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Autore

Diego Bello

in archivio dal 25 feb 2017

23 novembre 1960, Brindisi - Italia

25 aprile 2017 alle ore 11:28

Lo sguardo crudele

Il racconto

- Il suo sguardo è la conferma di un giudizio prevenuto o la conseguenza di una delusione istantanea, causata dall'impressione delle mie fattezze, del mio aspetto?
- E’ solo il mio modo abituale di iniziare un contatto.
- Ma nei suoi occhi non c’era il distacco di chi ama sentirsi padrone, quel distacco che ora vorrebbe simulare, da pessimo anfitrione. Il suo aspetto contrasta totalmente con l’immagine che me ne ero formata, anche se già da tempo nutrivo un presentimento opposto che, peraltro, non mi impediva di raffigurarla, ogni qual volta il suo nome scorreva nella mia mente, sgradevole, bassa, tarchiata, con un biancore fra le tempie, allegrotta, petulante, irreprensibile, una donna ancora giovane che non suscita però nessun desiderio fisico. Forse soltanto il nome mi ha ingannato.
- Mi lusingano le conclusioni che ne traggo.
- Non è certo per lusingarla che ho sprecato il mio fiato, non ne ha alcun bisogno poi. - - L’ho fatto perché sono ossessionato dalla mia stessa immagine, perché sono stanco di essere tradito dagli specchi bugiardi. Lo specchio s’intende sempre col desiderio che ci pone dinanzi ad esso, diviene lo schiavo di tale desiderio e con esso si accorda per beffare l’obiettività della ragione. Mi rendo conto che questo svelamento trancia di netto ogni opportunità minima di raggiungere il mio scopo, perché lei ora o, per simpatia, cercherà di non sviare da quel binario uniformemente dritto che le sta nascendo in mente o, per accresciuta antipatia, corromperà col disprezzo le sue affermazioni.
- Ne deduco che non avrebbe ormai alcun senso proseguire nel nostro strano dialogo, o meglio monologo, nato solo da uno sguardo comune col quale non credevo di scatenare un’eruzione, come dire, di energia repressa. Se vuole un consiglio franco, si faccia curare! E’ necessario che riacquisti la fiducia negli specchi, anche se spesso mentono; è necessario che eviti questo marasma di contorsioni mentali per un nonnulla, se non vuole continuare a farneticare all'infinito, senza sosta.
- All'infinito?
- Certo! Non conta il tempo nella pazzia. Se non ne è convinto, mi trovi una sola differenza tra l’infinito e il nulla. E’ inutile che si sforzi, non la troverà mai! A meno ché non si accontenti di banalità a se stanti, di presunzioni stupide senza alcun fondamento, di pregiudizi pur giustificati dalla prassi, una prassi che non guarda, rifiuta di guardare un centimetro al di là dei suoi stessi limiti.
- Lo sa che mi sorprende? Non solo credevo che lei fosse immersa totalmente in questa prassi, ma che fosse anche contenta e soddisfatta di se stessa e dell’intero mondo che la circonda. Lo sguardo iniziale era allora una resistenza, un tentativo per evitare di invischiarsi nella rete! E nella rete c’è caduta, ahimè! Non appena ha effettuato lo strappo più violento. Mi dispiace, non era nelle mie intenzioni. L’odio che mi porto dentro non si nutre di violenza, perché non ne trae giovamento. Non la inganni il mio aspetto cinico: è una maschera che vorrebbe parlare a chiunque la scruta per dirle quanto il male e il bene siano indifferenti a quel volto che essa nasconde. Forse è la maschera del mio volto più vero. Non mi segue più? So dove vaga la sua mente attraverso la fissità dei suoi occhi. Si svegli! Mi creda, non servirebbe a nulla. Cosa vale un minuto di parossismo nei confronti dell’eternità degli attimi che si susseguono un istante dopo? Un minuto: ecco tutto il tempo che potrei offrirle! Un minuto di pazzia.
- Potrebbe essere sufficiente.
- Dove?
- Qui, tra questa mezza porta socchiusa.
- C’è andata molto vicina. Preferisco l’ascensore. E’ all'antica e ci impiega esattamente un minuto dal quarto piano sino giù in garage.
- Ok.

Ti prego non perdiamoci ora in quelle banalità di maniera, anche se questa volta non mentirebbero. Mi disturbano. Sto male dopo. Mi eccitano, vorrei sfogarmi, ma è meglio reprimerle, credimi. Zitta. Lo so, lo so, sii forte, sarebbe come masturbarsi. Dormi. Pensa invece a quel minuto in ascensore, ascolta il tuo corpo che freme ancora. Lo sento attraverso il raso nero. Respira calmo, come il mare di una notte d’agosto, paralizzato dinanzi ai fili di luce stellare che svaniscono nel suo seno e attende placido il mattino, il risveglio della luce. Ecco brava dormi! Non pensare a me. Per me è lo stesso parlare di carogne miasmatiche che asfissiano una cella di due metri quadri, dove due bestie umane si divorano per un pugno di merda. Fai bene a sognare, dolce creatura, lo vedo. Sogna, sogna più che puoi, sogna tutta una vita se ci riesci. Tutto il resto è sporco che presto intaserà i canali della tua fantasia docile. La fantasia reagisce con la merda, si trasforma e diviene un cane infuriato, cocciuto e sterile. Sogna, resisti, non destarti. Me ne starei una vita intera accanto al tuo corpo che dorme, nella lunga e dolce attesa di raggiungerti. Lascia che ti sfiori le caviglie con un gettito d’orgasmo tattile, che sale dolce su, con il raso, sino al pube umido e rigonfio di peluria morbida, un cuscino di mille fili d’oro in armoniche catene, e su su a divergere i due margini di seta, su in un letto di ventre sino al seno turgido di vita, appena corrotto da due verdi affluenti sanguigni che si snodano simmetrici, sotto i capezzoli a riposo, in un corto ventaglio di rami.
Di quanti baci coprirei la tua bocca socchiusa! Più di quanti ne ebbe Lesbia da Catullo nella più lunga notte. Ma le mie labbra sarebbero veleno se uccidessero il sonno, che non so più a chi appartiene.
E tu sei come un cucciolo adorabile che respira col pancino e s’accuccia con il muso nel risvolto dei calzoni.
Sei una fatina celeste consapevole di essere rimasta vittima dei tuoi stessi incantesimi, ora che al mio fianco nuda mi sorridi.
Ah, se ogni sguardo crudele celasse sempre un’estasi così piena, così densa di nettare divino, in attesa d’invadere chi la liberi dalla sua cella di cera, inviolabile nella sua delicatezza, ma fragile, anche se dipinta d’ingannevole cornice metallica.
Ti stai spegnendo luce divina. Pian piano calano i tuoi larghi raggi e alla tua ombra rinforna la monotonia di sempre, la nuda realtà deprimente di un tappeto lurido di polvere.

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