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Poesie di Diego Bello

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  • 27 novembre alle ore 10:03
    Raffiche d'inferno

    In fin dei conti a noi che importa
    non sono figli nostri
    quei mostri trucidati
    né parenti quegli uomini traditi
    nella terra loro.
    Non sono orfani degli italiani.
    Non sono nostre madri, né sorelle
    non sono figlie
    le donne che combattono,
    soldate nella notte,
    puttane
    nel mondo mascherato.
    Che importa siano nostre invece
    le armi di sterminio
    e nostri
    i silenzi d'impotenza.
    Bastino spalle alzate
    che tacciano un sorriso
    mentre si torna
    dove i bambini dormono.
    Le madri ai fuohi, dentro le cucine
    e le sorelle intatte ad asciugar stoviglie.
    Le figlie sul divano
    con un libro, se va bene.
    Tutti seduti
    a tavole imbandite
    in loculi blindati,
    per tener fuori con muri e sbarre
    raffiche d'inferno.

  • 27 novembre alle ore 9:41
    dal Tago il doppio

    dal Tago il doppio
    tonfo dell’inquietudine-
    l’onda sul Tevere

  • 27 novembre alle ore 9:38
    Una carrucola in angolo d'orto

    Una carrucola in angolo d’orto
    cigola d’ombra. La ruggine sembra
    memoria postuma di sole, membra
    battute al tendere d’un tempo torto.

    Conserva il pozzo d’acqua sorta intatte
    stille che s’alimentano di luna
    e l’odore di muschio che t’aduna
    la notte avanza dal muro di latte.

    La lingua di basilico e di menta
    dura s’è fatta dolce, lastricato
    lo sterro, il ferro dell’aratro stenta

    dietro l’asfalto, ottone lucidato
    che brilla senza fuoco e ti rammenta
    nostalgiche scintille di passato.

    Sonetto ABBA CDDC EFE FEF

  • 11 novembre alle ore 13:53
    La paura

    Non serve tu la stringa in un recinto:
    se ti tormenta devi darle spazio
    perché da sola sciupi il proprio strazio
    che sperso al fiume vasto sarà vinto.
     
    Sentila invece, esplorane ogni tratto,
    con mano a mollo scava dentro al letto,
    ascolta il corpo e aduna l'intelletto:
    udito, vista, tatto, gusto e olfatto.
     
    Idee disarmino muscoli e artigli
    ché espanda l'orizzonte alla tua meta.
    Ti sfiori il vento che ha palpato i gigli
     
    oltre il sentiero atterri la sua seta.
    Il passo sia leggero e senza appigli:
    dietro la nuca avvampa una cometa. 

  • Cento marchi per gli ospiti
    e sono aperti i varchi per le Trabant
    nel fumo di salsicce e carte oleate
    a galleggiare il grigio di novembre.
    E sembra azzurro l'ovest,
    Berlino che si specchia tra le orme
    di mani unte dentro le vetrine,
    e sentono scemare meraviglia.
     
    Via Benedetto Croce,
    studenti fuori corso e a Bari piove.
    Sul pane casareccio spalmo burro
    e nduia dei compagni calabresi.
    Il rosso è troppo duro
    appena svegli, e brucia sulla lingua
    come una scheggia di quel muro sfranto
    nel sole appena sorto su Berlino.

  • 04 novembre alle ore 16:06
    Novembre (Lame sterzanti)

    Nemesi d'erba
    Orba di nuvole
    Viola l'acquitrino.
    Esche rapaci
    Membrano buio di lane.
    Bare di senso
    Radono gli embrici
    E rissano mare.

  • 04 novembre alle ore 16:04
    Verso il patibolo

    Leggete un libro al giorno
    nel poco tempo che rimane.
    Soffiate ai testi polvere
    di mare e seme per la tomba,
    ché passi il vento tra le mani.
    La carne palpita d'ignoto 
    e sgora trito il puzzo nero
    della putrefazione.
    Solo il verso, vicino al greto,
    potrà tenere l'estasi,
    l'odore, rosa del patibolo.

  • 03 novembre alle ore 17:22
    Basta un respiro d'acqua

    Ti tengo stretta amore
    non devi aver paura
    basta un respiro d’acqua
    e questa brutta vita
    se ne andrà via.
    Stiamo scendendo in fondo al mare:
    lassù non c’è più aria
    non c’è più terra
    ci manca il cielo.
    Solo acqua intorno
    e il sangue si raggruma,
    dolore
    di latte in seno
    che non cessa. 

  • 03 novembre alle ore 17:21
    Questo mare

    Era lo stesso il mare che guardavi, poeta
    e io ne vedo tanti, con i colori che hanno drappi
    di prati lungo i fiumi e i campi a primavera
    sconfinati, senz'alberi di cinta, senza muri
    ma vedo l'onda vomitare dall'utero la morte
    lenzuola color alba sugli occhi insonni e il suono
    appena, piano del tramonto correre l'ombra
    mano a mano, farsi nero questo mare
    che sembra non sapere della notte
    che porta dentro e culla stelle nel suo abisso,
    le spinge a fondo, lava le spine
    col sale cura il peso
    dei passi, con la corrente il sangue
    e l'acqua sa di ferro più forte quando tange
    l'arena, quando piange. 

  • 13 ottobre alle ore 12:16
    la stringo in petto

    la stringo in petto
    la rossa melagrana-
    se farà giorno
     
    Suruc, città curda in Turchia al confine con la Siria, è la città del melograno, ed è attualmente vittima dei bombardamenti turchi.
     

  • 13 ottobre alle ore 12:14
    un varco al plesso

    un varco al plesso
    in alito d’autunno-
    senza riparo

    ispirato al dipinto "Ultima escursione" di SHITAO
     

  • 08 ottobre alle ore 16:19
    Disfacimento

    Siamo macchine senza più revisione lanciate al massacro
    e balziamo troppo allegri a bordo, con le gomme che stanno già per scoppiare
    al volante si alternano nani senza mani che nemmeno tentano
    di arrampicarsi su spalle più solide
    in putrefazione d’urto scricchiolano le porte
    dai cardini secchi e seminano retroguardie
    in crosta di smalto sulla terra arida, che il contadino è stufo di possedere
    la zappa prende ruggine nella teca di una latrina e l’aratro
    è incastrato nella mente piatta di un professore 
    i sedili rosicchiati dai topi continuano il loro sporco mestiere
    con le molle che sfidano culi d’acciaio, attracco
    a sdrucite strisce di gommapiuma, come pesci d’aprile
    il cambio lasco, in folle perenne, lascia che il carico
    proceda a rilento in mezzo all'ombra d’ulivi lebbrosi
    e si scende verso il mare del sud, trascinando il rumore
    di latta a graffiare quel che rimane di asfalto, a zittire
    il frinire molle di timballi, tra le ultime foglie bruciate dal sole
    come in viaggio di nozze con la sposa puttana
    in grembo un bastardo che non sa dov’è meglio piazzare
    e lo sposo coglione, con un crisantemo nell’asola
    rosso vermiglio, rubato al cimitero dei sogni
    dalla bocca di un poeta vigliacco
    si sobbalza in buche riparate alla buona
    con cadaveri di coscienze corrotte e la notte
    è a un passo dal ciglio e si tiene lontana soffiando
    aliti di peste sulla cenere spenta

  • 08 ottobre alle ore 16:14
    La sorte malandrina

    Saldi al contado nell’Apulia mia
    tiravano a campare due compari,
    un asino per uno in sorte ria.
    Assenti in quelle lande i lupanari
    ogni anima sperava che la notte
    desse la stura a sogni e altri ripari.
     
    Passati i tempi bui del nulla a frotte
    sembrò la sorte uno di lor lambire.
    In sogno gli soffiò su per le rotte
    d’inganno d’Ostro in modo alle sue mire.
    In tale posto recati per l’orocon le bisacce e l’asino - il suo dire.
     
    All’alba già sbuffava come un toro
    che spifferò all’amico quell’arcano
    perché con l’asino s’unisse al coro.
    Ma questi infastidito dal baccano
    negò l’aiuto e sentenziò:  - se intende
    sull’uscio la fortuna molla il grano.
     
    Tratta la bestia a sé levò le tende
    promessa ch’ebbe parte del bottino.
    Con gli asini a cavezza e senza mende
    alfine giunse al posto del destino.
    Qui trovò un fosso largo come un guazzo
    ricolmo sino all’orlo d’oro fino.
     
    Scie di diamanti gli occhi a mo’ d’un lazzo
    e con le mani concave a saccate
    empiva le bisacce in un gavazzo.
    Le bestie tosto gravide e sbassate
    ungevano il fulgore della luna
    di ragli supplici, d’urla impetrate.
     
    Presa la strada inversa, in una cuna
    da un tremito fu scosso l’omarino
    quatto vi si appartò dietro una duna
    col ventre sazio d’aria, brama e vino.
    Ma poiché in blocco ahimè fu costipato
    le bestie avanti mossero al vicino.
     
    Appena giunto al ciglio trafelato
    degli asini non v’era alcuna traccia
    né del malloppo tanto sospirato.
    Quelli con tutto il peso sulla faccia
    sì tanto sporti all’uscio del vicino
    che a lui restò la feccia e la vinaccia.
     
     
     
    Trasposizione in versi (sette sestine di endecasillabi a rima alternata) di una omonima fiaba popolare dal libro Fiabe pugliesi scelte da Giovanni Battista Bronzini e tradotte da Giuseppe Cassieri, Oscar Mondadori, 1983.

  • 07 luglio alle ore 17:59
    è il dopo che è vuoto

    è il dopo che è vuoto
    quando manca l'odore
    del tuo viso acquietato
    e le mani ti cercano
    secche d'aria tesa
    la notte arranca su ogni pietra
    che è spenta come stella morta

  • 07 luglio alle ore 17:50
    Palloncino rosso

    atomi di forma mescolati
    con setole d’ombra
    su tavolozza d’ali
    e tutto tiene il vuoto
    in manto di fonemi
    su una croma

    Ispirata a un dipinto di Paul Klee del 1922, da cui prende il titolo

  • 07 luglio alle ore 17:45
    Conferme implicite

    Scusate se il poeta chiede
    conferme implicite
    come alimenti
    del suo continuo erodere
    il dubbio
    al consumarsi dentro
    e se si apparta in terra
    smotta
    e ignora ogni riparo.

    Scusate se si spezza
    il ramo cui s’avvinghia
    se non può offrirvi l’acqua
    dal calice svuotato
    se non può dirvi più
    parola tratta
    dal sacco che l’incurva
    né darvi un bacio
    da labbra tumide.

    Scusate se è beffato
    dal vento che si cambia
    e picchia nelle fosse
    di polvere, se è steso
    a bere lacrime di prato
    rigonfio di tepore
    a sfiato d'ombra
    se è senza sangue
    lo squarcio del pugnale.

  • 05 luglio alle ore 12:19
    E torna notte

    un cielo amniotico
    dà alle fiamme il respiro-
    e torna notte

  • 05 luglio alle ore 12:13
    Quando l'ispirazione latita...

    Solo al dettaglio
    resta spremere il succo-
    dopo la falce

  • La notte s’è portata via ogni cosa
    solo un languore muto sulle labbra
    aperte al pianto mio, dentro la bocca
    cornice secca di veleno e l’anima
    s’è persa, appesa al sogno di ciliegia
    rossa nel ventre sazio di dolore.
    Inutili le mosse e le sequenze
    inedite dell’anca, i baci molli
    che trattengo sull’orlo del dirupo,
    la seta delle mani nel ricordo
    che mi trascino appresso a quel profilo
    d’acqua sorgiva, d’estasi che sgorga.
    Rifiato sul lenzuolo insonne e mesto
    e un faro da lontano prende il buio.

  • 20 marzo alle ore 18:12
    La porta nel tumulo

    La fronte fredda
    Sul coperchio di zinco
    Che scivola nell'urna.
    Il graffio della spatola pareggia
    La malta 
    A saldo delle fughe.
    Il marmo
    Rimbomba 
    Nel vuoto del buio
    E come a casa
    Bussa
    Alla porta nel tumulo.
    Ora corri 
    Corri e sorridi, sul viso più traccia 
    d'alcuna ferita.
    E ti senti chiamare
    Da lontano, dal cielo
    Dall'erba che scintilla di sole
    Dal rosso della terra d'ulivi 
    Dal vento di mare 
    Sulle canne piegate
    Dai pampini già saturi
    D'una promessa d'acini 
    Di negramaro.
    È la mamma! È la mamma!
    È la mamma che chiama!

  • 02 marzo alle ore 11:14
    Dopo Natale

    Dopo Natale
    le luci per le strade 
    sugli alberi, le case
    i mesi freddi, anche di luce
    colore assente domina
    la neve che si asciuga. 
    Il passo si fa stanco calpestio
    di sogni
    come acqua a terra
    che sgorga dal pluviale. 

  • 01 marzo alle ore 16:21
    Una fiamma senza pace (Ira)

    Non mi dà pace il buio
    un popolo di lame mi strappa le viscere
    la nebbia nera sulle porte
    senza più spranghe, violata
    è la tua resa, che era mia.
    Sono in trappola:
    nella maschera del gioco
    ora mani non più mie
    le tue iridi lontane.
    E tremano le foglie
    al pianto d’altri salici.
    Sento l’umido di cumuli gonfi
    lo strepitio dei calami
    un fiato d’eco sul fuoco del sangue.
    E brucia ciò che presto sarà cenere
    insieme a te.
     
    Oh t’avessi cantato una canzone
    -in ogni strofa il bene che mi hai dato-
    e a quel pugnale non prestato ascolto
    ma alle tue grida colme di terrore!
    Se avessi visto almeno del carnefice
    in uno specchio il viso sfigurato!
    Invece ho armato il ringhio come un cane:
    e adesso scorgo d’essere l’artefice
    del vento su una fiamma senza pace.

  • 21 gennaio alle ore 20:07
    Raggio di bile (Invidia)

    raggio di bile-
    d'incapace calunnia
    tinge la luna

  • 19 gennaio alle ore 16:15
    Arresa al brivido

    porta i balocchi amore
    dolce sarà la semina
    sul campo arresa al brivido
    berrà tutte le nubi la tua brace
    tra mille strette d’alabastro
    e mille mani su ogni poro
    e mille bocche su ogni spazio

  • 14 gennaio alle ore 12:30
    Il cinema del vento

    Mentre leggi, la luce da sinistra
    si scontra lì negli occhi e s'apre a quella
    che scende dal soffitto in diagonale,
     
    disegna a destra una finestra ovale
    che ti proietta il cinema del vento.
    L'inverno sulle foglie, i rami sciolti
     
    e le cadenze d'un meriggio lento
    all'ombra di torture, come volti
    di nostri torti e densità di palpiti
     
    di morti, stracci vivi e una parola
    che danza al tuo singhiozzo. Gira un mestolo
    per dilavare il grumo secco in gola.