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Autore

Cesare Pavese

in archivio dal 10 set 2001

1908, Santo Stefano Belbo, Cuneo

1950, Torino

segni particolari:
La mia traduzione del "Moby Dick" di Melville è tutt'oggi insuperabile.

mi descrivo così:
I miei libri parlano: solitudine, disillusioni amorose, disagio esistenziale, impegno politico e civile.

07 ottobre 2013 alle ore 9:34

Il mestiere di vivere

di Cesare Pavese

editore: Einaudi

pagine: 666

prezzo: 13,60 €

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Si può non essere d’accordo con Cesare Pavese. Non condividerne il pensiero, non accettarne la visione delle cose, delle persone. Si può prenderne le distanze, come lui fa dal mondo durante la stesura del suo diario - scritto in parte al confino, in parte in un’ampolla mentale continuamente scossa da un animo inquieto - ed allo stesso tempo riuscire ad amare, con combattuta e profonda tenerezza, “Il mestiere di vivere”: l’esposizione di una lunga serie di sussulti esistenziali culminata nel singhiozzo di uno dei ‘non-gesti’ più drammatici mai tradotti su carta. E mai riscritti in azione. Quindici anni di narrazione del narratore, di costruzione e decostruzione d’identità - un’identità drammaticamente consapevole dei suoi confini, condannata dalla propria stessa lucidità ad avere gli occhi costantemente bruciati dal sole; quindici anni di preludio, di significati preconizzati, di destini abbozzati e forse invocati. Pavese si frammenta per frammentare il mondo, preciso chirurgo dei fenomeni umani - dall’arte alla guerra, dalla poesia alle donne, dalla scrittura al sogno. Riflette, specula, amplifica; si perde e fa perdere, non senza tribolare e sospirare per la fatica, nei corridoi intricati del suo ‘filosofeggiare’ (tutt’altro che nel senso spregiativo del termine, ben inteso), fra i macigni delle sue definizioni, talvolta discutibili, altre volte folgoranti - come  «Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “Sembra olio”», oppure «Soffrire è sempre colpa nostra» - e nei flutti dei suoi flussi di coscienza puntellati di parole straniere (inglesi, francesi, greche) e di citazioni illustri. Certo, la sua misoginia - di matrice adolescenziale e di destinazione misantropica - urta non poco, e spesso il ragionamento è un filo che sfugge perché s’attorciglia su se stesso, in anfratti mai davvero sondati o definiti dove del vivere alberga, più che il mestiere, il montaliano “male”. Ma un libro come questo, prova di una vita non qualsiasi, non è di quelle opere a cui si può far rinuncia. Se non altro perché, con veemenza e passione che scuotono pian piano le fondamenta, fa pensare a come una mente del genere è mancata al mondo, e a come sempre mancherà.

recensione di Francesca Fichera

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