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Autore

Emanuele Bevilacqua

in archivio dal 15 set 2006

08 aprile 1954, Napoli (NA)

segni particolari:
Amministratore delegato de Il Manifesto e di Internazionale, ho contribuito alla progettazione e al successo di periodici autorevoli: National Geographic Italia, Darwin, Limes, Il Giudizio Universale, Colors, Micromega. Sono stato direttore de Il Palazzo delle Esposizioni di Roma

mi descrivo così:
Ho pubblicato, fra gli altri, "La biblioteca di Fort Knox" (Theoria 1994, Cooper 2006) e "Beat & Be Bop" (Einaudi 1999).

15 settembre 2006

Estate di Yul

di Emanuele Bevilacqua

editore: Leconte

pagine: 165

prezzo: 12,00 €

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Alla fine del libro di Bevilacqua puoi sorridere, puoi piangere, o puoi fumarti una sigaretta dal retrogusto dolce.

È l’estate di Yul, l’estate di tre ragazzi che partono per una vacanza e che vivono emozioni contrastanti. Sono tre uomini che si tuffano in un vortice leggero dell’America anni ’70, fatta di concerti e serate tirate fino all’alba.

C’è un senso profondo nell’“Estate di Yul”; un senso che raccogli e fai tuo solo leggendo le ultime tre righe della “Nota” finale. Un senso che ti accompagna per tutto il romanzo ma non riesci a comprendere bene. Perché l’estate di Yul, per l’autore stesso, è stata la stessa emozione provata ad un passo dalla morte, a pochi centimetri dal precipizio dove sarebbe potuto andare a finire con la sua macchina.

Una scrittura legata alla terra. Che trasuda come l’asfalto mangiato dalla Ford Mustang che guidano a turno Sal, Leo e Walter (i tre attori protagonisti di questo libro). L’inchiostro di Bevilacqua è assai variegato. C’è la scena che ti far ridere con leggerezza: “Entro al Big Palomar, il negozio di Sal. Sono ancora avvolto dal miele di Agnese, ma lui non può accorgersene a meno che non gli venga una voglia improvvisa di ciucciarmelo. Ma lo ritengo improbabile”.

Ci sono immagini poetiche che in poche righe dicono tanto: “[…] Una città dove ci si chiude all’aperto, tanto non c’è nessuna intimità da proteggere”. O altri lampi di pensieri che rassomigliano a frasi pronunciate dopo giorni d’attesa: “I progetti sono lineari, la vita è ellittica”.

In tutte e 165 le pagine si ritrova la capacità - vicina solo allo scrittore - di una penna che scrive sul mondo e che getta inchiostro tra la gente, perché quest’inchiostro è spirito blu tra la vita. Per questo, lo stile di Bevilacqua ha un gusto tutto suo. Sapore dell’imprevisto, di qualcosa che accade quando smette di piovere o quando la notte tarda a finire. Tra le pagine si possono trovare emozioni contrastanti a distanza di poche righe. Immersi nella lettura, viene in mente un’immagine liberatoria, che ti rimette al mondo; un’emozione forte, forse illogica, ma che ti prende e ti getta da qualche parte con violenza. Un libro che dà la stessa sensazione che potrebbero darti due ore d’amore subito dopo un funerale.

Questa “estate” va letta in un solo giorno, va bevuta tutta d’un sorso e assaporata in un solo boccone.

Una storia densa, un respiro che è l’essenza di tanti respiri. La West Coast di Bevilacqua è piena di vita, sorridente, scanzonata e pronta a fare i conti con il ritorno a casa… Direzione Europa.

Allora si ritorna, con quel sapore amaro in bocca, classico, alla fine di una lunga vacanza che non si scorderà mai.

recensione di Paolo Coiro

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