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Recensioni di Cristina Mosca

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  • Ho sempre avuto il vizio di conservare in un’agenda le immagini e le citazioni che più colpissero la mia fantasia. Al liceo comprai un’edizione delle “100 pagine – Millelire” delle “Massime” di Francois de La Rochefoucauld e mi fu subito chiaro che avrei dovuto inventarmi una specie di inserto speciale, così riuscii a far stare in un foglio protocollo tutte le Massime che mi erano piaciute. Praticamente riscrissi tutto il libricino.
    Ho ancora l’abitudine di usare questa agenda per conservare la bellezza che trovo in giro. È un’agenda molto grande, per fortuna. Mi è tornata in mente perché per il “Breviario” di Alessandra Paganardi farei la stessa cosa che ho fatto per La Rochefoucauld: riscriverei tutto il libricino.
    La sagacia e la disarmante verità con cui l‘autrice puntella il mondo con i suoi aforismi, mi ha fatto pensare al cinismo e alla lucidità di quest’uomo, che era in grado di descrivere i sentimenti e le debolezze come fenomeni prevedibili e monopolabili.
    Su questa scia, con aggraziate stilettate Alessandra Paganardi gioca con parole e concetti e parla di vita interiore e di economia (“La felicità è una legge finanziaria: sempre piena di tagli”, o “L’orgoglioso preferisce non contare nulla che contare meno di quanto vorrebbe”), di tempo e di poesia (“L’utopia è la nostalgia del futuro”), genitori, figli e saggezza (“Diamo il nome di “ricordi” alle cause presunte di emozioni presenti”) e infine di “brevetti”, in cui gioca con brevi e schiaccianti definizioni (“Verità: mai nel mezzo, sempre altrove”). Una raccolta di appena sessanta pagine tutta da spiluccare, e che personalmente ho farcito di tante piegature da raddoppiarne lo spessore.

    “Strano destino delle rette parallele: non s’incontrano mai, oppure coincidono” (Alessandra Paganardi)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa accade quando l’acqua incontra l’olio? Che succede quando l’ultima delle romantiche incontra il primo dei cinici? La legge degli opposti vuole che si sentano irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra, e questo accade nell’ultimo libro di Federico Moccia “L’uomo che non voleva amare” (2011).
    Questo incontro porta però una conseguenza: le fortezze di entrambi subiscono una piccola incrinatura. Dalla collisione dei loro due mondi qualcosa comincia a cambiare, ed ecco che all’interno di una storia immersa nel quotidiano, tra coppie che si tradiscono, si lasciano, si fingono e si cercano, tra segreti sepolti nel passato e altri incastrati nel presente, Moccia intesse abile un’altra storia che, più o meno prevedibilmente, pone tanti dubbi e tante scelte ai protagonisti. L’opera di immedesimazione funziona e il lettore vuole vedere come andrà a finire, tanto da “perdonare” anche i bellissimi voli pindarici, visto che il protagonista, Tancredi, è un aitante, intelligente e ricchissimo sciupafemmine e famiglie, ed ha tutti gli strumenti materiali per stupire una donna e anticiparne i desideri (probabilmente il sogno nascosto di tutti). Jet e isole privati, lusso sfrenato ed una specie di sistema di servizi segreti che rende il protagonista quasi un vice-narratore onnisciente fanno da contorno ad una storia che si scioglie bene tra corteggiamento e strategia, azione e introspezione, trasgressione e sogno, con una sensibilità quasi femminile nel cercare di affrontare l’atavico combattimento tra amore romantico e amore passionale.

    “Era come quando ti svegliano di soprassalto, ti ricordi cosa stavi sognando ma ormai è troppo tardi. Nei sogni va tutto come vuoi tu, senza difficoltà, senza che nessuno si dispiaccia o abbia da ridire qualcosa. I sogni sono semplici” (Federico Moccia)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Walter Veltroni è un oratore. Uno a cui piacciono le storie. Per questo, anche nel suo ultimo libro “L’isola e le rose” è partito da un fatto vero, tutto riminese, avvenuto in quegli anni in cui tutto poteva accadere, in cui nell'aria c'era quella libertà di pensiero e di idee di cui oggi forse sentiamo la mancanza.

    Nella realtà è stata costruita una piattaforma in mezzo al mare, in acque extraterritoriali, per fini turistici, da parte di un sognatore negli anni ’60. Nel libro la piattaforma è la realizzazione di un’utopia, presa nel suo significato più autentico: un non-luogo che invece esiste, un’isola in cui liberare le aspirazioni e la creatività senza dover rendere conto a nessuno. Un posto in cui essere come si è, all’impronta di letteratura, musica e arte, privi di logiche di mercato e di manipolazioni. Tutto è portato avanti da quattro ragazzi, le cui storie si allacciano e si dipanano fino alla risoluzione finale: sono accomunati da un sogno e dalla veemenza della loro giovane età, e tutto fila liscio finché non devono fare i conti con quelle stesse logiche di mercato che volevano evitare.
    L’isola  fa paura, nella realtà come nell’immaginazione, alle principali forze economiche del Paese. Qualcosa che unisce fa paura a chi ha bisogno del controllo: perciò la sua fine è inevitabile. Questa storia è raccontata in modo piacevole, con delle punte di ironia paragonabili a certe scene dei film all’italiana, a cui il libro è stato paragonato.

    “Questa è stata la nostra vita, ragazzi. Abbiamo conosciuto tutto tutti insieme, nello stesso momento. Siamo il prodotto di una matrice comune. Siamo stati sfrontati e sicuri, ora siamo fragili e impauriti. Ma abbiamo vissuto, scalato. Siamo caduti e risaliti. Abbiamo vinto e perso. Siamo stati vivi. È l’augurio che faccio a voi, oggi. Pensatevi nel tempo, non nell’istante. Abbiate l’ambizione di fare qualcosa di grande e dunque immaginatelo, sognatelo. Non sono i sogni non realizzati ma quelli non fatti a rendere futile e stupida una esistenza” (Walter Veltroni)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Come si potrebbe reagire di fronte all'sms di uno sconosciuto? Nell'epoca delle due vite, una virtuale e l'altra reale, siamo davvero capaci di distinguere cosa è finto da cosa è concreto? E quale delle due vite sceglieremmo, se dovessimo? E' il gioco che hanno fatto Federica Morrone e Cristiana Rumori. E' quello che accade ad Anna, che vede interrompere il corso delle sue giornate dall'sms di uno sconosciuto, che forse l'ha notata chissà dove, chissà quando, o che forse ha semplicemente sbagliato numero. Come reagire, nell'era del terrorismo mediatico, degli stalker e del Grande Fratello? Rispondere o ignorare? E come rispondere? E se fosse uno sbaglio? E se al contrario fosse un'occasione?
    "Il teorema dell'amore perfetto" è un lavoro a metà tra divagazione, divertente da leggere e probabilmente ancora di più da scrivere, e un viaggio, consolatorio per chi legge e perfetto per sognare sotto l'ombrellone. Romanzo epistolare del terzo millennio, è scritto con simpatia e semplicità, con tenerezza e ironia. Perchè, prima o poi, tutti finiamo per desiderare un profondo coinvolgimento (senti-)mentale prima ancora che chimico, che nella vita ci faccia sentire di essere conosciuti e magari amati per quello che siamo dentro e non solo per quello che appariamo da fuori. Perchè il Caso spesso ci sfida e altre volte ci aiuta. ..."Perchè una lettera meravigliosa sarà inutile se non sei"

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    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa succederebbe se la televisione diventasse uno strumento divulgativo per la filosofia? E di cosa parlerebbero i maggiori pensatori dell’antichità se si trovassero nella situazione paradossale di poter conversare tra loro? Giovanna Zucca, infermiera alle prese con una tesi in filosofia, propone con un'ironia inarrestabile un "trip" pazzesco in cui, ad una puntata di "Porta a porta", prendono parte nientepopodimeno che Aristotele, Platone, Epicuro, Pitagora e i filosofi contemporanei Gianni Vattimo, Luciano De Crescenzo e Massimo Cacciari. Davanti allo schermo ci sono delle persone normalissime, dai romanacci al professore di filosofia, che seguono i discorsi improvvisamente svegli, come se per la prima volta potesse valere veramente la pena guardare la televisione. Altre comparse si aggiungono nel libro e il quadro si completa attraverso presenze come Cartesio, Socrate ed Empedocle.
    L'autrice si diverte molto ad immaginare un'interazione possibile tra tutti loro, col senno di poi, provando ad indovinare pensieri, convinzioni e modi di pensare, e lasciando che siano loro stessi a spiegare, finalmente, quello che veramente intendevano dire.
    Scrittura lesta ed accattivante, l'ideale per colmare una distanza e sfatare qualche pregiudizio di troppo: com'è nata la filosofia? Com'è stata distorta? Cosa di buono è arrivato fino a noi? Come hanno potuto, i vari pensatori, influenzare i loro contemporanei e come hanno condizionato i loro successori? Delle domande interessanti che l'autrice scioglie in maniera ironica e forse un po' birbante, fino a toccare il punto che le sta più a cuore: la filosofia è o non è una disciplina pratica?

    "Io non voglio proporvi una vita misera e meschina, come qualcuno vuole farvi intendere. Voglio solo che non agiate sull'onda di impulsi indotti dall'opinione e dalla società dei consumi, che vi spinge a consumare, consumare, consumare, perché vi ha fatto credere che solo così potete esistere. Ebbene non è vero! Non esistete in quanto consumatori, ma esistete perché l'esistenza è più forte di ogni condizionamento. E allora vinceteli, i condizionamenti, emancipatevi, siate padroni del vostro pensiero e non schiavi!". Applauso anche per Epicuro, che, modesto modesto, se ne va senza grandi gesti. (Giovanna Zucca)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Questo libro è quasi fuori catalogo e da quando ho deciso di cercarlo a quando l'ho trovato è passato più di un mese. L'ho trovato nella libreria di una città che non è la mia, perchè una signora che non ero io lo aveva ordinato e il libraio ne aveva presi due. Anche io lo avevo ordinato, nella mia città, ma non è mai arrivato. Questo libraio che non mi conosceva lo ha preso, dunque, anche per me. Ha combinato un incontro.
    Anche questo romanzo struggente di Roberto Cotroneo parla di un incontro. Un incontro inseguito, ambito, fortemente voluto.
    Edo e Anna si amano, hanno due bambine. A un certo punto della loro vita si perdono, senza volerlo. Si ritrovano l'uno senza l'altra, e nessuno dei due sa cosa fare, se non attenderne il ritorno. Assistiamo così al lungo percorso di ricerca mentale di Anna, fatta di ricordi, tappe e desiderio, che si mantiene in piedi solo grazie alla memoria e ai contrasti fra presenza e appartenenza. Edo ed Anna si appartengono, e adesso la loro è una vita a metà.
    Sul romanzo scende lenta e inespugnabile una patina di assenza che lo rende in alcuni tratti stagnante, perché l'attesa è fatta così, iberna l'esistenza di chi resta. La scrittura ipnotizza e disarma il lettore, che non riesce più ad essere impaziente e si trova avvolto da questo attendere. L'attesa si fa bambagia, perchè non è vuota, ma piena di speranza. O di illusione.

    "E' curioso come il futuro si allarghi man mano che si riempie di passato. Ci ho messo molto tempo per riempire quel passato. Non era così pieno di cose all'inizio. Ho dovuto cercare tutti i pezzi che mancavano. Non hai idea, finchè non lo fai, di quanti ne possono mancare. Ogni pezzo che ritrovavo era un modo di spostare un po' più in là il futuro che verrà. Ho capito perchè gli uomini molto anziani sono così sereni: hanno davanti un futuro che noi non possiamo nemmeno immaginare" (Roberto Cotroneo)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Non sono sempre i fatti a fare la vita o il futuro di un uomo, non sono le azioni a fare la verità bensì ciò che del fatto o dell’azione si viene a sapere. La frase di Macbeth, “I have done the deed”, rende reale l’assassinio appena compiuto e macchia il cuore bianco eppure istigatore di Lady Macbeth.
    Su ciò che viene detto o taciuto si basa “Un cuore così bianco” di Javier Marías, che negli ultimi venti anni è stato tradotto in venticinque lingue e pubblicato in trenta Paesi. Il romanzo combacia appieno con gli schemi narrativi di Marías (schemi non esistenti, tra l’altro, come lui stesso spiega nell’appendice dell’edizione Einaudi): lui racconta sia quello che vede sia quello che immagina ci sia dietro. Le storie e le persone vengono raccontate in maniera coinvolgente, procedendo per dettagli e per linguaggi paraverbali.
    Immergersi nella scrittura di Marías e lasciarsi condurre significa ritrovarsi a vedere anche la realtà con occhi diversi, ad interpretarla secondo fili rossi che d’un tratto uniscono cose che non hanno legami tra loro. Leggere Marías ci dimostra che non capitano solo a noi quelle casualità che colpiscono nel quotidiano, come quando ci troviamo unici testimoni di una frase detta da due persone diverse in circostanze diverse, o assistere a reazioni simili ad altre reazioni che abbiamo già visto altrove, o provare emozioni o sensazioni ricorrenti.
    Constatazioni e assiomi vengono intessuti in una trama che si dimostra presto intrigante: il protagonista, il novello sposo Juan, viene a sapere, “senza volerlo sapere”, che suo padre ha un segreto.

    «A volte ho la sensazione che ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che speriamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare».

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    recensione di Cristina Mosca

  • Noi Europei non sappiamo che durante la seconda guerra mondiale è stato creato un campo di isolamento per i Giapponesi. Non sappiamo che i Cinesi indossavano un distintivo con la scritta "Io sono Cinese" affinché gli Americani non li confondessero con i Giapponesi, i nemici; e non sappiamo che sia i Giapponesi sia i Cinesi avevano fatto nascere in America i propri figli e americani si consideravano, e che dimostrarono obbedienza al Paese lasciandosi confinare in questi campi.
    Jamie Ford, per metà cinese, ha messo insieme le sue origini e questa parte della sua Storia e ne ha fatto un romanzo. Protagonisti sono Henry e Keiko, cinese lui, giapponese lei. Due nemici, secondo la Storia e secondo la famiglia di Henry; due adolescenti che si innamorano, secondo il loro punto di vista. Ne viene fuori un racconto d'amore dolceamaro, come dolceamaro è il suo titolo originale: "Hotel on the Corner of Bitter and Sweet": perno di questa storia è infatti un hotel, il Panama, che per quarant'anni ha custodito i beni familiari dei Giapponesi sfollati, e la cui riapertura riporta Henry indietro nel passato.
    La scrittura (o la traduzione? ho trovato un paio di refusi) non è il massimo del coinvolgimento: trattandosi della ricostruzione di un'epoca che non è stata realmente vissuta, in molti tratti si ha la sensazione di rimanere a pelo d'acqua quando invece ci si vorrebbe immergere. La fine forse è un po' brusca rispetto all'atmosfera creata in precedenza, ma vale la pena arrivarci. Il libro dal 2009 ha fatto strada con il passaparola e oggi è tradotto in 32 lingue.

    "Un sospiro di rassegnato disappunto. Un premio di consolazione, perchè siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo. Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perchè alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta. Niente conta davvero" (Jamie Ford)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Il dono
    • 07 settembre 2012 alle ore 8:07

    Ci voleva proprio, un altro romanzo, esigente e pungente come un rovo, di Toni Morrison, icona della letteratura angloamericana contemporanea. Anche ne "Il dono" (titolo originale "A mercy") l'autrice di "Beloved" sviscera i temi a lei cari delle differenze tra bianchi e neri, di schiavitù e di libertà, di scelte e di amore di madre. In questo romanzo del 2008 aggiunge un'altra schiavitù, quella dell'amore, e un'altra libertà, quella sessuale, segno probabilmente di un'epoca che scalpita per cambiare (si parla dell'America del 1690) e che lotta contro la sua parte selvaggia, dietro i dettami della religione.
    Più che il racconto di una vicenda specifica, il libro parla di uno scorcio di vita che accomuna i personaggi che via via prendono la parola per raccontare passaggi della stessa storia dal loro punto di vista. I cambiamenti di prospettiva non servono tanto per mostrare le differenti opinioni quanto per disegnare invece le differenti, personali vicende umane. Fil rouge di questo viaggio nelle vite degli altri è il punto di vista di Florens, la protagonista, l'unica a cui viene data piena parola sgrammaticata. Il suo dialogo mentale con sua madre, che l'ha ceduta come schiava, è costante.

    Un romanzo struggente, rude e insieme dolce, che lascia estraniati ed arsi come i suoi personaggi.

    "Se tu non leggerai mai tutto questo, nessuno lo farà. Queste parole attente, chiuse su se stesse e spalancate, parleranno tra loro. Tutto attorno, da un lato all'altro, da sotto a sopra, da sopra a sotto per tutta la stanza. Oppure. Oppure forse no. Forse queste parole hanno bisogno dell'aria che c'è fuori nel mondo. Hanno bisogno di volare alte e poi cadere, cadere come cenere su acri di primule e malva." (Toni Morrison)

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    recensione di Cristina Mosca

  • La storia che Javier Marías racconta è impalpabile e aleatoria, così come impalpabile è l’amore prima e dopo il suo compimento. Il protagonista è un tenore abituato a viaggiare, che in uno dei non luoghi in cui si ferma instaura una speciale amicizia con una donna sposata. Un’amicizia che scivola nel desiderio e nella voglia di conoscerla. La situazione però è molto singolare: i due non vengono mai lasciati soli dall’accompagnatore della donna, che le fa da cane da guardia per tutto il tempo e che però, alla fine, confessa che «è difficile sapere chi si favorisce con un’azione o con una omissione, ma ci si può anche stancare di non avere preferenze».
    Il confronto con una situazione non comune attira l’attenzione del lettore e accompagna pacatamente nel proseguimento della storia, che è fatta di poche azioni, poco romanticismo, diversi assiomi alla Marías e molte riflessioni. I suoi estimatori considerano “L’uomo sentimentale” un romanzo poco vibrante, io so che è un acquerello dell’amore, dai contorni tenui e con sorpresa finale.
    Il vero uomo sentimentale, infatti, non è colui che vive l’amore fino in fondo bensì chi non se ne riesce a privare, e di fronte alla realtà si trova senza difese. Quando l’illuminazione arriva, e se non arriva da sola viene spiegata bene nella postfazione, il riflettore si sposta e si riconsidera da capo l’intero romanzo.
    Vale la pena leggerlo fino in fondo e lasciarsi trasportare dalla scrittura.

    “E che cosa sono i pensieri? Nulla, signore, qualcosa di così semplice che si può perfino indovinare, qualcosa di così passeggero che, a seconda di come arrivano, si può addirittura raccontare” (Javier Marías)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare". E, alla fine di una lunga ricerca, anche il peso di una farfalla può determinare un cambiamento. Magari è la stessa farfalla che, nella teoria del caos, scatena un uragano sbattendo le ali dall'altra parte del mondo. Il suo ballo a zig zag attraversa la strada di un cacciatore e di un camoscio. Ma Erri De Luca non racconta di un cacciatore e un camoscio qualsiasi: sono entrambi re. L'animale è il re dei camosci e re dei camosci viene soprannominato anche il cacciatore, che sa arrampicarsi e arrivare dove il branco non lo può fiutare.
    Mentre si legge la loro storia sembra di leggere la versione montana de "Il vecchio e il mare". Di fronte alla "forza, furia e grazia scatenata" del camoscio, l'uomo è una roccia vulnerabile, un "bicchiere a rovescio", un pugno compatto che persino una donna potrebbe sconfiggere, come fa la "mano aperta al gioco della morra cinese, la mano che vince perchè si fa carta intorno al sasso e lo avvolge". 
    Il tutto è condito dalla scrittura bilanciata, musicale e misurata di Erri De Luca.
    Il libro contiene due racconti lunghi, "Il peso della farfalla" e "Visita ad un albero", una bella fotografia in bianco e nero fatta con le parole.

    "Le bestie stanno al presente come vino in bottiglia, pronto a uscire. Le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza. (...) L'uomo sa prevedere, incrociare il futuro combinando i sensi con le ipotesi, il gioco preferito. Ma del presente non capisce niente. (...) Il presente è la sola conoscenza che serve. L'uomo non ci sa stare nel presente" (Erri De Luca)

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    recensione di Cristina Mosca

    • In Taxi
    • 04 luglio 2012 alle ore 8:08

    Questo gustosissimo e originale lavoro ottenuto “seguendo il filo del percorso”, come dice il sottotitolo, è una storia fatta di tante storie raccontate da uno di quei taxisti che tutti vorrebbero incontrare. Attento ai particolari, aperto all’ascolto e curioso, Enzo Tarsia si è inventato nel 2004 un piccolo benvenuto per i suoi clienti a Milano: invitarli a lasciare un commento o un disegno ad una frase inventata ora da lui, ora dal cardinale Carlo Maria Martini, ora da Dostoevskij, sulla precarietà della vita, sulla sua preziosità, sulla libertà, sul rapporto tra gli uomini. Un percorso metaforico che dal cemento della strada si trasferisce ai pilastri della vita, nella sua totalità e nel suo mistero.
    A queste storie, alla fine, ci si affeziona, perché i personaggi sono tanti ma reali, entrano ed escono dal taxi, parlano al telefono o tra di loro, sono divertiti, affaccendati, hanno risposte diverse; sono talmente tanti e presentano spaccati di realtà talmente differenti che alla fine ci si accorge di starla osservando come attraverso uno scolapasta, e si ha l’impressione di coglierne la luce totale.
    A lasciare le loro firme sono giornalisti, studenti, dodicenni, liberi professionisti, sarti, libere viaggiatrici, ex insegnanti e perfino Gherardo Colombo, ex procuratore di Milano. Il lettore conquista con la curiosità l’autorizzazione di sbirciare nella personalità di ognuno di loro, non solo tramite quello che lasciano scritto ma tramite la loro prossemica, le loro reazioni, le cose non dette, tutto accuratamente ricordato da Enzo Tarsia, narratore gentile a cui si vuole subito bene per la delicatezza e per l’ironia che impiega nel mantenere il filo del… percorso.
    L’uso frequente delle figure, come le copie dei bigliettini lasciati dai clienti o composizioni dell’autore, confermano l’idea di un libro “vivo” e dinamico, fatto per riflettere insieme con leggiadria, quasi come una conversazione in un taxi, e per ricordare che anche questo è un mestiere che si fa con passione e vocazione. Toccante il ricordo a Luca Massari, che nel 2010 è stato picchiato a morte per aver involontariamente investito un cane. Il 2010 è proprio l’anno su cui si conclude la raccolta “In taxi”.
    L’autore ha inteso devolvere il 50% dei diritti d’autore all’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Leielui
    • 26 giugno 2012 alle ore 8:47

    La forza vibrante di Daniel Deserti rimane nell’aria quando si finisce a leggere/divorare questo libro. Non spaventino le dimensioni: superate le prime decine di pagine, forse un po’ lente il resto è un bel film estivo in cui sognare, vivere un’altra vita e magari innamorarsi un po’ di lui, un po’ di lei, e con entrambi confrontarsi, arrabbiarsi, intenerirsi, ritrovarsi.
    La situazione è uguale a centomila altre: una serie di scelte che conducono ad una versione di se stessi lontana da quella originaria; la confusione, il non sapere cosa si vuole; il cuore che combatte con la ragione; la differenza tra il cercare e il trovare; un’interferenza che arriva a scuotere il presente, il futuro, il passato. La resa dei conti con tutto questo, l’elettricità nell’aria, il conflitto tra i sensi di colpa, un sottile velo di ironia che ci sta sempre bene, l’attrazione che lascia senza fiato.
    La situazione è uguale a centomila altre ma il modo di trattarla no. In un alternarsi ben costruito di voci (quella di lui, lo scrittore Daniel Deserti, e quella di lei, Clare Moletto), che a volte raccontano la stessa storia e a volte raccontano la propria, Andrea De Carlo porta avanti una rocambolesca storia d’amore conquistando il lettore e dando realtà e forza ai suoi personaggi, profondamente diversi tra loro ma anche profondamente uguali. Alla fine si diventa totalmente vittime e insieme sacrificatori di questo libro, che si rivela compagno intelligente ed emozionante d’ombrellone o di radura montana.
    Diverse volte ho temuto con forza di trovarmi di fronte ad un finale alla Daniel Deserti ma per fortuna si viene ricompensati.
    Unica nota dolente: chi si è occupato dell’editing dovrebbe fare pace con la consecutio  temporum (e se mi è piaciuto nonostante questo….)

    "(...) si premono e si strusciano faccia contro faccia e pancia contro pancia, con una bramosia disperata di ridurre ancora la distanza che li separa anche se non c'è più nessuna distanza e se ne rendono conto ma ancora non gli basta" (Andrea De Carlo)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • E' sorprendente come questo autore riesca a proporre libri molto diversi tra di loro. Le affinità sono così poco invadenti che l'impressione è comunque di avere sempre a che fare con prodotti totalmente differenti. Anche in "Kafka sulla spiaggia" troviamo la profonda sensibilità, il senso dell'ineluttabile e dei personaggi molto giovani, ma abbiamo anche un alto livello di visionarietà: il reale e il surreale sembrano spingersi, in alcuni tratti, ai confini con la patologia psicologica. Tutto ruota intorno ad un quindicenne che scappa di casa e trova accoglienza in una biblioteca molto lontana dalla sua città. Il fascino irresistibile del Destino, così com'è concepito dalla cultura orientale, è una calamita più forte di qualsiasi scelta. Qui, infatti, Tamura si ricongiunge ad una storia che scopre appartenergli ma che va ben oltre lo spazio ed il tempo. Parallelamente alla vicenda del giovane Tamura Kafka (cognome che lui inventa quasi per scappare ad una maledizione) come un fiume che arrendevole va verso il mare scorre l'avventura di Nakata, un vecchio che sa parlare con i gatti e che si muove docile ai comandi di quello che "va fatto" perché "si deve fare" e "quando è il momento". A lui si affianca il fedele Hoshino, come in Tolkien Sam affianca Frodo, e lo aiuta a portare a termine la sua missione.
    Il libro sembra rallentare troppo in alcuni punti ma nel complesso è di lettura molto agile, anche se alla fin fine non verifica ipotesi formulate, non raccoglie pietre scagliate, non dà risposte ad alcune domande. Bisogna accettare il sentimento dell'incompiuto, se si sceglie di affrontare la lettura, e lasciarsi guidare in passaggi che si alternano tra il visionario e lo splatter, immaginandole anche basi discrete per un buon film di suspence.

    "Da quando ti ho incontrato la prima volta, mi sono fatto l'idea di uno che cerca qualche cosa con tutte le sue forze, e con la stessa determinazione tenta di evitarla. E' in un certo modo l'impressione che dai" (Murakami Haruki)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sono tocchi in punta di piuma quelli che Simona Salvatore propone con le cinquanta poesie, raccolte per la prima volta in una pubblicazione. In questi tocchi di piuma c’è l’aria e c’è il fuoco: a tratti la piuma si capovolge e graffia la pelle con la punta. Le poesie, brevi e dalle lunghe pause, si sviluppano al ritmo dei “palpiti” che l’autrice cita spesso; i versi costellano di silenzi le attese, i desideri e le delusioni, e lasciano trasparire l’attitudine verso l’eleganza e lo stile aulico.
    Non si tratta, però, di una scrittura eterea. La poetica di Simona Salvatore non sfiora, bensì impugna; non blandisce, bensì dichiara; non ubbidisce ad una metrica, ma segue impulsi; e i silenzi non sono fatti per riascoltarsi, bensì per contenere le energie. La sua caratteristica principale è nella sensualità dei versi: sensualità che si esprime non tanto nel contenuto quanto invece nella scelta dei suoni. Per essere letti ad alta voce è necessario infatti un severo utilizzo delle labbra, per via della fitta presenza di parole molto diverse tra loro in accenti e in natura fonetica. Un esempio: “Inebriante realtà / remota / negli argini di una verità / avvizzita”. Consonanti affricate, fricative e vibranti (“fragranza”, “ardire”, “svaporate”), spesso doppie (“vezzeggi”, “amarezza”, “strozzo”, “vezzosa”, “delicatezza”) o accompagnate da labiali od occlusive (“rabbrividisco”, “gorgheggia”, “giogaie”) rendono il respiro poetico più simile ad un lambire di fiamma che ad un refolo di primavera. Suono e sostanza si uniscono nelle frequenti allusioni al fuoco: tornano le vibranti in “divampo”, “rovente”, “vampa”.

    “Cullarsi / nel silenzio asprigno di suoni / vociati / in un bisbiglio / che nessuno coglie nel rumore di sé”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Immaginate un tempo in cui non si parlava dell’evoluzione della specie. Un tempo in cui, anzi, ipotizzare che il mondo non sia rimasto uguale a come Dio lo ha creato equivale quasi a dire un’eresia: l’Onnipotente avrebbe quindi commesso un errore e cancellato qualche sua creatura? In questa immaginazione procede spedita e suadente Tracy Chevalier, la bravissima autrice de “La ragazza dall’orecchino di perla” che spopolò all’inizio del Duemila e che dopo qualche altra prova narrativa è uscita pochi anni fa con “Strane creature”. La storia attraverso la quale ci conduce racconta di Mary Anning, una umilissima ragazza di Lyme Regis che nei primi dell’Ottocento da semplice cercatrice di fossili diventa una vera e propria paleontologa: la affianca una preziosa amica, Elizabeth Philpot, avvantaggiata da una migliore condizione sociale, che contribuisce a renderle giustizia come legittima scopritrice del primo plesiosauro e del primo ittiosauro. L’immaginazione di Tracy Chevalier fa affezionare il lettore alla storia di queste due donne, e la stessa Chevalier se ne sente così legata che conclude il libro spiegando in quali passaggi finisce la Storia e dove inizia la sua fantasia. Un libro da leggere e a cui voler bene. Nel 2010 la Royal Society ha incluso Mary Anning tra le dieci donne britanniche che hanno avuto più influenza nella storia della scienza.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • È un’anima pulita e desiderosa di vita, quella che parla tra i versi di Mirka Naldi. Nel piccolo e naive volume di poesie “Tra le righe” si intuisce una grande sensibilità verso le gioie umane e il fluire del tempo, con buone intuizioni nell’uso di metafore e nell’apparato poetico, spesso di natura aforistica.
    “L’autunno è la panchina del parco/ dove si siede chi ha il coraggio/ di lasciarsi alle spalle/ il calore certo dell’estate”
    Appaiono di frequente l’immagine del treno, simbolo delle occasioni da cogliere al volo, e la voglia di certezze e di calore. Quella di Mirka Naldi è un’anima intima, raccolta, che si trova più a suo agio nel raccontarsi “di nascosto”, nelle poesie, in un immaginario multicolore dal quale spiccano solo ogni tanto i toni accesi del rosso passione.
    Tra le righe di Mirka Naldi sono nascosti i sentimenti che durano, quelli che si nutrono di presenza e non di assenza, quelli da coltivare in un angolo protetto del cuore per poi sbocciare piano al calore della realtà. I versi che scaturiscono dal cuore di Mirka rivelano dei sentimenti sinceri, che preferiscono abbracci o un semplice bacio da ricordare per sempre, a incontri fugaci che svaniscono nella fretta di viverli.
    “Questa notte ho chiesto/ alla luna di farti tornare./ Mi ha risposto che/ non si può far tornare/ qualcuno che non è mai partito”
    Pacata e morbida, l’autrice offre al lettore scorci di sé, perpetrando il messaggio del “carpe diem” per lasciare al lettore il monito di assaporare e immortalare ogni attimo che lo fa sentire vivo, con la certezza che “le cose belle arrivano,/ prima o poi/ è che non sai/ mai quando”… e forse anche un po’ per se stessa, ripetendoselo come fa il piccolo principe, “per ricordarselo”.
    “La stazione non è/ un punto di partenza,/ ma il punto di ritrovo.”

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    recensione di Cristina Mosca

    • Sintesi
    • 27 febbraio 2012 alle ore 12:04

    “Sintesi” è un volume di quasi quattrocento pagine che sin dal primo impatto ci riporta al vero senso del termine (ossia il risultato di tesi + antitesi e non, come siamo abituati ad usarlo, “qualcosa di breve”): è una visione di insieme che l’autore, di nascita viareggina e laurea pisana, oggi Professore Emerito di Fisiologia e Farmacologia alla State University of New York, ci propone. Visione d’insieme di cosa? Dell’uomo, signori miei. L’ambizioso fine è analizzare la realtà umana come se fosse un cuore pulsante, ricco di arterie, movimenti meccanici e fenomeni elettrici, così come l’autore lo studia nel Downstate Medical Center.
    “Sintesi” è un saggio che porta avanti un lungo e composito ragionamento secondo la sempre valida tecnica aristotelica dell’induzione, ossia dagli “oggetti singoli” (per Aristotele erano i sillogisimi, per Vassalle sono i suoi aforismi) risale lungo la china dell’“universale”.
    L’uomo di scienza parte dall’ipotesi che “vi sia un’organizzazione strategica che inquadri e dia un significato ai vari aspetti della vita” e, data per assodata la perfezione del corpo umano, che già conosce, indaga con metodo scientifico quelle che abitualmente consideriamo “imperfezioni” irrazionali della mente, come sentimenti e affettività, passando per senso del tempo e dello spazio, memoria, meccanismi della logica e perfino il caso…
    La scrittura è piacevole e piuttosto agile, affascinante perché indaga la mente come se fosse regolata da leggi precise e osservabili, ma porta a risultati tutt’altro che aridi. Quali sono, ad esempio, le relazioni tra le molecole e le percezioni della mente? La mente influenza quello che si percepisce o quello che si è percepito influenza la mente? E come si colloca Dio in tutto questo?

    “Il genere umano è il gioiello della creazione divina. Questo gli dà grandi privilegi e allo tesso tempo un’altrettanto grande responsabilità. Quello che ci fa speciali (…) è la mente con la sua capacità di pensare, di sentire, di immaginare e di interagire tra le varie menti (…). Sono i nostri lati positivi e negativi che ci fanno essere umani. Ma si diventa meno umani se prevale un termine dell’equazione”. (Mario Vassalle)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Questo è uno di quei libri che uno tiene per anni nella propria biblioteca senza sapere esattamente cosa aspettarsi, e che al momento giusto sono loro a chiamarti. "I quattro cavalieri dell'Apocalisse", prima di essere un famoso film riproposto in più versioni nel corso degli anni, è soprattuto un romanzo scritto all'inizio del primo conflitto mondiale, ai tempi della battaglia del Marna, che contrappone la visione parigina alla visione tedesca. Come scrive l'autore nella prefazione, non è vero che "la Germania non volle la guerra e che i Tedeschi non avevano desiderato entrarvi quanto prima": Lui stesso ha assistito a un brindisi auspicante questo intervento, e scrivere questo romanzo, che di primo acchitto sembra interventista, contiene la segreta speranza che anche la sua Spagna entri in guerra come alleata dei francesi, perchè per lui difendere i francesi significa difendere gli ideali del 1789.
    Questo è un romanzo storico scritto mentre la Storia accade: trincee, abbruttimenti ed ideologie politiche sono descritte a sangue caldo, con l'emozione di chi le ha appena viste e le sta ancora metabolizzando. La bufera del Primo Conflitto travolge e trasforma abitudini, serenità, legami famigliari e amori, e anche se accompagnata da un miope senso di invincibilità dimostra spesso l'assurdità di una guerra di cui si aspetta la fine "per capire chi sono i colpevoli", e di cui rimarrà solo una scia indelebile di dolore che accomunerà tutti, di entrambi i Paesi. Se si superano alcuni momenti di stanca (è pur sempre un romanzo scritto all'inizio del Novecento, anche se la lettura è abbastanza fluida), da questo libro si esce imparando più di una lezione.

    "Il fuoco si era esteso a tutta la linea. I soldati sparavano tranquilli, come se compissero un'azione ordinaria. Era una battaglia che scoppiava tutti i giorni, senza sapere esattamente chi l'aveva iniziata, come una conseguenza dell'attrazione di due masse armate a breve distanza, fronte a fronte" (Blasco Ibáñez)

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    recensione di Cristina Mosca

  • "Il giovane Holden" è un romanzo che va capito e contestualizzato. Se vi aspettate di incontrare una storia di quelle piene di insegnamenti, valori e sentimenti, lasciate perdere. Nulla vi arriverà per via diretta, rimarranno solo le sensazioni, rapide come una scheggia, immediate come lo slang, sbrigative come gli "e via discorrendo", irruenti come la verità del linguaggio di Salinger che vi scroscia addosso e vi fa sembrare inutili tutti gli orpelli della lingua che finora avete così gelosamente imparato e custodito.
    La stessa scrittura concreta e cinematografica, molto confidenziale, che vi guida come una voce fuori campo attraverso i dubbi, i pensieri e i ricordi di Holden Caufield, i suoi istinti, la sua immaginazione, le sue considerazioni. Non potete evitare di venirne trascinati. Ma scordatevi una storia, scordatevi un messaggio. Quello che vi rimane, tra qualche sorriso strappato a tradimento e qualche picco di curiosità per come andrà a finire, è un sapore dolceamaro in bocca, a metà strada tra la sconfitta e la speranza di una rivalsa, di riabilitazione anzi.
    Il libro si può capire meglio se si considera il potere evocativo, per gli americani, del titolo originale: "The catcher in the rye". Viene dalla strofa di una canzone scozzese che il protagonista ricorda male e che per questo gli fa venire in mente una frotta di bambini che giocano in un campo di segale ("rye") con qualcuno che li acchiappa per non farli cadere nel dirupo ("to catch" vuol dire prendere al volo, un "catcher" è qualcuno che prende al volo). Ad un americano moderno invece anche viene in mente il gioco del baseball: il "catcher" è quello che, munito di guantoni e maschera, sta dietro il battitore pronto a prendere la palla, e con la parola "rye" si indica invece comunemente il whisky-rye, ottenuto dalla fermentazione della segale (appunto). "The catcher in the rye" potrebbe quindi essere tradotto sia come il pescatore nella segale, sia come qualcos'altro che da noi, che il culto del baseball non ce l'abbiamo, suonerebbe tipo "Il terzino nella grappa".

    "Un sacco di gente mi chiede se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. E' una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finchè non lo fate? La risposta è che non lo sapete". (J.D. Salinger)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Quella di Eric è una reazione violenta ad una delusione profondissima, che lo scaglia anni luce lontano da una favola in cui aveva creduto profondamente. Il romanzo breve di Emanuel Gavioli affonda nella rabbia e nel risentimento, guardando il mondo in tonalità monocromatiche e cadendo vittima sempre della stessa ossessione, sempre dello stesso errore. Una narrazione circolare che tende a ritornare su quello che è successo, come accade all'animo umano quando non riesce ad imparare dal suo passato. Perchè si finisce puntualmente per dimenticare cosa si è sbagliato e si continua a sperare che la favola possa avere, almeno stavolta, un lieto fine? Perché, altrettanto puntualmente, ci si ritrova a mordersi le mani di fronte alle nostre debolezze, alle nostre ingenuità? Si torna allora a rammendare favole squarciate come se non esistessero che loro, come se un'altra vita non fosse possibile, e si diventa allo stesso tempo vittima e carnefice di un sogno che non si sa più come padroneggiare.
    Emanuel Gavioli, che si autodefinisce "cinefilo nato, bevitore impegnato e scrittore improvvisato", sviuppa questo suo secondo romanzo con una scrittura nervosa e fatta a scatti, che ha poca voglia di pensare, perchè se si ferma a pensare incappa nelle stesse ossessioni: la visione della luna che è una fettina di limone, le immagini oscene che non mollano la presa, le parole di comprensione degli amici. Desiderando l'affrancamento da questa condizione mentale senza apparente via di scampo.
    "Dopo l'overdose di ricordi, sentii il mio animo esplodere per i tanti sentimenti che vi fluttuavano dentro. E non so dirvi se è una bella sensazione o no, perché è troppo varia, mutevole, fuggiasca. Rumorosa" (Emanuel Gavioli)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Alcune cose si dimenticano non perché siano futili, ma perché semplicemente si mimetizzano: diventano del colore della nostra epidermide e non le riconosciamo più come esterne a noi. Per questo motivo ho letto questo libro due volte: non perché la prima non l'avessi capito, ma perché l'avevo assorbito.
    La coppia formata da Ruth e Idgie rappresenta la grazia e la tenacia che caratterizzano ogni donna, personificati da due corpi diversi. La loro storia travagliata e dolce si incrocia con una vicenda di omicidio e si trasforma in un'occasione per mettere alla prova la piccola comunità di Whiste Stop, in Alabama, in un momento storico molto difficile, di grande confusione e disgregazione: un momento di transizione che porta le differenze a scontrarsi invece che ad integrarsi, e in cui le violenze e il colore della pelle appaiono come dolori da accettare con abnegazione. Si intreccia con le singole storie delle tante "mamme coraggio" lettrici, che combattono le loro fragilità in nome di un bene più grande. La narrazione è affidata ad un lungo ma mai noioso flashback, che si alterna abilmente con uno spaccato di presente a cui lascia un briciolo di speranza e di fiducia in se stessa. Dal libro è stato tratto anche il film di successo "Pomodori ferdi fritti alla fermata del treno".

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    recensione di Cristina Mosca

  • Chi è davvero l’uomo di tungsteno? L’ingegnere Umberto Serra, creatore dell’Atomium di Bruxelles; Vittorio, troppo occupato dietro a donne e lavoro per vivere la sua vita; Manuel, amante appassionato che fa di letteratura e sensi il cuore della sua esistenza; o il proprietario di quello sguardo, nero come la pece, che ogni tanto si stacca dalla notte e perseguita i personaggi?
    La scrittura di David Marsili è snella, asciutta, mai ridondante. Con lo stile di un uomo di scienza affronta un piccolo thriller psicologico dalle tinte noir che si sviluppa tra le pagine di una moleskine emersa dal passato, o forse dal fiume a cui si è rivolta Estrela quella sera in cui tutto le sembrava perduto.
    Le vicende attraversano l’Europa ma allo stesso tempo tornano costantemente sotto terra, in miniera, nel buio, lì dove la gente rischia di morire ogni istante, oggi quanto ieri quanto cinquant’anni fa. Un dato di fatto universale che qui si mischia con i risentimenti, con il senso del perduto, con le vicende personali di una coppia che ha smesso di amarsi.
    Col suo ritmo pacato e misurato e le sue frasi asciutte, il libro vince la sfida di una narrazione volta quasi interamente al presente, che generalmente è ardua da gestire. Tutti i dubbi alla fine si sciolgono negli ultimi capitoli, in un buon equilibrio tra visione e realtà, colpa e punizione, vendetta e assoluzione.
    “Sentirsi abbandonare. Da tutto. Poco prima, mani come fossero mille, alla ricerca di un calore infinito. Bocche che si divorano. Entrano e riescono, di nuovo rientrano. Una di loro si ferma a raccogliere vino. Nero. Si riempie e riaccende l’altra bocca, che accoglie il liquido con uno spasmo alcolico. La bottiglia cade, lasciando macchie sul tappeto. Rosse. Come la scena di un delitto”. (David Marsili)

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    recensione di Cristina Mosca

  • "Dove ci siamo già visti?" Capita di incontrare qualcuno che ci sembra di conoscere da sempre. Nel caso di Henry e Clare la domanda invece è: "Quando ci siamo già incontrati?". Henry infatti ha la facoltà di viaggiare avanti e indietro nel tempo, ma non la può controllare: stai parlando con lui di qualcosa di importante ed ecco che puf, sparisce. Per questo, quando Clare lo incontra la prima volta nell'età adulta in realtà lo conosce già: lo ha già incontrato durante la sua infanzia, ma è dura da spiegare, e soprattutto è dura da credere.
    All'amore di Henry e Clare si chiede di affrontare tutte le prove richieste dal caso: come gestire una realtà in cui il prima e il dopo si confondono? Come poter contare su un uomo che di colpo se ne va? E soprattutto, quanto attenderlo? Il libro si sviluppa come un diario, in diversi luoghi, in diversi tempi, con diverse consapevolezze, ma per come è strutturato narrativamente non si fa fatica a stargli dietro. L'elemento che fa innamorare di questa storia è l'idea che possa esistere un amore che va oltre il tempo e oltre gli schemi mentali, e che, nonostante tutto, rimanga unico e imparagonabile.
    Un romanzo straordinario, che nel 2009 è diventato un film degno quasi alla pari, "Un amore all'improvviso".

    "Ho aspettato così a lungo questo momento, ora eccolo qua e ho paura" (Audrey Niffenegger)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Cile e Perù: nella storia finora non raccontata di una donna che ha seguito il suo amante fino alla fine del mondo, ci sono anche le radici dell'autrice peruviana, che in quattro anni ha studiato quel poco di esistente sulla figura di Inés Suárez, prima governatrice del Cile, e ne ha tratto un romanzo. La scrittura pacata della Allende ci porta attraverso tre matrimoni, tre passioni, migliaia di chilometri e un comune denominatore: la tempra di una donna che ha attraversato il deserto del Perù e che ha fondato un'intera Nazione. Il libro appare sotto forma di autobiografia e offre un'occasione per riflettere sulla Storia e sui meccanismi delle conquiste. Inés infatti assiste impotente, anche dopo diversi decenni, alle ostilità dei popoli residenti a cui lei stessa ha purtroppo contribuito. Un libro misurato, elegante, in cui vibra la passione che è stata alla base di avventure che hanno cambiato una parte di mondo.

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    recensione di Cristina Mosca