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Racconti di Angelo Capotosto

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  • 07 marzo 2013 alle ore 18:21
    Trailer: Terapia d'Urto - RIFIUTI TOSSICI

    Come comincia: Il postino suonò due volte come nella migliore tradizione. Erano settimane che Marco stava aspettando la raccomandata che gli avrebbe cambiato la vita. Scriveva da anni, ma non aveva mai trovato il coraggio di inviare ad una casa editrice i suoi manoscritti. Per il suo modo conservativo di affrontare (beh.. Affrontare, diciamo costeggiare) la vita era una cosa fin troppo ardita.

    "E se non piacerà?" continuava a tormentarsi.

    E non solo: non la smetteva di chiedere con insistenza ai suoi amici più cari se i suoi romanzi potessero, per qualche congiunzione astrale, solleticare gli interessi di un singolo editore. Non la Mondatori o la Eraudi. A lui sarebbe bastato anche l'ultimo della pista, il più sfigato degli editori. Anzi, probabilmente con quello più sfigato avrebbe avuto un canale di comunicazione preferenziale. I simili si riconoscono.
    Erano anni che gli amici, e in particolare Roberto, conosciuto sui banchi di scuola, provava a spingerlo a mollare i pappafichi e a fargli lasciare il suo porto di sicurezze, per navigare, finalmente, verso il mare aperto, che purtroppo agli occhi di Marco sembrava sempre volgere verso La tempesta perfetta. Come quel film che avevano visto un pomeriggio qualunque a casa di Roberto, quando invece di studiare coltivavano le loro passioni di adolescenti.
    Preso da questi pensieri titubò ancora un attimo sulla porta di casa e poi aprì al postino che era notevolmente infastidito per l'attesa.

    «Buongiorno. Mi scusi se l'ho fatta aspettare».

    «C'è da firmare una raccomandata. Ecco qui. Bene. Arrivederci».

    «Arrivederci».

    Marco fu colto di sorpresa quando vide che la raccomandata proveniva dall' Editore Borpiani. Non aveva inviato il suo romanzo in quella specifica casa editrice, ma non se ne curò molto, preso com’era dall'eccitazione e dalla curiosità di sapere il responso dell'oracolo. Aprì strappando in malo modo la busta e incominciò a leggere:

    «Egregio Sig. Ravelli,
    La ringraziamo per averci mandato il suo manoscritto e  bla bla bla...

    (Dai, arriva al dunque!) - pensò Marco -

    …e quindi, dopo un'attenta e accurata lettura della sua opera possiamo affermare con certezza che:

    IL SUO MANOSCRITTO È UNA MERDA!
    Cordiali saluti ecc. ecc.»

    «Cooosaaaaa?» Marco non riusciva a credere ai suoi occhi. Lo leggeva e lo rileggeva. Sembrava una delle situazioni paradossali che capitavano di continuo ai protagonisti dei suoi romanzi.

    «Il suo manoscritto è una merda! Il suo manoscritto è una merda!» ripeteva a bassa voce
    camminando nervosamente per il suo monolocale.
    «Il suo manoscritto è una merda! Il suo manoscritto è una merda! ...IL SUO MANOSCRITTO È UNA MEEEERDAAAAA!» urlò alla fine a braccia aperte e quasi affacciato alla finestra, come se volesse farlo sentire a Dio in persona.
    Una vecchina che stava portando il suo barboncino a fare i bisogni vicino al palo della luce di Casa Ravelli, lo guardò per un attimo, abbassò subito lo sguardo per la paura e andò via rapidamente non potendo fare a meno di scuotere la testa.

    «Dai Marco, calmati!» – parlò a se stesso – «ora ti fumi una bella sigaretta e vedrai che tutto andrà per il meglio. Ci sarà sicuramente una spiegazione scientifica». Parlare a se stesso con questo tono rassicurante, con consigli amichevoli e razionali, e ponendosi all'esterno della situazione che lo vedeva invischiato in prima persona, lo aveva sempre tranquillizzato molto in tutte le esperienze negative che aveva dovuto subire nel corso degli anni.  Era come prendere le distanze da problemi che come per incanto non lo riguardavano più. E forse era per questo che non aveva mai imparato ad affrontarli. E per la prima volta si rese conto dell'errore che aveva commesso per decenni.

    «Bastaaaa... Ci sono io dentro, cazzo! Inutile fare finta che tutto si aggiusterà e che prima o poi la mia vita sarà come ho sempre desiderato. Basta sognare di essere intervistato a Che tempo che fa da Fabio Fazio!»

    «Allora Signor Ravelli, il suo libro d'esordio è diventato un best seller. Primo in tutte le classifiche di vendita per ventiquattro settimane di fila. Come si spiega il suo successo?»
    «Innanzitutto, Dott. Fazio, La ringrazio per il Suo invito. Io l'ho sempre ammirata fin dai tempi di Quelli che il Calcio. Dal 1997, “Tutto questo, per la precisione!” Massimo Alfredo Giuseppe Maria».
    E giù tutti a ridere. Li avrebbe conquistati se solo avesse avuto una chance.
    Avrebbe anche azzardato: «Ora come ora sono più famoso di Gesù e alla pari con i Beatles!»
    Beh forse quello era un po' troppo, si sarebbe dovuto prima consigliare con il suo manager.

    «Bastaaaaa!!!!Ancora? Marco ci stai ricascando di nuovo! La tua realtà è diversa...vivi in un appartamento di merda, hai rifiutato il lavoro in azienda perché sei troppo choosy, ti arrabatti per non rimanere senza un piatto caldo sulla tavola e non ti riconosce neanche il vicino di casa.
    Questa è la situazione attuale. Affrontala! Altrimenti non cambierà mai nulla. Non devi scappare come hai sempre fatto!»

    Si sentiva come Sméagol ne Il Signore degli Anelli quando parla a se stesso e si rivolge in maniera brutale. Dov'era finito il suo sé, fedele amico di tante ritirate, di fughe a gambe levate e di nascondigli inespugnabili?!?
    Forse era morto per sempre. E prima o poi doveva accadere.

    «Hai ragione amico mio! Ma poi con chi sto parlando?!? Basta anche con questo!
    Sono solo io con me stesso, Marco Ravelli! E devo prendere in mano la mia vita. Da domani provo a trovarmi un vero lavoro. E l'hobby della scrittura lo lascio agli altri! D'altronde la lettera della casa editrice è molto chiara. Al limite della perfidia. Vabbè, si sa come sono fatte queste grandi aziende.
    Anzi brucio tutto, informaticamente parlando. Prendo tutti i file che ho scritto e li cancello così non avrò più la sirena tentatrice di perseverare nell'errore di scrivere.
    Eccoli qua…”Select all” e…”Delete”!»

    - Sei sicuro? -

    «Certo che sono sicuro mio fedele pc, compagno di mille avventure fantastiche».

    - Ok -
    Click!

    - I file sono stati cancellati con successo - comunicò asetticamente il computer.

    «Aaaaaah.... Che liberazione! Ho fatto bene! Questo è il primo passo verso una vita normale, quella che hanno provato sempre a inculcarmi i miei genitori. Domani faccio anche richiesta per andare a lavorare alle poste! Vabbè di questi tempi è sperare troppo, iniziamo con uno stage... A 30 anni... Vabbè... Da qualche parte incomincerò!»

    Driiiiinnnn

    «Oh Dio, e chi è adesso?!?» si chiese mentre stava per sbirciare dallo spioncino della porta.
    «Ah è Roberto.Vieni entra!»

    «Grande Marco! Allora? Come stai? Che dici?» esordì Roberto mentre si accomodava sul divano.

    «E che ti devo dire?!? Tutto normale a parte che ho appena ricevuto una lettera della casa editrice che mi ha aperto gli occhi».

    «E quindi?»

    «E quindi diceva testualmente: Il suo manoscritto è una merda! A caratteri cubitali!»

    «E tu?»

    «E io ho deciso che basta così. Ve lo dicevo che non dovevo mandarlo a nessuno il mio ultimo romanzo. Ma voi niente, insistevate! In effetti è una merda, hanno proprio ragione! Anzi ora gli rispondo ringraziandoli per avermi dato la spinta a voltare pagina, trattandosi di libri, fra l'altro.
    Ad ogni modo ringrazio voi tutti per l'appoggio di questi anni, lo so che non mi avete detto la verità perché non volevate ferirmi, ma ho deciso di smettere. E ho anche cancellato dal pc tutti i file per non ricadere nell’errore!»

    «Cosa hai fatto?»

    «Eh, li ho cancellati, perché?»

    «Noooo... Brutta testa di cazzo! o forse la testa di cazzo sono io! La lettera è falsa, te l'ho mandata io per farti provare la peggiore delle sensazioni che temevi! E dimostrarti che saresti sopravvissuto, che ne saresti comunque uscito. Malconcio, ma vivo. Cazzoooo!»

    «Che hai faaattoooo? Io ti ammaaaaazzoooooo!» minacciò Marco scagliandosi su Roberto con una ferocia che non gli era mai appartenuta!
    «Aspettaaaa!!! Aspettaaaa!» fece in tempo a sussurrare Roberto mentre le mani di Marco erano già sul suo collo pronte a strangolarlo.

    «Tieni qua! Aggiunse! Questa è la vera lettera della casa editrice. Non la Borpiani, a cui non hai mai  mandato il romanzo, idiota! Neanche te ne sei accorto!»

    «Eh mi sembrava strano!» farfugliò Marco come per scusarsi del suo mancato intuito. E continuò: «Guarda che se è un altro scherzo giuro che stavolta ti uccido! Finisco il resto dei miei giorni in prigione!»
    «Non è uno scherzo, imbecille!» - lo rassicurò Roberto - «E comunque l'ho fatto per te! Ora sarai più forte e avrai capito che il rifiuto fa parte della vita. Non si può mai essere perfetti e senza macchia, senza delusioni e senza cicatrici interiori».

    «Oh Dio, io però adesso ho cancellato tutti i file!»

    «Tranquillo deficiente! Mi hai rotto le palle quattro anni co' sta storia: ho tutti i file salvati sul mio pc, quelli che mi mandavi ogni volta per e-mail!»

    «Ah già!»

    «Sì però ora dovrai mandarmi le e-mail con un nuovo oggetto, non sempre lo stesso che mi hai mandato per anni!»

    «Oh Dio, neanche me ne accorgevo, ero così preso a mandarti il pezzo appena scritto. Perché? Era sempre lo stesso?»

    «Eh già, autistico che non sei altro! L'oggetto della mail era sempre lo stesso: "Leggi la cagata che ho scritto!»

    Marco sorrise a quell'ultima notizia inaspettata: non ci aveva mai fatto caso. D'altronde lui non viveva nel mondo di tutti noi. Lui da sempre aveva vissuto nelle sue storie, scritte di suo pugno e contornate della sua delicatezza. Che non avevano pretese se non quella di non essere giudicate come merce inanimata.

    http://www.facebook.com/trailerletterari?ref=ts&fref=ts

  • 27 febbraio 2013 alle ore 14:44
    Il signore degli Anelli - Orgoglioso anonimato

    Come comincia: Il taxi lo stava portando velocemente verso la sede del colloquio. Alla radio si parlava in termini non proprio da Accademia della Crusca della "Maggica" e di Zeman. Giorgio non tornava a Roma da quando l'allenatore boemo aveva guidato per la prima volta la squadra giallorossa. Quella sensazione di déjà vu gli infuse un minimo di sicurezza, e ai suoi occhi, gli conferì anche un'aria più giovanile. Ormai aveva trentaquattro anni, millemila colloqui alle spalle e mai nessun lavoro stabile. Quasi rassegnato si apprestava a sostenerne un altro, che, alla pari dei precedenti, era solito definire "un tantinello standard".  Era anche un po' stanco: aveva fatto le 3 giocando al poker online: ventiseiesimo su 2550 persone e 120 euro di guadagno. Sei ore per quella miseria. Ogni volta si chiedeva perché cazzo continuava a giocarci. Eppure continuava.

    «Dotto’, ma lei sta co’ Zeman?»

    «Guarda, a me non è che mi interessa poi molto di Zeman. Io sono juventino».

    «Mamma mia! E com'è st'insana scelta?»

    «Non so, non credo sia stata una scelta. Da quando ho la memoria mi ricordo bianconero».

    Giorgio non riusciva a non rispondere seriamente a qualsiasi tipo di domanda, anche se dentro di sé aveva sempre una risposta alternativa a quella classica. Era fatto così, e non poteva farci nulla. Come sarebbe stato bello dirgli veramente ciò che pensava. Ma poi cosa avrebbe pensato di lui quello sconosciuto? Era questa la tristezza del mondo secondo la sua opinione: porre dei filtri all'intelletto, alla fantasia e alle meraviglie che si potrebbero instaurare fra le persone se solo non ci limitassimo a risposte automatizzate, pronunciate senza pensare, senza interesse per il discorso e per il nostro interlocutore.
    Decise che era il momento di cambiare atteggiamento e avrebbe iniziato proprio da quel colloquio. Beh, magari avrebbe tentato, di dare una risposta spontanea. Quantomeno provare a farla spuntare dalle sue labbra, “…per vedere di nascosto l'effetto che fa”, pensò lo Jannacci che era in lui!

    «Dotto' sono 16 euro... Faccia 15».

    «Grazie».

    Giorgio si ritrovò in una megasede deluxe, ricoperta da vetrate, specchi e un ampio open space in cui sedeva, dietro una scrivania, una solerte segretaria che lo fece accomodare in una stanzetta dove gli chiese di aspettare qualche minuto.
    Alle pareti bianche erano appesi due poster. Il primo ritraeva Einstein con la scritta: “I migliori talenti li abbiamo scoperti noi” mentre nell'altro era raffigurato un bambino in sella ad un triciclo su una strada impervia e lo slogan: “Ti seguiamo fin dall'inizio della tua carriera”.

    “Madonna che ansia” pensò il malcapitato Giorgio.

    «Buongiorno».

    «Buongiorno».

    «Come va? Ha trovato facilmente la strada?»
    (Sono venuto in taxi) – «Sì sì»

    «Allora. Benvenuto. Io sono il Dott. Magrin e prima di iniziare le farei una panoramica sulla nostra società, su chi siamo nel mondo e di cosa ci occupiamo. Allora, “aTTenture” è una società che...»

    “Bla bla bla… Che palle… Quanto parla questo... Ma cosa me ne importa... Vabbè fammi annuire... Sì ok... Milioni di dipendenti felici in tutto il mondo, fatturato astronomico e meraviglie di ogni genere, diamanti grossi come cocomeri, falde di acque miracolose e pascoli verdi dove condividere beatamente un abbondante e succulento pasto aziendale. Andava tutto bene lì, nella Contea della Terra di Mezzo, lontano dal mondo cattivo che avevano organizzato altre aziende schiaviste.
    Peccato che anche aTTenture non sarebbe stata esente dall'avere mezzuomini, con tutte le loro bassezze morali legalizzate e incentivate da dinamiche e policy aziendali” - pensò Giorgio. E trovò l'osservazione abbastanza arguta. 

    «Tutto chiaro?»

    «Sì sì!»

    «Allora lascio la parola a Lei, ma prima una domanda. Lei non è del 1988? Mi sembra un po' piùùù... Maturo».

    «No, sono del 1978».

    «Ah, allora c'è stato un errore sul Curriculum Vitae nel mio database. Purtroppo per questa opportunità lavorativa non potrò prenderla in considerazione perché il nostro cliente cerca persone un po' più... Un po' menoooo... Mature. Però magari Le troviamo qualcosa. Mi parli della Sua carriera accademica e professionale».

    Giorgio ultimamente sentiva un po' troppo spesso la parola "maturo" e visibilmente scoraggiato dopo tutti quei km e il denaro speso per raggiungere Roma, capì che non aveva nulla da perdere. Decise pertanto di tirare fuori tutto ciò che avrebbe voluto sempre urlare a quelle persone col sorriso di plastica e il colletto così candido da far impallidire la vecchina, pardo n, la donna matura, dell'omino bianco.
    Si stupì di ciò che gli stava uscendo dalla bocca, ma gli piaceva, gli piaceva eccome.

    «Sono Giorgio Maraschi. Trentaquattro anni. Nasco calcisticamente nel Caserta 1960. Dopo una breve parentesi da centrale difensivo scoprii la mia vera natura: attaccante di sfondamento. Dopo una caterva di gol ho avuto un infortunio che mi ha compromesso la carriera. Non lo ammetterei neanche sotto tortura, ma nonostante l'ernia del disco e i trentaquattro anni suonati, nutro ancora, in fondo, ma proprio in fondo al mio animo, il sogno di diventare prima punta del Real Madrid. El delantero delle merengues!»

    “Olé!” ma questo non lo disse.

    Il resto sì però, e il selezionatore sembrava quasi intimidito. Aveva paura che Giorgio avrebbe estratto un mitra e sparato all'impazzata contro di lui e contro tutti i suoi colleghi. Una carneficina annunciata. "Queste persone dovrebbero essere rinchiuse da qualche parte" - pensò,  ma non si azzardò a proferire parola.

    «Allora... Selezionatore, vuole sapere i miei pregi e miei difetti?»
    Giorgio non aspettò neanche la risposta e cominciò:
    «I pregi è che sono un bravo ragazzo, non uno squalo da grande azienda, quindi non andrò mai bene per voi. Andrei bene solo per ruoli da bravo ragazzo e questo mi permetterebbe solo di vivacchiare con uno stipendio da fame fra stenti e bocconi amari alla base della piramide. Dovendovi anche ringraziare per l'opportunità concessami. Perché lo so che va così. Inutile descrivere posti incantati e amministratori delegati che dividono con generosità e magnanimità gli introiti con un consulente qualsiasi.
    Dicevamo?!? Ah i difetti... Mi scaccolo e se mi fanno girare i coglioni posso anche arrabbiarmi. Di brutto. Ma non avere paura sono un tipo pacifico...io!»

    Si sentiva Spud in Trainspotting, ma la differenza con lui è che Giorgio non gli disse mai: "È lei il tizio che comanda…" Perché “a Giorgio Maraschi” nessuno aveva mai comandato.

    «E ora basta, vado via! Credo che per una volta rimarrò impresso nella memoria di un selezionatore! Ah un'ultima cosa: le persone che vengono qui non vengono per un lavoro dinamico, per una crescita professionale e perché gli piace questo tipo di vita. Le persone vengono qui perché devono guadagnare e se potessero scegliere farebbero un lavoro in cui si guadagna tanto e con meno rompimenti di coglioni possibili. E questa risposta non gliela dà nessuno. Per questo poi ci sono incomprensioni. Bisogna abituarsi a dire la verità. Il mondo sarebbe un posto moooolto più chiaro. Non a livello della Contea della Terra di Mezzo, ma un posto migliore sicuramente.
    Arrivederci».

    Giorgio uscì dalla porta. Non poteva credere a ciò che aveva appena detto e fatto pochi istanti prima. Avrebbe avuto una valutazione molto negativa. Ma in fondo cosa gli importava, anche lui si era fatto un'idea negativa di Magrin e dell'azienda che rappresentava: 1-1 palla al centro.
    Chiamò un taxi con il cellulare. Aveva voglia di un'amatriciana e forse avrebbe parlato di Zeman con un altro tassista, questa volta sciogliendosi un po'. In fondo la vita gli sorrideva. Non aveva nessun anello del potere a corrodergli l'anima e le cupi nuvole di Mordor con il suo occhio che tutto vede erano lontane. In realtà l'Occhio era disinteressato ad uno come lui. E quella certezza non poteva che farlo sentire meravigliosamente bene.