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Autore

Cesira Sinibaldi

in archivio dal 19 feb 2019

31 agosto 2000, Pescina (AQ) - Italia

mi descrivo così:
Ho insegnato letteratura e storia nei licei. Sono una buona lettrice. Amo scrivere, ho pubblicato libri di narrativa, ricerca dialettale, ricerca d'archivio. Amo viaggiare in camper.

25 febbraio alle ore 16:09

Il collegio, un'altra cosa

Il racconto

Il collegio, un'altra cosa.

Roma, stazione Termini. Arrivai carica di pacchi e di nodi in gola, con le altre cinque ragazze del mio paese che andavano, come me, in collegio e sembravano quasi allegre. Per Franca e Annunziata e Mariella era un rientrare dopo le vacanze estive. Per Maria Luigia, Lina e per me era il primo andare in collegio. Tutte avevano la mamma o il padre con loro, perché solo in seguito si stabilì che ci avrebbero accompagnato a turno, due genitori per noi sei.

Io non avevo nessuno, perché mia madre si era presa l'asiatica con febbrone e così fui affidata alla mamma di Mariella, che ogni tanto mi chedeva come stai con una carezza sbrigativa sulle spalle che non mi allontanava neppure un attimo dai miei pensieri che poi chiamai, a torto, infelici.

Ma perché dovevo andare in collegio a Roma... e lì subito le voci di mia madre e quelle di tutte le sue sorelle e fratelli... perché il collegio per studiare, e non solo per studiare, è un'altra cosa!

Un'altra cosa da che, mi frullava e rifrullava per la testa tra i ricci increspati che invano tentavo di domare con inutili giochi delle dita. Ma io non desideravo un'altra cosa, veramente... veramente neanche quegli orribili ricci in testa desideravo, forse nemmeno le altre cinque studentesse per bene la desideravano, l'altra cosa, certo loro, con anonimi capelli a spaghettino e frangette al taglio di forbice casalinga. E però mi sembravano tranquille. Così incominciai, per via dei tormentoni, a sentirmi diversa. Ero dalla parte degli altri studenti che erano rimasti al paese, che andavano a frequentare, a fare, come dicevano tutti, le medie a Pescina. Con la corriera, con la levataccia, con i ricci ingarbugliati liberi di stare in testa senza imbarazzo, con pane casareccio e frittata nella borsa, con l'autista Francescone sempre in panne alle prese con il motore della corriera più vecchia della ditta"Terra & Caputi"... Francescone che, bestemmiando senza risparmiare neanche un santo, li faceva scendere per far spingere il bestione azzurro puzzolente di gasolio all'ordine "Vussét, vagliùùù!!"...spingete, ragazzi! E tutti sotto a spingere, a ridere, a rallentare la presa per entrare più tardi a scuola.

Mi ritrovai, per un tempo sospeso, a spingere anch'io la mitica corriera, così che non mi accorsi quasi di essere salita su un tram, di aver sballottolato con la mia valigia nuova sulle rotaie di ferro che segnavano le strade di Roma invisibili ai miei occhi, di essere arrivata davanti a un enorme cancello grigio. Santa Caterina della Rosa, il collegio. "Suonare il campanello con delicatezza", altro che "vussét, vagliùùù!". Un'altra cosa.

Salvo a capire dopo.

 

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