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Recensioni di Dulcinea Annamaria Pecoraro

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    • Alice
    • 10 luglio 2015 alle ore 9:47

    La vita è una successione di eventi e di storie che si intrecciano nel tempo. A volte sembrano essere concluse, altre cancellate,  messe in stand-by per le ragioni più disparate, o continuate per altre misteriose spiegazioni o semplicemente perché così dovevano andare.
    Alice e Francesco, esistenze che possono rappresentare ognuno di noi e l’amore che prende e lascia con i vuoti allo stomaco o le farfalle. Quell’amore folle e controcorrente, che non si fa troppe domande mentre lo si sta vivendo, ma s’interroga quando il domani abbraccia il futuro, tanto da iniziare a modellare il presente.
    Due vite apparentemente semplici e comuni che si ritrovano nel loro turbinio di emozioni, mettendosi in discussione dopo 12 anni di silenzio. Un sms accede tutto e per colpa o per fortuna della “candida neve”, fa ritrovare occhi negli occhi  i due amanti, per dirsi cose per cui da ragazzi, mancava il coraggio. Da adulti, la ragionevole consapevolezza prende facilmente a pugni l’istintività, non scappando così dalle responsabilità. Il finale diventa così facilmente comprensibile o legato a un senso - destinato.
    La ricerca della serenità e del tradizionale equilibrio, si scontrano in fumi di sigaretta, whisky e musica. Ricordi che si riprendono e si lasciano, portando a spirali di sogni e illusioni, per ritrovare su un tappeto nero, quell’intimità che può davvero far volare.
    Ma oltre la fantasia, la realtà che colpisce la giovane maestra e il cantautore è ben diversa. Un romanzo di “due  piccoli stupidi” o di chi ancora sa che ciò che nasce dal cuore difficilmente si può dimenticare.
    Bonfanti descrive abilmente il tutto, calandosi nelle due parti, femminile e maschile, trascrivendo in una sorta di doppio diario il viaggio che accompagna i due protagonisti.
    Riflessioni, date, punti, il quotidiano vivere e le scelte cui tutti prima o poi sono chiamati a rispondere, nel bene e nel male.
     

    [... continua]

  • La scrittura da sempre è il mezzo che esterna i sentimenti più intimi o una monade che trasporta messaggi rivoluzionari, racchiusi in pochi versi e dettagliati da una spiccata capacità di osservare quello che ci circonda, con occhi liberi da bende e mani pronte all’azione. Chi pensa che il poeta sia un sognatore rinchiuso nella sua malinconia o dannato guscio, prende un abbaglio. Sicuramente testimoniare, alzando la testa e vivendo nel tempo, con la consapevolezza di quanto la memoria sia la storia di vicende più o meno piacevoli, diventa il compito e la costruzione. Calò riesce a sfidare l’ipocrisia e la corruzione del tempo, ribadendo concetti, sensazioni, crisi, invocando il senso illuminato perso in reazioni chimiche o armate. Racconta la quotidiana miseria in cui l’umanità si sta vestendo e ammonisce, come un padre fa con il proprio figlio, attraverso l’uso della parola: “le mie poesie attentano alle tue ossa/ mentre corri su strade che ricorderanno strati di superfluo sotto il Sole”. Ribadisce quanta creatività sia a portata di mano e come nei “numeri”, cadiamo e censuriamo, generando dipendenze e odio.  Il potere rende schiavi e bugiardi: “Falsi professionisti di un amaro sfogo eleggiamo/ per concentrarci sulla povertà disorganizzata/ sulla poesia rilassata, che accende il freddo/ palpeggiando seni strappati/ preannunciando i propositi per l’anno venturo”. Sottofondi carichi di forza che scuote e tenta la reazione, oltre il dramma o la commedia, Calò affonda con la sua penna e con la dialettica fissa la realtà, fotografandola abilmente. Come in un viaggio, ci accompagna, senza negare nulla, senza bende o bavagli, senza privare anche il rischio dell’incontro con il dolore, la pazzia, lo stress, la solitudine, la morte o lo stesso amore. “Dimmi cos’è l’amore se non me ne assumo il privilegio/ chi è che ti chiama quando non c’è tempo per fermarsi”. Una scoperta delle coscienze, denudando anima e corpo, portando a naufragare e disperdere “sangue gratuito”. In continuo movimento i versi formano trame e si intrecciano per slegare pensieri, formando poi metafore, immagini che compongono passaggi, epoche, giornate. “La bellezza di una ruota che non gira”, questo è quanto da un’attenta analisi siamo prossimi a diventare. La libertà troppo strumentalizzata dall’indifferenza, può alzare muri e silenzi. Ecco lo scopo del Poeta: “Spiegheremo, via sms, agli ubriachi di cultura/ come si generano le torture sulla signorina Fortuna”. Allegorico e determinante, psicologico a tratti, nel disegnare una sorte, senza volere giudicare la ragione o il torto, ma nel trovare un senso capace di destare e svegliare dal disagio. “Ricuciamo bottoni trovati casualmente/ rievocanti fiabe che male mai fanno/ sul piacere di vestirsi a disagio/ in uno spazio riconducibile alla pancia/ a riposo pur non facendosi accarezzare/ vista l’insana capacità d’essere fonti attendibili di una guerra civile/ tra stupidi calcolatori di complimenti, ch’evitano la visita medica”. Un fiume in piena alimentato dal desiderio di quella grazia eterna, lontana dalle mode e dal successo ossessivo e dalla sincera linea guida di “non farla pagare d’istinto/ agli acrobati della Speranza/ dell’espressività assonnata/ della Notte.” Disarmante il tono, proteso solo nell’intento di denunciare, ricaricare, spiegare, crescendo esponenzialmente in un bene impacchettato male. Liriche che snocciolano contenuti profondi, calzanti, satirici, ubriacanti, mai doverosi o banali.

    [... continua]

  • Una "full immersion" tra presente, passato e futuro, alla ricerca di un senso e di frasi o lettere apparentemente senza senso. Un viaggio, quello percorso da Lerro Menotti, al confine tra la fantascienza e l'illusione di vedere come il mondo potrebbe apparire se fosse privo di ospedali, di malattie, di dolore. Una sorta di panacea che tocca il mito dell’immortalità e rende l'uomo così capace di vincere la paura della morte stessa, e del tempo che passa.
    Avventure che si susseguono, tagliate da flashback e scandite da ricorrenze, luoghi, persone, accomunati dalla volontà di vivere con consapevolezza anche l'inconsapevole.
    Dettagliato nella descrizione, anche cruda, di quanto l'uomo possa essere azione/reazione che conduce il suo intimo in equilibrio precario, tra la ragione e follia.
    Storie intrecciate, come quella di Gilda, Albert, Dominic, Andrew, Carlitos Clown, Vladimir, Niňo, che narrano di amore, odio, paura, rabbia, frustrazione; suddivise in tre parti, utilizzando tre modi diversi di scrittura: diario, lettera, narrazione.
    Tre forme, che possono metaforicamente essere interpretate come l'Io, l'anima e il corpo, o i tre "IO" dell'analisi transazionale psicologica. Transizioni che trasportano lo scrittore attraverso stati d'animo diversi: "io-genitore" (con richiami epistolari alla figura paterna e educativa per eccellenza), "io-adulto" (ove non mancano osservazioni e stimoli dati dalla contingente situazione vissuta o dalle esperienze avute nel corso degli studi/viaggi) e "io-bambino". In quest'ultima l'esplosione della creatività, della spontaneità e della grande forza di intuire come il mondo nel 2084 possa esprimere una posizione esistenziale, e strategie, atte a carpire nel quotidiano, le risposte al cinismo, alla futilità materiale e sicurezza. Un iter contro le lesioni che troppo spesso sono la causa lacerante del malessere umano. La ricerca di complicità è a volte maniacale, ma è la stessa strada che conduce poi alle origini e alla vera libertà. 
    Chiaro è il riferimento al romanzo distopico per eccellenza: "1984" di George Orwell, dove l’utopia di avere in mano il controllo dell’esistenza, catapulta verso la demolizione della stessa.
    "Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato".
    Un coraggioso sentire, che accompagna Menotti all’abbattimento di muri, sia materiali che psicologici, riscoprendo nell'apparente follia, la sana verità, che ha il potere di vincere le imposizioni, i cambiamenti e l'amaro distacco.

    [... continua]

  • Il poeta diventa strumento, la stessa parola vessillo d'emozioni, senza blocchi geografici. La libertà migrante dei versi, trasporta verso infiniti orizzonti e fa ritmare il cuore, custode prezioso. La voce seppur tremante, diventa compagna del viaggio, "parlando di un mistero dell'aria".

    Il messaggio è legato alle attese, ai ricordi, ai "brividi di gallerie strizzate di vento".
    L'inquietudine abbraccia la speranza, svegliando così i sensi e chiamando per nome ogni singolo istante.
    La Lo Bue, sagacemente getta "il seme", alimentando con la scrittura, "infinite storie", fatte di "sole e sangue", di sogni e di cicatrici curate dalla forza dell'Amore.

    Il riscatto, la voglia di proteggere il dono della vita, diventa la sfida contro la clessidra del tempo, e le stelle disegnate con il sudore dei dolore e delle lacrime alla luna, diventano il bagaglio d'esperienza.

    Anche il silenzio, le geometriche forme, il gioco, la terra, sapori, fiori, colorando l'anima e nonostante le incertezze che interrogano il presente, vi è un continuo slancio verso la ricerca della felicità.
    La chiave della pace è la presa di coscienza della "croce silenziosa di un enigma" che unisce mondi diversi, rendendo rare le persone.

    Allora non ci resta che immergerci in questo mare, e tra baci e stupore, continuare a lasciarci trasportare.

    [... continua]

  • Una vera scoperta quella di Alessandro Moschini nelle vesti non più di solo musicista o poeta, bensì di narratore. Una penna noir, sagace e investigatrice.
    Il tutto ruota intorno alla vita di Claudio Pagnini, apparentemente normale e abitudinaria, fino a che non compare un “portagioie”; fulcro collegante il passato con il presente.
    I “fantasmi” del passato, tornano così prepotentemente alla ribalta, creando suspense, brividi, desideri, e “scariche” di ricordi, tali da scombussolare i ritmi quotidiani.
    Tra analisi paranormali, mistero, congetture, paure, determinazione, la sola  volontà è quella di fare emergere una verità, seppure amara.
    Alla luce e con forza arrivano dettagli importanti per risolvere un caso. Maria (mamma di Claudio), riuscirà così a trovare il modo d’entrare in contatto con il figlio, trovando il coraggio, (che forse anni prima), le era mancato.  
    Un vero grattacapo o una “coincidenza” per il commissario Roberto Interlenghi, tanto da essere lui stesso, emotivamente coinvolto. Seguirà infatti le tracce di un cadavere corrispondente a uno dei casi più gravi di scomparsa, e fino ad allora irrisolti, datati dal 1957 al 1961.
    Due amici (Claudio e Roberto), si ritroveranno a percorrere tratti di storia insieme. Una famiglia  sarà ricatapultata in una storia al limite del paradosso, che vede Adelmo  e Sara (rispettivamente padre e sorella Claudio), attoniti di fronte a tale inaspettato (ri)apparire. Lo stesso prete, Don Gaetano, resterà di stucco.
    Un portagioie, ritrovato polveroso in una cantina e la forza “magica” che racchiude un segreto, sarà la causa che spingerà verso la giusta pace.
    Non mancano i colpi di scena, sound particolari o le sensuali e erotiche immagini d’amore (tra Claudio e la fidanzata Jennifer) che rapiscono, ma al contempo  uniscono, colmando distanze fisiche e mentali.
    Può la forza dell’amore superare ogni barriera umanamente percettibile?
    Beh! Non resta che affermare quanto tutto sia possibile e leggendo “Il portagioie” di Alessandro Moschini, resterete sicuramente colpiti.

    [... continua]

  • Scrivere non è mai semplice. È un atto di grande coraggio, lasciato sul foglio a imprimere le emozioni scorse come acqua tortuosa o cullate da “dondolii di tempestose gocce penetranti”.
    Non sono solo parole, quelle che animano le “pozze di lettere, stagni di virgole, luoghi di punti”. Essere poeti diventa un coraggioso viaggio alla ricerca di quanto la vita può donare.  Attraversando le inquietudini che smuovono e fanno sussultare l’anima  e ritmare il cuore e sentirsi come Icaro. Così vicini al sole, con ali per volare in alto, e con la paura dell’oscura apparenza, che può schiacciare al muro della solitudine o dei soliti pensieri.
    Cadere nel vuoto, diventa il timore dei sensibili. Eppure la speranza di una reazione, è la spinta che catapulta fuori dal baratro e dona il coraggio per superare anche forti dolori.
    Riprendere la vita in mano, e assaporare un nuovo inizio, un nuovo giorno, un nuovo anno, è il senso dell’essere umano. Immergendosi negli affetti,  scoprendo luce rinvigorendo rapporti, migliorandoli.
    Alla fine il tesoro inestimabile è dato da chi abbiamo intorno, o a chi permettiamo di assaporare la nostra essenza, in tutti i frammenti di cui siamo composti.

    “Un regalo del presente
    libera erba verde
    piegata dal vento”
     
    E l’Amore permette di fare quel salto nel buio, senza tante domande, ma con la consapevolezza, che come dicevano i latini “Audentes Fortuna iuvat “ (= la fortuna aiuta gli audaci).
     
    Allora liberiamo i vorrei, coltivando settimana dopo settimana, il giorno, per realizzare con armonia e alchimia, ciò che prima era soltanto un semplice sogno o un fotogramma etereo. Aprendosi al mondo, possiamo innamorarci e capire quanto uniche siano quelle frequenze instaurate.
     
    Memori di “lezioni scritte devastate, regole trascritte divise, voci vergognose risentite”, il poeta ricorda che la chiave di svolta è nelle nostre mani. Il discernimento è il chiaro indicatore delle nostre azioni. Ognuno di noi segue la sua natura; se essere “grigio” o pecora o lupo o semplicemente sé stesso: portatore sano libero di follia, desiderio, simbiosi emotiva. Espressione autentica, in un mondo che ha dimenticato quanto ricchi si possa essere, ascoltando e guardando intorno e dentro noi con nuovi occhi.
     
    Poesia fresca, schietta e originale, quella di Leonardo Manetti, che come freccia scoccata, penetra all’interno dei valori più profondi, producendo riflessioni e strumenti per vivere decisamente meglio.

    [... continua]

  • Accade che la poesia prenda per mano e accompagni le nostre intime emozioni, fotografandole e scolpendo attimi d’amore o dolore, diventando memoria o futuro da vivere. Un getto di autentica e intima espressività; è questo quello che si denota nelle liriche della poetessa: costituito da tre quarti di cuore e un quarto di ragione personale.

    “Scrivo poesie in antitesi ai tempi, fugaci e violenti, ma la penna e il cuore, complice il foglio, mi donano sogni e intense emozioni. Il vizio di scrivere è vita per me”.

    E se tutti i vizi avessero questa forma, allora ogni gesto, pausa, brivido, non sarebbe vano, ma attenta analisi e ascolto, in una società troppo consumistica e antivalori.

    La Pascasi, va controcorrente. Armata di cuore, trova le ali per ricercare nei “lembi di fragili realtà e cere ormai disciolte”, dense proiezioni di vitalità, senza imbavagliare la verità. Anzi, descrive le illusioni, i dissapori e trova negli interrogativi quotidiani, la forza nelle “lucide emozioni”. La poetessa denuda l’anima, mostrando “sabbie umide” o “preziose ore”, con rara trasparenza, e descrivendo sagacemente, anche i percorsi più travagliati.
    Tasselli che si incastrano perfettamente e spontaneamente, generando sintonia, e alchemico coinvolgimento.

    La semantica è stimolante e testimonianza di consapevolezza dell’universale potenza del linguaggio.
    Lo stesso verbo: “parlare, agire, amare, volare …”,  è essenziale mezzo "per sapere cosa fare" nelle luci/ombre che circondano l’essere umano. I silenzi diventano raccolti messaggi, lasciati in dono al “vento che si posa su cuori appesi al mondo”.

    Una silloge tessuta con grande maestria, e che sicuramente tatuerà, senza fare male, nel profondo.

    [... continua]

    • InVersi
    • 23 maggio 2014 alle ore 17:29

    “Oro fra i miei occhi e il tuo cuore” prendono forma “InVersi” di Matteo Cotugno, tra sussurri e sogni, bagnando fogli di poesia. Alla ricerca di equilibri, rifugiandosi in battiti  infiniti, ricordando il sapore di un bacio, raccolto nascosto fra pilastri.
     
    Profuma, di timidezze e tabù, ogni lirica di Matteo. Ogni parola resta dentro, e si spoglia e specchia, abbracciando le speranze e lasciando andare lacrime d’addio.
    I versi sono traboccanti di sentimenti e di quell’amore che sa ancora soffiare messaggi, nonostante le troppe crisi di questo tempo.
     
    Rapisce, arriva diretto e si estende semplicemente cantando la vita.
    I vorrei diventano “vele” o “stelle”, “cieli immensi” o “nuvole sospese”.
    “Raccoglierai di me/ campi di preghiere/ e distese di gioie,/ pietre di tramonti/ e piume di aurore.” Questo è quanto semina il poeta, come "umile contadino", con sacrificio, tra le ombre di una società spesso indifferente al dolore dell’altro. 
     
    In giochi di chiaroscuro, la forza sta nel riuscire a meravigliarsi, ritrovando la via e le chiavi per aprire nuovi giorni. L’umanità è paradossalmente fragile e forte. Può schiaffeggiare o innalzare, ma può rompere i lucchetti di catene pesanti, se l’incoscienza è unita alla speranza di poter tornare ad amare.

    Facilmente si può cadere se non sostenuti, se illusi o traditi. La follia, può spingere questi passi, o essere la fuga lucida per giungere a un’altra vita, e “in mille poesie, scritte col sorriso sulle labbra”, può tornare a pronunciare  “ti amo”, senza nessuna paura e senza mendicare.
     
    Cotugno, lascia in eredità parole immense, in cui ognuno si può identificare.
    Vibrano e orientano nel “doloramore” che sa di “strana magia”.
    Fiorisce nel silenzioso percorso d’evoluzione intimo, esplodendo nella musicalità di istanti, in fotogrammi di ragione e mistero, di vuoti o voluti non ricordi.  
    Dolci e amari canti che diventano partenze o approdi di un maturato “volo disteso” e proteso viaggio verso noi stessi.

    [... continua]

  • Fino “ai confini del mondo conosciuto”, arriva la poesia di Lorenzo Pais. In un giorno e mese destinato, racchiuso e ricordato in un 9 Aprile.
    Ancora una volta, i versi prendono per mano e diventano compagni di viaggio nel tempo e mitigano sogni e illusioni, brindisi e fugaci saluti. L’amore infiamma e se non corrisposto, può far male. Il richiamo della metamorfosi di donna in aspide, è indice dell’alto dolore che un uomo può provare nei confronti della donna amata.

    L’oblio e la solitudine, ricordando in morenti cerchi d’acqua un non corrisposto sentimento che porta alla lacerazione, e a trovare il conforto in un calore o bisogno (sbagliato) di qualcosa che non è mai appartenuto. Il vuoto provoca abissi profondi nell’anima e nella mente, e silenzi estremi.

    Lorenzo descrive e attraversa il pathos e nella katarsis (κἁθαρσις, "purificazione") trova, nel divenire cenere, le ali di fenice per rinascere.  L’equilibrio è un cammino in salita, spesso ostacolato da “congiure e tradimenti” inaspettati, poiché celato dalla disillusione di una verità bugiarda.

    Il tempo diventa il medico guaritore, in una “domenica d’Ottobre”, bramoso di futuro, sogni, “tra spazio e magia”. Il corpo ammalia la mente, e spesso bloccato da parole non sincere, può portare a giorni di guerra, “solitari senza amici, senza amore”, la ricerca e l’ascolto di quella voce interiore, è il necessario faro-guida per ritrovare coscienza.

    La penna di Pais, si tinge di rosso e di nero, delineando i tormenti e le urla che le sfide quotidiane possono porre o condannare. Il destino diventa un vestito spesso macchiato di vittorie e pericoli. La forza di andare avanti ricercando la cura è il fine dell’uomo, che diventa “acrobata tra sospiri e baci”, su un palcoscenico non sempre conforme ai desideri.

    Tra attese, pensieri, sorrisi, incanto, incoscienza, scivolano le difese e l’odore dell’umanità travolge con stupore chi, nonostante tutto, si lascia andare ai “carpe diem”.

    L’uomo amato può innalzarsi o sprofondare se non amato, osannare o imprecare, vedere donne angeli o demoni, parlare d’amore o di odio, sorridere o piangere, sognare o scegliere di morire. Nel buio, riflessi e colori sono ben visibili e anche quando non c’è l’Amore vero, ha la capacità di avvolgere e di riscaldare “come una sciarpa calda e morbida”.

    E quando ci chiediamo dove sia la felicità, eccola che la troviamo: è racchiusa in una valigia di emozioni carica di  vecchi racconti o di tuffi negli occhi, parte di un gioco o semplicemente “pagina vuota in attesa d’inchiostro”.

    [... continua]

  • “Gli  umani non sempre sono chiari. Tra noi è tutto molto più semplice. Meno parole nel vuoto, meno gesti inconsulti e meno gesti contraddittori, soprattutto.”
    Fiumi di parole scorrono, e le emozioni che si leggono, sono riflessioni per l’anima e perle di saggezza seminate dentro, tanto da germogliare nella nostra quotidiana esistenza, riuscendo poi, a guardare con occhi nuovi quello che abbiamo intorno. Rapportarsi diversamente con chi condividiamo, è la "rinascita", a cui porta questo libro.
    Una grande penna quella di Maria Grazia Crozzoli, che attraversa la vita, le storie, di più persone (animali e cose), guardando e immedesimandosi nella grande umanità che spesso non consideriamo.
    Sta stretto vestire i panni di un altro, figuriamoci, se il punto di vista, è quello dei fedeli quadrupedi.
    Eh, si! Il protagonista di questo romanzo è proprio Cico (figlio di Pluk), un cane che racconta in prima persona quello che vede e sente. Come vive il rapporto con gli esseri umani, come affronta le paure, il distacco, l’amore.
    Frizzante, originale, provocatorio e ironico.
    “Non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Esempio di quanto troppo spesso, diamo per scontato le esigenze dei nostri amici a quattro zampe, o di come basterebbe così poco per capire, che nei loro gesti, vi è una potente via di comunicazione.
    Pazienza e ascolto; pratiche  quasi dimenticate.
    Dispersi nel “tran tran “ frenetico, spesso siamo ciechi e sordi, e ci dirigiamo su binari sbagliati  o ritroviamo in complicazioni assurde.
    “Di noi cani dicono che viviamo ogni giorno così intensamente come fosse l’ultimo, cosa che dovrebbero imparare i nostri amici umani ma non viviamo con la paura della morte, viviamo e basta, godendoci ciò che di buono e bello la vita ci dà, imparando dai nostri errori e soprattutto, non portando mai rancore. Perdoniamo sempre, o quasi sempre.”
    Allora non resta che immergersi nella lettura di questo libro, e nella meraviglia di una nuova prospettiva, capire e ritrovarsi sicuramente più cresciuti e arricchiti di prima.

    [... continua]

  • Immergersi nel mondo della poesia è un cammino intimo, fatto di ripidi tratti, scoscesi, bui, inimmaginati, scavati nella memoria. Oppure luci che donano il coraggio di testimoniare in versi, quello che può essere ancòra di salvataggio, legando ragione-cuore. Partire dall’Anima non è sempre semplice, eppure la Poetessa Arlotta, trova l’inizio per direzionare questo cammino.
    “C’era una  guerra”, sempre attuale, dove la poesia diventa bellezza, sogno, graffiante forza, sorriso che s’accende, in chi ha sete di amare. Un percorso di pensieri e semi, che riescono “ancora insieme”, a baciare gli errori, spogliandosi delle maschere che “certe notti” indossiamo. Vuoi per paure,o per nascondere le incertezze che il peso di un passato, ha segnato. Un’autodifesa che brucia nel peregrinare, sconnette e mescola i sentimenti.
    Pennellate d’arcobaleno, che contribuiscono con tutte le sfumature a dare quel “dolceamaro”, arricchendo con esperienza il presente. Una riscoperta dell’ "essere", donne, uomini, bambini, profumanti di vita e magia. Ognuno portatore di emozioni che l’instancabile vento porta nel tempo.
    I sensi, riempiono i vuoti e riaccendono “sinuose note”, che solo chi, va oltre la moda dell’ "apparenza" e della "illusione", può comprendere.
    Emanuela, diventa con la poesia "l’Incontro" di anime in divenire, destinate ad accogliere con "occhi d’amore" chi, può ritrovarsi nelle sue parole e "rinascere dalle ceneri", ricomponendo le ore e scacciando la solitudine e l’ipocrisia.
    Tra "strade distorte/ di asfaltate esistenze/ incollate al volante" di un "Roma romantica" o di una qualsiasi altra città, seguirla in questo viaggio poetico, sarà una piacevole compagnia, e anche "sotto la pioggia", troveremo il modo per riflettersi positivamente nelle differenze che ci circondano, con idee e battiti nuovi. Accarezzando ferite e rughe, anelando respiri con "passione" e sotto un tappeto di stelle, sentirsi liberi di amare ancora.

    [... continua]

  • “Il giorno che saluta frantumato”, saltellando nel quotidiano tran tran, ed è qui che si posa la penna di Pietro Pancamo, sbattendosi contro una realtà non sempre semplice da capire o da vivere. L’allusione al coraggio di fronte all’interrogativo: “Amore o desolazione?” di proseguire mano nella mano, cercando una concreta stabilità, in questo precario equilibrio di sensi.
    Ironizzare diventa la disinvolta capacità di mascherare le paure, metabolizzando la “melanconia”, nella poesia. Assemblando i pensieri o cercando la soluzione in chi può comprendere “il fagotto di stelle e di buio”.
     
    Le somiglianze, si celano stringendo “in un solo mondo/ città, mari e tempeste.” La condivisione diventa il rifugio ideale, e un punto d’arrivo o di partenza (dipende dalla prospettiva) o dalle vie che si progettano per liberarsi dal disordine e dalla voglia di ripetere l’emozione, in abbraccio o in un ricordo. “Gioachino/… Posa le mani, come due tele di ragno, sul davanzale e sta vicino alla finestra, tanto vicino quasi annusasse il vetro.”
     
    Spesso il contatto diretto con la “morte” è difficile da affrontare e fa stridere i denti, portando a: “Delusione/ Depressione/ Confusione senza pari/”. Anche le parole, corrono il rischio di diventare “formule” complicate di sogni irrealizzati e sorrisi persi. Eppure è in questi momenti di umana fragilità, descritti dal poeta, che il cuore torna battere e festeggia: “festeggio: sì, come Athos – uno dei quattro bravi un tempo a danzare, a lume di lama – m’infilzo preciso/ una bottiglia alla bocca/ deciso a brindare.”
     
    Oltre la malattia e “vetri appannati”, la lotta diventa serena e consapevole. Una maturata evoluzione, che firma e lascia “una scia di passi”. Consapevole di un passato che ha dato gioie e dolori, Pancamo si immerge nella descrizione di  chi “canta” in torme di rifiuti. Un leopardiano immedesimarsi, in una situazione inconcepibile, ma ahimè, all’ordine del giorno.
    “Così il rosso del mio sangue, che ogni mattina si sveglia,/non vuol dire più/ rigenerazione/ ma soltanto/ riciclaggio.”
    Frammenti che accompagnano il giorno a sera, diventando “coriandolo questa città in mano al vento!”.  Pancamo dirige abilmente l’orchestra d’umane emozioni, ispirato dal contesto cosmico. Attraversa infatti,  il bosco dell’inquietudine e del caos, “No, non per dimenticarti:/per rimpiangerti meglio/ (come direbbe il lupo/ a Cappuccetto Rosso)…/ e più gioisco più sono solo.”
     
    “Un un manto di vita”, si eleva anche a mezzanotte e tra racconti impregnati di mura, dentro e fuori, tra “i detriti del mio semplice destino”, emerge uno spiraglio di speranza, che dona la forza di andare avanti e riemergere all’alba nuovi. Annusando così, la vera essenza di essere parte integrante di un misterioso, ma allo stesso tempo, immenso disegno.
     
     

    [... continua]

    • CHRYSE
    • 29 luglio 2013 alle ore 8:26

    Un thriller o un’intensa storia d’amore? Sicuramente un’avvincente vicenda, descritta dalla penna minuziosa e attenta di Antonella Giordano. Ogni dettaglio non è mai fuori luogo, tutto segue un preciso filo, partendo da una situazione normale.

    Un viaggio, un treno, una direzione. La storia prende così forma, scorrendo sui binari della quotidianità, tra impegni di lavoro e pensieri che si accavallano, facendo dubitare dell’esistenza dei veri sentimenti e della profondità dell’amore che quando arriva, coglie impreparati, come un fulmine a ciel sereno.
    Manuela e Lorenzo; lei donna cresciuta in fretta per la perdita del padre in giovane età, laureata in giurisprudenza, amante dell’arte e dedita anche in un lavoro non soddisfacente per le sue capacità. Lui, professore universitario, esperto nel settore e legato al suo mestiere. Entrambi si trovano sullo stesso treno, diretti a Roma e la complicità tra i due è subito un campanello propizio.
    Si ritroveranno fianco a fianco, sulle tracce della martire cristiana di Chryse, una giovane ragazza precocemente scomparsa. Ricomponendo i pezzi di un passato, tra le "ombre" che circondano il loro presente. Tra scavi nella storia, si ritroveranno davanti a qualcosa più grande di loro.
    Un mistero, che li porta analogicamente ad un’altra giovane vita spezzata: Elisa.
    Ecco che gli equilibri si compromettono: chi si sentiva al sicuro inizia a temere, chi aveva già riposto le speranze di conoscere e di avere  giustizia, in un cassetto chiuso a chiave; poichè prova solo rabbia, per non avere fatto o detto cose prima. Chi non capisce cosa stia accadendo, resta attonito e chi agisce, appare "diverso".

    Ma il bisogno della verità è troppo forte, e spesso trova la forza di uscire fuori, portando tutto il peso dei pro e contro, e senza evitare il rischio, va avanti, intrecciando inevitabilmente altre vite nel tempo.
     

    [... continua]

  • Ho sempre pensato che la poesia sia musica e viceversa. Alessandro Moschini dimostra a pieno titolo la teoria messa in pratica.
    Il dono della scrittura è proprio di chi sa sensibilmente creare melodia parlando con l’intima parte di noi stessi; creando dialogo tra suono e parole. Alessandro “bassista-poeta”, riesce in questa impresa, legando nota dopo nota, fino a mettere su carta tracce, fatte di desideri, emozioni intime, senza mai cadere nel volgare anche dove la sensualità, diventa protagonista di giorni e complici rumorosi baci, di fuori misura, respiri, mani, origami d’amore, corde tese su ferro battuto, sulla schiena in estasi d’erotiche cuspidi.
    La ricchezza del Poeta Moschini, trova spazio nel pentagramma scelto in chiave di basso, diventando lingua universale e componendo versi anche in lingua inglese (altra coraggiosa avventura).

    “Siamo tempo/ ibernati nel fuoco/ labbra che si sfiorano/ a cercarsi e nascondersi/ come misteriose conchiglie”.

    Mare, passione viva, canto, dolore, “intonazioni mute”, schiuse in boccioli diventando rose rampicanti sul petto e colori, sulle pareti della vita.
    La sensibilità e consapevole coscienza è il peso/forza di questo Maestro d’Arte, che “travolto dall’ingordo cielo notturno e dall’urlo pungente del cielo”, trasporta e condivide il suo carico d’amore.
    La musica diventa cura e rende i silenzi più sopportabili, e Alessandro Moschini è protagonista attento di “bisbigli nei sorrisi che non vedi ma ci sono mentre t’ascolto”.
    Paziente disegna movimenti e cambiamenti con l’inchiostro della sua penna, raccontando brividi, sospiri, bagliori d’estasi e d’intesa. “Insonnie e follie”, dietro a vetri frantumanti e remote esplosioni. Organigrammi privi di maschere, stampati nella mente e nel cuore, fatti di sguardi e nudità. Di voci attaccate alle pareti o passanti attraverso l’anima bucata.

    La poesia è Amore che soffia sul fango, ripulendo, con la purezza di un bacio sulla fronte e liberando gli occhi dal nero e dalle catene, spazzando via le foglie morte.
    Amore che si lega al sesso, diventando gioco: “giro le dita/ intorno alle tue perle/ mentalmente conto/ i peccati che farò/ tra le pieghe del tuo corpo”, “bevi con me la notte versata dalle stelle dei tuoi seni/ portata alla tua bocca dalla mia. Siamo complici in questo colpo,/ ladri d’attimi”.

    Storie vissute e descritte audacemente in pentagrammi sempre nuovi e unici. In simbiosi composte di palpiti di sole e docili effusioni con la bocca a ricamare sul foglio scampoli d’amore.
    Spazi e righi, musicalità che alterna levigando, narcotizzando i dubbi, “fade in …fade out”, dove si sensi sono padroni nel buio, e in segreto l’anima pulsa. La stessa vertigine è vergine, essendo come la prima volta, ogni esperienza vissuta al pieno.

    Alessandro è concreto e come un cuoco (manipolatore di cibi), dirige la parola:
    “Tu che sei Archermes/ venuta a intridere il pandispagna dei miei occhi/ e maliziosa sorridi e ricambi/ il mio golosastro pensiero”.
    La poesia di Moschini diventa valigia carica di emozioni trasportate e fa delle donne descritte, la Musa regina di ogni  pensiero: “sai di piovra e conchiglia, squalo e sirena/anaconda e delfino/ mentre un raggio di sole/ attraverso la serranda/ trafigge il tuo seno/ lasciandoti cadere/ abbandonata e madida di passione/ sopra di me”.

    [... continua]

  • Attento sguardo quello di Leonardo, che s’incrocia con la bellezza della natura, che ci circonda, diventando magia di sensi e melodia, troppo spesso dimenticata di “una scala senza chiave”.
    Poesia, che bussa alla porta, e coglie impreparati, in un tutto dove oggi è dovuto, preso, scaraventato. Si affaccia questa giovane penna, riuscendo  a gustare ancora la cristallina essenza di “ frasi amiche” e “mani lente “che “abbracciano”, senza lasciare la macchia della solitudine.
    L’umanità è la “fortunata” ricerca di speranza, percepita in una società “malata”, di “suoni fastidiosi”, di “attese”. Un ritornare bambini, per apprezzare, cogliendo con i sensi il segreto: “volo tra le montagne, /nuoto negli abissi, /gioco in un campo, /spiragli di dolci sogni“.
    Leonardo riesce a discernere, “lungo vie d’asfalto, macchine sommerse”, raccogliendo  le “sfumature colorate”, della quotidianità ed arrivando all’essenza viva del “paradiso”; che è concretezza sulla terra.
    Ancorato ai valori, ai racconti, che lo hanno reso non solo partecipe, il Manetti, diventa poeta protagonista: pittore-descrittore di “un paesaggio nato dal sudore /si alterna a fitti boschi, /taciturne braccia di sacrifici/ offrono colori e detti.“  Pennellate di parole, di “lontani pensieri” e di consapevolezza di avere, “vicina la felicità”. 
    Freschezza spruzzata, e genuinità coraggiosa nel “fermarsi”, ascoltando  anche l’albero, che “racconta la sua storia”. Agire e/o reagire, quando “il cuore strabatte”, capendo che” ogni momento è unico,” per dire: “Ti Amo così tanto”.
    Perle preziose, sono in “sChianti” di umana vita intrisi di “Incidente & Amore”. Un monito per superare la fatica, la pigrizia, le ombre di un passato, il male subito da “mangiafuochi senza scrupoli” per ricordare di: “Non attendere domani, /raccogli oggi le rose della vita, /apri le ali e lasciati andare, /volare per spazi azzurri e infiniti.”

    Dulcinea Annamaria Pecoraro

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  • Oggi ci chiediamo perché non abbiano ancora inventato la macchina del tempo e ci lamentiamo di quello che abbiamo o avremmo potuto fare. Beh, sicuramente non ci siamo resi conto che il dispositivo è già stato inventato da millenni. Da quando abbiamo la facoltà di scrivere i nostri pensieri immortalandoli. Fare parte di una storia, anche quella che fa male ed è più crudele, quella che fa cadere, rende furbi. Quella che dona e solca indelebilmente l’anima e porta dentro le emozioni. La costruzione o la distruzione di ogni cosa è in mano a chi esorcizza o coraggiosamente si fa portavoce di parole, testimoniando quello che i sensi portano; gustano, ascoltano, osservano. Si condivide anche il sapore amaro che può lasciare tra le lacrime e i sorrisi, che possono attraversare i meandri della coscienza, raccontando anche dell’incoscienza passata. I poeti sono questo: frecce che attaccano i sogni al presente, “raccattando i cocci“ dell’esistenza, anche dove le ferite sono la dura vita che scorre quotidiana.
    La rabbia diventa un ricordo che il tempo accarezza, l’amore una salvezza che accompagna la speranza, dopo aver perso tutto. La memoria resta scritta tra le dita che attraversano il bianco, con il nero incontenibile che traccia e cambia, facendo maturare, tremare, consapevolmente respirare.
    Alessandra diventa il vivente segno che palpita in un dramma come quello del Terremoto che ha colpito l’Aquila del 2009. “Affoghiamo la pauranelle onde di cobalto, ci aggrappiamo con dolore alla mutevole sabbia. [...] Ci riconciliamocon il nostro destino in una città fantasma gremita di spettri”.
    La sopravvivenza diventa necessaria e la forza di parlare e di non celare gli stati che affollano ”il risveglio mortifero”. Diventa presa di posizione, nei confronti della misteriosa Signora Morte. Un gioco impari che spegne le luci d’improvviso e non guarda in faccia nemmeno al “giovane melograno” che “si aggrappava faticosamente al proprio orcio di salvezza, spiando dall’esterno”.
    Il ricordo diventa la radice per immergersi nel “deja vu” e capire quanto le azioni del quotidiano siano così importanti da essere appieno vissute. I gesti non sono mai vani poiché solo dopo ci si può accorgere di quanto “troppo presto vanno via le carezze”. I desideri diventano cavalcabili, se ci rendiamo conto di poterli realizzare ogni singolo giorno; senza rimandare, senza essere schiavi dei “domani poi farò” o dei “filtri o amplificazioni”.

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  • La nostra esistenza è protesa alla realizzazione dei nostri desideri, e a cercare di mettere insieme i tasselli del puzzle della vita. Eppure, nel caos del tran tran quotidiano, capita che qualcosa si perde nel tempo e lascia il senso di incompiuto alle azioni.
    Arriva il momento in cui le emozioni scoppiano dentro, anche se celate dagli impegni e dalla finalità dettata dalle resposabilità assunte.
    Ed è questo il caso di Benton Swatch; uomo affermato e intelligente, diventato abile negli affari e nel tenere di conto alle “maturity del credito” ma con un passato ben diverso dall’attuale posizione di manager.
    Nel 1960 a Roma non indossava né giacca né cravatta, ma gareggiava insieme con l’amico Bull alle Olimpiadi come atleta. Ed è lì che Lijuba, prende forma. Giovane atleta ceca del lancio del giavellotto. Bionda, dallo sguardo penetrante, da un neo marcato, dalla pelle bianca e dal corpo ondulato.
    Un amore rimasto da sempre nel cuore, condiviso solo con l’amico caro Bull, che ha avuto la meglio. Ma il cammino procede: tra matrimonio, separazione, affari, fino a scoprire troppo tardi che anche Lijuba era innamorata di Benton.
    Una rincorsa indietro per proiettarsi avanti, e ritrovarsi ad affrontare la morte dell’amico/nemico di sempre Bull e quella verità; lasciata scritta in un quaderno rosso, e consegnato da un misterioso uomo Karl Hlinka, a Madrid.
    Sarà l’inizio di grandi cambiamenti che porteranno  Benton ad attraversare l’Europa, combattendo contro i fantasmi  e le voglie; smascherando la sete di dare risposte a quelle domande, rimaste dentro, e  tenute a freno per troppi anni.

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  • L’angelo che portava  la morte, un thriller mozzafiato scritto abilmente da Eugenio Nascimbeni che lascia fino alla fine enigmatica la figura omicida.
    E' tra leggenda e usanze rituali della Sardegna rurale, che ruota la descrizione di questo libro, tanto da poter essere la sceneggiatura realizzabile di un futuro film.
    Scorrevole, ironico, estremamente scrupoloso nel “mascherare” il nome dell’"ombra", che agisce di notte, provocando la "dolce morte".
    Un tema  attualmente scottante, come quello dell’eutanasia, che si mescola ai riti passati, atti a voler fermare i patimenti di anziani, presenti nella casa di cura di Villa Azzurra; immersa nella ridente Alghero.
    Un caso da risolvere che coinvolge la curiosità del protagonista: lo scrittore affermato Giorgio Ferrandi, che parte dalla rumorosa e caotica città di Treviglio, per raggiungere le diverse abitudini dell’isolana terra.
    Un rincorrere di profumi e sapori, di colori marini che riscaldano la scena e tetralizzano la figura sacra-profana dell’"accabadora”.
    Il mistero della vita spezzata a creature agonizzanti, legato a una catenina d’oro scomparsa, da cui pende un medaglietta impressa l’immagine della Beata Vergine.
    Interrogativi della coscienza, gli scrupoli, i segreti che scritti nella storia della memoria o legati a entità fantastiche, documentano le tracce di un tempo.
    Boccate di sospiri e abbozzi di rivelazioni, per arrivare a ciò che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

    [... continua]

    • Danal
    • 15 febbraio 2013 alle ore 9:14

    “Lasciatemi carta e penna, toglietemi tutto, ma lasciatemi mille libri che io possa scrivere dell’amore, che io possa leggere della vita.”
    Una storia d’amore e non solo, ambientata nel medioevo. “La leggenda è storia” come diceva Benedetto Croce e Bartolomeo Errera, in questo caso, è riuscito sagacemente a descrivere ogni minimo particolare, tanto da prendere forma d’immagine, la stessa lettura, teletrasportandosi dentro.
    Il tutto parte da una data ed un luogo preciso: 1219 Porto di Ancona. Florenzo è il protagonista, conte di Nerola, appartenente alla famosa e potente famiglia dei Crescenzi. “Restava incantato come se stesse vivendo una favola; la vista e l’udito si appagavano di ogni cosa e di ogni rumore”.
    Il testo è fluente, avvincente e curato nel minimo dettaglio: “sulle passerelle di legno, uomini a torso nudo e con la pelle lucida ed imperlata di sudore; scendevano sulla riva trasportando sulle spalle casse ingombranti e pesanti, come se fossero fascine di legna... come formiche corrono impazzite, fuggendo dal formicaio distrutto dal piede di un monello, urtandosi e annusandosi, così la marea di uomini e donne, correva, si urtava e si incontrava nello spiazzo antistante al porto. Florenzo era attratto come una falena dalla fiamma e non si accorgeva di altro. Un miscuglio di odori, spesso forti, aleggiava dappertutto: il lezzo del letame fumante lasciato da cavalli e asini, si mescolavano all’odore acuto del pesce trasportato, a quello intenso della carne, talvolta esposta per troppo tempo, al profumo del pane appena cotto, a quello aspro della frutta macerata nelle casse  e ancora a quello acre dei corpi sudati e sporchi di uomini e donne e dellle deiezioni umane nei fossati e negli angoli delle botteghe e lungo i muraglioni dei palazzi, che aspettavano la provvidenziale pioggia per essere lavate.”
    I personaggi  descrivono l’uomo medioevale in tutte le sue forme: HOMO VIATOR in cammino verso la salvezza e in lotta (vedi le crociate) per ristabilire la pace e un equilibrio (con sé stessi e con Dio).
    “Un viaggio voluto dallo zio in nome della Chiesa per sottrarre a Satana il calice della vita con la scusa di recuperare dalle mani degli infedeli l’immagine sacra di Cristo”.
    Una spedizione in cui partecipano personaggi storici esistiti come: Enrico Urslinger (duca di Spoleto), Alessandro Gaetani (comandante della truppa pontificia), Giacomo da Urbino ( capitano degli uomini inviati dal conte Crescenzi di Nerola), Jean de Paganì (condottiero templare inviato dall’imperatore Federico II), un ancora non santo Francesco di Assisi, accompagnato dal fedele Pietro, frà Silvestro (monaco bibliotecario dell’Abbazia di Farfa), seguito dal nipote Florenzo e dall’emblematica figura trascendentale, e allo stesso tempo femminile, di Danal.
    Alla ricerca di uno scrigno e di una coppa in terra di Gerusalemme. Uomini corrotti, penitenti, condizionati dal peso del peccato e dalla concezione di riscattare i vizi umani, (considerati le figlie del Diavolo): simonia, lussuria, ipocrisia, rapina, simulazione, usura, pompa mondana, sacrilegio;  attraverso la penitenza o la salvezza in nome di un amore più grande.
    Laicità e cristianità viaggiano su binari paralleli ed opposti: potens/pauper (= ricco/povero), disciplina/tentazione , dove Tutti sono coinvolti e sono i Bellatores (Cavalieri). La stessa figura del monaco, diventa il “milites Christi”, combattente della “pugna spiritualis” ( lotta contro il Diavolo). "Solitudine o apostolato, lavoro manuale e lavoro intellettuale, servizio di Dio nella preghiera e nelle funzioni liturgiche o servizio della Cristianità negli ordini militari dei monaci soldati" (Le Goff ).
    L’arte di ORATORES e la devozione nella preghiera, diventano eminente conforto e forma di quel potere spirituale sulla terra, raffigurato in Danal, mezzo concreto di contatto con il mondo divino (Vergine Maria o Dio stesso).
    Visibile/invisibile, morte/vita, simbologie fatte di immagini, di numeri, di sogni e realtà, comprovati attraverso testamenti, manoscritti, bolle papali  e rendono la narrazione storica avvincente. 
    Umberto Eco dice: “l’uomo medioevale viveva effettivamente in un mondo popolato di significato, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché era segno, esistenzialmente trascurabile, di una verità superiore, e il mondo intero appariva come un libro scritto dal dito di Dio” e Bartolomeo Errera lo fa alla perfezione.
    La narrazione vede coinvolto anche Papa Onorio III, mentito sullo scopo dell’ardua missione in Terra Santa. Si impreziosisce di poesia, dei materni sonetti che scorrono come “novella forza a lo core” , e raggiunge il culmine, nell’incastonata vicenda romanzesca, (nonostante le dure prove da affrontare), nella delicata e forte storia d’amore di Florenzo e Danal.
    Coppia originale, che vede in Florenzo la passione  e l’incertezza umana: “oggi il mio core è pieno di spine e il vederti mi reca una grande sofferenza. L’amore che vive per te è attaccato alla mia pelle come le squame di un pesce”. Dall’altro in Danal; creatura di autocontrollo mirabile, anche quando si lascia andare all’amplesso con il giovane amato.

    [... continua]

  • La mia dolce cenere, una silloge di cinquanta poesie, che si presenta con testo a fronte in lingua serba. Un percorso intimo ed introspettivo, di tematiche attuali ed esistenziali che attraversano la coscienza del singolo, in più fasi del cammino umano. Passaggio diretto verso la parte più “pessimistica” e malinconica: “trapassa le cose vive da sé al fianco e nel fuoco di tutte le cose” per trovare in “dulcis in fundo”,  il ponte che unisce silenzio e parole, creazione e cenere, tempo e spazio. Monica Osnato diviene voce instancabile; nonostante la fatica del quotidiano vivere. “Parlerò del seme/ che porta agli occhi/  il suo elogio della penombra/ dirò delle mura degli orizzonti”, immedesimata di chi vive in prima linea il combattimento di volere vivere.
    “Dalle mie ossa/ da ogni sillaba”, senza scomporsi, “vola tra luci e fantasmi delle sue torri bianche”, ricostruendo “tra le radici  ignorate e marcite”, trasformazioni allegoriche di ricordi e tentando di dare risposte presenti, ad azioni, che lasciano spesso, il vuoto. “Una poesia  che non ha fine/ silenziosa erode il marmo delle mura/ della pelle stessa/ e lascia vivi/ a morire in un barlume  di luce/ soltanto intravista.”
    Fiume di immagini, di “macchie scure sull’acqua”, scorrono per arrivare alla porta: il mare. Infinito e misterioso, naufrago e compagno, viaggiatore sapiente e paziente di attese e di canti alla luna o di messaggi portati dal vento. Consapevolezza di  arrivare a “un porto dove attraccano le stelle, di rose sfacciate”, di “candori sospesi”, di origine e di esili inclementi. Amore imperfetto che lascia segni e rumori, ricamato sulle distanze. Fragilità che mostra la sensibilità umana persa in assurde paure, per cui basterebbe un solo “guizzo”, per smascherare i “demoni accaldati”, risvegliandosi nella reale oasi, fatta di follia, di versi, di magia e sete “nel sogno dell’oggi”, senza più  temere di chiamare per nome, anche il mondo. Una conquista nel riconoscere i limiti, e dalla cenere, diventare “l’uccello dalle ali di fuoco”, così spalancando, una matura dolcezza.

    [... continua]

    • Dervisci
    • 27 novembre 2012 alle ore 8:06

    La Poesia di Bartolomeo Errera è trasmigrazione di spirito, intriso di calore nella forza di quella danza, che irrompe nell’Anima, liberando la mente oltre gli spazi ed i tempi. E’ un cammino quotidiano di scoperta e ricerca; di vissuti difficili, d’ascesi, di passioni, di lacrime, di intime preghiere, di solitudine, di paure, di tristezza e di Follia.
    Un continuo divenire e farsi “ mendicante” di emozioni, cercando quella via che porta, attraverso le vicissitudini della vita, all’abbracciare il cielo, consapevole delle materialità che offre la  terra, e dei desideri, che sono immersi nel mare.
    Errera riesce a coordinare intelletto, sentimento e movimento, destreggiando abilmente la penna, entrando in punta di piedi nella coscienza del lettore ed accompagnandolo attraverso le salite e discese. Inseguendo battiti, percependo soffi, gustando respiri, ricordando baci e cantando tremante di fronte alla bellezza/amarezza dell’Amore.
    Senza scendere mai nella banalità, Bartolomeo osserva con gli occhi del cuore, le metamorfosi dell’ umana esistenza, cullando ogni singola ruga e/o  memoria di nostalgia.  Le parole bruciano inconfondibili, diventando legna che scalda, acido che corrode, vino che disseta, bocca di verità e silenzio di farfalla. 
    Un presente fatto di ascolto ed attesa; coordinato dall’ esperienza di quella chiamata al discernimento. Danzando e roteando, condividendo e personalmente tracciando passi verso il Mistero e l’Estasi della vera felicità.

    [... continua]

    • Essenze
    • 14 novembre 2012 alle ore 7:52

    Un viaggio attraverso i sentimenti, “sussurrando lentamente... audacemente” parole, “che cingono trasparenti emozioni”. Scorrono, percorrendo un “tragitto dai mille colori”, “disegnando evoluzioni che si sciolgono in un amore visibilmente presente...”. Ed è questo, ciò che rappresenta la poetica di Federico Negro, la concretezza essenziale di “un’anima dalla lucente sensuale vitalità”.  Delicatezza, che si schiude in metaforiche immagini, in sensi che inebriano, creando “armonie fuori dal tempo”. Fluidità, che alimenta la musicalità dei versi, “inquadrando sottili stupori che ascoltano piaceri di indefinibile entità”, adagiandosi intimamente oltre la freddezza di un’era, che sembra vada al contrario della “cavalleria” passata. Un incontro di silenziosi “piccoli passi”, di magia che regala “immensità” per gli attimi vissuti. Sensibilità maturata, in un tragitto ricco di ostacoli e di mutamenti, attraversando i cieli ed i mari dell’umanità, fatta di istinti e di abbracci. Vibrazioni salutari, di purezza, di sorrisi accesi che Federico, riesce abilmente a descrivere. La freschezza percepibile, definisce ogni singolo verso, compiacendo la bellezza di "saziarsi" in ciò che il vero Amore, può semplicemente donare. Portavoce di battiti, di un cuore “complesso, spigliato a volte sensuale”: “ti carezzerò nutrendo la pelle di seta ed ascoltando i brividi dell’inesprimibile desiderio”. Un canto d’amore è questa silloge: “complesse sonorità invadono delicatezze complici di piccole impressioni che producono un’unica crescente emozione”. Poesia che entra in punta di piedi, regalando ciò che l’indifferenza quotidiana, ha dimenticato l’uso. Passione percepibile nella costante “emancipata” seduzione che passa dall’anima al cuore. Orizzonte, che diventa tangibile, di terra fatta di storia, di coraggio, di silenzi e di urla. Ricchezza di un sentire che “come fulmine... diviene sostanza”: Essenza; apoteosi di chi è perennemente innamorato dell’Amore, nonostante tutto e tutti.

    [... continua]

  • Avere una voce “che non si curva” ed un tempo, dove costruire e fissare le basi del nostro crescere, impegnandosi, “ fra sole e pioggia, fino alla sera  di oggi”, lottando contro il “demone“ che esulta e denuda, provocando e facendo di tutto per voler convincere di essere falliti. Preghiere, pensieri, spirito di salvezza, quello che guida questo giovane poeta. Un percorso umanistico, pronto a scommettere ed a svegliare una realtà dormiente, mobilitandola a “tornare ad un valore tradizionale”. Uno scavare, nei meandri impolverati ed impauriti, troppo impoveriti  dai “mutamenti involontari” di un male che “sovraccarica di banalità, d’indifferenza, di riciclate voglie senza senso”. Vincenzo Calò, stringe a sé la fiamma  di una amara verità, d’approfondita consapevolezza di ciò che attanaglia; conferme di fantasmi e i vuoti perbenismi, che affliggono la comunità, “ridotta in percentuali” ed in “delicati equilibri”. Schivo e diretto, pungente, “nel ruolo di un eroe” che sa far vibrare il foglio di poesia. Pagine di vita attuale, scorrono ed arrivano, mostrando la vergogna, il caos, la solitudine, con linguaggio finalizzato a una reazione. Una rivoluzione di immagini, di “modus vivendi”, di ragioni, di pesi e misure, di sospiri e complicanze generate dalla disinformazione e dalla manipolazione di chi spera, che uniformando il singolo alla massa, possa vedere aumentato il proprio potere. Un proclama di ribellione alla modernità, proiettato in un ritorno all’”innocenza”. Vincenzo Calò, diventa portavoce di una missione, che vuole scaldare i cuori, trovando la vera forza nella semplicità, nella dignità, nell’attesa, nell’onestà soggettiva, percorrendo laboriosamente un viaggio dentro, al centro dell’ “io”. Un trovare risposta all’interrogativo “ma come si fa?”, è così possibile; capendo che la bellezza, sta non nella forma, ma nel contenuto. Sfumature e confronti, arricchiscono, senza avere la pretesa di cambiare nessuno, ma semplicemente la volontà di migliorare la cosa più importante; che fa battere le nostre scelte di fede e positività, di sogni realizzabili. Ponti gettati, esponendosi  così alla Vita, curando le ferite, “tra sospiri d’amore, tra rosso e nero”, per ricominciare, non più schiavi impossessati, ma Anime libere di “camminare bene”, senza farsi influenzare, ma ascoltando solo quell’aroma inconfondibile, che rende veramente “folle”, ognuno di noi.

    [... continua]

  • La presenza di elementi della natura, sono la concretezza di questa poetessa. Occhi che sanno percepire la “presenza”, oltre la nebbia che avvolge e fa mancare i respiri. Donata Porcu, riesce a fotografare la realtà, dipingendo “istanti che servono alla verità” e al raggiungimento della comprensione di ciò, che nella sua paradossale complessità, è semplicemente racchiuso nel titolo: “dell’amore resta solo l’amore”.
    Una silloge, che diventa canzoniere di emozioni, di storia eterna. Interrogativi umani, che trovano risposte nel vivere, riconoscendo le stagioni, nell’analisi interiore, spesso ricca di pathos: “nelle ombre indistinte del passato”. La ricerca di equilibrio, nel toccare con mano, respirando e vivendo i sensi. Traspare la fragilità, la dolcezza, la malinconia, i sorrisi, la libertà, la voglia d’ amare ancora, nonostante le delusioni quotidiane. “Non guardare la tua solitudine che rende buia la terra sotto i tuoi piedi leggeri”; questo è un grande insegnamento di crescita, germogliato nel grembo di chi, è caduto, ma ha ascoltato, osato, sperato, lottato. Parole scritte che svelano l’anima, ed uniscono pensieri di luce ed ombre, mietuti in preghiere, e senza paura, si chinano poi “col fare di un bimbo, che ha appena conosciuto il colore dei prati”.

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  • Una proiezione che abbraccia l’essenza primaria. Un  tuffo nelle fragranze della memoria, nell’angolo remoto, osando il varco dimenticato. Una raccolta, quello di Adriana Gloria Marigo, tra i frutti della Magna Grecia, armonizzando l’amore, la poesia musicando i versi e tracciando un capolavoro di brillante linguistica. “ Una carezza appoggiata sulla pelle come seta”, che vive nella forza dei tralci di vigne, fra salici o nell’”etoile d’antan”. Una duratura parola, che s’inchiostra e confronta, senza sentire il peso del tempo o del pensiero.  Un “parto” di sacrificio, che s’accorda ai passi della crescita, avanzando verso lo scopo, esultando e sorridendo alle sorprese delle stagioni. Un “viaggio fenicio”, di prospettive, di geometrie di luce e giochi ermetici, che nell’”evento creatore”, s’abbandona in “gondole scarlatte” o volando tra “presenze eteree“. Un divenire, attenta testimone, dell’“impresa d’avere vissuto il giorno: splendore intimo della forma umana”.  Una scelta di lessico, indicata dai ritmi e gesti, dirigendo da Maestra, l’Opera della Vita.

    [... continua]