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in archivio dal 27 mag 2008

Eduardo Vitolo

14 dicembre 1974, Sarno
Segni particolari: Alla costante ricerca di idee e ispirazioni.
Mi descrivo così: Un tipo eclettico che può passare con disinvoltura dalla lettura del romanzo più truce e horror al classico della letteratura senza tempo, dall'ascolto del metal più estremo e oscuro alla sinfonia dolce e melodica.
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  • 13 luglio 2009
    Io sono la nemesi

    Come comincia: Terza notte di appostamento.
    Le gambe sono diventate insensibili per il freddo, ma va bene così.
    Il passamontagna mi dà l’impressione di un’altra pelle sul viso.
    Non stacco l’occhio dal mirino.
    Tra il silenziatore applicato al fucile e il casolare ci sono 500 metri scarsi.
    Il Boss è lì dentro.
    Il verme.
    Ripenso tutto il giorno alla sua carriera criminale e sento la testa scoppiarmi.
    Lo vedo uccidere, torturare, minacciare.
    Un nuovo orrore, messo in pratica alla stessa velocità con cui viene pensato.
    Non riesco più a dormire.
    Nei miei sogni, un mondo fatto di assassini, di violenza, di innocenti mandati al macello.
    Per questo sono stato fuori dal giro per un po’.
    Ho avuto dei problemi.
    Lo psichiatra dice che ho un sacco di rabbia repressa e che, se continuo così, dovrò abbandonare la carriera.
    La “mia” carriera inizia stanotte.
    Io sono la nemesi.
    Il male è dietro quelle finestre buie.
    Fra poco ci sarà l’irruzione.
    Avrò tutto il tempo di sparargli un colpo in testa.
    I Capi.
    Che stupidi.
    Pensano che mettendomi nelle retrovie hanno risolto il problema.
    Solo perché ho pestato a sangue un “mafiosetto” poco più grande di mio nipote.
    Non capiscono.
    Quei balordi hanno bisogno di una lezione.
    La legge ha fallito.
    I processi sono una farsa.
    Si dichiarano pentiti e vivono protetti e ben nutriti dallo Stato.
    Idioti.
    Mi mordo il labbro, dalla furia.
    Tutto questo deve finire.
    Serve una “scrollata” e sono qui per dargliela.
    Il “dopo” è un problema che non mi riguarda.
    Il messaggio sarà chiaro per tutti.
    Sento il segnale della Radio Trasmittente.
    Sono pronti ad entrare.
    Sposto il peso sul braccio destro.
    La visuale è ottima.
    La notte è limpida.
    Scorgo quel cacasotto di Marculli avvicinarsi lentamente nella boscaglia.
    La sezione Catturandi avrebbe bisogno di gente più motivata.
    Non di padri di famiglia con i sensi di colpa.
    Mi ha confidato che sua moglie vuole lasciarlo.
    Non regge il peso del suo lavoro.
    La solitudine è il nostro destino.
    L’unica cosa che ci rimane è la Mafia.
    Sono pronto.
    Il dito è sul grilletto.
    La squadra intera è a pochi metri dal portone d’ingresso.
    Quando lo porteranno fuori avrò la mia chance.
    Non sanno che stanno braccando un cadavere.
    Che succede?
    Sussulto con violenza e per poco non parte un colpo.
    Un uomo apre la porta con calma.
    Un bagliore rossastro proviene dall’interno.
    Guardo nel teleobiettivo e capisco tutto.
    Si è arreso il verme.
    Si è fatto prendere senza opporre resistenza.
    È il momento.
    Inquadro il petto mentre lo ammanettano.
    Ora la testa.
    Ansimo per l’impazienza.
    Il pensiero che quel cane viva un altro minuto è sufficiente a farmi impazzire.
    Sento il grilletto freddo come il ghiaccio, anche se porto i guanti.
    Addio, stronzo.
    Sussulto di nuovo.
    Qualcuno mi tocca la spalla.
    Lascio il fucile nell’erba e mi volto.
    L’Ispettore Capo mi sovrasta con il suo metro e novanta centimetri.
    Mi dice che l’operazione è stata un successo e che non abbiamo rischiato nulla.
    Si complimenta anche per il mio lavoro.
    Rimango da solo con il mio tormento.
    Stavo facendo la cosa giusta?
    Mi porto la testa tra le mani.

     

     
  • Come comincia: Antonio ha finito il corso da più di un’ora. Passeggiando instancabile nel lungo corridoio che collega le varie facoltà ripensa con delusione e frustrazione alla brutta piega con cui è iniziata la sua giornata universitaria. Aveva seguito la lezione con un’attenzione quasi maniacale  lasciando sul piccolo banco una caterva di appunti da far girare la testa. Non appena il docente di cattedra aveva proferito le proverbiali parole “ci vediamo domani ragazzi”, le teste erano scattate in alto come gli ingranaggi luminosi di un flipper mentre mani frettolose e scattanti cominciavano a chiudere libri e block notes ad una velocità angosciante. Osservando tutto quel gesticolare frettoloso per un attimo aveva avuto la tremenda sensazione che l’aula fosse scossa da un violento terremoto ma immediatamente scacciò via quel pensiero demenziale.
    “Ma perché scappano tutti?” –  proferì quella frase a voce alta senza nemmeno accorgersene. “Vanno tutti a casa, a studiare!!” –  le ultime due parole  furono scandite con un timbro di voce pungente. Si girò indietro e incontrò lo sguardo di una fanciulla dai capelli mori con un’espressione beffarda sul viso.
    “L’esame si avvicina. Tu che fai adesso? Perdi tempo nei bar?!”
    Quella insinuazione fatta con un tono  tra l’ironico e l’acido lo sorprese ancor di più del fuggi fuggi generale.
    Decise di dire la verità: "Abito parecchio lontano da qui e non mi va di stare un’ora nell’autobus. Rimango  un po’ in giro".
    Ma la  risposta non aveva convinto granché  la studentessa che dopo un laconico ”Ah, va bene !” lo salutò per guadagnare con lunghe falcate l’uscita dell’aula.
    Vagando sconsolato tra mura bianche anonime e porte color arancio tutte chiuse alla fine aveva arrestato il suo vagabondare sulla grossa  pensilina che sormontava un noto bar, ritrovo  di parecchi colleghi. Sotto il braccio come la famosa coperta di Linus,  l’ultimo romanzo letto di recente. Lo aveva tenuto sveglio per tre notti consecutive e l’eccitazione era ancora evidente nei suoi occhi. Sfogliava le ultime pagine lette e rilette poche ore prima ancora con avidità e interesse. Nello stesso tempo l’ansia gli stringeva il cuore poiché sentiva il desiderio quasi irrefrenabile di parlarne con qualcuno. Trovare un ragazzo come lui disposto a scambiare pareri sulle rispettive preferenze letterarie e sui libri acquistati di recente magari spaziando verso cose nuove tutte ancora da scoprire. Invece per ora le uniche percezioni che era riuscito ad ottenere rappresentavano il suo piccolo inferno personale. Aule, aule e ancora aule che come bocche fameliche ingurgitavano e sputavano giovani intenti a studiare, ad ascoltare noiose lezioni oppure semplicemente a vagare insieme a lui in quel tormento solitario senza fine. Molti sguardi sembravano addirittura spenti, senza anima. Era un panorama fatto di tristezza e disillusione. Scendendo le due rampe di scale che accedevano alla sala affollata, un moto di fiducia risvegliò di nuovo la sua attenzione verso la realtà circostante spostando l’introspezione malinconica che lo aveva accompagnato fino ad ora in un remoto cassetto del cervello.
    “Finalmente!”aveva pensato con nuova eccitazione. Ma non appena le orecchie, ormai tramutate in vere e proprie antenne a ricezione di segnali di vita su altri pianeti, captarono brandelli di discorsi, ripiombò per l’ennesima volta nello sconforto. Alla sua destra un gruppo di ragazze discuteva animatamente su chi per prima si fosse laureata con la media del 110 e lode. Gli occhi erano sadici, le bocche velenose, arroganti. Alla sua sinistra invece  un gruppetto misto si deprimeva nel ricordare quanti capitoli di un programma di studio e ricerca rimanevano ancora da imparare. Gli occhi erano vacui, le labbra serrate in una smorfia di dolore. Stavolta la disillusione lo colpì con forza come un pugno sferrato sulla mascella e lo lasciò attonito, ferito, immobile. Decise che per oggi era abbastanza.
    Povero, misero Antonio! Il suo unico desiderio era di vivere appieno una giornata fatta di incontri, idee, scoperte, sensazioni e non solo di libri  da studiare oppure di esami da ostentare.  Seduto mestamente sul freddo e duro sedile di un autobus ripensa attimo per attimo a tutto quello che ha appreso durante le ultime ore: sicuramente una buona lezione accademica ricca di contenuti preziosi per l’esame da svolgere. Ma scavando  più a fondo giù fino alle viscere dell’anima Antonio ha scoperto anche un vuoto incolmabile  che ha il peso specifico di mille testi universitari. Crudele e informe nel suo lento avanzare. Col viso rivolto verso gli ultimi raggi di un sole autunnale, intravisto dal finestrino opaco, una sola frase gli martella continuamente la testa.
    “Speriamo che domani sia tutto diverso!”

     
  • 02 giugno 2008
    L'amica

    Come comincia: “Non l’avevi ancora capito? Strano! Eppure ho fatto di tutto per fartelo capire.” I suoi occhi vispi e grandi erano puntati nei miei (quanto li amavo quegli occhi!). Il sorriso appena accennato tra l’amarezza e una sorta di ironia pungente mi lasciava senza fiato. Feci finta ancora di non comprendere: “Ma che c’entra la tua amica con la nostra storia?”
    “Non prendermi per il culo, non te lo permetto. Tu sai, solo che sei un vigliacco e non vuoi ammetterlo. Hai paura.”
    “Di cosa? Io voglio capire. Per una volta parla chiaro, ti prego”. Le mani iniziavano a tremarmi ma le nascosi nelle tasche, comunque gelate, del giubbotto invernale. I miei sospetti, quegli sguardi ambigui, i comportamenti oltremodo strani e apparentemente insignificanti. Tutto si stava rivelando nella sua brutale realtà.
    “Ma dai!” Si girò stizzita dall’altra parte della panchina di legno. Lo sguardo perso in un punto imprecisato del parco silenzioso e vuoto. Non c’era anima viva e una sorta di atmosfera desolata e plumbea attorniava le siepi incolte e gli alberi scheletrici.
    Mi avvicinai a lei dolcemente stringendole una mano: “So che passi molto tempo con lei ma non è stato mai un problema. Te lo giuro! Volevi i tuoi spazi e te li ho dati. Anche quando uscivate il sabato sera io non fiatavo e me ne stavo a casa a guardare la partita. L’ho fatto per te. Perché ti amo!”
    Lei rispose con una smorfia di disprezzo girandosi di nuovo verso di me. Il cuore nel petto sembrava voler sfondare la gabbia toracica e con uno slancio violento volare via nel cielo, pesante di nuvole grigie. “Io e la mia amica stiamo insieme. Non fare lo “gnorri”. Non recitare. Non ci casco. Ti odio quando fai così. Tu lo sapevi ma hai fatto finta di niente. Te ne sei fregato. Mi fai schifo.”
    Forse lo sapevo, forse no. In quel momento il tempo si era comunque fermato. Il parco era diventato una distesa di ghiaccio. Il mio aspetto pallido e smorto come quello di una statua inanimata, piegata nel dolore.
    “Avevo dei sospetti. Quelli sì. Però mi sono fidato di te. Sapevo che non eri una persona cattiva e che mi volevi bene. Tu non mi faresti del male. Questo lo so.”
    Di rimando assunse un’espressione dura, spietata: “Mi fai vomitare. Il signorino per bene. Ipocrita! Ieri sera abbiamo scopato tutta la notte a casa sua. Tu dov’eri? A guardare un film in tv?
    Come ti senti? Lo so io. Sei uno senza palle.”
    Il cuore nel petto si era fermato. Ora non voleva più uscire. Semplicemente aveva smesso di battere come stava finendo anche la mia storia. Cercai di dirle qualcosa di convincente. Non volevo perderla. Non in quel modo. Ne sarei morto di sicuro. Dovevo rimediare e farla di nuovo mia: “Lisa, amore mio, forse è un momento difficile e confuso per te ma insieme lo supereremo. Io ti starò vicino, sempre. Non ti lascerò mai sola. Vieni a stare da me. Vedrai saremo felici.”
    “Felici… ah!”. Iniziò a ridere come una matta rivolgendo la bocca spalancata al cielo. I capelli rossi dietro la nuca sembravano avere vita propria mentre si muovevano al ritmo delle risa sempre più rumorose e ossessive. I miei occhi invece iniziavano a inumidirsi. Oppure era la pioggia che cadendo leggera dal cielo, mi rigava il viso? Non avevo più la forza di capire niente. Tutto era ovattato e triste.
    “Non sono mai stata felice con te. Con la tua vita ordinaria e insulsa. Oh Dio! Ancora adesso mi chiedo come ho fatto a mettermi con uno come te. Con un agnellino bagnato e sofferente. Se potessi guardarti allo specchio. Avresti di sicuro pena di te. Dovresti darmi uno schiaffo, chiamarmi troia, lesbica e piantarmi qui e invece mi proponi di andare a vivere insieme. Il “perbenino”, l’ultimo romantico sulla terra, l’angelo dai buoni sentimenti. Mi fai vomitare, credimi”.
    Piangevo. Non era pioggia. Erano le mie lacrime. Il corpo indolenzito e sofferente. Mi avvicinai tentando di abbracciarla in un gesto disperato. Una sola frase riuscii a proferire con voce rotta dal pianto: “Non mi lasciare, te ne prego!”
    Si divincolò e alzandosi di scatto annunciò cinica: “ Me ne vado. Non ce la faccio a stare qui. Mi fai solo rabbia. Non chiamarmi. E’ finita!”
    Con falcate veloci si allontanò, lasciandomi da solo con il mio dolore. Lì su una panchina di legno in mezzo al nulla. Panchina che nei giorni successivi occuperò ancora  tante e tante volte tentando di esorcizzare un incubo che ancora adesso mi lascia attonito di giorno e mi tormenta di notte: La stronza  mi aveva lasciato per l’amica.

     
  • 27 maggio 2008
    Un Natale spettrale

    Come comincia:

    “Lalla svegliati è ora!“  La donna le accarezzò dolcemente il viso per non turbarla con un brusco risveglio.
    “Nonna di già …” La bambina fece un grosso sbadiglio strofinandosi forte gli occhi color nocciola. “Mi sembra di aver dormito solo un’ora”.
    Lucia accese una candela sul piccolo comodino accanto al letto  quindi si rivolse di nuovo verso la nipotina: “Non ti preoccupare sono stata svegliata dalle campane che annunziano la Messa. Vuoi ancora ascoltarla insieme a me o hai cambiato idea?”
    “Sì nonnina ti prego!“ L’abbracciò forte strappandole la retina da notte sui folti capelli bianchi .
    Accostando poi la bocca vicino all’orecchio le mormorò:“Buon Natale, ti voglio bene.”
    Il suono di un grosso bacio riempì l’angusta stanzetta.
    “Grazie, cattivona. Buon Natale anche te. Preparati tra poco partiamo, lo sai che la strada è un po’ lunga per la chiesa di San Damiano. È una bella passeggiata.
    “Mi vesto in un batti baleno!“ Lalla scese decisa dal lettone a due piazze e iniziò a vestirsi. Dall’altra parte del letto Lucia fece altrettanto.
    Dopo essersi vestita con cappotto marrone, guanti, sciarpa e cappellino di lana multicolori, la bambina si avvicinò alla piccola finestra aprendo il battente di legno :“ Nonna!” Esclamò meravigliata, “è ancora notte ma sei sicura di aver sentito le campane? Vedo anche la luna nel cielo.”le candide manine erano appoggiate sul vetro per metà ancora appannato dal freddo.
    “Birichina, la smetti di fare la brontolona. Lo sai che d’inverno il mattino arriva più tardi e che la prima Messa viene celebrata da Don Andrea all’alba. Affrettiamoci invece altrimenti arriveremo in ritardo”.
    Anche la donna aveva indossato un lungo cappotto nero e guanti dello stesso colore mentre un foulard elegante le raccoglieva i capelli dalla fronte.
    “Sono pronta .“ La bambina fece  un saltellino rapido verso la donna.
    “Bene andiamo.“ Aprirono la pesante porta con uno stridente cigolio e si immersero nella lieve foschia della notte.

    2.

    “Nonna quando arriviamo sono stanca!“ Ansimava leggermente facendo fuoriuscire aria fredda dalla bocca.
    “ Tra poco.” Rispose Lucia con pazienza; “Su, un po’ di coraggio. Niente si ottiene lamentandosi.” Le sorrise con comprensione.
    “Guarda queste case dormono tutti.” Disse Lalla con un moto di sorpresa.
     Proprio in quel preciso istante le donne stavano attraversando una fangosa strada di campagna ai cui lati sorgevano delle case di pietra col tetto spiovente avvolte completamente dalle tenebre.
    Tutte le finestre erano sprangate per combattere il rigido freddo invernale.
    Finora non avevano ancora incrociato nessuno sul loro cammino.
    “Non è vero cara vedrai che qualcuno incontreremo quando arriveremo in paese”.
    “Nonna, nonna!“ La bambina si animò all’ improvviso facendo segno col dito davanti a loro. “Guarda ci sono delle persone davanti a noi, portano delle candele in mano”.
    “Hai ragione,“ la voce di Lucia squillò anch’essa per la sorpresa , “non pensavo che la notte di Natale ci fosse una processione. Immacolatina, la nostra vicina di casa, è sempre informata su queste cose eppure non mi ha detto niente chissà…”
    “Raggiungiamoli!“ Urlò Lalla strattonando il braccio della nonna. “Magari vanno anche loro dove andiamo noi”.
    “Va bene, guasta feste. Allunga il passo e non lamentarti della stanchezza però altrimenti sono guai”.
    “No sarò bravissima”.
    Affrettarono il passo verso le luci lontane.

    3.

    “Che strano più ci avviciniamo più le luci delle candele sembrano lontane. Non so che pensare. ” Lucia si sentiva un po’ inquieta. Stavano camminando da diverso tempo eppure la processione sembrava sempre lontana e sfuggevole
    “Quelle persone hanno un’andatura notevole per una processione”.
    “ Dai nonna non ti abbattere.“ Lalla sembrava divertita  “Li raggiungeremo prima di arrivare in paese”.
    “Sarà, ma io non ho mai visto niente del genere. E poi sono molto silenziosi perché saremo pur lontani da loro ma io non odo alcun canto di Natale”.
    Incontrarono sul loro cammino solo alberi spogli e case silenziose per diverso tempo.
    Ad un tratto Lucia si fermò, ansimante anch’ella per la stanchezza.
    “Non li vedo più. Sono scomparsi.“  La donna si rivolse alla piccola cercando di attraversare con lo sguardo la foschia notturna.
    “No, no! Eccoli, eccoli!!! Sono andati per quella stradina a sinistra li vedi?“
    Lalla era eccitata come se stesse sperimentando un gioco nuovo.
    “A sinistra? Ma da lì non si và al paese. Ci si inoltra in aperta campagna e …”
    “No, nonna. C’è una chiesa. È illuminata a festa. Riesco a scorgerla da qui anche attraverso quel banco di nebbia. Andiamo, andiamo!!!” 
    Lalla strattonò per l’ennesima volta il braccio della donna.
    “Stai calma, ci andremo, anche se io non ricordo affatto che da quella parte  ci sia una chiesa. Ce n’era una moltissimi anni fa circa quando avevo la tua stessa età ma fu distrutta durante la guerra. Forse è stata ricostruita e non me ne sono mai accorta. Che sbadata che sono”.
    “ Si, nonnina sei proprio sbadata oggi. “ Rise per lo scherzo che stava rivolgendo a Lucia.
    “Bricconcella. E’ questo il modo di rivolgerti a tua nonna?“
    Lucia fece finta di arrabbiarsi. Poi dando un bacio alla sua piccola “lingua lunga” si avviarono sul sentiero in direzione della chiesa.

     4.

    “Evviva siamo arrivati! Che bella.“ Lalla era estasiata da quello che stava vedendo.
    Si trattava di una piccola costruzione in pietra grigia dal tetto aguzzo sormontata da una croce. Il portone di legno aperto ai fedeli era illuminato all’esterno da due enormi ceri poggiati su due colonne di marmo. Un suono solenne di organi e canti proveniva dall’ interno invitando i visitatori ad entrare.
    Lucia era sbalordita da quello che stava vedendo. Non riuscì a scandire una sola parola tranne un lungo lamento di sorpresa.
    “Entriamo,“ disse la bambina animata da un’enorme fretta, “non senti? La Messa è già iniziata”.
    Non appena varcarono la soglia si ritrovarono davanti uno spettacolo meraviglioso.
    Le due navate e l’altare erano stati costruiti con marmi bianchissimi e splendenti.
    Numerose statue di Santi, ognuna posta nella sua nicchia decorata con aggraziata fantasia, partivano sin dall’entrata ed erano illuminate da centinaia di lumi come Lalla non ne aveva mai visti.
    I sedili fatti di legno di quercia erano occupati da fedeli fin quasi l’ultima fila.
    Tre sacerdoti vestiti con dei paramenti, anch’essi di colore bianco, recitavano contemporaneamente la Messa in latino.
    Lucia rimase a bocca aperta. Quello che stava vedendo andava oltre la sua comprensione. Mormorando a bassa voce si chiedeva come fosse possibile che esistesse una chiesa tanto bella e nessuno gliene avesse mai parlato.
    Condusse la bambina per mano attraverso una fila laterale. 
    Pochi passi e  presero posto in uno degli ultimi banchi.
    Dopo poco Lalla iniziò a bisbigliare in un orecchio: “C’è una donna che ci sta salutando al banco di fianco al nostro. Non l’hai vista?”
    “Chi è?” Domandò sottovoce Lucia. “Fammi vedere.”
    “Di lì, vedi?”  Fece un cenno con la testa. “Ha un’elegante cappello nero e ci sta sorridendo”.
    Lucia volse lo sguardo a sinistra ma immediatamente ebbe un sussulto di terrore.
    La mano stretta in quella della bambina iniziò a tremare convulsamente.
    “Che c’è nonna?  Non ti senti bene.“
    Lalla aveva gli occhi spalancati dalla preoccupazione.
    “Non è possibile, lei è … la signora Felicia è … oh dio mio!!!”
    Lucia era preda di un terrore così profondo che le faceva biascicare le parole.
    “Che dici?  Non capisco. Non fare così. Guarda davanti a te c’è quel signore con dei lunghi baffi neri che si è girato e ti sta salutando con la mano…”
    “Quale signore?” domandò Lucia ancora tremante. Poi guardando nella direzione indicata dalla bimba proruppe in un urlo di paura tanto forte che solo a stento fu coperto dal suono dell’organo che intonava una lugubre sinfonia. 
    Note funeree molto più alte di quelle che la donna avesse mai sentito in vita sua riecheggiavano minacciose tra le navate.
    “Mio cugino Michele oh!”  Lucia iniziò a piangere chiudendo gli occhi. Le mani incrociate sulla bocca per coprire una smorfia di dolore.
    Lalla era impietrita. Non sapeva cosa fare.
    Raccogliendo dentro di sé un coraggio che nessuna bambina della sua età poteva avere disse: “Nonnina usciamo da qui. Non mi piace questa musica. Mi mette i brividi e poi queste persone ti fanno piangere.”
    “ Si, si.“  rispose la donna con un filo di voce gemendo di sofferenza.
    Velocemente raggiunsero il portone e di nuovo la strada solitaria.

    5.

    Lalla camminava accanto sua nonna guardandole il viso e cercando di capire cosa le fosse accaduto in quella chiesa.
    Entrambe stavano in silenzio.
    L’unico rumore che si udiva era lo scalpiccio dei piedi tra i rami e le foglie morte.
    Lucia si era ripresa e aveva smesso di singhiozzare.
    Ma lo sguardo era perso nel vuoto.
    Di sicuro era preda di pensieri che almeno per ora non osava rivelare alla nipotina.
    Lalla, che invece era una bambina intelligente e sveglia, aveva capito che qualcosa l’ aveva spaventata a morte.
    Decise di non tenere per sé i suoi dubbi e li rivelò alla persona che finora l’aveva cresciuta come una madre.
    “Perchè piangevi prima in chiesa? Chi erano quelle persone?  Non mi sembravano cattive”.
    Lucia fermò il suo cammino diretto verso casa e guardandola con tristezza disse: “Non erano cattive ma non erano come noi”.
    “Cosa?“  la voce assunse un tono sorpreso e  cantilenante.
    “Mia cara, sei ancora troppo piccola per parlarne, ma un giorno ti spiegherò tutto.
     Te lo prometto. Ti basti sapere che un tempo sono state persone che facevano parte della mia vita. Poi sono partite per un lungo viaggio”.
    “Allora sei contenta di averle incontrate per questo piangevi vero?”
    L’ingenuità della bambina per poco non fece commuovere di nuovo la nonna.
     “In un certo senso si… forse…” 
    “Ah bene, bene ! “Lalla era di nuovo allegra come quando erano partite da casa.
    In un fattoria vicina un gallo iniziò a intonare il suo canto mattiniero.
    Dopo, anche le campane della lontana Chiesa Di San Damiano annunciarono che, tra breve, le sue porte sarebbero state aperte.
    Lalla ascoltò quel suono metallico espandersi nell’aria fino a raggiungerle nel sentiero ormai illuminato dai primi raggi del sole e con aria perplessa domandò alla donna: “Nonna, sei sicura di aver sentito stanotte le campane di San Damiano?”
    “Si le ho sentite mia cara,“ e accarezzandole la testa, “ma non erano per noi“.
    Eduardo Vitolo


    Sarno 05 / 12 / 06

     
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