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Racconti di Alberto Mazzoni

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  • 18 maggio 2016 alle ore 10:14
    Una figona così

    Come comincia: Uffa che noia, che noia, che noia…così recitava una attrice i tv ed era quello che provava Alberto al mare. In pieno agosto, spiaggia affollatissima, gran casino  intorno a lui. Solita lettura del quotidiano , solite notizie spiacevoli: maschietti che per motivi più eterogenei fanno fuori mogli e conviventi, litigiosità di partiti che non interessa più nessun lettore ed altre notizie che facevano in modo che l’Albertone nella spiaggia di Lido di Camaiore antistante l’albergo dove alloggiava con moglie e cognata nubile. Messo da parte il giornale stava per farsi accarezzare dalle onde quando una visione celestiale…si non c’era altro aggettivo dinanzi alla visione di una  fi..na che più fi..na non si può: giudicate voi: castana con  mèches bionde, altezza circa 1,75, fronte intelligente, occhi verdissimi, naso all’insù,  labbra carnose non a canotto , seni  forza tre-quattro, vita strettissima tipo quelle americane che si fanno togliere due costole, (si così aveva letto sul New York Time) gambe chilometriche e piedi lunghi e stretti, bellissimi (Alberto un po’ feticista lo era). La visione aveva fatto cadere dalle mani del succitato il chinotto Neri, quel famoso chinotto che non è chinotto se non c’è l’8. Una risata argentina dell’interessata seguita da quella delle due sorelle poco distanti, su di lui con  i segni della colata della bevanda. Dopo quella figura da Emilio Fede (si proprio quella) al povero quarantenne 1,80 gran bella figura maschile (in quel momento figura di c…zo) non restò altro che buttarsi fra le onde …Prima o poi dovette riprendere terra e avviarsi dentro la fida Jaguar in attesa di moglie e cognata.
    Sdraiato sul sedile posteriore, aria condizionata in funzione attese pazientemente i rinforzi per ritornare in albergo. Nessun commento, i due coniugi si capivano bene anche senza parlare, Anna era abituato alle scappatelle del consorte, ormai le conosceva bene, le tollerava, la fine delle stesse era un regalo di pregio in gioielleria (il consorte era molto agiato di famiglia).  Anna non aveva voluto lasciare il lavoro in uno studio di avvocato, voleva soldi suoi.
    Ritorno sulla spiaggia per ora non se parlava proprio e allora come passare il tempo? Alberto vide un cartellone che reclamizzava un circolo del golf; detto fatto, iscrizione allo stesso ed acquisto del materiale interessato. Grandi ossequi da parte del direttore, consegna di una auto elettrica e via nel green. Un caddy a lui assegnato lo consigliava con aria di sufficienza ed Albertone lo cambiò con altro, di colore, meno spocchioso. Aveva trovato il modo di passare la mattinata, pomeriggio pisolino d’uopo e poi andata al circolo del Golf  da spettatore ai giocatori del bridge (gioco da lui mai amato) con cui aveva stretto amicizia,tra ricconi ci si intende subito! Dopo cena passeggiata con gelato e poi tra le lenzuola e, piuttosto spesso, code sessuali nelle quali era piuttosto bravo con moderata gioia della consorte. Quest’ultima lo mise al corrente delle cose personali della fi…na. Padre siciliano, madre svedese, classico nome, Ingrid, due figlie gemelle sedicenni,  nessun amante ufficiale.
    Finalmente ritorno sulla spiaggia un po’ imbarazzato lui, allegra e sorridente la siculo-svedese che nel frattempo aveva fatto amicizia con consorte e cognata la quale non dimostrava molta gioia di quella villeggiatura il perché lo aveva confessato a sua sorella: era diventata l’amante della sua compagna di stanza al college e se ne era innamorata (una lesbica in famiglia!) Parlando, parlando Ingrid aveva confidato ad Anna di avere come amante il toy-boy ventitreenne suo istruttore di palestra, ragazzo fine ed educato a detta dell’amica. Anna aveva i suoi dubbi quando Ingrid propose di passare una serata in cinque, toy boy compreso, non ebbe il coraggio di rifiutare e comunicò la cosa ad Alberto il quale non rispose ne si ne no, non gliene importava gran che dell’amante di Ingrid.
    L’incontro avvenne una sera al momento della cena: Alberto, sempre grandioso in tutto, aveva convinto lo chef di preparargli oltre ai soliti antipasti e contorni una ‘cofana’ di brodetto di pesce su un letto di pane abbrustolito consistente in: seppie, crostacei, pesciolini dislicati cucinati con erbe aromatiche e con peperoncini calabresi aperti ma non tagliati per non dare troppo di piccante al piatto. Un ovazione: “Ma tu hai un mestiere in mano, sei fantasioso” Ingrid era entusiasta. Alberto, dietro lauta mancia, aveva chiesto al direttore di sala di preparare un tavolo in fondo alla piscina lontano da tutti, duecento euro erano bastati e così il quintetto poteva far la caciara che voleva senza disturbare i vicini. Di particolare l’incontro tra Anna e Adamo l’amante di Ingrid. Il cotale non era il grezzo che Anna credeva anzi: biondo, occhi azzurri (gli svedesi avevano lasciato i segni in Sicilia) sorriso accattivante, stretta di mano robusta, altezza superava di un palmo Anna. Dietro richiesta della moglie di Alberto aveva messo al corrente i presenti di essere di S.Giuseppe Jato paesino in provincia di Palermo, di essere di famiglia modesta ma che con sacrifici era riuscita a farlo inscrivere alla facoltà di ingegneria a Palermo. Inoltre aveva raccontato delle cose proprie del suo paese: due famiglie mafiose che, intelligentemente, alla guerra avevano preferito un armistizio coronato dalla scambio delle relative femminucce di cui una sedicenne che non aveva apprezzato il marito di vent’anni più anziano e subito, il mese dopo era rimasta incinta con grandi festeggiamenti oscurati dal fatto che invece l’altra ancora aspettava di far contenti i parenti ansiosi di diventare padre, zii e nonni.. Per un mafioso le donne sono solo un mezzo per proseguire la specie, tranne rari casi in cui, maschietti in galera, le consorti avevano preso il loro posto. L’eloquio brillante e trascinatore aveva molto colpito Anna; mai aveva provato delle sensazioni per altri uomini oltre che per Alberto, era un po’ frastornata, non se ne rendeva conto che il bell’Adamo la stava conquistando. A metà serata sua sorella Elvira si era ritirata in camera sua, Alberto diceva che era stata punta dalla mosca tse tse portatrice di sonno. Il direttore di sala, vista la ‘compattezza’ della compagnia, da vecchio sun of de bitch, portò un gira-dischi per allietare i quattro. Ingrid senza chiedere nessuna ‘posso?’ si appropriò di Alberto mentre più educatamente Adamo chiese il lasciapassare ad Anna che di buon grado, anche se sorpresa di se stessa, disse di si con entusiasmo. Ingrid ed Alberto si erano allontanati, Adamo prese a fissare in viso Anna per vedere le sue reazioni, quando la vide ad occhi chiusi capì che la cotale era pronta alla ‘pugna’. Iniziò col baciarle il collo facendole provare un immenso piacere in quella regione del collo chiamata 'nucleo acumbens' che lei non sapeva di avere ed anche questa volta Anna si abbracciò a lui e si ritrovò baciata anche  in bocca a lungo. La storia durò sino al ritorno di Ingrid e di Alberto che decisero che era troppo tardi e quindi di restar in quell’albergo.
    “La nostra stanza ha un letto matrimoniale ed un lettino, qualcuno starà un po’ stretto” sentenziò Alberto riuscendo a capire troppo tardi di aver sfornato una fesseria, nel loro caso…
    L’iniziativa, more solito, fu presa da Ingrid: “Anna ti dispiace se…” non finì la frase che si era accaparrata per mano Alberto trascinandolo nel lettino e buttandosi sopra di lui.
    “La tua amica è stata generosa a lasciarci il matrimoniale, che ne dici di un riposino…” Il riposino cominciò per Anna con un bacio sul collo, poi sulle labbra e dopo un rapido passaggio sulle tettine sul fiorellino che era subito entrato in carburazione come mai le era successo, era turbata e nello stesso tempo…ma quello che più la meravigliò fu il coso di Adamo che non assomigliava affatto a quello del legittimo consorte: era di calibro inferiore ma molto più lungo, mostruosamente più lungo. Non finiva mai di entrare sin quando sentì la punta contattare il collo del suo utero, una sensazione sconvolgente soprattutto quando il ‘lungo’ decise si schizzarle dentro tutto il suo potenziale sperma con getto violento…tutto il suo corpo cominciò a vibrare a lungo fino alla spossatezza. Rimase francabollata sul suo amante fin quando due risate argentine. “Questa sta volta ci resta!” Ingrid faceva la spiritosa ma qualcosa di vero c’era. “No, mi sono addormentata’ cercò di rimediare Anna ma nessuno le credette infatti i giorni seguenti…Anna prese a frequentare la palestra in cui Adamo era istruttore, Alberto cominciò a preoccuparsi, lui di scappatelle se ne intendeva ma qui le cose avevano preso una piega di serietà: Adamo non scopava più con Ingrid ma in compenso… Consiglio di guerra fra Alberto e Ingrid: “Dobbiamo fare in modo che Anna ritorni su questa terra, Ingrid capiva cosa provava  l’amica ma non intendeva comunicarlo ad Alberto e così decisero una misura drastica: dovevano far vedere Adamo spassarsela a lungo con Ingrid, anche Adamo era d’accordo e così un pomeriggio in camera: “Esibizione mia con Adamo, voi spettatori darete un voto: cominciamo col sessantanove, certo solo la punta altrimenti mi fa una gastroscopia.” ”Ora un lecca lecca dai piedi alla fronte…adesso il più affascinante spettacolo: due maschietti ed una sola donna io, Alberto sotto in fica ed Adamo sopra nel culino, maschietti all’opera!” Anna non resistette a quello spettacolo, scappò dalla stanza, era quello che i tre avevano voluto e previsto.
     Due giorni dopo fine della villeggiatura per Alberto, per Elvira e per Anna…difficile mettere in parole quello che quest’ultima aveva provato ed i sentimenti del momento, era in crisi ma con l’aiuto dell’affettuoso marito…col tempo…
    Amici lettori, vi sarete domandati cosa sia il 'nucleo acumbens'? Andatevelo a cercare, certo a cultura non siete messi bene!

  • 02 maggio 2016 alle ore 10:49
    UNA ESPLOSIONE DI AMORI.

    Come comincia: Inverno anno 1955, Dogana di Ponte Chiasso. Fra i funzionari addetti alla Dogana due personaggi molto diversi fra di loro: Alberto M. romano, compagnone, vita un po’ sregolata in quanto a pasti e femminucce, Piero M. siciliano, sempre elegante,con sempre un triangolo rosa nel taschino della giacca, distaccato munito di auto Giulietta, in affitto una casa al centro città, costoso, un alto tenore di vita dovuto ai contributi paterni, Alberto stanza in affitto come molti suo colleghi, due personaggi molto diversi che abitualmente non si frequentavano fin quando un giorno: “Mi conosci, sono Piero M.  che ne diresti di assaggiare un Chivas Regal 30 anni di invecchiamento?” “Cacchio pensò Alberto, di quel whisky ne conosceva l’invecchiamento sin o a 20 anni, sapeva quanto costava.” Una proposta inaspettata,  strana tenuto conto della riservatezza di Piero che lo incuriosì. “Se vuoi sabato puoi venire a casa mia in via Roma 23, potremo anche cenare insieme.” Una mangiata non si rifiuta mai”, Alberto accettò. La casa di Piero era ben arredata con la particolarità di avere un camino in ogni stanza mentre nelle altre abitazioni ve n’era uno in quella principale, le altre… al freddo. Piero lo accolse in pigiama con sopra una costosa vestaglia. “Vieni caro, ti faccio vedere casa in attesa dell’ora di cena, ho ordinato al ristorante all’angolo, spero sarà di tuo gradimento.” “Basta che se magna” pensò Alberto un po’ volgarmente, talvolta la romanità prendeva il sopravvento in lui. Menù: pappardelle all’anatra selvaggia, composé di fritti vari, uccellagione molto ricercata dagli appassionati di quel genere, contorni vari e poi un piatto particolare: “Sai il ristoratore è un burlone, mi ha fatto questo scherzo.” Un mezzo ad una torta spiccava un wurstel grande  a forma di membro eretto molto somigliante alla realtà. “Ma questo è un cazzo!” “Chiamiamolo membro meno volgarmente.” “Ma sempre cazzo è” pensò Alberto, io non lo mangio.” “Va bene è cosa mia” Piero prima lo leccò a poi lo mise in bocca. Massimo sconcertato fece finta di nulla, poi comparve il famoso Chivas Regal 30 years old ancora con la fascetta intatta. Effettivamente il sapore superava tutti gli altri whisky che Alberto aveva assaggiato, fece il bis, il ter, il,quater, cominciò a vedere il mondo in modo diverso, più piacevole, lui era stato sempre un edonista. Un televisore 30 pollici nel soggiorno trasmetteva un programma musicale con qualche ballerina meno vestita del dovuto. Anche in questa stanza un caminetto acceso mandava un calore molto forte, eccessivo , Massimo cominciò a sudare non capì la strategia di Piero. “Sono tutto sudato, mi tolgo la camicia, anche la maglietta, non ti dispiace?” Ma che dispiacere, Piero aspettava questo momento per proporre: “Senti non puoi uscire così, siamo in pieno inverno,  potresti prenderti un malanno, sai che ti dico, facciamoci una doccia.” “Cacchio la casa era dotata di mobili molto eleganti e funzionali, una doccia molto grande nel bagno. “Che ne dici se ti faccio compagnia,ci stiamo tutti e due.” Il Chivas Regal aveva spazzato via molte inibizioni di Alberto che con una risata accettò. Stettero a lungo a godersi il calore dell’acqua che veniva giù dall’altro da vari augelli, ognuno il proprio augello nel senso che…”Alberto ti rendi conto cos’hai far le gambe, mai visto un uccellone di tale portata, beato te, come vedi io ho due grossi testicoli ma un pene piccolo, da adolescente e questa è fonte di dispiacere a da parte mia.” Alberto cercò di minimizzare: “Unicuique suum” talvolta mi è capitato al casino che una signorina non ha voluto avere rapporti con me per paura di farsi male.” “Sono molto incuriosito, ti sarei grato se me lo facessi toccare un po’.” “Si ma poi ciccio si ‘incazza’ e diventa un albero.”“Correrò questo rischio…” La mani di Piero iniziarono dai testicoli, massaggiandoli a lungo il che portò a quanto predetto da Alberto, Ciccio si incazzò di brutto facendo uscire dalla gola di Piero un:ohhhhh. Abbandonati i testicoli l’attenzione del padrone di casa si rivolse all’uccellone ma Alberto uscì da sotto la doccia , si avvolse in un caldo accappatoio molto chic e andò a sedersi su una poltrona del soggiorno dinanzi alla tv. Piero lo raggiunse piazzandosi nella poltrona vicino a lui.“Vedo un grosso bozzo nel tuo accappatoio, che sia…” “È evidente che ciccio chiamato in causa risponda sempre.” Era diventato così duro che Alberto non sapeva che fare, metterlo sotto l’acqua fredda non era una buona soluzione e quindi…” Ci pensò Piero: “Vedi restare arrapati per lungo tempo fa male alla prostata, da vecchio ti potrebbe dare molti problemi, meglio farlo ritornare  nella sua casina con un bel massaggio e senza chiedere il permesso si diede alla bisogna. Ormai il ghiaccio era rotto e Alberto capì che stava entrando nel mondo gay mai da lui esplorato, Le mani sapienti di Piero, vecchio esperto del settore, fecero provare sensazioni piacevoli al padrone del membro arrapato oltre ogni dire soprattutto quando Piero lo prese in bocca e con la lingua sapiente cominciò a tintillare la punta del pisellone, un piacere mai provato con le femminucce. Anche i testicoli ebbero la loro parte e cominciarono a girarsi nello scroto, sensazione piacevole.”Qui siamo scomodi, di là ci aspetta un bel lettone, stanza riscaldata ed anche il letto con borse di acqua calda. Ormai Massimo si era lasciato andare, in fondo cosa poteva succedere un incontro omo unico a poi solo il ricordo. Non finì di  pensare che fu abbracciato con forza da Piero. “Da quando sei giunto a Ponte Chiasso ti ho adocchiato ma eri sfuggente,  ora sei qui, per me un piacere immenso, abbandonati, ti prego  e acconsenti  ai miei desideri sessuali.” Sempre abbracciato sopra Alberto, Piero iniziò a baciare il collo,il viso. poi le ascelle ed  i capezzoli per poi scendere sul pancino senza fermarsi nel gran bozzo ma finendo sulle gambe e poi sui piedi dove rimase a lungo fin quando di scatto  e cominciò  prima dai testicoli e, gran finale in bocca l’uccellone che non ne voleva di ritirarsi in buon ordine, troppo sollecitato, mandò in tripudio Piero che tenne in bocca il suo sperma poi andò in bagno sciacquarsi la bocca con un colluttorio,  segno che era solo all’inizio del gioco erotico.  Infatti volle coinvolgere il buon Alberto che era in dubbio se andare avanti sin quando: “Ho  i testicoli grossi ma il pisello lascia a desiderare, è rimasto quello di un adolescente ma, anche se piccolo funziona perfettamente, dammi una mano, fai su e giù mi piace, mi faresti felice se lo prendessi in bocca. Massimo ormai era in preda a un’eccitazione e acconsentì al desiderio di Piero, cominciò dai testicoli dell’amico per poi mettersi in bocca l’uccellino piccolo ma duro. Ebbe in quel momento un ricordo di quando quindicenne, nel collegio dei preti, si era fatto un amico pugliese e spesso studiavano insieme. Un giorno durante la ricreazione si allontanarono dagli altri studenti nel bosco per fumare una sigaretta, cosa assolutamente proibita. L’amico Carmine : “Durate la doccia ho sbirciato il tuo uccello, è molto più grosso del mio, me lo fai vedere. Vedere e toccare, anche Alberto prese in mano il pisello di Carmine e ognuno face una sega all’altro. Quindi in fondo c’era un precedente. Alberto imitò Piero nel lavorarsi il pisellino,  lo succhiava, con la lingua e lo ‘accarezzava’ tutto, Piero era in estasi. Il giochetto durò a lungo. “ Non mi godere in bocca”, fu accontentato, Piero godè dentro una salviettina e poi si recò in bagno. Al ritorno altra richiesta: “Fammi entrare nel tuo buchino, sarà piacevole e non ti farò male.” Piero prese le gambe dell’amante supino,le piegò, le tirò su e si fece penetrare facilmente, in questa posizione aveva a disposizione il viso di Alberto il quale seguitò ad entrare ed uscire nel buchino di Piero col vantaggio che, stando faccia a faccia Piero poteva baciarlo in bocca, Ci riuscì dopo vari tentativi di resistenza da parte di Alberto ed anche qui fu una  sensazione nuova, Piero usava la lingua in bocca dell’amante facendogli provare  delizie mai provate poi godette dentro il sedere di Piero. Si mise a ridere perché gli venne in mente l’episodio della contessa Scotti. Ormai tutto era compiuto pensò Massimo ma si sbagliava . Piero dopo il solito bidet si mise supino  abbracciandogli le gambe .Come aveva fatto prima con sé, finale col botto, Piero voleva essere penetrato nel suo buchino dall’uccellone anche se aveva un pò di paura. Ho messo tanta vasellina ma vai piano. Millimetro per millimetro Alberto penetrava il sedere di Piero, ci volle tempo ma arrivò in fondo. “Ora muoviti ma dolcemente.” Alberto si era fatto il culo di qualche signorina in casino ma non bene come  con Piero il quale si muoveva facendo girare  tutto il bacino. Alberto durò anche stavolta a lungo con gran goduria del padrone dell’ormai bucone. E poi l’eplosione, fine della pugna. Ambedue furono presi da Morfeo. Alle sei del mattino. “Alberto grazie di tutto, devi andare via senza farti vedere, ho la sensazione che non ci rivedremo.” Ultimo bacio in bocca. Mi farò vivo senza  la mia presenza.” Frase sibillina che Alberto capì dopo vario tempo. Fuori incontrò Nando, un paesano che lavorava come elettricista in Svizzera: “Dottò bella nottata!” “Non mi posso lamentare,ciao.”Ora il problema era di Alberto, gran tombeur de  femmes al quale  restava il dubbio che l’avventura omo poteva aver lasciato il segno. La cosa più pratica: andare con una femminuccia. Il sabato successivo si recò in un casino a Chiasso dalla parte svizzera per non farsi vedere da qualche conoscente in caso di defaillance, ma tutto andò bene, anzi la signorina di turno si lamentò per la fuori misura del pene di Massimo, tutto era tornato alla normalità. I due amanti si evitavano, Piero tramite le amicizie al Ministero si fece trasferire alla Dogana di Domodossola. La tresca ebbe un seguito piacevole: un pomeriggio un fattorino gli consegnò un pacco.”È per me” domanda inutile c’era il suo nome. “Lei è il signor Massimo M.?” “Son io.” “Allora firmi qui.” All’interno un grosso astuccio con la scritta “Gioielleria Grasso” Cercando di rimanere freddo pian piano aprì il pacco come un giocatore di poker…meraviglie delle meraviglie: un orologio Omega, una catenina, un braccialetto ed infine un anello con incise le sue iniziali AM  tutto in oro 18 k, un patrimonio. Un biglietto ‘In ricordo della meravigliosa avventura.’ Poteva esser stato scritto anche da un appartenente al gentile sesso, conservò  il cartoncino. Ora il problema era sfoggiare quel po’ po’ di ben di Zeus (Massimo era ateo). Ai colleghi invidiosi riferì che era il giusto prezzo pagato da una signora non più giovane e la cosa finì lì. A proposito della contessa Scotti: la gentil nobile madama una mattina di domenica  era andata a confessarsi ed aveva riferito al prete di esser stata penetrata ‘contro natura’ . Il confessore l’aveva caricata di preghiere e l’aveva invitata a sedersi nel banco in prima fila in compagnia di donnette un po’ scalcinate cosa che la contessa contestò: “Io non vado in mezzo a tante donnucole di basso rango! “ “Gentile contessa Scotti, Scotti o non Scotti quello è il banco dei culi rotti.!” Massimo volle che quell’avventura particolare finisse con un po’ di autoironia il che non guasta mai.  Nei giorni seguenti cercò in tutti i modi distrarsi al cinema, andando la domenica a vedere partite di calcio di serie A), andando con i colleghi al ristorante, sostituendoli talvolta nei turni di servizio, frequentando il locale casino dove conobbe una siciliana intelligente e con lei si intrattenne più del dovuto affezionandosi un po’ troppo, tagliò corto. Infine scoperse il ballo, il locale ‘Galletti era aperto il sabato e la domenica. Non avendo mai imparato a ballare andò in un locale dove insegnavano tale disciplina ma il padrone, dopo due lezioni gli restituì la caparra: “ Egregio signore perdiamo tempo, lei non è nato per ballare”. Andò lo stesso al ‘Galletti’ restando sempre seduto ad ammirare le bellezze indigene, una in particolare lo colpì, oltre che essere una ragazza piacevole si muoveva con disinvoltura, sorridendo pacatamente alle battute del ballerino di turno. Ballo o non ballo la invitò con la premessa: “Signorina sono una frana nel ballare”. Sguardo interrogativo della baby: “Che vieni a fare?” “Signorina non c’è altro modo per conoscerla.” “Se ci tiene tanto restiamo seduti e parliamo.” Alberto gli raccontò un po’ della sua vita della nascita a Roma sino alla vincita del concorso di dipendente della Dogana di Ponte Chiasso. La ragazza rise, “Io ogni mattina passo per il valico, lavoro in una fabbrica di orologi a Chiasso ma non l’ho mai vista.” “Evidentemente I nostri orari non coincidono, cosa che avverrà il prossimo futuro.” Dopo un lungo silenzio:”Perchè ci tiene tanto a conoscermi?” “Non sono un tipo da complimenti, mi piace.” Flora era un tipo delizioso, viso piacevole e sempre sorridente, gli occhi che esprimevano la voglia di vivere, seno forza tre, vita  stretta e due gambe chilometriche che reggevano un corpo da 1,75. “Abbiamo quasi la stessa altezza, io sono alto un metro e ottanta”. Si era fatta quasi mezzanotte, era l’ultimo dell’anno, “Egregio signore sa della consuetudine di questo locale all’apertura del nuovo anno?” “In verità no”. “Ebbene allo scoccare della mezzanotte i due ballerini si baciano.” “Ottima consuetudine!” “Non pensa di correre troppo?” “Lo sa che da mondo e mondo sono le femminucce che prendono la decisione dipende da lei.” “Non so per qual motivo ci sto…” Alberto sapeva bene il motivo, il suo metro e ottanta  era corredato da un fisico robusto ma non grasso, bel viso maschio, sempre elegante e dalla parlantina romana condita da qualche battuta quasi sempre accettata dai presenti, elegante, ‘aitante e distinto’ c’era scritto nelle sue note caratteristiche. Si abbracciarono. “Facciamo una cosa, faccio io il maschio e lei mi segue.” Tutto andò bene sino: “Signore e signori, mancano tre minuti alla mezzanotte, era il segno di mettere in atto la consuetudine locale. “Flora vuol rimanere in pista o ci sediamo?” Dopo un po’ di riflessione… restiamo in pista:” “Era fatta” pensò Alberto, era al settimo cielo, voleva a tutti i costi conoscere a fondo la ragazza. “Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due uno “Auguri per il nuovo anno auspicò lo spiker. Fu Flora a prendere l’iniziativa, prima dolcemente sulle labbra poi, pian piano sino ad aprire la bocca con la conseguente passaggio dall’altra parte delle due lingue, Durò a lungo, a Flora il,bacio era piaciuto. “Durante il bacio ho notato qualcosa aumentare di volume nei suoi pantaloni.” Alberto diventò rosso come un ragazzino, effettivamente ciccio aveva prese parte, a modo suo, al bacio. “Non so che dirle, mi scuso.” “Non dica niente, è normale.” Massimo da quel momento si presentò in dogana agli orari di partenza e di arrivo in Dogana della baby. L’agevolava nel farle passare delle sigarette e del cioccolato, lei non fumava, era per i parenti e per gli amici. Col passar dei giorni il loro legame divenne sempre più stretto, si innamorarono follemente. Un giorno Flora: “Ti invito a casa mia, mia madre, vedova, e la mia sorella minore vanno a trovare dei parenti a Milano, la casa è tutta nostra,.” Un invito specifico ad andare a fondo fisicamente fra di loro. Infatti prima di cena. “Preferisco il letto di mia madre è a due piazze, una cosa importante, sono vergine!” La cosa stupì non poco Massimo, una ragazza vergine a ventidue anni! “Non a quella faccia, ho avuto modo di vedere il tuo coso, mi fa un po’ paura devi essere molto ma molto delicato!” Hai voglia ad essere delicato. “Flora si spalmò per benino, più volte il fiorellino e lei stessa prese in mano la situazione nel senso che piano piano, e ci volle molto tempo e qualche gridolino, ad arrivare sino in fondo spossati.  Erano diventati marito e moglie. La cena preparata da Flora era ottima, la ragazza era pure una ottima cuoca. La felicità dei due innamorati fu interrotta dal trasferimento di Alberto a Messina, eccesso di personale a Ponte Chiasso, mancanza di personale nella città dello stretto. Alberto cercò di contattare Piero a Domodossola ma non  ci riuscì. Gli dei invidiosi dell’amore di Flora e di Alberto avevano compiuto la loro vendetta, Giunone e Mercurio furono invano supplicati da Massimo che in una grigia giornata raggiunse Messina dove invece lo accolse un clima mite e tanto sole. La lontananza… tanto si è scritto su di essa ma la triste conclusione che Alberto e Flora pian piano si sentirono sempre meno finchè Flora: “Caro ho trovato un ragazzo meraviglioso, mi sposo. Faccio tanti auguri anche te.” Anche Alberto trovò un nuovo amore ma sempre nel cuore il ricordo di una ragazza speciale lombarda.

  • 21 febbraio 2016 alle ore 9:38
    CATTIVO UMORE

    Come comincia: Mi alzo ogni mattina alle 5,30, si proprio 5,30 il perché è presto detto: devo assumere 14 medicine nell’arco della giornata cominciando da quell’orario.
    “E che ciavrà mai stò sfortunato” direte voi, me lo domando anch’io, volete che vi enumeri le varie patologie, sono tante e ve le risparmio ma vi assicuro che esistono.
    Dopo l’ ottantino un mal ogni mattino, i proverbi mi stanno un po’ sul cazzo ma in questo caso ci hanno proprio azzeccato, uffa: mia moglie anche lei mattiniera per motivi di lavoro, ha 26 anni meno di me e quindi non è in pensione. Fa le sue cosine nel suo bagno, in quello principale perché, more solito, furbescamente, s’è preso quello più accessoriato, a me il buchetto con l’indispensabile ma non mi posso lamentare perché molto generosamente talvolta me lo presta per fare la doccia (nel mio non c’è).
    Dopo questa serie di lamentele che non servono a migliorare la mia depressione dovuta anche un tempo uggioso ed una leggera pioggerellina quella che ti sta sulle palle perché non ti invita ad uscire al contrario di un bell’acquazzone che, indossato trench all’inglese, cappello floscio e stivali ti porta a sfidare il mondo specie qui a Messina dove son costretto ad usare sempre la mia Jaguar, piuttosto ingombrante, per andare al centro e girare a vuoto per un posteggio introvabile. E i mezzi pubblici direte voi? Ma quando mai: di autobus se ne vedono pochi in giro, dicono che all’ATM ne cannibalizzano due per farne marciare uno ; il tram si blocca perché con la pioggia si formano delle pozzanghere incompatibili con la sua marcia... È mai possibile che i progettisti non abbiano pensato a questo inconveniente? Qui da noi è tutto possibile ma voglio finirla con le lamentele, Messina sarebbe una città favolosa mare davanti e montagne dietro, i Monti Peloritani ma…il ma sono gli amministratori di cui mi astengo dal dare giudizi per non beccarmi querele a più non posso. Vi dico solo che ultimamente è saltata fuori una storiella indegna di un paese civile: gli assessori timbravano il cartellino di presenza per intascare le prebende per poi ,in molti casi, andare a sbrigare  i fatti loro: di quaranta quando ce ne sono presenti in consiglio comunale una metà è un piccolo miracolo, e allora perché si erano fatti nominare? A voi la sentenza. Piccola soddisfazione: i furbastri sono stati inquisiti dall’Autorità Giudiziaria.
    Sto al computer per varie incombenze, oggi ho pagato la Tari, €.414.  L’unica cosa piacevole è quella che non faccio più la fila all’ufficio postale ma mi risulta che questa tassa sia una delle più care d’Italia, siamo in vetta alla classifica,  in compenso , come regione, la Sicilia è al penultimo posto in campo nazionale, peggio di noi solo la Calabria, una bella soddisfazione!
    Citando la Calabria mi vien da pensare che sullo Stretto di Messina era stato progettato un ponte che, oltre ad essere l’ottava meraviglia del mondo, avrebbe dato lavoro per vari anni a varie migliaia di persone ma i soliti verdi, malgrado che non vi fossero pericoli per i terremoti né per l’impatto ambientale, son riusciti a ad insabbiare il progetto con la conseguenza anche di dover rimborsare la ditta che ha effettuato il progetto. Era una piacere vedere sulle auto la sigla ‘NO PONTE’. A gongolare anche i proprietari dei traghetti privati di cui uno in particolare, un ex sindaco, finito in galera per essersi appropriato di fondi che dovevano essere usati per dei corsi, ma lasciamo perdere altrimenti mi deprimo ancor di più.
    Quando alzo gli occhi dal computer vedo la mia foto in divisa da maresciallo della Guardia di Finanza, un ‘aitante e distinto’ come risulta dalle mie note caratteristiche, il viso ‘munito’ di un pizzo nero (poi fatto sparire perché imbiancatosi) insomma un fascinoso che aveva fatto innamorare la deliziosa Anna, un po’ meno sua madre  che, all’inizio,  avrebbe voluto usare nei miei confronti il revolver di suo marito ‘Forestale’, non che avesse tutti i torti, siamo coetanei con la suocera! Ora invece si aggrega a noi al ristorante ‘La Sirena’ tutti i sabati… dimenticando a casa il portafoglio!
     

  • 21 febbraio 2016 alle ore 8:57
    TERESA...BUM!

    Come comincia: “Teresa… bum, Teresa… bum chi l’avrebbe mai creduto che  tu avessi avuto…valzer: tanti peli nel buco del cul za za za, za  za, za!”
    La non proprio fine  canzonetta era stata proposta da un gruppo di studenti non eccessivamente affezionati alla loro professoressa di matematica a Jesi ,ridente cittadina in provincia di Ancona (non  si capisce perché ridente) una sera di agosto sotto le finestre di un villino dove la predetta alloggiava in via dei Colli 23.
    Perché tanto astio nei confronti di una docente decisamente poco attraente? (pelle giallastra, occhi bovini, bocca  con denti che non vedevano un dentista da vario tempo, orecchi a sveltola che venivano accentuati dalla non salutare abitudine dell’interessata di andare in giro con i capelli alzati insomma…)
    È presto detto: la signora Teresa, ammogliata senza figli (un bene per gli eventuali pargoli)  riusciva ad essere totalmente antipatica per il  suo modo sgarbato di trattare gli studenti (specialmente i maschietti, che fosse lesbica?), a nulla erano valse le proteste dei genitori degli alunni presso il preside e così Giovanni si era premurato di scrivere parole e musica della canzoncina.
    La cosiddetta banda era formata da una decina di ‘cape toste’ studenti del locale liceo classico :
    Gianni e Gennaro, cugini, figli di industriali di macchine agricole,
    Alberto  figlio di un funzionario di banca,
    Giovanni studente, genitori separati padre un ufficiale dell’Esercito ,
    Mario detto alcolino per la sua abitudine indulgere con i liquori, commerciante di prodotti  ferrosi,
    Marco figlio di un avvocato,
    Yvonne studentessa  domiciliata in una pensione a Jesi,  genitori a Cupramontana produttori del famoso vino Verdicchio di Castelli di Jesi,
    Adriana figlia della titolare di un negozio di macchine da cucire,
    Luciano figlio di proprietari terrieri in provincia di Macerata (alloggiava dalla zia Maria),
    Marisa figlia di un impiegato di Arcevia (dov’è Arcevia non lo so, andate a cercarvela!) abitava da sola in una camera in affitto,
    Augusto figlio di un commerciante  di frigoriferi,
    insomma una bella banda che, in occasione della serenata, cantavano tutti in  falsetto per non far riconoscere le loro voci.
    Compiuto il misfatto, dopo che nelle finestre dei caseggiati vicini al villino cominciavano ad accendersi le luci, gli undici, gambe in spalla,sparirono dalla circolazione per andare a passeggiare col viso di innocentini sul corso di Jesi a quell’ora quasi deserto; solo il piccolo bar di Fiamma era ancora aperto per dare ospitalità ad eventuali nottambuli.
    “Fiamma rinfrescaci!” la frase di Alberto aveva provocato l’ilarità dei compagni e la  reazione della titolare del bar: “Prendo un secchio d’acqua e vi ammollo tutti!”
    I ragazzi erano degli aficionados  del bar e trattavano Fiamma come una madre (lei  vedova e suo figlio morto in un incidente stradale).
    Dopo qualche sbadiglio di troppo, la banda decise di ritirarsi nelle rispettive dimore con l’eccezione di Marco e Yvonne che si recarono nello studio di avvocato del padre di lui dove li aspettava un comodo divano, Gianni con Adriana sotto braccio si diressero nella seconda casa dei genitori in via delle Mura Orientali, Alberto e Marisa nella camera in affitto di quest’ultima e gli altri… un po’ invidiosi a bocca asciutta!
    Prendendo spunto dal film ‘Amici miei, la banda  un giorno decise di andare a caccia di lepri e di conigli lungo le stradine di campagna che da Staffollo portavano a Cingoli a bordo delle auto: l’Aprilia di Gennaro, la Fiat 1100 di Gianni e l’Alfa Romeo di Luciano. Come organizzarsi visto che nessuno aveva la patente di caccia? Presto fatto: di notte con i fari delle auto e con fari portatili abbagliavano i poveri animali che restavano inchiodati in mezzo alla strada e poi…il giorno dopo finivano nel capiente forno della cucina di Gianni dove la gentile genitrice, unitamente alla cameriera, avrebbe provveduto a cucinarli alla cacciatora con contorno di patate e innaffiati dal vino Rosso  Conero.
    Altro modo di passare il tempo:  Alberto, appassionato di fotografia, avrebbe provveduto a deliziare i compagni con un filmino aventi per attori lui stesso e la dolce Marisa: mora, occhi verdi, seno prosperoso, lunghi capelli neri e priva di vestiti in una parte vitale del corpo… avete capito, si proprio lì.
    Alberto aveva dovuto superare la giusta riluttanza della dolce compagna convinta a farsi vedere come attrice coprotagonista dopo lunghe insistenze da parte di Adriana e da Yvonne,  curiose come scimmie.
    Inizio: baci appassionati e veloce spogliarello da parte dei due, arrapamento del maschietto che aveva sfoderato un bell’augello (in fondo non ce l’hai così grosso invidioso commento da parte degli altri maschietti), classico sessantanove, immisio penis, lunga balaièe, immisio secondo canale (hai capito stì porcelloni!) e giochi artificiali finali.
    Un po’ di imbarazzo da parte di tutti e poi un applauso: bravi, bravi…
    Alberto: “Ragazzi io sono disponibile a fare da operatore a Gianni con Adriana ed a Marco con Yvonne che ne dite?”
    Nel frattempo i non 'accoppiati' Gennaro, Giovanni, Mario, Luciano ed Augusto, divenuti maggiorenni, cominciarono a frequentare il 'Villino Azzuro' un caseggiato vicino al cimitero dove prestavano la loro 'opera' delle signorine inquadrate da non più giovane Lalla la 'maitress' che aveva preso a benvolere i cinque giovani (ci marciava) non facendo loro pagare le 20 lire d'ingresso e facendo degli sconti anche sulle 'marchette' ((gettoni di plastica che alla fine della giornata di 'lavoro' le signorine scambiavano in moneta sonante.)
    Ma qualcosa era cambiato nella testa di Giovanni che, mamma deceduta e padre che aveva perso la patria potestà, viveva con un nonno ex fattore che non aveva molta disponibilità finanziaria. Conclusione: Giovanni aveva smesso di frequentare la solita compagnia ed aveva preso amicizia con un ricco omosessuale che lo ricopriva di regali: un mini appartamento ben arredato, vestiti eleganti, un orologio d'oro e una Fiat  500, insomma un ménage da gran signore ma quando incontrava gli ormai ex amici cambiava strada, si vergognava profondamente del suo operato sinchè un giorno la tragedia: suo nonno appassionato di armi, aveva una collezione di pistole e con una di esse Giovanni si suicidò, non era riuscito ad accettare la sua nuova posizione lui nato etero.
    Al funerale in prima fila il suo 'compagno' in lacrime, poi i parenti venuti da lontano ed in fondo i compagni profondamente scossi.
    Questo avvenimento cambiò completamente la vita degli amici: il piccolo bar dove si riunivano, era chiuso per il decesso di Fiamma; i dieci si misero a studiare seriamente per diplomarsi e poi iscriversi all'università perdendosi di vista, solo raramente si sentivano, qualcosa dentro di loro si era rotto, non riuscivano a dimenticare il caro amico Giovanni, un ricordo tragico che segnò profondamente la loro vita.

     
     

  • 04 febbraio 2016 alle ore 9:25
    ALBERTO E IL MARE.

    Come comincia: Disteso su una sedia a sdraio sulla sabbia, gli occhi socchiusi, Alberto rimirava il mare in una notte senza luna.
    Percepiva il rumore delle onde che si rincorrevano sin sulla spiaggia schiaffeggiando la battigia per poi ritirarsi silenziosamente.
    Una brezza fresca e leggera gli accarezzava il corpo sin fino al viso, una piacevole sensazione che gli ricordava le carezze della consorte dolcissima che, con le mani diafane e sapienti gli procuravano un fremito in tutto il corpo.
    Il paesaggio scuro era suggestivo anche se incuteva un po’ di paura.
    All’orizzonte la Calabria; i suoi fari lampeggiavano squarciando a tratti l’oscurità. Qualche tremula luce in mare: barche di pescatori che con le lampare cercavano di attirare i pesci.
    In cielo una stella faceva capolino fra le nuvole che si inseguivano fra di loro nascondendola per poi riscoprirla ancora.
    Alberto era estasiato, ebbro di sensazioni piacevoli si sentiva ottimista, rilassato.
    Nel telone del cielo scorgeva fanciulle danzanti ricoperte da un minuscolo gonnellino.
    “An vedi er bell’addormentato, tu moje te cerca da mezz’ora, arza le chiappe!”
    La suocera di Alberto non era un esempio di finezza…

  • 29 gennaio 2016 alle ore 10:06
    I DUBBI DEL PADRETERNO

    Come comincia: Quando L’Eterno, alla fine del settimo giorno ritornò in cielo a godersi un meritato riposo, non furono per lui ore di calma come la Bibbia ci vorrebbe far credere.
    La notte di svegliò madido di sudore, un sogno orripilante lo aveva sconvolto: i guai che l’uomo avrebbe combinato sulla terra. Perché non ci aveva pensato prima,  lui tanto preveggente, possibile che gli erano sfuggiti i disastri futuri del pianeta, eppure…
    Prima di tutto perché popolare solo uno fra i miliardi di altri astri che esistevano? E poi perché privilegiare l’uomo facendogli assoggettare e sfruttare gli animali e non punirlo invece molto più pesantemente per aver egli disobbedito ai suoi ordini? Sicuramente poca cosa era stata la sua  cacciata dal Paradiso terrestre in considerazione dei guai che avrebbe procurato  con le  guerre con i suoi simili con motivazioni del tutto ignobili che lui stesso, padreterno, non riusciva a ben comprendere! Come era potuto accadere la shoah degli ebrei, tremenda storia di un popolo, peraltro eletto da Dio, che un pazzo dittatore voleva sterminare. Il Padreterno era perlomeno distratto! Correva l’anno 2016, a capo della chiesa cattolica c’era un certo papa Francesco che aveva sostituito un  predecessore che non era riuscito a tener a bada i suoi dipendenti sempre in lotta fra di loro. Ebbene il buon Francesco, da furbo Gesuita, si stava conquistando le simpatie del mondo cattolico e non, con il buonismo e l’empatia ma non cambiando di una virgola le rigide regole cattoliche migliori solo di quelle dell’Islam decisamente medioevali in cui le donne valevano e valgono meno di una capra, vi sembro esagerato? Provate a chiederlo a qualche femminuccia dell’Arabia Saudita o di altro stato simile .
    La credenza comune di quegli arabi è che gli esseri umani femminili servano solamente a sfornare figli, a fare le schiave in famiglia o le prostitute anche in paesi molto ricchi in cui il Padreterno aveva ritenuto opportuno dotare il sottosuolo dell’oro nero molto apprezzato da tutti i paesi del mondo.
    Inutile rammentare i guai che la chiesa cattolica aveva combinato nel medioevo, meglio stendere un pietoso velo;  un predecessore dell’attuale papa aveva ritenuto opportuno chiedere perdono per le  immense nefandezze commesse in nome di quella religione.
    Ritorniamo all’anno di grazia 2016; caduti alcuni dittatori mediorientali per le sciocche furbizie di alcuni stati occidentali con cui in passato erano in buoni rapporti, era sorta una religione spaventosa in cui la vita di un uomo era men che nulla, i famosi tagliagole che si vantavano dinanzi alle telecamere di sgozzare altri esseri umani in nome di una religione islamita che si erano creati su misura.
    Torniamo al Padreterno le cui notti sono costellate da sogni infelici ma poi Padreterno di quali religioni, ovviamente di tutte ma a questo punto un ateo come me cade in depressione perché i suoi simili di pensiero o, per esempio, gli omosessuali, nei paesi governati dall’Islam, vengono gettati dall’ultimo piano del palazzo più alto della città!
    Qual è mi domando il motivo per cui alcuni uomini si rifugiano nella religione, qualunque essa sia: sicuramente per insicurezze personali; confidandosi con un sacerdote cattolico, vengono mal consigliati da un prete che giudica i fatti col filtro del suo credo fuori dalla realtà comune.
    Per non parlare delle povere suore… invece parliamone: d’accordo è stata una loro scelta ma non si può vivere coartando la propria natura. Immaginate come se la passano male in campo medico, soprattutto ginecologico. Nel medioevo era consuetudine far indossare il velo a fanciulle nobili per non dividere il patrimonio di famiglia.
    Nel recente passato alcune di loro, uscite dal convento, ne hanno raccontate di belle o meglio di brutte storie ignobili di cui erano state protagoniste loro malgrado.
    In alcune la madre superiora, dai gusti omo, pretendeva dalle subordinate prestazioni che ben poco avevano di divino, a parte i sacerdoti maschi che, in sede di confessione, infliggevano punizioni che non assomigliavano alle Ave Maria o Gloria Patri, punizioni non sempre gradite dalle interessate considerata anche la bruttezza o la vecchiaia dei confessori.
    In Vaticano vi sono suore, perlopiù africane, che prestano la loro opera quali inservienti a tutto campo nei locali adibiti a locande e sale da pranzo a disposizione di pellegrini senza essere retribuite (sembra). 
    Sotto il patrocinio di congregazioni cattoliche vi sono mense e dormitori per i non  abbienti. Diciamolo francamente sanno un po’ di ‘smoke in the eyes’ come dice la canzone, insomma fumo negli occhi per coprire le non buone e inveterate abitudini dei parroci di farsi pagare le prestazioni religiose in contrasto di quanto disposto dal papa.  Gli stessi preti si sono ben guardati dall’obbedire al dettato del loro capo supremo che ha suggerito di dare alloggio e vitto ad una famiglia di rifugiati, ben pochi lo hanno seguito.
    Andando in alto nella scala gerarchica troviamo prima i vescovi e poi i cardinali che, come rivelato da servizi giornalistici, alloggiano in gran parte in abitazioni di 500 metri quadrati e più con opere d’arte di immenso valore e con a disposizione autovetture di gran pregio.
    Gli italiani, giustamente, si lamentano delle esose imposte che son costretti a pagare; in Europa pare siamo i primi di questa non ammirevole classifica. Il comune cittadino si domanda il perché l’Agenzia delle Entrate, dietro imput del governo,  non mette l’occhio sui fabbricati della chiesa cattolica che, con la motivazione che sono luoghi di culto, non pagano una lira, anzi un  euro di imposte! Risposta: i politici perderebbero i voti dei cattolici purtroppo ancora ben radicati sul nostro territorio.
    Non che le altre religioni siano migliori: recentemente una trasmissione televisiva  ha svelato quanto accade ai componenti del credo ‘I Testimoni di Geova’: i giovani che non seguono rigide regole di comportamento vengono pesantemente puniti e allontanati dalla loro società.
    Altra religione ossessiva Scientology: alcuni attori di grido che la foraggiavano molto lautamente allorché volevano abbandonare quel credo, sono stati pesantemente ricattati e hanno dovuto far marcia indietro.
    Conclusione: io mi tengo stretto il mio pacifico ateismo lontano dai casini di tante religioni, quando posso faccio del bene ai poveri, agli straccioni, ai diseredati che popolano le nostre strade e che mi fanno stringere il cuore.
    O Padreterno non pensi che sia il caso di fare scomparire tutti noi terrestri come hai fatto con i marziani? Ovvia domanda a me stesso:
     “Ma tu che ne pensi di morire, non credo ti farebbe piacere.”
    Io suggerisco al signor Padreterno di rimandare la cosa a fra vent’anni, nel frattempo io avrò compiuto cento anni di età!

  • 23 gennaio 2016 alle ore 8:09
    UN GENTILUOMO

    Come comincia: La parola gentiluomo è diventata desueta, ormai quasi nessuno la usa: non i politici, non gli insegnanti, non i preti (non che la cosa mi interessi gran che), non più gli industriali (in passato ce n’erano in gran numero), non…non… insomma quasi nessuno.
    Ve lo siete domandato il perchè? Il vocabolario recita: “Signore ben educato, di modi distinti, leale, corretto.”
    Citavo prima i politici, avete mai assistito ad una riunione di politici? Scene disgustose, litigi, arroganza, l’uno che non lascia parlare l’altro, talvolta sono venuti alle mani.
    I preti? Essendo io ateo forse sono di parte ma ne ho conosciuto pochi: uno solo mi ha colpito:  il cardinale Martini che, se non erro, ricevuta in dono una notevole somma di danaro da un cattolico che voleva così guadagnarsi il Paradiso, si è ritirato in terra santa seguitando a criticar la chiesa dall’interno.
    Forse l’attuale Papa che ha sostituito il suo predecessore il quale, circondato da furbacchioni disonesti che non era in grado di tenere a bada, ha ritenuto di levarsi dai piedi per passare la palla ad un successore. Dicevo papa Bergoglio che ha ereditato un bel po’ di problemi: uno dei tanti lo I.O.R , la banca Vaticana, gestita per anni dal non onesto cardinal Marcinkus (non voglio usare il termine disonesto), in cui si riversavano i soldi dei mafiosi, dei i massoni e di molti  personaggi i cui denari erano di dubbia provenienza.
    Bergoglio ha dichiarato pubblicamente di voler far pulizia, c’è riuscito? Bah. Sicuramente non è riuscito a far sloggiare i vari cardinali che occupavano e occupano appartamenti di 500 metri quadri e più in cui sono custoditi opere di immenso valore. Ha provato anche a far  ospitare dai suoi parroci i profughi provenienti dai paesi del nord Africa, ha fatto fiasco, pochissimi hanno seguito il suo invito. Dunque il Papa può essere considerato un gentiluomo? A voi la risposta, io mi astengo.
    Gli insegnanti potrebbero esserlo dando un buon esempio agli allievi ma hanno tanti problemi da parte loro tra: trasferimenti fuori dalla sede di residenza, stipendio da fame, allievi turbolenti e mal gestiti, genitori non collaborativi anzi sempre dalla parte dei figli, niente da fare da parte loro.
    I dirigenti di azienda? In passato tanti; ricordo un certo Borghi che si era interessato al benessere dei suoi operai cedendo loro gratis delle abitazioni, oggi sono veramente in pochi, nessuno di fama nazionale.
    Un gentiluomo che ricordo con piacere, mio padre. Impiegato in un istituto di credito, dispensato dal servizio militare perchè mutilato da una gamba in seguito ad un incidente stradale (era il 1940 l’Italia era entrata in una sciagurata guerra). Oltre al suo normale lavoro si ingegnava a portar soldi in casa (eravamo una famiglia numerosa tra nonni, fratelli, sorelle e figli, io Alberto e mio fratello Massimo). Teneva la contabilità di varie ditte e tornava la casa a casa stanco morto, considerando anche la sua invalidità, portando con sé qualcosa che le ditte producevano (uova, carne, pane, vino).
    Mio padre Armando riusciva anche a far del bene: in un magazzino raccoglieva quello che poteva donare ai poveri: legna, bottiglie di vino, scatolette di carne e di tonno, un po’ di tutto ma soprattutto bussava alla porta dei più abbienti in cerca di danaro che i cotali raramente ‘sganciavano’. Il ricavato veniva convertito in beni distribuiti con la collaborazione mia e dei giovani di famiglia ai poveri durante le feste natalizie o pasquali.
    “Chi dobbiamo ringraziare?” La domanda dei beneficiari. “Il cavalier Minazzo (nome inventato per non far scoprire mio padre).
    Finita la carriera di bancario, il buon Armando prese a scrivere ed a pitturare quadri naturalmente in stile naif dato che non aveva seguito alcuna scuola ma con ottimi risultati (riusciva anche a vendere i suoi quadri con grande suo orgoglio).
    Una sorpresa alla sua morte. A parte ‘l’invasione’ a Jesi (luogo di residenza del genitore) da parte di un nugolo di finanzieri (mio fratello era maggiore comandante del Gruppo di Pesaro, io semplice maresciallo aiutante) vennero fuori alcune storielle che vengo ad illustrarvi, a parte il fatto che in quell’occasione i finanzieri si sparpagliarono per la città gettando nel panico alcuni botteganti che abbassarono le saracinesche per paura di un’ispezione.
    Dopo la cerimonia funebre gli amici vennero invitati nell’attico dimora dei miei genitori in via Giani e qui vennero fuori delle sorprese da parte di alcune distinte e non più giovani signore che lodarono il buon gusto dell’arredamento di casa e alcune , come dire, si sbilanciarono un po’.
    Una certa Lucia, sguardo da… (avete capito):
    “Suo padre aveva una gamba  in meno ma in compenso…”
    Quell’in compenso mi fece malignare sul mio genitore soprattutto Quando la contessa  Capogrossi:
     “Sono già stata in questa abitazione quando sua madre era da Roma presso sua sorella”.
     Domanda ovvia pensata ma non espressa da me: “Cosa c’è venuta a fare quando era assente mia madre?”
    Un’altra persona aveva attirato la mia attenzione: femminuccia, altezza 1,75 circa, corpo atletico, minigonna con stivali, capelli folti e ricci, occhi neri, grandi, promettenti. Stava ammirando un quadro di mio padre raffigurante una casa contadina con orto posteriore, anteriormente un’aia dove erano posizionati un trattore, una trebbiatrice, una scala ed un pagliaio in via di composizione e contadini addetti al lavoro.
    “Signora la vedo interessata a questo quadro, c’è un motivo particolare?”
    “Sono Giuditta Cotichelli professoressa di ginnastica, ero amica di suo padre che mi aveva promesso di vendermelo, mi piace molto, mi fa provare delle sensazioni piacevoli, distensive, vorrei che me lo cedesse. Suo padre talvolta veniva a trovarmi a casa mia, abito nella villetta qui di fronte, sono sola, divorziata senza figli, le ho fatto la foto della mia vita, le ripeto sono interessata al quadro.”
    “Forse anche a mio padre o sbaglio?”
    Un lungo sguardo come per dire: “Brutto stronzo hai capito tutto, non fare tutta stà manfrina.”
    “È suo, ma non credo sia il momento di consegnarglielo dinanzi a tutti, verrò a casa sua col quadro.”
    “Non penso sia il caso di un ‘bis in idem’, conosce il latino?”
    “Si ho fatto il classico, messaggio recepito, venga quando vuole, posso darle del tu.?”
    Nessuna risposta, la baby mi aveva fatto capire che non aveva alcuna voglia di farsi scopare da me, punto.
    Infine la giovane cameriera Mariola inconsolabile: “Suo padre era più di un padre per me…”
    A questo punto una mia domanda: “Da chi ho ereditato la mia mandrillagine?” “Risposta ovvia da….”
    Ho l’orgoglio di dirvi che la mia abitazione messinese è tappezzata da quadri del buon Armando in cui sono espressi tutti i suoi stati d’animo: sfondi rosati: ottimismo e distensione, sfondi grigi: tristezza, sfondi uniformi: creatività, sfondi viola: violenza.
    Talvolta sfoglio il mio album di foto: fra le altre vedo un giovane signore in bombetta, bastone con pomo d’argento e cappotto scuro di castoro, sorridente che tiene in braccio un bel bambino. Il bel bambino ero io bello, purtroppo, non lo sono più, ho superato l’ottantina!

  • 14 gennaio 2016 alle ore 10:55
    L'ETÀ INVISIBILE.

    Come comincia: Spalle curve, andatura altalenante, sguardo perso nel vuoto, pelle rinsecchita, età invisibile, latente, inavvertibile, sfuggente, penosa, nel cuore tanta tristezza, questa è ahimè la vecchiaia.
    Ti passano vicino giovani sorridenti, dall’andatura elastica abbracciati fra di loro maschietti e femminucce (magari anche maschietti con maschietti e viceversa ma che importa), ti lacrimano gli occhi ricordando la tua gioventù molto meno fortunata di quella di oggi.
    Stì giovani hanno tutto e di più non come noi che indossavamo vestiti dei fratelli maggiori e scarpe risuolate con toppe, un vestito per l’inverno ed uno per l’estate anche se crescendo ti andavano  stretti.
    Alberto M. (per gli amici Al) erede di una schiatta di nobili decaduti, nato a Grotte di Castro in provincia di Viterbo ma sin da giovane residente a Roma, era il tipico esempio di quanto sopra descritto.
    Ora il caro Alberto abita a Messina colà condotto dalla sorte o meglio dal lavoro quale vincitore di un concorso alle Agenzie delle Entrate.
    Risiede in via La Farina, strada intestata ad un messinese famoso a lui ignoto.  Alberto è proprietario di una abitazione al quinto e penultimo piano della scala a), un casermone di quattro scale e ottanta alloggi. Casa signorile ben arredata, bel panorama dal porto di Messina sino alla Calabria, suggestivo specialmente di notte, ma appartamento  tristemente vuoto dopo la dipartita traumatica della bella e giovane moglie, Annamaria, il solito male incurabile.
    Alberto, dopo i primi attimi di smarrimento, si era organizzato: pulizia casa: un filippino, Edy, bucato e cucina: Pina,la moglie di portiere Salvatore. La pecunia, fortunatamente, non era un problema, oltre ad una buona pensione c’era il lascito di 300.000 euro alla morte della zia Lidia.
    Nulla poteva alleviare il dolore dal profondo dell’anima “né più nel cor parlerà lo spirto del dolcissimo amore, unico spirto a’ vita raminga.” Il buon Alfieri aveva ben espresso il dolore di Alberto che ‘adirato a’ patri numi’ dapprima si era rinchiuso in casa e poi, al contrario, aveva preso a girare per Messina a piedi e poi con la fida Jaguar, specialmente di notte.
    Il problema erano proprio le ore notturne passate in compagnia del televisore o della lettura di un romanzo sino alle prime ore del mattino quando il buon Edy si presentava a casa sua con lo sguardo rimproveratore di buon amico che si faceva carico delle pene del suo padrone.
    Non era certo la religione a poterlo consolare né a fargli sbollire la rabbia “a’ patri numi”. Da sempre miscredente benché ‘allevato’ dai preti ‘della Misericordia’  aveva contestato in toto le dottrine cattoliche tanto di essere cacciato con ignominia dal collegio.
    Aveva notato che in tarda serata alcune giovin donzelle, non eccessivamente coperte, passeggiavano sotto casa sua sino alla stazione, talvolta avvicinate da signori con macchine lussuose che, dopo un breve colloquio, se le caricavano con destinazione ignota.
    Ovviamente si trattava prostitute provenienti la maggior parte dai paesi dell’est europeo in cerca di fortuna vendendo il proprio corpo, frase che Alberto contestava, al massimo lo prestavano…
    Prese a frequentarle: ormai le conosceva quasi tutte: Annabel, Cipriana, Daphne, Ileana, Magda, Viviana, Zinia.  Non voleva invitarle a casa sua, perché, a ottantanni suonati, ormai ‘ciccio’ aveva perduto ‘lo slancio’ anzi dormiva profondamente.
    Su internet aveva scovato un medicinale di ultima generazione  che poteva fare al caso suo, nome commerciale ‘Spedra’ , si trattava di scegliere una baby peripatetica sotto la sua abitazione, scartò Annabel il cui nome gli ricordava troppo la consorte, Viviana poteva andar bene. Bruna, lunghi capelli corvini, sorriso accattivante, occhi verdi, bellissimi, seno prorompente altezza 1,75, insomma ne valeva la pena.
    L’interessata ben volentieri aderì all’invito di Alberto, l’aveva preso a conoscere conversando talvolta con lui sotto casa e pensava di potersi fidare.
    Appena messo piede nell’abitazione  ritenne opportuno far presente la tariffa elencando le varie prestazioni.
    “Voglio solo sapere quanto guadagni in una serata.”
    “Forse 300 euro.”
    “Te ne do 500 per tutta la notte.”
    Bidet per entrambi. Bartolo accese solo l’abat jour, non gli piaceva farsi vedere nudo, il suo corpo non era più quello della gioventù e se ne vergognava un po’.
    Era la prima volta che una donna posava la sue membra sul letto che era stato di Annamaria; lo ‘Spedra’, assunto mezz’ora prima, alle sollecitazioni di Viviana, miracolosamente prese a far risorgere ‘Ciccio’ che, indossato un previdenziale cappuccio, fu preso in bocca dalla damigella che poi si mise cavalcioni a mo’ di amazzone e, col sorriso sulle labbra, seguitò a dimenarsi voluttuosamente sin quando capì che il ‘ciccio’ di Bartolo aveva svolto il suo compito.
    Viviana scese dal letto e cominciò a vestirsi.
    “Cara di prego di passare la notte abbracciato con me.”
    Quell’amplesso fu una panacea alla tristezza del padrone di casa il quale, al mattino, si trovò ancora stretto alla baby molto disteso spiritualmente. Diede a Viviana 1.000 euro la quale apprezzò moltissimo e chiese se poteva effettuare un’altra prestazione; al diniego del padrone di casa con un sorriso ed un lieve bacio sulle labbra dell’amante uscì di casa.
    Qualcosa era cambiato nel cervello di Alberto: la notte prese a frequentare Taormina, posteggiata la Jaguar passeggiava lungo il corso molto frequentato specialmente da stranieri, seduto al bar della piazzetta sorbiva una bibita dinanzi al panorama stupendo del golfo.
    La vita lo aveva ripreso anche se qualcosa ancora mancava.
    Una sera vicina di tavolo, all’aperto, nella solita piazzetta una bellezza di schianto : cascata di capelli biondi, occhi di un profondo azzurro, corpo da modella, minigonna,  camicetta ampiamente aperta lasciava intravedere un seno prorompente, un minuscolo cagnolino spuntato dalla sua capiente borsa: uno spettacolo. La baby aveva poggiato sul tavolo due pubblicazioni nella lingua di Albione: la Sicilia e Taormina, evidentemente un’appassionata di arte.
    Quale approccio? Alberto penso bene con’inglese che aveva studiato al classico ma non  era in grado di parlarlo correttamente. Ripiegò sulla scrittura:
    “Cameriere per favore mi porti un blocco notes ed una penna.”
    Scrisse: “Madam i would like toh ave the pleasure of making them known Taormina.”
    “Signorina vorrei avere il piacere di farle conoscere Taormina.”
    Si congratulò con se stesso, il suo inglese non si era arrugginito.
    Poggiato,lo scritto sul tavolino della baby, vide l’interessata darvi uno sguardo e poi restituirlo dopo aver trascritto sullo stesso:
    “€. 500 for a blowjob, 1.000 for a shag, 5.000  for anal  intercorse and 10.000 for the night.”
    Bartolo non credeva ai suoi occhi, la traduzione, ad un dipresso, era la seguente:
    “€. 500 per un pompino, 1.000 per una scopata, 5.000 per un rapporto anale e 10.000 per la notte intera.”
    Bartolo si girò a guardare stupito la dama mignotta la quale seguitava a giocare col cagnolino facendo finta di nulla.
    Non era un problema di soldi che a lui non mancavano, restava il fatto che lui sperava in un’avventura quando invece…
    Alberto scrisse ‘ok’ sul taccuino che, strappato lo scritto, fu restituito al cameriere.
    Madam si alzò con aria annoiata, guardò in faccia Alberto e gli fece cenno di seguirla; era alloggiata al S.Domenico, uno degli alberghi più lussuoso di Taormina ecco svelato il perché dei prezzi praticati per le sue prestazioni erotiche.
    Giunti incamera la signorina disse di chiamarsi Ingrid, era svedese. Bartolo mise sul tavolo 10.000 €. che sparirono ben presto nella capiente borsa delle dama. (la cagnolina si era rifugiata sotto il letto, sicuramente era stata ammaestrata dalla padrona durante il suo ‘lavoro’.)
    Ambedue sotto la doccia,beh in fondo ne valeva la pena, Ingrid prese a massaggiare il corpo di Bartolo con una spugna profumata e poi a baciarlo voluttuosamente in bocca, cosa strana per una del mestiere.
    Ingrid si guadagnò il suo compenso, si lavorò Alberto in tutti i modi, Alberto che si addormentò svegliandosi solo verso le sette del mattino al bussare della porta della sua camera. Era il cameriere che chiedeva se dovesse servire la colazione. Alberto approvò, mancia al cameriere e rientro a Messina con la fida Jaguar recuperata dal posteggio.
    Una strana forma di rilassamento invase Alberto, sensazione che non provava da molto tempo:  allora qual era la sua futura scelta di vita? Andando a mignotte, cosa piuttosto costosa oppure avere un legame affettivo fisso, optò per quest’ultima soluzione e allora con chi fidanzarsi?
    Nel frattempo divenne l’unico ‘frequentatore’ di Viviana, ucraina,  che, lasciata la strada, ben presto divenne la padrona di casa  dimostrando nascoste doti di casalinga e di affettuosità nei confronti del suo ‘vecchietto’ , come apostrofava affettuosamente Alberto che non ebbe più bisogno dei servigi di Edy il filippino e di Pina, la moglie del portiere.
    Conclusione come nelle favole, la bella Viviana divenne la signora M!

  • 02 gennaio 2016 alle ore 16:02
    COLLE S.VALENTINO - CHE BANCA!

    Come comincia: Italia popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori. Questa è (se non ricordo male) una celebre frase di mussoliniana memoria che il nostro Duce fece apporre su un edificio romano.
    Che centra questo pistolotto introduttivo sul racconto che sto per propinarvi? Ebbene si c’entra nel punto in cui si parla di santi perché è proprio il nome di un  santo apposto ad una banca da parte di Ena U., dama ricchissima e come tutti (e tutte) le persone molto abbienti capricciose oltre ogni dire.
    La citata dama signora o meglio signorina di campagna (per lei gli uomini erano gratta e butta), donna legnosa e cacciatrice  inveterata (possedeva dodici fucili di vario calibro) risiedeva nella frazione di S.Valentino, comune di Cingoli in provincia di Macerata insieme al fratello Raffaele (Fefè per gli intimi), la di cui consorte Elena (Lilli per gli amici)e la di loro figlia Rossana bellezza bruna 1,75 di altezza con la sue cosine ben messe.
    Da dove erano pervenuti i denari ad Ena Ugolini? Un classico: da un nonno emigrato negli States d’America che di fortuna ne doveva averne fatta veramente tanta dato che in banca risultavano e suo nome circa tre miliardi di Euro, tanti erano e sono forse pure aumentati il perché vengo a spiegarlo.
    La signorina voleva sistemare la nipote laureata in scienze economiche in una banca ma il direttore del suo e di altri istituti di credito non  avevano voluto (e forse potuto) farla entrare col ruolo di vicedirettore, conclusione  Ena si era creata una banca a nome della località di residenza – S.Valentino – sede unica a Cingoli (Macerata). Grandi festeggiamenti, parenti giunti un po’ da tutta Italia per congratularsi col direttore, appunto Rossana Ugolini che si era circondata da cinque impiegati o meglio impiegate, tutte femminucce.
    In banca la situazione non poteva che essere delle migliori in quanto la direttrice, padrona assoluta, poteva permettersi in campo finanziario quello che altre banche per motivi di bilancio non potevano, in parole povere Ena Ugolini guardava ben poco al profitto pur di sbaragliare la concorrenza e ci era riuscita, come se ci era riuscita col giustificato malumore dei direttori degli altri istituti di credito!
    Ad Ena Ugolini non poteva parer vero poter dire: “Dì a mia nipote che ti mando io” per far ottenere agli interessati agevolazioni fuori mercato.
    Res cum ita sint avrebbero detto gli antichi latini quando la legnosa marchigiana ebbe l’idea di visitare la Sicilia, a suo dire, terra di provenienza di lontani parenti. Caricati sulla lussuosa Lexus due fucili e tante munizione da poter  sterminare tutta la selvaggina della Trinacria, Ena, percorsa la Salerno-Reggio Calabria si imbarcò a Villa S.Giovanni ed approdò a Messina dove aveva prenotato il miglior albergo del centro, il Savoia.
    Distribuite a destra ed a manca sostanziose mance, ebbe l’immediata deferenza di tutti gli impiegati dell’hotel, direttore in testa, ogni suo desiderio era legge.
    Noleggiato un fuori strada con relativo autista pratico dei sovrastanti  monti Peloritani, ritornò in serata con un carico di fagiani, tordi, piccioni ed uccellagione varia che fu offerta in pasto anche ad altri  frequentatori della mensa dell’albergo.
    Un episodio non fu di gradimento di Ena: recatasi in una banca locale ebbe la ventura di incappare in un direttore non eccessivamente  ossequioso e disponibile secondo i suoi gusti, e immediatamente decise di… immaginate un po’, di aprire a Messina una filiale della Banca S.Valentino, direttrice Rossana Ugolini.
    La telefonata giunta alla neo direttrice fece cadere l’interessata in una cupa prostrazione, andare in un posto mai visto e metter su un istituto di credito ex novo, maledetta la zia pazza. I genitori nulla poterono per alleviare le doglianze dell’afflitta figlia che, caricate sulla 500 Fiat Abarth bagagli e macchine fotografiche, sua passione, varcò anch’essa lo stretto di Messina.
    La città si dimostrò accogliente sia per il clima che per la cortesia dei suoi abitanti, unico neo gli amministratori locali che lasciavano molto a desiderare, situazione che poco interessava la zia Ena che si era messa di buona lena a metter su la banca. Faceva tutto lei: girando per la città individuò la filiale di un piccolo istituto di credito con tre impiegati e riuscì nel giro di pochi giorni a contattare la sede centrale che fu ben lieta di scaricarsi una filiale niente affatto produttiva.
    Il seguito fece scalpore in città: rinnovo totale dei locali con l’aiuto di un  famoso architetto e poi l’inaugurazione in pompa magna con articoli sui giornali  e servizi sulle tv locali e la presenza di autorità cittadine, la zia non aveva badato a spese.
    Inutile dire che la stessa politica seguita nella casa madre fece lievitare immediatamente la clientela indigena attratta da  condizioni di mercato estremamente favorevoli .
    “Zia ci stiamo rimettendo un sacco di soldi!”
    “Nipotina bella, vedrai, ci rifaremo.”
    Il futuro le diede ragione anche per la bravura delle impiegate (sempre tutte donne) che ce la metteva tutta per aver ricevuto uno stipendio ben superiore a colleghi di altre banche.
    La zia Ena aveva prese la via del ritorno anche per la sua non buona salute e così Rossana fu padrona assoluta anche se sentiva una po’ di solitudine; non riusciva a fare molte amicizie, qualche sabato a ballare ma non legava con ragazze e soprattutto ragazzi del luogo, troppo lontana dalla loro mentalità, rimpiangeva la compagnia di Alberto suo compagno di scuola e unico amore della sua vita.
    Un episodio risvegliò il normale monotono incedere della banca di S.Valentino: Rossana era allo sportello per sostituire una impiegata in ferie. Si era presentato un signore di mezz’ età, mai visto, che invece di avanzare una normale richiesta di prestazione bancaria, aveva presentato un suo biglietto da visita con la scritto:‘€.1.000  B.P.P.’
    Perplessità di  Rossana: “Scusi signore vuol spiegarsi meglio.”In passato in ragioneria aveva imparato il B.P.L ossia buono per lire ma quel B.P.P. non le diceva nulla.
    All’orecchio di Rossana il signore si spiego più chiaramente, voleva dire: BUONO PER POMPINO, €.1.000 era il corrispettivo per la prestazione.
    “Brutto maiale fuori di qui prima che lo prenda a calci!”
    Tutti le impiegate vicino alla direttrice che fece chiarezza sulla situazione ricevendo la solidarietà delle colleghe anche se una, la più spiritosa: “1.000 €.per un pompino mi sembrano pochini!”
    Inutile dire che l’episodio ebbe risonanza fra gli impiegati delle altre banche, Rossana si beccava lo sguardo ironico di qualche collega,  si pentì di aver divulgato l’episodio.
    Era passato circa un mese quando accadde qualcosa di inusitato: dinanzi alla banca un signore aveva posteggiato una Aston Martin targata Inghilterra. Il cotale: 1,80, fisico atletico, dopobarba di classe, sguardo magnetico, insomma uno bono si era diretto ad una cassa.
    “Lara lascia stare, ci penso io al signore.” Rossana voleva prendere in mano la situazione, quel tale, baffetti da sparviero come avrebbe detto il comico D’Angelo era troppo affascinante, di classe come pochi se ne vedono in giro.
    “I’m John  Fitzgerard, english from London,  she captivated me with its beauty, ask me any money for his company, capisco italian ma parlo poco. parlo poco.”
    “Ma sei un maiale” pensò Rossana che era stata in Inghilterra in collegio ed aveva imparato la lingua. Gli aveva offerto del denaro per la sua ‘compagnia’. In ogni caso aveva stile, meglio far finta di nulla, d’altronde le colleghe non conoscevano l’inglese e quindi …
    “Il signore vuole delle spiegazioni, stiamo chiudendo ed io vado con lui, ci vediamo domani.”
    “Dato che parli poco l’italiano ma lo capisci ti parlerò nella mia lingua. Data l’ora andiamo a mangiare in un ristorante in riva al lago di Ganzirri.”
    L’arrivo in trattoria non passò inosservato, non era di tutti i giorni che Rossana si presentasse  in Aston Martin con un signore che, si vedeva lontano un miglio, italiano non era.
    Salvatore, il capo cameriere, li posizionò in un tavolo riservato dopo avere allontanato con un cenno i vari suoi colleghi che, spinti dalla curiosità, avevano fatto capannello.
    “Salvatore questo è John Fitzgerard un cliente della mia banca, desidera gustare le vostre specialità, fai tu col menù, portaci un Corvo bianco, grazie.”
    “Caro John, sono una donna di spirito altrimenti avrei dovuto offendermi per le tue parole…”
    “Io non voleva, perdono.” Prese una mano di Rossana e se la portò alle labbra guardandola negli occhi.
    Ci sapeva fare il bell’inglese, la donzella cominciò ad apprezzare sempre più la sua compagnia, come pure apprezzò gli spaghetti alla pescatora, una fetta arrosto di pesce spada, due spiedini di gamberoni seguiti da un’insalatona gigante con tanto di cipolla, patate fritte per l’inglese e un’ananas, caffè per lei decaffeinato.
    Il conto fu presentato dal proprietario in persona che fu ripagato da una mancia stratosferica che fece strabuzzare gli occhi sia al padrone che a Salvatore.
    I camerieri si premurarono ad aiutare i due ospiti da indossare i soprabiti e poi in macchina.
    “Alloggio hotel Jolly, vorrei mutare abito, un poco freddo…”
    Posteggiata l’auto dinanzi all’albergo, due inservienti si precipitarono ad aprire gli sportelli con tanto di inchino, l’english si li era comprati tutti!
    “Vado in room…”
    “Ti seguo, voglio rinfrescarmi.” Rossana aveva meravigliata se stessa, che ci andava a fare in camera di uno sconosciuto, mah…
    Ovviamente era la room migliore dell’hotel, visuale sul porto di Messina, due navi di crociera ormeggiate, un ferry boat in entrata nel porto, un’orda di venditori di oggetti vari che circondavano i turisti scesi a terra.
    “Mi sento accaldata, uso il tuo bagno.”
    Effettivamente Rossana era un po’ sudata cosa per lei inusuale, quell’incontro l’aveva un po’ scombussolata. Rimase in reggiseno, prima di lavarsi si rimirò nel lungo specchio, cazzo era rossa in faccia, cosa le stava succedendo…
    “Quando tu finito entro in bath room.”
    “Vieni ...” Rossana non riconobbe la sua voce
    “Scuse me…” L’inglese si mostrò imbarazzato, la bell’italiana era rimasta in reggiseno e mutandine e il cotale lo fu molto di più quando Rossana lo abbracciò baciandolo furiosamente. L’ovvia conclusione sul lettone ambedue impegnati in una' acerrima pugna'…
    Quel che accadde postea fu alquanto nebuloso per Rossana. Si fece accompagnare alla sede della banca, recuperò la Fiat Abarth e si rifugiò nell’albergo Royal dove rimase per un giorno intero sinchè il direttore dell’hotel, molto  delicatamente, bussò alla porta della camera per chiedere sue notizie.
    Il perché di tante ‘storie’ per quello che poteva ed era un normale rapporto sessuale, questo  si domandò Rossana appena ripresasi dopo una doccia caldo- freddo, in fondo era stata lei ad iniziare la ‘guerra’.
    Diede sue notizie alle impiegate. Rossana non aveva voglia di uscire dall’albergo,una crisi strana. Dalla finestra della sua camera all’ultimo piano guardava stordita la gente, il tram, le auto, le navi nel porto,sentiva una profonda sonnolenza invaderla tutta, si fece portare il pranzo in camera e riprese a dormire.
    Pranzo in camera e sonno durò tre giorni sinchè  il direttore, preso coraggio, le chiese telefonicamente se avesse bisogno di un medico. Fu questa mossa che fece capire all’interessata che era il momento di darsi una mossa per rientrare nella vita normale. Tanto choc per una scopata! Un pensiero volgare ma efficace che le fece riprendere contatto con la realtà; forse era stata per lei la paura di essersi innamorata.
     Un lunedì uggioso, tempo  inusuale per Messina che di solito godeva di un  buon clima, d’altronde a novembre inoltrato non  si poteva pretendere di più.
    In ufficio un mucchio di carte da firmare le fece passare il tempo, senza accorgersene si era fatta l’una.
    Anna, la vicedirettrice: “Rossana noi andiamo a pranzo, quell’inglese tuo amico è venuto molte volte a domandare tue notizie, voleva sapere anche il nome  dell’albergo dove risiedi, non glielo abbiamo comunicato, ha lasciato questo suo biglietto da visita con numero del cellulare, buon appetito.
    Un panino dal vicino salumaio ed una birra e sempre in mano il biglietto da visita di John.
    “John sono Rossana, che fine hai fatto?” La baby aveva rivoltato la frittata.
    “Ho cercato te, molto…molto…” John piangeva.
    Dopo un lungo silenzio:
    “John sto venendo al tuo albergo, aspettami fuori.”
    John era vestito da cavallerizzo, un vestimento inusuale che attirava l’attenzione della gente.
    La prima reazione di Rossana fu di una profonda risata:
    “Come ti sei conciato?”
    “Voleva far colpo su te,  piaccio?”
    “Andiamo nella Aston Martin, si sta più comodi.”
    “Tue amiche non sapevano dove stavi, io voleva…”
    La bugiardona: “Ero in missione, ora son qua.”
    “Starò a Messina per sempre…sono issimo innamorato!”
    “Io invece no, non voglio più vederti.”
    Rossana stava barando, anche lei si era innamorata anche se sembrava impossibile dopo un solo incontro con un  uomo.
    “Tu fai male, prego non dire cose cattive.”
    “Va bene starò con te quando avrai imparato a parlare l’italiano.”
    “Vado  scuola, per te tutto…”
    “Zia Ena mi sono fidanzata con un  inglese, penso sia un baronetto.”
    “Vieni a Colle S:Valentino a fammelo conoscere, fai presto non sto bene in salute.”
    Una Aston Martin a Colle S.Valentino non passava di certo inosservata, Rossana e John furono circondati dagli abitanti della frazione, un saluto affettuoso da parte di tutti, gli Ugolini erano benvoluti.
    La zia Ena aveva detto la verità, si vedeva chiaramente in faccia che prossima sarebbe stata la sua dipartita, un tumore al seno, Rossana andò in bagno a piangere, non riusciva a smettere, John andò a trovarla, anche lui molto commosso.
    Ai funerali partecipò tutta la popolazione, tanti fiori, carrozza a cavalli e tumulazione nella tomba di famiglia.
    Rossana e John non rientrarono più a Messina, la banca fu affidata alla vicedirettrice; la baby ebbe modo di ‘sfornare’ una coppia di gemelli italo-inglesi. Jonh, imparato l’italiano, mise su un bed and breakfast frequentato da molti suoi concittadini, una storia forse triste ma a lieto fine come tutte le vecchie favole.
     
     

  • 23 ottobre 2015 alle ore 11:11
    ALBERTO...ALBERTO!

    Come comincia: Alberto M., quarantenne, Maresciallo  Maggiore Aiutante della Guardia di Finanza, aveva un po’ tutto in doppia copia: il nome innanzi tutto dovuto al fatto che la mamma, quando da piccolo si esibiva in qualche monelleria, lo richiamava con ‘Alberto… Alberto!’ e poi aveva in Finanza due incarichi: capo sezione operativa e capo laboratorio fotografico; due pistole: una quella d’ordinanza ed una, Smith e Wesson cal.38, sua personale e, per ultimo due medaglie di prestigio: la Medaglia d’oro al Merito di Lungo Comando e la Medaglia Mauriziana ambita da molti ma in possesso di pochi. Mettici un:’aitante e distinto’ come da note caratteristiche, un metro e 80 di altezza, barba e pizzo, insomma un belloccio che Anna, un metro e sessantacinque, deliziosa, furbacchiona se l’era sposato in seconda istanza in quanto Alberto aveva ritenuto di scaricare la prima moglie dal carattere mefistofelico.
    Alberto Alberto abitava e abita a Messina in via Consolare Pompea nel complesso ‘Madonnina dello Stretto’, sei edifici ciascuno di dodici appartamenti che aveva preso nome da una Madonna posta all’ingresso  dove molte fresche spose posavano il loro bouquet di fiori nella speranza di boh… Alberto da buon ateo non ne immaginava proprio il motivo.
    Il maresciallo, romano purosangue,  era stata sbalzato in Sicilia dal Lido di Ostia dopo aver indossato i gradi di vicebrigadiere, prima nelle isole Eolie, poi a Milazzo, sede della prima moglie e poi a Messina dove guarda caso, aveva incontrato un paesano portiere del complesso dove abitava.
    “Nando chi cacchio ti ha portato a Messina?”
    “Maresciallo non ci crederà ma è stata una minchiata”
    “Nel senso di una fesseria?”
    “No un colpo di minchia: in villeggiatura a Messina ho conosciuta Carmela e l’ho messa incinta. Il padre, uno con la faccia tagliata, mi ha convito a sposarla ed ora son qua.”
    “Va bene Nando facciamo squadra fra noi romani e raccontami tutto del condominio.”
    “Marescià ci vorrebbero giorni, piano piano ti renderò edotto, posso darti del tu?”
    “Ma certamente, ogni tanto vieni a casa mia, ho buoni vini: un Lambrusco di Sorbara e un Verdicchio dei Castelli di Jesi, ciao.”
    Allora parliamo della moglie di Alberto la deliziosa Anna: anni 23, bruna con meches rossicce, occhi verdi bellissimi, bocca da p…..ra, seno piccolo ma molto sensibile come pure la … gatta bruna. La piccola era molto gelosa ma, intelligentemente non lo dava a vedere.
    I coniugi M. abitavano all’ultimo piano della prima palazzina, dirimpettaia una biondona che più biondona non si può: Denise Eva Carin anni 28, un metro e75 di altezza, vita stretta, piccolo seno, lunghe gambe,  modella free lance, insomma ogni tanto veniva chiamata per sfilare ma non girava il mondo anche per poter crescere  il piccolo Daniel dal padre sconosciuto o meglio avuto con la inseminazione artificiale in Svezia poiché Denise non voleva avere accanto l’ingombro di un marito (parole sue).
    Anna e Denise avevano fatto amicizia, ogni tanto il piccolo Daniel di anni due sgambettava nell’appartamento di Alberto quando non c’era la baby sitter e la mamma era in giro a sfilare.
    “Marescià però c’iai nà bella vicina!”
    “Io c’iavrò pure una bella vicina ma c’iò pure una moglie dalle lunghe unghie.”
    “Tu sei alto e potresti arrivarci, a me ci vorrebbe una scaletta, sino uno e sessanta!”
    “Nando non si tratta di altezza lì non ci arriva nessuno dei due, capì!”
    Invece Alberto ci aveva messo gli occhi, una volta pensando a lei si era pure masturbato, ogni volta che la incontrava gli aumentava di molto la pressione, in presenza di Anna mostrava indifferenza totale, troppa indifferenza che la piccola mignotta maligna non aveva tardato a notare.
    “Inutile che fai quella faccia, ti conosco mascherina!”
    Una volta, su richiesta della bella vicina, erano andati tutti e quattro ai giardinetti vicino casa loro per fare delle foto, passando dinanzi alla portineria, Nando con un sorriso:
    “Buona passeggiata signori!”
    Denise: “Cosa voleva dire il portiere?”
    Alberto: “Quello che ha detto, buona passeggiata.”
    Alberto aveva dato il meglio di sé (come fotografo). Quando riprendeva  Denise cercava per lei pose seducenti, sensuali, con la camicetta sbottonata che lasciava intravedere…la baby era pure in minigonna!
    “Faresti una fortuna come fotografo delle dive, vorrei controllare il tuo slip!”
    “Non sono stato io a propormi, la prossima volta dirò di no così non rompi!”
    “Non fare l’offeso tanto non c’è niente da fare, Denise non ama i piselli!”
    “Ecco il perché dell’inseminazione artificiale, quanta bella merce sprecata!”
    “Chiamare merce una donna! Sei un maschilista, in ogni caso sprecata per chi, non per te!”
    Alberto era rimasto deluso, non che pensasse di poter…ma adesso che sapeva che Denise era lesbica… forse avrebbe voluto averne due anche di…
    Il bel maresciallo non lo sapeva ma il destino stava girando a suo favore.
    Una sera verso le ventitré era a letto quando Anna lo abbracciò, stava piangendo.
    Non era il momento di chiedere spiegazioni, rimasero abbracciati a lungo finchè Morfeo li prese entrambi.
    Dell’episodio non se ne accennò per molto tempo quando una sera, dopo mangiato:
    “Vado a trovare Denise…voglio dirti quello che è successo con lei la volta passata: eravamo sul divano quando abbiamo cominciato a scherzare chi avesse il seno più piccolo, ci siamo denudate e Denise ha preso a baciare il mio seno dolcemente, tanto dolcemente da riuscire a farmi godere, non mi era mai successo con te poi  mi ha sfilato gli slip e mi ha baciato a lungo la gatta, non so quante volte ho goduto, avevo gli occhi chiusi e non sono riuscita a ribellarmi ecco il perché delle mie lacrime quando sono venuta a letto, adesso sai tutto ma io ti amo sempre, tantissimo, quello è stato solo un episodio.”
    Alberto era fra lo sbalordito ed il dolcemente sorpreso, malignamente pensò ad un trio ma si guardò bene dal manifestare qualsiasi espressione, strinse solo al petto Anna e la baciò a lungo.
    Denise, Anna e Alberto si evitavano, fecevano in modo di non incontrarsi anche se il maritone pensava che certe situazioni vanno affrontate, inutile nascondere una verità anche se scomoda ma Anna non era dello stesso parere.
    I coniugi M. pensarono bene per un periodo di rifugiarsi a Jesi ridente cittadina in provincia di Ancona presso la cugina Letizia, che poi hanno di ridente certe località Alberto se l’era spesso domandato senza giungere ad ottenere alcuna risposta valida.
    A Jesi Alberto era vissuto con i genitori ed aveva studiato presso il liceo classico. Cercò di riallacciare una relazione con qualche compagno di scuola ma con scarsi risultati, ognuno  aveva famiglia, erano finiti i tempi della goliardia e così prese a girare in Jaguar nei paesi vicini, in particolare a Cingoli in provincia di Macerata dove aveva vissuto,in tempo di guerra.
    L’acquisto della Jaguar gli aveva procurato qualche problema presso il suo comando. Un maresciallo che spende 39.000 €. per una macchina di lusso qualche spiegazione doveva pur darla, in considerazione anche del fatto che cinque suoi colleghi erano finiti a Gazzi (carcere di Messina) per concussione.
    La questione fu risolta presentando la documentazione da cui risultava la vendita di una villa di sua zia Giovanna deceduta di recente.
    I coniugi Notari, cognome del marito di Letizia, erano dei buongustai e quindi il quartetto passava la maggior parte del tempo o all’acquisto di cibarie (i cappelletti una specialità favolosa) o in qualche ristorante alla moda anche sulla costa adriatica.
    Dopo quindici giorni Alberto e Anna si guardarono in faccia e, all’unisono decisero che era giunta l’ora di levare le tende con grande dispiacere dei cugini ma il richiamo di casa si era fatto sempre più forte, addio dunque a Jesi in una giornata piovosa.
    La pioggia li accompagnò sino a Villa S.Giovanni sul traghetto per Messina.
    All’ingresso incocciarono Nando:
    “Novità?”
    “Sai quella signorina svedese con un figlio che abita allo stesso tuo piano, è stata ricoverata nella clinica S. Rita, non si sa bene cosa abbia, è giunto anche un suo parente dalla Svezia.”
    Il gelo era sceso fra Alberto e Anna senza una particolare motivazione, forse quell’episodio fra le due donne aveva lasciato il segno su Denise ma era solo un’ipotesi, una spiacevole ipotesi.
    Il giorno successivo Alberto sentì l’ascensore arrivare al suo piano, di corsa aprì la porta di casa e incontrò un signore alto, biondo di mezza età sicuramente un parente di Denise.
    “Sono Alberto M., io e mia moglie siamo amici di Denise, vorremmo sapere qualche notizia sul suo conto.”
    Il signore si presentò in uno stentato italiano:
    “Fabian Milton, zio Denise, mia nipote ricoverata da settimana, molto dimagrita, medici non sanno cosa ha. Chiede sempre di una Anna.”
    “È mia moglie, sono amiche, andremo a trovarla.”
    Situazione complicata, difficile prendere una decisione, quel chiedere sempre di Anna poneva dei problemi…
    “Che ne pensi, è il caso di andarla a trovare, chiede sempre di te, che pensi voglia dire.”
    “Hai la sensibilità di un mammalucco, sei come tutti gli uomini che pensano alle femminucce solo come trastulli, hai mai sentito parlare di sentimenti, anche gli omosessuali si innamorano, sei proprio un imbecille!”
    Dopo essersi preso dell’imbecille, il buon Alberto per distendersi mise nel giradischi dei CD rilassanti con rumori di bosco, di uccellini, delle onde del  mare, di solito funzionava ma non questa volta, mal di testa, confusione totale, maledizione…
    Il giorno dopo era spuntato il sole, i due coniugi, più rilassarti, con la 500 di Anna raggiunsero la clinica, aspettarono un’ora, non era orario di visite.
    La vista di Denise fu un pugno nello stomaco per Alberto e per Anna: dimagrita, colore del viso terreo, occhi chiusi dopo aver notato la loro presenza, un’infermiera:
    “Non la fate stancare, è molto debole.”
    Fu  Anna a rompere il silenzio, prese una mano di Denise cercando di metterla sullo scherzo:
    “Ti abbiamo lasciato per qualche giorno e ci fai questi scherzi, sai che di dico, vestiti e vieni con noi, abbiano portato da Jesi dei cappelletti da fare in brodo di cappone, vecchio rimedio della nonna, quello che ci vuole per farti star bene, veloce, alzati e abbracciami, lo sai che ti voglio bene, dai…”
     Le parole di Anna fecero un effetto immediato, Denise aprì gli occhi, parve rinfrancata tanto da riprendere un po’ di colorito in viso, si mise seduta sul letto, aveva bisogno di aiuto ma fece capire che voleva andare a casa.
    E così fu. All’arrivo furono salutati da un Nando cerimonioso:
    “Evviva!”
    A casa di Denise a far compagnia al piccolo Daniel c’era una baby sitter, lo zio Fabian era a far la spesa.
    “Per festeggiare un pranzo come promesso con cibi jesini e del Lambrusco che mette sempre allergia.” Alberto faceva il giovialone.
    “Fatto piccolo miracolo, grazie.” Lo zio era felice, non sapeva cosa fosse successo ma l’importante era il risultato.
    “Mia cara, vai a letto col piccolo Daniel che ha bisogno del calore della sua mamma, ti verrò a trovare, promesso.”
    Come finisce questa storia? A favore di quel simpaticone di Alberto che si trovò all’interno di un trio senza aver fatto nulla per meritarselo se non il fatto di essere al centro delle voglie di due signore le quali, dopo un ‘consiglio di guerra’, decisero per una sua ammissione ai loro giochi erotici.
    Il tutto iniziò con la messa a dormire del piccolo Daniel e con una cena a base di cibi afrodisiaci, ammesso che ce ne fosse bisogno!
    Durante il mangiare un silenzio ‘condito’ con sorrisi che preludevano ad un da un abat jour dalla luce azzurrina.
    Anche Anna si era tolta i vestiti, Alberto guardava un po’ istupidito la scena surreale.
    “Imbecille ti vuoi spogliare!”
    Quell’aggettivo da parte di Anna era del tutto meritato! Anche lui ignudo vide le due signore appassionatamente abbracciate baciarsi in bocca voluttuosamente per poi passare sui seni e sulle ‘gatte’ sicuramente bagnate oltre ogni dire.
    Il ‘ciccio’ del giovin signore si era notevolmente ‘inalberato’ e si trovò a penetrare alternativamente nella due ‘chattes’ giungendo quasi subito all’orgasmo ma rimanendo sempre in posizione questa volta molto più a lungo sin quando si trovò a infilarsi un po’ faticosamente in un buchino più piccolo, ma sempre disponibile, quasi sicuramente di Denise che, dopo un po’, gli fece capire che la sua prestazione era alla fine e che doveva ritirarsi in buon ordine per dar modo alle due signore di spassarsela fra di loro.
    Anna completamente anche lei innamorata di Denise (pur dichiarando di amare ancora Alberto) spesso la sera si assentava dal tetto coniugale per passare la serata con la voluttuosa svedese; anche Alberto, talvolta, veniva invitato al desco sessuale.
    In questa storia chi ci guadagnava era sicuramente il maschietto e anche in questa situazione per lui si presentò la regola del doppione: avere due mogli.
    D’altronde qual è il desiderio di ogni uomo? Diciamolo francamente: avere contemporaneamente la disponibilità di due femminucce di cui, possibilmente, una omo.
    Forse Nando istintivamente si era accorto di qualcosa perché quando Alberto passava dinanzi alla portineria alzava un braccio e faceva segno con il pollice e indice uniti conditi da un bel sorriso, son of the bitch!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:47
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO.

    Come comincia: Una gita è sempre gradita.
    Partenza da Messina alle nove, arrivo a Paternò alle undici e poi nei campi insieme ai raccoglitori, tutti giovani, che cercavano di raggranellare qualche Euro.
    “Che bella l’aria di campagna, ci vorrei vivere per sempre.”Aveva parlato Assunta che pareva aver preso colore in viso dopo…era proprio cambiata come pure la sorella, la cura Max stava funzionando.
    All’imbrunire furono apparecchiati due tavoli, mischiati padroni e lavoratori tutti allegri oltre che per un buon pasto anche per il vino di Paternò che un po’ forte di gradazione, aveva dato alla testa a qualcuno; un paio di coppie erano sparite dietro i filari.
    I tre dopo cena si misero in macchina.
    “Non rientriamo a Messina, siamo troppo stanche, troviamo un albergo.”
    Era un tre stelle.
    “Vorremo due stanze, una matrimoniale ed una singola per mia sorella.”
    Era chiaro che Giuliana si era ricavata la parte di moglie.
    “Ci facciamo una doccia, non è che sei stanco?” Tradotto datti da fare, voglio scopare.
    Giuliana visto Max nudo sul letto.
    “Sei il dio Apollo ed io il dio Apollo me lo lecco tutto.” E cominciò dai piedi sino al viso.
    “Mi hai preso per un lecca lecca?”
    “No, mi piace il tuo sapore, mio marito puzzava.!”
    Tanto premesso Giuliana andò al dunque, si mise a cavalcioni di Max e cominciò la cavalcata sino ai fuochi di artificio finali.
    “Bene cara, ora mi giro dall’altra parte, ho sonno, buona notte.”
    Forse stava sognando o forse no, qualcuno a meglio qualcuna gli aveva preso in bocca l’uccello.
    “Giuliana non t’è bastato, ancora?”
    “La succhiatrice non aveva risposto anzi aveva accelerato il ritmo. Max allungò una mano e toccò i capelli, non era Giuliana, aprì gli occhi: Assunta.
    “E tu che vi fai qui?” Domanda di una intelligenza…
    Assunta su di giri non gli rispose, gli montò a cavalcioni come sua sorella, era lo stile di famiglia, Max non aveva preservativi e si lasciò andare, se veniva fuori un pargolo non sarebbe morto di fame.
    Assunta, finalmente doma, restò nella stanza di Max il quale la mattina seguente ebbe una sorpresa: nel taschino della giacca un assegno di cinquantamila Euro…mih!
    Rientro a Messina, dietro i vetri al primo piano la signora Costa non sembrava apprezzare quello che vedeva, capì di non essere la sola amante di Max, pensò che non poteva competere con quelle due riccone, si sarebbe accontentata delle briciole.
    In seguito un fatto anomalo (capitavano tutte a lui!). Durante le lezioni di francese e di latino alle sorelle D’Arrigo,  Grazia prese a piangere a dirotto sulle spalle della sorella che la imitò, Max era in crisi, cosa poteva essere successo di grave:
    “Un brutto voto a scuola, litigio con i genitori o con i compagni?”
    “Se lei è comprensivo glielo diremo ma deve essere comprensivo e non liquidarci come due sceme.”
    “Non vi liquido, parlate.”
    “Non dormiamo più la notte, non è un modo di dire, è la verità, desideriamo ardentemente stare un po’ con lei, solo un pompino, niente fiorellino solo in bocca,non lo diremo a nessuno, siamo pazze di lei, si può fidare” e giù a piangere di nuovo.
    “Max ebbe paura che la storia finisse male, quelle due sembravano capaci di tutto.
    “Va bene ma solo per una volta.”
    Le due misero mano ai pantaloni che furono sfilati, ‘ciccio’ dinanzi a tanta gioventù innalzò la cresta che venne ingoiata a turno da una bocca; cercò di resistere più a lungo possibile, erano molto brave maledette loro, chissà quanto allenamento con i compagni di scuola. In ultimo ‘ciccio’ si arrese e cominciò ad emettere lo sperma golosamente ingoiato a  turno dalle due sorelle.
    “Grazie e…a presto!”
    Un par di balle, quale a presto! Le due sorelle erano sparite dietro la porta d’ingresso.
    Max non volle porsi domande, ormai aveva capito come sarebbero andate le cose in quel condominio.
    Unica speranza di salvezza i due coniugi settantenni pensionati e tristi nella cui casa Max si rifugiava quando era inseguito da qualche Erinni arrapata!
     
     

  • 10 agosto 2015 alle ore 11:46
    POGGIO APRICO - UN CONDOMINIO SEX A GO GO!

    Come comincia: Alberto M. maresciallo della Guardia di Finanza, in divisa, a bordo della sua Lancia Ypsilon stava per imboccare l’autostrada che lo avrebbe condotto a Roma, meta finale Messina.
    Stava andando via o forse meglio dire scappando da Domodossola che per lui era diventato luogo di dolore.
    La sua amata Flora era deceduta per un tumore al cervello, l’aveva assistita sino all’ultimo anche quando era in preda a dolori atroci che nemmeno i medicinali oppiacei riuscivano a lenire.
    Dopo quell’evento funesto era rimasto in città per un mese al fine di sistemare la sua posizione per un trasferimento fuori sede.
    Era rimasto in collegamento con Ignazio Romagnoli suo compagno di camerata alla Scuola Sottufficiali di Ostia, anche lui colpito da un grave lutto per il decesso in un incidente stradale dell’unico figlio.
    A mezzo di conoscenze comuni al Comando Generale del Corpo, rappresentando i loro rispettivi problemi, erano riusciti: Romagnoli ad essere trasferito a Lecce suo luogo d’origine e dove possedeva un’abitazione e Alberto al suo posto a Messina all’Ufficio Operazioni.
    Al ,come tutti lo chiamavano, si era fermato vicino Firenze per sgranchirsi le gambe, fare e colazione ed il pieno di benzina.
    Nel frattempo si era messo in collegamento telefonico con sua cugina Silvana che abitava in via Cavour in pieno centro a Roma.
    “Silvà (non aveva perso l’accento romanesco essendo nato nella capitale) fra un par d’ore sò da te.” (Gli piaceva, quando poteva, sfoggiare il suo dialetto tipo ‘civis romanus sum’ un po’ , come dire, sono superiore a voi.)
    “Quando arrivi citofonami, in via Cavour non riusciresti a posteggiare, ti ho riservato un posto in un garage vicino a casa mia.”
    Silvana era per Alberto più che cugina la sorella che non aveva avuto.
    Grandi baci e abbracci: “Ci voleva il tuo trasferimento per vederci, ora che stai qui ci resterai almeno quindici giorni.”
    “Silvana lo sai quando mi fa piacere stare con te ma dopodomani devo essere a Messina.”
    “Va bene, se non puoi, non ho voglia di cucinare, stasera andremo al ristorante ‘Urbano’ che sta qui sotto.
    Silvana era in confidenza col padrone Romolo, ti presento Alberto mio cugino, attento che è un maresciallo della Finanza, stasera mi devi fare la ricevuta fiscale.”
    “Io te l’ho sempre rilasciata…”
    “Ah Romolè lassa perde e facce magnà da re.”
    I due nella conversazione tralasciarono l’argomento Flora, era troppo doloroso.
    “Com’è che hai scelto Messina, se venivi a Roma saremmo stati insieme, avresti abitato a casa mia.”
    “È stata una combinazione particolare, un mio collega ed amico è stato trasferito da Messina a Lecce, io prenderò il suo posto.”
    La mattina successiva in viaggio: via Cavour, via Merulana, S:Giovanni, via Appia infine l’autostrada. Fino a Salerno tutto liscio poi sulla Salerno Reggio Calabria una serie infinita di cambi di carreggiata, di rallentamenti, di file di auto (era luglio).
    Giunto sfinito a Villa S.Giovanni due ore di attesa per il traghettamento.
    “Ignazio sono a Messina all’uscita del serpentone che debbo fare?”
    “Non ti muovere vengo io.”
    Ignazio abitava in un casa a cinque elevazioni in una stradina interna della  ‘Panoramica dello Stretto’ con piscina e campo da tennis, al quinto piano abitava Ignazio.
    “Stasera andremo a mangiare alla ‘Sirena’, un ristorante di un caro amico, si mangia bene e per noi si paga poco, ti ho preparato un letto nel salone.
    Dopo la presentazione al padrone, Ignazio e Max si sedettero in un tavolo situato su una terrazza con vista sul lago, uno spettacolo.
    Nessuno dei due amici aveva gran voglia di parlare, ognuno sapeva dei rispettivi lutti che era meglio non ricordare.
    A casa: “Al io lascio il mio cuore a Messina, qualcosa dentro di me s’è rotto, ricordi la mia allegria, il mio carattere espansivo, tutto finito. Abbiamo portato a salma di mio figlio al cimitero di Lecce, mia moglie è rimasta lì dove abbiamo una grande casa, io la raggiungerò non appena ti avrò passato le consegne. Intano ti porto in garage raggiungile in ascensore. Questa moto era di mio figlio, non la voglio più vedere, ti lascerò un foglio in bianco firmato, andrai dal notaio Nascimbene, è un amico penserà lui al passaggio di proprietà.
    “Ignazio ho visto di sfuggita che ci sono una piscina ed un campo da tennis, come la mettiamo col condominio e poi devi dirmi quanto tu paghi per l’affitto.”
    “Per l’affitto e per il condominio niente, non fare quella faccia, poi ti spiegherò il perché.” Molto perplesso Al.
    Il pomeriggio successivo:
    “Ti presenterò i vari condomini: al primo piano due coniugi quarantenni senza figli cognome Costa: lui Salvatore lei Maria, Memi per gli amici, secondo piano due pensionati settantenni Di Stefano Vittorio e Francesca, due persone per bene, affettuose, terzo piano le sorelle Musmeci Giuliana vedova e Assunta zitella circa quarantenni. Attenzione a loro sono le padrone dell’isolato ed hanno tante proprietà immobiliari e terreni, devi tenertele buone. Hanno una paura tremenda di accertamenti tributari, hanno voluto che io controllassi i loro conti in compenso niente affitto e niente condominio, quarto piano D’Arrigo Calogero (Lillo) marito, Caterina moglie e due gemelle sedicenni Grazia e Graziella, due pesti.”
    Primo piano: “Questo è Massimiliano Romani mio collega subentrerà nella mia abitazione, loro sono…”
    La scena si ripetè per quattro volte, a Max rimasero impresse le caratteristiche di tutte le persone abitanti nel palazzo, alcune molto interessanti…
    Ignazio partì il giorno dopo:
    “Per me questa casa è solo un ricordo doloroso, non porterò con me i mobili, te li regalo, a Lecce ho una casa ammobiliata e non saprei dove metterli.”
    “Fammeli pagare almeno in parte…”
    “No ho deciso così, voglimi bene.”
    Il giorno dopo si recarono in caserma.  Presentazione al Comandante Colonnello Andrea Speciale ed al suo Aiutante Maggiore t.colonnello Sebastiano Leotta, poi nel suo ufficio brigadiere Angelo Sferrazza e l’appuntato Franco Iannello. Ignazio partì il giorno stesso.
    Alberto si mise all’opera, la casa era molto bella: il salone e la camera da letto avevano vista sul mare, i due bagni e lo sgabuzzino su un terreno laterale tutto alberato, lo studio, il soggiorno e la cucina sul retro; dovevano essere circa centoventi metri quadrati.
    Amante della pulizia e dell’ordine Al si mise all’opera,  finita quest’incombenza aprì il baule e la valigia e sistemò lo sue cose negli armadi, in camera da letto e nel bagno.
    Accese il televisore ma lo spense quasi subito, a letto sfinito.
    Alberto andò in centro, per comprare un computer e relativa stampante, per fortuna in casa c’era un telefono fisso funzionante, Ignazio era stato molto generoso con lui.
    Il giorno successivo due tecnici vennero a casa sua e sistemarono i due apparati.
    Altra incombenza:  il  conto corrente, a Domodossola aveva come banca il Credito Emiliano che per sua fortuna aveva degli sportelli anche a Messina. Sorpresa, un funzionario di quell’istituto di credito era Salvatore Costa che abitava al primo piano del suo palazzo.
    “Signor Costa a Domodossola avevo il conto corrente con questa banca vorrei passarlo a Messina.”
     L’interessato si mise a disposizione poi:
    “Venga a casa mia di pomeriggio, la farò firmare del carteggio e le fornirò la password per entrare nel suo conto corrente e fare le operazioni che desidera.”
    Alberto aveva ancora dieci giorni di licenza di trasferimento da usufruire e, se anche frastornato dagli ultimi avvenimenti,  sentì che qualcosa di buono era mutato in lui forse dovuto al  cambiamento sia della città che delle persone che aveva conosciuto.  Il pomeriggio verso le diciassette suonò il campanello di casa Costa, venne ad aprire il marito.
    “Venga nel salone ho messo sul tavolo il carteggio da firmare, intanto si era presentata la moglie.
    ”Noi eravamo molto amici dei signori Romagnoli, spesso mangiavamo insieme, giocavamo col figlio a tennis e facevano il bagno in piscina, la morte del povero Paolo  ha distrutto Ignazio, aveva vent’anni. Io vado un bagno un attimo, le farà compagnia mia moglie.”
    Alberto nel frattempo  studiava la signora: altezza 1,65 circa, seno misura tre piuttosto ben esposto da una camicetta rosa scollata, vita stretta, minigonna, gambe muscolose.
    “Lei sarebbe un’ottima modella, io ho per hobby la fotografia, quando vuole sono a sua disposizione e la vedrei pure come ballerina.”
    “Ho studiato danza fino a quindici anni, poi mi sono rotta una caviglia ed ho dovuto abbandonare. Amo essere fotografata, mio marito non è pratico e se vuole…domani mattina…”
    Un’invito esplicito, più di così, certo non voleva fare un passo falso, magari aveva male interpretato le parole della signora, intanto si sarebbe presentato con la fida Canon 450 poi…
    Alle nove Max suonò alla porta dei signori Costa, la signora Maria venne ad aprire in bichini nero con sopra una vestaglia aperta, buon inizio.
    “Il mio nome è Maria ma per gli amici sono Memi.”
    “Io sono Alberto, Al per gli amici.”
    “Vorrei io proporre io qualche posizione da prendere, andiamo nel salone, c’è una riproduzione della statua di Paolina Bonaparte scolpita dal Canova.”
    Ad Al cominciò ad aumentare la pressione sanguigna, Memi, sul divano, imitò la posizione della statua.
    “Ve bene così?”
    Max si fece più audace: “C’è una differenza, Paolina Bonaparte non aveva il reggiseno.”
    “Non c’è problema, Memi rimase in topless, un bel topless, le tette erano a forma di pera come piacevano a lui.”
    Al scattò le foto da tutte le posizioni poi.
    “Io vedrei una posa sul letto: seduta, la gamba destra piegata, le mani sul ginocchio.
    Anche qui nessun problema.
    “Va bene così, io a letto sono abituata a stare nuda.” Memi mise in atto la posa come suo desiderio.
    Alberto riprese la signora in costume adamitico da varie posizioni, poi si avvicinò sempre più, posò la Canon sul comodino e abbracciò Memi, prese a baciarla come un forsennato ben coadiuvato dalla signora. Venne fuori di tutto, connilungus, fellatio, sessantanove ed infine entrata trionfale dentro una gatta bagnatissima.
    “Non ti preoccupare, vai facile non posso avere figli.”
    Spossato, Al si mise a gambe aperte sul posto del letto che doveva essere del legittimo consorte con ‘ciccio’ ancora inalberato, Memi ne approfittò per montarci sopra per una ‘smorciacandela’.  La candela di Al era alla fine, riprese le sue cose, un bacio di ringraziamento e rientro in casa.
    Quell’abbuffata di sesso ebbe due effetti: fisicamente mise a terra Al ma psicologicamente lo allontanò dai fantasmi di Domodossola che gli sembrarono più sfumati, lontani…
    La moto Suzuki fu portata dal meccanico, lo sterzo era rotto. Al prese ad usarla quando c’era bel tempo per andare in caserma. Qui una novità: saputo che il Colonnello Comandante cercava uno pratico di fotografia per metter su un laboratorio per fotografare gli arrestati, prendere le impronte digitali ed in generale riprendere risultati di servizio e cerimonie varie, si presentò ed ebbe l’incarico.
    La ditta Randazzo era la più fornita a Messina, si presentò in divisa, conobbe il direttore ed i commessi, si fece fare dei preventivi che furono approvati dall’Ufficio Amministrazione. Il laboratorio fotografico diventò in gioiello: un marmo lungo un muro conteneva le vaschette degli acidi: rivelatore e fissaggio, un ingranditore Durst ed una smaltatrice rotativa, dall’altro lato un lavandino, una rotativa ad acqua per sciacquare le foto, un armadio dove mettere i materiali ed un essiccatore per le pellicole. Ben presto divenne pratico ed ebbe dei complimenti anche da parte di fotografici professionisti che riconobbero la sua bravura nello stampare il bianco e nero.
    Ora quello che interessava Al era presentarsi alle sorelle Musmeci per sistemare la sua situazione finanziaria. Al citofono concordò con una delle due di cui non riconobbe la voce, appuntamento a casa loro alle diciassette.
    Seguendo i suggerimenti datigli dal suo collega, si presentò in divisa e vide che aveva fatto l’effetto desiderato: le due sorelle furono molto cerimoniose: "si accomodi questa è la poltrona più comoda, le possiamo offrire qualcosa, abbiamo dei dolcetti fatti con le nostra mani e del vino delle nostre terre…"
    Al rifiuto di Alberto andarono al dunque:
    “Il suo collega era così gentile da ricontrollare i conti del nostro consulente tributario,  noi lo ricompensavamo con non farli pagare l’affitto ed il condominio, se lei fosse così gentile…”
    Al fu gentile ma nello stesso  tempo rimase colpito da ‘le nostre terre’ quelle erano davvero ricche.
    Giuliana, la vedova circa quarantenne, non era una longilinea a nemmeno una chiattona, una via di mezzo, quel che colpiva era il suo viso triste, non brutto ma triste.
    “Signora siamo coetanei un po’ di allegria, anch’io ho avuto un lutto, la morte per tumore della mia fidanzata, ne sono rimasto scosso ma ora cerco di riprendermi.”
    “Anche mio marito aveva un tumore, è deceduto sei mesi fa. Era catanese e mi ha lasciato degli agrumeti che non sappiamo come gestire bene, non ci fidiamo del fattore, se ci potesse dare una mano.”
    “Signora se mi lascia il carteggio ci darò uno sguardo ma voleva dirvi un’altra cosa, non vi vedo mai in piscina, da militare vi do un ordine: domattina tutte e due in piscina, gli ordini non si discutono! Sto scherzando, mi farebbe piacere vedervi tutte due in costume da bagno alle nove, by by.”
    Cosa strana i suoi ‘ordini’ vennero eseguiti: le due sorelle,  alle nove erano in piscina ancora non c’era nessuno, era domenica.
    Quel che colpì Al era il corpo di Assunta, di faccia non era eccezionale ma di corpo sembrava una modella anche se tutte e due avevano un costume intero.
    “Mi sembrate due signore del primo novecento, oggi i costumi interi non li portano nemmeno le monache!”
    “Noi abbiamo solo questi…”
    “E Alberto vi accompagna domani pomeriggio in centro ad acquistare due bei bichini anzi più di due, farete un figurone, ed ora tutti in vasca.”
    Il pomeriggio alle sedici Al stava aspettando in garage l’arrivo delle due madame che si presentarono puntuali.
    “Possiamo andare con la nostra Jaguar o meglio quella del mio defunto marito.”
    Alla faccia degli ottantamila euro!
    “Vede madame, al centro è difficile trovare posteggio, meglio la mia Ypsilon.”
    In viale S.Martino era proibito posteggiare, Max se ne fregò e tutti e tre entrarono in un negozio di costumi da bagno.
    Dapprima le signore provarono dei bichini castigati ma poi spinti da Al sempre più si infervorarono soprattutto dietro i suoi complimenti:
    “Volete coprire un si bel corpo, coraggio bichini mini.”
    Con sorpresa di Alberto acquistarono qualcosa di brasiliano, per intenderci costumi che lasciavano scoperta un bel pò di merce nient’affatto male, Al era riuscito nel suo scopo! ““Domattina li proveremo in piscina!”
    “Ma domani lei non va a lavorare?”
    “Sono in licenza.” Mentì Max e si diede malato.
    Il mattino seguente piscina vuota, le due sorelle apparvero coperte da uno accappatoio lungo sino ai piedi.
    “Ed ora lo spogliarello!” celiò Al.
    La sorelle ci misero un po’ di tempo ma obbedirono.
    “Evviva due sirene, sapete nuotare, no? Non fa niente andremo dove si tocca.”
    Al intendeva dove l’acqua era bassa ma anche toccare qualcosa di morbido. Nuotando sott’acqua  mise le mani fra le cosce di Giuliana che rimase impietrita ma non disse nulla, poi passò al popò,  quindi fu il turno della sorella, un bel movimento!
    Chissà che passava per le teste di Giuliana e di Assunta, Al sperava non una sgridata e così fu, con lo sguardo basso le due sorelle si misero l’accappatoio e si accomodarono sulle sdraie.
    “Lei è un monello, non si fanno certe cose!”
    La frase era stata detta ridendo, questo confortò Al che pensò ad un piano.
    “Il pomeriggio vorrei controllare la vostra contabilità, verso le cinque a casa mia, va bene?”
    Un cenno di assenso.
    Al si aspettava di vedere le due sorelle invece si presentò solo Giuliana che non fornì alcuna spiegazione del fatto di essere sola.
    “Queste carte mi danno alla testa, sono la mia disperazione, gliele metto sul tavolo e rientro a casa.”
    “No è meglio che rimanga, avrò bisogno di spiegazioni.”
    Al constatò che Giuliana era entrata in possesso di circa venti ettari di agrumeti più altrettanti di uliveti, più vari appartamenti, alla faccia!
    Giuliana venga più vicino, vede qui…le prese il viso e cominciò a baciarla in bocca, quella non solo non fece resistenza ma si abbandonò completamente, destinazione finale il letto.
    Al si dedicò al fiorellino, era lavato di fresco e profumato, l’interessata aveva messo in conto quello che stava accadendo, prima di entrarci dentro le procurò un paio di orgasmi anche per non farle troppo male, il suo era un ‘ciccio’ piuttosto grosso e Giuliana forse anzi sicuramente era stata a stecchetto per molto tempo.
    L’entrata fu lenta ma ben accetta, la baby dimostrò di gradire molto quello che stava accadendo muovendosi in continuazione sotto Al che ce la mise tutta finchè Giuliana gli fece cenno che ne aveva avuto abbastanza.
    L’uscita della signora fu silenziosa, forse si era meravigliata di se stessa, prese le carte e dopo un rapido bacio sulla bocca  scomparse nell’ascensore.
    Al si congratulò con se stesso, in mezzo al letto a gambe larghe si godette il  post ludio, aveva preso in mano la situazione e che situazione!
    Il bel maresciallo non era facile a meravigliarsi di qualcosa ma il bigliettino che trovò nella cassetta della posta era davvero singolare: “Max mia sorella Assunta vorrebbe una spiegazione su quelle carte che ha visto, se lei è d’accordo verrà a casa sua alle diciassette di oggi.”
    Assunta si presentò in punto ma senza carte e in vestaglia.
    Pareva proprio che si vergognasse:
    “È stata mia sorella io non volevo…”
    Al l’abbracciò, faceva tenerezza, sembrava più piccola della sua età.
    “Una volta sono stata fidanzata ma lui era un mascalzone ed i miei me l’hanno fatto lasciare, non sono più vergine.”
    La notizia fece piacere a Max, ci mancava pure che fosse vergine!
    Al iniziò con la solita tattica, prima lungo bacio il fiorellino e poi penetrata lenta e soggiorno prolungato, aveva usato un preservativo che si era dimenticato con la sorella che però non aveva detto nulla, doveva tornare su quell’argomento.
    Le due sorelle erano sistemate ma Al riflettendo pensò che forse si era messo nei guai, tre amanti!
    Il giorno dopo incontrò nel portone i coniugi Di Stefano:
    “Perché non ci viene a trovare, noi siamo sempre soli.”
    “Va bene a casa vostra oggi alle diciassette.”
    Li non c’era pericolo di avere avventure di sesso, un po’ di riposo gli avrebbe fatto bene.
    Alle diciassette suonò alla porta dei due anziani, venne ad aprire la signora che l’abbracciò, era commossa.
    “Noi abbiamo un figlio della sua età, lavora ad Udine ma non ci viene mai a trovare, a sua moglie... non so perché, non siamo simpatici.”
    Al si domandò il perché di quell’astio, sembravano due persone simpatiche , affabili, mah…”
    “Ci racconti un po’ di lei.”
    Al cominciò dal suo arruolamento in Finanza sino all’arrivo a Messina.
    “Anche lei ha avuto le sue sofferenze, ci farebbe piacere se ogni tanto ci facesse compagnia.”
    Alberto aveva preso ad ingranare in caserma, ogni tanto andava fuori sede per un servizio fotografico, aveva conosciuto tutti i colleghi con cui aveva stretto buoni rapporti, anche il Comandante di Legione lo stimava, tutto bene. Talvolta mangiava in caserma e si riposava nel primo letto che trovava libero per rientrare a casa la sera.
    Nel frattempo era accaduto un fatto piacevole ma che poteva portare conseguenze negative: aveva incontrato i coniugi Costa che lo avevano invitato a mangiare da loro alle quattordici quando rientrava dal servizio.
    “Io cucino per due, un terzo non mi pesa.” Il marito era d’accordo ma talvolta era assente e quindi finiva con una sveltina con Memi e questo,lo schiavizzava un po’.
    Un giorno dopo pranzo Memi non si accontentò di una sveltina, voglio stare tutto il pomeriggio con te, me lo devi!”
    Al si domandò perché glielo doveva ma non fece storie.
    Quello che lo meravigliò era che Memi parlava in continuazione:
    “Vieni leccami il fiorello, fammi godere tanto, mi metto alla pecorina, vieni dentro tanto tanto, anche culino vuole la sua parte, fai piano perché lo uso poco con mio marito, sbrodami in faccia.”
    Al bacino di rito sulla porta la confessione: “Mio marito ha visto tutto, è un guardone!”
    Ecco ci mancava pure il guardone, dove cazzo era capitato e non era finita per lui.
    All’ingresso un giorno incontrò la signora D’Arrigo, era arrabbiata nera.
    “Una bella signora come lei tutta triste, che le è successo?”
    “Dovrebbe vedere la pagella di quelle due, quattro in francese ed in latino!”
    Inconsapevolmente Max si mise nei guai:
    “A scuola ero bravo in queste due materie, potrei dar loro qualche lezione.”
    “Mi farebbe un favore grande grande, parliamoci chiaro, con lo stipendio di mio marito non posso pagare un insegnante di sostegno, gliele mando a casa sua oggi pomeriggio alle diciassette.”
    Al pensava a due ragazzine che giocavano con le bambole, pensava male, le due sedicenni gli avrebbero fatto passare la voglia di proporsi a far qualcosa.
    Grazia e Graziella si presentarono all’ora prevista, cominciarono subito a ridere.
    “Non vedo nulla da ridere, aprite i libri e vediamo a che punto siete.”
    “Lei non ci fa la battuta su Grazia e Graziella?”
    Al la conosceva bene, finiva grazie al cazzo, ma fece finta di nulla.
    La mise sul serio, prima il latino e poi il francese circa un’ora, le sorelline parevano interessate, meno male fino a che un piede fu insinuato fra le due gambe toccandogli il suo coso, all’iniziò pensò di far finta di niente ma reiterata la faccenda.
    “Ragazze posso essere vostro padre, andate con i vostri compagnia di scuola.”
    “Loro non ci piacciono, appena glielo prendiamo in bocca se ne vengono subito, lei ci mette più tempo vero?”
    “Fuori immediatamente se volete delle ripetizioni va bene ma non provateci un’altra volta.”
    Non aveva voluto tagliare i ponti altrimenti avrebbe dovuto dare delle spiegazioni alla madre.
    Un invito delle sorelle: “dobbiamo andare a Paternò per la raccolta degli agrumi, c’è una festa sull’aia, facci compagnia, andremo con la nostra Jaguar.”
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:59
    ERACLITO

    Come comincia: ERACLITO  AVEVI  PROPRIO  RAGIONE!
     
    Che ne dici:
    degli ex abitanti del Limbo? Sono sicuramente in Paradiso dopo la soppressione di un luogo così ovattato senza piaceri né dispiaceri ma pur sempre, per tanto tempo, in punizione per mancanza sulla loro testa di acqua benedetta;
    della povera Maria Vergine in mezzo alle nuvole, tanto invocata ma sempre sola dopo aver avuto un figlio senza nemmeno un po’ di piacere;
    del povero Giuda condannato agli Inferi, tanto vituperato ma senza colpa per una sorte a lui predestinata;
    del povero Allah costretto a cercare vergini per gli eroi mussulmani morti in battaglia, veramente tante le 42 vergini per ognuno, dove le trova? A meno che non le ricicli con un piccolo intervento chirurgico…ma non sarebbe serio!
    dei mussulmani costretti ad aborrire carne di maiale ed alcolici; sicuramente contenti i suini, un po’ meno i viticultori;
    dei poveri preti pedofili, forse avrebbero preferito un sano rapporto con femminucce…
    di quel simpaticone di Padre Pio costretto agli onori degli altari, con molti oboli da parte dei creduloni, invece di essere curato per schizofrenia come accertato con pareri medici di dottori del Vaticano;
    dei mussulmani preganti a pecoroni, se capitasse loro di dietro un omo arrapato?
    Eraclito avevi proprio ragione tremila anni fa, il popolo è ignorante oggi come allora!
     
     

  • 05 luglio 2015 alle ore 9:46
    FIORELLINO

    Come comincia: Peccaminosa ambasciatrice di infernali voluttà o celestiale creatura paradisiaca apportatrice di eteree gioie? Alberghi in me con frementi,  contrastanti  e sconvolgenti sensazioni. I tuoi occhi nascondono un’animalesca, profonda e sconvolgente femminilità che fanno fremere il mio intimo insieme ad una visione contrastante di casti baci infantili.
    Sono confuso dal tuo sorriso promettente che muti talvolta in una bambinesca espressione corrucciata.
    Non sono io il motivo dei tuoi cambiamenti, il tuo sguardo non mi sfiora nemmeno, forse in passato mi hai notato giudicandomi non degno di attenzione, forse un tuo amore finito male ti ha reso refrattaria ad un nuovo legame.
    I miei sono desideri o forse sogni e, come tutti i sogni, irrealizzabili.
    Sei seduta sulla battigia, i tuoi due pezzi simili a  due microscopici fili lasciano aperta la visione delle tue rotondità prorompenti. Anche il colore del ‘costume’ è particolare, viola: non devi essere superstiziosa.
    Piccole onde bagnano i tuoi lunghi, affusolati e deliziosi piedi.
    Appoggi il capo fra le mani: forse un segno di tristezza, forse di desolazione, sentimenti che contrastano la tua favolosa figura di donna, forse stai piangendo…
    Dubbioso cerco di approfittare del momento. coraggio a due mani: “Signorina posso aiutarla? “(frase di una intelligenza…).
    Fiorellino alza il viso, niente pianto anzi un sorriso cristallino mostra denti perfetti e bianchissimi.
    Finale inaspettato: “Mò me ce voleva pure er vecchietto mandrillo mattutino! Là c’è mi nonna, vedi si ce stà.”
    Non c’è più rispetto da parte dei giovani...avevo dimenticato i miei ottant’anni!
     

  • 27 giugno 2015 alle ore 17:29
    MADAME SUSANNA

    Come comincia: Vista la prima volta: una signora raffinata, gli abiti scelti con cura, indossati con eleganza, abbinamenti particolari: una femmina di lusso. Tato la incontrò l'ultimo giorno dell'anno in un raffinato locale alla moda seduta ad un tavolo, circondata da amici. Un coup de foudre! La esaminò a lungo con compiacenza, non sentiva più le voci dei presenti nè il suono dell'orchestra. Ne osservò la bocca mossa con maestria, quando sorrideva scopriva denti perfetti, sulle labbra un rossetto un pò appariscente ma non volgare, adatto al suo stile con un contorno di matita più scuro che ne evidenziava ancor più la finezza e l'unicità. Sorrideva con distacco signorile che creava una barriera con gli interlocutori sciocchi o vanesi. Alberto seguitò ad osservarla e notò altri particolari: zigomi alti, occhi grandi ed espressivi, il trucco magistrale ne sottolineava la luminosità, orecchie piccole, la scollatura profonda metteva generosamente in mostra seni perfetti: emergeva fra le signore presenti.Alberto con la fida Canon le si avvicinò e, con falsa indifferenza ma col cuore in subbuglio le propose un servizio fotografico in ricordo della serata. Zeus adiumentum inaspettatamente raggiunse lo scopo. Si rifugiarono in un angolo appartato della sala in mezzo a rocce e piante un pò distante degli sguardi curiosi ed invidiosi delle signore. La musica giungeva da lontano un pò ovattata. La magia delle luci soffuse ed il caldo ambiente lavorarono in favore di Alberto. Una signora diversa, cordiale, curiosa e disponibile: una sorpresa;  assunse le vesti di regista: "Pensi a situazioni piacevoli: un viaggio in compagnia di una persona briosa, una serata in un locale accogliente, un incontro ravvicinato..." Le pose di Susanna erano mutevoli ed espressive, seguiva i consigli alla lettera. L'emozione creò qualche problema ad Alberto, talvolta il calore del viso faceva appannare il mirino della macchina fotografica con conseguente sfocatura delle immagini; fu costretto a ripetere alcune inquadrature ma il risultato finale fu inappuntabile. Esaminò le foto nel monitor dell'apparecchio, espressioni delle singole foto: - leggermente ironica; - misteriosa; - sorridente; - soddisfatta; - furbetta; - pensierosa; - carinissima; - ti piacerebbe... - forse, spera; - allegrissima; - curiosa; - sospettosa; - non mi manca nulla; - un pò triste; - sono una vera donna; - ho i miei problemi.. - aperta; - ti entro nel cuore; - simpatica; - non c'è niente da fare! Quest'ultima espressione fece rattristare Alberto, non che ci sperasse troppo, era un sogno che lo tormentava ma la speme è l'ultima a morire. Al si rivolse alla dea della speranza: "Accogli Elpis la mia istanza un pò lasciva ma giustificata da cotanta bellezza, fa che mi guardi con benevolenza, lo sai, sono un vecchio pagano amico di Hermes, se riuscirò nel mio intento ti sacrificherò il montone più grasso, anzi un vitello, meglio ancora un bue. Elpis ti offrirò tutto quanto possiedo ma ti prego aiutami, dammi una mano sì che possa sperare alterimenti non solo non ti sacrifico nulla ma ti mando a f....!

  • 27 giugno 2015 alle ore 17:16
    I DESIDERI DI ALBERTO.

    Come comincia: Vorrei essere: - vento per accarezzare la tua 'gatta'; - Zeus per farmi una dea; - Hermes per imbrogliare gli imbroglioni; - acqua per bere vino; - bambino per credere alle favole; - nudista per rifarmi gli occhi; - Tampax per non chiamarmi Carlo (d'Inghilterra); - fuoco per non fumare; - rogo per incenerire le droghe; - stella per posarmi sulla tua fronte; - sogno per averti sopra di me; - morte per starti lontano; - ricco per averti ai miei piedi; - cane per leccarti tutta; - meno fregnone per non correrti più appresso sapendo che non me la darai mai!

  • 27 giugno 2015 alle ore 16:59
    EPITAFFIO DI ALBERTO.

    Come comincia: Hermes, dio dei ladri e degli imbroglioni, fa che il mio sonno eterno sia consolato da ciò che più ho amato nella vita: da immagini di fanciulle leggiadre e disponibili, di deschi imbanditi di cibi succulenti e di squisiti vini da gustare in compagnia di conviviali spensierati e festanti e fa sì che non sia perseguitato da immagini funeree di predicatori, di piagnoni o, quel che è peggio, di imbecilli. Fammi ricordare i vecchi amori: la dolce Raffaella dalle mani sapienti; la sorridente Adriana dalle tette prorompenti; la piccola Tiziana, piccola si ma dalla bocca infuocata; la dolcissima Miriam sempre pronta a girarsi di spalle; l'appassionata Violetta dalla natura sempre umida. Infine fammi dimenticare la mia bellissima consorte Anna: elegante, di classe, altera, profumata, incantevole ma tanto algida e scostante. 'Ciccio' non ha un buon ricordo di lei ma, in compenso, si è consolato con la sue amiche. Infine, Hermes, ti prego, fa che nell'aldilà, io che non sono stato mai malizioso nè imbroglione, lo diventi per non farmi fregare da santi, da madonne piangenti, da diavoli e da preti furbacchioni padroni dell'aldilà come lo sono dell'aldiqua!

  • 27 giugno 2015 alle ore 16:46
    A TATA LA MAGICA

    Come comincia: O magica Tata regina di goduria, meravigliosa dolce compagna delle mie notti insonni appari a me timida, riservata, delizziosa seminascosta in un morbido cespuglio. Ondeggi deliziosamente quando la tua padrona passeggia, invisibile in quel momento, sicura del tuo fascino erotico.
                                   Ti immagino, ti vedo, ti sento.
    Il tuo silenzio è assordante, sei dispensatrice di felicità che travolge i miei sensi. Parla alla tua signora, dille dei miei fremiti, del tremore che mi assale al pensiero della tua esistenza, dille di essere generosa, sarò il tuo eterno schiavo. Mi basterebbero anche dei baci, dei piccoli morsi per inebriarmi della tua intensa fragranza, ti terrei fra le mie labbra succhiandoti dolcemente, lungamente sinchè un interminabile fremito non verrà a svegliarti dal sonno con dolci sussulti riverando nella mia bocca un fiume morbido, inerrastabile, profumato. Così ti sogno, ma il sogno diverrà mai realtà? Tutto il mio essere te lo chiede, al solo tuo pensiero sento la mie viscere stringersi, il cuore battere velocemente, il respiro diventare affannoso. Ti prego dai un segno positivo al tuo eterno, sconsolato e fiducioso innamorato, abbi pietà ed anche un pò di comprensione, cazzo!

  • 02 giugno 2015 alle ore 17:33
    PINA IN CONGRESSO

    Come comincia: Il rumore delle ruote e il dondolio del treno cullavano Alberto, (Al per gli amici), gli facevano provare una piacevole sensazione di rilassamento. Abbandonato sulle ginocchia il libro che stava leggendo, s’immerse nei suoi pensieri: cosa aveva potuto mutare un sentimento di simpatia in qualcosa di più profondo? Arduo darsi una risposta, non riusciva a comprendere cosa fosse cambiato in lui tanto da avere sempre dinanzi agli occhi l'immagine di quella persona, di avvertirne costantemente la presenza, di camminare fra la gente come avvolto in una nuvola che lo estraniava da tutti facendogli percepire la sua aura sempre vicina. Una sensazione eccitante ma anche dirompente perché occupava tutto il suo spirito sino a sfinirlo.
    Negli ultimi tempi l'aveva osservata più attentamente: l'avevano colpito le labbra deliziose truccate in maniera non eccessiva, assolutamente non volgari. Gli occhi erano specchio del suo stato d'animo: luminosi quand'era allegra, sognanti al pensiero di suo figlio, tetri quand'era amareggiata, impenetrabili quando ergeva un muro dinanzi ad interlocutori indisponenti.
    Questa era Pina.
    Finalmente Al giunse a Verona, un taxi, l'arrivo in albergo.
    “Vorrei una stanza matrimoniale ed anche vedere il libro delle presenze.”
    “Signore, è assolutamente inusuale ed anche proibito e poi abbiamo un convegno di bancari... faccia presto.”
    Il portiere aveva rapidamente cambiato opinione dopo aver intascato un cinquantino.
    Scelta la stanza al piano desiderato (quello di Pina), una rapida rinfrescata e Alberto approdò nella hall. Vide madame che stava conversando con due signore, che fare? Intuizione, si recò nella sala da pranzo che i camerieri stavano allestendo per la cena. Girando fra i tavoli, Max prese visione di quello riservato a Pina e a suoi colleghi.
    “Cameriere, vorrei un tavolo vicino a questo.”
    “Impossibile signore, son tutti prenotati... quasi tutti questo è libero.” Il solito cinquantino lo aveva ammorbidito.
    Al, volutamente, si recò a cena in ritardo rispetto agli altri commensali e si posizionò in modo di poter osservare Pina di profilo. Nel di lei tavolo c'erano tre signori di mezza età, suoi colleghi, sorridenti, disponibili, loquaci, speranzosi di piacere, patetici! Pina aveva stampata in viso l'espressione sua tipica per quelle occasioni: sorriso a mezza bocca e sguardo divertito.
    Finito di cenare si alzò imitata dai commensali: “Signori sono stanchissima, a domani.”
    Al, per non dare nell'occhio, fece passare un po’ di tempo prima di alzarsi a sua volta ma non riuscì a raggiungerla, si ritirò nella sua stanza.
    Squillo del telefonino: “Caro fra mezz'ora da me, la porta è socchiusa.”
    Doccia veloce, dentifricio profumato, pigiama di seta. Tutto a posto Al si rimirò nello specchio, l'immagine riflessa era di suo gradimento.
    Mai una mezz'ora gli era sembrata così lunga, controllava continuamente l'orologio e, finalmente, scoccato il tempo, a passi veloci raggiunse la camera di Pina, ci si infilò colpito dal buio che vi regnava, solo una lamina di luce filtrava da sotto la porta del bagno.
    A tentoni raggiunse il letto e si pose una domanda amletica: “Dove era abituata a dormire, a destra ovvero a sinistra? Resosi conto dello sciocco interrogativo, Al si rispose da solo nella lingua madre: “Ah fregnone, pensi che sto pezzo de gnocca è venuta qua pé 'n riposino? Se po’ da esse più 'mbecille?” Il romanesco potrà pure essere volgare, ma è sicuramente efficace!
    La porta del bagno finalmente si aprì, la figura di Pina emerse in controluce fasciata in un delizioso baby doll che ne sottolineava la snella figura. A contatto col suo corpo Max fu inebriato dal profumo sensuale della sua pelle.
    “Accendo l'abat jour, voglio parlare con mio figlio.”
    “Mamma, tutto bene, passami Alessandro... Mammina vuole darti tanti bacini prima di dormire, come stai?”
    “Io sto a letto con la nonna, tu con chi dormi?”
    “Cosa dice mammina, sono sola... buona notte.”
    Pina aveva spento la luce ma era rimasta di spalle, Max imbarazzato non sapeva come comportarsi, la sentiva singhiozzare sommessamente, tremava un po’ e si era coperta il corpo col lenzuolo. Ad Alberto non restò che ritirarsi nella sua stanza, malvolentieri, in considerazione anche del notevole incazzamento di 'ciccio..'.
    Quella notte Al cercò di leggere un libro giallo, lo riprese più volte ma, infine, l'incolpevole libro fu sbatacchiato malamente contro un muro.
    Il giorno seguente, l'amata era occupata col congresso in una sala dell'albergo; Al gironzolò nei dintorni dell'edificio ma non trovò nulla d'interessante o, forse, non era dell'umore adatto per apprezzare alcunché.
    All'ora di pranzo madame era seduta al tavolo con i soliti signori in verità piuttosto perplessi: non li degnava nemmeno di uno sguardo, mangiava silenziosamente con il viso abbassato.
    Il pomeriggio passò con Pina impegnata in una riunione e con Al spaparanzato in una poltrona della hall a leggere i giornali.
    Durante la cena la dama sembrava essersi ripresa, per la gioia dei commensali era diventata più loquace e sorridente. Al si alzò dal tavolo e vide che lei lo seguiva con lo sguardo.
    In camera si sentiva come un pugile suonato, si era innamorato come uno studentello, quel sentimento gli faceva paura non l'aveva mai provato così profondamente... Il suo telefonino squillò: “Fra dieci minuti sono da te.”
    Al aveva lasciato accesa la luce del vano del bagno, la stanza era in penombra quando l'agile silhouette della benamata si stagliò per un attimo nella porta d'ingresso contornata dalla luce del corridoio, entrò con passo ancheggiante, si sdraiò sul letto dando le spalle a Al ma non ebbe il tempo di girarsi ché sentì qualcosa di consistente penetrarle fra le cosce, quel qualcosa sollecitava sempre più il clitoride. Il suo cuore cominciò a batterle violentemente, si dimenava per far aumentare il piacere. Al la girò supina, incollò le sue labbra su quelle della morbida 'gatta', il piacere di entrambi era alle stelle, Al salì con la bocca sempre più in alto: il pube, l'ombelico, le morbide tette, il collo e infine la bocca. Un bacio violento, appassionato sempre più profondo. Tata assaporò per la prima volta il sapore della sua 'gatta', sapore trasportato dalla bocca di Al, una sensazione particolare mai da lei provata. Si vendicò prendendo Ciccio in bocca mordendolo piuttosto rudemente, a lei, talvolta, piaceva esercitarsi in qualche dispetto erotico per poi ridersela fragorosamente, si faceva perdonare quella marachella col suo delizioso sorriso.
    Si era di nuovo scatenata, la sua natura passionale la portò a prendere l'iniziativa e a sottomettere Al cavalcandolo con movimenti circolari del bacino per fasi penetrare più profondamente, il suo punto 'G', fortemente sollecitato, la faceva fremere di piacere sin quando una nube di voluttà non la avvolse completamente. Al la mise supina, la penetrò di nuovo con forza sin quando inondò la vagina con la sua calda spuma. Pina riuscì a prolungare il piacere e a raggiungere un nuovo orgasmo più travolgente del primo.
    Pian piano i sussulti cessarono, Al si rialzò. Tata rimase inerte senza più forze a gambe divaricate.
    Quello fu l'unico loro rapporto intimo. In seguito s’incontrarono in compagnia dei relativi coniugi, mai un cenno, mai uno sguardo d'intesa, dentro di loro un sogno appagato, un ricordo dolcissimo, il loro segreto.

  • 02 giugno 2015 alle ore 9:54
    UNA DIFFICILE CONQUISTA AMOROSA

    Come comincia: “Mi scusi signore, ho urgente bisogno di andare all’aeroporto di Catania, se crede di potermi dare un passaggio la compenserò con qualsiasi cifra, la prego!”
    L’autrice di questa frase era una signorina decisamente piacevole, decisamente bella, decisamente giovane, decisamente di classe, decisamente bionda oltre che decisamente alta: 1,80.
    Dire che Alberto era perplesso era il minimo, quando mai ti capita una situazione del genere non tanto per la cifra che avrebbe potuto guadagnare quanto…il solito zozzone.”
    “Signorina io penserei ad un altro genere di compenso, sempre che lei…”
    “Sempre che io…non pensa di correre un po’ troppo e non poi mi sarei aspettata una proposta di tal genere da un maresciallo della Benemerita!”
    “Gli appartenenti della Benemerita, come li chiama lei, sono i nostri cugini Carabinieri, io appartengo alle Fiamme Gialle, Finanza per capirci.”
    “Che i Finanzieri fossero…”
    “Chiudiamola lì altrimenti andiamo nel penale; penso di aver indovinato il suo pensiero forse ispirato dalla visione della mia Jaguar  X Type. Come fa un appartenente al Corpo della Guardia di Finanza a possedere un cotal vettura costosa se non…nel mio caso c’è una spiegazione valida: il decesso della novantenne zia Giovanna proprietaria di una villetta lasciata in eredità al cinque nipoti di cui uno è alla sua presenza, non mi sono offeso anche io al suo posto… e poi come si fa ad offendersi dal detto di una cotal beltade!”
    “Adesso viene fuori la sua cultura classica, ne riparlerei volentieri qualora lei aderisse alla mia richiesta di accompagnarmi all’aeroporto di Catania, durante il viaggio potremo fare conoscenza. Oh guarda pure il navigatore satellitare, la televisione, quanti aggeggi, un salotto, complimenti!”
    “Domanda d’obbligo, cosa ci fa una signorina alle sette di sera a Messina, in viale dei Tigli 23 tanto più che non mi risulta che abiti da queste parti?”
    “Mi è stato comunicato che è deceduta la signorina Marilena Tavilla, era una cugina di mia madre e proprietaria dell’appartamento al quarto piano della scala B). Io sono Maria Belfiore, architetto, abito a New York, o meglio a Manhattam, non sono riuscita a contattare l’amministratore del vostro condominio, tutto sommato a questo punto non posso perdere altro tempo, debbo rientrare in America ed il mio volo parte da Catania alle ore 23 e non sono riuscita a trovare un taxi.”
    “Chi le parla è Alberto M., celibe,  disposto ad accompagnarla a Catania, senza compenso anche se a malincuore dato che non avrò alcuna possibilità di rincontrarla cosa che invece anelito…”
    “Il suo modo di esprimersi è molto particolare, mi viene da ridere, quello che lei definisce anelito, yearning in inglese, è il desiderio spasmodico di desiderare qualcosa che io penso irraggiungibile.”
    “In un’ora saremo a Catania, avremo anche tempo per cenare e conoscerci meglio sempre che non le sembri troppo invadente.”
    “Ma si,  tutto sommato lei è una persona piacevole, ha un accento  particolare, non mi sembra siciliano.”
    “Romano de Roma ma trapiantato a Messina per servizio anche se rimpiango un po’ la mia Roma. Vede il romano è un tipo particolare è quello del ‘volemose bene’, insomma un compagnone, talvolta forse un po’ invadente ma in fondo simpatico.”
    “Lei è anche un furbacchione, sta facendo le lodi di se stesso ma…non ci esce niente ah ah ah!”
    “Non ci pensavo assolutamente!”
    “Ci pensava, ci pensava anzi ci pensa.”
    “Va bene cara, ci penso e vorrei darle del tu cambiandole però il nome, meglio Mary all’inglese, il nome Maria mi riporta ad una triste storia.”
    “Lasciamo la triste storia e diamoci del tu, andiamo in aeroporto, voglio cambiare la data di imbarco, la Sicilia mi piace e vorrei visitarla.”
    “Questa si che è un colpo di…”
    “Di culo, dillo apertamente, di culo, non te l’aspettavi, la tua faccia tosta è stata premiata!”
    Sbrigata la pratica burocratica Mary ed Alberto entrarono in città a Catania e si infilarono in un ristorante di lusso, quello con camerieri in divisa, in po’ costoso ma…
    “Sei mio ospite d’altronde non è che un maresciallo della Finanza…”
    “Sino a pagare una cena ci arrivo, certo devo pagare la rata del mutuo ma ‘semel in anno licet insanire.”
    “Guarda che anch’io ho studiato latino: ‘una volta all’anno è lecito fare cose pazze’ più o meno questa la traduzione solo che la cosa pazza è a mio carico.”
    Finita la cena con lauta mancia (cavolo la baby doveva passarsela bene!) decisione inaspettata:
    “Torniamo a Messina, se non hai impegni affettivi vorrei dormire a casa tua che ne dici?”
    “Altra botta di…”
    “Allora è un si, vai piano mi voglio gustare il viaggio, fermati un attimo.”
    Un bacio inaspettato, profondo , sensuale.
    “Sono fortunata baci bene e penso che anche il resto…”
    Alberto a quarant’anni in fatto di sesso non era alle prime armi ma Mary con i suoi modi era stata una sorpresa, una piacevole sorpresa ed il futuro si appalesava denso di buone prospettive.
    “Mai vista una casa di uno scapolo ordinata e con mobili di buon gusto, complimenti!”
    “I mobili per la maggior parte appartenevano ai miei genitori ed ai miei zii, come vedi ci sono anche quadri di valore come quelli Orfeo Tamburi che non mi potrei permettere di acquistare.”
    “Che panorama, si vede il porto di Messina e tutta la costa calabra illuminata, una goduria, non mi viene voglia di andare a dormire.”
    “E chi parla di dormire!”
    “Albertone, ricordati che per una donna (a proposito ho trent’anni), dicevo che per una donna mollarla la prima volta è da…”
    “Mignotta, ma io adoro le mignotte!”
    “Per me va bene il divano, tu resta nel tuo lettone che penso abbia visto transitare un bel numero di giovin signore e signorine.”
    “Le mia preferenze erano per le signore che, in linea di massima, non avevano alcuna voglia di creare a me problemi lasciando il marito.”
    “Insomma una botta e ognuno a casa sua se ho capito bene.”
    “Ci hai azzeccato e questo forse perché non ho mai trovato quella giusta…”
    “Stanotte me la rifarò con Morfeo, vedo che hai due bagni, col tuo permesso mi impossesserò di quello più grande.”
    “Se ti leggo bene nel pensiero ho capito come finirà la situazione.”
    “Hai letto bene, buona notte!”
    Buona notte non fu, Alberto dopo essersi girato un bel po’ nel lettone, decise di alzarsi. Posizionò una poltrona sul terrazzino anteriore, occhi semi chiusi, respirazione lenta e distensiva per cercare di ammutolire ‘ciccio’ in crisi…
    Pare che anche dall’altra parte la situazione non fosse dissimile, Mary aveva aperta la vetrata del salone per far entrare una fresca aria notturna  e…
    La storia ebbe la fine prevista: i due si incontrarono sul terrazzino anteriore, lungo abbraccio e poi ambedue posizionati sulla chaise longue di Alberto sul terrazzino, quello della visione sulla Calabria.
    Chi disse che vale più un abbraccio che…ci aveva proprio azzeccato. I due assaporarono le dolcezze del tenero amplesso sino all’alba quando decisero che il lettone era cosa migliore.
    “Hai rifornimenti meglio di un bar: latte, caffè,yoghurt, marmellate, biscotti, fette biscottate integrali, toh pure le prugne californiane, mi sento come a casa mia!”
    Alberto non aveva voglia di parlare, più guardava Mary e più apprezzava la sua bellezza sottolineata da un baby doll rosa che lasciava intravedere…
    Mary con intuito femminile aveva capito la situazione ma non aveva alcuna voglia di capitolare , si era creata una situazione strana, lunghi silenzi…
    “Lettura del tuo pensiero: ho conosciuto tante femminucce ma una come te…mi hai scombussolato, turbato, sconvolto, frastornato, agitato, confuso, è il tuo silenzio che parla!”
    “Dato che hai preso in mano la situazione che ne diresti di farmi partecipe della tua vita, ad intuito penso che dovrebbe essere piuttosto complicata, mi sbaglio?”
    “È piuttosto complessa ma non so sino a che punto tu sia tanto anticonformista da poterla capire.”
    “Solo se nel tuo curriculum c’è un omicidio per il resto non ho problemi soprattutto in fatto di sesso.”
    Mary si era rasserenata , di nuovo sulla chaise longue e:
    “Rimandiamo, per favore, la Sicilia mi dicono è molto bella, che ne dici di farmela visitare, per il denaro non c’è problema, la mia famiglia, di origine italiana, è benestante.”
    “Bien allora facciamo le valigie.  Ho pensato ad un albergo sotto Taormina.”
    Villa S.Andrea  è situata sul mare, spiaggia privata, scogli, sabbia fine e scogli sparsi.
    “Non finirò mai di ringraziarti, non pensavo che esistessero posti tanto incantati, non so se sia l’aggettivo giusto, in famiglia parliamo l’inglese e talvolta sbaglio le parole in italiano.”
    La cucina era all’altezza del luogo, uno chef raffinato, piatti siciliani, Mary era entusiasta di tutto.
    Il pomeriggio a Taormina con la teleferica, acquisti a go go, granita alla panna e rientro in albergo.
    Ogni tanto qualche abbraccio in segno di riconoscenza, anche qualche timido bacio, un pò poco per Alberto il quale a letto si trovò dinanzi alle deliziose spalle della compagna, spalle e niente più.
    La mattina, dopo colazione, una sorpresa: in cabina Mary aveva indossato un cappello a larghe tese, un paio di occhiali molto grandi e poi si era infilata un costume alla brasiliana, insomma quello che cinge il corpo, (pube rasato),  molto simile a dei fili.
    Reazioni in spiaggia: i vecchietti: che bei ricordi, i mariti: occhi di fuori dalle orbite, le mogli: ‘non hai mai visto una donna?’, I bambini: perché la mamma è tanto arrabbiata, gli adolescenti: rientro precipitoso in cabina per un cinque contro uno!
    La mattina seguente: “Hai gli occhi di un cucciolone bastonato, stasera…”
    Gita all’Isola Bella, il barcaiolo non sapeva dove mettere gli occhi: “La signora è straniera?” Sguardo di Alberto: “Fatti i cazzi tuoi!”
    Com’è lunga un giornata quando si aspetta la sera per qualcosa di indefinito ma credibilmente piacevole.
    Doccia insieme, bacini, bacioni e poi: “Ti dispiace se te lo prendo in bocca?”
    “Che domanda, vai…"
    Il lungo digiuno ebbe l’ovvio effetto di far godere subito ‘ciccio’, Mary ingoiò il tutto e seguitò sin quando il cotale se la godette alla grande una seconda volta, la baby si era dimostrata proprio brava, una bella sorpresa!
    Rotto il ghiaccio Alberto si aspettava qualcosa di più ma:
    “Non te la prendere ma non me la sento ancora per un rapporto completo, ho un cattivo ricordo, abbi pazienza.”
    Alberto bene o male pazienza se la faceva venire ma che poteva essere quel cattivo ricordo?
    “Sin dalle scuole medie sono molto amica di Betty, una siciliana piccolina, bruna, simpaticissima, sempre allegra. È stata una cosa normale avere con lei rapporti intimi, era come un gioco piacevole. Al college avevamo una stessa stanza con due letti che univamo per i nostri giochetti.
    Laureate e trasferite a New York per lavoro in uno studio di architettura, Betty si innamorò di un ragazzo bellissimo, alto, biondo, occhi azzurri, il migliore dello studio.
    “John mi ha chiesto una cosa particolare…non vorrei che la prendessi male, vedi…”
    “Betty vai al dunque, ci conosciamo toppo bene, dì la verità ti ha proposto un giochetto a tre?”
    “Si ma non vorrei che cambiasse qualcosa fra di noi, il nostro rapporto di amicizia viene prima di tutto, sto male da giorni.”
    Accettai per accontentarla, non che ne fossi entusiasta ma per l’amica del cuore…
    L’incontro fu programmato in casa di Betty, era un sabato sera e John ci fece una sorpresa quando si presentò con un amico sud americano, forse brasiliano, basso, tozzo, un po’ volgare.
    Senza tanti preamboli John volle avere un rapporto con me, fra l’altro non prese alcuna precauzione, una situazione spiacevole, Betty in un’altra stanza col sudamericano e poi, colpo di scena, tutti e quattro in uno stesso letto e i due maschietti che avevano un rapporto anale fra di loro.
    A quel punto sono fuggita schifata, piangendo ho raggiungo casa mia, due giorni dopo sono partita per venire a Messina, fine della triste istoria che, come puoi immaginare, mi ha lasciato un segno profondo, ora puoi capire il perché del mio agire.”
    Alberto abbracciò forte forte Mary, stettero così a lungo sino allo spuntare del sole.
    “Non ho più sentito Betty, ritornare allo status pre non sarà facile non per il rapporto con lei ma per il lavoro, dovrò cambiare studio ma per ora voglio godermi questa vacanza con un uomo favoloso, conosci un uomo favoloso, io si.”
    Tour della Sicilia: Termini Imerese, Palermo, Trapani, Agrigento, Siracusa, Catania e rientro a Messina.
    “Papino mi ha mandato tanti soldini, lui è di origine siciliana, era felice quando gli ho descritto il giro della Sicilia e la conoscenza profonda e affettuosa di un cotale che ogni giorno mi è più caro (e al quale ho concesso tutto, ma questo non l’ho detto a papino).
    Uno studio di architettura a piazza Cairoli a Messina meta finale di Mary sempre più innamorata della Trinacria e di un suo abitante…
     
     

     
     

  • 21 maggio 2015 alle ore 11:20
    MALEDICTA SENECTUS

    Come comincia: Da giovane non credevo che sarei mai invecchiato, gli anziani erano una categoria alla quale non avrei mai voluto appartenere, odiavo i loro 'fiori della vecchiaia', si quelle macchie color bruno che invadono tutto il corpo, un segno tangibile e inoppugnabile del'avanzare degli anni.
    Altri inconvenienti della vetustas? Tanti, tanti: assumere un numero incredibile di medicine al giorno. Io, da parte mia, ne conto quattordici, si quattordici. Il mio medico di base è una dottoressa preparata, sempre allegra, disponibile, dalla memoria formidabile. Ha stampata in mente tutta la mia cartella clinica: malattie e relativi medicinali al contrario di me che son costretto a ricorrere al computer per ricordare gli orari dei 'medicamenti' da assumere dalle ore 5,30 del mattino. Si 5,30 orario in cui inizio i miei esercizi fisici indispensabili per mantenermi in forma per ridurre gli inconvenienti di quattro operazioni chirurgiche ortopediche, Pinocchio rispetto a me...
    Ovviamente poi prima di andare dal medico di base occorre eseguire tutta una serie di esami: del sangue innanzi tutto e poi radiografie, risonanze magnetiche, ecografie, gastroscopie, colonscopie, ecocardiogrammi, color doppler, flussimetrie, tac ed altri che al momento mi sfuggono. Poi le visite specialistiche presso: ottici (due cataratte), urologi (tumore alla vescica), gastroenterologi, cardiologi, internisti, diabetologi, dentisti, neurologi, dermatologi, psicologi, endocrinologi...fra parentesi la maggior parte dei medici ha in odio le fatture e si fanno pagare le loro prestazioni un occhio della testa: "Se vuole la fattura tanto altrimenti occorre aggiungere l'IVA" facendo finta di  ignorare che la legge non prevedere da parte loro questo balsello. Spulciando le loro dichiarazione dei redditi si evince che guadagnano meno di uno spazzino! Glisson: ho dimenticato 'l'atterraggio' in farmacia: dolori per la mia cara carta di credito, un vero e proprio salasso!
    Avrete capito perchè odio la vecchiaia, da giovane spendevo i miei soldini in modo decisamente più piacevole e più proficuo.
    Veniamo alla mia prima moglie, oltre ad essere più anziana di me era...lasciamo perdere, l'ho cancellata dalla mia mente, non ricordo nemmeno il volto, sempre corrucciato, liticato col mondo.
    Un episodio: la mia ex era un'insegnante elementare, nulla di male direte voi e qui vi sbagliate! Una volta andai a trovarla a scuola, durante l'intervallo vidi che parlava con altre tre sue colleghe, parlavano tanto animatamente che gli alunni erano spariti dalle vicinanze. Io mi appropinquai pian piano dietro di loro e, braccio in avanti, feci cenno di contare il loro numero. Fui assalito dalla mia ex: "Che cavolo vieni a fare a scuola, pure qui rompi i ...non basta a casa e poi che hai da contare!"
    "Ho notato che siete in quattro ma parlate per cinque ah, ah, ah..."
    Male me ne incolse, fui inseguito dalla furia selvaggia di quattro erinni (ma era come se fossero cinque come da me osservato!)
    Una maestra infiltrata nella categoria, mia amica, amica, amica....insomma avete capito, giorni appresso mi riferì che l'episodio era stato riportato al direttore il quale, osservato un insieme di maestre parlanti fra di loro: "Quante siete, vi debbo contare?" suscitando gli sguardi fulminanti delle interessate.
    Ogni tanto veniva fuori un casino combinato dalla mia ex.
    "Alberto debbo dirti una cosa importante, non per telefono, vediamoci a casa mia, mio marito è in missione, mancherà tre giorni.
    Quanto amo i mariti in missione!
    Federica, quella mia amica, abitava in una villetta isolata alla fine della via Palermo qui a Messina, villetta arredata con gusto e, perchè era inverno, riscaldata al massimo il che ci faceva certamente piacere e ben presto ci eravano ritrovati, privi dei vestimenti, sotto la doccia.
    Dopo un lungo e piacevole contatto sessuale ed un meritato post ludio, premesso che Federica era un funzionartio della Banca di Credito Popolare:
    "Tua moglie ha un conto separato presso la mia banca, ogni mese ci versa somme varie, in parole povere ti frega i soldi, regolati!"
    Questa ed altre non favorevoli situazioni della consorte mi furono di aiuto dinanzi al giudice che doveva sancire la nostra separazione legale, fra l'altro quel giudice aveva dimostrato di avere un buon senso dello humor:
    "Signori belli oltre a quanto raccontatomi non avete figli, avete ognuno un  buon reddito, non andate d'accordo che c...o volete, vendetevi la casa e ognuno per i fatti propri!" 
    Riuscìi ad acquistare la metà della magione, intestata ad entrambi, anche per preservare i mobili ereditati da miei parenti. Per pagare 150.000 euro accesi un mutuo bancario aggiungendo i risparmi miei a quelli della dolce Anna. Cosa strana anche la futura suocera contribuì all'acquisto della casa, suocera arrivata a più miti consigli visto l'amore sviscerato della figlia per quel...insomma per me che in fondo gli ero diventato pure simpatico.
    A che punto è giunta la travagliata storia fra Anna e me?  Sposati, varcata la soglia degli ottanta anni con acciacchi vari propri della mia età, Annina, sempre innamorata, coccola 'il suo bel vecchietto' che più bello non è più: fiori della vecchiaia spuntati un pò dovunque, spina dorsale diventata una esse che mi porta a camminare di traverso come un'auto incidentata, assunzione di medicinali oppiacei per far diventare i dolori più sopportabili, insomma, mio malgrado, ero diventato pure un drogato. Dieta? Ferrea per non aumentare di peso e causare danni alle varie protesi ortopediche e 'ciccio'? con l'aiuto di Anna si 'arrangiava'.
    Tutto sommato una vita sopportabile; per consolarsi il classico detto 'c'è chi sta peggio di me'. Se siete ottantenni capirete quello che ho detto. L'importante,? L'importante è avere vicino una 'damina' innamorata che ti coccola.
    Conclusione: la vecchiaia è di per sè una malattia, ci potete credere, ' senectus morbus est' lo dicevano anche i latini!

  • 17 maggio 2015 alle ore 16:44
    NOSTALGICHE TRISTEZZE

    Come comincia: Jesi (Ancona), aprile 1981.Sotto la luce di una lampada da tavolo papà Armando dipingeva su una tavoletta di compensato. L’ultimo suo ‘capolavoro’ un paesaggio georgico: cielo imbronciato, in lontananza casetta di contadini con aia, due pagliai, un deposito attrezzi, un pantano con oche e anatre, e poi, in primo piano, un contadino intento al  duro lavoro di zappatore.Il monocolore beige dava un senso di pace e di tranquillità.Uno sguardo verso il figlio Alberto senza parlare, voleva un suo giudizio che non poteva non essere che di ammirazione; cosa si poteva pretendere di più da un ex funzionario di banca che, abbandonata la partita doppia, si era incamminato nel difficile lavoro di pittore, si ormai per suo padre la pittura era diventato un lavoro, aveva imparato anche a fare da sé le cornici, si era comprata tutta l’attrezzatura.“A’ papà sei er mejo!”“Ti ringrazio, nella pittura ci metto tutto me stesso, da vecchio impiegato mi sono trasformato in artista della domenica…”“Papà sei un artista di tutti i giorni della settimana!” Mentre parlava Alberto sentiva il suo cuore stringersi, quanto aveva ancora da vivere suo padre? Un tumore alla vescica lo stava distruggendo fisicamente e moralmente infatti poco dopo Armando abbandonò i pennelli e riversò il capo sul tavolino, un pianto dirotto, i dolori si facevano sentire.“Mamma chiama il dottor Tinelli e telefona a Vasco a Pesaro, che venga subito qui.” Suo fratello Vasco era Tenente Colonnello Comandante del Gruppo della Guardia di Finanza.Nel frattempo Armando faticosamente si era messo a letto, occhi chiusi, non si lamentava più per orgoglio.“Dottore ormai siamo alla fine, vorrei almeno che mio padre soffrisse meno, gli prescriva della morfina.”“Le leggi attuali me lo proibiscono, la morfina è prescrivibile solo se il malato è prossimo alla morte suo padre…”“Secondo lei mio padre…”Alberto uscì dalla stanza, non  voleva farsi vedere piangere, uscì nel terrazzo, dominio della madre Mecuccia, tanti alberelli e piante in quel momento fioriti in contrasto con la morte che incombeva su quella casa.Nel frattempo era giunto Vasco in compagnia dell’autista e del capitano Comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Pesaro.“Vasco il dottor Tinelli non vuol prescrivere a papà la morfina…”“Dottore provveda immediatamente a stilare la ricetta, le dico immediatamente!”“Lo sa le disposizioni di legge…”“Capitano provveda a mettere le manette al dottore per ‘omissioni di atti d’ufficio’, le dico immediatamente!” “Va bene provvedo a scrivere la ricetta.”Il farmacista alla vista di tre appartenenti alla Guardia di Finanza di cui uno di sua conoscenza, non fece obiezioni, sei iniezioni di morfina.Dopo cinque minuti il medicinale fece il suo effetto, Armando si era addormentato, i quattro, anche per rilassarsi, andarono a mangiare al ristorante ‘Galeazzi’ lasciando a casa solo mamma Mecuccia con Mariola.Il padrone del ‘Galeazzi’ vecchio amico di famiglia, era a conoscenza delle condizioni di salute del signor Armando, non fece domande, capiva il silenzio dei suoi avventori. Il vecchio Armando era benvoluto dagli jesini, era una figura storica che aveva fatto del bene a tutti, durante la guerra, rimasto a casa per la sua gamba di legno, aveva provveduto ad aiutare con donazioni (era proprietario di vari terreni agricoli) tanti indigenti.Al rientro a casa c’era voluta un’altra iniezione di morfina praticata da Alberto con le mani tremanti, il dolore era ripreso più violento che mai. Così si era andati avanti sino alle ventidue quando finalmente un dio, al quale Armando vecchio ateo non aveva mai creduto,  lo prese con le sue mani misericordiose. Tutta la via Giani venne a conoscenza dell’accaduto, tutti gli apparecchi televisivi furono spenti in segno di lutto, Rik Rotondo, vecchio trombettista, iniziò i suoi suoni lamentosi e tristi.Il giorno seguente i funerali ai quali parteciparono anche i vari comandanti di reparti della Guardia di Finanza dipendenti da Vasco, in tutto erano circa venti persone in divisa che. dopo il funerale,  sciamarono per le vie di Jesi creando del panico fra i vari esercenti alcuni dei quali abbassarono le saracinesche. Vasco rientrò a Pesaro portando con sé mamma Mecuccia, Alberto rimase solo nell’attico di via Giani, Mariola, la portiera di palazzo, seguitò a sbrigare le faccende di casa come in passato.Alberto nei giorni seguenti visse girando per i posti nei quali era vissuto da giovane, erano in gran parte cambiati: nuovi immancabili supermercati, costruzioni rifatte, rioni nati dove prima c’era la campagna e piacevole novità, notò che vicino a casa dei suoi c’era l’abitazione di Nella sua antica fiamma.“Mariola m’è parso di vedere in quella casa di color rosso una mia amica da studente, si chiama Nella Pergolizzi, non conosco il nome da sposata.”“Gatti il cognome del marito, è geometra a lavora ad Ancona, non hanno figli.”Mariola di antica schiatta contadina, di furbizia nata, condì le notizie fornite con un sorrisetto, capì che Alberto voleva rinfocolare un’antica fiamma giovanile.Erano le nove del mattino: “Gentile signora Nella non immaginerà mai chi parla al telefono…”“Caro signor Alberto, avete scombussolato mezzo paese e pensi che non ti riconosca, la tua voce è rimasta quella di una volta, se vuoi puoi raggiungermi a casa mia, sono sola.”Passando in giardino Alberto notò Mariola, con la scopa in mano, girata di spalle, faceva finta di scopare.“Buongiorno Mariola.”“Buon giorno signor Alberto io sto per andare a casa sua a preparare il pranzo e lei dove va di bello?”L’interpellato preferì evitare una facile battuta, Mariola sapeva perfettamente le direzione di marcia del buon Alberto.“A zonzo cara Mariola, a zonzo!”Alberto fece un giro largo prima di suonare alla villetta di Nella che si presentò in vestaglia trasparente e con sotto poco o niente, buon inizio.  Baci e abbracci, occhi negli occhi, nessuna conversazione, Nella seduta nel divano, Alberto disteso, la testa sul suo pube. La posizione durò poco perché l’Albertone, annusato il buon profumo di gatta, si mise di buona lena a baciarla intensamente, insomma finì come i due vecchi compagni di scuola avevano immaginato e desiderato.“Signor Alberto la vedo particolarmente allegro, ha fatto qualche buon incontro, qualche vecchio amico…”“Mariola amica, amica non  amico, a me piacciono i fiorellini e non i piselli!”“Facevo così per dire, lei anche da giovane, se non ricordo male…”“Ricordi bene Mariola, ricordi bene!”Alberto restò a Jesi una quarantina di giorni, Nella alcune volte lo veniva a trovare a casa sua, nell’attico paterno a rimirare a quadri di papà Armando e…“Nella domani parto, ho finito i giorni di licenza, lo sai che sono maresciallo della Guardia di Finanza che reclama la mia presenza a Messina, purtroppo le cose belle …”Nella aveva preso a piangere silenziosamente, era stata da sempre innamorata di Alberto,a suo tempo avrebbe voluto sposarlo. Alberto salutata e ringraziata Mariola con lauta mancia, alle sei di mattina caricò la sue valige sulla Y10 e prese la via dell’aeroporto di Jesi per poi immettersi ad Ancona nord sulla Bologna – Taranto e poi sulla Salerno – Reggio Calabria, autostrada orribile, con uscita a Villa S.Giovanni, traghettamento ed arrivo a Messina, erano le diciotto quando mise piede a casa sua in viale dei Tigli 23.La gentile, si fa per dire, consorte Maria era fuori casa, non l’aveva avvisata del suo arrivo, i loro rapporti non erano gran che.Al rientro della consorte inizio della solita diatriba:“Potevi almeno telefonare…”“Se possibile evitiamo, cerchiamo di vivere in pace, mi sono fatto il letto nel salone, se ti va prepara la cena.”Due giorni dopo ritorno in caserma, oltre ad essere capo sezione, Alberto era capo laboratorio fotografico: fotografava di tutto, dagli arrestati alle cerimonie, si imbarcava sulle motovedette, sugli elicotteri per rilievi fotografici, alcune volte aveva fotografato dei luoghi dove veniva coltivata la cannabis, altre volte navi sospette, una carica di armi poi sequestrata, altre volte dei fabbricati sconosciuti al fisco, insomma la sua vecchia passione era diventata per lui un lavoro che lo portava a dimenticare i problemi domestici, si rifugiava per ore in camera oscura ed era diventato molto bravo nelle foto in bianco e nero.Famosa era diventata quella storia di cui si parlava in caserma: in visita d’ispezione a Messina, un generale di Palermo si era portato appresso la figlia notoriamente di una bruttezza, di una bruttezza… insomma brutta. Il comandante della Legione di Messina colonnello Andrea Speciale: ad Alberto:"Mon ami, scatta delle foto a tutti i partecipanti al pranzo ed in particolare alla figlia del generale." "Comandante mi dica che è uno scherzo, Genoeffa la racchia rispetto a lei è miss mondo!" "Ecco vedi mi ha fatto ricordare che devo trasferire qualcuno a Marina di Ragusa, posto isolato soprattutto d'inverno, ti troveresti bene." "Maledetto, mi si è inchiappetato porcaccia miseria! " "Signorina sono il maresciallo fotografo della Legione, il colonnello comandante mi ha ordinato di scattarle delle foto, le sarei grato se..."  "Della sua gratitudine non so che farmene, il colonnello può comandare lei ma non me, lasci perdere." Oltre che brutta la dama era pure antipatica e poi il nome, disastrato pure quello: Cunegonda! "Scusi la mia insistenza ma la situazione è questa: se non riesco a fotografarla c'è pronto il mio trasferimento a Marina di Ragusa, posto incantevole per un anacoreta ..." "Ma lei anacoreta non è anzi penso che ci sarebbe una moltitudine di femminucce flerentes insomma piangenti qualora..." "Signorina, le ripeto sono nelle sue mani." "In fondo mi è simpatico ma non è simpatico quello promessole dal colonnello Speciale, mi farò fotografare ma veda di fare presto."  Capelli sciolti per nascondere le orecchie a sventola, luci diffuse di lato e davanti al viso per ammorbidire i duri tratti somatici, riprese dal basso per..., insomma tutti gli accorgimenti per migliorare un pò la situazione anche col ritocco dei negativi e dei positivi. Alla fine della stampa l'Alberto stesso rimase basito, quella non era certo,la figlia del generale, non era la stessa, evviva, stavolta a Marina di Ragusa il colonnello ci doveva mandare qualcun altro. Alberto era riuscito a trasformare un  obbrobrio in una ragazza dalla meravigliosa beltade, assolutamente irriconoscibile tanto che suo padre generale, nel ringraziare’ il bravo maresciallo fotografo’, aveva scritto in un bigliettino: ‘Il fidanzato di mia figlia non l’ha riconosciuta nelle fotografie.” A parte il fatto che una cotale bruttura potesse avere un fidanzato  aveva fatto molto piacere all’ Albertone il complimento anche se era diventato il bersaglio  degli strali del comandante della Legione. “Appena trovo nà brutta te la manno così me la fai diventà miss mondo!” La romanità del Colonnello era evidente.Un fatto venne a cambiare la vita del ‘bravo maresciallo fotografo’, l’invito ad una festa danzante al circolo ufficiali di presidio. Era stata sua moglie Maria, maestra elementare, ad ottenere l’invito da parte di una collega il cui marito era ufficiale dell’esercito.Un fiammante smoking, comprato per l’occasione,  aveva fatto diventare Alberto in un belloccio anzichenò ed aveva attirato l’attenzione di varie signore, perlopiù attempate, che non avevano disdegnato un ballo col nuovo arrivato anche  l’interessato aveva premesso che, in quanto alla danza, aveva delle strette parentele con gli orsi, ma alle signore poco importava se ogni tanto si trovavano un piedino sotto quello del ballerino.Rottosi le balle con le tardone,  la moglie Maria finita chissà dove, Alberto si rifugiò in una saletta laterale dove si allungò in un accogliente divano, occhi chiusi ad assaporare il suono ovattato dei pezzi jazz provenienti dalla sala.“Sto andando al bar, posso portarle qualcosa da bere?”Chi era che. ..era una dolce fanciulla, circa vent’enne, degna di essere guardata.Alberto, in piedi cercò di inquadrarla: brunetta, 1,65, capelli lunghi, camicetta rosa non proprio piena (insomma scarsa di seno) , pantaloni neri e scarpe senza tacco.“Sono Annamaria M., l’ho disturbata?”“L’unica cosa che mi disturba è la seconda metà del suo nome, di Marie me ne basta e avanza una: mia moglie.“Come presentazione familiare c’è male, insomma la vuole stà bibita?”“Non sto a dirle quello che vorrei (ammesso che le interessi), andiamo in sala, con la scusa del ballo me la vorrei stringere tipo pomicio, ci sta?”  “Mi piacciono le facce toste ma lei esagera, potrei essere sua figlia!”  “Senti figlia mia, quello che potrebbe accaderti in sala è il fatto di poter essere fulminata da sguardi infuocati da parte di una signora di tre anni più attempata di me (ti piace attempata?) insomma mia moglie, ci stai?”“Correrò il rischio anche se altra signora, altrettanto attempata, potrebbe non essere d’accordo col nostro incontro troppo ravvicinato, mia madre che potrebbe essere sua moglie, posso darle del tu come si conviene tra padre e figlia?”“Piccola Anna, andiamo in  sala e vediamo quello che succederà.”I due si misero a ballare ostentatamente prima vicino alla moglie di Alberto poi vicino alla madre di Anna col risultato previsto: sguardi infuocati, fiammanti, scintillanti, fiammeggianti, sfavillanti si incrociarono  col sorriso sfottente della strana coppia per nulla impressionata.“Gentile signorina, finiamola cò stà pantomima altrimenti prende a fuoco la sala, au revoir mon petit chou.”“Grazie per il piccolo cavolo, un giorno mi farò recitare da te una poesia di un autore romantico francese, sempre che nel frattempo non accada un patatrac!, ciao bel signore!”In sala, al contrario della previsione di Anna, non accadde nulla ma a casa…“Non ti sei visto, avevi l’espressione ebete di vainqueur de femmes, non hai capito che sono le femminucce  che si fanno avanti, tu sei solo un qualcosa da usare, imbecille!”L’unica cosa che avevano in comune i rimbrotti delle due signore erano l’aggettivo imbecille che sembra valere sia per i maschietti che per le dame.Mara la mamma di Anna: “Mò ti metti con qualcuno che potrebbe essere tuo padre, che figura mi hai fatto fare con due mie colleghe presenti (Mara era impiegata alla Sip), non hanno fatto altro che ridire alle mie spalle, ti proibisco di rivederlo imbecil!” Primo round. Inutile dire che cosa proibita cosa desiderata e così Anna, geometra, impiegata presso uno studio vicino alla caserma di Alberto, appena poteva si rifugiava nella Y 10 del nel maresciallo per qualche casto bacio e, alle insistenze di lui per ‘migliorare’ il rapporto, netta era la risposta di Anna che:“Scusa ma non me la sento di andare oltre, vengo fuori da una storia con un mio coetaneo, devi avere pazienza.”L’Albertone pazienza ne aveva tanta in quanto era in relazione intima con una signora il cui marito, ahi lui,  era spesso lontano da casa. Il problema era sorto perché Anna, con intuito femminile, si accorgeva quando Alberto era di ritorno da un incontro ravvicinato con la cotale signora.“Ti sento addosso un odore di profumo di basso prezzo.”“Il profumo non è di basso prezzo, la cherì mi ha detto che si tratta dello ‘Chanel n.5’, io non me ne intendo ma non stento a credere a madame (così era chiamata da lui la cotale).La storia durava da circa sei mesi sin quando, una sera,  Anna con le lacrime agli occhi:“Imbecille, non capisci che mi sono innamorata di te, non voglio più che ti incontri con la tua amica!”“L’aggettivo imbecille me lo trovo appiccicato addosso un po’ troppo spesso, mi verrà un complesso, inutile che ti dica che c’è solo un modo…ho un’amica direttrice di un albergo vicino alla stazione, non ho che farle una telefonata.”“Vada per la telefonata alla tua amica ma voglio stare con te dalla mattina alla sera, una domenica, porta il vettovagliamento.”Il vettovagliamento era il complesso di viveri per il sostentamento di una comunità di persone. Alberto aveva preso alla lettera il vocabolo e, in pratica, aveva svaligiato la bottega di una vecchio amico:“A Giovà devo fare un gita con tanti conoscenti, vedi tu …” “Ti conosco mascherina, i conoscenti si ridurranno ad una sola unità con tanto di fiorellino, possibilmente giovane e disponibile, hai bisogno di energie, ed energie avrai:prosciutto San Daniele, formaggi molli e duri, sottaceti e sott’oli, insalata russa, culatello, mortadella, bresaola, ciauscolo,  lonza, pancetta, salame di Modena, pane all’olio,ti basta?“Giovà se m’abbuffo poi come finisce niente balayer, va bene fai tu.”“Tutto gratis col patto che mi racconti nei particolari l’incontro ravvicinato, d’accordo?”Alberto all’ingresso dell’albergo stava conversando con Marie Claire direttrice dell’hotel la quale:“Vede l’ingiustizia umana: lei è considerato un mandrillo, tombeur de femmes, io cinquantenne se mi intrattenessi (diciamo intrattenessi) con un giovane ventenne sarei…”“Madame vuol dire mignotta? Lei se ne freghi e si faccia il suo bel toy boy, sempre che riesca a rimorchiare un bel o meno bello giovane, magari con un compenso…ciao Marie Claire è arrivata Anna, ti piace?" "Uh,uh,uh"…”Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta della stanza che Alberto si trovò avvinghiato da una furia selvaggia.“Ho desiderato da tanto tempo questo momento, non mi sembra reale essere qui con te con le due vecchie signore gabbate.”“Ma dove li trovi i termini, gabbate, è un vocabolo inusitato…”“Via i vestiti, doccia ensemble  e poi…voglio che sia una cosa speciale, è passato molto tempo da quando ho avuto l’ultimo rapporto, è come se fossi vergine.”“Citando Stecchetti: vergin dai candidi manti ma rotta di dietro e peggio davanti!”Dire che Alberto era stato inopportuno era il minimo, Anna era diventata seria, avvolta nell’accappatoio si era rifugiata nel letto, tutta coperta, capo compreso.Parlare o stare zitto, come riprendere in mano la situazione, la seconda ipotesi la migliore.C’era voluta circa un mezz’ora prima che Anna decidesse di girarsi e guardare in faccia un Alberto dallo sguardo: ‘non volevo offenderti, era solo una battuta anche se inopportuna, perdonami.’Un bacio profondo, a tratti violento,  e poi baci a scendere sino a ‘ciccio’ già in posizione il quale inopportunamente, dopo essere stato preso in bocca, decise di goderecciare…L’atmosfera creatasi non era delle migliori, restarono abbracciati a lungo sin quando Anna girò Alberto supino, prese ‘ciccio’ in mano e, delicatamente, lo introdusse in una gatta tutta bagnata.Stavolta ‘ciccio’ si comportò bene, resistette a lungo, Anna muoveva il bacino in modo da strofinare il clitoride sul pene e provando vari lunghi orgasmi, la baby non aveva dimenticato il suo passato sessuale, era molto brava cosa che fece ingelosire Alberto il quale immaginò la sua amante fra le braccia di un altro…Finito il certamen Anna prese con le mani il volto di Alberto e:“Ti leggo in faccia quello che pensi, si ho avuto un fidanzato col quale facevo sesso, non ne ero innamorata ma, per dirla alla volgare, sapeva scopare alla grande ed io…io sono come immagini. Era un violento, mi ha picchiato e è stata l’ultima volta che ci siamo visti. Per fortuna si è imbarcato su una nave mercantile e non risiede più a Messina, fine della storia, spero!”L’apertura dei pacchi dei viveri riuscì a cambiare l’atmosfera, Anna era sconvolta:“Mai vista tanta salumeria tutta insieme, ti sei portato appresso tutto il negozio, possiamo invitare a mangiare la direttrice, come si chiama, ah  Marie Claire, ti piacerebbe un trio? Pensandoci bene dì la verità ti farebbe piacere? Non voglio saperlo, voglio solo che tu sappia che mi sono innamorata di te, profondamente, pazzamente, ti sogno giorno e notte e non ho intenzione di dividerti con nessuna, sono diventata gelosa,  inquieta, furibonda, furiosa, cieca, assillante, tormentosa, ti basta?”
    Erano passati degli anni, Alberto divorziato da Maria, si era prontamente risposato con Anna, mammina di lei felice e contenta "L'ha voluto lei, solo l'età..."
    A ottanta anni Alberto aveva subito vari interventi chirurgici sempre affettuosamente curato da una sempre più innamorata Anna.
    "Talvolta mi domando quanto ancora vivrò, me lo domando."
    "Pensa a campare e...non rompere!"                      

  • 12 aprile 2015 alle ore 14:54
    IO E LULÚ

    Come comincia: IO  E  LULU’
    Cari lettori e soprattutto care lettrici vi domanderete chi è Lulù, se non ve ne frega
    niente potete smettere di leggere il seguito di questo mio zibaldone ma non saprete
    mai quello che perdereste e quindi... fate un pò voi.
    Lulù non è per me quel personaggio creato da Frank Wedekind (non sapete chi è Frank
    Wedekind?) capisco a cultura ve la passate non troppo bene ma, senza voler fare
    l'acculturato presuntuoso, ve lo dico io.
    Il predetto era uno scrittore che immaginò il personaggio di Lulu (senza accento) come
    l'incarnazione tragica e moderna del mito della donna fatale, un archetipo,una figura
    in cui gli elementi conflittuali, a volte autodistruttivi, si sposavano con una pulsione
    alla seduzione. (Non  avete capito un gran che? Andate a ripetizione c…o! )
    Non è questa la mia Lulù anzi posso affermare che non ha nulla in comune col
    personaggio sopra descritto, la mia Lulù è una immagine sgorgata da un cristallo di
    rocca di forma rotonda che porto sempre con me: la sua figura è simile ad un goccia d'acqua con la punta all’ingiù, ha solo due grandi occhi espressivi con i quali parla con me (solo con me per gli altri è Invisibile).
    Non ha altri elementi per comunicare ma ci riesce perfettamente nel passare dalle
    espressioni di dolcezza, a quelle di tristezza, a quelle di gioia, talvolta anche di collera
    (quando ne combino una delle mie).
    È insomma la mia confidente ed anche la mia consigliora per lo meno ci prova anche se non sempre seguo i suoi sensati suggerimenti, diciamo che mi è molto affezionata ma non per questo passa sempre sopra alla mie 'marachelle' anzi.., e per questo mi è un po' antipatica!

  • 12 aprile 2015 alle ore 12:11
    CUORE DI MAMMA

    Come comincia: Nel silenzio della notte un pianto sommesso, Alberto piangeva, era già la seconda volta, sua madre Giada si era svegliata e cercava di rendersi conto se era proprio suo figlio Alberto; cosa poteva avere un ragazzone di sedici anni a parte la sua malattia sconosciuta per cui da Roma si erano dovuti trasferire a Milano all'istituto 'Humanitas'.
    Nella capitale i medici erano stati incapaci di fare una diagnosi precisa, meglio rivolgersi ad un istituto specializzato in malattie rare e così Giada Gallo, insegnante di educazione fisica in un liceo romano si era fatta trasferire in un istituto milanese insieme a suo figlio studente della quinta ginnasiale.
    La mattina madre e figlio a scuola, iI pomeriggio il pargolo a studiare e la genitrice in giro per la città a 'vetrine'.
    Erano stati fortunati perché l'ospedale aveva stipulato una convenzione con l'istituto case popolari che aveva messo a disposizione delle camere per gli ammalati e per i loro accompagnatori, madre e figlio avevano una stanza con due letti.
    Giada era passata nel letto di Alberto che gli volgeva le spalle, sempre più scosso da singulti prolungati.
    "Amore mio dì tutto a mammina...."
    "M'ha detto che sono omosessuale anzi proprio frocio!"
    "Ma chi cavolo..."
    "Irene una mia compagna di scuola, m'ha detto che solo ai froci non diventa duro,
    a  me…a me…eravamo nel bagno della scuola.”."
    "Mammina son cose che si dicono…."
    "No a me è successo altre volte anche a Roma, ha proprio ragione Irene sono , sono… sono…”
    "Tu non sei… non sei... non sei, vieni qui."
    Giada aveva preso in mano il coso di suo figlio e lo maneggiò sino a quando 'e
    prese ad aumentare di volume, molto di volume."
    "E tu saresti frocio, quella è solo una stronzetta puttanella che non si intende di cazzi, tu ce l'hai grossissimo, molto più grosso di quello del tuo povero padre...unico che ho conosciuto.
    Ale, una madre fa questo ed altro per suo figlio ma sarà l'unica volta, lo capisci? Riprendi i contatti con la tua puttanella,"
    Giada, istruttrice di educazione fisica, fisico di atleta, m.1,80 di altezza,
    giocatrice di palla al volo, era stata sposata con Maurizio Gallo, appassionato di
    moto che, per la sua passione, ci aveva lasciato la vita in un incidente di gara.
    Non si era risposata, aveva tanti ‘ronzoni’ ma era di gusti difficili.
    A questo punto aveva ritenuto opportuno conoscere la ‘puttanella’ ed i suoi genitori.
    Edoardo Caruso, ricco rappresentante di case automobilistiche , ‘tombeur des femmes’ e sua moglie Ambra, bella, di classe, frequentatrice dì negozi di lusso e di case di bellezza, senza figli, più sensibile  alla bellezza femminile che a quella maschile.
    Edoardo ad Alberto: "Vorrei conoscere tua madre, noi passiamo il week end nella nostra villa sul lago di Como, vi manderò a prendere dal mio autista."
    Naturalmente Edoardo prese subito a corteggiare vistosamente Giada:
    "Diamoci del tu; come fa una sventola come te a rimanere sola; non ti preoccupare,
    mia moglie non è gelosa; io ho un pied a térre a Milano vicino al mio ufficio."
    "Mammina sei nel mirino del padre di Irene.”
    "Può fischiare al pappagallo, non gliela mollo neanche se fosse l'unico uomo al
    mondo, non sopporto i presuntuosi e poi sono la tua amante!"
    Edoardo era il classico tipo che, se non può ad ottenere qualcosa, si incaponisce
    finché non riesce nel suo intento, sempre che ci riesca, nel caso di Giada per ora
    andava in bianco,
    "Mammina mollagliela, chissà che regalone ti farà."
    "Il regalone me lo farà proprio se non gliela mollo e poi, sinceramente, non amo i
    presuntuosi, mi piace essere corteggiata con discrezione, anche essere amata, non
    sono una mignotta."
    Alberto parlava così perché andava alla grande con Irene che finalmente
    apprezzava il suo 'cosone' gigante. Ambra, la ‘suocera’, aveva cominciato a guardare Giada con un certo interesse,
    "Tua madre è un bel pezzo di donna, deve essere stata un'atleta, una bella atleta.”
    "Mammina hai un'estimatrice,"
    “Te ne sei accorto anche tu, pensa mi ha invitata nella villa di Como all’insaputa del
    marito, ci voglio andare per curiosità."
    "Mammina dove sei?"
    "Sull'autostrada per Como, sono in Maserati Ghibli, la sto guidando lo.”
    "Vai piano, mi raccomando!"
    Quella notte Alberto dormì da solo, mammina era a Como con Ambra, non ce la vedeva quale amante di una lesbica, al ritorno si sarebbe fatto raccontare tutto.
    La sera al rientro:
    "Sono troppo stanca, sei sicuro di voler sapere proprio tutto, non giudicherai male
    mammina..."
    "L'hai detto tu, l'amor filiale è specialissimo, a domani mattina."
    La mattina seguente:
    "Allora: cominciamo con l'arrivo, villa sul lago, motoscafo in darsena, giardino pensile con statue, interni ottocenteschi, particolarità: una scala lunghissima che dal secondo piano arriva al piano terra.
    Sparizione ed apparizione di Ambra in stanza da letto avvolta in una camicia da notte lunga sino ai piedi, rosa, trasparente, un letto circolare, lenzuola color oro.
    Ambra ondeggiando si posiziona sul letto, mi invita con un cenno, lentamente si spoglia, resta nuda, ha un corpo bellissimo, si sdraia, gambe aperte, non è bionda, la mia testa sul suo pube, vuoi essere masturbata con la lingua, riesce a godere due volte, mi bacia in bocca, a lungo, sua testa sul mio pube, lingua sapiente, d'improvviso si stacca, avvenimento imprevisto,presenza del marito, imbarazzo, io:
    “Non mi interessi, vedi d'annattene, tè lo dico alla romana.”
    Risposta:” vento del deserto.” Mio Imbarazzo d'interpretazione, ci arrivo dopo un po’:
    “D’accordo, non posso che essere d'accordo.”
    Su suo cenno sessantanove di noi due donne, pene in erezione, sua immissione dentro i nostri buchini a lungo sino a sera, mio rientro a Milano, son qua!”
    Alberto:”Particolari sul ‘vento del deserto’ che ti ha fatto cambiare opinione sugli avvenimenti a venire.”
    “Guarda fuori dalla finestra.”
    “Una Maserati Ghibli, una Maserati Ghibli!”
    “Non ti ripetere, la vedo, l’ho guidata da Como sin qua, le chiavi col marchio del ‘Tridente’ sono nella mia borsetta, fine della storia!”
    “Mammina sei stata forte!”
    “Spero che avrai imparato la lezione, nessuna bravura da parte mia, il desiderio nell’uomo (e nella donna) può portarti a scelte irrazionali, tienilo a mente!”
    Da quel momento le ottobrate romane diventarono per Giada e per Alberto uno sbiadito ricordo, la nebbia milanese un po’ meno spiacevole.
    Come può cambiare una situazione un regalo da ottantamila euro!         

  • 06 aprile 2015 alle ore 16:26
    IL VILLINO AZZURRO

    Come comincia:  JESI  (Ancona) gennaio 1958.
     
    La sveglia seguitava a suonare insistentemente, Lalla allungò un braccio e la incolpevole  sveglietta volò a terra, come inizio di giornata non era male, maledizione! Il tempo non doveva essere dei migliori, i dolori reumatici di Lalla, sessantenne, ne erano un chiaro sintomo…
    Fuori le gambe dal letto, vestaglia indossata, recupero della sveglietta, inutile guardarla, erano le otto come tutte le mattine.
    Ed ora sveglia alle ‘signorine’, giornata di partenza, era finita la quindicina, il treno per Roma era alle dodici.
    Una spiegazione per i lettori più giovani. Nel 1958 erano ancora ‘in funzione’ i casini, insomma le case di tolleranza, quella che dirigeva Lalla era il ‘Villino azzurro’ costruzione fuori dal centro cittadino di Jesi, vicino al cimitero e le ‘signorine’ erano le come dire, senza offendere nessuno, le mignotte, le puttane,  le troie insomma quella gentili e meno gentili ragazze che si prostituivano, solo che allora erano tutelate dalla legge e potevano esercitare ,la professione dentro locali chiusi non come ora…lasciamo perdere!
    “Ragazze sveglia, la colazione è pronta, fate le valige, il treno per Roma è alle 12.”
    Buongiorno, sei buongiorno come quante erano le signorine ancora assonnate, non truccate ed in vestaglia.
    “Lalla ci dispiace andar via, sei la nostra amica di ‘Furlè’, ti vogliamo bene.” (Furlè sta per Forlì).”
    “Adesso mi fate commuovere, niente lacrime, non posso lasciarvi qui ancora, stanno venendo sei nuove ragazze, forza…”
    Fuori in attesa due taxi, i conduttori Settimio e Quinto erano di casa sia come conduttori di auto sia come…
    All’arrivo del treno scambio di baci e abbracci con le nuove sei venute:
    “Come si sta a Jesi?”
    “Bene, la maitresse Lalla è un’amica, vi troverete bene.”
    Era sabato, il pomeriggio era in programma la sfilata in carrozza per il corso cittadino per poi ‘approdare’ al caffè Bardi il locale più inn della cittadina.
    Il perché di quella sfilata era facile da comprendere, i signori maschietti sia scapoli che ammogliati potevano vedere la ‘merce’ vocabolo spiacevole ma purtroppo in uso fra la gente frequentatrice del Villino Azzurro, appuntamento dopo cena alle 21 solo per gli scapoli, gli ammogliati si guardavano bene dall’uscire senza motivo il sabato sera.
    Le sei nuove: Margherita anni 25 di Porto Marghera, bionda non naturale, Aurora 26 anni bionda naturale di Frascati,  Lilla (Calogera) anni 27 nera come un tizzone di Caltanissetta, Carmela anni 30,  1,80, castana di Caserta, Annalisa anni 21 bruna, fiorentina, Arianna, anni 28, castana di Fiesole.
    Nel locale c’erano anche dieci amici al bar come la canzone, aspettavano la demoiselles, avevano la complicità di Gilda la capo cameriera, di Ezio il barman e di altri due giovani camerieri che avevano loro riservati due tavoli vicino alle gentili ‘signorine’, erano ovviamente scapoli e tutti con un soprannome:
    Mario ‘alcolino’ per la sua propensione per l’alcol;
    Umberto ‘il solitario’ quando poteva si rifugiava in una casa di campagna;
    Alberto ‘il bello’, piaceva alle femminucce;
    Marco ‘il moscovita’, era iscritto al partito comunista;
    Massimo ‘scarpe pulite’, il perché era facile arguirlo;
    Giulio ‘il pilota’, istruttore di volo;
    Maurizio ‘pinocchio’ per il lungo naso;
    Augusto l’elegantone’, amava i bei vestiti,
    Gennaro ‘ciccio bomba’, per il pancione;
    Gianni, suo cugino, ‘lo smilzo’ ovviamente tutto pelle e ossa.
    Nel giro della Jesi bene erano conosciuti col soprannome dispregiativo de’ “i paccatori’.
    Alberto anche a nome degli amici, si avvicinò ai tavoli delle ‘Signorine’ e, dopo un finto baciamano a Lalla, si presentò con la promessa che si sarebbero fatti vivi alle 16 di lunedì, all’apertura della casa. Il perché di quel giorno e di quell’orario presto spiegato:
    Lalla aveva una propensione per i dieci (li chiamava i miei nipotini) se li abbracciava (ci marciava) pur sapendo che data l’età…Il pomeriggio c’era poca gente ed i ragazzi potevano intrattenersi con la signorine a parlare ed a scherzare nella sala comune  prima di andare in camera.
    ‘In camera’ era il grido imperativo che la maitresse ‘sfoggiava’ quando qualche cliente era dubbioso su quale ragazza scegliere: “Qui si viene per chiavare e non per perdere tempo!”
    Gli orario della casa: tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, poi dalle 21 alle 23, la domenica solo il pomeriggio dato che la mattina Lalla, seguita da composte signorine con velo nero in testa, si recavano a messa nella chiesa del vicino cimitero con gran gioia del parroco, il trentenne don Gianni che era apprezzato in curia per aver riportato nel gregge delle pecorelle smarrite.
    C’erano nella casa dei momenti che la sala comune veniva chiusa in quanto era in arrivo qualche personaggio importante e danaroso che non voleva essere visto dalla plebe (fra questi anche don Gianni, pure i preti hanno diritto a sc….e no?).
    I dieci ne facevano di tutti i colori, una era’ la conigliata’.
    I non magnifici a bordo delle loro vetture, di notte, spaziavano nei sentieri dei paesi viciniori. Con le luci dei fari, abbagliavano conigli, lepri ed ogni altro animale commestibile per poi ucciderli a fucilate. Tutti finivano in padella cucinati dalla mamma di Gennaro che abitava in una villa al viale Cavallotti.
    Non tutto era però rose e fiori:
    Mario era il figlio di un titolare di una ditta di ferramenta e non sempre il genitore era propenso a sostituirsi al figlio nella vendita;
    Umberto doveva seguire i contadini nei possedimenti dei parenti, in parole povere faceva il fattore;
    Alberto frequentava il terzo liceo classico;
    Marco era figlio di un avvocato, doveva seguire le patrie cause;
    Massimo figlio di un ristoratore, doveva far la spesa e seguire i personale nel locale;
    Giulio era pilota e istruttore di aerei nella vicina base di Falconara;
    Maurizio figlio di un proprietario di un negozio di tessuti, doveva seguire i commessi e lui stesso le vendite;
    Augusto figlio di una titolare di una boutique di lusso, era abilitato al mestiere di sarto che doveva esercitare lui stesso insieme a vecchie signore per confezionare abiti; talvolta nei suoi locali avvenivano delle sfilate di moda con magnifiche modelle off limits per lui e per i suoi amici;
    Gennaro e Gianni erano figli di industriali la ditta F.I.M.A. Fabbrica Industriale Macchine Agricole. Non era per loro tutte rose e fiori, i relativi genitori pretendevano (ed ottenevano) che i figli imparassero il mestiere di operai  prima di mettersi dietro una scrivania.
    Avevamo lasciato la banda a tavola a casa di Gennaro, tutti tranne Giulio che era a Falconara con un gruppo di aspiranti aviatori quando giunse una telefonata.
    Aveva risposto Gianni che, bianco in viso:
    “Ragazzi Giulio è morto, il suo aereo è precipitato nei pressi di Cingoli, lo stanno cercando polizia e Carabinieri, andiamo anche noi.”
    Tutti in macchina, Staffolo, Cupramontana e poi nei sentieri illuminati dalle  luci delle forze dell’ordine. Solo all’alba fu ritrovato l’aereo con Giulio ed un allievo pilota morti.
    Ai funerali aveva partecipato tutta la città, il padre di Giulio era un generale dell’aeronautica in pensione molto conosciuto per le sue opere di beneficienza.
    I ragazzi erano in fondo al corteo, distrutti, non si può morire a venticinque anni, invece…
    Quell’episodio doloroso aveva lasciato il segno fra i giovani, avevano reso partecipe del lutto Lalla e le ragazze, abbracciati a loro senza andare in camera, tutto dire.
    L’estate aveva portato alla dispersione del gruppo, a settembre un sabato, al bar Bardi:
    “Nipotini miei, dove siete stati a far danno, venite vi presento le nuove signorine, guardate che belle!”
    Effettivamente la ‘merce’ era migliorata, tutte e sei giovanissime, si erano sedute sulle gambe dei ‘paccatori’ quando intervenne Gilda:
    “Ragazzi c’è gente che guarda, i padroni non vogliono certe scene, vi prego!”
    Quel rientro fu favoloso: Lalla permise che i nove  passassero la notte con le ragazze, cosa assolutamente proibita dalle leggi di PS. e così per la prima volta i ragazzi nudi circolarono per la casa scambiandosi le donzelle che avevano profumatamente pagato facendo scempio dei loro risparmi.
    Una sera tutti riuniti a casa di Gennaro tranne Gianni che era a Bologna :
    “Ragazzi una notizia buona ed una cattiva.”
    Coro: “Prima la buona.”
    “Lalla è stata trasferita al casino di via della Scrofa a Roma, ci ha invitato, la cattiva è che Gianni…”
    “Gianni?”
    “Ha un tumore al cervello, non è operabile, lui non lo sa, non ha molto da vivere.”
    Il gelo era sceso sulla combriccola, i ragazzi si guardavano in faccia ammutoliti, senza parlare decisero di ritirarsi ognuno a casa propria.
    Al rientro di Gianni a Jesi grandi risate decisamente fasulle:
    “Tutto bene vero? Come sono le bolognesi, hai provato la loro specialità…”
    Gianni non rispondeva che a monosillabi, forse aveva capito.
    Forse per vigliaccheria che tale non si può chiamare in casi simili, i giovani non andarono più a trovare Gianni tranne suo cugino che forniva notizie:
    “Ormai non parla più, è molto dimagrito” non che prima fosse grasso tanto da chiamarsi ‘lo smilzo’ ma ora…
    Dopo una settimana i funerali: la F.I.M.A. chiuse per un giorno, presenti tutti gli operai  ‘colleghi’ di Gianni che aveva vissuto fra di loro, una commozione generale di tutta la città.
    La combriccola aveva perduto l’allegria, per rimettersi in sesto ’Ciccio bomba’ Gennaro propose un viaggio a Roma per andare a trovare Lalla che, alla notizia telefonica del loro arrivo, si mise a piangere, evidentemente rimpiangeva i nipotini.
    In tal senso ci fu un ‘teatrino’ quando la banda dei sette (Umberto aveva comunicato impegni di lavoro) entrò trionfante in via della Scrofa.
    “Nipotini miei” e giù a piangere dinanzi ad un  pubblico  eterogeneo e romano il che vuol dire sfottò a non finire.
    “Lasciateli stare stì quattro froci, andate in camera.” Lalla non aveva perso mordente ed aveva sfoggiato il suo linguaggio preferito.
    Con Lalla in mezzo andarono al vicino ristorante ‘La greppia’ e provarono tutte le specialità della casa tutti, con in testa Gennaro ‘Ciccio bomba’, aumentati notevolmente di pancia.
    Dopo una settimana da turisti, imbevuti di fori e di scavi, dopo aver gettato una monetina nella fontana di Trevi per ‘fatte tornà’, i sette ritornarono alle incombenze jesine con la promessa a Lalla di andare ancora a trovarla.
    Ma un crudele destino aveva preso di mira i baldi giovani.
    Mario ‘alconino’ era ricoverato all’Ospedale ‘Le Torrette’ di Ancona, il suo fegato non reggeva più alle bevute del suo padrone  e si era  procurato un bel carcinoma.
    Il brutto di queste malattie è quando l’interessato si rende conto della loro gravità. Mario cercava lui di tener su il morale dei compagni:
    “Si muore una sola volta, fatemi un bel funerale, voglio che tutta Jesi si ricordi di Mario quello delle ferramenta e…”
    Non ci si  abitua mai alla morte degli amici, non averli più fra i piedi, niente più mangiate pantagrueliche nelle trattorie di campagna, niente più Villino Azzurro, tutto finito dietro una lapide, che tristezza!  Ad Alberto ‘il bello’ vennero alla memoria i versi dei ‘Sepolcri’ di Ugo Fosco:
    “Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri e involve tutte cose l’oblio nella sua notte.”
    L’episodio che distrusse il morale della compagnia fu la morte di Umberto. ‘Il solitario’. Si era sparato alla testa con la pistola di suo zio fattore ma il motivo?
    Fu  ricercato nella sua vita passata. Il padre, ufficiale dell’Esercito, con i suoi modi aveva portato la madre al suicidio, si era gettata dalla finestra. Umberto era rimasto con lo zio Ettore fattore, che, preso dal lavoro, lo aveva trascurato ma forse non era stato quello il vero motivo.
    Si appurò che Umberto aveva preso a frequentare il proprietario di un negozio di fiori, omosessuale, ricco  che lo riempiva di soldi e di regali ma questa ‘vicinanza’ lo aveva portato a non  apprezzare più le femminucce cosa da lui non accettata, insomma forse era diventato omosessuale.
    I dieci ‘paccatori’ si erano ridotti a sei, il destino e la lontananza di Lalla,  per loro punto di riferimento, aveva mandato in pezzi la loro allegria.
    Lalla era stata sostituita al villino al ‘Villino azzurro’ da un’anonima Maria, una  ex puttana sdentata, sgarbata, ignorante.
    Passava la maggior parte del tempo seduta alla cassa. Per invogliare i clienti a fruire delle grazie delle signorine si buttava sul monologo: Signori in camera p…o dio, qui si viene per ciullare e non per perdere tempo!”
    La domenica aveva perso la buona abitudine di portare le signorine in chiesa con grande dispiacere di don Gianni il quale era costretto all’astinenza sessuale non potendo più entrare nel villino usufruendo della chiusura della sala comune.
    La conclusione di questo racconto:
    . Lalla era morta, prima aveva inviato dei soldi a don Gianni per essere tumulata nel cimitero di Jesi e don Gianni aveva provveduto anche a dirle messa, nessuna delle signorine aveva partecipato al funerale solo i magnifici ’paccatori’;
    . era deceduta pure Gilda la cameriera del bar ‘Bardi, anche qui i ‘paccatori’ erano presenti al funerale, era diventata la loro occupazione principale;
    . Ezio del succitato bar era andato in pensione;
    . tutti e sei ‘paccatori’ rimasti si erano sposati ed erano diventati padri;
    .  Alberto aveva conosciuto ad una sfilata di moda una modella favolosa Charlotte, oltre che bella era di una simpatia unica, sempre sorridente e disponibile con tutti. Alberto non aveva voluto figli, non voleva dividere la sua Charlotte nemmeno con un bambino tanto ne era innamorato ma…la solita dea invidiosa aveva provveduto  a distruggere la sua felicità: in un incidente stradale la sua deliziosa consorte con la sua Jaguar era andata ad incrociare un camion guidato da un autista ubriaco, morta sul colpo. Al funerale erano andati i suoi amici ma non lui, era impietrito. Aveva lasciato il lavoro, viveva con un lascito sostanzioso della zia Giovanna ed era andato ad abitare  nella sua villa, unica compagnia una badante rumena piuttosto giovane ma che lui non degnava di alcuna attenzione sessuale, niente più donne. Passava i pomeriggi e le serate al bar Bardi, in fondo alla sala un tavolino era sempre prenotato per lui, gli amici andavano a trovarlo lì, non riusciva più nemmeno a sorridere.
    Pian piano Marco, Massimo, Maurizio, Augusto e Gennaro diventarono nonni e, a turno, passarono a miglior vita,. Alberto era il solo rimasto in vita sino a novant’anni suonati ma la sua era una non vita, solo esistenza.