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Poesie di Diego Bello

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  • 25 ottobre 2018 alle ore 11:25
    Tempo d'autunno (tre haiku)

    *
    ora che il tempo
    s'attarda nell'autunno-
    sorsi di rosa
     
    *
    orma di luna-
    rimane appesa in cielo
    dopo la notte
     
    *
    tuffo di sole
    nell'orizzonte arancio-
    la mano miete

  • 25 ottobre 2018 alle ore 11:21
    Magari è solo un’ancora di pace

    Magari è solo un’ancora di pace
    insonne protensione al circolare
    gravida notte spesa nel vivace
    lenito àmbito, mai regolare.
     
    Incede nel legame, si frantuma
    anelito d’inversa rotta intriso
    come uno stento all’apice si tace.
     
    Consuma stame e dentro ha una petunia
    idea di luce spenta nel piattume
    odore di limone soffocato.

  • 23 ottobre 2018 alle ore 16:55
    Il re mesto (Acrostico in tre haiku)

    Il suono mesto
    logora corde lise
    Resta l’autunno
     
    Embrici lenti
    mingono foglie morte
    Erode il cuore
     
    Sogni di prati
    Templi di seni mossi
    ornano il limbo

    Ispirata a "La tristezza del re" (1952) di Henri Matisse (1869-1954)
     

  • 23 ottobre 2018 alle ore 16:52
    L'autunno (Acrostico - Haiku e Tanka)

    Lento il bastone
    Annaspa nel fogliame-
    Una panchina
     
    Tende una mano
    Un bambino al tramonto-
    Nell'altra un fiore
     
    Nuvole dense espandono
    Ozi amari di rughe

  • 22 ottobre 2018 alle ore 19:06
    Baratto la tua indifferenza

    baratto la tua indifferenza 
    al mercato dell'artificio
    la tengo stretta
    lungo le strade dell'inferno

  • 22 ottobre 2018 alle ore 19:04
    Mi è amico il ramarro (Accidia)

    Mi è amico il ramarro, fedele
    nell’ozio di sole
    sul greppo, che inquieto si torce
    a bugna di calce
    in cumulo a nervi d’oblio.
    S’inerpica fermo
    appeso al fioretto dell’orto
    e cuoce trafitto
    nell’occhio, da spina di seccia.
    L’insidia si cela
    nell’erba dell’ombra, in anfratti
    attende la biscia
    e al cielo pulito si fissa
    ne mima il respiro
    e il colore, ingolla sostanza
    di ruggine e miele:
    un bacio feroce s’incanta
    di brivido, beve.
    L’ardore è dipinto sul gozzo
    e il morso disvela
    l’errore, ridesta dal sonno
    un labbro d’autunno.
    Il muso del sauro protende
    deciso alla serpe
    che cova nel buio: si sfalda
    in mano la rosa
    con l’indaco e l’oro del drappo.
    Come il sole - statua
    che scalda lontano - lui pesca
    nell’animo umano
    sua esca una spugna su tutto
    sul tempo che cessa
    poi l’amo trapassa la gola
    del mostro, conquista
    la quiete perenne d’impulso
    e vive in un guizzo.
     

  • 22 ottobre 2018 alle ore 13:57
    Quel sorriso che s'affida

    Quel sorriso che s'affida
    mi trafigge
    e l'uccido con l'oblio.

  • 12 ottobre 2018 alle ore 19:45
    La porta stretta

    in mezzo alla tempesta
    dimentica di faglie, desta
    di strade e polvere le scarpe bianche
    mentre volteggia un’ombra gravida di cielo
    e chiome ignare, volute a fuoco nero
    nel margine
    statua di fluidi assorbe bile
    stretta la chiave in tasca come dono
     
    db, 6 ottobre ’18

    La poesia è ispirata da un’opera di Paul Klee da cui prende il titolo: Was ein Madchen unwissend mit sich bringt (Ciò che una ragazza porta inconsapevolmente con sé), 1915, 229 – Acquerello su carta con imprimitura in colla e gesso, su cartoncino, 23,1 x 18,6 cm. 

  • 12 ottobre 2018 alle ore 19:42
    La lista

    Lamentazione, ruvido rosario
    tra dita intirizzite d’umide navate,
    scandita prece elettrica del prete
    calvo con nenia pingue.
    Grani di sangue anemico, martirii
    di sale e coltri nude al gelo delle stelle,
    pietre feroci nel posto del cuore.
    Il cielo ha visto iridi in catene
    e il mare il bianco d’occhi precipitare al fondo,
    erigere il calvario il peso del rifiuto.
    Rantolo dai vetri nebbia
    nomen nescio di vite rese oscene
    nell’imbuto del mondo. 
     

     
    Da venticinque anni gli attivisti dell’ong United compilano una lista dei profughi e dei migranti morti a causa delle politiche migratorie europee. La lista è aggiornata a maggio di quest’anno: 34.361. Ma non è esaustiva: sono solo le vittime accertate.

    “ La lista mostra che le persone non muoiono solo in mare, ma anche nei campi di detenzione, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nelle città. Quattrocento persone si sono suicidate; più di seicento sono morte per mano di altre.”
    Niamh McIntyre e Mark Rice-Oxley, The Guardian, Regno Unito

  • 08 ottobre 2018 alle ore 22:35
    Bosco in autunno

    un cielo denso-
    attorniano formiche
    lago di foglie

    appare appena
    dai rami spogli il sole-
    ombre nell'ombra

    decolla un sogno
    di foglie di betulla-
    e muore il vento

  • 06 ottobre 2018 alle ore 17:18
    Ombre di nubi

    Il vento torce
    catene sulle piaghe-
    trema la luce
     
    l'occhio del cielo
    anticipa la notte-
    ultima resa

    ombre di nubi-
    cerca riparo un passero
    sotto la gronda 

  • 15 settembre 2018 alle ore 17:10
    Dentro i corpi

    Imparare a vedere dentro i corpi
    non nei corpi sodi e integri
    non nei tanti corpi che sono stati
    sani o malati e sono morti
    appena apparsi come gabbie in divenire
    e in disfacimento
    materia esecutiva della sorte
    delibera sociale
    livello e addestramento al disperare.
     
    Vedere dagli occhi senza patina
    se non si vede e fa paura
    perché apertura e abisso il palpitare
    la mossa d’ali
    vedere senza pelle
    ardere un fremito
    di carne viva
    l’attimo
    di luce.
     

  • 14 settembre 2018 alle ore 18:28
    Deserto dentro

    Com'è il deserto dentro
    dentro il vedersi al fondo
    dentro l'istinto esposto al vento
    di molecole
    in riva a vene?

    Qual è il colore d'ogni onda
    di sabbia e della sete
    se il piede inciampa in una duna?

    Dov'è il rumore della frusta
    e del dolore
    che suda col respiro
    e quanto mare schiuma ostinazione
    e assorbe, radice instabile
    oltre la pena?
     

     
    La poesia è stata ispirata dall'opera di Paul Klee, da cui prende il titolo, In der Einöde, 1914, Acquerello e matita su carta, su cartoncino (17,4 × 13,9 cm).

  • 12 settembre 2018 alle ore 22:19
    Rinascita

    C’è già un progetto di future gemme
    tra gli spezzati steli, evanescenze come bave
    da ogni profilo all’occhio razionale.
    Per te dalle corolle luce interna
    tende al digiuno del cielo fuori dall’antro
    dentro un sipario di sangue
    embrioni stelle al mondo
    e soli e trottole 
    prima del parto necessario
    il buio è pace amniotica
    abbraccio e taglio.

    La poesia è stata ispirata e prende il titolo dall’opera di Paul Klee, Hohlen Bluten, 1926, Acquerello e colori a colla su carta, bordato con gouache e penna, su cartoncino, 36,5 x 53,7 cm.
    La poesia, finalista al Premio Zeno 2019 Sezione Poesia è risultata 3° classificata.

  • 11 settembre 2018 alle ore 19:37
    Casa nuova (da Paul Klee)

    La strada lì davanti è tesa prua
    con cinque alberi d'azzurro vento
    sul ponte il sacrificio della chioma ...
    più verde sotto il cielo. Il fondamento

    in sala macchine di grasso nero
    esordio avverso e tempo della sorte.
    La stiva vuota e tinta anche di sangue
    risale ai piani nuovi senza croce.

    Finestre aperte e tende come d'ali
    a righe rosse avanza con respiro
    ogni camino è spento non c'è fumo
    pulita calce al sole che non brucia.

    La poesia è stata ispirata da un'opera di Paul Klee, Neues Haus, 1924 (Olio su tela, 36,4 x 46,4 cm) 

  • 01 settembre 2018 alle ore 12:58
    Respira il mare

    respira il mare
    lo scoglio, dentro il buio-
    puntato a est

  • 24 agosto 2018 alle ore 19:41
    Per certe vie di Roma

    Come quando mentre addenti un ghiacciolo
    al limone lo sguardo ti si fissa
    s’un ammasso di polvere che addensa.
    L’occhio assorbe col palato l’irsuto
    dorso, l’attrito al morso che ripugna.
    Rovinano l’acido dolce, l’aspro
    e un attimo secco si ferma in gola
    e dura, finché vuoi che duri, sino
    allo sterzo dell’iride, che torna
    a servo ottuso sull’ammasso marcio.
    Non lo devii se non ti forzi: ansia
    contro ansia e l’amaro che rimane
    anche se ora scende – insipido – il sorso.
    Questo senti per certe vie di Roma.
     

  • 22 agosto 2018 alle ore 18:50
    Fiore di cactus

    Si schiude il nido molle odor di luna
    come quel fiore ha petali di fiamma
    le stille della notte sulla cruna
    hanno cavato pietra entro la sciamma.
    Ora che il sole irraggia la laguna
    investe il chiurlo sulla dura bramma
    e per la cappa ritta verde bruna
    non si frappone più alcun diaframma.
    Fiore di cactus giallo rosso prugna
    asperso di rugiada ti coltivo
    e sopra al desco colmo la mia brocca
    per quell’unica notte in cui la spugna
    dentro la forra - grato d’esser vivo -
    annego come il nettare la bocca.

  • 21 agosto 2018 alle ore 12:18
    L'odore della luna

    L'odore della luna
    è bianco come neve 
    senti la polvere nell'aria 
    lieve.
    Il sangue si raggruma 
    svapora
    e ti fa smunto, alla deriva 
    d'un'altra notte.

  • 19 agosto 2018 alle ore 18:27
    Ha in bocca ciò che accade

    In bocca a una fontana
    antica di millenni
    un rubinetto lucido di ghisa
    che pesca da autoclave
    potente, getta
    su mani e tempie accoste a bere
    e a tergere il sudore.
    Ha in bocca ciò che accade
    si specchia in strade sporche - nella rete
    di rabbia -
    a prepotenza e vomito
    a mani analfabete.
    E’ il mondo surrogato
    che pesca da radici in superficie
    non lava e non disseta più
    ma getta l’arroganza e piscia
    nel sole che non scalda
    senza bruciare,
    nel mare opaco e sterile
    non più “implacabile fratello”,
    e contro il cielo
    grigio
    senza un arcobaleno
    e senza vento
    a tergere la fronte
    lungo un sentiero che poi sale.

  • 17 agosto 2018 alle ore 21:41
    Un sasso sul ferro sciolto

    Com'aspettasse di fondersi al greto
    al prato asciutto, cenotafio
    dell'umana ragione.
    Ora è sepolcro d'immense lapidi
    sconnesse, Atlante rotto
    e polvere celeste.
    È tutto imploso in quel volo di morte
    come nebbia a nascondere il nulla
    perenne
    strato su strato
    col cielo in pianto.
    A noi un pensiero, lasciare
    ciascuno un sasso
    sul ferro sciolto.

  • 16 agosto 2018 alle ore 15:13
    Un attimo infinito

    Un attimo infinito
    fermo sulla soglia
    a trattenere l’esito d’affondo
    e dopo l’ansito
    unisono
    lo scivolo
    e l’estasi del tocco
    dello sfioro
    e l’ardere del solco
    la pressa dell’aratro
    febbre che esplode
    irroro sete gorgoglio
    e tu che bevi
    ogni distillo di rugiada.

  • 15 agosto 2018 alle ore 21:47
    Io vedo l'estate

    Non vedete che autunno 
    lo sgretolarsi 
    persino dell'ombra 
    sugli alberi morti 
    e fate lauti respiri di nebbia
    lontani dal tufo
    ove attacca
    parvenza di sole:
    su un rivo di poppa 
    sventola l'iride alterchi di volgo.

    Io vedo l'estate, matura 
    dentro le vene d'oro 
    di foglie, il formarsi 
    la linfa che sgorga, pungere luce 
    dai nodi dei rami
    narcisi alla pozza ch'è abbaglio 
    e il vento 
    mi respira negli occhi 
    l'umore d'un seno
    la fronte sul collo.

  • 08 agosto 2018 alle ore 8:59
    Nel buio che macchia di niente la luna

    E’ strano il silenzio dell’ora
    nel frastuono dell’attimo
    e il supplizio del giorno
    nel trascorrere, sordo
    alla rampa
    - c’è il lieto dopo il lutto.
    Eppure ci strilla
    ad ogni svolta d’angolo
    d’un tremore consueto
    la crepa.
    Un rivo di pianto
    precipita doglie
    - sorride solo
    la veste del muro.
    L’arte di fronda
    è per sempre
    davanti una spanna
    nel buio che macchia di niente la luna.
    La rosa non s’è persa*
    a distanza da terra
    per la strada sospesa fra i nodi
    dei rami:
    senza luogo, né peso
    per non essere nulla.
     

     
    *cit. da Italo Calvino, Il barone rampante

  • 08 agosto 2018 alle ore 8:54
    Io ti cucino mentre danzi intorno

    Io ti cucino mentre danzi intorno
    agli occhi del meriggio
    e l’aria sfoglia sfiati di basilico
    e menta dai tuoi baci di lampone
    e la tua pelle al sole
    scintilla come nettare di prugna
    ai morsi della sete.
    Gli acini acerbi spiano dal lume
    della pergola gote d’albicocca,
    labbra gonfie di zucchero d’anguria.
    E sfrigola l’erbetta cipollina
    e bevo, bevo ancora dal mortaio
    le mandorle che spremi.
    Ma presto farà notte
    e metterai al sole il tuo guinzaglio
    e io rimarrò nudo
    al buio e in bocca il vuoto
    d’aceto dolce
    di mele e l’alito di vino.