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Racconti di Angelo Primavera

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  • 30 aprile 2008
    L'Idea

    Come comincia: Sarà la parola a trapassare questo sistema. Una parola stretta nel pugno di un'idea. Il potere delle idee che nascono libere e che piuttosto che accettare le catene, preferirebbero morire, seppur questo privilegio a loro non è concesso. E' l'idea il mito che sin dalla notte dei tempi ha mutato gli ordini costituiti ed ha demolito imperi corrotti, il fuoco del "Monte Fato" da cui fu forgiato "l'unico Anello" ed al contempo l'unica fiamma in grado di annientarlo.
    L'idea è l'arma più potente, quella che nessun proiettile, nessun fucile, nessuna lama, nessuna privazione, nulla di questo mondo potrà mai sconfiggere.
    Come nel mito di Artù, in cui all'idea fu associato un nome ed un simbolo: la spada invincibile Excalibur altro non era che l'ideale di egalitarismo, di fratellanza, di solidarietà, di amore che rendeva l'acciaio di quegli eserciti indistruttibile e che ancora oggi, sul fondo di un lago di privazioni, la dama miseria è pronta a concedere a chiunque mostri di condividerne i valori.
    L'idea è la chiave per mutare il mondo. L'uomo senza idea, senza ideale, senza utopia è uno schiavo che si accontenta degli avanzi del padrone, che litiga con il vicino per qualche brandello di carne in più come un cane perennemente denutrito, addestrato all'ubbidienza con lo strumento della paura.
    L'uomo senza idea è solo un parassita che questo mondo ripugna, che la natura stessa combatte perché rappresenta solamente una sorta di virus, una cancrena che distrugge tutto, un cancro atto solamente a consumare ogni risorsa esistente e destinato a rendere tutto un enorme ed invivibile deserto.
    L'uomo senza idea è un uomo disarmato e ricattabile. L'uomo senza idea è un uomo che ha paura, perché al timore della privazione è incapace di contrapporre la certezza di un qualcosa di cui nessuno mai potrà privarlo.
    L'uomo senza idea, senza ideale, senza utopia è un uomo senza Dio. Perché Dio è l'idea ed è l'idea, e non l'uomo che se ne fa portatore o che la brandisce ad essere onnipotente, onniscente, immortale. E' l'idea, anche nelle sue evoluzioni più corrotte, che si rigenera e trova nuova linfa vitale per tornare a splendere.
    E' giunto il momento in cui una nuova idea riporti l'uomo alla coscienza di se stesso e del suo potenziale. La strada dell'idea è una strada fatta di morti e resurrezioni. L'idea è l'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri ogni volta più forte e potente.
    L'idea è il potere di far a meno del potere, ovvero l'unica strada per vivere e morire da uomini liberi.

  • 11 gennaio 2008
    Il Complice

    Come comincia: Il primo complice sono io. Io, Angelo Primavera, cittadino che spende le sue giornate a leggere di queste storie, che nell’ascoltare i discorsi sin dal principio sono rimasto colpevolmente in silenzio. Io cittadino che ero in piazza e che ho anche urlato tra gli altri il sentimento comune che si respirava, ma che poi non ho avuto la forza di far valere le mie idee, di condividerle per tempo con gli altri, di riflettere insieme agli altri e magari offrirci una possibilità in più di fermare ciò che stava accadendo. Il primo complice sono io, Io cittadino che sono passato davanti a tanti volantini e non mi sono mai domandato cosa potessi fare, né mi sono preoccupato, per tempo, di indagare su ciò che stava accadendo. Io cittadino che pure quando ho iniziato a capire ho sempre atteso che altri si esponessero per me e quando poi lo hanno fatto, mi sono anche concesso il lusso di sindacarne le motivazioni, come se queste non rappresentassero anche il mio interesse, i miei diritti. Io giovane, che forse perso nei miei dubbi di un futuro fatto di nebbie ed incertezze, ho spesso cercato di non pensare o che mi sono subito arreso quando mi sono accorto che i miei coetanei non ne volevano sapere nulla. Io, giovane militante di sinistra o di destra, che non ho indagato su ciò che succedesse realmente e che nella mia ingenua o forse solo comoda posizione, ho appoggiato e non sono sceso in piazza per dire ai miei più anziani “compagni di partito” o capi, che forse stavano sbagliando. Io professionista, che nelle mie giornate di lavoro a volte spendo più ore di un operaio, o io operaio che faccio straordinari e lavoro più del mio padrone e che per questo, all’abbassarsi di una saracinesca o allo smettere una tuta, ho pensato che alla fine non ne volevo sapere niente di altri guai, perché ho già i miei. Il complice sono io, insegnante, docente, che ogni giorno mi siedo sulla cattedra, decanto nozioni ma lascio che lo spirito civico muoia, giustificandomi con il disinteresse dei giovani, abdicando, con permesso, al mio ruolo di educatore. Il complice sono io, che sventolo le mie bandiere senza rendermi conto che non dovrebbero essere le bandiere a dar idee alla gente, ma la gente a dar idee alle bandiere. Il complice sono io giornalista della stampa o della televisione, che non faccio domande, che se le faccio accetto che non mi venga data risposta, che passo le giornate a trascrivere dichiarazioni senza interrogarmi. Io editore che scelgo di viver nella quiete, selezionando con cura articoli e notizie preoccupato di non pestare i piedi al potente di turno, per acquisirne favori o forse semplicemente per non farmi nemici. Il complice sono io che spendo budget infiniti per campagne di sensibilizzazione su problemi sociali del terzo mondo e non mi rendo conto che pian piano, al di fuori della scatola al plasma comprata sottocosto, il terzo mondo sta arrivando fin qui. Il complice sono io che la storia la leggo a scuola per la pagella e nella vita la dimentico, credendo di esserne giunto alla fine, che non vi siano altre battaglie, che la libertà sia assodata e che quanto è stato conquistato in passato, sia intoccabile ed eterno. Io cittadino che neanche mi pongo il dubbio, se quello per cui in tanti sono morti, sia ancora veramente in piedi dietro la facciata con la scritta "democrazia", o se semplicemente vivo in un mondo di sogni, non miei, che chiamo realtà.