Se per voi bene noi abiteremo con voi.” Alberto rimase benevolmente sorpreso, lui non aveva pensato a quella soluzione abitativa. Fra l’altro le due giapponesi fecero comunella con Annamaria, insomma filava tutto liscio. Ci vollero quindici giorni prima che le tre stanze fossero completate. Manlio era contento ed orgoglioso di quello che aveva potuto realizzare, in ognuno dei locali un’ampia vasca da bagno. Programma: per primo uno dry brushing per esfoliare dolcemente la pelle, poi venti minuti di immersione in acqua calda poi tiepida in una nuvola di schiuma,  per i meno freddolosi passaggio in acqua fredda per stimolare  il tono e riattivare la circolazione. Una maschera sul collo e sul viso, poi un  panno in microfibra sopra la maschera per un effetto occlusivo. Per finire un massaggio su tutto il corpo piedi compresi con aloe, mela verde e yogurt. Finale: risciacquo sotto una doccia tiepida. Aiko ed Emiko indossavano reggiseno e slip color carne, sopra un tunica leggerissima trasparente. Pian piano si sparse la voce di quel locale particolare dove ognuno poteva rilassarsi il corpo e la mente, il costo non era accessibile a tutti questo sia per recuperare il denaro speso che per evitare troppi clienti alcuni dei quali uomini, alcuni, feticisti si innamorarono dei piedi delle due nipponiche e venivano spesso a trovarle. Erano due molto ricchi e spendaccioni con gran gioia di Alberto. Un fatto imprevisto: Annamaria si annoiava mentre Aiko ed Emiko erano al lavoro,  chiese Ad Alberto di affiancarle tanto più che c’era una stanza in più addobbata. Alberto era molto perplesso, a sua moglie potevano capitare dei maschietti, previsione azzeccata: vari giorni dopo  si presentò in villa un signore in Bentley tale Oberto Palatino che erta stato invitato a pranzo da Annamaria, un pranzo alla giapponese con cibi preparati  dalle due ragazze. Il nobile, quarantenne aveva un eloquio brillante e trascinatore tanto che Annamaria lo guardava con occhi sognanti fino alla confessione alla fine  del pranzo della richiesta di Oberto di far diventare una castellana Annamaria, si era innamorato di lei ricambiato. Stavolta la doccia fredda metaforica colpì in pieno Alberto, Annamaria riempì una valigia di vestiti e sparì col suo spasimante. Alberto si sedette sul divano con lo sguardo nel vuoto, ancora non riusciva a rendesi conto della situazione. Conclusione stavolta inaspettata ma piacevole, Aiko ed Emiko consolarono, ambedue, un Alberto che in fondo capì che ci aveva guadagnato, due al posto di una…Poi nei momenti di stasi del lavoro Alberto usufruiva della ‘Furoba’ ossia stanza da bagno in gergo giapponese con contorno di delizie sessuali.

  • 05 settembre 2020 alle ore 14:27
    Alberto il pennone

    Come comincia: Alberto Mazzei classe 1935 era un giovane magro , tanto magro che gli spuntavano le ossa sotto la pelle. Mamma Mecuccia (diminutivo di Domenica) era preoccupata ed cercava di ‘abboffare’ il figlio quanto più poteva anche con lo ‘schifoso’ al gusto olio di fegato di merluzzo allora molto di moda ma senza risultati. Il dottore di famiglia aveva rassicurato i genitori: “Alberto è un ragazzo sano, la magrezza è la sua natura che in futuro si estrinsecherà anche in atri modi che non so specificarvi. Alla prima media, alla toilette della scuola Alberto aveva visto il pene di un compagno di classe e si era preoccupato, il suo, al confronto era ben più piccolo, da quel momento evitò di farsi vedere nudo dai suoi compagni. Anche papà Armando era in ambasce, vedeva suo figlio sempre triste e immusonito e dire che a scuola riportava bei voti. Mamma Domenica cercò di cavargli qualcosa di bocca, solo un abbraccio da parte del figlio. Alberto superati gli esami di licenza liceale fece domanda per essere arruolato nella Guardia di Finanza, era giugno e la visita medica era prevista per i primi di ottobre.  Una vacanza al mare o in collina dagli zii a Cingoli, preferì quest’ultima, lì non aveva bisogno di mettersi in costume. Passò delle belle giornate con la trebbiatura del grano e con varie altre manifestazioni contadine, talvolta col caldo preferiva uscire dalla villa degli zii e girovagare nei campi, una volta di notte ebbe la brutta idea di chiudere in un fazzoletto delle lucciole. Com’è noto, questi animaletti hanno la parte posteriore del corpo che si accende e si spegne, girando per casa erano penetrate nelle stanze oltre che degli zii anche in quelle dei nonni e dei cugini impedendo loro di  dormire, il suo gesto non fu molto apprezzato. Nel frattempo era accaduto un fatto imprevedibile: andando in bagno a fare la pipì tenne più a lungo il pene in mano per far cadere le ultime gocce di urina e, meraviglia delle meraviglie il suo pene cominciò a crescere a dismisura, finalmente era accaduto qualcosa che sicuramente gli avrebbe cambiato la sua vita. Cominciarono  cadere le foglie dagli alberi, Alberto ritornò a Jesi in provincia di Ancona a casa dei genitori, sembrava più sereno era sempre sorridente, si mise a leggere vari romanzi della biblioteca paterna. Il 2 ottobre si recò in pullman ad Ancona alla caserma della Guardia di Finanza. All’infermeria tutti gli aspiranti allievi finanzieri erano nudi per essere sottopoti a visita medica. Quando fu il turno di Alberto si sentirono dei risolini ovviamente dovuti al vedere il pisellino di Alberto. Il dottore, un signore di mezza età invitò Alberto dietro un separé: ”Vedi figliolo io vorrei aiutarti ma ti rendi conto tu stesso…” “Dottore mia dia un attimo di tempo: Alberto cominciò a masturbarsi a ciccio arrivò ai diciannove centimetri una volta misurati da Alberto. Al dottore caddero a terra gli occhiali: “Va bene vado a prenderti  le mutande, non voglio che gli altri ragazzi…” Dopo che Alberto fu dichiarato idoneo, due infermieri interrogarono il dottore il quale spiegò loro la situazione e la storia finì lì. Anche l’esame scritto andò bene: A casa: “Papà, mamma tutto a posto, a fine ottobre sarò alla Legione Allievi di Roma.” I genitori ebbero un sospiro di sollievo, finalmente il loro erede era cambiato, sempre magro ma di tutt’altro umore. Grandi baci ed abbracci con i genitori alla stazione ferroviaria, anche un incontro non previsto con una ragazza della classe di Alberto: “Cara Ella sto per essere arruolato nelle Fiamme Gialle.” “A proposito di fiamme, sei sempre stato il mio preferito ma tu non mi hai mai degnato di uno sguardo!” “A Natale avrò delle ferie, avremo modo di avere un incontro ravvicinato…” “È una  promessa, ricordala d’altronde la casa dei tuoi è vicino alla mia villa.” Sul treno che andava a Roma c’erano molti altri colleghi marchigiani che si recavano alla caserma XXI aprile. Brutta accoglienza da parte dei brigadieri istruttori, volevano fare la parte dei duri ma con Alberto si trovarono dinanzi un muro di totale di  serietà nello sguardo e obbedienza assoluta ai loro comandi, il  giovane aveva  compreso la loro pochezza, li avrebbe smontati con qualche battuta spiritosa nei loro confronti che sicuramente loro non avrebbero compreso ma che avrebbe fatto ridere i suoi compagni. Dietro consiglio di nonno Alfredo, ex commissario di P.S., il giovane si guardò bene dall’aderire alle  richieste degli istruttori: “Chi sa suonare il pianoforte?” Si presentarono due allievi. “Bene prendete il pianoforte che si trova al circolo ufficiali e portatelo al terzo piano nell’alloggio del comandante.” “Chi ha fatto gli studi classici?” “Tre imbecilli che non avevano ancora ben compreso quello che era successo ai due precedenti colleghi: “Siamo tutti e tre di Ancona con la maturità scientifica.” “Bene andate a pulire i cessi delle tre Compagnie.”  “C’è nessun  ragioniere?” Stavolta i ragionieri rimasero al loro posto…” “Bene allora voi due che siete  robusti andate in cucina a pulire le patate, per gli altri adunata per l’addestramento in piazza d’armi.” Alberto aveva sempre lo sguardo serio, fu notato da un brigadiere dai piedi più larghi che lunghi! Il quale: “Tu di dove sei?” “Alberto disse la verità: “Sono nato a Roma.” “E allora come mai sei qui e non a Predazzo a fare l’allievo?” “Perché i miei risiedono in provincia di Ancona.”  Piedi larghi si girò scornato, aveva già preso in antipatia Alberto Mazzei. Accadde che Hermes protettore del giovane fosse ‘distratto’ con la solita ‘allegra’umana di turno ed Alberto fece una minchiata. Aveva incontrato sul tram una signora circa quarantenne che prese a guardarlo intensamente, Alberto prese la palla al balzo: “Madame sarebbe mio piacere conoscerla, stasera ho poco tempo ma domani…” “Io amo molto gli uomini in divisa, abito vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore, che ne dici se domani alle 18…” “Dico di sì my Darling, io sarò in divisa non vorrei dare troppo all’occhio.” “Nessuna problema io sono separata,  abito all’ottavo  piano del n.243 di via Merulana…” “Sono allenato, a domani sera.” La signora Rosina P. si fece trovare sulla porta di casa in vestaglia, sotto la vestaglia, niente. Alla scoperta del pisellone di Alberto Rosina all’inizio rimase perplessa poi: “Mai assaggiato un cosone talmente grosso e dire che di cazzi ne ho provati tanti, sii delicato!”  Dopo un passaggio obbligato in bagno Alberto provò la perizia sessuale di una esperta ‘scopatrice’, era veramente brava anche col popò. Dopo la terza ‘visita’ alla signora Alberto diede forfait, Rosina lo stava spolpando e così chiuse la partita. Dopo circa una settimana si accorse delle secrezioni che uscivano dal pene con bruciori e prurito. Recatosi in infermeria il dottore: “Giovanotto ti sei beccato una gonorrea volgarmente detto scolo, subito al Celio.” All’ospedale Militare, dopo le solite procedure burocratiche ad Alberto fu assegnato un letto in una camerata di dieci posti, tutti soldati, nessun finanziere. Dopo un pranzo niente male Alberto si trovò dinanzi una suora longilinea di circa cinquant’anni. “Io sono suor Caterina,  figliolo come ti sei preso lo scolo?” “Sorella, una signora…” “Volevi dire una mignotta, tu pensavi di aver fatto una conquista ed invece ti sei imbattuto in  una gran puttana che se la fa con tanti coglioni come te! Tira fuori l’uccello!” “Ma sorella…” “Figliolo in vita mia ho visto e toccato tanti cazzi che manco te li immagini…siamo un po’ sullo scarso, come ti hanno arruolato in Finanza?” “Quando ciccio si alza misura diciannove centimetri!” “Chi l’avrebbe detto, hai ragione  ma intanto ti sei beccato uno scolo, una puntura di penicillina ogni sei ore, fai vedere le chiappe!” Alberto rimase ricoverato per sei giorni, nel frattempo aveva preso confidenza con suor Caterina. Un pomeriggio dopo l’iniezione: “Sorella posso farle una domanda?” “No perché già conosco quello che mi vuoi chiedere, la mia è una storia dolorosa che cerco di non ricordare.” “Mi piacerebbe abbracciala, lei sarebbe stata una moglie ideale con tanti marmocchi!” La suora si era allontanata, forse piangeva, Alberto capì di aver sbagliato a trattare quell’argomento. Finita la cura Alberto prima di rientrare in caserma cercò suor Caterina. “Vorrei mandarle delle cartoline illustrate per farle conoscere dove mi hanno trasferito, mi permetta un abbraccio.” Fu accontentato, Alberto piangeva, cazzo era diventato un piagnone, lui ateo da sempre si era invaghito di una suora…Dopo gli esami sulle materie tributarie studiate, Alberto risultò il terzo in graduatoria di tutto il battaglione con gran scorno di piedi larghi. In licenza di trasferimento a Jesi telefonò ad Ella: “Cara sono rientrato, i miei mi hanno dato il cambio a Roma, sono andati a trovare mia nonna Maria e mia zia Armida, io son qua da solo, mangio in casa della portiera Matilde che provvede anche alle pulizie di casa mia, ho una camera con  letto in ottone e il resto  in stile Chippendale, materassi accoglienti…” “Mia figlia domattina va a scuola, ti raggiungerò verso le nove.” E così fu, Ella vide Matilde all’estremità del giardino del palazzo, fece finta di non averla notata, non poteva certo essere giustificata per la sua andata nell’appartamento di Alberto. In casa di quest’ultimo si spogliò in fretta, se ne fregò dello stile della camera degli ospiti: “Caro sono pulita e profumatissima!” “Anch’io.” Alla vista di Alberto nudo solita manfrina. Ella rideva della grossa: “Dove vuoi andare col quel cosino…” Si ricredette, pian  piano che ciccio aumentava di volume sgranava gli occhi, Alberto ripropose una vecchia canzone: “Chi l’avrebbe mai creduto che tu avessi avuto, valzer! Una nerchia per il tuo buco del cul!” Ella non era molto alta ma aveva un fisico aggraziato ed un viso infantile, altra caratteristica: il sesso gli piaceva  da morire ed infatti col solo cunnilingus ebbe due orgasmi consecutivi, non fece tante storie nell’immisione penis nel fiorellino anzi prese a cantare il peana nell’alto dei cieli con ripetuti ululati soprattutto nella posizione cavalcante, Alberto non riuscì a contare gli orgasmi, quando Ella spossata smise: “Sarà un ricordo indelebile per tutta la vita, non te l’avevo detto ma io di natura ho una vagina larga, nessuno era riuscito prima di te a farmi godere tanto, avevo avuto intuito a volerti agganciare quando eravamo studenti, resti molto a Jesi?” “Altri cinque giorni.” Nel frattempo Alberto sentì la porta d’ingresso sbattere violentemente, non sapeva che Matilde avesse le chiavi di casa sua, solo lei poteva essere. Attraverso la porta d’ingresso della camera: “Matilde oggi mi alzerò tardi, lasci stare la mia camera!” Un grugnito dietro la porta, voleva dire: a me non la si fa! Dopo due giorni Armando e Mecuccia ritornarono a Jesi da Roma, fu la salvezza del loro figlio ossessionato da Ella la quale comprese che ‘la storia breve era finita e che l’immortale…era solo il ricordo.” Da Jesi Alberto inviò una cartolina a Suor Caterina, riproduceva il monumento a Pergolesi; non sapeva se fosse meglio evitare ulteriori emozioni alla suora, se lei avesse avuto vent’anni di meno…

  • 23 agosto 2020 alle ore 10:50
    Bella cognome Volpe

    Come comincia: Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze… 
    BELLA  COGNOME VOLPE
    Quando in un palazzo abitato da persone tranquille arriva una signora di una bellezza fuori del comune maschietti e femminucce, per motivi diversi vanno in  fibrillazione soprattutto le mogli: “Non hai ma visto una donna, mi sembra pure volgare, sicuramente non è seria!” Ai signori maschietti la serietà della cotale non interessava proprio anzi… ma si guardavano bene da qualsiasi approccio anche perché la signora rispondeva appena ai saluti di rito. Anche il nome non era male, Bella, cognome Volpe, professione? Bella dimostrava ampie possibilità finanziarie ma non risultava svolgere alcuna professione,  spesso si allontanava da casa per vario tempo con la sua Mini Cooper targata 75, Parigi, Giulia Fabbri, la moglie di Alberto Ferrari era l’unica a non fare commenti, i rapporti col marito erano da tempo solo formali, la situazione era di gradimento di entrambi. Da dieci anni erano finiti i grandi slanci soprattutto sessuali, lei teneva in  ordine la casa ed era una brava cuoca, lui tecnico informatico provvedeva a ‘portare a casa’ soldi  provenienti dalla sua professione esercitata  in un negozio a villaggio Paradiso dove molte persone si recavano ad acquistare congegni elettronici, soprattutto antifurti da piazzare in casa ed anche nelle auto, quelli normali non funzionavano con i ladri esperti. Una mattina Bella si presentò in negozio e: “Se non mi sbaglio lei abita in viale dei Tigli nella mia stessa palazzina.” “Si signora Bella di nome e di fatto, sono a sua disposizione o addisposizione come dicono i siciliani.” “Dal suo accento lei mi sembra un romano, quale motivo… “È una storia lunga, qualora ci dovessimo incontrare di nuovo e lei abbia voglia di ascoltarla…mi dica quello che le occorre.” “Qui fuori ho la mia Mini Cooper, quella macchina nera, voglio essere sicura che nessuno ci abbia piazzato una cimice, lei è in grado…” “Sono in grado.” Alberto prese un attrezzo che era in carica, lo staccò dalla presa ed entrò in macchina. Subito si sentì un suono prolungato.” “Gentile signora lei ci ha proprio azzeccato, non so di preciso dell’auto dove sia stata piazzata la cimice, ormai è ora di pranzo, che ne dice di rivederci il pomeriggio?” “ E se io la invitassi a casa mia, ho una donna tutto fare che è brava anche come cuoca.” “Chiudo bottega e la seguo ma con la mia Giulietta, non mi va di essere spiato.” All’ingresso nel portone dei due sia i signori che le signore risposero a mezza bocca al buongiorno, i maschietti pensarono: “Quel gran figlio di…”, le femminucce: ”L’avevo detto che era una mignotta!” “Un bel cognome, data la targa della sua auto doveva chiamarsi ‘Renard’ e non Volpe.” “Così conosce il francese!” “Si anche altre lingue, che ne dice di cominciare ad assaggiare le composizioni culinarie della sua cuoca?” “Ha un parlare forbito, complimenti chissà quante femminucce…” “Recentemente sono un po’ in disarmo ma sono disponibile…” “Lei è un furbacchione, laviamoci e mani e all’assalto…” La cuoca era stata davvero brava e raffinata: primo: pasta incaciata, secondo: pesce spada alla ghiotta, contorno: caponata ed infine un ananas tagliata  in modo impeccabile. “Che ne dice di invitarmi più spesso?” “Vedremo, per ora la prego di togliermi la cimice dall’auto.” Il tecnico  che aveva istallato la microspia  l’aveva piazzata dentro la fodera del sedile del conducente, fu immediatamente trovata da Alberto. “Bravissimo, quanto le devo?” “Mi basta un altro invito a pranzo o a cena, ‘good luck.” “Aussi à vous monsieur.” La curiosità non è solo femmina, Alberto avrebbe voluto volentieri avere rapporti ravvicinati con Bella e così  mise lui una sua cimice sotto la carrozzeria della Mini  per sapere dove la signorina si recava di solito,  una cimice  molto particolare di costruzione sua e di Armando, suo compagno di studi a Milano non rilevabile dai tecnici che non possedevano un altro congegno sempre inventato da lui e dal suo amico. Un pomeriggio Alberto chiese al suo collaboratore di stare lui da solo in negozio ed aspettò che Bella uscisse con la Mini, la seguì a distanza sui monti Peloritani sino al bivio di Musolino e poi ad una villa isolata. Il caseggiato sembrava disabitato, sul tetto due grandi antenne, sbarre alle finestre anche ai piani superiori,una  massiccia porta blindata all’ingresso, nessun suono proveniente dall’interno. Alberto girò l’angolo dove rinvenne la Mini di Bella, di colpo si trovò alzato da terra da una manona il cui proprietario non prometteva nulla di buono. “Che fai da queste parti, parla!” Alberto quasi strangolato riuscì a malapena a dire: “Mi ha dato quest’indirizzo la signorina Bella…” Poco convinto il bestione scaraventó materialmente Alberto dentro l’ingresso della villa, dopo un lungo corridoio si trovò  su una sedia e poco dopo giunse Bella: “Ha messo nei guai se stesso ed anche me, speriamo di uscirne fuori ambedue sani e salvi.” Bella andò a parlare con un signore con cappello nero e grossi occhiali scuri, dopo un po’ ritornò indietro e: “Sediamoci ad un tavolo, stavolta monsieur Hulot ha creduto o fatto finta di credere alla  mia versione, vada al bar e mi porti qualcosa di forte.” “Alberto fu interpellato dal barista: “Che bello finalmente un vero uomo, io mi chiamo Uberto, senza la m, sicuramente preferirà qualcosa di forte, le preparo un cocktail esplosivo.” Alberto ringraziò con un sorriso, non era in grado di fare conversazione. Bella: “T’avevo detto qualcosa di forte ma questo è una bomba!” Alberto si guardò intorno, in giro c’erano uomini e donne vestiti con abiti inusuali, alcuni dell’estremo Oriente. Ad un cenno di monsieur Holut,  Bella: “Torniamo a casa con la tua macchina non con la mia, poi capirai il perché.” Alberto evitò di entrare nel suo appartamento, seguì Bella nel suo e imitò la padrona di casa rimanendo solo con gli slip, Bella in reggiseno e mutandine. Mangiarono il resti del pranzo  poi si accomodarono su un divano senza parlare sino a che Bella: “Non posso dirti tutto quello che mi è successo, ti posso solo rivelare che sono nella mani di quel signore con gli occhiali neri. Ci siamo  salvati dalle ‘carezze’ di quel bestione a nome Ivanov, lui strangola le persone ‘nemiche’, le chiude in un sacco che viene gettato con delle pietre in mare, fine della storia. Ci sono molti altri episodi che preferisco tenere per me, se dovessero prenderti e torturarti per farti parlare inguaieresti anche i miei familiari, insomma un gran casino, ne parliamo domani, doccia e a letto. Il getto caldo fece svegliare ‘ciccio’ a stecchetto da molto tempo, forse Bella era nelle stesse condizioni e non oppose resistenza anzi collaborò in pieno, una notte di fuoco. La mattina seguente Bella sembrava ancor più bella, i ripetuti orgasmi avevano fatto effetto sul suo viso, nuda il suo corpo era meraviglioso. Alberto aspettò che la ragazza si svegliasse: “Quant’è che mi stavi guardando, ti ho visto con gli occhi semichiusi, un Rublo per i tuoi pensieri.” “Vorrei sposarti, scappare con te in Australia, anche lì sarei apprezzato per il mio lavoro, sono un eccellente specialista nel mio campo, raggiungerei l’amico Armando con cui ho progettato alcuni apparecchi elettronici unici al mondo  che non sono in commercio.” Bella si era girata di spalle, piangeva, non era cosa da lei, Alberto l’abbracciò e non perse l’occasione per accontentare ‘ciccio’ di nuovo in erezione, anche Bella partecipò attivamente.”Forse devo far stare a riposo le mie ‘cosine’ un giorno intero, mai conosciuto…” “Non so se era un complimento o un rimprovero, quando il mio pisello sente odore di topa o di buchino posteriore si scatena, andiamo a recuperare le forze in cucina.” Il pomeriggio ritorno alla villa sui Peloritani, Alberto aveva portato con sé il cerca cimici di sua invenzione. Bella andò a conferire con lo pseudo  signor Hulot, parlarono abbastanza a lungo fin quando Bella ritornò da Alberto. “Resoconto: un tecnico russo ha cercato si localizzare la cimice che tu hai installato nella mia Mini, non  c’è riuscito e quindi il signore con gli occhiali ha voluto sapere da me come stanno le cose, andiamo col tuo congegno alla mia auto.” Lì trovarono un uomo in tuta che, senza salutare chiese in russo a Bella di chiedere ad Alberto di far funzionare il congegno. Subito la cimice cominciò una sinfonia di suoni, il russo l’avrebbe fatto volentieri volare nel terreno sottostante, aveva fatto la figura dell’ignorante elettronico. Monsieur Hulot batté le mani, aveva in mano qualcosa che altri suoi colleghi non possedevano, un’arma in più in suo possesso. Bella con Alberto andò a sedersi ad un tavolino del salone poi ad un segno del famigerato Hulot: “Andiamo in garage, ci sono due auto dell’Ambasciata russa, devi controllare che non vi siano installate delle cimici.” La prova fu positiva, ambedue le grosse auto nere suonarono come campanelli impazziti, il grande capo ancora una volta batté le mani, aveva trovato il modo di sputtanare i colleghi dell’ambasciata. Alberto e Bella rientrati a casa di lei prima si riempirono il pancino e poi alla grande col sesso, la ragazza non si lamentava più per le eccessive prestazioni anzi sembrava presa dal sacro fuoco! Alberto cadde in  un sonno profondo tanto da non riuscire a dare il bacino della buona notte a Bella. Fu un raggio di sole a svegliarlo, le dieci, quanto aveva dormito, bah. Bella non era al suo fianco, Alberto la cercò per tutta casa, invano, i suoi vestiti erano spariti dall’armadio, nessun biglietto. Alberto capì, la signorina la sera prima gli aveva drogato le bevande poi era sparita  avendo compreso la loro storia non poteva avere buon fine. Alberto si ributtò sul letto, le lenzuola ancora avevano il profumo del corpo della ragazza, una tristezza infinita…non gli rimase altro che rientrare a casa sua con la faccia di cane bastonato. La consorte abituata a quelle fughe ed ai ritorni non profferì verbo, gli preparò la doccia e si mise ai fornelli, sicuramente suo marito aveva bisogno di riprendere le forze…

  • 17 luglio 2020 alle ore 10:54
    Il sentiero dei guerrieri

    Come comincia: Rodolfo Berni si era da sempre considerato molto fortunato, dalla vita aveva ricevuto praticamente tutto: salute, bel fisico e soprattutto ricchezza da parte dei nonni paterni che a suo tempo erano emigrati in Australia facendo fortuna. Inoltre, a trent’anni aveva trovato l’amore della sua vita, Sofia Ugolini incontrata a Rimini. Amore a prima vista, cerimonia celebrata da un assessore  Comunale e viaggio di nozze..nella sua casa a Rimini, si  era in piena estate il periodo migliore per quella località. Sofia era nata in Olanda da genitori italiani emigrati ad Amsterdam che  avevano fatto fortuna in modo più o meno legale, in quel paese la droga ‘viaggia’ senza problemi…Ritornati a Roma i due coniugi presero alloggio nella villa di Rodolfo denominata ‘Ulisse’ villa facente parte di un complesso intitolato dal costruttore, forse fanatico degli eroi greci: ‘Il Sentiero dei Guerrieri’. Villa meravigliosa a tre elevazioni con al pian terreno un ampio garage dove era sistemata la Giulia di Rodolfo il quale aveva il ‘piede pesante’ e ‘raccoglieva’ troppe multe per eccesso di velocità correndo il rischio di perdere molti punti dalla patente e dover ridare gli esami di guida. Alzata d’ingegno: vendere la Giulia ed acquistare una Lamborghini ed una Fiat 500 intestati alla moglie con targa olandese e quindi praticamente invisibile ai Vigili Urbani ed al fisco italiano! Ma non tutti gli dei dell’Olimpo avevano in simpatia Hermes, protettore di Rodolfo a cui fecero uno sgarbo tremendo facendogli morire l’adorata consorte per un tumore all’utero. Dopo la tumulazione della salma nella cappella di famiglia al Verano Alberto si era chiuso in se stesso, girava per casa come istupidito, la maggior parte dl tempo sul divano, nemmeno la TV lo interessava più. Mangiava qualcosa preparatogli da Lia, Rosalia Cucinotta siciliana che col marito Saro, Rosario Donato risiedeva nella vicina dépendance. I due coniugi messinesi erano giunti a Roma in seguito al suicidio della figlia sedicenne, tramite un paesano avevano trovato lei il posto di cameriera cuoca, lui tuttofare in casa di Rodolfo. In quella infausta occasione: “Cavaliere, anch’io da padre ho provato quel dolore immenso della morte di una persona cara, io e mia moglie le saremo sempre vicini qualsiasi cosa le serva.” “Grazie Saro ed a te occorre qualcosa?” “Veramente io e mia moglie…ma sarebbe chiedere troppo!” “Parla.” “Io e Lia  desidereremmo che la salma di nostra figlia fosse sepolta vicino a quella di sua moglie, ma la spesa per il trasporto sarebbe eccessiva!” “Non ti preoccupare della spesa, prepara la pratica con un’impresa di onoranze funebri poi fammi sapere il costo, ti rilascerò un assegno.” Saro abbracciò commosso il suo datore di lavoro, pensò che non solo i siciliani hanno buoni sentimenti. La pratica fu risolta nel giro di una settimana, i tre erano uniti da un dolore comune, i due dipendenti avrebbe fatto qualsiasi cosa per Rodolfo, Lia addirittura pensò… “Cavaliere non voglio essere cinico né troppo invadente ma anche se grandi dolori ci sconvolgono l’esistenza la vita continua, provi con un avviso insolito su un quotidiano locale, qualcosa che stuzzichi la fantasia di qualche ragazza fuori del comune….” Pian piano l‘idea penetrò nel cervello di Rodolfo, nessuna avrebbe potuto cancellare il ricordo della consorte deceduta ma…Ad un giornale locale: ”Vorrei dettarle un annuncio sulle varie, posso? ‘Cerco ragazza colta, semplice, spontanea, con alto senso dello humour, fisico longilineo, sempre allegra e ottimista che possa farmi compagnia diuturna. Telefonare al n.-------“Rodolfo ebbe molte richieste, ne selezionò una al mattino ed una al pomeriggio, non voleva ragazze vocianti nel suo ingresso. La prima era una bionda (sicuramente tinta) alta, piuttosto magra con camicetta scollata da cui si intravedevano due tette piuttosto voluminose e con una minigonna a quadri: “Signore penso di essere di suo gusto anche se talvolta sono distratta, oggi per esempio ho dimenticato di indossare gli slip…” e mostrò un pube tipo foresta tropicale.” Ignorante e talpa, non aveva capito niente dei desiderata di Rodolfo.”Grazie signorina, mi lasci il numero del suo telefonino, le farò sapere.” Il pomeriggio una bruna media altezza, viso abbronzato o meglio una mulatta che parlava abbastanza bene l’italiano: “Al mio paese mi hanno eletto miss ‘cioccolato’ e mostrò un paio di tette belle ma dal capezzolo grande e nerissimo…” “Rodolfo le diede la stessa risposta come alla prima venuta, gli facevano una brutta impressione sia i capezzoli neri che le grandi labbra nere della cosina. Mattina seguente una castana altezza media, naso  lungo il resto passabile, Rodolfo la scartò subito, i nasi lunghi gli facevano pensare ad un travestito. Il pomeriggio una rossa fuoco, dimostrò di avere cattivo gusto, risposta standard. Il pomeriggio: una biondina occhi azzurri non molto alta parlava un italiano altalenante, sicuramente dell’Est in Italia in cerca di sistemazione per poi ritornare al suo paese ben sistemata finanziariamente rispedita via con solita risposta. La mattina dopo finalmente una castana alta, occhi grandi, naso piccolo come pure le tette ma voce da cartone animato, sembrava paperina. Rodolfo si stava stancando e lo fece presente a Saro il quale: “Cavaliere ricorda il detto ‘perseverando arrivi.’” Cavolo,  Saro aveva citato un detto di D’Annunzio sicuramente non era un’ignorante, dimostrò che aveva studiato. Il pomeriggio riposo, Fofò come lo chiamava la moglie si era stancato e si sentiva disilluso, in giro c’erano tante belle ragazze solo a lui capitavano delle poco raffinate e senza alcuno stile. La mattina dopo  una ragazza di suo gusto: alta, castana, viso regolare, bocca invitante, gambe chilometriche, finalmente pensò Rodolfo una ragazza degna di essere prescelta sino a quanto la stessa non aprì la bocca: “Io vorrei stare da lei ma non capisco perché diuturna, io sono castana naturale!” Rodolfo rimase senza parole, una ignorantona, la scaricò  con la solita scusa.  Nel frattempo  in una villa del Sentiero dei Guerrieri, secondo quanto riportato da Saro era accaduta una tragedia. Un dirigente di una nota banca si era gettato dalla finestra, le indagini erano ancora in corso ma correva voce che ci fossero stati degli ammanchi di grosse somme e se ne cercavano i colpevoli. Quel suicidio poteva essere considerato una confessione ma il morto si era portato nell’aldilà il segreto. Sempre secondo Saro tragedia su tragedia in quanto la vedova era casalinga con una figlia, non aveva diritto a pensione ed inoltre doveva pagare un grosso mutuo acceso per l’acquisto della abitazione. Il caso volle che Rodolfo dovendo uscire di casa scendesse  con l’ascensore a cremagliera trovandosi davanti madre e figlia che dovevano salire alla villa Paride. Rodolfo fece un inchino, non parlò di condoglianze (troppo scontato) e le due entrarono in ascensore. Rodolfo notò che madre e figlia non indossavano abiti scuri, a nessuno in fondo interessa dimostrare in tal modo il proprio dolore, ognuno lo tiene dentro di sé. Rodolfo aveva fatto in tempo a notare lo stile e la signorilità della signora Giorgia, la figlia Aurora, più magra era la copia della genitrice.  Di passaggio Nando che sfoderò un risolino. “Fai ridere anche me, oggi non sono di buzzo buono.” “Dovrebbe far rientrare nelle orbite gli occhi, li ha lasciati appresso alla signora Giorgia ed alla signorina Aurora. Qualora voglia potrei trovare l’occasione di farvi incontrare ma se lei non lo desidera…” “Come si dice in siciliano paraninfo o ruffiano?” “Lei ha svicolato per non rispondermi, ho capito il suo era un si. Una mattina il telefono: sono Giorgia Mariani, mi ha detto il suo attaché che ha studiato lingue, mia figlia Aurora avrebbe bisogno di ripetizioni in quel campo, pensa di poterla aiutare?” “Si madame, ho studiato in Inghilterra ad Eton nello Berkshire, quando vuole sono a sua disposizione, preferirei venire a casa sua.” “Quando vuole io e Aurora siamo qua.” Rodolfo anche se un po’ in confusione, non si aspettava quella telefonata, si vestì di tutto punto ‘all’inglese’  e suonò alla porta di Villa Paride. Venne ad aprire la figlia che, con un cortese ‘si accomodi’ lo fece entrare nel salone dove giunse anche la madre. “Non mi sarei mai permessa di chiamala per telefono se non per quanto dettomi dal suo cameriere circa la sua conoscenza delle lingue.” “A scuola avevo problemi solo con le materie scientifiche, facevo bella figura in latino, in greco, in francese e ovviamente in inglese.” Quanto prende all’ora per le ripetizioni?” “Missis mi mette in crisi, non mi permetterei mai di chiedere un compenso soprattutto ora…sarà solo il piacere di rinverdire le lingue.” Si presentò Aurora con dei libri in mano: “Andiamo nello studio, vieni anche tu mamma, una ripassatina ti farà bene!” Rodolfo sfoggiò subito il suo inglese perfetto con meraviglia di mamma e figlia. Aurora “Lei ha un accento migliore di quello della regina d’Inghilterra, peccato…” “Peccato cosa…” “Seguivo un mio pensiero, seguitiamo la lezione.” Le lezioni proseguirono anche in casa di Rodolfo, i due non erano mai soli per la presenza di Rosalia che faceva le pulizie.  “Sicuramente il suo cameriere le avrà rivelato la nostra situazione finanziaria, mia madre ha ricevuto varie proposte da parte di signori che…immagni lei cosa pretendevano, mia madre è donna di altri tempi, tutta d’un pezzo ‘frangar non flectar’ dicevano i latini, mi spezzo ma non mi piego intanto noi due siamo finanziariamente in un mare di guai. A parte la spesa giornaliera abbiamo sulle spalle un mutuo da settecento Euro al mese…” “Cara Aurora, io oltre a Rodolfo ed a Pericle mi chiamo pure Francesco come quel santo tanto generoso, potrei pagarvi almeno il mutuo annuale che ammonta a ottomilaquattrocento Euro, questo è un assegno che copre la cifra, è della stessa banca dove lavorava tuo padre.” Per ringraziamento Rodolfo ebbe un bacio in bocca estremamente piacevole, ci sapeva fare la ragazza.  Il pomeriggio si presentò Rosario: “Cavaliere ci sono delle novità, La madre di Aurora, visto il suo assegno l’ha strappato in mille pezzi urlando contro la figlia, hanno litigato di brutto,  la signora Giorgia è furente con lei, indossi una corazza se viene a trovarla.” Previsione azzeccata, dopo poco suonò il campanello di casa di Rodolfo il quale pensò bene di indossare un casco di motociclista, aprì la porta e si trovò di fronte madre e figlia, la seconda si mise a ridere come una pazza, la madre rimase interdetta…non si aspettava quella sceneggiata, preferì sparire dalla circolazione. Aurora entrò in casa: “Rodolfo è troppo pomposo, non hai un diminutivo?” “Si da piccolo mi chiamavano Fofò ma è un po’ ridicolo.” “A me piace il nome e chi lo porta.” “Chi lo porta  stacca un altro assegno ma non te lo fare strappare perché è l’ultimo, devo telefonare in banca per farmi portare un carnet nuovo.” “A Fofò piacciono le femminucce?” “Si ma le maggiorenni, alle bambine solo sculacciate!” “Non pensare che con l’assegno mi senta remunerata di quello che voglio fare, tu mi piaci come uomo, ho lasciato il mio boy friend perché è infantile e sciocco, vuoi sostituirlo, intanto fammi vedere…Aurora prese a slacciare i pantaloni di Fofò con ciccio alle stelle, andò in bagno per un bidet. “Se stò coso non smette di crescere mi distruggerà il fiorello!” Il ‘ciccio’ d Fofò non distrusse niente anzi fece provare alla padrona degli orgasmi fortissimi avendole trovato il punto G. Conclusione: mammina si rassegnò al volere della figlia ed ai bei soldini che portava a casa, …pecunia non olet!

  • 13 luglio 2020 alle ore 10:40
    EMOZIONI INCONSUETE

    Come comincia: Alberto Minazzo con il grado di maresciallo  della Finanza  da Domodossola era stato trasferito a Roma alla Compagnia Presidiaria al comando del distaccamento ‘Zecca’. Subito era andato a trovare la zia Armida vedova di un suo omonimo zio. Commozione e feste a non finire, qualche lacrimuccia da parte della zia: “Nipote cattivo, non sei mai venuto a trovarmi.” “Adesso son qui per sempre, spero, sono in licenza di trasferimento,  fammi vedere se sai ancora cucinare senza farmi fare, ‘more solito’ la fine di Gargantua e Pantagruel, Alberto aveva usato il francese in quanto la zia era professoressa di lingue. Il vecchio portiere del caseggiato in via Conegliano, tale Nando soprannominato ‘er cedola’ (per i non  romani scroccone) aveva sparso la notizia in tutto il palazzo dove Alberto era  cresciuto al secondo piano con la zia Armida e la nonna Maria ora deceduta. La notizia venne all’orecchio anche  di Oscar Torregiani un coetaneo con cui Alberto aveva frequentato il liceo scientifico Cavour nell’omonima via poi le loro strade si erano divise. Oscar si era laureato in farmacia, conseguita la laurea, suo  padre ricchissimo gli aveva intestato una farmacia in centro. Allorché frequentavano il liceo scientifico mentre Alberto si dava da fare con le compagne femmine dell’istituto, Oscar in quel campo non era portato anzi rifuggiva in un certo senso le ragazze. Di solito i compagni di scuola in queste occasioni diventano fautori di stalking ma Oscar si faceva benvolere facendo in ogni occasione la parte dell’anfitrione sia al bar che in occasione di feste. Oscar venuto anche lui a conoscenza della notizia pensò bene di organizzare un sabato sera una festa sul terrazzo del suo attico, la notizia fu riportata ad Alberto da ‘er cedola’ che gli comunicò  anche del matrimonio di Oscar, notizia che lasciò perplesso il maresciallo che tuttavia ci  sorvolò, ne aveva viste tante di situazioni particolari in campo sessuale soprattutto a Domodossola, stazione internazionale molto  frequentata da personaggi di tutta Europa. Il  sabato la conoscenza di Aurora Bernardini col bel maresciallo che in quell’occasione si era azzimato alla grande e faceva la sua ‘porca’ figura. Ad Alberto, stranamente venne in mente una frase di un collega  quando era in forza alla brigata di Montecrestese che, in occasione della presentazione  della novella sposa,   disse in siciliano: “addumate torce e lumere cà se cannusce ò sticchio e mà mujere’ il cervello di Alberto talvolta gli faceva questi scherzi! Lui fu uno dei primi a giungere in casa di Oscar accolto con abbracci dal padrone di casa, gli altri erano per lo più vecchi compagni di scuola che si sfotticchiavano fra di loro: “Dì la verità ce la fai ancora altrimenti posso sostituirti.” “Ma vedi d’annattene, non sai più nemmeno tu dove t’è finito il pisello.” Ovviamente tutti attenevano l’arrivo della sposa che volutamente si fece aspettare ma quando  ‘emerse’ dal buio  del salone fu accolta da un applauso scrosciante. Commenti un po’ di tutti: “An vedi stò gran fijo dé zoccola che gran gnocca ha trovato!” e frasi analoghe.  Aurora aveva indossato un vestito nero di seta chiuso sino al collo con una collana di perle di gran pregio, un braccialetto d’oro bianco con brillanti al polso destro, al sinistro un orologio MEGIR con corona diamantata. La dama metteva in mostra un favoloso fisico longilineo, unico difetto agli occhi di Alberto il seno piuttosto abbondante ma…vai a guardare il pelo! C’era una gara fra i maschietti a chi si accaparrava la padrona di casa per un ballo, Alberto furbamente rimase in disparte, aveva un suo piano. Gli si avvicinò Oscar: “Non ti piace mia moglie?” “Ci potremo vedere alla fine della festa o in un’altra occasione, troppa concorrenza.” Alberto aveva giocato bene le sue carte, Oscar lo invitò a cena un sabato, erano soli in tre:”Come vedi questa sera non c’è concorrenza volevo dire confusione, la cena ci verrà fornita dal ristorante di via Aosta, la cuoca cucina divinamente. Aurora si era presentata con minigonna a fiori, camicetta ampiamente scollata che faceva intravedere due piccoli seni che sensualmente si movevano causa mancanza di reggiseno. Alberto prese confidenza e: “Scusa ma quel gran seno che mostravi l’ultima volta?” “Avevo un reggi imbottito come piace ad Oscar, lui ha molte manie e gusti personali…”  Nel frattempo Oscar si era allontano: “Ero iscritta all’Università in lingue quando i miei genitori sono finiti con l’auto sotto un camion fermo ai lati della strada, morti sul colpo.  Mio padre era impiegato al Comune, mia madre casalinga e così accettai la corte di Oscar che poteva risolvere i miei problemi finanziari. Ha voluto ad ogni costo sposarmi ma è stato onesto  mettendomi al corrente  dei suoi problemi in campo sessuale. Io mi ero lasciata da poco col mio fidanzato, un  collega di Università e fu giocoforza accettare, da allora la mia vita è totalmente cambiata ma…Nel frattempo erano giunti due camerieri con dei vassoi contenenti le cibarie, e due bottiglie di vino Sangiovese. Classica cucina romana che Alberto aveva quasi dimenticato quando era in servizio a Domodossola. La serata era piacevolmente fresca ed Oscar aprì la serranda, una luna piena portava al romanticismo. Aurora abbracciò Oscar che rispose con un bacio appassionato nello stesso tempo abbassandosi i pantaloni e gli slip, Aurora lo seguì restando completamente nuda, un corpo meraviglioso che portò il ‘ciccio’ di Alberto ad un innalzamento notevole per finire in bocca ad Aurora mentre suo marito cominciava a masturbarsi, un cuckold questo il segreto del padrone di casa. La situazione ebbe un’evoluzione con il trasferimento dei tre sul letto matrimoniale, Alberto supino con Aurora sopra di lui che, dopo l’immissio penis, prese a muovesi facendo ruotare il bacino, Oscar pian piano riuscì a penetrare nel popò della consorte…e così andarono avanti sin quando il marito si allontanò. Alberto girò il corpo d Aurora anche lui provò le gioie di un popò godereccio in quanto la padrona si toccava nel frattempo il clitoride, un doppio gusto poi Oscar si ripresentò e con faccia sorridente: “Ragazzi che ne dite di una tregua?” La situazione si presentava più o meno nella stessa maniera ogni sabato, Oscar era il più felice in quanto in una analoga passata esperienza il terzo uomo  lo aveva ‘sputtanato’ per fortuna con persone che non facevano parte del giro di amicizie di Oscar e di Aurora. Quest’ultima si stava innamorando di Alberto, quando rimanevano soli le spuntava qualche lacrimuccia, forse la situazione non era di suo gradimento ma secondo il vecchio principio ‘pecunia non olet’ doveva subire in silenzio. Una novità una sera a tavola: “Miei cari, in farmacia ho conosciuto una brasiliana Luanache fa parte di un circo che si è istallato alla periferia di Roma, mi ha chiesto dei condom che io le ho regalato poi l’ho invitata a casa mia, ha accettato anche perché lo ho messo in mano duecento Euro, la sto aspettando. Citofono, affacciatosi al balcone Oscar notò una ragazza con in mano una valigia ed un taxi che si stava allontanando. Le aprì il portone: “Piano attico”. Figurati se Nando non si immischiava: “Signorina le porto io la valigia, entri in ascensore.”  “Grazie Nando (Oscar pensò sei il solito figlio di puttana) e gli mollò un cinquantino. “Signori questa è Luana, il suo circo si fermerà a Roma per circa un mese ed il l’ho invitata a casa mia. “ La notizia fece felice Alberto non altrettanto Aurora, la nuova venuta aveva tette grosse come le amava suo marito. “Luana aveva un  nonno di origine italiana e perciò parla la nostra lingua un po’ a modo suo.” “Come la va signori, spero di non sturbarvi troppo con mia presenza. Io amo molto cibo italiano, il mio stomachino reclama…” “Reclamo accettato.” Poco dopo apparvero i soliti due camerieri decisamente incuriositi ma la loro curiosità sparì di colpo alla visione di un cinquantino ognuno.  Alberto era di buzzo buono, sfruguliò Oscar: “Finalmente il tuo desiderio è stato accontentato.” Si intromise Luana: “Oscar aveva desiderio?” “Si di toccare due tette grosse come le tue!” “Gran risata di Luana che tirò fuori dal reggiseno due palle bellissime a punta, non erano certo rifatte, tutte naturali. Battimani da parte dei due maschietti, indifferenza da parte di Aurora che se ne andò nel salone mettendo sul lettore da salotto un CD con le musiche del Carnevale di Rio de Janeiro che tanto piacevano ad Oscar il quale, approfittando dell’occasione prese a ballare con Luana. Alberto seguì Aurora ormai pazzamente innamorata di Alberto il quale ne approfittò per penetrare una ‘topa’ vogliosa e pienamente accondiscendente. I due non si accorsero che erano stati seguiti da Luana e da Oscar il quale piegò in due Luana e penetrandola nel ‘popò’. Alla fine una sorpresa, Luana aveva qualcosa di più, era un trans, Oscar si trovò in mano un ‘marruggio’ inaspettato e alzò alti gemiti come la vergine Cuccia di  pariniana memoria. Accorsero Alberto ed Aurora i quali allorché si resero conto della situazione si misero a ridere a crepapelle, non la finivano mai. Passata il periodo ridanciano Alberto ed Aurora si avvicinarono a Luana, per curiosità presero in mano il suo ‘cosone’ sempre più incuriositi e Aurora  cominciò a masturbarlo sino alla sua eiaculazione. “Stò zozzone mi ha sporcata tutta!” Così fini la prima entrata in scena di Luana, Oscar era sempre incerto se la situazione fosse di suo gradimento. Dietro la spinta della consorte prese anche lui a giocare col ‘coso’ e se lo posizionò nel suo ‘popò’, si era scoperto anche bisessuale! Il mese di vacanza di Luana finì lasciando un Oscar depresso, si era innamorato di …lei…di lui.L’accompgnò con la sua Jaguar al circo, lasciò che un inserviente prendesse la sua valigia  e sparì dalla sua vista senza nemmeno salutarla. Il menage a tre seguitò, Oscar si era abituato ad eccitasi vedendo Alberto e Aurora fare l’amore, poi talvolta subentrava lui ma non più come una volta. Alberto capì la situazione, si recò in un negozio di sexy toys ed acquistò un vibratore a batterie, aveva compreso i desiderata del marito della sua amante. Talvolta Aurora si recava al distaccamento ‘Zecca’ a trovare Alberto suscitando l’ammirazione dei finanzieri: “Marescià lei c’ià l’occhio bono!” Oscar andava ogni giorno di più deperendo, non aveva voluto farsi visitare, un cancro al colon l’aveva portato  a morte con gran dispiacere (diciamo gioia) di Alberto e di Aurora che poterono sposarsi e godersi la sua eredità.

  • 11 luglio 2020 alle ore 9:51
    L'ORSA

    Come comincia: Domenica pomeriggio, Messina, primi di dicembre fuori il tempo non prometteva nulla di buono, Alberto Minazzo maresciallo delle Fiamme Gialle si stava godendo in televisione un documentario girato in Alaska da un fotoreporter coraggioso, in primo piano un’orsa con due cuccioli  che stava traversando il fiume in piena ma, mentre la madre era riuscita a guadagnare la sponda opposta gli orsetti ancora faticavano a nuotare in mezzo alla corrente senza riuscire a raggiungere la genitrice. Due pescatori su una barca assistevano alla scena, malgrado fosse pericoloso presero il coraggio a due mani, raggiunsero i due orsetti e prima l’uno poi l’altro li issarono a bordo del loro natante depositandoli a riva ed allontanandosi velocemente non conoscendo quali sarebbero state le reazioni di mamma orsa la quale invece, inaspettatamente si alzò sulle zampe posteriori emettendo un bramito prolungato come  di ringraziamento. La scena fece commuovere Alberto, gli ricordò quando in tempo di guerra con papà Armando, il fratello Vasco ed il cugino Luciano (tutti deceduti) andava nei quartieri poveri a distribuire beni di prima necessità racimolati presso persone abbienti. Il padre erano l’unico giovane impiegato di un istituto di credito rimasto in Patria in quanto portatore di protesi ad una gamba in seguito ad incidente stradale, i suoi colleghi spediti in Russia, non avevano più fatto ritorno a casa, maledetto quel pazzo che…Alberto non aveva motivi per essere di buon umore, separato dalla poco gentile consorte decise di uscire da casa non che fuori ci fossero motivi di buon umore, a parte il tempo vide sui scalini di una chiesa un poveraccio che cercava di ripararsi dal freddo con una coperta logora, gli si avvicinò lasciandogli in mano cinquanta Euro e domandandosi perché i signori ‘bacarozzi’ non gli aprissero la porta per offrigli un riparo al chiuso. Passò dinanzi ad un cinema e, senza vedere il titolo si infilò in platea mostrando la tessera e quindi…’a gratis’. Cazzo, un film di guerra ma ormai era al caldo, decise di restare fino a quando sentì una mano tastargli le parti intime. Si era appena accesa la luce: “Ti dò cinque secondi, poi ti arresto!” Il cotale sparì dalla circolazione. Alberto non aveva nulla contro i diversi, ormai erano di moda le famiglie arcobaleno, i figli di due padri o di due madri purché tutti consenzienti. Alberto uscì dal cinema ma poiché ‘nullo vivente aspetto gli molcea la cura’ passando d’istinto dinanzi alla caserma si fece aprire il portone e: “Maresciallo che fa qui a quest’ora e di sabato!” “Ho dimenticato qualcosa nella scrivania.” Si accomodò nella sua sedia di Capo Sezione, la mattina circa settanta finanzieri di ogni grado passavano dinanzi a lui per firmare il foglio di presenza, era l’amico di tutti e talvolta metteva delle firme apocrife di qualche calabrese che, causa ritardi dei treni arrivava fuori orario. Non aveva alcuna voglia di ritornare a casa, passando dinanzi al Circolo Ufficiali di Presidio chiese al piantone di parlare col maggiore Strano, suo amico che lo fece entrare. “Ormai è tardi stiamo per chiudere, com’è solo soletto, niente femminucce?” “Son finiti i bei tempi, forse le donne mi considerano un vecchio rudere…” “Ho capito è di cattivo umore, vedo che lei è a piedi, guardi c’è una signora vedova che sta uscendo… signora Aimée c’è qui un maresciallo della Finanza che gradirebbe un passaggio, sta iniziando a piovere e lui è senza macchina.” La signora alta, bionda longilinea non aveva nulla dei caratteri delle donne del profondo sud, squadrò Alberto che passò l’esame: “Dove abita?” “In viale dei Tigli ma se per lei è fuori mano…” “Al contrario ho una villa sulla circonvallazione, mi viene di passaggio…e se la invitassi a casa mia, non ho proprio sonno…sono Aimée Dubois, ma non  faccia quella faccia, sembra le sia morto il gatto!” “Sono Alberto Minazzo, la mia gatta Luna, bellissima e tigrata è in perfetta salute solo che non ama gli estranei, soprattutto donne…” “Bene allora andiamo a conoscerla, lei mi stia vicino non vorrei che mi graffiasse!” Da dietro la porta d’ingresso si sentivano  i miao di Luna, aveva sentito il rientro del padrone il quale quando aprì la porta se la trovò fra le braccia. “Bellissima chissà quanti bei gattini avrà sfornato.” “Ho preferito di no e quindi…” “Che brutta abitudine…” “Luna girò il muso ed inquadrò la nuova venuta, doveva essere di suo gradimento perché non protestò anzi le si gettò fra le braccia. “Stranissimo non lo fa con nessuno soprattutto femminucce, vuol dire che la inviterò più spesso a casa mia, in fondo è lei la padrona, io sono divorziato.” “Ed io vedova di un ufficiale dell’Esercito italiano, una granata…” “Che vogliamo fare, ora che è qui…io non ho sonno anche se domattina il dovere mi chiama ma posso ‘marcar visita’ come si dice in gergo  militare che lei dovrebbe conoscere.” “Cavolo che bel panorama, tutta la Calabria illuminata ed anche il porto di Messina, una visione rilassante, chissà quante belle donne avranno ammirato il panorama.” “Purtroppo di recente zero assoluto, sono divorziato da poco ed ancora mi son rimaste le ferite…ci vorrebbe una buona crocerossina…” “Se è un richiesta ufficiale aderisco, magari riaccendiamo i riscaldamenti, Luna si è rifugiata nel suo bel giaciglio al calduccio.” Dopo circa mezz’ora: “Ora si che mi sento a mio agio, le dispiace se mi spoglio un po’, comincio a sentire gli effetti del riscaldamento.” Aimée rimase in reggiseno e mutandine, Alberto cercò una battuta di spirito per uscirne con stile, non trovò altro che: “Una volta le sarei saltato addosso!” “Meglio saltare sul letto, voi maschietti pensate solo al sesso…talvolta anche la sola compagnia…” Aimée raccontò della sua gioventù, come aveva conosciuto suo marito che l’aveva lasciata vedova non inconsolabile ma decisamente aisée ossia ricca. Anche Alberto descrisse la sua vita passata e poi si addormentarono. Alle sei e trenta suonò la sveglia, Alberto alle sette e mezza chiamò il centralino della caserma: “Sono Mazzoni per favore passami l’aiutante maggiore. “ “Signor maggiore m’è venuta quasi sicuramente l’influenza, chiamerò il dottor Cimarosa per farmi concedere cinque giorni di riposo.” “Si di riposo a letto, chissà con quale mignotta, oggi è domenica, sveglia e buon divertimento!” “Ho capito male ma quel tale mi ha classificato mignotta?” “Ha usato un’espressione sbagliata voleva forse dire simpatica signora!” “Colazione da igienista, fette biscottate integrali, Yogurt con Lactibacillus Bulgaricus, prugne essiccate. “Voglio provare anch’io a cambiare  l’alimentazione, a proposito hai idee dove andare a pranzo?” “Conosco vari ristoranti ma preferisco che lo scelga tu.” “Ho capito, ci hai portato qualcuna delle tue ‘mignotte’ come dice il maggiore e non vorrai che io sia scambiata per una di loro.” “Sei troppo machiavellica…va bene hai ragione andiamo dove vuoi tu.” “In via Ghibellina c’è Alfonso un ex pescatore che ci farà mangiare pesce freschissimo.” “Andiamo con la tua macchina, cavolo ieri sera non avevo fatto caso alla marca della tua auto, una Borgward Isabella sono anni che non la fabbricano più.” “Era di mio marito, la tengo per suo ricordo, siamo arrivati.” “Gentile signora Dubois è un bel po’ che non la vedevo, ho elle aragoste giunte poco fa oltre che il solito brodetto di pesce ed anche  delle linguine ai ricci di mare.” “Egregio signore lei sa che è proibito pescare i ricci, c’è una contravvenzione altissima!” “Caro Alfonso, il signore è un maresciallo della Finanza, per questa volta chiuderà un  occhio anzi tutti e due, vero caro?” Alberto aveva capito di aver toppato, chiese scusa ad Aimée: “Talvolta mi lascio trasportare…” Alla fine del pranzo: “Tutto eccellente, specialmente le aragoste che dicono sono afrodisiache, che ne dici proviamo se è vero?” “Cara…vedremo, non ci tengo a fare brutte figure anche se tu sei una donna meravigliosa ed appetibile.” “Grazie per l’appetibile, cerca di non  mordermi!” La casa di Aimée era una villa a due piani circondata da giardino, vasca con pesci rossi,  cespugli ben tenuti, si vedeva la mano di un giardiniere. All’interno mobili antichi la cui presenza meravigliò Alberto. “Ho acquistato questa villa come la vedi, non ha voglia di comprare mobili nuovi, avere tra i piedi operari che vanno e vengono, sono di natura misoneista, non ti meravigliare del vocabolo, ho studiato al classico e qualcosa ancora me la ricordo.” “Misoneista in generale anche in campo sessuale?” “Diciamo che è un po’ di tempo che non mi ‘esercito’ in quel campo, sono di gusti difficili e mi infastidiscono gli imbecilli, non ti preoccupare tu non lo sei anzi pemettimi…” “Il primo bacio prolungato, saporito ancora di pesce, così iniziò la relazione fra Alberto che aveva ripreso ‘le penne’ ed un’Aimèe anche lei di nuovo in forma. Al Circolo Ufficiali si era formata una nuova coppia che il maggiore Strano volle festeggiare con un brindisi.

  • 26 giugno 2020 alle ore 9:27
    LA PIÚ BELLA

    Come comincia: “Come la immagini la donna più bella con cui potresti far conoscenza, hai un’idea precisa?” Alberto era rimasto sorpreso dalla domanda del suo amico e collega Franco, ambedue marescialli delle Fiamme Gialle, si trovavano ai piedi di una nave da crociera nel porto di Messina con una scaletta poggiata sul molo dalla quale dovevano scendere i passeggeri che andavano a visitare le locali bellezze artistiche o per imbarcarsi su di un pullman per andare a visitare Taormina. “Non so come ti è venuta in testa stá domanda, per puro esercizio di fantasia te la descrivo: altezza circa un metro e settantacinque, capelli castani lunghi sino alla vita, occhi grandi e di color verde chiaro, piccolo naso all’insù, bocca invitante con labbra non eccessivamente grosse, collo alla Modigliani, seno non più della misura tre, vita stretta, pancino piatto, gambe chilometriche, piedi da far impazzire un feticista, ti basta?” “E come personalità?” “Hai ragione, la cosa più  importante: sorridente, sicura di sé, con notevole spirito dello humour.” “Insomma una statua vivente descritta da Prassitele.” “Ecco, bravo ora torniamo con piedi a terra e controlliamo i passeggeri, c’è sempre qualcuno che vuole fare il furbo vendendo provviste di bordo soprattutto stecche di sigarette.” Nessuna faccia sospetta, visi da padri di famiglia con moglie e pargoli al seguito, giovin pulselle non particolarmente avvenenti, vecchie signore che spendevano i soldi della liquidazione sperando di trovare qualche giovane squattrinato a cui riempire le tasche per poi farsi ripagare sessualmente. Per ultimo  un ‘boom’: una ragazza favolosa seguita sulla scaletta da un gruppo di ragazzotti allupati che le facevano da scorta. Alberto non si fece sfuggire l’occasione e mostrando la tessera di appartenente alla G. di F: “Signorina la prego di seguirci in caserma.” Il reparto era abbastanza vicino al porto, i ragazzi non furono fatti entrare, il portone fu loro chiuso in faccia e: “Signorina per favore i suoi documenti.” “Je suis Marianne Montfort, sono francese ma parlo anche italiano come mia madre che era di Roma.” “Bene una mia paesana, “andiamo al nostro bar non è eccezionale ma almeno eviteremo quella moltitudine di ragazzotti che la stavano importunando, io sono Alberto Sassoli e questo è il mio collega Franco Iannello, le consiglierei un Campari soda che io amo ma se lei preferisce un’altra bevanda…” “Va bien le Campari soda, anch’io l’amo.” A Paolo, l’appuntato barista gli occhi erano usciti dalle orbite, sbagliando aveva preso dal frigo tre Aperol.” “Paolo ti sei imbranato, vogliamo tre Campari soda.” “Qu’est il arrivé” “Le barman était confus par votre beauté.” “Maresciallo che le ha detto alla signorina?” “Che sei ricchione, il conto è spese tue bello di papà!” Finito l’aperitivo Albertone ne pensò una delle sue: rimorchiare la baby, farle interrompere la crociera e portarla…dove la ragazza preferiva. A questa proposta  Marianne all’inizio rimase perplessa poi: “Mi fido perché so che sei della Polizia o cosa del genere, andiamo a prendere i miei bagagli. Alberto andò nell’autorimessa dove sostava la sua Jaguar X type acquistata con i quattrini avuti in eredità dalla defunta zia Giovanna, fece salire a bordo la ragazza e suonò il clacson per farsi aprire la porta carraia dove il piantone Nando, suo paesano romano s’era fatto uscire anche lui gli occhi dalle orbite: “Nando aribbutta dentro l’occhi sennò resti cecato, apri sta porta!” Marianne salì sulla scaletta della nave, chiese ad un addetto di portarle le due sue valige, lasciò ad un ufficiale di bordo il suo biglietto della nave e sorridendo riprese posto sulla Jaguar. “Dove siamo diretti a Taormina?” Alberto se la pensò, a Taormina avrebbe trovato la solita confusione di turisti che lui non amava, pensò ad un’altra soluzione: “C’è il padre di un mio amico defunto che ha una villetta a Scaletta Zanclea vicino al mare, sicuramente gli farebbe piacere avere la nostra compagnia.” “Vada per questa Sca…insomma dove vuoi tu.” Marianne curiosa stava giocando con i tasti del cruscotto, ad un certo punto apparve un programma televisivo: “Accidenti a bordo hai anche la TV, sei tutta una sorpresa!” La situazione si faceva interessante, Alberto imboccò la litoranea sino a giungere a Scaletta Zanclea, seconda strada  a sinistra  dove erano ubicate varie ville, quella del dottor Antonelli era la più vicina al mare. Due cani doberman erano fermi dinanzi al cancello, non abbaiavano sono il loro sguardo era poco rassicurante. Alberto suonò al video citofono, non aveva avvertito il dottore della sua venuta, ebbe un’accoglienza festosa: “Chi l’avrebbe mai immaginato, scendo subito.” Il dottor Antonelli richiamò l’attenzione dei due doberman: “Questi due sono amici miei, andate a cuccia!” I due cani sparirono dalla circolazione, Alberto posteggiò dinanzi all’ingresso della villa, abbracci col dottore: “Complimenti per la signorina, hai sempre avuto buon gusto in fatto di donne!” “Marianne è italo-francese, era a bordo di una nave di crociera, dietro mia richiesta ha preferito visitare la terra italica!” “Sei il solito furbacchione, entra, sistematevi nella camera degli ospiti.” Tutto di gran lusso e di buon gusto, si vedeva la mano di una donna. Marianne sistemò nei cassetti di un armoir parte della sua biancheria e in un armadio i suoi vestiti, si sentiva come a casa sua tanto è vero che uscì dalla doccia col solo accappatoio che aveva trovato, color nero, asciugatasi lo fece cadere a terra rimanendo nuda, per lei una situazione normale, per Alberto decisamente meno. “Per fortuna non ho problemi al cuore…” “Sei fidanzato?” “No intendevo in altro senso.” Marianne o faceva la tonta o veramente pensava che presentarsi nuda fosse una cosa naturale non pensando che effetti poteva suscitare su un uomo…”Mai vista una donna nuda?” “Dì la verità mi prendi per il culo?” “Non capisco questa frase in italiano, traducila in francese.” “Est-ce que tu me pisse,  moquer.” “Mais non, je te ne pisse pas, sono stanca di uomini che mi girano intorno li trovo infantili, sciocchi, sprovveduti. Il problema è un altro, mia madre Adrienne è fuggita da casa con un ragazzo portando con sé un bel po’ di denaro…Ora bando alle tristezze, andiamo a trovare il padrone di casa.” “Ragazzi ho chiesto ala cuoca Rosaria di prepararci una cena speciale per festeggiare il vostro arrivo, il marito, tutto fare ha portato a tavola i più bei fiori colti dal mio giardino, un pò di allegria, vi vedo col muso lungo…” La cena era deliziosa, tutto a base di pesce locale, freschissimo, la cuoca fu chiamata per ricevere i complimenti dei tre, si era commossa. Durante la cena Gaetano volle fare un esperimento: “Prendete una porzione di pesce e buttatela a terra vicino ai due cani, guardate quello che succede. Argo e Dingo non accettarono il dono, guardavano il padrone, dopo che Gaetano li autorizzò presero a mangiare. “Ho addestrato i miei cani a non abbaiare e soprattutto a non accettare cibo da estranei, nelle ville vicine ci sono stati molti furti ed i proprietari oltre a subire un danno economico sono stati pure picchiati, Argo e Dingo sono sempre di guardia.” Una passeggiata digestiva per le vie del paese, ad ogni piè sospinto il signor Antonelli riceveva i saluti rispettosi dei paesani. “Commendatore i nostri ossequi!” “Vedo che lei è benvoluto.” “Quando posso aiuto i più poveri ed anche gli ammalati, la vita dei pescatori è veramente dura. Proseguite voi la passeggiata, vi lascio soli…beata Juventus, non la squadra!” Alberto e Marianne andarono sulla spiaggia illuminata dalla luna, un paesaggio romantico che portò la ragazza ad abbracciare il suo pigmalione. “Che succede ti sei convertita ai maschietti?” “Quando me la sentirò ti dirò quello che mi è successo, per ora accontentati di un abbraccio.” Nella stanza degli ospiti i due unirono i due letti, ambedue in pigiama, di seta lei di cotone lui, vicini ma non tanto da….”Beaux rêves…” Sogni d’oro un par di balle…ciccio sentendo odore di…non voleva andare a ciuccia ovviamente impedendo ad Alberto di addormentarsi fin quando capì che ‘non c’era trippa pè gatti’. Alberto era ancora ad occhi chiusi quando un bacio delicato sulle labbra lo fece ritornare su questo mondo. “Ben sveglio amore mio.” Alberto annuì, la speme è l’ultima dea, il Foscolo non era stato ottimista…Colazione abbondante,  Gaetano pensava che i due avessero bisogno di rifocillarsi dopo una notte…quando mai bianca che più bianca non si può nemmeno col candeggio, vecchia battuta di Carosello. Dopo colazione il commendatore in giro per i fatti suoi, i due sulla spiaggia, Alberto supino, Marianne prona vicino a lui. “ “Avevo giurato eterno odio ai maschi, ho cambiato idea quando ti ho visto per la prima volta anche se non volevo…” “Va bene sono un conquistatore di donne a getto continuo come scriveva Trilussa un poeta romano.” “Voglio raccontarti quello che mi è accaduto, sono insegnante elementare a Parisi, ero diciamo in buoni rapporti con un mio collega che non ho voglia nemmeno di nominare. Una mattina ho voluto fare una sorpresa al mio fidanzato che si era dato ammalato per non andare a scuola; sono entrata a casa sua  non facendo rumore, aperta la porta della camera da letto…uno spettacolo degno di Sodoma e Gomorra, il mio…si faceva inculare da un altro uomo…Ho richiuso la porta, sul corridoio ho vomitato pure l’anima, sono scesa in strada, mi sono seduta su una panchina, non riuscivo a camminare. Una signora in macchina  mi ha notato, è scesa dall’auto mi ha chiesto l’indirizzo di casa mia e mi ha accompagnato sino al portone dove il portiere mi ha accolto portandomi sino al mio appartamento. I miei erano fuori. Ritornando a casa furono informati dal portiere del mio stato, fu chiamato un medico che mi diede un calmante, dormii sino al mattino successivo ma ancora ho negli occhi…da quel momento…” “Mi sono scoperto consolatore di donne in crisi, metterò su un’agenzia…” Marianne sorrise, Alberto era riuscito nel suo intento. “Prendo la Jaguar ed andiamo a Taormina, ho bisogno di un bagno di folla…ed anche di qualcos’altro.” Quel qualcos’altro te lo devi guadagnare!” Eccellente granita al limone con brioches al bar sulla piazzetta, lunga passeggiata sino all’ora di pranzo. I due scovarono una ‘taverna’ modesta ma accogliente, il padrone: “Sono Alfio, catanese, vedo che siete affamati, aspettatevi qualcosa di molto sfizioso.” E così fu, a tavola Marianne si accorse dell’alzata di ‘ciccio’ e si fece una gran risata, buon segno! Ritornati a Scaletta Zanclea Alberto prese congedo da Gaetano per rientrare a casa sua a Messina, voleva che la prima notte…E così fu, Marianne si abbandonò completamente al suo novello amante il quale non si risparmiò tanto che la mattina dopo: “Cavolo ho la cosina tutta arrossata!” “Forse per la vergogna!” “Quale vergogna, me l’hai distrutta, bel maialone…” Marianne rimase per sempre a Messina, in un scuola privata ebbe l’incarico di insegnante di francese e dopo qualche mese sfornò un italo-francese con tanto di pisellone, tutto suo padre!

  • 22 giugno 2020 alle ore 9:34
    M'È RIMASTA SOLO QUELLA

    Come comincia: Classica giornata autunnale,  il due novembre  sembrava voler festeggiare la ricorrenza dei morti: pioggerella insistente, umidità nell’aria, nebbia inusitata a Messina chiamata popolarmente,  va a sapere  perché ’la lupa’, nulla portava al buon umore. Alberto dietro i vetri di casa guardava, al calduccio i rari  passanti che, infreddoliti transitavano sotto il suo appartamento in  viale dei Tigli a Messina. Era domenica, il signore si era accorto di essere rimasto senza una medicina, al computer vide che una farmacia di turno si trovava sulla circonvallazione vicino casa sua, non  aveva alcuna voglia di vestirsi ed uscire, al telefono: “Farmacia Tavilla in cosa posso esserle utile?” La voce squillante di una donna. “Mi occorre il ‘Glucophage 500, l’avete in farmacia?” “Siamo fornitissimi gliela metto da parte?” “In tutta sincerità cò stò tempo non me va d’uscire, ci’avete un commesso…” “Anche in questo campo siamo organizzati, mi dia li indirizzo di casa ed il codice fiscale, Ahmed la raggiungerà quanto prima.” Allora: Alberto Minazzo, viale dei Tigli 23, mnzlrt65p03h501q.” “È sicuro del codice fiscale, dalla q finale capisco che è di Roma come pure dall’accento, mi pare strano il 65 come data di nascita, è sicuro?” “Al Comune di Roma hanno registrato cinquantaquattro anni fa il mio nome e cognome al 3 settembre 1965, se lei mi potesse cambiare l’anno le sarei grato…” “Dalla voce mi sembrava molto più giovanile.” “Mia simpatica signora ci metterei la firma e le offrirei un pranzo, purtroppo di giovanile m’è rimasta solo quella, la voce, resta ferma l’offerta di una libagione a base di pesce al ristorante  ‘Poseidone’’ di Ganzirri.”  “Accettato, non è che lei è sposato?” “Beatamente divorziato…” “Anch’io  divorziata con una figlia e nessuna voglia di stare appresso ad un uomo…” “Una curiosità non è per caso che preferisce i fiorellini…” “Signor Alberto non mi faccia essere volgare, amo i piselli e non  quelli di campo e sono titolare di questa farmacia che porta il nome del mio ex marito,  a domani.”  “Perfetto, una signora con alto il senso dello humour, è un caso raro, appuntamento alle tredici al ristorante, le va bene?” “A me si ma non  penso che trovi posto all’ultimo momento.” “Per Alberto Minazzo ci sono sempre due posti liberi.” “Si ma questa volta siamo in tre.” “Il padrone Demetrio non mi può dir di no, c’è una saletta riservata per i clienti di riguardo, io immodestamente lo sono.” “ Bene signore di riguardo, a domani, io sono Matilde Calabrese, Calabrese solo di nome!” ”  Alberto aveva chiamato subito il ristorante, al telefono  un nuovo cameriere.” “Spiacente signore tutto prenotato.” “Á coso và da Demetrio e digli che il maresciallo Minazzo domani ha due ospiti!” Nel frattempo una suonata al citofono: “Je suis Ahmed de Tunis, j’ai votre médicine.” Evidentemente la farmacista aveva ingaggiato uno del terzo mondo, Ahmed si beccò cinque Euro di mancia e, dopo un: “merci monsieur” si dileguò sotto la pioggia, era venuto in motorino tutto incappucciato. Al ristorante Alberto aveva trovato il posteggio della sua  Giulia Alfa Romeo dinanzi al locale ed aspettava in macchina, con una certa curiosità che si facesse viva stá Matilde e relativa figlia. Precisa come una orologio svizzero la cotale si presentò dinanzi al ristorante con una Mini Cooper,  al volante una ragazza, evidentemente la figlia. La signora Matilde era bionda, scuramente ossigenata, circa quarantenne, altezza media e fisico robusto al contrario della figlia bruna, longilinea più alta della mamma, capelli scuri lunghi sin quasi alla schiena, una bellezza notevole che fece sbriluccicare gli occhi di Alberto. Matilde si accorse subito di quello sguardo di ammirazione e: “Mia figlia Aurora Tavilla ha una fidanzato geloso e campione di karate…” “Io da giovane ho fatto parte della squadra di atletica delle Fiamme Gialle , ero piuttosto bravo nella lotta libera…” Si presentò Carmelo  Giovinazzo, il titolare del ristorante che, dopo un breve saluto con inchino: “Faccio come al solito io?” “Si Carmelo, come al solito.” “La riservatezza di Carmelo mi fa pensare ad una complicità fra di voi, chissà quante fanciulle più o meno giovani hanno frequentato questa saletta!” “Olim, nunc…” “Siamo al latino! Vuol dire che ora ha chiuso i battenti?” Mamma e figlia risero di gusto. Mi avete messo in mezzo, non per farvi un complimento ma un tale che lascia due ‘belle sprit’ come voi è sicuramente uno sciocco! “Il mio ex marito ha preferito una pulsella molto giovane, insomma una toy girl!” “Mi pare che ora sia di moda che anche le signore sono su quella via accaparrandosi dei toy boy.”  “Non è il mio caso, non so che farmene di un giovanotto tutto sesso e niente cervello!” “Bene, una cofana con  brodetto che vedo arrivare in mano ad un cameriere ci metterà tutti d’accordo, non dico buon appetito perché mi dicono l’espressione sia volgare…” Il pane abbrustolito chiesto da Alberto fu di gradimento delle due femminucce che lo intinsero nel favoloso brodetto di scampi, di alici, di seppioline e di  tranci di pesce spada. Alberto aveva lasciato in deposito a Carmelo del Verdicchio dei Castelli di Jesi, vino che aveva vinto un premio al ‘Vinitaly di Verona’.” Lei ha dei gusti raffinati e così che le femminucce cadono ai suoi piedi!” “Recentemente molto meno, un mio amico ortopedico vuole operarmi alle ginocchia che talvolta risentono del cambiamento del tempo e così sono io….” “Sicuramente troverà una anima pia consolatrice, le donne amano anche lo stile dei maschietti!” “Non c’è più religione, una volta erano gli uomini che facevano la corte alle donne, ora lei…” “Lei è un furbacchione ma io ormai ho chiuso in quel campo…” Intervenne Aurora: “Mamma non sei sincera, se trovassi un signore come il qui presente Alberto…” “Non fare l’impertinente un po’ di rispetto per una vecchia signora!” Il finale col un digestivo ananas e poi: “Alberto che ne dice di finire il pomeriggio a casa mia, abitiamo sulla circonvallazione.” “ Bien sur madame.” Si trattava di una villa a due piani con giardino, prato all’inglese e vasca con pesci tropicali arredata in modo moderno, in tutti i mobili si vedeva il tocco della figlia che: “Vado a raggiungere Calogero, fate i bravi!” “Che devo fare con questa figlia, ho già i miei problemi, ci manca solo lei! Per sua fortuna si è fidanzata con il figlio di un ricco proprietario di supermercati, per me è un babbasone come si dice in gergo ma, stavolta me lo permetta ‘pecunia non olet’! Calogero le ha regalato la Mini. Dopo che mio marito ha preso il volo con Orietta  la ragazza che mi aiutava in farmacia la mia vita è cambiata, in sede di separazione legale sono riuscita ad ottenere la proprietà sia della farmacia che di questa villa.” “La cocchia gli è costata un mucchio di quattrini…immagino che non sappia cosa sia la cocchia, è la cosa migliore della donna.” “Vuol dire l’intelligenza?” “ Quando mai, la fica!” Matilde era diventata rossa in viso, Alberto non si aspettava questa reazione, per farsi scusare l’abbracciò. “Non credevo che… mi sembrava un donna più aperta nel senso…” Alberto stava infilando una collezione di gaffes una dietro l’altra, i due rimasero abbracciati, la signora piangeva silenziosamente. Ci volle del tempo: “Forse ti sarò sembrata infantile ma …è tanto tempo che non …sento da vicino un uomo, mio marito andava con quella zozzola e se ne fregava di me…Io talvolta sentivo il desiderio…come adesso…” Alberto stavolta comprese al volo la situazione, fece allungare Matilde sul divano, prese a baciarla in bocca, poi sulle tette ed infine sul fiorellino che riuscì quasi subito a portare ad un orgasmo poi entrò trionfalmente nella ‘cocchia’ con ‘ciccio’ alla massima potenza di ‘fuoco’ che face quasi impazzire Matilde che si abbandonò senza forze sul divano. Ci volle del tempo prima che: “Era una vita che non provavo queste sensazioni, me ne vergogno un po’, di solito al primo incontro…” “Hai recuperato del tempo perduto, posso dirti per esperienza personale che la vecchiaia avanza ogni giorno, senza  che ce ne accorgiamo cominciamo a vedere capelli e peli bianchi dove prima c’erano cespugli scuri…” “Mi vado a ricomporre, tra poco dovrebbe ritornare Aurora e non vorrei…” “Tua figlia non è una sciocca, ti si legge in faccia…” Matilde ritornò nel salone truccata e cambiata di abito, Aurora entrò in compagnia del fidanzato ‘babbasone’ e guardando in faccia la madre scoppiò in una sonora risata, Calogero non capì, l’aggettivo  appioppatogli dalla suocera gli stava proprio a pennello! Matilde cercando di fare l’indifferente: “Vi preparo un caffè” e si rifugiò in cucina. “Mia madre psicologicamente è diventata fragile non deluderla, avresti a che fare con me!” Ma la situazione non  era così semplice in quanto in passato era capitato qualcosa di inusitato e imprevedibile fra Ahmed e Matilde. Un giorno il tunisino in farmacia, prima della chiusura si era ritirato in bagno, dopo un po’ di tempo Matilde preoccupata aprì la porta della toilette …Ahmed aveva un coltello puntato sulla gola: “ Alla vista della signora: “Je suis amoreux de Orietta, je ne peux pas vivre sans elle, je veux me tuer!” Matilde strappò di mano il coltello ad Ahmed, lo abbracciò per consolarlo ma nel frattempo il ragazzo aveva ‘sfoderato’ un pisellone nero e grosso che mise in mano alla signora schizzandole in viso lo sperma che in parte entrò in bocca a Matilde. La cosa poi si ripeté quasi ogni giorno alla chiusura della farmacia, quando i due rimanevano soli. Madame non aveva alcuna voglia di avere un rapporto nella sua cosina, proprio non  le andava ed allora finiva per masturbare il ben contento giovane Ahmed, questo complicava la situazione con Alberto…le circostanze intricate sono le più eccitanti. Aurora si accorse degli armeggi di sua madre e di Ahmed, subito rimase perplessa poi capì che non erano fatti suoi e lo pensò anche perché le si era presentato un problema: i genitori di Calogero, soprattutto il padre volevano diventare nonni per avere un erede a cui affidare il patrimonio di famiglia. Aurora non aveva nessuna voglia di mettere al mondo un pupo che assomigliasse al fidanzato, non aveva alcuna stima delle qualità intellettuali del giovane ed allora pensò: chi meglio di Alberto! Si doveva però organizzare in senso sessuale. Consultò il ginecologo di famiglia dottor Agostino Pileri che la mise sulla buona strada: prima di tutto individuare le giornate in cui lei era feconda per avere rapporti non protetti con Alberto ma usando con Calogero un anticoncezionale meccanico come il cappuccio cervicale, eccellente consiglio messo in atto da Aurora che era riuscita a convincere un riluttante Alberto a diventare padre alla sua età. Il progetto andò a buon fine, ad Aurora non vennero le mestruazioni segno evidente della futura gravidanza ma, mentre la ragazza seguitava ad avere rapporti sessuali col futuro padre di suo figlio, il babbasone andava in bianco con la scusa che il sesso praticato dalla futura madre potevano  nuocere al bambino. Otto mesi di aspettativa e poi la venuta al mondo di un bimbo bellissimo, più di quattro chilogrammi di peso giornalmente visitato dai nonni e dagli amici intimi. Aurora aveva ritenuto opportuno confidare il segreto  sua madre che all’inizio rimase basita ma poi compreso che la sua situazione sessuale doveva mutare, pensò ad avere rapporti con tunisino, in fondo era un bel ragazzo, bravo nel suo mestiere di magazziniere in farmacia e soprattutto intelligente. Per prima cosa iscrisse Ahmed ad una scuola serale,  con l’andar del tempo il giovane riuscì a superare gli esami prima delle elementari che della scuola media. Ci volle più tempo per la licenza liceale ma era quello il traguardo da superare per iscriversi all’Università alla facoltà di farmacia, il disegno di Matilde era chiaro, farsi affiancare d Ahmed nel suo lavoro. La quasi giornaliera attività sessuale del giovane aveva portato a qualche problema alla vagina di Matilde. Il dottor Pileri: “Cara sei tutta infiammata, se proprio non puoi fare a meno del sesso trova altre vie per almeno quindici giorni, usa questi ovuli.” La serenità era approdata su tutti i componenti delle due famiglie, madre e figlia erano in fondo felici su tutti i punti di vista non solo quelli sessuali i quali seguitarono ad andare alla grande anche per un Alberto che sembrava rinato malgrado l’età!