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Poesie di Diego Bello

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  • 25 febbraio alle ore 15:40
    Paralisi

    Lo vedo il freddo
    da trasparenze
    di neve che non posa.
    Il ghiaccio spacca
    rosa di vene
    pensiero fermo al baratro
    – in catene. 
     

  • 25 febbraio alle ore 15:38
    Sul foglio bianco

    Vieni con me
    ti porto raso raso sopra un foglio
    come dondolo a prua
    sulle piaghe del solco.
    In punta al tratto
    insinui rose per il bianco,
    e versi accento
    se io rumino. 

  • 25 febbraio alle ore 15:37
    Chiasmo nel buio

    Non sono uno specchio a passeggio
    per la strada maestra,
    piuttosto un vetraccio che avanza
    sul canale di scolo, a strattoni
    nell'orbita dell'acqua.
    Lettere e natura si accapigliano
    fianco a fianco: zampilla
    raggio d'inverno,
    dove si accuccia scarto di abulia.
    Sepalo nel solco per acini di agresta,
    con in tasca le foglie
    incalzo rovine. 

  • 25 febbraio alle ore 15:34
    Pile di cieli e terre

    Pile di libri, cataste
    appese al cantonale
    – i tanti cieli sulle spalle
    per la festa della notte.
    Si intersecano nuvole
    e alcune volano
    verso altro oblio
    per mano avida.
    Atlante resta accanto
    ai tuoi sogni di terre, fedele
    dove il respiro è carezza
    su una lama di vetro
    e il poeta un arrotino.

  • 01 gennaio alle ore 13:11
    Lo sfascio dal guitto - Limerich n. 1

    Un guitto vuole proprio sfasciar tutto
    e da Firenze vomita un costrutto.
    Il fronte è già incrinato
    da biglie sul selciato.
    Il guitto si incapriccia come un putto.
     

  • 01 gennaio alle ore 12:30
    Apro una finestrella

    Apro una finestrella
    nel pomeriggio
    esposta all'alito
    al bagno
    ai baci
    e un vento nero
    di abisso
    dolce
    come onda da lontano
    risale il fuoco

  • 01 gennaio alle ore 11:21
    Der dai’ raich*

    Fossi lastra di marmo nero
    le vene d'oro
    scintille della luna
    nella notte che non passa
    la notte fonda
    di latte in cielo.
    Fiati di mòchena
    appiccano il sudore delle stelle:
    venga il tuo regno
    Regina – all'alba.
    Venga il tuo regno.
    Qui ancora tremano
    le capre senza stalla
    e queste labbra
    chiedono perdono.

    *venga il tuo regno, in lingua mòchena (minoranza linguistica nella zona del Trentino dove la meravigliosa etiope Agitu Idea Gudeta, barbaramente assassinata, risiedeva)

  • 17 marzo 2020 alle ore 11:53
    E torneremo moltitudine

    Questo continuo a non vedere:
    natura che esplode
    in erba, colori e acqua,
    il brulicare sui prati,
    in vortici di nenia
    e bianca spuma. 
    E ora
    il piede inciampa in solitudine
    di inverno, appeso a ieri.
    Spaventa
    il numero che sale,
    fosse onda il male.
    Ma il mare siamo noi
    fatti di vento,
    fatica a non spirare.
     
    A me
    che torneremo ciuffi d'anime,
    e popolo sui rami,
    stormo
    a premere l'asfalto liso
    dell'epidermide.

  • 15 marzo 2020 alle ore 16:25
    Sulla tomba di Keats

    Se è scritto nell'acqua il tuo nome
    poeta il tuo eterno è nell'acqua
    che riga le palpebre, dona
    la luce alle lacrime, sazia.
    E scroscia a lambire ogni lembo
    di terra la notte di fuoco. 
    Nelle anse gorgoglia rugiada
    e sgorga un rigagnolo d'aria
    nel buio del pozzo: l'aurora. 

  • 15 marzo 2020 alle ore 16:24
    Il bacio che ti porto

    Oggi anche il parco ha risentito
    della tua voce muta,
    lo stare delle foglie appese
    col nesso delle pietre.
    A tutti ho detto
    che eri a cullare il sangue e il vento
    per te mi ha dato il bacio
    che ti porto. 

  • 15 marzo 2020 alle ore 16:22
    Da dietro al vetro

    Da dietro al vetro
    ti dono una mimosa, amore,
    se accosti il viso alla mia mano
    la puoi sentire.
    Fuori c'è il sole
    e io ne rubo un poco anche per te,
    lo mando insieme al fiore.
    A mezzogiorno ascolta le campane,
    che importa se le chiese sono vuote.
    Conserva tutto
    il sole e le mimose e le campane.
    Da dietro al vetro
    non perdere il sorriso.
    Germoglierà domani. 

  • 15 marzo 2020 alle ore 16:21
    Lacrima immune

    E segregare e segregare ancora
    e segregare
    fino alla soglia immune
    del suscettibile. Partire
    corpi da corpi
    e in terra semi soli.
    Perché non imperi ferocia
    dorma il banale.
    Più di sempre serve l'inutile
    scovare all'argine degli inferi
    sbocci d'umano
    per bere
    la lacrima di un fiore. 

  • 18 febbraio 2020 alle ore 13:23
    È solo acqua che cola

    Ho sempre paura
    di svegliarmi un mattino triste di pioggia
    che cola da finestra socchiusa,
    che batte e si posa
    su gelida lastra di tomba.
    Che sia pioggia e nient'altro, che dica
    che tu non sei stata,
    che era un sogno
    quell'alito in petto
    e quel battito d'ali
    a sfiorare le labbra.
    Ho paura
    di svegliarmi morto, com'ero,
    nella gelida tomba di bianco, di nulla,
    di pioggia, che è solo acqua che cola.

  • 18 febbraio 2020 alle ore 13:20
    Parco dei daini

    Restare qui con l’erba senza sole
    e pietre nella pozza
    a respirare leccio 
    in questo quadro di erme. 
    Lo sguardo al tondo delle foglie
    ai rami duri, al cielo
    perenne
    sempre uguale.
    E stiamo qui, ogni mattina
    prima del vento,
    quando nel parco intatto 
    tornano i daini.

  • 10 gennaio 2020 alle ore 16:55
    Ton sur ton

    Rotti argini e pretesti d'urla
    sovrane, da ogni roccia
    esce acqua pura e a goccia
    a goccia arde di sole.
    Questa
    si fonde al fiume, macchia
    come di sangue sul costato.
    Quella
    nutre l'arsura d'anima,
    l'invaso esonda e soffia
    vento di petunie.

  • 10 gennaio 2020 alle ore 16:54
    La nuova lingua

    Come gradini di pietra serena
    si sgretola la lingua
    al gelo dell'omologo
    e sotto piogge d'Anglia.
    È reso audace
    l'affanno della Villa:
    ma sulla mestica
    non ha più presa. Urge
    l'identità del prima
    nel dopo. 

  • 10 gennaio 2020 alle ore 16:38
    E più non chiedere

    Che dovrebbero fare ebete calvo?
    Tu che ammicchi ogni sera con sorrisi
    di supponenza da schermi sbiaditi.
    Starsene a cuccia sotto i tronchi aridi
    su cui siede il tuo culo di carogna?
    Vuoi che dicano il senso, che si schierino
    per poi contaminare il loro alito
    con la peste del tuo e vomitare
    sordide calunnie da bocca sterile?
    Non hai capito? O l’hai capito bene?
    Vogliono te, vogliono farti a pezzi
    e seppellire i brandelli nel freddo
    della terra scavata dai tuoi artigli!
    E più non chiedere, servo di Satana! 

  • 10 gennaio 2020 alle ore 16:37
    Sei nel mio sangue

    Sei l'ombra sotto il mento
    e bocca e baci.
    Sento ai capelli neri
    buio d'acqua.

    Ispirata dal dipinto di Edvard Munch "Donna che ama" divenuta poi "Madonna", 1885.

  • 27 novembre 2019 alle ore 10:03
    Raffiche d'inferno

    In fin dei conti a noi che importa
    non sono figli nostri
    quei mostri trucidati
    né parenti quegli uomini traditi
    nella terra loro.
    Non sono orfani degli italiani.
    Non sono nostre madri, né sorelle
    non sono figlie
    le donne che combattono,
    soldate nella notte,
    puttane
    nel mondo mascherato.
    Che importa siano nostre invece
    le armi di sterminio
    e nostri
    i silenzi d'impotenza.
    Bastino spalle alzate
    che tacciano un sorriso
    mentre si torna
    dove i bambini dormono.
    Le madri ai fuohi, dentro le cucine
    e le sorelle intatte ad asciugar stoviglie.
    Le figlie sul divano
    con un libro, se va bene.
    Tutti seduti
    a tavole imbandite
    in loculi blindati,
    per tener fuori con muri e sbarre
    raffiche d'inferno.

  • 27 novembre 2019 alle ore 9:41
    dal Tago il doppio

    dal Tago il doppio
    tonfo dell’inquietudine-
    l’onda sul Tevere

  • 27 novembre 2019 alle ore 9:38
    Una carrucola in angolo d'orto

    Una carrucola in angolo d’orto
    cigola d’ombra. La ruggine sembra
    memoria postuma di sole, membra
    battute al tendere d’un tempo torto.

    Conserva il pozzo d’acqua sorta intatte
    stille che s’alimentano di luna
    e l’odore di muschio che t’aduna
    la notte avanza dal muro di latte.

    La lingua di basilico e di menta
    dura s’è fatta dolce, lastricato
    lo sterro, il ferro dell’aratro stenta

    dietro l’asfalto, ottone lucidato
    che brilla senza fuoco e ti rammenta
    nostalgiche scintille di passato.

    Sonetto ABBA CDDC EFE FEF

  • 11 novembre 2019 alle ore 13:53
    La paura

    Non serve tu la stringa in un recinto:
    se ti tormenta devi darle spazio
    perché da sola sciupi il proprio strazio
    che sperso al fiume vasto sarà vinto.
     
    Sentila invece, esplorane ogni tratto,
    con mano a mollo scava dentro al letto,
    ascolta il corpo e aduna l'intelletto:
    udito, vista, tatto, gusto e olfatto.
     
    Idee disarmino muscoli e artigli
    ché espanda l'orizzonte alla tua meta.
    Ti sfiori il vento che ha palpato i gigli
     
    oltre il sentiero atterri la sua seta.
    Il passo sia leggero e senza appigli:
    dietro la nuca avvampa una cometa. 

  • Cento marchi per gli ospiti
    e sono aperti i varchi per le Trabant
    nel fumo di salsicce e carte oleate
    a galleggiare il grigio di novembre.
    E sembra azzurro l'ovest,
    Berlino che si specchia tra le orme
    di mani unte dentro le vetrine,
    e sentono scemare meraviglia.
     
    Via Benedetto Croce,
    studenti fuori corso e a Bari piove.
    Sul pane casareccio spalmo burro
    e nduia dei compagni calabresi.
    Il rosso è troppo duro
    appena svegli, e brucia sulla lingua
    come una scheggia di quel muro sfranto
    nel sole appena sorto su Berlino.

  • 04 novembre 2019 alle ore 16:06
    Novembre (Lame sterzanti)

    Nemesi d'erba
    Orba di nuvole
    Viola l'acquitrino.
    Esche rapaci
    Membrano buio di lane.
    Bare di senso
    Radono gli embrici
    E rissano mare.

  • 04 novembre 2019 alle ore 16:04
    Verso il patibolo

    Leggete un libro al giorno
    nel poco tempo che rimane.
    Soffiate ai testi polvere
    di mare e seme per la tomba,
    ché passi il vento tra le mani.
    La carne palpita d'ignoto 
    e sgora trito il puzzo nero
    della putrefazione.
    Solo il verso, vicino al greto,
    potrà tenere l'estasi,
    l'odore, rosa del patibolo.