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Autore

Aurora Cantini

in archivio dal 12 apr 2012

11 maggio 1962, Gazzaniga - Italia

segni particolari:
 Ho ascoltato le poesie degli alberi che muovendosi nel tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell'azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti. Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita

mi descrivo così:
 Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto. E ora che scrivo poesie e storie, so che lo devo alla Terra, alle mie montagne. Il mio cuore è l'orizzonte.

05 gennaio 2017 alle ore 22:56

Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Intro: È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche  Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera,

Il racconto

È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Viene spontaneo il ricordo di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche 
Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.
Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.
I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.
Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.
Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’icona proveniva dal monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.
La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.
Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.
Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla a sua madre, cioè la madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.
La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.
Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.
Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.
Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.
Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.
Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!
 

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