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Racconti di Alberto Mazzoni

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  • 17 maggio alle ore 14:48
    SE POTESSI AVERE...

    Come comincia: Alberico abitante a piazza Corelli, zona periferica di Roma era considerato un privilegiato dai suoi vicini di casa non propriamente agiati, era impiegato in un Ufficio Postale ed era uno di pochi a poter usufruire di uno stipendio fisso, gli altri vivevano alla giornata con entrate problematiche. Aveva trenta anni pari età della moglie Rosina che aveva accettato di sposarlo pur non amandolo, solo  per la sua posizione finanziaria. Lei, molto bella non assomigliava a nessuno dei due genitori, forse una svicolata materna, i due ascendenti erano bruni come tizzoni di carbone come d’altronde anche Viola, la sorella di Rosina che mostrava  una notevole beltade. La loro famiglia era stata in passato oggetto di pettegolezzi finiti nel nulla, i poveri hanno altri pensieri per la testa. Rosina aveva accettato di sposare Alberico sia per sottrarsi alla miseria sia perché in passato era stata oggetto di un tentato stupro da parte di un giovane ubriaco e sentiva il bisogno di un uomo che la proteggesse, da quel momento cominciò ad odiare il genere maschile, conclusione ‘faceva l’amore’ con Alberico solo col buio assoluto nella stanza da letto, il marito non l’aveva mai potuto vederla nuda. Alberico si era potuto permettere il lusso di un telefono in casa il cui squillo, in una mattinata di suo riposo dal lavoro non gli aveva fatto piacere. “Chi parla, stavo dormendo.” “Signor Alberico si svegli in gran fretta, sono Morgana il direttore della ‘Banca Anonima’, un notizia meravigliosa per lei, ci ha comunicato una nostra corrispondente di New York che lei risulta erede di un miliardo di dollari in seguito alla morte in un incidente stradale di un suo  parente, ora ovviamente ci sono da espletare le solite pratiche burocratiche, la manderò a prendere a casa sua una nostra auto blindata.” “Ho sentito una voce di donna, mi permetta di non crederle, mi dia un suo numero telefonico, la richiamerò.” Il numero telefonico rispondeva effettivamente a quella banca indicata dalla direttrice: “Mi farò trovare pronto.” Alberico mise al corrente della bella notizia Rosina che, ancora mezza addormentata e non credendo alle parole del marito: “ Va bene, porta a casa un po’ di soldi….” Dopo mezz’ora da una BMW  nera scese un autista in divisa il quale si mise a cercare l’indirizzo di casa di Alberico che lo precedette: “Sono io quello che sta cercando.” L’autista aprì uno sportello posteriore ma Alberico: “Preferisco accomodarmi vicino a lei, ancora non sono entrato nella mentalità del riccone, per favore chiami per telefono la sua direttrice, non voglio giornalisti e fotografi fra i piedi. Fu accontentato, in banca i soliti clienti in fila agli sportelli, nel lussuoso ufficio della direttrice Alberico si esibì in un falso baciamano, voleva dimostrare che anche lui benché abitasse… “Signor Alberico benvenuto,  il miliardo di dollari  risponde ad una cifra in Euro minore  ma è sempre un bel gruzzolo, siamo costretti a rimanere nel mio ufficio per molto tempo, la burocrazia…” Alle tredici madame Morgana. “Ancora non abbiamo finito, sarei dell’opinione di andare a colazione (le persone importanti non usano il termine pranzo) in un ristorante qui vicino, si mangia molto bene, intanto le ho fatto stampare una carta di credito platino e mettere a suo nome un telefonino, questo è il suo numero che però non risulta ufficialmente così la sua privacy non sarà violata. L’attrezzo fu subito utilizzato: “Rosina sono a colazione, dicevo a pranzo con una direttrice di banca, non so a che ora mi ritirerò.” “Non è che sei in compagnia di qualche baldracca!” Era in funzione il viva voce che aveva fatto recepire il ‘complimento’ a Morgana che da signora non alzò ciglio. Alle diciassette: “Signor Alberico qualora avesse bisogno dei miei servigi…sarò a sua disposizione.” Quella frase  sibillina non fece nessun effetto su Alberico, da quel momento avrebbe potuto avere a disposizione tanti fiorellini…Solo alla vista dell’auto blindata sotto casa fece ricredere Rosina che divenne una statua di sale: “Allora era vero….sei un marito eccezionale!” “Solo adesso te ne accorgi ma ricordati che da ora in poi dovrai soddisfare ogni mio desiderio, intanto ne ho pensato uno per questa notte.” Alberico aveva pensato che finalmente sarebbe riuscito a vedere sua moglie nuda. Rosina venuta a conoscenza del ‘capriccio’ di suo marito rimase perplessa, se fino a quel momento non aveva ritenuto di non  farsi vedere senza veli  ma ora avrebbe ceduto ma ad un prezzo molto alto. “E tu per tanto tempo mi hai tenuto nascosto …mai visto un culo favoloso come il tuo, sai che ti dico: culo ricco mi ci ficco!” Mai la signora aveva ceduto in quel campo ma tutto sommato non si lamentò, il marito fu delicato e le fece provare un orgasmo favoloso. Rosina con la praticità di tutte le donne: “Andiamo in una concessionario di auto, voglio acquistare una macchina inglese, in televisione ho visto la pubblicità di una Mini Morris verde, bellissima, già mi ci vedo sopra.”Dinanzi ad una carta di credito platino il concessionario della Mini: “Signori ho appena ricevuto una Mini Morris del colore di vostro gradimento, costa un po’ di più perché ha tutti gli accessori ma venite a vederla.” Aveva ragione il concessionario che dovette dare spiegazioni ad Alberico ed a Rosina sul funzionamento piuttosto complicato degli optionals. All’appartamento da acquistare avrebbero pensato il giorno successivo. Per quella notte i due pensarono dovesse essere l’ultima al vecchio indirizzo Alberico e Rosina riposarono male, già si sentivano appartenere ad un’altra categoria di persone. La mattina ebbero una brutta sorpresa, la Mini era tutta graffiata, l’invidia dei vicini di casa aveva colpito, fecero gli indifferenti, loro non erano più dei morti di fame! I due coniugi ritennero di cambiare vestiario, da una negozio raffinato uscirono con abiti eleganti e alla moda  lasciando i loro ‘stracci’ ad un commesso, dimostratosi gay che li gettò in uno scarico con la faccia schifata! L’agenzia immobiliare era in via Nazionale, causa anche il traffico ci volle del tempo per raggiungerla. C’erano una quantità di appartamenti da acquistare dai prezzi esorbitanti, ne scelsero uno all’ultimo piano in via Nazionale, il titolare dell’agenzia: “Signori non vi offendete ma ho bisogno di un riscontro dalla vostra banca:”Avuta l’assicurazione richiesta i due poterono vedere in fotografia la casa che avrebbero acquistato, un gioiello, ben rifinita e con accessori di buon gusto. Tutte queste manovre non erano sfuggite a Luisella, sorella di Rosina che ritenne opportuno metterla al corrente della situazione, fra sorelle c’era un buon rapporto unico problema Salvatore marito di Luisella affetto da gelosia morbosa di sua moglie, talvolta lasciava il lavoro di muratore per andare a controllarla mentre era impegnata in una sartoria. Vicino all’appartamento di Alberico e Rosina , c’era uno simile  ancora sfitto, Rosina  fece una proposta a Luisella di occuparlo con Salvatore che, accecato dalla gelosia patologica, peraltro non giustificata non voleva accettare per paura che sotto sotto sua moglie potesse pagare in modo sessuale quel regalo. Dopo un vaffa di Luisella a Salvatore la coppia prese possesso dell’alloggio.  L’occhio lungo di Alberico già in passato aveva adocchiato la cognata di cui correva voce della sua bravura in campo sessuale. Una mattina Salvatore divenne becco, Alberico riuscì a restare solo in casa sua con la cognata, fuori Salvatore e Rosina,  cominciò un incontro ravvicinato alla grande. “Caro con mio marito faccio la fredda ma io sono un vulcano, prova ad infilarmelo vedrai cosa avverrà poco dopo.” Passati pochi secondo Luisella cominciò a dimenarsi, un orgasmo dietro l’altro. Domanda inopportuna di Alberico: “Conosci il punto G?” “Io conosco tutte le lettere dell’alfabeto, non ti preoccupare se ‘vengo’ molte volte di seguito.” Lo dimostrò alla grande, col bacino girava intorno al ‘ciccio’ di Alberico.”Lo sapevo che ti saresti stancato tu, con un mio amico sino giunta sino a undici orgasmi, ha mollato prima lui!” Alberico si era tolto un altro sfizio, far camminare sua moglie nuda per l’appartamento e quando l’aveva a portata di…uccello ‘introducebat penem magno cum gaudio’ in fica o in culo. Finale imprevisto: “La vuoi finire, è tutta la notte che ti agiti e che parli da solo, non mi hai fatto chiudere occhio, la sera mangia di meno!” Quella frase aveva distrutto un sogno, per Alberico  era ricomparsa la dura realtà!

  • 17 maggio alle ore 9:37
    UN SOGNO REALIZZATO

    Come comincia: Rosina aveva aperto gli scuri in camera da letto con la conseguenza  svegliare Amos in pieno sonno, il signore senza aprire gli occhi si ricordò che era domenica, poi guardò la sveglia, erano le sette, ancora imbambolato santiò alla grande, guardando la moglie colpevole del ‘misfatto’: “Vorrei sapere che c’è di tanto importante, nemmeno di domenica…”  “Se si realizzerà il  sogno che ho fatto cambierà la nostra vita completamente!” “Sarà il solito tuo castello in aria, mó che mi hai svegliato…” “Mi è apparsa Ilena la tua ex moglie sorridendente… “ “Ma è morta tre anni fa, lo sai quali erano i nostri rapporti.” “Mi è apparsa su una nuvola e meraviglia delle meraviglie mi ha dettato  sei numeri dell’Enalotto, saremo ricchi!.”  “Amos mise la testa sotto il cuscino: “Ne riparleremo a tavola.” poi di nuovo in compagnia di Morfeo. Rosina aveva in casa degli stampati dell’Enalotto, ne riempì uno con i numeri secondo lei dettati dalla defunta  e la consegnò al marito come un  sacra reliquia. “Mi raccomando non la perdere, domattina, prima di andare in banca giocalo dal nostro tabacchino, dammi notizie per telefono!” Amos della  storia dell’Enalotto ne aveva piene le scatole, entrò direttamente nel suo ufficio al Capital Credem di Roma e si mise a sfogliare le carte che erano sul suo tavolo. Prendendo in mano il portafoglio  si accorse della giocata non effettuata, era passata l’una e mezza, esercizi chiusi e sicura rottura di scatole della poco gentile consorte. Imboccò la moto in cerca di un tabacchino aperto, girando per la città né trovò uno che stava per chiudere, fu accontentato malvolentieri dal titolare che nemmeno lo guardò in viso…evitata una rottura dei cosiddetti. Giunto a casa in ritardo: “Ero in pensiero, pensavo ti fossi dimenticato, hai sempre la testa fra le nuvole!” La cedola venne conservata da Rosina dentro una cassetta metallica che Amos non aveva mai visto, alla sua faccia meravigliata: “Caro bisogna pensarle tutte, se la casa prendesse fuoco…” “Cara mi tocco le palle e finiamola con stá giocata all’Enalotto, domani controllo il ‘Messaggero’ e poi la storia finirà!”  Era Amos che ogni giorno acquistava il giornale, in ufficio fu  invitato da un collega prendere il caffè e poi uno sguardo alle vincite. ‘Enalotto €.36.24.82.10.23.68,un solo sei. Amos ricontrollò i numeri, alcuni sembravano quelli da lui giocati ma non ne era sicuro, mise da parte lo scontrino e telefonò a Rosina: “Cara ti dètto i numeri sorteggiati ieri per l’Enalotto sono:‘------‘. Un urlo dalla’altra parte del telefono, Rosina sembrava impazzita: ”Sono quelli che abbiamo giocato noi, quanti sei sono usciti?” “Uno solo…” Forse la cornetta telefonica era caduta di mano alla signora, la conversazione fu interrotta. “Direttore mia moglie non si sente bene, col suo permesso torno a casa.” Amos notò la porta del suo appartamento aperta, dentro casa trovò i due amici Morgana e Orazio che abitavano nel suo stesso palazzo, Rosina sdraiata sul letto ad occhi chiusi. “Cara sono  Morgana, apri gli occhi, debbo chiamare un dottore?” Rosina fece segno di no e pian piano riprese i sensi poi rivolta al marito:”Fammi vedere il giornale.” Soddisfatta del riscontro effettuato: “Riporrò la schedina in una cassetta di metallo.” Amos era in quella circostanza l’unico rimasto freddo, non che quel mucchio di soldi non lo interessasse ma non era il tipo da sceneggiata, andò a chiudere la porta d’ingresso e: “Amici miei a questo punto ci vuole tanta calma, innanzi tutto speriamo di non essere assaliti dal solito nugolo di cronisti in cerca di notizie e di foto e secondo potremmo  avere addosso tanti amici e parenti bisognosi di quattrini, la nostra vita diverrebbe un inferno!” “Si fece vivo Orazio: ”Il ricevitore dell’Enalotto potrebbe riconoscerti e in qualche modo ricattarci per non diffondere i tuoi dati somatici.” “Non penso, sono andato da uno mai visto, penso che non mi riconoscerebbe nemmeno vedendomi, ad ogni modo mi metterò in ferie e resterò a casa.” Orazio era titolare di uno studio legale, in verità aveva pochi clienti in quanto,  non era tanto grintoso in tribunale da impressionare i giudici e spesso perdeva le cause e conseguentemente i clienti. Stavolta l’avvocato si mise di buzzo buono e risolse tutti i problemi burocratici. Fece passare i prescritti sessanta giorni dalla pubblicazione delle vincite in ricevitoria poi in compagnia della moglie e dei due amici decise  di recarsi presso l’ufficio convenzionato della Banca Intesa San Paolo ma non in quello di Roma, preferì per motivi di riservatezza quello di Torino sede principale.  Una mattina i quattro presero il treno Freccia Rossa per Torino, Rosina stringeva a se la preziosa cassetta, partenza ore sette, arrivo ore undici alla stazione di Porta Nuova. Mezz’ora di taxi e poi entrata nell’ufficio del direttore che, ascoltata la richiesta di Rosina e visionata la cedola della vincita si mise a disposizione chiedendo alla signora di riempire un mucchio di moduli. Alle quattordici, orario di chiusura dell’ufficio l’ingente vincita era già stata accreditata a Roma sul conto corrente di Rosina e di Amos presso il Capital Credem. Stretta di mano finale e poi entrata presso il vicino albergo ‘Le tre Madame’, dinanzi all’ingresso ‘troneggiava’ il solito portiere in livrea, sembrava un generale. Entrata nel vicino ristorante ‘La Pergola Rosa’, Amos finalmente sfoderò un sorriso sottolineato da Rosina: “Finalmente ti vedo rilassato, forse non ti sei ancora reso conto che siamo ricchi, anche Morgana ed Orazio avranno la loro parte.” Tutti di buon umore pensarono bene ad appagare i richiami dello stomaco con un buon pranzo presso il vicino ristorante ‘La Pergola Rosa.’ Orazio ebbe una reminiscenza dei suoi studi classici: ‘Post prandium stabis, post cenam ambulabis’. Riposa dopo pranzo, passeggia dopo cena, decisero di restare a Torino anche la notte, la mattina dopo avrebbero visitato il Museo Egizio antico desiderio di Orazio sin dai tempi della scuola.  facendo sforzo sulla sua timidezza Amos :“Forse è la vincita all’Enalotto ma… vi comunico un mio vecchio desiderio mai appagato…o forse è meglio evitare…” “Rosina: “Fatti uscire il fiato, in questo momento ci possiamo permettere la qualunque.” “Vorrei passare la notte con Morgana…” Silenzio dei tre, dopo un po’ d’imbarazzo Orazio: “Se le due signore sono d’accordo io non mi oppongo.” L’aforismo: ‘Chi tace…’ Nessuno dei tre aprì bocca, Amos abbracciò moglie e Rosina, prese sottobraccio una stupefatta Morgana per infilarsi in una delle due camere matrimoniali loro assegnate.  Amos prese fra le mani il viso della futura amante e: ”Cara se non ti va dimmelo chiaramente.”  L’interessata pensando alla prossima donazione di denaro pensò bene di accondiscendere al desiderio di Amos, si recò in bagno insieme al futuro amante, dopo lavaggi alle parti intime i  due salirono sul letto matrimoniale.  Era ormai notte, spenta la luce la stanza era stata rischiarata  dal chiarore emesso di un sottostante lampione vicino al quale si erano stabilite delle giovin ed anche meno giovin dame che ‘vociavano’ perché ognuna pretendeva di essere la titolare di quel posto. Morgana aprì la finestra del balcone e: “Signorine buon lavoro ma noi vorremo dormire…” La  risposta non fu molto signorile, un ‘vaffanculo’ in coro delle ‘madamine’ che ripresero la ‘gazzara. Bocca di Orazio sul suo fiorello eccitato sin quando raggiunse un orgasmo.  sollevò la bocca non dal ‘fiero pasto’ ma dalle labbra ‘piangenti’ della amica gnocca  ma l’interessata: “Ti prego entra in fica e restaci a lungo, potremmo dormire in questa posizione!” Dormirono poco in compenso scoparono alla grande sin quasi la mattina quando bussarono alla porta della loro stanza. “Signori dovremmo fare pulizia!” Al bar si accontentarono di cappuccino con brioche, il pranzo era vicino. I quattro  si recarono in un vicino parco con fare indifferente. Orazio confessò  a Rosina  i suoi insuccessi sul lavoro causati dal suo carattere chiuso, Rosina col la praticità proprio delle femminucce si fece un’idea della situazione e: ”Torniamo a Roma, vediamo di sistemare la cosa.” I quattro di buon accordo decisero di dividere in ugual misura la vincita. Rosina: “Da domani ‘incipit nova vita’. Effettivamente la vita  di Orazio fu rivoluzionata: nuovo guardaroba con vestiti a scarpe alla moda, taglio di capelli rasati ai lati, al pian terreno sistemazione dello studio,  fuori una targa che riportava la scritta: Studio Legale dell’avvocato dottor Orazio, patrocinio gratuito per i non abbienti.”  I poveracci romani erano (e sono) tanti, ben presto lo studio si riempì di clienti, Rosina fungeva da segretaria. Orazio aveva acquisito un nuovo stile personale, più aggressivo e grintoso, in Tribunale fece fare una cattiva figura a due giudici. La situazione personale dei quattro cambiò nel senso inglese del ‘wife swapping’ senza nessun accordo verbale da parte loro, la ricchezza fa sorvolare su certe piccolezze. Dopo qualche tempo un rimpianto da parte delle consorti portò al ritorno alle origini, insomma un husband  swapping intervallato dal wife swapping, in conclusione ….un gran casino.

  • 15 maggio alle ore 15:31
    L'AMORE, LA PASSIONE, IL SESSO

    Come comincia: “Zio sei mai stato geloso in vita tua?” La domanda era stata rivolta a Norberto dal nipote Gianluca. Lo zio  spaparazzato su una comoda poltrona  grigio azzurro, ultimo acquisto tramite Internet, avrebbe preferito seguitare a leggere un romanzo di Camilleri acquistato con tanti altri in una libreria di Messina. La libreria stava chiudendo i battenti causa la crisi del Corona Virus. “Caro Gianluca innanzi tutto occorre distinguere tra amore e passione, non starò adesso a fare il Solone, ti renderai conto della differenza con un episodio della mia vita che voglio raccontarti. Ero già separato da mia moglie quando ad un supermercato mi sono imbattuto anzi scontrato con una signora che stava uscendo,  Prodotti sparsi tutti a terra. Ovvie scuse da parte mia, recupero della merce, sguardo sulla dama che di viso non era niente male ma quello che più mi colpì fu il suo fisico atletico. Quale maresciallo delle Fiamme Gialle senza finta modestia in divisa facevo la mia ‘porca’ figura (anche in borghese), la dama mi guardò e mi ‘fotografò’, ero piaciuto. Ci scambiammo una stretta di mano. “Sono Sofia, ho la macchina qui fuori,  una Mini color verde, grazie per la sua gentilezza,  abito in via Santa Cecilia, sono professoressa di Educazione Fisica presso la scuola La Farina, mio marito è ingegnere e si trova su una piattaforma petrolifera dell’Eni.” Perché Sofia aveva voluto darmi tante informazioni, era facile comprenderla, voleva stringere una ‘amicizia affettuosa’ con me. “Io abito vicino a lei in via Luciano Manara, sono divorziato, la mia professione la può desumere dalla divisa, potremo incontraci quando e se lei lo desidera, questo è un  mio biglietto da visita con riportato il numero del mio telefono e del telefonino, può chiamarmi quando vuole.” Sofia era partita sgommando, io ritornai alla mia Jaguar senza entrare nel supermercato. Il pomeriggio una sorpresa: “Indovini chi sono?” Avrei voluto sfoggiare una volgare battuta romana, me ne astenni: “Spero una gentile dama che mi invita a casa sua.” “Azzeccato, venga dopo le venti quando la strada è buia, sa i soliti vicini..” Sofia si era fatta trovare in vestaglia con sopra un grembiule stava cucinando, io non avevo cenato e così feci onore alle pietanze da lei preparate, era stata brava. Dopo cena: “Vorrei invitarla nel mio appartamento, io non ho vicini pettegoli…” “Per ora godiamoci casa mia ho un letto morbido e invitante.” Invitante era Sofia che, toltasi la vestaglia mostrò il suo magnifico corpo, ‘ciccio’ sentì odore di topa e si alzò al cielo, Sofia fece tutto lei, in campo sessuale era una maestra, niente inibizioni, come prima volta… Alle ventitré ero di ritorno a casa mia, dormii profondamente anche perché spompato, domani ero al lavoro. Da quel momento casa mia fu casa di Sofia, suo marito la chiamava ad ore disparate, talvolta capitava mentre mi stava sollazzando e lei in piena goderecciata: “oh che bello…sentirti caro”. Sofia se ne era fatte tante da rimanere senza forze, doveva recuperare la lunga astinenza. Sembrava sempre in arretrato, talvolta qualche lacrimuccia: “Caro mi sto innamorano di te.” Da parte mia c’era solo passione, una passione forte mai provata ma niente amore. Il nipote:“Bene zio ho capito che sei un mandrillo zozzone, stà storia com’è finita?” “Direi tragicamente, un pomeriggio giunse una telefonata del cocu: “Dopodomani arrivo in aereo a Catania, alle quindici circa, vienimi a prendere.” In seguito Sofia riuscì a telefonarmi piangendo: ‘Giovanni è stato il solito porco, voleva scopare prima di cena, ho fatto in modo di avere le mestruazioni il giorno del suo arrivo, voleva usare il popò, non concesso come d’altronde in passato, il pompino non l’ho potuto evitare ma dopo sono andata in bagno, ho vomitato pure l’anima, mi manchi da morire!” Nel frattempo era giunta la zia Aurora: “Non credere alle chiacchiere del Casanova qui presente, tutte balle!” Uscita di scena la zia: “Seguito il racconto peraltro veritiero, un finale spiacevole, Sofia si è curata per qualche mese per un tumore ad una mammella poi è morta. Cambiamo discorso, ho pensato di acquistare solo questa poltrona plurifunzioni  me ne sono arrivate a casa due, la seconda in omaggio, domanda a tua madre se la vuole.” “Zio conosco il tuo debole verso mia madre, il problema è che mio padre è gelosissimo.”  “Conosco quel fringuello, ho scritto sulla gelosia un brano pubblicato sul sito ‘Aphorism’, se tu ci mettessi una parola buona…” Gianluca ce la mise la parola buona ma senza successo. Seguito del racconto: “Altro episodio della mia vita: frequentavo la quinta ginnasiale al liceo Cavour, Andrea il professore di lettere era giunto da Torino,  persona affabile, preparato professionalmente, sempre vicino agli alunni. Un giorno finite le lezioni, col professore Andrea in testa uscimmo dall’istituto, ci venne incontro una signora molto elegante e sorridente oltre che piuttosto bella, “Cari alunni questa è mia moglie Arlette, lei è francese, qualora aveste bisogno di ripetizioni in quella lingua potrete venire a casa nostra in via dei Fori Imperiali 29,non più di due per volta, mi darete i  nominativi alla fine delle lezioni. buona giornata a tutti.” Quella signora francese era rimasta  nella mente di noi alunni abituati a fare i falegnami…  L’affitto della abitazione dei due Torinesi  doveva costare un mucchio di quattrini non era quel problema ad interessare era la dama che faceva gola a noi pischelli. Il giorno successivo io d il mio amico Massimo ci prenotammo per le ripetizioni, ci eravamo guardati in faccia ridendo: “Tu che ripetizioni chiedi?” Massimo:” Mi va bene il francese anche se conosco perfettamente quella lingua, l’ho appresa alle elementari da una insegnante belga.” Al citofono: “Professore siamo  Norberto e Massimo, che piano?” “Attico.” Casa arredata con mobili antichi, dalla terrazza si poteva godere il panorama di tutta Roma. A me ed a Massimo il panorama interessava poco, eravamo più presi da un altro genere di panorama, madame Arlette si era presentata in vestaglia di seta rossa che lasciava intravedere un ‘ben di Dio’. “Oggi è una giornata particolarmente afosa, mettetevi anche voi a vostro agio, mio marito non è geloso anzi…Quell’anzi anticipò l’entrata in scena del professore in vestaglia gialla molto appariscente, un po’ di imbarazzo da parte nostra che svanì quando: ”Ragazzi mettete da parte la timidezza, mia moglie da buona transalpina è disponibile sessualmente.”Arlette prese a baciare  me ed il mio amico, si ritrovò fra le mani ed in bocca due uccelli già pronti all’uso, di corsa ci spogliammo nudi preceduti da un professore anch’egli ignudo ed arrapato. Tutti sul terrazzo dell’attico: “Non vi preoccupate, siamo in alto e nessuno ci può vedere. Madame motu proprio si appoggiò ad una sedia piagandosi in avanti, io in bocca e Massimo nella vogliosa gatta, conclusione madame ingoiò un bel po’ di sperma ed altrettanto ne ricevette nel suo fiorellino poi andò in bagno per rassettarsi, ritornò in terrazza più vogliosa di prima, rivolta a me: “Ti piacerebbe entrarmi nel popò, è già lubrificato. Entrai nel popò, cercai di non eiaculare subito, Arlette stava avendo orgasmi a ripetizione, si impossessò del marruggio di Massimo, con la bocca ci sapeva fare. Nel frattempo il professore si masturbava alla grande, un cuckold avrebbe detto un inglese! Dopo circa mezz’ora io e Massimo eravamo stremati, a quel punto il professore ritenne di far uso anche lui del popò della consorte, fine della sceneggiata. Pian piano tutta la scolaresca maschile ebbe modo di usufruire delle grazie di madame Arlette ma nessuno ne parlava, la cuccagna in seguito ad  un pettegolezzo poteva finire ed anche mettere nei guai professore e consorte. All’ultimo giorno di scuola anche madame Arlette era presente alla cerimonia di addio, i due coniugi stavano ritornando a Torino definitivamente dopo  essersi sollazzati  con le prestazioni sessuali dei ragazzi romani tutti promossi, erano stati molto bravi in …materia erotica! In seguito venni a conoscenza che i due coniugi si erano fatti trasferire a Catania, evidentemente avevano degli importanti appoggi al Ministero della P.I. Probabilmente madame voleva assaggiare qualche ‘min…ia’ isolana i cui abitanti godevano di ottima fama in fatto di sesso!”  

  • 15 maggio alle ore 15:07
    DUE BRASILIANE PARTICOLARI

    Come comincia: Luigi Venuti portiere dello stabile in via degli Avignonesi n.21 a Roma stava per ‘lasciare la stecca’ dopo tanti anni di onorato servizio. Era diventato un vecchio un po’ curvo in avanti come tanti suoi coetanei. Con tanti dolori aveva resistito ma ormai non era più in grado di espletare il suo lavoro.  Benvoluto da tutti gli abitanti del palazzo stava passando di appartamento in appartamento per un saluto di commiato, stava raccogliendo in denaro la sua simpatia e la sua passata disponibilità verso tutti. Aveva visto nascere tanti bambini ormai adulti e sposati, un triste ritorno alla natia Isola del Liri, posto incantevole ma che non aveva più nessuna attrattiva per il buon Luigi, era rimasto solo al mondo. Dopo un giorno di ‘interregno’ due brasiliane, dichiaratesi madre e figlia si installarono in portineria accompagnate da Andrea Guerrieri amministratore del codominio. Il nome, che si adatta sia ad uomini che donne era indovinato per la sua persona: era un simpaticone, sempre elegante, dal sorriso facile e soprattutto dai modi melliflui tipici degli omosessuali ‘razza’ alla  quale apparteneva. Man mano che gli inquilini uscivano di casa e passavano dinanzi alla portineria venivano presentati alle due brasiliane di cui una, quella più avanti di età fece ‘strammare’ (veggasi Camilleri) i maschietti che gli venivano presentati, Larissa Gomez era la madre, Isadora Pereira la figlia. Un femminuccia al marito: “Ti piacerebbe brutto porco…” Un’altra: “Madre e figlia due puttane!” Il buon Andrea se la rideva sotto i baffi. Federico Andreottini, nessuna parentela col quasi omonimo politico, era proprietario dell’attico all’ultimo piano. Alla presentazione delle due brasiliane fu colpito da quella più giovane dal corpo infantile e dal  viso da bambola. Nemmeno lui comprese il perché di quella predilezione rispetto alla madre classica brasiliana da sfilata del Carnevale di Rio de Janeiro, incomprensibile soprattutto per un  ‘tombeur de femme’ come lui. Discendenti da nonni italiani le due brasileire comprendevano e parlavano l’idioma italico. Federico volle togliersi il dubbio per quella sua preferenza della ragazzina: “Caro Andrea che ne dici di andare a mangiare al ristorante ‘Paper Moon’, un benvenuto per dama e damina, andiamo a prendere la macchina in garage.” Federico era possessore di tre auto: un fuoristrada Jeep per andare a visitare  le sue tenute, una Mini Cooper per correre a Vallelunga ed infine una Bentley Mulsanne una berlina lunga quasi sei metri  difficile da posteggiare nella capitale. Fortuna volle che il ristorante prevedesse dei posteggi riservati alla clientela (con aumento sul prezzo finale del conto). Pranzo con piatti romani molto graditi dalle due brasiliane. Alla fine del pasto Andrea passò a Federico il conto stratosferico a lui presentato  da un cameriere molto gentile, troppo gentile…”Caro come ti chiami?” “Aurelio signore.” “Andiamo al bar ti offro un caffè.” “Sono in servizio signore, nequeo, volevo dire non posso, grazie comunque del suo gentile pensiero.” Perché Andrea aveva invitato al bar il cameriere, facile da comprendere, erano della stessa ‘tribù’. Al ritorno a casa Federico guidava la Bentley con al posto del passeggero Larissa. Andrea. “Mi piacerebbe tanto guidarla stà nave!” “Hai notato che l’auto ha le marce  automatiche, niente frizione.” “Io sono un mago del volante!” Pensiero di Federico: “Tu sei un mago del c…!” Fermata l’auto sulla destra, Federico: “Io passo nel sedile posteriore, spero che Zeus ci protegga, sono ancora giovane per andare agli Inferi!” Accomodatosi  dietro Federico ebbe a constatare che veramente Andrea sapeva guidare bene l’auto, si rivolse a Isadora: “Da quando ti ho conosciuto non hai spiccicato parola, sei timida oppure…” “La ragazza seguitò col suo silenzio, fece parlare un suo gesto, aveva posto la mano sulla pattuella dei pantaloni di Federico che sentì un movimento che indicava il suo  ‘ciccio’ interessato alla pugna. Risposta chiara, fatti non parole! Posteggiata l’auto Larissa: “È ancora presto per andare a dormire, che ne dice signor Federico di farci visitare il suo attico?” “Cara Larissa, per chi ci crede il signore sta lassù, io sono ateo,  diamoci del tu.” Già all’ingresso dell’abitazione Larissa sgranò gli occhi: “Mai vista tanta classe in un appartamento, complimenti!” Nel salone Federico pensò bene di omaggiare le due cariocas con musica del loro paese. Un CD con incise  musiche del carnevale di Rio de Janeiro fece venire della nostalgia alle due brasileire, Andrea d’impulso prese sottobraccio Larissa e: ”Scusate, ho da riferire qualcosa di privato a questa gentile signora.” Sparirono dalla circolazione nei meandri delle camere dell’attico. Federico rimase perplesso, forse Andrea era bisessuale, boh. “Ed ora cara bambina raccontami tutto di te.” “Ho sedici anni e non diciotto come risulta dai miei documenti, Larissa è un trans, l’ho incontrata ad un Comissariado de Policia Civil a Rio dove  io mi ero recata per denunziare il compagno di mia madre per stupro, mi aveva fatto ubriacare e poi…scusa, non sono dalla lacrima facile ma è stato un episodio che ha stravolto la mia vita. Larissa si è avvicinata a me ed abbiamo preso confidenza raccontato i nostri problemi:  doveva lasciare Rio perché perseguitata da un ex amante, io gli raccontai quello che mi era accaduto ed allora una proposta di madame: io son qui per avere un passaporto da cui risulti che sono donna e non un…mi costa un sacco di soldi ma devo risultare femmina dato che ho l’intenzione di stabilirmi in Italia, a Roma luogo di provenienza di mio nonno, se tu vuoi posso far avere a te un passaporto con la data di nascita da maggiorenne, a me farebbe comodo risultare che ho una figlia.” “Ho accettato, in Brasile avrei avuto molti problemi, in seguito alla mia denunzia di quel maiale, avrei subito interrogatori da parte della Policia e dei Giudici in Tribunale, mi aspettava una vita d’inferno e poi sarei rimasta sola. Sei stato molto gentile con noi, hai una casa da sogno!” “Ti dispiace venire nella mia camera da letto, vorrei vederti nuda.” Isadora seguì Federico, giunti all’interno della stanza matrimoniale Isadora si spogliò nuda, un corpo da bambina, poche tette, pochi peli sul pube, lunghi capelli castani prima raccolti in una crocchia. Federico ebbe una reazione improvvisa o meglio il suo ‘ciccio’ …Anche lui si spogliò nudo, si domandò se fosse diventato un pedofilo, preferì usare la bocca della ragazza,  ragionando aveva pensato che se fosse entrato nel fiorellino poteva doversi addossare una eventuale gravidanza della ragazza dovuta invece allo stupro subito. Isadora con la bocca piena di sperma si recò in bagno, usò un colluttorio trovato sulla etagere e rientrò in camera. “Ti va se ti bacio in bocca?” La ragazza non si fermò alla bocca, pian piano scese più in basso, riprese ‘confidenza con ‘ciccio’ ancora in alto, Federico  fece il bis. Morfeo involse tra le sue spire i due, alle dieci del giorno dopo il sole colpì in viso Isadora che si rivestì in fretta e ritornò nell’appartamento in portineria. Federico aprì gli occhi a mezzogiorno quando Filippa, la cameriera, bussò alla porta: “Signore è mezzogiorno ho preparato il pranzo per due, c’è qualche invitato?” La sun of bitch ormai era abituata alle avventure del suo datore di lavoro. “Sinceramente non lo so, avevo inviato mamma e figlia da me poi mi sono addormentato.” Federico non gustò molto le leccornie preparate da Filippa, il suo pensiero  era altrove, uscì di casa, nessun incontro, la neo portiera e la  ‘figlia’ non erano all’ingresso, andò in garage, mise in moto la Mini e partì sgommando, un modo per sciogliere la tensione, ben presto si calmò, dinanzi al traffico romano fu costretto a seguire le auto incolonnate che lo precedevano. Rottosi i ‘zebedei’ decise il rientro fra le mura domestiche. Nemmeno stavolta incontrò  le due brasiliane, da lontano vide Larissa a colloquio con i signori del piano sottostante al suo attico, finito il colloquio la brasiliana lo notò affacciato alla ringhiera delle scale, fece un piano a piedi e: “Vorrei parlarti, andiamo nel tuo appartamento.” “Caro il mio signor Federico ho notato la tua preferenza per mia figlia, insomma per Isadora, guarda che non è maggiorenne, datti una regolata, potresti essere suo padre.” Federico non replicò ma comprese il sottofondo della frase, tu sei ricco, molla i soldi! Il signore ripensò al detto romano: ‘parcere subiectis et debellare superbos’, forse poteva adattarsi al suo caso. Larissa stava alzando troppo la cresta. Si incontrarono a cena, finita la pappatoia. “Cara Larissa sinceramente non ho apprezzato le tue parole, io sono magnanimo con chi mi dimostra amicizia ma inflessibile verso chi cerca di ricattarmi, scegli tu senza dimenticare i tuoi problemi e quelli di Isadora, compris?” Larissa comprese e si adeguò, si trovava in terra straniera e con documenti falsi, aveva tutto da perdere a prendere di punta Federico, meglio prenderlo con le pinze. Dopo cena, i tre rilassati sul divano, Larissa in mezzo ai due guardava con occhi languidi il padrone di casa. La ‘figlia’: “Papino non ti accorgi che mia ‘madre’ ti sta facendo la corte, ha un bel popò e da quello che mi risulta…Era la prima volta che la ragazza lo chiamava con quell’appellativo e soprattutto che aveva fatto il tifo per Larissa, gli aveva messo una pulce nell’orecchio…Andò a dormire, ricordò il vecchio detto: ‘I sogni son desideri’, cercò di scacciare tutti i pensieri, non ci riuscì, scese dal letto, doccia e barba, era ancora buio, scese in autorimessa, la Bentley  serviva al caso suo, le strade di Roma erano semi deserte, un vigile urbano non lo fermò anzi lo salutò con la mano sul berretto, forse abbagliato da quell’auto importante, probabilmente aveva pensato che appartenesse ad una ambasciata estera. Girava per la capitale senza una meta precisa, stava sorgendo il sole, mise in funzione il navigatore satellitare, si trovava a Prima Porta, mai stato, alcuni tuguri lo riportarono alla realtà, che differenza col suo quartiere, pensò alla vita di quei poveracci che abitavano in quella zona, questo gli fu di consolazione alle sue ambasce, riprese ad essere ottimista e con l’aiuto del satellitare riuscì a rientrare a casa. Un sospiro di sollievo, non aveva le chiavi del portone principale, suonò il campanello della portineria…venne ad aprirgli il portone una Larissa scarmigliata e mezzo insonnolita. “Chi cacchio…”si fermò, “Scusami non potevo immaginare…non ti dico buona notte perché ormai è giorno, posso farti un caffè, entra nella mia dimora.” Un letto matrimoniale vuoto, Isadora evidentemente riposava in un’altra stanza. , il caffè era buono, Larissa era in vestaglia piuttosto trasparente, si immaginavano i seni ed anche il pube, Federico andò in tilt, ‘ciccio’ lancia in resta, la portiera comprese la situazione, “Vado un attimo in bagno.” Non fu un attimo ma quel tempo servì a Larissa per diventare più appetibile anche se con una nerchia incredibilmente grossa che fece impressione a Federico, fu rassicurato. “Questo non è per te ma per il tuo amico Andrea, in tuo onore niente pomata nel popò, voglio gustarti in maniera naturale.” La signora cominciò  con movimenti circolari, fece impazzire ciccio’ che si prese la soddisfazione di due orgasmi consecutivi, era da tempo che non provava quella sensazione. Era apparsa Isadora in slip senza reggiseno, “Non credo ai miei occhi, hai capito papino, madre e figlia!” Dopo un passaggio in bagno Federico si rivestì, rimase nella casa della portiera, era l’ora che gli inquilini lasciavano la loro abitazione, non aveva alcuna voglia di incontrare qualcuno. Fece una sostanziosa colazione, doveva recuperare le forze, era seduto su un divano. Isadora si presentò e si sedette sulle gambe di Federico. “Papino caro, una promessa  quando vorrai anch’io sono disponibile, è passato anche il ‘marchese’ e potrai usufruire dei due buchini, considera che il popò non è stato mai usato da nessuno!” “Chi ti ha detto che le mestruazione in gergo volgare si chiamano marchese?” “Non ci crederai ma Andrea voleva visitare il mio culetto, non mi avevi detto che era gay, forse dinanzi ad un popò femminile …”  
     
     

  • 15 maggio alle ore 11:35
    SE POTESSE PARLARE...

    Come comincia: Valentino e Viola stavano  amoreggiando sul letto matrimoniale, lei più rilassata con le ancora piacevoli cosce aperte, lui si dava da fare a sbaciucchiare il fiorellino, malgrado i cinquant’anni di età  erano entrambi ancora in forma. “Cara m’è venuta un’idea, chissà quanti piselloni avrà assaggiato la tua ancora piacevole topa.” Perplessità da parte dell’interessata che: “Mi piacerebbe sapere da dove ti vengono stè idee bislacche, potrei cantarti la canzone “Ma che te frega, ma che te ‘mporta…” “Dì la verità ti vergogni un po’ oppure ci sono dei ricordi spiacevoli?” “Tutte e due, in fondo sono rimasta una timida e soprattutto riservata, potrei farti la stessa domanda!” Valentino comprese che aveva toccato un tasto sbagliato, si scusò ed abbracciò Viola, si appisolarono. Era il pomeriggio di una giornata piovosa, una di quelle giornate romane che non ti invitano ad uscire da casa, l’abitazione  di Viola a Largo Polveriera. La pioggia sottile, in siciliano detta ‘chioggia futti viddano’, insomma il povero contadino seguita a lavorare anche sotto una pioggerellina che però gli poteva creare problemi di salute. Nel dialetto siculo si rifugiava Valentino nativo di Agrigento, si esprimeva nel suo idioma quando era in difficoltà, non tutti lo comprendevano, era un’arma a suo favore, dietro di lui i più sentivano puzza di mafia. La  signora aveva il pallino della cucina, Valentino ne approfittava solo in parte, i medici amici gli avevano consigliato di non ingrassare nemmeno un chilo per non incorrere in malattie che in vecchiaia peggiorano e lui si atteneva ai loro consigli. L’unico vizio la pipa che riempiva di tabacchi profumati che inondavano casa. Viola una volta volle provare l’estasi di quel fornello, causa il fumo tossì a lungo e non ci riprovò più. “Caro dato che non abbiamo voglia di uscire imitiamo i personaggi del Decamerone e raccontiamo i fatti nostri, sarai  il mio confessore. “Figliola quanto tempo è che non ti confessi, che peccati hai commesso?” “Padre, tanti e tutti di natura sessuale, andrò all’inferno?” “Cara non hai sentito che anche San Pietro si è dato alle orge, vai facile.” “Allora il primo impatto col sesso l’ho avuto a sedici anni con un mio compagno di scuola tale Nullo di nome e imbecille di fatto. La solita storia, aveva ereditato quella specie di nome da un nonno abbiente che voleva che il suo nome fosse riportato nei discendenti. Avevo preso a studiare a casa sua un attico in via Buozzi, la mia abitazione era vicina ala sua ma preferivo non restare a casa mia perché sarei rimasta sola con la cameriera Rosilde, mio padre, vedovo, era indaffarato spesso fuori sede per la sua società di trasporto. Nullo a scuola lo era di nome e di fatto, eravamo in quinta ginnasiale, all’ultimo banco in classe, il professore prossimo al pensionamento era molto miope ed anche un po’ sordo, facevamo come si dice in gergo ‘i fatti nostri’, il mio compagno copiava tutti i miei compiti. Era orfano di padre, la madre Adriana mi coccolava, poi mi accorsi che ci spiava quando facevo qualcosa di manuale o di orale con suo figlio. Mi piacevano i suoi regali anche  vestiti e qualche spiccio. Un giorno decisi il grande passo: perdere la verginità come alcune mie compagne di scuola avevano già fatto. Non pensavo che Nullo fosse così brutale, provai un dolore fortissimo con perdita di sangue, cominciai a lamentarmi, mamma Adriana entrò in camera, mi prese fra le braccia e cercò di consolarmi: “Cara o prima o poi tutte le donne…” Mi mise in mano cinquecento Euro che io gli gettai in faccia, voleva pagarmi la grezzezza di suo figlio, a casa trovai Rosilde che comprese che mi era successo qualcosa di spiacevole, in bagno mi lavai e buttai nella mondezza i miei slip sporchi di sangue. Al massimo della mia rabbia telefonai a casa di Nullo, mi rispose la madre: “Signora faccia in modo che suo figlio sparisca dalla mia classe altrimenti andrò dal preside e racconterò a modo mio lo stupro!” Nullo la settimana dopo in cui tornai in classe non era seduto nel posto vicino al mio, la madre era riuscita a farlo trasferire in altra scuola, fine del primo atto. A diciotto anni avevo  conseguito il diploma di liceo classico, stavo per iscrivermi all’università quando una disgrazia colpì mio padre, un ictus cerebrale fulminante mentre in autostrada guidava il suo truck, aveva fatto appena in tempo a posteggiarlo nella corsia di emergenza poi era morto,  era rimasto riversato sul sedile di guida. Un agente La Polizia stradale dando uno sguardo da fuori del mezzo non si era accorto della sua presenza, solo dopo che io denunziai il mancato rientro di mio padre fornendo il numero di targa furono avviate delle indagini che portarono al ritrovamento del mezzo che  fu portato in un deposito della Stradale. Dopo il funerale andai in compagnia di un autista di mio padre a ritirarlo. Nel frattempo riuscii a conseguire la patente per guidare i camion, sin da piccola avevo dimostrato di amare la guida di auto, guidavo i kart e poi mio padre mi insegnò anche a guidare i truck anche se riuscivo a malapena a raggiungere con i piedi la frizione, il freno e l’acceleratore. La società di trasporti i papà era composta da tre autisti, morto lui presi io la dirigenza della società, la cosa non piacque all’autista più anziano che si licenziò, non accettava che una pischella lo avesse ai suoi comandi e così presi io a guidare un camion. All’inizio vestivo in minigonna ma quando mi fermavo nella stazioni di servizio venivo adocchiata dai camionisti che facevano pesanti apprezzamenti su di me, imparai la lezione e da quel momento indossai pantaloni e pullover sino al collo. Ricordo perfettamente il primo incarico, andai a Civitavecchia dove da una nave fu scaricato un carico di argilla proveniente dal Portogallo da portare a Sassuolo in quel di Modena. Fu personalmente Amedeo il titolare di una ditta di ceramiche a ricevere il prodotto da lui ordinato,  era un bell’uomo circa quarantenne dai modi piacevoli. Mi invitò nella sua villa  quasi tutta ricoperta di maioliche, desinammo insieme, mi invitò a restare a dormire, mi fece la corte, mi piaceva come uomo e ripresi la mia vita sessuale. Amedeo era vedovo, mi chiese di trasportare le sue maioliche in vari località italiane, era il problema di tutti i camionisti di non viaggiare con il camion vuoto, io avevo risolto il problema. Qualche volta mi capitava di portare un carico a Roma e così potevo controllare il lavoro dei due autisti che si dimostrarono bravi nel loro lavoro ed anche onesti, dovevano molto a mio padre. La fortuna non girò dalla mia parte, un infarto portò Amedeo a miglior vita, la sua ditta andò in mano ad una sorella zitella, non sopportava la mia presenza e persi quel lavoro. Dopo poco tempo mi ritrovai in un’altra storia amorosa, una mattina un giovane si presentò nel mio ufficio, era stravolto ed in crisi, mi raccontò che suo padre, unico sostegno della famiglia era incappato in un incidente stradale da lui provocato e gli avevano tagliato una gamba, toccava a lui sostenere la famiglia composta anche dalla  madre e da due sorelle, non trovava lavoro, aveva la patente per guidare i camion. Compresi la tragicità di quella situazione, mi faceva comodo viaggiare con un sostituto alla guida, lo guardai in faccia, mi piacque fisicamente, accettai di assumerlo. Gli affari della ditta andavano bene, ci eravamo fatta la fama di essere precisi e puntuali nella consegna della merce. Una volta avevamo attraversato quasi mezza penisola, ad un motel affittammo una camera e, al risveglio, più riposati ci trovammo abbracciati con la logica conseguenza, da quel momento Ludovico divenne mio compagno di abitazione ed anche di letto. Restammo insieme due anni, due anni di fuoco sessuale, Ludo era instancabile,  la cosina ed anche il popò erano arrossati, ogni tanto gli chiedevo una pausa. Un giorno facemmo una consegna ad una importante ditta di Melegnano vicino Milano, titolare della società una vedova circa quarantenne che durante un pranzo  nella  sua villa, mi accorsi che aveva allungato un piede sulla patta di Ludovico che fece finta di nulla, una provocazione bella e buona. Al caffè portato da un cameriere nel soggiorno fece da sottofondo una musica romantica messa su da Mariangela che invitò Ludo a ballare, ballare per modo di dire, aveva fatto eccitare il mio amante, se lo trascinò in camera da letto ed io pensai bene di tagliare la corda insalutato ospite, fine della relazione. In fondo mi ero stancata dell’eccessivo sesso, non lo rimpiansi, ritornai a Roma nella mia attuale abitazione  stranamente quasi contenta di quell’epilogo. Giravo per la città con la 500 Fiat cui mio padre in vita era molto affezionato. Lasciai passare del tempo per dar modo ai miei ‘gioielli’ di ritornare in forma. Un incontro casuale a Colle Oppio mi cambiò radicalmente l’esistenza, mentre passeggiavo tra i vialetti mi venne incontro un pastore tedesco latrante che mi impaurì, per mia fortuna la padrona riuscì a farlo ritornare da lei, avevo preso una fifa blu. Madame si scusò e si presentò: “Sono Desireé, Betti mi è sfuggita di mano, lei ama gli uomini non le femminucce al contrario di me…, Betti madame c’est une amie! La signora si era presentata specificando le sue tendenze ed anche presentandomi alla ‘cana’,mi venne da ridere, non pensavo mai di incontrare una lesbica, tra l’altro piacevole, di altezza superiore alla media non aveva nulla dei caratteri mascolini, soprattutto gli occhi erano particolari di un grigio oro difficili da incontrare. “Venga, le offro un caffè al bar qui vicino.” Il bar aveva un nome fuori del comune: ‘Voodoo’, richiamava alla mente i culti africani e la magia nera. Ricordavo di un episodio riportato dai media in cui un uomo che aveva abbandonato la propria moglie era stato sottoposto da uno stregone a quel rito, ad una bambola di pezza le aveva trapassato il cuore con degli spilli e l’uomo era passato a miglior vita. Il caffè era veramente buono, siccome si avvicinava l’ora di pranzo: “Cara che ne pensi di un brunch, io in culinaria …Approvai la scelta, il bar forniva anche i pasti, non la solita cucina romana ma qualcosa di internazionale che non seppi classificare ma in ogni caso gustosa. “Mi son dimenticata di presentarmi sono Viola, gestisco una ditta di autotrasporti, mi dicono che sono un buon manico parlo in senso automobilistico, sono sola dopo non buone esperienze sessuali…” La mia affermazione era una risposta a Desireé circa la mia disponibilità. Andiamo a casa mia, ho un’abitazione lungo la via Appia, l’ho acquistata con il lasciato di una mia buona amica parigina  che purtroppo non c’è più, sono venuta in Italia perché appassionata di antichità, ero professoressa di Storia dell’Arte, qui fuori ho una Maserati Quattroporte, l’ho acquistata in Italia, non ho voluto la Peugeot della amia amica, volevo cancellare il suo ricordo.  Quasi alla fine dell’Appia, un vialetto che portava al’interno, ad un certo punto  una casa in legno: “Gira a  destra, quella è la mia abitazione.” Era un manufatto a due piani con tutti gli accessori di una casa in muratura, il precedente proprietario doveva essere un amante della natura. L’ho acquistata perché è calda d’inverno e fresca d’estate, in garage c’è un canile per Betti, è la mia guardia del corpo.” La cagna aspettò che entrassimo in casa poi si rifugiò nel canile, era stata ben addestrata. Al primo piano cucina, sala da pranzo, salone, due bagni ed una camera da letto moderna tutte rivolto a mezzogiorno. Era d’estate, il legno della casa non faceva entrare molto caldo. “Cara Viola, io in casa preferisco stare nuda” si spogliò completamente e: “ Post prandium requiem post cenam deambulatio.” Tradotto, spogliati a vieni a letto con me. Ero piaciuta, Desireé doveva essere a stecchetto da molto tempo, prese a baciarmi tutto il corpo, si fermò sulle tette e poi sul fiorellino, aveva una lingua ‘sapiente’, ebbi due orgasmi. Poi a mia volta presi possesso del corpo della novella amica e la portai all’orgasmo varie volte, avrebbe volto seguitare ma io mi addormentai, troppe emozioni nell’ultimo giorno. La liaison durò circa un mese poi capii che dava segni di stanchezza, molto probabilmente anzi sicuramente Desireè era approdata ad altri lidi. “Mia cara, inutile cercare di rammendare la nostra storia, ormai è giunto il momento di dirci addio e rimanere amiche, che ne dici?” Desireé mi abbracciò, era d’accordo con me, con la Maserati mi accompagnò a casa mia, un lieve bacio di addio. In seguito mi sono domandata il perché di essermi imbarcata in quella storia di lesbiche, molto probabilmente avevo fatto troppa scorpacciata di c…i. Per ultimo una disgrazia: un pattuglia della Guardia di Finanzi si presentò una mattina nel mio ufficio, una verifica generale. Un maresciallo: ”Gentile signora non so se se ne sia resa conto ma la sua contabilità è disastrosa…non so se nemmeno io riuscirei a sistemarla.” Il maresciallo mi aveva lanciato una via d’uscita, compresi che dovevo sacrificarmi…mi sacrificai volentieri, il sacrificio dura ancora, il bel maresciallo si chiamava e si chiama Valentino…

  • 12 maggio alle ore 14:29
    PIZZA DI TUTTE LE MISURE

    Come comincia: Loredana Giuffrida non era particolarmente allegra anzi non lo era proprio per niente, d'estate il caldo a Roma era fastidioso anche per una catanese come lei studentessa universitaria al primo anno della Facoltà di Medicina presso l'Università UniCamillus. Suo padre Alfio, vedovo, proprietario di supermercati a Catania, le aveva prenotato in affitto un appartamento in via Nomentana 391 vicino all'Università al fine di evitare che la vivace figlia usasse l'auto come in un circuito automobilistico, a Catania con la sua Mini Cooper non faceva altro che collezionare contravvenzioni stradali. La baby aveva appena licenziato il boy friend romano studente della sua stessa facoltà. Gigi Mancini detto 'er cédola', (aveva la non buona abitudine di essere uno scroccone), mostrava anche un altro difetto, era il tipo che voleva andare subito al 'dunque' senza il minimo romanticismo. "Brutto stronzo mi hai preso per un mignotta, vai a fare in culo!" E così una sera d'estate Lory, irata a' patri numi giunse dinanzi al locale di una grande pizzeria, sopra l'ingresso un cartellone particolare: 'Pizza di tutte le misure', scritta che ovviamente aveva portato molte persone a fare del facile umorismo ma che  aveva convinto Settimio Severo, il titolare a non cambiare denominazione, quella intestazione aveva attirato l'attenzione dei buontemponi che per il suo nome lo avevano soprannominato 'imperatore', l'interessato non aveva compreso il perché, a suo tempo aveva conseguito solamente la licenza elementare prima di emigrare a Roma dal natio paese Montecarotto in quel di Ancona. Michele Baldoni, suo nipote da parte di madre era ad un bivio, conseguito a Jesi il diploma liceale aveva due possibilità: iscriversi all'università oppure accettare la proposta dello zio di andare a Roma a fare il pizzaiolo. Non particolarmente attratto dallo studio e soprattutto per lasciare il paese di nascita accettò l'offerta e, imbarcatosi due giorni dopo a Jesi sul treno Ancona - Roma si presentò in via dei Parioli 81 dove lo aspettava lo zio. "È un piacere averti qui, sono stanco di questo lavoro, non ti dico tutte le mie patologie, da subito ti metterai all'opera, ti conosco come un giovane in gamba, imparerai presto il mestiere. Queste sono le chiavi, vai nel mio appartamento sopra la pizzeria, ci sono due camere per gli ospiti, ognuna con bagno, sistemati, domattina alle nove presentati al lavoro." Michele era entusiasta di abitare nella capitale, nella pizzeria aveva un sorriso per tutti i clienti, soprattutto per le clienti che con gli sguardi apprezzavano il fisico del giovane. Loredana una sera, incuriosita dal cartello della pizzeria entrò nel locale e trovò tutti i posti occupati, si guardò intorno, incontrò lo sguardo di Michele: "Signorina aspetti un attimo, un cliente ha appena pagato il conto e sta per uscire." "Poco dopo: "Che genere di pizza preferisce?" Intanto cercava di far girare la pasta in alto come un vero pizzaiolo napoletano. "Sono Michele Baldoni, lo consiglio una Capricciosa, non è un'allusione a lei, cercherò di non bruciare la pizza, sono ancora agli inizi come pizzaiolo, come bevande le sconsiglio quelle a base di Cola, preferibili le spremute." Sono d'accordo, gradirei un succo di melograni." "Vorrei aspettarla sin quando avrà finito il suo lavoro, si è fatto tardi e non vorrei fare brutti incontri." La giustificazione poteva essere accettabile, la verità era un'altra, Lory voleva una compagnia maschile di suo gusto, l'aveva trovata. A mezzanotte, abbassata la serranda Michele prese sottobraccio Loredana che non reagì, anche nella penombra era attratta dal viso mascolino del giovane ed anche dal suo profumo personale. "lo abito con mio zio Settimio in un appartamento sopra la pizzeria, dove ti debbo accompagnare, ho qui fuori la Panda dello zio." "Via Nomentana 391". Giunti dinanzi al portone: "Ciao cara, quando vorrai sono a tua disposizione." Loredana era interessata al giovane ma per non apparire troppo 'facile' la prima volta lo salutò: "Quando avrò di nuovo voglia di pizza so dove trovarti." La ragazza, stanca di studiare la sera seguente ebbe voglia di pizza. "Caro sono Loredana, ho lasciato la mia auto davanti alla pizzeria, vienimi a prendere." Dopo mezz'ora Michele giunse davanti al portone dell'abitazione della ragazza, un inaspettato bacio in bocca l'accolse: "Ci speravo..."Dentro la pizzeria: "Zio stasera sono di libera uscita te la dovrai cavare da solo." Roma illuminata era agli occhi di Loredana veramente splendida, nella macchina di Michele stava abbracciato a lui quando squillò il telefonino: "Lory dove sei?" "In una Panda in giro per Roma." "Finalmente ti sei convertita ad un'auto normale." "Quando mai, ti sto rispondendo col mio telefonino tramite il bleutooth installato nell'auto del mio fidanzato." "Quale fida...fidanzato?" "Caro paparino non ti vuoi render conto che tua figlia sta crescendo, se lo desideri vieni nella Capitale, puoi portare con te la tua fidanzata." Quale fidanzata abbiamo lit...non ho fidanzate!" "Sei il solito, sai come raggiungermi, la Maserati ha il navigatore satellitare, non avrai problemi, a presto." Nel frattempo i due giovani erano diventati intimi, Michele la prima volta era stato molto delicato, aveva portato Loredana ad assaporare orgasmi deliziosi mai provati in vita sua, si stavano innamorando. Alfio aveva imbarcato la Maserati a Messina su un traghetto per sbarcare a Villa San Giovanni poi autostrada verso Roma. A metà strada chiamò la figlia col telefonino: "Cara questa autostrada è un disastro, doppi sensi di marcia, traffico a rilento, gabinetti degli autogrill sporchi..." "Papà non fare il lamentoso, non siamo in Svizzera, c'è qualche altro motivo per il tuo malumore?" "No o meglio si, ho una figlia che adoro ma che mi dà tante preoccupazioni." "Anch'io ti adoro specialmente quando metto mano alla carta di credito!" "Non fare la cinica, m'è venuta una preoccupazione non è che..." "Dilla tutta, ti piacerebbe diventare nonno?" "Che male ho fatto? La tua povera madre prima di morire mi ha raccomandato di..." "Non andiamo sul patetico, a Roma ti farò divertire, ho tante belle e disponibili compagne di università, spingi sull'acceleratore, stasera per festeggiare il tuo arrivo ti offrirò una pizza fatta dalle magiche mani di Michele." Alfio non fece più domande sino all'arrivo in via Nomentana dove dinanzi al portone l'attendeva la beneamata figlia. "Papà ti vedo stanco ed invecchiato!" "Mi sei mancata molto, che ne dici se mi trasferisco anch'io definitivamente a Roma?" "Che domande, sei e sarai sempre il mio paparino adorabile!" Entrando nell'appartamento della ragazza in camera da letto sul matrimoniale c'era un baby doli rosa molto corto. "Non è che avrai freddo con quella camicia da notte!" "Quando ho freddo mi strofino con Michele, contento...la camera degli ospiti è in ordine, Gaia la fantesca è brutta ma ordinata ed in cucina se la cava bene, diventerai un porcellino!" La conoscenza fra suocero e genero avvenne la sera successiva in pizzeria, solo una stretta di mano, i due conoscevano i rispettivi nomi. "Papà niente Coca Cola, equivale a tredici cucchiaini di zucchero, il diabete è dietro l'angolo!" "Una figlia rompi è davanti a me!" "Signor Alfio mi fa piacere la sua venuta a Roma così avrò qualcuno con cui dividere le paturnie di Loredana." Un tran tran si era stabilito fra i tre sino alle vacanze estive quando chiusa l'Università Loredana: "Papà è intenzione di Michele di tornare a Montecarotto dove il clima estivo è più fresco, ti aggreghi a noi?" "Mi sono informato, nelle Marche si mangia da Dio soprattutto salumi, cappelletti e formaggi." Il 'treno' delle due auto si mise in moto alle nove del due luglio, Entrata in autostrada al casello Flaminia est, prosecuzione sino all'uscita di Ancona nord poi Jesi, Pianello, Moje, Montecarotto. Arrivo in via Angeli, l'abitazione a tre piani era una ex casa colonica rimodernata. Al posto della stalla il pian terreno adibito a garage ed a deposito attrezzi, al primo piano tutti i servizi, al secondo camere da letto con annessi bagni. Nella mansarda una piccionaia dove tubavano tanti piccioni sia stanziali che di passaggio, era un albergo per volatili. I tre furono accolti con grandi feste dalla nonna Vincenza unica della famiglia rimasta in vita, nell'abitazione soggiornavano anche Beppina Ballarin una cameriera veneta arrivata non si sa come a Montecarotto, c'era anche la figlia Simonetta belloccia, ventenne che studiava all'Università di Ancona. Dopo le presentazioni ed i complimenti di rito pranzo per i cinque preparato da Beppina informata via telefono dell'arrivo dei tre. C'erano armadi e letti per tutti, la notte un cielo stellato, lungo i campi tante lucciole (quelle vere) ormai quasi introvabili in campagna. Non mancava nemmeno la compagnia dei grilli col loro cri cri, i galli e le galline già da tempo riposavano nel pollaio. La serenità del luogo colpì soprattutto Alfio non abituato a vivere in campagna, il signore prese ad interessarsi a Simonetta chiedendole notizie sui suoi studi non omettendo di informarsi sui suoi fatti personali tipo: sei fidanzata, ti senti più veneta o marchigiana? Michele e Loredana 'ammiravano' da lontano la strategia del rispettivo padre e suocero. I polli la sera andavano 'a letto' molto presto come da detto popolare, la mattina avevano la non buona abitudine di dar la sveglia a tutti al sorgere del sole soprattutto i galli, con i loro ripetuti chicchirichì non prevedendo che presto sarebbero finiti in pentola! Simonetta ricordò ad Alfio un verso di Dante: 'Temp'era dal principio del mattino.' Beppina e Simonetta avevano preso a confezionare i famosi cappelletti che più tardi finirono in pentola cotti nel brodo del povero gallo. Venne l'autunno, il clima di Montecarotto divenne più frizzante, un gran caminetto riscaldava la sala da pranzo, serviva anche a cuocere la cacciagione che un paesano munifico vicino  di casa gentilmente regalava loro, sul fuoco c'era anche una pentola con della polenta (memento della veneta Beppina) e al girarrosto tanta carne di pollo, per i galli quell'abitazione era proprio funesta! La sera a letto? Problema risolto con il prete e con la monaca, niente di quanto dicono i due termini: il prete era una costruzione in legno con quattro assi uniti da due quadrati pure in legno, su quello inferiore veniva posta la 'monaca', un contenitore in argilla con dentro della brace per riscaldare le lenzuola. Molto era mutato nel menage della famiglia 'allargata', Simonetta e Loredana frequentavano l'università di Ancona accompagnate a turno da Michele o da Alfio con la Maserati. Un giorno Alfio comunicò via telefono a Peppina che aveva avuto un guasto all'auto e doveva gioco forza rimanere ad Ancona con Simonetta. Così iniziò la 'storia' fra i due, ormai nessuno faceva più tanto caso alla differenza di età fra i due conviventi, Alfio fece di più, A Montecarotto aprì un supermercato approvvigionandosi sia con merce locale che con prodotti famosi. Ebbe un gran successo anche in campo personale, durante il pranzo natalizio annunziò la sua prossima paternità con grandi battimani da parte dei presenti. Mancava solo nonna Vincenza che, secondo il sacerdote che in chiesa aveva celebrato il funerale aveva reso l'anima a Dio. Michele da buon ateo si domandò cosa ci facesse il Signore di tante anime bah...A Settimio venne il magone pensando alla sua Roma, d'impulso prese la decisione di ritornare nella capitale con Simonetta e col figlio Romolo. Morto Settimio il nuovo proprietario di guardò bene dal cambiare nome, era diventata un'attrazione. I quattro talvolta si recavano in pizzeria ma il sapore della pizza non era lo stesso di quello di una volta di 'quando c'era lui', questo pensiero ricordò un detto nostalgico fascista.

  • 11 maggio alle ore 16:52
    IO DARE DODICI CENTO LIRE SE...

    Come comincia: Ottobre 1945, Roma, la seconda guerra mondiale era appena terminata, Gabriella Mazzarini stava uscendo dalla sua abitazione in via degli Avignonesi a Roma quando incontrò un soldato mulatto, probabilmente americano con la divisa in disordine senza cappello e barcollante nel camminare, chiaramente ubriaco. Appoggiatosi al muro il militare: “Io dare dodici cento lire se you dare culo bianco.” Gabri non sapeva se ridere e arrabbiarsi, optò per la prima soluzione:”Io volere dodici mille lire!” “Io non avere dodici mille lire!” “Allora fatti una sega!” “Io non essere falegname…!” Molto probabilmente il soldato era un italo americano, aveva percepito il significato della parola sega ma non quello dato volgarmente a quel termine, Gabri per evitare problemi preferì rientrare in casa. Quell’appartamento di  via degli Avignonesi durante il regime fascista era situato sopra una casa di tolleranza frequentata anche da persone ‘per bene’, la maggior parte fascisti sposati. Il 3 settembre 1945 un gruppo di partigiani facinorosi dopo la caduta del Fascismo avevano suonato al campanello del ‘casino’, erano entrati, si erano scopate le signorine gratis e, per sfregio, le avevano rapate a zero. Gabriella era stata fortunata, era uscita presto dal suo  appartamento, al ritorno aveva visto le ‘signorine’ piangenti. Le consolò: “Mettetevi un foulard in testa, ai maschietti non interessano i capelli.” Gabriella, ora cinquantenne  era stata la  maîtresse della casa di tolleranza,  previdente, aveva messo da parte in un sottoscala i documenti riservati riguardanti il ‘casino’. In seguito aveva cercato di farli pubblicare in una rivista  sotto il titolo: ‘Museo delle case di tolleranza nel ventennio fascista’ ma  era stata chiamata dal capo redattore che si era scusato di non poter rendere pubblico quanto in suo possesso, un alto prelato del Vaticano, venutone a conoscenza non si sa come  aveva ‘pregato’ il direttore del giornale di evitare la pubblicazione perché ‘i bambini potrebbero scandalizzarsi.’ Passata la buriana le quattro signorine Marisella, Rosina, Annalisa e la tedesca Erica  non avevano ripreso a ‘lavorare’ e insalutato ospite erano sparite dalla circolazione forse emigrate in Germania al seguito della  deutsche. Dopo la guerra non era ancora entrata in vigore la sciagurata legge Merlin che avrebbe imposto la chiusura delle ‘case chiuse’ e così Gabri si trovò a dover rimpiazzare le fuggiasche. Dopo la guerra l’Italia era ridotta a brandelli soprattutto in campo economico, allora non c’erano in giro malattie come gli infarti ma la tubercolosi purtroppo regnava sovrana, gli italiani soprattutto nelle grandi città non sapevano come soddisfare i loro bisogni primari in quanto a cibo. La povertà aveva spinto  signore e signorine anche di una certa levatura sociale ad intraprendere il mestiere più antico del mondo evitando di esercitare la professione vicino ai luoghi dove erano conosciute. Una mattina di dicembre 1945, freddo da cani a Roma, suonò il campanello di casa Mazzarini, al classico: “Chi suona?” Un voce di donna: “Prego apra, le spiegherò a voce chi sono.” “Secondo piano.” Gabriella ancora insonnolita anche se erano le undici aprì la porta ad una signora impellicciata che: “Mi avevano avvisato che a Roma  talvolta fa molto freddo, io vengo da Messina, la città dello Stretto.” “Lasci all’ingresso la valigia, preferisce caffè o te?” “Cappuccino, ho un certo languorino…” Toltasi la pelliccia la signora mostrò un bel fisico, poco truccata, non eccessivamente  alta, longilinea, bel seno, insomma piacevole. “Vorrei ‘lavorare’ in  questa ‘casa’ che vedo ha molto stile e penso prezzi alti, ho bisogno di denaro per una vicenda spiacevole…ora non mi va di rammentarla, mi scusi…” “La ‘casa’ è situata nell’appartamento sottostante, ci sono oltre ai servizi e ad un salone quattro camere da letto con bagno, lei è la prima signora che si è presentata, diamoci del tu, se sei brava puoi aiutarmi a preparare il pranzo.” “Non mi sono presentata: sono Barbara Solimeni, calabrese, moglie di un ufficiale dell’Esercito di stanza a Messina. Sino a poco tempo addietro facevo una vita agiata, mio marito era addetto al vettovagliamento del battaglione, non ci avevo fatto molto caso ma il signorino mostrava una disponibilità finanziaria superiore al suo stipendio, disponibilità di cui anch’io fruivo. Un giorno non ritornò per il pranzo, li per li non ci feci caso ma verso sera una sua telefonata, che aveva combinato?  Facendo la ‘cresta’ sui conti dell’Esercito si era impossessato di una notevole somma di danaro. IL Colonnello, suo comandante di battaglione  non aveva controllato i conti come suo dovere, scoperto l’inghippo lasciò a mio marito due soluzioni: essere denunziato ed andare a Gaeta (carcere militare) oppure congedarsi a domanda, naturalmente mio marito scelse la seconda, col solo vestito che aveva indosso sparì dalla circolazione con la Jaguar che aveva acquistato pagando solo un anticipo. Io ero casalinga, nessuna  entrata, abituata ad una vita lussuosa ho dovuto scegliere fra un impiego mal pagato o …come vedi ho scelto o…” Bene, dovrai sottoporti come da regolamento ad una visita ginecologica da parte del nostro medico convenzionato dottor Vinicio Barbera presso il suo studio a piazza Barberini e le analisi del sangue le potrai fare presso il Centro Padovani a via Veneto, sono due posti qui vicino, potrai andarci a piedi. La seconda candidata si presentò il pomeriggio dello stesso giorno: “Sono Daria Andreani, mi hanno comunicato che mio marito è dato per disperso, non mi spetta nemmeno la pensione, coltivavo con lui un terreno sulla via Ardeatina vicino Roma,  il padrone, vecchio porco voleva che seguitassi a fare la contadina e la sera portarmi a letto, l’ho preso a calci nelle palle e…son qua, se la do via voglio almeno essere pagata.” “Cara Daria questa è una casa di lusso, vai a nome mio al salone di parrucchiera qui all’angolo, Patrizia, la titolare ti sistemerà, prima di tutto le unghie e poi ti farà togliere i baffetti che hai sotto il naso, per il resto affidati a lei.” Due giorni dopo, anche se con personale ridotto a due ‘signorine’ il casino ebbe a riprendere il ‘lavoro’, si era sparsa la voce della presenza della nuova ‘quindicina’ come allora si diceva in gergo. Tor della Monaca la provenienza di Ginevra Famiglini la terza ‘volontaria’. Rossa di capelli, alta, fisico longilineo, viso da bambola in poche parole mise al corrente Gabriella della sua tragica storia: in una baracca  dove viveva con la madre ed il nuovo marito, era stata violentata da quest’ultimo, la madre le aveva dato torto’: “Tu con quella minigonna te la sei andata a cercare, gli uomini sono fatti così.” Solito giro di sistemazione prima dalla parrucchiera e poi la visita medica e gli esami del sangue. Dopo altri due giorni “Sono Mariella Civerchia, Barbara Solimeni mi ha informata del suo nuovo ‘lavoro’, la mia posizione familiare è precaria, mio marito è stato investito da un motociclista che è scappato, gli hanno tagliato un gamba, non può più lavorare…” Gabriella squadrò la nuova venuta, bionda, grandi occhi ben truccati, anche il vestiario era ricercato, tuta blu molto aderente, aveva voluto dare una spiegazione  poco convincente di quella sua scelta, Gabriella non ritenne opportuno farle domande, era il ‘pezzo’ pregiato della sua casa. L’ultima candidata fu una vera sorpresa, una brasileira  alta, bruna, tette e sedere da sfilata del Carnevale di Rio, parlava l’italiano appreso da un nonno paterno. Fatima Morello, queste le sue generalità aveva uno stile particolare che non sfuggì all’osservazione di Gabriella che non seppe darsi una spiegazione. L’organico era saturo, dopo pranzo Fatima chiese a Gabriella di parlarle a quattro occhi. Insieme si recarono nell’appartamento di Gabri che: “Sono curiosa di sapere quello che hai da dirmi, fisicamente mi sembri a posto…” “Si ma ho qualcosa in più…” Fatima scostò gli slip ed apparve lui, un coso che  pian piano si stava alzando…un trans! Dopo un attimo di stupore: “Cara per gli italiani sarai una sorpresa, durante il regime fascista era impensabile la presenza di un trans, avrebbe tolto lustro alla mascolinità italica, anche ora…” “Ho un passaporto in cui risulto donna, se non vuoi farmi ‘lavorare’ lasciami dormire qualche giorno a casa tua, sono disperata,  nei giorni passati…” Fatima aveva preso a piangere. Gabriella ebbe un moto di pietà e di generosità,  acconsentì alla richiesta, pretese solo che Fatima stesse nascosta in casa. La brasiliana era detita a prepararsi i pasti ma quello che più le pesava durante il giorno era la solitudine, solo la sera aveva la compagnia di Gabriella, dormivano nello stesso letto matrimoniale.  La signorina Morello un giorno ebbe la non buona idea di affacciarsi al balcone, la sua presenza su notata da Giovanni Abramo dirimpettaio, quarantenne ricco e sfaticato appena rientrato dal Brasile, era rimasto sorpreso nel vedere a casa di Gabriella una miss di cotanta bellezza. All’apertura della casa di tolleranza, alle sedici si presentò in sala e andò sui complimenti: “Carissima, sei sempre in forma, una domanda: chi è quella brunona che abitata a casa tua?” Gabri, benché sorpresa comprese quello che era successo. “Per le spiegazioni ci vediamo domani a pranzo, come saprai io chiudo la casa la domenica, ti farò conoscere quella signorina che probabilmente avrai visto al balcone di casa mia, mangeremo insieme, spero ti piaccia la cucina carioca.” Giovanni si comportò da gentiluomo, si presentò con due mazzi di rose, quello rosso per la sconosciuta, l’altro bianco per la padrona di casa. All’ingresso finto baciamano per le due dame. Nel salone sul grande tavolo erano stati disposti i piatti brasiliani a lui noti: ‘Feijoada, Moqueca, Acarajé, Farofa il tutto ’innaffiato’ con un vino bianco italiano il Verdicchio dei Castelli di Jesi, un caffè. A fine  pranzo Giovanni prese a conversare con Fatima in portoghese, riprese la madre lingua per non lasciar fuori dalla conversazione Gabriella. “Sei la classica brasiliana, non ti domando come sei arrivata in Italia, mi basta averti conosciuta, col permesso della tua amica vorrei fari visitare casa mia.” La visita si concluse con la permanenza fissa di  Fatima a casa del signor Abramo, un colpo di fulmine. Era  stata  da lui apprezzata la scoperta di ‘qualcosa di più’ in possesso della signorina Morello, girando il mondo, in particolare la terra Carioca era diventato bisessuale.

  • 11 maggio alle ore 15:40
    UNA MASSA DI FURBACCHIONI

    Come comincia: Furbi o astuti che dir si voglia si nasce o si diventa? Facendo mente locale può venire in mente Ulisse e poi Gesù Cristo il quale, ad una domanda capziosa di alcuni Farisei se la cavò furbescamente affermando: 'Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio'. Da non dimenticare Chichibio cuoco di un signorotto che, dopo aver cucinato una gru (una specie di airone) se ne era mangiata una coscia. Con una battuta si era salvato dalle ira del padrone. Ai nostri tempi la maggior parte delle persone cerca di emergere a spese altrui nel campo del 'vile' denaro. Poco credibili sono i cotali che affermano che i soldi non fanno la felicità, tranne per la salute o forse anche per quella i quattrini sono indispensabili. Antonio Giolitti coltivava a San Severo in quel di Foggia un piccolo appezzamento agricolo di sua proprietà ma la terra gli dava la possibilità solo di sopravvivere, aveva progetti per una esistenza migliore. A miglior vita era passato Vito Giolitti un suo zio residente da tempo a Roma, esercitava la professione di barbiere, aveva lasciato in eredità ad Antonio oltre al suo negozio di barbieria in via 4 novembre anche un appartamento sovrastante. Antonio vendette il suo terreno e si trasferì nella capitale. Una mattina stava per uscire di casa per andare al bar quando: "Ci t'è muerte Coddhru Stuertu, ci stà fase a Roma?" Antonio aveva quel soprannome di collo storto in quanto sin dalla nascita aveva la caratteristica del collo piegato a destra, pensò bene di non dar confidenza a quel paesano invadente, proseguì per la sua strada, in futuro avrebbe posto un foulard sul collo. La barbieria di via 4 novembre era vicino alla Camera dei Deputati i quali in gran numero erano clienti di suo zio, ora erano diventati i suoi. Antonio cambiò il modo di vestire per essere in linea con un ambiente elegante e chic. Dopo poco tempo era il 28 ottobre 1922, tutto cambiò in Italia ed in particolare a Roma, Mussolini con la marcia dei Fascisti su Roma cacciò il governo Facta e si insediò a Palazzo Venezia, in giro c'era aria di epurazione dei vecchi dirigenti. Un affezionato cliente della barbieria di Antonio ben ammanigliato con i burocrati della capitale lo consiglio e lo aiutò a cambiare nome e cognome, Benito Bianchi in onore del Duce e di un suo fedele seguace. Presto i nuovi governanti, tutti aderenti al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista) si insediarono nel nuovo palazzo del governo, diventarono anche loro clienti di Benito Bianchi e festeggiarono la rinnovata struttura della barbieria tutta ispirata ai valori del Fascismo. All'inaugurazione un brindisi con un italianissimo vino bianco, il Pro Secco di Valdobbiadene. Benito fece una 'minchiata' nel senso che ospitò a casa sua una paesana che ebbe la 'cattiva idea' di rimanere incinta. Nacque Adinolfo che prese il cognome del padre, la madre, insalutata ospite  sparì dalla circolazione. Benito non si perse d'animo, ingaggiò Morgana Manno una balia come di moda allora per allevare il figlio il quale ben presto dimostrò un carattere aggressivo, invece di succhiare la tetta aveva preso l'abitudine di schiacciare i capezzoli con le gengive. Morgana chiese ed ottenne di passare al biberon. Sola al mondo restò in quella casa come factotum sino al quindicesimo anno del piccolo ma poi, stanca delle angherie subite, lasciò l'abitazione che l'aveva ospitata per tanti anni, si era 'rotte le scatole' di quel ragazzino che cresceva combinando monellerie a non finire. Adinolfo dopo le scuole medie fu iscritto alla quarta ginnasiale ed in quella scuola ancora una volta mostrò le sue caratteristiche negative. Aveva scovato un negozio di scherzi di carnevale, alcuni prodotti erano innocenti altri molto meno in riga con il carattere del giovane. Scuola mista, maschi e femmine nella stessa aula, ad Adinolfo capitò come compagna di banco Laura Marzioni che ben presto maledisse quella vicinanza. Un primo assaggio le capitò una mattina quando alle dieci e trenta, all'uscita dall'aula degli studenti per l'intervallo Adinolfo le buttò sui capelli dei pidocchi di plastica acquistati nel negozio di scherzi di carnevale, titolare Proietti Fulvio. "A. ragazzi, vacce piano, c'è chi s'incazza." Laura avvisata dalle compagne di classe si mise a piangere quando si accorse dei pidocchi, scappò dalla scuola e solo a casa sua si accorse dello scherzo. Adinolfo fece orecchie da mercante all'avviso di Proietti dal quale acquistò un petafono sorta di camera d'aria ovale con un'apertura sfrangiata che, pressata emanava un forte suono tipo peto. Il giovane graziò Laura ma colpì Angela Sferrazza insegnante di matematica materia in cui il ragazzo 'zoppicava'. La dama nubile, cerea in viso, gambe storte, bassotta, era odiata dagli studenti. Una mattina appena entrata in aula fulminò con lo sguardo tutta la classe in attesa di una vittima che avrebbe interrogato con sicuro esito negativo per l'interessato o l'interessata. Appena seduta un suono forte ed inconfondibile di un peto...tutti gli studenti insegnante compresa rimasero di stucco. La signorina Sferrazza rinvenuto il corpo del reato lo portò in direzione. Il preside messo al corrente del fatto stava per ridere, riuscì a trattenersi. Ragguagliato in quale classe era accaduto il fatto comprese subito chi poteva essere il colpevole: "Signorina per oggi vada a casa, ci penserò io a punire l'alunno." "Adinolfo dovrei farti sospendere da tutte le scuole del Regno, non mi dire che non sei stato tu, per stavolta ti farò solo cambiare istituto, andrai al Tito Lucrezio Caro, li non ti illudere di farla franca, se ti comporterai male il preside non scherza." Dopo pochi giorni di insediamento nella nuova scuola Adinolfo non resistè anche perché si era nel periodo di Carnevale, andò dall'amico Proietti. "Mon ami, stavolta voglio fare il botto, dammi qualcosa che farà epoca, stì professori novi sò peggio de li vecchi!" E botto fu, una fialetta contenente un liquido puzzolente fu posta sotto la sedia dell'insegnante di lettere. Una volta seduto la fialetta si ruppe, un gran puzzo fece scappare tutta la classe nel corridoio. La notizia si sparse fra gli studenti e fra i professori, Adinolfo stavolta non fu perdonato, espulso da tutte le scuole del Regno. Papà Benito tutto sommato prese bene la notizia, per la testa aveva altri problemi ben più importanti, iscrisse il figlio ad una scuola privata con la minaccia di mandarlo all'Istituto di correzione 'Gentile' che di gentile aveva solo il nome, all'interno disciplina ferrea, nessuno scherzo ammesso pena grosse punizioni. Il giovane finalmente capì la lezione, si mise a studiare di buzzo buono meravigliando per primo il genitore, un motivo c'era, aveva come compagna di classe una ragazza di Perugia dall'aspetto piacevole. Sofia Cardinali era molto ambita e corteggiata dai maschietti ma con scarsi risultati, se la rifaceva solo con le compagne femminucce. Adinolfo se ne stava innamorando pur non frequentandola, sembrava una modella. Le difficoltà erano per il giovane uno stimolo per impegnarsi a raggiungere lo scopo ma i corteggiamenti dei maschietti non andavano a buon fine allora? Ci voleva uno scossone per far cedere la corazza della baby, pensa e ripensa il giovane ritenne che il modo migliore per conquistarla fosse in primis non girarle attorno e poi farla impietosire, le ragazze di solito sono sensibili alle tragedie, quale evento migliore che la morte di un parente prossimo? Per una settimana Adinolfo non si presentò in aula, l'ottavo terzo giorno comparve con una fascia nera al braccio e faccia da funerale, alla domanda di spiegazioni dei compagni di classe: "È morto mio padre." Manifestazioni di cordoglio e abbracci da parte degli altri alunni. Alla fine delle lezioni Sofia lo intercettò e: "Era ammalato tuo padre?" "I dottori hanno certificato il ictus, adesso sono proprio orfano, anche mia madre in passato..."Sofia lo prese sotto braccio, stavano uscendo dall'istituto quando il bidello Carmine: "Fori ce stà tu padre con 'na Mercedes." "Stronzo è una Maserati!" "Mercedes o Maserati sei un bugiardo, non voglio mai più vederti pezzo di imbroglione!" La frittata era fatta, la sceneggiata non aveva portato al finale previsto. Gli avvenimenti politici italiani avevano portato aH'avvicinamento di due regimi dittatoriali Fascismo e Nazismo. Hitler fu invitato a Roma e con sfarzo di manifestazioni festaiole fra lui e Mussolini fu sottoscritto il 'Patto d'Acciaio' che tanti lutti avrebbe portato agli italiani. Quei fatti non toccarono Benito che seguitò il suo lavoro ma importanti avvenimenti stavano accadendo anche per lui. Per il regime fascista era stata una vergogna l'emigrazione degli italiani nelle Americhe soprattutto negli Stati Uniti. Mussolini ordinò di inviare il piroscafo 'Cavour' a New York per imbarcare gli italo americani che volevano ritornare nella madre patria. Fra gli imbarcati un certo Mike Jacocca, quarantenne, prestante nel fisico i cui nonni erano emigrati a New York. Una settimana di navigazione e poi il piroscafo attraccò al porto di Ostia. Sul molo una folla festante con gagliardetti fascisti e con scritte di ben tornati. In tanto tripudio di manifestanti nessuno della Dogana pensò di controllare i bagagli dei passeggeri, sarebbe stata per loro un'offesa. Benito, uno dei pochi che erano titolari di un telefono, prima di chiudere il locale per andare a pranzare ricevette una telefonata: "Ti aspetterò dinanzi la porta di casa tua." Che fosse uno scherzo? Non lo era, un distinto signore sostava dinanzi all'ingresso. "Sbrigati, aprì la porta, nessuno mi deve vedere!" Appena  all'interno: "Sono arrivato in Italia col piroscafo 'Cavour' proveniente da New York, nel mio passaporto risulto essere Mike Jacocca, i nostri nonni erano amici per questo mi rivolgo a te, non ho fatto in tempo a mangiare..." "Vediamo quello che ci ha preparato Claretta, tutti cibi romani, ti dimenticherai le sbobbe americane!" Mike gradì anche il caffè espresso, quello lungo americano era una brodaglia. "Sto per confidarti qualcosa . di molto riservato, il mio vero nome è un altro, faccio parte dell'A.I.A. - Air Intelligence Agency, sono riuscito a portare in Italia un baule con tanti falsi biglietti di lire italiane nascoste in un baule sotto uno strato di vestiti, alla Dogana non l'hanno controllato, ho a disposizione una villa all'Olgiata e in dotazione una piccola radio trasmittente ad onde corte che capta le stazioni italiane e tedesche, ha una portata sino agli States, siamo riusciti a decifrare il codice segreto sia dei tedeschi che degli italiani, i quattrini che ho con me, coniati in una zecca americana servono a mia copertura. In un terreno vicino casa mia aprirò un centro per la G.I.L. - Gioventù Italiana Littorio - dove potranno divertirsi i 'Figli della Lupa', gli 'Avanguardisti' e tutti gli iscritti al partito fascista, non importa se costerà un bel po' di soldi, comprerò tutti i giornali ispirati al partito, giusto oggi ho letto un articolo del 'Balilla' in cui venivano sbeffeggiati i governanti americani ed inglesi: 'Rusveltaccio, posa piano presidente americano chiede aiuto e protezione al ministro Ciurcillone'. Roosvelt posa piano perché è stato ammalato di poliomelite, Ciurcillione si riferisce a Churchill ministro inglese. Domani inizieranno i lavori, ho dato come acconto centomila lire al titolare di una ditta di costruzioni che mi ha promesso di far lavorare gli operai in due turni giornalieri, il progetto è stato redatto dall'architetto Paolo Romagnoli che mi dicono molto bravo. Per il tuo lavoro di barbiere assumi un sostituto, questi ordini vengono dall'alto, da quello che mi risulta da noi non c'è stato mai un tradimento..." Quella frase smozzicata era un chiaro avvertimento, brutta fine per i traditori! Benito rammentò al suo interlocutore un verso di Dante: 'Il traditore fu ucciso ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al tffclitor ch'i' rodo.' "Non pensavo che un barbiere...ad ogni modo complimenti, non amo gli ignoranti." Il giorno dell'inaugurazione della casa della G.I.L. - Gioventù Italiana Littorio - Benito invitò il figlio Adinolfo. Gran folla di Fascisti plaudenti, si erano presentati anche alcuni gerarchi imponenti che all'arrivo salutarono Mike con il saluto fascista e: "Per il Duce Eia, Eia Alala!" Adifolfo pensò ad uno dei suoi scherzi, Benito gli lesse nel pensiero: "Non ci provare, ti rompo la testa!" Dietro le transenne in prima fila... una Sofia cambiata ma sempre bella, era sottobraccio ad un gerarca dalla pancia sciabordante vestito di nero: "Babbo (papà era stato abolito dal Fascismo) questo è Adinolfo un mio ex compagno di scuola, lo volevo sposare, a ma lui mi ha preso in giro..." "Piccola mia dì la verità lo rimpiangi?" A Sofia uscì qualche lacrima dagli occhi. "Vede dottore (a Roma tutte le persone importanti sono dottori) sua figlia anche adesso è favolosa, ma in quanto a carattere..." "Ha preso tutto da sua madre buonanima, fate pace e soprattutto fatemi diventare nonno!"

  • 11 maggio alle ore 15:11
    ALBERTO IL DEFUNTO

    Come comincia: “Come sta stò poraccio…” “Come sta, je s’è fermato er core, er professor Scopelliti c’ia provato a fallo ripartì’, dopo mezz’ora s’è arreso, è proprio morto!” “J’anno fatto quarche esame?” C’è poco da esaminà guardalo ‘n faccia, è bianco come ‘n lenzolo…” “Una vice flebile: “Lenzolo c’e sarai tu…” “Me fa piacere che te sei ripreso…” “A proposito dé piacere me fate ‘n favore, fateme uscì da sta sala con davanti la testa e no coi piedi.” “Va bè, se proprio ce tieni!” “Come te chiami?” Alberto non poteva più rispondere, stavolta era proprio morto. Il colloquio si era svolto in una sala del pronto soccorso dell’Ospedale San Giovanni di Roma, erano le tre di notte, dovevano essere avvisati i parenti del defunto che era giunto in ospedale con l’ambulanza del 118, i familiari non erano autorizzati ad accompagnare il malato, era tempo del Coronavirus. Dopo circa mezz’ora giunse dinanzi al pronto soccorso una Jaguar rossa, grande frenata e discesa dall’auto di una signora alta, struccata, espressione incazzata: “Dov’è mio marito?” “Signora qui è la camera mortuaria, abbiamo dieci cadaveri uno a suo scelta.” L’ironia di  Romoletto non fu rilevata da Palmira che scostò nove lenzuola che coprivano il viso dei morti e alla decima: “Lo sapevo che come al solito era l’ultimo, è lui, penso abbiate preso voi la carta d’identità, domattina verrò con IL titolare di Onoranze funebri.” I due infermieri Gigi e Romoletto spinti dalla particolarità della storia restarono in ospedale. Alle dieci da una Mercedes nera scesero gli addetti, scaricarono  una cassa da morto dove inserirono  Alberto che prima di essere ‘incassato’ per sempre sembrava sorridesse cosa rilevata dalla vedova che: “Stò zozzone ride pure da morto ora sono io a ridere, era pure ateo, per dispetto lo porto nella chiesa di San Giovanni, se ci volete essere venite alle sedici.” Romoletto e Gigi rimasero basiti da tanto astio, seguirono l’invito della vedova consolabile. Pian piano la chiesa si riempì di gente, soprattutto signore tutte col velo nero in testa in segno di lutto, al primo banco Palmira con un velo bianco come segno  di protesta. Finita la cerimonia un bel regalo ai signori preti ben felici di aver incassato tanti ‘fiori che non marciscono’, tradotto: soldi contanti. Il corteo di macchine si mise in moto ed entrò dentro al cimitero del Verano dove si fermò  dinanzi alla cappella  della famiglia Minazzo. Alberto o meglio la cassa dove ormai giaceva per sempre fu messa all’ultimo gradino sopra a quelli dei genitori. Dopo una settimana su richiesta di Palmira un marmista vi depositò la lapide  tombale da cui si poteva desumere l’età di Alberto al momento della morte, cinquanta anni. Nel frattempo l’incontro fra Gigi, Romoletto e Palmira ebbe un seguito, quest’ultima fece il numero del cellulare di Romoletto, lo chiamò e: “Le sembrerà strana questa mia telefonata, sono la vedova di Alberto Minazzo, ci siamo conosciuti in un momento particolare, forse il mio comportamento vi sarà sembrato irriverente nei confronti di mio marito, vorrei darvi una spiegazione, io abito in una villa a Santa Marinella, è vicina al mare, c’è anche una piscina, un prato all’inglese e molti alberi, tutta roba di mia proprietà personale, se siete d’accordo potreste venire a trovarmi domenica mattina, questo è il numero del mio telefonino, arrivati all’imbocco del paese vi guiderò io.” Gigi e Romoletto si guardarono in viso, la vedova doveva essere proprio ricca, accettarono. I due si attrezzarono con un costume da bagno, un paio di pantaloncini ed una camicia, con la vecchia Mini giunsero alle porte di Santa Marinella,  con l’aiuto di Palmira giunsero in villa. Madame aprì il portone d’ingresso, tutto  era esattamente come descritta dalla signora, si guardarono intorno un po’ spaesati, non erano mai stati in un così bel posto. Madame aprì il portone d’ingresso: “Forse è meglio non andare in spiaggia, siete bianchi come due mozzarelle, che ne dite della piscina?” Proposta accolta, Palmira si tolse il pareo e mostrò un corpo bellissimo sicuramente frutto della frequenza in istituti di bellezza ed in palestra. Alle dodici. “Vado a preparare qualcosa da mettere sotto i denti, non aspettatevi piatti eccezionali giusto per non far gorgogliare lo stomaco.” Al contrario a tavola si capì che Palmira già dalla sera prima aveva iniziato a preparare qualcosa per far bella figura, Gigi e Romoletto si abbuffarono lodando le doti culinarie della padrona di casa ed abusando, insieme a lei della bontà di un vino bianco dal nome particolare ‘Antinoo Casale del Giglio’. Gigi fece sfoggio di cultura: “Mi pare che Antinoo fosse il nome di uno dei Proci che si volevano fare Penelope la moglie di Ulisse.” Ricevette un battimani dai due presenti. A quel punto Palmira: “Sicuramente mi avrete giudicato male dinanzi alla morte di mio marito, guardate queste foto…” Erano tutte decisamente porno, il bell’Alberto mostrava tutta la sua mascolinità dinanzi a bocche aperte delle sue amiche ed anche mentre si ‘intratteneva’ con loro. Il pistolotto finale fu la proiezione di  alcuni filmini di ‘gang band’ ossia amori di gruppo. “Io non sono una statua di ghiaccio, Alberto mi ignorava sessualmente, non l’ho mai tradito ma…Quel ma era stato un chiaro invito  per i due a farsi avanti, il primo fu Gigi che prese a baciare Palmira in bocca, Romoletto si dedicò alla passera che ben presto diede segno di un orgasmo prolungato. La ‘seduta’ sessuale durò sino a sera quando i tre si trovarono privi di forze su un divano. Gigi: “Ne avevamo di arretrato… purtroppo dobbiamo rientrare a Roma, domattina siamo di servizio in ospedale.” “A Roma ho un’abitazione in via Cavour 201, al citofono una targhetta col mio cognome Donato, sarete sempre i benvenuti, mi pare di aver sognato, mai avrei immaginato…” Il sogno della signora si era mutato in realtà come quello dei due infermieri i quali,  con ‘l’aiuto’ di madame Palmira acquistarono rispettivamente una Abarth 500 ed una Mini Cooper. Alberto ed i due infermieri avevano quasi la stessa taglia di vestiti, col beneplacito di Palmira ne approfittarono per diventare due damerini invidiati dai colleghi di lavoro che non sapevano come interpretare quel loro cambiamento. Il più malevolo: “Sicuramente sono diventati dei magnaccia!” Gigi a Romoletto: “Mejo esse invidiati che compatiti, l’invidia è la confessione di inferiorità.” Non volendo Gigi aveva citato Honoré de Balzac.
     

  • 11 maggio alle ore 14:50
    PIOVE A ROMA

    Come comincia: Quando a Roma piove cade una pioggerellina leggera ma quel giorno… Eros Modigliani era uscito dal suo studio di consulente tributario in via Volturno per raggiungere un garage in via Lanza dove ogni giorno posteggiava la sua Volkwagen Tiguan. Aveva acquistato l'auto presso il concessionario di quella marca Vinicio Gallozzi suo amico sin dai tempi scolastici. "Per la città ti farebbe comodo una Up, è meno ingombrante, me la pagherai quando vuoi." Il buon Eros per raggiungere il garage si era bagnato come si dice in gergo come un pulcino, prima di uscire dallo studio non aveva guardato fuori e non si era munito di un ombrello. Finalmente arrivato a destinazione "Dottò fori piove." Romolo Giusti il proprietario del garage si era espresso con ovvietà, "Non me n'ero accorto..."Eros due anni prima si era laureato in Economia e Finanza all'università 'Guido Carli', i suoi genitori abitavano a Sperlonga, col loro aiuto finanziario aveva acquistato un trilocale a piazza Ragusa a Roma accollandosi un mutuo estinguibile in vent'anni conseguenza: niente acquisto della Up. Il giovane era stato fortunato in quanto il giorno della laurea con Centodieci e Lode all'Università era stato avvicinato da un signore piuttosto anziano: "Sono Marsilio Bersani titolare di un Studio Tributario, è mia intenzione lasciare le redini dell'ufficio ad un giovane capace, tu mi dai affidamento, questo è il mio biglietto da visita, vieni a trovarmi lunedì mattina per sistemare tutte le scartoffie burocratiche indispensabili per farti diventare mio socio, è ora che vada in pensione." Eros pensò: "Che botta di... aver trovato subito un impiego. Il lunedì mattina un altro evento fortunato, aveva trovato un garage abbastanza vicino allo studio. Il giorno prescelto si presentò al dottor Bersani: "Sono qua, spero di non deludere le sue aspettative." Eros non deluse il dottor Marsilio, nel giro di poco tempo aveva imparato i trucchi del mestiere soprattutto quelli che attirano i ricconi che vogliono pagare il meno possibile di imposte (tradotto in altri termini esportare la moneta in paradisi fiscali) Il sabato, giorno in cui lo studio era chiuso Eros lo dedicava a sistemare la sua abitazione con mobili moderni, quello che gli mancava era una presenza femminile. Gina Bentivoglio, la segretaria dello studio era ultra cinquantenne ed in ogni caso Eros aveva percepito il senso di uno scritto: 'Non mescolare mai piacere e lavoro.' L'aforisma, vergato su una piccola ceramica affissa ad una parete dello studio forse era un memento a se stesso del dottor Bersani. Col tempo l'azienda era passata completamente nelle mani di Eros, il titolare, lasciato vuoto l'appartamento di sua proprietà situato sopra lo studio si era ritirato in una casa di riposo con tutti i confort, giardino compreso, voleva godersi la terza (o la quarta) età. Il lavoro seguitava ad aumentare, Eros comprese che aveva bisogno di un aiutante. Si presentò all'Istituto Tecnico Commerciale Botticelli, in segreteria apprese i nominativi dei giovani diplomati a giugno. Marco Mazzarini secondo quanto riferito dalla segretaria della scuola era uno studente modello però in conflitto perenne con la professoressa di italiano zitella secca di fisico e di colorito giallastro, aveva il fegato in disordine. Famosi erano stati i loro litigi. Quello che più fece ridere l'intero corpo docente era stato quello di un tema dato dalla insegnate agli alunni: 'Marzo, sta arrivando la primavera.' Marco non si fece sfuggire l'occasione per prendere per i fondelli l'insegnate: 'Marzo? Marzo, me lavo, pjio er latte e vado a scola.' Era troppo. L'insegnate riportò il fatto al preside che dopo essersi fatto un bel po' di risate si limitò a redarguire l'alunno. Questo era Marco. Eros lo convocò per telefono nello studio esattamente come anni prima era accaduto a lui. Il giovane sin dall'inizio si dimostrò capace e volenteroso. Una mattina:"Dottore mi sono accorto che sopra lo studio c'è un appartamento sfitto, io convivo con mia madre vedova e con Letizia mia sorella gemella, che ne dice di interpellare il padrone per comprendere se intende affittarlo alla mia famiglia?" "Ci penserò." Una mattina era entrata nello studio, travalicando la segretaria una signora truccatissima, media età dal fare 'spiccio': "Sono la marchesa Eleonora Fiumara, in passato avevo a che fare col dottor Bersani, non so se lei sia alla stessa altezza!" " Eros Modigliani, altezza uno e ottanta, il mio predecessore mi sembra essere alto un metro e settanta." "Non faccia lo spiritoso con me, potrei ritirare tutto il mio malloppo dallo studio." Eros localizzò il patrimonio notevole della signora, era nella maggior parte investito in banche Honduregne. "Signora marchesa l'Honduras è un po' lontana, ci vorrebbe del tempo..." "Ho capito, ritorniamo al principio: io sono..." "Gentile marchesa venga al dunque, sono disponibile alle esigenze dei clienti ma..." "Vengo al dunque, un mio amico e vostro cliente mi ha soffiato quella che potrebbe essere una vostra come dire 'defaillance' conservando il carteggio mio e quello di altri clienti in ufficio, se venisse la Finanza per un controllo sarebbero guai, deve trovare un'altra soluzione." "Ritengo che lei abbia ragione, le farò conoscere le mie decisioni." "Intanto che ne dice di offrirmi un pranzo, ho intravisto qui vicino una trattoria, le preferisco ai grandi ristoranti, tutto fumo e niente arrosto!" "Gina sto andando in trattoria con la signora marchesa, avvisa per favore Marco della mia assenza, se ha bisogno di me usi il telefonino." All'ingresso il proprietario del locale, un panciuto signore di mezza età li invitò ad entrare, Eros era un cliente abituale.
    "Dottore benvenuto, mi fa piacere che abbia portato anche sua madre." "Bruttu asinu ésti orbu, sugno la marchesa Fiumara..." "Mi scusi signora marchesa, con la vecchiaia mi sta calando la vista, per il menù ci penso io come faccio sempre col dottore." Eros more solito non perse la calma ed il sorriso. "Vedrà che Giorgio si farà perdonare la gaffe con un pranzo coi fiocchi." Giorgio si fece perdonare anche non facendo pagare ad Eros il conto. All'uscita dal locale Eleonora barcollava un pò, le aveva fatto effetto il vino dei Castelli Romani. Eros la fece salire con fatica sul sedile posteriore della sua auto, quando la signora si allungò ed alzò la gonna apparve una foresta nera, la contessa non aveva indossato le mutande! Sotto casa Eros la fece scendere dall'auto per poi entrare nell'ascensore, fortunatamente non incontrarono altri inquilini. Dentro casa Eleonora parve riprendersi: "Dov'è il bagno?" Nella toilette Madame si tolse il vestito, rimase completamente nuda non aveva indossato nemmeno il reggiseno. Dopo un lavaggio ai 'gioielli' Eleonora si presentò in camera pronta alla pugna. "Vediamo quello che sai fare, non è che sei frocio?" "Non sono omosessuale." Eros dimostrò a lungo la sua vigoria sessuale, era a stecchetto da vario tempo."Cazzo non pensavo che l'avessi tanto grosso, mi fanno male la fica e il culo! Accompagnami ad una stazione di taxi, ciao, non ti dico a presto, a me piace cambiare spesso i cazzi." Alla faccia della signorilità Eleonora era proprio sboccacciata ma su un punto aveva ragione, occorreva nascondere in un posto sicuro la corrispondenza con l'estero dei clienti. La mattina successiva entrando nello studio: "Marco vieni nel mio ufficio." Si 'allargò' facendo suo il rilievo della marchesa: "Ho pensato che nella nostra contabilità riservata ci sia un 'buco', i Finanzieri in sede di controllo potrebbero accertare dove sono finiti gli investimenti irregolari dei nostri clienti, penso che la cosa migliore sia quella di depositare il tutto in una cassetta di sicurezza della nostra banca magari a nome di Gina." Giusta l'idea, sbagliato il nome dell'intestatario, si potrebbe facilmente attraverso il cognome Bentivoglio risalire alla nostra segretaria, che ne dici di intestarla a mia madre?" "Tutto sommato è una buona idea, accompagnala in studio." "Verrà anche mia sorella Letizia." Le due donne Gemma Marchetti e la figlia si assomigliavano molto, sembrano due sorelle." Dentro di sé Eros pensò che se avesse dovuto scegliere sarebbe stato in imbarazzo, ambedue erano...scopabili. Gemma fu messa al corrente del suo ruolo nel carteggio dell'ufficio del figlio. Il lunedì si recarono nella banca fiduciaria, incontrarono il direttore Manlio Richetti che, alla richiesta di affittare un cassetta di sicurezza a nome della sconosciuta Gemma Marchetti non fece una piega, alzò solo un sopracciglio, aveva compreso l'inghippo. "Data la grandezza della cassetta che voi desiderate affittare il prezzo sarebbe mille Euro, per la ditta Modigliani Mazzarini un decimo, cento Euro." All'uscita dalla banca: "Mamma io e Letizia andiamo in giro a fare delle compere, fatti accompagnare a casa da Eros." "Gentile signora, suo figlio non ha specificato in quale casa debba accompagnarla, che ne dice della mia?" Gemma sorrise, forse era stato tutto programmato, senza forse. "È un appartamento ordinato però si vede la mancanza di stile femminile, le debbo confidare la mia situazione delicata, Marco ci ha lasciati soli con la speranza che facciamo ...amicizia, mio marito è morto anni addietro, mi sono innamorata e sono divenuta l'amante di un uomo più giovane di me Damiano Giordano che ho scoperto in ritardo essere figlio di Rocco un boss dell'ndrangheta calabrese a Roma per...affari. Ho ricevuto da lui molti regali, è ricco anche se la ricchezza è di dubbia provenienza, suo padre non accetta il nostro legame, avrebbe preferito che suo figlio sposasse una ragazza del suo entourage: 'può essere tua madre'così ha sfogato la sua rabbia Rocco, la mia vita è un inferno, in passato ho scoperto un investigatore privato che chiedeva mie notizie alla segretaria della scuola dove insegno, forse lei potrebbe aiutarmi." Eros rimase colpito dalla storia di Gemma: "Cosa posso fare per aiutarla?" "lo un'idea ce l'avrei ma ci andrebbe di mezzo mia figlia..." "Ne parli con lei, io sono disponibile." La situazione che aveva progettato Gemma era quella di fare incontrare Letizia con Eros per un falso loro fidanzamento, il capo bastone calabrese a quella notizia si sarebbe quietato. Letizia anche per il bene della madre accettò la proposta, in fondo Eros era di bell'aspetto, piacevole, serio, anche a Damiano pesava la sua situazione amorosa, apprezzò l'aiuto di Eros. La situazione si evolse come progettato, nel frattempo che i due amanti di 'intrattenevano' il padrone di casa cercava di fare il disinvolto con Letizia ma si vedeva che erano ambedue imbarazzati. "Un giorno la ragazza: "Eros ma tu come stai a donne?" "Benissimo ce n'ho una davanti a me con cui amerei stringere un'amicizia profonda." Ci volle del tempo, prima che i due arrivassero all'intimità, 'Il tempo è un grande autore, scrive sempre un finale perfetto.' L'aforisma di Charlie Chaplin si dimostrò veritiero, Marco si fidanzò ufficialmente con Letizia, il capo bastone Rocco Giordano fu felice per quella conclusione. Letizia mise al mondo un bel pupo cui fu imposto il nome di Marsilio in onore del titolare dello studio il quale fece da padrino al battesimo del piccolo. Non sempre risponde a verità il detto latino: 'Fortuna audaces iuvat' Pensandoci bene Eros e Marco avevano raggiunto i loro obiettivi di lavoro senza alcuna loro 'audacia'.

  • 11 maggio alle ore 10:38
    SENSUALITÀ

    Come comincia: Isabelle Laurent aveva accompagnato suo figlio Patrizio all’aeroporto parigino di Orly con la Maserati Levante di suo marito Ubaldo Orsini attaché italiano alla ambasciata di Parigi. Il giovane aveva superato brillantemente gli esami di maturità al liceo Honorè del Balzac, appassionato di storia dell’arte aveva chiesto ed ottenuto dal padre di poter andare in vacanza a Roma, la mamma si era dimostrata contraria: “È ancora giovane per andar da solo!” “Ha diciannove anni, tu lo vorresti accompagnare anche in viaggio di nozze, ne farai un frocetto” “Cosa dici mai…” “Si, ora ti metti ad imitare Topo Gigio, non vuoi capire che Patrizio  deve fare le esperienze personali anche facendo degli errori, io alla sua età ero militare alla Ceccignola di Roma, vita dura, me ne sono scappato vincendo un concorso di addetto all’ambasciata francese qui a Parigi, gli ho prenotato una stanza all’Hotel ’Ambassador’ nella capitale, come vedi anche io penso a nostro figlio.” Isabelle non riuscì a trovare un posto dove posteggiare la Maserati, scoraggiata: “Da ora te la devi sbrigare da solo, qui c’è la documentazione da consegnare allo sportello della Air France per il check in, la partenza è prevista per le undici  con un Boeing 747, mi raccomando sta molto attento, non ti fidare di nessuno, un bacio.” Da quel momento Patrizio per la prima volta in vita sua si sentì solo, si fece coraggio, si mise in fila ed al suo turno una impiegata: “Spiacente monsieur tutti i posti dell’aereo sono occupati, abbiamo messo in atto  l’over booking, se non sa quel che vuol dire glielo spiego io, la compagnia ha venduto un numero superiore di biglietti dei posti disponibili sull’aereo, se qualcuno rinunzia o non si presenta un prenotato può sostituirlo, resti vicino allo mio sportello le darò notizie.” Nel frattempo da un altoparlante una voce femminile annunziò in tre lingue la partenza del Boeing, l’addetta al ceck in: “Si sbrighi, sì è reso libero un posto sul suo aereo.” Scaletta  e poi entrata in aereo. Patrizio su una lunga fila di tre poltrone notò un posto libero, sicuramente il suo, gli altri due erano occupati: al centro da una vistosa signora bruna con vicino un signore di mezza età che guardava fuori dall’oblò. Patrizio sistemato il bagaglio a mano sul vano porta oggetti educatamente salutò la coppia, la dama rispose con un sorriso, il signore con un grugnito, non doveva essere molto socievole. Raggiunta la quota di volo gli altoparlanti di bordo diffusero una rilassante musica francese, la signora: “Permetta che mi presenti, sono Ninfa Fogliani, questo signore accanto a me è mio marito Martino Galeazzi, di solito è l’immagine dell’allegria, oggi ha ricevuto cattive notizie circa il calo della borsa…Vorrei chiederle un favore, io e Martino soffriamo di claustrofobia, dovrei andare in bagno, le chiedo la cortesia di accompagnarmi alla toilette, è un luogo piccolo potrei anche svenire.” Patrizio a quella richiesta rimase basito , guardò il viso del signore che mostrò di non aver ascoltato le parole della moglie, una  situazione non prevista, suo padre Ubaldo gli aveva inculcato l’idea di afferrare la volo le situazioni piacevoli, si alzò ed entrò in bagno con Ninfa la quale dopo aver chiusa la porta a chiave prese a baciarlo in bocca. Logica  conseguenza del ‘ciccio’ inalberato che la signora provvide ad introdurre in ‘sua ore’ ingurgitando tante vitamine. Sorridendo, soddisfatta madame girò la chiave della toilette ed insieme a Patrizio ritornò al suo posto. Domanda di Martino: “Tutto a posto?’ conferma con un bacio in bocca al marito. Patrizio fissò il suo sguardo sulla novella amante, cercava di rendersi conto della situazione, in fatto di sesso era digiuno, solo qualche bacio a Isabelle una compagna di classe e poi tanti rasponi, zaganelle, pugnette insomma piaceri solitari che però lo lasciavano insoddisfatto. L’espressione del viso di Patrizio era tutta un punto interrogativo, Ninfa ritenne opportuno dargli delle spiegazioni, al suo orecchio: “Caro la situazione ti sarà sembrata un po’ fuori dell’ordinario, la spiegazione che mio marito è un cuckold ossia ama vedere me far l’amore con altri uomini, solo così riesce ad eccitarsi. All’inizio del nostro matrimonio era mia intenzione lasciarlo poi mi resi conto che il suo atteggiamento era dovuto alla sua natura che come saprai è immutabile, sinceramente a favore di mio marito c’è anche la sua molto florida situazione finanziaria, siamo proprietari di una villetta a schiera completamente nostra vicino alla Laurentina, stiamo per arrivare.” Intervenne Martino che doveva aver capito quanto confidato dalla consorte al giovane parigino. “Una proposta, che ne dici di venire ad abitare a casa nostra, vedo che mia moglie…”  Patrizio d’istinto decise di andare sino a fondo di quella avventura singolare: “Sarà mio piacere vivere un po’ insieme, appena a terra disdirò la prenotazione di una stanza all’albergo Ambassador.” Recuperati i bagagli dal nastro trasportatore i tre cercarono invano un facchino…improvvisamente si avvicinò un giovane: “Signori, sono Gianni Ricci  un tassista abusivo, ho qui fuori una Fiat Tipo con cui potrei accompagnarvi in qualsiasi località voi siate diretti, ho bisogno urgente di denaro, fareste un opera buona. Fu Ninfa a prendere la decisione di accontentare quel giovane, fu sempre lei ad occupare il sedile vicino al guidatore, i due uomini dietro. Seguendo le indicazioni del navigatore satellitare i quattro giunsero dinanzi al cancello della  ‘Villa Ninfa’, ad aspettarli dietro il cancello d’ingresso Lisetta e Gina le  inservienti di casa Galeazzi, le due insieme all’autista portarono i bagagli all’interno dell’abitazione. “Grazie caro, quanto ti devo?” “Faccia lei signore, come le ho accennato è stato il bisogno di denaro a spingermi a fare il tassista abusivo, sono uno studente, mia madre è ammalata e vedova di recente, non voglio pianger miseria…” “Martino : “Venga dentro casa con noi,  dalla espressione della sua faccia si deduce che ha una gran fame, segua Lisetta che le indicherà dove lavarsi poi ci raggiungerà in sala mensa.” Gina aveva dimostrato la sua grande esperienza in fatto di cucina romana, Gianni cercò di mangiare compostamente,  fece il bis di tutte le portate. “Caro Gianni questi sono cinquecento €uro, se lo desidera resti con noi anche a riposarsi, io e mio marito ci siamo commossi per la sua situazione, eventualmente avvisi sua madre del  mancato rientro a casa, intanto godiamoci il caffè sempre se lei riesce a prender sonno anche dopo averlo sorbito.” Caffè per i tre. Le due cameriere tornarono  loro  abitazione  situata vicino alla villetta. Gianni mostrò chiari segno di sonnolenza, chiese scusa e si ritirò nella camera a lui assegnata, fu seguito da Patrizio che dopo una doccia calda e distensiva anche lui a entrò in un’altra stanza. Mattina avanzata, Patrizio ancora assonnato si lavò alla peno peggio, aveva fame, in sala mensa trovò il tavolo apparecchiato alla grande: da caffè e latte a spremute varie oltre che una varietà notevole di pasticcini, doveva star attento a non abbuffarsi, ci teneva alla linea. Uscito in giardino notò  Martino e Ninfa che sedevano su una panchina, lui leggeva un quotidiano lei sferruzzava. “Ben alzato al nostro dormiglione, come vede mi sono messa in libertà, a Roma quando fa caldo fa caldo.” La padrona di casa aveva indossato una camicetta trasparente che lasciava intravedere  due bei seni, una minigonna molto larga che…la dama aveva dimenticato di indossare gli slip! Martino: “Non ci faccia anzi non farci caso, a me piacciono molto le passere pelose, è mia goduria cercare il clitoride fra una foresta nera come quella di mia moglie, come avrà capito non sono geloso.” Quello era stato un chiaro  imprimatur per Patrizio ad usufruire delle grazie muliebri. Martino seguitò: “ Posseggo una Porsche Cayenne, mia moglie una Abarth  595 cabriolet, lei ama sentire il vento fra i capelli e non solo fra quelli!” discorso seguito da una risata. Gianni era tornato a casa sua con la Fiat Tipo, telefonicamente aveva comunicato che sarebbe rimasto nella casa materna per sistemare affari di famiglia (debiti). Le due cameriere, sbrigate le faccende domestiche prima del solito orario avevano lasciato l’abitazione dove prestavano servizio, forse avevano subodorato qualcosa del menage sessuale dei datori di lavoro. Infatti: “Che ne dite di un riposino post prandiale?” Richiesta accettata senza commenti da parte di Ninfa e di Patrizio, i tre entrarono nella camera matrimoniale,  prima  passaggio nella toilette per lavare i ‘gioielli’ e poi: Ninfa e Patrizio  distesi sul letto, il giovane già ‘in armi’, il padrone di casa seduto su una poltrona in attesa che lo spettacolo dei due amanti lo facesse eccitare. “Caro mi lubrifico il popò, mio marito lo ama più della passera, vedo con piacere che hai una ciolla più piccola di quella di Martino.” Ninfa arrivò al ‘settimo cielo’ varie volte come pure Patrizio che d’improvviso sentì una mano che lo allontanava dal corpo della sua amante, Martino entrò in azione nel popò, ci rimase a lungo. Nessun dialogo fra i tre  durante la cena, si era avverato quanto previsto sin dal primo incontro. Il pomeriggio successivo suono del citofono, era Gianni: “Vi trovo in forma, ho sistemato mia madre per il vitto nella osteria sotto casa, il padrone della mi ha chiesto cinquemila €uro per lasciarmi la Tipo.” Senza far commenti Martino mise mano al portafoglio e contò dieci biglietti da cinquecento che consegnò al neo padrone della macchina poi: “Stasera vorrei cenare in  una trattoria qui vicino, si mangia veramente bene, il titolare Checco è il classico romanaccio, mi fa tanto  ridere con  le sue battute.” Sopra l’ingresso della trattoria un cartellone con la scritta ‘Da Checco’ ma al posto del titolare si presentò un signore ben vestito che esordì con accento francese: “Messieurs sono André Houlot nuovo proprietario di questa trattoria, il signor Checco ha accettato la mia proposta di acquisto del locale, ha preferito andare in pensione ma nulla è cambiato, questo è il menu.” I tre  in attesa di ‘eventi’ non si abbuffarono, solo un po’ del buon vino Merlot che li rese più audaci soprattutto Ninfa che poggiò un suo piede sulla pattuella di Gianni. “Cara io faccio una cosa per volta, se mi arrapo mi si alza ciccio ma mi si chiude la gola e non inghiotto più!” Risata generale poi Gianni: “Voglio farvi ridere, frequentavo il terzo liceo, in classe c’era anche un certa Carlotta grassottella e pudica, mi stava sulle palle col suo modo di parlare, un giorno: “Lo sai con quale parola fa rima il tuo nome, indovina un  po’, ti dice niente ‘mignotta’! ”E a te dice niente ‘Gianciotto!” Finì pari e patta ma a me rimase per sempre quel soprannome, a scuola ero per tutti Gianciotto!” Ninfa: “Lo sarai anche per noi, che ne dici di ritirarci?” La proposta fu messa in atto, tutti e tre nella camera matrimoniale, Ninfa fra due fuochi  Gianciotto nel ‘fiorello’ Patrizio nel ‘popò’ sino a quando il padrone di casa mise da parte i due e fece valere i suoi diritti nel posteriore della consorte.  Morale della storia: non risponde a verità il detto che il numero perfetto sia il tre, è il quattro!
     

  • 11 maggio alle ore 10:12
    DUE ARTISTE

    Come comincia: La necessità o meglio la possibilità di avere un doppio io è insito nella natura umana, il motivo?  Forse quello di voler essere diversi da quello che siamo nella realtà. Un esempio potrebbe essere quello che nelle varie religioni  è l’Angelo Custode il quale dovrebbe indirizzarci a prendere decisioni giuste, allontanare i demoni, rafforzarci contro le tentazioni (ma poi perché?), darci coraggio, salvarci dai guai, proteggerci e tante altre cose belle. A questo punto una domanda sorge spontanea: (scusate la frase copiata) perché al mondo avvengono tante nefandezze, nessuno segue le indicazioni dell’Angelo Custode? Potremmo seguitare a lungo e pensare alle religioni che Carlo Marx definì ‘l’oppio dei popoli’.  Ritornando al concetto del doppio io un ricordo va ad un film interpretato da James Stewart in cui l’attore nel film immaginava vicino a lui la presenza di un  coniglio gigante che lo seguiva dappertutto e che lui solo vedeva suscitando l’ilarità dei concittadini non comprendendo che erano loro  ad essere presi in giro dal personaggio. Roberto era un trentenne romano,  fisico classico mediterraneo,  titolare di una ditta assicuratrice,  quotidianamente aveva a che fare con furbi e furbastri che denunziavano incidenti automobilisti fasulli per frodare l’assicurazione. Stanco di questa situazione cercava di immaginare una vita diversa, molto diversa infatti una notte….capanna hawaiana, interno del  toocool, seduto su una sedia di canne di bambù,  dello stesso materiale un tavolo dinanzi a lui. Roby (nome del personaggio) in calzoncini corti con disegni colorati, dinanzi a sé due bellezze locali affascinanti, classiche: grandi occhi scuri, capelli lungi e neri, tette al vento, un corto gonnellino  da cui si intravvedevano: davanti un cespuglio nero e dietro un popò favoloso. Le baby si erano presentate sorridenti: “Maeva popaa” (benvenuto uomo bianco) poi iniziarono ad offrirgli frutta locale contenuta in un cesto di bambù: ananas, banane, datteri, kiwi, lime, mango, papaya tutta frutta energetica ma di cui Roby poteva fare a meno, ‘ciccio’ aveva già alzato la ‘cresta’. Preso per mano dalle due bellezze locali si ritrovò sulla battigia di una spiaggia, atmosfera romantica cui contribuiva in cielo una luna piena, un leggero ‘maaramu’ (vento caldo) poi le due ña nani si impossessarono del corpo di Roby che cercò di infilasi nel primo buchino a portata di mano o meglio di ‘ciccio’ ma mal gliene incolse: “Cazzo non pensi ad altro, pure di notte, ce l’hai pure troppo grosso!” La moglie Flavia ancora una volta aveva dimostrato il suo carattere spigoloso e non particolarmente incline a fare sesso. La consorte non era particolarmente bella, presuntuosa si  ed anche ignorante. In una occasione presentata a delle nuove amiche si esibì con una frase infelice: “Io sono ricca ed anche sfondata!” suscitando l’ilarità delle presenti, perché allora Roby l’aveva impalmata? Un classico: la moglie era ricca sfondata senza la s, possedeva anche una villa lussuosa in via Cecilia Metella. Su consiglio di un’amica comune una sera con la Toyota Highlander, titolare e autista la moglie, si erano recati al teatro Alhambra dove c’era una rappresentazione non comune: lo staff degli attori era composto da brasiliani e brasiliane  bravissimi nella danza in cui mostravano molto dei loro ‘tesori’ soprattutto posteriori ed anche l’immancabile topless.  Una ballerina era diversa dalle altre, di pelle chiara, seno misura tre, longilinea, capelli castani, piedi da far entusiasmare un  feticista,  si presentò in scena parlando l’italiano (probabile qualche nonno italico), avrebbe interpretato le canzoni di Laura Pausini.  Una voce un po’ roca, iniziò con: ‘La notte se ne va e siamo ancora qui un po’ disfatti ma randagi e liberi.’ ‘Ogni volta che non sai che fare prova a volare dentro il pianeta cuore.’ ‘Non fai per me ma non cambia nulla perché non c’è nessuno uguale a te.’  So perdonarti le cose che non mi dai.’ Alla fine dello spettacolo Flava si dimostrò entusiasta, batteva le mani tipo ‘claque’: “Voglio conoscerla personalmente, andiamo nel retro del teatro.” Era un ordine…Superato con un centone (si prenda un caffè) il divieto di ingresso  da parte di una guardia giurata, marito e moglie si ritrovarono in un grande salone dove si stavano struccando i ballerini. La cantante interprete delle canzoni della Pausini fu subito individuata da Flavia la quale: “Mi è piaciuta la sua esibizione, la invito nella mia villa, potrà rinfrescarsi ed anche mangiare qualcosa di suo gradimento, ho qui fuori la macchina.” Dopo un attimo di perplessità: “Sono Aida, la ringrazio per la sua gentilezza, il tempo di struccarmi e di cambiarmi.” Aida era alta ma non aveva le caratteristiche fisiche classiche delle brasiliane: sfoggiava capelli castani, viso da giovanissima, seno misura tre, sedere non pronunziato come le sue colleghe, gambe affusolate, piedi: un solo aggettivo: bellissimi. Roberto era seduto  dietro, ogni tanto si allungava per sentire il profumo di donna che emanava Aida, fu subito ripreso dalla moglie: “Diventerai una giraffa!” Tramite il telefono della Toyota Flavia avvisò Alfredo il cameriere: “ Sto venendo in villa con una nuova amica, preparagli la stanza degli ospiti e la doccia, avvisa Adelina per qualcosa da mangiare.” Aperto il cancello con un telecomando i tre scesero dall’auto, il piazzale era illuminato a giorno, Alfredo prese una valigia dalle mani della brasiliana e la condusse nella sua stanza. Dopo mezz’ora Aida si presentò nella sala da pranzo,  la tavola apparecchiata per un pasto luculliano. “ Sono a dieta, ma per questa volta…” “Se resterà  a casa mia proverà  la cucina romana famosa nel mondo!” Roberto era un estraneo per le due donne, Flavia faceva domande all’ospite circa la sua provenienza e sui particolari della sua vita, Aida rispondeva a monosillabi, non voleva rivelare il suo passato. “Signore vi auguro buona notte.” Solo Aida rispose al saluto, Roby si recò nella camera matrimoniale, Morfeo lo prese benevolmente fra le sue braccia sino al mattino quando: “Sono le sette, alza le chiappe, inforca quella scatoletta di macchina che hai, non lasciare tutto il lavoro sulle spalle di Eugenio, ricordati fiducia a nessuno.” Flavia si riferiva alla 500 a cui Roberto non aveva voluto rinunziare. “Ha ancora il suo fascino, perfino i giapponesi la apprezzano e se la fanno spedire dall’Italia.” “Si come pezzo da museo!” Ancora una volta Flavia aveva avuto l’ultima parola. In ufficio Eugenio stava parlando con una cliente, salutò con un cenno il suo capo che: “Stamattina non ci sono, sbrigatela tu.” Roberto con la  500 prese a fare il turista per Roma, la città gli apparve diversa, quartieri nuovi, soliti turisti vocianti fra le rovine romane. Si era fatta l’una, passando dinanzi ad una trattoria Roby posteggiò la sua vituperata vettura ed entrò in sala. “Sò  Checco er padrone del locale, nun t’offenne ma c’iai la faccia da morto di fame, lassa fà a me.” Roberto non fece onore alla cucina di Checco, una confusione totale nel suo cervello, Morfeo stavolta non c’entrava per niente nel senso che era stata la stanchezza ad impadronirsi di Roby facendolo addormentare in macchina. Era tardi quando Checco uscendo dal suo locale: “A sor coso non c’iai ‘na casa o voi puro la cena?” Roberto salutò con un cenno, mise in moto e pian piano prese la strada che portava alla villa. Aperto il cancello, posteggiata l’auto, entrò nel salone incontrò Alfredo che: “Sua moglie e la signorina sono in bagno a farsi una doccia, vuole che le avvisi del suo ritorno?” il tutto corredato da un risolino. “Lassa perde.” Stranamente  Roby si era espresso in dialetto che di solito non usava, andò in camera da letto, si spogliò, indossò i panni di casa e nel corridoio incontrò le due dame in accappatoio. “Caro sei finalmente tornato, eravamo in apprensione per te, io ed Aida ci siamo fatte una doccia, ti vedo bianco in viso, vuoi che chiami il medico?” Tutte queste attenzioni misero in sospetto il capo (formale) di casa che rassicurò Laura la quale: “Andiamo in camera da letto, c’è qualche novità importante.” Chiamale novità, uno tsunami: Daiana si era tolta l’accappatoio ed apparve la sua vera natura: un trans ma un trans molto particolare, al contrario degli altri suoi ‘colleghi’ aveva il pene ed i testicoli molto piccoli, da adolescente. “Caro non è fantastico, ho finalmente trovato quello che ho sempre cercato,  un cazzo piccolo che non mi facesse male come il tuo, provo piacere anche nel culo!” L’eloquio volgare normalmente non era nel lessico di Laura la quale proseguì: “Vedrai, piacerà anche a te, Aida è disponibile a tutto, siamo fortunati!” “Fortunato un c…zo! Roby riuscì a rendersi conto della situazione venutasi a creare, se ne uscì con: “Vado nella camera degli ospiti, non ho fame, sono solo stanco, buona notte e buon divertimento a voi due.” Stavolta nemmeno Morfeo riuscì a trasportare Roberto nel mondo dei sogni, l’ilarità e la disponibilità della moglie erano un piacevole novità, come sfruttarle? Facendo uso del  patrimonio della consorte sinora intoccabile, un’auto di lusso così sarebbe finita la ‘canzonatoria’ sulla sua ‘scatoletta’. La mattina a colazione madame Laura fu informata del desiderio di suo marito, non fece una piega: “Caro in via Appia ho c’è una concessionaria di auto di lusso, sistemiamoci e andiamoci subito, sono felice che finalmente…” Sopra l’ingresso della concessionaria un cartello ‘Nova auto srl.’, Laura spinse la porta d’ingresso a vetri e: “Caro che ne dici di questa color azzurrino?” “È una BMW serie 7, preferirei un’auto italiana, là in fondo ho intravisto una Maserati Levante color grigio metallizzato, andiamo a vederla.” “Nel frattempo si era presentato un signore distinto dallo stile un po’ snob (a Roma si dice con la puzza sotto il naso). “Signori benvenuti, sono Oreste Astone titolare di questa ditta, in cosa posso esservi utile?” “Mio marito ha scelto questa auto, vorremmo portarcela via subito.” “Gentile signora è una Maserati Levante piuttosto costosa!” “Egregio signore, sono in grado di acquistare il locale con tutte le auto, telefoni al dottor Augusto Polimeni direttore del Credito Bellunese, questo è il mio biglietto da visita.” Il signor Astone non fece una piega o meglio alzò solo un ciglio, si assentò per dieci minuti e tornò con in viso un sorriso a trentadue denti, forse una dentiera. ”Signori siete fortunati, la Maserati ha già la targa di prova, accetto un assegno, prezzo  optionals compresi è di €.165.320, toglierò gli spicci.” “Non si sforzi troppo potrebbero scoppiarle le emorroidi, Roberto metti in moto mentre stacco l’assegno.” La volgarità di Laura era stata eccessiva ma sinceramente provocata. Roberto si sistemò nella Maserati, fu  raggiunto da Daiana che lo baciò in viso, la scena fu vista da Laura che non fece commenti, si doveva abituare al trio. I tre ebbero i complimenti di Alfredo e di Adelina per l’acquisto,  per l’occasione prepararono un pranzo a base di crostacei ed una torta a due piani tipo matrimoniale con tre pupazzi, due donne ed un uomo, ormai tutti sapevano di tutto. Ritiratisi i due collaboratori domestici nella loro  dependance i tre finalmente ebbero modo di darsi ai ‘ludi orgiastici’, regia di Daiana. Prima doccia in tre con risate a non finire poi tutti sul letto agli ordini della brasiliana: “Metteremo in atto quello che in Brasile si chiama ‘pequeno trem’, in italiano un ‘trenino’: davanti Laura  sul fianco destro, io dietro di lei nel fiorellino o nel popò, Roberto dietro di me, all’opera!” Un po’ di tempo per sistemarsi e poi goderecciata generale con magno cum gaudio…Lunga vita ai tre porcelloni!
     
     
     

  • 10 maggio alle ore 18:13
    UN VEDOVO CONSOLABILE

    Come comincia: ​ Sino al trentesimo anno di età la fortuna era stata costante compagna di Amélie Martin parigina di nascita e giramondo di professione. Aveva deciso di passare un mese di vacanza estiva a Rimini dove aveva incontrato l’amore, non il solito bagnino mandrillo consolatore di turiste ma Giuliano Rocchegiani, romano, insegnante di lingue e di materie letterarie in un liceo parificato  anche lui in vacanza sulla costa adriatica. Amore a prima vista per usare una frase non originale ma che si addiceva alla situazione. Amélie, cattolica aveva voluto legalizzare il loro amore in chiesa un pomeriggio inoltrato per evitare la calura. Giuliano era giunto in treno nella capitale del godereccio estivo, a Roma aveva acceso un mutuo ventennale per l’acquisto di un appartamento, aveva dovuto rinunziare all’acquisto di un auto. Cena leggera e poi grandi manovre, Amélie in campo sessuale si era dimostrata favolosa. La mattina li trovò abbracciati, Giu decisamente affaticato, mai gli era capitata una donna tanto vogliosa e godereccia.  Avevano  passato la notte  in una stanza del Grand Hotel, evidentemente la dama se lo poteva permettere finanziariamente, lui aveva preso alloggio in una pensione.  Dopo colazione al bar tutti al mare non a ‘mostrar le chiappe chiare’ ma ad abbronzarsi sotto un ombrellone per evitare scottature. La francesina indossava un costume decisamente osé, il fisico glielo permetteva. A mezzogiorno rientro in albergo, pranzo tipico romagnolo apprezzato dai due sposini. Giuliano fece sfoggio di cultura latina: ‘Post prandium lento pede deambulare.’ Tradotto in italiano: dopo pranzo camminare lentamente.’ I due novelli sposi misero in atto il detto sino a quando Amélie si fermò dinanzi ad una Ds 2100. “Prendo le sigarette che ho lasciato in auto.” Evidentemente quella macchina di lusso era di sua proprietà. Ai primi di ottobre Giuliano dovette rientrare nella capitale per motivi di lavoro, durante il viaggio Amélie fumava una sigaretta dietro l’altra. “Cara l’aria di stà macchina è diventata una ‘London smoke’, prova a smettere, non hai notato che sul pacchetto c’è scritto ‘fumer tue?’” “Tutte chiacchiere, mio nonno fumava due pacchetti al giorno di Gauloises, è morto a novant’anni.” All’arrivo in via Appia a Roma i due coniugi furono accolti dal benvenuto di Romolo portiere dello stabile dove abitava. “Dottò ai bagaji ce penso io!”  Amélie prese possesso  dell’abitazione romana del marito che all’ingresso sfoggiò altro detto latino: ‘parva sed apta mihi’. Malgrado le sollecitazioni di Giuliano Amélie seguitava a fumare ‘come un turco’, accusava colpi di tosse sempre più frequenti.  Il medico di famiglia aveva diagnosticato una bronchite curabile con antibiotici, diagnosi errata, la francese peggiorava di giorno in giorno. Giuliano la accompagnò al pronto soccorso dell’Ospedale San Giovanni, eseguiti gli accertamenti una diagnosi infausta: “Carcinoma bilaterale ai polmoni in fase finale.’ Ameliè dopo due giorni rese l’anima a Dio. Giuliano ‘irato a’ patri numi’  chiese aiuto a Romolo per contattare una impresa di Onoranze Funebri. La bara fu portata in chiesa dove il parroco, pur non conoscendo la deceduta fece le sue lodi di buona cristiana incassando i soliti ‘fiori che non marciscono’  (denaro in contanti). Fra le carte della consorte Giuliano trovò l’indirizzo di un fratello di Amélie Paul residente a Parigi. Appresa per telefono l’infausta notizia Paul il giorno dopo giunse all’aeroporto di Fiumicino dove Giuliano andò a incontrarlo. Alla presentazione solo una stretta di mano, Paul passò la notte in casa di Giuliano. La mattina seguente contatti col titolare delle ‘Pompe Funebri’ per concordare la traslazione della salma nella capitale francese. Il titolare faccia da funerale, in prescritto abito nero dentro di sé era ‘contento come una Pasqua’ anche perché Paul non ‘fece una grinza’ alla richiesta di un esoso compenso. Dopo tre giorni Giuliano fu contattato via telefono dal fratello di Amélie che gli comunicò la notizia di una eredità a lui spettante quale marito di sua sorella, lo invitò a recarsi nella capitale francese. “Non ti offendere ma psicologicamente non mi sento ancora di fare un viaggio così lungo.” “Una soluzione: contatta un notaio di  Roma, rilasciagli una delega e fammela pervenire qui a Parigi.” Il notaio, Anna D’Arrigo aveva lo studio in via Volturno, Giuliano prese un appuntamento e poi si recò nel suo ufficio dove effettuò quanto richiesto dal cognato. Dopo circa quindici giorni gli fu notificato il possesso di una eredità notevole, tutto al cinquanta per cento con Paul, fra l’altro c’era anche un castello vicino alla Loira, il cognato era disposto ad acquistare l’altra metà dell’eredità. ”Se è d’accordo come penso che lo sia firmi questa delega, appena avrò notizie precise la farò chiamare dalla mia segretaria.” Giuliano era stordito, ebbe difficoltà a posteggiare la DS 21 sotto casa sua.  Romolo: “Dottò la vedo…” “No sto bene, vedi se riesci a trovare un posteggio per la macchina sia privato che pubblico.” “Ce n’è in vendita uno diedro l’angolo ma er proprietario vole ‘n sacco de sordi.” “Fottitene dei soldi, non voglio impazzire ogni giorno per posteggiare, contatta il padrone del garage, digli che sono interessato all’acquisto.” “Dottò contento lei…” Il garage valeva la cifra richiesta, lo spazio era ampio, c’era l’acqua corrente, l’energia elettrica ed una finestrella che dava su un cortile interno per il ricambio dell’aria. Il notaio D’Arrigo contattò Giuliano, gli comunicò il valore dell’eredità in contanti, una cifra spropositata. Da quel momento il modo di pensare e di vestire di Giuliano cambiò radicalmente, chiese un’aspettativa di sei mesi all’Istituto Sant’Ignazio dove insegnava, versò una bella somma al direttore per il sostentamento dei poveri da loro assistiti. Altra novità: l’appartamento occupato dalla vicina di casa di Giuliano di colpo si era  liberato, i nipoti della vecchietta deceduta erano intenzionati a venderlo, quale miglior occasione per ingrandite la casa? Detto, fatto. Appena entrato in possesso dell’immobile Giuliano fece sfondare il muro divisorio del salone con la conseguenza che la superficie dell’abitazione divenne il doppio, sostituì  i mobili  con dei nuovi in stile moderno, per ultimo estinse il mutuo in banca. Ripresosi mentalmente da tutti quei cambiamenti  Giuliano pensò al sesso che aveva trascurato negli ultimi tempi, scartò le professioniste genere di donne che non amava. Romolo nel frattempo aveva sparso la voce nel vicinato della improvvisa ricchezza di cui era venuto in possesso il dottor Rocchegiani. Al piano sottostante al suo abitava una coppia trentenne il cui marito era stato licenziato per il fallimento della ditta dove lavorava, l’interessato era stato costretto ad accettare l’impiego di Guardia Notturna. La consorte decisamente belloccia aveva un nome particolare Miriam Sega, cognome che in passato era stato bersaglio di  facili battute da parte degli spiritosoni di turno. Un pomeriggio Giuliano si stava recando presso la vicina edicola per acquistare dei giornali, fu fermato da un signore a lui sconosciuto: “Scusi se la disturbo, sono Giacomo Ricci, abito nell’appartamento sotto il suo, mia moglie cerca lavoro ma di questi tempi riceve solo  offerte  da parte di ditte che effettuano le pulizie, incarico da lei non gradito. Miriam prima di sposarmi era cuoca presso un ristorante, qualora lei avesse bisogno…” Giuliano comprese la situazione, madame avrebbe messo a disposizione le sue ‘grazie’, ne valeva la pena, era piacevole visu. La Guardia Notturna proseguì: “Io lavoro di notte, Miriam le potrebbe cucinare la cena, al bisogno anche il pranzo…” Stavolta l’offerta era stata  sfacciata. “D’accordo mi recherò a casa sua stasera.” La disponibile signora si fece trovare abbigliata con il tipico zinale usato dalle cuoche, davanti si intravvedevano due favolose tette, didietro un popò rotondeggiante completamente scoperto. “Dottore spero che la mia cucina le piaccia!” “Da quello che vedo è tutto di mio gusto, che ne dici come aperitivo di un bel pompino?” Miriam accompagnò Giuliano in bagno, mise sotto il getto d’acqua l’uccello già in erezione poi glielo prese in bocca con ovvia immediata conseguenza. “Cavolo mi hai riempito la bocca…” Che ne dici di appoggiarci sul letto  e di voltarmi le spalle, amo molto i popò e tu ne possiedi uno invitante.” La signora era stata previdente, dal comodino estrasse un tubetto contenente una crema lubrificante, Giuliano fece un’entrata trionfale nel sedere dove restò sino  all‘orgasmo ed anche dopo. “Caro domani sera sarò ancora a tua disposizione.” Giuliano comprese che era un arrivederci, lasciò sul comodino mille Euro, stava per uscire di casa quando Miriam: “Caro, io e mio marito siamo pieni di debiti che ne dici di un altro obolo?” Giuliano aggiunse altri mille Euro e pensò: “Altro che obolo quella era una ‘marchetta’ doppia!” La liaison con Miriam durò circa un anno, ormai tutti sapevano il tutto, era stato il solito Romolo a spargere la notizia: Giuliano passava per mignottaro, Miriam per mignotta, Giacomo per cornuto. Qualcosa cambiò fra i due amanti a  parte la stanchezza della novità non più novità, lentamente si affievolì  l’interesse del legame da parte di Giuliano. Era dicembre, solite feste per le vie di Roma addobbate di luminarie ed affollata di gente rumorosa. Nell’edificio dove abitava il neo paperone una novità, in un appartamento vuoto  vennero ad abitare mamma e figlia da subito preda della curiosità da parte degli altri inquilini non ultimo Giuliano che chiese notizie alla solita fonte.  “Dottò tempo che m’enformo…” Dopo due giorni: “La madre Eva Pellegrini ha circa quarant’anni, è capo reparto al supermercato ‘Jolly’, la fija Monica Bellocchio,  diciannove anni  frequenta la seconda classe der liceo classico Parini, per ora è tutto, se saprò quarch’artra notizia…”  Dopo tre giorni: “Dottò, urtime novità, madre e fija liticano spesso, la ragazza a scola pija cattivi voti, non vò più studià, la signora esce tutte le mattine alle sette e mezzo,  la fija quando va ‘n classe alle otto.” Giuliano inquadrò le notizie riguardanti le due nuove arrivate,  ripensando all’ultima notizia che la ragazza a scuola andava male…”Romolè mi devi fare incontrare la madre.” “Niente di più facile dottò, venga alle sette e mezza a casa mia, quando la signora scende coll’ascensore gliela presento.” “Signora Pellegrini questo è il dottor Rocchegiani insegnante …” “Di materie letterarie e di lingue, qualora sua figlia avesse bisogno di qualche ripetizione…” “Grazie professore, ne terrò conto,  se è libero venga alle diciotto a casa mia.” “Dottò è fatta!” “Romolè con me ho solo un biglietto da cinquecento, sarà per la prossima volta.” Giuliano alle diciassette e trenta era a casa di Romolo, aspettarono l’arrivo della signora Pellegrino che si presentò alle diciotto. “Signora possiamo salire insieme in ascensore.” “Forse il suo amico non gli ha ancora riferito che abito al pian terreno…lui lo dovrebbe sapere!” C’era dell’astio nel tono della sua voce. “Venga, mia figlia dovrebbe essere in casa, si accomodi nel mio studio, si segga.” “La metto al corrente della mia situazione familiare, mio marito è deceduto in un incidente stradale…” La porta si era improvvisamente aperta, era entrata  Monica che: “Incidente stradale un cavolo, mio padre ha avuto un infarto mentre era a letto con la sua amichetta che ha poco più della mia età, mamma lo vuol coprire, da allora io…” Monica sparì dalla circolazione sbattendo la porta. “Purtroppo è la verità che io non volevo sbandierare…” “Signora vedo che lei è in possesso di un computer, in considerazione che sua figlia non ha ancora accettato la morte di suo padre penso che sia controproducente farle una predica, la chiamerò al computer spacciandomi per Babbo Natale, il nickname di Monica?” “Fatina@alice.it” La mattina seguente Monica fece ‘sega’ a scuola, Giuliano fu avvertito da Romolo della novità, accese il suo computer e si collegò con ‘Fatina’. Con  voce profonda da vecchio: “Sono Babbo Natale, in queste giornate di festa vorrei che tutti fossero allegri e felici, tu non lo sei, che posso far per te? Non penso ai soliti doni…” “Vorrei un po’ parlare con lei, mio padre…”La ‘confessione di Monica durò a lungo, la sua infanzia, la pubertà, la scuola, un legame sessuale che le aveva sconvolto la vita. Quando frequentava la quinta ginnasiale si era innamorata di un professore che le aveva taciuto di essere sposato, ebbe dei rapporti sessuali con lui sino a quando scoprì la verità, il professore chiese l’aspettativa per motivi privati e non andò più a far lezione. Quella storia aveva lasciato un segno profondo sulla psiche della ragazza che da quel momento aveva iniziato ad odiare gli uomini.  I contatti fra i due via computer divennero sempre più frequenti e piacevoli. Un pomeriggio Giuliano: “Pum, pum, pum chi è? Sono il mago zigo zago che con l’ago e con lo spago è venuto ad attaccarti un bel botton.” Monica conosceva anche lei la storiella:: “Fila via brutto mago, lascia stare spago ed ago, getta tutto in fondo al lago vecchio mago brontolon.” Ambedue risero a lungo,  i due erano ogni giorno più spensierati.  Monica finiti i compiti, talvolta con l’aiuto del professore, a scuola era ridiventata un’alunna modello, sempre preparata con grande gioia della madre che, pur grata a Giuliano temeva un  suo eccessivo avvicinamento alla figlia. Nel frattempo il tombeur de femme aveva deciso di liquidare la vecchia (non d’età) amante. Approfittò del Natale per scriverle un biglietto di auguri allegando mille Euro, il tutto non consegnato brevi manu all’interessata ma mettendo il tutto in una busta depositata nella  cassetta delle lettere. Fu Giacomo che portò in casa la busta senza aprirla, aveva fame dopo una notte passata al freddo senza poter riposare. Fu Miriam che: “Caro sono stata liquidata con mille Euro, valgo così poco?” “Ti procurerò un altro amante col portafoglio gonfio, ora vado a letto a dormire.” Nel frattempo le conversazioni fra nonnobomba e fatina seguitarono ad essere sempre più fitte. i due ognidì erano più di buonumore,. Jenny Lagerfeld una psicologa  aveva affermato che una risata può cambiare il mondo in quanto smitizza anche le questioni più serie ed ingarbugliate, quanto mai vero, la liaison fra i due  era diventata sempre più profonda. Una sera, dopo cena qualcuno bussò alla porta dell’abitazione di Eva che si trovò di fronte  Giuliano che, dopo il classico ‘buone feste’ fu raggiunto da Monica che abbracciandolo: “Mamma, finalmente ho trovato l’amore della mia vita, dì la verità piace anche a te!” “Da madre non posso che esserne contenta ma sei stata al Comune per controllare che il signorino non sia maritato?” “È vedovo ma anche se fosse sposato me lo terrei ugualmente, mi è entrato nel cuore, nel cervello nel…” “Cara lascia perdere il resto sempre che mammina non voglia diventare nonna!” UN VEDOVO CONSOLABILESino al trentesimo anno di età la fortuna era stata costante compagna di Amélie Martin parigina di nascita e giramondo di professione. Aveva deciso di passare un mese di vacanza estiva a Rimini dove aveva incontrato l’amore, non il solito bagnino mandrillo consolatore di turiste ma Giuliano Rocchegiani, romano, insegnante di lingue e di materie letterarie in un liceo parificato  anche lui in vacanza sulla costa adriatica. Amore a prima vista per usare una frase non originale ma che si addiceva alla situazione. Amélie, cattolica aveva voluto legalizzare il loro amore in chiesa un pomeriggio inoltrato per evitare la calura. Giuliano era giunto in treno nella capitale del godereccio estivo, a Roma aveva acceso un mutuo ventennale per l’acquisto di un appartamento, aveva dovuto rinunziare all’acquisto di un auto. Cena leggera e poi grandi manovre, Amélie in campo sessuale si era dimostrata favolosa. La mattina li trovò abbracciati, Giu decisamente affaticato, mai gli era capitata una donna tanto vogliosa e godereccia.  Avevano  passato la notte  in una stanza del Grand Hotel, evidentemente la dama se lo poteva permettere finanziariamente, lui aveva preso alloggio in una pensione.  Dopo colazione al bar tutti al mare non a ‘mostrar le chiappe chiare’ ma ad abbronzarsi sotto un ombrellone per evitare scottature. La francesina indossava un costume decisamente osé, il fisico glielo permetteva. A mezzogiorno rientro in albergo, pranzo tipico romagnolo apprezzato dai due sposini. Giuliano fece sfoggio di cultura latina: ‘Post prandium lento pede deambulare.’ Tradotto in italiano: dopo pranzo camminare lentamente.’ I due novelli sposi misero in atto il detto sino a quando Amélie si fermò dinanzi ad una Ds 2100. “Prendo le sigarette che ho lasciato in auto.” Evidentemente quella macchina di lusso era di sua proprietà. Ai primi di ottobre Giuliano dovette rientrare nella capitale per motivi di lavoro, durante il viaggio Amélie fumava una sigaretta dietro l’altra. “Cara l’aria di stà macchina è diventata una ‘London smoke’, prova a smettere, non hai notato che sul pacchetto c’è scritto ‘fumer tue?’” “Tutte chiacchiere, mio nonno fumava due pacchetti al giorno di Gauloises, è morto a novant’anni.” All’arrivo in via Appia a Roma i due coniugi furono accolti dal benvenuto di Romolo portiere dello stabile dove abitava. “Dottò ai bagaji ce penso io!”  Amélie prese possesso  dell’abitazione romana del marito che all’ingresso sfoggiò altro detto latino: ‘parva sed apta mihi’. Malgrado le sollecitazioni di Giuliano Amélie seguitava a fumare ‘come un turco’, accusava colpi di tosse sempre più frequenti.  Il medico di famiglia aveva diagnosticato una bronchite curabile con antibiotici, diagnosi errata, la francese peggiorava di giorno in giorno. Giuliano la accompagnò al pronto soccorso dell’Ospedale San Giovanni, eseguiti gli accertamenti una diagnosi infausta: “Carcinoma bilaterale ai polmoni in fase finale.’ Ameliè dopo due giorni rese l’anima a Dio. Giuliano ‘irato a’ patri numi’  chiese aiuto a Romolo per contattare una impresa di Onoranze Funebri. La bara fu portata in chiesa dove il parroco, pur non conoscendo la deceduta fece le sue lodi di buona cristiana incassando i soliti ‘fiori che non marciscono’  (denaro in contanti). Fra le carte della consorte Giuliano trovò l’indirizzo di un fratello di Amélie Paul residente a Parigi. Appresa per telefono l’infausta notizia Paul il giorno dopo giunse all’aeroporto di Fiumicino dove Giuliano andò a incontrarlo. Alla presentazione solo una stretta di mano, Paul passò la notte in casa di Giuliano. La mattina seguente contatti col titolare delle ‘Pompe Funebri’ per concordare la traslazione della salma nella capitale francese. Il titolare faccia da funerale, in prescritto abito nero dentro di sé era ‘contento come una Pasqua’ anche perché Paul non ‘fece una grinza’ alla richiesta di un esoso compenso. Dopo tre giorni Giuliano fu contattato via telefono dal fratello di Amélie che gli comunicò la notizia di una eredità a lui spettante quale marito di sua sorella, lo invitò a recarsi nella capitale francese. “Non ti offendere ma psicologicamente non mi sento ancora di fare un viaggio così lungo.” “Una soluzione: contatta un notaio di  Roma, rilasciagli una delega e fammela pervenire qui a Parigi.” Il notaio, Anna D’Arrigo aveva lo studio in via Volturno, Giuliano prese un appuntamento e poi si recò nel suo ufficio dove effettuò quanto richiesto dal cognato. Dopo circa quindici giorni gli fu notificato il possesso di una eredità notevole, tutto al cinquanta per cento con Paul, fra l’altro c’era anche un castello vicino alla Loira, il cognato era disposto ad acquistare l’altra metà dell’eredità. ”Se è d’accordo come penso che lo sia firmi questa delega, appena avrò notizie precise la farò chiamare dalla mia segretaria.” Giuliano era stordito, ebbe difficoltà a posteggiare la DS 21 sotto casa sua.  Romolo: “Dottò la vedo…” “No sto bene, vedi se riesci a trovare un posteggio per la macchina sia privato che pubblico.” “Ce n’è in vendita uno diedro l’angolo ma er proprietario vole ‘n sacco de sordi.” “Fottitene dei soldi, non voglio impazzire ogni giorno per posteggiare, contatta il padrone del garage, digli che sono interessato all’acquisto.” “Dottò contento lei…” Il garage valeva la cifra richiesta, lo spazio era ampio, c’era l’acqua corrente, l’energia elettrica ed una finestrella che dava su un cortile interno per il ricambio dell’aria. Il notaio D’Arrigo contattò Giuliano, gli comunicò il valore dell’eredità in contanti, una cifra spropositata. Da quel momento il modo di pensare e di vestire di Giuliano cambiò radicalmente, chiese un’aspettativa di sei mesi all’Istituto Sant’Ignazio dove insegnava, versò una bella somma al direttore per il sostentamento dei poveri da loro assistiti. Altra novità: l’appartamento occupato dalla vicina di casa di Giuliano di colpo si era  liberato, i nipoti della vecchietta deceduta erano intenzionati a venderlo, quale miglior occasione per ingrandite la casa? Detto, fatto. Appena entrato in possesso dell’immobile Giuliano fece sfondare il muro divisorio del salone con la conseguenza che la superficie dell’abitazione divenne il doppio, sostituì  i mobili  con dei nuovi in stile moderno, per ultimo estinse il mutuo in banca. Ripresosi mentalmente da tutti quei cambiamenti  Giuliano pensò al sesso che aveva trascurato negli ultimi tempi, scartò le professioniste genere di donne che non amava. Romolo nel frattempo aveva sparso la voce nel vicinato della improvvisa ricchezza di cui era venuto in possesso il dottor Rocchegiani. Al piano sottostante al suo abitava una coppia trentenne il cui marito era stato licenziato per il fallimento della ditta dove lavorava, l’interessato era stato costretto ad accettare l’impiego di Guardia Notturna. La consorte decisamente belloccia aveva un nome particolare Miriam Sega, cognome che in passato era stato bersaglio di  facili battute da parte degli spiritosoni di turno. Un pomeriggio Giuliano si stava recando presso la vicina edicola per acquistare dei giornali, fu fermato da un signore a lui sconosciuto: “Scusi se la disturbo, sono Giacomo Ricci, abito nell’appartamento sotto il suo, mia moglie cerca lavoro ma di questi tempi riceve solo  offerte  da parte di ditte che effettuano le pulizie, incarico da lei non gradito. Miriam prima di sposarmi era cuoca presso un ristorante, qualora lei avesse bisogno…” Giuliano comprese la situazione, madame avrebbe messo a disposizione le sue ‘grazie’, ne valeva la pena, era piacevole visu. La Guardia Notturna proseguì: “Io lavoro di notte, Miriam le potrebbe cucinare la cena, al bisogno anche il pranzo…” Stavolta l’offerta era stata  sfacciata. “D’accordo mi recherò a casa sua stasera.” La disponibile signora si fece trovare abbigliata con il tipico zinale usato dalle cuoche, davanti si intravvedevano due favolose tette, didietro un popò rotondeggiante completamente scoperto. “Dottore spero che la mia cucina le piaccia!” “Da quello che vedo è tutto di mio gusto, che ne dici come aperitivo di un bel pompino?” Miriam accompagnò Giuliano in bagno, mise sotto il getto d’acqua l’uccello già in erezione poi glielo prese in bocca con ovvia immediata conseguenza. “Cavolo mi hai riempito la bocca…” Che ne dici di appoggiarci sul letto  e di voltarmi le spalle, amo molto i popò e tu ne possiedi uno invitante.” La signora era stata previdente, dal comodino estrasse un tubetto contenente una crema lubrificante, Giuliano fece un’entrata trionfale nel sedere dove restò sino  all‘orgasmo ed anche dopo. “Caro domani sera sarò ancora a tua disposizione.” Giuliano comprese che era un arrivederci, lasciò sul comodino mille Euro, stava per uscire di casa quando Miriam: “Caro, io e mio marito siamo pieni di debiti che ne dici di un altro obolo?” Giuliano aggiunse altri mille Euro e pensò: “Altro che obolo quella era una ‘marchetta’ doppia!” La liaison con Miriam durò circa un anno, ormai tutti sapevano il tutto, era stato il solito Romolo a spargere la notizia: Giuliano passava per mignottaro, Miriam per mignotta, Giacomo per cornuto. Qualcosa cambiò fra i due amanti a  parte la stanchezza della novità non più novità, lentamente si affievolì  l’interesse del legame da parte di Giuliano. Era dicembre, solite feste per le vie di Roma addobbate di luminarie ed affollata di gente rumorosa. Nell’edificio dove abitava il neo paperone una novità, in un appartamento vuoto  vennero ad abitare mamma e figlia da subito preda della curiosità da parte degli altri inquilini non ultimo Giuliano che chiese notizie alla solita fonte.  “Dottò tempo che m’enformo…” Dopo due giorni: “La madre Eva Pellegrini ha circa quarant’anni, è capo reparto al supermercato ‘Jolly’, la fija Monica Bellocchio,  diciannove anni  frequenta la seconda classe der liceo classico Parini, per ora è tutto, se saprò quarch’artra notizia…”  Dopo tre giorni: “Dottò, urtime novità, madre e fija liticano spesso, la ragazza a scola pija c

  • 10 maggio alle ore 16:05
    LE 'SIGNORINE' DISOCCUPATE

    Come comincia: Che il Covid 19  stia causando guai in tutto il mondo è cosa nota, ‘de quien es la culpa’? Sono state avanzate molte  ipotesi, prime fra tutte i pipistrelli che in passato erano classificati mammiferi benefici in quanto mangiano insetti nocivi per l’uomo, oggi sarebbero trasmettitori del virus alla specie umana. Ci sono altre teorie, quella più accreditata è che il virus sia ‘scappato’ dai laboratori cinesi o addirittura che i cinesi stessi lo abbiano volutamente diffuso nel mondo fatto sta che il questo virus sta mietendo molte vite umane oltre a mandare in tilt l’economia mondiale per la chiusura di molte fabbriche e fine delle import- export fra paesi con conseguente  disoccupazione. C’è una categoria particolare colpita dal virus cui pochi hanno pensato: le prostitute. Si quelle gentili ‘signorine’ come erano appellate nelle case di tolleranza, attualmente prestano la loro ‘opera’  per strada nei confronti di persone timide o di mariti insoddisfatti. Prima dell’inizio della crisi Anabela rumena, Analisa russa, Angelica brasiliana, Audrey francese,  Ivana croata e Iolanda romana erano peripatetiche, d’inverno vicino a fuochi accesi per riscaldarsi e d’estate in desabijè. Si avvicinavano alle macchine  dei maschietti in cerca di ‘compagnia’, mercanteggiavano il compenso e,  in caso positivo entravano in auto e  ‘esprimevano’ al meglio la loro professione. Le sei si erano conosciute ‘al lavoro’; spinte dalla comune crisi di clienti avevano deciso di riunirsi in ‘cooperativa’ in casa dell’italiana che era proprietaria di una villetta  in una traversa della via Appia a Roma. Iolanda era la più fortunata, aveva ereditato la villetta da un anziano affezionato cliente che era morto d’infarto mentre…Fra le carte del signore deceduto i Carabinieri, intervenuti sul posto per le indagini di rito avevano rinvenuto un testamento olografo, Iolanda unica erede. Il possesso dell’abitazione con parco e giardino ed una grossa somma in banca erano state rivendicate da una nipote del defunto senza successo: “Quel coglione di mio zio s’è fatto infinocchiare da una troia!” La nipote citata in Tribunale da Iolanda (l’ingiuria era stata effettuata dinanzi alle sue compagne) fu condannata dal giudice al pagamento della somma di €uro cinquemila, oltre al danno anche la beffa! Come inizio tutto bene, Iolanda e le altre cinque signorine si erano installate nelle varie camere, tutte con bagno, i locali sembravano fatte su misura per le loro ‘esigenze’. La mattina seguente Iolanda riunì le colleghe e: “Come potete immaginare ci sarà sempre qualcuno o qualcuna cui ‘prude il popò’ e ci denunzierà per prostituzione, due di voi potrò farle risultare come collaboratrici domestiche alle mie dipendenze, le altre tre…” Le signorine parlavano tutte l’italiano alla meno peggio ma non era la lingua che interessava Iolanda ma il lavoro che ufficialmente  dovevano esplicare Angelica, Audrey e Jovanka. La francese era la figlia di una sarta che operava in un paesino della Bretagna, da piccolina aveva imparato a cucire, era diventata brava nel suo lavoro, a sedici anni sua madre fu uccisa dall’amante per gelosia. La ragazza fu preda di un magnaccia che l’avviò alla prostituzione, il cotale fu incarcerato ma Audrey dovette allontanarsi dal luogo di residenza, tutti la conoscevano come prostituta. Disperata prese il primo treno che gli capitò alla stazione, si ritrovò in Italia, ormai la sua sorte era segnata ma gli era rimasta la propensione per il lavoro di sarta. Fuori della villetta fece appendere un cartello con la scritta ‘Audrey - abbigliamento femminile – haute couture.’ Iolanda con la Mini acquistata di seconda mano condusse Audrey al centro in una libreria dove  acquistarono varie riviste di moda che sarebbero servite ad Audrey per copiare i modelli più in voga. Per curiosità alcune signore si presentarono alla ‘sartoria’, una  di loro ordinò due vestiti uno stile giapponese ed un altro in stile francese. Lasciò il suo nome: Lidia Carboni ed un acconto di cinquecento Euro, buon inizio. Dopo quindici giorni la signora Lidia in seguito ad invito telefonico di Audrey si presentò in sartoria, versò altre cinquecento Euro e: “Gentile signorina ho un problema, sono diciamo vedova, mio marito…lasciamo perdere, sono ricca di famiglia, la mia preoccupazione sono i miei due figli Giulio Cesare e Matilde Adelaide, il loro doppio nome una fisima di mio… del mio ex, marchese di casato ma puttaniere incallito…” La signora si era messa a piangere, intervenne Iolanda: “Signora anche se non ho figli posso comprendere il suo stato d’animo, se vuole resti con noi a pranzo, saremo in cinque, con noi abitano anche altre due mie amiche cuoche e camerieri Anabela rumena e Analisa russa, il menù sarà vario, penso che la compagnia le servirà per rinfrancarsi.” “Telefono al mio maggiordomo penserà lui a sistemare Giulio Cesare ed Matilde Adelaide.” Iolanda in vena di confidenze, a fine del pasto mise al corrente Lidia della loro storia pregressa, Lidia non solo non fece commenti ma fece degli apprezzamenti favorevoli per le sei ex prostitute che avevano scelto un loro lavoro dignitoso. Quale era il guaio cui aveva accennato Lidia? “I miei due figli gemelli si …si sono scambiati di sesso, Giulio Cesare è piuttosto femmineo, Matilde Adelaide mascolina, che può essere avvenuto? Io sono una donna diciamo normale, il mio ex un puttaniere incallito, come sarà il futuro dei miei figli?” “Cara Lidia, permettimi di darti del tu, io e le mie amiche siamo o meglio eravamo preparate in…altri campi. Vorrei consultare un medico sessuologo mio amico Clemente Bosio per qualche consiglio in merito, domenica per il pranzo porta a casa mia i tuoi pargoli, saremo in dieci, che ne dici?” “Per risolvere i miei problemi farei di tutto…” Non riuscendo a trovare altro lavoro Angelica e Jovanka si erano fatte assumere da un ditta che effettuava pulizie nei locali  pubblici, in fondo erano felici, avevano un loro stipendio ed una famiglia. Lidia giunse nella villetta di Iolanda alle dodici, al volante della Jaguar X Type  Matilde Adelaide, vicino Lidia, nel sedile posteriore Giulio Cesare. Dopo le presentazioni Iolanda: “Ragazzi con me dimenticatevi del doppio nome, sarete solo Giulio e Matilde.” Poco dopo giunse  il dottor Bosio al volante di una Abarth 695, un bolide da duecento all’ora. “Signore i miei rispetti, sento odore di buon cibo, sono stanco dei pasti della mia trattoria, Iolanda è stata da sempre una raffinata in quel campo, ed anche in altri…” I piatti di portata erano l’espressione culinaria delle varie nazionalità il buon Clemente non si abbuffò, c’era del lavoro per lui. Ricordò che in macchina aveva due bottiglie di Caffè Sport Borghetti, una sciccheria al posto del solito caffè, la bevanda fu molto apprezzata anche dai due fratelli che andarono un pó su di giri. Angelica nostalgica della sua terra d’origine mise sul cd delle musiche brasiliane indiavolate, Clemente abbracciò Matilde si esibì in una danza  seguita da un lento, quello della mattonella. La baby si accorse che  il dottor Bosio si era eccitato, la stava ‘trasportando’ nella camera da letto più vicina, con spogliarello la baby che mostrò un bosco anzi una foresta nerissima e molto folta, in mezzo un clitoride che assomigliava più ad un piccolo pene, molto sensibile che presto la portò prima ad un orgasmo clitorideo e  dopo la ‘penetratio penis’ ed il il rinvenimento del punto G l’interessata cominciò a gridare dal piacere, il tutto giunse alle orecchie delle signorine sedute nel salotto. Giulio Cesare era stato rimorchiato da Angelica  che, dopo averlo condotto in camera sua lo fece stendere sul letto. Pian piano lo spogliò, nudo aveva il fisico di un ragazzino.  Prima di mostrarsi senza veli la brasiliana cominciò a fare il solletico sul corpo del ragazzo, poi a baciarlo con la lingua dai piedi alla testa, Giulio Cesare mostrò i primi segni di gradimento, il suo piccolo ‘coso’ pian piano si allungava fu allora che Angelica  gli mostrò il suo ‘bosco’ e poi  il popò molto gradito al ragazzo, completò l’opera di seduzione, per la prima volta in vita sua Giulio Cesare aveva visto ingigantirsi il suo sino ad allora piccolo pene, riempì di sperma la bocca della sua prima amante che nel frattempo aveva provveduto ad infilarselo in ore. Pazzo di felicità ancora nudo andò a dar la notizia a Lidia: “Mamma sono diventato uomo!” “Sono felice per te, vatti a fare una doccia e soprattutto vestiti, mi fai impressione col tuo coso ancora lungo.” In seguito a quell’incontro’ Giulio Cesare e Matilde Adelaide erano molto cambiati, a scuola migliorarono nello studio, trovarono un partner in due compagni di classe.  Per ultimo, ciliegina sulla torta il padre marchese Piergiorgio Aldovrandi si fece vivo con Lidia, era rimasto a secco di quattrini. Fu cacciato in malo modo, dalla ex consorte: “Vai a farti…sovvenzionare dalle tue puttanelle”!
     

  • 10 maggio alle ore 15:11
    ALBERTO IL DETECTIVE

    Come comincia: Alberto Manzoni (nessuna parentela col celebre scrittore) apparteneva alla Polizia Tributaria di una città lombarda, rivestiva il grado di  Luogotenente, specializzazione: verifiche tributarie. Era stimato dai superiori di grado sia per la sua competenza professionale che per la correttezza in servizio. In passato alcuni suoi colleghi avevano visto il ‘sole a strisce’ per aver incassato tangenti. I cotali, oltre a dimostrarsi disonesti avevano peccato di ingenuità, avevano intestato beni immobili a loro stessi ovvero a parenti stretti. A trentotto anni, ancora scapolo per libera scelta aveva affittato un monolocale per evitare di dormire in caserma e dover sopportare i rumori tipici, vitto  alla mensa del Comando, voleva poter essere libero di invitare a fargli ‘compagnia’ qualche signora o signorina che aveva modo di conoscere durante i servizi. In giro per la città soprattutto quando indossava la divisa,  grazie anche al suo metro uno e ottanta riusciva ad attirare l’attenzione di qualche lombarda disponibile. Talvolta si recava a casa delle interessate, più spesso nel suo rifugio. Era entrato in confidenza col portiere dello stabile dal classico nome lombardo di Ambrogio. Una mattina Alberto, dopo una notte passata con una milf (signora non più giovanissima ma finanziariamente generosa), nel transitare dinanzi alla guardiola vide il portiere con la testa fra le mani. “Ambroes che problemi hai?”“Beatt luu che nò ha fioeu!” “Non mi dire che hai di nuovo la moglie incinta…allora proprio non sai  scopare, tieni cinquanta Euro, comprati tanti preservativi!” Il portiere era cattolico osservante come pure la consorte, ora i pargoli avrebbero raggiunto il numero di cinque! Si avvicinavano la vacanze di Natale, in Lombardia la nebbia era di casa, Alberto preferiva la pioggerellina romana, ottenne trenta giorni di licenza, si ‘imbarcò’ sulla vecchia sua Giulia con cui aveva percorso tanti chilometri. Affezionato al marchio Alfa Romeo avrebbe voluto acquistare una  ‘Stelvio’ ultima nata in casa A.R. ma il prezzo era superiore alle sue disponibilità finanziarie. Diretto a casa sua nella capitale, partì dopo pranzo quando la nebbia aveva lasciato il posto a qualche squarcio di sereno. Stava arrivando alla sua abitazione in via dei Serpenti quando, fermo ad un semaforo fu tamponato da un’auto. Sceso dalla Giulia, accertò lievi danni al posteriore alla sua auto, alla guida dell’auto investitrice, una Volvo 60, una un uomo di mezza età che stava quasi piangendo. “Non posso fare denunzia alla mia assicurazione, è il terzo incidente che provoco in un mese, non mi rinnoverebbero la polizza,  rischio anche il ritiro della patente. Questo è il mio biglietto da visita, faccia lei.” I danni sono lievi, nessun rimborso, sono un Luogotenente della Polizia Tributaria vada pure.” “Mi venga a trovare in ufficio.” Arrivato a casa grandi feste da parte della madre Lucrezia e della nonna Ottavia (Era l’ottava di otto figli). “Mamma stai diventando una palla, guarda tua madre a ottant’anni un figurino.” “Sono magra come un uscio” La vecchia parlava col classico accento e dialetto viterbese, era nata e vissuta a Grotte di Castro dove aveva insegnato lingue alle scuole medie sino al giorno dell’invio in pensione. Alberto cercò di rintracciare dei vecchi compagni di scuola, nessuno dei loro cognomi risultava nell’elenco telefonico. Stanco dei pranzi e cene materni  prese una decisione draconiana: ‘Domani digiuno assoluto.’ Scese in strada, salì in macchina e, aprendo il cassettino del cruscotto rinvenne il biglietto da visita consegnatogli dall’investitore della sua Giulia. ‘Cav. Ermanno Colombo – Agenzia di Investigazioni Private – ‘Le Orme’ – via Urbana n.21 – Roma. Alberto pensò di andare a trovare il cavaliere, raggiunse la via Urbana, posteggiò, citofonò al numero 21. Voce di donna: “Desidera?” “Il cavalier Colombo, ho un suo biglietto da visita. “ All’apertura della porta d’ingresso una bruna alta, gradi occhi, sicuramente una sud americana. Nel frattempo si era appalesato il titolare: “L’aspettavo, mi fa piacere che sia venuto, venga nel mio ufficio.” “La vedo più rilassato, forse l’aria natia?” “Proprio così purtroppo non ho trovato nessuno dei vecchi compagni di scuola.” “Se ne farà di nuovi, le confido che mi piacerebbe associarlo al mio studio, gli anni  cominciano a pesarmi e poi mi farebbe comodo avere uno specialista in materie tributarie, io e mia figlia Isabella, laureata in giurisprudenza, unitamente a Daiana Da Silva una brasiliana, trattiamo i soliti argomenti: a richiesta dei clienti  indagini di routine ed  accertamenti normali  per un investigatore privato, mi manca però una persona pratica di materie tributarie, lei sarebbe la persona adatta.” “Lasciare il certo per l’incerto…” “Le posso assicurare che non le mancherebbe il lavoro ed il guadagno, la mia agenzia gode di buona fama, ho risolto casi complicati, ci pensi, la invito a pranzo.” “Cavaliere mia madre mi sta facendo diventare un porcellino, per oggi ho deciso un digiuno totale.” “Allora l’invito è per domenica prossima a casa mia, abito qui vicino in via Arenula 65.” Alberto seguitò a fare il turista per Roma, erano sorti nuovi quartieri che lui non conosceva, ma la vecchia Roma era sempre là. Passando vicino al Colosseo rammentò quando studente del liceo scientifico in via Cavour faceva ‘sega’ a scuola e con i suoi compagni  si recava al  vicino Colosseo, verso sera rientrò a casa.  “Ero in pensiero per te, sarai affamato!” Inutile spiegare alla genitrice che ancora doveva digerire i passati pasti, si sdraiò sul divano dinanzi al televisore e si addormentò. Si svegliò la mattina al caldo di due coperte, la madre aveva esagerato con le premure. “Mamma mi hanno offerto un posto di lavoro a Roma, sono indeciso…” “Chi lascia il lavoro vecchio per il  nuovo sa quello che lascia ma…” “Ho capito, sei una conservatrice, deciderò da me.” Alberto si presentò a pranzo la domenica mattina a casa del cavaliere in via Arenula, un mazzo di fiori bianco per Elisabetta la padrona di casa, un mazzetto di violette per la figlia Isabella, restò a mani vuote Daiana.  “Scusa, ho dimenticato  la tua presenza, ti ricompenserò con un passaggio sulla ‘Stelvio’ che intendo acquistare con i soldi dell’ingaggio del cavalier Colombo!” “Benvenuto fra di noi, domani stesso potremo andare dal concessionario dell’Alfa Romeo mio conoscente.” Alberto fu fortunato, trovò una ‘Stelvio’ color rosso con tutti gli optionals, una meraviglia.  Provvide ad inoltrare al suo Comando di Milano la domanda di invio in pensione allegando tutti i documenti necessari, dopo una settimana gli giunse a casa il Foglio di Congedo, in fondo gli dispiaceva aver abbandonato la divisa ma ormai… Si installò nell’ufficio del cavalier Ermanno dove trovò per lui una scrivania in aggiunta a quella del titolare che: “Anche se non penso ce ne sia bisogno voglio illuminarti sul nostro lavoro: prove scritte e fotografiche richieste dai clienti, accertamenti sui comportamenti dei dipendenti e in generale di ogni persona, separazioni legali, affidamento dei figli, assenteismo in servizio, investigazioni anche in ambito penale insomma tutte le indagini possibili ed immaginabili sempre nell’ambito della legalità, ad alcuni miei colleghi hanno ritirato la licenza per loro comportamenti scorretti, ed ora visione delle pratiche in sospeso.” Alle tredici pranzo nella vicina trattoria dove la sora Lella si fece onore, Alberto assaggiò metà delle abbondanti razioni di ogni piatto. Al tavolo erano in quattro, Alberto poté dedicarsi all’esame delle due dame: Isabella aveva un bel viso da adolescente, non dimostrava i suoi trenta anni, capelli castani come pure gli occhi, seno non eccessivo, gambe affusolate. La brasiliana  Daina aveva tutte le caratteristiche delle donne della sua terra, lunghi capelli neri sparsi sulle spalle, bel viso con grandi occhi, seno prorompente, classico sedere e gambe chilometriche, coi tacchi superava in altezza. Alberto che  si rammentò della promessa fattale e la invitò  a fare un giro con la Stelvio. “Dove preferisci che vada?” “Fuori Roma, in campagna, io sono nata campagnola, il mio paese Azul si trova vicino Buenos Aires.” Daiana si era abbigliata tipo sfilata del Carnevale di Rio, era molto appariscente, fece un certo effetto a ‘ciccio’ che fu tacitato dal ‘titolare’. La vicina di macchina se ne accorse, fece finta di nulla. Giunti in un spiazzo lontano dal traffico Alberto fermò la Stelvio, si accorse che Daiana aveva un’espressione particolarmente triste. “Voglio svelarti il mio segreto, sono un trans, è la tragedia della mia vita. I miei genitori non hanno accettato sin dalla mia nascita questo mio stato, sono stata allevata in un orfanotrofio dalle suore che mi hanno fatto studiare sino al diploma di liceo classico, ho imparato oltre al portoghese anche l’inglese e l’italiano. Sono giunta in Italia per un caso fortuito, il cavalier Colombo era a Rio del Janeiro in vacanza a casa di un suo parente, il dottor Gabriel, ero la baby sitter dei suoi figli. La polizia brasiliana al contrario di quanto si possa credere non è tenera con  i trans, chiesi al cavalier Ermanno di portarmi con sé in Italia. Il dottor Gabriel acconsentì e tramite un amica pure lei trans impiegata al Ministero ottenni un passaporto in cui risultavo donna. Ho imparato la professione di detective, la mia nazionalità mi è utile per indagare in certi ambienti particolari, non mi posso dire felice ma almeno sono serena.” Daiana stava piangendo, Alberto preso da compassione la abbracciò ma ‘ciccio’ sempre all’erta si alzò in tutta la sua altezza, fu introdotto in una bocca caliente con ovvia conseguenza, Daiana fece il pieno di ‘vitamine’. La cosa non finì lì, Alberto penetrò nel popò della brasiliana che sfoderò una battuta amara: “Scusa se non ti faccio entrare in fica!” Al ritorno in ufficio Isabella li ‘sgamò: “Belli di zia vi si legge in faccia!” “Sento un po’ d’invidia nel tono tua voce!” “Se voglio un uomo ne trovo quanti ne voglio, andate da mio padre che ha un diavolo per capello…” “Cavaliere…” “Lascia stare i titoli e dammi del tu, tramite un amico sono venuto a conoscenza che domani avrò una visita della Guardia di Finanza, controlla le mie carte!” “Alberto di mise al lavoro, accertò un disastro nella contabilità, guardò in viso Ermanno che comprese.”Cercherò di tappare i buchi, la tua contabilità è un ginepraio, mi ci vorrà tutta la notte per dargli una sistemata.” Alberto lasciò un biglietto sulla scrivania di Ermanno ‘Penso di essere riuscito a regolarizzare la contabilità in meglio possibile, vado a casa a riposarmi, se arrivano i miei ex colleghi chiamami.” Arrivò una pattuglia al comando di un Luogotenente, Alberto avvisato giunse in ufficio dopo una mezz’ora, si presentò all’ex collega che per caso era un suo compagno di corso, la cosa facilitò di molto la verifica, Cesare Mattioli, questo il suo nome, sorpassò su tante  infrazioni, stilò un verbale con cui furono constate solo piccole omissioni.  A casa sua, dopo due giorni, il Natale era vicino, giunse un cestino grossissimo contenente dolci, un classico panettone,  cioccolato e due bottiglie di spumante.  Isabella abbracciò Alberto: “Non so come sarebbe finita senza il tuo intervento!” “Vorrei una ricompensa fattiva…” Alberto era stato chiaro ma aveva messo in crisi la damigella che pensava alla liaison fra Alberto e Daiana. Non se ne fece nulla, rientrando a casa arrabbiato: “Mammina pensi solo a mangiare, immagino il menù per le feste, da domani tutto cambia: pane e pasta solo integrali, grandi contorni di insalata senza sale, con poco olio e tanto succo di limone, molto pesce soprattutto quello azzurro, niente carne rossa, solo pollo e coniglio, condimenti pomodori semplici, per frutta solo mele quelle verdi e kivi.” A Lucrezia venne da piangere, che era successo a suo figlio, quel tono imperioso, tuttavia seguì i suoi ‘ordini’. Nonna Maria si espresse in latino. “Ab hodie nova incipit vita!

  • 10 maggio alle ore 14:38
    UMORISMO EROTICO

    Come comincia: UMORISMO EROTICO
    L’Universo gira intorno ad un paio di chiappe.
    Un fondo schiena ben fatto è l’unico legame fra arte e natura.
    Ogni donna è seduta sulla sua fortuna e non lo sa.
    Il popò femminile è migliore di tutti i panorami di questo mondo.
    Il culo femminile è insuperabile e sempre lo sarà, è architettura.
    Meglio una donna bassa col culo alto che una donna alta col culo basso.
    Il culo è lo specchio dell’anima.
    Il sedere è laico.
    Il deretano è la parte più eloquente di una donna.
    Oil culo? La vagina dei cattolici.
    Quando vedo il culo di Anna mi vien da piangere. Perché? Perché non me lo da!
    Il culo? Che meraviglia, è tutto un sorriso, non è mai tragico. Non gli importa cosa c’è sul davanti del corpo, si basta. Esiste altro? Chissà forse i seni mah! sussurra il culo, quei marmocchi hanno ancora cose da imparare!
    Il culo? Due cose gemelle in eterno dondolio. Va da solo con cadenza elegante nel miracolo di essere due in uno, si diverte per conto suo, a letto si agita, montagne che si innalzano, scendono, onde che si  battono su spiagge infinite.
    Il culo sorride, è felice nella certezza di essere e di tondeggiare, sfere armoniose.
    Sfere eccitanti in cui  rifugiarsi nei momenti tristi.
    Il sesso, le cosce, le chiappe ecco la vera religione, la sola idea politica, la vera padrona dell’uomo.
    Password? Stocaz’. Non è abbastanza lungo.
    Ho fatto la notte in bianco…domani la farò al sugo.
    Vesto sempre di nero così sarò pronto…
    Cerchi un amico? Scrivimi. Cerchi una risata? Chiamami. Cerchi soldi? ….’Questi numero non è al momento raggiungibile.’
    Nella vita non è importante con chi vai ma con chi vieni.
    Finché c’è fica c’è speranza.
    Acqua fresca, vino puro, fica stretta, cazzo duro.
    Domanda. Le cinesi hanno la fica a mandorla?
    A ottanta anni lascia la fica e datti al vino.
    Sia sempre benedetta la patata, fritta, lessa ma soprattutto bagnata.
    Vicino alle patate non piantate i piselli, diventerebbero duri!
    ‘Cerco la fica, lascia un messaggio a questo numero.’ Risposta: ‘Pirla cerchi la fica nel cesso degli uomini!’
    La fica è come un fiore, col tempo perde i petali ma non l’odore.
    Il portiere più forte del mondo? La fica, para contemporaneamente due palle e fa piangere il centravanti.
    La bocca parla, la fica si fa i cazzi suoi.
    La mamma sta facendo la doccia, Pierino: ‘Cos’è quella cosa che hai fra le gambe?’ ‘Una spazzola’. ‘Il babbo ce l’ha anche col manico.’
    La differenza fra la bocca e la fica? La bocca parla sempre di tutti, la figa si fa i cazzi suoi.
    Due amiche teen: ‘Hai visto la mia cosina ha già i peli.’ ‘La mia mangia già le banane.’
     
     
     

  • 10 maggio alle ore 14:17
    AVVENTURE EOLIANE

    Come comincia: Da buona eoliana Rosalia Famularo era molto attaccata alla sua terra di origine, Stromboli isola diventata famosa allorché il regista  Rossellini vi aveva girato un film e si era innamorato di Ingrid Bergman la protagonista, l’aveva sposata cornificando Anna Magnani che aveva giurato eterna vendetta nei suoi confronti. La vita di Rosalia era stata contrassegnata dalla sparizione misteriosa di suo padre Bartolo il cui cabinato ‘Il Piacere’ era stato trovato all’ancora nel vicino  isolotto Strombolicchio senza nessuno a bordo. Gli isolani avevano avanzato le ipotesi più bizzarre: fuitina con una turista conosciuta durante l’estate, rapimento e ‘ammazzatina’ da parte di un marito cocu (Bartolo godeva fama di essere un ‘tombeur de femme), arruolamento nei servizi segreti… Dopo un po’ di tempo la notizia non fece più notizia. La figlia Rosalia (Lia) era troppo piccola di età per ricordare l’episodio, sapeva solo di essere orfana di padre. Per sua fortuna la madre Laura  (Lalia) Cucinotta era ricca di famiglia. Lia era cresciuta negli agi, aveva frequentato le scuole a Lipari sino al raggiungimento della maturità classica. Studiando letteratura italiana si era imbattuta nel poeta D’Annunzio che, alla fine dell’ottocento aveva scritto il romanzo ‘Il Piacere’, ricollegò lo scritto con il nome del cabinato di suo padre ancorato all’ancora a Stromboli in una spiaggia lontano dal molo. La ragazza si era iscritta alla facoltà di Medicina  all’Università di Messina, aveva vent’anni. Era stata  la mamma ad indirizzarla verso quella facoltà con la speranza che, una volta laureata la figlia prendesse il posto del vecchio dottore in pensione, Nino Cusolito  assegnato a suo tempo a Stromboli quale medico di base. Il sanitario  si  era dimostrato poco efficiente ed inadeguato alle esigenze dei pazienti. Rosalia aveva stretto amicizia con una compagna di corso messinese Carmela Fenech, dietro invito di quest’ultima era andata ad abitare nella  abitazione della collega in uno spazioso attico in via Tommaso Cannizzaro. Lei e la cugina Marilena Serraino, ambedue  studentesse universitarie erano molto differenti in quanto a fisico. Carmela bionda alla Marilin Monroe (con questo soprannome era conosciuta dagli amici), Marilena mora, più alta di statura, fisico  massiccio, grandi occhi molto particolari di un dorato azzurrino, tette e popò alla grande, vita stretta insomma quello che i volgaroni  chiamano comunemente ‘un gran pezzo di ‘f..a’.  Milazzo,  due luglio,  le ragazze in vacanza erano alla biglietteria degli aliscafi, Rosalia chiese di acquistare tre biglietti per Stromboli.  Intervenne Carmela: “Noi due ci fermiamo a Ginostra, me ne ha parlato bene un’amica naturista, io e mia cugina amiamo la libertà, per un po’ di tempo niente luce, televisione e telefonino, dopo Ferragosto potremo tornare al caos di Messina ma per questi giorni: viva la libertà!” Rosalia perplessa non fece commenti, bello il concetto di libertà ma Ginostra era solo una piccola frazione dell’isola, per approvvigionarsi c’era un solo  store ‘da Antonino’ in cui si potevano acquistare solo beni essenziali per la sopravvivenza. Il titolare del negozio era uno stromboliano rientrato dall’Australia nostalgico della località di nascita e con un bel gruzzolo di soldi raggranellati durante la permanenza nella terra dei canguri. Carmela e Madrilena sul molo della frazione trovarono una signora anziana con in mano un cartello col loro nome, si avvicinarono alla vecchia che senza presentarsi le precedette in un sentiero che portava ad una  capanna. Finalmente si fece uscire il fiato dalla bocca: “Ci sono due letti da campo, un sacco a pelo, nell’armadio un po’ di biancheria, risparmiate l’acqua ne arriva poca quando arriva, nel cesso un water ed un lavandino, se restate sino al quindici agosto sono 2.000 Euro in contanti.” Incassato il denaro la vecchia sparì dalla circolazione insalutato ospite. Dopo un attimo di stordimento le due scaricarono le spalle dello zaino e misero le loro cose nell’armadio. Rosalia giunta al porto di Stromboli si era poi recata  nella sua abitazione di via Fico Grande dove la madre Laura la accolse con  lacrime di gioia. Dopo due giorni Rosalia non resistette al tran tran casa - spiaggia, non accettò la corte di un giovane villeggiante, andò da un vecchio amico Battista Scibilia titolare di un’officina meccanica, gli fece sistemare l’imbarcazione di suo padre con cui la mattina successiva prese la ‘via’ per Ginostra. All’arrivo si rese conto che il piccolo molo era tutto occupato da altre imbarcazioni, si spostò di un centinaio di metri più a est finché trovò una piccola caletta dove arenare il cabinato. A piedi si inerpicò su una erta, raggiunse la parte nord della frazione e da lontano scorse Marilena e Carmela nude intente a farsi ‘baciare’ dal sole. Si avvicinò loro, giunta nei pressi lanciò un  ‘Loloòio!’ vecchio grido degli indiani nei film western. Quell’urlo fece uno strano effetto sulle sue due amiche che corsero all’interno di una capanna e ne uscirono con indosso un costume a due pezzi. “Vi chiedo scusa se vi ho spaventate!”  Marilena: “Non sapevamo chi potesse essere, a te piacciono le sorprese?” “Da piccola mia mamma me le faceva trovare il giorno della Befana in una calza oppure dentro le uova di Pasqua, di che si tratta?”  “Una mia situazione personale, o prima o poi..guarda…” Marilena si era sfilata lo slip e…sorpresa sorpresa ne era uscito fuori un batacchio  piuttosto lungo. “Dì la verità non te l’aspettavi.” Lia volle fare la disinvolta: “Al giorno d’oggi non ci si meraviglia più di niente, possiamo prendere il sole in tre, anch’io mi tolgo il costume.” Dopo un po’ Rosalia: “Ho paura di scottarmi, indosso il copricostume, andiamo verso il mare, una sorpresa per voi.” Si avvicinarono alla caletta. Carmela: “Non mi dire che quel motoscafo è tuo, non vedo l’ora di farci un giro nelle isole.” Non fu possibile acconsentire al desiderio di Carmela, Rosalia scorse da lontano un motoscafo della Capitaneria di Porto che si avvicinava. “Ragazze scappiamo, non ho la patente nautica, i marinai  potrebbero elevarmi una grossa multa e forse il sequestrarmi l’imbarcazione!” Le tre mogie mogie rientrarono nella capanna, il pranzo: ‘pane, formaggio, scatolette di pesce, olive, cetrioli e frutta sciroppata in boccia, caffè solubile, niente zucchero. Alla fine del ‘frugo pasto’ Marilena entrò nella capanna e raggiunse le due amiche con in bocca una pipa fumante. “È il tabacco ‘Latakia’, Lia ti piace l’odore?” “Pensavo che le naturiste avessero altri vizi…” “Se la pensi così ti dico che ho anche del ‘Papaver Somniferum Album’ molto difficile da trovare, me l’ha regalato u mio amico siriano.” Lia aveva altri pensieri per la testa anzi solo uno, come ritornare a Stromboli col motoscafo. Al telefonino: “Battista sono Rosalia, sono a Ginostra col cabinato di mio padre,  un favore: c’è  un motoscafo della Capitaneria di Porto in giro di ispezione, non ho la patente nautica, non posso guidare il cabinato che è posteggiato qui,  dovresti venire qui con l’aliscafo indi portarmi a casa mia.”  “Quell’indi fa tanto professoressa, domattina sarò da te a Ginostra, buona notte!” Battista fu di parola solo in parte, arrivò si a Ginostra ma col suo motoscafo posteggiandolo vicino a quello di Rosalia giustificandosi: “Il comandante dell’aliscafo, partito da Napoli, via radio ha comunicato che, causa il numero eccessivo di passeggeri a bordo non avrebbe fatto scalo a Stromboli e a Filicudi.” Rosalia non gli credette, pensò ad un secondo fine della venuta di Battista col suo motoscafo, aveva conosciuto il giovane allorché studiavano ambedue  a Lipari, non ci pensò più di tanto. Apprezzò l’indifferenza con cui Battista si comportò alla visione delle due cugine, il giovane era attratto solo da lei. Solito pranzo frugale in quattro, gita a piedi all’interno della frazione, rientro, cena. Le due cugine dentro la capanna, Rosalia e Battista all’esterno sdraiati sul sacco a pelo. “Caro vedo un bozzo sospetto…” “È l’atmosfera romantica, luna piena, cicale che friniscono, intenso profumo di donna…” Rosalia anche lei eccitata si liberò dei vestiti e: “Son qua, tutta tua!” era una battuta ed anche un invito ben presto  assecondato da Battista che: “Scusa un attimo…” Il giovane si era recato all’interno della baracca ed era ritornato con due condom. “Cara non vorrei…” Dapprima prese a baciare il clitoride della compagna, dopo un di lei orgasmo Indossato un preservativo fece entrata trionfale nel fiorellino di Lia e dopo la eiaculata rimase in fica. Fu Lia che: “Caro non ha mai provato il getto di un pene all’interno della mia cosina, che ne dici di…” Batt. non se lo fece ripetere, entrò delicatamente senza condom nel fiorello che rispose alla grande alla sua eiaculazione sul collo dell’utero, forse la ragazza aveva provato anche un orgasmo con lo sfregamento del punto G fatto sta che prese  a baciare in bocca freneticamente il suo compagno. Passata la tempesta i due preferirono entrare nel sacco a pelo dove rimasero sino a quando: “Cara, i due zozzoni sono qua…” Marilena aveva informato l’amica del ritrovamento dei due che, senza forze ed anche ancora insonnoliti restarono sino all’ora del pranzo all’interno del sacco a pelo. Battista telefonò al suo aiutante di officina Stellario Pergolizzi: “Stella di papà prendi il primo aliscafo che attracca a Stromboli e fermati a Ginostra, devi riportare indietro il mio motoscafo.” Il giovane aiutante giunto a destinazione, alla vista delle tre bellezze: “ Capo che ne dici se passo anch’io la notte a Ginostra?” “Il capo dice di no, ti accompagniamo sino alla caletta dove  troverai il natante.” Sconsolato Stellario prese la via del mare lasciando gli occhi sulle tre, quando mai gli sarebbe capitata un’altra occasione. Il giorno successivo Battista in compagnia di Lia aveva riportato il cabinato a Stromboli. Il giovane, ‘in tutt’altre faccende affaccendato’ si dedicava poco al lavoro dell’officina, spesso veniva sostituito dall’aiutante che, come ricompensa ebbe raddoppiata la paga. Lia al rientro a casa sua:”Mamma che ne diresti di diventare nonna?” “Non mi dire…” “Ti dico!” ‘Iddu’ il vulcano di Stromboli dall’alto dei suoi novecento metri  avrebbe assistito alla nascita di una nuova creatura.

  • 10 maggio alle ore 14:00
    NIHIL SUB SOLE NOVUM

    Come comincia: Signora se suo figlio seguita a masturbarsi ogni giorno finirà per diventare tubercoloso, me l’ha confessato lui stesso che qualche volta lo fa due volte al giorno!” “Non è mio figlio!” “Non ha importanza, il fatto resta.” Piero era nato dal matrimonio fra Concetto e Tiziana la quale era morta di tumore alle ovaie, Matilde la seconda moglie molto desiderata dai maschietti aveva scelto di sposare Concetto per motivi venali, proveniva da famiglia disastrata finanziariamente, era stanca di continue rinunzie e di vedere le sue amiche surclassarla nel campo del’eleganza. Il giudizio del dottor Tinelli era stata riportato da Matilde al marito Concetto che era caduto seduto su una poltrona del salotto di casa completamente scioccato, considerava suo figlio Piero la luce dei suoi occhi, l’unico ricordo della defunta moglie alla quale il giovane assomigliava senza essere un  effeminato anzi…”Cara che mi consigli, a scuola non va bene al contrario degli  anni passati, quest’anno deve sostenete gli esami di licenza liceale, sicuramente sarà bocciato, ero a conoscenza del suo problema sessuale per avermelo rivelato lui stesso, ho provato a presentargli delle prostitute, niente da fare gli fanno schifo…” “Caro devo confessarti una cosa come dire molto particolare, Piero ha tentato con me una mattina di domenica mentre tu eri a caccia, si è presentato dinanzi a me nudo con tanto di…coso duro, ce l’ha proprio grosso rispetto al tuo, non voglio far paragoni ma…” Quella rivelazione di Matilde aveva sconvolto Concetto che si rifugiò in bagno e ci rimase sino all’ora del pranzo. A tavola atmosfera cupa, nessuno aveva voglia di parlare, i tre finirono il pasto in silenzio. La cameriera Gina aveva sparecchiato e lavato i piatti in silenzio, la ‘fantesca’ non si rendeva conto del perché i tre fossero tanto tristi al contrario del solito. La notte successiva Matilde provò a stuzzicare sessualmente il marito senza risultati. Il lunedì Concetto insegnante di materie letterarie al liceo Cavour non si recò a scuola, si fece prescrivere sei giorni di riposo dal medico di famiglia e si rifugiò in biblioteca. Ragionò sulla situazione creatasi: suo figlio da poco era maggiorenne, essendo studente e quindi non avendo un reddito personale doveva restare nella  casa paterna, l’unica soluzione…”Cara forse sono impazzito ma penso che tu debba sacrificarti sempre che te la senta…” Inaspettatamente: “Per me va bene i problemi sono tuoi e di tuo figlio, penso di guadagnarci….” L’affermazione di Matilde era un severo giudizio sulle prestazioni sessuali di Concetto, ci mancava solo questo. “Stasera a cena brindiamo con lo champagne ed una torta gelato, tu cerca di sorridere quando io e Piero andremo in camera sua, d’accordo?” Concetto riuscì a sorridere a denti stretti, si alzò per primo dalla tavola, si recò nella camera matrimoniale per la prima volta da solo immaginando…Immaginò giusto, Piero in camera sua sfoderò un ‘siluro’ spettacolare, Matilde si improvvisò nave scuola per il giovane, prima si fece baciare la bocca, poi le tette ed infine il clitoride con un orgasmo lunghissimo e profondo, il passaggio nella fica fu l’apoteosi finale con tanto di altro fortissimo orgasmo tanto da preoccupare Piero. “Non è che ti senti male!” “Avrei voluto sentirmi così con tuo padre, quale male ora però una promessa da parte tua, il mio ‘fiorellino’ sarà a disposizione tua due volte alla settimana ma devi impegnarti a studiare e soprattutto a superare gli esami di maturità.” Matilde era rifiorita, passava molto tempo per le vie principali di Roma a rinnovare il vestiario. Era ringiovanita ma in fondo si sentiva colpevole, Concetto sembrava di colpo invecchiato. La sera a tavola: Stasera il mio fiorellino sarà a disposizione del legittimo padrone, Concetto non fare quella faccia, ho trovato  una soluzione, ho acquistato in farmacia il ‘Levitra’, diventerai un gran mandrillo per tutta la notte!” Piero non apprezzò la nuova situazione ma comprese che ormai doveva dividere con papi la ‘cose buone’ di Matilde. La soluzione con l’uso di quel farmaco superò ogni aspettativa, addirittura Concetto iniziò a portare a casa delle studentesse maggiorenni scarse nello studio ma deliziosamente brave a letto. Veronique era  l’ultima arrivata al liceo Cavour quale insegnante di lingue, la dama di nazionalità francese era giunonica ma molto femminile. Concetto pensò di conquistare la demoiselle ma non volle scontentare moglie e figlio, tutti e quattro a cena al ristorante ‘Golosità’. Non fu una buona idea, Veronica rimase affascinata dal giovane Piero, un colpo di fulmine, all’uscita dal locale prese sotto braccio il giovane e: “Cari  ho deciso di rientrare in Francia, mi manca molto la mia villa, una sorpresa per voi, se è d’accordo l’interessato porterò con me Piero, una breve vacanza, potrà tornare a Roma quando vuole.” Piero fu sorpreso ma felicissimo non così Concetto e Matilde che fecero buon viso a cattivo gioco quando il rampollo acconsentì entusiasta di recarsi nella terra dei cugini francesi. Marito e moglie non vollero accompagnare i due a Fiumicino, avevano un peso nel cuore, fu chiamato un taxi il cui conducente caricò nel bagagliaio le valigie dei due. Ultima battuta di Piero: “Fate i bravi, vi telefonerò tutti i giorni.” Dopo tre ore l’aereo dell’Air France atterrò all’aeroporto di Orly. Una Citroen Ds 21 il taxi che li prese a bordo. L’autista sentendo l’indirizzo dove doveva condurre i due clienti si rivolse con ossequio alla signora con la speranza in una mancia sostanziosa. “Madame si vous voulez je peux aller plus vite.” “D’accord.” La Citroen divenne una Ferrari! “La  villa dove dimoro porta il mio nome, un ultimo regalo di mio marito.” “È morto?” “Forse per lui sarebbe stato meglio, sono divorziata, il mio avvocato (buon amico…) è riuscito in tribunale a strappargli metà del suo patrimonio piuttosto ingente e così mi godo la vita. Ho molti cani animali che amo molto, sono tutti di razza Beagle non ti spaventare quando siamo in villa, sono buonissimi ed affettuosi, farete subito amicizia.” Un biglietto da cento €uro fece diventare ancora più servizievole l’autista del taxi che scaricò i bagagli dei due circondato dai cani festanti. “Questi sono Fernand, Louise ed il loro figlio Marcel i miei collaboratori, abitano nella dependance  sono sempre disponibili per qualsiasi bisogno, spero ti piaccia la cucina francese.” “Penso che amerò di più una francese in carne ed ossa che non vedo l’ora di…ammirare da vicino.”  “Ho in testa qualcosa di sensazionale per festeggiare il nostro arrivo, spero che tu non sia puritano né geloso come il mio ex marito, con me la gelosia non paga!” Louise informata dell’arrivo della padrona via telefono si era fatta onore in cucina  ma Piero aveva altro per la testa. “Cara m’è venuto un sonno ma un sonno…”  “Capito il messaggio, tutto rimandato a dopo la festa di dopodomani, resterai con la bocca aperta e con gli occhi di fuori!” Il sonno tardava a venire, Piero aveva altri pensieri per la testa o meglio uno solo…” Il giorno seguente una noia…i cani seguivano Piero nel suo girovagare nel grande giardino molto ben tenuto, c’erano anche alberi di alto fusto statue di uomini e donne nudi, una grande vasca con pesci tropicali. Piero aveva notato  un  gran movimento al primo piano, Louise e Veronique verosimilmente stavano preparando la sceneggiatura per la festa del giorno dopo, un pasto ed una cena frugali, la padrona di casa era molto impegnata, stessa solfa per il pranzo. Alle quindici cominciarono ad arrivare le auto, tutte di lusso,  gli invitati uomini e donne eleganti e rumorosi si aspettavano qualcosa di particolare da parte di Veronique. Il grande salone pian piano si era riempito di invitati, qualcuno prese a sgranocchiare pasticcini e ad assaggiare lo champagne Dom Perignon. Al suono della canzone ‘nove settimane e mezzo’ irradiata dagli altoparlanti apparve Veronique…uno schianto. La dama indossava un baby doll azzurro con le tette ben visibili e la parte inferiore che metteva in bella mostra una ‘foresta nera’  che arrivava sino all’ombelico, nulla a che fare col colore dei capelli biondo miele. Applausi a non finire, la padrona di casa ancora una volta aveva stupito gli amici. Veronique assaggiò appena lo champagne e prese la scala per rientrare nella sua stanza, dopo poco alcuni amici maschi la seguirono. Piero era indeciso cosa fare anche lui si recò al primo piano, entrò nella stanza della padrona di casa che era già molto impegnata con i maschi i quali si erano divisi le varie parti del corpo di Veronique: chi il viso, chi le tette, i più fortunati il fiorellino, alcuni i piedi peraltro bellissimi e ben curati. Lo spettacolo peraltro inaspettato lasciò basito Piero che rientrò nel salone, aveva compreso la frase di Veronique: “Con me la gelosia deve essere messa da parte.”  Della servitù nemmeno l’ombra, i tre dovevano essere abituati alle sceneggiate della loro padrona e si erano ritirati nella loro abitazione. A mezzanotte la festa finì, gli invitati ripresero le loro auto e lasciarono la villa soddisfatti soprattutto quei maschietti che avevano usufruito delle grazie della padrona di casa. La notte niente sonno, Piero era ancora frastornato della sceneggiata erotica di Veronique, aveva compreso il concetto espresso dalla padrona di casa che la gelosia non doveva far parte delle qualità dei suoi ‘amici’ ma non riusciva a condividerlo. Al mattino ni recò in cucina per la colazione, sopraggiunse Piero con il viso aggrottato e stanco. “Dovrei essere io ad essere…” “Vorrei che mi accompagnassi all’aeroporto, voglio ritornare a Roma.” Un fulmine a ciel sereno, Vernique sbiancò in viso, si stava innamorando del giovane italiano, non le era mai successo di amare qualcuno, sinora solo sesso e quella  decisione di Piero…Lacrime sgorgarono dagli occhi verdi della padrona di casa, che correndo si rifugiò nella sua camera da letto. Intervenne Louise: “Noi siamo molto affezionati alla signora, non vogliamo che soffra, ci spieghi cosa è successo.” Piero riferì che aveva semplicemente chiesto di essere accompagnato all’aeroporto per ritornare in Italia. “Come tutti gli uomini lei non si è reso conto dei sentimenti di madame Veronique, ripensi alla sua decisione, non se ne pentirà.” La domestica era riuscita a far sentir colpevole Piero che decise di ripensare al ritorno a Roma, si recò nella camera di Veronique, si stese sul letto vicino a lei ancora in lacrime e…”Cara ho deciso che…” Non riuscì a finire la frase che si trovò la bocca francobollata da quella di lei, quando riuscì a parlare la castellana: “Mi fai felice, chiedimi tutto quello che vuoi.” Veronique aveva ripreso a piangere, stavolta lacrime di gioia seguite  da un amplesso favoloso. Il bussare discreto alla porta della camera da letto di Veronique fece tornare alla realtà i due amanti. “Signora sono le sedici…” “Cara prepara la cena, io e Piero siamo un po’ stanchi e affamati.” La vita di Piero al castello era diventata quella del principe consorte: mangiare, bere, grandi passeggiate nel parco. L’’italiano aveva fatto amicizia con un cane, il più vecchio del branco, l’animale  lo seguiva dappertutto, lo chiamò Ras. Una scoperta: il giardino era molto più ampio di quanto Piero immaginasse, ad un certo punto si trovò in un labirinto di cespugli fu difficile uscirne fuori, fu Ras che lo condusse sulla ‘retta via’, si meritò tante carezze. Allora tutto bene? Non tanto, padre e madre non rispondevano più al telefono, da informazioni assunte dal Consolato italiano apprese che erano ambedue deceduti. Il sesso come tutte le cose belle cominciava a scemare fra i due, Piero prese  a ragionare sul suo futuro, Veronique aveva vent’anni più di lui che sarebbe successo alla sua morte, poteva saltar fuori qualche parente francese a rivendicare l’eredità, ne parlò con Veronique la quale: “Caro non ci avevo pensato,unica soluzione il matrimonio. La futura sposa incaricò un’agenzia per approntare tutto il carteggio utile per la cerimonia, testimoni furono  Louise e Fernando, nessun invitato dei vecchi amici…sarebbe stato imbarazzante. La morte del vecchio Ras fu un dolore  per Piero, non  volle sostituirlo con un altro cane, da quel momento si sentì più solo, tumulò il corpo dell’animale in una aiuola del parco. Veronique era stata da sempre contraria a frequentare medici e ad assumere medicine, male gliene incolse, un cancro ai polmoni. Sistemata nella tomba di famiglia il corpo della moglie, Piero decise di non rimanere in Francia, stava invecchiando, la nostalgia lo convinse a ritornare a Roma. Telefonò a Gigetto il portinaio di via Nomentana annunciandogli il suo arrivo nella capitale e chiedendogli di sistemargli l’alloggio dei suoi genitori rimasto vuoto, anche se finanziariamente poteva permetterselo non volle cambiare casa. Dinanzi ad un notaio aveva stilato una delega a Louise ed a Fernando quali custodi dei beni della defunta. Grandi abbracci con loro e col loro figlio e poi una mattina presto  Piero con la Bugatti Veyron della defunta consorte o meglio del suo ex marito prese la via che conduceva a Roma, Ci vollero dieci ore con una sosta in un autogrill per arrivare in via Nomentana. Gigetto avvisato al telefono si fece trovare dinanzi al portone. “Sei dimagrito, quanti anni hai…” “Gigi , sono arrivato a cinquanta, sono stanco voglio solo mangiare ed andare a dormire.”  Nel frattempo si era presentata una ragazza bruna, alta, sorridente, uno schianto. “Questa è Berta mia nipote, è venuta a Roma per studiare all’Università.” Piero :”Il nome Deve essere il patronimico di Adalberto.” “No Adalberto è il padre, mio fratello, non il patronimico…” “Non ci faccia caso, quando vuole potremo parlare.” “Appuntamento per domani.” Morfeo prese fra le sue spire il non più giovsne sino alla mattina seguente quando  ben ritemprato si alzò andò in cucina per fare colazione, era già  pronta, ci aveva pensato Gigetto, la divorò. Saziato andò in bagno, doccia ristoratrice e poi rasatura. Sentì sbattere la porta d’ingresso. “Gigi sono in bagno, finisco e poi vengo da te.” Non era Gigi quello che si affacciò alla porta della toilette. “Era di suo gradimento la colazione?” Scena muta del padrone di casa dinanzi Berta in minigonna. I loro sguardi si incrociarono “Non si vergogni, per la sua età è ancora in piena forma da quello che vedo, a me non piacciono i giovani che dopo una sveltina mi lasciano insoddisfatta, con i più anziani…” Una vera e propria dichiarazione di disponibilità. “Piero fece lo gnorri. “Non dovevi essere all’Università?” “Oggi è domenica.” Piero aveva capito che era in ballo, pian piano si vestì e: “Ho capito che sei una anticonformista, mi va bene, se sei brava in arte culinaria potresti prepararmi anche da mangiare sempre che tu lo desideri.” “Affare fatto, tutto gratis et amor dei.” I due rimasero nell’appartamento sino a dopo cena quando sfilarono davanti ad un Gigetto basito. “Zio faccio visitare a Piero Roma di notte, tu vai a riposarti.” “Piero è nato a Roma e la conosce benissimo!” “Si ma non conosce me!” Tradotto: fatti i fatti tuoi.  Era soprattutto la Bugatti che aveva attirato  l’attenzione di Berta, un  chiaro indice di ricchezza. Dopo un breve giro per Roma i due rientrarono in casa di Piero, Gigetto era andato a dormire. “Mi ospiti per la notte?” Domanda superflua, Piero doveva fare i conti con un  lungo digiuno sessuale. Berta molto disinvoltamente si spogliò nuda in camera da letto, si posizionò sul bidet, tornò in camera con un asciugamanino fra le gambe “Lavati anche tu e poi raggiungimi.” Più che un invito un ordine cui Piero aderì magno gusto per tutta la notte. Gigetto era della vecchia guardia, dovette accettare la liaison della nipote , capì che era tutta una questione di soldi, anche per lui il denaro era importante. Piero accompagnava Berta all’Università ed andava anche a riprenderla al ritorno, era diventato geloso della giovane amante circondata da giovani prestanti, si era innamorato della ragazza. Per legare ancor più a sé la ragazza volle sposarla, stesso sistema della defunta consorte, nihil sub sole novum.
     
     
     
     

  • 10 maggio alle ore 14:00
    NIHIL SUB SOLE NOVUM

    Come comincia: Signora se suo figlio seguita a masturbarsi ogni giorno finirà per diventare tubercoloso, me l’ha confessato lui stesso che qualche volta lo fa due volte al giorno!” “Non è mio figlio!” “Non ha importanza, il fatto resta.” Piero era nato dal matrimonio fra Concetto e Tiziana la quale era morta di tumore alle ovaie, Matilde la seconda moglie molto desiderata dai maschietti aveva scelto di sposare Concetto per motivi venali, proveniva da famiglia disastrata finanziariamente, era stanca di continue rinunzie e di vedere le sue amiche surclassarla nel campo del’eleganza. Il giudizio del dottor Tinelli era stata riportato da Matilde al marito Concetto che era caduto seduto su una poltrona del salotto di casa completamente scioccato, considerava suo figlio Piero la luce dei suoi occhi, l’unico ricordo della defunta moglie alla quale il giovane assomigliava senza essere un  effeminato anzi…”Cara che mi consigli, a scuola non va bene al contrario degli  anni passati, quest’anno deve sostenete gli esami di licenza liceale, sicuramente sarà bocciato, ero a conoscenza del suo problema sessuale per avermelo rivelato lui stesso, ho provato a presentargli delle prostitute, niente da fare gli fanno schifo…” “Caro devo confessarti una cosa come dire molto particolare, Piero ha tentato con me una mattina di domenica mentre tu eri a caccia, si è presentato dinanzi a me nudo con tanto di…coso duro, ce l’ha proprio grosso rispetto al tuo, non voglio far paragoni ma…” Quella rivelazione di Matilde aveva sconvolto Concetto che si rifugiò in bagno e ci rimase sino all’ora del pranzo. A tavola atmosfera cupa, nessuno aveva voglia di parlare, i tre finirono il pasto in silenzio. La cameriera Gina aveva sparecchiato e lavato i piatti in silenzio, la ‘fantesca’ non si rendeva conto del perché i tre fossero tanto tristi al contrario del solito. La notte successiva Matilde provò a stuzzicare sessualmente il marito senza risultati. Il lunedì Concetto insegnante di materie letterarie al liceo Cavour non si recò a scuola, si fece prescrivere sei giorni di riposo dal medico di famiglia e si rifugiò in biblioteca. Ragionò sulla situazione creatasi: suo figlio da poco era maggiorenne, essendo studente e quindi non avendo un reddito personale doveva restare nella  casa paterna, l’unica soluzione…”Cara forse sono impazzito ma penso che tu debba sacrificarti sempre che te la senta…” Inaspettatamente: “Per me va bene i problemi sono tuoi e di tuo figlio, penso di guadagnarci….” L’affermazione di Matilde era un severo giudizio sulle prestazioni sessuali di Concetto, ci mancava solo questo. “Stasera a cena brindiamo con lo champagne ed una torta gelato, tu cerca di sorridere quando io e Piero andremo in camera sua, d’accordo?” Concetto riuscì a sorridere a denti stretti, si alzò per primo dalla tavola, si recò nella camera matrimoniale per la prima volta da solo immaginando…Immaginò giusto, Piero in camera sua sfoderò un ‘siluro’ spettacolare, Matilde si improvvisò nave scuola per il giovane, prima si fece baciare la bocca, poi le tette ed infine il clitoride con un orgasmo lunghissimo e profondo, il passaggio nella fica fu l’apoteosi finale con tanto di altro fortissimo orgasmo tanto da preoccupare Piero. “Non è che ti senti male!” “Avrei voluto sentirmi così con tuo padre, quale male ora però una promessa da parte tua, il mio ‘fiorellino’ sarà a disposizione tua due volte alla settimana ma devi impegnarti a studiare e soprattutto a superare gli esami di maturità.” Matilde era rifiorita, passava molto tempo per le vie principali di Roma a rinnovare il vestiario. Era ringiovanita ma in fondo si sentiva colpevole, Concetto sembrava di colpo invecchiato. La sera a tavola: Stasera il mio fiorellino sarà a disposizione del legittimo padrone, Concetto non fare quella faccia, ho trovato  una soluzione, ho acquistato in farmacia il ‘Levitra’, diventerai un gran mandrillo per tutta la notte!” Piero non apprezzò la nuova situazione ma comprese che ormai doveva dividere con papi la ‘cose buone’ di Matilde. La soluzione con l’uso di quel farmaco superò ogni aspettativa, addirittura Concetto iniziò a portare a casa delle studentesse maggiorenni scarse nello studio ma deliziosamente brave a letto. Veronique era  l’ultima arrivata al liceo Cavour quale insegnante di lingue, la dama di nazionalità francese era giunonica ma molto femminile. Concetto pensò di conquistare la demoiselle ma non volle scontentare moglie e figlio, tutti e quattro a cena al ristorante ‘Golosità’. Non fu una buona idea, Veronica rimase affascinata dal giovane Piero, un colpo di fulmine, all’uscita dal locale prese sotto braccio il giovane e: “Cari  ho deciso di rientrare in Francia, mi manca molto la mia villa, una sorpresa per voi, se è d’accordo l’interessato porterò con me Piero, una breve vacanza, potrà tornare a Roma quando vuole.” Piero fu sorpreso ma felicissimo non così Concetto e Matilde che fecero buon viso a cattivo gioco quando il rampollo acconsentì entusiasta di recarsi nella terra dei cugini francesi. Marito e moglie non vollero accompagnare i due a Fiumicino, avevano un peso nel cuore, fu chiamato un taxi il cui conducente caricò nel bagagliaio le valigie dei due. Ultima battuta di Piero: “Fate i bravi, vi telefonerò tutti i giorni.” Dopo tre ore l’aereo dell’Air France atterrò all’aeroporto di Orly. Una Citroen Ds 21 il taxi che li prese a bordo. L’autista sentendo l’indirizzo dove doveva condurre i due clienti si rivolse con ossequio alla signora con la speranza in una mancia sostanziosa. “Madame si vous voulez je peux aller plus vite.” “D’accord.” La Citroen divenne una Ferrari! “La  villa dove dimoro porta il mio nome, un ultimo regalo di mio marito.” “È morto?” “Forse per lui sarebbe stato meglio, sono divorziata, il mio avvocato (buon amico…) è riuscito in tribunale a strappargli metà del suo patrimonio piuttosto ingente e così mi godo la vita. Ho molti cani animali che amo molto, sono tutti di razza Beagle non ti spaventare quando siamo in villa, sono buonissimi ed affettuosi, farete subito amicizia.” Un biglietto da cento €uro fece diventare ancora più servizievole l’autista del taxi che scaricò i bagagli dei due circondato dai cani festanti. “Questi sono Fernand, Louise ed il loro figlio Marcel i miei collaboratori, abitano nella dependance  sono sempre disponibili per qualsiasi bisogno, spero ti piaccia la cucina francese.” “Penso che amerò di più una francese in carne ed ossa che non vedo l’ora di…ammirare da vicino.”  “Ho in testa qualcosa di sensazionale per festeggiare il nostro arrivo, spero che tu non sia puritano né geloso come il mio ex marito, con me la gelosia non paga!” Louise informata dell’arrivo della padrona via telefono si era fatta onore in cucina  ma Piero aveva altro per la testa. “Cara m’è venuto un sonno ma un sonno…”  “Capito il messaggio, tutto rimandato a dopo la festa di dopodomani, resterai con la bocca aperta e con gli occhi di fuori!” Il sonno tardava a venire, Piero aveva altri pensieri per la testa o meglio uno solo…” Il giorno seguente una noia…i cani seguivano Piero nel suo girovagare nel grande giardino molto ben tenuto, c’erano anche alberi di alto fusto statue di uomini e donne nudi, una grande vasca con pesci tropicali. Piero aveva notato  un  gran movimento al primo piano, Louise e Veronique verosimilmente stavano preparando la sceneggiatura per la festa del giorno dopo, un pasto ed una cena frugali, la padrona di casa era molto impegnata, stessa solfa per il pranzo. Alle quindici cominciarono ad arrivare le auto, tutte di lusso,  gli invitati uomini e donne eleganti e rumorosi si aspettavano qualcosa di particolare da parte di Veronique. Il grande salone pian piano si era riempito di invitati, qualcuno prese a sgranocchiare pasticcini e ad assaggiare lo champagne Dom Perignon. Al suono della canzone ‘nove settimane e mezzo’ irradiata dagli altoparlanti apparve Veronique…uno schianto. La dama indossava un baby doll azzurro con le tette ben visibili e la parte inferiore che metteva in bella mostra una ‘foresta nera’  che arrivava sino all’ombelico, nulla a che fare col colore dei capelli biondo miele. Applausi a non finire, la padrona di casa ancora una volta aveva stupito gli amici. Veronique assaggiò appena lo champagne e prese la scala per rientrare nella sua stanza, dopo poco alcuni amici maschi la seguirono. Piero era indeciso cosa fare anche lui si recò al primo piano, entrò nella stanza della padrona di casa che era già molto impegnata con i maschi i quali si erano divisi le varie parti del corpo di Veronique: chi il viso, chi le tette, i più fortunati il fiorellino, alcuni i piedi peraltro bellissimi e ben curati. Lo spettacolo peraltro inaspettato lasciò basito Piero che rientrò nel salone, aveva compreso la frase di Veronique: “Con me la gelosia deve essere messa da parte.”  Della servitù nemmeno l’ombra, i tre dovevano essere abituati alle sceneggiate della loro padrona e si erano ritirati nella loro abitazione. A mezzanotte la festa finì, gli invitati ripresero le loro auto e lasciarono la villa soddisfatti soprattutto quei maschietti che avevano usufruito delle grazie della padrona di casa. La notte niente sonno, Piero era ancora frastornato della sceneggiata erotica di Veronique, aveva compreso il concetto espresso dalla padrona di casa che la gelosia non doveva far parte delle qualità dei suoi ‘amici’ ma non riusciva a condividerlo. Al mattino ni recò in cucina per la colazione, sopraggiunse Piero con il viso aggrottato e stanco. “Dovrei essere io ad essere…” “Vorrei che mi accompagnassi all’aeroporto, voglio ritornare a Roma.” Un fulmine a ciel sereno, Vernique sbiancò in viso, si stava innamorando del giovane italiano, non le era mai successo di amare qualcuno, sinora solo sesso e quella  decisione di Piero…Lacrime sgorgarono dagli occhi verdi della padrona di casa, che correndo si rifugiò nella sua camera da letto. Intervenne Louise: “Noi siamo molto affezionati alla signora, non vogliamo che soffra, ci spieghi cosa è successo.” Piero riferì che aveva semplicemente chiesto di essere accompagnato all’aeroporto per ritornare in Italia. “Come tutti gli uomini lei non si è reso conto dei sentimenti di madame Veronique, ripensi alla sua decisione, non se ne pentirà.” La domestica era riuscita a far sentir colpevole Piero che decise di ripensare al ritorno a Roma, si recò nella camera di Veronique, si stese sul letto vicino a lei ancora in lacrime e…”Cara ho deciso che…” Non riuscì a finire la frase che si trovò la bocca francobollata da quella di lei, quando riuscì a parlare la castellana: “Mi fai felice, chiedimi tutto quello che vuoi.” Veronique aveva ripreso a piangere, stavolta lacrime di gioia seguite  da un amplesso favoloso. Il bussare discreto alla porta della camera da letto di Veronique fece tornare alla realtà i due amanti. “Signora sono le sedici…” “Cara prepara la cena, io e Piero siamo un po’ stanchi e affamati.” La vita di Piero al castello era diventata quella del principe consorte: mangiare, bere, grandi passeggiate nel parco. L’’italiano aveva fatto amicizia con un cane, il più vecchio del branco, l’animale  lo seguiva dappertutto, lo chiamò Ras. Una scoperta: il giardino era molto più ampio di quanto Piero immaginasse, ad un certo punto si trovò in un labirinto di cespugli fu difficile uscirne fuori, fu Ras che lo condusse sulla ‘retta via’, si meritò tante carezze. Allora tutto bene? Non tanto, padre e madre non rispondevano più al telefono, da informazioni assunte dal Consolato italiano apprese che erano ambedue deceduti. Il sesso come tutte le cose belle cominciava a scemare fra i due, Piero prese  a ragionare sul suo futuro, Veronique aveva vent’anni più di lui che sarebbe successo alla sua morte, poteva saltar fuori qualche parente francese a rivendicare l’eredità, ne parlò con Veronique la quale: “Caro non ci avevo pensato,unica soluzione il matrimonio. La futura sposa incaricò un’agenzia per approntare tutto il carteggio utile per la cerimonia, testimoni furono  Louise e Fernando, nessun invitato dei vecchi amici…sarebbe stato imbarazzante. La morte del vecchio Ras fu un dolore  per Piero, non  volle sostituirlo con un altro cane, da quel momento si sentì più solo, tumulò il corpo dell’animale in una aiuola del parco. Veronique era stata da sempre contraria a frequentare medici e ad assumere medicine, male gliene incolse, un cancro ai polmoni. Sistemata nella tomba di famiglia il corpo della moglie, Piero decise di non rimanere in Francia, stava invecchiando, la nostalgia lo convinse a ritornare a Roma. Telefonò a Gigetto il portinaio di via Nomentana annunciandogli il suo arrivo nella capitale e chiedendogli di sistemargli l’alloggio dei suoi genitori rimasto vuoto, anche se finanziariamente poteva permetterselo non volle cambiare casa. Dinanzi ad un notaio aveva stilato una delega a Louise ed a Fernando quali custodi dei beni della defunta. Grandi abbracci con loro e col loro figlio e poi una mattina presto  Piero con la Bugatti Veyron della defunta consorte o meglio del suo ex marito prese la via che conduceva a Roma, Ci vollero dieci ore con una sosta in un autogrill per arrivare in via Nomentana. Gigetto avvisato al telefono si fece trovare dinanzi al portone. “Sei dimagrito, quanti anni hai…” “Gigi , sono arrivato a cinquanta, sono stanco voglio solo mangiare ed andare a dormire.”  Nel frattempo si era presentata una ragazza bruna, alta, sorridente, uno schianto. “Questa è Berta mia nipote, è venuta a Roma per studiare all’Università.” Piero :”Il nome Deve essere il patronimico di Adalberto.” “No Adalberto è il padre, mio fratello, non il patronimico…” “Non ci faccia caso, quando vuole potremo parlare.” “Appuntamento per domani.” Morfeo prese fra le sue spire il non più giovsne sino alla mattina seguente quando  ben ritemprato si alzò andò in cucina per fare colazione, era già  pronta, ci aveva pensato Gigetto, la divorò. Saziato andò in bagno, doccia ristoratrice e poi rasatura. Sentì sbattere la porta d’ingresso. “Gigi sono in bagno, finisco e poi vengo da te.” Non era Gigi quello che si affacciò alla porta della toilette. “Era di suo gradimento la colazione?” Scena muta del padrone di casa dinanzi Berta in minigonna. I loro sguardi si incrociarono “Non si vergogni, per la sua età è ancora in piena forma da quello che vedo, a me non piacciono i giovani che dopo una sveltina mi lasciano insoddisfatta, con i più anziani…” Una vera e propria dichiarazione di disponibilità. “Piero fece lo gnorri. “Non dovevi essere all’Università?” “Oggi è domenica.” Piero aveva capito che era in ballo, pian piano si vestì e: “Ho capito che sei una anticonformista, mi va bene, se sei brava in arte culinaria potresti prepararmi anche da mangiare sempre che tu lo desideri.” “Affare fatto, tutto gratis et amor dei.” I due rimasero nell’appartamento sino a dopo cena quando sfilarono davanti ad un Gigetto basito. “Zio faccio visitare a Piero Roma di notte, tu vai a riposarti.” “Piero è nato a Roma e la conosce benissimo!” “Si ma non conosce me!” Tradotto: fatti i fatti tuoi.  Era soprattutto la Bugatti che aveva attirato  l’attenzione di Berta, un  chiaro indice di ricchezza. Dopo un breve giro per Roma i due rientrarono in casa di Piero, Gigetto era andato a dormire. “Mi ospiti per la notte?” Domanda superflua, Piero doveva fare i conti con un  lungo digiuno sessuale. Berta molto disinvoltamente si spogliò nuda in camera da letto, si posizionò sul bidet, tornò in camera con un asciugamanino fra le gambe “Lavati anche tu e poi raggiungimi.” Più che un invito un ordine cui Piero aderì magno gusto per tutta la notte. Gigetto era della vecchia guardia, dovette accettare la liaison della nipote , capì che era tutta una questione di soldi, anche per lui il denaro era importante. Piero accompagnava Berta all’Università ed andava anche a riprenderla al ritorno, era diventato geloso della giovane amante circondata da giovani prestanti, si era innamorato della ragazza. Per legare ancor più a sé la ragazza volle sposarla, stesso sistema della defunta consorte, nihil sub sole novum.
     
     
     
     

  • 10 maggio alle ore 10:01
    MORALITÀ

    Come comincia: Cos’è per voi la moralità?’ Testo di un tema da svolgere da parte degli alunni della quinta classe del liceo classico ‘Forlani’ di Roma. Il professor Giuseppe Gigante, insegnante di lettere era curioso di comprendere il pensiero e la personalità dei suoi alunni. La  terza C era composta di discenti sia maschi che femmine provenienti in maggior parte da classi agiate ed un po’ snob, l’insegnante voleva rendersi conto della ‘rationem’ dei giovani in campo morale. Mal gliene incolse, quasi tutti gli alunni ‘misero in campo’  le solite tiritere, unica eccezione Vittorio Brunori figlio di un impiegato di banca, il belloccio della classe il quale quando glicapitava  metteva in campo la sua mascolinità con le colleghe  compiacenti per una ‘sveltina’, ufficialmente le ragazze erano tutte vergini. Quando il professor Gigante lesse l’elaborato rimase basito, lo rilesse una seconda volte per rendersi meglio conto di quanto scritto dall’alunno, si era proprio quello il testo: ‘Al tempo d’oggi e specialmente fra le mie compagne di classe la moralità è qualcosa di relativo, esemplificando: l’immorale è il maschio che ha rapporti sessuali diciamo normali, diventa amorale se i rapporti sono contro natura, anticonformista se si giunge al ‘cunnilingus’ o alla fellatio, puritano…qui bisogna distinguere, chi sono i puritani? Il puritanesimo è stato un movimento religioso della chiesa anglicana, gli intellettuali avevano interesse per osannare i potenti di turno. Ci sono poi i libertini che si distinguono fra i materialisti in campo sessuale ed gli intellettuali idealisti puri. Oggigiorno c’è una sola distinzione fra la popolazione: chi è ricco e chi tira la cinghia, questa è la pura realtà!’ Ornella Mugianesi, la preside quarantenne ancora belloccia lesse anch’essa lo scritto e fece un sol commento: “Dalia (la bidella) convoca il padre dell’alunno Vittorio Brunori, domattina lo voglio qui in presidenza!” Antonello era un funzionario di banca, putt.re di lungo corso, prima di entrare in presidenza mise sù una faccia di contrito e: “Signora preside sono venuto a conoscenza dello scritto di mio figlio, sono disperato, è un ragazzaccio, me ne combina di tutti i colori ogni giorno, Vittorio avrà letto quelle teorie in qualche libercolo non della mia biblioteca, qualsiasi provvedimento prenderà nei suoi confronti  sarò d’accordo con lei!” Davanti ad un padre addolorato Ornella si commosse. “Mi risulta che lei è vedovo, immagino quanto sia difficile fare contemporaneamente il mestiere di padre e di madre, per questa volta metterò tutto a tacere, un solo favore da parte sua: fare qualche ripetizione di matematica e di ragioneria a mia figlia un po’ zoppicante in quelle materie.” “Sono a sua disposizione, abito in via Gallia 23, questo il mio numero di telefono.” Ambra Occhipinti si presentò a casa del ragioniere Brunori un pomeriggio in compagnia di Desiré Lacroix, parigina d’origine titolare della  palestra frequentata dalla ragazza. La francese aveva colpito Antonello sia per la sua fisicità che per uno sguardo ‘volitivo’. A metà lezione si era recato in bagno, al ritorno una scena imprevedibile, le due ragazze si stavano baciando. Antonello con passo felpato tornò indietro e poi facendo rumore rientrò nello studio, le babys si erano ricomposte. Il ragioniere non aveva apprezzato il ‘crocifigge’ nei confronti di suo figlio che non aveva fatto altro che riportare dei brani di un libro della sua biblioteca, telefonò alla preside: “Madame avrei bisogno di parlarle a quattro occhi.” “Si tratta di mia figlia? “Si, mi sono accorto che ha un vizietto…” Fuma, beve, si droga?” “Niente di tutto questo ma non voglio parlarne per telefono è una questione delicata,a domani.”  La signora Mugianesi quella notte non riuscì a dormire, avanzò la ipotesi più strane, che Ambra fosse incinta? Non le risultava che frequentasse maschietti, alle sette di mattina era già in presidenza: “Signora preside dal suo viso sembra che non abbia dormito tutta la notte, posso far qualcosa per lei? “Lasciami sola, fa entrare solo il ragionier Brunori.” Antonello stavolta non presentava una espressione contrita ma anzi un po’ spavalda, cominciò subito: “Non pensi ad una malattia di sua figlia, in un paese islamico la farebbero curare ma noi non siamo nel medio evo.” “Si vuole sbrigare finalmente a farmi partecipe del problemi di  Ambra!” “È lesbica.” “Ed io che avevo fatto chissà quali ipotesi disastrosa, col tempo imparerà ad apprezzare il membro maschile come è accaduto a me, mio marito era instancabile purtroppo è andato via.” “Condoglianze!” “ Non  è morto, è scappato con una puttanella ventenne, da quel momento ho odiato gli uomini!” “Tutti tutti…” “Non si allarghi troppo, mi risulta  avere lei fama di puttaniere!” “Pensiamo a sua figlia, che ne dice di una gita al mare in quattro, pensavo oltre a lei ad Ambra ed a Vittorio.” “Sono perplessa in ogni caso ho una utilitaria, staremmo stretti.” “Che ne dice di una Jaguar I-PACE? è lunga m.4,68 e larga m.2,01, silenziosa, si sente il vento scompigliare i capelli ed alzare le gonne.” “La battuta sulle gonne non l’ho capita…” “L’ha compresa benissimo solo che oppone le ultime resistenze, parli con sua figlia dell’invito, potremo rifugiarci nella pineta di Castel Fusano. Ambra avrebbe voluto invitare anche Desirè ma in auto ufficialmente non c’era posto, il quarto era occupato da Vittorio. Vittorio ed Ambra lasciarono in auto i due ‘vecchi’ e si inoltrarono a piedi nella boscaglia. “Se posso essere sincero vorrei rivelarti quanto mio padre ha riferito a tua madre, hai una relazione con la francese della palestra, che ne dici di provare….” Ambra si mise a piangere, nemmeno un abbraccio di Vittorio riusciva a farla calmare finché finalmente: “La mia liaison con Desiré è scaturita dopo che ho avuto il primo rapporto sessuale con un mio compagno di scuola, ero vergine, ho provato solo un gran dolore e perdita di sangue, ho giurato…” “Non sei la sola che abbia subito questa triste esperienza ma non tutti i maschi sono dei bruti, io per esempio…” I due presero a baciarsi, Ambra andò oltre e prese i bocca il ‘ciccio’ di un arrapato Vittorio sino alla conclusione il cui commento lasciò interdetto l’interessato: “Non pensavo che avesse un sì buon sapore m’e proprio piaciuto.” La ‘conversione’ sessuale  da parte di Ambra si era prolungata oltre il previsto, i due ritornarono alla Jaguar al cui interno stava avvenendo un scena da Kamasutra, Ornella piegata in avanti offriva il suo bel popò a Giuseppe.”Cazzo non me l’aspettavo da mia madre, lei religiosa che va contro natura!” “Mò ti metti a fare la puritana, lasciamoli in pace, anche i genitori hanno i loro vizietti, torniamo fra mezz’ora sempre che tuo padre…” “Mio padre è un mandrillaccio, tua madre stasera avrà bisogno di tanta vasellina.” Rientro a Roma: Vittorio alla guida, seduta nel posto del passeggero Ornella, nel sedile posteriore Vittorio e Ambra. Vittorio: “Sono convinto,  voglio provare la non veridicità menichea secondo cui i professori stanno in cattedra e gli alunni seduti nei banchi, ora invece un alunno andrà presto  in figa alla preside, viva la rivoluzione!”

  • 10 maggio alle ore 9:23
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odi e guerre, stava a lui Padreterno stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter grossi peccati e che sui fosse realmente pentito dei malefatti commessi. Poi Iddio pensò alle bestie, agli uccelli  dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi dove costruirete i nidi  a terra vicino ai fiumi, gli insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchini comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, lo inguainarono sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon Dio . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono del Padreterno, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerta, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua, una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

  • 10 maggio alle ore 9:22
    LA LEGGENDA DEL MARTIN PESCATORE

    Come comincia: Quando l’Eterno  il settimo giorno se ne tornò in cielo a godersi il meritato riposo non furono ore di calma, quelle come la Bibbia vorrebbe farci credere. La sua mente analizzò le cose create, aveva fatto qualcosa di veramente grandioso degno di lui gli era però rimasto un dubbio, quel dubbio era l’uomo, forse gli avrebbe dato delle noie mettendo in subbuglio la terra. L’aveva creato troppo intelligente inferiore solo ai Cherubini, in Cielo intelligenza voleva dire ‘gli altri’, ‘laggiù’, ‘io’, l’uomo sarebbe stato egoista, avrebbe scatenato odi e guerre, stava a lui Padreterno stabilire le pene, nei casi più gravi l’Inferno, il Purgatorio per chi fosse vissuto senza commetter grossi peccati e che sui fosse realmente pentito dei malefatti commessi. Poi Iddio pensò alle bestie, agli uccelli  dalle voci celesti ma aveva dimenticato di crearne uno dal color del firmamento tutto azzurro. Pensò di rimediare, si sporse dal trono, strappò due manciate di cielo a le lanciò laggiù attraverso l’etere. “Andate e diventate uccelli, vivrete agli argini dei fiumi dove costruirete i nidi  a terra vicino ai fiumi, gli insetti saranno il vostro cibo, vi chiamerete Martin Pescatori, di Marte non avrete il carattere bellicoso, la vostra vita sarà semplice. Ed ecco i due brandelli di cielo scender giù veloci l’uno accanto all’altro verso la terra, a notte erano diventati proprio uccelli, aprirono le ali per rallentare la velocità della discesa, il loro color celeste si incupì sotto la sferza dell’aria buia, divennero turchini comprese le teste che però rimasero picchettate di chiaro. Passò una meteora, bianchissima, la terra era vicina, un cozzo  e poi immoti fra le fresche zolle. Erano caduti sulle maggesi, le penne del petto e della parte interna delle ali assunsero il colore della terra. Rimasero storditi, bocconi poi ripresero i sensi e guardarono il cielo con un senso di nostalgia. Il maschio: “frit frit” disse le sue impressioni ed al chiaror delle stelle, fece alla compagna una dichiarazione d’amore, l’avrebbe amata per sempre, c’era un gran fuoco in lui, era bella la vita anche così al buio nel silenzio. Lei rispose agitando le aluzze, anche lei sentiva un gran caldo nel cuore, ora però voleva riposare, riposasse anche lui. S’accoccolarono  l’uno vicino all’altra, il lungo becco era pesante, lo inguainarono sotto l’ala, un sonno profondo. Il sole era già alto quando il maschio si svegliò, un gran caldo, sguainò il becco, una gran luce l’aveva quasi accecato, rinfoderò il becco sotto l’ala, la compagna seguitava a dormire, poi pian piano attraverso le penne un chiarore cui cercò di  abituarsi, si guardò intorno, un panorama meraviglioso, che gran pittore era stato il buon Dio . Martino guardò Martina, una bellezza, era sua moglie, un dono del Padreterno, lei stessa aveva dimostrato di amarlo. Fece alcuni passi, sentì il bisogno di stirar le ali, le batté con forza,  si sollevava da terra. Ci riprovò, ora  volava, rise, comprese che le zampe servivano a camminare sulla terra, le ali a volare come gli Angeli del cielo. Vide altri uccelli, bestie a quattro zampe, insetti, anche un uomo, fuggì lontano. Volò incerta, scorse lontano una striscia d’argento che si snodava tortuosa, vi si diresse, acqua, una novità per lui. Vi stette sopra sospeso scotendo le ali, fu vinto dal desiderio di immergevi il becco, un refrigerio. Vide guazzarvi dentro qualcosa, d’istinto  rase il pelo dell’acqua, infilò al momento giusto il becco semiaperto, lo rinchiuse, aveva preso un pesce, lo stritolò e lo ingoiò. Si domandò perché avesse fatto questo, si ricordò delle parole dell’Eterno quando fu inviato sulla terra, che ingegno il buon Dio, aveva pensato a tutto. Lì vicino c’era uno specchio d’acqua, una gora,  si avvicinò sull’orlo, l’acqua non scorreva, vi guardò dentro, gli parve di vedervi Martina ma non sentiva la sua voce, gli sorse il dubbio che fosse lui stesso, mosse la testa e poi le ali, si convinse, era lui stesso. “Allora son bello, rifletté, era vero somigliava alla compagna, ambedue erano stati fatti con un lembo di cielo. Orgoglioso si lisciò le penne con il becco e con una zampa, voleva che Martina fosse abbagliata dalla sua bellezza. Si diresse volando verso il punto dove erano atterrati, la trovò sveglia ma abbacinata dal sole, si stava ruzzolando per terra. “Fai così come ho fatto io, ti passerà” e poi la carezzò. Martina quando aprì completamente gli occhi fu tutto un ‘oh, oh’, aveva visto il suo sposo che stava vicino a lei, sentì il  suo cuore allargarsi, ringraziò il Padreterno con un sospiro, sentì  il cuore batterle forte, sentì il bisogno di abbassare la testa vergognosa. Martino la tolse dall’impaccio, le raccontò della sua avventura con l’acqua e con il pesce, poi le insegnò a volare, la condusse al ruscello, l’acqua serviva a dissetarsi ed a nettar le penne. La condusse poi alla gora. “Qui ti puoi specchiare, guarda quanto sei bella!” Poi le fece notare che altri uccelli avevano fatto il nido sugli alberi ma loro erano esseri acquatici e quindi avrebbero fatto il nido nella sabbia, scegliesse lei il punto. Coi becchi robusti scostarono alcuni rovi, l’argine era molle per recenti piogge. Con le zampette, a turno scavarono una  fossa grande abbastanza  da contenere loro due, avevano il cibo lì vicino, nel ruscello. Il pesce era ottimo ed abbondante come pure ottimi erano certi insetti che scovarono nel terreno. La buca fu ricoperta con dei ramoscelli, era rimasto solo un pertugio per entrare ed uscire dal nido. Pensarono all’amore, si dissero tante cose belle, si carezzarono a lungo e poi ebbero il primo contatto, a lei spuntarono alcune lacrime, era diventata la moglie di Martino. Il tramonto li stupì, quando le ombre della notte si insinuarono fra le foglie di un albero sovrastante  si strinsero fra di loro, avevano scoperto il tramonto. Passarono la notte molto vicini, sentivano il calore reciproco. La mattina Martino riprese a scavare col becco e con le zampette, Martina portava fuori la sabbia scavata, chissà cosa aveva in mente il marito e chi gliela aveva suggerito, forse l’istinto. Il buco si allungò per circa un metro poi: “Cara questa in fondo sarà la camera della nidificazione.” Allora avrebbero auto dei figli? Dopo pochi giorni Martina si lamentava, aveva dei dolori al pancino, sent’ la necessità di accoccolasi, entro nel nido, vi rimase a lungo immobile. Martino le portò del cibo, stava vicino a lei a guardarla, anche lui soffriva con la compagna. Verso sera Martino si allontanò per bere, sentì un verso gioioso, Martina gli si avvicinò con un richiamo acuto, adesso stava bene, che andasse con lei in fondo al nido, c’era qualcosa di ovale di color bianco, Martina da quel momento non si allontanò più dal nido sempre imboccata di cibo dal marito. Dopo pochi giorni una sorpresa: nascita di tre piccoli pulcini dalle bocche sempre aperte in attesa di cibo, i loro figli!  I due genitori provvidero a portar fuori le scorse delle uova, Martina si strappò delle piume dal petto, il nido dei piccoli risultò più morbido. Dopo i primi attimi di sorpresa i due genitori si adattarono ad effettuare in continuazione viaggi nel vicino fiume per accontentare l’ingordigia dei pulcini, solo di notte tacevano, altro problema era quello di catturare pesci piccolini o triturare quelli più grossi,  insomma una faticaccia. I tre crescevano prepotenti, ora potevano rimanere soli, il caldo nel nido aumentava, Qui, Quò e Qua ( questi i loro nomi impostigli da Martino) crescevano, stavano mettendo le prime penne. Qui il più intraprendente  tentò di uscire dal nido, arrivò all’entrata e poi tornò indietro, a modo suo parlottò con i due fratelli. Dopo poco tempo i cinque mi misero a camminare lungo la riva del fiume, Martino in testa per controllare che i figli non cadessero in acqua, sempre Qui uscì furtivamente dal nido cominciò a muovere le ali, era notte, si spaventò e rientrò di corsa nella camera di nidificazione, svegliò i fratelli e raccontò l’avventura. Tutti e tre ci riprovarono quando videro della luce penetrare nel nido, un disco d’oro all’orizzonte, gli volarono contro per curiosità, il disco saliva nel cielo sempre più luminoso. D’istinto presero a volare e si allontanarono sempre più dal nido, assaporarono la libertà. I genitori avevano dormito fuori il nido e cercarono Qui, Quo e Qua, pensarono che qualche brutta bestia li avesse divorati  ma poi si rassicurarono, non c’erano tracce di piume lì intorno, i figli erano fuggiti, avevano assaporato la libertà. Volarono a lungo tutt’intorno, li chiamarono a lungo nessuna traccia, stanchi morti con la morte nel cuore ritornarono al nido. Dall’alto stava scendendo una cappa pesante, grigia, la notte era scura senza stelle. Ciac una goccia d’acqua schiaffeggiò una foglia, poi altre ed altre ancora, pioveva. Un fruscio, fra le frasche, una voce melodiosa, un usignolo che vedendoli rattristati cominciò a consolarli. Si facessero coraggio  non c’era motivo di considerarli morti, i figli non sono di proprietà dei genitori, sono figli del mondo, prendono la loro strada abbandonando i genitori e diventano a loro volta padri e madri, un ciclo come tutto sulla terra. Il cielo si era squarciato sopra di loro portando una aria di ottimismo. Per ultimo un consiglio da parte dell’usignolo: “Avete un nido e da mangiare, mettete al mondo altri figli.”

  • 09 maggio alle ore 16:53
    LA GITA SCOLASTICA

    Come comincia: A giugno di ogni anno nelle scuole di grado superiore vengono organizzate le gite scolastiche col tempo ribattezzate  eufemisticamente di istruzione, didattiche o culturali ma di culturale non  avevano proprio nulla, era un modo acchè ragazze e ragazzi,  professori compresi si concedessero una vacanza dopo le ‘fatiche’ di un anno scolastico. Predica  del preside prima della partenza: “Mi raccomando niente casini, mi rivolgo soprattutto alle ragazze, tenete a bada gli ‘zozzoni’ di turno, buon viaggio.” La meta preferita dagli istituti scolastici di tutta Italia nella maggior parte dei casi è la città di Roma con tutti ‘i fori  e gli  scavi’,  nel nostro caso gli studenti erano romani e quindi gioco forza dovettero scegliere un’altra località. Un sabato mattino alla fine delle lezioni fu indetto un  referendum dove recarsi in gita: le femmine votarono per Venezia, per loro città romantica, i maschietti Aosta, vinsero questi ultimi la ragazze masticarono amaro “volete andare fra i crucchi e le baitane, peggio per voi con noi avete chiuso.” Appuntamento dinanzi all’edificio dell’Istituto del liceo classico ‘Lucrezio Caro’, Giorgio Busalacchi l’insegnante di lettere responsabile della gita era stato preciso, partenza ore nove. Con lui la moglie Patrizia Angeli ed i figli Leonardo e Ginevra. Il buon Giorgio vecchio marpione (non tanto vecchio era quarantenne) trovò l’autista seduto al posto di guida, si aspettava il solito omone corpulento che guidava per molti chilometri senza stancarsi invece gli si presentò un giovane magro un po’ particolare, lunghi capelli castani con una fiezza bionda, lineamenti non proprio mascolini, giacca color giallo, pantaloni rossi, maglietta nera, scarpe basculanti (quelle degli atleti). Il cotale si presentò: “Sono Amelio Perasso, avrò il piacere di condurvi ad Aosta, città che adoro!” Amelio si era svelato, era dell’altra sponda ma ai tempi attuali anche gli omo sono se non rispettati sono almeno tollerati. “Caro Amelio con tutti stí colori addosso o sei della Roma o del Milan.” “Spiacente caro sono della Lazio.” (Per i non appassionati del calcio fra i tifosi della Roma e della Lazio c’è un profondo astio.) “Allora ce li hai proprio tutti i difetti!” Giorgio era quello della battuta facile, vide l’autista arrossire, per scusarsi: “Ti offro un caffè al bar.” Pace fatta, erano scoccate le nove: “Ci siamo tutti?” Patrizia: “Indovina chi manca? La solita ritardataria la contessina Lisa Buonarroti…  sta arrivando una Lancia Flaminia, ci scommetti che dentro c’è lei?” Previsione azzeccata, Lisa aspettò che l’autista, toltosi il berretto le aprisse la portiera posteriore, lo stesso autista gli sistemò la valigia nel bagagliaio  del torpedone. Sedutasi su  un posto vuoto la ragazza salutò tutti con un cenno di mano,  si sistemò una cuffietta alle orecchie  per ascoltare la musica preferita. All’inizio del viaggio solo strade statali sino ad Arezzo poi l’Autostrada del Sole. Superato lo svincolo di Modena Giorgio: “Autista fermati a quell’autogrill, debbo cambiare l’acqua alle olive.” Battuta di dubbio gusto di cui solo i maschietti compresero il significato.  Tutti studenti e professori scesero dal pullman, dopo circa una mezzora tutti di nuovo a bordo,  mancava solo l’autista. “Dove cacchio s’è infilato quel frocione (pensiero di Giorgio), all’interno dell’autogrill nessuna traccia di Amelio, Giorgio malignò e ci azzeccò: l’autiere doveva essere nella toilette degli uomini, una sola porta era chiusa dall’interno, Giorgio bussò violentemente: “Vieni fuori maledizione stiamo aspettando solo  te!” Ci volle qualche minuto prima che il signor Perasso venisse fuori, rosso in viso a vestito alla meno peggio. Giorgio comprese la situazione, sicuramente aveva trovato una gradita compagnia maschile. “Dammi il numero del telefonino del tuo datore di lavoro, non credo che tu sia in grado di guidare, come si chiama?” ”Romolo Troiani.”  Amelio comunicò a Giorgio anche il numero del suo telefonino. “Signor Trioiani sono un insegnante che partecipa ad una gita scolastica, lei ci ha affittato un autobus, purtroppo il suo autista non si sente bene e non è più in grado di guidare.” “Che è successo a quel maledetto frocio?” “Niente di grave, posso  prendere io il suo posto, sono in possesso della patente D), gliene mando una copia col Whats App, naturalmente se lei ha un’altra soluzione…” “Dove lo prendo un altro autista, i miei sono tutti in servizio.” “Allora resta confermato che guiderò io il pullman, penso che lei non avrà problemi a dare a me il compenso dell’autista oltre le spese  d’accordo? “ Va bene, mi raccomando l’autobus è nuovo!” Amelio: “Che ci faccio qui, non conosco nessuno e come riesco a tornare a Roma…” L’autista aveva cominciato a piangere, spettacolo pietoso, Giorgio era in crisi che fare? Spinto dalla ‘pietas latina’ degli ascendenti romani prese una decisione: “Vieni con noi ma mi raccomando comportati bene soprattutto con i maschi.” Amelio, si sistemò nel sedile vicino alla contessina. Un’altra situazione colpì Giorgio: sua moglie era al penultimo posto vicino ad Efisio Cadeddu insegnante di Educazione Fisica, se la ridevano bellamente, il cotale forse non era una fonte di intelligenza (aveva la fronte bassa) ma quanto a fisico …. Giorgio pensò che stavolta era la volta  sua a dover soffrire di mal di testa, d’altronde non poteva lamentarsi, gli capitava di avere qualche incontro ravvicinato con Anne Moreau insegnante di lingue, pari e patta! Ormai si era formata un’altra coppia Lisa e Amelio che la contessina guardava con ammirazione mah! Alle porte di Milano un autogrill molto bene attrezzato, c’era pure una sala di coiffeur ed uno negozio di vestiti e di scarpe per uomini e per donne. Lisa a Giorgio: “Il mio amico (Lisa era già arrivata all’amicizia) ha bisogno di una  sistemazione migliore, fra circa mezz’ora potremo ripartire.” La mezz’ora divenne un’ora, molto malumore fra i componenti della gita ma all’apparizione di Amelio un  coro di oh oh, il giovane era vestito elegantemente con i capelli a spazzola, sparita la ‘fiezza’ aveva un aspetto più mascolino. Giorgio: “Si riparte e stavolta niente più fermate.” Ad Aosta l’hotel ‘Belvedere’ mostrava di meritare il suo nome, all’orizzonte monti ancora innevati e un sottobosco di castagni.  Riunione di tutti in  sala mensa, i meno freddolosi fuori sul terrazzo dell’albergo. Cena con piatti tipici valdostani ‘innaffiati’ da un  Barolo d’annata che portò all’allegria i commensali. Un grande salone, in fondo  troneggiava un giradischi con dei CD indiavolati. Alla spicciolata tutti i componenti della gita pian piano si ritirarono nelle varie stanze senza tener conto delle raccomandazioni del preside, maschi e femmine misti. Seguì un silenzio generale, Giorgio in camera insieme alla moglie, dopo un  attimo di imbarazzo  i due presero a ridere, si abbracciarono affettuosamente,  ci fu un wife swapping con Efisio e con Anne con ovvie conseguenze sessuali.  Al primo raggio di sole in viso Giorgio decise di alzarsi, dopo una doccia e la colazione al bar passeggiata nel bosco, un refrigerio per i polmoni. Proseguendo nel girovagare il professore si imbatté in un capriolo femmina il cui piccolo cercava invano di attaccarsi ad una tetta materna, cattivo esempio di affettuosità animale. Dopo qualche metro Giorgio si imbatté in un grosso cespuglio che sbarrava la stradicciola, da dietro provenivano delle risate da parte di giovani, scostate delle frasche apparve la scena di Leonardo e di Ginevra che erano in affettuosità con i figli di Rosalinda proprietaria dell’albergo solo che….cazzo i due maschi si baciavano fra di loro come pure le femmine!  Giorgio si avviò sulla strada del ritorno. Sconvolto e bianco in viso, incontrò Patrizia, la condusse nel salone e le rivelò quanto aveva visto. Dopo un attimo di esitazione: “Caro, i tempi sono cambiati, gli omo sono accettati dalla società, la loro natura non si può cambiare, l’ha detto anche il Papa, io sosterrò sempre i nostri figli come spero farai anche tu.” Pura teoria, a Giorgio era rimasto un dolore in cuore, proprio a lui vecchio ‘tomber de femme’ doveva capitare questa disgrazia. A pranzo la famiglia Busalacchi seduta allo stesso tavolo: Ginevra: “Sei il miglior papà del mondo, non ne desidererei averne un altro ma…” Un abbraccio affettuoso, i due fratelli erano stati accettati anche dal ‘pater familias’. Si sa che le cose belle finiscono presto, dopo una settimana,  sistemate le valige nel porta bagagli del  bus viaggio di ritorno per  Roma, alla partenza per i quattro omo solo baci sulle guance con la promessa di tenersi in contatto. Alla guida del pullman si avvicendò anche Amelio con accanto la fidanzata, arrivo verso le venti sul piazzale dinanzi alla scuola. L’autista di famiglia con la Lancia Flaminia era in attesta della contessina; solita levata di berretto, appena una alzata di ciglio nel vedere che un maschietto, a lui sconosciuto entrare in auto con la ‘padrona’, rientro  alla villa ai Parioli. Lisa ed il nuovo venuto vennero festeggiati dalla contessa madre avvisata dalla figlia via telefonino  della novità. Per Giorgio e famiglia su una vecchia Fiat Tipo che aveva bisogno di ‘andare in pensione’,  in via Magna Grecia la loro abitazione. I quattro ragazzi avevano telefonicamente deciso del loro futuro,  Andrea ed Ortensia si iscrissero  ad un corso di infermieri  presso l’Ospedale  Parini di Aosta, Leonardo e Ginevra, conseguita la licenza liceale, superato il concorso a circuito chiuso, si iscrissero alla facoltà di medicina e si  specializzarono rispettivamente in andrologia ed in ostetricia, ognuno di loro aveva un buon motivo per quella scelta! Il tempo passò in fretta, Leonardo e Ginevra accettarono la proposta di Andrea e di Ortensia di trasferirsi ad Aosta per esercitare la loro professione nel nosocomio di quella città. Due novità piacevoli, in seguito ad inseminazione di Ginevra e di Ortensia nacquero Greta ed Edoardo due puponi bellissimi, occasione di un viaggio ad Aosta per Amelio e per Lisa per rivedere gli amici e per far da padrini ai neonati. Amelio non se la sentiva più di vivere alle spalle della fidanzata, dietro consiglio di quest’ultima decise di metter su una sua casa di moda al pian terreno della villa appositamente ristrutturato dal nome significativo ‘LES DIFFÉRENTES’. Inaugurazione in pompa magna con invitati tutti gli amici di cui alcuni omo. Considerata la poca conoscenza della professione da parte di Amelio, la contessa madre ricorse ai servigi di un couturier di cui era cliente, Amelio doveva imparare da lui la professione. Una mattina si presentò in villa Giorgio Impolloni: “Contessa lei mi ha fatto un  piacere immenso, il titolare della ditta in cui lavoravo  mi trattava malissimo dinanzi a tutti,  frocione o Giorgina erano gli epiteti  usuali, spero gli arrivino tutti gli accidenti che gli ho mandato!” La contessa Buonarroti stava invecchiando, espresse il desiderio a figlia e genero di diventare nonna. Inseminazione artificiale, a Lisa dopo due mesi cominciò ad aumentare il pancino, felicità da parte di tutti. Dopo i fatidici nove mesi le voilà: Lisa ‘sfornò’ Patrizio che aveva una caratteristica particolare: l’apparato sessuale molto sviluppato. “Tutto suo nonno il commento della contessa Buonarroti che ricordava ancora le prestazioni della buonanima. Giorgio ripensò a tutta la vicenda, quanti avvenimenti dovuti ad una gita scolastica!

  • 09 maggio alle ore 14:01
    CASCAPPEZZI

    Come comincia: Usando il detto latino ‘nomen omen’ talvolta  è possibile risalire al titolare di un cognome o di un nome dell’interessato, nel caso del soprannome ‘cascapezzi’ sembrerebbe piuttosto difficile, forse no: Santino Servodidio doveva quel soprannome al suo incedere piuttosto dinoccolato, solo di viso assomigliava al suo padre naturale marchese Ermenegildo Colocci che ancora una volta aveva lasciato il segno nel senso che si era ‘fatto’ una contadina che conduceva un fondo in quel dell’Olgiata a Roma, fondo appartenente a sua moglie Romilda Casagrande. La gentile consorte possedeva  fra l’altro anche una villa particolarmente curata all’interno e dalla caratteristica di aver lungo i muri dei rampicanti che lasciavano liberi solo porte e finestre, all’esterno un recinto dove alloggiavano insieme cani e gatti, animali  cui era particolarmente affezionata. Questa convivenza pacifica era dovuta al fatto che gli appartenenti alle due razze erano stati posti a convivere appena nati, per loro era naturale quell’amicizia tradizionalmente impossibile o almeno difficile fra le due specie. Fra il tetto e la copertura dell’ultimo piano alloggiavano piccioni sia stanziali che di passaggio, una specie di albergo. La signora orfana, abbiente aveva la passione sia degli animali che delle carte, con le sue amiche passava la maggior parte del tempo al tavolo verde a casa sua ma aveva un cruccio, non era detentrice di alcun titolo nobiliare al contrario delle sue amiche compagne di passatempo. Quale migliore scorciatoia per appartenere a nobile casata se non quella di convolare a nozze con un  titolato non importa se squattrinato e ‘mignottaro’. Ermenegildo Colocci poteva fregiarsi dl titolo di marchese, in società gli faceva fare bella figura con il suo elegant style. Nel frattempo un accadimento importante: il 2 maggio 1945 i soldati tedeschi, sconfitti, avevano lasciato l’Italia. Qualcosa era cambiato nel negozio della signora Palmira Petrullo: erano spuntati anche prodotti esteri, soprattutto il caffè, quello vero, niente più lupini. L’acquisto di questo prodotto per le vie consentite  era difficile e costoso, il contrabbando regnava sovrano. La signora acquistò una tostatrice ed un macinacaffè elettrico che in breve tempo Santino imparò a far funzionare, la clientela aumentò in numero notevole. Il giovane aveva troppi impegni, con la bicicletta su cui aveva fatto apporre due portapacchi, uno anteriore ed uno posteriore si recava nelle abitazioni dei clienti a consegnare la merce da loro acquistata. Aumentato il lavoro Palmira ingaggiò un altro commesso, Cesare (per gli amici Cesarione che fa rima con…) biondo, occhi azzurri,  modi mellifui  ebbe il pregio di portare come clienti molti suoi ‘amici’. Altra svolta nella vita del negozio ed in particolare di Santino che, conseguita la patente di guida ebbe come regalo da parte della ormai mamma Palmira una Panda azzurra come il cielo, serviva per il ritiro e per la consegna delle merci a casa dei clienti (e delle clienti). Una mattina al telefono: “Cara sono Serafina, come senti dalla voce non sto bene in salute, mandami a casa la solita spesa settimanale, grazie.” Santino posteggio la macchina dinanzi al portone dell’isolato dove abitava la signora  Serafina Capogrossi, con l’ascensore giunse al sesto piano, bussò alla porta d’ingresso. Venne ad aprirgli la padrona di casa in baby Doll rosa senza slip. Il pene del giovane, sino ad allora a riposo prese una posizione eretta e sfoderò tutta la sua dimensione e grossezza che fece esclamare alla padrona di casa: “Accidenti che minchia, mai vista!” La dama aveva fatto un confronto con  quella del defunto marito. Non perse tempo in altri paragoni, prese in bocca il batacchio di Santino che dopo una prima ebbe una seconda eiaculaione, tutto bellamente ingoiato da madame Serafina. Il giovane  si ritirò in buon ordine, esperienza piacevole, Santino era stato sempre di poche parole, anche in questa occasione non fece eccezione. Serafina non tenne la bocca chiusa nel senso che divulgò il fatto  fra gli inquilini dell’isolato, notizia  che pervenne alle orecchie dei mariti i quali si misero in allarme: “Mia moglie è una santa donna ma per curiosità potrebbe…”  E così i maschietti della zona presero varie decisioni: alcuni cambiarono negozio dove le mogli di solito acquistavano le merci, altri andarono loro stessi a fare la spesa. Per strada Santino era ossequiato un po’ da tutti con qualche risolino, la storia arrivò anche alle orecchie di ‘mamma’ Palmira e soprattutto di Cesarione che provò un approccio con Santino ma dallo sguardo minaccioso di Cascappezzi cambiò atteggiamento. Santino era giudicato dalla gente a seconda delle proprie inclinazioni: dagli intellettuali: “un ignorante, ha solo la licenza elementare, dai religiosi:  “uno scherzo del diavolo”, da alcune mogli insoddisfatte: “beata chi se lo fa”, dai vecchietti: “Un ricordo lontano.” Un avvenimento spiacevole, un giorno  ‘mamma’ Palmira uscì di corsa dal negozio per rincorrere un cane di  un suo cliente, un impatto con un’auto di passaggio, la tragedia.  Santino pianse lacrime amare, era finita parte della sua vita, la migliore. Organizzò un funerale al quale parteciparono molti amici della defunta, tumulazione all’Isola Farnese, tomba semplice con data di nascita e di morte, lapide con sopra un angelo che vigilava il sonno eterno della defunta.  Anche il prete che lo aveva battezzato passò a miglior vita, Cascappezi pensò che sicuramente fosse finito all’Inferno nel peggior girone, quello dei malefici, dei perfidi e dei diabolici (ammesso che esista),  gli aveva rovinato la prima parte della vita. Il giovane si sentì più solo, riallacciò la ‘conoscenza’ con Serafina, la prima donna della sua vita. Fina lo accolse a braccia aperte (e non solo le braccia), si dovette abituare sessualmente al ‘cipresso’ del novello amante, dovette ricorrere alle cure di un ginecologo. Fu motivo di invidia da parte  dalle signore soprattutto del suo palazzo che si dovettero accontentare solo di immaginare un rapporto con quel giovane che non era più un ‘cascappezzi per la sua frequenza di una palestra dove la conduttrice, non più giovanissima ma vedova ed abbiente ritornò pian piano (molto piano) a provare di nuovo le gioie del sesso.     

  • 08 maggio alle ore 16:55
    MAGNO CUM GAUDIO OMNIUM

    Come comincia: ‘Le avventure più sono ingarbugliate più sono interessanti’, questo aforisma non rispondeva al vero per quanto riguardava  le vicende di Diletta Abate  geometra al Genio Civile di Messina e del marito Apollonio Proietti ex docente di lingue all’Università degli Studi Internazionali di Roma. Le loro avventure avevano molto in comune con le  novelle del ‘Decamerone’ tanto erano intricate  oltre che  boccaccesche. Tutto era iniziato Quando  Diletta nel suo ufficio del Genio Civile di Messina conobbe per motivi di servizio Alfio Giuffrida ingegnere libero professionista di Catania. Al rientro a casa in via Saffi al marito: “Caro non so come comportarmi con un ingegnere di Catania venuto nel mio reparto che mi ha lasciato sul tavolino una busta contenente diecimila €uro per avergli espletata una  pratica fuori della data di prenotazione, ho fatto bene ad accettarli?” Apo non sapeva cosa dire,  non rispose subito.  Diletta aveva consumato in fretta il pasto da lui preparato. “Puoi  ringraziarlo e dirgli che in caso analogo  sarai a sua disposizione senza compenso, potrebbe configurarsi il reato di corruzione di pubblico ufficiale, ti vedo eccitata…” “A me non sembra, ti ho chiesto solo un suggerimento.” Diletta non  voleva ‘dare sazio al marito ma  Apollonio ci aveva azzeccato, la conoscenza con l’ingegnere  Alfio Giuffrida le aveva fatto provare una piacevole sensazione erotica come non le  accadeva da molto tempo col legittimo consorte. Durante la settimana  Diletta, al contrario del suo solito era nervosa e la notte non dormiva le canoniche otto ore, durante il sonno si lamentava impedendo al marito di riposare, Apollonio  cercò di prendere in mano la situazione. Al risveglio: “Cara  non penso sia necessario ribadire il concetto della  nostra reciproca sincerità, ritengo che sia il caso di invitare a casa nostra quell’ingegnere di Catania  insieme alla sua famiglia.” Apollonio si meritò un bacione, aveva toccato il tasto giusto. Appuntamento il sabato successivo dopo pranzo a casa loro. un bell’attico occupato dai due era uno splendore di ordine e di pulizia, avevano provveduto alla bisogna la portiera Ulpia e la figlia Matilde ben ‘foraggiate’ da Diletta. Alle sedici il citofono: “Rispondo io.” “Caro ingegnere vengo  a prendervi all’ingresso.” Eccitazione era il vocabolo giusto, Diletta non aveva nemmeno aspettato l’ascensore occupato in quel momento, si era fatta a piedi i sei piani. “Ingegnere che bella macchina, mi sembra svedese.” “No mia cara è una Mercedes GLS, l’ho scelta insieme alle qui presenti Ginevra mia moglie ed Elisabetta mia figlia che le presento.”Stavolta Diletta prenotò l’ascensore, Apollonio li aspettava davanti all’uscio dell’abitazione, si presentò ai tre. “Fate come se foste a casa vostra, in fondo al corridoio c’è una stanza con servizi per gli ospiti, sistematevi e poi venite nel salone.” Per primo si presentò l’ingegnere Giuffrida, Apollonio dovette ammettere  che era un bell’uomo forse cinquantenne, probabilmente Diletta si era innamorata delle sue tempie brizzolate, della sua eleganza e del suo ‘savoir-faire’ signorile. Mamma Ginevra non era niente male anche se i capelli corti, il viso quadrato ed il corpo atletico mostravano una certa mascolinità. Elisabetta (Betta per gli amici) era la classica adolescente, ventenne frequentava a Catania  il primo anno dell’Università alla facoltà di lingue. Nel salone Apollonio aveva preso a dialogare con Elisabetta. “Vedo tuo marito sta prendendo confidenza con mia figlia.” ”Apollonio ha sempre avuto un debole per le ragazze giovani e cicciottelle,  Betta è una  ‘plus size curvy’ come va di moda oggi fra le modelle,  mio marito ha sempre desiderato un erede ma io non posso avere figli, Eli è stata da noi adottata.” I due si erano spostati sul balcone parlando del più e del meno poi dinanzi al televisore a gustare le avventure dell’Ispettore Maigret. La cena alla messinese a base di baccalà e stoccafisso preparata e servita da Ulpia e da  Matilde, le due ebbero il plauso dei commensali. Fu Elisabetta che dimostrò che la timidezza non era nel suo DNA: “Ho delle difficoltà di studio all’Università, il signor Proietti mi ha detto di essere stato docente di lingue all’Università degli Studi Internazionali di Roma, qualche ripetizione mi farebbe comodo, potrei restare a Messina sempre con l’approvazione dei  presenti. A quella proposta nessuno prese subito la parola sinché Apollonio: “Anche se Betta è maggiorenne  penso che ci vorrà l’approvazione dei genitori, per me nulla in contrario.” “Non vorremmo che nostra figlia possa darvi fastidio, non siete abituati ad avere dei giovani a casa vostra.”  La proposta fu approvata da parte dei presenti anche se ognuno aveva una sua motivazione, in particolare Apo aveva notato in Betta una certa furbizia non scissa da sensualità. Partenza per Catania di Aldo e di Ginevra: “Mi raccomando comportati bene ti chiameremo al telefono tutti i giorni, appena liberi io e tuo padre ritorneremo  a Messina.” La promessa fu mantenuta nel week end successivo, la mattina del sabato la Mercedes GLS giunse  sotto casa dei coniugi Proietti, questi  ancora assonnati fecero accomodare Aldo e Ginevra nel salone prima di sistemarsi e rendersi presentabili, Betta dormiva ancora della grossa nella camera degli ospiti. Suono di tromba con la  bocca da parte di Apollonio: Tata tata tata tata tata tata, “la sveglia la mattina è una rottura di coglion.” In baby doll azzurro Betta si presentò nel salone, era una bellezza. Alfio: “Spero che oltre a dormire avrai anche studiato.” Diletta: “Ci ha pensato mio marito sono stati sempre insieme nello studio.” La frase era dal contenuto piuttosto esplicito, nessuno la commentò. Fra Apollonio ed Elisabetta c’era stata una liaison molto intima, la baby aveva dimostrato tutto il suo anticonformismo entrando nell’intimo di Apollonio: “Sono curiosa nei tuoi confronti, come te la passi in fatto di sesso? Non mi sembra che tua moglie sia molto portata ad  esercitarlo.” Apo era andato in confusione, cosa rispondere ad una giovane ragazza curiosa della sua intimità?” “Sei suscettibile e conformista, non penso che tu abbia già gettato l’ancora, allora ti parlerò io di me: ho venti  anni, da quando ne avevo quindici scopo con mio cugino Ettore, domanda ovvia perché con lui e non con uno dei tanti ragazzi miei compagni di scuola? Presto detto sono tutti maschilisti, un collega una volta diventato mio amante, orgoglioso della conquista avrebbe sparso la voce con tutti i maschi di sua conoscenza, gli interessati si sarebbero ‘fatti sotto’ chiedendo per loro analoghe prestazioni, ad un mio rifiuto si sarebbero vendicati sputtanandomi dinanzi a tutta la scuola, è successo ad una mia amica che ha dovuto cambiare istituto, con Ettore ci vedevamo a casa sua, uso la pillola anticoncezionale. Mio cugino non è gran che come amante, ha il cazzo piccolo, lo ho paragonato a quello di altri uomini visti nei film porno, lato positivo mi fa poco male quando mi si inchiappetta e mi fa godere allorché mi schizza sul collo dell’utero, fine della confessione.” Apollonio  era stordito sia per i fatti appresi che per la franchezza di Elisabetta che proseguì: “Ti rifaccio la domanda, il cazzo ti si alza più?” Apollonio decise di usare lo stesso eloquio schietto di Betta: “Ciccio è andato in pensione, mia moglie non fa gran che per aiutarmi.” “Soluzione trovata: va in farmacia e compra una confezione di ‘Levitra’. Il giorno stesso Apo si recò da Giulio  farmacista suo vecchio  amico che: “Brutto sporcaccione hai trovato qualche mignotta…” “No è una ventenne.” Giulio preso  dall’invidia non fece commenti, regalò all’amico una confezione di Levitra. Aldo, preso dal lavoro trovò il tempo di recarsi a Messina a trovare gli amici  solo dopo un mese e mezzo. All’ora l’ora di pranzo: “Mes amies, ho voluto far riposare mia moglie, ho prenotato al ristorante ‘La Sirena’ di Ganzirri, Betta guiderà la mia Peugeot 508 con me vicino, ancora deve imparare qualcosa della guida, talvolta si sbaglia con la leva del cambio, gli altri, Matilde compresa nella Mercedes.” Nessuno raccolse la battuta  a doppio senso. Furono accolti da Salvatore il capo cameriere: “Benvenuti, il dottor Proietti di solito viene solo con la signora, oggi siete una bella compagnia, se me lo permettete provvedo io al menù.” Tutto a base di pesce cominciando dal brodetto di cozze e vongole per finire all’aragosta, il tutto ‘innaffiato’ da un ‘Donnafugata’ d’annata. Il conto fu presentato ad Apollonio dal proprietario Nicola Mancuso che omaggiò  signore e signorine con un mazzo di rose bianche, ricevette un applauso, un vero signore. Il ritorno a casa fu ‘lento pede’ o meglio ‘lenta auto’, il vino aveva fatto effetto sui guidatori Aldo ed Apollonio. Il salone accolse i sei accoppiati come da loro scelta. Si erano scoperti anticonformisti  con gusti  comuni, una filosofia di vita, il piacere di stare insieme, di condividere sensazioni ed esperienze piacevoli senza remore moralistiche. Al suono di un lento si formarono le coppie: Aldo con Diletta, Apollonio con Elisabetta e Ginevra con Matilde, le due avevano scoperto la loro propensione più per il ‘fiorellino’ anziché per il ‘pennone’. Chiusa la finestra furono spente le luci del salone, solo il chiarore di un abat-jour poi rifugio di ogni coppia e in una stanza sino alla mattina successiva quando un pallido sole invernale li trovò ancora sonnolenti in cucina a sorbire cappuccini con brioches, queste ultime in gran quantità per recuperare le forze perdute durante la  movimentata notte. Conclusione delle storie: dopo qualche mese di liaison con Apollonio Betta ritornò  a studiare a Catania e conquistò l’amore di Salvatore suo collega,  un siciliano ben dotato sessualmente. La storia di Ginevra con Matilde ebbe un seguito a Messina, Diletta  in pensione  andò a vivere a Catania con Aldo. La sorte fu maligna con Apollonio, il più sfortunato;  ormai avanti negli  anni fu preso di mira da Atropo che con la sue inesorabili forbici tagliò il filo della sua vita, il destino ancora una volta aveva dimostrato di essere superiore agli Dei.