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Autore

Cesira Sinibaldi

in archivio dal 19 feb 2019

31 agosto 2000, Pescina (AQ) - Italia

mi descrivo così:
Ho insegnato letteratura e storia nei licei. Sono una buona lettrice. Amo scrivere, ho pubblicato libri di narrativa, ricerca dialettale, ricerca d'archivio. Amo viaggiare in camper.

26 febbraio alle ore 23:40

Il taxi giallo

Il racconto

Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

Il taxi giallo

Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

New York (USA), 10 settembre 2001

Primo fotogramma.

C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

Secondo fotogramma

Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

Terzo quarto quinto fotogramma

La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

Sesto fotogramma

Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

Settimo fotogramma

La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

Ottavo fotogramma

Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

Nono fotogramma

New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

Sulle mille forme della città che vibra.

Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

Quello sguardo si insinua tra voi.

Fine della sequenza

I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

Asmara (Africa), 10 settembre 1936

Prima immagine

Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

Seconda immagine

Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

Terza immagine

Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

Quarta immagine

Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

Quarta immagine (il mio fotogramma)

Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

Ma non per sempre, figlio mio.

Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

Il taxi giallo

Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

New York (USA), 10 settembre 2001

Primo fotogramma.

C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

Secondo fotogramma

Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

Terzo quarto quinto fotogramma

La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

Sesto fotogramma

Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

Settimo fotogramma

La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

Ottavo fotogramma

Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

Nono fotogramma

New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

Sulle mille forme della città che vibra.

Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

Quello sguardo si insinua tra voi.

Fine della sequenza

I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

Asmara (Africa), 10 settembre 1936

Prima immagine

Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

Seconda immagine

Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

Terza immagine

Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

Quarta immagine

Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

Quarta immagine (il mio fotogramma)

Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

Ma non per sempre, figlio mio.

Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

10 settembre 2002

Ho compiuto ottant’anni.

Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

Io ho deciso di scendere.

10 settembre 2002

Ho compiuto ottant’anni.

Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

Io ho deciso di scendere.

 

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