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Autore

Alberto Mazzoni

in archivio dal 16 gen 2009

03 settembre 1935, Roma - Italia

segni particolari:
Fisico da anziano, spirito da ventenne.

mi descrivo così:
Sono nonnobomba che mangia, beve e, talvolta,tromba!

03 febbraio alle ore 9:54

ALBERTO IL SEDUTTORE

Il racconto

Era l’inizio di luglio, dopo aver tagliato il grano maturo, formati sul campo i ‘covoni’ e poi la ‘barca’,  sull’aia era giunto il Zanetti, un factotum della frazione S.Valentino di Cingoli in quel di Macerata padrone dell’attrezzatura per la trebbiatura. Un trattore piazzato nel cortile della casa colonica che, con una lunga puleggia dava la forza motrice alla trebbiatrice la quale dalla parte posteriore faceva uscire il grano poi messo nei sacchi, da quella anteriore la ‘pula’ (involucro che conteneva il cereale) che veniva raccolta in un cesto ed anche la paglia che finiva  sulla ‘scala’ che a sua volta alimentava un pagliaio. Questo era il ciclo della trebbiatura del grano che veniva effettuata sia dal contadino conduttore del terreno che da altri suo colleghi venuti in suo aiuto. Nel frattempo la ‘vergara’ (contadina più anziana) girava fra i lavoratori con un fiasco di vino ed un solo bicchiere per togliere loro la sete…Per rendere meno pesante la fatica dei lavoratori c’era un menestrello che, accompagnandosi con una chitarra improvvisava degli stornelli: “Se ce t’arrivo cò stà mazza a becco tè scarpo tutta l’erba attorno al pozzo!” (decisamente erotico) e poi rivolgendosi al prete che immancabilmente era presente: ‘Se stà tonnaca dé pezza fosse dé bronzo, o che bellezza, o bella mora a st’ora sentiresti batté l’ora!” Altro stornello: “Stava la bella Irene sotto la cerqua (quercia) antica toccandosi la fi…toccandosi la fi…la fibbia del grembiul,  ed io d’in sul balcone e per maggior sollazzo davo dei colpi al ca…davo dei colpi al ca…al caro mandolin!” Finita la trebbiatura un pranzo ristoratore che sicuramente non teneva conto del colesterolo né dei trigliceridi…a farne le spese alcune anatre non  emettevano più il loro  qua qua nel pantano di casa. Tutti i contadini satolli e anche un po’ ‘mbriachi erano sparsi a riposare un po’ ovunque Alberto, il nipote del padrone del terreno, ‘stanco’ di veder i ‘paysannes’ affaticarsi (poverino) si era rifugiato nella stalla e si era sistemato sul fieno. Nel frattempo era entrata Concetta la contadina conduttrice del terreno col marito Peppe che nel vederlo: “Signorino sta rovinando tutto il fieno…” “Scusa Concetta…” La signora nell’abbassarsi aveva scoperto le cosce e mostrato una fica pelosa, non indossava le mutande forse per il troppo caldo fatto sta che il ‘ciccio’ di Alberto ebbe un’erezione non sfuggita a Concetta. “Hai capito il signorino, quanti anni hai?” (da quelle parti tutti si davano del tu). “Quindici ma non volevo mancarti di rispetto…” “Ma quale rispetto, voglio provarne uno  più giovane di quello di mio marito che entra, gode e si gira dall’altra parte, io mi appoggio alla greppia, mi abbasso e tu entra dentro.” “Hai scambiato il culo per la fica, quella è più in basso in ogni caso entra pure lì così non c’è pericolo che resti incinta come una volta è successo con tuo zio, il mio ultimo figlio di chiama Fefè come lui.” Alberto restò a lungo nel popò di Concetta, per lui era la prima volta che aveva un contatto con una donna, prima faceva solo il ‘falegname!’. La storia tra i due durò a lungo, troppo a lungo tanto che Fefè (lo zio) telefonò ad Armando padre di Alberto. “Ti rispedisco tuo figlio con la corriera, l’aria di queste parti non gli confà, è dimagrito troppo!” Alberto il pomeriggio rientrò nella casa paterna a Jesi (An) e mamma Mecuccia. “Figlio mio da domani doppia razione di zabaione e tutto il resto, sei pelle ed ossa!” Alberto fu iscritto alla quinta ginnasiale, tutte le mattine volente o nolente ingurgitava lo zabaione con latte e biscotti fatti dalla nonna Vincenza, in poco tempo riprese le ‘penne’ con gran gioia di mamma Mecuccia che considerava i magri degli ammalati (lei era grassa). Andata in pensione la vecchia cameriera, fu ingaggiata in casa di Alberto una ragazza di una frazione di Jesi ‘Le moie’ di chiara origine contadina. Mariella, questo il suo nome era più alta di statura di Alberto ma dimostrava meno dei suoi diciotto anni, capelli biondi a treccia, occhi azzurri, faccia da ingenua (la domenica andava sempre a messa) aveva convinto anche papà Armando che suo figlio con quella sarebbe andato in bianco e così fu sin quando un pomeriggio una furbata di Alberto: “Cara Mariella cosa c’è che desideri di più al mondo?” “Ho visto in un oreficeria  degli orecchini molto belli, si chiamano ‘a goccia’ ma costano duemila lire, nemmeno in un anno guadagno tanto!” Idea: il nonno Alfredo aveva un debole particolare per il nipote che portava lo stesso nome del figlio deceduto, Alberto: “Caro nonno vorrei chiederti un favore, mi occorrerebbero duemila lire per fare un regalo ad un’amica che altrimenti…” Nonno  Alfredo, vecchio putt…re e ricco di suo si fece una gran risata: “Ho capito da chi hai preso furfantello.” “Da chi nonno?” “Da me sennò da chi!” Alberto passò la somma a Mariella che un pomeriggio,  assenti da casa per lavoro sia mamma Mecuccia che papà Armando ritornò a casa con un paio di orecchini veramente chic, abbracciò Alberto e…”Andiamo in camera mia, meriti un premio!” “Scusa la domanda ma sei vergine?” “Con tanti ragazzi che mi giravano intorno…” La prima volta Alberto preferì andare nel popò come era successo con Concetta, in futuro si organizzò con Aldo, figlio di un farmacista, suo compagno di scuola che gli procurò un bel po’ di preservativi. Anche Aldo ebbe la sua parte di goduria da parte di Mariella che malgrado il viso di ‘madonnuzza‘ amava molto, anzi moltissimo il sesso ma anche i gioielli tanto che un giorno: “Sai, nella stessa oreficeria ho visto un braccialetto…costa un po’ troppo ma è veramente stupendo.” “E quanto costa stò braccialetto stupendo?” “Quattromila lire ma se tu non puoi arrivare alla somma potremo chiedere la metà ad Aldo.” “Nonno mi occorrerebbero altre duemila lire…” Romano di nascita nonno Alfredo non aveva dimenticato il natio dialetto. “A coso, stà fregna te stà costando un patrimonio, che ce l’ha d’oro?” “Nonno sarà l’ultima volta che ti chiedo soldi.” “Tiè piccolo furfante, almeno scopa bene?” “È bravissima!” “E mignotta!” (nonno l’aveva fotografata.) Aldo contribuì volentieri, ormai aveva capito l’ingranaggio: paga e scopa! Mariella indossava gli orecchini ed il braccialetto nell’abitazione  quando non c’erano i genitori di Alberto ed a casa sua a ‘Le Moie’ per far crepare d’invidia le amiche. Il padre di Aldo farmcista in qualche modo venne a sapere della situazione fra i tre ed informò papà Armando il quale non fece una piega, telefonò alla cognata Armida a Roma: “Cara, Alberto ha bisogno di cambiare aria, te lo spedisco accompagnato da mia moglie, l’anno prossimo devi iscriverlo alla quinta ginnasiale.”Non ci fu niente da fare, papà Armando fu irremovibile e così Alberto il 3 settembre, giorno del suo compleanno giunse a Roma in via Taranto atteso dalla zia Armida e dalla nonna Maria. Mamma Mecuccia dopo molte raccomandazioni prese il treno Roma-Ancona e rientrò a Jesi amareggiata. Dietro disposizione del padre, Alberto riceveva dalla zia e dalla nonna pochissimi soldi, quelli occorrenti la domenica per andare al cinema Golden vicino casa, a scuola doveva andare a piedi, l’istituto non era lontano ma Alberto si rompeva le scatole quando il tempo era cattivo o quando c’era troppo sole, a Roma il tempo cambia spesso come a Londra. La fortuna diede una mano al ‘prode Anselmo’, nello stesso piano di casa della zia abitava una signora circa quarantenne ancora appetibile il cui marito, proprietario terriero passava la maggior parte del tempo a controllare i suoi interessi e quindi lontano da casa. Maria, questo il  nome della dama non era affatto dispiaciuta di quella lontananza sia per la poca attitudine sessuale del marito sia perché il vecchietto (aveva sessanta anni) in compenso le mollava soldi a non finire. Alberto conobbe Maria in ascensore, il caso volle che l’aggeggio, ormai vetusto si fermasse fra due piani e ci volle del tempo prima che arrivasse un addetto per sbloccare la situazione. Nel frattempo Alberto e Maria avevano preso confidenza raccontandosi i relativi problemi, prima di lasciarsi un bacio sulle gote da parte della dama che lo passò poi sulle  labbra, ormai era fatta. La zia Armida era docente di materie letterarie, insegnava in una scuola fuori Roma, ritornava a casa a pomeriggio inoltrato, la nonna Maria leggeva di continuo romanzi o andava nella chiesa vicino casa e così Alberto ebbe via libera con Maria. Stavolta in seguito alla passata esperienza non volle dare adito a critiche di nessun genere, a scuola stava molto attento alle lezioni ed il pomeriggio fino alle quindici studiava poi…a casa di Maria. La prima volta la signora si fece trovare in baby doll senza mutande ed Alberto diede prova della sua valenza erotica suscitando l’ammirazione dell’amante ormai quasi dimentica delle gioie sessuali, presto si innamorò del giovane e prese a foraggiarlo. Alberto si comprò vestiti e scarpe nuovi, provenienza ufficiale i soldi del nonno Alfredo. Aveva anche preso a fumare le sigarette ‘Sport’ condividendo il vizio con Maria. Un giorno dopo l’altro Alberto arrivò a diciotto anni e la Leva Militare si interessò di lui. Papà Armando gli fece pervenire la ‘cartolina’ del Distretto Militare di Ancona ma Alberto non aveva alcuna voglia di far i militare. Fu aiutato dal padre di un suo compagno di scuola, ufficiale della Finanza che gli suggerì di far domanda per essere ammesso al corso di allievi finanzieri al posto della Leva Militare. Altra fortuna, Alberto risultava ancora residente a Jesi e quindi al momento dell’arruolamento nelle Fiamme Gialle fu assegnato  al battaglione di Roma in via XXI Aprile insieme ai colleghi marchigiani ed abruzzesi invece che a Predazzo località freddissima d’inverno e sulle cui mura un bello spirito aveva scritto: ‘Predazzo riposo del cazzo!’ Evidentemente da quelle parti mancavano femminucce disponibili almeno per gli allievi finanzieri. Nel frattempo Rosina, figlia della portiera di via Taranto, innamorata di Alberto senza speranza perché il giovane era ‘impegnato’ con la signora Maria, fece la spia alla signora Armida che tagliò i ponti con la vicina di casa chiamandola ‘vecchia mignotta’. Grandissima fu lo stesso la gioia di Maria che, non potendo ospitare più Alberto in casa sua andava a prendere l’amante in via XXI Aprile con la  Lancia Flavia di suo marito. Per i ‘convegni amorosi’ aveva affittato  una stanza in un isolato vicino alla caserma e,  con la complicità del portiere Romoletto abbondantemente ‘foraggiato’ passava qualche ora piacevole con  l’allievo finanziere. Ancora una volta la fortuna aiutò i due amanti: Alberto indossate le mostrine,  le famose ‘Fiamme Gialle’ e quindi la promozione a finanziere fu assegnato a Roma al distaccamento della ‘Zecca’. Il reparto era  comandato da un brigadiere napoletano padre di cinque figli sempre alla ricerca del ‘pane e del companatico’ per la numerosa famiglia. Vedendo l’auto di lusso dell’amica di Alberto pensò di offrire a quest’ultimo un posto in ufficio invece dei servizi di ronda esterna alla caserma, in compenso ottenne un credito illimitato in un supermercato della zona ovviamente a carico di Maria che anche stavolta affittò una stanza per i suoi convegni amorosi vicino alla ‘Zecca’. Purtroppo Hermes, protettore di Alberto era distratto da una nuova conquista amorosa e così il giovane finanziere fu trasferito alla Legione di Torino con effetto immediato. Maria prese molto male la notizia, capì che la ‘favola breve era finita e che l’amor non era affatto immortale’. Malgrado informata da Alberto dell’ora di partenza del treno per Torino non andò alla stazione Termini, una tristezza immensa l’aveva pervasa, capì che ormai la vecchiaia sarebbe stata la  sola sua compagnia di vita, per rabbia strappò tutte le foto di un incolpevole Alberto.
 

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