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in archivio dal 31 mag 2016

Laura Di Vincenzo

Policoro - Italia
Mi descrivo così: Io sono le parole che scrivo, loro sono la mia essenza e abitano in un posto meraviglioso chiamato anima.
Mi trovi anche su:

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  • 05 giugno alle ore 19:15
    Estemporanea

     
    Ho visto occhi perdersi
    in febbrili tormenti,
    ali planare su sterrati di fango
    avvolti dall’ombra d’insane rivalse.
    Ginocchia piegate
    sotto il peso di croci di ferro,
    piaghe di umida carne
    nella certezza di un Credo.
     

     
  • 23 marzo alle ore 16:13
    Appunti

    Si frantumano solitudini di voci
    increspate nel vuoto del pianto.
    Quanto coraggio manca alla vita,
    ché un sogno è una puntata troppo alta.
    Ha radici profonde,
    varco di cielo che sfonda l’Infinito.
    Soggetto, senza intermezzo
    in oceani mancati.
    Frattura di tempo,
    echeggia tra le pietre antiche di questi vicoli,
    sul pendio dei giorni
    esposti, in angoli morti.
     

     
  • 24 luglio 2017 alle ore 19:16
    Cala la notte

    Cala la notte, sulle bianche pietre di pioggia
    sui sospiri affidati alle stelle
    sul tempo di genuflesse preghiere
    sulla malinconia che veste la pelle
    in questo andare, di avari sorrisi.
    Sui giorni gravidi di pensieri
    nelle illusioni che avanzano
    in questa palude di vita.

     
  • 11 giugno 2017 alle ore 21:33
    Il giorno

    Il giorno, accavalla le gambe alla notte
    che siede all’opaco contorno di ieri
    al rovescio di incanti sfrattati
    di tratti mai disegnati.
    Il giorno serpeggia, tra graffi di rovo
    tra assi inclinati di pelle mutata. 
    Penombra di una lotta senza vittoria.

     
  • 27 marzo 2017 alle ore 13:11
    Il giorno distratto si alza sull'ombra

    Temo il giorno distratto che si alza sull'ombra,
    il logorio di un silenzio assordante di un’ora ingannata,
    percepire la tua carezza di luce sbiadire
    nella trasparenza d’inchiostro.
    Non trovo conforto nell'abbraccio del tempo,
    nel seme che non germoglia nell'arsa zolla,
    nelle esasperate memorie.
     

     
  • 05 novembre 2016 alle ore 19:02
    La parola

    E’ poesia,
    la parola che penetra l'aria stagna di bruma,
    che sfida il limite del tempo,
    che spezza la schiavitù della materia. 

     
  • 06 settembre 2016 alle ore 18:00
    Musa

    Musa, hai rinnegato il mio nome
    soffocando i quantici flussi di pensieri
    che, impetuosi, fluttuano nell'etere
    nell'incoscienza del vero che esala respiri
    di  zolfo e di fiele in questo regno.

     
  • 13 agosto 2016 alle ore 17:27
    Ore

    Vago nella mia notte per sfuggire al giorno,
    in questa vita scandita da lunghi intervalli
    a strangolare stagioni nell'asfissia di stretti spazi,
    alla ragione che soffoca il cuore nello sgretolare delle ore.
    Ore forzate da questo labile tempo. 

     
  • 09 giugno 2016 alle ore 19:12
    Vuoti

     
    Frammenti slegati su un foglio
    di realtà in divenire
    di parole cangianti
    in sequenze d’inchiostro.
    Vuoti di memoria.

     
  • 07 giugno 2016 alle ore 13:11
    Ti ho visto andare via

    Ti ho visto andare via 
    lungo il sentiero delle ombre 
    tra le mie parole di nebbia.
    Scivolare tra i disegni
    astratti della mia follia 
    a riempire spazi vuoti 
    d’impercettibili respiri. 
    Ho sentito i tuoi passi
    ovattati dal silenzio della notte 
    nella luce tremula di una candela
    nell'impalpabile finitezza del sogno
    ad argine di quel pensiero
    che non muta mai.

     
  • 04 giugno 2016 alle ore 20:32
    Il vuoto

    Un’immagine spenta
    abita il vuoto che non sai
    nell'inconsapevole snodare
    di parole sfilacciate senza senso.
    Ingannevole ombra
    effusa da un raggio di luna nel buio
    attenuata nella sbirciata di un tiepido sole
    tra le imposte di una finestra assonnata,
    nello stropicciare di arti superstiti
    a una lunga e infaticabile notte.
     

     
  • 03 giugno 2016 alle ore 17:07
    Verso l'anima

    Verso l’anima
    Come le Driadi vago nei campi coltivati a inchiostro,
    sfuggo al tuo tronco ché gli occhi si annebbiano
    e i tratti segnati restano indelebili al tempo.
    Verso l’anima su quelle grandi distese,
    semi di vita smarrita e parabole disegnate dal vento.

     
  • 31 maggio 2016 alle ore 19:27
    L'attimo perso

    Ho camminato, vani passi,
    sul sentiero dei pensieri schiacciati,
    al ritmo del trotto battuto,
    nella nebbia avida d’ombra,
    nel vento foriero di consapevoli verità.
    Senza chiedere nulla
    al quadrante del tempo,
    all'attimo perso. 

     
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  • 22 giugno alle ore 11:41
    In un giorno qualunque

    Come comincia: Oggi non è giornata, continuo a ripetermi mentre stiro gli arti snervati dall'insonnia e dal continuo movimento notturno, l’umore è sotto i piedi e cupo come il cielo che sovrasta questo inizio autunno. Fuori piove, l’acqua continua a scivolare sui vetri creando rigagnoli, goccia dopo goccia si posa sul davanzale della finestra. Come quelle lacrime trattenute e infrante a metà tra il cuore e la ragione. Sempre lei, come oggi, quella malinconia senza nome mi pervade avvolgendomi in un’inquietudine che non ha voce, in un sudario di nebbia. Abitudinaria, rigorosa, precisa, caratteristiche indossate come seconda pelle, difficile entrare in quello che è il mio mondo. Marco, manager di una grossa compagnia, lo avevo conosciuto per caso. Era entrato nella mia vita in un giorno, anomalo, di pioggia. Statuario, occhi cobalto come il mare, con una testa pensante. Al ritmo incessante della pioggia ripensavo al nostro incontro-scontro nella metropolitana, a tutti i fogli della cartellina che stringevo tra le mani, oltre all’ombrello e al cellulare che aveva appena finito di squillare, sparsi sul rivestimento antistante ai binari, al mio trovarmi occhi negli occhi con la disattenzione fatta persona. Il suo scusarsi, attribuendo alla fretta quel gesto maldestro, e l’invito, per farsi perdonare a bere un caffè, e il mio rinviare ad altra data per l’impossibilità di poter accettare; uno scambio di numeri e via al lavoro con larghissimo ritardo. Avevo accettato un lavoro part ime in una testata giornalistica di moda per vivere a Milano dopo la laurea, in attesa di un ruolo nella scuola, il sogno di mia madre quello del posto fisso, in tanto mi dividevo tra supplenze e articoli per il giornale. Il mio sogno quello di diventare una giornalista affermata. Marco ed io demmo inizio a una convivenza dopo poco tempo e già dall’inizio cominciarono le nostre incomprensioni, quella testa apparentemente pensante si rivelò vuota, un uomo con una personalità narcisistica. Le carte del mazzo, sparso sul tavolo da gioco, furono chiare: esisto solo io e tu fai quello che ti dico, una partita truccata dove il vincitore è sempre lo stesso, un vero baro verso se stesso e gli altri. Appropriato il paragone per un malato di gioco come lui, uno che aveva sperperato una fortuna sui tavoli dei casinò di mezzo mondo, passando da un letto a un altro di donne pagate per puro divertimento. La sua gelosia, il suo amore malato alimentavano continuamente la mia frustrazione trascinandomi, giorno dopo giorno, nel baratro dell’incoscienza. Non riuscivo più a sentirmi me stessa e cercavo, continuamente, scuse ai suoi mali; la mia colpa: amarlo di un amore cieco. Sopravvivenza era diventato il mio status, il lavoro: l’unica valvola di sfogo. E oggi, testimone ancora una volta la pioggia, stringo tra le mani una raccomandata che mi porterà via da tutto questo, finalmente il ruolo nella scuola del mio piccolo paese d’origine. Nonostante la bella notizia, che attendevo da tanto, non riesco a sentirmi appagata; una sensazione strana attraversa la mia pelle fino a sentire i brividi lungo la schiena. Devo sbrigarmi altrimenti arriverò tardi all’appuntamento, forse l’ultimo della mia breve carriera giornalistica, ho l’intervista con un modello sul set fotografico al padiglione fiera. Sotto la doccia continuo a pensare a quel ragazzo di cui conoscevo l’immagine e il curriculum attraverso il materiale che avevo raccolto per fare l’intervista. Che cosa avrà mai da dirmi uno che vive costantemente sotto i riflettori, che ha fatto dell’immagine la sua ragione di vita, che gira l’Italia per fare ospitate in tutte le discoteche che lo richiedono, votato allo sballo e rivestito dalla superficialità; un giudizio, il mio, dettato da quello che era la realtà di oggi giorno. M’infilo un paio di pantaloni aderenti, una camicia di seta bianca, scarpe alte con tacco a spillo, anche se scomode per affrontare una giornata di pioggia, devo essere comunque elegante per entrare in quel mondo, un filo di trucco e una sistematina ai miei capelli ribelli. Prendo l’auto in garage e mi dirigo verso il quartiere fiera, arrivo con un leggero anticipo sul set, tra luci macchine fotografiche e un andirivieni di truccatori e operatori del settore, i miei occhi s’incrociano con quelli di Lele, una sensazione difficile da spiegare, mi turba fino a creare in me un grande disagio, una sorta di vertigine s’impossessa del mio equilibrio fino a farmi barcollare. Devo sedermi necessariamente e aspettare che finisca il servizio, intanto cercherò di rilassarmi, pensai tra me. Lele con un fisico mozzafiato, con il linguaggio dell’anima tatuato sulla pelle, inchiostro a definire un’appartenenza a una determinata dottrina, tratti di libertà e condanna, sicurezza di uno stato d’essere con spregiudicata e disinvolta apertura. Un mio primo esame, prima di ascoltare la voce. Eccoci seduti di fronte, io con il taccuino per prendere appunti e lui pronto per condividere con me le fasi determinati le scelte fatte. Ci presentiamo: io che cerco di sfuggire a quegli occhi penetranti e neri, come gli abissi in cui devi avere il coraggio di guardare, e lui, insistente, con i suoi fissi nei miei; una situazione di grande imbarazzo da parte mia. Per sdrammatizzare comincio con le mie domande cui seguono risposte sicure ed esaustive. A intervista finita lui mi stringe la mano e chiede di potermi incontrare in un altro luogo, si giustifica dicendo: vorrei leggere prima dell’uscita quello che scriverai. In macchina, diretta verso il giornale, ripenso all'infortunio che aveva stroncato la carriera calcistica di Lele, alla sua grande forza di volontà per superare il tutto e alla sua entrata nel mondo della moda per la sua fisicità e non per scelta. Due mondi diversi, i nostri, in cui le scelte sono state dettate da avvenimenti che hanno segnato la nostra vita; due anime, però, della stessa grandezza e attraversate dalla stessa voglia di riscatto da un mondo fatto di superficialità in cui i rapporti si consumano in un tempo brevissimo e il più delle volte devastanti. Nello stesso istante in cui i nostri occhi s’incrociarono si creò la magia. Trascorsi tutta la notte a scrivere l’articolo, avvolta da una nebulosa luminosa, curando tutto nei minimi particolari e, solo dopo aver finito, all’alba lo chiamai per dirgli che poteva leggerlo. Le mie parole lo resero prigioniero della mia anima, da quel giorno tutto cambiò. Le nostre strade si erano incrociate in un momento in cui altro era stato deciso, non ora, ma ci sarebbe comunque stato un altro luogo in cui viverci. Arrivò il giorno della partenza, lui mi accompagnò alla stazione per prendere il treno che mi avrebbe riportato a casa, a una vita tranquilla, senza la presenza di Marco che avevo lasciato, finalmente riscattata da quell'inferno, finalmente viva, ma con il cuore nelle mani di Lele che avevo amato dal primo momento. Ci abbracciammo per un tempo infinito, in direzioni opposte prendemmo la nostra strada. In quell'andirivieni di persone, perse nei loro pensieri, e vagoni in movimento, consegnai la mia consapevolezza che non è sempre vero quel che appare, che dietro a volti che infondono sicurezza si possono celare creature orribili e volti, apparentemente, effimeri racchiudono una bellezza d’animo e uno splendore che inonda anche il cielo più cupo. Forse un altro treno, in un giorno qualunque, ci avrebbe condotto alla nostra fermata, a quella del cuore.

     
  • 05 giugno alle ore 19:10
    Arrugginite speranze

    Come comincia: Erano giorni che non usciva di casa, in un silenzio tombale ascoltava la sua anima; tacito suono che emergeva dalla profondità più intima della coscienza. Un silenzio che vestiva una solitudine cercata e vissuta, l’unico spazio in cui riusciva a respirare. A lungo, si era soffermata ad ascoltare vagiti di insipide vite congiunte, aveva visto recitare copioni di assurde commedie, aveva toccato con mano la falsità e l’egoismo di chi non era in grado di comprendere l’altrui essere. Un contenitore di scorie, riempito da chi è abituato a pianificare, a indossare giustificazioni dietro condotte ordinarie di inutili rivalse. La pochezza: una inetta, presuntuosa veste. Giulia, se pur ibernata in quella condizione, non si era mai arresa, aveva solo accostato l’uscio per filtrare il suo piccolo raggio di sole.
    Siamo così distanti che, pur volendo, non ci incontreremo mai- disse Giulia soffocando le parole in gola.
    Ognuno perso in una libertà che è, allo stesso tempo, condanna in quei moti dell’anima che ci accompagnano nella caducità di passi ancorati a suoli sconnessi. La mia, una libertà che fa respirare l’anima, si lascia attraversare fin sotto la pelle dalle emozioni, riverbera nella purezza di un pensiero; la tua, generata dall'azione impulsiva, solleticata dai sensi nell'appagamento irrefrenabile della conseguente conquista.
     

     
  • 18 aprile alle ore 18:07
    Non tutti gli aquiloni riescono a volare

    Come comincia: Era trascorso un anno e Sara continuava a sentirlo dentro come quel giorno in cui, con insistenza, la chiamò a se; si era opposta con tutte le forze a quel richiamo, a quel desiderio passionale d’impeto, a quella forza difficile da spiegare. Ora lui era lontano, immerso in un mondo di cui Sara non conosceva i meccanismi, plasmato da un sentimento che assomigliava più a una ripicca verso qualcosa che aveva messo a dura prova la sua fame d’amore. Era giusto che lui vivesse la sua vita, che trovasse un equilibrio dopo l’inclinazione di un pensiero del tutto pretenzioso nell'illusione di poterlo rendere realtà. Sara era dotata di un dono che le faceva percepire le cose involontariamente e sapeva per certo che la donna con gli occhi di ghiaccio non gli avrebbe mai potuto dare l’amore che lui desiderava, aveva gli anni giusti per lui ma non il vissuto, troppo calcolatrice e fatalmente narcisista.  Era giunto il momento per Sara di uscire completamente dalla sua vita, di lasciarlo andare anche nel pensiero, di slegare quella vela della fantasia che continuava a navigare il suo mare senza trovare il porto, di accarezzarlo nel buio della notte quando il manto delle stelle le offriva la luce giusta per illuminare quel che sentiva. La sua carezza non poteva più accompagnarla lungo il sentiero battuto dall’ombra di alti cipressi, doveva strapparsi dal cuore quei battiti che mai una volta la avevano abbandonata, non poteva più sentire nel cuore colui che lo abitava e non gli camminava accanto. Aveva desiderato tanto guardarlo negli occhi, almeno una volta, per avere conferma di quell’anima che Sara aveva saputo leggere anche da lontano. Lei avrebbe continuato a camminare passi nell’apatia del suo vivere, nella consapevolezza di non poter stringere a se colui che, come folata di vento nella quiete di una calda giornata di fine estate, le aveva stravolto la vita con il suo ardente sentire regalandole quel calore che solo un raggio di sole può dare. Ecco cosa li univa: il mistero dell’Amore come sentimento puro, come espressione di una realtà conducibile a una base che ti deve appartenere, uno strato epidermico che non tutti posseggono. Amare significa saper rinunciare pur di non far soffrire l’altro e Sara lo doveva a lui e a se stessa. 

     
  • 30 marzo 2017 alle ore 17:13
    Sara e il mare

    Come comincia: Sara era sulla spiaggia, quel giorno in cui tutto sembrava non avere più senso; camminava scalza sulla sabbia ancora fredda, in fondo non sentiva nessuna sensazione che andava oltre quel suo pensiero fisso, intrappolato tra i reticoli della mente. Ascoltava, distratta, il fragore delle onde sulla riva e il loro rotolare, osservava i gabbiani librarsi in volo e disegnare libere figure.  Aveva atteso invano un gesto, una parola che potesse, realmente, farle sentire la sua appartenenza. Folle, era quello che provava, folle, era il suo reclamarla. Era usurato il freno che la teneva inchiodata a quel grigio manto di una strada senza uscita. Era doloroso stargli vicino, rischiando di cadere nella banalità di frasi fatte, o lontano incolpando la distanza che li separava e il vuoto che pesava più di un macigno. “ Aiutami a non amarti- continuava a ripetere a se stessa- cancella ogni parola che ti ho donato, uccidi il desiderio che si espande nel mio corpo, fa che il presente si tramuti nell’incantevole bellezza di un ricordo”. Aleatorio il suo pensiero si espandeva come fumo, impercettibili fili galleggianti nell’aria di quel piccolo spazio, dove viveva, rarefatto, dilatato in quel  tempo fermo. L’onda continuava a lambire la sua riva, Sara smarrita attendeva di esserne travolta.
    Forse non era quello il luogo, continuavo a ripetermi con forza.

     
  • 02 agosto 2016 alle ore 19:26
    L’effimera leggerezza dell’essere.

    Come comincia: Sospesa, priva di forza di gravità, nulla che mi leghi alla terra, occhi chiusi a quello che non oso volgere sguardo. Attraversata da pensieri ribelli, indisciplinati e pervasi da una grande passionalità, un flusso che straripa dagli argini d’immaginarie vene, un volo pindarico. Un dolce oblio nel dondolio di fremiti e sussulti. Vesto di parole un senso che mi attraversa e irrompe in una riga di un ultimo verso.

     
  • 21 giugno 2016 alle ore 18:22
    Uno stralcio di "Le parole che scrivo"

    Come comincia: Un forte senso di consapevole complicità li univa, una forma vitale di attrazione mentale, un bisogno reciproco che mai abbandonava, nemmeno per un attimo, la sede dove risiedono gli impulsi più profondi; era difficile lasciarli andare e ancora più difficile scolpirli nella mente solo con l’immaginazione. Gli attimi immaginati non sono vita vera e il tempo non vissuto potrebbe cancellarli per sempre. Ci si abitua a tutto e sfumano memorie.

     
  • 04 giugno 2016 alle ore 20:39
    Stralci di pensieri

    Come comincia: Stralci di pensieri
    La fantasia, sovente, irrompeva nel tumulto della sua anima, come pellicola rivestiva la realtà. Aveva il potere di trasformare le brutture, i pesi schiaccianti, in voli che, se pur illusori, si libravano nella verginità di ogni singolo pensiero. La vita prostrava, con il suo logorante altalenare, gli eventi rotolavano nella sua vita come enormi sassi smottanti su un territorio a continuo rischio sismico; bisognava attingere continuamente dalla riserva di forza interiore, costantemente messa a dura prova, trovare un appiglio per dare senso a tutto quello che un senso non lo aveva. Sara accettava passivamente solo in apparenza, dentro di lei c’era un subbuglio di consapevolezze che, ogni giorno di più, diventavano certezze. 

     
  • 03 giugno 2016 alle ore 17:18
    Stimoli visivi (parole dettate da un'immagine)

    Come comincia: Siamo qui, distesi pelle contro pelle, in un incastro d’anima, divorati avidamente in ogni fibra, avvolti dalle molteplici sfumature del nostro essere, immersi nella magia della notte. Tra le mani il libro intinto d’inchiostro rosso, dove le parole disegnano lo spazio occupato dal mio tempo nel tuo tempo, ermetici suoni sul pentagramma di privilegiate note solo per il tuo udito. Tu che leggi per me variando il timbro vocale a ogni cambio d’intensità, scivolandomi dentro in un susseguirsi di vibrati, colorando ogni sillaba di gesti; la somma delle mie parole, fluttuante, racchiusa in quegli attimi infiniti, mischiata al sangue preme impetuosa nelle vene, complice dei sensi. Una sensazione indescrivibile, una sorta di vuoto pieno di emozioni che pulsano dall'interno fino ai confini esterni della pelle, un solletico di un avido bacio sul ventre.