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Racconti di Alberto Mazzoni

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  • 02 gennaio 2016 alle ore 16:02
    COLLE S.VALENTINO - CHE BANCA!

    Come comincia: Italia popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori. Questa è (se non ricordo male) una celebre frase di mussoliniana memoria che il nostro Duce fece apporre su un edificio romano.
    Che centra questo pistolotto introduttivo sul racconto che sto per propinarvi? Ebbene si c’entra nel punto in cui si parla di santi perché è proprio il nome di un  santo apposto ad una banca da parte di Ena U., dama ricchissima e come tutti (e tutte) le persone molto abbienti capricciose oltre ogni dire.
    La citata dama signora o meglio signorina di campagna (per lei gli uomini erano gratta e butta), donna legnosa e cacciatrice  inveterata (possedeva dodici fucili di vario calibro) risiedeva nella frazione di S.Valentino, comune di Cingoli in provincia di Macerata insieme al fratello Raffaele (Fefè per gli intimi), la di cui consorte Elena (Lilli per gli amici)e la di loro figlia Rossana bellezza bruna 1,75 di altezza con la sue cosine ben messe.
    Da dove erano pervenuti i denari ad Ena Ugolini? Un classico: da un nonno emigrato negli States d’America che di fortuna ne doveva averne fatta veramente tanta dato che in banca risultavano e suo nome circa tre miliardi di Euro, tanti erano e sono forse pure aumentati il perché vengo a spiegarlo.
    La signorina voleva sistemare la nipote laureata in scienze economiche in una banca ma il direttore del suo e di altri istituti di credito non  avevano voluto (e forse potuto) farla entrare col ruolo di vicedirettore, conclusione  Ena si era creata una banca a nome della località di residenza – S.Valentino – sede unica a Cingoli (Macerata). Grandi festeggiamenti, parenti giunti un po’ da tutta Italia per congratularsi col direttore, appunto Rossana Ugolini che si era circondata da cinque impiegati o meglio impiegate, tutte femminucce.
    In banca la situazione non poteva che essere delle migliori in quanto la direttrice, padrona assoluta, poteva permettersi in campo finanziario quello che altre banche per motivi di bilancio non potevano, in parole povere Ena Ugolini guardava ben poco al profitto pur di sbaragliare la concorrenza e ci era riuscita, come se ci era riuscita col giustificato malumore dei direttori degli altri istituti di credito!
    Ad Ena Ugolini non poteva parer vero poter dire: “Dì a mia nipote che ti mando io” per far ottenere agli interessati agevolazioni fuori mercato.
    Res cum ita sint avrebbero detto gli antichi latini quando la legnosa marchigiana ebbe l’idea di visitare la Sicilia, a suo dire, terra di provenienza di lontani parenti. Caricati sulla lussuosa Lexus due fucili e tante munizione da poter  sterminare tutta la selvaggina della Trinacria, Ena, percorsa la Salerno-Reggio Calabria si imbarcò a Villa S.Giovanni ed approdò a Messina dove aveva prenotato il miglior albergo del centro, il Savoia.
    Distribuite a destra ed a manca sostanziose mance, ebbe l’immediata deferenza di tutti gli impiegati dell’hotel, direttore in testa, ogni suo desiderio era legge.
    Noleggiato un fuori strada con relativo autista pratico dei sovrastanti  monti Peloritani, ritornò in serata con un carico di fagiani, tordi, piccioni ed uccellagione varia che fu offerta in pasto anche ad altri  frequentatori della mensa dell’albergo.
    Un episodio non fu di gradimento di Ena: recatasi in una banca locale ebbe la ventura di incappare in un direttore non eccessivamente  ossequioso e disponibile secondo i suoi gusti, e immediatamente decise di… immaginate un po’, di aprire a Messina una filiale della Banca S.Valentino, direttrice Rossana Ugolini.
    La telefonata giunta alla neo direttrice fece cadere l’interessata in una cupa prostrazione, andare in un posto mai visto e metter su un istituto di credito ex novo, maledetta la zia pazza. I genitori nulla poterono per alleviare le doglianze dell’afflitta figlia che, caricate sulla 500 Fiat Abarth bagagli e macchine fotografiche, sua passione, varcò anch’essa lo stretto di Messina.
    La città si dimostrò accogliente sia per il clima che per la cortesia dei suoi abitanti, unico neo gli amministratori locali che lasciavano molto a desiderare, situazione che poco interessava la zia Ena che si era messa di buona lena a metter su la banca. Faceva tutto lei: girando per la città individuò la filiale di un piccolo istituto di credito con tre impiegati e riuscì nel giro di pochi giorni a contattare la sede centrale che fu ben lieta di scaricarsi una filiale niente affatto produttiva.
    Il seguito fece scalpore in città: rinnovo totale dei locali con l’aiuto di un  famoso architetto e poi l’inaugurazione in pompa magna con articoli sui giornali  e servizi sulle tv locali e la presenza di autorità cittadine, la zia non aveva badato a spese.
    Inutile dire che la stessa politica seguita nella casa madre fece lievitare immediatamente la clientela indigena attratta da  condizioni di mercato estremamente favorevoli .
    “Zia ci stiamo rimettendo un sacco di soldi!”
    “Nipotina bella, vedrai, ci rifaremo.”
    Il futuro le diede ragione anche per la bravura delle impiegate (sempre tutte donne) che ce la metteva tutta per aver ricevuto uno stipendio ben superiore a colleghi di altre banche.
    La zia Ena aveva prese la via del ritorno anche per la sua non buona salute e così Rossana fu padrona assoluta anche se sentiva una po’ di solitudine; non riusciva a fare molte amicizie, qualche sabato a ballare ma non legava con ragazze e soprattutto ragazzi del luogo, troppo lontana dalla loro mentalità, rimpiangeva la compagnia di Alberto suo compagno di scuola e unico amore della sua vita.
    Un episodio risvegliò il normale monotono incedere della banca di S.Valentino: Rossana era allo sportello per sostituire una impiegata in ferie. Si era presentato un signore di mezz’ età, mai visto, che invece di avanzare una normale richiesta di prestazione bancaria, aveva presentato un suo biglietto da visita con la scritto:‘€.1.000  B.P.P.’
    Perplessità di  Rossana: “Scusi signore vuol spiegarsi meglio.”In passato in ragioneria aveva imparato il B.P.L ossia buono per lire ma quel B.P.P. non le diceva nulla.
    All’orecchio di Rossana il signore si spiego più chiaramente, voleva dire: BUONO PER POMPINO, €.1.000 era il corrispettivo per la prestazione.
    “Brutto maiale fuori di qui prima che lo prenda a calci!”
    Tutti le impiegate vicino alla direttrice che fece chiarezza sulla situazione ricevendo la solidarietà delle colleghe anche se una, la più spiritosa: “1.000 €.per un pompino mi sembrano pochini!”
    Inutile dire che l’episodio ebbe risonanza fra gli impiegati delle altre banche, Rossana si beccava lo sguardo ironico di qualche collega,  si pentì di aver divulgato l’episodio.
    Era passato circa un mese quando accadde qualcosa di inusitato: dinanzi alla banca un signore aveva posteggiato una Aston Martin targata Inghilterra. Il cotale: 1,80, fisico atletico, dopobarba di classe, sguardo magnetico, insomma uno bono si era diretto ad una cassa.
    “Lara lascia stare, ci penso io al signore.” Rossana voleva prendere in mano la situazione, quel tale, baffetti da sparviero come avrebbe detto il comico D’Angelo era troppo affascinante, di classe come pochi se ne vedono in giro.
    “I’m John  Fitzgerard, english from London,  she captivated me with its beauty, ask me any money for his company, capisco italian ma parlo poco. parlo poco.”
    “Ma sei un maiale” pensò Rossana che era stata in Inghilterra in collegio ed aveva imparato la lingua. Gli aveva offerto del denaro per la sua ‘compagnia’. In ogni caso aveva stile, meglio far finta di nulla, d’altronde le colleghe non conoscevano l’inglese e quindi …
    “Il signore vuole delle spiegazioni, stiamo chiudendo ed io vado con lui, ci vediamo domani.”
    “Dato che parli poco l’italiano ma lo capisci ti parlerò nella mia lingua. Data l’ora andiamo a mangiare in un ristorante in riva al lago di Ganzirri.”
    L’arrivo in trattoria non passò inosservato, non era di tutti i giorni che Rossana si presentasse  in Aston Martin con un signore che, si vedeva lontano un miglio, italiano non era.
    Salvatore, il capo cameriere, li posizionò in un tavolo riservato dopo avere allontanato con un cenno i vari suoi colleghi che, spinti dalla curiosità, avevano fatto capannello.
    “Salvatore questo è John Fitzgerard un cliente della mia banca, desidera gustare le vostre specialità, fai tu col menù, portaci un Corvo bianco, grazie.”
    “Caro John, sono una donna di spirito altrimenti avrei dovuto offendermi per le tue parole…”
    “Io non voleva, perdono.” Prese una mano di Rossana e se la portò alle labbra guardandola negli occhi.
    Ci sapeva fare il bell’inglese, la donzella cominciò ad apprezzare sempre più la sua compagnia, come pure apprezzò gli spaghetti alla pescatora, una fetta arrosto di pesce spada, due spiedini di gamberoni seguiti da un’insalatona gigante con tanto di cipolla, patate fritte per l’inglese e un’ananas, caffè per lei decaffeinato.
    Il conto fu presentato dal proprietario in persona che fu ripagato da una mancia stratosferica che fece strabuzzare gli occhi sia al padrone che a Salvatore.
    I camerieri si premurarono ad aiutare i due ospiti da indossare i soprabiti e poi in macchina.
    “Alloggio hotel Jolly, vorrei mutare abito, un poco freddo…”
    Posteggiata l’auto dinanzi all’albergo, due inservienti si precipitarono ad aprire gli sportelli con tanto di inchino, l’english si li era comprati tutti!
    “Vado in room…”
    “Ti seguo, voglio rinfrescarmi.” Rossana aveva meravigliata se stessa, che ci andava a fare in camera di uno sconosciuto, mah…
    Ovviamente era la room migliore dell’hotel, visuale sul porto di Messina, due navi di crociera ormeggiate, un ferry boat in entrata nel porto, un’orda di venditori di oggetti vari che circondavano i turisti scesi a terra.
    “Mi sento accaldata, uso il tuo bagno.”
    Effettivamente Rossana era un po’ sudata cosa per lei inusuale, quell’incontro l’aveva un po’ scombussolata. Rimase in reggiseno, prima di lavarsi si rimirò nel lungo specchio, cazzo era rossa in faccia, cosa le stava succedendo…
    “Quando tu finito entro in bath room.”
    “Vieni ...” Rossana non riconobbe la sua voce
    “Scuse me…” L’inglese si mostrò imbarazzato, la bell’italiana era rimasta in reggiseno e mutandine e il cotale lo fu molto di più quando Rossana lo abbracciò baciandolo furiosamente. L’ovvia conclusione sul lettone ambedue impegnati in una' acerrima pugna'…
    Quel che accadde postea fu alquanto nebuloso per Rossana. Si fece accompagnare alla sede della banca, recuperò la Fiat Abarth e si rifugiò nell’albergo Royal dove rimase per un giorno intero sinchè il direttore dell’hotel, molto  delicatamente, bussò alla porta della camera per chiedere sue notizie.
    Il perché di tante ‘storie’ per quello che poteva ed era un normale rapporto sessuale, questo  si domandò Rossana appena ripresasi dopo una doccia caldo- freddo, in fondo era stata lei ad iniziare la ‘guerra’.
    Diede sue notizie alle impiegate. Rossana non aveva voglia di uscire dall’albergo,una crisi strana. Dalla finestra della sua camera all’ultimo piano guardava stordita la gente, il tram, le auto, le navi nel porto,sentiva una profonda sonnolenza invaderla tutta, si fece portare il pranzo in camera e riprese a dormire.
    Pranzo in camera e sonno durò tre giorni sinchè  il direttore, preso coraggio, le chiese telefonicamente se avesse bisogno di un medico. Fu questa mossa che fece capire all’interessata che era il momento di darsi una mossa per rientrare nella vita normale. Tanto choc per una scopata! Un pensiero volgare ma efficace che le fece riprendere contatto con la realtà; forse era stata per lei la paura di essersi innamorata.
     Un lunedì uggioso, tempo  inusuale per Messina che di solito godeva di un  buon clima, d’altronde a novembre inoltrato non  si poteva pretendere di più.
    In ufficio un mucchio di carte da firmare le fece passare il tempo, senza accorgersene si era fatta l’una.
    Anna, la vicedirettrice: “Rossana noi andiamo a pranzo, quell’inglese tuo amico è venuto molte volte a domandare tue notizie, voleva sapere anche il nome  dell’albergo dove risiedi, non glielo abbiamo comunicato, ha lasciato questo suo biglietto da visita con numero del cellulare, buon appetito.
    Un panino dal vicino salumaio ed una birra e sempre in mano il biglietto da visita di John.
    “John sono Rossana, che fine hai fatto?” La baby aveva rivoltato la frittata.
    “Ho cercato te, molto…molto…” John piangeva.
    Dopo un lungo silenzio:
    “John sto venendo al tuo albergo, aspettami fuori.”
    John era vestito da cavallerizzo, un vestimento inusuale che attirava l’attenzione della gente.
    La prima reazione di Rossana fu di una profonda risata:
    “Come ti sei conciato?”
    “Voleva far colpo su te,  piaccio?”
    “Andiamo nella Aston Martin, si sta più comodi.”
    “Tue amiche non sapevano dove stavi, io voleva…”
    La bugiardona: “Ero in missione, ora son qua.”
    “Starò a Messina per sempre…sono issimo innamorato!”
    “Io invece no, non voglio più vederti.”
    Rossana stava barando, anche lei si era innamorata anche se sembrava impossibile dopo un solo incontro con un  uomo.
    “Tu fai male, prego non dire cose cattive.”
    “Va bene starò con te quando avrai imparato a parlare l’italiano.”
    “Vado  scuola, per te tutto…”
    “Zia Ena mi sono fidanzata con un  inglese, penso sia un baronetto.”
    “Vieni a Colle S:Valentino a fammelo conoscere, fai presto non sto bene in salute.”
    Una Aston Martin a Colle S.Valentino non passava di certo inosservata, Rossana e John furono circondati dagli abitanti della frazione, un saluto affettuoso da parte di tutti, gli Ugolini erano benvoluti.
    La zia Ena aveva detto la verità, si vedeva chiaramente in faccia che prossima sarebbe stata la sua dipartita, un tumore al seno, Rossana andò in bagno a piangere, non riusciva a smettere, John andò a trovarla, anche lui molto commosso.
    Ai funerali partecipò tutta la popolazione, tanti fiori, carrozza a cavalli e tumulazione nella tomba di famiglia.
    Rossana e John non rientrarono più a Messina, la banca fu affidata alla vicedirettrice; la baby ebbe modo di ‘sfornare’ una coppia di gemelli italo-inglesi. Jonh, imparato l’italiano, mise su un bed and breakfast frequentato da molti suoi concittadini, una storia forse triste ma a lieto fine come tutte le vecchie favole.
     
     

  • 23 ottobre 2015 alle ore 11:11
    ALBERTO...ALBERTO!

    Come comincia: Alberto M., quarantenne, Maresciallo  Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po’ tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con ‘Alberto… Alberto!’ e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d’ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d’oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:’aitante e distinto’ come da note caratteristiche, un metro e 80 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessantacinque, deliziosa, furbacchiona se l’era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso ‘Madonnina dello Stretto’, sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all’ingresso  dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh… Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue,  era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    “Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?”
    “Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata”
    “Nel senso di una fesseria?”
    “No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l’ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qua.”
    “Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio.”
    “Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?”
    “Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao.”
    Allora parliamo della moglie di Alberto la deliziosa Anna: anni 23, bruna con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p…..ra, seno piccolo ma molto sensibile come pure la … gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi M. abitavano all’ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Eva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe,  modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere  il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l’ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell’appartamento di Alberto quando non c’era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    “Marescià però c’iai nà bella vicina!”
    “Io c’iavrò pure una bella vicina ma c’iò pure una moglie dalle lunghe unghie.”
    “Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!”
    “Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!”
    Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare.
    “Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!”
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    “Buona passeggiata signori!”
    Denise: “Cosa voleva dire il portiere?”
    Alberto: “Quello che ha detto, buona passeggiata.”
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva  Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere…la baby era pure in minigonna!
    “Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!”
    “Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!”
    “Non fare l’offeso tanto non c’è niente da fare, Denise non ama i piselli!”
    “Ecco il perché dell’inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!”
    “Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!”
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter…ma adesso che sapeva che Denise era lesbica… forse avrebbe voluto averne due anche di…
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore.
    Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finchè Morfeo li prese entrambi.
    Dell’episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    “Vado a trovare Denise…voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi  mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio.”
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitavano, fecevano in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi M. pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l’era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno  aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra.
    L’acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    I coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all’acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.
    Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all’unisono decisero che era giunta l’ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All’ingresso incocciarono Nando:
    “Novità?”
    “Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia.”
    Il gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell’episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un’ipotesi, una spiacevole ipotesi.
    Il giorno successivo Alberto sentì l’ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    “Sono Alberto M., io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto.”
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    “Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna.”
    “È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla.”
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi…
    “Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire.”
    “Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!”
    Dopo essersi preso dell’imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del  mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione…
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un’ora, non era orario di visite.
    La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un’infermiera:
    “Non la fate stancare, è molto debole.”
    Fu  Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    “Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai…”
     Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po’ di colorito in viso, si mise seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All’arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    “Evviva!”
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c’era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    “Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia.” Alberto faceva il giovialone.
    “Fatto piccolo miracolo, grazie.” Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l’importante era il risultato.
    “Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso.”
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all’interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un ‘consiglio di guerra’, decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio ‘condito’ con sorrisi che preludevano ad un da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po’ istupidito la scena surreale.
    “Imbecille ti vuoi spogliare!”
    Quell’aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle ‘gatte’ sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il ‘ciccio’ del giovin signore si era notevolmente ‘inalberato’ e si trovò a penetrare alternativamente nella due ‘chattes’ giungendo quasi subito all’orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po’ faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po’, gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente il maschietto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D’altronde qual è il desiderio di ogni uomo? Diciamolo francamente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:47
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO.

    Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    “Che bella l’aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre.”Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore in viso dopo…era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All’imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paternò che un po’ forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    “Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo.”
    Era un tre stelle.
    “Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella.”
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    “Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?” Tradotto datti da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    “Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto.” E cominciò dai piedi sino al viso.
    “Mi hai preso per un lecca lecca?”
    “No, mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava.!”
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    “Bene cara, ora mi giro dall’altra parte, ho sonno, buona notte.”
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l’uccello.
    “Giuliana non t’è bastato, ancora?”
    “La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    “E tu che vi fai qui?” Domanda di una intelligenza…
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro…mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D’Arrigo,  Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    “Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?”
    “Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme.”
    “Non vi liquido, parlate.”
    “Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po’ con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare” e giù a piangere di nuovo.
    “Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto.
    “Va bene ma solo per una volta.”
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, ‘ciccio’ dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo ‘ciccio’ si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a  turno dalle due sorelle.
    “Grazie e…a presto!”
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d’ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 11:46
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO!

    Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.
    Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.
    La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.
    A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.
    Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.
    Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.
    “Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)
    “Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”
    Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”
    “Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”
    “Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano’ che sta qui sotto.
    Silvana era in confidenza col padrone Romolo, ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”
    “Io te l’ho sempre rilasciata…”
    “Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”
    I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.
    “Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”
    “È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).
    Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    “Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?”
    “Non ti muovere vengo io.”
    Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.
    “Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.
    Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.
    “Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”
    “Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al.
    Il pomeriggio successivo:
    “Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”
    Primo piano: “Questo è Massimiliano Romani mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”
    La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…
    Ignazio partì il giorno dopo:
    “Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”
    “Fammeli pagare almeno in parte…”
    “No ho deciso così, voglimi bene.”
    Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.
    Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.
    Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.
    Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    “Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con questa banca vorrei passarlo a Messina.”
     L’interessato si mise a disposizione poi:
    “Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”
    Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    ”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”
    Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.
    “Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”
    Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…
    Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    “Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”
    “Io sono Alberto, Al per gli amici.”
    “Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”
    Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.
    “Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”
    Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.
    “Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.
    Anche qui nessun problema.
    “Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.
    Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    “Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”
    Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.
    Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.
    Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:
    “Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”
    Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.
    “Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”
    “Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”
    “Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”
    Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica.
    Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.
    “Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”
    “Noi abbiamo solo questi…”
    “E Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”
    Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”
    In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:
    “Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”
    Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient’affatto male, Al era riuscito nel suo scopo! ““Domattina li proveremo in piscina!”
    “Ma domani lei non va a lavorare?”
    “Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.
    Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.
    “Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.
    La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.
    “Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”
    Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!
    Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.
    “Lei è un monello, non si fanno certe cose!”
    La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.
    “Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”
    Un cenno di assenso.
    Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    “Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”
    “No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”
    Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.
    Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.
    Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”
    Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.
    Pareva proprio che si vergognasse:
    “È stata mia sorella io non volevo…”
    Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.
    “Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.
    Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:
    “Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”
    “Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.
    “Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”
    “Ci racconti un po’ di lei.”
    Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.
    “Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”
    Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    “Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.
    Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:
    “Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”
    Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”
    Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.
    “Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”
    “Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    “A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”
    “Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”
    Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    “Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”
    “Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”
    Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le due gambe toccandogli il suo coso, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.
    “Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”
    “Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”
    “Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”
    Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.
    Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:59
    ERACLITO

    Come comincia: ERACLITO  AVEVI  PROPRIO  RAGIONE!
     
    Che ne dici:
    degli ex abitanti del Limbo? Sono sicuramente in Paradiso dopo la soppressione di un luogo così ovattato senza piaceri né dispiaceri ma pur sempre, per tanto tempo, in punizione per mancanza sulla loro testa di acqua benedetta;
    della povera Maria Vergine in mezzo alle nuvole, tanto invocata ma sempre sola dopo aver avuto un figlio senza nemmeno un po’ di piacere;
    del povero Giuda condannato agli Inferi, tanto vituperato ma senza colpa per una sorte a lui predestinata;
    del povero Allah costretto a cercare vergini per gli eroi mussulmani morti in battaglia, veramente tante le 42 vergini per ognuno, dove le trova? A meno che non le ricicli con un piccolo intervento chirurgico…ma non sarebbe serio!
    dei mussulmani costretti ad aborrire carne di maiale ed alcolici; sicuramente contenti i suini, un po’ meno i viticultori;
    dei poveri preti pedofili, forse avrebbero preferito un sano rapporto con femminucce…
    di quel simpaticone di Padre Pio costretto agli onori degli altari, con molti oboli da parte dei creduloni, invece di essere curato per schizofrenia come accertato con pareri medici di dottori del Vaticano;
    dei mussulmani preganti a pecoroni, se capitasse loro di dietro un omo arrapato?
    Eraclito avevi proprio ragione tremila anni fa, il popolo è ignorante oggi come allora!
     
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:46
    FIORELLINO

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!
     

  • 27 giugno 2015 alle ore 17:29
    MADAME SUSANNA

    Come comincia: Vista la prima volta: una signora raffinata, gli abiti scelti con cura, indossati con eleganza, abbinamenti particolari: una femmina di lusso. Tato la incontrò l'ultimo giorno dell'anno in un raffinato locale alla moda seduta ad un tavolo, circondata da amici. Un coup de foudre! La esaminò a lungo con compiacenza, non sentiva più le voci dei presenti nè il suono dell'orchestra. Ne osservò la bocca mossa con maestria, quando sorrideva scopriva denti perfetti, sulle labbra un rossetto un pò appariscente ma non volgare, adatto al suo stile con un contorno di matita più scuro che ne evidenziava ancor più la finezza e l'unicità. Sorrideva con distacco signorile che creava una barriera con gli interlocutori sciocchi o vanesi. Alberto seguitò ad osservarla e notò altri particolari: zigomi alti, occhi grandi ed espressivi, il trucco magistrale ne sottolineava la luminosità, orecchie piccole, la scollatura profonda metteva generosamente in mostra seni perfetti: emergeva fra le signore presenti.Alberto con la fida Canon le si avvicinò e, con falsa indifferenza ma col cuore in subbuglio le propose un servizio fotografico in ricordo della serata. Zeus adiumentum inaspettatamente raggiunse lo scopo. Si rifugiarono in un angolo appartato della sala in mezzo a rocce e piante un pò distante degli sguardi curiosi ed invidiosi delle signore. La musica giungeva da lontano un pò ovattata. La magia delle luci soffuse ed il caldo ambiente lavorarono in favore di Alberto. Una signora diversa, cordiale, curiosa e disponibile: una sorpresa;  assunse le vesti di regista: "Pensi a situazioni piacevoli: un viaggio in compagnia di una persona briosa, una serata in un locale accogliente, un incontro ravvicinato..." Le pose di Susanna erano mutevoli ed espressive, seguiva i consigli alla lettera. L'emozione creò qualche problema ad Alberto, talvolta il calore del viso faceva appannare il mirino della macchina fotografica con conseguente sfocatura delle immagini; fu costretto a ripetere alcune inquadrature ma il risultato finale fu inappuntabile. Esaminò le foto nel monitor dell'apparecchio, espressioni delle singole foto: - leggermente ironica; - misteriosa; - sorridente; - soddisfatta; - furbetta; - pensierosa; - carinissima; - ti piacerebbe... - forse, spera; - allegrissima; - curiosa; - sospettosa; - non mi manca nulla; - un pò triste; - sono una vera donna; - ho i miei problemi.. - aperta; - ti entro nel cuore; - simpatica; - non c'è niente da fare! Quest'ultima espressione fece rattristare Alberto, non che ci sperasse troppo, era un sogno che lo tormentava ma la speme è l'ultima a morire. Al si rivolse alla dea della speranza: "Accogli Elpis la mia istanza un pò lasciva ma giustificata da cotanta bellezza, fa che mi guardi con benevolenza, lo sai, sono un vecchio pagano amico di Hermes, se riuscirò nel mio intento ti sacrificherò il montone più grasso, anzi un vitello, meglio ancora un bue. Elpis ti offrirò tutto quanto possiedo ma ti prego aiutami, dammi una mano sì che possa sperare alterimenti non solo non ti sacrifico nulla ma ti mando a f....!

  • 27 giugno 2015 alle ore 17:16
    I DESIDERI DI ALBERTO.

    Come comincia: Vorrei essere: - vento per accarezzare la tua 'gatta'; - Zeus per farmi una dea; - Hermes per imbrogliare gli imbroglioni; - acqua per bere vino; - bambino per credere alle favole; - nudista per rifarmi gli occhi; - Tampax per non chiamarmi Carlo (d'Inghilterra); - fuoco per non fumare; - rogo per incenerire le droghe; - stella per posarmi sulla tua fronte; - sogno per averti sopra di me; - morte per starti lontano; - ricco per averti ai miei piedi; - cane per leccarti tutta; - meno fregnone per non correrti più appresso sapendo che non me la darai mai!

  • 27 giugno 2015 alle ore 16:59
    EPITAFFIO DI ALBERTO.

    Come comincia: Hermes, dio dei ladri e degli imbroglioni, fa che il mio sonno eterno sia consolato da ciò che più ho amato nella vita: da immagini di fanciulle leggiadre e disponibili, di deschi imbanditi di cibi succulenti e di squisiti vini da gustare in compagnia di conviviali spensierati e festanti e fa sì che non sia perseguitato da immagini funeree di predicatori, di piagnoni o, quel che è peggio, di imbecilli. Fammi ricordare i vecchi amori: la dolce Raffaella dalle mani sapienti; la sorridente Adriana dalle tette prorompenti; la piccola Tiziana, piccola si ma dalla bocca infuocata; la dolcissima Miriam sempre pronta a girarsi di spalle; l'appassionata Violetta dalla natura sempre umida. Infine fammi dimenticare la mia bellissima consorte Anna: elegante, di classe, altera, profumata, incantevole ma tanto algida e scostante. 'Ciccio' non ha un buon ricordo di lei ma, in compenso, si è consolato con la sue amiche. Infine, Hermes, ti prego, fa che nell'aldilà, io che non sono stato mai malizioso nè imbroglione, lo diventi per non farmi fregare da santi, da madonne piangenti, da diavoli e da preti furbacchioni padroni dell'aldilà come lo sono dell'aldiqua!

  • 27 giugno 2015 alle ore 16:46
    A TATA LA MAGICA

    Come comincia: O magica Tata regina di goduria, meravigliosa dolce compagna delle mie notti insonni appari a me timida, riservata, delizziosa seminascosta in un morbido cespuglio. Ondeggi deliziosamente quando la tua padrona passeggia, invisibile in quel momento, sicura del tuo fascino erotico.
                                   Ti immagino, ti vedo, ti sento.
    Il tuo silenzio è assordante, sei dispensatrice di felicità che travolge i miei sensi. Parla alla tua signora, dille dei miei fremiti, del tremore che mi assale al pensiero della tua esistenza, dille di essere generosa, sarò il tuo eterno schiavo. Mi basterebbero anche dei baci, dei piccoli morsi per inebriarmi della tua intensa fragranza, ti terrei fra le mie labbra succhiandoti dolcemente, lungamente sinchè un interminabile fremito non verrà a svegliarti dal sonno con dolci sussulti riverando nella mia bocca un fiume morbido, inerrastabile, profumato. Così ti sogno, ma il sogno diverrà mai realtà? Tutto il mio essere te lo chiede, al solo tuo pensiero sento la mie viscere stringersi, il cuore battere velocemente, il respiro diventare affannoso. Ti prego dai un segno positivo al tuo eterno, sconsolato e fiducioso innamorato, abbi pietà ed anche un pò di comprensione, cazzo!

  • 02 giugno 2015 alle ore 17:33
    PINA IN CONGRESSO

    Come comincia: Il rumore delle ruote e il dondolio del treno cullavano Alberto, (Al per gli amici), gli facevano provare una piacevole sensazione di rilassamento. Abbandonato sulle ginocchia il libro che stava leggendo, s’immerse nei suoi pensieri: cosa aveva potuto mutare un sentimento di simpatia in qualcosa di più profondo? Arduo darsi una risposta, non riusciva a comprendere cosa fosse cambiato in lui tanto da avere sempre dinanzi agli occhi l'immagine di quella persona, di avvertirne costantemente la presenza, di camminare fra la gente come avvolto in una nuvola che lo estraniava da tutti facendogli percepire la sua aura sempre vicina. Una sensazione eccitante ma anche dirompente perché occupava tutto il suo spirito sino a sfinirlo.
    Negli ultimi tempi l'aveva osservata più attentamente: l'avevano colpito le labbra deliziose truccate in maniera non eccessiva, assolutamente non volgari. Gli occhi erano specchio del suo stato d'animo: luminosi quand'era allegra, sognanti al pensiero di suo figlio, tetri quand'era amareggiata, impenetrabili quando ergeva un muro dinanzi ad interlocutori indisponenti.
    Questa era Pina.
    Finalmente Al giunse a Verona, un taxi, l'arrivo in albergo.
    “Vorrei una stanza matrimoniale ed anche vedere il libro delle presenze.”
    “Signore, è assolutamente inusuale ed anche proibito e poi abbiamo un convegno di bancari... faccia presto.”
    Il portiere aveva rapidamente cambiato opinione dopo aver intascato un cinquantino.
    Scelta la stanza al piano desiderato (quello di Pina), una rapida rinfrescata e Alberto approdò nella hall. Vide madame che stava conversando con due signore, che fare? Intuizione, si recò nella sala da pranzo che i camerieri stavano allestendo per la cena. Girando fra i tavoli, Max prese visione di quello riservato a Pina e a suoi colleghi.
    “Cameriere, vorrei un tavolo vicino a questo.”
    “Impossibile signore, son tutti prenotati... quasi tutti questo è libero.” Il solito cinquantino lo aveva ammorbidito.
    Al, volutamente, si recò a cena in ritardo rispetto agli altri commensali e si posizionò in modo di poter osservare Pina di profilo. Nel di lei tavolo c'erano tre signori di mezza età, suoi colleghi, sorridenti, disponibili, loquaci, speranzosi di piacere, patetici! Pina aveva stampata in viso l'espressione sua tipica per quelle occasioni: sorriso a mezza bocca e sguardo divertito.
    Finito di cenare si alzò imitata dai commensali: “Signori sono stanchissima, a domani.”
    Al, per non dare nell'occhio, fece passare un po’ di tempo prima di alzarsi a sua volta ma non riuscì a raggiungerla, si ritirò nella sua stanza.
    Squillo del telefonino: “Caro fra mezz'ora da me, la porta è socchiusa.”
    Doccia veloce, dentifricio profumato, pigiama di seta. Tutto a posto Al si rimirò nello specchio, l'immagine riflessa era di suo gradimento.
    Mai una mezz'ora gli era sembrata così lunga, controllava continuamente l'orologio e, finalmente, scoccato il tempo, a passi veloci raggiunse la camera di Pina, ci si infilò colpito dal buio che vi regnava, solo una lamina di luce filtrava da sotto la porta del bagno.
    A tentoni raggiunse il letto e si pose una domanda amletica: “Dove era abituata a dormire, a destra ovvero a sinistra? Resosi conto dello sciocco interrogativo, Al si rispose da solo nella lingua madre: “Ah fregnone, pensi che sto pezzo de gnocca è venuta qua pé 'n riposino? Se po’ da esse più 'mbecille?” Il romanesco potrà pure essere volgare, ma è sicuramente efficace!
    La porta del bagno finalmente si aprì, la figura di Pina emerse in controluce fasciata in un delizioso baby doll che ne sottolineava la snella figura. A contatto col suo corpo Max fu inebriato dal profumo sensuale della sua pelle.
    “Accendo l'abat jour, voglio parlare con mio figlio.”
    “Mamma, tutto bene, passami Alessandro... Mammina vuole darti tanti bacini prima di dormire, come stai?”
    “Io sto a letto con la nonna, tu con chi dormi?”
    “Cosa dice mammina, sono sola... buona notte.”
    Pina aveva spento la luce ma era rimasta di spalle, Max imbarazzato non sapeva come comportarsi, la sentiva singhiozzare sommessamente, tremava un po’ e si era coperta il corpo col lenzuolo. Ad Alberto non restò che ritirarsi nella sua stanza, malvolentieri, in considerazione anche del notevole incazzamento di 'ciccio..'.
    Quella notte Al cercò di leggere un libro giallo, lo riprese più volte ma, infine, l'incolpevole libro fu sbatacchiato malamente contro un muro.
    Il giorno seguente, l'amata era occupata col congresso in una sala dell'albergo; Al gironzolò nei dintorni dell'edificio ma non trovò nulla d'interessante o, forse, non era dell'umore adatto per apprezzare alcunché.
    All'ora di pranzo madame era seduta al tavolo con i soliti signori in verità piuttosto perplessi: non li degnava nemmeno di uno sguardo, mangiava silenziosamente con il viso abbassato.
    Il pomeriggio passò con Pina impegnata in una riunione e con Al spaparanzato in una poltrona della hall a leggere i giornali.
    Durante la cena la dama sembrava essersi ripresa, per la gioia dei commensali era diventata più loquace e sorridente. Al si alzò dal tavolo e vide che lei lo seguiva con lo sguardo.
    In camera si sentiva come un pugile suonato, si era innamorato come uno studentello, quel sentimento gli faceva paura non l'aveva mai provato così profondamente... Il suo telefonino squillò: “Fra dieci minuti sono da te.”
    Al aveva lasciato accesa la luce del vano del bagno, la stanza era in penombra quando l'agile silhouette della benamata si stagliò per un attimo nella porta d'ingresso contornata dalla luce del corridoio, entrò con passo ancheggiante, si sdraiò sul letto dando le spalle a Al ma non ebbe il tempo di girarsi ché sentì qualcosa di consistente penetrarle fra le cosce, quel qualcosa sollecitava sempre più il clitoride. Il suo cuore cominciò a batterle violentemente, si dimenava per far aumentare il piacere. Al la girò supina, incollò le sue labbra su quelle della morbida 'gatta', il piacere di entrambi era alle stelle, Al salì con la bocca sempre più in alto: il pube, l'ombelico, le morbide tette, il collo e infine la bocca. Un bacio violento, appassionato sempre più profondo. Tata assaporò per la prima volta il sapore della sua 'gatta', sapore trasportato dalla bocca di Al, una sensazione particolare mai da lei provata. Si vendicò prendendo Ciccio in bocca mordendolo piuttosto rudemente, a lei, talvolta, piaceva esercitarsi in qualche dispetto erotico per poi ridersela fragorosamente, si faceva perdonare quella marachella col suo delizioso sorriso.
    Si era di nuovo scatenata, la sua natura passionale la portò a prendere l'iniziativa e a sottomettere Al cavalcandolo con movimenti circolari del bacino per fasi penetrare più profondamente, il suo punto 'G', fortemente sollecitato, la faceva fremere di piacere sin quando una nube di voluttà non la avvolse completamente. Al la mise supina, la penetrò di nuovo con forza sin quando inondò la vagina con la sua calda spuma. Pina riuscì a prolungare il piacere e a raggiungere un nuovo orgasmo più travolgente del primo.
    Pian piano i sussulti cessarono, Al si rialzò. Tata rimase inerte senza più forze a gambe divaricate.
    Quello fu l'unico loro rapporto intimo. In seguito s’incontrarono in compagnia dei relativi coniugi, mai un cenno, mai uno sguardo d'intesa, dentro di loro un sogno appagato, un ricordo dolcissimo, il loro segreto.

  • 02 giugno 2015 alle ore 9:54
    UNA DIFFICILE CONQUISTA AMOROSA

    Come comincia: “Mi scusi signore, ho urgente bisogno di andare all’aeroporto di Catania, se crede di potermi dare un passaggio la compenserò con qualsiasi cifra, la prego!”
    L’autrice di questa frase era una signorina decisamente piacevole, decisamente bella, decisamente giovane, decisamente di classe, decisamente bionda oltre che decisamente alta: 1,80.
    Dire che Alberto era perplesso era il minimo, quando mai ti capita una situazione del genere non tanto per la cifra che avrebbe potuto guadagnare quanto…il solito zozzone.”
    “Signorina io penserei ad un altro genere di compenso, sempre che lei…”
    “Sempre che io…non pensa di correre un po’ troppo e non poi mi sarei aspettata una proposta di tal genere da un maresciallo della Benemerita!”
    “Gli appartenenti della Benemerita, come li chiama lei, sono i nostri cugini Carabinieri, io appartengo alle Fiamme Gialle, Finanza per capirci.”
    “Che i Finanzieri fossero…”
    “Chiudiamola lì altrimenti andiamo nel penale; penso di aver indovinato il suo pensiero forse ispirato dalla visione della mia Jaguar  X Type. Come fa un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza a possedere un cotal vettura costosa se non…nel mio caso c’è una spiegazione valida: il decesso della novantenne zia Giovanna proprietaria di una villetta lasciata in eredità al cinque nipoti di cui uno è alla sua presenza, non mi sono offeso anche io al suo posto… e poi come si fa ad offendersi dal detto di una cotal beltade!”
    “Adesso viene fuori la sua cultura classica, ne riparlerei volentieri qualora lei aderisse alla mia richiesta di accompagnarmi all’aeroporto di Catania, durante il viaggio potremo fare conoscenza. Oh guarda pure il navigatore satellitare, la televisione, quanti aggeggi, un salotto, complimenti!”
    “Domanda d’obbligo, cosa ci fa una signorina alle sette di sera a Messina, in viale dei Tigli 23 tanto più che non mi risulta che abiti da queste parti?”
    “Mi è stato comunicato che è deceduta la signorina Marilena Tavilla, era una cugina di mia madre e proprietaria dell’appartamento al quarto piano della scala B). Io sono Maria Belfiore, architetto, abito a New York, o meglio a Manhattam, non sono riuscita a contattare l’amministratore del vostro condominio, tutto sommato a questo punto non posso perdere altro tempo, debbo rientrare in America ed il mio volo parte da Catania alle ore 23 e non sono riuscita a trovare un taxi.”
    “Chi le parla è Alberto M., celibe,  disposto ad accompagnarla a Catania, senza compenso anche se a malincuore dato che non avrò alcuna possibilità di rincontrarla cosa che invece anelito…”
    “Il suo modo di esprimersi è molto particolare, mi viene da ridere, quello che lei definisce anelito, yearning in inglese, è il desiderio spasmodico di desiderare qualcosa che io penso irraggiungibile.”
    “In un’ora saremo a Catania, avremo anche tempo per cenare e conoscerci meglio sempre che non le sembri troppo invadente.”
    “Ma si,  tutto sommato lei è una persona piacevole, ha un accento  particolare, non mi sembra siciliano.”
    “Romano de Roma ma trapiantato a Messina per servizio anche se rimpiango un po’ la mia Roma. Vede il romano è un tipo particolare è quello del ‘volemose bene’, insomma un compagnone, talvolta forse un po’ invadente ma in fondo simpatico.”
    “Lei è anche un furbacchione, sta facendo le lodi di se stesso ma…non ci esce niente ah ah ah!”
    “Non ci pensavo assolutamente!”
    “Ci pensava, ci pensava anzi ci pensa.”
    “Va bene cara, ci penso e vorrei darle del tu cambiandole però il nome, meglio Mary all’inglese, il nome Maria mi riporta ad una triste storia.”
    “Lasciamo la triste storia e diamoci del tu, andiamo in aeroporto, voglio cambiare la data di imbarco, la Sicilia mi piace e vorrei visitarla.”
    “Questa si che è un colpo di…”
    “Di culo, dillo apertamente, di culo, non te l’aspettavi, la tua faccia tosta è stata premiata!”
    Sbrigata la pratica burocratica Mary ed Alberto entrarono in città a Catania e si infilarono in un ristorante di lusso, quello con camerieri in divisa, in po’ costoso ma…
    “Sei mio ospite d’altronde non è che un maresciallo della Finanza…”
    “Sino a pagare una cena ci arrivo, certo devo pagare la rata del mutuo ma ‘semel in anno licet insanire.”
    “Guarda che anch’io ho studiato latino: ‘una volta all’anno è lecito fare cose pazze’ più o meno questa la traduzione solo che la cosa pazza è a mio carico.”
    Finita la cena con lauta mancia (cavolo la baby doveva passarsela bene!) decisione inaspettata:
    “Torniamo a Messina, se non hai impegni affettivi vorrei dormire a casa tua che ne dici?”
    “Altra botta di…”
    “Allora è un si, vai piano mi voglio gustare il viaggio, fermati un attimo.”
    Un bacio inaspettato, profondo , sensuale.
    “Sono fortunata baci bene e penso che anche il resto…”
    Alberto a quarant’anni in fatto di sesso non era alle prime armi ma Mary con i suoi modi era stata una sorpresa, una piacevole sorpresa ed il futuro si appalesava denso di buone prospettive.
    “Mai vista una casa di uno scapolo ordinata e con mobili di buon gusto, complimenti!”
    “I mobili per la maggior parte appartenevano ai miei genitori ed ai miei zii, come vedi ci sono anche quadri di valore come quelli Orfeo Tamburi che non mi potrei permettere di acquistare.”
    “Che panorama, si vede il porto di Messina e tutta la costa calabra illuminata, una goduria, non mi viene voglia di andare a dormire.”
    “E chi parla di dormire!”
    “Albertone, ricordati che per una donna (a proposito ho trent’anni), dicevo che per una donna mollarla la prima volta è da…”
    “Mignotta, ma io adoro le mignotte!”
    “Per me va bene il divano, tu resta nel tuo lettone che penso abbia visto transitare un bel numero di giovin signore e signorine.”
    “Le mia preferenze erano per le signore che, in linea di massima, non avevano alcuna voglia di creare a me problemi lasciando il marito.”
    “Insomma una botta e ognuno a casa sua se ho capito bene.”
    “Ci hai azzeccato e questo forse perché non ho mai trovato quella giusta…”
    “Stanotte me la rifarò con Morfeo, vedo che hai due bagni, col tuo permesso mi impossesserò di quello più grande.”
    “Se ti leggo bene nel pensiero ho capito come finirà la situazione.”
    “Hai letto bene, buona notte!”
    Buona notte non fu, Alberto dopo essersi girato un bel po’ nel lettone, decise di alzarsi. Posizionò una poltrona sul terrazzino anteriore, occhi semi chiusi, respirazione lenta e distensiva per cercare di ammutolire ‘ciccio’ in crisi…
    Pare che anche dall’altra parte la situazione non fosse dissimile, Mary aveva aperta la vetrata del salone per far entrare una fresca aria notturna  e…
    La storia ebbe la fine prevista: i due si incontrarono sul terrazzino anteriore, lungo abbraccio e poi ambedue posizionati sulla chaise longue di Alberto sul terrazzino, quello della visione sulla Calabria.
    Chi disse che vale più un abbraccio che…ci aveva proprio azzeccato. I due assaporarono le dolcezze del tenero amplesso sino all’alba quando decisero che il lettone era cosa migliore.
    “Hai rifornimenti meglio di un bar: latte, caffè,yoghurt, marmellate, biscotti, fette biscottate integrali, toh pure le prugne californiane, mi sento come a casa mia!”
    Alberto non aveva voglia di parlare, più guardava Mary e più apprezzava la sua bellezza sottolineata da un baby doll rosa che lasciava intravedere…
    Mary con intuito femminile aveva capito la situazione ma non aveva alcuna voglia di capitolare , si era creata una situazione strana, lunghi silenzi…
    “Lettura del tuo pensiero: ho conosciuto tante femminucce ma una come te…mi hai scombussolato, turbato, sconvolto, frastornato, agitato, confuso, è il tuo silenzio che parla!”
    “Dato che hai preso in mano la situazione che ne diresti di farmi partecipe della tua vita, ad intuito penso che dovrebbe essere piuttosto complicata, mi sbaglio?”
    “È piuttosto complessa ma non so sino a che punto tu sia tanto anticonformista da poterla capire.”
    “Solo se nel tuo curriculum c’è un omicidio per il resto non ho problemi soprattutto in fatto di sesso.”
    Mary si era rasserenata , di nuovo sulla chaise longue e:
    “Rimandiamo, per favore, la Sicilia mi dicono è molto bella, che ne dici di farmela visitare, per il denaro non c’è problema, la mia famiglia, di origine italiana, è benestante.”
    “Bien allora facciamo le valigie.  Ho pensato ad un albergo sotto Taormina.”
    Villa S.Andrea  è situata sul mare, spiaggia privata, scogli, sabbia fine e scogli sparsi.
    “Non finirò mai di ringraziarti, non pensavo che esistessero posti tanto incantati, non so se sia l’aggettivo giusto, in famiglia parliamo l’inglese e talvolta sbaglio le parole in italiano.”
    La cucina era all’altezza del luogo, uno chef raffinato, piatti siciliani, Mary era entusiasta di tutto.
    Il pomeriggio a Taormina con la teleferica, acquisti a go go, granita alla panna e rientro in albergo.
    Ogni tanto qualche abbraccio in segno di riconoscenza, anche qualche timido bacio, un pò poco per Alberto il quale a letto si trovò dinanzi alle deliziose spalle della compagna, spalle e niente più.
    La mattina, dopo colazione, una sorpresa: in cabina Mary aveva indossato un cappello a larghe tese, un paio di occhiali molto grandi e poi si era infilata un costume alla brasiliana, insomma quello che cinge il corpo, (pube rasato),  molto simile a dei fili.
    Reazioni in spiaggia: i vecchietti: che bei ricordi, i mariti: occhi di fuori dalle orbite, le mogli: ‘non hai mai visto una donna?’, I bambini: perché la mamma è tanto arrabbiata, gli adolescenti: rientro precipitoso in cabina per un cinque contro uno!
    La mattina seguente: “Hai gli occhi di un cucciolone bastonato, stasera…”
    Gita all’Isola Bella, il barcaiolo non sapeva dove mettere gli occhi: “La signora è straniera?” Sguardo di Alberto: “Fatti i cazzi tuoi!”
    Com’è lunga un giornata quando si aspetta la sera per qualcosa di indefinito ma credibilmente piacevole.
    Doccia insieme, bacini, bacioni e poi: “Ti dispiace se te lo prendo in bocca?”
    “Che domanda, vai…"
    Il lungo digiuno ebbe l’ovvio effetto di far godere subito ‘ciccio’, Mary ingoiò il tutto e seguitò sin quando il cotale se la godette alla grande una seconda volta, la baby si era dimostrata proprio brava, una bella sorpresa!
    Rotto il ghiaccio Alberto si aspettava qualcosa di più ma:
    “Non te la prendere ma non me la sento ancora per un rapporto completo, ho un cattivo ricordo, abbi pazienza.”
    Alberto bene o male pazienza se la faceva venire ma che poteva essere quel cattivo ricordo?
    “Sin dalle scuole medie sono molto amica di Betty, una siciliana piccolina, bruna, simpaticissima, sempre allegra. È stata una cosa normale avere con lei rapporti intimi, era come un gioco piacevole. Al college avevamo una stessa stanza con due letti che univamo per i nostri giochetti.
    Laureate e trasferite a New York per lavoro in uno studio di architettura, Betty si innamorò di un ragazzo bellissimo, alto, biondo, occhi azzurri, il migliore dello studio.
    “John mi ha chiesto una cosa particolare…non vorrei che la prendessi male, vedi…”
    “Betty vai al dunque, ci conosciamo toppo bene, dì la verità ti ha proposto un giochetto a tre?”
    “Si ma non vorrei che cambiasse qualcosa fra di noi, il nostro rapporto di amicizia viene prima di tutto, sto male da giorni.”
    Accettai per accontentarla, non che ne fossi entusiasta ma per l’amica del cuore…
    L’incontro fu programmato in casa di Betty, era un sabato sera e John ci fece una sorpresa quando si presentò con un amico sud americano, forse brasiliano, basso, tozzo, un po’ volgare.
    Senza tanti preamboli John volle avere un rapporto con me, fra l’altro non prese alcuna precauzione, una situazione spiacevole, Betty in un’altra stanza col sudamericano e poi, colpo di scena, tutti e quattro in uno stesso letto e i due maschietti che avevano un rapporto anale fra di loro.
    A quel punto sono fuggita schifata, piangendo ho raggiungo casa mia, due giorni dopo sono partita per venire a Messina, fine della triste istoria che, come puoi immaginare, mi ha lasciato un segno profondo, ora puoi capire il perché del mio agire.”
    Alberto abbracciò forte forte Mary, stettero così a lungo sino allo spuntare del sole.
    “Non ho più sentito Betty, ritornare allo status pre non sarà facile non per il rapporto con lei ma per il lavoro, dovrò cambiare studio ma per ora voglio godermi questa vacanza con un uomo favoloso, conosci un uomo favoloso, io si.”
    Tour della Sicilia: Termini Imerese, Palermo, Trapani, Agrigento, Siracusa, Catania e rientro a Messina.
    “Papino mi ha mandato tanti soldini, lui è di origine siciliana, era felice quando gli ho descritto il giro della Sicilia e la conoscenza profonda e affettuosa di un cotale che ogni giorno mi è più caro (e al quale ho concesso tutto, ma questo non l’ho detto a papino).
    Uno studio di architettura a piazza Cairoli a Messina meta finale di Mary sempre più innamorata della Trinacria e di un suo abitante…
     
     

     
     

  • 21 maggio 2015 alle ore 11:20
    MALEDICTA SENECTUS

    Come comincia: Da giovane non credevo che sarei mai invecchiato, gli anziani erano una categoria alla quale non avrei mai voluto appartenere, odiavo i loro 'fiori della vecchiaia', si quelle macchie color bruno che invadono tutto il corpo, un segno tangibile e inoppugnabile del'avanzare degli anni.
    Altri inconvenienti della vetustas? Tanti, tanti: assumere un numero incredibile di medicine al giorno. Io, da parte mia, ne conto quattordici, si quattordici. Il mio medico di base è una dottoressa preparata, sempre allegra, disponibile, dalla memoria formidabile. Ha stampata in mente tutta la mia cartella clinica: malattie e relativi medicinali al contrario di me che son costretto a ricorrere al computer per ricordare gli orari dei 'medicamenti' da assumere dalle ore 5,30 del mattino. Si 5,30 orario in cui inizio i miei esercizi fisici indispensabili per mantenermi in forma per ridurre gli inconvenienti di quattro operazioni chirurgiche ortopediche, Pinocchio rispetto a me...
    Ovviamente poi prima di andare dal medico di base occorre eseguire tutta una serie di esami: del sangue innanzi tutto e poi radiografie, risonanze magnetiche, ecografie, gastroscopie, colonscopie, ecocardiogrammi, color doppler, flussimetrie, tac ed altri che al momento mi sfuggono. Poi le visite specialistiche presso: ottici (due cataratte), urologi (tumore alla vescica), gastroenterologi, cardiologi, internisti, diabetologi, dentisti, neurologi, dermatologi, psicologi, endocrinologi...fra parentesi la maggior parte dei medici ha in odio le fatture e si fanno pagare le loro prestazioni un occhio della testa: "Se vuole la fattura tanto altrimenti occorre aggiungere l'IVA" facendo finta di  ignorare che la legge non prevedere da parte loro questo balsello. Spulciando le loro dichiarazione dei redditi si evince che guadagnano meno di uno spazzino! Glisson: ho dimenticato 'l'atterraggio' in farmacia: dolori per la mia cara carta di credito, un vero e proprio salasso!
    Avrete capito perchè odio la vecchiaia, da giovane spendevo i miei soldini in modo decisamente più piacevole e più proficuo.
    Veniamo alla mia prima moglie, oltre ad essere più anziana di me era...lasciamo perdere, l'ho cancellata dalla mia mente, non ricordo nemmeno il volto, sempre corrucciato, liticato col mondo.
    Un episodio: la mia ex era un'insegnante elementare, nulla di male direte voi e qui vi sbagliate! Una volta andai a trovarla a scuola, durante l'intervallo vidi che parlava con altre tre sue colleghe, parlavano tanto animatamente che gli alunni erano spariti dalle vicinanze. Io mi appropinquai pian piano dietro di loro e, braccio in avanti, feci cenno di contare il loro numero. Fui assalito dalla mia ex: "Che cavolo vieni a fare a scuola, pure qui rompi i ...non basta a casa e poi che hai da contare!"
    "Ho notato che siete in quattro ma parlate per cinque ah, ah, ah..."
    Male me ne incolse, fui inseguito dalla furia selvaggia di quattro erinni (ma era come se fossero cinque come da me osservato!)
    Una maestra infiltrata nella categoria, mia amica, amica, amica....insomma avete capito, giorni appresso mi riferì che l'episodio era stato riportato al direttore il quale, osservato un insieme di maestre parlanti fra di loro: "Quante siete, vi debbo contare?" suscitando gli sguardi fulminanti delle interessate.
    Ogni tanto veniva fuori un casino combinato dalla mia ex.
    "Alberto debbo dirti una cosa importante, non per telefono, vediamoci a casa mia, mio marito è in missione, mancherà tre giorni.
    Quanto amo i mariti in missione!
    Federica, quella mia amica, abitava in una villetta isolata alla fine della via Palermo qui a Messina, villetta arredata con gusto e, perchè era inverno, riscaldata al massimo il che ci faceva certamente piacere e ben presto ci eravano ritrovati, privi dei vestimenti, sotto la doccia.
    Dopo un lungo e piacevole contatto sessuale ed un meritato post ludio, premesso che Federica era un funzionartio della Banca di Credito Popolare:
    "Tua moglie ha un conto separato presso la mia banca, ogni mese ci versa somme varie, in parole povere ti frega i soldi, regolati!"
    Questa ed altre non favorevoli situazioni della consorte mi furono di aiuto dinanzi al giudice che doveva sancire la nostra separazione legale, fra l'altro quel giudice aveva dimostrato di avere un buon senso dello humor:
    "Signori belli oltre a quanto raccontatomi non avete figli, avete ognuno un  buon reddito, non andate d'accordo che c...o volete, vendetevi la casa e ognuno per i fatti propri!" 
    Riuscìi ad acquistare la metà della magione, intestata ad entrambi, anche per preservare i mobili ereditati da miei parenti. Per pagare 150.000 euro accesi un mutuo bancario aggiungendo i risparmi miei a quelli della dolce Anna. Cosa strana anche la futura suocera contribuì all'acquisto della casa, suocera arrivata a più miti consigli visto l'amore sviscerato della figlia per quel...insomma per me che in fondo gli ero diventato pure simpatico.
    A che punto è giunta la travagliata storia fra Anna e me?  Sposati, varcata la soglia degli ottanta anni con acciacchi vari propri della mia età, Annina, sempre innamorata, coccola 'il suo bel vecchietto' che più bello non è più: fiori della vecchiaia spuntati un pò dovunque, spina dorsale diventata una esse che mi porta a camminare di traverso come un'auto incidentata, assunzione di medicinali oppiacei per far diventare i dolori più sopportabili, insomma, mio malgrado, ero diventato pure un drogato. Dieta? Ferrea per non aumentare di peso e causare danni alle varie protesi ortopediche e 'ciccio'? con l'aiuto di Anna si 'arrangiava'.
    Tutto sommato una vita sopportabile; per consolarsi il classico detto 'c'è chi sta peggio di me'. Se siete ottantenni capirete quello che ho detto. L'importante,? L'importante è avere vicino una 'damina' innamorata che ti coccola.
    Conclusione: la vecchiaia è di per sè una malattia, ci potete credere, ' senectus morbus est' lo dicevano anche i latini!

  • 17 maggio 2015 alle ore 16:44
    NOSTALGICHE TRISTEZZE

    Come comincia: Jesi (Ancona), aprile 1981.Sotto la luce di una lampada da tavolo papà Armando dipingeva su una tavoletta di compensato. L’ultimo suo ‘capolavoro’ un paesaggio georgico: cielo imbronciato, in lontananza casetta di contadini con aia, due pagliai, un deposito attrezzi, un pantano con oche e anatre, e poi, in primo piano, un contadino intento al  duro lavoro di zappatore.Il monocolore beige dava un senso di pace e di tranquillità.Uno sguardo verso il figlio Alberto senza parlare, voleva un suo giudizio che non poteva non essere che di ammirazione; cosa si poteva pretendere di più da un ex funzionario di banca che, abbandonata la partita doppia, si era incamminato nel difficile lavoro di pittore, si ormai per suo padre la pittura era diventato un lavoro, aveva imparato anche a fare da sé le cornici, si era comprata tutta l’attrezzatura.“A’ papà sei er mejo!”“Ti ringrazio, nella pittura ci metto tutto me stesso, da vecchio impiegato mi sono trasformato in artista della domenica…”“Papà sei un artista di tutti i giorni della settimana!” Mentre parlava Alberto sentiva il suo cuore stringersi, quanto aveva ancora da vivere suo padre? Un tumore alla vescica lo stava distruggendo fisicamente e moralmente infatti poco dopo Armando abbandonò i pennelli e riversò il capo sul tavolino, un pianto dirotto, i dolori si facevano sentire.“Mamma chiama il dottor Tinelli e telefona a Vasco a Pesaro, che venga subito qui.” Suo fratello Vasco era Tenente Colonnello Comandante del Gruppo della Guardia di Finanza.Nel frattempo Armando faticosamente si era messo a letto, occhi chiusi, non si lamentava più per orgoglio.“Dottore ormai siamo alla fine, vorrei almeno che mio padre soffrisse meno, gli prescriva della morfina.”“Le leggi attuali me lo proibiscono, la morfina è prescrivibile solo se il malato è prossimo alla morte suo padre…”“Secondo lei mio padre…”Alberto uscì dalla stanza, non  voleva farsi vedere piangere, uscì nel terrazzo, dominio della madre Mecuccia, tanti alberelli e piante in quel momento fioriti in contrasto con la morte che incombeva su quella casa.Nel frattempo era giunto Vasco in compagnia dell’autista e del capitano Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Pesaro.“Vasco il dottor Tinelli non vuol prescrivere a papà la morfina…”“Dottore provveda immediatamente a stilare la ricetta, le dico immediatamente!”“Lo sa le disposizioni di legge…”“Capitano provveda a mettere le manette al dottore per ‘omissioni di atti d’ufficio’, le dico immediatamente!” “Va bene provvedo a scrivere la ricetta.”Il farmacista alla vista di tre appartenenti alla Guardia di Finanza di cui uno di sua conoscenza, non fece obiezioni, sei iniezioni di morfina.Dopo cinque minuti il medicinale fece il suo effetto, Armando si era addormentato, i quattro, anche per rilassarsi, andarono a mangiare al ristorante ‘Galeazzi’ lasciando a casa solo mamma Mecuccia con Mariola.Il padrone del ‘Galeazzi’ vecchio amico di famiglia, era a conoscenza delle condizioni di salute del signor Armando, non fece domande, capiva il silenzio dei suoi avventori. Il vecchio Armando era benvoluto dagli jesini, era una figura storica che aveva fatto del bene a tutti, durante la guerra, rimasto a casa per la sua gamba di legno, aveva provveduto ad aiutare con donazioni (era proprietario di vari terreni agricoli) tanti indigenti.Al rientro a casa c’era voluta un’altra iniezione di morfina praticata da Alberto con le mani tremanti, il dolore era ripreso più violento che mai. Così si era andati avanti sino alle ventidue quando finalmente un dio, al quale Armando vecchio ateo non aveva mai creduto,  lo prese con le sue mani misericordiose. Tutta la via Giani venne a conoscenza dell’accaduto, tutti gli apparecchi televisivi furono spenti in segno di lutto, Rik Rotondo, vecchio trombettista, iniziò i suoi suoni lamentosi e tristi.Il giorno seguente i funerali ai quali parteciparono anche i vari comandanti di reparti della Guardia di Finanza dipendenti da Vasco, in tutto erano circa venti persone in divisa che. dopo il funerale,  sciamarono per le vie di Jesi creando del panico fra i vari esercenti alcuni dei quali abbassarono le saracinesche. Vasco rientrò a Pesaro portando con sé mamma Mecuccia, Alberto rimase solo nell’attico di via Giani, Mariola, la portiera di palazzo, seguitò a sbrigare le faccende di casa come in passato.Alberto nei giorni seguenti visse girando per i posti nei quali era vissuto da giovane, erano in gran parte cambiati: nuovi immancabili supermercati, costruzioni rifatte, rioni nati dove prima c’era la campagna e piacevole novità, notò che vicino a casa dei suoi c’era l’abitazione di Nella sua antica fiamma.“Mariola m’è parso di vedere in quella casa di color rosso una mia amica da studente, si chiama Nella Pergolizzi, non conosco il nome da sposata.”“Gatti il cognome del marito, è geometra a lavora ad Ancona, non hanno figli.”Mariola di antica schiatta contadina, di furbizia nata, condì le notizie fornite con un sorrisetto, capì che Alberto voleva rinfocolare un’antica fiamma giovanile.Erano le nove del mattino: “Gentile signora Nella non immaginerà mai chi parla al telefono…”“Caro signor Alberto, avete scombussolato mezzo paese e pensi che non ti riconosca, la tua voce è rimasta quella di una volta, se vuoi puoi raggiungermi a casa mia, sono sola.”Passando in giardino Alberto notò Mariola, con la scopa in mano, girata di spalle, faceva finta di scopare.“Buongiorno Mariola.”“Buon giorno signor Alberto io sto per andare a casa sua a preparare il pranzo e lei dove va di bello?”L’interpellato preferì evitare una facile battuta, Mariola sapeva perfettamente le direzione di marcia del buon Alberto.“A zonzo cara Mariola, a zonzo!”Alberto fece un giro largo prima di suonare alla villetta di Nella che si presentò in vestaglia trasparente e con sotto poco o niente, buon inizio.  Baci e abbracci, occhi negli occhi, nessuna conversazione, Nella seduta nel divano, Alberto disteso, la testa sul suo pube. La posizione durò poco perché l’Albertone, annusato il buon profumo di gatta, si mise di buona lena a baciarla intensamente, insomma finì come i due vecchi compagni di scuola avevano immaginato e desiderato.“Signor Alberto la vedo particolarmente allegro, ha fatto qualche buon incontro, qualche vecchio amico…”“Mariola amica, amica non  amico, a me piacciono i fiorellini e non i piselli!”“Facevo così per dire, lei anche da giovane, se non ricordo male…”“Ricordi bene Mariola, ricordi bene!”Alberto restò a Jesi una quarantina di giorni, Nella alcune volte lo veniva a trovare a casa sua, nell’attico paterno a rimirare a quadri di papà Armando e…“Nella domani parto, ho finito i giorni di licenza, lo sai che sono maresciallo della Guardia di Finanza che reclama la mia presenza a Messina, purtroppo le cose belle …”Nella aveva preso a piangere silenziosamente, era stata da sempre innamorata di Alberto,a suo tempo avrebbe voluto sposarlo. Alberto salutata e ringraziata Mariola con lauta mancia, alle sei di mattina caricò la sue valige sulla Y10 e prese la via dell’aeroporto di Jesi per poi immettersi ad Ancona nord sulla Bologna – Taranto e poi sulla Salerno – Reggio Calabria, autostrada orribile, con uscita a Villa S.Giovanni, traghettamento ed arrivo a Messina, erano le diciotto quando mise piede a casa sua in viale dei Tigli 23.La gentile, si fa per dire, consorte Maria era fuori casa, non l’aveva avvisata del suo arrivo, i loro rapporti non erano gran che.Al rientro della consorte inizio della solita diatriba:“Potevi almeno telefonare…”“Se possibile evitiamo, cerchiamo di vivere in pace, mi sono fatto il letto nel salone, se ti va prepara la cena.”Due giorni dopo ritorno in caserma, oltre ad essere capo sezione, Alberto era capo laboratorio fotografico: fotografava di tutto, dagli arrestati alle cerimonie, si imbarcava sulle motovedette, sugli elicotteri per rilievi fotografici, alcune volte aveva fotografato dei luoghi dove veniva coltivata la cannabis, altre volte navi sospette, una carica di armi poi sequestrata, altre volte dei fabbricati sconosciuti al fisco, insomma la sua vecchia passione era diventata per lui un lavoro che lo portava a dimenticare i problemi domestici, si rifugiava per ore in camera oscura ed era diventato molto bravo nelle foto in bianco e nero.Famosa era diventata quella storia di cui si parlava in caserma: in visita d’ispezione a Messina, un generale di Palermo si era portato appresso la figlia notoriamente di una bruttezza, di una bruttezza… insomma brutta. Il comandante della Legione di Messina colonnello Andrea Speciale: ad Alberto:"Mon ami, scatta delle foto a tutti i partecipanti al pranzo ed in particolare alla figlia del generale." "Comandante mi dica che è uno scherzo, Genoeffa la racchia rispetto a lei è miss mondo!" "Ecco vedi mi ha fatto ricordare che devo trasferire qualcuno a Marina di Ragusa, posto isolato soprattutto d'inverno, ti troveresti bene." "Maledetto, mi si è inchiappetato porcaccia miseria! " "Signorina sono il maresciallo fotografo della Legione, il colonnello comandante mi ha ordinato di scattarle delle foto, le sarei grato se..."  "Della sua gratitudine non so che farmene, il colonnello può comandare lei ma non me, lasci perdere." Oltre che brutta la dama era pure antipatica e poi il nome, disastrato pure quello: Cunegonda! "Scusi la mia insistenza ma la situazione è questa: se non riesco a fotografarla c'è pronto il mio trasferimento a Marina di Ragusa, posto incantevole per un anacoreta ..." "Ma lei anacoreta non è anzi penso che ci sarebbe una moltitudine di femminucce flerentes insomma piangenti qualora..." "Signorina, le ripeto sono nelle sue mani." "In fondo mi è simpatico ma non è simpatico quello promessole dal colonnello Speciale, mi farò fotografare ma veda di fare presto."  Capelli sciolti per nascondere le orecchie a sventola, luci diffuse di lato e davanti al viso per ammorbidire i duri tratti somatici, riprese dal basso per..., insomma tutti gli accorgimenti per migliorare un pò la situazione anche col ritocco dei negativi e dei positivi. Alla fine della stampa l'Alberto stesso rimase basito, quella non era certo,la figlia del generale, non era la stessa, evviva, stavolta a Marina di Ragusa il colonnello ci doveva mandare qualcun altro. Alberto era riuscito a trasformare un  obbrobrio in una ragazza dalla meravigliosa beltade, assolutamente irriconoscibile tanto che suo padre generale, nel ringraziare’ il bravo maresciallo fotografo’, aveva scritto in un bigliettino: ‘Il fidanzato di mia figlia non l’ha riconosciuta nelle fotografie.” A parte il fatto che una cotale bruttura potesse avere un fidanzato  aveva fatto molto piacere all’ Albertone il complimento anche se era diventato il bersaglio  degli strali del comandante della Legione. “Appena trovo nà brutta te la manno così me la fai diventà miss mondo!” La romanità del Colonnello era evidente.Un fatto venne a cambiare la vita del ‘bravo maresciallo fotografo’, l’invito ad una festa danzante al circolo ufficiali di presidio. Era stata sua moglie Maria, maestra elementare, ad ottenere l’invito da parte di una collega il cui marito era ufficiale dell’esercito.Un fiammante smoking, comprato per l’occasione,  aveva fatto diventare Alberto in un belloccio anzichenò ed aveva attirato l’attenzione di varie signore, perlopiù attempate, che non avevano disdegnato un ballo col nuovo arrivato anche  l’interessato aveva premesso che, in quanto alla danza, aveva delle strette parentele con gli orsi, ma alle signore poco importava se ogni tanto si trovavano un piedino sotto quello del ballerino.Rottosi le balle con le tardone,  la moglie Maria finita chissà dove, Alberto si rifugiò in una saletta laterale dove si allungò in un accogliente divano, occhi chiusi ad assaporare il suono ovattato dei pezzi jazz provenienti dalla sala.“Sto andando al bar, posso portarle qualcosa da bere?”Chi era che. ..era una dolce fanciulla, circa vent’enne, degna di essere guardata.Alberto, in piedi cercò di inquadrarla: brunetta, 1,65, capelli lunghi, camicetta rosa non proprio piena (insomma scarsa di seno) , pantaloni neri e scarpe senza tacco.“Sono Annamaria M., l’ho disturbata?”“L’unica cosa che mi disturba è la seconda metà del suo nome, di Marie me ne basta e avanza una: mia moglie.“Come presentazione familiare c’è male, insomma la vuole stà bibita?”“Non sto a dirle quello che vorrei (ammesso che le interessi), andiamo in sala, con la scusa del ballo me la vorrei stringere tipo pomicio, ci sta?”  “Mi piacciono le facce toste ma lei esagera, potrei essere sua figlia!”  “Senti figlia mia, quello che potrebbe accaderti in sala è il fatto di poter essere fulminata da sguardi infuocati da parte di una signora di tre anni più attempata di me (ti piace attempata?) insomma mia moglie, ci stai?”“Correrò il rischio anche se altra signora, altrettanto attempata, potrebbe non essere d’accordo col nostro incontro troppo ravvicinato, mia madre che potrebbe essere sua moglie, posso darle del tu come si conviene tra padre e figlia?”“Piccola Anna, andiamo in  sala e vediamo quello che succederà.”I due si misero a ballare ostentatamente prima vicino alla moglie di Alberto poi vicino alla madre di Anna col risultato previsto: sguardi infuocati, fiammanti, scintillanti, fiammeggianti, sfavillanti si incrociarono  col sorriso sfottente della strana coppia per nulla impressionata.“Gentile signorina, finiamola cò stà pantomima altrimenti prende a fuoco la sala, au revoir mon petit chou.”“Grazie per il piccolo cavolo, un giorno mi farò recitare da te una poesia di un autore romantico francese, sempre che nel frattempo non accada un patatrac!, ciao bel signore!”In sala, al contrario della previsione di Anna, non accadde nulla ma a casa…“Non ti sei visto, avevi l’espressione ebete di vainqueur de femmes, non hai capito che sono le femminucce  che si fanno avanti, tu sei solo un qualcosa da usare, imbecille!”L’unica cosa che avevano in comune i rimbrotti delle due signore erano l’aggettivo imbecille che sembra valere sia per i maschietti che per le dame.Mara la mamma di Anna: “Mò ti metti con qualcuno che potrebbe essere tuo padre, che figura mi hai fatto fare con due mie colleghe presenti (Mara era impiegata alla Sip), non hanno fatto altro che ridire alle mie spalle, ti proibisco di rivederlo imbecil!” Primo round. Inutile dire che cosa proibita cosa desiderata e così Anna, geometra, impiegata presso uno studio vicino alla caserma di Alberto, appena poteva si rifugiava nella Y 10 del nel maresciallo per qualche casto bacio e, alle insistenze di lui per ‘migliorare’ il rapporto, netta era la risposta di Anna che:“Scusa ma non me la sento di andare oltre, vengo fuori da una storia con un mio coetaneo, devi avere pazienza.”L’Albertone pazienza ne aveva tanta in quanto era in relazione intima con una signora il cui marito, ahi lui,  era spesso lontano da casa. Il problema era sorto perché Anna, con intuito femminile, si accorgeva quando Alberto era di ritorno da un incontro ravvicinato con la cotale signora.“Ti sento addosso un odore di profumo di basso prezzo.”“Il profumo non è di basso prezzo, la cherì mi ha detto che si tratta dello ‘Chanel n.5’, io non me ne intendo ma non stento a credere a madame (così era chiamata da lui la cotale).La storia durava da circa sei mesi sin quando, una sera,  Anna con le lacrime agli occhi:“Imbecille, non capisci che mi sono innamorata di te, non voglio più che ti incontri con la tua amica!”“L’aggettivo imbecille me lo trovo appiccicato addosso un po’ troppo spesso, mi verrà un complesso, inutile che ti dica che c’è solo un modo…ho un’amica direttrice di un albergo vicino alla stazione, non ho che farle una telefonata.”“Vada per la telefonata alla tua amica ma voglio stare con te dalla mattina alla sera, una domenica, porta il vettovagliamento.”Il vettovagliamento era il complesso di viveri per il sostentamento di una comunità di persone. Alberto aveva preso alla lettera il vocabolo e, in pratica, aveva svaligiato la bottega di una vecchio amico:“A Giovà devo fare un gita con tanti conoscenti, vedi tu …” “Ti conosco mascherina, i conoscenti si ridurranno ad una sola unità con tanto di fiorellino, possibilmente giovane e disponibile, hai bisogno di energie, ed energie avrai:prosciutto San Daniele, formaggi molli e duri, sottaceti e sott’oli, insalata russa, culatello, mortadella, bresaola, ciauscolo,  lonza, pancetta, salame di Modena, pane all’olio,ti basta?“Giovà se m’abbuffo poi come finisce niente balayer, va bene fai tu.”“Tutto gratis col patto che mi racconti nei particolari l’incontro ravvicinato, d’accordo?”Alberto all’ingresso dell’albergo stava conversando con Marie Claire direttrice dell’hotel la quale:“Vede l’ingiustizia umana: lei è considerato un mandrillo, tombeur de femmes, io cinquantenne se mi intrattenessi (diciamo intrattenessi) con un giovane ventenne sarei…”“Madame vuol dire mignotta? Lei se ne freghi e si faccia il suo bel toy boy, sempre che riesca a rimorchiare un bel o meno bello giovane, magari con un compenso…ciao Marie Claire è arrivata Anna, ti piace?" "Uh,uh,uh"…”Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta della stanza che Alberto si trovò avvinghiato da una furia selvaggia.“Ho desiderato da tanto tempo questo momento, non mi sembra reale essere qui con te con le due vecchie signore gabbate.”“Ma dove li trovi i termini, gabbate, è un vocabolo inusitato…”“Via i vestiti, doccia ensemble  e poi…voglio che sia una cosa speciale, è passato molto tempo da quando ho avuto l’ultimo rapporto, è come se fossi vergine.”“Citando Stecchetti: vergin dai candidi manti ma rotta di dietro e peggio davanti!”Dire che Alberto era stato inopportuno era il minimo, Anna era diventata seria, avvolta nell’accappatoio si era rifugiata nel letto, tutta coperta, capo compreso.Parlare o stare zitto, come riprendere in mano la situazione, la seconda ipotesi la migliore.C’era voluta circa un mezz’ora prima che Anna decidesse di girarsi e guardare in faccia un Alberto dallo sguardo: ‘non volevo offenderti, era solo una battuta anche se inopportuna, perdonami.’Un bacio profondo, a tratti violento,  e poi baci a scendere sino a ‘ciccio’ già in posizione il quale inopportunamente, dopo essere stato preso in bocca, decise di goderecciare…L’atmosfera creatasi non era delle migliori, restarono abbracciati a lungo sin quando Anna girò Alberto supino, prese ‘ciccio’ in mano e, delicatamente, lo introdusse in una gatta tutta bagnata.Stavolta ‘ciccio’ si comportò bene, resistette a lungo, Anna muoveva il bacino in modo da strofinare il clitoride sul pene e provando vari lunghi orgasmi, la baby non aveva dimenticato il suo passato sessuale, era molto brava cosa che fece ingelosire Alberto il quale immaginò la sua amante fra le braccia di un altro…Finito il certamen Anna prese con le mani il volto di Alberto e:“Ti leggo in faccia quello che pensi, si ho avuto un fidanzato col quale facevo sesso, non ne ero innamorata ma, per dirla alla volgare, sapeva scopare alla grande ed io…io sono come immagini. Era un violento, mi ha picchiato e è stata l’ultima volta che ci siamo visti. Per fortuna si è imbarcato su una nave mercantile e non risiede più a Messina, fine della storia, spero!”L’apertura dei pacchi dei viveri riuscì a cambiare l’atmosfera, Anna era sconvolta:“Mai vista tanta salumeria tutta insieme, ti sei portato appresso tutto il negozio, possiamo invitare a mangiare la direttrice, come si chiama, ah  Marie Claire, ti piacerebbe un trio? Pensandoci bene dì la verità ti farebbe piacere? Non voglio saperlo, voglio solo che tu sappia che mi sono innamorata di te, profondamente, pazzamente, ti sogno giorno e notte e non ho intenzione di dividerti con nessuna, sono diventata gelosa,  inquieta, furibonda, furiosa, cieca, assillante, tormentosa, ti basta?”
    Erano passati degli anni, Alberto divorziato da Maria, si era prontamente risposato con Anna, mammina di lei felice e contenta "L'ha voluto lei, solo l'età..."
    A ottanta anni Alberto aveva subito vari interventi chirurgici sempre affettuosamente curato da una sempre più innamorata Anna.
    "Talvolta mi domando quanto ancora vivrò, me lo domando."
    "Pensa a campare e...non rompere!"                      

  • 12 aprile 2015 alle ore 14:54
    IO E LULÚ

    Come comincia: IO  E  LULU’
    Cari lettori e soprattutto care lettrici vi domanderete chi è Lulù, se non ve ne frega
    niente potete smettere di leggere il seguito di questo mio zibaldone ma non saprete
    mai quello che perdereste e quindi... fate un pò voi.
    Lulù non è per me quel personaggio creato da Frank Wedekind (non sapete chi è Frank
    Wedekind?) capisco a cultura ve la passate non troppo bene ma, senza voler fare
    l'acculturato presuntuoso, ve lo dico io.
    Il predetto era uno scrittore che immaginò il personaggio di Lulu (senza accento) come
    l'incarnazione tragica e moderna del mito della donna fatale, un archetipo,una figura
    in cui gli elementi conflittuali, a volte autodistruttivi, si sposavano con una pulsione
    alla seduzione. (Non  avete capito un gran che? Andate a ripetizione c…o! )
    Non è questa la mia Lulù anzi posso affermare che non ha nulla in comune col
    personaggio sopra descritto, la mia Lulù è una immagine sgorgata da un cristallo di
    rocca di forma rotonda che porto sempre con me: la sua figura è simile ad un goccia d'acqua con la punta all’ingiù, ha solo due grandi occhi espressivi con i quali parla con me (solo con me per gli altri è Invisibile).
    Non ha altri elementi per comunicare ma ci riesce perfettamente nel passare dalle
    espressioni di dolcezza, a quelle di tristezza, a quelle di gioia, talvolta anche di collera
    (quando ne combino una delle mie).
    È insomma la mia confidente ed anche la mia consigliora per lo meno ci prova anche se non sempre seguo i suoi sensati suggerimenti, diciamo che mi è molto affezionata ma non per questo passa sempre sopra alla mie 'marachelle' anzi.., e per questo mi è un po' antipatica!

  • 12 aprile 2015 alle ore 12:11
    CUORE DI MAMMA

    Come comincia: Nel silenzio della notte un pianto sommesso, Alberto piangeva, era già la seconda volta, sua madre Giada si era svegliata e cercava di rendersi conto se era proprio suo figlio Alberto; cosa poteva avere un ragazzone di sedici anni a parte la sua malattia sconosciuta per cui da Roma si erano dovuti trasferire a Milano all'istituto 'Humanitas'.
    Nella capitale i medici erano stati incapaci di fare una diagnosi precisa, meglio rivolgersi ad un istituto specializzato in malattie rare e così Giada Gallo, insegnante di educazione fisica in un liceo romano si era fatta trasferire in un istituto milanese insieme a suo figlio studente della quinta ginnasiale.
    La mattina madre e figlio a scuola, iI pomeriggio il pargolo a studiare e la genitrice in giro per la città a 'vetrine'.
    Erano stati fortunati perché l'ospedale aveva stipulato una convenzione con l'istituto case popolari che aveva messo a disposizione delle camere per gli ammalati e per i loro accompagnatori, madre e figlio avevano una stanza con due letti.
    Giada era passata nel letto di Alberto che gli volgeva le spalle, sempre più scosso da singulti prolungati.
    "Amore mio dì tutto a mammina...."
    "M'ha detto che sono omosessuale anzi proprio frocio!"
    "Ma chi cavolo..."
    "Irene una mia compagna di scuola, m'ha detto che solo ai froci non diventa duro,
    a  me…a me…eravamo nel bagno della scuola.”."
    "Mammina son cose che si dicono…."
    "No a me è successo altre volte anche a Roma, ha proprio ragione Irene sono , sono… sono…”
    "Tu non sei… non sei... non sei, vieni qui."
    Giada aveva preso in mano il coso di suo figlio e lo maneggiò sino a quando 'e
    prese ad aumentare di volume, molto di volume."
    "E tu saresti frocio, quella è solo una stronzetta puttanella che non si intende di cazzi, tu ce l'hai grossissimo, molto più grosso di quello del tuo povero padre...unico che ho conosciuto.
    Ale, una madre fa questo ed altro per suo figlio ma sarà l'unica volta, lo capisci? Riprendi i contatti con la tua puttanella,"
    Giada, istruttrice di educazione fisica, fisico di atleta, m.1,80 di altezza,
    giocatrice di palla al volo, era stata sposata con Maurizio Gallo, appassionato di
    moto che, per la sua passione, ci aveva lasciato la vita in un incidente di gara.
    Non si era risposata, aveva tanti ‘ronzoni’ ma era di gusti difficili.
    A questo punto aveva ritenuto opportuno conoscere la ‘puttanella’ ed i suoi genitori.
    Edoardo Caruso, ricco rappresentante di case automobilistiche , ‘tombeur des femmes’ e sua moglie Ambra, bella, di classe, frequentatrice dì negozi di lusso e di case di bellezza, senza figli, più sensibile  alla bellezza femminile che a quella maschile.
    Edoardo ad Alberto: "Vorrei conoscere tua madre, noi passiamo il week end nella nostra villa sul lago di Como, vi manderò a prendere dal mio autista."
    Naturalmente Edoardo prese subito a corteggiare vistosamente Giada:
    "Diamoci del tu; come fa una sventola come te a rimanere sola; non ti preoccupare,
    mia moglie non è gelosa; io ho un pied a térre a Milano vicino al mio ufficio."
    "Mammina sei nel mirino del padre di Irene.”
    "Può fischiare al pappagallo, non gliela mollo neanche se fosse l'unico uomo al
    mondo, non sopporto i presuntuosi e poi sono la tua amante!"
    Edoardo era il classico tipo che, se non può ad ottenere qualcosa, si incaponisce
    finché non riesce nel suo intento, sempre che ci riesca, nel caso di Giada per ora
    andava in bianco,
    "Mammina mollagliela, chissà che regalone ti farà."
    "Il regalone me lo farà proprio se non gliela mollo e poi, sinceramente, non amo i
    presuntuosi, mi piace essere corteggiata con discrezione, anche essere amata, non
    sono una mignotta."
    Alberto parlava così perché andava alla grande con Irene che finalmente
    apprezzava il suo 'cosone' gigante. Ambra, la ‘suocera’, aveva cominciato a guardare Giada con un certo interesse,
    "Tua madre è un bel pezzo di donna, deve essere stata un'atleta, una bella atleta.”
    "Mammina hai un'estimatrice,"
    “Te ne sei accorto anche tu, pensa mi ha invitata nella villa di Como all’insaputa del
    marito, ci voglio andare per curiosità."
    "Mammina dove sei?"
    "Sull'autostrada per Como, sono in Maserati Ghibli, la sto guidando lo.”
    "Vai piano, mi raccomando!"
    Quella notte Alberto dormì da solo, mammina era a Como con Ambra, non ce la vedeva quale amante di una lesbica, al ritorno si sarebbe fatto raccontare tutto.
    La sera al rientro:
    "Sono troppo stanca, sei sicuro di voler sapere proprio tutto, non giudicherai male
    mammina..."
    "L'hai detto tu, l'amor filiale è specialissimo, a domani mattina."
    La mattina seguente:
    "Allora: cominciamo con l'arrivo, villa sul lago, motoscafo in darsena, giardino pensile con statue, interni ottocenteschi, particolarità: una scala lunghissima che dal secondo piano arriva al piano terra.
    Sparizione ed apparizione di Ambra in stanza da letto avvolta in una camicia da notte lunga sino ai piedi, rosa, trasparente, un letto circolare, lenzuola color oro.
    Ambra ondeggiando si posiziona sul letto, mi invita con un cenno, lentamente si spoglia, resta nuda, ha un corpo bellissimo, si sdraia, gambe aperte, non è bionda, la mia testa sul suo pube, vuoi essere masturbata con la lingua, riesce a godere due volte, mi bacia in bocca, a lungo, sua testa sul mio pube, lingua sapiente, d'improvviso si stacca, avvenimento imprevisto,presenza del marito, imbarazzo, io:
    “Non mi interessi, vedi d'annattene, tè lo dico alla romana.”
    Risposta:” vento del deserto.” Mio Imbarazzo d'interpretazione, ci arrivo dopo un po’:
    “D’accordo, non posso che essere d'accordo.”
    Su suo cenno sessantanove di noi due donne, pene in erezione, sua immissione dentro i nostri buchini a lungo sino a sera, mio rientro a Milano, son qua!”
    Alberto:”Particolari sul ‘vento del deserto’ che ti ha fatto cambiare opinione sugli avvenimenti a venire.”
    “Guarda fuori dalla finestra.”
    “Una Maserati Ghibli, una Maserati Ghibli!”
    “Non ti ripetere, la vedo, l’ho guidata da Como sin qua, le chiavi col marchio del ‘Tridente’ sono nella mia borsetta, fine della storia!”
    “Mammina sei stata forte!”
    “Spero che avrai imparato la lezione, nessuna bravura da parte mia, il desiderio nell’uomo (e nella donna) può portarti a scelte irrazionali, tienilo a mente!”
    Da quel momento le ottobrate romane diventarono per Giada e per Alberto uno sbiadito ricordo, la nebbia milanese un po’ meno spiacevole.
    Come può cambiare una situazione un regalo da ottantamila euro!         

  • 06 aprile 2015 alle ore 16:26
    IL VILLINO AZZURRO

    Come comincia:  JESI  (Ancona) gennaio 1958.
     
    La sveglia seguitava a suonare insistentemente, Lalla allungò un braccio e la incolpevole  sveglietta volò a terra, come inizio di giornata non era male, maledizione! Il tempo non doveva essere dei migliori, i dolori reumatici di Lalla, sessantenne, ne erano un chiaro sintomo…
    Fuori le gambe dal letto, vestaglia indossata, recupero della sveglietta, inutile guardarla, erano le otto come tutte le mattine.
    Ed ora sveglia alle ‘signorine’, giornata di partenza, era finita la quindicina, il treno per Roma era alle dodici.
    Una spiegazione per i lettori più giovani. Nel 1958 erano ancora ‘in funzione’ i casini, insomma le case di tolleranza, quella che dirigeva Lalla era il ‘Villino azzurro’ costruzione fuori dal centro cittadino di Jesi, vicino al cimitero e le ‘signorine’ erano le come dire, senza offendere nessuno, le mignotte, le puttane,  le troie insomma quella gentili e meno gentili ragazze che si prostituivano, solo che allora erano tutelate dalla legge e potevano esercitare ,la professione dentro locali chiusi non come ora…lasciamo perdere!
    “Ragazze sveglia, la colazione è pronta, fate le valige, il treno per Roma è alle 12.”
    Buongiorno, sei buongiorno come quante erano le signorine ancora assonnate, non truccate ed in vestaglia.
    “Lalla ci dispiace andar via, sei la nostra amica di ‘Furlè’, ti vogliamo bene.” (Furlè sta per Forlì).”
    “Adesso mi fate commuovere, niente lacrime, non posso lasciarvi qui ancora, stanno venendo sei nuove ragazze, forza…”
    Fuori in attesa due taxi, i conduttori Settimio e Quinto erano di casa sia come conduttori di auto sia come…
    All’arrivo del treno scambio di baci e abbracci con le nuove sei venute:
    “Come si sta a Jesi?”
    “Bene, la maitresse Lalla è un’amica, vi troverete bene.”
    Era sabato, il pomeriggio era in programma la sfilata in carrozza per il corso cittadino per poi ‘approdare’ al caffè Bardi il locale più inn della cittadina.
    Il perché di quella sfilata era facile da comprendere, i signori maschietti sia scapoli che ammogliati potevano vedere la ‘merce’ vocabolo spiacevole ma purtroppo in uso fra la gente frequentatrice del Villino Azzurro, appuntamento dopo cena alle 21 solo per gli scapoli, gli ammogliati si guardavano bene dall’uscire senza motivo il sabato sera.
    Le sei nuove: Margherita anni 25 di Porto Marghera, bionda non naturale, Aurora 26 anni bionda naturale di Frascati,  Lilla (Calogera) anni 27 nera come un tizzone di Caltanissetta, Carmela anni 30,  1,80, castana di Caserta, Annalisa anni 21 bruna, fiorentina, Arianna, anni 28, castana di Fiesole.
    Nel locale c’erano anche dieci amici al bar come la canzone, aspettavano la demoiselles, avevano la complicità di Gilda la capo cameriera, di Ezio il barman e di altri due giovani camerieri che avevano loro riservati due tavoli vicino alle gentili ‘signorine’, erano ovviamente scapoli e tutti con un soprannome:
    Mario ‘alcolino’ per la sua propensione per l’alcol;
    Umberto ‘il solitario’ quando poteva si rifugiava in una casa di campagna;
    Alberto ‘il bello’, piaceva alle femminucce;
    Marco ‘il moscovita’, era iscritto al partito comunista;
    Massimo ‘scarpe pulite’, il perché era facile arguirlo;
    Giulio ‘il pilota’, istruttore di volo;
    Maurizio ‘pinocchio’ per il lungo naso;
    Augusto l’elegantone’, amava i bei vestiti,
    Gennaro ‘ciccio bomba’, per il pancione;
    Gianni, suo cugino, ‘lo smilzo’ ovviamente tutto pelle e ossa.
    Nel giro della Jesi bene erano conosciuti col soprannome dispregiativo de’ “i paccatori’.
    Alberto anche a nome degli amici, si avvicinò ai tavoli delle ‘Signorine’ e, dopo un finto baciamano a Lalla, si presentò con la promessa che si sarebbero fatti vivi alle 16 di lunedì, all’apertura della casa. Il perché di quel giorno e di quell’orario presto spiegato:
    Lalla aveva una propensione per i dieci (li chiamava i miei nipotini) se li abbracciava (ci marciava) pur sapendo che data l’età…Il pomeriggio c’era poca gente ed i ragazzi potevano intrattenersi con la signorine a parlare ed a scherzare nella sala comune  prima di andare in camera.
    ‘In camera’ era il grido imperativo che la maitresse ‘sfoggiava’ quando qualche cliente era dubbioso su quale ragazza scegliere: “Qui si viene per chiavare e non per perdere tempo!”
    Gli orario della casa: tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, poi dalle 21 alle 23, la domenica solo il pomeriggio dato che la mattina Lalla, seguita da composte signorine con velo nero in testa, si recavano a messa nella chiesa del vicino cimitero con gran gioia del parroco, il trentenne don Gianni che era apprezzato in curia per aver riportato nel gregge delle pecorelle smarrite.
    C’erano nella casa dei momenti che la sala comune veniva chiusa in quanto era in arrivo qualche personaggio importante e danaroso che non voleva essere visto dalla plebe (fra questi anche don Gianni, pure i preti hanno diritto a sc….e no?).
    I dieci ne facevano di tutti i colori, una era’ la conigliata’.
    I non magnifici a bordo delle loro vetture, di notte, spaziavano nei sentieri dei paesi viciniori. Con le luci dei fari, abbagliavano conigli, lepri ed ogni altro animale commestibile per poi ucciderli a fucilate. Tutti finivano in padella cucinati dalla mamma di Gennaro che abitava in una villa al viale Cavallotti.
    Non tutto era però rose e fiori:
    Mario era il figlio di un titolare di una ditta di ferramenta e non sempre il genitore era propenso a sostituirsi al figlio nella vendita;
    Umberto doveva seguire i contadini nei possedimenti dei parenti, in parole povere faceva il fattore;
    Alberto frequentava il terzo liceo classico;
    Marco era figlio di un avvocato, doveva seguire le patrie cause;
    Massimo figlio di un ristoratore, doveva far la spesa e seguire i personale nel locale;
    Giulio era pilota e istruttore di aerei nella vicina base di Falconara;
    Maurizio figlio di un proprietario di un negozio di tessuti, doveva seguire i commessi e lui stesso le vendite;
    Augusto figlio di una titolare di una boutique di lusso, era abilitato al mestiere di sarto che doveva esercitare lui stesso insieme a vecchie signore per confezionare abiti; talvolta nei suoi locali avvenivano delle sfilate di moda con magnifiche modelle off limits per lui e per i suoi amici;
    Gennaro e Gianni erano figli di industriali la ditta F.I.M.A. Fabbrica Industriale Macchine Agricole. Non era per loro tutte rose e fiori, i relativi genitori pretendevano (ed ottenevano) che i figli imparassero il mestiere di operai  prima di mettersi dietro una scrivania.
    Avevamo lasciato la banda a tavola a casa di Gennaro, tutti tranne Giulio che era a Falconara con un gruppo di aspiranti aviatori quando giunse una telefonata.
    Aveva risposto Gianni che, bianco in viso:
    “Ragazzi Giulio è morto, il suo aereo è precipitato nei pressi di Cingoli, lo stanno cercando polizia e Carabinieri, andiamo anche noi.”
    Tutti in macchina, Staffolo, Cupramontana e poi nei sentieri illuminati dalle  luci delle forze dell’ordine. Solo all’alba fu ritrovato l’aereo con Giulio ed un allievo pilota morti.
    Ai funerali aveva partecipato tutta la città, il padre di Giulio era un generale dell’aeronautica in pensione molto conosciuto per le sue opere di beneficienza.
    I ragazzi erano in fondo al corteo, distrutti, non si può morire a venticinque anni, invece…
    Quell’episodio doloroso aveva lasciato il segno fra i giovani, avevano reso partecipe del lutto Lalla e le ragazze, abbracciati a loro senza andare in camera, tutto dire.
    L’estate aveva portato alla dispersione del gruppo, a settembre un sabato, al bar Bardi:
    “Nipotini miei, dove siete stati a far danno, venite vi presento le nuove signorine, guardate che belle!”
    Effettivamente la ‘merce’ era migliorata, tutte e sei giovanissime, si erano sedute sulle gambe dei ‘paccatori’ quando intervenne Gilda:
    “Ragazzi c’è gente che guarda, i padroni non vogliono certe scene, vi prego!”
    Quel rientro fu favoloso: Lalla permise che i nove  passassero la notte con le ragazze, cosa assolutamente proibita dalle leggi di PS. e così per la prima volta i ragazzi nudi circolarono per la casa scambiandosi le donzelle che avevano profumatamente pagato facendo scempio dei loro risparmi.
    Una sera tutti riuniti a casa di Gennaro tranne Gianni che era a Bologna :
    “Ragazzi una notizia buona ed una cattiva.”
    Coro: “Prima la buona.”
    “Lalla è stata trasferita al casino di via della Scrofa a Roma, ci ha invitato, la cattiva è che Gianni…”
    “Gianni?”
    “Ha un tumore al cervello, non è operabile, lui non lo sa, non ha molto da vivere.”
    Il gelo era sceso sulla combriccola, i ragazzi si guardavano in faccia ammutoliti, senza parlare decisero di ritirarsi ognuno a casa propria.
    Al rientro di Gianni a Jesi grandi risate decisamente fasulle:
    “Tutto bene vero? Come sono le bolognesi, hai provato la loro specialità…”
    Gianni non rispondeva che a monosillabi, forse aveva capito.
    Forse per vigliaccheria che tale non si può chiamare in casi simili, i giovani non andarono più a trovare Gianni tranne suo cugino che forniva notizie:
    “Ormai non parla più, è molto dimagrito” non che prima fosse grasso tanto da chiamarsi ‘lo smilzo’ ma ora…
    Dopo una settimana i funerali: la F.I.M.A. chiuse per un giorno, presenti tutti gli operai  ‘colleghi’ di Gianni che aveva vissuto fra di loro, una commozione generale di tutta la città.
    La combriccola aveva perduto l’allegria, per rimettersi in sesto ’Ciccio bomba’ Gennaro propose un viaggio a Roma per andare a trovare Lalla che, alla notizia telefonica del loro arrivo, si mise a piangere, evidentemente rimpiangeva i nipotini.
    In tal senso ci fu un ‘teatrino’ quando la banda dei sette (Umberto aveva comunicato impegni di lavoro) entrò trionfante in via della Scrofa.
    “Nipotini miei” e giù a piangere dinanzi ad un  pubblico  eterogeneo e romano il che vuol dire sfottò a non finire.
    “Lasciateli stare stì quattro froci, andate in camera.” Lalla non aveva perso mordente ed aveva sfoggiato il suo linguaggio preferito.
    Con Lalla in mezzo andarono al vicino ristorante ‘La greppia’ e provarono tutte le specialità della casa tutti, con in testa Gennaro ‘Ciccio bomba’, aumentati notevolmente di pancia.
    Dopo una settimana da turisti, imbevuti di fori e di scavi, dopo aver gettato una monetina nella fontana di Trevi per ‘fatte tornà’, i sette ritornarono alle incombenze jesine con la promessa a Lalla di andare ancora a trovarla.
    Ma un crudele destino aveva preso di mira i baldi giovani.
    Mario ‘alconino’ era ricoverato all’Ospedale ‘Le Torrette’ di Ancona, il suo fegato non reggeva più alle bevute del suo padrone  e si era  procurato un bel carcinoma.
    Il brutto di queste malattie è quando l’interessato si rende conto della loro gravità. Mario cercava lui di tener su il morale dei compagni:
    “Si muore una sola volta, fatemi un bel funerale, voglio che tutta Jesi si ricordi di Mario quello delle ferramenta e…”
    Non ci si  abitua mai alla morte degli amici, non averli più fra i piedi, niente più mangiate pantagrueliche nelle trattorie di campagna, niente più Villino Azzurro, tutto finito dietro una lapide, che tristezza!  Ad Alberto ‘il bello’ vennero alla memoria i versi dei ‘Sepolcri’ di Ugo Fosco:
    “Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri e involve tutte cose l’oblio nella sua notte.”
    L’episodio che distrusse il morale della compagnia fu la morte di Umberto. ‘Il solitario’. Si era sparato alla testa con la pistola di suo zio fattore ma il motivo?
    Fu  ricercato nella sua vita passata. Il padre, ufficiale dell’Esercito, con i suoi modi aveva portato la madre al suicidio, si era gettata dalla finestra. Umberto era rimasto con lo zio Ettore fattore, che, preso dal lavoro, lo aveva trascurato ma forse non era stato quello il vero motivo.
    Si appurò che Umberto aveva preso a frequentare il proprietario di un negozio di fiori, omosessuale, ricco  che lo riempiva di soldi e di regali ma questa ‘vicinanza’ lo aveva portato a non  apprezzare più le femminucce cosa da lui non accettata, insomma forse era diventato omosessuale.
    I dieci ‘paccatori’ si erano ridotti a sei, il destino e la lontananza di Lalla,  per loro punto di riferimento, aveva mandato in pezzi la loro allegria.
    Lalla era stata sostituita al villino al ‘Villino azzurro’ da un’anonima Maria, una  ex puttana sdentata, sgarbata, ignorante.
    Passava la maggior parte del tempo seduta alla cassa. Per invogliare i clienti a fruire delle grazie delle signorine si buttava sul monologo: Signori in camera p…o dio, qui si viene per ciullare e non per perdere tempo!”
    La domenica aveva perso la buona abitudine di portare le signorine in chiesa con grande dispiacere di don Gianni il quale era costretto all’astinenza sessuale non potendo più entrare nel villino usufruendo della chiusura della sala comune.
    La conclusione di questo racconto:
    . Lalla era morta, prima aveva inviato dei soldi a don Gianni per essere tumulata nel cimitero di Jesi e don Gianni aveva provveduto anche a dirle messa, nessuna delle signorine aveva partecipato al funerale solo i magnifici ’paccatori’;
    . era deceduta pure Gilda la cameriera del bar ‘Bardi, anche qui i ‘paccatori’ erano presenti al funerale, era diventata la loro occupazione principale;
    . Ezio del succitato bar era andato in pensione;
    . tutti e sei ‘paccatori’ rimasti si erano sposati ed erano diventati padri;
    .  Alberto aveva conosciuto ad una sfilata di moda una modella favolosa Charlotte, oltre che bella era di una simpatia unica, sempre sorridente e disponibile con tutti. Alberto non aveva voluto figli, non voleva dividere la sua Charlotte nemmeno con un bambino tanto ne era innamorato ma…la solita dea invidiosa aveva provveduto  a distruggere la sua felicità: in un incidente stradale la sua deliziosa consorte con la sua Jaguar era andata ad incrociare un camion guidato da un autista ubriaco, morta sul colpo. Al funerale erano andati i suoi amici ma non lui, era impietrito. Aveva lasciato il lavoro, viveva con un lascito sostanzioso della zia Giovanna ed era andato ad abitare  nella sua villa, unica compagnia una badante rumena piuttosto giovane ma che lui non degnava di alcuna attenzione sessuale, niente più donne. Passava i pomeriggi e le serate al bar Bardi, in fondo alla sala un tavolino era sempre prenotato per lui, gli amici andavano a trovarlo lì, non riusciva più nemmeno a sorridere.
    Pian piano Marco, Massimo, Maurizio, Augusto e Gennaro diventarono nonni e, a turno, passarono a miglior vita,. Alberto era il solo rimasto in vita sino a novant’anni suonati ma la sua era una non vita, solo esistenza.
     
     
     
     
     

  • 02 aprile 2015 alle ore 9:43
    AMO LE MIGNOTTE

    Come comincia:  Si, amo le mignotte, quelle gentili signore o ‘signorine’ come si chiamavano nei casini di  vecchia memoria malauguratamente chiusi nel 1958, donne disponibili senza tanti preamboli che ti lasciavano sessualmente soddisfatti per riprendere poi le proprie normali attività lavorative e non.
    Niente complicazioni al rientro a casa quando, stanchi dal lavoro,  ti sprofondi sul divano a goderti il meritato riposo davanti al televisore:
    “Tu sei stanco? E io che sfacchino dalla mattina alla sera con i lavori di casa, con i tuoi figli, chi li aiuta a fare i compiti, chi va a parlare con i professori, chi va dal consulente tributario, chi…chi…”
    Ovviamente in queste condizioni parlare di sesso non se ne parla proprio e qui, illo tempore, entravano in azioni le ‘signorine’ con il loro apprezzato sbrigativo ‘lavoro’.
    Inutile domandarsi cosa avesse per la testa quella gentile senatrice che aveva fatto approvare la chiusura delle ‘case chiuse’, che ne sapeva lei dei problemi di tutti i giorni dei maschietti per non parlare di altre problematiche sociali approvate per principi decisamente non condivisibili, ma ormai…
    Il problema è che farti un amante è decisamente poco raccomandabile per i problemi che inevitabilmente sorgono:
    . la ragazza è nubile e si innamora di te? La prima cosa che pretende è che tu lasci tua moglie;
    . la femminuccia è sposata? Difficile far combaciare le relative esigenze per motivi di orari;
    . la cotale è la migliore amica di tua moglie? Si può capitare ma sorgono complicazioni sentimentali: “Mi sento un verme, Adalgisa (si mia moglie si chiama proprio così!) non lo merita proprio.”  Il fatto è che Adalgisa è immensamente gelosa (forse perché è decisamente brutta), sposata da me perché? Perché il papino di lei è straordinariamente ricco e inoltre è il mio datore di lavoro, lasciarla quindi sarebbe un suicidio;
    . la baby è giovane e bella? Ahi ahi ahi, diventerei geloso io per il nugolo di pretendenti arrapati che le circolano intorno;
    . la signora non più giovanissima ma ha classe da vendere e frequenta circoli letterari e personaggi acculturati e ti fanno sentire un ignorante malgrado il tuo liceo classico conseguito ad ottobre con tutti sei;
    . la madama abita nella tua stessa scala e quindi la ‘sveltina’ sarebbe comoda e senza tanti problemi ma c’è di mezzo la portiera che mi odia perché ho rifiutato le sue ‘avancés’, è troppo brutta e puzza di cipolla;
    . la ‘bambina’ è un’amica sedicenne di mia figlia e pretende da me lezioni di francese perché sono proprio bravo in questa lingua (ed anche in altre…). In occasione delle lezioni allunga le mani, la mignottella, e mi fa sballare e arrapare come un riccio, meglio evitare, sarebbe fonte di troppi guai; 
    . ultima chance la colf rumena quarantenne abituata alle fatiche probabilmente anche amorose. Quando era su una scala a spolverare i piani alti le ho messo una mano fra le cosce, è dura come un  sasso, anche di tette ma, in contrasto, ha un viso dolce, occhi azzurri, mascella volitiva. Mi son fatto fare un pompino, è brava ma per poco non ci ha pizzicato Adalgisa, una fifa da cani, fine della storia.
    E così sono a piedi perché quando provo timidamente delle avancés alla consorte:
    “Con che faccia ti presenti, ho mal di testa continuo per non parlare della schiena, non mi posso piegare in avanti, vado avanti a forza di massaggi, se non fosse per Romildo…”
    I genitori del cotale avrebbero meritato una fucilazione senza benda. L’intestatario di quel  nome era decisamente omo: “Che bell’uomo tuo marito, se non fosse per te me lo farei proprio!” 
    Forse a mia moglie non sarebbe interessato gran che di un incontro ravvicinato fra lui e suo marito che poi sarei io ma è il marito a non essere d’accordo!  Il bell’uomo’ non aveva gli stessi gusti.
    A questo punto sono a terra, dove trovare un ‘fiorellino’ piacevole e disponibile? 
    Sempre più depresso accettai la proposta di Adalgisa di una crociera di gran lusso, preciso di gran lusso nel Mediterraneo. L’idea non era la sua ma quella di Cornelia (se alcune donne hanno nomi impossibili non è colpa mia!). La cotale era moglie dell’ostetrico di Adalgisa ed io mi domandavo perché mia moglie andasse dall’ostetrico dato che non usava la passera, almeno con me.
    Imbarco a Messina, molo Colapesce (è il nome di una eroe che viveva in mare senza respirare alla ricerca di cose preziose, questa è la leggenda, se è una stronzata non è colpa mia!). 
    Cabina di prima classe con balconcino esterno, con  i soldi di papino la  consorte si faceva passare tanti capriccetti in questo caso da me graditi. Avevamo l’ingresso in sala da pranzo di prima classe, talvolta  mangiavamo al tavolo del comandante della nave con camerieri in divisa  tutte cose di cui non me ne fregava un bel cazzo.
    La vita di bordo era decisamente monotona, quello che più mi impressionava, in senso negativo, erano le tavole imbandite di leccornie in tutte le parti della nave e la fame che tutti gli ospiti dimostravano a tutte le ore, anche alle tre del mattino!
    Sveglia quando pareva a me, prima colazione, (da non confondere con la colazione che era il pranzo) che poteva comprendere le specialità dei tre pasti giornalieri tanto ben di dio potevi trovare sulle tavole imbandite. (Scusate se non uso la d maiuscola di dio ma sono ateo e credo che i vari dei se li sono creati gli uomini a loro uso e consumo ma questo è un altro discorso).
    Il dopo era a scelta: piscina, palestra, sala giochi (dove ci rimettevi tanti soldini), sala massaggi preferita dalla mia poco gentile consorte. Ci stava ore intere senza preferenza tra massaggiatori maschili (si fa per dire) che femminili. 
    Preso dalla curiosità mi ci sono infilato anch’io in una sala massaggi rifiutando decisamente le mani di un maschietto per quelle più delicate e morbide di una femminuccia, femminuccia si fa per dire, quella capitata a me aveva un vocione da baritono, faccia quadrata e sguardo ‘se te movi te fulmino’, forse sono stato sfortunato ma rinunziai ai massaggi per una dormita allungata sino alle dieci del mattino e non me ne pentii.
    Dopo una leggera bussata alla mia porta, munita di pass partout si presentò una gentile donzella con tanto di divisa e cresta sulla testa.
    Alla mia vista un ‘pardon’ e inizio di ritirata.
    “Signorina resti pure, io nel frattempo faccio la doccia e lei…”
    Non aveva capito un acca, parlava solo svedese (era svedese) ed inglese ma io di quest’ultima lingua ne masticavo pochino anche se l’avevo studiato due anni al classico.
    Si chiamava Berenice (finalmente un bel nome di donna), occhi d’ordinanza azzurri, bionda dalla lunga capigliatura, nasino delizioso, bocca…bocca interessante , si trattava di andare all’assalto con gentilezza e scoprire i punti deboli della baby.
    Ci voleva del tempo ed io tutte le mattine facevo qualche passo in avanti nella conquista della deliziosa Berenice.Quando giunsi a metterle una mano fra le cosce (di una morbidezza…) capii che ormai era fatta.
    “Please help me to take a shover”, la mia intenzione di farmi massaggiare mentre mi facevo la doccia era stata percepita dalla baby,complimenti ad Albertone .(Scusate ma mi sono dimenticato di presentarmi, sono Alberto M., quarantenne, impiegato presso la ditta ‘Nettuno’ costruttrice di yatch di proprietà di mio suocero.)
    Quel che accade dopo con un po’ di fantasia potrete arrivare a capirlo. Quel che più mi piacque era il corpo splendido di Berenice: longilinea, seno forza tre, vita stretta, gambe lunghe, altezza 1,75, piedi deliziosi (come amo i piedi deliziosi!).
    A questo punto mi domandai come una cotal beltade facesse la cameriera, l’avrei vista bene da modella in una sfilata di moda.
    La mia ‘sparizione ‘ dal giro delle conoscenze di mia moglie la mise in sospetto ma non tanto da capire che mi facevo la bella svedesina (fra l’altro giustamente ben remunerata finanziariamente, lo meritava!)
    “Vorrei sapere dove vai a cacciarti.”
    Mia risposta ovvia:“La nave è grande.” E finiva li.
    Altra mia dimenticanza e spero che sia l’ultima: mia moglie aveva preteso di dormire in cabine separate e, per un gioco della fortuna,  le nostre erano capitate in due ponti differenti.
    Siete curiosi di sapere come mi facevo la baby: vi accontento, curiosoni! Inizio: baci su tutto il corpo dal profumo di violette (si esistono pelli che sanno di violetta, se ve lo dico dovete crederci) e poi baci appassionati dalla bocca alle tette particolarmente sensibili e Berenice riusciva a godere anche così per non parlare della gatta che, sollecitata, diventava un fiume in piena. Talvolta mi soffermavo  sui piedi e così mi sono scoperto feticista!
    La conquista più difficile è stata …immaginate voi, si il popò!
    “No ass, bugger no, it hurts!”
    Non ci voleva molto a capire che non l’aveva mai provato ed aveva paura del dolore.
    Come convincere la donzella? Con le varie cremine che l’Albertone usa per il corpo e per il dopo barba.
    Con molta delicatezza raggiunsi lo scopo e Berenice ci prese pure gusto o meglio doppio gusto masturbandosi il fiorellino. Vittoria completa, anche se amo le mignotte, tale non poteva dirsi la svedesina anche se aveva accettato qualche sostanziosa mancia.
    Come tutte le cose belle anche la crociera volse a termine.
    “Finalmente ti si rivede!” Perchè Adalgisa non si faceva i cazzi suoi: “Se non ti conoscessi potrei pensare male!” 
    “Pensa pure male brutta stronza” il sorriso di Alberto non dimostrava il suo pensiero peraltro condiviso dalla consorte:
    “Solo io so la verità, a te piace la palestra e il running, sarai andato a correre.”
    “Si a correre la cavallina” questo  il pensiero di Alberto che aveva sempre un viso sorridente ma dentro di sè una tristezza infinita, non avrebbe più rivisto la deliziosa Berenice!

  • 24 marzo 2015 alle ore 9:59
    MELISSA E IL SUO MONDO

    Come comincia: Melissa a letto sentiva un raggio di sole sul suo viso, aveva perso la cognizione del tempo, era invasa dalla pigrizia, non ce la faceva proprio ad aprire gli occhi, fu costretta dal suono del telefono: “Pronto…” 
    “Pigrona sono le dodici, sicuramente sei a letto, ti sento dalla voce impastata, sveglia!”
    Era quella rompi di Mona, già una che si chiama così era per forza una rompiscatole, ma era la migliore amica, la sola che aveva sin da bambina.
    “Che vuoi…”
    “Come che voglio, siamo invitate da mia zia, oggi è l’equinozio di primavera, ti passo a prendere fra mezz’ora, sveglia!”
    Si, ora ricordava, era il 21 marzo. La zia di Mo, appassionata di astrologia, le aspettava nella sua villa di Musolino, sui monti Peloritani per festeggiare l’inizio di una nuova stagione: la primavera. 
    Non aveva molta voglia di andare a vedere una vecchia signora rinsecchita, ingioiellata oltre dire, circondata dai suoi due alani e da un maggiordomo fuori del tempo ma piena di dinari, si proprio quelli non le mancavano. 
    Il vecchio sir, di schiatta inglese, di molti anni più anziano, l’aveva lasciata proprietaria di case, di negozi e di pingui conti in banca che,  al suo ingresso nell’edificio, facevano inchinare sino a terra il rubicondo direttore. 
    La vecchia zia Egle (nessun commento sul nome) era da sempre abituata ad essere obbedita ed ossequiata dalla vil plebe ma si faceva perdonare per la sua generosità pecuniaria che, di questi tempi…
    Insomma, era l’ora di scivolare fuori dal caldo letto per infilarsi sotto una calda doccia: oh che bello, non ne sarebbe mai uscita fuori.
    Il campanello:
    “Cazzo son due minuti che aspetto fuori.”
    “Ora ti dai al turpiloquio…”
    “Lo sai quanto è precisa con gli orari la zia, è una vergine…”
    “Si dai candidi manti rotta di dietro e peggio davanti!”
    “E quella del turpiloquio ero io, lascia stare Stecchetti e sbrigati.”
    Scarpe da tennis, jeans, maglietta e giaccone divisa che avrebbe fatto arricciare il naso alla vecchia signora, infatti:
    “Mi sembrate due straccione, Battista portami il telefono:
    “Teresa cara, ho una nipote ed amica straccione, te le mando domani, ripuliscimele per bene, grazie cara.”
    Teresa era la proprietaria di una boutique molto alla page del centro di Messina.  
    Chiedo scusa ai lettori, avevo dimenticato che Melissa e Mo (ovvio diminutivo dell’originale) abitavano a Messina la prima in viale dei Tigli 26 con i genitori e la seconda sulla strada Panoramica al n.2240 sempre con papà e mamma, ambedue universitarie, la prima in  lettere, la seconda in ingegneria informatica.
    Il pranzo era stato un solo monologo della vecchia signora che non mancava di imboccare i due alani eternamente affamati e che scodinzolavano speranzosi in attesa dei bocconi della padrona.
    Sottofondo le melodie di Bach e di Chopin preferite dalla vecchia signora.
    Finalmente fine della libagione e rientro a casa di Melissa.
    Le due amiche avevano in comune anche il boy friend, due istruttori della palestra dell’Annunziata Salvatore per Anna e Marco per Mona, si incontravano nella abitazione delle ragazze quando i rispettivi genitori erano fuori, insomma il menage di due ragazze normali quando un giorno:
    “Mo ho la febbre e sono nervosa, vieni a trovarmi.”
    Mona  per consolare l’amica sconsolata e decisamente ipocondriaca aveva iniziato a massaggiarla prima sul viso, poi sulle tette, sulle cosce, e poi, per sbaglio, sul fiorellino, insomma le due amiche erano diventate intime in senso sessuale senza volerlo.
    Avevano pensato di scambiarsi i partners ma avevano rinunziato considerato che i due erano dei fanciulloni e non avrebbero compreso il girl swapping.
    Qualcosa era cambiato nella vita di Melissa quando all’università era giunto Il professore Fabrizio Quinti insegnate di lettere moderne. 
    Quarantenne, longilineo, 1,80, elegante, eloquio brillante e trascinatore aveva colpito Melissa che aveva preso ad incontrarlo all’uscita dalle lezioni.
    La prima volta:“Professore le chiedo scusa se l’importuno ma vorrei sapere qualcosa di più su Oscar Wild, sono affascinata dalla sua personalità e dai suoi scritti.”
    “Gentile signorina, mi proponga la domanda durante le ore di lezione.”
    “Forse sarebbe meglio una lezione privata, sempre che lei sia d’accordo.”
    Era un’attacco diretto al quale il professor Quinti rispose con un sorriso.
    “D’accordo, ho un bilocale in viale Annunziata 38, il mio telefonino è 3406656111, sono un Ariete con tutte le conseguenze che porta tale segno, mail ‘zio.fofo@alice.it’, ho preferito non mettere il mio nome e cognome, ho preso in prestito quello di un mio zio purtroppo defunto, le occorre altro?”
     Il sorriso era sempre stampato sul viso del professore mentre un leggero rossore era apparso su quello di Melissa, rossore non sottolineato ma notato dall’insegnante.
    Melissa si era voluta documentare su Oscar Wilde ed aveva acquistato un libro dell’autore ‘Il principe felice’.
    È la storia un po’ triste di una rondine che, passando sopra una città inglese per recarsi in Egitto, si ferma sopra una statua in bronzo di un principe che le racconta la sua storia.
    Il primo incontro avvenne un sabato pomeriggio, Melissa aveva smesso i panni del maschiaccio ed aveva indossato quelli acquistati o meglio regalatigli dalla zia Egle presso la boutique della sua amica Teresa, un’acconciatura presso il  parrucchiere Corrado celebre omosessuale (“Mi raccomando Corrado un’acconciatura da sballo”), un profumo delicato, uno schianto!
    Al suo ingresso l’insegnante aveva arricciato il naso (Melissa si aspettava qualcosa di più): “La prego si segga, le faccio un po’ di spazio, l’ordine non è il mio forte.”
    In verità il soggiorno con annesso cucinino era in un disordine totale, la camera da letto idem.
    “Professore si vede che vive solo, manca la mano di una donna, col suo permesso…”
    In meno di mezz’ora il mini appartamento aveva mutato la sua ‘fisionomia’, anche i panni sporchi erano in lavatrice che faceva  compagnia ai due col suo suono metallico. 
    “Ora si che …”
    “Gentile signorina o meglio Melissa, ti do del tu, potresti essere mia figlia, sono divorziato da mia moglie che vive ad Ancona con mia figlia Rebecca, quella che vede nella foto sopra la scrivania, ho preferito farmi trasferire a Messina, i miei genitori, ambedue deceduti, erano di Catania, non ho alcun legame sentimentale.”
    “Sono Melissa Marchese, ventitre anni, vivo in famiglia, ho un boy friend che frequento senza impegni sentimentali… non c’è altro. Ho portato con me il racconto di Oscar Wilde ‘Il principe felice’ che vorrei commentare insieme.”
    “Piccola bugiarda a te del ‘Principe felice’ non interessa un bel nulla, n’est pas?”
    Stavolta il rossore sulle gote di Anna si era fatto più evidente, Anna prese il soprabito e fece per uscire quando: 
    “Non sentirti offesa, ho detto quello che pensavo e forse pensavo bene, vieni a sederti vicino a me deliziosa alunna.”
    Melissa, a metà strada fra il divano e la porta di casa, era indecisa sul da farsi.
    “Pensa bene se vuoi arrivare sino in fondo o fare retromarcia, un classico è il legame sentimentale fra l’alunna ed il professore, ci sono fiumi di letteratura in tal senso.”
    “Ti darò anch’io del tu, caro papà, sono io che…insomma, darla la prima volta è da mignotta e tale non mi sento, guardo che c’è in frigo e ti preparo una cenetta. Vuoto assoluto, vado al CO qui vicino , i maschietti vanno presi per la gola.”
    “Mona ho rimorchiato, il professore mi piace da matti, non voglio lasciarmelo sfuggire, ho appuntamento sabato!”
    “Sono eccitata anch’io, proposta indecente, tieni il telefonino acceso, voglio partecipare alla pugna.”
    “Tu non partecipi a nessuna pugna, mi sentirei a disagio, devo pensarci su.”
    Il sabato successivo Anna aveva preferito un abbigliamento casual, solo un  filo di profumo, aveva ceduto alle ‘insane voglie’ di Mona, telefonino acceso.
    Questa volta l’appartamento del professore era in ordine, frigorifero pieno, libagione assicurata anche da bottiglie di pregio sia di Lambrusco che di Pro Secco, il professore amava i vini frizzanti.
    Anna fu piacevolmente colpita dalla perizia culinaria di Fabrizio: tagliatelle al sugo, cosce di pollo con patate, coniglio con peperoni, una vera delizia, pane semintegrale abbrustolito, contorni di carote, insalata, finocchi, rucola e frutta a non finire.
    “Dove hai imparato a cucinare?”
    “Ho prestato servizio nella Guardia di Finanza per tre anni al confine svizzero, a turno ‘montavamo’ da cuciniere. Sono appassionato di Jazz e di foto motivo per cui metto su dei CD classici e, col tuo permesso, ti scatto qualche foto, solo dei primi piani, hai un viso delizioso sia quando sorridi che quando diventi seria come l’ultima volta.”
    “Dear Fabrizio vorrei andare in bagno a poi…”
    “D’accordo, incontriamoci a letto.”
    La borsa col telefonino acceso sul comodino, il baby doll rosa indossato in attesa dell’arrivo del padrone di casa che non si fece aspettare.
    Natale aveva un fisico da atleta, il suo un metro e ottanta era ben distribuito, muscoli possenti in tutto il corpo ed un coso decisamente fuori del normale facendo un paragone con quello di Salvatore l’unico con cui poteva fare un confronto.
    Il ciccio di Fabrizio preso in bocca era aumentato in maniera notevole tanto che Melissa ebbe paura di farsi male: 
    “Ti prego vacci piano, ho avuto una sola esperienza con il mio istruttore della palestra ma non l’ha così grosso.”
    “I palestrati usano gli anabolizzanti che creano problemi dal punto di vista
    degli organi genitali, hanno muscoli gonfiati, in parole povere sono loffi.”
    Natale fu molto delicato, prima baciò a lungo la gatta che godè più volte e poi penetrò dolcemente facendole provare qualcosa di nuovo ed eccitante quando schizzò lo sperma sul collo dell’utero.
    Melissa ogni tanto descriveva le sensazioni che provava per accontentare Mona all’ascolto, la ‘pugna’ durò a lungo sin quando:
    “Natale la gatta ne ha avuto abbastanza, mi riposo un po’ poi rientro a casa mia per il giusto riposo della guerriera!”. 
    Il menage col professore andava avanti, come dire, in maniera regolare, qualche week end lo passavano a Cefalù.
    A questo punto Hera  la divinità della gelosia penetrò nel cervello di Mona che non accontentava più di ascoltare, via telefonino, le imprese erotiche della sua amica.
    “Anna vorrei che mi presentassi il professore, la notte sogno te e Fabrizio che fate l’amore, vorrei… si vorrei come dire, partecipare, sempre che voi due foste d’accordo, insomma hai capito…”
    Melissa aveva capito perfettamente, Mona si sentiva esclusa dal menage della sua amica e voleva anche lei partecipare al banchetto erotico, un problema era quello di informare il professore delle ‘mire’ della sua amica e vedere le reazioni di Fabrizio.
    Un giorno, finite le schermaglie amorose:
    “Fabrizio ti ho parlato della mia migliore amica, siamo insieme sin da piccole, ci confidiamo proprio tutto e lei…” 
    “E lei mi si vuole fare oppure propone il triangolo, n’est pas?”
    “E tu come tutti i maschietti zozzoni sei d’accordo nel pensare di avere a disposizione due femminucce …”
    “Possibilmente bisessuali come siete voi, 'non mi oppongo' come diceva un mio vecchio istruttore della Guardia di Finanza.”
    Pausa di silenzio e poi: ”Sono stanca, torno a casa, ne riparleremo,sono confusa ed indecisa.”
    Una mattina all’università:
    “Cara Melissa, a proposito sapevi che in greco significa ape, no beh sei un’ape che ronza e non laperonza come da celebre battuta. Come ti dicevo cara Me vorrei invitare te e, come si chiama, (ah Mona) a cena presso il ristorante di Ganzirri ‘La Sirena’, il figlio del proprietario è un  mio alunno e mi ha invitato tante volte, ti va bene sabato alle 20, ho capito ti va bene.”
    “Mo e Be avevano fatto a gare a chi si era vestita con più gusto, vestiti provenenti dalla boutique di Teresa, l’amica della zia.
    Al loro ingresso al ristorante avevano attirato l’attenzione dei presenti (anche Fabrizio era vestito in modo elegante). Si era avvicinato il proprietario, Nicola Mancuso:
    “Vi ho riservato un tavolo nella saletta riservata, mio figlio il sabato, e non solo il sabato, brilla per la sua assenza ma il mio cuore di padre…lei dovrebbe essere il professor Fabrizio al quale faccio i miei complimenti per la compagnia delle signorine Mona e Melissa, i vostri nomi, ovviamente mi sono stati forniti da quel pelandrone mio figlio, col vostro permesso provvederò il al vostro menu.”
    Il vino bianco non era del gusto  del professore, troppo abboccato, insomma dolce, ma il resto: cozze  con sughetto verdogliolo dal sapore squisito e poi: riso alla pescatora, gamberi impanati, spatola, merluzzo grigliato, contorno tricolore, immancabile ananas e caffè decaffeinato anche se quello normale sarebbe stato più indicato in quanto la serata era stata programmata non certo per finire in braccia a Morfeo, e così fu in casa del signor Quinti.
    Con la massima naturalezza che aveva meravigliato le due amiche, il professore entrato in bagno, ne era uscito completamente nudo con:
    “Ragazze doccia e poi all’opera!”
    Me e Mo sul letto, il professore in poltrona dava disposizioni: bacino in bocca, sulle tette, sul fiorellino a lungo, voglio trovare le fichette bagnatissime, Ciccio è arrapatissimo e non vuole farvi troppo male.” 
    Le due ragazze obbedivano come non avevano immaginato di fare, sembravano  ipnotizzate, si erano posizionate in ginocchio e Fabrizio le penetrava a turno poi una proposta particolare:
    “Chi vuole sacrificarsi e donare al qui presente il suo buchino posteriore, sarò delicatissimo con tanto di vasellina, nessuna si offre? Sceglierò io una a caso, non so chi sia dato che siete ambedue di spalle. Nessun lamento anche dalla seconda delle due amiche che si era sentita un bel ‘marruggio’ penetrare nel suo buchino.
    Il post ludio si era impossessato di Melissa e di Mona, non ce la facevano proprio ad alzarsi ma furono riportate alla realtà dalla voce del professore.
    “Miei deliziose amiche, sono le due di notte ed i vostri genitori potrebbero pensare che siate state rapite da un fauno quindi vestirsi ed ognuna a casa propria!” 
    Era proprio un aut aut, Mona e Melissa si trovarono fuori della casa di Fabrizio e, mezzo intontolite, raggiunsero in auto le rispettive abitazioni.
    L’incontro ravvicinato con Fabrizio aveva sconvolto le menti delle due amiche. Si, erano state usate, non c’era stato nulla di romantico nel loro incontro solo sesso sfrenato ma in fondo era stata colpa loro, si erano offerte in maniera sfacciata e non potevano aspettarsi altro da un quarantenne belloccio, divorziato con figlia per cui tutte le femminucce erano oggetti da usare e poi…
    Non avevano voluto più incontrare da sole Fabrizio che era ritornato il professore di Melissa, una cosa era mutata: Me e Mo erano diventate sessualmente amanti, spesso si trovavano a letto impegnate in dolci incontri che non avevano nulla di violento anzi tanta dolcezza che le aveva portate ad apprezzare la tenerezza dell’amore lesbico.
    Avevano preso a leggere le poesie che Saffo scriveva alle sue allieve e scoperto che  quella era la loro vera natura, un mondo pieno di gioia e di delicatezza.

  • 06 febbraio 2015 alle ore 19:53
    MESSINA CHE FIGURA DI...

    Come comincia: ...
    Sicuramente vi sembrerà un po' strano il titolo di questo racconto, lo capirete man
    mano che la storia andrà avanti.
    Parlo di Messina città dove sono nato e dove risiedo ma che vorrei...
    Mi presento sono Salvatore Arena nome e cognome comuni da queste parti; per
    essere riconosciuti molti di noi abbiamo un soprannome, il mio è 'Er mejo' per
    lontane origini romane. (Non mi voglio allargare troppo ma se me l'hanno
    appioppato qualche motivo ci sarà pur stato!)
    Messina, come molti di voi sapranno, è una città situata sulla sponda sinistra
    dell'omonimo stretto con alle spalle i monti Peloritani, un capolavoro della natura
    per la loro incommensurabile bellezza, città che ha o meglio avrebbe molte
    peculiarità per essere considerata una delle migliori d'Italia ma,.,
    Un motivo per essere nota è il terremoto che nel 1908 la distrusse per quasi la
    totalità, terremoto che ovviamente le cambiò il volto. Fu ricostruita con sistemi
    antisismici con strade più larghe e con edifici moderni che sono resistiti al tempo,
    insomma una città più moderna. Allora tutto bene...ma quando mai!
    Questa è un'urbe (vi piace questo vocabolo?) in cui avviene tutto e di più e non
    senso in senso positivo, esemplificando:
    - la città è il passaggio obbligato del traffico sia ferroviario che gommato, quest'ultimo, attraversa il centro della città per raggiungere gli imbarcaderi e crea molti problemi (ci sono stati anche dei morti) e allora che si fa? Si costruisce un porto dove deviare quel benedetto (o maledetto) traffico e dove si costruisce il nuovo porto? A sud, a Tremestieri in zona famosa per le mareggiate e per lo scirocco che in molti giorni dell'anno imperversa in quella zona. I Messinesi sono masochisti? Ma ...La conclusione è che spesso quel porto viene invaso da tonnellate di sabbia che, ovviamente, lo rendono impraticabile (con relativa chiusura) ed i Tir sono di nuovo costretti a transitare per il centro. Ne consegue anche che si è costretti ad usare delle speciali battelli per rimuovere la sabbia con rilevanti spese periodiche. Può capitare che gli amministratori di una città facciano degli sbagli ma questo è stato troppo grossolano (oltre che prevedibile) e risolvibile solo con costosi e lunghi lavori;
    - altro esempio: la provincia acquista un hotel situato dinanzi agli imbarcaderi dei traghetti privati e poi lo gestisce per i passeggeri in transito direte voi, ma quando mai lo abbandona al degrado più assoluto e non riesce a venderlo;
    - la città ha nel porto un'essenziale Infrastruttura sia per i traghetti delle FF.SS. che per le navi militari (Finanza, Marina, Carabinieri ecc.), la famosa 'falce' molto importante per varie attività ma attualmente è nel degrado più assoluto in quanto le due autorità che la gestiscono sono da sempre in conflitto fra di loro;
    - si bandisce un concorso per Vigili Urbani ti cui organico è come si dice 'all'osso', come finisce? Con l'immissione in servizio dei vincitori direte voi, sbagliato; alcuni furbastri presentano certificazione medica da cui risulta che non possono essere impiegati 'in strada' e quindi vengono destinati ai lavori d'ufficio pur intascando l'indennità di vigile. Allora che si fa? Si bandisce altro concorso i cui vincitori (trentadue) saranno destinati a prestare il loro servizio in strada direte voi, penso che sia meglio che non diciate nulla tanto non ci azzeccate, ricordatevi che siamo a Messina. I nuovi trentadue vigili prestano giuramento in divisa con tanto di autorità presenti e televisione locale per far risaltare l'avvenimento ma poi vengono rimandati a casa per mancanza di fondi!
    - l'attuale sindaco 'verde' va sempre in giro con una maglietta Tibet free' come se ai messinesi potessero interessare i problemi di quel martoriato paese a cui nemmeno gli americani, portabandiera di democrazia, possono far nulla. Un giorno ha emesso una ordinanza di divieto di passaggio su alcune strade ed in orari prestabiliti per i Tir sbarcati da navi provenienti da Salerno, tutto normale era sua facoltà. Ma poi il signor sindaco ne ha combinata una delle sue: con indosso sempre la succitata maglietta e con tanto di fascia tricolore si è posizionato in mezzo alla strada per bloccare di persona i camion! Sempre il signor sindaco il 2 giugno, giornata delle forze armate, dinanzi al piazzale del Comune dove erano schierati tutti i militari per la cerimonia, si è presentato con la bandiera dei pacifisti come se i nostri soldati andassero in giro per il mondo a fare la guerra quando invece è risaputo che aiutano le popolazioni locali anche a prezzo della propria vita;
    - andiamo avanti: Messina è nota anche per aver il manto delle sue strade assolutamente disastrato, conducenti di motorini e di biciclette rovinano a terra sia per le molteplici buche ed anche per le radici degli alberi che invadono il sito stradale. Come risolve la situazione il signor Sindaco? Con un'idea fantasiosa, in alcuni tratti della strada Panoramica dello Stretto fa restringere la carreggiata con strisce sul terreno! Altra trovata geniale: costruire vicino alla sede stradale del tram, per circa due chilometri partendo dalla Dogana, un'aiuola larga circa cinquanta centimetri con relative piantine che faranno una brutta fine perché, come tutto il verde cittadino, saranno abbandonate a se stesse. Da rilevare che la strada è stata ristretta di circa sessanta centimetri. Nel centro cittadino c'è la cattedrale con un orologio di antica pregevole fattura meta di numerosi turisti che sbarcano dalle navi di crociera. Come spesso riportato anche dalle TV locali, la piazza è spesso sporca ed è regno di bancarelle abusive; 
    - altro argomento di fondamentale importanza: il ponte sullo stretto. Inutile dire che il signor Sindaco, smessa temporaneamente la famosa maglietta 'tibet free', ha indossata quella di 'no ponte'. Che conseguenze hanno portato le decisione di non costruire più tale manufatto? Lo Stato deve rimborsare alla ditta vincitrice del concorso una somma notevole per non aver rispettato il contratto e per il rimborso delle spese per i lavori già effettuati, A Messina la disoccupazione, soprattutto giovanile, è molto alta, il ponte avrebbe assorbito, per molti anni, un gran numero di lavoratori locali. Lo stesso ponte doveva far parte dell'asse di collegamento fra il nord ed il sud Europa, niente collegamento;
    - altro argomento: le Ferrovie dello Stato hanno in progetto di non effettuare più il traghettamento dei treni di lunga percorrenza sulle due sponde dello Stretto con la conseguenza che i passeggeri provenienti da Siracusa, da Catania e da Palermo diretti al continente dovranno scendere dal treno a Messina e, a piedi, raggiungere i traghetti che li avrebberio condotti a Villa S.Giovanni, stessa storia, aIl'incontrario, per i passeggeri provenienti dal nord. Forse non sarebbe un problema eccessivo per i giovani ma gli anziani? Il ponte sullo stretto, che sarebbe stata l'ottava meraviglia del mondo, avrebbe risolto il problema ;
    - un certo signore, peraltro benestante, ex sindaco che ti fa? Un corso di formazione professionale di giovani per essere avviati ad un lavoro ma si frega i soldini 'sganciati' dalla Regione Siciliana coinvolgendo anche signore mogli di importanti personaggi della Messina bene tutto sommato per pochi spiccioli; attualmente si trova all'hotel 'Gazzi' (carcere di Messina) e qui potrebbe intervenire il buon Emilio Fede, peraltro nativo di Barcellona P.G. città situata vicino a Messina, con la sua classica frase: "Che figura di merda!"
    - mi fermo qui? Quando mai, non posso non sottolineare che quando piove a dirotto il tram non transita perché si allaga la corsia di marcia. Domanda? Chi ha redatto II progetto e chi ha controllato i lavori? Mistero fitto;
    - a proposito di circolazione cittadina l'unico mezzo che funziona (quando funziona) è il tram. In passato all'A.T.M. ci sono state assunzioni clientelari che hanno portato ad avere un numero spropositato di impiegati. Non è mancata qualche furbizia come quella di aumentare il numero dei chilometri effettivamente percorsi dai mezzi per ottenere maggiori sovvenzioni da parte della Regione Siciliana. Con l'arrivo di nuovi dirigenti c'è stato qualche sforzo per migliorare la situazione, in particolare dell'officina meccanica che… (glisson) ma non sono mancati provvedimenti discutibili come quello di acquistare da altri comuni d'Italia autobus dismessi e ovviamente da revisionare dopo tanti chilometri percorsi. Altra questione da risolvere è quella del collegamento dei numerosi villaggi periferici col centro cittadino. Per mancanza di corse di autobus gli abitanti 'periferici' hanno grosse difficoltà per raggiungere II posto di lavoro;
    - altro problema: il secondo palazzo di giustizia. Prima idea: usare la casa dello studente che, fra l'altro, è vicina al vecchio palazzo dì giustizia. Dopo molte polemiche niente di fatto, la casa dello studente non è adatta. SÌ pensa allora agli spazi militari non utilizzati e che sono in gran numero, ci si rivolge al Ministero della Difesa col solito nulla di fatto, niente secondo palazzo di giustizia;
    - ancora. L'Ospedale 'Margherita' è stato chiuso e abbandonato a se stesso con la conseguenza del degrado più assoluto e della sua occupazione da parte di sbandati. Non potrebbe, con i dovuti lavori, ospitare il secondo palazzo di giustizia?
    Potrei continuare ma, per amor di patria, la finisco qui. Forse avrete capito che il mio è lo sfogo di un innamorato deluso,
    Per sdrammatizzare vorrei raccontarvi alcune storie boccaccesche messinesi che, come tutte le consorelle leggende metropolitane, talvolta hanno un fondo di verità. Esemplificando:
    - casalinga che, accompagnato il figlio a scuola, si reca a casa di una sua amica che conosce signori tanto ma tanto per bene;
    - una moglie che torna a casa all'improvviso (non si toma a casa all'improvviso!) e trova il marito a letto con un loro amico, (maschio per essere chiari);
    - altra moglie che anche lei torna a casa all'improvviso e trova il consorte che ripassa una lezione di sesso con la baby sitter;
    - e per ultima ma la più sfiziosa anche perché in città girano i nomi veri dei protagonisti: due sorelle, per arrotondare la paghetta del paparino, sono spesso ospiti della padrona di una villa situata sui monti Peloritani per incontrare signori facoltosi. Un pomeriggio si è appalesato dinanzi a loro il fidanzato di una delle due: casino totale e reciproche accuse!
    Ed ora andiamo alla storiella raccontatami da un vicino di casa dei protagonisti. Come l'è venuta a sapere non mi è noto, ve la propongo come me l'ha spiattellata anche se, malignamente, ho pensato che fosse lui uno degli attori.
    Il 26 giugno ed il 3 settembre vengono alla luce Giammarco e Lorella figli rispettivamente dì Giuseppe e Giulia e di Cateno e Sofìa (preferisco tralasciare i cognomi per non farli identificare), i primi due dottori e gli altri due insegnanti all'Istituto tecnico commerciale Verona-Trento.
    Cosa avevano in comune i due novelli genitori? Abitare nello stesso isolato di via Consolare Pompea 257 dinanzi ad uno stabilimento balneare che frequentavano durante la stagione estiva. Imporre un nome ai propri figli per poi modificarlo è un'abitudine inveterata, peraltro innocua ma incomprensibile, così Giammarco era diventato Gianni e Lorella Lory ( con la ipsilon).
    I genitori per motivi di lavoro avevano orari incompatibili con le esigenze dei neonati e così, amichevolmente, badavano a turno al pargolo o alla pargola degli amici. Un particolare: siccome Giulia non aveva latte per il piccolo Gianni, alla bisogna provvedeva Sofia dotata di tette notevoli e molto produttive, talvolta quello zozzone
    di Giuseppe sbirciava e allungava le mani sulla latteria della vicina, cosa presa molto sportivamente dall'interessata e poi capirete il perché.
    Da genitori anticonformisti non potevano che venir fuori bambini senza complessi così Gianni e Lory, sin da piccoli, venivano lavati insieme nella vasca da bagno, d'estate giravano nudi per casa e, al mare, si cambiavano il costume soli nella cabina, insomma due piccoli svedesi. A undici anni, un'estate, mentre erano in cabina, Lory notò che il pisello dì Gianni era diventato duro."Ti senti male, cosa ti è successo?”  "Non lo so, voglio domandare alla mamma.” "Mammina…” "Non ti preoccupare, stai diventando un ometto e le conseguenze sono...” Sofìa fece un analogo discorso a Lory e così i due, non più bambini, sempre più spesso si rifugiavano in cabina o in casa quando i genitori erano assentì e cominciarono ad esplorare le rispettive cosine."Me lo fai toccare, mi piace quando ti diventa duro, vorrei baciarlo ma mi fa un po' schifo!"   "La mamma mi ha detto che è importante la pulizia, io me lo lavo e poi tu fai quello che ti piace.” Indottrinati dai rispettivi genitori sui rapporti fra i due sessi Gianni e Lory cominciarono ad esplorare i vari modi di fare l'amore, dal pompino pienamente accettato al bacino al fiorellino che si dimostrò molto piacevole da parte dell'Interessata che volle provarlo più volte di seguito sino a che….”Gianni mi sì piegano la gambe, mi sento stanca, non so che mi è successo!" La mamma:"Lory non esagerare, sei ancora piccolina, per ora basta una volta sola.” "Ma tu e papà lo fate?" Piccolo imbarazzo da parte di Sofia: "Certo, è una cosa naturale cosi sei nata tu." "Io quella cosa non l'ho mai fatta con Gianni, ho paura di rimanere incinta'" "Per ora non c'è pericolo, non hai le mestruazioni, quando ti verranno ne riparleremo." Il menarca fu festeggiato dai quattro genitori e dai due rampolli come un avvenimento importante con tanto di torta ma,.."Lory tu e Gianni avete quattordici anni, il papa dì Gianni gli ha comprato dei preservativi, faglielo indossare prima di… e sta attenta a non…" Perfettamente indottrinati Gianni e Lory, ormai allo scoperto, scopavano alla grande, ogni momento era buono per...Un pomeriggio i quattro genitori erano riuniti a casa di Giuseppe e di Giulia quando apparvero i pargoli: "Stiamo andando a studiare.” Giulia: "Ragazzi al cinema 'Metropol’ c'è un film di Walt Disney, qui ci sono i soldi per il biglietto, sbrigatevi altrimenti perderete il principio. " Gianni: "A me i cartoni animati non piacciono..."Lory "Ma si: Topolino, Paperino, Gambadilegno." "Ho detto che non mi piacciono!" "E invece te li fai piacere, andiamo." Lory prese per mano Gianni e se lo trascinò fuori casa, poi:"Sei un immenso Mammalucco, non hai capito niente, i nostri genitori ci hanno sbattuto fuori per fare i comodi loro, ancora non capisci? Allora sei proprio di coccio! Rientriamo in casa e ne vedremo delle belle!” I due congiurati giunsero al loro piano a piedi per non far sentire il rumore dell'ascensore e, appena entrati a casa di Gianni, sentirono provenienti dalla camera da letto lamenti sempre più forti. Giuseppe era nudo beatamente francobollato sopra  il corpo di Sofia altrettanto nuda, era lei che si lamentava, insomma quella situazione era di suo gradimento tanto da farle emettere suoni inarticolati. Lory guardando in faccia Gianni gli fece cenno come per dire "lo avevo immaginato tutto sciocchino!" e all'orecchio: "s'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo!" di manzoniana memoria e poi lo prese per mano per andare a controllare la situazione casa sua dove, come immaginato, trovarono una scena analoga con Cateno questa volta sotto e Giulia sopra anche lei notevolmente lamentosa. I due giovani non riuscirono a trattenersi e si misero a ridere tanto da far saltare dal letto i due amanti presi alla sprovvista e totalmente confusi. All'ora di cena tutti riuniti a casa di Giuseppe e di Giulia. Fu Cateno piuttosto imbarazzato a prendere la parola:"Ragazzi alla vostra età è difficile percepire delle situazioni un po' fuori dell'ordinario come la nostra, noi quattro siamo anticonformisti, non so se riusciate a capire il significato di questa parola e poi ci vogliamo molto bene per cui..." Fu Lory a prendere in mano la situazione (femminuccia e del Leone!) . “Carissimi...mi vien da ridere perché mi sembra di scimmiottare il parroco durante la predica, volevo anzi io e Gianni vogliamo dirvi che noi siamo molto contenti che voi…insomma se piace a voi a noi non dispiace e non ci permettiamo di giudicarvi vero Gianni?" I due giovani vennero coperti di baci e di abbracci.
    Il giorno dopo Lory; "Voglio andare dal pasticciere per fare una sorpresa ai nostri beneamati." "Si per fare un pasticcio, ti conosco mascherina, io non voglio essere complice!" La domenica successiva Lory a tavola: “ho un debito col pasticcere che ci ha preparato questa torta nuziale.” Ovvia meraviglia da parte dei genitori. Cateno: "Chi sono i fortunati..." "Sono Cateno con Giulia e Giuseppe con Sofia, guardate i nomi intrecciati.” Dopo un attimo di imbarazzo Cateno; "Grandi figli di...papà e mamma, grazie per la sorpresa che ormai sorpresa più non è, vi vogliamo molto bene, saremo sempre uniti ma voi cercate di non farci diventare nonni troppo presto!"

  • 25 gennaio 2015 alle ore 9:55
    L'AMORE CONTRO

    Come comincia: Ispirami o diva i voluttuosi canti di fiorellini deliziosi e di gagliardi volatili. Con questa omerica premessa vengo a raccontarvi le delizie ed i casini della mia vita, sempre che vi interessi in caso contrario…vedete voi. In tutta sincerità non posso lamentarmi dei miei quaranta anni di età e venti di carriera dietro gli sportelli di un’ufficio postale. Non mi sono mai lamentato del lavoro anche quando qualche villico se le andava a cercare ma risolvevo tutto prendendolo per i fondelli col mio humor romanesco. Che fa un romano (ovviamente romanista) a Messina, strada Panoramica 1284 ‘me cianno mannato’. Ricordate quella canzone di Alberto Sordi: ‘te cianno mai mannato a quel paese…’ è il caso mio, il motivo non me lo ricordo bene o meglio …va bene ve lo dico ma resti fra di noi. Vinto il concorso alle poste, ero stato assegnato all’ufficio postale di via Taranto a Roma, una fortuna sfacciata proprio vicino a casa mia, abitavo in via Conegliano ma la fortuna talvolta ti gira le spalle o meglio…diciamola tutta è stata colpa mia. Mia collega era una brunona che più brunona non si può, 1,70, seno forza tre, occhi verdi che mi facevano impazzire, sedere prominente ma soprattutto sempre allegra e sorridente. Domanda: era sposata? Maledizione si con un racchio (ovviamente ricco) ma siciliano di una paese dell’interno dell’isola, insomma di mentalità svedese, si svedese un par di balle. Dopo un lungo corteggiamento alla voluttuosa Mariella, andato a buon fine il pomeriggio di un sabato, Crocifisso G.,il marito, (non faccio commenti sul nome) cominciò a prendere violentemente a calci la saracinesca chiusa dell’ufficio postale dove io Alberto M. (scusate se ho dimenticato di presentarmi) mi stavo deliziosamente intrattenendomi con la di lui consorte.(Come avesse fatto a sapere che eravamo chiusi lì dentro è stato per me sempre un mistero, forse un collega invidioso, bah!) Ovviamente noi due fedigrafi restavamo rintanati all’interno dell’edificio completamente atterriti. Il gran chiasso aveva fatto sì che qualcuno che abitava nei pressi interessasse la Benemerita che, a sua volta, aveva telefonato al direttore della filiale postale. All’interno per fortuna penetrarono solo un maresciallo dei Carabinieri ed il direttore i quali, resisi conto della situazione, uscirono dai locali facendo presente che lì dentro non c’era nessuno e riuscendo in qualche modo a calmare il cocù il quale, non molto convinto, fu scortato dal maresciallo sino a casa sua dove, ricomposta e sorridente, dopo circa mezz’ora fece ritorno la consorte che riuscì, a denti stretti, a farsi tante risate quando venne a conoscenza dei fatti. Il direttore generale delle poste capitoline, siciliano di nascita, venuto a conoscenza del fatto,consigliò vivamente (insomma impose) al povero Alberto di cambiare aria il più possibile lontano dalla capitale, un posto libero a Messina faceva al suo caso. Ecco spiegato il trasferimento di un romano nella terra di Trinacria. Alberto veniva trasferito temporaneamente negli uffici postali delle isole Eolie in sostituzione di colleghi che andavano in licenza ma ben presto si stancò di pensioni e trattorie. Un giorno ad un tavolo vicino notò la presenza di una bruna sicula che gli ricordava in parte Mariella (si quella dell’ufficio postale di Roma). Era una maestra che insegnava alle elementari anche lei temporaneamente trasferita dalla sua sede di Milazzo alle isole Lipari. Alberto s’era fatti i conti, come si dice in gergo: voleva una casa sua, sollazzare ‘ciccio’ quando ne aveva voglia, avere biancheria pulita e piatti lavati insomma voleva sistemarsi dinanzi al televisore mentre la consorte ‘badava’ alla casa. Quello che non amava della baby era il nome: Calogera B. che in Sicilia diventava Lilla, ma…c’erano cose peggiori. Il matrimonio per espresso desiderio di Lilla, venne celebrato in chiesa, Alberto, ateo, aveva dovuto cedere. Il rinfresco si era svolto al S.Domenico rinomato albergo di Taormina (anche molto costoso) ex convento con piscina, giardino interno, Santi e Madonne alle pareti. Un solitario tavolo al centro della sala con i due sposi (Alberto era orfano dei genitori) lo aveva indotto a spostarsi in continuazione nella sala per parlare e scherzare soprattutto con femminucce procaci, scollate e ridanciane, cosa che aveva indispettito la sposa che aveva richiamato all’ordine il povero appena coniuge il quale, con la coda fra le gambe, era ritornato al tavolo ad occhi bassi senza mangiare più nulla, solo una fetta di torta, bell’inizio! Una casa già arredata sulla strada Panoramica, con visione sulle coste calabrese, era stato di gradimento di Alberto e di Lilla, anche il canone non era eccessivo in quanto il proprietario, scottato dai precedenti inquilini mal pagatori, aveva preferito loro due dal sicuro stipendio. Due avvenimenti avevano modificato in senso totale la vita del bell’Alberto: il decesso quasi contemporanea dei nonni: Alfredo M. se n’era andato in quel di Montesilvano (Pescara) alla veneranda età di novant’anni con un patrimonio nient’affatto male di case e di terreni coltivati ad olivi e vigneti famosi per il Trebbiano ed il Montepulciano d’Abruzzo. Sinesio S. (nonno materno) dieci anni in meno, aveva lasciato questa terra a Grotte di Castro (Viterbo) anche lui decisamente ricco per possedimenti di terreni agricoli e di numerosi appartamenti nel capoluogo, insomma una pacchia per Alberto e Massimo M., due cugini,  che si erano divisi fraternamente il patrimonio, unici beneficiari per espressa volontà dei due avi che avevano escluso dall’eredità gli altri parenti. Che i soldi non fanno la felicità…un par di balle, in ogni caso ti cambiano la vita e così fu per l’Albertone che pensò bene per prima cosa di cambiare casa: un appartamento di 200 metri quadrati in un condominio di otto inquilini con piscina a campo da tennis sempre lungo la Panoramica. Reso contanti il patrimonio, l’Albertone si presentò con vari assegni decisamente pesanti al direttore della sua banca che, a quella vista, ebbe un rigurgito gastro-esofageo, ripresosi: “Mi dica signor M. come intende investire i suoi soldi, il ragioniere Minutoli sarà a sua completa disposizione.” Anche il ragioniere alla vista degli assegni stralunò passando il suo sguardo dal viso del dottor M. (di colpo Alberto era diventato dottore) a quello degli assegni. “Ragioniere mi affido completamente a lei, intanto vorrei una carta di credito oro con spesa illimitata, bancomat, insomma tutti quegli documenti che mi possono servire.” È cosa risaputa che le donzelle, nominate miss Italia, per prima cosa si disfanno, si disfacino, si disf…insomma mandano a f.c. il fidanzato ufficiale. Alberto seguì il loro esempio anche aiutato dalla sorte infatti Lilla, sempre in giro nelle scuole elementari delle isole Eolie, negli ultimi tempi, nei rari incontri, si dimostrava piuttosto freddina, soprattutto quando si trattava di avere rapporti sessuali, segno evidente di innamoramento di altro maschietto. Confessione reciproca, un assegno sostanzioso da parte del marito contribuì acchè la separazione avvenisse, come si dice, in maniera civile. A questo punto l’Albertone alzò le antenne al fine di individuare una preda appetibile, possibilmente coniugata, al fine di avere ampia libertà nel reperire varie passerotte disponibili, insomma voleva scopazzare in giro senza troppi coinvolgimenti sentimentali e qui… Un giorno di sabato, divenuto proprietario dell’attico all’ultimo piano della strada Panoramica al n.2020, nell’entrare nell’androne pieno di pacchi, incrociò o meglio dire andò ad intruppare (a sbattere) con una signora che stava uscendo dall’edificio. Ovviamente i pacchi finirono a terra, reciproche scuse, sguardo intenso senza profferire parola ed infine grande risata. “Forse c’era un sistema migliore per conoscerci” esordì la signora “sono Regina M., il mio cognome non è siciliano, sono marchigiana di Pesaro…” “Non è possibile, io sono Alberto M., se anagrammiamo i nostri cognomi sono uguali, questo è un segno del destino…” La signora era già dal primo sguardo degna di nota: capelli castani media lunghezza, occhi grigi mai visti da Alberto in una donna, naso deliziosamente all’insù, bocca invitante, orecchie piccole e sorriso smagliante. “Mi sta fotografando…” “Sono appassionato di foto, lei sarebbe un soggetto meraviglioso chissà se…” “Per essere in primo incontro siamo andati abbastanza avanti, non crede?” “Non so che dire, di solito non mi impappino…volevo dire…” “Voleva dire che è stato fulminato dalla mia beltade, glielo concedo, so di essere bellissima…mettiamola sul ridire, mi dia un suo biglietto da visita, forse ci rivedremo.” Il viso sorridente di Regina accompagnò Alberto nei giorni seguenti quando decise di andare all’attacco, al citofono: “Gentile signora M. sono…” “So chi è e sto per uscire, mi aspetti al portone.” “Sa di quei libercoli che andavano di moda al primo novecento per gli innamorati maschi che non sapevano cosa scrivere ad una gentile signorina di cui volevano beneficiare le grazie…” “Lo dica chiaramente, se le volevano scopare!” Il silenzio era sceso nell’androne delle scale, Alberto e Regina si guardavano negli occhi senza parlare. “Ho qui fuori la macchina, se vuole un passaggio.” “Cacchio siamo alla Jaguar, ricco di famiglia o mafioso?” “Eredità di due nonni morti in contemporanea.” “Non è che li ha avvelenati lei?” “Morte naturale, si accomodi in macchina prima che…” “Mi salti addosso, non è il caso, mio marito è dietro i vetri.” “Lei non è abituato a femminucce che lo assaltano, io son fatta così solo con le persone , maschietti, che mi piacciono e lei…” Alberto fermò di colpo la Jaguar in un vialetto della Panoramica e incollò le sue labbra su quelle di Regina. “Così impari ad assaltare i maschietti che, talvolta, mordono.” “Tu non mordi, baci molto bene, lo sapevo che sarebbe finita così sin da quando ti ho visto per la prima volta come dice il libretto del primo novecento…” “Ho bisogno di qualche consiglio per arredare il mio attico, da come ti vesti vedo che hai buon gusto, potresti darmi qualche consiglio, ovviamente ti pagherei la consulenza.” “Moneta contante o…” “Contanti quanti ne vuoi, anch’io appena ti ho vista… maledizione non volevo proprio, mi ero fatto un piano per feste da ballo in casa mia con contorno di conturbanti modelle e tu...” “Spero che non faremo la fine di Paolo e Francesca, Gianciotto…” “Mio marito…la prima domanda che mi farai è il perché l’ho sposato, lui è un buono, buono che talvolta si coniuga con fessacchiotto, l’ho sposato perché era sottufficiale dell’Esercito a Pesaro ed io volevo andare via da casa, mia madre si era risposata e non andavo d’accordo col mio patrigno che voleva…si mi si voleva fare, tutto qua.” I pomeriggi dei giorni seguenti Alberto e Regina li dedicarono alla visita di negozi di mobilia, di servizi igienici, di lampadari, insomma cercarono di fare un piano per arredare con gusto l’attico di Alberto. Regina conosceva il titolare di una ditta che avrebbe fornito la mano d’opera, sembravano due fidanzati che facevano il nido dove abitare da sposati. “È la prima volta che…mi sento strano, non so se sia l’aggettivo adatto ma…ti prego vieni a casa mia, ho una voglia matta di…” “Anch’io ho una voglia matta di…, le uniamo insieme e facciamo due voglie matte! Mio marito (si chiama Nino) domani sera è di guardia in caserma.” Alberto aveva posteggiato la Jaguar fuori dalla vista degli inquilini di casa M., Regina era salita in fretta nell’attico. “Porcellone hai la faccia da satiro arrapato, buonino, dai, tra poco …” L’appartamento era riscaldato, era il 10 dicembre, tutti e due sotto la doccia, nuda era ancora più bella, Regina era il nome che più le si addiceva, Alberto era estasiato. Quello che successe, immaginate voi, di tutto e di più. Sveglia, alle sette Regina rientrò a casa sua, Alberto a pomeriggio inoltrato fu svegliato dal suono del telefono. “Pronto…” “Hai la voce impastata, mi sa che la notte passata hai fatto il porcellone…” “E tu, quante volte sei venuta?” “Le ho contate, undici…stamattina non riuscivo a stare in piedi, mi si ammollavano le gambe.” “Cerco di non pensare a cosa mi sta succedendo, sicuramente qualcosa di molto piacevole ma anche impegnativo, c’è una parola che mi fa paura, si ‘amore’, non vorrei che entrasse nella mia mente, nel mio cuore, nello stesso tempo…” “Non fare il ‘vergine’, parlo del tuo segno zodiacale, che cerca sempre di definire le situazioni, talvolta penso sia meglio lasciarsi trasportare dagli avvenimenti.” “Forse hai ragione, intanto vorrei sapere quando potremo di nuovo…” “Brutto zozzone…ti va bene domani sera?” “Ok. Ma tuo marito?” “Fa il pesce in barile, non pensare a lui.” L’ombra di Nino cominciò a pesare sul rapporto fra Regina ed Alberto. “Vorrei sapere cosa ti dice, quali sono i suoi comportamenti, una moglie che sta fuori tutta la notte,ad esempio stasera che programma hai?” “Andiamo al cinema ‘Bianchini’.” “Mai sentito prima, l’hanno aperto di recente?” “Ma no schiocchino, il cinema ‘Bianchini’ è quello sotto le coperte e sopra i cuscini.” “Non…” “Allora papale papale, stasera scopo con mio marito, a lui non importa se vengo con te, ma vuole la sua parte ed è pure bravo!” “È pure bravo!” la frase rimbombò sulla mente di Alberto, un’ira improvvisa, aveva pensato al grande amore mentre Regina aveva ridotto il tutto una ad volgare relazione. Il telefono fu scagliato contro il muro, in mille pezzi non era andato solo quel povero apparecchio innocente ma anche le illusioni di un povero Alberto invecchiato di colpo che recuperò una certa coscienza verso le tre di notte. Preso da improvviso furore riempì una valigia di vestiti, e dopo poco tempo si trovò imbarcato sulla ‘Caronte’ diretto sull’altra sponda dello stretto a Villa S.Giovanni, destinazione finale…Roma, non sapeva dove altro rifugiarsi. Pian piano la sponda di Messina si allontanava come pure i monti Peloritani dove tante volte era andato a rifugiarsi con Regina, gli sembrava l’addio ai monti di manzoniana memoria. Durante il tragitto si fermò varie volte per riposarsi, arrivò nella capitale nel tardo pomeriggio dirigendosi verso i luoghi della sua infanzia, il quartiere di S.Giovanni, un albergo vicino a casa sua: Hotel Appio. Per due giorni restò la maggior parte del tempo in camera, solo due uscite per andare ad un vicino ristorante. La padrona dell’hotel un po’ allarmata gli chiese se avesse bisogno di qualcosa: “Per ora nulla, sarò io a contattarla.” “Madame, son qua.” “Sono Clotilde M., sono a sua disposizione sempre se riesca a capire quali sono le sue esigenze.” La dama, circa sessantenne, aveva sicuramente molta esperienza sui clienti dell’albergo, aveva intuito del conflitto interno di Alberto e voleva, a modo suo, dargli un a mano. “Signora per ora soggiornerò nel suo hotel, non so per quanto tempo, le dò un assegno per il pagamento mensile di una stanza che vorrei cambiare con una più grande con bagno, penso che resterò a lungo.” Alberto capì che doveva uscire dal torpore che lo aveva invaso. Cominciò con l’andare nei luoghi cari ai turisti: piazza di Spagna, il Colosseo, fontana di Trevi usando i mezzi pubblici, poi cambiò completamente. Di notte con la Jaguar scorrazzava in posti mai visti, talvolta si perdeva ed era costretto ad affidarsi al satellitare per rientrare in albergo. Cambiò ancora: vicino all’albergo c’era un posteggio di taxi, cominciò ad usarli soprattutto di notte. “Dottore dove la porto?” “Dove ti pare, fammi vedere Roma by night, anzi, sai che ti dico, mi metto vicino a te così mi sento meno solo, dammi del tu, io mi chiamo Alberto.” “Romolo, Romoletto per gli amici.” “Romoletto dimmi qualcosa di te.” “Eh, me faccio mette ar turno de notte per guadammiare qualche sordo de più, mia moglie è ammalata ed ho tre figli che vanno a scuola, all’età loro già andavo a bottega ma oggi, stì ragazzini sò schizzinosi, sembrano tutti figli de signori ed io non ho il coraggio…” “Romolè io so fortunato non ho figli in compenso ho avuto un’eredità e ho smesso di lavorare, a proposito…” “A proposito de che?” “No pensavo ai fatti miei.” In verità Alberto aveva abbandonato tutto senza rendersi conto che aveva molto in sospeso: era in regola solo col lavoro, si era licenziato ma per la casa di Messina… si sarebbe rivolto a Nicola F.suo compagno di lavoro, una procura… il giorno dopo avrebbe sistemato tutto. Ad un certo punto ‘ciccio’ reclamò la sua parte, quanto tempo era che non scopava, boh. Albertone si guardò intorno in albergo, spesso veniva a rifare la sua stanza una certa Rosina, l’aveva notata ma prima aveva per la testa solo per Regina. A proposito di Regina…capì che era stato un gran fregnone, si era innamorato come uno scolaretto mentre a lei piaceva solo scopare alla grande, decise che la storia era definitivamente chiusa e rivolse la sua attenzione a Rosina. Descrizione: altezza circa un metro e settanta, capelli biondi lisci, poco seno, vita stretta, gambe ben tornite, bel culo, insomma degna di nota. Una sera volutamente non mise dietro la porta della sua camera il cartello ‘non disturbare’ e così Rosina entrò in camera col pass partout. “Mi scusi signore ma…” “Niente scuse, è colpa mia, anzi voglio dirti la verità l’ho fatto apposta, volevo conoscerti. Mi pare che non abiti a Roma.” “No sto a Frascati, ogni mattina vengo a Roma con mia madre, lei lavora in un altro albergo, torniamo a casa il pomeriggio, ho due fratelli ed un padre invalido, le serve altro?” “Non volevo essere invadente, ti chiedo scusa ma volevo dirti…volevo dirti…” “Provi a dirmelo così lo saprò.” “Volevo dirti che mi piaci molto, all’inizio non ti ho dato confidenza perché ero in crisi, vengo dalla Sicilia ma sono romano, sono nato in via Conegliano, una traversa di via Taranto.” “Mi scusi la domanda ma cosa ci fa in albergo se ha casa a Roma?” “La mia casa è stata venduta tempo addietro, a Messina ho avuto dei grossi problemi e sono, come dire, scappato.” “Una femminuccia, vero?” “Hai indovinato mia bella Rosina ma ormai ho chiuso e sono pronto a…” “Primo: non sono la sua Rosina, secondo io non sono pronta a …” “Bel caratterino, non sarà facile per il tuo fidanzato…” Rosina si mise a sedere sul letto e si prese la testa fra le mani, piangeva. Cosa fa l’Albertone quando si trova dinanzi ad una ‘pulsella flentens’, l’abbraccia per vedere come va a finire. Tutto sommato gli finì bene. Dopo un po’ la baby si asciugò col grembiule il viso, si girò di spalle e prese a sistemare la camera. “Che ne dici se all’uscita dall’albergo ti accompagno a casa con la mia Jaguar.” “A parte che prendo l’autobus con mia madre, non mi fa alcuna impressione la Jaguar, forse lei è un…lasciamo perdere.” “Io non sono un…fino a due mesi addietro ero un’impiegato delle poste, poi ho avuto una grossa eredità, tutto verificabile. Dì la verità il tuo fidanzato ti ha lasciato, così siamo pari solo che la mia bella era sposata…” Rosina prese a guardare negli occhi Alberto: “Quanto anni hai?” “Quanti ne dimostro?” “Cinquanta.” “L’hai fatto apposta, meno dieci, posso farti vedere…” “Non voglio vedere niente, fra l’altro non sei il mio tipo.” “A questo punto una domanda sorge spontanea: qual è il tuo tipo?” “Lasciamo perdere, a domani.” Fine del primo round. Mattina dopo. “Mia bella frascatana stamane ti vedo radiosa, è la mia presenza che…” “Bel quarantenne, potresti anche piacermi ma te la devi meritare.” “A disposizione, senza parlare di soldi che sarebbe volgare cosa ti piacerebbe avere?” “Sto facendo la corte ad un paio di scarpe ma costano troppo, aspetto gli sconti.” “L’Albertone di cognome fa ‘sconti’, ci vediamo all’uscita.” In fondo Rosina era una bambinona, quando prese fra le mani le scarpe cominciò a ridere e abbracciò l’Alberto. “Per ora paga tu, quando prendo lo stipendio ti rimborserò.” “Cosa c’è meglio d’un rimborso se non un bacio diciamo… in fronte.” “Diciamo in fronte.” La notte porta consiglio nel senso che consigliò a Rosina di buttarsi sul bell’Alberto appena entrata in camera sua con la conseguenza che…immaginate come andò a finire. Rosina si dimostrò un’amante appassionata, tette piccole ma molto sensibili, un sessantanove con risucchio da parte della bella e goderecciate multiple. Una particolarità di Rosina: i peli del pube neri in contrasto con la capigliatura bionda naturale. Finale scontato: Alberto comprò casa a Frascati dove alloggiò anche la famiglia di Rosina, comprò anche un pastore tedesco ed un gatto soriano che, cosa strana, condividevano la cuccia e si facevano tante coccole, mah l’amore contro!

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:15
    L'INQUILINO DEL PIANO DI SOTTO.

    Come comincia: Chi poteva essere, sicuramente uno del palazzo ma chi, bastava andare a vedere e, sorpresa sorpresa una tremante signora Franca in vestaglia:
    “Le chiedo scusa ma ho una paura tremenda dei temporali, non riuscivo a restare sola e l’unico…”
    “Non si preoccupi, ero sveglio e non sapevo come passare il tempo, faremo un po’ di conversazione così le andrà via la paura.”
    Conversando conversando Alberto venne a sapere che madame Franca era l’allenatrice di una squadra femminile di palla al volo, più che altro per passare il tempo dato che non aveva figli, si dedicava alla lettura, non andava d’accordo con la suocera che non era stata favorevole al matrimonio con suo figlio, insomma una vita piuttosto monotona e priva di soddisfazioni.
    “Mi deve credere talvolta…”
    “Le credo, anch’io talvolta…”
    “Mi pare strano che lei… chissà quante femminucce, da parte mia, anche volendo, tutti lo noterebbero se portassi a casa mia qualche amico, mi capisca.”
    “La capisco ma se invece fosse un condomino la cosa non darebbe all’occhio soprattutto se fosse l’amministratore che avrebbe un valido motivo per… “
    Alberto non riuscì a finire la frase, un uragano gli piombò addosso, sbattuto sul letto e poi… e poi… e poi…come da canzone.
    “Alla fine, dopo un bel po’ di tempo:
    “Scusa ma quanto tempo è che…”
    “Tanto tempo e poi non è che Giovanni  sia un gran che, lui è quello del: vado, l’ammazzo e torno ed è piuttosto ‘pisellino’ al contrario di te che hai un mostro’ , io non ho avuto molte esperienze ma con te sarei una donna felice, forse il termine è eccessivo ma…” Franca aveva cominciato a piangere, le lacrime femminili spiazzavano sempre il bell’Alberto che non sapeva che atteggiamento assumere.
    Finalmente il fiume cessò e la meno addolorata Franca si ritirò nelle sue stanze, ad Alberto mancava la scopata lacrimevole, l’aveva provata.
    La visita ai signori Orlandi scioccò l’amministratore che, in tale qualità, aveva bussato alla loro porta.
    A venire da aprire era stata un simulacro di donna: capelli tinti a metà e totalmente scompigliati,  viso rugoso, occhi sfavillanti di incazzatura recente, vestaglia di dubbia pulizia e aperta a metà.
    “Per favore chiami la padrona di casa sono…”
    “So chi è lei ed io sono o meglio dovrei essere la padrona di casa: Emma Previti, mi presento col mio cognome perché quello di mio marito,Orlandi, mi fa completamente schifo, come presentazione non c’è male.”
    “Mi hanno insegnato sin da giovane di  ‘farmi gli affari miei’ e pertanto questa è la ricevuta, se non ha i soldi in contanti passerò un’altra volta.”
    “Quale altra volta, la situazione non cambierebbe, si vedrebbe sempre davanti una megera, vocabolo di mio marito.”
    “Signora noi siamo quello che vogliamo essere, un buon parrucchiere, una lavata della vestaglia, il passaggio in un centro estetico migliorerebbe di molto la situazione, non solo sarebbe presentabile ma anche appetibile, glielo dice uno che…”
    “Senta ‘conquistatore di donne a getto continuo’ lei dall’accento mi sembra romano e quindi conosce Trilussa, mi ha fatto un complimento ma sono io che non voglio cambiare, quella specie di uomo che ho sposato mi odia perché non sono riuscita a dargli un figlio e così gli impongo di sopportarmi in questo stato!”
    “Queste sue parole mi ricordano una barzelletta volgare in cui un cotale si tagliava … prima di tutto bisogna amare se stessi, gli altri vengono dopo, suo marito che fa nella vita?”
    “È tenente colonnello nell’Esercito ma è in amministrazione perché non è bravo nemmeno a fare l’ufficiale, io…”
    “Vada in viale S:Martino al n.82, c’è un istituto di bellezza, chieda di Asmara, è una mia cara amica, saprà rimetterla in sesto, good luck!”
    La pietà è un brutto sentimento soprattutto provato nei confronti di una signora, Alberto era contento di se stesso, forse era riuscito a cambiare la vita di madame Emma, gli avrebbe cambiato anche il nome che faceva tanto cameriera!”
    Le signore Campagna o meglio Antonella Campagna vedova e Speranza Campagna zitella abitavano al quarto piano a sinistra, Alberto, per istinto, si era fatto precedere da una telefonata che aveva sortito il suo effetto in quanto le due dame quel pomeriggio, alle ore 16 si erano fatte trovare tutte in ghingheri.
    “Signore in quanto voi proprietarie dell’immobile ovviamente non sono venuto a chiedervi il pagamento del condominio ma solo una visita di cortesia, volevo presentarmi dato che ho avuto modo, per motivi di servizio, di conoscere il vostro consulente tributario.”
    “Si il signor Balestra ce l’ha riferito, in caso di bisogno ci rivolgeremo a lei, spero tanto di no, la Finanza ci fa un po’ paura.”
    “Le sembro io un tipo da far paura?”
    “Non mi riferivo alla sua persona anzi la trovo estremamente piacevole…” Così aveva parlato Antonella, la vedova, che era arrossita visibilmente, evidentemente la dama aveva fatto un pensierino sul bell’Alberto, da tener presente.
    “Mia sorella ed io avevamo pensato di farle un piccolo regalo non facendole pagare il condominio, una cosa di niente giusto per…”
    “Nel ringraziarvi della vostra cortesia son costretto a rifiutare, non ve la prendete a male, è la mia direttiva di vita.”
    “Va bene ci sarà il modo…”
    Alberto capì in un secondo tempo il significato di quella frase monca, due giorni dopo trovò nella sua buca delle lettere un biglietto dal significato criptico:
     ‘Ditta Barbisio. Buono per l’acquisto di materiale di abbigliamento  senza limite di spesa.’
    E la madonna! Voleva dire che Alberto si poteva portar via tutto il negozio, Antonella l’aveva fatta grossa o meglio non aveva pensato bene a quello che aveva suggerito di scrivere al proprietario della ditta ma spinta da cosa? Risposta facile: si voleva scopare il bel maresciallo, ovvio no?
    Alberto non voleva recarsi in casa della signora Campagna anche per non incontrare sua sorella che forse non era al corrente della faccenda, così si appostò al pian terreno sin quando non incontrò la bella vedova all’uscita dall’ascensore.
     “Ti rendi conto quello che c’è scritto nel biglietto, potrei ridurti sul lastrico.”
    “Io sono molto ricca e poi… “
    “Vieni in macchina, ti prego vieni in macchina, parleremo meglio.”
    Ma quale parlare, Antonella era più muta di un pesce e allora Alberto prese la strada che portava ai monti Peloritani, solo allora la vedova si fece viva.
    “Dove stiamo andando, non conosco questa strada…”
    “Io si, ci si recano gli innamorati per dar sfogo alla loro voglia di tenerezza!”
    Antonella aveva chiuso gli occhi segno tangibile di resa e così, dopo tanto tempo, riprovò le gioie del sesso, del sesso vigoroso e godereccio come forse non aveva mai provato in vita sua.
    Gaetano Filippeschi, proprietario terriero, occupava l’appartamento a destra del quarto piano. In verità cercava di rimanervi il meno possibile per non stare in compagnia della moglie alta 1,80, legnosa, senza seno, che sputazzava quando parlava e soprattutto di una antipatia, di una antipatia insomma…antipatica.
    La sua passione per la caccia lo portava fuori di casa anche quando la caccia era chiusa, si rifugiava in una sua abitazione di campagna sopra Patti in compagnia di due cani da caccia sempre scodinzolanti ed affettuosi, almeno loro!
    “Signora sono Alberto Raffaelli amministratore del condominio, questa è la ricevuta di pagamento dei due ultimi mesi, prego.”
    “La porti a mio marito.”
    “Va bene se non ha soldi passerò un’altra volta.”
    “Io i soldi ce li ho ma non glieli dò, vada da mio marito è lui il padrone di casa.”
    “Che lui sia il padrone di casa ho i miei seri dubbi…”
    Alberto si accorse troppo tardi di aver toccato un tasto sbagliato, fu investito da una valanga di frasi volgari e senza senso, fece appena in tempo a scappare per le scale, così imparò a sue spese a restare lontano da quella porta.
    Il finale di questa storia, diciamo piacevole ed in parte imprevedibile perché…
    Un giorno ricevette una telefonata da casa Campagna:
    “Per favore faccia un salto a casa mia.” Ma non riconobbe di preciso chi delle due sorelle aveva fatto quella telefonata.
    Se ne accorse quando fu aperta la porta, non era Antonella .
    Speranza aveva messo in atto quel marchingegno che portava il suo nome, la speranza di poter avere un sano e piacevole rapporto sessuale col bell’Alberto che, stavolta, fece meno il duro e, in seguito, si recò nel negozio ‘Barbisio’ per rifornire, in toto,il suo guardaroba.
    Come giustificazione non richiesta (exscusatio non petita accusatio manifesta) era che  in fondo si era sacrificato ai bassi appetiti sessuali delle due sorelle, perchè poi bassi…
    E Ann. La svizzerotta rimase in gola al bell’Alberto:
    “Se deciderò di avere un rapporto sessuale con un uomo tu sei il preferito.”
    Tanto piacere al c…o, Alberto se ne fregava di essere il preferito, voleva scoparsi Ann il resto non gli interessava!
     
     
     
     

  • 27 dicembre 2014 alle ore 18:11
    L'INQUILINO DEL PIANO DI SOTTO .

    Come comincia:  “Questa è la triste istoria” così cominciava una canzone che i menestrelli di strada cantavano a Roma negli anni 50 accompagnandosi con una pianola e chiedendo qualche spicciolo ai signori affacciati alle finestre di via Taranto dove abitavo io, Alberto M.; allora non c’era ancora la televisione e ci si accontentava di poco.
    Quel triste ritornello era ritornato alle orecchie di Alberto ai funerali di sua moglie Maria Quattrone, lui era al primo banco della chiesta di Grotte a Messina, frastornato dalla  forte musica di un organo.Tutto gli sembrava paradossale: il posto che non frequentava (era ateo), la compagnia di gente che in maggior parte non conosceva e veniva ad abbracciarlo e baciarlo, l’invito a recarsi in sacrestia per sottoscrivere un ‘fiore che non marcisce’ (tanto per cambiare soldi per la chiesa), la bara dove probabilmente , anzi sicuramente,  giaceva la sua Memi (vezzeggiativo che gli aveva dato lui), fine della funzione, sciamare della gente fuori dalla chiesa, invito a sedersi su una macchina che seguiva quella del feretro, arrivo nella cappella di famiglia, operazioni di muratura dentro il loculo, rientro a casa in via Consolare Pompea 488 tutto come circondato da una nuvola di irrealtà.
    “Se hai bisogno di qualsiai cosa, siamo a disposizione.”“Puoi venire a casa nostra, ti prepariamo qualcosa.”“Ti facciamo compagnia per non farti restare solo a casa tua.”
    “Ecco: voglio restare solo e che nessuno mi rompa più i coglioni” pensiero non espresso ma messo in atto, finalmente!
    Il divano, panorama della Calabria a fargli compagnia in perfetta solitudine e silenzio, un silenzio lenitivo di tanto dolore.Il funerale era stato il riepilogo finale di una bella storia:colonia marina della Guardia di Finanza di Mortelle;Alberto M. maresciallo trentenne del Corpo, Maria  figlia diciottenne dell’appuntato Quattrone;conoscenza dei due;innamoramento intenso, tenace, smisurato soprattutto da parte della baby;contrarietà da parte dei genitori di lei (dodici anni di differenza, sei troppo giovane) cedimento infine e matrimonio con rinfresco a Villa S.Andrea, albergo sul mare di Taormina.
    Cosa aveva attratto il bell’Alberto, ‘conoscitore’ di donne, dall’innamorarsi della deliziosa Maria?  Dare una spiegazione di cosa ci attrae di un’altra persona non è cosa facile, ci hanno provato in tanti: poeti, psicologi, scrittori, filosofi. Memi  non era una bellezza nel senso classico: alta 1,65, poco seno, gambe muscolose, corpo da ballerina classica; peculiarità: un sorriso accattivante ed un carattere disponibile che riusciva a compensare quello talvolta ombroso del bell’Alberto: 1,80, viso da guerriero atzeco (come mai sarà un viso atzeco io non lo so …), fisico da atleta e soprattutto collazionatore di femminucce disponibili (scartate quelle troppe serie che non davano risultati), mai un rapporto duraturo, si era meravigliato lui stesso della decisione del passo fatale.
    Rientro dal viaggio di nozze nelle isole Eolie che conosceva bene per aver comandato i vari reparti di Salina, Panarea e Stromboli.Un'abitazione di centoventi metri quadrati in via Consolare Pompea proprietà della consorte che l’aveva avuta in dono da sua nonna unitamente ad una casa sul mare a Torre Faro.
    Prima del matrimonio il maresciallo M. dimorava in caserma, vitto e alloggio. L’unica sua proprietà una Jaguar X type che aveva acquistato con un lascito di uno zio australiano, si australiano,  non sempre gli zii sono americani, questo era australiano parente di un nonno emigrato in cerca di fortuna nel nuovo continente. Ovviamente aveva dovuto dimostrare la provenienza di quel denaro per non essere incolpato di diciamo ‘scorrettezza’ in servizio.Altra peculiarità di Memi era il suo comportamento ‘a letto’. Giunta vergine al matrimonio, presto era diventata brava a seguire le indicazioni sessuali del marito ed anche a sopravansarlo, insomma era una scopatrice nata! La ferale notizia di un tumore all’utero era giunta dopo sei mesi dal matrimonio.
    “Non ti preoccupare, sei giovane, con le cure ce la farai!” Non ce l’aveva fatta e dopo due mesi era nel mondo dei più, questa la triste realtà che aveva prostrato Alberto sino alla depressione.Classica di questa malattia era la mancanza di interesse per le cose della vita, nemmeno la fotografia (era capo laboratorio in caserma) riusciva ad attrarlo.Il Colonnello Comandante: “M.si prenda una vacanza, magari in montagna, il freddo potrà funzionare contro la depressione, e soprattutto si cerci una buona compagnia!” Destinazione prescelta Madonna di Campiglio. L’hotel Splendid era situato vicino alle piste e ad un laghetto, il centro benessere era ben attrezzato, buono il ristorante e la camera riscaldata giorno e notte, tutto perfetto. Aveva preso in affitto l’attrezzatura, la mattina con l’ovovia si recava in alto a duemila cinquecento metri, il pomeriggio riposo sino all’ora del the, cena, passeggiata digestiva, rientro e rifugio in camera, non aveva voglia di fare amicizia con nessuno ma…“Signore posso sedermi al suo tavolo, sul mio arriva un raggio di sole che mi dà fastidio.” In altri tempi si sarebbe alzato, finto baciamani all’interessata bionda, occhi verdi, corporatura da modella in somma un pezzo di f… ma ora:“Si accomodi.” Niente più e soprattutto niente conversazione. La cotale, forse abituata ad altro comportamento da parte dei maschietti:“Signore se le do fastidio posso anche andarmene”, il tono era piuttosto risentito.
    “Le chiedo scusa ma non mi sento molto bene ed ho problemi personali, mi scusi di nuovo.”La signora si dimostrò ottimista: “I problemi si risolvono, cameriere ci porti dello spumante. Io sono nazionalista, niente champagne.”“Che ne dice di una passeggiata al fresco della notte, rinvigorisce e rende più ottimisti.”
    “Non è facile, mia moglie è venuta a mancare quindici giorni fa.” Come cavolo gli era venuto in testa di usare il termine venuta a mancare al posto di’è morta’, bah.“Inutile dire che mi dispiace, se non le fastidio se la prendo sotto braccio” e alla parole aveva fatto seguito l’azione, Insomma un assalto vero e proprio, più di così, in altri tempi… già in altri tempi…“Io sto allo Splendid, lei…”Con un file di voce Alberto: “Anch’io”“La  mia stanza è la 114, la sua?“115”“Ma guarda che combinazione, facciamo così, andiamo nella mia, c’è un bel panorama.”
    “Uffa che caldo, tengono i termosifoni troppo alti, mi devo spogliare, ma anche lei non faccia complimenti.”
    Alberto senza accorgersene si trovò in slip, la signora ancora meno, aveva in dosso solo una vestaglia molto trasparente e molto invitante.
    “Che sbadata non le ho chiesto il suo nome, io sono Marianne, parigina,e lei?” “Alberto romano.”“Nome da guerriero anche se adesso è un guerriero un po’ abbattuto, posso aiutarla?” e mise in atto l’aiuto sfilando gli slip ad Alberto.“Ah ah siamo un po’ moscietti, vediamo se…” nel frattempo aveva preso un bocca l’augello di Alberto decisamente poco collaborativo.
    Dopo circa dieci minuti:Madame:“Mi arrendo, non è il caso di seguitare.”Come un automa il bel maresciallo si vestì a metà e prese la via dell’uscita, una figura di c…o, non gli era mai accaduto.I giorni seguenti Alberto cercò di evitare la compagnia di Marianna che si era presto consolata con un bel maschione.
    Al rientro a Messina ed in caserma Alberto cercò un collega e amico del cuore, Franco.“Vieni qua un abbraccio, raccontami quello che ti è successo a Madonna di Campiglio.”
    “Sono andato in bianco.”“Nel senso che…”“Che una bella parigina ma l’ha sbattuta in faccia e ‘L’INQUILINO DEL PIANO DI SOTTO’ non si alzato si un millimetro."
    “L’inquilino…” “Ciccio.”“Ho capito nella vita può capitare…”“A me mai, è stata la prima volta.”“Non ne fare una tragedia, è comprensibile quello che ti è successo, ti invito a pranzo, telefono ad Arianna.” “Sto venendo con Alberto, preparaci cose buone.”
    Dopo cena:“Alberto inutile dire che siano come fratelli e quindi mi permetto di farmi i fatti tuoi: penso che tu possa uscire dalla tua situazione con l’aiuto di uno psichiatra, insomma con uno strizza cervelli come si dice in gergo, poi fai tu.”
    Il maresciallo R. nel caseggiato, dopo la morte della moglie, si era presa la briga di fare l’amministratore, otto famiglie:primo piano a sinistra : Giovanni P. impiegato comunale, moglie Giuditta S. sfornatrice di pargoli a getto continuo;primo piano a destra: Ann F., svizzera, impiegata presso una ditta import – export, bionda, capelli corti, 1,78, in fatto di sesso: gusti particolari; secondo piano a sinistra: Franco G. e Catena B. pensionati, sempre  disponibili;secondo piano a destra: Susanna M. pediatra e Giovanni S. psicoterapeuta;terzo piano a sinistra: Franca Li. e Giovanni G.:casalinga lei, imbarcato su navi mercantili lui;terzo piano a destra: Emma P. e Ermanno O.: impiegata in una ditta privata lei, colonnello dell’Esercito lui;quarto piano a sinistra: Antonella e Speranza C.: vedova la prima, zitella la seconda, ricche , proprietarie di appartamenti compreso quello dove abitavano, non particolarmente avvenenti;quarto piano a destra: Gaetano F. e Domenica M., proprietario terriero lui, handicappata lei (ictus cerebrale). Piano attico: Alberto R..
     Alberto focalizzò la sua attenzione sulla professione del signore del secondo piano: psicoterapeuta, gli venne in mente quanto suggeritogli dall’amico Franco, forse quella era la soluzione, il colloquio con una strizzacervelli.
    Un sabato mattina, fattosi coraggio, Alberto suonò alla porta del dr.S. Venne ad aprire la moglie in accappatoio.
    “Signor amministratore, si accomodi, scusi  il mio abbigliamento, sto uscendo dalla doccia.”
    “Ho sbagliato momento, vengo un’altra volta.”
    “Giammai, è un piacere vederla, sono una fanatica delle Fiamme Gialle che fanno pagare le imposte a tanti evasori, io, essendo lavoratrice dipendente, non posso evadere, va bene non parliamo di tasse, Giovanni c’è l’amministratore.”
    “Dottore ho già chiesto scusa a sua moglie, sono inopportuno.” “No assolutamente, sono a sua disposizione.” “Si tratta di cosa delicata come direbbe un testimone al commissario Montalbano, la mia situazione personale, lei sa che recentemente è morta mia moglie…ho molti problemi psicologici, in particolare uno…” nel frattempo era giunta la signora Susanna.
    “Signor R., la presenza di mia moglie non le deve dare problemi, siano ambedue anticonformisti e una coppia aperta come si dice in gergo, parli pure.”
    “Dottore dopo la morte di Maria ho provato una volta ad avere un contatto sessuale con una signora, niente da fare, sono bloccato ed anche depresso…”
    “I blocchi psicologici sono i più difficili da rimuovere, potremmo fare varie sedute e le potrei prescrivere medicinali tipo Valdoxan come ho provato con altri pazienti ma con scarsi risultati, se lei è anticonformista  e  disponibile potremmo provare una terapia portata avanti da uno psicoterapeuta svedese, tale Gustav Holmberg, terapia decisamente anticonvenzionale che il cotale ha affermato di aver provato insieme alla sua infermiera con risultati soddisfacenti ma, come le dicevo, è molto anticonformista.”
    “Dottore dirle che prima del…insomma in passato ero decisamente molto prestante in campo sessuale, immagini la mia attuale situazione, dormo male, ho spesso dolori addominali, mi richiudo in me stesso, qualsiasi tepapia pur di…” “Bene si tratta di avere rapporti sessuali fra lei e due persone di sesso diverso, in parole povere lei con una donna e con un uomo.”
    “Lei ha un’infermiera?”
    “Si ma ha quasi sessantanni!”
    “E allora?”
    “Susanna penso si presterebbe volentieri, in passato mi ha detto che non le sarebbe dispiaciuto conoscerla meglio ma il problema è il rapporto omo, non è facile da digerire, io sono bisex ma lei?”
    “Dottore ci penserò, quando sarò convinto busserò alla sua porta, grazie di tutto e…a presto.!”
    “Punto della situazione, Giovanni è bisex e quindi per lui un rapporto omo non gli pone problemi, Susanna…Susanna mi si ‘facerebbe’ volentieri ma io che dovrei fare con Giovanni, prenderglielo in mano, in bocca, farmi inchiappettare o infilargliela a lui, sempre che ci riesca… che casino!”
    Al telefono: “Dottore sono Alberto, cominciamo a darci del tu e poi vorrei che scrivesti su un foglio di carta come dovrebbe avvenire l’incontro così mi preparo psicologicamente, metti, per favore, il biglietto nella cassetta della posta, grazie.”
    Con trepidazione apertura del biglietto:‘Io e Susanna nudi sul letto, lei a sinistra, io al centro tu ovviamente a destra cominci a prendermelo in mano, anche i testicoli, baciarli entrambi, mettertelo in bocca e , quando è duro, girati, metterò della vasellina per infilartelo nell’ano, a quel punto anche a te dovrebbe diventare duro e potrai infilarlo a Susanna"
    Alberto rilesse il biglietto varie volte sino ad impararlo a memoria ma…metterlo in atto soprattutto sentirsi un coso duro di dietro, mah, come si dice, chi vivrà vedrà!
    Al telefono:“Domani è sabato, se non avete impegni dopo mangiato verrò a farvi visita…” “D’accordo, alle quindici a casa mia, ciaooooo.”
    Che voleva dire quel ciao allungato, Alberto non ti porre tanti problemi, il dado è tratto!
    La camera da letto aveva le serrande abbassate, la luce proveniva da due abat jour con sopra del velo trasparente rosa, sottofondo musica da piano bar, tutto a puntino. Alberto si fece coraggio, prese in mano il coso di Giovanni che, pian piano, aumentava di volume, cominciò con una sega poi, ricordando quanto scritto nel foglietto, con la fellatio, che strana sensazione, cominciò a leccargli i testicoli poi di nuovo lo prese in bocca,  il pene di Giovanni sempre più duro e grosso mentre Il suo ciccio ancora non dava segni di vita, pensò che la teoria dello svedese fosse inefficace o che Giovanni avesse fatto il furbo per avere un rapporto con lui. 
    Si trovò girato di spalle, con del morbido nel buco del suo sedere, la vasellina, e poi pian piano qualcosa penetrò nel suo deretano, quel qualcosa  prese a muoversi avanti ed indietro, insomma Giovanni se lo stava bellamente inculando sin quando, meraviglia, il suo ciccio prese a  diventare duro, sempre più duro,  passò allora al piano b) e fu accolto da una calda ed accogliente gatta la cui proprietaria mostrava di gradire molto quell’intrusione.
    'Risiedette’ dentro  piuttosto a lungo, la signora stava dando con gioia ospitalità ad un ‘ciccio’ decisamente più duro, mostrando sempre più segni di un godimento prolungato. Alla fine Alberto se ne fregò altamente e inondò la ’chatte’ della dama di un caldo e inarrestabile fiume di sperma.
    Rientro a casa, tutto gli sembrava più allegro, il panorama, i mobili, i quadri, i lampadari, prese a ballare, finito l’incubo, si poteva dare alla pazza gioia, almeno lo sperava dopo quella prestazione.
    In caserma i colleghi si accorsero del suo mutamento, qualche battuta, una pacca sulle spalle, erano tutti amici.
    Franco: “Ho capito tutto, auguri.”Alberto si prese una settimana di ferie, fece qualche telefonata a Susanna ringraziandola di cuore, in fondo anche lei ci aveva guadagnato da quello che ricordava.Si mise al lavoro per il condominio: per primo si recò a casa di Giuditta S. in P., forse non era il giorno migliore, la trovò in lacrime.“Signora verrò un’altra volta, vedo che non è il momento giusto.”
    “A casa mia non è mai il momento giusto, lo sa che ho due coppie di gemelli ebbene. sono di nuovo incinta, maledizione a mio marito, alla sua famiglia, a tutti i parenti, sono cattolici del cazzo, non devo usare il preservativo perchè  è peccato ed io di nuovo…li ammazzerei tutti con la loro religione.Siccome con lo stipendio di mio marito non  si va avanti, loro ci ‘foraggiano’ così dicono in gergo ma pretendono che seguiamo i dettagli della chiesa ed ora potrei sfornare altri due gemelli, una squadra di calcio!”
    “Signora per i soldi non si preoccupi, le lascio la ricevuta, ripasserò.”
    “Stavolta mi voglio togliere una soddisfazione alla faccia loro, la prego venga in camera da letto, una volta ero una bella signora, ora…”“Ma anche adesso …”“Fra dieci minuti vedrà un’altra donna, una donna piacevole, mi aspetti vado in bagno.”
    Alberto pensò a quando, figlio della lupa, doveva fare una buona azione quotidiana, qui si trattava di far felice una povera … che invece apparve in altra veste: non era più la stessa, capelli tirati su, occhi e bocca truccati, vestaglia trasparente che lasciava intravedere seni e pube niente affatto male.
    “Non me ne voglia se approfitto di lei, è una reazione a tanto squallore della mia vita.”
    Alberto non si pentì di quell’avventura, anche a letto la signora dimostrò di saperci fare sessualmente, cacchio doveva essere a stecchetto da tanto tempo, una goderecciata dopo l’altra, alla fine:“Non mi dimenticherò mai di lei, oltre ad essere un gentiluomo è…insomma ci sa fare pure a letto, come si chiama, a un mio figlio metterò il suo nome.
    ”“Alberto.”
    “E Alberto sia.”
    In caserma Franco fu informato sin nei dettagli dell’avventura dall’amico, non finiva mai di ridire: “Stavolta da bere lo paghi tu, ragazzi tutti al bar.”
    Il successivo condomino o meglio la successiva fu Ann Fi.:”Gentile signora sono Alberto R. il nuovo amministrazione del condominio, son qua per ritirare…”
    “Ma quale ritirare, tu mi ti vorresti fare, guardami in faccia!”
    Alberto fu spiazzato  da quell’irruente bionda svizzerotta, chi l’avrebbe detto.“Vuoi giocare duro, ci sto ma…”
    “Niente ma, preciso che amo i fiorellini e non i cosoni e quindi con me vai in bianco ma, siccome mi sembri simpatico, avremo dei buoni rapporti, ti va?”
    “Certo che mi va anche se…cambiando discorso, io ho prestato servizio a Piaggio Valmara sul lago Maggiore, alcune volte andavo a ballare a Locarno dove ho conosciuto una bella svizzerotta come te, anzi guardandoti bene gli assomigli, si chiamava o spero si chiami ancora Nelly D.…”
    Alberto non aveva finito la frase che un’immensa risata risuonò in tutto l’isolato, Ann non la finiva mai di ridere, Alberto era perplesso.Quando la dama riuscì a controllarsi:
    “Era mia madre!”e giù altre risate.
    Quando la calma regnò di nuovo nella stanza:
    “Dovevo fare 1,500 chilometri per conoscere lo scopatore di mia madre, da piccola me ne aveva accennato, il suo primo amore ma guarda…”Alberto senza motivo apparente abbracciò Ann che lasciò fare, in fondo potevano considerarsi parenti…
    “Sediamoci sul divano, raccontami tutto, mia madre era troppo timida e riservata per entrare nei particolari della prima volta.”
    “Tua madre era vergine ma a ventidue anni voleva provare finalmente le gioie del sesso ma ne era impaurita: ‘Sii delicato, non è che mi fai male, mettiamo sotto un asciugamano non vorrei sporcare il letto di mamma (i genitori erano assenti per due giorni), non è che resto incinta…’”
    “Nelly me lo stai facendo ammosciare, ho i preservativi, prima di bacio il fiore e poi… Tutto andò bene ma poi io fui trasferito a Domodossola, dapprima ci tenevamo in contatto epistolare  poi, dopo circa un anno, Nelly mi comunicò di essersi fidanzata, fine della storia mammesca.”
    “Io sono sempre sincera, più ti guardo e più mi piaci sempre relativamente per i motivi che tu sai e poi sono fidanzata con Rebecca, non voglio farle le corna.”
    “Proposta indecente da parte mia, passiamo un fine settimana a Torre Faro, ho una casetta in riva al mare o meglio proprio sulla spiaggia, un luogo romantico, sono un discreto cuoco, sarai tu a dirmi se ti avrò conquistata sia come persona che con l’arte culinaria.”
    “Ci tenti in tutti i modi ma mi incuriosisci, accetto, sarò io a decidere.”Alberto contattò Edoardo suo fornitore di carni particolari non  apprezzate dai Messinesi che si limitavano a pesce stocco, baccalà ed involtini, uno squallore culinario...
    “Edoardo devo fare una bella figura con una gentile donzella, procurami un’anatra, due piccioni e una coscia di tacchino.”“Agli ordini maresciallo, mi precipito.”
    I due giorni precedenti al fatidico venerdì Alberto sparì dalla caserma, "sono ammalato", ammalato si ma di una febbre particolare.Prima il disossamento della coscia di tacchino col conseguente ripieno di prosciutto crudo di Parma, salvia, rosmarino e successiva cucitura con l’ago e filo, due piccioni ripieni di carne di maiale e di aromi, papera (anatra) al sugo da usare sia come secondo che come condimento delle pappardelle, Alberto avrebbe superato anche un cuoco professionista.
    Alle nove del venerdì Ann, con precisione svizzera era dinanzi alla porta di Alberto.“Sei mai stata su una Jaguar, questa ha i seguenti optional…bla bla, bla…”
    “Ho capito, iniziata manovra avvicinamento, vai avanti …”
    “Va bene ma non mi devi smontare, se fai così!”“Mi sa che piuttosto che smontarti vedo qualcosa aumentare di volume, uh uh uh!”
    “Si parli ancora ti violento!”
    “Mal te ne incoglierebbe, sono cintura nera di judo!”
    “E che c…o pure una cintura nera mio doveva capitare, mi sa che alla fine sarai tu ad inchiappettarmi.”
    “Immagine immaginifica, alla fine del week end mi sa che ti chiederò di sposarmi.”
    “A me basterebbe entrare delicatamente in due buchini, scusa l’ardore.”
    “Così vorresti anche…”
    “Si anche ma siccome certamente andrò in bianco mi piace  sognare un po’.”Alberto ce la stava mettendo tutta, se non ci riusciva non era colpa sua.Cena romantica al chiar di luna sulla spiaggia condita con musiche di Diana Krall,di Joss Stone e di Nora Jones.“Scelte indovinate, sei un maledetto ma prima di cedere…”
    “Si dorme in camere separate o mi sbaglio.” “Non ti sbagli, buon notte.”
    Alle dieci un raggio di sole sul viso di Alberto ne decise l’allontanamento dal mondo di Morfeo, Ann se la sguazzava beatamente in acqua e lo salutò festosamente.
    “Mi stai bagnando tutto, hai fatto colazione?”
    "Si hai indovinato i miei gusti, bravo un punto in più a tuo favore. Andiamo a fare una passeggiata lungo la battigia, ti va?”
    “Albertone fa rima con pigrone ma se vuoi…”“Voglio.”
    “Mi manca solo un collare!”“Bau bau.”
    Al rientro pentola sul fuoco e via alle libagioni.
    “Il pomeriggio sono abituato ad un riposino con sfregata di mani.”
    “Non conosco il significato di sfregata di mani ma pure io vado a riposarmi  in camera mia, e sottolineo in camera mia, compreso il messaggio?"
    ”La storia andò avanti sino al pomeriggio della domenica.
    “Alberto ritorniamo a casa, busserò io alla tua porta quando…
    Questo il risultato provvisorio del colloquio con i primi tre condomini, i quarti:
    “Signori G. sono…”
    “Si accomodi, l’abbiamo visti in divisa, io son un ex carabiniere, siamo cugini.”
    “Che mi dice di questo condominio?”
    “Vede da vecchi si diventa come invisibili, nessuno che ti guarda, che ti da confidenza, una tristezza, nostro figlio è lontano e non viene mai a trovarci. Con la mia pensione non abbiano una grande disponibilità finanziaria; dopo aver pagato bollette e speso soldi per il cibo ci resta poca disponibilità finanziaria, solo talvolta al cinema e una vecchia Cinquecento, la nostra vita è tutta qui, beato lei che è giovane!”
    Terzo piano a sinistra:“Signora G. sono…”
    “Entri, so chi è lei, la vedo sempre uscire in divisa sulla sua Jaguar, un’auto che ho sempre ammirato per il suo stile che anche a lei non manca.”
    Che sia stato un approccio? Madame Franca, L. da nubile, era come si dice in gergo decisamente giunonica  e, per la legge del contrappasso, suo marito era piuttosto mingherlino, imbarcato otto mesi all’anno su navi mercantili con uno stipendio apprezzabile, unico lato negativo la lontananza che pesava molto sulla povera Franca che invece aveva bisogno di…
    Una notte un temporale tipo fine del mondo, lampi, tuoni da far tremare il caseggiato, Alberto si rigirò nel letto, un cuscino sopra la testa ma il temporale non dava segni di voler finire poi un bussare forte alla sua porta.

  • 24 novembre 2014 alle ore 15:47
    BANCA COOPERATIVA DI GNOCCA

    Come comincia: Vi pare un titolo un tantino strano? Più tardi ve lo spiegherò, per ora accontentatevi di sapere che vi trovate dinanzi ad uno scrittore (si fa per dire) fuori del normale sempre che sappiate che vuol significare normale, io non lo so.
    Alberto M., sono io, scapolo, nulla facente, rampollo tretenne di una famiglia di marchesi che, al contrario di altri nobili costretti a vivere in un'ala non 'sdirupata' dell'avito castello, non sono affatto squattrinato perchè i miei avi non hanno sperperato il patrimonio di famiglia in case da gioco o in case di piacere (quanto mi piace questa immagine!). Lo confesso sono edonista ma non epicureo perchè non riesco a credere più di tanto alle varie religioni del mondo, ma questo è un altro discorso.
    Ritorniamo alla banca succitata o meglio alla fauna femminile che la rendeva piacevole ai miei occhi di eterno cacciatore.
    Lì vi era il famoso profumo di donna in termine gasmaniano in quanto, dei sette impiegati, solo il direttore era di sesso maschile, gli altri o meglio le altre sei tutte femminucce degne della mia attenzione, questo era il motivo di aver aperto un conto in quella struttura bancaria,
    Fra tutte spiccava Artemide (per quel nome i genitori erano da mettere al muro, si fucilati) ma in fondo non mi dispiaceva perchè, storpiandolo, riuscivo ad accendere la deliziosa ira dell'interessata, niente affatto docile, soprattutto quando lo mutavo in Ade (aveva ragione) ma non gli dicevo che Ade era un maschietto padrone degli inferi.
    Talvolta mi presentavo in banca quasi all'ora di chiusura quando le impiegate erano un tantino stanche dopo mezza giornata di lavoro e, spesso, dovevan dar conto a persone dalle richieste finanziariamente più strane con la massima calma che, a quell'ora,si era proprio esaurita.
    Artemide era allo sportello ma, alla mia vista in fondo dela fila, si era fatta sostituire da una collega, vano tentativo. 
    "Ho una partica in sospeso con la signora Artemide, gentilmente la vuol chiamare?"
    Immaginate l'espressione dell'interessata.
    "Mi dica cosa vuole, siamo in chiusura."
    "Ho bisogno di un prestito, devo acquistare una casa a Torre Faro (avevo dimenticato di dirvi che abito a Messina, Strada Panoramica dello Stretto 401).
    "Ma se ha un bel pò di quattrini nel conto corrente!"
    "Mio nonno, unico mio parente, me lo controlla e non vuole che acquisti quella casa, lei capisce..."
    "Io capisco ben altro, alle quindici riapriamo, buon appetito."
    "Senza di lei il pranzo mi andrebbe di traverso..."
    "La cosa non mi dispiacerebbe così finirebbe..."
    "Nolite stare ante impedimenta!"
    "Anche col latino non funziona, in ogni caso anch'io ho fatto il classico e'non ti fermare dinanzi ad ostacoli' mi lascia indifferente, lei si fratturerà il capo sul mio muro."
    "Mi farò perdonare, la invito a pranzo al ristorante 'La Stalla',
    "Niente da fare, vado a casa, in ogni caso dal nome il ristorante non deve essere gran che."
    D'un tratto Artemida mi prese sottobraccio: "Andiamo al ristorante."
    Questa decisione non era dovuta al mio fascino ma dalla presenza di un tale dalla faccia poco rassicurante che si era avvicinato a noi.
    Feci cenno alla baby che la Lamborghini grigio argento metallizzato era la macchina dove infilare le sue graziose membra. In un altro momento avrei fatto colpo ma Artemide aveva ben altro per la testa, era sconvolta.
    Partito a razzo, Ade riprese colorito in volto, non le chiesi spiegazioni, non era il momento.
    A tavola Salvatore, cameriere amico, fece il simpaticone nel presentarci i piatti del giorno, senza successo, Artemide era ancora molto turbata.
    "Vorrei dire qualcosa ma forse sbaglierei, meglio il silenzio, vero?"
    "Quel tale mi perseguita da vari giorni, me lo trovo sempre davanti casa e in qualsiasi posto vada, ce l'ha con me perchè gli ho rifiutto un prestito bancario, non aveva le garanzie ma da allora..."
    "Ho un amico poliziotto, andiamo a trovarlo anzi lo chiamo al telefonino."
    "Peppe ho bisogno di un favore, è per una mia amica...vengo in Questura."
    Giuseppe L. era un simpaticone cinquantenne calabrese, si mise a disposizione e verbalizzò il racconto di Artemide.
    "Domattina vado con un collega a trovarlo a casa, so come trattarlo, ha vari precedenti penali, signora stia tranquilla se la disturberà ancora andrò dal giudice per emettere un mandato di cattura in prigione."
    Sentiti ringraziamenti da parte della baby, quasi avrebbe abbracciato il questurino, preferì prendermi sotto braccio, finalmente un sorriso e finalmente alla visione della Lamborghini:
    "Prima non ci avevo fatto mente locale, una macchina da favola, questa volta mi hai impressionato, ti darò del tu ma non farti illusioni, non voglio ritornare in ufficio, telefono al direttore che non mi sento bene, andiamo a casa mia."
    Eravamo arrivati in viale dei Tigli:
    "'Parva sed apta mihi' avrebbe detto Ludovico Ariosto, veramente delizioso questo appartamento, una alcova, il letto d'ottone è di buon gusto, peccato che sia troppo piccolo per due."
    Artemide non rispose, si era fatta di nuovo seria e sedette sul divano, qualche lacrimuccia spuntò sul suo volto. Io con le femminucce in queste situazioni divento vulnerabile, non so come comportarmi, ogni mossa poteva non essere quella giusta, mi sedetti anch'io sul divano in speranzosa attesa.
    L'attesa fu lunga, l'oscurità era scesa, accesi io la luce, il viso di Artemide era terreo.
    "Forse è meglio che me ne vada, ciao deliziosa, se posso far qualcosa..."
    "Resta, stammi vicino, ho rivisto parte della mia vita con tristezza e dolore, non voglio coinvolgerti nei miei problemi, in fondo sei pure simpatico ma non mi sento..."
    Dopo circa un quarto d'ora la signora cambiò completamente, riuscì a stamparsi sul viso un sorriso, un pò forzato ma, meglio di niente...
    "Non per vantarmi ma in cucina ci so fare, tutto merito di mia nonna ma ora non ho voglia di mettermi ai fornelli, ti va del prosciutto crudo, del formaggio, ho del buon vino."
    Ad Alberto sarebbe andato bene anche uno scarafone. " (non so cosa sia ma deve essere una schifezza). Il giovin signore si guardò bene dall'approfittare della situazione, dopo cena dinanzi al televisore, sembravano una coppia di lunga data.
    "Domani devi lavorare, me ne vado e cercherò di non disturbarti più, ho capito la lezione."
    "Tu non c'entri nulla, il problema sono io, il mio passato...vieni nel salotto. Sono stata sposata, lui era il figlio del direttore della banca di Gnocca a Trapani, era stato lui a farmi assumere, suo figlio non mi piaceva gran che ma, dietro insistenze di mia madre e dei suoi ho ceduto.
    Già in viaggio di nozze erano sorte delle incomprensioni ma...c'era qualcosa che non andava in mio marito, lo capivo istintivamente senza spiegarmi il perchè, ero giunta vergine al matrimonio e lui era stato piuttosto brutale poi un giorno...sono rientrata a casa per prendere una pillola contro il mal di testa, l'ho trovato nudo a letto con un suo amico, ho vomitato, sono stata male vari giorni, ho raccontato tutto a suo padre che mi ha fatto trasferire a Messina, fine della storia."
    "E da allora niente, i maschietti ti fanno un poco schifo, ne pas."
    "Proprio così, ci vorrà del tempo..."
    "Ed io paziente aspetterò, giuro che non andrò più con nessuna, ci credi?"
    "Non so che dirti, se riuscirò a cambiare."
    "Lo capirò io stesso,magari potrei dormire sul divano..."
    "Rien a faire mon ami."
    "Col francese mi hai scaricato., un bacino in fronte e...buona notte."
    Quella scellerata promessa cominciava a pesare su Alessio, qualche amica lo aveva chiamato per...e lui ligio, in bianco sinchè un giorno si presentò in fila allo sportello aspettando il suo turno.
    "Non ti vedo bene, hai qualche problema?" C'era dell'ironia nella voce di Artemide, ironia niente affatto condivisa dall'interessato.
    "Ho liticato con 'ciccio' per colpa tua..."
    "Se'ciccio' è quello che penso io..ah ah ah Facciamo una cosa, andiamo al cinema, vienimi a prendere alla chiusura, prendi la 500, lascia stare la Lambo, mi sembra di essere la mantenuta di un ricco rampollo."
    "Andiamno in fondo in galleria mi sembrerà di ritornare studente quando mi recavo al cinema con le compagne di scuola."
    "Massima concessione braccio sulle spalle."
    "Se io mi stanco il braccio può scendere..."
    Nessuna risposta, mano sulle tette, sulla cosina, nessuna reazione, buon segno, 'ciccio'' aveva alzato il livello dei pantaloni.
    "Ho capito andiano a casa mia."
    "Il letto è piccolo, meglio il mio lettone."
    "No chissà quante mignotte ci avrai portato, casa mia."
    Una doccia da ricordare, soprattutto 'ciccio' puntava dritto".
    " Aspetta che siamo a letto, che cavolo..."
    "Sai quanti giorni..."
    "Vacci piano, sii dolce, è molto tempo che non ho rapporti."
    "Che ne dici di un cunnilingus?"
    "Pure a letto il latino, facciamo una fellatio?"
    Insomma finì a sessantanove prima dell'ingresso nella morbida e accogliente cosina.
    "Cacchio non ho messo il preservativo!"
    "Ti è andata bene, domani aspetto le mestruazioni altrimenti col cavolo...anzi pensandci bene ti potrei incastrare con un bel pupo e poi avresti finito di fare il galletto in giro!"
    Alberto cominciò a sudare freddo, una tale ipotesi non solo lo trovava impreparato ma assolutamente contrario, dare addio agli altri fiorellini, non scherziamo!
    "Ti leggo nel pensiero, nel momento che mi accorgessi che sei stato con altre avresti chiuso con me, è come se fossimo sposati, questa è la tua mangiatoia, capì?"
    Alberto rientrò a casa scioccato, si era messo da solo in un cunicolo buio e nient'affatto piacevole, la mattina dopo avrebbe avuto la mente più serena...
    Quando mai, al mattino la situazione gli parve ancora peggiore, rinunziare alle altre passere o ad Artemide,that is the question..,
    Com'è finita? Mi sono innamorato come un pivello, forse proprio questo è l'amore cantato da tanti poeti, mah.
    Ciliegina finale: ho preso a lavorare, si a lavorare, ho rispolverato la laurea in giurisprudenza (si sono laureato che c'è di strano), frequento lo studio di un avvocato amico di mio nonno, non che mi impegni molto, seguo solo le cause che mi fanno andare fuori sede sempre suscitando curiosità con la mia Lambo e poi, lontano dagli occhi...
    Si mio prendo qualche passaggio con le avvocatesse, soprattutto con quelle non più giovanissime, forse sono diventato anusofilo, che vuol dire? Datevi da fare, cercatelo nel vocabolario.
    In quanto al nome della banca, dopo accurate ricerche è risultato che il fondatore della banca proveniva da quella località in provincia di Rovigo, contenti?

                                                f  i  n  e
     

  • 13 novembre 2014 alle ore 18:57
    STELLA DI PAPÀ

    Come comincia: Mi capita, talvolta, di trovarmi impelagato in pensieri strampalati.
    Io e mia moglie non siamo diventati genitori per nostra scelta, soprattutto io non volevo fare il nonno, anzichè il papà, di un discendente ad oltre cinquant'anni di età.
    Con la 'deliziosa' Anna (ventisei anni di differenza) abbiamo preso insieme tale decisione ma, alla soglia degli ottanta anni (i miei) ci siamo ritrovati a fantasticare su un nostro pargolo di cui abbiamo scelto il sesso (femmina)per contrastare un nugolo di figli maschi dei parenti più prossimi.
    Anche al nome abbiamo provveduto: Stella, come quelle che ammiriamo in cielo, una stellina che avrebbe illuminato la nostra bellissima magione.
    Stella avrebbe preso da papà solo i piedini, che lui ha perfetti, al contrario della mancata mamma che li ha proprio bruttini. Con prepotenza la dama aveva deciso che avrebbe ereditato tutto il resto da lei: in primis l'ordine perchè il caos era ed è una peculiarità del maschietto della famiglia di Alberto M. (scusatemi se non mi sono presentato prima), mia moglie Annamaria M. che, oltre ai piedi, pure il cognome ha bruttino (ma non ve lo svelo).
    "Ci mancherebbe altro che fosse disordinata come te, me la sarei messa sotto i piedi." Drastica affermazione della mancata mamma.
    "Povera bambina, sarebbe nata sotto cattiva stella, malgrado il nome,si sarebbe rifugiata fra le gambe di papino. La genitrice, sconfitta, sarebbe stata presa a sonore pernacchie da parte del genitore maschio e della deliziosa bimba, pernacchie che avrebbero causato uno sguardo infuocato della genitrice in erba che non faceva prevedere nulla di buono."
    "Stiamo liticando per una bambina frutto solo della fantasia, ricordati che il disordine è proprio dei geni!"
    "Senti Leonardo da Vinci, mia figlia sarebbe stata solo mia, io me la sarei fabbricata in nove mesi, la tua partecipazione si sarebbe limitata ad una 'sbrodatina' da parte del tuo poco nobile uccello che ha frequentato tanti altri fiorellini le cui padrone erano tutte prese dal tuo naturale fascino, aumentato da una figura slanciata, da un comportamento aitante e distinto e dalla divisa di maresciallo delle Fiamme Gialle con in più un cappello alla 'tedesca' da uomo duro.'Nun ce fa ride' te lo dico col tuo dialetto romanesco. Il tuo nome viene proprio dai Teutoni, vuol dire uomo che uccide, forse le mosche!!! Di Stella ne avresti voluto fare una guerriera in lotta con l'altro sesso invece di una tenera e dolce femminuccia deliziosamente sempre sorridente."
    "Mia figlia la descrivo come voglio io l'avrei messa in guardia contro gli stronzi maschilisti."
    "Tu ne sai qualcosa per esperienza personale gran furbacchione, io facevo il pesce in barile quando andavamo a ballare e le mogli dei tuoi colleghi, a te avvinghiate, ti sorridevano spudoratamente sbattendotela in faccia. Per tua fortuna non sono gelosa, il rientro in famiglia, dopo una scappatella, è nel DNA tipico del segno della Vergine cui appartieni, Dopo aver intinto il 'biscotto' nell'accogliente 'gatta' della fortunata di turno c'era il rientro all'ovile con la ridicola espressione soddisfatta di 'tombeur des femmes', povero illuso, non ti accorgi che vieni usato al posto dei mariti sessualmente poco performanti. A proposito dell'argomento gelosia, avrei voluto vedere cosa avresti combinato quando la piccola Stella, non più piccola, sarebbe diventata una procace adolescente con un codazzo di ragazzotti sospinti da ormoni in subbuglio!"
    Alberto non  aveva alcuna voglia di controbattere alle argomentazioni della battagliera consorte ma gli era entrata una pulce nell'orecchio, quello che affermava Anna poteva far sorgere degli interrogativi da parte sua, C'era un fondo di verità, come si sarebbe comportato col quel tal giovanotto pieno di acne che sarebbe stato il fortunato della prima volta, che consigli dare alla stellina per un argomento così delicato?"
    "Stai pensando a voce alta, ti si sente lontano un miglio, non avresti voluto mai che fosse giunto quel momento così importante per nostra figlia, come avrai notato ho detto nostra e non mia, anche se il punto di vista di una mamma, in quanto donna, sarebbe stato ben diverso nell'approccio tuo sull'argomento. Guardandoti bene in viso ni accorgo che ti stai domandando: chi è stato il fortunato della prima volta di mia moglie? Ti ho preso in castagna, ti faccio solo una rivelazione: è stato un maschietto che tu conosci ma ti lascerò nel dubbio amletico che ti accompagnerà per tutta la vita, forse in punto di morte...tua naturalmente. D'ora in poi guarderai in faccia tutti i nostri amici maschi sperando...sperando cosa, in una sua confessione 'mi sono fatto per primo quella che ora è tua moglie', magari con un sorrisetto di scherno. Ti è piaciuto il sasso che ho buttato nel tuo stagno?"
    Quella 'sun of the bitch' questa volta era stata malignamente perfida, proprio cattiva, conoscendo a fondo Alberto gli aveva propinato uno scherzo da prete. 
    Un gelo era sceso fra i due coniugi, nemmeno il bacino della buona notte, per non parlare del trombare, meglio non usare con Anna quel termine scurrile, insomma avere rapporti sessuali. Passata una settimana il desiderio del maschietto di casa andava aumentando in senso geometrico, che c...o c'entrava la geometria, bah!
    A rompere per  prima la barriera dei musi lunghi era stata Anna.
    "Vieni qua cucciolone mio, sulla fronte ti leggo che attualmente il tuo problema non è la nostra immaginaria stellina ma...dimmelo tu."
    "Sei una strega, averlo saputo prima..."
    "Mo avresti sposato lo stesso, sei un uomo per me e non solo per me, un uomo stupendo, è troppo? Diciamo piacevole e che in questo momento vorrebbe precipitarsi...vacci piano, entra dolcemente!"
    La lavatrice a portata di mano era stata la testimone di quella scopata o trombata che dir si voglia, saranno termini volgari ma danno un senso pittoresco alla cosa.
    Com'è finita la storiellina di Stella? Nel dimenticatoio, la bimba mai nata era ritornata da donde era venuta, nel meraviglioso mondo della fantasia.