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Autore

Aurora Cantini

in archivio dal 12 apr 2012

11 maggio 1962, Gazzaniga - Italia

segni particolari:
 Ho ascoltato le poesie degli alberi che muovendosi nel tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell'azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti. Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita

mi descrivo così:
 Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto. E ora che scrivo poesie e storie, so che lo devo alla Terra, alle mie montagne. Il mio cuore è l'orizzonte.

26 febbraio 2016 alle ore 16:54

Affilando ancora la vecchia falce

Intro: Ci sono storie di un mondo lontano nel tempo che ancora avvincono per la loro semplicità. Storie come tante delle nostre montagne, che raccontano echi di genti e di fatiche. Una dolce giornata di fine estate, desiderio di girovagare lungo le alture dell’Altopiano, ed ecco Coldré, un piccolo gruppo di case abbarbicate sullo spartiacque tra la vall

Il racconto

Ci sono storie di un mondo lontano nel tempo che ancora avvincono per la loro semplicità. Storie come tante delle nostre montagne, che raccontano echi di genti e di fatiche.
Una dolce giornata di fine estate, desiderio di girovagare lungo le alture dell’Altopiano, ed ecco Coldré, un piccolo gruppo di case abbarbicate sullo spartiacque tra la valle di Ganda e la Val Vertova, a guardia della Valle Seriana, Orobie bergamasche.
La  minuscola borgata rimane nascosta al termine di una stretta stradina nel bosco, lungo la strada che scende da Ganda a Orezzo, in località Plaz.
 Qui, tra spazi luminosi e aperti, tra case coloniche punteggiate sui pendii, tra sentieri che si inoltrano nel dolce sottobosco come entrando in un “Paese delle Meraviglie”, è emersa una piccola storia da raccontare, come una fotografia d'altri tempi:
sul pianoro fuori da una cascina un anziano contadino è intento ad affilare la falce, seduto sulla seggiola di paglia. Davanti a sé un cippo di legno con incuneati gli arnesi su cui appoggiare la lama da affilare. Poco lontano gli ultimi gerani sul davanzale illuminato dal sole, la panchetta accanto alla porta d’entrata ingentilita da una tenda di tela, i gradini di pietra che scendono verso il belvedere, quasi  a strapiombo sulla vallata.
L’uomo picchetta metodico, quieto, sereno, nell'aria leggera del pomeriggio, il volto scavato dalla vita, ma fiducioso. Il silenzio si lascia avvolgere dal ritmico suono metallico del martello che batte regolare sul filo della lama, là dove ciottoli e pietre hanno scheggiato il taglio.
Il giorno si stempera nel divenire del tardo pomeriggio, il tepore scalda la schiena curva e le spalle dolenti di vecchio bracciante. Gli occhi sereni colmi di una vita intensa non abbandonano il lavoro che le mani cesellano come di vita propria. Ogni giorno la falce va battuta, per non perdere la velocità del taglio.
Il vecchio montanaro calza scarponi consumati, che tante strade hanno percorso, ma anche se è chino sulla falce, non è immobile: con il pensiero segue il ritmo delle stagioni, sa che ritornerà l'inverno, tutto qui sulla montagna si ammanterà di neve, e seppellirà ogni contorno, ogni staccionata, ogni cortile, uniformando l’immensità, ma lui non teme la solitudine. E intanto che pialla mi racconta la sua vita tra queste montagne.
“De zögn la ranza ‘n pögn” dicevano gli adulti all’apparire del primo caldo: a giugno la falce in mano. Il lavoro nei campi un tempo era metodico e continuo.
A maggio, fin dalle prime luci dell’alba, gli uomini erano nei campi, dove avveniva il primo taglio del fieno, "ol mazènc", il maggengo; ad agosto era la volta del "fé córt", il fieno già più corto perché le giornate andavano accorciandosi, detto anche “ol maghèr”, senza più forza, magro, e che, se lasciato al selvaggio, sarebbe diventato “stràm.
L’erba era tagliata a mano con la “ranza”, la falce, la cui lama andava sempre tenuta affilata grazie alla pietra cote deposta nel ”codér” legato alla cinta del contadino; man mano si avanzava nella curva data dalle braccia si creavano “i andane”, cioè l’erba avvoltolata a onde sul pendio, come un susseguirsi di archi verdi andando avanti sul pendio; in quei giorni gli uomini andavano a “spant i andane” .
Tutte le nostre montagne venivano sistematicamente falciate, perfino dentro i cespugli così che tutto era modellato e pulito.
L’erba stesa veniva rivoltata nei prati con il “rastèl” -il rastrello- fino alla completa essiccatura: si andava a “rastelà” o a "spant ol fé" o anche a "guarnà" secondo il momento della giornata; poi lo si radunava in covoni e portato a spalle con i "masöi" fino alla stalla o alla "porta dol fé" e accatastato in bell’ordine nella “méda dol fé”.
Ne sono rimasti pochi ormai, di montanari che ancora portano avanti un mondo scomparso, quel mondo in cui tutto era fieno, erba, campo, mucche, stalla. Ne sono rimasti pochi.
Ma ascoltarli, viverli nella loro saggia quotidianità, ci rende un po’ più vivi, e consapevoli che la Vita è per noi, e non serve piangersi addosso. Ma affilare il coraggio, testa bassa e andare avanti. L’eredità dei nostri montanari.
 

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