username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 25 feb 2017

Diego Bello

23 novembre 1960, Brindisi - Italia
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 04 aprile alle ore 16:35
    D'essere niente

    Vivo
    ora che ho perso
    tramonto d’occhi
    tristi – e l’ora s’appressa.
     
    Vivo
    nel vuoto di sospiri
    d’essere niente
    assenza.
     
    Vivo
    nel buio
    levigato
    da luce d’estasi.
     
    Vivo
    nel gelo privo
    di memoria
    dell’onda senza mare.
     
    Vivo
    di morte
    putrefazione
    del tuo bel fiore ambìto. 

     
  • 21 marzo alle ore 19:49
    La lettera

    E’ sul gradino grafia che sbava
    - lacrima di pioggia, breve.

    Il nome latita
    tra impronte piante.

    In piega un viottolo
    di righe incerte sul declivio.

    Curve di strascico, pallore
    fuori confine.

    Grido è il mio nome a voce che rantola:
    in cerchio il sangue spinge pugnali.

     
  • 19 marzo alle ore 20:30
    Il dono

    Sento i miei passi in casa
    come un suono che si perde
    dove 
    il sole si ripara.
    L’anima buia indovina
    sequenze di pagine.
    D’isola in isola
    vivo cornici
    di mogano liscio
    tocco l’impronta
    sul vetro, stringo
    la luce che mi placa
    di foglie dentro il nero.
    Sotto la rosa di velluto
    si schiude un fiore
    eterno che vi dono.

     
  • 19 marzo alle ore 20:28
    Sorriso di mimose

    Tinge l’aria 
    l’odore di limoni
    al mareggiare, pinnule
    e capolini
    e un sorso d’alito 
    nello scrollìo di fiabe.

    Trionfa il grembo
    che tutto l’anno tace
    sbiadita alle carezze l’ombra
    ritorna 
    su gote accese
    sorriso acerbo di mimose. 

     
  • 07 marzo alle ore 21:07
    Ove intaglia la notte

    Con te si sveglia a sfioro
    fioca di sorgive
    dentro le foglie l’ombra
    del parco.
     
    Nell’oro
    cunea i tuoi occhi il sole
    - anello riparo
    ove intaglia la notte.

     
  • 07 marzo alle ore 19:43
    Scendo le sponde

    Non ha mentore la luna
    che assurge al velo della notte
    e transita supina
    la resa al carcere, si sfuma in rune
    di stelle, supplice
    d’aperto stormo.
    Non sono uccello d’ali mozze
    fermo sul ramo o pinna che risale
    la corrente, né scoria nel dirupo.
    Scendo le sponde
    come un fiume che tintinna
    di sole la sua culla.

     
  • 03 marzo alle ore 13:05
    La luce della neve

    La luce della neve
    si fa sguardo di campi
    e di bosco.
    Squarcio nella mimesi
    della ridda d’orizzonte
    dirama confini
    consueti alla pupilla
    e ignoti di tregua.
    S'apre un virgulto
    come un cardine di lana
    in cielo di sbratto.

     
  • 21 febbraio alle ore 21:04
    Armistizio tardo

    Se durasse una notte in più l’inverno
    comparirei fra i morti
    di un armistizio tardo.
    A confondere la neve
    non più lo strillo d’un ranuncolo
    nella forgia dell’ostro:
    solo disfatta
    latente d’abbandono.

     
  • 14 febbraio alle ore 19:39
    Dove c'è un prato

    La terra al piede nudo
    presta mollezza e ghiaccio e zolle
    e dalla pressa scruto
    la polvere che esplode
    e cerca il vuoto
    come un nido.
    Sfioro dell’erba
    accanto a un fiore giallo su un tombino
    in respiro di fogna. Sbatte
    lo spigolo la palma
    e il sangue si raggruma.
    Chiodi sulle strisce
    e vetri acuminati
    sbuffi da mille suole, calci
    sul tendine affilato.
    Al rosso
    alzo lo sguardo in fondo
    e passo
    dove c’è un prato.

     
  • 14 febbraio alle ore 17:56
    Ossa di luna

    Sei cielo sopra il campo
    io arbusto d'artemisia
    sazio di vento, rido
    l'aratro che m'estirpa
    finché cadenza un soffio.
    Copri di notte un filamento
    d'ossa di luna.

     
  • 07 febbraio alle ore 19:02
    Memoria d'acanto

    Brucia cauto il tuo ardore
    come un verso nell’aria, in gola
    preme un senso di pioggia
    e la chioma si stira
    dentro l’acqua d’un bacio.
    Cauto il tuo ardore
    mi placa
    primeggia in memoria d’acanto
    al soffio di un ombra.

     
  • 22 gennaio alle ore 19:03
    Finto stupore

    Finto stupore d’oasi, quasi sdegno
    l’atto strillato senza verbo, a taglio alto 
    trasmesso in cavo, piatto il resoconto
    d’adolescenza cruda resa in pegno
    di rogna nella casba, dietro sogni 
    con limite di sporco e d’abulia.

    Ma l’ha mai visto un verso?
    Un colore? Un tenero contrasto?
    Lo stile terso
    di una croma sopra un tasto?

     
  • 22 gennaio alle ore 18:30
    Alberi spogli

    Come le attese spogli
    degli alberi a gennaio
    la mano imita cornici
    di sole. Oscilla rapida d’ardesie
    la rotta per le guance
    e il vento
    sciupa una parola
    umido e si frena.

     

     
  • 17 dicembre 2017 alle ore 18:35
    Epifania

    L’incedere separa
    il cielo dall’abisso.
    Negli occhi ti s’accorda
    l’universo, che stringe
    l’archetto sulle corde
    dell’aurora. L’adagio
    risuona il tuo sorriso
    nel vento di rugiada
    e il canto si fa coro
    d’iberide sul muro.

     
  • Non solo quiete d’estati antiche
    o verde nell’azzurro
    né a largo slarghi di mare scuro
    dove in eterno è l’affondare.

    Non il vagare al vento avvolto
    o il sale in faccia 
    né abbraccio d’acqua, rifugio nero
    - orgia d’assoli, silenzio, nulla, e tutto.

    Non navi bianche al porto
    approdo a luci vive
    né sguardi verso l’Ellade 
    deviati dal timone.

    Ma quelle mille barche a traboccare
    il popolo più antico
    cacciato dalla terra al mare amico
    nell’Europa 
    dimentica, già allora
    secca di sangue d’anima.

    Ma quelle mille bocche tutte lorde
    illiri o non illiri - incerto ceppo -
    a terra occhi-Balcani
    quegli occhi neri su mani molle,
    e tre parole da mille antenne 
    torte di là dal mare, strozzate in gola.

    Barriera e sfogo, via-ponte-fuga
    - un mare madre che accoglie e mescola.
    Come la terra mia
    è un impeto mai pago
    misericordia memore
    d’unione primordiale.

     

     
  • 07 dicembre 2017 alle ore 18:05
    E adesso piove

    aprimi il fiore
    che esonda di rugiada e il giorno spinge
    in alto il sole
    sui petali, s’arresta
    l’affondo dentro nuvole
    e adesso piove

     
  • 04 dicembre 2017 alle ore 20:27
    Nei segreti del vento

    Ho visto disegnare la vita
    con un morso su un pezzo di pane
    affondare le grida
    dentro gli spazi offesi della crosta
    e poi una lacrima che asciuga
    nei segreti del vento.

     
  • 04 dicembre 2017 alle ore 20:26
    D'artiglio o d'ala

    S’accende il buio, pulsa
    di velluto, una lanterna al vento
    scintilla intermittente
    su rughe d’afa.
     
    Svanisce, si fa scia
    morde memoria
    e l’ancora alla gogna
    del tempo che è passato.
     
    Scavo la terra molle ove s’incava
    s’apre all’aratro, trema
    dell’umidore zolla
    e s’addormenta il seme nella culla.
     
    L’alba s’affonda come nebbia
    il corpo teme
    ché l’anima s’è persa
    dentro la scia.
     
    Ma non si ruba il petalo
    passito, corre
    le vene
    d’artiglio o d’ala.

     
  • 28 novembre 2017 alle ore 18:47
    Scienza d'alba

    La tenebra si nutre della luna
    ammanta voci, di lusinghe
    le persuade.
    Nell’aria persa
    un desertico abbaglio è solo l’eco
    di scienza d’alba.

     
  • 25 novembre 2017 alle ore 11:59
    Verso un raggio d'ombra mossa

    Disperano alla nebbia
    le tracce dei baci del vento
    sulla memoria 
    di foglie vive. Il destino
    feroce naviga l’inverno
    a vele ammainate
    nella notte rovente.
    Su ogni rotta il muto orizzonte 
    e s'ostina solo scheggia di remo
    verso un raggio d’ombra mossa.

     
  • 25 novembre 2017 alle ore 11:57
    e poi uno schiaffo

    e poi uno schiaffo
    di sangue sulla neve-
    chiede perdono 

     
  • 20 novembre 2017 alle ore 21:11
    E non si vola

    Esistono finestre che hanno visto
    spargersi ogni cielo
    su slarghi di malessere 
    occhi incurvati
    a cogliere disastri
    da fessure di sole.
    Di notte si cammina senza cura
    dentro pozzanghere di bile
    stretti nelle galosce
    e non si vola.

     
  • 18 novembre 2017 alle ore 14:15
    Danza di stille

    Minuscole catene strette all’apice
    di polsi incisi ai palpiti dell’anima
    zampilla la fontana in grani d’acqua
    luce che gonfia l’aria come fiori.
    Scivola rapido un passo di gonna
    croste di ruggine in fughe di porfido
    di ieri ancora a lato sul patibolo
    saturo d’ami asfalto non si lava.
    Vedi il rumore d’ombra farsi vento
    che taglia ghiacce lacrime d’inverno
    sul piede a piaghe e non si volta più
    s’atterra sul pavé danza di stille.
    Dentro che stringe il tartaro la frolla
    muta del tempo e al sangue sferza il pungolo.

     
  • 09 novembre 2017 alle ore 18:55
    Preme la vita

    “…prima il dolore, poi la giustizia e infine il senso. Tutto il resto è caos.”
    Ian McEwan, Nel guscio
     
    Preme la vita
    da prima
    sente il mondo che annaspa
    dalla carne s’infetta.
    E preme
    dal suo guscio nell’acqua
    ché sta sempre più stretta,
    stanca
    d’esser parte che sente
    sciaguattare nel chimo.
    Nell’anelare
    d’imbrattarsi nel fango
    freme
    dentro madre assassina,
    sa di rose e veleno
    che condanna e che l’ama.
    Non si strozza alla cima
    non rinuncia a passare
    per lo stretto al dolore
    e al sapore dell’aria.
     

     
  • 09 novembre 2017 alle ore 18:53
    Ab aeterno

    “È semplicemente il luogo dove gli sforzi umani hanno trovato ciò di cui avevano bisogno”, Don Delillo, ZERO K

    Mondo nel mondo
    per un futuro ab aeterno
    dell’uomo
    in sospensione criogenica.
    Vuote corsie di porte linde
    chiuse sotto terra, spazio
    neutro d’immagini
    sognate alla morte. Pareti
    in proiezione di tracce
    paure iterate.
    L’angelo narra
    ascolta la voce, il senso
    del suo pensiero
    in egocentrico cielo
    - sopra Berlino.
    Dove si va
    è un mondo terso
    alla poesia negato
    -  tutto s’è trovato
    ogni stento rimosso.
    Tutto è risolto
    e tutto si sa
    non si immagina nulla
    perché già immaginato.
    Il viaggio è in controsenso:
    sospesa in guscio
    l’attesa del trapasso
    dalla morte alla vita, fuori
    dalla storia
    - matematica pura.
     
    E anche l’affresco
    - ora qui -
    di tecnologia
    che si sta dipingendo
    con il passo spedito
    è crosta d’effimero
    raschio d’intonaco, sniffo
    di polvere nera
    è tentata evasione, assenza
    di gravità.
    Torni la storia
    il dubbio che martella
    la pietra che precipita.
    Riprenda lo scavo
    su ciò che si ignora.
    In questo s’annida il cammino
    in questo guardare sui prati
    in questo stupore
    di foglie di sole.
    Riprenda a sognare
    la testa
    a scordare le cose
    a scoprirle da dentro.
    S’inverta la rotta
    in sane paure
    con mostri in agguato
    e limiti
    da superare.
    Si torni a soffrire
    l’orizzonte di morte
    il mistero
    infinito dell'uomo.

     
elementi per pagina
  • 06 giugno alle ore 8:41
    Un sogno di Montale

    Come comincia: - Ho letto che ha sognato di una Maratona.
    - L'ho scritto, è vero. E' stato un sogno sublime.
    - Ha sognato di vincerla o di prenderne parte?
    - Ho sognato di vincerla. Di vivere quarantadue chilometri in testa al gruppo.
    - Qual è stata la sensazione più bella della gara?
    - Staccare a due-trecento metri dal traguardo.
    - Non ha avuto cedimenti, dico, nel sogno?
    - Mai, dall'inizio alla fine. Sembrava che questo corpo avesse le ali. Si librava da terra in uno sforzo che sentivo sostenibile, passo dopo passo. Il vento nei capelli. Il mondo che mi correva accanto sfuocato, in una fusione intensa di colori. Sentivo poi che gli altri mi trattavano con la deferenza che si accorda a un premio Nobel, ma senza alcuna meraviglia. Era come se riconoscessero il mio supremo valore atletico. Alcuni volevano farmi da lepri, e intorno mi si aprivano varchi.
    - E lei?
    - Io avrei potuto troneggiare, ma li guardavo stupito.
    - Cosa pensava in quei momenti?
    - Dicevo a me stesso: Eugenio, non stai buttando giù un bel verso! Stai precedendo tutti con un passo da 3 minuti al chilometro, a 20 Km/h. Ti rendi conto? Con i tuoi novanta chili? Ma lo stupore non aguzzava il mio consueto buon senso. Ero completamente intorpidito. Sotto effetto endorfinico.
    - Rifarebbe tutto?
    - Sì, per altre mille vite.

     
  • 06 giugno alle ore 8:31
    Flammeum violato

    Come comincia: Hai calpestato il mio sogno. Adesso è spiaccicato sull’asfalto, come un cane intrepido e impaurito. S’è sciolto l’intreccio di maggiorana per cingere il capo sopra il velo. Volevo darti la notte. Cercare rifugio nell’ombra, insieme a te. Per te era la danza e il mio sonno di sole. Per te l’aratro spinto a fondo, fin dentro le radici. La tua carne un innesto. E tu hai spento ogni slancio. Ora, anche se non guardo, lo squarcio m’annienta. Ma non voglio sottrarmi: ricevere pianto per lavare il sangue che cola su lenzuola di lavanda. Non è mia questa notte. E’ il buio in cui tu brancoli, lontano dal respiro. Le ossa nella nebbia. Questo morso che senti è il rantolo del mondo. 
     

     
  • 02 giugno alle ore 13:18
    S'è aperto un varco

    Come comincia: Non fermarti. Non voltarti al mio strazio. Ogni passo è un’impronta di sangue sul mio intonaco gonfio. S’infiltrano lacrime senza una tregua, nemmeno apparente, e l’anima trista va giù, lungo il canale di scolo. Io ti guardo le spalle finché non scompare il tuo slancio. L’occhio non perde la mano che ha toccato il mio seno, né la guancia mille volte baciata. Dissolto in un raggio, ti vedo già altrove. E in petto mi si torce una lancia. A ogni passo più stanco e più fiero, sei il sorriso dell’aria che asciuga la fronte. La luce che stona in questo deserto. Sei il ritiro dell’onda. Avanti, avanti, mio amore, che lì s’è aperto un varco! Corri. Lontano. E continua a cercare. 

     
  • 02 giugno alle ore 13:13
    Non ho più paura

    Come comincia: Finalmente riposo. Ho venduto il mio volto alla morte. In cambio del buio, di uno spiccio di pace. Neanche un lembo di pelle è rimasto al freddo dell’aria. La nuova faccia non ha linee di dolore. Non ha cuore, lo so, ma non è più la mia faccia. Non fa più male lo sguardo che indaga, né la mano che ride. Io posso starmene qui, dietro un muro di gesso, non temere la lama d’un occhio indiscreto. Sono io che guardo, che scruto da dentro.  Non visto, me la godo. Posso essere chi voglio. Chi mi guarda non vede. Non parla di me. Un oggetto su un mobile liscio, una boccia di vetro, un cuscino. Lei ha avuto il mio volto e io in cambio l’eterno. Sconfitta la morte, non ho più paura.

     
  • 30 maggio alle ore 11:49
    Conversione cromatica

    Come comincia: L’enorme cartello troneggia di fronte a un albero, nel centro di una città senza nome, una città che forse non esiste - chi lo sa! Ha senso più la geografia? E’ una qualunque delle città tutte uguali, con cui la terra si ripara e si dispera. Nell’ora perenne, anoressica, d’un giorno qualsiasi, d’un anno identico a quello che c’era e a quello che pensi poi ci sarà. Ma pensi? Pensi ancora? Davvero?

    Lo sfondo grigio-nero-piombo, quasi fango cotto male dal sole morto, ha dentro trame di colore, di pure stelle, di chiaro.
    Vive d’incanto, ora, qui, davanti a te. L’avevi perso dentro le alte mura, intorno al nulla che pervade. Ritorna spazio converso e crepita lo stato amorfo. 
     

     
  • 30 maggio alle ore 11:43
    Preannuncio

    Come comincia: Nel giugno del ‘900 Émile e Marcel passeggiano sul lungo Senna. Non si vedono dai tempi di Auteuil. Più in là, su un prato di sole, dodici donne in circolo col costume pudico di quell’estate. Marcel inquadra la scena con entrambe le braccia aperte sui contorni.
    - Se ti dicessi, Émile, di dipingere questo? Vedi che luce c’è stamane!
    - Sono ormai un ritrattista, Marcel, non mi occupo più di en plein air.
    - Infatti! Tu sai che la pittura è sempre una cosa mentale. Trattenere il respiro del paesaggio, ogni essenza della luce e del colore! Come quando scindi in mille punti un volto.
    - Riconoscere e inventare!
    - Esatto! Mescolare natura e corpi. E questi finalmente nudi. Privi di catene.

     
  • 25 aprile 2017 alle ore 11:28
    Lo sguardo crudele

    Come comincia: - Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
    - E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
    - Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
    - Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
    - Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
    - Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
    - All'infinito?
    - Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
    - Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
    - Potrebbe essere sufficiente.
    - Dove?
    - Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
    - C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
    - Ok.

    Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
    Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
    E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
    Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
    Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
    Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

     
  • 23 aprile 2017 alle ore 9:26
    Sogni divisori

    Come comincia: “Dei miei sogni tu non lecchi nemmeno le cornici” vorrei gridarle in faccia quando inarca quel suo sguardo di sufficienza. Sostiene di avermi sposato per pietà, lei, e lo pensa davvero. Ma confonde i termini. Si, anche quelli più comuni. Alcuni li confonde, di altri se ne forma un concetto tutto suo, completamente deviante. Non per spirito demiurgico, né per esasperato anticonformismo, ma perché è così che assorbe la sua mente. Non crediate sia una stupida, al contrario.
    Vent’anni fa apprezzavo questa sua caratteristica, la consideravo un vezzo originale, e le ore insieme passavano liete e veloci.
    A volte afferma di aver pietà persino di Dio. E lo dice seria, quasi con disprezzo. Chi è Dio per lei? Forse un insetto alato che ci segue ovunque e non muore mai, non annega in litri di insetticida pestifero, che ci turba il sonno di notte e ci infastidisce la quiete nell’olio lucente sotto il sole d’Agosto? “E’ lui che ha creato il mondo?” le chiedo “Perché no?” è la sua risposta. Poi sorride, beve un sorso dal mio whisky e corre via dalle mie ginocchia, va a tuffarsi in piscina.
    Quando ho smesso di compiacerla, ho tentato invano di scoprire la sua logica. “Dovrà pur seguire una dannata logica, per quanto bizzarra” dicevo a me stesso studiando le sue frasi assurde, quegli accoppiamenti isterici, assaporando la gioia di averla in pugno, una volta scoperta la chiave. Ma, o logica non ha, oppure è mia la colpa e dunque, continuerà a volare libera con quel suo battito per me incomprensibile e per giunta fastidioso.
    Non posso fare a meno di riferirvi le nuove di stamane. Ha definito il rumore del martello pneumatico come “soave armonia di ricotta che ingolfa”. La mia pelle al tatto le sembra “acqua che non muore e scorre maculata in un cantico ancestrale”. I colori “forme danzanti che serpeggiano in estasi disgiunte”. L’odore di cipolla nel sugo “fumo gaudente sugli zigomi lunari”. Bo! Sarà l’incarnazione di un simbolismo rozzo, di un ermetismo estremizzato a tangere i confini della follia, o del nonsense, fine dunque a se stesso, barriera impenetrabile per mantener celato il vuoto, che fa male e sarebbe distruttivo se lasciato libero di attrarre occhi estranei. Ma questa è un’interpretazione fin troppo personalistica, tipica di un certo moralismo critico, puntuale nella sua logica associativa, analitico nel filtrare persino l’incomprensibile dal comune denominatore del proprio metodo. E ciò è senz’altro un limite allo sforzo di capire il diverso da se, anche se a volte è bastevole a sostenere un placido armistizio autoipocrita, che dirige senza attrito alla noia, veicolo a sua volta di autocritica. No, il diverso da se non è per niente chiuso. Inutile la ricerca di una chiave nel groviglio tintinnante. Diversità vuol dire vita. La chiave che cerco serve per aprire i cancelli del mio carcere, che ho eretto io stesso, credendo che le sbarre fossero della stessa mia pelle. Comunque sia, quella maledetta chiave non la trovo. Mi chiedo: “Perché persistere nella ricerca, quando potrei saltarlo quel cancello, o farlo scomparire con la bacchetta di Morgana?” Ma è troppo alto e il cielo con me non è mai stato prodigo. E a questo punto del discorso, tutto stringe verso un passo inevitabile: il suicidio.
     
    Qualunque Nostradaminus l’avrebbe previsto. Non poteva durare fino alla fine la nostra pur strana relazione. Gli ideali erano puri, ma il marcio era già trapunto nelle ossa, anche se invisibile vent’anni fa. Bella idea fu isolarsi dal mondo in questa reggia! Prima di incontrare lei ero rassegnato ad accettare la solitudine imposta dal mondo alla mia diversità. Forse ero io a condannarmi diverso – ma le condanne che contano sono quelle a cui crediamo – a vedere il mondo come una putrida marea. Gli altri non erano individui, ma gli addendi di una massa uniforme.
    I suoi discorsi mi folgorarono. Usava i miei stessi concetti, le mie parole. Era come guardarsi in uno specchio: due gocce d’olio in un oceano. Lei poi intercalava qualche suo vezzo, per non concedermi la fine di Narciso.
    La sposai subito, quella sera stessa. Similia similibus curantur. Eravamo troppo simili nell’intimo, quindi, per non morire di noia, ci imponemmo una diversità forzata. Quel compito lei lo ha assolto con troppo zelo e probabilmente non ci incontreremo più.
    Avremmo dovuto considerarla un’illusione leggera, di passaggio, darle un morso energico che ci guarisse entrambi, senza ingozzarci sino al vomito, senza scoprire il marcio di proposito e ostentare al palato la freschezza.
    Neanch’io ho retto e ora la odio. Vorrei che scomparisse. Ma è sempre presente in ogni attimo di vita. Dove ci conduce l’amore, l’odio, la sopportazione, verso qualcuno che crediamo pazzo?
    Attento!
    Il carro di mimose trasmuta blandizie nell’uragano fetido. Durante un lungo sguardo di porpora, la linfa ci esclude dai pori lavosi e scende in un golfo di panna, che inchioda la gola di un rettile.
    Onde di melma dorata trascinano trucioli ardenti nel sacro e sfondano il battito assurdo di ghiande policrome, forate dall’ozio solenne di un’unghia di pollice. Basta un’ipotesi e tutto s’incrina ed assume il fetore dell’asma. Ma è solo un forzato capriccio, un inutile sfogo di piaghe, che gli occhi trapiantano in mare.
    Sul cuore di note solari il vento non osa trascendere avanzi di china, non sputa diritto sul tempio che incaglia le ali assassine.
    Un patibolo è appeso alle pale di un pino, legato coi ricci sfibrati di cagne. Le pale rimuovono l’afa e una danza uniforme di spighe accerchia ribelle quest’oasi di pianto lubrico. I cirri soltanto son fermi nel vuoto. Ancora un deserto di frasche, e il candido volo di puerpere esauste si sfrena nel tasto estroverso.
    Un galleggio di bitte erompe sul quadro fregiato da strenne pendenti.
    Il sonno allontana la morte, ma quella riemerge dall’ora più fresca. La luce! La luce si accende, la luce sul volto che brucia, avanza la luce e, come una voce superba, tuona la fine…
     

     
  • 01 marzo 2017 alle ore 16:57
    L'anticonforme al nulla

    Come comincia: - Dio! Mi sembra tutto così inutile! Di ricordi ne ho tanti ormai, ma appaiono così lontani, quasi inafferrabili nel  loro punto culminante, così sfuocati. No, nessuna gioia provo nel ripescarli, solo rimpianto. Fossero almeno recenti, quelli che hanno un senso! In tal caso riuscirei a riviverli davvero.
    - Ti sbagli. Il passato è passato. L’insoddisfazione sarebbe medesima. Un mese è già lontano come un anno o dieci, se si è incapaci di rifare oggi gli stessi passi.
    - Rifare oggi gli stessi passi? Ma oltre alla capacità mi mancherebbe la passione, la spensieratezza, il coraggio del tuffo.
    - Ma dai, che vuoi che sia? E’ fissazione la tua. Vedi come si esaltano quei ragazzetti imberbi.
    - Di certo non è loro che invidio. A volte disprezzo quella presunzione. Se avessi la grinta di un tempo, il loro posto sarebbe quello di ronzare intorno ai miei piedi. Invece sono io a subire i loro sguardi beffardi.
    - Ma che sguardi? Adesso sogni! Se è vero che la realtà che conta per la vita pratica dipende essenzialmente dalla nostra volontà, tu, amico mio, rischi di incapsularti in una fogna. E’ strano. Tu vedi in quegli sguardi la beffa? Sono solo degli sguardi innocenti che per caso si posano su di te, per distaccarsene dopo un attimo. Quelle menti vagano altrove. Dovresti anzi ritenerti fortunato. Vuol dire che esisti, che sei lì, presente, attore nel loro mondo, nel mondo vero,e non solo in quello fittizio costruito dal tuo egocentrismo esasperato.
    - Parole sante! Ma vedi, è proprio la volontà che viene meno al suo compito. La ragione non conta, tanto meno la logica. E’ troppo forte l’inerzia. Così, non mi resta che guardare quando posso il mondo che ruota veloce senza mai interrompere il suo corso, giudicarlo e criticarlo, perché stanco di giudicare me stesso. Intanto la noia mi culla e mi narra della morte, che rimedia agli artigli dell’angoscia. La noia è come una madre piena di cure, che t’asfissia e da cui vorresti scappar via. Una madre così dolce nel ricordo che muore e rinasce tante volte, senza mai invecchiare. La noia esorcizza il suicidio. Ormai sono fuori dal mondo e non so se rallegrarmene o dannarmi per non aver reagito. Se mi illudo di essere ancora vivo – quante volte! – entro alla cieca nel vortice quando scorgo che rallenta un pochino. Mi metto in corsa toccandomi continuamente per rafforzare l’illusione che pian piano s’affievolisce. Ma al primo scatto brusco mi rifugio in un fossato e me ne resto immobile, aspettando il buio che tarda sempre, per correre come il vento verso il mio guscio caldo che attende fiducioso e comprensivo il mio ritorno.
    - Si, ma prima dello scatto brusco?
    - Magari durasse più a lungo quel limite! Qual è la verità? In quegli attimi gli sguardi sono diversi, così pieni di una dolcezza complice che grida la sua sfrenata voglia di vivere. Sento urlare la gioia in un ciuffo di capelli che mi vola accanto, in un’esile mano venosa che s’accarezza i fianchi, in un sorriso bambino che rincorre la strana cadenza del tempo, nella vanità della bellezza che spunta dovunque, quasi dipinta dal pennello nervoso di un impressionista. A quell’orgia partecipo anch’io. In quell’effimero abbraccio mi sento vivo, finché non spunta l’offerta di un caffè amaro. E’ lo stesso caffè che beviamo tutti, ma il mio è amaro, imbevibile, disgustoso, anche se vien fuori dallo stesso bricco. Eppure gli altri lo bevono tranquillamente, lo apprezzano, ridono, parlano d’altro, e le proteste s’annegano in gola mentre guardo quelle facce normali. Penso a una congiura. Qualcuno se ne versa un’altra tazza. Cristo. Reprimo le smorfie e ingoio quel liquame. Mi dico che le gioie si pagano, ma ciò non è sufficiente. La presunta congiura mi tormenta, mi perseguita, condiziona i miei passi. Inizia allora l’affannosa ricerca di un fossato.
    - Vorresti sapere, dunque, se quel caffè è davvero amaro? E’ questo il dubbio che ti rode?
    - Più o meno è questo.
    - Ma che vuol dire amaro, amico mio? Te lo sei mai chiesto? Dolce che vuol dire? Bello e brutto che altro sono se non degli aggettivi che non hanno senso, non esistono in modo autonomo, indipendente? Sono i palati differenti. Non perché il tuo è più o meno sensibile, in valore assoluto,  rispetto a quello degli altri. Lo è forse in quel momento, perché disabituato al sapore di quel liquido nero e zuccherato, al sapore di una dolcezza qualunque. Forse perché hai lavato più volte i denti, impaurito d’infastidire col tuo alito, o per le caramelle mandate giù continuamente, o per le sigarette, accese una dietro l’altra. Li noto i tuoi vizi.
    - Insisti con la logica. La logica convince, ma non cura. La logica è indispensabile per la scienza e stona laddove la scienza non può immettere i suoi tentacoli. La scienza è rinchiusa in un enorme stanzone, il cui volume si moltiplica progressivamente, ma resta sempre chiuso. Dunque, la logica costringe la scienza ad affermare che tutto ciò che esiste è in quello stanzone. Al di fuori c’è il nulla, l’inconoscibile, che pian piano viene setacciato dalle mura porose della scienza – man mano che tali mura s’allargano – e conosciuto con la logica. Ma se un muro crolla la scienza muore, affoga nel nulla.
    - E chi dovrebbe far crollare quelle mura così spesse?
    - La stessa scienza. Vedi, prima era il nulla. Poi, inspiegabilmente, dal nulla comparve quello stanzone. Allora era solo un microbo invisibile che appena nato già iniziava a crescere e ciò che conteneva era infinitamente più piccolo e cresceva anche lui allo stesso ritmo. Passarono millenni e un bel giorno si verificò un’inversione di tendenza. Come dirti? Mentre in principio sia lei che lo stanzone crescevano entrambi in progressione aritmetica, mantenendo in proporzione le differenze che garantivano la vivibilità nello stanzone, dopo quel fatidico giorno lei, e solo lei, iniziò a crescere in progressione geometrica. Adesso la sua forza non è più proporzionata alla potenza delle mura. Per quanto tempo resisteranno quelle mura che, pur così infinitamente grandi e possenti, sono anche così fragili rispetto alla turbolenza di quei tentacoli?
    - Capisco. Dunque è inevitabile la fine? Quel processo è irreversibile?
    - No, no, no! Anche la logica a questo punto ti abbandona. Potrebbe verificarsi nuovamente l’inversione.
    - E se non si verificasse?
    - Per il momento la scienza ha allentato la tensione, cosciente forse che in gioco è la sua stessa vita. Ma continua a crescere inarrestabilmente. Sa che la logica ormai non serve, ma non vuole ammetterlo e continua ad usarla per trovare soluzioni inesistenti. A volte scherzando, per sfogare le sue forze represse, ha il coraggio di ammettere che l’unica salvezza sta nell’indurire i muscoli e disintegrare quell’enorme gabbia limitante. Arriva a dire che la morte, fuori dallo stanzone, è solo un pregiudizio: può essere che là fuori ci sia la vera vita. È solo uno sfogo, per fortuna. Bisogna temere soltanto il suo volume floscio che preme.
    - Quindi basterebbe un crampo, un improvviso prurito incontenibile per scatenare la fine?
    - Esatto.
    - E tu ti accontenti di stare ad oziare qui, in questa tana umida e remota, per evitare il più piccolo contatto con l’esterno?
    - Che altro potrei fare? Cosa potrei offrire a questo mondo saturo aprendo le mie porte?
    - Potresti intanto cogliere quei fiori di cui hai narrato lo splendore. Probabilmente il limite si allargherebbe.
    - I fiori non si colgono, non si violentano con uno strappo e lontani dalla terra appassiscono. La bellezza loro la si gode con lo sguardo, chinandocisi accanto, sfiorando i petali con le dita, inebriandosi del loro profumo.
    - Qualcuno potrebbe accusarti di vojerismo!
    - Qualcuno? Godo quando scorgo un fiore con lo stelo nella terra, ancorato alle radici, non certo nel vederlo cogliere da una mano orfana. In fondo siamo tutti un po’ vojer! Guai però ad allargare il buco della serratura. Deve restare stretto, in quel posto scomodo e pericoloso.
    - Non riesco a seguirti.
    - Eppure è così semplice, se ci pensi un pochino. In guerra quasi tutti riescono a uccidere, a passeggiare normalmente fra una folla d’uomini squarciati, a calpestare teste di morti con gli occhi di terrore ancora aperti. Vorremmo seppellire la morale in nome della libertà, sfatare i pregiudizi di tradizioni ataviche. In nome della libertà. E diventiamo tutti degli schiavi abulici. L’anarchia non esiste, perché non ha il tempo di divenire storia. I nostri istinti urlano al tangersi con essa. L’anarchia è morte. Il tempo, l’ultimo padrone, il più potente, lo si abbatte solo con la morte.
    - Allora, in fondo in fondo, anche tu sei un conformista che fa il gioco del potere. Aborri e detesti un mondo che tu stesso giustifichi come ineluttabile, e questo per non ammettere l’incapacità d’infilarci dentro le mani. La consideri una tua mancanza e dinanzi a quel fetido mondo t’immagini zoppo.
    - La ragione è tutta dalla tua. Verrai a trovarmi di nuovo?
    - Certo! Quando avrò voglia di piangere!

     
  • 25 febbraio 2017 alle ore 14:46
    Gli occhi della morta

    Come comincia: Eravamo sei o sette quel pomeriggio a casa di Renzo, un omaccione alto, paffuto, simpatico, ma molto più grande di noi. Viveva da solo. Suo padre si era ritirato nell’appartamento al piano di sopra. Aveva perso la moglie a causa di un di pezzo d’intonaco precipitatole sul cranio da un balcone. Ci aveva raccontato che la madre rincasava dal mercato quando è successo. Il sangue si era sparso intorno al suo cadavere e sulle scarpe di un passante, rimasto illeso per stupide frazioni di secondo.
    Non sapevo se  la donna fosse morta di recente. Una foto sbiadita la ritraeva da giovane. Folti capelli neri. Occhi chiari fissi nella macchina, immuni d’impaccio. Un sorriso triste, forse presago dell’assurda fine, con due fossette ai margini della bocca.
    Nella lugubre cornice di metallo, dall’alto del comò di radica, quegli occhi scrutavano ogni angolo della stanza. Il vecchio letto disfatto. L’enorme specchio dell’armadio che sfiorava il soffitto. I tappetini sudici, resi quasi stracci sotto i nostri piedi. Una policromia di vesti a seppellire le coperte a fiori rossi delle due poltrone rose accanto alla finestra. La luce che filtrava dal cellofan opaco, assicurato all’anta di sinistra senza vetro. Persino in terra giungeva quello sguardo. Ero chino a raccogliere una sigaretta rotolata dietro una fila sghemba di scarpe spaiate, adorne di calzini lerci.
    Alcuni ragazzi si rincorrevano per la casa, come dei bambini. Altri sfogliavano riviste porno mentre sbattevano i pieni per il freddo. Era inizio autunno, ma la casa maledettamente umida, con grandi macchie scure alle pareti e al soffitto. Pazientavamo nudi, quasi per non perdere altro tempo quando sarebbe arrivata.
    Mi ero rinchiuso in bagno un minuto, per stare da solo. Non c’era una finestra né un oblò per l’aria e una luce tenue si propagava da una lampada moscia. Cavi sospesi s’attorcigliavano dietro uno specchio orlato di ruggine. Tutto intorno mattonelle rosa, con due file di nero equidistanti dagli estremi di muro.
    Sentii delle grida, un tallonare turbolento. Finalmente era arrivata. Mi precipitai nella stanza dominata dagli occhi della morta. Lanciai uno sguardo a quell’immagine, che non trattenni più di un attimo.  Erano tutti lì, sconci e pelosi. Alcuni in piedi a scambiarsi oscenità e sorrisi furbi. I più audaci, già seduti a gambe aperte ai bordi del letto, si compiacevano della propria erezione. Tra le lenzuola sgualcite un corpo enorme si dimenava nell’abito di tela nera. Con gesti di maniera venivano fuori le grosse cosce e le mutande che rigavano l’ombelico. Uno strato di carne molle si svicolò dondolando e s’acquattò. Il volto era ancora nascosto e solo un ciuffo castano spuntava dal groviglio. Intorno a me risate dense di sarcasmo, insulti senza remore, atroci e cattivi. Cercavo di non farmi coinvolgere. Avevo voglia di fuggire, ma sorridevo vile insieme a loro al disincastro da quella gabbia di tela.
    Partecipavo al disgusto, con in mano una mammella pesante e calda, dal capezzolo turgido, in un cerchio di peli accolti in pori slargati. La sua gemella libera era precipitata in basso senza forma. Lasciai cadere anche l’altra e mi accorsi del suo sorriso sdentato, dei suoi occhi lucidi che mi fissavano.
    Mi vergognavo di me stesso. Mi ringraziava o mi supplicava? Non meritavo ringraziamenti ma disprezzo. Non meritavo suppliche. Una delusione pungente o una presa di coscienza? Non capivo. Era riuscita a leggermi dentro o avrebbe sorriso a chiunque? Speravo nella prima ipotesi, per poter riprendere la recita, assolto. La vera pietà, la vita vera sarebbe rimasta dentro integra, rinvigorita dallo sguardo della vittima, non scalfita dalla sostanza dell’atto, dalla parvenza per confondermi nel gruppo e meritare l’illusione d’aver vinto la solitudine. Ma persisteva il dubbio.
    Riprovai la stessa angoscia un giorno quando, dopo aver scansato un mendico, mi voltai indietro per scrupolo. Tendeva una berretta sudicia  e una mano di vene scure attorno a un’immaginetta traballante di Cristo. Vidi il vecchio cercare di alzarsi da terra, dopo una spinta.
    Mi allontanai dal letto, ma nessuno se ne accorse.  Immersa nel ruolo, ora lei vendeva risate sguaiate, lanciava mani esperte ai corpi che le si appressavano attorno. Ad ogni insulto rispondeva  alla pari con voce cavernosa, maschile. Si distese facendo gemere la rete e aprì le grosse gambe. Non era abbastanza, perché qualcuno volle gravarle col suo peso di maggiore oscenità. La vagina era interamente coperta da un manto di grasso. Lo afferrò con la mano, come un gatto per il collo, e lo spostò sullo stomaco per aprirsi allo scempio.
    Mentre mi rivestivo, lo sguardo ricadde negli occhi della morta. Mi facevano paura, ma provavo in quella fissità liberazione. Sentivo che almeno quell’immagine inerte, quel foglio di materia dagli angoli deturpati dal tempo, riusciva a disprezzarmi, a frustarmi con violenza.
    La donna l’ho rivista ieri, così magra che stentavo a riconoscerla. Ha risposto al mio sorriso impacciato con allegria. Non ho avuto il coraggio di fermarmi.