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in archivio dal 29 giu 2015

Lora Boccardo

04 marzo 1948, Torino - Italia
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

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  • 11 settembre 2016 alle ore 9:26
    Farfalla Bianca

    E' stato breve il tempo
    del nostro incontro 
    ma a un sentimento
    per nascere 
    di tempo ne basta poco.
    Poi tu non fosti 
    ma diventasti lo stesso farfalla 
    anche se solo per chi
    ti amò da subito.
    Stupenda farfalla bianca
    che da trent'anni si posa
    leggera sui miei pensieri
    che nutre la mia fantasia
    che troverà sempre in me
    la casa dove tornare
    la sua casa. 

     
  • 02 settembre 2016 alle ore 7:28
    Il giorno dopo

    Quando al mattino apri gli occhi e all'improvviso il nulla diventa coscienza, allora ti ricordi perchè senti la fitta che ti fa mancare il fiato. Prima ancora che il nuovo giorno ti mostri la sua luce e il suo progetto, prima ancora che tu possa aver deciso di non lasciarti intrappolare nella spirale del dolore, prima ancora che tu abbia messo in atto tutte le difese che conosci. Dalle tapparelle della tua camera filtra la prima luce del mattino. Osservi angosciata il tuo dolore che riempie tutti gli spazi vuoti della stanza e sai che non ti puoi sottrarre dal viverlo fino in fondo, fino a quando diventerà ricordo, nostalgia, e infine tenerezza.

     
  • 31 agosto 2016 alle ore 20:14
    Quante solitudini

    Questo Mondo di popola sempre più
    il mio Mondo si svuota sempre più
    solitudine di abbracci e presenze perduti
    solitudine di emozioni non condivise
    solitudine fra tanta gente indifferente
    che niente sa di me nè vuole sapere
    solitudine di un'invisibile illusa
    Quante solitudini!
     

     
  • 12 agosto 2016 alle ore 19:36
    Chimera

    Lui ritrovò la sua adolescenza
    perduta e selvaggia
    nello sguardo impertinente
    di lei
    e lei sognò
    di essere condotta da lui
    alla scoperta dell'età adulta
    così 
    quando le loro labbra
    curiose si sfiorarono
    essi credettero di amarsi.

     
  • 04 aprile 2016 alle ore 21:43
    Nel Segno del Tempo

    Nel segno del tempo
    che increspa di rughe il viso
    e gentilmente leviga l'anima
    ho ritrovato me stessa.
    Nella quiete delle certezze
    dolcemente si placa
    il tumulto delle passioni.
    Il maestrale è passato.
    Lo specchio non dà più timore.
    L'anima è forte
    i pensieri limpidi.
    Ombra e luce dell'esistere
    si delineano chiari.
    Indugio a sfogliare l'anima
    come un libro da finire.
    Sorrido indulgente al passato
    e mi soffermo attenta
    nel presente. Il futuro 
    è ancora da scrivere
    ma, come lo specchio,
    non dà più timore.

     
  • 04 aprile 2016 alle ore 21:40
    Senza Titolo

    I nostri sguardi vagavano sul prato
    brillante di rugiada nell'aurora,
    raccontandoci sogni e desideri.
    Il cielo là sopra di noi,
    come un immenso azzurro scrigno
    di piccole bianche nubi ricamato,
    era lo specchio di un futuro chiaro
    che potevamo afferrare con le mani.
    Risate esagerate fra l'erba quel mattino,
    discorsi arditi di improbabili progetti,
    puri profondi incrollabili ideali.
    "Pronti a lottare se ce ne fosse il caso":
    tu lo dicevi masticando un fiore.
    E poi giocavi ed io ti rincorrevo,
    le nostre voci si perdevano lontano.
    Di corsa a scuola che si è fatto tardi
    fra un bacio, un ciao, una carezza...a dopo!
    Oggi son qua. Ti ho portato un fiore.
    L'ho raccolto nel prato qui vicino.
    Tu mi sorridi da una fotografia
    nel piccolo deserto cimitero.
    Sembra ormai così lontano quel mattino!
    Eppure era soltano un anno fa.

     
  • 11 febbraio 2016 alle ore 21:16
    PROVVISORIA

    Provvisoria
    come una goccia
    a mezz'aria
    che non torna
    in cielo
    che non tocca
    terra
    Provvisoria
    come un alito
    di vento che
    senza direzione
    accarezza
    un'anima persa
    da tempo
    Provvisoria
    come il talento
    di fingere
    che esista
    chi da tanto
    vive solo
    nella fantasia
    Provvisoria
    come se
    l'oggi non
    divenisse mai
    come se
    dormire ora
    fosse
    la soluzione.

     
  • 26 dicembre 2015 alle ore 16:14
    MORIRO' GOLOSA

    Il mio cervello annegherà in Bach
    Il mio fegato annegherà nel vino
    Il mio cuore annegherà nell'Acheronte
    Io morirò golosa.

     
  • 26 ottobre 2015 alle ore 11:06
    CI FURONO TEMPI

    Ci furono tempi in cui il corpo e lo spirito
    esultarono nella vittoria,
    in cui nulla contaminò la tua anima pura,
    nessuna spina potè ferire i tuoi piedi nudi,
    mentre leggera e invincibile come l'araba fenice
    sfioravi integra acquitrini e paludi
    insidiose e repellenti.
    E poi ci furono tempi in cui
    in quelle stesse voragini fangose
    cadesti in ginocchio sconfitta
    e affondasti il viso bagnato di lacrime
    nell'erba appassita, con forza,
    a riempirti il naso, la bocca, i pensieri, il dolore.
    Fu l'amore a sollevarti delicato,
    a lavare il tuo volto, le tue ginocchia,
    con acqua trasparente e profumata,
    e fu ancora l'amore a prenderti in braccio
    e condurti verso le mete sognate
    ed è sempre l'amore a prendersi cura
    del tuo dolore rendendolo
    accettabile e sopportabile. 

     
  • 24 agosto 2015 alle ore 19:52
    PENSIERI IRRIVERENTI

    Penso alla sabbia fine
    ferma fra i capelli,
    asciutta, setosa, ruvida
    come certi miei pensieri
    lasciati sempre soli
    a devastare l'anima.
    Pensieri così ostici 
    a cervelli ottusi,
    tronfi, tracotanti,
    nutriti di saccenza.
    Pensieri scandalosi
    al pubblico delirio,
    innocenti, impotenti,
    pensieri irriverenti.
    Penso alla sabbia fine
    mossa da mani piccole
    sulle mie gambe nude.
    Tu giochi ed io ti guardo
    il tuo visetto è attento
    e anche un po' imbronciato.
    Scende la sabbia, scivola
    sulle mie gambe nude
    è chiara, luccicante, 
    ed io sogno per te pensieri:
    pensieri irriverenti.

     
  • 04 agosto 2015 alle ore 19:48
    SONO ARRIVATA DOPO

    Lo so, sono arrivata dopo
    sono arrivata quando tu
    non te l'aspettavi più.
    Sono arrivata tardi
    ad affondare il viso
    nei tuoi capelli grigi.
    Sono arrivata all'improvviso
    ed era estate, e tu
    tremavi sfiorando le mie mani
    incerto stupito timoroso
    che fosse una chimera.
    E invece quante cose
    abbiamo fatto insieme!
    Eppure ti ho capito dopo
    veramente
    dovevo vivere i tuoi anni
    e adesso che son  vecchia
    vecchia più di te che non sei più
    capire serve solo a me
    che cerco pace.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:11
    LA TRISTEZZA D'OGGI

    Lasciarci, hai detto.
    L'ho pensato anch'io.
    Ma proprio mentre lo dicevi
    quanto mi era cara la tua voce!
    Come, come non sentirla più!
    Come non vedere più i tuoi occhi
    frugare nelle nostalgie lontane
    dei tempi dell'amore pazzo
    privo di coscienza e di futuro!
    Come non sentire le tue mani
    accarezzarmi il viso
    segnate di stanchezza,
    dolci di malinconia presente,
    rassicuranti e consapevoli
    di non temere più niente.
    Lasciarci, hai detto.
    No, amore mio.
    La tristezza d'oggi
    l'ho pagata anch'io.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:09
    LA TUA OMBRA

    Quando il fumo
    nero del tempo
    ti nasconderà
    all'anima mia distrutta,
    quando i tratti
    del tuo viso amato
    saranno di
    fitta nebbia dolente,
    quando la memoria
    del tutto consunta
    invano vorrà
    ricostruire le tue mani,
    la tua ombra e
    la mia ombra, insieme,
    vagheranno.
    Mute di ricordi.
    Mute di dolcezza.
    Mute di passati rancori.
    Incapaci di dividersi.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:08
    ANCORA INSIEME

    Ancora insieme.
    Nonostante tutto.
    Nonostante tutti.
    Nonostante noi.
    Nei misteriosi anfratti
    di anime complici.
    Nei sensi assuefatti
    a cara abitudine.
    Nell'ira crudele
    impetuosa del tempo.
    Spiati, inseguiti
    da vaghi fantasmi,
    lacrime lievi 
    verso il soffitto,
    mentre di notte
    le mani si stringono.
    Ancora insieme.
    Nonostante tutto.
    Nonostante tutti.
    Nonostante noi.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:06
    L'APPUNTAMENTO

    E' il segno che lascia
    un dolore acuto
    quel fiato corto
    che mi fa aspettare.
    L'angoscia di un sospiro
    non voluto
    che nel vento sibila 
    il tuo nome.
    Spilli mi pungono
    il viso e il petto.
    Suda tra le mani
    il giornale sgualcito,
    mentre m'illudo
    che non hai potuto.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:05
    IO E TE

    Io e te siamo soli
    nella casa sul colle.
    Io e te siamo soli
    nella città vorticosa.
    Prigionieri di ombre,
    pesanti di date,
    poveri involucri
    di incalzanti memorie.
    Io e te siam custodi
    di dolce tristezza
    che chiamano amore.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 13:04
    ORA LO SO

    Era quell'ansia, la felicità,
    l'attesa di te di cui soffrivo
    perchè tardavi a tornare.
    Era il dolore, la felicità,
    di quelle nostre liti
    inutili e violente.
    Era il tormento, la felicità,
    di quando ti voltavi
    gurdando un'altra donna.
    Eri tu, la felicità;
    tu, debole e confuso.
    Ora lo so, che non ti ho più.

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 12:57
    TI VOGLIO BENE

    "Ti voglio bene"  non l'ho detto abbastanza.
    Troppa timidezza può far male,
    può gelare le parole sulle labbra
    e trasformare amore in sofferenza.
    Proprio tu me l'hai insegnato
    ch'è difficile mostrare i sentimenti,
    ma ch'è impossibile che possano sfuggire
    a un cuore attento, a un'anima vibrante.
    La mia anima corre senza meta
    in attesa di consolazione,
    in cerca di un segno corrisposto,
    confusa, sofferente e sola.
    La osservo mentre va lontano
    e non ho la forza di correre con lei,
    ma con lo sguardo la seguo finchè posso
    sperando inutilmente che ti riporti indietro.
    Ma poi penso: tu vorrai tornare?
    La risposta è semplice, veloce.
    No, tu ormai sei libero da tutto,
    niente ti costringe, nulla t'imprigiona,
    perchè mai voler tornare?
    Dove sei tu l'amore è universale
    e non conosce timidezza.
    Dove sei tu non ci sono limiti,
    nessuno si sente giudicato.
    Dove sei tu non c'è l'affanno
    e niente ti potrà mai più ferire.
    Ma...dove sei tu forse non c'è nulla,
    però di certo non c'è più dolore.
    Allora perchè voler tornare?

     
  • 18 luglio 2015 alle ore 12:55
    Natale

    Profumo di resina di pini marittimi
    davanti casa, lungo la via.
    Sapore di gesti così lontani
    ma così vivi nella memoria.
    Piccoli angeli vestiti di bianco
    all'altare portano i doni
    nella Messa di mezzanotte.
    Magre gambe di bimbe assonnate,
    viola di freddo sotto la veste,
    intirizzite minuscole mani
    che offrono ampolle piene di vino.
    Odore di cera, eco di canti
    nella grande gelida chiesa,
    la gente che pensa al brodo caldo
    più tardi a casa vicino alla stufa.
    Si dia inizio a mille sorrisi,
    comincia la festa un'altra volta.
    La festa lunga tutta la vita,
    disseminata di assenze, di lutti
     di storie troncate in un respiro:
    ieri persone oggi fantasmi,
    oggi persone domani fantasmi.
    Alziamo il calice contro la sorte,
    contro l'angoscia che assale di sera
    quando il sonno non vuole arrivare;
    contro l'attesa dell'ultimo atto,
    protagonisti di quel copione
    di cui tutti sappiamo  il finale.
    Ma si dia inizio a mille sorrisi,
    si danzi, si canti fino all'aurora,
    comincia la festa un'altra volta:
    anche quest anno è di nuovo Natale.

     
  • 13 luglio 2015 alle ore 17:28
    FILASTROCCA BUFFA

    Specchio specchio delle mie brame
    posso mangiare pane e salame?
    -Mia principessa sconsiderata,
    ma non lo vedi che sei ingrassata?
    -Caro specchio, non esser pedante,
    per una volta sii accomodante.
    Lo sai bene che mi fa gola
    una pagnotta col gorgonzola,
    e poi anche seduta stante
    una lasagna accattivante,
    e dopo un fritto bello dorato,
     formaggi salse e cioccolato.
    -Mia principessa, ma che stai dicendo?
    Che ne sarà del principe Armando
    che ora per te sta spasimando?
    Se tu t'ingrassi senza ritegno
    non ti offrirà mai più il suo regno.
    -Specchio mio caro, non darti pena,
    se il caro principe mi avrà ripudiata
    ai miei cuochi ordinerò una gran cena
    e mi farò una bella mangiata.
    Seduta a tavola ben imbandita
    ritroverò ognor l'allegria della vita.
    E poi col vino della mia botte
    accenderò il languor della notte.
    -Mia principessa rimarrai sola
    in compagnia della tua gola!
    -Amico specchio, non correr tanto,
    ad ogni uomo non sfugge l'incanto
    di donna gioiosa udire il canto,
    che a pranzo e cena gli fa compagnia
    senza sapere la dieta che sia.
    Qualunque uomo, d'osteria o di castello
    non vuol portare di donna un fardello,
    con ella s'aspetta di ridere assai......
    e che non gli rompa la scatole mai.
    Per cui caro specchio delle mie brame
    mi appresto a mangiare pane e salame
    e la più felice son io del reame.

     
  • 13 luglio 2015 alle ore 13:59
    FILASTROCCA DELLA BUONANOTTE

    Notte splendente di luna e di stelle
    affida al vento le note più belle.
    Stringe al petto il suo bimbo la mamma
    e sussurra lenta la ninna nanna.
    Il cagnolino accucciato vicino
    e sopra il letto dorme il gattino.
    Ed ecco arriva il sonno leggero,
    il bimbo sogna, e gli par tutto vero.
    Par vero che al Mondo sian tutti contenti
    e non ci siano più contendenti,
    chè sparìte son l'armi dai continenti.
    Par vero che regni la convivenza
    fatta di pace, amicizia, pazienza.
    Par vero che tutti adesso sian pronti
    a darsi amore in grande abbondanza
    senza star sempre a farsi dei conti.
    Par vero che i Regni della Natura
    sian tutti amati in eguale misura.
    Notte splendente di luna e di stelle
    affida al vento le note più belle.
    Fa' ch'esse vadan come magiche fate
    e volino dentro gli umani cervelli,
    e con le loro voci incantate
    li rendano buoni leali e più belli.
    Sicchè sarà vero ciò che par vero
    nel sogno innocente di un bimbo dormiente,
    che non avremo al Mondo nemici
    ma occhi ridenti di bimbi felici.

     
  • 01 luglio 2015 alle ore 15:53
    NEL SONNO

    Nel sonno la tua mano
    mi ha cercata.
    Ricordo di notte lontana
    dolce d'amore
    mi ha preso il cuore.
    La sciocca ira di ier sera
    l'ho scordata
    e tu, incredulo, stamane
    vedi occhi
    lucenti d'amore
    di donna nuova.

     
  • 01 luglio 2015 alle ore 15:51
    ASSOPITI

    Assopite le emozioni
    in un limbo sperduto
    consumato dall'uso.
    Assopite le risposte
    a inutili domande
    per lunghi silenzi
    diventate pietra.
    Assopiti gli sguardi
    rivolti altrove
    a non sfiorarsi
    neppure per caso.
    Assopiti noi due
    in attesa che un fato
    torni a donarci
    ciò che eravamo.

     
  • 01 luglio 2015 alle ore 15:50
    FINALMENTE LIBERA?

    Che sollievo la porta sbattuta
    per l'ultima volta dietro di te.
    Che insolito questo silenzio
    dopo le urla, dopo gli insulti,
    oasi improvvisa e insperata
    dopo le offese crudeli.
    La sedia in cucina mi accoglie,
    la faccia appoggiata alle mani
    sento il dolore in agguato.
    "non ora" penso "non oggi"
    adesso voglio restare così
    sospesa, in assenza totale
    di tutte le sensazioni.
    Adesso il riposo mi cura
    il vuoto mi avvolge, mi culla,
    non viva non morta, nel nulla.
    Finalmente libera?
    Forse domani mi mancherai
    domani forse ti cercherò
    ma ora mi lascio viziare
    dalla totale assenza di te.

     

     
  • 01 luglio 2015 alle ore 15:48
    MENTE FOLLE

    Non conosce prigioni
    muri inferriate padroni.
    Si può fingere che non esista
    oppure salire sulle sue ali.
    Voli rapaci al suolo in picchiata
    o giocosi volteggi di rondini.
    Eterna migrante fra tutti i suoi mondi
    non  chiederà  chi sei nè perchè.
    Barriere ottuse di un piccolo Mondo
    lasciate lontano senza rimpianto.
    Non mi lasciare. Non voglio tornare
    ora che ho imparato a volare
    sicura e libera sulle tue ali.

     

     
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  • 17 novembre alle ore 10:56
    Domenica pomeriggio

    Come comincia: Certe volte è domenica pomeriggio. E' così raro! Il sole va e viene, la strada è silenziosa, le serrande dei negozi abbassate, nessuno lungo i marciapiedi. Domenica pomeriggio, la consapevolezza di un giorno di festa. Oggi è la giornata dedicata a tutti i poveri del mondo. Per loro un giorno di festa ci sarà mai? Girello, sedia a rotelle, piano, mi raccomando, ho accompagnato a tavola Paolo. L'ho imboccato ridendo un po' fra me perché ho acquisito quella particolare smorfia delle labbra di chi imbocca. Perché ridi? Dice lui. Perché ho un nuovo tic, rispondo io. E allora sorride anche lui. Mentre gli do da mangiare penso a quanto siamo fortunati ad avere cibo in abbondanza, soltanto da scegliere. E' domenica pomeriggio e adesso lui riposa e io sono qui a scrivere cose senza importanza ma è così piacevole sentire di avere questa energia, questa voglia di pensare anche agli altri e non solo a me. Forse perché da quando siamo rientrati dall'ospedale, quella appena trascorsa è stata la prima notte in cui ho dormito. E così mi sento forte, così forte da poter soffrire per i poveri, quelli che non hanno cibo, casa, salute. Domenica pomeriggio. Vado a dare un'occhiata a Paolo. E' tranquillo, sereno. Posso sedermi un po' sul divano a chiacchierare col mio sole che gioca a nascondino con le nuvole, sperando di non addormentarmi.

     
  • 13 novembre alle ore 11:34
    L'Abbraccio

    Come comincia: Un abbraccio per darci la buonanotte e tu ti sei addormentato subito.
    Io no, e mi ha invaso la consapevolezza del silenzio, del buio della camera, della nostra infinita ignoranza del prossimo giorno, della prossima ora, del prossimo minuto.
    Così piccoli, ho pensato, così soli, così disperatamente aggrappati l'uno all'altra, e io a raccontarmi la solita bugia: il tuo destino è nelle mie mani e il mio è nelle tue. Non è vero ma il desiderio di crederci è troppo grande.
    Siamo indifesi, siamo tutti indifesi e bisognosi di starci accanto, dobbiamo superare lo smarrimento che ci coglie quando meno ce l'aspettiamo. E allora sì, io ti abbraccio più forte, e mentre ti abbraccio più forte e mi rassicuro in questa nostra vita così modesta e tuttavia tanto ricca, mi chiedo se tutti quegli individui che soffrono di... come lo chiamano? Ah sì, delirio di onnipotenza ottuso cieco e crudele, in una notte qualsiasi abbracceranno il cuscino e comprenderanno che il loro delirio di onnipotenza è soltanto delirio.

     
  • 01 ottobre alle ore 8:19
    Il Bel Tempo

    Come comincia: Sono così sveglia stanotte. Sembra che tutta la stanchezza se ne sia andata all'improvviso ed io sia pronta per chissà quali nuove imprese. il calendario ha sancito il passaggio dall'estate all'autunno, il cielo è silenzioso, non vedo mai le rondini partire. Mi tornano alla mente libri di lettura della scuola elementare dove bambini con i nasini schiacciati contro i vetri di finestre rigate di pioggia, guardano fuori in attesa del bel tempo per andare a giocare. In mezzo ad altissimi alberi ancora si affaccia un sole quasi estivo, qualche gazza si pavoneggia fra i rami, e anch'io di giorno guardo fuori, oltre ampi vetri, anch'io aspetto il bel tempo per andare a giocare. "Il bel tempo": che frase imponente, profonda, che noi usiamo così, quasi con leggerezza, senza pensare troppo al significato delle parole. Tutta la vita inseguiamo il bel tempo, il bel tempo dell'esistenza, il bel tempo della serenità, dei lieti eventi, della realizzazione dei progetti, della gioia di vivere. Il bel tempo della soluzione dei problemi. Come bambini dietro vetri di finestre rigate di pioggia stiamo in attesa, sempre fiduciosi, ostinati, e mentre guardo lo spettacolo del grande parco penso che dove infinita tenerezza e infinita sensazione di impotenza si equivalgono, esse finiscono per amalgamarsi rinunciando a combattersi, perché siamo sicuri che là fuori, in mezzo alle fronde degli alberi, è di nuovo in arrivo il bel tempo, il nostro bel tempo. 

     

     
  • 22 settembre alle ore 15:40
    Alla berlina

    Come comincia: Finalmente la campanella suona. La mattina è stata dolorosa. Esco mogia dalla scuola elementare, e lì tutti mi aspettano: bambini genitori sorelle fratelli che sono venuti a prendere i bambini. Il sole è splendente, io di solito mi butto a rotta di collo giù per la scalinata facendo giravolte su giravolte, lanciando la cartella intorno, felice, così felice di essere fuori, all'aperto, in questa giornata di primavera dall'aria profumata, lì c'è la campagna, prati ruscelli, e rovi dove posso inoltrarmi in cerca di fiori, così nascosti, quasi inaccessibili, ma non per me. Ma oggi mi aspetta la berlina, e io lo so, benché solo in seconda elementare, lo so. E' un coro unico che mi accoglie appena mi affaccio sul grande piazzale di fronte alla scuola: ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa...ha fatto la firma falsa. Il ritorno a casa è faticoso, non so cosa aspettarmi ma intuisco di avere fatto una cosa gravissima. La firma è pasticciata, non mi era venuta bene e l'ho imbrattata, la gomma per cancellare ha bucato il foglio. Un vero disastro, Sì, ho fatto la firma di mia madre, e lei è unica, incredibile, con la sua fede incrollabile, che mentre l'accaduto diventa una questione di Stato, insiste che la firma l'ha fatta lei, anche se è pasticciata. La firma l'ha fatta lei, l'ha corretta lei perché la penna non scriveva bene,
    Quel giorno imparai molto ma quello che imparai non fu l'essere stata messa alla berlina a insegnarmelo, fu mia madre a insegnarmelo. 
     

     
  • 14 settembre alle ore 16:26
    Certe giornate di settembre

    Come comincia: Certe giornate di settembre, come quella di oggi, col sole ancora caldo nelle ore centrali della giornata, il cielo senza rondini, e mi chiedo perché: saranno già andate via? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi sveglio all'improvviso da un sonno pomeridiano non cercato ma arrivato inaspettato, e un po' smarrita, un po' confusa, mi aggiro per casa pensando: sarà il nuovo farmaco che mi riduce così? Certe giornate di settembre, come questa, in cui riemerge la coscienza e corro in camera a vedere come sta Paolo, se dorme oppure no, se è tranquillo, e mi sento in colpa, e mi chiedo: mi avrà cercata? Avrà avuto bisogno di me e io non l'ho sentito perché dormivo? Certe giornate di settembre, come questa, in cui mi accorgo che invece non è cambiato niente nell'ultima ora e mezza, nell'ora e mezza della mia assenza, tutto è ancora lì, fermo presente, ogni cosa al suo posto, ogni sentimento nella sua nicchia, il respiro della mia casa è profondo, lento, lento così come è il respiro che molto spesso contraddistingue la casa dei vecchi, lento e rassicurato dalla nostra presenza di vecchi così ricchi di tenerezza e di paura, paura che la stretta della mani non basti a non farci perdere. Un nodo in gola che non è facile da ingoiare mentre ti accarezzo Paolo e ti chiedo sorridente:
    Cosa vuoi per merenda?

     
  • 17 maggio alle ore 14:57
    Quarantena

    Come comincia: Oggi ha fatto caldo. Adesso ho trovato un momento per uscire sul mio balconcino. Si sta bene, è fresco. Guardo il cielo e lì tutto è come al solito. Gli astri così lucenti in una bella serata, sono lì, come sempre, come sono abituata a ritrovarli ogni sera. E poi guardo giù, verso il silenzio della strada, verso il marciapiedi deserto, nessun passante, e lungo la via solo pochi rari automezzi rumorosi e troppo veloci. Guardo le serrande dei negozi tutte abbassate, tranne una, sempre la stessa, il piccolo negozio di quel ragazzo, non so se sia indiano, quel ragazzo che è ancora lì, come ogni sera, fino a tardi. Le finestre dei palazzi qui intorno sono illuminate, quasi tutte, ma sui balconi non c'è nessuno. Siamo soli noi due, io sul balconcino e il ragazzo forse indiano nel suo negozietto. E' incredibile e forse anche difficile da spiegare come il tenero fascio di luce che la sua vetrina sprigiona, possa fare tanta compagnia, possa far sentire il sentimento di un destino ineluttabilmente condiviso, al di là della conoscenza reciproca, al di là del giudizio e/o pregiudizio, al di là di ciò che sta sul marciapiedi, il suo negozietto, o poco al disopra del marciapiedi, il mio balconcino, al di sopra di questa strada silenziosa di periferia, dove forse i pensieri si incontrano, si intrecciano nella stessa preoccupazione, nella stessa nostalgia, nello stesso bisogno di consolanti risposte. 

     
  • 08 maggio alle ore 18:12
    Caro Paese

    Come comincia: Il cursore ammicca e aspetta. Io lo guardo e penso che ogni cosa che si scrive ha un punto di partenza, o almeno lo dovrebbe avere, certo, ma quello che voglio scrivere io è tutto da districare come si fa con la lana quando si trasforma da matassa in gomitolo. La matassa sembra molto ordinata, lineare e piacevole, ma non è così. La matassa nasconde ingorghi, garbugli, nodi, asperità che obbligano a passaggi sotto e sopra, o anche sopra e sotto, come è necessario. Importante è creare il gomitolo, bello rotondo, liscio e vellutato. Il gomitolo è quello che ho in mano oggi, adesso che sono arrivata ai settantadue anni, e il mio intento è di tornare alla matassa, all’inizio di tutto, alle origini. La vecchiaia è nostalgica? Può darsi, ma credo che nel mio caso si tratti di affetto, legame profondo, necessità di curare, dissodare il terreno, ringraziarlo per come si è preso cura delle mie radici appena nate e poi cresciute piano piano in quella inconsapevole culla che mi avvolse fin da subito, che oggi è una città, ma che allora era un paesone pieno di verde, circondato dalla campagna. Un paesone dove campi di grano si prestavano, dopo la mietitura, ad essere saccheggiati da bambini vocianti che andavano a spigolare per inventarsi, con le spighe di grano rimaste sul terreno, biancastre elastiche gomme da masticare. E c’ero anch’io fra quei bambini. Campagna, ruscelli, viottoli sterrati, rovi, more, viole, primule, piccoli garofani selvatici rosa e bianchi profumatissimi, e quel meraviglioso melograno nel giardino della mia vicina di casa. Sei casette a schiera, sei famiglie un’unica famiglia. Non si rimaneva mai senza qualcosa di urgente in casa perché era normale chiedere un po’ di sale, di farina, di zucchero, o donarlo, fra noi tutti. Era normale attardarsi nelle lunghe sere d’estate a chiacchierare davanti casa. I ragazzi erano tanti nella mia via e i più grandi giocavano con i più piccoli: mago libero, palla avvelenata, monopoli, e tanto d’altro. Io crescevo in una comunità che mi donava non una mamma, bensì sei mamme. Nulla sfuggiva alle sei mamme, proprio niente. Nemmeno un tizio in auto che quando avevo dieci anni mi aveva avvicinata con la scusa di chiedermi dove fosse un certo cinema, cercando di attirare la mia attenzione su qualcosa che stava facendo, ma che non ero in grado di capire. Ma oltre la siepe c’era una delle mamme che, anche senza poter vedere, chissà come, aveva capito che qualcosa non andava e immediatamente mi aveva chiamata: cosa succede? Mettendolo in fuga. Già, tutti sapevano tutto di tutti. Paese pettegolo? Certamente, come gli altri. Bisogna diventare adulti e anche andarsene altrove per capire quanto ci sia di peggio, come l’indifferenza, la diffidenza, sentirsi soli e magari indesiderati soltanto perché provenienti da un’altra città, anche se della stessa nazione. Bisogna diventare adulti per imparare a riflettere su cosa ci è stato inculcato da un certo modo di vivere, da un tipo di scuola, da un’insegnante severissima alla quale non si è mai riusciti a non volere bene. Bisogna diventare adulti ed essere lontani per ripensare alle paste la domenica mattina, al bar Centrale sotto i portici, dopo la messa grande, quella delle 11, con sfilata di moda e messa in piega appena fatta, sguardi curiosi e maliziosi, il profumo intenso di incenso, l’irrefrenabile voglia di ridere (la mia) , e i canti dei fedeli a riempire di echi la chiesa. Scarpe bianche e calzettoni bianchi, golfino sulle spalle, libretto delle preghiere in mano, velo da mettere in testa e quella era la domenica mattina, una bella domenica mattina che poi l’ignoranza di certo clero, e non solo, provvide a demolire senza nemmeno rendersene conto. Lunghi viali alberati, via Marconi, Viale Locatelli, Viale Betelli, e poi le Vasche, il grande piazzale. Allora abitavo alla Bagina e la mia vita si svolgeva in bicicletta, a piedi, o sugli schettini. Giocavamo noi bambini divertendoci a farci scivolare giù dalle costruzioni che rappresentavano i rifugi in cui si era riparata la gente durante i bombardamenti, tranne uno devastante di cui tutti sanno. Adesso penso che bel messaggio potessero essere per gli adulti che avevano subito la guerra e la distruzione, i lutti e il terrore, tutti quei bambini che giocavano là sopra. Fra quegli adulti c’era anche la mia famiglia, tutta tranne me che sono fortunatamente nata nel 1948. Ogni metro di asfalto di quelle strade era ed è ancora casa mia, ogni foglia di quegli alberi mi raccontava la mia storia, ovunque appoggiassi la mia bicicletta, ovunque dirigessi ogni mio passo a piedi, ero a casa mia, in mezzo a facce conosciute, cordiali, persone sempre pronte a fermarsi per due chiacchiere, a chiedere notizie dei fratelli, dei genitori. Luoghi rassicuranti in cui mi sentivo protetta. Gente spesso pettegola, ma pronta ad aiutare e soccorrere. Se oggi sono una persona solidale l’ho imparato allora, da quella gente lì, la famiglia, gli insegnanti, dai miei compaesani generosi e sempre pronti a dare una mano, e anche ad essere un bel deterrente dal comportarmi male perché in tempo zero la mia famiglia lo avrebbe saputo. Che meraviglia! Come mi sembra dolce, accattivante, oggi, tutto questo! Tanto quanto mi faceva rabbia allora perché poi arrivò l’adolescenza...e si sa com’è.
    Sarà molto difficile che io possa tornare là per ovvie ragioni, ma il mio paese che oggi è una città, lo so, ma io preferisco continuare a chiamarlo “il mio paese” perché è come lo ricordo, lo penso, e lo rimpiango, spesso viene da me alla sera prima di addormentarmi, e mi sembra che dietro la finestra ci siano le gelosie di allora, e oltre le gelosie, Via Gorizia con i suoi pini marittimi, così sgraziati e così commoventi, le voci ovattate della gente, con la loro inflessione dialettale, e l’articolo davanti al nome proprio. Allora eccomi arrivata fino alle Vasche, e lì mi siedo su una panca. Di questi tempi non c’è tanta illuminazione perciò, più che vedere le persone, ne scorgo le ombre e ne ascolto il chiacchiericcio, oltre allo sciacquio che giunge dalla fontana. E’ primavera e il bar Centrale è aperto, proprio là di fronte. Non ho soldi in tasca, ma ormai non mi servono. Rimango qui in silenzio seduta sulla panca e mi sento bene, ma questo viaggio a ritroso mi sta emozionando troppo. Chiudo gli occhi. Là, dietro tutto, c’è la portineria dello stabilimento, e penso che se fossero le diciassette suonerebbe la sirena e da lì a breve comincerebbero ad uscire i lavoratori che hanno finito il turno, frettolosi e diretti verso le corriere che li aspettano sotto la tettoia. Ma è sera, e solo la fontana continua a donare quieta la sua sommessa sinfonia. La gente chiacchiera sottovoce quasi fosse in chiesa, chissà perché, sarà il buio? Sarà quest’atmosfera rarefatta, sarà la mia mente che non vuole essere dominata dal rumore esterno per non perdere neppure per un attimo il sottile filo conduttore, così esile, fragile, di un’ emozione nata da sé, magari impossibile da ricreare. Le voci si affievoliscono sempre di più e ora sento solo il ritmo lento della fontana, lo stesso ritmo lento di una grossa cesta appesa ai rami di un pesco, nell’orto della vecchia casa, una cesta che mi appare all’improvviso e io ci sono seduta dentro, non so quanti anni ho, è il ricordo più lontano nella mia mente, una cesta che i miei fratelli più grandi fanno dondolare come un’altalena per farmi divertire.
    La matassa non ha più nodi né garbugli, è liscia e vellutata proprio come il gomitolo. E’ l’età? O la vita che scorre e finisce per pareggiare tutto? E’ il sentimento che vuole debordare in un momento così complicato per tutti noi? Per il mondo? E’ quell’affetto così ostinato, testardo e spesso anche irrazionale che vuole sempre germogliare nonostante tutto?
    Grazie caro vecchio mio paese, ti dedico ancora e sempre le parole che ti dedicai tempo fa:
    “Fu uno sbaglio lasciare il paese. Sornione e sonnacchioso, il paese mi lasciò fare: sapeva ciò che io ancora non sapevo, e cioè che gli appartenevo. La vita lì era lenta, pettegola e spiata, ma anche morbida e avvolgente come un abbraccio: un abbraccio che, lontana, non ho mai più ritrovato.“

     
  • 17 novembre 2019 alle ore 8:25
    Il Silenzio

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

     
  • 26 giugno 2019 alle ore 9:39
    Quasi sera

    Come comincia: Questa è l'ora migliore per stare affacciata al balconcino, il mio dehors. La gente sugli autobus guarda sempre in su, chissà perché, e così mi trovo a scambiare occhiate con qualcuno che mi osserva dal finestrino. E tu credi che sarò io a distogliere lo sguardo? Ti sbagli, continuerò a fissarti fino a quando gli occhi li abbasserai tu. Non sapremo mai chi la vincerà perché il semaforo diventa verde e l'autobus sferraglia lontano. Peccato. C'è un nero che cammina sul marciapiedi di fronte, e guarda il telefono. Io sto qui a chiedermi, a settant'anni, se la ninnananna che cantavo a mia figlia quasi cinquant'anni fa, fosse razzista. "Lo darò all'uomo nero che lo tenga un anno intero" qualcuno ricorda? Lui si allontana e io sono distratta dalla sirena di un'ambulanza che passa e velocemente si allontana, ma c'è una coppia in cammino sul marciapiedi. Una coppia? non so, perché camminano lui davanti a lei. Lei non vede l'ora di arrivare a casa e togliersi le scarpe. Non so se ce l'ha una casa, ma le scarpe io me le toglierei subito. La sua sofferenza è evidente e la sua andatura mette l'ansia. Mi guarda con antipatia, chissà cosa pensa che io pensi, mentre io penso soltanto che dovrebbe avere il coraggio di togliersi le scarpe. Le rondini si sono ritirate nelle loro casette e così faccio anch'io, e subito. La notte incombe. Gli ultimi chiarori si disperdono oltre i tetti dei palazzi e un aereo passa sopra tutto, in silenzio, sembra quasi una visione tanto è silenzioso, e io penso: chissà da dove viene, chissà chi porta, quali storie, quali vite, quali giorni e quali notti. Chissà.

     
  • 24 maggio 2019 alle ore 9:07
    Percorsi

    Come comincia: Con la vecchiaia ho preso l'abitudine di sedermi sul divano dopo pranzo, col mio sgabellino per i piedi, la testa appoggiata allo schienale e gli occhi chiusi. A volte mi addormento, altre lascio che i pensieri scorrano liberi. Ieri, appena chiusi gli occhi, l'ho vista, sempre presente sull'orizzonte, la striscia d'asfalto, una bella strada larga, comoda, luccicante, e mai raggiunta. Già, mai raggiunta. Ma ho mai veramente desiderato raggiungerla? Ostaggio di viole, more di gelso e biancospino, io ancora percorro viottoli sterrati di sassi e d'erba. Viottoli dove bisogna camminare lentamente perché accidentati, ma anche perché ad ogni passo potrebbe esserci un'insidia, oppure una curiosità. Sentieri dove si incontrano poche persone, ma capiamo che queste poche persone, se sono lì, in qualche modo ci assomigliano. Forse no, non ho mai desiderato raggiungere la larga strada asfaltata, troppo comoda, troppo veloce, per poter favorire certi incontri.
    Mentre dipanavo questi pensieri ho sentito una presenza. Ho aperto gli occhi e c'era Paolo davanti a me.
    -Dormivi?
    -No, stavo percorrendo il sentiero dove ti ho incontrato.
    -Cosa?
    Eh sì, buonanotte! Dimenticavo che è sordo. Ahahahahahah!

     
  • 12 maggio 2019 alle ore 14:16
    Ciao Mamma

    Come comincia: Pensare alla mamma oggi è inevitabile, e io mentre facevo il caffè pensavo alla mia. Aveva una bellissima calligrafia, cantava bene, suonava il piano a orecchio, era l'empatia personificata, e allevava sei figli. Si esprimeva molto bene, ma a scuola non era andata più di tanto, era ironica acuta e pungente, e appena apriva bocca la sua toscanità esplodeva catturando l'attenzione. Anche se l'ho persa prima di diventare adulta, sono convinta di avere assorbito molto di più dalla sua ignoranza illuminata, che dalla geniale intelligenza di mio padre. Ciao mamma 

     
  • 02 maggio 2019 alle ore 7:50
    Le Rondini

    Come comincia: Ma poi il vento dispettoso decise di corrompere le rondini e regalò a loro le mie carte, le carte con cui stavo giocando a un gioco vincente. Ogni rondine ne strinse una nel becco e se la portò a spasso durante i suoi voli pazzi e veloci nel cielo terso, così terso e limpido che io potevo vederle bene. Rimasi così, col naso per aria sul mio balconcino a guardare, col fiato sospeso, in attesa, e sofferente. Ma le rondini non sono dispettose come il vento, e quando mi videro volarono verso di me e, una alla volta, depositarono sul tavolo della cucina le carte che il vento mi aveva rubato, riprendendo poi subito la via del cielo. Ma non c'erano più tutte, le mie carte, alcune erano andate perdute chissà dove, e comunque ormai quelle rimaste erano scompigliate, e il gioco era distrutto. Restai lì a fissarle pensando che avevo due strade: lasciar perdere tutto e rinunciare al gioco, oppure cominciare un gioco nuovo, con meno carte e senza certezze. Scelsi di ricominciare. Servivano nuove risorse, più fantasia, più determinazione, serviva inventarsi un nuovo modo di giocare, e soprattutto serviva difendersi dal vento dispettoso.

     
  • 19 agosto 2018 alle ore 8:58
    Genova

    Come comincia: Ho settant'anni, quando ne avevo poco più di venti percorrevo il ponte Morandi in auto per andare a Genova e poi a Camogli. Mi faceva impressione, come ogni cosa così mastodontica e così sospesa. Ma con me c'era lui, la sua mano stringeva le mie, il cuore si preparava a quelle sere speciali, uniche. Quando arrivavamo sul ponte io sapevo che la meta era vicina, la meta d'amore. Il vento trafiggeva Genova come quasi sempre, e, mentre lui si dedicava al suo lavoro, io camminavo lungo Via XX Settembre guardando le vetrine dei negozi in cerca di qualcosa di unico, di speciale, per sorprendere lui, per esternare tutto l'amore che sentivo. Un regalo, un regalo che poi gli avrei dato più tardi, di sera, a Camogli. Non mi importava del vento che quasi mi impediva di camminare, il profumo di una città che amo così tanto mi inebriava. Percorrevo le strade che avevo conosciuto  per mano a mio padre, da piccola, quando mi portava a far visita ai parenti, nella sua città, nel suo mondo. Quando mi portava al mare e mi comprava i fichi neri con la focaccia. Io, ormai adulta, ero di nuovo lì, col mio amore, e lì mi sentivo a casa, sempre a casa mia. Santo Cielo, quanta emozione, quanto di me, quanto di lui, quanto di Genova! E adesso casa mia è ferita, è ferita gravemente,  il mio cuore è spezzato, e  mi tocca rivivere quei momenti e scoprirli così lontani.

     
  • 22 giugno 2018 alle ore 7:33
    Breve volo

    Come comincia: Quanto si dilata il mio tempo nel dolce far niente. Come una bolla di sapone spinta dal soffio curioso giocoso di un bimbo mi espando nell'aria. Mi faccio bislunga, oblunga, larga, piatta, tonda, ora sembro un drago e ora un cirro o una faccia dispettosa. Mi infilo furtiva in passaggi stretti e misteriosi e mi allungo in vallate d'erba e d'aria frizzante. Sono ricca di tempo, quanto tempo nel dolce far niente! Quanto tempo mentre danzo, mi giro, saltello, quanto tempo mi illude, mi culla, mi aspetta!   POOFF
     

     
  • 10 giugno 2018 alle ore 8:42
    Senza Titolo

    Come comincia: Stamattina presto, mentre ascoltavo il canto del mio amico uccellino, pensavo che quando lo ascolto mi procura gioia ed emozione, e non mi viene in mente di chiedermi a che punto lui sia della sua vita, se sia vecchio o giovane, se venga da lontano oppure no, come viva le sue giornate. Lo ascolto e basta. Così mi sono detta: perchè non fare lo stesso verso me stessa? Perchè non ascoltare il mio canto diffuso nel Tempo, senza doverlo collocare in un'epoca, in una data, in una situazione, in sostanza in una gabbia così effimera, come effimero diventa tutto ciò che viene manipolato dall'essere umano quando si mette in testa di misurare l'immisurabile e di definire l'indefinibile? Già, è così rassicurante incasellare tutto, creare un ordine prestabilito! Ma la melodia della vita si spande nel Tempo, quello vero, quello che non risponde alla domanda "quando?", quello in cui il mio canto e il canto dell'uccellino mio amico condividono lo stesso linguaggio e sperimentano la stessa goccia di eternità.

     
  • 09 giugno 2018 alle ore 3:55
    Cibo e...

    Come comincia: Oggi Raffaella mi ha portato il pane con le noci. Ho pensato a quanto il cibo sia legato ai ricordi, e quanto su questo fatto noi non abbiamo nessun potere. Io non potrò mai mangiare un pezzo di pane con le noci senza pensare alle serate a Bergamo con mio fratello Mario quando mettevamo il pane con le noci nel forno a riscaldare, per poi mangiarlo assieme. E come dimenticare, ogni volta che mangio il prosciutto crudo, mia madre quando, raramente, mi mandava a comperarne un etto: mi raccomando Lora, digli vicino all'osso. E quando glielo portavo se lo godeva proprio. Io ero una bambina e tutto ciò che provavo era fastidio perché mi mandava alla bottega. Chissà se anche lei mangiando il prosciutto crudo "vicino all'osso" ricordava qualcosa e qualcuno del suo passato. E poi, stasera, ho mangiato il pinzimonio e come mi insegnò Mario, il papà di Raffaella, a suo tempo, quando andavamo in giro per le Langhe e l'Astigiano in cerca di osterie, prima ho mangiato due uova sode col sale, così a morsi, per fare "la base" per il vino. Allora, parlo di cinquant'anni fa, le osterie erano proprio osterie, non come adesso che osteria è un modo molto ricercato di chiamare le trattorie un po' particolari. Erano proprio osterie con un bel bancone di legno di fronte all'entrata, e sopra il bancone c'era sempre un contenitore pieno di uova sode, e dall'altra parte, un vassoio di acciughe al verde. Noi ci sedevamo lì, a un tavolino e subito qualcuno ci portava una bottiglia di vino, possibilmente barbera vivace, e facevamo la base. E poi lì si mangiava, si beveva e spesso si cantava, se c'era qualche commensale che dava il via. Nella vita possiamo essere felici, ma come si è felici a diciotto anni, innamorati, illusi, come si è felici prima che gli idoli crollino con grande fracasso dai piedistalli lasciandoci devastati, prima che la verità ci prenda a schiaffi e la delusione ci invada, mai più si potrà essere così felici nella vita. Cibo e ricordi, cibo e nostalgia, cibo e tenerezza, cibo e tavola apparecchiata per otto, minestrone tiepido la sera nei piatti fondi, e tante gambe sotto le sedie che una bambina magra e discola cercava di "attraversare" silenziosamente sotto il tavolo, per scappare fuori a giocare. Chissà se "i grandi" se ne accorgevano e facevano finta di niente, o no. Adesso è troppo tardi per avere la risposta. <3

     
  • 17 dicembre 2017 alle ore 14:50
    Buon Natale anche a te

    Come comincia: Quando Fausto aprì la finestra era già mattina inoltrata e un tepido sole si affacciava in cielo. Meglio così, pensò. Un Natale col sole era quello che ci voleva per lui. Niente strane indesiderate malinconie, nostalgie, quadretti di quartieri innevati con alberelli stracarichi di luci, ninnoli, e via dicendo. Da tempo il Natale non aveva alcun fascino su di lui, da quando era morta sua moglie, sì, più o meno da allora, ma già da prima lui aveva cominciato a covare una certa indifferenza verso le feste, tutte le feste, una indifferenza che era diventata insofferenza, ma che nascondeva molto bene per non deludere lei. Adesso ormai non aveva più bisogno di fingere, lei non c’era più. Fausto chiuse la finestra e andò in cucina a fare il caffè. Come al solito lo berrò da solo, pensò, tanto lui non ci sarà, ma provò lo stesso a chiamare suo figlio: il caffè è pronto. Gli rispose un silenzio di assenza. Non è rientrato, pensò Fausto. Non andò a guardare in camera del figlio, non lo faceva mai, anche perché spesso capitava che lui fosse in compagnia di una donna, sempre una diversa, naturalmente, e Fausto non voleva sentirsi in imbarazzo. Le situazioni imbarazzanti l’avevano sempre messo molto a disagio e così aveva imparato ad evitarle. Si sedette al tavolo di formica della cucina e pensò, mentre sorbiva il caffè, che niente era più freddo della formica, distante, malinconico. Potrei metterci sopra una tovaglia, anzi, un bel tappeto spesso, di quelli che si usano anche quando si gioca a carte, magari allegro, colorato, ma poi perché? Cosa me ne importa? Così il tavolo si pulisce in fretta, due passate di straccio e via. Sul tappeto, se poi rovescio qualcosa, devo lavare, poi magari le macchie non se ne vanno. Viva la formica. Stabilito che il tavolo sarebbe rimasto così, nudo e freddo, si alzò e lavò bicchiere e cucchiaino. Guardò l’orologio a muro, erano le 11. Non era abituato a dormire al mattino, il suo lavoro gli piaceva, mai un’assenza, mai un ritardo, era soddisfatto di sé, però oggi era il 24 dicembre, la vigilia di Natale, e lui si sentiva inquieto, non sapeva cosa fare, nessun lavoro a salvarlo dai suoi fantasmi, dall’insoddisfazione, dai pensieri che lo tormentavano. E il suo tormento era il figlio. Un figlio di 27 anni che non si era nemmeno diplomato, mentre lui avrebbe desiderato un figlio con una bella laurea, magari di quelle importanti che danno tanto lustro: medico, avvocato, e forse addirittura magistrato. E invece eccolo lì, questo figlio! Non studiava, non lavorava, non parlava col padre. Però era molto bene educato, mai una rispostaccia, mai una litigata, quando il padre gli proponeva delle occasioni di lavoro, lui opponeva un semplice e pacato “non sono interessato”, così pacato, così indifferente che Fausto si sentiva esplodere, ma poi non diceva niente. Certo le madri sono diverse, le madri sono ostinate, assillanti, non si arrendono, scavano e osservano, affrontano i figli. Eh, quando c’era lei era tutto diverso, lui non era mai riuscito ad entrare in contatto col figlio e col tempo si era rassegnato. In fondo il suo stipendio bastava per tutti e due, e magari le cose prima o poi sarebbero cambiate. Decise di uscire, l’aria di casa era opprimente e la giornata sarebbe stata lunga. Camminò tutto il giorno, ma non lungo i marciapiedi intasati da gente in cerca degli ultimi regali, delle ultime compere per il cenone e poi il pranzo del 25 e poi, già, bisognava pensare anche a S.Stefano, insomma una corsa pazza e sconsiderata agli acquisti di ogni genere. No, lui camminò a lungo nei giardini pubblici, si sedette su panchine silenziose e si perse a guardare il mondo che più amava, quello che gli presentava la natura nella sua meravigliosa semplicità. Tornò a casa tardi, quando si era fatto buio già da un bel po’. Sulla porta, entrando, quasi si scontrò col figlio che stava uscendo il compagnia di una ragazza. Fausto restò allibito: tacchi altissimi, calze a rete, minigonna vertiginosa, un nero attorno agli occhi così pesante che sembrava fosse stata truccata da un pugile. In testa una foresta che sudava gel. Santo cielo, pensò Fausto, questa le batte tutte.
    -Papà, lei è Shelley.
    -Piacere
    -Ciao- e Shelley scese per le scale di corsa.
    Entrato in casa Fausto riuscì soltanto a sospirare e a pensare, ma solo per un attimo, che quella era la notte di Natale. Guardò fuggevolmente la fotografia della moglie sul comò, e se ne andò a dormire. Quella notte sognò la grande chiesa della sua infanzia, tanta gente, tanto aroma d’incenso, e sua moglie che gli sorrideva dal soffitto: sposami Fausto, sposami! Ma come faccio a sposarti, io sono un bambino, non posso sposarti! Sposami Fausto, sposami! Fausto si svegliò di soprassalto e accese subito la luce. Ogni cosa era al suo posto, il silenzio era il solito, solo il tendone che nascondeva la finestra si muoveva leggermente, come capita sempre dove c’è un calorifero acceso. Prima ancora di guardare l’orologio, avvertì un profumo che inondò la camera da letto. Ma sto ancora sognando? No, quello era profumo di caffè, caffè vero. Fausto si mise addosso qualche indumento e uscì dalla stanza con prudenza e circospezione, sapeva che probabilmente avrebbe incontrato suo figlio o qualche amica. Non ricordava che qualcuno degli amici del figlio avesse mai fatto il caffè, tanto meno lui, lui sarebbe uscito e l’avrebbe bevuto al bar. Si fermò sulla soglia della cucina: no, non era suo figlio, era una ragazza, che in quel momento gli voltava le spalle. Di lei Fausto poteva vedere una lunga innocente coda di cavallo, una maglietta rosa e un paio di pantaloni neri alla caviglia. Calzava scarpette basse tipo cenerentole.
    Lui accennò un lieve colpo di tosse. Buongiorno. Lei si voltò, e, con un gran sorriso lo salutò: Oh, buongiorno. Bevi un po’ di caffè?
    Fausto arrossì violentemente di fronte a quel “tu” così disinvolto, ma si fece coraggio.
    -Sì grazie, mi fa molto piacere, ma tu chi sei?
    -Ma sono Shelley, non mi riconosci?
    Fausto guardava Shelley e non la riconosceva. Davanti a lui c’era una ragazza con la faccia priva di trucco, il sorriso gradevole, gentile. Sembrava giovanissima.
    -Ah!
    Shelley rise divertita. Tutto quello che sai dire è “ah”? Ciao, mi presento, mi chiamo Irma.
    -Ah!
    -Sì, Shelley è per la sera, quando andiamo in giro.Vieni, bevi il caffè, chissà che ti venga in mente qualche parola che non sia “ah”.
    Fausto si avvicinò al tavolo per bere il caffè e intanto rifletteva che questa ragazza era davvero troppo giovane, non era che il figlio se la faceva con una minorenne. Gli venne un brivido al solo pensiero.
    -Bene, ciao Irma, quanti anni hai?
    -Finalmente una frase intera. Ho 25 anni, sì lo so che ne dimostro di meno, però sono 25.-Senti Fausto, ti chiami Fausto, vero? Ho visto che nel frigorifero c’è un po’ di roba. Potrei preparare qualcosa da mangiare per mezzogiorno, tanto oggi rimango qui.
    -Fai pure, non mi disturba, ma ricordati che qui non c’è niente da festeggiare, il Natale non mi interessa.
    -Non preoccuparti, si tratta solo di mangiare qualcosa.
    Irma rise di nuovo e Fausto capì che niente avrebbe potuto smuovere il buon umore della ragazza. La guardava mentre lei si muoveva veloce in cucina, leggera e canticchiando. Pensò che era simpatica, ma chissà se era una nullafacente come suo figlio! Ricordava i vecchi proverbi: chi si assomiglia si piglia. La studiò un po’ in silenzio, e poi non ce la fece più.
    -Cosa fai tu? Studi? Lavori?
    -Lavoro, faccio la traduttrice per una azienda, e poi altri lavoretti che mi capitano, sempre concernenti le traduzioni. Non avevo molta voglia di studiare ma me la sono cavata e sono indipendente. Allora faccio io? Decido io per il pranzo?
    -Ma sì certamente, se proprio ne hai così voglia, fai pure tu. Io vado in camera mia a mettere in ordine, a più tardi.
    Fausto si chiuse in camera e si sedette sul letto. Guardò sua moglie che gli sorrideva dal comò, e le restituì il sorriso. Si sentiva bene, di buon umore. Hai visto? Abbiamo un’ospite, una ragazza, pare che trascorrerà la giornata con noi, e non mi dispiace. E’ strano che non mi dispiaccia, non credi? Se penso a quando l’ho vista ieri sera... se l’avessi incontrata di notte mi sarei spaventato. Beh, sembra che voglia cucinare. Io adesso esco così li lascio più liberi, lei e nostro figlio. Fausto fissò ancora un attimo la fotografia prima di chiudersi la porta alle spalle. Salutò Irma uscendo da casa, e sentì la voce di lei che lo inseguiva:
    -Non preoccuparti, vedrai che pranzetto! Me la cavo, cosa credi!
    Fausto pensò che avrebbe dovuto rientrare per l’ora di pranzo, non avrebbe potuto starsene tutto il giorno sulle panchine dei giardini. Comunque si sedette e cercò il suo stato d’animo ideale, come al solito, ma non riusciva a godersi la solitudine. Continuava a pensare a quella ragazza che stava cucinando per lui e suo figlio, così allegra, così diretta. Si rese conto che aveva voglia di tornare a casa. Non mi piace, pensò, non mi piace per niente. Provò a cambiare panchina e poi addirittura si diresse verso un parco che era piuttosto lontano, ma non poteva mentire a se stesso, non aveva nessuna voglia di andarci. Tornò allora verso casa e attraversò il centro del paese. La piazza era affollata, la gente era lì per l’aperitivo, come si usava dalle sue parti. La pasticceria gremita, ed anche il bar di fronte. Qualcuno lo fermò per stringergli la mano e fargli gli auguri. Lui li subì di malavoglia, ma sorrise compiacente. E poi, all’improvviso, un’idea. Non poteva certamente tornare a casa senza portare nulla. Niente di natalizio, si consolò, delle paste, sì un vassoio di paste andava bene, gli sembrava doveroso, almeno per i ragazzi. Sì, era doveroso.
    Quando entrò in casa sentì subito il chiacchierio dei ragazzi. Depositò sul tavolo della cucina il pacco con le paste, e rimase impietrito. La tavola era apparecchiata per quattro. Perché per quattro? Deve arrivare qualcuno? Guardò Irma, e lei timidamente rispose che no, aveva apparecchiato anche il posto della mamma. Fausto era furente, ma come ti è venuto in mente!
    -Scusa Fausto, sparecchio subito. Io ero abituata così, non ho pensato di darti un dispiacere. Quando è morto mio padre la mamma ha sempre apparecchiato anche per lui e non ha mai parlato di lui al passato. Lui faceva parte della nostra vita, lei diceva sempre: papà dice che, papà pensa che... Scusami.
    Fausto si rese conto di essere stato troppo violento e cercò di rimediare.
    -Non importa, lascia stare così, non mi dà fastidio.
    Ma la piazza, gli amici, gli auguri...Fausto era profondamente turbato. La mente gli rimandava immagini di tempi spensierati, di progetti, speranze, di mattine di Natale quando lui prendeva il suo bambino per mano e lo portava fuori per permettere alla moglie di completare tranquilla i suoi preparativi per la festa. Lei ci teneva così tanto! Poi, verso mezzogiorno tornava a casa e lei si faceva trovare pronta, sempre elegante, con quel filo di rossetto che le illuminava il sorriso, con i suoi capelli di seta ben pettinati e profumati di buono, e poi andavano anche loro in piazza a sorseggiare l’aperitivo insieme agli amici, per poi tornare nella loro casa odorosa di vaniglia e arance.
    Fausto si rese conto che il Natale gli stava camminando sull’anima con gli scarponi pesanti, e il nodo in gola lo stava soffocando: riuscì solo a mormorare torno subito.
    In camera lasciò che tutto il dolore sgorgasse dai suoi occhi, senza cercare di fermarlo. Nascose la faccia nel cuscino per timore di essere sentito. E dopo tornò a tavola. Sorrise al figlio come non era capitato da tempo, sorrise a Irma, sorrise al posto vuoto, era pronto? Non lo sapeva, ma certamente si sentiva accogliente, leggero.
    -Perché Irma non sei con tua madre, oggi?
    -Mia madre ha l’ alzheimer. E’ ricoverata. Vado a trovarla oggi nel pomeriggio. Se non ti dà troppo fastidio Fausto, io un panettone ce l’ho e anche una bottiglia, me li ha dati l’azienda. Potremmo anche fare un brindisi.
    Fausto capì che Irma non voleva parlare della madre, non ancora. E accettò il brindisi, accettò “Buon Natale” e lo ricambiò, volentieri, con sentimento.
    Tardi, la sera del 25, Fausto stava leggendo un libro quando gli apparve Irma, no, non era Irma, era Shelley.
    -Ragazza mia, mi hai spaventato, stasera sei più terrificante di ieri sera.
    -Ci vediamo, Fausto.
    Non disse altro, i ragazzi uscirono e la porta si chiuse dietro di loro. Fausto avvertì tutto il vuoto del silenzio che avevano lasciato dietro di loro e sentì che aveva bisogno di qualcosa, di una speranza, una certezza forse sarebbe stata troppo, ma una speranza sì, poteva anche permettersela. E così andò in camera del figlio: la camera era perfettamente in ordine. Pose lo sguardo su ogni cosa e ad un tratto, bene appoggiati su una sedia, vide la maglietta rosa, i pantaloni neri, e per terra accanto alla seggiola, le scarpette basse.
    Richiuse la porta e andò in camera sua, si sedette sul letto come era solito fare e guardò sua moglie. Le sorrise. Hai visto? Shelley ha lasciato qui Irma, credo che tornerà.
    Il sorriso di sua moglie era sempre uguale, immutabile, però lui aveva scoperto che se fissava a lungo la fotografia, il viso sembrava animarsi, il sorriso diventare più confidenziale, intimo, e le labbra sembravano muoversi, proprio come quella sera mentre gli sussurravano: Buon Natale.
    -Grazie cara, Buon Natale anche a te.
     

     
  • 11 settembre 2017 alle ore 20:50
    Un piccolo albero

    Come comincia: C’era una volta tanto tempo fa un piccolo albero che viveva in una vallata verde e bellissima. Il piccolo albero avrebbe dovuto essere felice, ma non lo era perché intorno a lui c’erano tanti altri alberi ed erano molto alti, robusti, carichi di foglie lucide e in pieno rigoglio. Soltanto lui era esile, e le sue foglie erano fragili come i suoi rami. Ogni volta che c’era il vento il piccolo albero temeva di morire. Quando, durante la bella stagione, la gente arrivava nella radura per mangiare all’aperto e stare in compagnia, nessuno lo sceglieva, era troppo poca l’ombra che avrebbe potuto offrire lui, e così se ne stava a guardare malinconico e solo. Un giorno però accadde che alla radura arrivò una bambina, una bambina che amava leggere, e, con il suo libro in mano, trascinando una seggiolina, si avviò proprio verso il piccolo albero ed andò a sedersi lì. Lui non stava più nella corteccia dalla felicità e pregò subito Brezza di aiutarlo a dare più ombra possibile alla piccola. Brezza lo accontentò e piegò gentilmente gli esili rami e le piccole foglie verso la bambina. L’alberello si sentiva tanto importante, era stato scelto nonostante fosse l’unico insignificante in mezzo a tutti quegli alberi così grandi. Era proprio felice e quel giorno capì che doveva soltanto avere pazienza, che doveva semplicemente crescere, proprio come la bambina che lo aveva scelto a sua misura. Ricco di una nuova fiducia in se stesso, cominciò a irrobustirsi ed a crescere, e anche la bambina, che ogni giorno trascorreva del tempo con lui, crebbe. Lui diventò un grande albero, solido e frondoso, e lei diventò una ragazza e poi una donna e alla fine una vecchia signora. La vecchia signora portava con sé qualche acciacco e non poteva più andare alla radura tanto spesso come un tempo, non poteva più leggere molto perché ci vedeva poco, però quando voleva sentirsi meglio, quando voleva ritrovare i suoi pensieri più intimi in solitudine, lei andava là, non più con la seggiolina, ma si sedeva ai piedi del grande albero con la schiena appoggiata a lui, e lui fremeva di gioia.
    La sua famiglia la trovò là, il giorno in cui lei non tornò a casa, seduta per terra, appoggiata al suo albero, come se dormisse.
    Il grande albero rivide se stesso giovane fragile e indifeso, e rivide una bambina che trascinava una seggiolina, andare verso di lui. Le sue foglie si stesero al vento in un fruscio straziato, e si ricoprirono di milioni di goccioline di cristallo: lacrime di dolore.
     

     
  • 07 agosto 2017 alle ore 10:14
    Amiche

    Come comincia: Linda guardava il paesaggio attraverso il finestrino del taxi. Tanta campagna, verde e lussureggiante. Pensò che però d’inverno doveva essere molto triste, almeno lo sarebbe stato per lei, ma forse per Loredana no. Non si vedevano da molti anni e lei si sentiva inquieta e impaziente allo stesso tempo. Il suo sguardo divorava la strada, quanto aveva desiderato questo incontro! Ma non era stato facile rintracciare Loredana. Quando finalmente si erano sentite per telefono lei aveva capito che il tempo non era trascorso, la loro amicizia era lì, viva e consapevole come sempre. Un discorso mai veramente interrotto, che aveva solo usufruito di una pausa lunga trenta anni ed era ripreso subito, come se il tempo non fosse passato e loro due fossero ancora ventenni, anzi lei ventenne, e Loredana più vecchia di quindici anni. La differenza d’età non aveva impedito il nascere di una grande amicizia, di un affetto profondo, poi la vita aveva dettato le sue regole ed ognuna aveva proseguito per la sua strada. Linda riconobbe subito la casa perché Loredana gliela aveva descritta minuziosamente. Sorrise e pensò che non avrebbe potuto essere diversa da così quella casa. Tanto verde intorno, il patio, il dondolo, un roseto, una panchina di legno e ferro battuto. Loredana la chiamava la panchina del pensiero. Lei si sedeva lì a pensare, a ricordare, molto spesso a commuoversi. Congedato il taxi, Linda premette il pulsante del campanello e rimase subito affascinata dal suono: una leggera, sottile armonia di campanelle molto incisiva ma che non disturbava per nulla l’udito. Un cane scodinzolante e accogliente si presentò dietro al cancelletto, e subito dopo Loredana apparve nel patio. Istintivamente allargò le braccia mentre andava verso Linda, e l’abbraccio fra le due amiche fu lungo e pieno d’affetto. Quando Linda entrò nella piccola cucina si sedette sulla sedia di formica e appoggiò le braccia sul tavolo di formica, mentre dall’altra parte del tavolo Loredana faceva la stessa cosa. Loro erano abituate così, la cucina era il luogo aggregante, il luogo delle confidenze. Prima di parlare si guardarono a lungo, con tenerezza. Avevano condiviso davvero tanto ed entrambe lo sapevano. Nei loro occhi però era rimasto quel giorno, quel particolare giorno, quell’11 settembre 1986. Loredana aspettava un bambino ed aveva appena completato il secondo mese di gravidanza. Si sentiva male e avvertiva la necessità di andare in bagno, non sapeva perché, non capiva ciò che stava accadendo, ma d’istinto nel bagno anziché sedersi sul wc si era seduta sul bidet e lì, in preda ad una grande sofferenza, aveva visto materializzarsi quel poco che c’era, quel poco che avrebbe dovuto diventare il suo bambino. Disperatamente aveva chiamato Linda, che per fortuna era lì, fra i singhiozzi avevano raccolto quel poco residuo di una futura vita e messo in un vasetto di vetro. Il dolore, l’angoscia, non sembrava altro che un grosso grumo di sangue, di cellule, ma quello era il bambino, il bambino di Loredana che non sarebbe mai nato. E poi la corsa in auto dal medico attraverso la città...
    Adesso nei loro sguardi c’era quel momento, e il “come stai?” di Linda, chiedeva di quel terribile giorno, chiedeva di tutti gli anni dopo, di tutti gli anniversari, di tutti gli 11 settembre, così tanti! Quando Loredana pensava: oggi avrebbe 20 anni, oggi 22, oggi 30, chissà come sarebbe! Chissà come sarebbero i suoi occhi, le sue labbra, chissà cosa penserebbe! Linda prese le mani di Loredana abbandonate sul tavolo e le strinse, e le strinse forte. Entrambe avevano gli occhi pieni di lacrime. Linda sentì la necessità di stringere al petto l’amica e accarezzarle i capelli. E si accorse che stava pensando ciò che l’amica le stava sussurrando fra le lacrime:
    -Sai Linda, un bambino mai nato rimane con te tutta la vita.

     
  • 11 luglio 2017 alle ore 15:59
    14827932227

    Come comincia: Non penserete mica che l'aldilà sia etereo, pieno di angeli che se la ridono sulle nuvolette scherzando con le rondini. Niente affatto. Grande fabbricato, grandi uffici:
    - Scusi, lei dove vuole andare?
    - Io sono appena arrivata e mi hanno detto che qui dentro c'è l'ufficio reclami.
    - Ah sì, terzo corridoio quarta stanza, la n.28 per la precisione. Attenda che le do il pass, lo tenga bene in evidenza. Si comporti educatamente altrimenti sarà sbattuta fuori.
    - Bella accoglienza. Grazie.
    Stanza n.28, mi accoglie una signora vestita come certe impiegate di cinquant'anni fa. Mi scappa da ridere.
    - Desidera?
    - Buongiorno, sono qui per reclamare.
    - Ah, va bene, si accomodi pure, ma prima dovrà rispondere a un questionario, lo poniamo a tutti, è obbligatorio.
    Caspita, penso, non solo tutto il mondo è paese, anche fuori dal mondo tutto il mondo è paese.
    Mi siedo, e lei continua a guardare le sue scartoffie. Aspetto, fino a quando si appoggia allo schienale della poltrona e...
    - Cominciamo: lei ha mai patito la fame?
    - No!
    - E la sete?
    - Ma no!
    - Lei ha vissuto guerre?
    - No.
    - Lei è stata ammalata?
    - Accidenti, certo che ho sofferto. Ho avuto un tumore maligno.
    - E poi?
    - Come e poi! Non le sembra sufficiente? E poi sono stata abbastanza bene, fino a quello che... mi ha portata qua.
    - Lei sa quanta gente ha avuto un tumore maligno?
    - No, immagino tanta.
    Seguono numeri a otto e nove cifre e più.
    - Ritiene, sentiti questi dati, di avere sofferto nella norma oppure oltre?
    - Beh, certo, nella norma.
    - Lei ha avuto problemi economici?
    - Lasci perdere questo argomento che mi manda in bestia anche da morta. Comunque ho già capito, nella norma, nella norma.
    - Lei è stata amata?
    - Sì.
    - Sa quanta gente non è stata amata, sa quanta gente è stata dimenticata, torturata, emarginata, lasciata sola nella sua disperazione?
    - No, non lo so, ma immagino tanta, non mi dia dei dati, non mi servono.
    - Comunque signora...
    - Lora, mi chiamo Lora, anzi per la precisione Lora Beatrice Ludovica.
    - Non ha alcuna importanza come lei si chiami, lei è la numero 14827932227.
    - Cosa?
    - E attualmente la sua posizione in graduatoria è al numero 6599766827. Quando ci arriveremo esamineremo il suo reclamo, che adesso lei ha la possibilità di esprimere.
    Non mi ci vuole molto per riflettere:
    - Non importa, credo di avere sbagliato ufficio, forse dovevo andare all'ufficio ringraziamenti.
    - Sì, ma guardi che là, la sua graduatoria è anche molto più bassa.
    - Ma insomma, come fa lei che è all'ufficio reclami a conoscere così bene la situazione dell'ufficio ringraziamenti?!
    -Oh, cara n.14827932227, è molto semplice, perché tutti quelli che sono arrivati là, prima sono passati di qua.  ;)

     
  • 19 giugno 2017 alle ore 20:17
    Lettera a Isotta

    Come comincia: Lettera a Isotta.
    Cara mia seconda mamma, era destino che dovessi avere a settant'anni un'altra mamma, e sei tu. Tu non mi allatti, non mi nutri, posso farlo benissimo da sola, ma senza di te, cosa farei? Osservo il lungo cordone ombelicale, cinque metri di cannula che mi separano da te e allo stesso tempo mi uniscono intimamente a te, cinque metri legati morbidamente intorno al mio collo che mi tengono stretta a te, ma nemmeno troppo. Cara Isotta, tu non avresti potuto fare più di quello che fai: sei
    stata disponibile, quieta, mansueta fin da subito, e io non capivo che di più non potevi fare. Ero nervosa, mi impigliavo continuamente nel cordone, movimenti incoerenti mi lasciavano avvolta come un salame, e così mi arrabbiavo, ti maledivo. Ma poi ho capito, ho imparato ad essere gentile, ho imparato a volerti bene, e di sera, quando ti porto in camera con me perchè possiamo insieme affrontare la notte, ti sento parte di me, ti sento un cuore che pulsa e il tuo rassicurante brontolio  mi ripete: sono qui, non ti abbandono. Sai Isotta, sono nata per la seconda volta quando ho cominciato a respirare l'ossigeno che tu mi doni incondizionatamente. Ho potuto nuovamente usare la mia mente, la mia preziosissima mente che non riuscivo più a usare perché certi dolori fisici erano troppo ingombranti perché mi fosse permesso ancora pensare.
    Tu mi hai ridato la libertà, la lucidità, ed io ti sono tanto tanto riconoscente, al punto che ormai riesco perfino a scherzare. Quando mi "carico" la piccola bombola da passeggio, "La Totta", come l'ho battezzata io, ed esco, incontro i miei conoscenti, amici, o anche soltanto curiosi che si fermano a guardare i piccoli "nutrienti" che mi entrano nel naso e sì, scherzo. Ragazzi, dico, respiriamo lo stesso ossigeno, soltanto che il vostro non si vede, il mio sì.
    Di una cosa sono certa: io e te faremo ancora tanta strada insieme, e so che  dovrò soltanto a te il piacere di scrivere cose che senza questa esperienza, non sarei mai
    riuscita a scrivere. Il meglio deve ancora arrivare e ce lo vivremo insieme.

     
  • 23 aprile 2017 alle ore 8:17
    Colori d'Autunno

    Come comincia: Fin dai primi nostri viaggi in Valle d'Aosta Mario mi aveva fatto notare come il paesaggio cambi repentinamente a Quincinetto dove si entra in galleria in un panorama di pianura, e all'uscita dalla galleria improvvisamente si apre la valle con le sue montagne che gettano la loro ombra fin sull'autostrada. Molto più vicine e selvagge a sinistra, più lontane a destra dove i paesi si susseguono numerosi lungo la strada statale che conduce ad Aosta. Anche quel mattino d'autunno del 1984 percorrevamo in auto l'autostrada e sapevamo quale sarebbe stato lo spettacolo all'uscita dalla galleria. E lo spettacolo della natura era veramente sconvolgente, mai come quel mattino avevo guardato i colori venirci incontro, i colori delle foglie degli alberi e di tutta una vegetazione selvaggia e incombente che ci offriva tutte le tonalità del giallo, del verde, del marrone, del rosso. La natura ci avvolgeva nella sua meraviglia e ci lasciava silenziosi e ammaliati. Ma quella mattina c'era qualcosa d'altro che percepivo nell'abitacolo, qualcosa che assomigliava al dolore, all'angoscia. Il silenzio di Mario era diverso dal solito, era un silenzio che mi obbligò a spostare lo sguardo verso di lui. E lui aveva gli occhi, quei suoi occhi così particolari, pieni di lacrime.
    Cosa c'è, Mario cosa c'è. Non mi rispose subito, ma poi...Sto pensando che non vedrò più tutto questo. Non potevo aiutarlo, non c'era niente che potessi dire perché anch'io sapevo che era vero. Ormai gli attacchi di angina erano quasi giornalieri e ho ancora nelle orecchie il rumore delle pastiglie di trinitrina che teneva sempre in tasca. Non c'era davvero niente che potessi dire, e così mi limitai ad accarezzargli un braccio, arrabbiata per la mia inutilità, la mia impotenza.
    La nostra auto continuò il suo viaggio lungo l'autostrada, accarezzata dal tiepido sole autunnale, e, a tratti, dall'ombra delle montagne. Montagne all'improvviso tristi, colori all'improvviso sbiaditi.
    Per Mario non ci fu un altro autunno.

     
  • 14 febbraio 2017 alle ore 9:56
    "Si fa sera"

    Come comincia: "Si fa sera" scrisse il poeta. E nella sera cadono tutti i processi che hai subìto, perché sei stato processato, e quanto sei stato processato! Hai guardato oltre, sei andato avanti testardo e noncurante, ti convincevi che non importava, e così doveva essere. Come un'araba fenice hai sorvolato gli acquitrini che le gocce di sangue delle tue ferite, cadendo, hanno trasformato in ruscelli trasparenti. Ma la sera ti ha donato l'unico processo che ha importanza, il tuo. Ti sei processato: ti sei accusato, ti sei difeso, hai capito, hai sofferto, e ti sei perdonato. E nel crepuscolo che ti accompagna verso il buio, avvolgente e morbido come una coperta d'angora, rassicurante e tenero come un abbraccio sincero, vivi l'eterno mattino della leggerezza, la curiosità dell'infinito. Hai lasciato la zavorra che ti opprimeva a perdersi fra i detriti inutili e inquinanti, e sei finalmente libero.

     
  • 06 gennaio 2017 alle ore 13:37
    Ciliegi in fiore

    Come comincia: Ti ricordi? Quando venimmo a vedere questa casa sulla collina di Torino ce ne innamorammo subito, ma soprattutto ci colpì la grande terrazza coperta, quadrata, comunicante col cucinino. Fu naturale immaginare pranzi e cene consumati lì durante la bella stagione, nel silenzio della natura. L’abitammo quasi subito. Tu al mattino andavi via, a lavorare, ed io trascorrevo la giornata organizzando qualunque cosa per farti felice. La terrazza fu la mia prima preoccupazione: un tavolo con le sedie, una poltrona di vimini, un mobiletto con sopra il giradischi. Io e i miei inseparabili dischi. C’era sempre musica in casa, soprattutto canzoni, le nostre canzoni. Quando da sopra riconoscevo la tua auto che saliva lungo la ripida strada per raggiungere casa nostra, mi agitavo, mi batteva forte il cuore. Controllavo che tutto fosse pronto per accoglierti, perfetto, e la musica fosse quella che preferivi. Imparavo ricette nuove e aspettavo col fiato sospeso il tuo giudizio. Mi nutrivo dei tuoi complimenti, in realtà mi nutrivo di qualunque cosa tu dicessi, facessi, non esisteva niente di mio. Tu potevi decidere la mia felicità o viceversa la mia tristezza solo con un’occhiata, solo con poche parole, o magari con una telefonata: stasera farò molto tardi, non aspettarmi per cena. Come se io avessi potuto cenare da sola, certo che ti aspettavo, ero allenata all’attesa, aspettare era la cosa che sapevo fare meglio.
    E’ arrivata finalmente la bella stagione ed oggi il sole splende. Oggi hai mezza giornata libera nel pomeriggio, davvero qualcosa di eccezionale. Ho apparecchiato la tavola fuori in terrazza, ho preparato una pietanza che ti piace tanto e che so mi riesce bene, il bottiglione di vino è al fresco sotto l’acqua corrente nel lavandino, come vuoi tu. La mia vicina mi ha anche dato dei fiori del suo giardino che ho sistemato in un vaso e appoggiato in un angolo del tavolo. Non riesco a stare seduta nell’attesa, continuo a controllare che sulla tavola non manchi niente, continuo ad affacciarmi, sono impaziente di vederti arrivare, e finalmente ecco spuntare la tua auto in fondo alla salita. Corro nel bagno a specchiarmi, sì, tutto a posto. Corro anche a cercare un disco che ti accolga quando entrerai in casa. Trovo Frank Sinatra e faccio partire la musica.
    Sono contenta di come è andato il pranzo, sono contenta del pomeriggio che ci attende. Sei sempre così impegnato...oggi è un autentico regalo. Siamo tutti e due affacciati al parapetto della terrazza e mi tieni un braccio intorno alle spalle. Niente altro esiste, niente altro conta. Con immensa dolcezza mi sussurri due parole taglienti come coltelli: ti lascio.
    La tavola è ancora apparecchiata e nei bicchieri è rimasto del vino, le posate sono appoggiate disordinatamente accanto ai piatti. Penso che devo sparecchiare. Rimango incollata al parapetto della terrazza, incapace di muovermi o di parlare. Penso ostinatamente che devo sparecchiare. Tu rientri in casa e cominci a radunare la tua roba ed io, no, penso che non è possibile, devo avere capito male, non puoi avermi detto che mi lasci in questa giornata luminosa, splendente, non puoi avermelo detto di fronte a questa distesa di ciliegi in fiore disseminati a perdita d’occhio lungo il pendio della collina.
    Non rispondo al tuo “ti telefono” dal vialetto sottostante, non rispondo. Continuo a fissare i ciliegi in fiore che ormai sono soltanto una immensa macchia bianca che danza fra le mie lacrime. E comunque devo sparecchiare.

     
  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

     
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