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Poesie di Diego Bello

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  • 17 marzo alle ore 11:53
    E torneremo moltitudine

    Questo continuo a non vedere:
    natura che esplode
    in erba, colori e acqua,
    il brulicare sui prati,
    in vortici di nenia
    e bianca spuma. 
    E ora
    il piede inciampa in solitudine
    di inverno, appeso a ieri.
    Spaventa
    il numero che sale,
    fosse onda il male.
    Ma il mare siamo noi
    fatti di vento,
    fatica a non spirare.
     
    A me
    che torneremo ciuffi d'anime,
    e popolo sui rami,
    stormo
    a premere l'asfalto liso
    dell'epidermide.

  • 15 marzo alle ore 16:25
    Sulla tomba di Keats

    Se è scritto nell'acqua il tuo nome
    poeta il tuo eterno è nell'acqua
    che riga le palpebre, dona
    la luce alle lacrime, sazia.
    E scroscia a lambire ogni lembo
    di terra la notte di fuoco. 
    Nelle anse gorgoglia rugiada
    e sgorga un rigagnolo d'aria
    nel buio del pozzo: l'aurora. 

  • 15 marzo alle ore 16:24
    Il bacio che ti porto

    Oggi anche il parco ha risentito
    della tua voce muta,
    lo stare delle foglie appese
    col nesso delle pietre.
    A tutti ho detto
    che eri a cullare il sangue e il vento
    per te mi ha dato il bacio
    che ti porto. 

  • 15 marzo alle ore 16:22
    Da dietro al vetro

    Da dietro al vetro
    ti dono una mimosa, amore,
    se accosti il viso alla mia mano
    la puoi sentire.
    Fuori c'è il sole
    e io ne rubo un poco anche per te,
    lo mando insieme al fiore.
    A mezzogiorno ascolta le campane,
    che importa se le chiese sono vuote.
    Conserva tutto
    il sole e le mimose e le campane.
    Da dietro al vetro
    non perdere il sorriso.
    Germoglierà domani. 

  • 15 marzo alle ore 16:21
    Lacrima immune

    E segregare e segregare ancora
    e segregare
    fino alla soglia immune
    del suscettibile. Partire
    corpi da corpi
    e in terra semi soli.
    Perché non imperi ferocia
    dorma il banale.
    Più di sempre serve l'inutile
    scovare all'argine degli inferi
    sbocci d'umano
    per bere
    la lacrima di un fiore. 

  • 18 febbraio alle ore 13:23
    È solo acqua che cola

    Ho sempre paura
    di svegliarmi un mattino triste di pioggia
    che cola da finestra socchiusa,
    che batte e si posa
    su gelida lastra di tomba.
    Che sia pioggia e nient'altro, che dica
    che tu non sei stata,
    che era un sogno
    quell'alito in petto
    e quel battito d'ali
    a sfiorare le labbra.
    Ho paura
    di svegliarmi morto, com'ero,
    nella gelida tomba di bianco, di nulla,
    di pioggia, che è solo acqua che cola.

  • 18 febbraio alle ore 13:20
    Parco dei daini

    Restare qui con l’erba senza sole
    e pietre nella pozza
    a respirare leccio 
    in questo quadro di erme. 
    Lo sguardo al tondo delle foglie
    ai rami duri, al cielo
    perenne
    sempre uguale.
    E stiamo qui, ogni mattina
    prima del vento,
    quando nel parco intatto 
    tornano i daini.

  • 10 gennaio alle ore 16:55
    Ton sur ton

    Rotti argini e pretesti d'urla
    sovrane, da ogni roccia
    esce acqua pura e a goccia
    a goccia arde di sole.
    Questa
    si fonde al fiume, macchia
    come di sangue sul costato.
    Quella
    nutre l'arsura d'anima,
    l'invaso esonda e soffia
    vento di petunie.

  • 10 gennaio alle ore 16:54
    La nuova lingua

    Come gradini di pietra serena
    si sgretola la lingua
    al gelo dell'omologo
    e sotto piogge d'Anglia.
    È reso audace
    l'affanno della Villa:
    ma sulla mestica
    non ha più presa. Urge
    l'identità del prima
    nel dopo. 

  • 10 gennaio alle ore 16:38
    E più non chiedere

    Che dovrebbero fare ebete calvo?
    Tu che ammicchi ogni sera con sorrisi
    di supponenza da schermi sbiaditi.
    Starsene a cuccia sotto i tronchi aridi
    su cui siede il tuo culo di carogna?
    Vuoi che dicano il senso, che si schierino
    per poi contaminare il loro alito
    con la peste del tuo e vomitare
    sordide calunnie da bocca sterile?
    Non hai capito? O l’hai capito bene?
    Vogliono te, vogliono farti a pezzi
    e seppellire i brandelli nel freddo
    della terra scavata dai tuoi artigli!
    E più non chiedere, servo di Satana! 

  • 10 gennaio alle ore 16:37
    Sei nel mio sangue

    Sei l'ombra sotto il mento
    e bocca e baci.
    Sento ai capelli neri
    buio d'acqua.

    Ispirata dal dipinto di Edvard Munch "Donna che ama" divenuta poi "Madonna", 1885.

  • 27 novembre 2019 alle ore 10:03
    Raffiche d'inferno

    In fin dei conti a noi che importa
    non sono figli nostri
    quei mostri trucidati
    né parenti quegli uomini traditi
    nella terra loro.
    Non sono orfani degli italiani.
    Non sono nostre madri, né sorelle
    non sono figlie
    le donne che combattono,
    soldate nella notte,
    puttane
    nel mondo mascherato.
    Che importa siano nostre invece
    le armi di sterminio
    e nostri
    i silenzi d'impotenza.
    Bastino spalle alzate
    che tacciano un sorriso
    mentre si torna
    dove i bambini dormono.
    Le madri ai fuohi, dentro le cucine
    e le sorelle intatte ad asciugar stoviglie.
    Le figlie sul divano
    con un libro, se va bene.
    Tutti seduti
    a tavole imbandite
    in loculi blindati,
    per tener fuori con muri e sbarre
    raffiche d'inferno.

  • 27 novembre 2019 alle ore 9:41
    dal Tago il doppio

    dal Tago il doppio
    tonfo dell’inquietudine-
    l’onda sul Tevere

  • 27 novembre 2019 alle ore 9:38
    Una carrucola in angolo d'orto

    Una carrucola in angolo d’orto
    cigola d’ombra. La ruggine sembra
    memoria postuma di sole, membra
    battute al tendere d’un tempo torto.

    Conserva il pozzo d’acqua sorta intatte
    stille che s’alimentano di luna
    e l’odore di muschio che t’aduna
    la notte avanza dal muro di latte.

    La lingua di basilico e di menta
    dura s’è fatta dolce, lastricato
    lo sterro, il ferro dell’aratro stenta

    dietro l’asfalto, ottone lucidato
    che brilla senza fuoco e ti rammenta
    nostalgiche scintille di passato.

    Sonetto ABBA CDDC EFE FEF

  • 11 novembre 2019 alle ore 13:53
    La paura

    Non serve tu la stringa in un recinto:
    se ti tormenta devi darle spazio
    perché da sola sciupi il proprio strazio
    che sperso al fiume vasto sarà vinto.
     
    Sentila invece, esplorane ogni tratto,
    con mano a mollo scava dentro al letto,
    ascolta il corpo e aduna l'intelletto:
    udito, vista, tatto, gusto e olfatto.
     
    Idee disarmino muscoli e artigli
    ché espanda l'orizzonte alla tua meta.
    Ti sfiori il vento che ha palpato i gigli
     
    oltre il sentiero atterri la sua seta.
    Il passo sia leggero e senza appigli:
    dietro la nuca avvampa una cometa. 

  • Cento marchi per gli ospiti
    e sono aperti i varchi per le Trabant
    nel fumo di salsicce e carte oleate
    a galleggiare il grigio di novembre.
    E sembra azzurro l'ovest,
    Berlino che si specchia tra le orme
    di mani unte dentro le vetrine,
    e sentono scemare meraviglia.
     
    Via Benedetto Croce,
    studenti fuori corso e a Bari piove.
    Sul pane casareccio spalmo burro
    e nduia dei compagni calabresi.
    Il rosso è troppo duro
    appena svegli, e brucia sulla lingua
    come una scheggia di quel muro sfranto
    nel sole appena sorto su Berlino.

  • 04 novembre 2019 alle ore 16:06
    Novembre (Lame sterzanti)

    Nemesi d'erba
    Orba di nuvole
    Viola l'acquitrino.
    Esche rapaci
    Membrano buio di lane.
    Bare di senso
    Radono gli embrici
    E rissano mare.

  • 04 novembre 2019 alle ore 16:04
    Verso il patibolo

    Leggete un libro al giorno
    nel poco tempo che rimane.
    Soffiate ai testi polvere
    di mare e seme per la tomba,
    ché passi il vento tra le mani.
    La carne palpita d'ignoto 
    e sgora trito il puzzo nero
    della putrefazione.
    Solo il verso, vicino al greto,
    potrà tenere l'estasi,
    l'odore, rosa del patibolo.

  • 03 novembre 2019 alle ore 17:22
    Basta un respiro d'acqua

    Ti tengo stretta amore
    non devi aver paura
    basta un respiro d’acqua
    e questa brutta vita
    se ne andrà via.
    Stiamo scendendo in fondo al mare:
    lassù non c’è più aria
    non c’è più terra
    ci manca il cielo.
    Solo acqua intorno
    e il sangue si raggruma,
    dolore
    di latte in seno
    che non cessa. 

  • 03 novembre 2019 alle ore 17:21
    Questo mare

    Era lo stesso il mare che guardavi, poeta
    e io ne vedo tanti, con i colori che hanno drappi
    di prati lungo i fiumi e i campi a primavera
    sconfinati, senz'alberi di cinta, senza muri
    ma vedo l'onda vomitare dall'utero la morte
    lenzuola color alba sugli occhi insonni e il suono
    appena, piano del tramonto correre l'ombra
    mano a mano, farsi nero questo mare
    che sembra non sapere della notte
    che porta dentro e culla stelle nel suo abisso,
    le spinge a fondo, lava le spine
    col sale cura il peso
    dei passi, con la corrente il sangue
    e l'acqua sa di ferro più forte quando tange
    l'arena, quando piange. 

  • 13 ottobre 2019 alle ore 12:16
    la stringo in petto

    la stringo in petto
    la rossa melagrana-
    se farà giorno
     
    Suruc, città curda in Turchia al confine con la Siria, è la città del melograno, ed è attualmente vittima dei bombardamenti turchi.
     

  • 13 ottobre 2019 alle ore 12:14
    un varco al plesso

    un varco al plesso
    in alito d’autunno-
    senza riparo

    ispirato al dipinto "Ultima escursione" di SHITAO
     

  • 08 ottobre 2019 alle ore 16:19
    Disfacimento

    Siamo macchine senza più revisione lanciate al massacro
    e balziamo troppo allegri a bordo, con le gomme che stanno già per scoppiare
    al volante si alternano nani senza mani che nemmeno tentano
    di arrampicarsi su spalle più solide
    in putrefazione d’urto scricchiolano le porte
    dai cardini secchi e seminano retroguardie
    in crosta di smalto sulla terra arida, che il contadino è stufo di possedere
    la zappa prende ruggine nella teca di una latrina e l’aratro
    è incastrato nella mente piatta di un professore 
    i sedili rosicchiati dai topi continuano il loro sporco mestiere
    con le molle che sfidano culi d’acciaio, attracco
    a sdrucite strisce di gommapiuma, come pesci d’aprile
    il cambio lasco, in folle perenne, lascia che il carico
    proceda a rilento in mezzo all'ombra d’ulivi lebbrosi
    e si scende verso il mare del sud, trascinando il rumore
    di latta a graffiare quel che rimane di asfalto, a zittire
    il frinire molle di timballi, tra le ultime foglie bruciate dal sole
    come in viaggio di nozze con la sposa puttana
    in grembo un bastardo che non sa dov’è meglio piazzare
    e lo sposo coglione, con un crisantemo nell’asola
    rosso vermiglio, rubato al cimitero dei sogni
    dalla bocca di un poeta vigliacco
    si sobbalza in buche riparate alla buona
    con cadaveri di coscienze corrotte e la notte
    è a un passo dal ciglio e si tiene lontana soffiando
    aliti di peste sulla cenere spenta

  • 08 ottobre 2019 alle ore 16:14
    La sorte malandrina

    Saldi al contado nell’Apulia mia
    tiravano a campare due compari,
    un asino per uno in sorte ria.
    Assenti in quelle lande i lupanari
    ogni anima sperava che la notte
    desse la stura a sogni e altri ripari.
     
    Passati i tempi bui del nulla a frotte
    sembrò la sorte uno di lor lambire.
    In sogno gli soffiò su per le rotte
    d’inganno d’Ostro in modo alle sue mire.
    In tale posto recati per l’orocon le bisacce e l’asino - il suo dire.
     
    All’alba già sbuffava come un toro
    che spifferò all’amico quell’arcano
    perché con l’asino s’unisse al coro.
    Ma questi infastidito dal baccano
    negò l’aiuto e sentenziò:  - se intende
    sull’uscio la fortuna molla il grano.
     
    Tratta la bestia a sé levò le tende
    promessa ch’ebbe parte del bottino.
    Con gli asini a cavezza e senza mende
    alfine giunse al posto del destino.
    Qui trovò un fosso largo come un guazzo
    ricolmo sino all’orlo d’oro fino.
     
    Scie di diamanti gli occhi a mo’ d’un lazzo
    e con le mani concave a saccate
    empiva le bisacce in un gavazzo.
    Le bestie tosto gravide e sbassate
    ungevano il fulgore della luna
    di ragli supplici, d’urla impetrate.
     
    Presa la strada inversa, in una cuna
    da un tremito fu scosso l’omarino
    quatto vi si appartò dietro una duna
    col ventre sazio d’aria, brama e vino.
    Ma poiché in blocco ahimè fu costipato
    le bestie avanti mossero al vicino.
     
    Appena giunto al ciglio trafelato
    degli asini non v’era alcuna traccia
    né del malloppo tanto sospirato.
    Quelli con tutto il peso sulla faccia
    sì tanto sporti all’uscio del vicino
    che a lui restò la feccia e la vinaccia.
     
     
     
    Trasposizione in versi (sette sestine di endecasillabi a rima alternata) di una omonima fiaba popolare dal libro Fiabe pugliesi scelte da Giovanni Battista Bronzini e tradotte da Giuseppe Cassieri, Oscar Mondadori, 1983.

  • 07 luglio 2019 alle ore 17:59
    è il dopo che è vuoto

    è il dopo che è vuoto
    quando manca l'odore
    del tuo viso acquietato
    e le mani ti cercano
    secche d'aria tesa
    la notte arranca su ogni pietra
    che è spenta come stella morta