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Poesie di Diego Bello

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  • 03 novembre 2019 alle ore 17:22
    Basta un respiro d'acqua

    Ti tengo stretta amore
    non devi aver paura
    basta un respiro d’acqua
    e questa brutta vita
    se ne andrà via.
    Stiamo scendendo in fondo al mare:
    lassù non c’è più aria
    non c’è più terra
    ci manca il cielo.
    Solo acqua intorno
    e il sangue si raggruma,
    dolore
    di latte in seno
    che non cessa. 

  • 03 novembre 2019 alle ore 17:21
    Questo mare

    Era lo stesso il mare che guardavi, poeta
    e io ne vedo tanti, con i colori che hanno drappi
    di prati lungo i fiumi e i campi a primavera
    sconfinati, senz'alberi di cinta, senza muri
    ma vedo l'onda vomitare dall'utero la morte
    lenzuola color alba sugli occhi insonni e il suono
    appena, piano del tramonto correre l'ombra
    mano a mano, farsi nero questo mare
    che sembra non sapere della notte
    che porta dentro e culla stelle nel suo abisso,
    le spinge a fondo, lava le spine
    col sale cura il peso
    dei passi, con la corrente il sangue
    e l'acqua sa di ferro più forte quando tange
    l'arena, quando piange. 

  • 13 ottobre 2019 alle ore 12:16
    la stringo in petto

    la stringo in petto
    la rossa melagrana-
    se farà giorno
     
    Suruc, città curda in Turchia al confine con la Siria, è la città del melograno, ed è attualmente vittima dei bombardamenti turchi.
     

  • 13 ottobre 2019 alle ore 12:14
    un varco al plesso

    un varco al plesso
    in alito d’autunno-
    senza riparo

    ispirato al dipinto "Ultima escursione" di SHITAO
     

  • 08 ottobre 2019 alle ore 16:19
    Disfacimento

    Siamo macchine senza più revisione lanciate al massacro
    e balziamo troppo allegri a bordo, con le gomme che stanno già per scoppiare
    al volante si alternano nani senza mani che nemmeno tentano
    di arrampicarsi su spalle più solide
    in putrefazione d’urto scricchiolano le porte
    dai cardini secchi e seminano retroguardie
    in crosta di smalto sulla terra arida, che il contadino è stufo di possedere
    la zappa prende ruggine nella teca di una latrina e l’aratro
    è incastrato nella mente piatta di un professore 
    i sedili rosicchiati dai topi continuano il loro sporco mestiere
    con le molle che sfidano culi d’acciaio, attracco
    a sdrucite strisce di gommapiuma, come pesci d’aprile
    il cambio lasco, in folle perenne, lascia che il carico
    proceda a rilento in mezzo all'ombra d’ulivi lebbrosi
    e si scende verso il mare del sud, trascinando il rumore
    di latta a graffiare quel che rimane di asfalto, a zittire
    il frinire molle di timballi, tra le ultime foglie bruciate dal sole
    come in viaggio di nozze con la sposa puttana
    in grembo un bastardo che non sa dov’è meglio piazzare
    e lo sposo coglione, con un crisantemo nell’asola
    rosso vermiglio, rubato al cimitero dei sogni
    dalla bocca di un poeta vigliacco
    si sobbalza in buche riparate alla buona
    con cadaveri di coscienze corrotte e la notte
    è a un passo dal ciglio e si tiene lontana soffiando
    aliti di peste sulla cenere spenta

  • 08 ottobre 2019 alle ore 16:14
    La sorte malandrina

    Saldi al contado nell’Apulia mia
    tiravano a campare due compari,
    un asino per uno in sorte ria.
    Assenti in quelle lande i lupanari
    ogni anima sperava che la notte
    desse la stura a sogni e altri ripari.
     
    Passati i tempi bui del nulla a frotte
    sembrò la sorte uno di lor lambire.
    In sogno gli soffiò su per le rotte
    d’inganno d’Ostro in modo alle sue mire.
    In tale posto recati per l’orocon le bisacce e l’asino - il suo dire.
     
    All’alba già sbuffava come un toro
    che spifferò all’amico quell’arcano
    perché con l’asino s’unisse al coro.
    Ma questi infastidito dal baccano
    negò l’aiuto e sentenziò:  - se intende
    sull’uscio la fortuna molla il grano.
     
    Tratta la bestia a sé levò le tende
    promessa ch’ebbe parte del bottino.
    Con gli asini a cavezza e senza mende
    alfine giunse al posto del destino.
    Qui trovò un fosso largo come un guazzo
    ricolmo sino all’orlo d’oro fino.
     
    Scie di diamanti gli occhi a mo’ d’un lazzo
    e con le mani concave a saccate
    empiva le bisacce in un gavazzo.
    Le bestie tosto gravide e sbassate
    ungevano il fulgore della luna
    di ragli supplici, d’urla impetrate.
     
    Presa la strada inversa, in una cuna
    da un tremito fu scosso l’omarino
    quatto vi si appartò dietro una duna
    col ventre sazio d’aria, brama e vino.
    Ma poiché in blocco ahimè fu costipato
    le bestie avanti mossero al vicino.
     
    Appena giunto al ciglio trafelato
    degli asini non v’era alcuna traccia
    né del malloppo tanto sospirato.
    Quelli con tutto il peso sulla faccia
    sì tanto sporti all’uscio del vicino
    che a lui restò la feccia e la vinaccia.
     
     
     
    Trasposizione in versi (sette sestine di endecasillabi a rima alternata) di una omonima fiaba popolare dal libro Fiabe pugliesi scelte da Giovanni Battista Bronzini e tradotte da Giuseppe Cassieri, Oscar Mondadori, 1983.

  • 07 luglio 2019 alle ore 17:59
    è il dopo che è vuoto

    è il dopo che è vuoto
    quando manca l'odore
    del tuo viso acquietato
    e le mani ti cercano
    secche d'aria tesa
    la notte arranca su ogni pietra
    che è spenta come stella morta

  • 07 luglio 2019 alle ore 17:50
    Palloncino rosso

    atomi di forma mescolati
    con setole d’ombra
    su tavolozza d’ali
    e tutto tiene il vuoto
    in manto di fonemi
    su una croma

    Ispirata a un dipinto di Paul Klee del 1922, da cui prende il titolo

  • 07 luglio 2019 alle ore 17:45
    Conferme implicite

    Scusate se il poeta chiede
    conferme implicite
    come alimenti
    del suo continuo erodere
    il dubbio
    al consumarsi dentro
    e se si apparta in terra
    smotta
    e ignora ogni riparo.

    Scusate se si spezza
    il ramo cui s’avvinghia
    se non può offrirvi l’acqua
    dal calice svuotato
    se non può dirvi più
    parola tratta
    dal sacco che l’incurva
    né darvi un bacio
    da labbra tumide.

    Scusate se è beffato
    dal vento che si cambia
    e picchia nelle fosse
    di polvere, se è steso
    a bere lacrime di prato
    rigonfio di tepore
    a sfiato d'ombra
    se è senza sangue
    lo squarcio del pugnale.

  • 05 luglio 2019 alle ore 12:19
    E torna notte

    un cielo amniotico
    dà alle fiamme il respiro-
    e torna notte

  • 05 luglio 2019 alle ore 12:13
    Quando l'ispirazione latita...

    Solo al dettaglio
    resta spremere il succo-
    dopo la falce

  • 20 marzo 2019 alle ore 18:19
    La notte s'è portata via ogni cosa (Lussuria)

    La notte s’è portata via ogni cosa
    solo un languore muto sulle labbra
    aperte al pianto mio, dentro la bocca
    cornice secca di veleno e l’anima
    s’è persa, appesa al sogno di ciliegia
    rossa nel ventre sazio di dolore.
    Inutili le mosse e le sequenze
    inedite dell’anca, i baci molli
    che trattengo sull’orlo del dirupo,
    la seta delle mani nel ricordo
    che mi trascino appresso a quel profilo
    d’acqua sorgiva, d’estasi che sgorga.
    Rifiato sul lenzuolo insonne e mesto
    e un faro da lontano prende il buio.

  • 20 marzo 2019 alle ore 18:12
    La porta nel tumulo

    La fronte fredda
    Sul coperchio di zinco
    Che scivola nell'urna.
    Il graffio della spatola pareggia
    La malta 
    A saldo delle fughe.
    Il marmo
    Rimbomba 
    Nel vuoto del buio
    E come a casa
    Bussa
    Alla porta nel tumulo.
    Ora corri 
    Corri e sorridi, sul viso più traccia 
    d'alcuna ferita.
    E ti senti chiamare
    Da lontano, dal cielo
    Dall'erba che scintilla di sole
    Dal rosso della terra d'ulivi 
    Dal vento di mare 
    Sulle canne piegate
    Dai pampini già saturi
    D'una promessa d'acini 
    Di negramaro.
    È la mamma! È la mamma!
    È la mamma che chiama!

  • 02 marzo 2019 alle ore 11:14
    Dopo Natale

    Dopo Natale
    le luci per le strade 
    sugli alberi, le case
    i mesi freddi, anche di luce
    colore assente domina
    la neve che si asciuga. 
    Il passo si fa stanco calpestio
    di sogni
    come acqua a terra
    che sgorga dal pluviale. 

  • 01 marzo 2019 alle ore 16:21
    Una fiamma senza pace (Ira)

    Non mi dà pace il buio
    un popolo di lame mi strappa le viscere
    la nebbia nera sulle porte
    senza più spranghe, violata
    è la tua resa, che era mia.
    Sono in trappola:
    nella maschera del gioco
    ora mani non più mie
    le tue iridi lontane.
    E tremano le foglie
    al pianto d’altri salici.
    Sento l’umido di cumuli gonfi
    lo strepitio dei calami
    un fiato d’eco sul fuoco del sangue.
    E brucia ciò che presto sarà cenere
    insieme a te.
     
    Oh t’avessi cantato una canzone
    -in ogni strofa il bene che mi hai dato-
    e a quel pugnale non prestato ascolto
    ma alle tue grida colme di terrore!
    Se avessi visto almeno del carnefice
    in uno specchio il viso sfigurato!
    Invece ho armato il ringhio come un cane:
    e adesso scorgo d’essere l’artefice
    del vento su una fiamma senza pace.

  • 21 gennaio 2019 alle ore 20:07
    Raggio di bile (Invidia)

    raggio di bile-
    d'incapace calunnia
    tinge la luna

  • 19 gennaio 2019 alle ore 16:15
    Arresa al brivido

    porta i balocchi amore
    dolce sarà la semina
    sul campo arresa al brivido
    berrà tutte le nubi la tua brace
    tra mille strette d’alabastro
    e mille mani su ogni poro
    e mille bocche su ogni spazio

  • 14 gennaio 2019 alle ore 12:30
    Il cinema del vento

    Mentre leggi, la luce da sinistra
    si scontra lì negli occhi e s'apre a quella
    che scende dal soffitto in diagonale,
     
    disegna a destra una finestra ovale
    che ti proietta il cinema del vento.
    L'inverno sulle foglie, i rami sciolti
     
    e le cadenze d'un meriggio lento
    all'ombra di torture, come volti
    di nostri torti e densità di palpiti
     
    di morti, stracci vivi e una parola
    che danza al tuo singhiozzo. Gira un mestolo
    per dilavare il grumo secco in gola. 

  • 11 gennaio 2019 alle ore 15:08
    Perché non io?

    Perché non io
    sotto il lenzuolo gonfio
    d'osceno, offeso sangue?
    Perché non io
    martirio d'asfalto
    in polvere d'alba?
    Perché non io
    nel cielo liso
    di marmo, senza scampo?
    Perché non io
    spiffero del mondo
    e preda del caso?
    Perché non io
    nel marcio dell'inferno
    di sole putrefatto?
    Perché non io
    in quelle lacrime di ghiaccio
    e solitudine.
     

     
    Dedicata al clochard Nereo Gino Murari, travolto e ucciso da un pirata della strada all'alba del 7 gennaio 19 a Roma su Corso d'Italia

  • 31 dicembre 2018 alle ore 18:20
    Capodanno

    Vorrei stringere ancora l’aspro
    del tuo seno
    prima che il tempo di quest’anno
    triste si divori il torso
    e dare un morso
    nella tua bocca molle
    di te nell’ora della fine
    per morire
    al caldo del tuo sangue.
     
    E te
    che come dentro rocca impenetrabile
    asciughi l’ombra e il fiato che s’addensa
    erodi ossa, stremata
    e gli occhi al vento
    soffochi le grida
    abbracci labbra e cielo
    di pioggia chiara, a passi
    di nuvola serena.

  • 23 dicembre 2018 alle ore 11:21
    La gola d'occidente (Gola)

    S’ingozza alla sua mensa
    la gola d’occidente
    seduce labbra ai calici d’argento
    con lingua di diamante.
     
    Dentro la cerchia
    rosa, con mani di cristallo
    si cuce addosso un abito
    ornato di magenta.
     
    Fuori s’assozza
    la calca di fanghiglia
    l’incavo gonfio
    di fredda pioggia nera.

  • mare d’inverno-
    dentro le barche pendule
    le nasse vuote

    frizzo di spuma-
    l’onda gonfia da nord
    punta la riva

    solo una vela
    bordeggia all’orizzonte-
    la notte incalza

    (osservando il quadro di Gustave Coubet, Il mare in burrasca, detto anche L’onda, 1870)

  • 11 novembre 2018 alle ore 18:03
    Resta un bacio di ruggine (Avarizia)

    serrata stiva
    empia di foglie d'oro-
    non passa il sole

    per l'inverno perenne
    resta un bacio di ruggine

  • 29 ottobre 2018 alle ore 21:52
    Lamà Sabachthani Askatasuna!

    Lamà Sabachthani Askatasuna!
    Non sei per chi t’invoca
    non è per te
    per me
    la fuga dal cilicio è àncora
    foras te exita
    polve de ceniza
    scura
    penombra che trita
    a strati visi vuoti
    monosillàbi
    che grida nell’assenza.
    Lamà Sabachthani pendant la guerre
    vivant enfant
    avec mon rêve
    avec mon rire
    sur la rive droite
    de ma pauvre tête.
    Mon doux enfant
    si tu tombes ainsi parmi ses feux
    ta mort
    sera la mienne.

  • 26 ottobre 2018 alle ore 15:18
    Sei quartine erotiche

    il viso tuo in penombra è come un prato
    dove ha attecchito a cumuli dispersi
    la luce della neve che ha spogliato
    il cielo ormai digiuno a trattenersi
     
    sulle mie labbra notte e tuo tepore 
    di voglie appese al tempo dilatato 
    spazio feroce, madido languore
    ostia che scioglie un brivido assetato 
     
    la vita ti sussurra rude in bocca
    di pietra dentro l'urna il graffio cieco
    colma d'ardore che ogni lato tocca
    e asperge rorida dell'onda un'eco
     
    all’alba gronda di rugiada il fiore
    straziato dalla tenebra d’un fiato
    franto dal buio un petalo si muore
    da stelo inflesso al morbido sostrato
     
    tracima il fiume dalla cava, strazia
    pareti esauste, palpiti di gogna
    delta che stringe alla violata grazia
    arresa e complice alla bisogna
     
    e poi venire tu mi senti piano
    per me che mordo la tua voce acerba
    per te che - amore - sguazzi nel pantano
    e colmi vuoto come vento d'erba