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Autore

Francesco Giuliano

in archivio dal 13 set 2011

Idria - Italia

segni particolari:
Barba bianca e capelli radi. Scrivo e pubblico articoli di Didattica della chimica in "CnS" (SCI) e in "Scienze & Ricerche" (AIL), in www.latinainvetrina.it, in www.buongiornolatina.it e in http://educa.univpm.it. Aborro la separazione della cultura umana, che è una e una sola.

mi descrivo così:
I romanzi:I sassi di Kasmenai,Il foglio;Come fumo nell'aria, Prospett.Ed.;Il cercatore di tramonti, Il foglio; L'intrepido alchimista,SensoInversoEd.; Sulle ali dell'immaginazione,Aracne. Le poesie: M'accorsi d'amarti;Quando bellezza m'appare;Ragione e sentimento;Voglio lasciare traccia,Libr.Ed.Urso

28 ottobre 2012 alle ore 18:05

Eco e Narciso o dell'amore fatuo

Intro: L'innamoramento della propria immagine e di se stessi  porta sventure.

Il racconto

Narcis fue molto bellissimo.
Uno giorno avvenne ch’elli si posava
sopra una bella fontana.
Isguardando ne l’acqua
vidde l’ombra sua,
che era molto bellissima.
Il Novellino

Narciso era un giovane leggiadro, bello, biondo, occhi azzurri, ma dotato di una grande ingenuità. Viveva, da quando era nato, tra alte montagne innevate e verdeggianti valli, senza mai allontanarsi da quei luoghi. Ogni giorno portava a pascolare le pecore e si beava suonando il flauto, il cui suono melodioso riecheggiava tra le cime di quei monti aguzzi. Le pecore pascolavano contente al suono della magnifica musica, che veniva fuori dal piffero del loro affezionato padrone. All’approssimarsi di Espero, Narciso portava le pecore all’ovile. Insieme al padre Cefiso le contava usando un bastone di legno in cui c’erano tanti intarsi quanti erano le pecore: ad ogni pecora che solcava l’uscio del recinto corrispondeva un intarsio, per controllare che, durante il ritorno, non se ne fosse persa qualcuna. Quando nasceva un agnello, il padre faceva un nuovo intarsio sul bastone, mentre gli faceva un segno trasversale come per annullarlo quando una pecora moriva. Non appena tutte le pecore erano entrate nell’ovile, Narciso iniziava la mungitura delle mammelle rese turgide e piene dal pascolo quotidiano, e il latte ottenuto serviva per produrre sia il formaggio che la ricotta usati come alimenti. Una volta l’anno, padre e figlio tosavano i provvidenziali animali dal candido vello, e subito dopo il padre andava a vendere la lana ottenuta al mercato nel villaggio alle pendici di quelle maestose e solitarie montagne. Era felice Narciso di quello che faceva, non conosceva altro, non conosceva il mondo esterno, non aveva visto altre persone al di fuori dei suoi cari. Ogni mattina, all’avanzare dell’aurora, al canto del gallo, si alzava Narciso e dopo aver fatto colazione con il latte preparato dall’amorevole madre Liriope, donna bellissima dalle sembianze di una ninfa, aiutato dal suo cane, ritornava tra i freschi pascoli verdi a far rifocillare i provvidi e generosi ovini. Era nato e vissuto sempre là in quei maestosi luoghi sconosciuti alla moltitudine della gente.
Un bellissimo giorno di primavera, uno dei tanti, mentre stava sdraiato, con gli occhi chiusi sulla fresca erba, immerso tra i variopinti fiorellini che davano al prato sfumature di vari colori che si mescolavano in modo indefinito ma fantastico, e suonava il flauto per rendere più gioioso il ruminare dell’erba da parte delle pecore, Narciso sentì un fruscio d’erba, un calpestio incerto che si faceva sempre più vicino. Alzò di scatto la testa aprendo, nel frattempo, gli occhi. Vide, tra le rocce che sporgevano tra la verde erba, dinnanzi a sé, seminascosta, insicura, incerta sul da farsi, una fanciulla dai capelli dorati che lunghissimi le cascavano, come una rapida d’acqua, per la schiena fin sotto le ginocchia. Il volto era seminascosto da altri capelli che le cadevano davanti agli occhi e le coprivano tutto il viso. La fanciulla, con procedere incerto, avendo preso coraggio, si avvicinò a Narciso, alzò delicatamente un braccio, e con la mano si spostò dal viso una ciocca di capelli, osservò con stupore il ragazzo che, a sua volta, per la meraviglia era rimasto con il flauto sospeso tra le labbra, senza fiato. La giovine, bella, resa ancor più bella da una bellissima collana di grossi opali di colore azzurro, rosso, giallo, latteo, che le inghirlandava il collo, parlò, dopo un attimo, con voce incerta: - È da tanto tempo che mi allieto nel sentire il suono melodioso del tuo flauto, le cui note arrivano dall’altra parte della vallata, là di fronte, su quel pianoro, dove c’è quella casa sormontata da quel bel pennacchio di fumo. Ho preso l’abitudine, ogni giorno, quando mi sveglio, di sentir l’armonico concento che proviene da qui; esso mi trasmette un immensa serenità, mi dà grande gioia e mi trasferisce un senso di benessere in tutto il corpo. Rimango assopita per tutto il tempo, sdraiata sull’erba del prato di casa mia. Nei giorni in cui piove, invece, non potendo ascoltare la tua dolce musica, la tristezza mi attanaglia per tutto il tempo.
Narciso, meravigliato per l’inconsueto complimento, si tolse il flauto dalle labbra e rimase attonito con la bocca aperta. Non aveva visto fino allora una persona così bella, non aveva mai sentito una voce così delicata e non aveva mai ascoltato tanti apprezzamenti nei suoi confronti. Un brivido leggero si insinuò improvvisamente in tutto il suo corpo. Quasi estasiato e con la voce tremula, allora, chiese: - Chi sei tu, graziosa fanciulla che vieni da queste parti? Come ti chiami?
- Io mi chiamo Eco. Sono figlia di Aria e di Terra! E tu? – Rispose la ragazza senza un attimo d’esitazione.
- Che bel nome hai! Io sono Narciso, mio padre e mia madre mi chiamano così -, replicò prontamente il ragazzo, rimasto stupito della novità.
- Porto a pascolare le pecore qui perché l’erba è buona, nutriente e sempreverde, e ricresce in pochissimo tempo, mi metto a suonare per passare il tempo e, per la verità, mi piace molto farlo -, aggiunse ancora Narciso.
- Anche il tuo nome è bello! Ti dispiace se, quando posso, vengo ad ascoltare la tua dolce musica? – Chiese timidamente la fanciulla.
- Puoi venire quando vuoi, a me può procurare soltanto piacere la tua visita e la tua presenza! - Rispose soddisfatto il giovane pastore.
Eco, avendo esaudito la sua voglia di curiosità, approssimandosi la sera, salutò e andò via. Narciso, per la contentezza, incominciò improvvisamente, senza motivo alcuno, a saltellare, a girandolare, a fare capitomboli sul prato; sembrava un ossesso. Forse era diventato matto d’amore, si era innamorato di Eco inconsapevolmente, o forse era contento perché il suono del suo flauto piaceva a quella bella ragazza, oppure perché per la prima volta aveva ricevuto tutti quegli elogi?
Passarono tanti giorni, e tanti giorni ancora, e per tanti giorni Narciso si recò con le pecore al pascolo e per altrettanti giorni li riportò all’ovile. Per tanti giorni ancora suonò con il suo flauto più a lungo e con veemenza, ma in tutti quei giorni non vide Eco. Narciso si mise a guardare sul versante opposto della vallata, là dove gli aveva indicato Eco, ma per la lontananza non percepiva le persone e, anche se fosse, non le avrebbe potute distinguere. Fino a quel momento era stato in pace, tranquillo, sereno, felice, Narciso. Dal momento in cui aveva visto per la prima volta Eco il suo animo era stato turbato. Non riusciva più a trovare la pace e la tranquillità che aveva già avuto. Eco gli aveva sconvolto l’animo anche se non lo comprendeva: forse Narciso aveva bisogno che qualcuno ascoltasse la sua dolce musica?
Finalmente Eco ritornò e a Narciso, non appena i suoi occhi videro la candida ragazza, il cuore gli si aprì, un sollievo grande spazzò via dalla sua mente gli strani pensieri, che aveva avuto nei giorni precedenti. Una forza rigeneratrice lo avviluppò. In quel momento si sentì un altro.
- Salve, Narciso, come stai? E’ passato tanto tempo da quando ci vedemmo la prima volta! - Disse la fanciulla.
- Se una volta si avvera un fatto qualsiasi che avevi desiderato con tanto ardore e di cui avevi perso ogni speranza che si avverasse, il tuo animo si rigenera, il tuo cuore si riempie di felicità, la tua mente acquista nuovo vigore. Per questo, il rivederti, è per me fonte di immensa gioia -, disse con grande sollievo Narciso che aggiunse: - adesso che ti vedo, ora che i miei occhi sono allietati dalla tua immagine bella, mi sento rigenerato. Mi sento come rinvigorito. Nei giorni trascorsi, e di questo non so trovarne il motivo, mi sono sentito molto strano, forse depresso, poco tranquillo. Non sono riuscito a riacquistare quella pace e quella serenità che avevo prima di conoscerti, - rispose con un nodo alla gola Narciso.
- Anch’io, in questo momento che ascolto queste cose che dici, provo le stesse sensazioni di allora. Volevo venire da te, ma purtroppo ho dovuto accudire mia madre che si è molto ammalata. Eccomi qui, di nuovo ad ascoltare la tua musica meravigliosa -, aggiunse Eco, che forse voleva esternare i suoi sentimenti per Narciso, ma non ebbe il coraggio.
Trascorsero molti giorni felici, assieme su quel prato variopinto i due giovani. Eco ogni giorno andava a trovare Narciso e sdraiata sulla morbida erba trascorreva, beata, momenti felici ad ascoltare, con gli occhi chiusi, le note che uscivano melodiose dal piccolo piffero di Narciso. Narciso suonava ed Eco sognava. E così Eco sognava di trascorrere tutta la sua vita con Narciso, per questo teneva gli occhi chiusi per rendere il godimento ancora più profondo. Si era innamorata pazzamente di lui. Ogni giorno che passava il suo amore per il giovane era sempre più grande. Eros aveva centrato il bersaglio con le sue frecce dorate e, cosa fantastica, l’aveva fatto a suon di musica.
Non c’era giorno che Narciso suonasse ed Eco non fosse là ad ascoltare le note del suo amore che le riempivano il cuore di felicità.
Un giorno, mentre Narciso suonava ed Eco ascoltava, un vento fortissimo portò via la beata tranquillità. Una folta coltre di nubi a pecorelle, che non riflettevano però i corpi delle pecore che pascolavano sul prato, ricopriva una parte del cielo. Dopo un po’ di tempo ecco sopraggiungere delle grosse nubi nere folte che ammantarono improvvisamente la volta celeste, il sole scomparve, il giorno divenne notte, il freddo prese il sopravvento, un brutto temporale con lampi e tuoni li colse di sorpresa. Eco, spaventata, salutò Narciso e andò via. Narciso, invece, dovette rimanere a raccogliere le pecore per riportarle di corsa all’ovile. Lungo la strada del ritorno, ormai le nubi si erano diradate ed il cielo era ritornato sereno, l’aria tersa e profumata riacquistò tepore, non più una goccia di pioggia, non più un alito di vento, il sole era ritornato a rischiarare la terra. Il copioso acquazzone, sulla solita strada del ritorno, in una lieve concavità di un prato, aveva formato un piccolo laghetto, dove le pecore si erano fermate da una parte per dissetarsi. Narciso, dalla parte opposta, si specchiò per caso nelle ferme acque di quello stagno provvisorio e vide la sua immagine riflessa. La osservò. La guardò attentamente. Non capiva di cosa si trattasse. Era bellissima, aveva i capelli biondi quella figura che forse era più bella di quella di Eco. Si turbò. In un solo attimo. Il suo cuore incominciò a pulsare con una frequenza maggiore. Lui non comprendeva da cosa derivasse quell’improvviso turbamento. Fissò lo sguardo su quell’immagine, la scrutò attentamente. Un sentimento d’ammirazione forse provò. Narciso, durante quell’estatica contemplazione, mosse il capo, l’immagine si mosse, rimase fermo e l’immagine ritornò immobile. Narciso sorrise e l’immagine sorrise, fece una brutta smorfia e anche l’immagine la fece. Restò meravigliato, attonito, sbalordito, incantato, ma al tempo stesso Narciso provò tanta gioia. Pensò che un uomo vivesse sotto l’acqua così come lui viveva al di fuori. Stette lì ad osservarlo per un po’, ma intanto Espero approssimava la sera, la luce intensa si trasformava lentamente in chiarore sempre meno intenso, le tenebre stavano togliendo il posto alla luce. All’orizzonte, il cielo, inghirlandato da cerulee nuvolette, diventava, passando dal rosso al giallo, rosato, mentre una leggera brezza improvvisamente accarezzava la canuta lana delle pecore sollevandola un po’ e la nascente luna che emetteva luce ancora incerta, con la sua gobba a ponente, stava per iniziare il suo cammino notturno.
L’ovile era ancora distante e bisognava andare. Narciso dovette abbandonare la visione quasi estatica di quell’arcana immagine misteriosa. Se ne innamorò, forse. Non dormì tutta la notte al pensiero di quello che aveva visto. Era come avvinto da un’ossessione che lo tormentava, lo angosciava insistentemente. Non pensò quella notte ad Eco come aveva fatto le notti precedenti, ma soltanto all’immagine che aveva visto nello stagno. Si era innamorato della sua immagine, ma lui non lo sapeva. Eco, ormai era scomparsa dai suoi pensieri, come se non fosse mai esistita, come se non l’avesse mai conosciuta. Il ricordo di lei si era volatilizzato dalla sua mente come fumo nell’aria. L’ansia di ritornare a rivedere quella sembianza, che viveva nell’acqua, lo attanagliò per tutta la notte. Sperò tanto che la notte trascorresse velocemente. E non appena la notte si fece giorno, Narciso fece uscire, prima che il gallo cantasse, le pecore dall’ovile e si avviò per il solito percorso. Ebbe un’amara sorpresa, Narciso. Quella mattina, il laghetto era una fanghiglia. Ebbe un attimo di smarrimento: si era invaghito di qualcuno che adesso non c’era più, di qualcuno che si era volatilizzato. Se n’andò afflitto, addolorato, depresso ma non raccontò il fatto ad Eco, che quel giorno e nei giorni successivi si accorse che c’era qualcosa di cambiato in Narciso. Era pensieroso, suonava il flauto senza impulso, senza passione, senza sentimento. Non uno sguardo, non un sorriso come le altre volte, sembrava estraniato nei confronti di Eco, che non provava la stessa ebbrezza, la medesima esaltazione d’animo, il piacevole stordimento che aveva sentito nel tempo passato, ascoltando la musica emessa dal piccolo zufolo. Era cessata la relazione empatica che si era instaurata. Eco non ebbe il coraggio di fargli domande, né quel giorno né nei giorni successivi.
Narciso non era più come prima, la sua ebetaggine lo aveva sedotto completamente.

Una sera di primavera, al ritorno dal pascolo, mentre Narciso controllava le pecore all’ovile, si accorse che ne mancava una, la più bella, la più produttiva, la più rigogliosa. Il giorno dopo, all’alba, andò a cercarla affannosamente. Corse tanto per la fretta di ritrovarla. Era sudato, avvilito, privo di forze, assetato quando vide, ad un tratto, una fonte, uno specchio d’acqua contornato da bellissimi fiori bianchi che trasferivano un intenso profumo all’aria e che risaltavano ancor di più, come per contrasto, per il color verde del prato. Spogli alberi abbelliti da cerulei fiori adombravano le quiete acque, su cui Narciso si adagiò per dissetarsi e per rilassarsi dopo quella frenetica corsa. Ma come per incanto, ecco che, guardando per forza nell’acqua, rivide la medesima immagine che lo aveva sedotto qualche tempo prima. L’aveva ritrovata. Era andato a cercare la pecora, aveva invece ritrovato la figura perduta. Narciso si muoveva ed anche la sua immagine si muoveva, sorrideva ed anche la sua immagine lo faceva. Così come gli era capitato di vedere nello stagno. Quell’immagine era di una persona che viveva nell’acqua e volle toccarla, volle afferrarla perché se n’era innamorato. Immergendo le mani, l’acqua si agitò e l’immagine si scombinò. Narciso, allora, si mise a piangere per la disperazione perché aveva distrutto quella meravigliosa amata figura. Copiose lagrime bagnarono il suo bel viso, ma fortunatamente l’immagine ritornò, dopo un po’ di ondeggiamento dell’acqua, perfetta come prima. Smise di piangere Narciso e, mentre si asciugava il viso, la contentezza riaffiorò nel suo animo. Immerse le braccia,questa volta, accuratamente e profondamente, per accarezzarla. Voleva abbracciare quella figura, vezzeggiarla, baciarla, amarla, venerarla come aveva fatto con Eco. Ma le sue mani non afferravano niente, non palavano nulla. Sprofondò ancor di più le braccia e per farlo immerse la testa ed una parte del corpo, ma cadde nell’acqua. L’acqua era profonda. Narciso non sapeva nuotare. Si sommosse, si dimenò, ritornò a galla, riaffiorò con la testa, gridò il giovane disperatamente ma inutilmente. Il corpo sprofondò ancora una volta, e questa volta per l’ultima volta. Soltanto delle bolle arrivarono in superficie dileguandosi nell’aria. L’albagia l’aveva avuta vinta.

Eco, nei giorni seguenti, non vedendo Narciso al solito posto, si preoccupò. A casa non c’era, al pascolo neppure. I genitori non sapevano cosa pensare, anche loro erano preoccupati. Eco allora decise di andarlo a cercare, setacciando valli e monti circostanti, in lungo e largo ansiosamente.
Aveva perso, nel suo peregrinare, già la speranza. Forse era caduto in qualche profondo burrone o forse si era smarrito, dato che lui era vissuto sempre tra il pascolo e la casa. Casualmente Eco, nell’affannosa ricerca, arrivò alla fonte, in quella funesta fonte e vide, sulle acque quiete, adombrate da rugosi e spogli alberi, e contornate da un tappeto di candidi e profumati fiori bianchi, un corpo di un uomo dalla bionda chioma che galleggiava, fermo immobile, inerme, senza vita. Un dubbio l’assalì. Sudò fredda. Un sospetto la turbò. Il sospetto divenne subito coscienza. Un brivido, e subito dopo un pianto vano la colsero. Gridò piangendo e con un lungo ramo secco che giaceva nei pressi tirò a sé il corpo galleggiante, ormai senza vita, di Narciso. Si tolse, piangendo, la meravigliosa collana di grossi opali che le contornava il collo e la pose attorno a quello di Narciso in segno del suo imperituro amore, ma il corpo di Narciso appesantitosi si adagiò sul fondo del laghetto. Eco aveva voluto adornare il suo amore con quella ghirlanda fatta di pietre e con essa, la fanciulla aveva perduto per sempre anche la visione del suo amato, e con esso aveva perduto definitivamente l’ascolto delle dolci note emesse dal melodioso flauto. Lo aveva amato dal primo momento che l’aveva visto, là sdraiato sull’erba di quell’altipiano, dove portava ogni giorno a pascolare le pecore. Aveva amato la sua musica, aveva amato la sua ingenuità, la sua freschezza d’animo, aveva amato la sua bellezza, l’aveva amato tutto. Piangeva e gridava ormai senza speranza di rivederlo, e mentre gridava fortissimamente, incominciò a correre disperatamente. Correva per fuggire da quell’incubo. Correva per fuggire da quel grande dolore. Le sembrava di aver fatto un brutto sogno, e voleva fuggire, correndo, da quel brutto sogno che, purtroppo sogno non era. Gridando e piangendo, corse per quelle valli e per quei monti che l’avevano vista felice e contenta, corse per quelle valli e per quei monti che avevano echeggiato la meravigliosa musica di Narciso. Ritornò sull’altipiano dal prato verde fiorito dove aveva incontrato per la prima volta Narciso. Invano. Non riusciva a rasserenarsi. Non la smetteva di piangere né di gridare. Non possedeva la forza di farlo. Gridando per quel forte dolore si consunse. Restò soltanto la sua voce tra l’aria e la terra, tra quei monti e quelle verdi valli e il cielo azzurro, definitivamente.

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