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Poesie di Diego Bello

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  • Non solo quiete d’estati antiche
    o verde nell’azzurro
    né a largo slarghi di mare scuro
    dove in eterno è l’affondare.

    Non il vagare al vento avvolto
    o il sale in faccia 
    né abbraccio d’acqua, rifugio nero
    - orgia d’assoli, silenzio, nulla, e tutto.

    Non navi bianche al porto
    approdo a luci vive
    né sguardi verso l’Ellade 
    deviati dal timone.

    Ma quelle mille barche a traboccare
    il popolo più antico
    cacciato dalla terra al mare amico
    nell’Europa 
    dimentica, già allora
    secca di sangue d’anima.

    Ma quelle mille bocche tutte lorde
    illiri o non illiri - incerto ceppo -
    a terra occhi-Balcani
    quegli occhi neri su mani molle,
    e tre parole da mille antenne 
    torte di là dal mare, strozzate in gola.

    Barriera e sfogo, via-ponte-fuga
    - un mare madre che accoglie e mescola.
    Come la terra mia
    è un impeto mai pago
    misericordia memore
    d’unione primordiale.

     

  • 07 dicembre 2017 alle ore 18:05
    E adesso piove

    aprimi il fiore
    che esonda di rugiada e il giorno spinge
    in alto il sole
    sui petali, s’arresta
    l’affondo dentro nuvole
    e adesso piove

  • 04 dicembre 2017 alle ore 20:27
    Nei segreti del vento

    Ho visto disegnare la vita
    con un morso su un pezzo di pane
    affondare le grida
    dentro gli spazi offesi della crosta
    e poi una lacrima che asciuga
    nei segreti del vento.

  • 04 dicembre 2017 alle ore 20:26
    D'artiglio o d'ala

    S’accende il buio, pulsa
    di velluto, una lanterna al vento
    scintilla intermittente
    su rughe d’afa.
     
    Svanisce, si fa scia
    morde memoria
    e l’ancora alla gogna
    del tempo che è passato.
     
    Scavo la terra molle ove s’incava
    s’apre all’aratro, trema
    dell’umidore zolla
    e s’addormenta il seme nella culla.
     
    L’alba s’affonda come nebbia
    il corpo teme
    ché l’anima s’è persa
    dentro la scia.
     
    Ma non si ruba il petalo
    passito, corre
    le vene
    d’artiglio o d’ala.

  • 28 novembre 2017 alle ore 18:47
    Scienza d'alba

    La tenebra si nutre della luna
    ammanta voci, di lusinghe
    le persuade.
    Nell’aria persa
    un desertico abbaglio è solo l’eco
    di scienza d’alba.

  • 25 novembre 2017 alle ore 11:59
    Verso un raggio d'ombra mossa

    Disperano alla nebbia
    le tracce dei baci del vento
    sulla memoria 
    di foglie vive. Il destino
    feroce naviga l’inverno
    a vele ammainate
    nella notte rovente.
    Su ogni rotta il muto orizzonte 
    e s'ostina solo scheggia di remo
    verso un raggio d’ombra mossa.

  • 25 novembre 2017 alle ore 11:57
    e poi uno schiaffo

    e poi uno schiaffo
    di sangue sulla neve-
    chiede perdono 

  • 20 novembre 2017 alle ore 21:11
    E non si vola

    Esistono finestre che hanno visto
    spargersi ogni cielo
    su slarghi di malessere 
    occhi incurvati
    a cogliere disastri
    da fessure di sole.
    Di notte si cammina senza cura
    dentro pozzanghere di bile
    stretti nelle galosce
    e non si vola.

  • 18 novembre 2017 alle ore 14:15
    Danza di stille

    Minuscole catene strette all’apice
    di polsi incisi ai palpiti dell’anima
    zampilla la fontana in grani d’acqua
    luce che gonfia l’aria come fiori.
    Scivola rapido un passo di gonna
    croste di ruggine in fughe di porfido
    di ieri ancora a lato sul patibolo
    saturo d’ami asfalto non si lava.
    Vedi il rumore d’ombra farsi vento
    che taglia ghiacce lacrime d’inverno
    sul piede a piaghe e non si volta più
    s’atterra sul pavé danza di stille.
    Dentro che stringe il tartaro la frolla
    muta del tempo e al sangue sferza il pungolo.

  • 09 novembre 2017 alle ore 18:55
    Preme la vita

    “…prima il dolore, poi la giustizia e infine il senso. Tutto il resto è caos.”
    Ian McEwan, Nel guscio
     
    Preme la vita
    da prima
    sente il mondo che annaspa
    dalla carne s’infetta.
    E preme
    dal suo guscio nell’acqua
    ché sta sempre più stretta,
    stanca
    d’esser parte che sente
    sciaguattare nel chimo.
    Nell’anelare
    d’imbrattarsi nel fango
    freme
    dentro madre assassina,
    sa di rose e veleno
    che condanna e che l’ama.
    Non si strozza alla cima
    non rinuncia a passare
    per lo stretto al dolore
    e al sapore dell’aria.
     

  • 09 novembre 2017 alle ore 18:53
    Ab aeterno

    “È semplicemente il luogo dove gli sforzi umani hanno trovato ciò di cui avevano bisogno”, Don Delillo, ZERO K

    Mondo nel mondo
    per un futuro ab aeterno
    dell’uomo
    in sospensione criogenica.
    Vuote corsie di porte linde
    chiuse sotto terra, spazio
    neutro d’immagini
    sognate alla morte. Pareti
    in proiezione di tracce
    paure iterate.
    L’angelo narra
    ascolta la voce, il senso
    del suo pensiero
    in egocentrico cielo
    - sopra Berlino.
    Dove si va
    è un mondo terso
    alla poesia negato
    -  tutto s’è trovato
    ogni stento rimosso.
    Tutto è risolto
    e tutto si sa
    non si immagina nulla
    perché già immaginato.
    Il viaggio è in controsenso:
    sospesa in guscio
    l’attesa del trapasso
    dalla morte alla vita, fuori
    dalla storia
    - matematica pura.
     
    E anche l’affresco
    - ora qui -
    di tecnologia
    che si sta dipingendo
    con il passo spedito
    è crosta d’effimero
    raschio d’intonaco, sniffo
    di polvere nera
    è tentata evasione, assenza
    di gravità.
    Torni la storia
    il dubbio che martella
    la pietra che precipita.
    Riprenda lo scavo
    su ciò che si ignora.
    In questo s’annida il cammino
    in questo guardare sui prati
    in questo stupore
    di foglie di sole.
    Riprenda a sognare
    la testa
    a scordare le cose
    a scoprirle da dentro.
    S’inverta la rotta
    in sane paure
    con mostri in agguato
    e limiti
    da superare.
    Si torni a soffrire
    l’orizzonte di morte
    il mistero
    infinito dell'uomo.

  • 02 novembre 2017 alle ore 9:16
    Magnete

    Silenzio m’è rumore
    e assorda il vuoto
    insonorizzato...
    dell’anima sospesa. La scorza
    recido di un pertugio
    e l’occhio vi precipita
    da turba. Nella nebbia
    magnete sei
    per la mia bussola.

  • 02 novembre 2017 alle ore 9:13
    Nel lamento dei morti

    Non è lo stesso il buio
    sulle lapidi bianche
    del nero che torce la schiena dei vivi
    come diverso è il sole
    che muove i colori dell’erba
    tra le crepe dei marmi.
    Occhi aperti dal tempo
    vigilano croci spuntate
    e l’olezzo dei fiori
    inchinati alla terra
    nel lamento dei morti.

  • 28 ottobre 2017 alle ore 17:58
    Scandito un tuo riverbero

    scandito un tuo riverbero
    nell’incedere deserto
    ogni atomo
    immerso in bozzolo di piume
    mi è tregua nello sforzo

  • 26 ottobre 2017 alle ore 18:40
    Ai pastori rumeni a Castelrosso

    Raggiunto il bosco è il cielo il suo riparo
    azzurro ancora intatto brilla vivo
    quando il respiro fa tremare un faro
    e il sale brucia il sonno del sollievo.
    Sente il sicuro lui, la furia spenta
    nel fumo nero al letto di metallo
    nel sangue del fratello al cimitero
    di Castelrosso, al prato del pastore.
    Poi il nero-solo-nero come il cielo
    e come i guanti stretti sul bastone.
    Nebbia che cade - punta di un macigno -
    la madre che gli tira giù il cappello.
    Lontano inverno, la carezza cede
    al vento e buio il bacio che ha strozzato.

  • 24 ottobre 2017 alle ore 21:36
    Ramo di glicine

    Disseto ossari 
    d’idee corrotte.
     
    Rampica incavi 
    ramo di glicine
     
    come la corda
    tesa dal buio.

  • 23 ottobre 2017 alle ore 21:24
    L'urlo di stracci

    La luna non ha retto il graffio – stilla
    di ghiaccio aguzzo d’ogni giorno.
     
    Miseria-orgoglio
    addensa fumo al piatto rotto.
     
    Inciso resta l’urlo sulla soglia
    di stracci
    - come sparso
    dall’onda che dispera.
     

     

  • 21 ottobre 2017 alle ore 22:43
    Martire in vetrina

    Sei tu l’eroe di questi giorni triti
    e delle notti larghe d’asfissia.
    Ti spingi in scorci di sorrisi ambiti
    tu che ti neghi il sole e scacci via
     
    l’anima pesta in lago morto senza
    vento. Tu che ti spremi il sangue in orci
    dentro pareti buie ove l’assenza
    d’una speranza nutre fuochi lerci.
     
    Ti senti vile e tutti i giorni avanza
    un resto d’avaria alla tua bile:
    la danza macabra, la testa china
     
    ed il silenzio imploso a tracotanza.
    Legno consunto, baco del barile
    privo di lustro, martire in vetrina.

  • 19 ottobre 2017 alle ore 21:32
    In costanza di ruggine

    Lo meriti il riparo in carreggiata 
    verso il canto d’un lago di sereno.
    Opera un filtro in costanza di ruggine 
    al sorriso che gela
    come una lacrima d’ottobre.
     

  • 19 ottobre 2017 alle ore 21:31
    Decrescita felice (A Serge Latouche e al MDF)

    Va contro il malinteso volontario
    che taccia d’anelare anacronistico
    crescita zero[1] e stato stazionario[2]
    - arresto all’antro[3] con afflato mistico.
     
    E’ il mondo che precipita al sudario!
    Se è cieco il vico al calcolo balistico
    stallo di retroguardia è necessario
    per un futuro in testa[4] - e sillogistico.
     
    Dismisurata corsa al materiale
    crudele sfida il tempo e la memoria
    spazio al cemento e al circolo caudale.
     
    Decrescita felice erta agonale
    sotto la china morde come noria
    l’ultima scoria al rivolo esiziale.

    [1] Nel rapporto del Club di Roma l’idea della crescita zero ha molti punti in comune con le tesi degli obiettori di crescita (Serge Latouche, per un’abbondanza frugale, pag. 29).
    [2] Già in John Stuart Mill (1806-1873) si trova una visione dello stato stazionario che ha delle analogie con il progetto della decrescita (Serge Latouche, per un’abbondanza frugale, pag. 29).
    [3] “Un classico è accusare i partigiani della decrescita di volerci riportare, a scelta, alla candela o alla caverna, o ancora all’età della pietra o all’oscuro medioevo; insomma, il progetto di una società autonoma e frugale sarebbe antimoderno. E ben lontano dall’abbondanza”. Serge Latouche, Abbondanza frugale, 2012.
    [4] “E’ vero, combattiamo una battaglia di retroguardia, ma paradossalmente è una battaglia per l’avvenire. Perché quando un esercito si trova in un vicolo cieco, è necessario che prima o poi faccia dietro front, e a quel punto la retroguardia si trova in prima fila!”. Francois Brune, da Serge Latouche, cit. 2012. Citazione di uno dei 36 stratagemmi di Sun Tzu.
     

  • 16 ottobre 2017 alle ore 22:04
    La merce e il bene

    Sono due insiemi aperti ai loro estremi       
    la merce e il bene appesi in gemme al brolo  
    diversi non contrari i semantemi
    utile sempre questo e quella solo
     
    nelle vetrine esposta a perdizione  
    vile d’acquisto e scambio con denaro.
    Il bene-merce è nell’intersezione
    e il bene-solo lì sempre più raro:
     
    autoprodotto per l’autoconsumo.
    Ciò ch’è soltanto merce è poi lo spreco:
    si paga il prezzo per vedere il fumo.
     
    Se si misura il PIL ridonda un’eco:
    ciò che s’acquista accresce, il resto un grumo
    che innalza l’asticella d’un copeco.

  • 09 ottobre 2017 alle ore 21:58
    Come il vento propizio delle rose

    Con te principio a fondere la notte
    prima che l’alba addensi
    e spazzi oltre
    la luce di onde gravide al tuo fiato.
     
    Come il vento propizio delle rose
    asciughi assenza
    dentro lo spiazzo cinto
    di nuvole a recidere ogni rete.

  • 08 ottobre 2017 alle ore 22:11
    Indifferenza è carne che s'incrocia

    Cammina nell'autunno ancora acerba
    mattina di bambini e di pacciame
    attorno gonfie viscere – letame -
    il male vomitato dentro serba.
     
    Il marciapiede scotta di ferocia
    il transito singhiozza nella buca
    con la foga tatuata sulla nuca
    indifferenza è carne che s’incrocia.
     
    Adombra il vento un'oasi che acquieta
    d’altare assente altrove - dolce grata -
    e s’apre al soffio d’alberi la meta
     
    come il grido di bile macinata.
    Sul sangue della lama sparge seta
    e un cordolo di tregua alla giornata. 

  • 04 ottobre 2017 alle ore 18:22
    Riaccendi nuvole

    nel gioco d'estro serico 
    tolte le tare al peso 
    delle carezze tracima
    detrito al desiderio
    ma tu riaccendi nuvole
    come il potere morbido
    del sole che non vedo

  • 01 ottobre 2017 alle ore 20:41
    Dopo il tuono

    Ignora il tuono la deriva
    d’anima arresa e irrompe
    - coda alla folgore, d’attrito.
    Attimo eterno che s’acquieta
    in muscoli e cadenza, a soffio
    di petali di seta.