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Poesie di Diego Bello

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  • 15 aprile 2017 alle ore 15:33
    passiamo insieme al Triduo

    ti lavo l'essudato in cave estreme
    il marchio della terra, ora sei a casa
    passiamo insieme al Triduo

  • 13 aprile 2017 alle ore 15:12
    con gergo sregolato

    con gergo sregolato
    da trattenute aferesi di pianto
    rigurgito un dettaglio ...
    per tacitare effluvi di carezze
    abbarbicate agli embrici dell'anima

  • 13 aprile 2017 alle ore 14:24
    Da oggi cambierò

    Ho deciso, da oggi cambierò
    farò il contrario di quello che sento.
    Mi piacerà una donna?
    Le dirò che fa schifo.
    Mi sarà indifferente?
    Inizierò le danze
    e quando l'avrò in pugno
    la getterò alla ortiche.
    Se ti mando all'inferno
    vuol dire che ti amo
    se ti prendo la mano
    tu dovrai stare attenta
    ché starò per esplodere.

    Ho deciso, da oggi cambierò
    violenterò emozioni e se avrò fame
    vagherò nel deserto
    se voglia di sentirti
    spegnerò la tua luce
    se avrò voglia di amarti
    praticherò ferocia
    se vorrò possederti
    che castità mi sazi!
    Se cercherò ancora un senso
    me ne starò qui nel nulla
    ad osservare muto
    come saetta il mondo.
     

  • 12 aprile 2017 alle ore 6:30
    La vedi questa luna

    La vedi questa luna
    piena di te stasera?
    Quella che vedo io ...
    un po' velata
    e così bella?
    Avrei voluto la vedeste tutti
    che la vedessi tu
    chiara-mente.
    E il cielo s’imbruniva
    e tu
    mia dolorante
    al buio
    di stelle
    di spazio esausto.

  • 09 aprile 2017 alle ore 14:24
    Senza confini

    Sei me sei il mondo e una foresta incolta
    e beve il cielo che ha un colore infuso
    d’articolato canto e il velo in uso
    sul fondo cade e copre neve sciolta.

    Ad ancorare notte non c’è scolta
    né il tempo inciampa esteso in un refuso
    canta la terra in fiato al fiore schiuso
    ogni ombra dal confine n’è travolta.

    C’è ancora un pianto rotto sulla soglia
    s’ascolta l’agonia di chi è scampato
    e disadorne crepe il vento spoglia.

    La trama cupa ceda districata
    perda calia il graticcio senza doglia
    ma per magia, dall’estro d’una fata.

  • 09 aprile 2017 alle ore 14:22
    Con che coraggio

    Morte
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    prendi i miei figli?
    Con quale voce
    rilanci il manto
    ruvido e sporco
    sopra gli steli
    verdi di sboccio?
    Con quale sete
    bevi zampilli
    di sangue morso?
    Con quale mano
    senti le palpebre
    rigide al dorso?

    Vita
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    lasci i miei figli?
    Con quale voce
    ripieghi il viso
    tenero e assorto
    dal latte tiepido
    appena munto?
    Con quale sete
    stringi l’altrove
    lungi dal torto?
    Con quale mano
    tingi le nuvole
    spinte dal vento?

    Dio
    con che coraggio
    e faccia di peggiore sorte
    apri ai tuoi figli?
    Con quale voce
    dispieghi versi
    doni un conforto
    a chi resuscita
    dopo che è morto?
    Con quale sete
    altro terrore
    desti nell’orto?
    Con quale mano
    calmi le braccia
    tese nel vuoto?

  • 01 aprile 2017 alle ore 11:18
    Canta tue periferie

    Tu canti poeta canti
    canti tue periferie
    dove si spazia
    un’avventura d’anima.
    I versi tuoi
    percorrono orizzonti
    - tutti quanti -
    che supera la grazia.
    Ma a te poeta mio
    poi chi ti canta?
    Poeta chi ti canta
    dei quindici gradini
    di spole tra due fari
    di mille volti al giorno?
    Chi canta dei tuoi incanti?
    Chi canta del tuo passo, del tuo fondo?
    Chi grida che non sei di questo mondo?
    Baciate queste rime
    da sole piante gore
    son baci sui capelli
    per mille ciocche more
    senza orpelli
    solo labbra
    in balìa di sete.
    E canta poeta ancora
    canta tue periferie.

  • 28 marzo 2017 alle ore 19:59
    Aprile (Acrostico)

    Avido d'anima e d'acerba linfa
    prelude il soffio tiepido d'aprile
    ritorno del fulgore.
    Intorno l'erba umida
    l'avanzo lentamente
    eroso poi da tanto inverno.
     

  • 27 marzo 2017 alle ore 23:04
    Insegui una spirale

    Ora si ricomincia
    il nuovo uno rosso sulla soglia
    e dietro tanti numeri caduti
    sul campo di battaglia.
    Insegui una spirale
    in giro rigoroso verso il centro
    sempre più corto
    al tolto che è lo stesso
    che rimane.
    E gira e gira
    ti s’assottigliano
    i giri che ti restano
    le rughe tinte
    alla discesa in scavo
    per il fondo.
    In altre rughe
    lo specchio ridà lustro
    si fa soffio
    a vivida scintilla
    su fiamme d’ossa.
    Non s’aprano sepolcri ancora
    è luce e duri.

  • Tu non puoi fare
    a meno di guardare
    fa troppo male
    lo sguardo non si muova 
    rimani fisso
    su ogni angelo che trema
    l’occhio
    non passi cieco
    incontro a lacrime
    prima di un sorriso
    fiume alla polvere
    di un viso che era pianto.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di vedere
    c’è troppo sangue
    non serva quel tampone
    produce bile
    appesa a quelle lacrime
    pupilla
    sia dilatata
    incontro al buio
    del fango riclino
    ricciolo muto
    e mano che ti ferma.
     
    Tu non puoi fare
    a meno di sentire
    c’è troppa guerra
    stretto un fardello al petto
    testa di bambola
    poggio di bende rosse
    iride
    si scansi dal vuoto
    intorno al fuoco
    di trucchi di sporco
    macerie a pezzi
    l’acqua si cerca ancora.

  • Riparo
    quasi eterno
    da pioggia vento neve
    e dal rumore
    della vita
    dalla strada.
     
    Riparo
    d’intime cene
    di liti coniugali
    di ozi e solitudini
    di canti e delazioni
    di preghiera.
     
    Riparo
    di popoli
    di suppliche
    di assoluzioni
    condanne
    confessioni.
     
    Riparo
    di notti tossiche
    e giorni senza l’aria
    di voci in culla
    di pianto
    riparo, per un attimo e poi tomba.

  • 26 marzo 2017 alle ore 10:00
    Intrecci di memoria

    Adesso che i tuoi passi
    ridestano il selciato
    di mie stagioni vive
    avido vigili
    al prezzo del distacco
    la luce tenera
    e in volto io
    precipito lo specchio
    lontano quanto ieri
    nel fondo dei vent’anni.

    Si fonde musica e colore
    - intrecci di memoria -
    l’infanzia vivida
    montessoriana
    al cappelletto rosso
    che poggia al ciuffo chiaro
    l’appena accolto
    in classe nuova
    con le manine a porgere la cesta
    dell’offertorio.

     

  • 26 marzo 2017 alle ore 9:56
    E se fosse tuo figlio

    E se fosse tuo figlio 
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

    E no tuo figlio no
    è della superiore specie umana
    quella che a spezzar femori s'allena
    quella che spara alle spalle
    - per carità, si difende così! -
    quella che erige mura di spavento
    per arginare il diverso da sé
    - che diverso non è -
    solo perché lo specchio in cui si mira
    è rotto e devia verso l'altro
    il disgusto per sé.

    E se fosse tuo figlio
    destinato al macello
    come l'agnello che allieta il tuo desco?

     

  • 23 marzo 2017 alle ore 22:49
    Tempesta

    ascoltare che sale dal mare la tempesta l'onda che curva frantumi di cristallo e scivola nell'aria - un fulmine l'addensa

  • 21 marzo 2017 alle ore 19:44
    Non datemi tramonti da guardare

    Non datemi tramonti da guardare
    né voglio un àncora che affondi piano:
    ce l'ho dipinta dentro l'agonia.

  • 21 marzo 2017 alle ore 19:42
    Quello che tento

    Tu che non lasci
    precipitar parola nell'abisso
    che vedi mille fior che poi non strappi,
    dimmi lo scrigno
    che custodisce tutto
    quello che tento,
    dei versi che fagocita l'oblio.
    Vorrei la chiave
    che infonde luce a questi muti canti
    richini e dissonanti in fondo al coro.

     

  • Così finiva quel comunicato
    degli assassini la vendetta dècupla
    trecentotrentacinque - tutti uomini
    per trentatrè della colonna cràuta
    distrutta dalla bomba in via Rasella.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l’Ardeatina.
    C’erano tutti, a cinque a cinque in fila
    freddati e spinti al buio nelle cave
    di pozzolana, uno sull’altro informi
    coperti dai rifiuti d’una Roma
    afflitta dagli stenti della guerra.
    E’ ancora la più grande strage urbana
    in questa Europa che ne vede altre.
    C’era l’Italia e c’era ogni quartiere:
    il nobile, il commerciante e il milite
    studenti, professori ed operai
    cattolici ed ebrei insieme agli atei
    democristiani e comunisti fusi
    monarchici, azionsti e liberali.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Chi fece quella lista, chi assentì?
    Chi dattiloscrisse il severo elenco?
    Di chi si liberò quella vendetta?
    Cosa pensò chi lesse ad una ad una
    le condanne di quegli ignari martiri?
    Cognomi e nomi asciutti sulla carta,
    i martiri del ventiquattro marzo
    millenovecentoquarantaquattro.
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    nei camion zeppi verso l‘Ardeatina.
    Lento e snervante incedere dei camion
    verso le fosse, in solco dentro buche
    che predicevano lo starsi addosso.
    Fu memoria di donne, madri, spose
    fu pianto d’orfani perenni, ora
    sono settantatré gli anni trascorsi.
    Chi ha visto piangere la madre solo
    quasi trent’anni dopo quell’eccidio
    ché allora non poteva, sì doveva
    correre per non dare in pasto lacrime.
    Ora puoi piangere mamma puoi piangere!
    Possiamo tutti almeno ricordare
    quei martiri innocenti con un nome?
    Quei camion zeppi d’anime già morte?
    Quei corpi dai quattordici ai settanta
    che andarono a morire alle Ardeatine
    sospinti uno su l’altro nelle fosse?

  • 13 marzo 2017 alle ore 22:47
    Rosa di neve

    Rosa di neve
    si scioglie l’amo
    d’iride azzurra.
     
    All’ancora nel porto
    rimane nuvola di lacrime
    e polvere di mare.
     
    Sussurra vento,
    sorride al ramo
    senza più foglie.
     

  • 11 marzo 2017 alle ore 18:03
    Vorrei serenità diffusa

    Vorrei serenità diffusa
    come sui prati primavera
    che porta il vento d’orizzonte
    come il suo sguardo
    dove si posa,
    sorso di primula
    sorriso d’una rosa.
    Ma se m’attardo
    sui volti in questa strada
    il sole tiepido non scalda
    persiste l’ombra gelida
    e la contorta scia
    del graffio d’una spina.
    Non bastano sue labbra
    ferite a sangue
    lo strazio dolce sullo stelo
    lo sforzo
    di mordere la luce
    ché pervada.
    Però un pallore diafano rimane
    ebbro d’ostinazione
    per me dono di brezza,
    il suo profumo.

  • 07 marzo 2017 alle ore 11:09
    Un sorriso dallo scialle di neve di marzo

    Un sorriso dallo scialle di neve
    di marzo città feroce trattengo
    appena un fiocco
    di sasso al vento
    di sguardo luce oblio
    che torna voce
    un attimo
    si fa zaffiro,
    sul proprio passo
    ricalmo muore.

  • Vorrei asciugare una lacrima almeno
    far sibilare in cielo sola chiave
    di libertà da quel lucchetto osceno
    di fantasia e d’innocenza, schiave
     
    dell’agonia dell’arsa terra d’odio.
    Le grida d’arti mutilati e il sangue
    negli occhi tristi straziano sul podio
    mentre divelto asfalto intorno langue.
     
    Angeli vivi dalle guance lorde
    tra spettri di memoria dentro il greppo
    in distonia d’albori porta il passo
     
    con danza macabra dall’eco in basso
    e il fiato di bombarde dentro Aleppo
    setacciano speranza sulle corde.

  • 01 marzo 2017 alle ore 16:44
    Marzo (Acrostico)

    Meraviglioso alito
    Azzurro satura d'odori nuovi 
    Rinato in aria da prematuro
    Zefiro, denso
    Oro di zagare

  • 01 marzo 2017 alle ore 14:55
    Lo iato

    Un atomo che vaga in altri cieli
    da te strappato come un fiore perso
    erra col viso aperto in cento veli
    a precipizio invade un lago terso.
     
    Molecola che germina nell’ora
    più cupa della terra quasi oscena
    nel fondo che ristagna, come spora
    in grumi gonfi esplode dalla vena.
     
    La briciola  d’un verbo coniugato
    evaporata in gola da un poeta
    per il palato evasa in uno iato
     
    è nota sola di colore strato
    nell’ombratura che la luce asseta
    e atterra in zolla fertile al conato.

  • 28 febbraio 2017 alle ore 7:33
    Mi volto indietro

    Mi volto indietro per incontrare il vuoto nel posto dove c’erano i tuoi occhi.

  • 27 febbraio 2017 alle ore 21:28
    Disincanto è il mattino

    Disincanto è il mattino
    che irraggia in microbi molli
    e terge lo spazio ritinto
    a sembianze di pena;
    nell’aria lo stento di morsi
    motorei divampa,
    discioglie la luna dei sogni
    già d’ora più rari.