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Recensioni di Daniele Campanari

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  • “Masochismo? Esorcizzazione di altre più riposte paure? Esteriorizzazione delle nostre nevrosi? Fatto sta che a quasi tutti noi piace moltissimo leggere di cose paurose, pagine piene di tensione, gialli che ci eccitano. È stato sempre così, e del resto è noto come il racconto capace di suscitare emozioni di raccapriccio e paura sia una delle più persistenti espressioni della cultura dell’uomo: una risposta, evidentemente, a certe sue onnipresenti esigenze psicologiche.”

    Queste parole che hai appena letto arrivano dall’introduzione al libro. Niente di più vero poteva essere scritto. Il pianeta editoriale giallo è da anni molto apprezzato dal pubblico lettore. Personalmente “I delitti della Rue Morgue” è il primo reale capitolo che leggo basato su tale mappatura. Poe è un Maestro di questa arte scriteriata e ci tengo a dare merito alla lettera maiuscola che ne descrive l’onorificenza perché l’autore americano è stato il primo a creare con la penna un poliziotto detective. Parlo del Monsieur Dupin, protagonista della storia e personaggio di ispirazione per Conan Doyle, padre fondatore del famoso Sherlock Homes. A rendere merito al Dupin di Poe c’è la teorizzazione del caso di studio. Mi spiego: una volta consumato il delitto, Dupin percorre a ritroso il tragitto che avrebbe fatto l’assassino cercando di entrare nel suo progetto. Si chiede: cosa avrei fatto al suo posto? Così giunge alla risoluzione del caso. E così accade anche nei “I delitti della Rue Mourgue” dove è lo stesso Poe a funzionare da investigatore. Chi ha ucciso la fanciulla bellissima? Perché lo ha fatto? Sarebbe un delitto rispondere, adesso, a queste domande. Il consiglio recensore è quello di leggere il libro. Magari seduti sulla poltrona davanti al camino e sul lato destro un quotidiano aperto sulle pagine della cronaca. 

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    recensione di Daniele Campanari

  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Era una notte fonda degli anni Ottanta. Un padre operaio disoccupato, accanito dal presentimento, usciva di casa per andare in una sala giochi di periferia dove si trovava il figlio. Un uomo, un killer aveva la stessa idea nella stessa notte fonda degli anni Ottanta. Doveva regolare i conti con alcuni spacciatori di droga. Cominciava a sparare all’impazzata all’interno e all’esterno del luogo. Il padre non ci pensava un attimo e con il corpo faceva scudo al figlio. Moriva.

    Stefano Benni racconta in versi questo tragico fatto di cronaca. Otto personaggi e luoghi divisi da due atti: L’indovino cieco, Il Padre, La Madre, Il Figlio, Lisa, La Città (Salagiochi – Le stagioni), Il Killer, Teschio. Otto personaggi presenti nella mente di Benni. Personaggi reali e immaginari raccolti in questo libretto di 59 pagine. Lisa, nel primo atto, si presenta così:

    Io cammino a occhi chiusi / sognando la riva del mare / ciò che dicono le persone non sento / se del io corpo parlano  / o del destino futuro.

    “Blues in sedici” è una ballata vera e propria. All’origine viene scritta per essere letta in pubblico con accompagnamento musicale. Conosce diverse versioni teatrali. Canta il dolore, la rabbia, la disperazione e la speranza del reale. Vissuto.

    Ero felice, ma ne dubitavo / quelle pagine erano il mio libro. / Poiché io sono stato / più di quanto sono, e sarò.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Davvero bastano 33 pagine per dire tutto sulla scrittura? Il “tentativo di scoraggiamento” lo ha fatto Erri De Luca con questo libriccino introvabile. E ho detto introvabile, sì. Perché arrivare a questo minimanoscritto non è per niente semplice. Io ci sono arrivato grazie a un altro libro e al suo autore che raccontava proprio il percorso per giungere a queste pagine. Il mio percorso è stato diverso. Ma questa è sicuramente un’altra storia…
     
    “Tentativi di scoraggiamento” è una minuscola raccolta di consigli per chi vuole intraprendere l’oscura professione dello scrittore.
     
    “Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola… Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico”.
     
    Così Erri De Luca introduce ciò che sarà scritto all’interno. Non è chiaro se De Luca risponde ad un reale aspirante scrittore o se tutto gioca sulla cornice dell’immaginazione. E’ chiaro, invece, l’accento poetico che lo scrittore impartisce già dalle prime righe.
    “Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sé ai calzolai perché provino a calzarle. Non si spedisce al pasticcere un dolce fatto in casa perché lo assaggi. Diventare scrittori non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore”.
     
    De Luca, poi, suggerisce di leggere “un camion di libri” proprio come fa l’amico scultore Mauro Corona, autodidatta della narrativa. E ancora: “Non fare corsi di scrittura”. Cristallino come il mare al mattino. Insomma, non so se bastino realmente 33 pagine per (s)consigliare a uno scrittore. Di certo è che l’esperienza plurinarrativa di De Luca è ben nota. Quindi, aspiranti quali siamo, mettiamoci al suggerito servizio di chi sa.

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    recensione di Daniele Campanari

  • “Questo libro è un vademecum!”. Quanti di voi avranno udito questa frase nata dalle corde vocali di maestri, genitori, nonni, amici. Quanti di voi, che siate maestri, genitori, nonni o amici, hanno preso una botta alcolica almeno una volta nella vita? Ecco, per spogliare questo libretto dalla sua scrittura basta concentrarci sulla seconda questione. Come detto all’inizio, “Guida poco che devi bere” è un vademecum, una guida per i giovani che si affacciano (o che si sono affacciati) sul pianeta alcolico. Attraverso alcune esperienze di vita Mauro Corona, lo scrittore – scultore – alpinista di sessant’anni e passa con numerosissime esperienze di vita alcolica, impartisce suggerimenti per bere bene senza mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri. Tutto, però, non viene raccontato sotto la lente degli aneddoti o storie (seppur proposte brevemente in alcune pagine), ma segue l’indirizzo del suggerimento concreto raccolto pure in venti personalissimi comandamenti posti a fine libro. Di seguito ne riporto alcuni:

    - Bere un solo tipo di alcolico, per quanto vi è possibile vino, ancora meglio se rosso.
    - Non mettersi alla guida di alcun mezzo e, men che meno, far guidare sconosciuti.
    - Mai passare dai gradi alti a quelli bassi, bensì il contrario.
    - Dopo la sbronza doccia fredda, digiuno e tazze d’acqua bollente con zucchero.
    - Bere solo ogni tanto, solo nel fine settimana, il resto regime assoluto ad acqua.

    Insomma, “Guida poco che devi bere” è uno di quei libretti che maestri, genitori, nonni, amici dovrebbero tenere nella borsa da viaggio e consultare prima di iniziare a festeggiare al giorno che verrà.
     

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    recensione di Daniele Campanari

  • L’ombra del bastone è un romanzo genuino. Ho pensato molto alla definizione da consegnare a questo libro. E alla fine del pensiero ho creduto che fosse giusto definirlo proprio così. La forma di scrittura è genuina. I personaggi che animano le vicende sono genuini.

    Il protagonista di questa particolare storia è Severino Corona detto “Zino”. Zino è un uomo sulla quarantina che lavora ai campi, alla mungitura delle vacche e alla creazione dei prodotti tipici che vengono fuori dall’operazione. La vicenda si svolge interamente tra le montagne di Erto, paese d’origine della famiglia dello scrittore Mauro Corona. Come detto, il romanzo è genuino. Ma la genuinità che riflette sull’intera opera ci viene consegnata dalla personalità dei protagonisti descritti. Zino è un paesano, uno di quegli individui che avrebbero tante storie da raccontare dettate dalla dinamicità della vita del primo ‘900. Il protagonista “gemello” di Zino è Benvenuto Martinelli detto “Raggio”. I due vivranno intensi momenti di amicizia derivata dal lavoro comune che svolgono. Eppure, la loro amicizia verrà presto messa in discussione da una donna. Già, una donna… Sarà proprio il lato sessuale opposto ai due a diffondere un vasto odio che presto si convertirà in morte. La donna che contribuirà al dissesto psicologico di Zino è la moglie di Raggio. Una donna amante, traditrice perché desiderosa di sesso. Ed è il sesso, infatti, uno degli elementi che compare con maggiore causa tra le pagine del libro. Un sesso che mai si allontanerà dalla mente pratica di Zino e che sarà uno dei motivi della disfatta sociale.

    Consumati una lunga serie di rapporti tenuti segreti all’ormai ex amico Raggio, la donna decide di liberarsi dell’ingombrante figura del marito per offrire liberamente a Zino il suo corpo. L’uomo inizialmente rifiuta la malsana idea della donna e riesce ad evitare i tentativi di omicidio. Ma spinto dalla convinzione sessuale che ormai l’aveva plagiato, decide di somministrare all’amico Raggio una potente pozione che avrebbe cambiato il suo sguardo verso il mondo. È a questo punto che cambierà la vita di tutti i protagonisti destinati ormai a sopravvivere.

    Mauro Corona ha pubblicato questo romanzo nel 2005 dopo aver ricevuto in dono da uno sconosciuto un vecchio quaderno contenente il manoscritto. Esclusi rari casi in cui l’autore interviene per tradurre in lingua italiana alcune parole dialettiche e incomprensibili, il libro riporta fedelmente la tragica vita di Severino Corona.

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    recensione di Daniele Campanari

  • “Ultime notizie dalla famiglia” è un romanzo del ciclo di Malaussène, esilarante protagonista nato dalla penna di Daniel Pennac, che raccoglie due produzioni letterarie dello scrittore francese, pubblicate rispettivamente nel 1995 e nel 1996. In questo libriccino di 132 pagine si stendono ironicamente le storie della famiglia di Malaussène divise in due atti. Nel primo Pennac affronta la sorte attraverso un monologo teatrale sulla paternità intitolato “Signor Malaussène a teatro”. Nei cinque capitoli (Annunciazione – Presentazione – Desolazione – Risurrezione – Apparizione) Malaussène si rivolge al proprio figlio raccontandogli le strane circostanze della sua nascita avvenuta in seguito a un aborto. Già, lo strano episodio si rispecchia nella condizione, altrettanto strana, della venuta al mondo in seguito alla scomparsa del feto. Eppure il bambino vedrà la luce grazie a Gervaise che si prenderà cura di lui già a partire dal momento in cui si avvia la formazione nella pancia della donna. I momenti che ne fanno il monologo vengono descritti rapidamente attraverso dialoghi incisivi e una precisa descrizione degli spostamenti, proprio come si farebbe nella preparazione di una sceneggiatura teatrale.

    Nella seconda parte del libro, intitolata “Cristianos y moros” (Cristiani e mori) e relativa al racconto breve, il protagonista della vicenda è Il Piccolo, ossia un bambino nato in circostanze casuali che fin dalle prime battute dattiloscritte inizia uno sciopero della fame perché ha voglia di conoscere il padre. Il problema che viene messo da Pennac sotto la lente di ingrandimento descrittiva è il totale ignorare, da parte della famiglia adottiva de Il Piccolo, chi sia il padre. Comincia così un lungo pellegrinaggio confusionario alla ricerca del padre naturale che, si scoprirà alla fine del libro, sarà un personaggio inaspettato e ben noto allo scrittore stesso. Un pellegrinaggio fatto di incontri confusi, dialoghi ripetuti e lingue sconosciute. Un pellegrinaggio che lascia il lettore incollato alle pagine del libro fino a raggiungere l’inaspettata conclusione. Quella raccontata in questa parte del libriccino può essere paragonata ad una delle storie del nostro tempo, dove bambini nascono in seguito a concepimenti casuali per essere poi adottati da chissà chi. E la reazione de Il Piccolo (non a caso poi apostrofato ‘piccolino’) è il simbolo di un sentimento comune che appartiene alla voglia dell’essere piuttosto che apparire.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Henry Chinaski, Hank o semplicemente Charles Bukowski lo scrittore. Il “Vecchio sporcaccione” nato nel 1920 ad Andernach in Germania ed emigrato negli Stati Uniti per tutta una vita, in “L’amore è un cane che viene dall’inferno” racconta ancora una volta gli abitanti dell’America attenta con toni poetici – narrativi, simboli lineari dello scrittore. Il titolo è già ironico di per sé, come tutta l’enciclopedia letteraria di Bukowski. Ubriaconi, falliti, giocatori d’azzardo e perdenti di ogni livello sono i protagonisti. E non manca, pure, il solito Chinaski che predica consigli agli scrittori per puntare a fare sempre meglio:

    ti devi fottere un gran numero di donne / belle donne / e scrivere qualche decente poesia d’amore / e non preoccuparti per gli anni / e/o per i nuovi talenti / bevi solo più birra

    Cinico, categorico, diretto senza mezze misure, questo è Charles Bukowski. Uno che pare andare di moda tra i giovani del ventunesimo secolo più per il personaggio che è stato che per quello che ha scritto. Bukowski l’ironico, Bukowski il vagabondo, Bukowski l’emarginato che narra poeticamente la sua vita. E lo fa lasciando i versi incollati alle pagine senza che questi possano avere facoltà di allontanamento. Le parole restano lì, immobili. Eppure fanno male, colpiscono con forza come farebbe un pugile per mettere l’avversario al tappeto. Gli avversari, in questo caso, siamo noi lettori che ci interroghiamo spesso – troppo spesso – sul senso linguistico della parola poetica. E il confine, in questo senso, è quello della narrazione “punita” con degli accapo. Ma non è tutto, perché Bukowski riesce ad immedesimarsi perfettamente in quel clandestino che è senza regalare sentimenti al primo passante sotto l’arco. Poesie lunghe tre, quattro o cinque pagine che potrebbero essere la base per un racconto, come nella poesia “Me” incollata a pagina 29:

    le donne non sanno come amare / mi disse / tu sai come amare / ma le donne vogliono solo / attaccarsi come sanguisughe / lo so perché sono / una donna

    “L’amore è un cane che viene dall’inferno” è, ancora una volta, una raccolta di poesie che restituisce al lettore la genialità di Bukowski. Una genialità che va compresa, studiata, tradotta. Una genialità che è pura osservazione umana, materia dell’individuo di ogni tempo.

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    recensione di Daniele Campanari

  • “Due Punti” è l’ultima raccolta di versi del poeta con nome di donna Wislawa Szymborska. Apparsa in Polonia il 30 novembre 2005, in pochissimo tempo ha venduto nei luoghi natali oltre 40.000 copie. Un risultato eccezionale per un’arte, quella poetica, fatta di amanti del genere. Chiedersi il motivo di tale numero di vendite è lecito. Ed è altrettanto lecito pensare che la notorietà della Szymborska, arrivata grazie al Premio Nobel per la Letteratura del 1996, possa aver contribuito al successo. Eppure non è questa, in definitiva, la soluzione all’interrogativo. Piuttosto, la meraviglia dei versi di questa poetessa compare leggendo le sue poesie. “Due punti” ne è l’esempio grazie alla singolarità del poetare che sta nell’invenzione linguistica, nella leggerezza e nell’ironia, tutto raccolto da immagini riflessive che pare vogliano parlare direttamente al lettore.

    Immagina un po’ cosa ho sognato / All’apparenza tutto è proprio come da noi / La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria, / verticale, orizzontale, triangolo, cerchio, / lato sinistro e destro […] Ammetti che nulla di peggio / può capitare al poeta / E poi nulla di meglio / che svegliarsi in fretta.

    La Szymborska sogna, sogna di essere su un altro pianeta che non è la Terra. Sa che non si tratta del nostro pianeta perché “quel linguaggio non è di questa Terra”. Il poeta fa un orribile sogno e nulla può capitare di peggio. Il sogno è l’elemento poetico di questi versi contenuti alle pagine 36 e 37, esattamente un attimo primo di “Labirinto”, una delle poesie più belle di questa raccolta.

    e ora qualche passo / da parete a parete, / su per questi gradini / o giù per quelli […] e il labirinto / altro non è / se non la tua, finché è possibile, / la tua, finché è tua, / fuga, fuga –

    “Due punti” è l’undicesima raccolta pubblicata della poetessa polacca che in oltre cinquant’anni ha pubblicato poco più di trecento poesie. “Due punti” accoglie e racconta diciassette momenti diversi ma vivi; è la risposta a quei punti interrogativi che vengono messi, “per una ragione importante o futile”, nero su bianco.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Veglia
    Cima Quattro il 23 dicembre 1915

    Un’intera nottata /buttata vicino /a un compagno /massacrato /con la sua bocca /digrignata /volta al plenilunio /con la congestione /delle sue mani /penetrata /nel mio silenzio /ho scritto /lettere piene d’amore /Non sono mai stato /tanto /attaccato alla vita

    Poeta della guerra, della scena vissuta in trincea ad aspettare la notte che passi per poi affrontare il nemico ad armi cariche. Poeta dai versi toccanti, incisivi, d’amore. È questo Giuseppe Ungaretti, uno che non ha fatto a meno di interpretare la parola compiendo uno sforzo tramutato in poesia. In “L’allegria” il poeta-soldato nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morto a Milano nel 1970 raccoglie immagini nate dalle esperienze di guerra. Immagini forti e che raccontano la battaglia vista da dentro, come in “Veglia” dove Ungaretti si trova a descrivere una delle tante notti passate in trincea al fianco dei compagni caduti. Nonostante la drammaticità del momento, il poeta trova nella morte e nel silenzio la parola giusta per scrivere “lettere piene d’amore”. E poi, è chiaro l’abbandono della vita che porta la morte. Ed è proprio per questo che Ungaretti trova in quel sottile filo immaginario venuto dal plenilunio la voglia di restare attaccato alla vita.

    La raccolta "L'allegria" raccoglie in un crogiuolo di sentimenti ed emozioni anche le famose poesie “Soldati” e “San Martino del Carso”, autentici capolavori ungarettiani:

    Soldati
    Bosco di Courton luglio 1918

    Si sta  come /d’autunno sugli alberi /le foglie
    La poetica di Ungaretti è entusiasmante anche per la sua brevità. I versi sono spesso conditi da un accapo a ritmo continuo tanto che la parola, a volte, viene lasciata sola a vivere di vita propria come se volesse raccontarci altro, più di quanto già dice la poesia stessa. Conoscere Ungaretti per chi fa poesia è come imparare ad attaccare la bocca al seno materno. Ed è per questo che la poesia ungarettiana ha il bisogno di essere scoperta, condivisa e pure riscritta in qualsiasi spazio disponibile, proprio come faceva il poeta con i pacchetti di sigarette vuoti e i pezzetti di carta che davano copertura ai proiettili per le armi.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari