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Racconti di Lora Boccardo

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  • 11 settembre alle ore 20:50
    Un piccolo albero

    Come comincia: C’era una volta tanto tempo fa un piccolo albero che viveva in una vallata verde e bellissima. Il piccolo albero avrebbe dovuto essere felice, ma non lo era perché intorno a lui c’erano tanti altri alberi ed erano molto alti, robusti, carichi di foglie lucide e in pieno rigoglio. Soltanto lui era esile, e le sue foglie erano fragili come i suoi rami. Ogni volta che c’era il vento il piccolo albero temeva di morire. Quando, durante la bella stagione, la gente arrivava nella radura per mangiare all’aperto e stare in compagnia, nessuno lo sceglieva, era troppo poca l’ombra che avrebbe potuto offrire lui, e così se ne stava a guardare malinconico e solo. Un giorno però accadde che alla radura arrivò una bambina, una bambina che amava leggere, e, con il suo libro in mano, trascinando una seggiolina, si avviò proprio verso il piccolo albero ed andò a sedersi lì. Lui non stava più nella corteccia dalla felicità e pregò subito Brezza di aiutarlo a dare più ombra possibile alla piccola. Brezza lo accontentò e piegò gentilmente gli esili rami e le piccole foglie verso la bambina. L’alberello si sentiva tanto importante, era stato scelto nonostante fosse l’unico insignificante in mezzo a tutti quegli alberi così grandi. Era proprio felice e quel giorno capì che doveva soltanto avere pazienza, che doveva semplicemente crescere, proprio come la bambina che lo aveva scelto a sua misura. Ricco di una nuova fiducia in se stesso, cominciò a irrobustirsi ed a crescere, e anche la bambina, che ogni giorno trascorreva del tempo con lui, crebbe. Lui diventò un grande albero, solido e frondoso, e lei diventò una ragazza e poi una donna e alla fine una vecchia signora. La vecchia signora portava con sé qualche acciacco e non poteva più andare alla radura tanto spesso come un tempo, non poteva più leggere molto perché ci vedeva poco, però quando voleva sentirsi meglio, quando voleva ritrovare i suoi pensieri più intimi in solitudine, lei andava là, non più con la seggiolina, ma si sedeva ai piedi del grande albero con la schiena appoggiata a lui, e lui fremeva di gioia.
    La sua famiglia la trovò là, il giorno in cui lei non tornò a casa, seduta per terra, appoggiata al suo albero, come se dormisse.
    Il grande albero rivide se stesso giovane fragile e indifeso, e rivide una bambina che trascinava una seggiolina, andare verso di lui. Le sue foglie si stesero al vento in un fruscio straziato, e si ricoprirono di milioni di goccioline di cristallo: lacrime di dolore.
     

  • 07 agosto alle ore 10:14
    Amiche

    Come comincia: Linda guardava il paesaggio attraverso il finestrino del taxi. Tanta campagna, verde e lussureggiante. Pensò che però d’inverno doveva essere molto triste, almeno lo sarebbe stato per lei, ma forse per Loredana no. Non si vedevano da molti anni e lei si sentiva inquieta e impaziente allo stesso tempo. Il suo sguardo divorava la strada, quanto aveva desiderato questo incontro! Ma non era stato facile rintracciare Loredana. Quando finalmente si erano sentite per telefono lei aveva capito che il tempo non era trascorso, la loro amicizia era lì, viva e consapevole come sempre. Un discorso mai veramente interrotto, che aveva solo usufruito di una pausa lunga trenta anni ed era ripreso subito, come se il tempo non fosse passato e loro due fossero ancora ventenni, anzi lei ventenne, e Loredana più vecchia di quindici anni. La differenza d’età non aveva impedito il nascere di una grande amicizia, di un affetto profondo, poi la vita aveva dettato le sue regole ed ognuna aveva proseguito per la sua strada. Linda riconobbe subito la casa perché Loredana gliela aveva descritta minuziosamente. Sorrise e pensò che non avrebbe potuto essere diversa da così quella casa. Tanto verde intorno, il patio, il dondolo, un roseto, una panchina di legno e ferro battuto. Loredana la chiamava la panchina del pensiero. Lei si sedeva lì a pensare, a ricordare, molto spesso a commuoversi. Congedato il taxi, Linda premette il pulsante del campanello e rimase subito affascinata dal suono: una leggera, sottile armonia di campanelle molto incisiva ma che non disturbava per nulla l’udito. Un cane scodinzolante e accogliente si presentò dietro al cancelletto, e subito dopo Loredana apparve nel patio. Istintivamente allargò le braccia mentre andava verso Linda, e l’abbraccio fra le due amiche fu lungo e pieno d’affetto. Quando Linda entrò nella piccola cucina si sedette sulla sedia di formica e appoggiò le braccia sul tavolo di formica, mentre dall’altra parte del tavolo Loredana faceva la stessa cosa. Loro erano abituate così, la cucina era il luogo aggregante, il luogo delle confidenze. Prima di parlare si guardarono a lungo, con tenerezza. Avevano condiviso davvero tanto ed entrambe lo sapevano. Nei loro occhi però era rimasto quel giorno, quel particolare giorno, quell’11 settembre 1986. Loredana aspettava un bambino ed aveva appena completato il secondo mese di gravidanza. Si sentiva male e avvertiva la necessità di andare in bagno, non sapeva perché, non capiva ciò che stava accadendo, ma d’istinto nel bagno anziché sedersi sul wc si era seduta sul bidet e lì, in preda ad una grande sofferenza, aveva visto materializzarsi quel poco che c’era, quel poco che avrebbe dovuto diventare il suo bambino. Disperatamente aveva chiamato Linda, che per fortuna era lì, fra i singhiozzi avevano raccolto quel poco residuo di una futura vita e messo in un vasetto di vetro. Il dolore, l’angoscia, non sembrava altro che un grosso grumo di sangue, di cellule, ma quello era il bambino, il bambino di Loredana che non sarebbe mai nato. E poi la corsa in auto dal medico attraverso la città...
    Adesso nei loro sguardi c’era quel momento, e il “come stai?” di Linda, chiedeva di quel terribile giorno, chiedeva di tutti gli anni dopo, di tutti gli anniversari, di tutti gli 11 settembre, così tanti! Quando Loredana pensava: oggi avrebbe 20 anni, oggi 22, oggi 30, chissà come sarebbe! Chissà come sarebbero i suoi occhi, le sue labbra, chissà cosa penserebbe! Linda prese le mani di Loredana abbandonate sul tavolo e le strinse, e le strinse forte. Entrambe avevano gli occhi pieni di lacrime. Linda sentì la necessità di stringere al petto l’amica e accarezzarle i capelli. E si accorse che stava pensando ciò che l’amica le stava sussurrando fra le lacrime:
    -Sai Linda, un bambino mai nato rimane con te tutta la vita.

  • 22 luglio alle ore 9:59
    Ciao Raffaella, ho qualcosa da dirti

    Come comincia: Mi fa riflettere la festa della mamma. Io sono stata figlia di una prima mamma che mi ha lasciata quando avevo solo 13 anni, e poi sono stata figlia di una seconda mamma, mia sorella maggiore che ha 16 anni più di me. In seguito sono stata mamma di Raffaella e lo sono ancora, in teoria, lo sono ancora. Il destino però ha voluto rendermi nuovamente figlia, figlia di mia figlia. Sono faccende private,direte, sì sono faccende private che però a volte meritano di essere conosciute. Mia figlia mi ha festeggiata, mi ha portata a fare una lunga passeggiata in moto, un fatto goliardico che forse capiterà ancora o forse no. Ma mia figlia mi accompagna, mi soccorre, sopporta la mia insofferenza alla dipendenza, anche da lei, sì anche da lei, tace di fronte alle mie crisi di orgoglio, misura le risposte e gli umori, controlla che le dita delle mie mani non siano cianotiche e, se lo sono, mi sgrida perché tengo l'ossigeno "troppo basso". Mi porta a fare le analisi,
    a fare la spesa, a fare le visite, e si occupa anche di Paolo, facendo per lui tutto quello che io non riesco a fare. Le nuvole che incombevano sul nostro percorso, nuvole ce ne sono sempre, discussioni quasi sempre vane e inconcludenti, picchi di testardaggine a volte incontrollabili conditi da frasi sibilline e mai pensate veramente, non ci sono più, tutto sparito. Io e lei, lei e io. Noi stiamo combattendo la stessa battaglia, la mia, e ciò che mi sorprende è che questa battaglia lei l'ha fatta sua trasmettendomi tutta la forza che a me adesso manca. E' finito il tempo dei battibecchi, adesso è il tempo di stare insieme, di ridere molto, come ridono molto le persone che pur condividendo un problema enorme, non vogliono trascurare neppure un attimo di attenzione per la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più ironicamente bastardi. Le sensazioni sono più che mai a fior di pelle e l'osservazione della vita altrui si è affinata, gli eventi hanno perso il potere di affossare, e si guarda da fuori, da un osservatorio privilegiato, perché è da privilegiati poter allungare lo sguardo sul resto, su tutto il resto, sentendosi coinvolti non già dal dramma ma soltanto dalla comicità, la sottile comicità di cui tutto è impregnato, la triste comicità che si è spogliata della sua tristezza mantenendo per se stessa soltanto il grottesco. E perciò sì, io e Raffaella ridiamo molto, insieme. In questo immenso casinò ( e casino) che è la vita siamo sedute al nostro tavolo da gioco e il nostro croupier lascia scivolare la pallina nella roulette. "Rien ne va plus". I giochi sono fatti e qualunque cosa noi siamo, ne siamo il risultato. Ho sempre pensato che i genitori debbano occuparsi dei figli sempre, se i figli lo desiderano. Non ho mai pensato che sia scontato e automatico che i figli debbano occuparsi dei genitori. Sono perciò molto riconoscente a mia figlia che si occupa di me con così tanto amore, e la ringrazio pubblicamente: grazie di tutto, Raffaella.

     

  • 11 luglio alle ore 15:59
    14827932227

    Come comincia: Non penserete mica che l'aldilà sia etereo, pieno di angeli che se la ridono sulle nuvolette scherzando con le rondini. Niente affatto. Grande fabbricato, grandi uffici:
    - Scusi, lei dove vuole andare?
    - Io sono appena arrivata e mi hanno detto che qui dentro c'è l'ufficio reclami.
    - Ah sì, terzo corridoio quarta stanza, la n.28 per la precisione. Attenda che le do il pass, lo tenga bene in evidenza. Si comporti educatamente altrimenti sarà sbattuta fuori.
    - Bella accoglienza. Grazie.
    Stanza n.28, mi accoglie una signora vestita come certe impiegate di cinquant'anni fa. Mi scappa da ridere.
    - Desidera?
    - Buongiorno, sono qui per reclamare.
    - Ah, va bene, si accomodi pure, ma prima dovrà rispondere a un questionario, lo poniamo a tutti, è obbligatorio.
    Caspita, penso, non solo tutto il mondo è paese, anche fuori dal mondo tutto il mondo è paese.
    Mi siedo, e lei continua a guardare le sue scartoffie. Aspetto, fino a quando si appoggia allo schienale della poltrona e...
    - Cominciamo: lei ha mai patito la fame?
    - No!
    - E la sete?
    - Ma no!
    - Lei ha vissuto guerre?
    - No.
    - Lei è stata ammalata?
    - Accidenti, certo che ho sofferto. Ho avuto un tumore maligno.
    - E poi?
    - Come e poi! Non le sembra sufficiente? E poi sono stata abbastanza bene, fino a quello che... mi ha portata qua.
    - Lei sa quanta gente ha avuto un tumore maligno?
    - No, immagino tanta.
    Seguono numeri a otto e nove cifre e più.
    - Ritiene, sentiti questi dati, di avere sofferto nella norma oppure oltre?
    - Beh, certo, nella norma.
    - Lei ha avuto problemi economici?
    - Lasci perdere questo argomento che mi manda in bestia anche da morta. Comunque ho già capito, nella norma, nella norma.
    - Lei è stata amata?
    - Sì.
    - Sa quanta gente non è stata amata, sa quanta gente è stata dimenticata, torturata, emarginata, lasciata sola nella sua disperazione?
    - No, non lo so, ma immagino tanta, non mi dia dei dati, non mi servono.
    - Comunque signora...
    - Lora, mi chiamo Lora, anzi per la precisione Lora Beatrice Ludovica.
    - Non ha alcuna importanza come lei si chiami, lei è la numero 14827932227.
    - Cosa?
    - E attualmente la sua posizione in graduatoria è al numero 6599766827. Quando ci arriveremo esamineremo il suo reclamo, che adesso lei ha la possibilità di esprimere.
    Non mi ci vuole molto per riflettere:
    - Non importa, credo di avere sbagliato ufficio, forse dovevo andare all'ufficio ringraziamenti.
    - Sì, ma guardi che là, la sua graduatoria è anche molto più bassa.
    - Ma insomma, come fa lei che è all'ufficio reclami a conoscere così bene la situazione dell'ufficio ringraziamenti?!
    -Oh, cara n.14827932227, è molto semplice, perché tutti quelli che sono arrivati là, prima sono passati di qua.  ;)

  • 19 giugno alle ore 20:17
    Lettera a Isotta

    Come comincia: Lettera a Isotta.
    Cara mia seconda mamma, era destino che dovessi avere a settant'anni un'altra mamma, e sei tu. Tu non mi allatti, non mi nutri, posso farlo benissimo da sola, ma senza di te, cosa farei? Osservo il lungo cordone ombelicale, cinque metri di cannula che mi separano da te e allo stesso tempo mi uniscono intimamente a te, cinque metri legati morbidamente intorno al mio collo che mi tengono stretta a te, ma nemmeno troppo. Cara Isotta, tu non avresti potuto fare più di quello che fai: sei
    stata disponibile, quieta, mansueta fin da subito, e io non capivo che di più non potevi fare. Ero nervosa, mi impigliavo continuamente nel cordone, movimenti incoerenti mi lasciavano avvolta come un salame, e così mi arrabbiavo, ti maledivo. Ma poi ho capito, ho imparato ad essere gentile, ho imparato a volerti bene, e di sera, quando ti porto in camera con me perchè possiamo insieme affrontare la notte, ti sento parte di me, ti sento un cuore che pulsa e il tuo rassicurante brontolio  mi ripete: sono qui, non ti abbandono. Sai Isotta, sono nata per la seconda volta quando ho cominciato a respirare l'ossigeno che tu mi doni incondizionatamente. Ho potuto nuovamente usare la mia mente, la mia preziosissima mente che non riuscivo più a usare perché certi dolori fisici erano troppo ingombranti perché mi fosse permesso ancora pensare.
    Tu mi hai ridato la libertà, la lucidità, ed io ti sono tanto tanto riconoscente, al punto che ormai riesco perfino a scherzare. Quando mi "carico" la piccola bombola da passeggio, "La Totta", come l'ho battezzata io, ed esco, incontro i miei conoscenti, amici, o anche soltanto curiosi che si fermano a guardare i piccoli "nutrienti" che mi entrano nel naso e sì, scherzo. Ragazzi, dico, respiriamo lo stesso ossigeno, soltanto che il vostro non si vede, il mio sì.
    Di una cosa sono certa: io e te faremo ancora tanta strada insieme, e so che  dovrò soltanto a te il piacere di scrivere cose che senza questa esperienza, non sarei mai
    riuscita a scrivere. Il meglio deve ancora arrivare e ce lo vivremo insieme.

  • 23 aprile alle ore 8:17
    Colori d'Autunno

    Come comincia: Fin dai primi nostri viaggi in Valle d'Aosta Mario mi aveva fatto notare come il paesaggio cambi repentinamente a Quincinetto dove si entra in galleria in un panorama di pianura, e all'uscita dalla galleria improvvisamente si apre la valle con le sue montagne che gettano la loro ombra fin sull'autostrada. Molto più vicine e selvagge a sinistra, più lontane a destra dove i paesi si susseguono numerosi lungo la strada statale che conduce ad Aosta. Anche quel mattino d'autunno del 1984 percorrevamo in auto l'autostrada e sapevamo quale sarebbe stato lo spettacolo all'uscita dalla galleria. E lo spettacolo della natura era veramente sconvolgente, mai come quel mattino avevo guardato i colori venirci incontro, i colori delle foglie degli alberi e di tutta una vegetazione selvaggia e incombente che ci offriva tutte le tonalità del giallo, del verde, del marrone, del rosso. La natura ci avvolgeva nella sua meraviglia e ci lasciava silenziosi e ammaliati. Ma quella mattina c'era qualcosa d'altro che percepivo nell'abitacolo, qualcosa che assomigliava al dolore, all'angoscia. Il silenzio di Mario era diverso dal solito, era un silenzio che mi obbligò a spostare lo sguardo verso di lui. E lui aveva gli occhi, quei suoi occhi così particolari, pieni di lacrime.
    Cosa c'è, Mario cosa c'è. Non mi rispose subito, ma poi...Sto pensando che non vedrò più tutto questo. Non potevo aiutarlo, non c'era niente che potessi dire perché anch'io sapevo che era vero. Ormai gli attacchi di angina erano quasi giornalieri e ho ancora nelle orecchie il rumore delle pastiglie di trinitrina che teneva sempre in tasca. Non c'era davvero niente che potessi dire, e così mi limitai ad accarezzargli un braccio, arrabbiata per la mia inutilità, la mia impotenza.
    La nostra auto continuò il suo viaggio lungo l'autostrada, accarezzata dal tiepido sole autunnale, e, a tratti, dall'ombra delle montagne. Montagne all'improvviso tristi, colori all'improvviso sbiaditi.
    Per Mario non ci fu un altro autunno.

  • 14 febbraio alle ore 9:56
    "Si fa sera"

    Come comincia: "Si fa sera" scrisse il poeta. E nella sera cadono tutti i processi che hai subìto, perché sei stato processato, e quanto sei stato processato! Hai guardato oltre, sei andato avanti testardo e noncurante, ti convincevi che non importava, e così doveva essere. Come un'araba fenice hai sorvolato gli acquitrini che le gocce di sangue delle tue ferite, cadendo, hanno trasformato in ruscelli trasparenti. Ma la sera ti ha donato l'unico processo che ha importanza, il tuo. Ti sei processato: ti sei accusato, ti sei difeso, hai capito, hai sofferto, e ti sei perdonato. E nel crepuscolo che ti accompagna verso il buio, avvolgente e morbido come una coperta d'angora, rassicurante e tenero come un abbraccio sincero, vivi l'eterno mattino della leggerezza, la curiosità dell'infinito. Hai lasciato la zavorra che ti opprimeva a perdersi fra i detriti inutili e inquinanti, e sei finalmente libero.

  • 06 gennaio alle ore 13:37
    CILIEGI IN FIORE

    Come comincia: Ti ricordi? Quando venimmo a vedere questa casa sulla collina di Torino ce ne innamorammo subito, ma soprattutto ci colpì la grande terrazza coperta, quadrata, comunicante col cucinino. Fu naturale immaginare pranzi e cene consumati lì durante la bella stagione, nel silenzio della natura. L’abitammo quasi subito. Tu al mattino andavi via, a lavorare, ed io trascorrevo la giornata organizzando qualunque cosa per farti felice. La terrazza fu la mia prima preoccupazione: un tavolo con le sedie, una poltrona di vimini, un mobiletto con sopra il giradischi. Io e i miei inseparabili dischi. C’era sempre musica in casa, soprattutto canzoni, le nostre canzoni. Quando da sopra riconoscevo la tua auto che saliva lungo la ripida strada per raggiungere casa nostra, mi agitavo, mi batteva forte il cuore. Controllavo che tutto fosse pronto per accoglierti, perfetto, e la musica fosse quella che preferivi. Imparavo ricette nuove e aspettavo col fiato sospeso il tuo giudizio. Mi nutrivo dei tuoi complimenti, in realtà mi nutrivo di qualunque cosa tu dicessi, facessi, non esisteva niente di mio. Tu potevi decidere la mia felicità o viceversa la mia tristezza solo con un’occhiata, solo con poche parole, o magari con una telefonata: stasera farò molto tardi, non aspettarmi per cena. Come se io avessi potuto cenare da sola, certo che ti aspettavo, ero allenata all’attesa, aspettare era la cosa che sapevo fare meglio.
    E’ arrivata finalmente la bella stagione ed oggi il sole splende. Oggi hai mezza giornata libera nel pomeriggio, davvero qualcosa di eccezionale. Ho apparecchiato la tavola fuori in terrazza, ho preparato una pietanza che ti piace tanto e che so mi riesce bene, il bottiglione di vino è al fresco sotto l’acqua corrente nel lavandino, come vuoi tu. La mia vicina mi ha anche dato dei fiori del suo giardino che ho sistemato in un vaso e appoggiato in un angolo del tavolo. Non riesco a stare seduta nell’attesa, continuo a controllare che sulla tavola non manchi niente, continuo ad affacciarmi, sono impaziente di vederti arrivare, e finalmente ecco spuntare la tua auto in fondo alla salita. Corro nel bagno a specchiarmi, sì, tutto a posto. Corro anche a cercare un disco che ti accolga quando entrerai in casa. Trovo Frank Sinatra e faccio partire la musica.
    Sono contenta di come è andato il pranzo, sono contenta del pomeriggio che ci attende. Sei sempre così impegnato...oggi è un autentico regalo. Siamo tutti e due affacciati al parapetto della terrazza e mi tieni un braccio intorno alle spalle. Niente altro esiste, niente altro conta. Con immensa dolcezza mi sussurri due parole taglienti come coltelli: ti lascio.
    La tavola è ancora apparecchiata e nei bicchieri è rimasto del vino, le posate sono appoggiate disordinatamente accanto ai piatti. Penso che devo sparecchiare. Rimango incollata al parapetto della terrazza, incapace di muovermi o di parlare. Penso ostinatamente che devo sparecchiare. Tu rientri in casa e cominci a radunare la tua roba ed io, no, penso che non è possibile, devo avere capito male, non puoi avermi detto che mi lasci in questa giornata luminosa, splendente, non puoi avermelo detto di fronte a questa distesa di ciliegi in fiore disseminati a perdita d’occhio lungo il pendio della collina.
    Non rispondo al tuo “ti telefono” dal vialetto sottostante, non rispondo. Continuo a fissare i ciliegi in fiore che ormai sono soltanto una immensa macchia bianca che danza fra le mie lacrime. E comunque devo sparecchiare.

  • 16 dicembre 2016 alle ore 20:58
    Natale con i tuoi

    Come comincia: Lia fermò l’auto davanti alla casa dei suoi genitori, ma non scese subito. Rimase per un po’ a guardare attraverso le finestre illuminate. Non era così sicura di voler suonare quel campanello. Non aveva idea di come sarebbe stata accolta e se sarebbe stata accolta, non si vedevano da otto anni. L’addio era stato violento, rabbioso, se n’era andata sbattendo la porta gridando che non l’avrebbero mai più vista, inseguita dalle urla di suo padre: te ne vai? bene, non tornare. Adesso se ne stava lì, a spiare un’intimità che non le apparteneva più. Si guardava attorno timorosa che qualcuno che la conosceva la notasse. Continuava a fissare lo specchietto retrovisore, ma la via era deserta. Menomale, pensò, era già molto difficile così, se poi qualche vicino l’avesse riconosciuta e interpellata, lei sentiva che sarebbe scappata. Il buio della sera le era complice. Il prato davanti casa era sempre uguale, in lontananza un paio di costruzioni nuove, i pini marittimi silenziose sentinelle, e nella sua mente il profumo acre della resina, il sapore dei pinoli che lei da piccola si mangiava golosa dopo aver rotto i gusci col martello. E quando era stanca di mangiarli li raccoglieva in una scodella e li portava a suo padre per il pesto alla genovese. Lia scacciò i pensieri dell’infanzia e tornò a fissare le finestre illuminate sorpresa di non notare alcun movimento di persone. Eppure era la vigilia di Natale e in casa, oltre ai suoi genitori, avrebbero dovuto esserci anche sua sorella e suo fratello. Che avessero cambiato le loro abitudini? Si sentiva inquieta. Non aveva più avuto né cercato di avere notizie. Una volta sola, qualche anno prima, aveva sentito sua sorella che le aveva riferito quanto il loro padre fosse ancora adirato. Nessuno in casa aveva più nominato Lia quando lui era presente, ma quando lui non c’era, la mamma esprimeva tutta la sua angoscia. Lia aveva pregato la sorella di tranquillizzare la mamma e poi non si erano sentite più neppure per telefono. Che silenzio, pensò Lia, cosa faccio? Ormai sono qui e devo trovare il coraggio. Cosa mi può capitare? Il peggio sarebbe di essere mandata via. Pazienza. Devo mettere in conto anche questo. Scese dall’auto e poi, esitante e col cuore in tumulto, premette il pulsante del campanello. Non rispose nessuno, e allora provò ancora, più a lungo.
    -Un momento! Che diamine, eccomi.
    La voce di sua madre: sempre uguale, sottile e spazientita. Lia sentì immediatamente la commozione invaderle il petto. Non voglio piangere, si disse, non devo piangere. Cercò di ingoiare le sue lacrime. Ebbe ancora l’impulso di fuggire, ma nel frattempo la porta si era aperta. Troppo tardi per scappare, sua madre era lì, impietrita, davanti a lei.
    -Mamma...
    Le due donne rimasero immobili, gli occhi negli occhi. Lia si accorse di quanto i capelli di sua madre fossero diventati più bianchi e il suo viso fosse solcato da rughe profonde, troppo profonde per la sua età. Nel suo sguardo non c’era nessun rimprovero, né ira, né rifiuto. Troppo emozionata per riuscire a parlare, allargò soltanto le braccia per accogliere la figlia, e fra le braccia della madre Lia sentì sciogliersi la pietra che le opprimeva il petto. Sollievo e benessere la consolarono mentre si godeva l’abbraccio così inconsapevolmente desiderato da tanto tempo, e lacrime che ormai poteva lasciare uscire senza imbarazzo le rigarono il viso.
    Sua madre la condusse in casa e si sedette sul divano accanto a lei.
    -Dimmi di te Lia, dimmi di questi anni.
    E intanto le accarezzava una spalla, togliendole premurosa invisibili fili di lana dal cardigan, per poi scendere con le mani ad avvolgere le sue e stringerle. Lia pensò che anche da piccola sua madre le sistemava sempre il golfino d’angora, lo spolverava da imperfezioni inesistenti, le metteva a posto il colletto della camicetta, poi le passava le mani sotto le gonnellina blu plissettata per tirare bene giù la camicetta. Tutte le domeniche la vestiva così per la S.Messa delle undici, la messa grande. Si raccomandava che non sporcasse le calze bianche e le scarpe alla bebè appena spalmate di lucido bianco. Poi le metteva in mano il velo e il libretto delle preghiere e la affidava alla Carla, la vicina di casa, la sartina ventenne che l’accompagnava in chiesa. La Carla le aveva confezionato il primo cappotto di cui Lia avesse memoria: un cappottino di lana bouclè blu che l’aveva fatta sentire una principessa. Lei la prendeva per mano e la teneva vicina a sé in uno dei banchi più vicini all’altare nella chiesa sempre affollatissima, odorosa di incenso, dove i canti dei fedeli riempivano di echi le navate. “Mira il tuo popolo” era l’inno che Lia preferiva. Anche da adulta, ogni tanto lo canticchiava per conto suo.
    Anche Lia strinse le mani di sua madre.
    -Mamma, non credo sia il caso che io incontri papà, non so cosa potrebbe succedere ma non voglio rovinare il Natale a tutti. Preferirei andare via, piuttosto.
    Sua madre di scatto le voltò le spalle e si avviò al lavandino della cucina. Lì si appoggiò con tutte e due le mani.
    -Non lo incontrerai Lia. Tuo padre non vive più qui già da tre anni. Mi ha lasciata, si è innamorato di un’altra e se n’è andato.
    -Mamma...
    -Non dire niente. Sto bene. E’ passata, ormai è passata. Sto bene.
    In quel momento la porta d’ingresso si aprì e le voci allegre di Angela ed Edoardo riempirono la casa. Lia si alzò e rimase ferma davanti al divano chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di suo fratello e di sua sorella quando l’avessero vista. Angela corse ad abbracciarla senza un attimo di esitazione, era nel suo carattere, ma Edoardo si diresse verso la sua camera senza dire nulla. Lui non le aveva perdonato di essersene andata senza tenere conto di quanto lei fosse importante per lui: la sorella maggiore, la sua confidente e amica, il suo punto di riferimento. Edoardo aveva sofferto tanto. Lia non aspettò nemmeno un attimo e lo rincorse in camera per abbracciarlo a lungo con tutto quell’affetto che non aveva più potuto dimostrargli, e il fratello alla fine si abbandonò all’abbraccio, senza riserve. Vieni Edoardo, è pronta la cena, siediti vicino a me, mi sei mancato così tanto!
    L’albero di Natale, le ricette tradizionali di sua madre, le stesse da sempre. Anche quella una continuità che parlava di radici, di famiglia, tutto sapeva di buoni sentimenti. E quante cose da dirsi, dopo tutti quegli anni! Le voci si sovrapponevano nella fretta di raccontare, ogni tanto la commozione prendeva il sopravvento, e qualche frase rimaneva a metà spezzata da un imprevisto nodo alla gola che faceva mancare il fiato. La mezzanotte arrivò in un baleno e in mezzo al tavolo comparvero un panettone e un pandoro. Edoardo andò a prendere lo spumante in frigorifero e si accinse a stappare la bottiglia. I bicchieri di cristallo del servizio buono erano già pronti. Una scampanellata fece sì che tutti si guardassero interrogativamente. Vado io, disse Lia, ed andò ad aprire.
    Lia non incrociò subito lo sguardo di suo padre. Per un interminabile attimo guardò oltre il bavero rialzato del giaccone bagnato dell’uomo. Stava nevicando fittamente e il prato davanti casa era già tutto bianco. In breve tempo il paesaggio aveva cambiato aspetto e lei si ostinava a guardare lontano quasi a prendere tempo e coraggio prima di tornare con lo sguardo al viso di suo padre, ai suoi capelli brizzolati dove piccoli cristalli di neve luccicavano in modo intermittente alle luci appese accanto alla porta d’ingresso. Ebbe alla fine la forza di affrontare l’emozionante realtà e il suo sguardo scese per fermarsi attonito su un fagottino avvolto in una copertina bianca di lana che suo padre stringeva al petto.
    Allora guardò suo padre negli occhi.
    -E’ il mio bambino.
    Com’era tutto diverso da quel giorno tanti anni prima in cui suo padre era entrato in casa raggiante, avete un fratellino bambine, è nato Edoardo.
    Lia cercò di pensare, ma non le era possibile, e comunque non c’era nulla da pensare. Intanto tutti gli altri famigliari erano giunti lì, all’ingresso. Lia sentì che doveva agire subito e non ebbe esitazioni.
    -Mamma, c’è un uomo alla tua porta con un bambino in braccio, sta nevicando. Mamma, devi farlo entrare.
    -Non posso...non posso.
    -Mamma, devi farlo entrare.
    Così dicendo Lia prese il piccolo dalle braccia di suo padre e lo depose fra le braccia di sua madre.
    -Mamma, tu occupati di lui.
    Poi accompagnò suo padre in camera da letto. Hai bisogno di indumenti asciutti, papà, e hai la testa tutta bagnata. Gli asciugò amorevolmente i capelli con un asciugamani, gli diede abiti asciutti approfittando di quei movimenti necessari, per accarezzarlo e tenerlo un po’ stretto a sé. Cercava inutilmente dentro di sé rabbia, rancore, ma si sentiva traboccare soltanto di affetto e tenerezza.
    Molto più tardi nella notte Lia non dormiva. Pensava che a breve la luce del mattino avrebbe portato con sé il giorno di Natale, una giornata complicata di cui non riusciva a prevedere gli sviluppi. Una giornata in cui forse tante parole anche crudeli, anche cariche di risentimento sarebbero state pronunciate un po’ da tutti. Una giornata in cui tutti loro avrebbero avuto molto da accettare. Lei poteva contare soltanto sulla forza dell’amore che provava verso quelle persone, un amore che la lontananza aveva ingigantito e reso granitico. Pensava a suo padre ingannato da una chimera, e anche alla giovane donna probabilmente anch’essa ingannata da una chimera: l’infatuazione per un uomo maturo, che lei aveva scambiato per amore; qualcosa di cui non voleva neppure più il ricordo, al punto di rifiutare il bambino che aveva messo al mondo.
    Però in quella notte magica un padre e sua figlia si erano perdonati a vicenda, e una donna offesa, umiliata, scartata dall’uomo a cui aveva dedicato la vita, aveva preso fra le braccia il piccolo di lui e l’aveva accudito e cullato come se fosse stato il suo. Non era un miracolo?
    Lia si accomodò meglio sul divano e si mise un cuscino sotto la testa. Chiuse gli occhi.
    E’ già un buon inizio, pensò, prima di addormentarsi.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:59
    L'ULTIMO NATALE (Seconda parte)

    Come comincia: Laura, appena in autostrada, si fermò per telefonare a sua madre.
    "Ciao mamma. Sto andando alla casa di riposo dalla zia. Trascorrerò il pomeriggio con lei e poi rientrerò. Non vado più in montagna."
    Sua madre le disse che loro sarebbero tornati in tempo per pranzare tutti insieme a capodanno.
    Riprese il viaggio e si mise a pensare quanto fosse stata bene insieme a Gloria. Si rese conto che sentiva desiderio di famiglia. E se fosse tornata a vivere insieme ai genitori? La casa era abbastanza grande per tutti, e lei non aveva più quella frenesia di libertà e indipendenza per cui era andata a vivere da sola. Non era neppure più fidanzata, e comunque doveva ammettere che si sentiva sola quando rientrava alla sera. Magari avrebbe tenuto il suo appartamento, e, quando avesse sentito necessità di solitudine, avrebbe potuto rifugiarsi lì.
    Nei giorni che seguirono Laura rimase sotto l'effetto benefico del Natale appena trascorso. Era calma, allegra, ben disposta verso tutti e anche verso se stessa. Decise di impiegare il tempo libero anche per comperarsi un abito elegante che da tempo aveva notato esposto in una vetrina, anche se non sapeva ancora come avrebbe trascorso la notte di fine anno. Pensava molto a Gloria: non avrebbe lasciato trascorrere troppo tempo prima di tornare a trovarla.
    Fu la mattina del 31 dicembre che il suo telefono cellulare suonò: erano le dieci.
    "Buongiorno, la signora Laura?"
    "Sì, sono io. Lei chi è?"
    "Sono Annamaria, l'amica di Gloria. Stavo mettendo in ordine e ho visto il suo numero. Gloria non aveva contatti con nessuno, perciò mi è sembrato strano e ho pensato di chiamare."
    "Aveva?" Laura sentì che il cuore le pulsava in gola.
    "Sono tornata la mattina del 27. Gloria era ancora a letto. Ho cercato di svegliarla. Sembrava che dormisse."
    "Vengo lì, vengo lì subito."
    Partì immediatamente. Non riusciva a credere che Gloria non ci fosse più. Quanti avvenimenti in pochi giorni! Il dolore le toglieva il respiro. Ripensava ai momenti che avevano diviso, momenti bellissimi, sereni, in cui lei aveva assorbito tutto ciò che solo una persona molto speciale è in grado di trasmettere. Pensava anche che avrebbero dovuto essere insieme, e invece era partita, e Gloria era morta da sola. Non si perdonava nulla, ma in realtà non aveva alcuna colpa.
    Quando finalmente arrivò pregò Annamaria che la accompagnasse al cimitero  prima ancora di entrare in casa. Lei si prestò subito, con molta gentilezza e cercando di raccontare come erano andate le cose, ma Laura non riusciva ad ascoltarla.
    "Venga a casa signorina, ha viaggiato, deve riposarsi un po'."
    "Sì, se non le spiace, mi fermo volentieri un paio d'ore."
    Annamaria la accompagnò a casa.
    "Ci vediamo più tardi, devo ancora sbrigare delle formalità."
    Laura si sedette in poltrona nel salotto fissando il vuoto. Come era tutto diverso senza Gloria. Come avrebbe voluto vederla seduta di fronte a lei come la notte di Natale quando le luci intermittenti dell'albero illuminavano a tratti il suo viso. Più ci pensava, e più si convinceva che il luccichio che aveva visto negli occhi di lei erano lacrime. Si guardò attorno cercando di memorizzare il più possibile un ambiente che non avrebbe rivisto mai più. L'orologio a parete continuava a diffondere il suo tic tac ignaro di scandire un tempo che per Gloria ormai era finito. In un angolo del salotto c'era uno scrittoio. Laura notò che era aperto e col piano abbassato. Si avvicinò e vide un quaderno spesso con la copertina di pelle, lo prese in mano e il quaderno subito si aprì all'ultima pagina scritta. La penna era ancora appoggiata lì, fra un foglio e l'altro. Era una pagina di diario e Gloria l'aveva scritta il giorno di Santo Stefano, dopo la partenza di Laura.
    "Finalmente la vita mi ha regalato un vero Natale. Non l'avrei mai immaginato. Ho trascorso il Natale con mia nipote Laura e ho potuto fare gli auguri, anche se solo per telefono, a mia figlia. Almeno ho risentito la sua voce. Sono piena di felicità. In questi giorni con Laura ci sono stati momenti di grande intimità in cui mi è stato difficile resistere alla tentazione di rivelarle chi sono io per lei, ma il buon Dio mi ha tenuto la mano sulla testa ed anche questa volta sono riuscita a far prevalere il buon senso. Spero che avrò sempre la forza di tacere. La cosa più importante è sempre stata la loro serenità e lo sarà sempre."
    Subito Laura non capì, ebbe solo la consapevolezza che quella pagina le stava svelando una verità sconvolgente. Rilesse soffermandosi su ogni parola. Gloria era la madre di sua madre? Quindi lei aveva trascorso il Natale con sua nonna? Lasciò che il quaderno le cadesse in grembo e cercò di dominare il tremore delle mani, ma era impossibile. Provò a pensare. Sua madre non aveva mai nascosto a nessuno di essere stata adottata, anzi da ragazza aveva anche tentato di sapere qualcosa  della sua vera mamma, ma non era riuscita a scoprire nulla e si era rassegnata. Se Gloria era abituata a scrivere il diario sicuramente ce n'erano  altri. Laura si alzò, andò a cercare nella libreria e li vide: quattro quaderni identici a quello che aveva in mano, spessi e con la copertina di pelle scura. Allora capì che la vita di Gloria era tutta lì, in quelle pagine scritte con una calligrafia piccola e minuziosa, quasi impersonale, tanto in contrasto con le incredibili vicende che descriveva.
    Così Laura lesse di una giovanissima Gloria innamorata di un ragazzo che si chiamava Edoardo, morto all'improvviso. Lesse dell'emozione di Gloria nell'accorgersi di essere in attesa di un bambino, ma anche della vergogna dei genitori di lei che l'avevano obbligata a vivere la gravidanza in solitudine, lontano da casa e dal paese, e poi a rinunciare alla piccola che era nata. Lesse anche che  tempo dopo, quando Gloria era diventata più adulta e si era finalmente sottratta al giogo della madre, era andata a cercare la sua bambina scoprendo che era già stata adottata. Gloria si era disperata e tramite conoscenze era riuscita a sapere dove viveva e chi l'aveva adottata. Quando finalmente l'aveva vista, felice con i suoi genitori che l'amavano, lei aveva deciso di rimanere nell'ombra per non rovinare la serenità di quella famiglia. Si era dedicata all'insegnamento trasformando il suo enorme dolore in un grande amore che esprimeva facendo di ogni bambino che le veniva affidato, il suo bambino. Non si era più sposata nè innamorata.
    Laura divorava le parole di quei diari. Tutte le tappe più importanti della sua vita, della vita di sua madre, erano ricordate e descritte in quelle pagine. C'era anche una fotografia di Gloria ed Edoardo: il viso di lui appoggiato a quello di lei, e dietro la fotografia una dedica: "Per sempre. Edoardo e Gloria". C'era una fotografia dei suoi genitori e una di sua madre piccola, e poi una sua, scattata durante una recita scolastica.
    Laura non riusciva a controllare i suoi sentimenti. Non sapeva se essere arrabbiata oppure commossa. Ma perchè Gloria non aveva parlato! Ormai lei era una ragazza e sua madre una donna più che adulta. Non avrebbe sconvolto nessuna di loro due sapere la verità. O forse sì? E quando era stata la sua maestra? Tutte le volte in quei cinque anni di elementari che aveva incontrato sua madre senza poterle dire "Tu sei mia figlia"? Quanto sacrificio e quanta sofferenza da sopportare in solitudine. Doversi ridurre a spiare, quasi, la loro vita, tenendo tutto dentro di sè. Sentì che le lacrime le scendevano lungo il viso, le salavano le labbra per poi andare a posarsi su quelle pagine di diario. Cominciò a chiedersi se tutti i fatti degli ultimi giorni non fossero stati parte di un disegno a lei incomprensibile: l'errore in autostrada e poi l'idea improvvisa di quella visita dopo vent'anni, e il desiderio così impellente di fermarsi in quella casa a Natale, e poi purtroppo tutto il resto.
    Quando Annamaria rientrò Laura le chiese se poteva portare con sè i diari di Gloria. Presero il tè insieme.
    "Non resterò qui da sola in questa grande casa. Andrò a vivere accanto ai miei figli."
    Laura ascoltò lo sfogo di Annamaria rendendosi conto che anche lei stava soffrendo e non aveva ricevuto attenzione. Cercò di consolarla, e quando fu il momento di partire, si promisero di tenersi in contatto.
    Durante il viaggio di ritorno si rese conto quasi all'improvviso che non aveva ancora pensato a sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle la verità tenendo conto della grande emozione che avrebbe suscitato in lei. Pensava quale potesse essere il modo migliore. Ma c'era un modo migliore? 
    Era l'ultimo giorno dell'anno e la segreteria del suo telefono cellulare aveva registrato diversi messaggi da parte delle amiche per trascorrere insieme la notte di San Silvestro. Non rispose a nessuno. Quando arrivò si chiuse in casa e continuò a leggere i diari di Gloria. Trascorse la notte così, leggendo e riflettendo, lasciandosi libera di dare sfogo ad ogni sua emozione, piangendo ai passaggi più drammatici, e ridendo degli aneddoti riguardanti la vita scolastica. Pensò che Gloria era arguta e simpatica, dotata di un grande senso dell'umorismo e di una capacità di scrittura incisiva e affascinante. Rimpianse di non avere potuto condividere la vita con una persona così speciale, e si sentì pronta a parlare con sua madre.
    Racchiuse i diari in un foglio di carta colorata e sopra  applicò un fiocco rosso: quello sarebbe stato il regalo per lei.
    Quando arrivò a casa dei genitori per il pranzo di capodanno, sua madre era già sulla soglia ad attenderla.
    Fu come se Laura la vedesse per la prima volta: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Gli occhi scuri penetranti. La somiglianza con Gloria era straordinaria.  Si fermò un attimo e si appoggiò all'auto perchè le mancava il respiro e le tremavano le gambe. Poi vide le pantofole che indossava, di panno marrone, e sorrise.
    "Allora? Cosa fai lì ferma sulla strada?"
    "Vengo subito, devo prendere un pacco nel portabagagli."
    Sua madre aveva tante cose da raccontarle. Durante il pranzo le descrisse tutto il viaggio appena concluso, mentre suo padre taceva sapendo che quando la moglie si metteva a parlare era inutile cercare di interromperla. Laura ascoltava distrattamente, attenta com'era a guardarla e constatare quanto fosse simile a Gloria anche nei modi di muoversi e di sorridere.
    "Non guardarmi così! Sembra che tu non mi abbia mai vista prima!"
    Aveva ragione: non l'aveva mai vista prima.
    Appena pranzato, suo padre se ne andò in camera per il sonnellino pomeridiano. Era un'abitudine a cui era difficile farlo rinunciare. Ma a lei non dispiacque. Preferiva  parlare prima con sua madre da sola.
    "Mamma, non pensiamo ai piatti adesso. Siediti qui sul divano vicino a me. Ti ho portato qualcosa. Guarda"
    Così dicendo  depose il pacco regalo sul tavolino del salotto.
    La madre l'abbracciò e fece per aprirlo, ma Laura posò una mano sopra le sue e le parlò con dolcezza.
    "Non adesso, mamma. Aspetta. Prima devo raccontarti una storia."
    "Una storia?"
    "Sì, una storia di grande amore, una storia vera che sembra una favola."
    Poi raccolse tutto il fiato che potè perchè l'emozione le strozzava le parole in gola:
    "La storia di tua madre...e di mia nonna."
    E allora vide negli occhi di sua madre lo stesso luccichio che la notte di Natale aveva visto negli occhi di Gloria, e seppe che sì, erano lacrime.

  • 02 dicembre 2016 alle ore 14:56
    L'ULTIMO NATALE (Prima parte)

    Come comincia: Dopo avere sistemato la valigia nel portabagagli dell'auto Laura si sedette al volante e passò mentalmente in rassegna tutto ciò che stava portando con sè. Dimenticava qualcosa? Può darsi, si dimentica sempre qualcosa quando si parte. Pensò che in fin dei conti non stava andando nel deserto: se aveva dimenticato qualcosa avrebbe potuto acquistarlo al suo arrivo. Diede un'ultima occhiata alla casa, mise in moto e partì. Quello era il primo anno che non avrebbe trascorso il Natale in famiglia. I suoi genitori erano in viaggio, il suo fidanzamento era finito. Un lungo fidanzamento che aveva fortemente condizionato la sua libertà, al punto che lei, per assecondare un uomo possessivo e molto geloso, aveva finito per perdere tutte le amicizie, rimanendo isolata. Ora finalmente aveva recuperato libertà e allegria e così, per festeggiare se stessa, aveva deciso di andare qualche giorno in montagna. Era eccitata ed entusiasta, e la sua mente non si stancava di elaborare progetti per il futuro. Era padrona di decidere ogni cosa, di andare dove voleva, di sbagliare, anche, senza sentirsi dare della cretina; inoltre non aveva fretta perchè nessuno l'aspettava, nessuno le avrebbe mostrato adirato l'orologio se fosse stata in ritardo, nessuno le avrebbe detto che era inaffidabile, superficiale, confusionaria.
    Pensava tutte queste cose mentre viaggiava in autostrada e si ripeteva che doveva smettere di pensare al passato. Il passato era sepolto e lontano, adesso era il momento del riscatto. Laura era distratta dai suoi pensieri al punto che superò lo svincolo per la località di destinazione. Uffa, pensò, adesso chissà dove andrò  a finire prima di poter tornare indietro! Sembrava che l'uscita successiva non dovesse arrivare mai, ma finalmente, dopo quasi cinquanta km, ecco lo svincolo. Quale località? Quando lesse il nome del paese si ricordò che lì vent'anni prima abitava la sua maestra. Chissà se abitava ancora lì. Velocemente fece i conti e concluse che adesso doveva avere circa settantacinque anni. Laura aveva un bel ricordo di lei, le aveva voluto bene. Nonostante fosse stata una maestra molto severa, aveva  dimostrato sempre un sincero interesse per il futuro di ognuno dei suoi alunni cercando di costruire degli individui con dei princìpi saldi e grandi aspirazioni; si comportava con i bambini come se fossero figli suoi, e i ragazzi tutto questo lo sentivano e accettavano senza protestare anche le sgridate, consapevoli di essersele meritate.  A decidere di andarla a trovare, Laura ci mise solo un attimo. Non conosceva l'indirizzo ma il paese non era grande, infatti la prima persona che interpellò seppe indicarle dove andare.
    "Ah sì, la maestra. Vada sempre diritta fino al secondo semaforo, lì giri a sinistra nel viale alberato, la terza casa a destra è la sua."
    Posteggiò l'auto di fronte ad una bella casa a due piani, elegante e solida; recintata da un muro oltre il quale si intravedevano i rami spogli delle piante da frutta. Di fianco al cancello d'entrata c'era il citofono. Quando premette il pulsante si rese conto di essere emozionata e per un attimo pensò anche che forse non era buona educazione presentarsi a casa di qualcuno senza avvisare, ma ormai era lì.
    "Chi è?"
    "Buongiorno, sono Laura, Laura Gavelli. Lei è la maestra? Sono stata sua alunna."
    "Ti apro."
    Il cancello si aprì e Laura si sentì rassicurata dal fatto che la maestra le aveva subito dato del tu. Attraversò il giardino: un grande bel giardino che sicuramente era stato, in passato, molto curato. Lei era già sulla soglia e le sorrideva. Non era cambiata tanto, e portava ancora la stessa pettinatura dei tempi della scuola: i capelli raccolti dietro la nuca, ma alti e ondulati sulla fronte. Solo che adesso erano bianchi. Il fisico asciutto come allora, e, come allora, una camicetta beige sotto un pullover marrone scuro scollato a vu, una gonna lunga marrone e le immancabili pantofole di panno. Laura sentì  forte il desiderio di abbracciarla e lo fece. La maestra le rivolse uno sguardo divertito e penetrante. I suoi occhi scuri brillavano dietro agli occhiali:
    "Non crederai davvero che mi ricordi di te!"
    Laura si mise a ridere.
    "No infatti, però posso dirle che faccio parte dell'ultima classe di bambini che lei portò fino in quinta elementare. So, perchè mi fu raccontato, che avrebbe dovuto andare in pensione quando noi eravamo in quarta, ma rimandò di un anno perchè potessimo completare i cinque anni senza dover cambiare insegnante. E' vero?"
    "Sì cara, è vero, non ho mai lasciato nulla a metà, e comunque il tuo visetto non è cambiato molto da allora. Vieni, entra. Sono contenta che tu sia venuta a trovarmi, è bello essere ricordati."
    Laura si sentiva completamente a suo agio. La vecchia maestra la guidò in un salotto molto accogliente e entrambe si sedettero in poltrona di fronte al caminetto acceso.
    "Come sta maestra?"
    "Prima di tutto non siamo più a scuola. Mi chiamo Gloria, chiamami per nome, e se mi dai del tu sono ancora più contenta."
    "Proverò, ma sa non è facile, per me lei è sempre la maestra."
    "Bene, io a quest'ora di solito mi faccio il tè. Lo beviamo insieme?"
    Laura la seguì in cucina con naturalezza, come se avesse sempre abitato lì, e si sedette mentre Gloria preparava il tè.
    "Allora Laura, dove stai andando di bello?"
    "Veramente non ho una meta precisa. Volevo solo evadere un po' dalla routine. Ma qui sto bene. E lei, anzi tu, Gloria, vivi qui da sola?"
    "No, vive con me la mia amica Annamaria, ma è andata a trascorrere il Natale con i suoi figli. Voleva che andassi con lei, ma io sto bene in casa mia. Mi sono impigrita un po' con l'età, e poi, cosa c'è di meglio della mia casa!"
    Laura si sentiva talmente a suo agio da pensare che le sarebbe piaciuto rimanere lì per Natale. Così osò:
    "E' bella questa casa, così intima e accogliente. Viene voglia di restare."
    "Puoi restare se vuoi. Io non ho nessun programma speciale per Natale, ma abbiamo ancora un po' di tempo per organizzarci.".
    "Sarà il più bel Natale degli ultimi cinquant'anni" scherzò Laura "Davvero non ti disturbo se rimango qui con te?"
    "Non mi disturbi, anzi mi rendi felice."
    Bevvero il tè in cucina chiaccherando fittamente dei tempi della scuola. Laura ricordava ancora quando Gloria la sgridava dopo l'intervallo di mezza mattina per quanto si era scalmanata, e poi la portava nel bagno, le lavava il viso e la pettinava. "Fammi vedere i denti" le diceva "Te li lavi sempre? Mi raccomando, che se no rimani senza e poi come fai a mangiare?" In classe la maestra camminava fra i banchi, ogni tanto si fermava dietro a un bambino, gli appoggiava una mano sulla spalla e gli accarezzava la testa. Era sempre molto dolce, ma anche tanto esigente. "La buona educazione, l'ordine e la bella calligrafia saranno il vostro biglietto da visita. E poi, con la buona volontà si impara tutto il resto."  E quando vedeva compiti scritti male e trasandati perdeva la pazienza "Queste sono zampe di gallina!". Ma quello che Laura ricordava, anche con un po' di rabbia, era l' annotazione che la maestra scriveva sempre sotto i suoi componimenti d'italiano: "Non è farina del tuo sacco".
    "Perchè Gloria lo scrivevi? Io non ho mai copiato neppure una riga."
    "Lo so, lo so, eri bravina, ma io volevo molto di più perchè avevi le potenzialità, e siccome eri un po' lazzarona, ti tenevo sulla corda. Ma adesso pensiamo al Natale."
    Un'oretta più tardi le due donne a braccetto passeggiavano per le vie del paese guardando le vetrine illuminate, sotto le ghirlande luminose appese per aria da un lato all'altro delle vie. La gente era allegra e frettolosa, intenta agli ultimi acquisti natalizi. I bar e le pasticcerie erano stipati di persone che acquistavano dolci o bevevano l'aperitivo. Famiglie intere che si godevano l'antivigilia di Natale dedicandosi a tante piccole gioiose attività tipiche del periodo. Laura non si sentiva così appagata da anni. Si sentiva bene, libera, e partecipe dell'entusiasmo generale. Non ricordava neppure più quando fosse stata l'ultima volta che aveva passeggiato con sua madre per le strade della città, scherzando e acquistando regali per il Natale. Stava riscoprendo antiche emozioni che le erano state sottratte da quel fidanzamento così esclusivo che l'aveva intrappolata per troppo tempo.
    Strinse più forte il braccio di Gloria fin quasi ad appoggiarle la testa sulla spalla.
    "Io suggerirei un bel bollito per la vigilia. Come si faceva un tempo. Sono giovane ma certe cose le so. Cosa ne dici Gloria? La messa di mezzanotte e al ritorno la classica scodella di brodo."
    "Perchè no! E' da molti anni ormai che non assisto alla messa di mezzanotte. Ci vado volentieri con te. C'è anche il presepe vivente, se vuoi possiamo andare a vederlo."
    Quando rientrarono con le borse della spesa, le posarono sul tavolo della cucina.
    "Che bel calduccio!" Esclamò Laura! Proprio come da bambina.
    D'inverno, quando entrava in classe, Laura diceva così alla maestra. Gloria si soffermò a guardarla mentre si toglieva il giaccone pesante. Era vero, quel visetto sotto il berretto di lana era sempre lo stesso di allora, e anche l'entusiasmo e l'eccitazione per quel Natale imprevisto, erano gli stessi di quando era bambina. Gloria non potè fare a meno di prenderle un attimo il viso fra le mani con tenerezza.
    "Vieni, ti mostro la tua camera."
    Partecipare alla messa di mezzanotte per Laura fu come ritornare indietro di vent'anni. Da molto tempo lei non frequentava chiese, giusto da quando era bambina. Trovarsi in chiesa insieme alla sua maestra poi, rendeva il tutto ancora più irreale. C'era tantissima gente e la cerimonia era molto suggestiva. Quando alla fine della messa il coro e tutti i fedeli intonarono "Tu scendi dalle stelle" lei si commosse e non potè trattenere le lacrime. 
    Tornando a casa a piedi fu tutto un susseguirsi di strette di mano e scambi di auguri. In tanti si rivolgevano a Gloria dandole del tu e facendole notare quanto fosse eccezionale vederla alla messa di mezzanotte. Lei sorrideva  ed aveva una parola gentile per tutti. Laura pensò che la vecchia maestra doveva essere molto amata dai suoi compaesani, e si sentì privilegiata ad essere in sua compagnia.
    A casa, ranicchiata in poltrona davanti al caminetto, sorseggiò insieme a Gloria la scodella di brodo bollente.
    "Abbiamo fatto davvero un bell'alberello, non ti pare?"
    "Sì, è proprio carino."
    Le luci intermittenti illuminavano a momenti il viso di Gloria e il luccichio dei suoi occhi, e Laura si chiese se a luccicare fossero lacrime. Non disse nulla e lasciò che il silenzio di quei momenti riempisse la stanza. Posò la scodella e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Chiuse gli occhi. Mai il silenzio le era sembrato così bello. L'unico rumore era il tic tac dell'orologio a parete. Era completamente serena, in pace con se stessa e col mondo, perfino con quel piccolo individuo del suo ex fidanzato. Si accorse di sorridere di sollievo al ricordo di lui che ormai faceva parte del passato.  La voce di Gloria la distolse dai suoi pensieri.
    "Buon Natale Laura"
    "Buon Natale maestra"
    La mattina di Natale, quando aprì la finestra della sua camera, Laura pensò che quel giardino, innevato sarebbe stato molto romantico. Ma a oriente il cielo era rosa e non si vedevano nuvole, perciò si preannunciava una bella giornata soleggiata, anche se fredda.
    Gloria le aveva preparato la colazione: tè con una fetta di torta che aveva cucinato lei.
    "Speriamo che sia buona, non facevo una torta da anni."
    "Santo cielo, ma a che ora ti sei alzata?"
    "Presto cara, ma mi alzo sempre presto."
    "E' fantastica questa torta."
    Lavorarono insieme in cucina: Laura preparò il sugo e Gloria l'arrosto.
    A mezzogiorno tutto era pronto per il pranzo di Natale, e Laura aveva raccontato a Gloria gli ultimi suoi vent'anni di vita.
    "L'amore deve dare gioia, se fa soffrire qualcosa non va."
    A Laura sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita di Gloria, ma era così evidente e palpabile la riservatezza di lei, che non ebbe il coraggio di chiederle nulla. Invece lei era riuscita a confidarle con estrema naturalezza cose che non aveva mai detto neppure a sua madre. Per tutto il giorno le parlò dei suoi progetti. Non voleva legarsi ad un altro uomo per parecchio tempo e quando avesse deciso di vivere un'altra storia sarebbe stata bene attenta a chi avesse scelto. Non voleva più sbagliare, anche se non voleva neppure rimanere sola tutta la vita.
    "Non siamo fatti per stare soli. Io ho scelto di non legarmi a nessuno però vivo con un'amica. Condividiamo gusti e stile di vita, perciò è una buona convivenza. Ci facciamo reciprocamente compagnia e ci assistiamo quando ci ammaliamo. Ma sola no, non mi piacerebbe vivere sola. Daltronde nella vita non si sa mai: tutto può succedere, ma spero che Annamaria viva a lungo, più di me sarebbe l'ideale. Cosa mi dici dei tuoi genitori? Vogliamo chiamarli e fare loro gli auguri?"
    Laura si sentì immediatamente in colpa, avrebbe dovuto pensarci lei, ma Gloria sembrò intuire il suo stato d'animo.
    "Ho pensato che tu non osassi chiedermi di usare il telefono."
    "No, sinceramente non ci avevo ancora pensato, oggi sono un po' distratta. Comunque ho il telefono cellulare: non ho scuse."
    "Certo, non pensavo più che esistono i telefoni cellulari. Ma chiamiamo dal mio."
    Laura era emozionata.
    "Mamma? Ciao mamma, auguri, buon Natale. Non immagineresti mai dove sono. Sono a casa della mia maestra. Quando torno ti racconto! Passami papà"
    Dopo Laura volle che Gloria parlasse con i genitori.
    "No signora, Laura non mi ha disturbata. Sono contenta che sia qui, anzi spero che tornerà ancora a trovarmi."
    Ma il viso di Laura si era un po' adombrato mentre ascoltava la madre, e poco più tardi informò Gloria che sarebbe dovuta partire l'indomani mattina.
    "Vorrei rimanere di più. Si sta così bene qui, ma mia madre mi ha ricordato una promessa che devo mantenere. Veramente la promessa l'ha fatta lei, ma devo mantenerla io."
    "Le mamme vanno sempre accontentate. Oggi è già una bellissima giornata, e spero che tornerai a trovarmi."
    Dopo quella telefonata sembrò che il tempo si fosse messo a correre. In un attimo fu sera e in altrettanto breve tempo fu l'indomani mattina, e il momento di partire. 
    Laura scrisse il suo numero di telefono su un foglio e con una piccola calamita lo appese alla porta del frigorifero: "Così ogni volta che aprirai il frigo penserai a me, e magari qualche volta mi chiamerai."
    Poi Gloria la accompagnò all'auto. Si abbracciarono e lei rimase a guardare  finche l'auto non scomparve dietro una curva.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:23
    L'OSPITE (Seconda parte)

    Come comincia: Il giorno seguente la prima cosa che stupì Giuliana fu l'accoglienza festosa che i cani riservarono a  Mauro. Lei dava molto credito all'istinto degli animali e  subito ne trasse la conclusione che lui fosse una brava persona. Da parte sua Mauro li accarezzò subito, senza nessun timore, nè preoccupazione di sporcarsi gli indumenti, cosa che a lei piacque subito: chi possiede animali e li ama presta attenzione a certi atteggiamenti, perciò sentì che cominciava a nutrire simpatia per lui.
    "Davvero una bella casa. Complimenti. E intorno un vero paradiso."
    I complimenti da sempre la mettevano a disagio.  Lo invitò ad entrare accompagnandolo subito a vedere la camera; così scoprì che lui amava moltissimo i mobili solidi "di una volta", come li aveva definiti, perchè creano intimità nell'ambiente e sensazione di sicurezza. La camera gli piacque moltissimo, l'entusiasmo era autentico, e lei si rese conto di avere già deciso, in cuor suo, di ospitare Mauro. 
    Una energica stretta di mano suggellò il contratto e Mauro si trasferì da Giuliana.
    Bastò pochissimo tempo perchè lei cominciasse a trattarlo come un famigliare, e lui faceva di tutto per risultare gradito. Era un uomo gentile e quando si trovava in casa non permetteva a Giuliana di eseguire dei lavori troppo pesanti, anche se lei era abituata da sempre a cavarsela in tutte le situazioni. Ci pensava lui con pazienza e precisione, e lei per sdebitarsi lo invitava a cena.
    Il mese di giugno si avviava alla fine. Giuliana sentiva che la presenza di Mauro la rendeva più allegra, anche se lui stava fuori quasi tutto il giorno. Però alla sera quando rientrava prendeva i cani e li portava a giocare e a correre. Lei li guardava da lontano e si chiedeva perchè lui fosse sempre così solo. Possibile che non avesse una fidanzata, un amore. Naturalmente non si sentiva autorizzata a fargli domande sulla sua vita privata, però le sarebbe piaciuto che lui le avesse fatto qualche confidenza. Ormai cenavano insieme quasi ogni sera e lei si divertiva a rielaborare vecchie ricette che non aveva più cucinato da tanto tempo. Dopo cena gustavano il caffè nel giardino e chiacchieravano. Mauro era un buon conversatore, ma sapeva anche ascoltare. Giuliana cominciava a pensare con tristezza che un giorno o l'altro se ne sarebbe andato, e si dava della stupida per avere accettato di ospitarlo: la solitudine che si era imposta per tanti anni l'aveva protetta e preservata da situazioni del genere. Ma ormai le cose stavano così; si era affezionata a lui e si rendeva conto di attendere ogni giorno con impazienza il suo ritorno a casa. Un sabato sera Mauro l'aveva perfino convinta ad andare al locale di Toni a bere qualcosa. Avevano ordinato una caraffa di sangria e altri paesani si erano uniti a loro scherzando con Mauro sul come fosse riuscito a trascinare Giuliana fuori casa. Lei non se l'era presa, anzi aveva riso volentieri con tutti e trascorso una serata piacevole. Tornando a casa lui aveva commentato:
    "Mi avevano descritto il suo brutto carattere, ma io penso che tutti si siano sempre sbagliati."
    Giuliana non aveva risposto perchè sapeva di avere un pessimo carattere che però negli ultimi tempi era migliorato proprio per merito di Mauro. A casa, dopo averci pensato molto, prima di andare a dormire gli aveva posato una mano sul braccio:
    "Penso che potresti cominciare a darmi del tu."
    Le orecchie di Mauro erano diventate color porpora.
    "Proverò. Grazie."
    Il mese di luglio fu, come sempre, molto afoso, ma nella casa di Giuliana il fresco era assicurato. I muri spessi e l'eterna penombra mantenevano una temperatura gradevole che molti in paese avrebbero desiderato, ma non riuscivano ad ottenere poichè lì c'era più cemento che verde, e il giardino pubblico posto proprio al centro della piazza non bastava a garantire un po' di fresco. Nel dehors de "La Pergola" si stava meglio, perciò intere famiglie trascorrevano il pomeriggio, e spesso anche la serata, sotto la vecchia vite. Non era gente che consumava molto, ma Toni era contento di avere intorno i suoi compaesani con alcuni dei quali si impegnava sovente in partite a carte interminabili. Nei lunghi pomeriggi assolati, mentre i genitori chiacchieravano fra loro seduti ai tavolini, i bambini giocavano a pallone nella piazza, oppure si rincorrevano nei giardini. Le ragazzine preadolescenti si radunavano su una panchina e parlottavano ridendo sottovoce mentre si scambiavano improbabili segreti sui loro primi batticuore, e si mettevano in mostra al passaggio dei ragazzi più grandi. Alcuni anziani sistemavano le sedie sulla strada davanti a casa e improvvisavano discussioni su ogni argomento, infervorandosi e cercando ognuno di sovrastare la voce degli altri per farsi sentire, col risultato che tutti gridavano, ma senza capirsi. A metà pomeriggio Toni offriva un ghiacciolo a tutti i bambini, e, se qualche genitore voleva pagare, brontolava timido "offre la casa".
     Anche il mese di luglio volgeva al termine. Giuliana aveva molto da fare nel frutteto e Mauro spesso la aiutava.
    A fine giornata erano stanchissimi. Lei preparava la cena e lui portava Socrate e Platone a giocare nel prato. Luciana aveva telefonato più del solito nell'ultimo periodo e aveva annunciato alla madre il suo arrivo per i primi di agosto.
    "Non ti dispiace vero mamma se trascorro qualche giorno lì?"
    "No che non mi dispiace. Quando arrivi?"
    "Non lo so ancora di preciso, ma penso il giorno tre. Te lo confermerò."  
    Quando sua figlia le aveva confermato il suo arrivo il giorno tre agosto, Giuliana aveva cominciato a pensare di cucinare qualcosa di particolare. Desiderava che fosse veramente una serata speciale da trascorrere insieme in allegria. Quando Luciana arrivò era già sera tardi.
    "Lucetta, eccoti qui finalmente!"
    Erano almeno vent'anni che sua madre non la chiamava Lucetta. Si abbracciarono.
    "Mamma, ma mi avete aspettato per cenare, non dovevate!"
    "Non perdiamo tempo. Lui è Mauro, presentatevi, e poi vieni subito in cucina così mi aiuti a portare i piatti. Sistemeremo più tardi la tua roba."
    "Mamma, ma quanta luce in sala da pranzo! Cosa è cambiato?"
    "Ci ha pensato Mauro. Era troppo buio. Ha creato un gioco di luci per cui dove mangiamo c'è molta luce; invece nell'angolo salotto l'illuminazione è più intima. Bello, vero? Dovrebbe fare l'arredatore."
    La cena fu piacevole e Giuliana si sentiva leggera come non era più accaduto da moltissimi anni.
    Certo non poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo pochi minuti.
    "Mamma, devo dirti una cosa importante: sono innamorata."
    "Che bella notizia Lucetta. E' una cosa seria?"
    "Sì mamma, molto seria."
    "Bene, allora suppongo che presto mi farai conoscere il fortunato."
    Seguì un silenzio che indusse Giuliana a guardare interrogativamente la figlia. Luciana sapeva di non poter più rimandare. Doveva parlare subito. Rivolse un'occhiata a Mauro e lui le sorrise incoraggiante.
    "Lo conosci già mamma.....E' Mauro."
    Fu come se tutti i cristalli della casa fossero andati in frantumi contemporaneamente e il frastuono rimbombasse nella testa di Giuliana, che inevitabilmente reagì.
    "Cosa?"  si alzò con tale veemenza dalla sedia, che la rovesciò.
    Si prese il viso fra le mani e rimase qualche secondo immobile, senza riuscire a guardare la figlia nè Mauro. Poi sollevò il viso con orgoglio e il suo sguardo esprimeva durezza, ma anche smarrimento.
    "Perciò tu....voi...eravate d'accordo! Un inganno!  Perchè!"
    Dopo aver pronunciato quelle poche parole con voce tremante si avviò fuori dalla sala da pranzo. Si sentiva umiliata e anche stupida. Sì, si sentiva soprattutto stupida.
    "Mamma ti prego, lasciami spiegare."
    Ma Giuliana stava già salendo per le scale:
    "Non voglio sentire niente. Voglio rimanere sola."
    "Mamma scusa, mamma ti prego!"
    Giuliana si chiuse nella sua camera e si sedette sul letto. Lacrime di indignazione e di delusione le rigavano il viso. Lacrime che diventarono sussulti e poi singhiozzi. Tutto il dolore, antico e nuovo, si sciolse in un pianto disperato che lei non fu più in grado di controllare. Battè i pugni sul cuscino con forza maledicendo se stessa per la sua debolezza. Poi tutto finì, e lei, stremata,  rimase sdraiata a faccia in giù sul letto, completamente priva di forze e di emozioni.
    Molto più tardi Luciana bussò alla porta della camera:
    "Mamma mi fai entrare? Sono pronta a ripartire domani mattina, ma adesso per favore ascoltami."
    "La porta è aperta". 
    Luciana entrò, si sedette sul letto e provò ad accarezzarle i capelli.
    "Non mi toccare!"
    "Va bene, non ti tocco. Mauro non voleva, ho faticato molto a convincerlo. Sai perchè si è convinto? Perchè ha capito che  stavo solo cercando un modo di arrivare fino a te. Se fossi venuta qui e te l'avessi presentato, tu l'avresti guardato, avresti subito cercato i suoi difetti e avresti detto: "Se va bene a te..." Poi con indifferenza l'avresti collocato insieme a me dietro la porta che hai chiuso  quando me ne sono andata. Ma io non volevo questo. Io volevo raggiungerti, e tu eri così lontana, volevo superare le tue difese e il muro che ti sei costruita intorno, volevo conoscerti come una donna conosce un'altra donna. Perchè io adesso sono una donna, mamma. Quando papà se ne andò, vent'anni fa, non facesti nulla per fermarlo; tu chiudesti la porta dietro di lui e lo cancellasti non solo dalla tua vita, ma anche dalla mia. Non mi hai mai permesso di parlarne. Ho trent'anni e non so ancora perchè mio padre ci lasciò. Gli addii che hai dovuto subìre, da papà, da me, hanno scavato un baratro fra te e il resto dell'umanità, un dolore che non volevi confessare neppure a te stessa, al punto di convincerti di essere felice così. Ho trascorso anni pensandoti ogni sera sola in questa casa, ma sapevo che tu non avresti mai ammesso di sentirti sola. E' vero, ho architettato un inganno e forse non mi perdonerai, ma so che è servito, e sono certa che lo sai anche tu. Da quando Mauro è arrivato in questa casa, durante le nostre telefonate, sentivo la tua serenità, l'allegria; la tua voce era cambiata e avevi perfino imparato a ridere. Oggi mi hai chiamata Lucetta, come quando ero bambina. A tavola stasera ho visto una donna che non conoscevo, ma che avrei voluto conoscere tanti anni fa, e, anche se sapevo che ti avrei procurato sofferenza, dovevo assolutamente aprire questo varco. Tanto mamma, cosa rischiavo di più? Io non ti ho mai avuta."
     Quest'ultima frase della figlia penetrò come una lama nel petto di Giuliana. Mentre Luciana parlava lei l'aveva guardata a lungo come se la vedesse per la prima volta. La voce pacata, gli occhi scuri pieni di malinconia, le mani posate in grembo che non avevano più osato sfiorarla. Sentì che l'ira stava lasciando il posto alla tenerezza. Istintivamente le spostò un ricciolo dalla fronte.
    "Quanto assomigli a tuo padre!"
    Poi le accarezzò il viso pensando che sì, era vero: Lucetta ormai era una donna ed era diventata donna da sola. Luciana non disse nulla. Non voleva rovinare quel momento così unico, il momento in cui sua madre finalmente la vedeva e tentava di parlarle:
    "Non è vero che non mi hai mai avuta. Forse non te l'ho saputo dimostrare, ma tu sei importante, molto importante per me. Quanto a tuo padre, era innamorato di un'altra donna al punto di lasciare una figlia di dieci anni. Se non bastò la tua presenza a trattenerlo, come avrei potuto riuscirci io?"
     Poi tese le braccia verso la figlia:
    "Lucetta, vieni qua." e lei non esitò un attimo. Si lasciò abbracciare, e madre e figlia rimasero così a lungo, in silenzio. Poi Giuliana accarezzò ancora il viso della figlia:
    "Non è facile per me Lucetta."
    "Lo so mamma, ma ci sono io, ed io non aspetto altro che di essere la tua famiglia. Noi siamo una famiglia, mamma, e adesso c'è anche Mauro che è un uomo buono e gentile. Un uomo che si è tanto affezionato a te e che in tutto questo periodo si è sentito profondamente a disagio perchè sapeva che ti stava ingannando."
    "Oh, Mauro!" Giuliana sembrò ricordarsene all'improvviso.
    "Non preoccuparti mamma. Si è addormentato sul divano del salotto. Lo vedrai domani mattina."
    Tutti i sentimenti negativi si erano stemperati adagio nella penombra della camera. Di nuovo Giuliana fu presa da quella meravigliosa sensazione di leggerezza che la rivelazione della figlia di poche ore prima aveva  troncato violentemente. Sì, ora era tutto chiaro: perchè Mauro le era sembrato sfuggente; perchè Socrate e Platone l'avevano festeggiato; perchè lui cercava sempre di non entrare in confidenze che non sarebbe riuscito a gestire. Concluse che i due mesi appena trascorsi non dovevano essere stati facili per lui. Poi pensò a se stessa e a quanto avesse da recuperare e da costruire. Sospirò e chiuse gli occhi.
    Poche ore dopo si svegliò all'improvviso. La luce del mattino inondava la stanza e lei si rese subito conto  che era tardi. Corse  al piano di sotto, doveva dar da mangiare a cani e gatti, ma quando fu in cucina vide che era già stato fatto ed era anche stata cambiata l'acqua nelle ciotole. Tornò allora in camera e spalancò la finestra. Nel prato c'erano Luciana e Mauro che facevano giocare Socrate e Platone con un pallone mezzo sgonfio e tutto masticato. Tutti e quattro si stavano divertendo moltissimo.
     E lei si sentiva bene come mai prima. Li salutò con un gesto.
    "Mamma, ho telefonato a Toni e gli ho detto che oggi andiamo a pranzo là."
    Giuliana non ritenne di dover parlare con Mauro di quanto era successo la sera prima. Bastò un sorriso fra loro per chiudere la vicenda.
     A mezzogiorno nel dehors de "La Pergola" una lunghissima fila di tavolini era apparecchiata sotto la vecchia vite e quando Giuliana, Lucetta e Mauro arrivarono, molti paesani avevano già preso posto a tavola. Ci fu un lungo applauso di cui lei non capi' il motivo. Capì solo che loro tre non erano lì per caso, ma che tutto era già stato organizzato prima. Poi Mino invitò tutti a un brindisi.
    "Brindiamo a Luciana e Mauro che si sono fidanzati. Sapevo che esiste il colpo di fulmine, ma uno così non l'avevo mai visto: Lucetta è arrivata ieri sera e oggi è già fidanzata."
    Tutti alzarono il bicchiere gridando "bravi" e "auguri", e Mino strizzò l'occhio a Giuliana che lo trafisse con un'occhiata che diceva: "Con te farò i conti".
    Quando ci fu di nuovo silenzio il vecchio Toni si alzò:
    "Devo dire qualcosa anch'io. Era da tempo che desideravo ritirarmi perchè sono vecchio e vorrei riposarmi. Ho avuto una proposta molto interessante, persone giovani con un progetto di rinnovamento del locale che potrà attirare gente anche da fuori. Sono molto contento di affidare il mio lavoro di tutta la vita a due persone come Lucetta e Mauro che sicuramente non mi faranno rimpiangere la mia decisione. Perciò alziamo i bicchieri e brindiamo a questi due ragazzi coraggiosi che hanno deciso di investire il loro denaro nel nostro piccolo paese. Auguri!"
    "Allora vivranno qui" pensò Giuliana. Era incredula e felice. "Vivranno qui."
    Lucetta era accanto a Toni in quel momento, lontana da sua madre che potè raggiungerla soltanto con lo sguardo, proprio nello stesso istante in cui la figlia cercava il suo. Si guardarono a lungo negli occhi, e Giuliana non ebbe  più coscienza di nulla al di fuori del loro intimo muto dialogo.
     Allora sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e infilò la mano nel taschino della camicia per prendere gli occhiali da sole, ma li aveva dimenticati a casa.

  • 27 novembre 2016 alle ore 20:21
    L'OSPITE (Prima Parte)

    Come comincia: Giuliana non abitava in paese. Per raggiungere casa sua bisognava percorrere la strada sterrata che si snodava solitaria in mezzo alla campagna, e dal paese portava alla frazione più vicina. Non c'era nulla che indicasse dove fosse l'abitazione, ma tutti conoscevano Giuliana, e tutti abbozzavano un sorrisetto  malizioso quando venivano interpellati su di lei: ciò soltanto perchè era considerata una persona un po' strana. In realtà non c'è nulla di strano in una persona che ha scelto di vivere sola e  di dare poca confidenza agli altri, ma si sa che la gente fa presto a etichettare qualcuno di cui non  capisce granchè. Il marito di Giuliana se n'era andato da tanti anni e anche sua figlia Luciana era partita appena raggiunta l'età adulta. Al contrario del marito che non si era più fatto vivo, la figlia spesso le telefonava vincendo l'imbarazzo di lunghi silenzi in cerca di qualcosa da dire, che non trovava. Dopo aver pronunciato le solite parole di rito "Ciao come stai?" ed avere ricevuto la risposta "Bene grazie" lei non sapeva più cosa dire e il silenzio di sua madre certamente non l'aiutava. Daltronde c'erano periodi in cui quest'ultima sembrava indifferente a tutto, chiusa in un suo mondo personale che escludeva chiunque. Da quando poi la figlia era partita Giuliana non aveva più interferito nella sua vita, rispettando la sua riservatezza. Luciana però le voleva molto bene e spesso si domandava come fosse veramente, sua madre, sentendo un grande desiderio di conoscerla al di là dei loro rispettivi ruoli. Giuliana, da parte sua, aveva accettato senza discutere la partenza del marito ed anche quella della figlia. Riempiva le sue giornate al massimo in modo da non avere alcuna residua energia per pensare troppo, specialmente prima di dormire. Era una persona diretta, per certi versi austera, che andava diritta all'essenziale, molto intransigente con se stessa, ma sempre pronta a giustificare gli altri, anche se preferiva di gran lunga tacere, a meno che non venisse incalzata con insistenza. Chi la conosceva la provocava di proposito, ben sapendo che correva il rischio di sentirsi dire cose indesiderate, ma sicuro che niente e nessuno avrebbe potuto condizionare ciò che lei avesse avuto da dire. In casa sua non c'era uno specchio che la ritraesse intera, ma anche se ci fosse stato lei avrebbe sicuramente continuato a vestirsi davanti alla finestra con gli indumenti più comodi che avesse avuto a portata di mano: un paio di pantaloni di velluto in inverno, e jeans in estate; una maglia o camicia assolutamente grande con le maniche corte, e scarpe adatte alla campagna. Lo specchio nel bagno le serviva giusto per una ravviata veloce ai capelli corti e bianchi. Se l'espressione perennemente accigliata del suo sguardo non avesse scoraggiato chiunque da qualunque tipo di approccio, e qualcuno si fosse soffermato a guardare nei suoi occhi chiari, si sarebbe potuto rendere conto che in realtà essi erano pieni di dolcezza. Forse proprio per questo lei li nascondeva dietro  grandi occhiali da sole. La sua giornata era ricca di attività: il giardino la occupava moltissimo e poi la terra coltivata a verdura. Giuliana camminava fra le file di piantine, chinandosi ogni tanto a nettarne qualcuna, attenta a non sciupare nulla. La sua vita era lì, nel silenzio umido della serra dove lei poteva respirare profondamente la natura spiando la crescita di quei virgulti di un tenero verde che si irrobustivano ogni giorno di più. Fuori i suoi due cani rimanevano in attesa per correrle incontro scodinzolanti appena  usciva dalla serra, pronti a ricevere le carezze a cui erano abituati e che lei certamente non faceva mancare a nessuno dei due. Li aveva presi al canile. Non li aveva scelti: non venivano adottati perchè di grossa taglia e bisognosi di spazio. Lei non ci aveva pensato un attimo e se li era portati a casa. Li aveva chiamati Socrate e Platone in nome del suo antico desiderio di dedicarsi agli studi di filosofia che tanto l'avevano affascinata quando aveva iniziato le scuole superiori, ma che era stata costretta ad interrompere. Socrate era un pastore tedesco di otto anni, solido e intelligente. Platone era un bellissimo pastore maremmano bianco, astuto, un po' ribelle e giocherellone. Anche lui aveva otto anni. I due cani erano cresciuti insieme e si facevano molta compagnia. Tutto il giorno vivevano all'aperto, ma alla sera entravano in casa ed ognuno di loro aveva il suo posto preferito. Socrate si sdraiava sotto il tavolo della cucina e, facendo finta di sonnecchiare, spiava ogni movimento di Giuliana ed anche dei due gatti che se ne stavano raggomitolati sulle sedie. Platone invece si sdraiava davanti alla porta d'ingresso della casa, sopra una stuoia che ormai gli apparteneva. Cani e gatti vivevano tranquillamente insieme e spesso si rincorrevano giocando, con grande preoccupazione di Giuliana che vedeva in pericolo mobili e suppellettili varie, così quando non ne poteva più, cercava di cacciare tutti fuori casa. I gatti saettavano velocissimi verso l'uscita: fra i due Chicco era il più timido e con poche falcate si proiettava sopra un armadio da dove teneva sotto controllo la situazione; Tigre invece era permaloso: si fermava di fronte alla porta d'ingresso e gonfiava la coda rivolgendo a Giuliana un miagolio indispettito prima di andarsene con fare sussiegoso. Lei amava tutti i suoi animali, il giardino, la serra, e quella casa che la faceva sentire protetta. In casa le piaceva la penombra, specialmente in certi pomeriggi d'estate quando si accomodava sulla poltrona preferita e scrutava segmenti di raggi di sole che filtravano attraverso le gelosie accostate rendendo sonnolenta l'atmosfera della sala. Giuliana socchiudeva gli occhi e si abbandonava ad un breve riposo nel silenzio  interrotto soltanto dal tic-tac dell'orologio a pendolo. A volte si addormentava, ma non era un sonno profondo, era solo una specie di dormiveglia in cui realtà e fantasia si mischiavano, e dal quale si destava all'improvviso  con uno spiacevole senso di disagio. Allora si alzava in fretta e correva in bagno a lavarsi il viso, come a scacciare ombre indesiderate. Poi si preparava il caffè e andava a sorseggiarlo in giardino. Appena si sedeva sulla panca accanto al roseto, Socrate e Platone si sdraiavano col muso appoggiato ai suoi piedi e rimanevano immobili, ma con i sensi attenti a captare la più piccola vibrazione, il più impercettibile movimento di lei.
    In un pomeriggio d'estate, mentre beveva il suo caffè in giardino, i cani drizzarono le orecchie all'improvviso e si misero ad abbaiare. Poco dopo Giuliana sentì il cigolio dei freni di una bicicletta.
    "Buoni...buoni" Fece tacere i cani e andò verso il cancello.
    "Ah, sei tu. Ciao. Cosa succede?"
    Era Gelsomino detto Mino. Tutte le volte che Giuliana pensava a lui si chiedeva come avessero potuto i genitori appioppargli un nome del genere. In paese tutti conoscevano il suo nome per intero, ma soltanto i bambini si permettevano di deriderlo. Mino ormai era abituato e non se la prendeva più.
    "Ciao Giuliana, come va? Non ti si vede quasi mai."
    "Sto bene, grazie. Non sarai venuto fin qui per chiedermi come sto!"
    "No no, certo. Stammi a sentire. C'è un giovanotto in paese, un bravo ragazzo che avrebbe bisogno di una sistemazione per un certo periodo, solo per qualche mese.  Abbiamo pensato che tu hai una casa tanto grande e che magari potresti......"
    "Non se ne parla. Non voglio estranei in casa." Giuliana era irritata. "Come può venirvi in mente una cosa del genere? Io sono una donna sola...."
    Mino rise.
    "Donna sola! Tu sei un ariete, una testa di cuoio, un Rambo!"
    "Va bene, pensa ciò che vuoi. Non se ne parla."
    Mino la conosceva da tutta la vita e capì che come primo raund era sufficiente. Doveva lasciarle il tempo di pensarci, e poi tornare alla carica. Ma mentre se ne andava le gridò:
    "Guarda che è disposto a pagare bene!"
    "Vatteneeeeeee" L'urlo di Giuliana lo investì mentre già pedalava a tutta velocità verso il paese chiedendosi perchè mandavano sempre lui nelle missioni più pericolose.
    Lei rientrò in casa.  "Rambo" rise fra sè, scuotendo la testa.
    Ma cominciò a pensare alla proposta. Era contrariata che la sua tranquillità fosse stata disturbata, ma non poteva fare a meno di pensarci. Così la sera stessa decise che aveva bisogno di un consiglio e telefonò a sua figlia Luciana.
    "Pronto..mamma???" Luciana si chiese se fosse andata a fuoco la casa, o addirittura il paese intero, o fosse imminente la fine del mondo. Non aveva memoria che sua madre l'avesse mai chiamata da quando era partita.
    "Mamma! Stai bene? Cosa è successo?"
    "Ma sì, sto bene."
    Giuliana raccontò i fatti alla figlia e lei espresse la sua opinione.
    "Mamma, almeno accetta di conoscerlo. Magari è una brava persona, la casa è grande, e la presenza di un uomo in casa può sempre convenire."
    "Ho i miei cani!"
    "Certo certo mamma, ma i cani sono pur sempre cani" Luciana si rendeva conto di muoversi su un terreno minato e decise di andare all'attacco.
    "Mi hai telefonato per avere un consiglio. Io te l'ho dato. Adesso vedi tu."
    "Questa è una risposta. Grazie." 
    Più tardi Giuliana decise che in fondo non c'era nulla di impegnativo nell'incontrare il ragazzo, e al tempo stesso lei avrebbe potuto farsi un'idea più precisa. Va bene che tanto le persone non si conoscono mai, rifletteva fra sè, perciò il rischio c'era sempre, però sì, conoscerlo era una buona idea. Così se ne andò a dormire pensando che l'indomani sarebbe andata in paese e avrebbe risolto la questione.Quando si svegliò l'orologio segnava le cinque e un quarto. Era davvero presto e avrebbe dormito volentieri ancora un po', ma quando il cervello si mette in azione, come fermarlo? Così decise di alzarsi, immediatamente seguita dai suoi quattro animali. Preparò le ciotole col cibo per Chicco e Tigre e poi per Socrate e Platone. Li accarezzò con tenerezza mentre cominciavano a mangiare e cambiò l'acqua nei recipienti come faceva ogni mattina affinchè l'avessero sempre fresca. Mentre preparava il primo caffè della giornata, il più gradito, si domandò se avere una persona in casa l'avrebbe costretta a modificare le sue abitudini, e si chiese anche come avrebbe potuto conciliare la presenza di un ospite con quella di due cani e due gatti che da sempre vivevano la casa senza alcuna restrizione. C'era però una stanza in cui gli animali non erano mai entrati perchè era chiusa da molti anni, ed era proprio la camera destinata ad eventuali ospiti. Per gli animali non sarebbe cambiato nulla. Ricordando la camera per gli ospiti, subito le venne la curiosità di andare a darle un'occhiata per capire come si  potesse presentare agli occhi di un estraneo. Salì al piano di sopra e si fermò esitante davanti alla porta chiusa: quella era stata la camera di suo padre. Quando si decise ad aprire, appena accesa la luce, subito lo immaginò seduto sulla poltrona con un libro o un giornale in mano come era solito stare. Corse ad aprire la porta finestra ed uscì sul balconcino proprio mentre l'alba irradiava la sua prima luce. Aveva bisogno di respirare profondamente per controllare l'emozione. Sotto di lei la serra e di fianco il frutteto. Suo padre aveva creato e amato tutto questo, e anche quando si era ammalato e non aveva più potuto dedicarsi alla sua campagna, si sedeva in sedia a sdraio sul balconcino e si interessava ad ogni problema pretendendo di risolvere ancora lui ogni cosa; era convinto che nessuno fosse alla sua altezza. Un autentico combattente, a volte insopportabile, che aveva lottato contro il male con determinazione fino a che, purtroppo, le forze avevano cominciato ad abbandonarlo. Giuliana ripensò agli ultimi tempi in cui lui ormai era quasi del tutto consumato dalla malattia e i suoi occhi diventavano sempre più grandi e smarriti in un viso sempre più scarno. La commozione le riempì gli occhi di lacrime che lei lasciò scendere liberamente per pochi istanti; poi sospirò e rientrò per dare un'occhiata all'insieme. La camera era spaziosa e attrezzata di tutto: letto, armadio, comodino, e una scrivania proprio accanto alla poltrona; certo i mobili erano vecchi, anche se belli e solidi, e daltronde tutta la casa era stata arredata parecchi anni prima. Decise che in fin dei conti l'ambiente era discretamente accogliente. Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri.
    "Pronto"
    "Ciao mamma, sono io. Allora cosa hai deciso?"
    "Oggi vado a conoscerlo."
    "Bene, sono contenta. Ti chiamo stasera. Ciao"
    Era mattino inoltrato quando il telefono squillò anche a casa di Mino che certamente non si aspettava di sentire la voce di Giuliana.
    "Ciao Mino, sono Giuliana. Ho deciso di conoscerlo, il giovanotto, ma solo di conoscerlo, senza nessun impegno, giusto per farmi un'idea. Chiaro?"
    L'appuntamento fu deciso per le ore 17 di fronte all'unico bar-trattoria-bazar, e chi più ne ha più ne metta- nell'unica piazza del paese.
    Anche se Giuliana cercava di non dare troppa importanza al fatto, quella non poteva essere una giornata come le altre, e non lo fu. Si impegnò a fondo nella pulizia della casa, e poi nella serra e nel giardino. A mezzogiorno era stanca e non aveva voglia di cucinare perciò si preparò un'insalata. Prima di sedersi a tavola andò nella stanza da bagno per mettersi un po' in ordine. Lì, davanti allo specchio posto sopra il lavandino, si soffermò a lungo, come da tempo non succedeva, e si specchiò avvicinandosi quasi a sfiorare lo specchio, passandosi la mano sul viso e indugiando sulle rughe più profonde. Constatò quanto si fosse assottigliata la sua pelle, anche se ancora liscia e vellutata, decidendo che, in conclusione, non stava invecchiando poi così male.
    Quando ebbe finito di mangiare l'insalata e la frutta se ne andò in giardino a bere il caffè, scherzando con Socrate e Platone che le scodinzolavano intorno col rischio di farla inciampare.
    "Allora, cosa ne dite? Mi dovrò vestire elegante oggi? O come al solito!"
    I due cani la guardavano come se volessero risponderle mentre lei li accarezzava e scompigliava loro il pelo affettuosamente. Poco distante, Chicco e Tigre se ne stavano sdraiati al sole e, sornioni, osservavano la scena, apparentemente indifferenti, ma lei che li conosceva bene sapeva che quel certo modo nervoso di leccarsi a intervalli la zampetta denotava una mal dissimulata gelosia. Così si alzò e andò a coccolarli un po'.
    Alle 17 in punto la vecchia bicicletta nera di Giuliana, con lei sopra in jeans, camicia e occhialoni scuri, frenò cigolando di fronte a "La Pergola".
    Ecco, quello che aveva di bello il bar-trattoria ecc.ecc., era la pergola antistante il locale: una vecchia vite che faceva da tetto a sedie e tavolini, e in quel periodo già ricca di grappoli d'uva in via di maturazione. Neanche a dirlo, il cartello "La Pergola" campeggiava a destra dell'entrata del bar, in una scritta multicolore, chissà perchè, verticale. A sinistra invece un cuoco di cartone dal viso tondo e rubicondo invitava la gente ad entrare. Tovagliette a quadretti bianchi e rossi ed altre a quadretti bianchi e blu ornavano i tavolini, e cuscini delle medesime fantasie rendevano più allegre ed anche più comode le semplici sedie di formica e metallo. Il dehors era delimitato da grossi vasi di fiori variopinti in piena fioritura: da sempre una grande passione del proprietario.
    Giuliana riteneva tutto ciò una inutile mania di grandezza, prerogativa del vecchio Toni che pareva non essersi ancora reso conto di vivere in un paese in cui nessuno poteva capitare per caso, ed era altresì molto improbabile che qualcuno avesse un qualsiasi motivo per recarvisi. Eppure non avrebbe saputo immaginare la piazza senza il locale di Toni con i suoi colori e la sua allegria. Chissà cosa ne sarebbe stato del locale, quando lui non ci fosse stato più! Giuliana sospirò e si guardò attorno. In un angolo del dehors vide subito Mino seduto ad un tavolino insieme al giovanotto. Chiaccheravano sottovoce davanti a due bicchieri di vino, anzi di sangrìa. Lei lo capì guardando la caraffa nella quale erano ben visibili pezzi di frutta nonostante il vetro appannato. "Vecchia volpe!" pensò. Mino sapeva molto bene che a lei piaceva la sangrìa, e giocava le sue carte. Lui la vide e le fece un cenno. Lei si tolse gli occhiali per educazione, li infilò nel taschino della camicia e si avviò verso di loro.
    Il "giovanotto" si chiamava Mauro e la prima cosa di cui si rese conto Giuliana fu che lui non era così giovane come lei aveva immaginato. Era un uomo di almeno trentacinque anni, cordiale, dall'aspetto piacevole. Le piacquero di lui anche l'abbigliamento semplice e comodo e il modo di interloquire diretto ma educato.
    "Io non ho niente contro gli animali" le stava dicendo "non mi dànno alcun fastidio, anzi mi piacciono."
    La risposta di Giuliana arrivò immediata e secca.
    "Non mi sono posta questo problema. Semmai mi sono posta il problema che i mei animali potrebbero non gradire la sua presenza."
    Le orecchie di Mauro diventarono di fuoco e lei capì che era timido, ma anche permaloso. Nella sua vita aveva visto arrossire tante persone, ma mai nessuno di cui arrossissero soltanto le orecchie. Questo la divertì e pensò che se davvero Mauro avesse vissuto in casa con lei, le sue orecchie sarebbero andate a fuoco molto frequentemente. Così abbozzò un mezzo sorriso che non sfuggì a Mino che non aveva capito niente, ma subito le riempì il bicchiere, ligio al vecchio detto "il ferro va battuto finchè è caldo".
    Si lasciarono cordialmente e con la promessa che il giorno seguente Mauro sarebbe andato a farle visita. Mentre tornava a casa in bicicletta lei si sentiva bene. Il suo sguardo avvolgeva i campi e gli alberi mentre le sue narici assorbivano il profumo della campagna. Il vento le andava incontro accarezzandole il viso e lei socchiudeva gli occhi felice. Sorrise quando sentì l'abbaiare festoso dei suoi cani che già da lontano l'avevano sentita arrivare. Cosa mai avrebbe potuto desiderare di più? A casa dovette frenare il loro entusiasmo per non essere buttata per terra.
    "Buoni, buoni" rideva, mentre si sottraeva agli assalti affettuosi di Socrate e Platone. "Buoni, mi fate cadere!"
    Quando finalmente riuscì ad entrare in casa, si lasciò cadere nella poltrona preferita e rimase lì a pensare. Mentre accarezzava i suoi cani che le avevano appoggiato la testa in grembo, rivide il viso di Mauro:un viso dai lineamenti marcati sotto una capigliatura castana un po' riccia e certamente non facile da dominare. Leggere ombre azzurrine  sotto agli occhi chiari conferivano al suo sguardo un'espressione malinconica e, unite alle mascelle angolose e il naso sottile, costituivano un insieme vagamente ascetico. Ma  le labbra morbide e ben disegnate ispiravano sensualità e scoprivano nel sorriso una bellissima dentatura. Un uomo curato, attento a se stesso, sicuramente dotato di fascino, ma con qualcosa di sfuggente che Giuliana istintivamente avvertiva.
    "Eccomi già qui a elaborare congetture" pensò alzandosi di scatto.
    "Avanti ragazzi, andiamo!" E corse fuori inseguita da cani e gatti: sapevano che era giunta l'ora più bella della giornata: l'ora del gioco.

  • 02 novembre 2016 alle ore 9:35
    LA MIA INFINITA MALINCONIA

    Come comincia: Ieri ho trascorso un po' di tempo con mia figlia che adesso ha 45 anni. Mi sono stupita di quante cose ci siano ancora sempre da dire, nonostante noi due abbiamo parlato tutta la vita. Lei si è tolta qualche sassolino dalla scarpa, rispetto a fatti relativi
    alla sua infanzia, alla scuola, alle incomprensioni e ingiustizie subìte certe volte, visto che io credevo sempre agli insegnanti e mai a lei. E' stato un confronto come tanti altri, leggero e senza recriminazioni, perfino allegro in qualche passaggio. Poi lei se n'è andata. Io però mi sono trovata messa di fronte ai miei limiti di allora, come madre, come educatrice, come "ascoltatrice" di mia figlia. Ero proprio un bel disastro. Sono rimasta per tutta la sera impigliata nel percorrere a ritroso il cammino fino all'inizio, fino alla sua nascita. Nel letto prima di addormentarmi mi sono accorta che mi scendevano le lacrime e così mi sono detta: abbi il coraggio, abbi il coraggio di pensarci, di tuffarti in quel periodo, il terribile periodo della sua nascita. Abbi il coraggio di ricordare chi eri tu: una giovanissima selvaggia, irresponsabile e recalcitrante a qualunque tipo di regola,
    ad ogni imposizione, una persona che viveva "secondo natura". Tutto ciò che accadeva, accadeva e basta. Era giusto che fosse così. La nascita? La nascita era un fatto che seguiva le leggi di natura quindi perché preoccuparsi, perché informarsi, perché andare dal ginecologo? Forse il ginecologo mi vide due volte in tutto il periodo. Attendevo tranquillamente che la mia bambola (o bambolotto) venisse al mondo, quella bambola che avrei coccolato, pettinato, vestito e spogliato, proprio come facevo quando
    giocavo da piccola. Quando tornai a casa dall'ospedale mi resi conto che il mio sogno si era concretizzato all'improvviso nelle sembianze di un esserino urlante del quale io non capivo assolutamente nulla. Io non sapevo cosa fare, sapevo solo che la sua voce
    potente mi penetrava il cervello come una lama e mi sembrava di impazzire: lei piangeva sempre, non dormiva mai, e io piangevo sempre e crollavo con lei in braccio. Non sapevo niente, come tenerla in braccio, come cambiarla, ma soprattutto come capire ciò che voleva e come farla stare zitta. La mia tristezza era così profonda, la mia malinconia così infinita, il senso di solitudine così devastante! Suo padre non c'era mai e quando c'era, invece di aiutarmi, se la prendeva con me che "non ero all'altezza". Come se io non me ne rendessi conto! Io e lei, lei e io. In quella casa in collina, lontana dal paese, lontana dalla gente, dove non si poteva nemmeno uscire a fare la spesa perché intorno non c'era niente. Cosa c'era in me che non andava! Perché vedevo soltanto mamme contente con il loro bambino in braccio, ed io invece ero così infelice? La mia bambina, così tanto desiderata, era finalmente una realtà eppure io pregavo soltanto che si addormentasse per potermi riposare il cervello.
    Dove erano le gioie della maternità? Dov'era la mia bambola? E io chi ero? Ero una madre indegna?
    Ieri sera mi sono detta: però poi ne sei uscita, come hai fatto? Non lo so, non ricordo come ne uscii, forse ero più forte di quanto io stessa immaginassi. 
    So soltanto che quando mi sono addormentata le lacrime scendevano ancora a suggellare l'unico ricordo che mi è rimasto di quel periodo: la mia infinita malinconia.

  • 24 settembre 2016 alle ore 9:28
    "Si fa ma non si dice"

    Come comincia: Se c'è un cosa positiva dei tempi moderni, è che finalmente si può parlare liberamente di sesso. Ne parlano tutti, perfino in tv in fascia protetta. E non solo si parla di sesso, ma anche di fantasie erotiche, di desideri più o meno leciti, si fanno allusioni e doppi sensi, insomma ormai l'argomento è sdoganato e sono poche le persone che si sentono imbarazzate o scandalizzate da questo fatto. Però, però, però...non è stato sempre così. Tempo addietro, diciamo circa quarantacinque anni fa e dintorni, di sesso non si poteva parlare in pubblico. Ma non si creda che in tutti i tempi gli individui non si siano abbandonati a fantasie e trasgressioni, se non altro nella loro intimità. Io e il mio compagno di allora, ad esempio, avremmo desiderato andare insieme a vedere un film a luci rosse. Allora per vedere un film del genere non c'era altra soluzione che andare al cinema. Già, ma chi aveva il coraggio di andare a infilarsi in una di quelle sale un po' equivoche dove si potevano trovare certe pellicole! Lui mi diceva che avremmo potuto essere visti da qualcuno che ci conosceva, e inoltre mi sarei certamente trovata in una sala piena di soli uomini e sarebbe stato imbarazzante. Era inutile che io continuassi a ripetere che a me non importava proprio niente di entrambe le cose. Sembrava che quello fosse un desiderio irrealizzabile. E invece si presentò l'occasione quando decidemmo di trascorrere un fine settimana a Sanremo. Arrivammo nel pomeriggio, trovammo l'albergo e in camera depositammo tutte le nostre cose. Poi, come fanno i turisti, andammo a fare una passeggiata nelle viette interne della cittadina, e guarda un po', abbastanza vicina al nostro albergo c'era una sala dove veniva proiettato un film a luci rosse. Ci guardammo un attimo pensando la stessa cosa. Lì non ci conosceva nessuno, e così la sera stessa entrammo, come due ladri, nella sala, nel buio più totale, e ci sedemmo in fondo vicino all'uscita. Io entrai immediatamente in crisi di identità. Come mai certe scene mi facevano tanto effetto? Avevo 21 anni e mi stavo chiedendo se per caso non fossi una guardona e ne fossi assolutamente inconsapevole, o se il mio, diciamo così, turbamento, fosse normale. Non so se fu per la novità, o l'agitazione, magari la sorpresa di vedere cose che non mi aspettavo di vedere, non trascorse molto tempo che fummo tutti e due cotti a puntino. Decidemmo di lasciare la sala e guadagnare velocemente la nostra camera in albergo. Camminavamo veloci, e dai dai, presto presto, corri corri, come se tutto dovesse svanire da un momento all'altro, raggiungemmo l'albergo e la camera. Entrati, in preda a sovra eccitazione, dopo qualche movimento scomposto e affannato, ci abbattemmo sul letto con la violenza di uno tsunami. Ma il letto non era un letto vero, sembrava soltanto. In realtà erano due reti solo avvicinate, con due materassi sopra, singoli, tenuti insieme dal lenzuolo di sotto. Così non resse l'assalto e in men che non si dica, fra cigolii e tonfi si aprì miseramente al centro e io precipitai nel baratro raggiungendo in un attimo il pavimento avvolta dal lenzuolo di sotto a mo' di amaca. Lui se ne stava per aria a braccia aperte, e gambe divaricate una su un materasso e l'altra sull'altro come a volerli strenuamente tenere assieme, in precario equilibrio, e ancora sbigottito. Pensai che sembrava un ranocchio e naturalmente tutto finì in una risata. Quella sera imparai che il confine fra ”arrapamento” e comicità è molto sottile, quasi impercettibile, e cercai di non dimenticarlo mai. 

  • 04 settembre 2016 alle ore 21:53
    Quando muore la mamma

    Come comincia: Quando muore la mamma e hai tredici anni non hai nessuna idea di quello che sta capitando. Ti guardi attorno e osservi, come da lontano, tutto quel via vai di persone, di saluti, di lacrime, di commenti a bassa voce. Guardi annichilita quel drappo nero incrociato a mo' di sipario, enorme, impressionante, pieno di frange argentate, appeso alla porta d'ingresso di casa tua. Anche perché tu non c'eri, la famiglia ti ha mandata a dormire altrove, sei piccola per farti affrontare il caos di una notte così. Sì, perché era notte. Anzi prima era sera, e mia madre era seduta in poltrona in un angolo della cucina e aveva mal di denti. Io continuavo ad andare avanti e indietro fra la sala e la cucina perché dovevo farle firmare un cinque in un compito in classe e non sapevo come fare a dirglielo. E poi il malore, la perdita di conoscenza, l'ambulanza e basta, tutto finito. Venni portata via e il giorno dopo quando tornai tutto era cambiato. Il passato era morto, la mia infanzia era morta, e con lei la mia preadolescenza. Niente sarebbe stato più come prima. Ma com'era prima? A tredici anni non si sa com'era prima e neppure come sarà dopo. A tredici anni ti infastidisce la carezza, l'abbraccio, di chiunque sia lì a compiangerti perché non hai più la mamma. A tredici anni sbuffi, rifiuti, vai a nasconderti lontano da tutta la gente senza sapere cosa vuoi cercare e dove vuoi cercarlo. Vuoi solo toglierti da dosso tutto l'appiccicume delle persone insistenti, il brusio delle preghiere che ognuno recita sottovoce per conto suo, la pietà, e anche il continuo ripetere del come è accaduto, quando è accaduto, perché è accaduto. Andai a sedermi sui gradini che davano nell'orto cercando un po' di solitudine, di quiete, ma adesso lo so, allora non lo sapevo. Cosa cercavo? Tutto lo sconvolgimento del mio essere non mi era chiaro, non lo sentivo, non sapevo cosa provare, non provavo nulla. Oppure? A tredici anni non si sa, e a un tratto il piacere di indossare un paio di calze grigio fumo di nylon, così da adulta, così giuste per abbellire le esili gambe di una ragazzina che stava crescendo, sembrava dovesse cancellare tutto il resto. La camera ardente era stata preparata in sala, tutti gli specchi coperti da drappi scuri, allora si usava il buffet e il controbuffet e c'erano specchi dappertutto. Mi madre era stata adagiata sul tavolo e l'unico libero da drappi era il pianoforte. Nel pomeriggio mi trovai non so come e perché sola con lei in sala. La guardavo con la mente vuota, assolutamente vuota, ma poi d'istinto sollevai il coperchio del pianoforte. Da poco avevo imparato il brano che a lei piaceva tanto: la Barcarola op.30 di Mendelssohn Così mi misi a suonare, ma subito arrivò un adulto, non ricordo chi, che mi sgridò severamente: come potevo suonare il piano in un momento del genere! Certo, come potevo suonare! Io volevo solo suonare per lei, non sapevo perché, ma sì mi convinsi che era sbagliato. A tredici anni mi convinsi che era sbagliato, oggi so che non era sbagliato. Quando muore la mamma e hai tredici anni ti abitui a non pronunciare più la parola "mamma", ma col passare del tempo ti ritrovi ogni tanto a pronunciarla sottovoce per sentirne il suono, per riprovare un'emozione lontana, sommersa in fondo al tuo essere, ma sempre così presente e consolante. Peccato, mamma, che tu te ne sia andata prima che io abbia potuto conoscerti e prima che tu abbia potuto raccontarmi chi eri.

  • 13 agosto 2016 alle ore 7:54
    Senza Linea

    Come comincia: Ci fu un tempo in cui la Telecon si chiamava Stipel, e poi Sip, ecc. ecc. Quando c'era un guasto bastava segnalarlo e dopo poche ore arrivava un omino che in un baleno ti rimetteva in contatto col mondo. Oggi viviamo nell'era delle comunicazioni. Tutto è veloce, velocissimo, le comunicazioni sono più veloci anche del nostro pensiero, efficienza, notizie in tempo reale, anzi arriva la notizia prima ancora che succeda l'evento. Che meraviglia! Ma appena c'è un guasto eccoci ritornati all'età della pietra. Io sono isolata, senza linea telefonica, quindi senza internet annessi e connessi, da martedì 5 agosto. Dove sei omino della Stipel! Così gentile, silenzioso, preciso. Che bellezza quando mi dicevi:"adesso facciamo una prova e vediamo se è tutto a posto". Oh, quanto mi manchi omino della Stipel! Tu non puoi immaginare la tortura a cui siamo sottoposti! 
    Chiamo il gestore e pazientemente digito 1-2-3-4-5-6.....a seconda di quello che mi serve,e quando finalmente riesco ad acchiappare l'operatore n. 123456789, ecco che salta la linea. Ormai sono abituata. Rifaccio il numero, ridigito, riattendo, rimastico il mio fegato, e quando finalmente qualcuno mi risponde....mi comunica che c'è un guasto sulla "mia" linea, e che entro tre giorni provvederanno. TRE GIORNI???? Certo, tre giorni, cosa c'è di strano!
    L'indomani, mercoledì pomeriggio richiamo decisa a sfogare tutto il mio disappunto, ma quella gente lì è dotata di scudo e armatura. Protesto, non potete lasciarmi tre giorni senza telefono! Risposta.....noi siamo in regola, vada a leggersi il contratto! E poi la sua pratica è in nota da stamattina. Controrisposta: E io vi denuncio! Stamattina? Ho chiamato ieri pomeriggio!!!! Io vado a leggermi il contratto e voi invece andate...non lo dico. Antipatica, arrogante, saputella, stronzetta, con quella voce metallica e insolente, maleducata e saccente! Porco diavolo, non mi sono neppure presa nota del codice operatore! Mentre il cuore mi batte nelle carotidi deciso che devo calmarmi onde non finire al pronto soccorso.
    Giovedi verso le 13, ecco che mi chiama un tecnico. Oh, miracolo! Mi rivolgo a lui con una gentilezza che cola miele da tutte le parti. Allora signora, prenda uno stuzzicadenti e guardi sul retro del router, c'è un buchino con sotto scritto "reset". Ok, fatto? visto? Sì, fatto e visto. Bene adesso infili lo stuzzicadenti nel buchino e tenga premuto finchè glielo dico io. Allora? Allora niente, non succede niente, è tutto come prima. Ok, lunedì le invio il router nuovo. LUNEDI'???? Sì' lunedì, tenga presente che anche se dovesse venire un tecnico non verrebbe prima di lunedì. Quando riceve il router lo installi e poi io mi farò sentire per capire se è tutto risolto.
    Ormai non ho più energie, la rassegnazione si è impadronita del mio essere.
    Venerdì, ecco un messaggio sul cellulare. Il gestore mi scrive che è stata creata la spedizione n.123456789... e mi chiede di collegarmi a w.w.w. ecc.ecc.ecc. per seguire la mia pratica. Mi scrive da un numero al quale non si può rispondere. Ho la schiuma alla bocca: COME MI COLLEGO A W.W.W. ECC.ECC.ECC. SE SONO SENZA LINEA?????
    Sabato 9 agosto, chiamo il gestore, pagando, dal mio cellulare....mi risponde un uomo, menomale, gli uomini sono molto più gentili di tante donne. Gli spiego la situazione e lui si mette a ridere, certo, come posso collegarmi se non ho la linea! Richiami lunedì, mi dice, perchè non ho ancora il numero di bolla del corriere. Certo, dico io, perchè il corriere non ha ancora preso in carico la spedizione. No, la spedizione è stata fatta. No, guardi la spedizione sarà stata fatta da voi al vostro magazzino spedizioni, ma il corriere non l'ha ancora altrimenti lei vedrebbe anche il numero della sua bolla. Ah sì? E lei come lo sa? Io lo so perchè ho lavorato dai corrieri tutta la vita. Ah capisco! Eh sì, non saprei dirle quando passa il corriere. Provi a richiamare lunedì. Ormai io provo un senso di nausea, ma lui è talmente gentile che sono gentile anch'io. Ok, a lunedì.
    Sabato sera: ho deciso che la dieta non fa che incattivirmi di più per cui sono andata al supermercato e mi sono comperata 6 paste con la panna, due cannoli siciliani e un trancio di crostata con marmellata di mele, guarnita con gherigli di noci. Anche una bottiglia di vino, vivace, come piace a me. Malvolentieri divido il bottino con Paolo, ricordandogli coscienziosa che lui ha il diabete, ma la verità è che vorrei mangiarmi tutto io.
    E adesso con chi condividere il dopocena? Sono isolata dal mondo, mi sento una naufraga sull'isolotto delle barzellette, tre metri per tre, ed ecco Fantozzi emergere dalle onde in cerca di aiuto. Lo acchiappo per il salvagente e lo trascino sulla terraferma. Non ti sarai mica portato dietro la nuvoletta, lo guardo minacciosa, no, mi risponde, mi ha abbandonato. Ok, meglio così. Cosa ci fa qui lui? Paolo è contrariato, non c'è posto per tre persone. Ma dai Paolo, è solo fino a lunedì. Fantozzi ha fame, e lo dice. Io però mi sono mangiata tutti i dolci e bevuta tutto il vino. Paolo si intenerisce e gli lancia una scatola di filetti di sgombro che oggi ho comperato in offerta a 0,98. Perchè fino a lunedì? Ma sì Paolo, non mi ascolti mai quando parlo! Lunedì arriva il router e torneremo nel mondo. Già e domani cosa gli diamo da mangiare, e cosa è il router? E' un pezzo del computer, taglio corto. Gli diamo...non so, sgombri, sardine, sottaceti, tuttta quella offerta a 0,98 al pezzo.
    Giro la testa sul cuscino, ma che palle! Che caldo! Ah, ti sei svegliata! Paolo mi guarda divertito, la testa un po' sollevata appoggiata alla mano. Gli lancio un'occhiata armata. Cos'hai da guardarmi così? Dov'è Fantozzi? Ahahah, Fantozzi se n'è andato a casa, aveva una gran fretta, paura di perdere il treno! Paolo ride e io mi sento irritata. Sono ancora frastornata: Ah, ok! E smettila di ridere!
    Domenica, domenica di rottura di palle. Stamane camminata veloce per tacitarmi la coscienza. Il tempo si trascina noioso fra uno scroscio di pioggia e l'altro. Non ho voglia di leggere, non ho voglia di scrivere, non ho voglia di guardare la tv, non ho voglia di giocare a carte, va be', una partita per fare contento Paolo, ma alla sua richiesta di una seconda partita è sufficiente un'occhiata per fargli dire, mah, veramente non ne ho poi così voglia. Decido di riprovare con lo stuzzicadenti e il "reset", chissà mai.....niente da fare. Le luci intermittenti impazzite mi dicono smet-ti-la-di-far-mi-il-sol-le-ti-co-tan-to-è-inu-ti-le. Rifletto che non ricordavo un'incazzatura del genere da quando ancora andavo al lavoro. Mi guardo nello specchio del bagno: idiota, volevi spendere meno? Eccoti servita, anzi disservita. Mi distraggo un attimo dalla mia indignazione per complimentarmi con me stessa, però, mi piace questo bisticcio di parole. Osservo la luce maligna del mio sguardo mentre mi immagino una vendetta esemplare...e sospiro! Solo Davide ci riuscì contro Golìa, e infatti ancora se ne parla e se ne legge.
    Lunedì mattina, ore nove circa, suonano, mi affaccio. Il furgone di Bartolini! Scendo subito, gracchio dal balconcino! Mi butto a rotta di collo giù per le scale, non vorrei che scomparisse, ma è reale, proprio reale. Una bella ragazza che mi consegna il pacco agognato contenente il router. Bene, adesso tocca a me. Non ci vorrà mica un ingegnere, penso! Mi districo fra una marea di fili utili e inutili e avanti: porta rossa cavo telefono, porta griga cavo DSL, porta ETH2 cavo blu, apparato accensione...e ok. Fatto. Aspetto tutto il tempo che c'è da aspettare, ma nessuna luce diventa fissa, anzi noto che quella del tel. proprio non si accende. Ma che router e router, manca la linea!
    La delusione è cocente! Mi attacco al telefono cellulare, solita trafila....certo, ho dato un'occhiata alla situazione, mi dice un uomo, lì non c'è un problema di router bensì un problema di linea! Ma va! Allora quel demente che mi ha fatto fare il giochino dello stuzzicadenti dove l'avete trovato? Lui, via telefono, ha fatto la diagnosi, deciso la terapia, peccato che non abbia capito niente. L'uomo al telefono mi rassicura: metto subito una nota di sollecito signora.
    E' martedì ed io sogno di vendicarmi vendicarmi e ancora vendicarmi. Ormai ho perso la lucidità. Acchiappo il cellulare e richiamo il gestore, e il disco mi avvisa ancora che mi sarà probabilmente chiesto un parere sui servizi offerti. Mi potrò esprimere con un numero.....sono verde. No, no e no, io non voglio esprimermi con un numero, io devo parlare, sfogarmi, possibilmente insultare qualcuno...non mi basta un numero. Mi risponde Filippo, gentile e con una voce molto bella. L'avranno messo lì apposta. Signora, guardi che si tratta di un problema nella centralina che copre tutta la zona, non capisco però perchè ci mettano tanto a ripararla. Se non capisce lui.....
    Martedì sera, mentre cerco di distrarmi guardando un poliziesco in tv suona il cellulare. Buonasera, le telefono per sapere se è tutto risolto e ha la linea. NO NIENTE E' RISOLTO E IO NON HO LA LINEA DA MARTEDì 5 AGOSTO.
    Ricomincio a fare tutte le mie rimostranze e lui...detto fra noi due signora, la colpa è della Telecom che non ha più un euro e così non interviene sulle linee.
    Vorrei rispondergli che non me ne frega niente delle loro questioni, che voglio solo riavere la linea telefonica, invece dico solo buonasera.
    Oggi mercoledì, la giornata si trascina come quelle precedenti, senza scosse nè novità.
    Stasera, mentre sto facendo a Paolo l'iniezione nel braccio prima di cena, lo sguardo "mi cade" sul router. Tutte le luci verdi, tutte le luci fisse, anche quella del telefono.
    "Paolo, è arrivata la linea! La linea!"
    "AHIA!!!!!"
    "Accipicchia! Ti ho fatto male? Scusa! "
    "Ma no, figurati, mi hai solo scavato un po' nella carne! Cosa vuoi che sia di fronte alla linea ritornata?"
    Il tono è ironico, ma vedo che gli scappa da ridere. :)

  • 11 luglio 2016 alle ore 21:44
    Amalia e Giovanni

    Come comincia: Amalia e Giovanni si mettono a tavola, come ogni sera da ventotto anni. Quando lui allontana dal tavolo il posacenere le sigarette l’accendino, lei sa che è ora di apparecchiare. Lesta prende la tovaglia nel cassetto e la stende sul tavolo. Con maestria, in un solo movimento, la tovaglia è allargata, perfettamente, da ogni lato del tavolo scende per la stessa misura. Giovanni mette i tovaglioli, prende la bottiglia dell’acqua minerale e la posa sul tavolo. Lei arriva con i piatti i bicchieri e le posate, li sistema e sposta la bottiglia dell’acqua, un po’ più in là, dove piace a lei. Si sorridono, è probabile che lui lo faccia apposta, per darle la soddisfazione di spostarla. A lei non piace alzarsi durante la cena perciò mette in tavola tutto, proprio tutto quello che può servire, ma se qualcosa viene dimenticato, sarà Giovanni ad alzarsi per andarla a prendere. Si è sempre fatto così, non l’ha deciso nessuno, è automatico. Mentre mangiano non parlano molto, anzi spesso Amalia si perde in pensieri stranieri, e poi si sente in colpa e subito appoggia una mano su quella di lui. Va tutto bene? Certo, va tutto bene. Lei gli cucina ciò che gli piace, lo coccola e ama fargli sorprese. Poco tempo fa ha nascosto un dolce nel frigorifero, in un posto dove lui non avrebbe mai guardato, e poi, a cena finita l’ha portato in tavola godendosi lo stupore e la gioia di lui. Mentre mangiano lei spesso sbircia i capelli quasi del tutto bianchi di Giovanni e pensa che il prossimo compleanno saranno settanta. E lui se ne accorge: Tesoro, cosa pensi? Lei non sa cosa rispondere perché le cose che pensa sono davvero tante, e allora sintetizza: penso che ti voglio bene. Amalia è una donna che ha amato e ama molto, ma non sa dire ti amo, non l’ha mai detto. “Ti voglio bene” è tutto ciò che lei riesce ad esprimere con le parole, il resto lo dimostra con la tenerezza, la dedizione, e la dolcezza. Giovanni le sorride e le stringe una mano. C’è un attimo di smarrimento fra di loro, una piccola nuvola che passa veloce e posa un’ombra sul loro sorriso. Quanto tempo avremo ancora per stare insieme? Non se lo dicono ma lo pensano tutti e due. Chi se ne andrà per primo? E’ Amalia la prima a reagire. Si alza di scatto per sparecchiare la tavola. Va a prendere i farmaci che lui deve assumere ogni sera e glieli porge nel palmo della mano. Lo accarezza. Coricati un po’, se ti addormenti ti sveglio io quando è ora dell'insulina. Giovanni scherza scimmiottando un vecchio programma tv “portami a nanna”, e ridono tutti e due divertiti. Lei lo accompagna in camera e controlla che sul comodino ci sia il fazzoletto pulito. Lui le dice: ma dai non stare al computer, vieni a letto, a guardare la tv, ti vorrei accanto a me. Amalia lo rassicura: certo, sbrigo le ultime faccende e ti raggiungo. Va bene, ti aspetto. Giovanni lo dice sempre, ma poi si addormenta. E quando lui si addormenta magari lei sta in piedi fino a tardi, ma appena si mette a letto, la mano di lui, anche se nel sonno, cerca la sua mano e la stringe. Solo così la notte sarà serena.

  • 12 giugno 2016 alle ore 16:19
    Se Bruciasse la Città

    Come comincia: Pensavo, mentre facevo il caffè, che nella vita si cambia davvero tanto. Mi è venuta in mente quella canzone "Se bruciasse la città". In quel periodo lì, se fosse bruciata la città, me ne sarei fatta un baffo. Sulla soglia di casa avrei atteso tranquilla e fiduciosa "lui", il mio amore, il supereroe onnipotente e certamente ignifugo, che in un baleno sarebbe accorso, mi avrebbe raccolta con le sue forti braccia rassicuranti, avvolta nel suo mantello anch'esso rigorosamente ignifugo, e mi avrebbe messa in salvo gettandosi impavido fra le fiamme che, intimidite e soggiogate dal nostro amore così immenso, tremolanti e crepitanti, si sarebbero ritirate come le acque del mar Rosso innanzi a Mosè, aprendo un varco per la nostra fuga.
    In quel periodo lì.
    Oggi, se bruciasse la città, chiamerei i pompieri. 

  • 10 giugno 2016 alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 15 maggio 2016 alle ore 12:33
    Io dormo coi piedi di fuori

    Come comincia: Tutto cominciò alla fine della terza media. Fui rimandata in matematica e l'insegnante si interessò a me e volle sapere quali scuole avrei frequentato dopo. Io le dissi che avrei frequentato il conservatorio. A settembre mi promosse. Il professore di pianoforte mi aveva illusa di poter entrare direttamente al terzo anno, dopo aver sostenuto un esame,ed io ci avevo creduto. Mi affidò ad un'altra insegnante la quale come mi vide posare le mani sul piano, inorridì. Qui bisogna cominciare tutto daccapo, sentenziò, dalla posizione delle mani. Seguì un'estate da incubo che mi fece passare ogni voglia di entrare in conservatorio. Non che io avessi tanta volontà, ma quella poca sparì a forza di rimproveri e correzioni. Abbandonai il progetto e mi iscrissi a ragioneria tanto per accontentare la famiglia che desiderava vedermi almeno diplomata. Una bestialità, iscrivermi a ragioneria, me lo disse chiaramente la professoressa di matematica delle medie che incontrai un giorno per strada. E aggiunse anche che ero un'incosciente, che lei mi aveva promossa solo perché sapeva avrei studiato il pianoforte, altrimenti mi avrebbe bocciata. Mi presi l'ennesima lavata di testa e passai oltre. Diventando adulta decisi che avevo bisogno di educare la mia volontà. Sarei stata inflessibile e così, visto che le lingue straniere mi stavano proprio sullo stomaco, decisi di frequentare un corso di inglese in una scuola di Torino molto rinomata e altrettanto costosa. Durante la pausa pranzo me ne andavo dall'ufficio e frequentavo il corso. Non ricordo, ma forse ci andai cinque volte, dopodiché continuai a pagare, ma non frequentai più. Pensai che dopotutto, un tentativo l'avevo fatto, ed era già un buon risultato. Passarono altri anni e mi riacchiappò la crisi: dovevo educare la mia volontà. Così, rapidamente feci un elenco delle attività che non potevo proprio sopportare, e una più di tutte era quella davvero educativa. Dovevo imparare a cucire, niente era più incompatibile con me del cucito, e quindi l'autoeducazione sarebbe stata ancora più meritoria. Mi iscrissi ad un corso di taglio e cucito, mi comperai tutto l'occorrente, e cominciai a frequentare, decisa ad arrivare fino alla fine. La fine arrivò presto, non del corso, ma della mia frequenza. Non andava neppure tanto male, avevo imparato a tagliare anche se non sapevo cosa stessi tagliando perciò quando l'insegnante mi mostrava come unire il davanti o il dietro degli indumenti, rimanevo sempre sorpresa nel constatare che io avrei fatto tutto diversamente. Amavo solo i punti molli. Che meraviglia i punti molli! Così lunghi, morbidi, mi piaceva il fruscio del filo spesso da imbastire quando attraversava il tessuto. Io li lasciavo ancora più molli, ricami rotondi che si adagiavano languidamente sulla stoffa, e restavo incantata a guardarli. Li trovavo bellissimi e odiavo il momento in cui poi venivano tagliati, e alla fine eliminati. Ma venne il momento della macchina per cucire. Un dramma. In pochi minuti riuscii a troncare diversi aghi. Capii in fretta che per me conciliare il movimento dei piedi con quello delle mani, accompagnare il tessuto sotto quella specie di mostricciattolo che faceva tutto per conto suo e poi si rompeva pure, era un'impresa impossibile. Più l' insegnante si spazientiva, più io sudavo e perdevo il controllo dei movimenti che diventavano una specie di ballo di San Vito. La macchina non ebbe problemi ad avere la meglio su di me. Quando si dice "vincere facile"! Quel giorno decisi che il mio corso finiva lì, e uscendo dalla scuola, mi sentii come quando da bambina uscivo dalla chiesa dopo essermi confessata. Libera e leggera. Naturalmente il corso me lo dovetti pagare tutto ugualmente. Passarono altri anni e decisi di seguire un corso di assistente sanitaria, questa volta non per autoeducarmi, ma perché mi interessava. Lo frequentai fino alla fine e diedi pure l'esame per poter accedere al diplomino. Gli esami per me sono sempre stati angoscianti: sudore, dita tremanti, amnesia, blocco della parola con balbettio, in alcuni casi addirittura singhiozzo. Quando entrai nella stanza, due insegnanti erano seduti dietro la scrivania, ed io mi resi subito conto che l'età non aveva affatto risolto i miei problemi con gli esami. Forse per mettermi a mio agio uno dei due mi sorrise e disse: intanto ci dica qualcosa di lei.Panico assoluto: in un attimo mi passarono per la mente tutti i fallimenti: pianoforte, inglese, cucito, studi superiori interrotti, e altre amenità.
    I due mi guardavano, in attesa. Cominciai a sentire il sudore sulla fronte, il calore sul viso, segno di un rossore ormai violaceo che certamente mi colorava la faccia fino alla radice dei capelli. Dovevo dire qualcosa, assolutamente dire qualcosa, e dissi qualcosa.
    -Io dormo coi piedi di fuori.

  • 03 maggio 2016 alle ore 21:22
    Non Solo Guerra (Una storia vera)

    Come comincia: Il 6 luglio 1944 Dalmine fu bombardata, più di mille fra morti e feriti, lo stabilimento semi distrutto. Ma non è una storia di guerra che voglio raccontare.
    Molti furono gli sfollati, ed anche una famiglia di sette persone, marito moglie e cinque bambini, di cui i più grandi avevano tredici e dodici anni. Questa famiglia trovò ospitalità nella palestra di una scuola a Madone, una frazione lontana qualche chilometro, dove visse per diverso tempo........
    La vita scorreva fra mille difficoltà. Il capofamiglia lavorava alla Dalmine, si recava al lavoro a piedi e attraversava il fiume Brembo ogni volta per andare e tornare.
    La moglie accudiva i loro cinque figli cercando di procurare quanto più poteva in tempi così terribili. 
    Un giorno una donna del luogo le disse che il suo piccolo stava morendo a causa della polmonite, e in casa si erano rassegnati a perderlo, limitandosi a pregare, perchè " se Dio glielo aveva dato questo bimbo, Dio poteva riprenderselo." Ma la donna non sapeva di stare parlando con una madre di cinque figli che la pensava molto diversamente da lei. Questa madre chiese alla donna di poter cercare di fare qualcosa per il piccolo, e quindi si recò nella loro casa, e non lo abbandonò più.
    Lo curò nel modo che conosceva, cercando di fare il meglio per lui, con amore, con testardaggine, e con tutto il grande cuore che possedeva. Giorno e notte lo vegliò e accompagnò attraverso la peggiore crisi causata dalla polmonite. E alla fine fu gratificata perché Il bimbo superò la crisi e guarì.
    Passarono molti anni, e la guerra diventò un ricordo. I cinque bambini erano ormai cresciuti d'età, e anche di numero perché quando nessuno più se l'aspettava era arrivato anche il sesto figlio: una bambina. La famiglia viveva in una grande casa e la palestra era stata ormai dimenticata assieme a tutti i disagi e le privazioni della guerra.
    Un giorno a casa loro suonò il campanello ed una delle due figlie, una bella ragazza dai capelli rossi, andò ad aprire la porta. Si trovò davanti un giovanotto che non conosceva, timido e un po' impacciato nello spiegare perché fosse andato lì.
    -Non vorrei disturbare. Io sono il bambino che venne salvato da tua mamma, sono venuto a ringraziarla e a salutarla perché sto partendo per il servizio militare. Vorrei poterla incontrare di persona, se è possibile.
    La ragazza lo fece entrare in casa e lo condusse dalla madre. Ci fu un lungo abbraccio fra il ragazzo e la sua salvatrice. La commozione di entrambi non lasciava spazio a parole o discorsi, solo un silenzio denso di emozione, e il ricordo nella donna di quelle notti insonni al capezzale di un bimbo morente che ora era davanti a lei in tutto il suo splendore di giovane uomo.
    Io non so come si chiamasse, o si chiami, se ancora è vivo, quel ragazzo. Ma so chi è la ragazza dai capelli rossi che aprì la porta: mia sorella. E so chi era la meravigliosa madre di cinque figli, anzi sei, che ebbi la fortuna di frequentare per i primi tredici anni della mia vita: lei era mia mamma...ed io la numero sei. 

  • 18 marzo 2016 alle ore 19:46
    Il professore di italiano

    Come comincia: Ho percorso per l’ultima volta il lungo corridoio al primo piano della scuola, sono scesa lungo lo scalone e mi sono fermata nell’atrio. Mi sto chiedendo se ho salutato tutti oppure magari dimenticato qualcuno. Non vorrei dimenticare nessuno. Sono stati belli i mesi che ho trascorso qui e mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare, ma non riesco più a conciliare la mia gravidanza con la frequenza scolastica. Vorrei incontrare il professore di italiano, e mi guardo attorno nella speranza di vederlo. Lui è un anziano insegnante, molto alto di statura, robusto, e sempre vestito di grigio antracite. Quando lo vidi entrare in classe il primo giorno rimasi molto colpita. Pochi denti in bocca, capelli arruffati senza un taglio preciso, la camicia stropicciata indossata senza troppa preoccupazione di renderla presentabile, e un bottone mancante dalla giacca. Aveva una borsa sotto il braccio e la fronte aggrottata, ma sotto le folte sopracciglia brillavano due occhi scuri pungenti, quasi febbricitanti, due occhi che non avevano nulla in comune con tutto il resto, due occhi senza età. Nella scuola si vocifera che avesse perso la testa per una donna più giovane di lui che lo aveva fatto molto soffrire e lasciato sul lastrico. Quando entrava in classe io osservavo tutta la sua trasandatezza, e immaginando il suo dolore, sentivo un sincero affetto verso di lui. Ma poi, quando si immergeva nei poeti e ci spiegava il loro mondo, le loro opere, diventava gigantesco, emanava tutto il fascino delle sue emozioni, ed io mi lasciavo trascinare, lo ascoltavo, e sentivo tutta la sua passione, che è la mia passione: entrambi siamo divorati dalla passione e questo ci univa in una complicità che aleggiava al di sopra di tutto, in quel limbo in cui ci fondevamo, pur sapendo che le nostre passioni vanno in direzioni diverse. Io sono tornata sui banchi di scuola che avevo abbandonato da adolescente, e adesso, a ventitré anni mi porto dietro un vissuto già pesante, una storia d’amore difficile, complicata, fatta di estasi e sofferenza che si combattono, si alternano, ma riescono anche a convivere. Gocce di audacia distillate da fiumi di ansia e incertezza. Nessuno con cui condividere il mio tormento, solo il professore di italiano, in una muta condivisione, nel nutrirmi delle sue lezioni quasi fossero sempre e solo rivolte a me. Mi guardava spesso mentre parlava, quando spiegava la grandezza di ciò che i poeti volevano trasmettere, il suo viso si trasfigurava tanto da sembrare perfino bello e tanto da far dimenticare la sua bocca semi sdentata. Ma era anche capace di ire improvvise, come quel mattino in cui aveva chiesto ad una studentessa che gli parlasse di Pirandello. Lei aveva subito intonato la tiritera a memoria: nacque il....nacque a... Il pugno del professore si era abbattuto violento sulla cattedra. Era furioso: non così, non così! Pirandello è una cosa grossa! Non così signorina! Certo, io avevo capito, ma lei poverina aveva quindici anni, forse sedici, ed era rimasta malissimo. Lui voleva sentire l’essenza, il pensiero, e io lo sapevo. Era il tormento dei sentimenti che ci univa così tanto? Lo pensavo, a casa da solo, in mezzo ai suoi libri, mi perseguitava l’idea di quel bottone mancante alla giacca, possibile che non ci fosse nessuno che glielo cucisse? Avrei voluto farlo io, però come potevo permettermi!
    Ma è stato mercoledì scorso che si è svelato. Si è rivolto a me: vorrei che mi commentasse una poesia “Alla stazione in una mattina d’autunno” Santo Cielo, professore! Come fai a saperlo, come fai a sapere che da anni la stazione è la mia casa, che il mostro d’acciaio mi raccoglie al mattino e mi porta lontano dal mio amore, come fai a sapere che l’autunno e l’addio sono fatti l’uno per l’altro, a tal punto che per un addio, l’autunno si presta anche alle altre stagioni. Mi guardi negli occhi professore! Possibile che io mi sia rivelata così tanto?
    Non ho aperto neppure il libro. Ho cominciato a parlare, parlare, parlare. I compagni sono diventati fantasmi sbiaditi. Solo noi due, professore, solo noi due.
    Non so per quanto tempo ho parlato. Quando ho finito, per una manciata di secondi tutta la classe è rimasta in silenzio, e poi tu hai posato un attimo la mano sulla mia spalla.
    -Lei ha superato se stessa.
    Avrei voluto poterti rispondere che lo so, professore, lo so che ho superato me stessa, ho superato me stessa al punto che non ricordo niente di tutto ciò che ho detto, l’unica consapevolezza sono state le lacrime lente che non sono riuscita a trattenere.
    L’atrio della scuola si è quasi completamente svuotato, e finalmente ecco il professore di italiano. Gli vado incontro per salutarlo. Ci stringiamo la mano.
    -E’ un peccato che lei interrompa gli studi, signora.
    -Lo so, dispiace anche a me, magari più avanti....
    -Tanti auguri, anche per il lieto evento.
    -Anche a Lei professore. Buona fortuna.
    Ma le mani non si lasciano, stanno dicendo: mi mancherai.

  • 14 marzo 2016 alle ore 11:05
    Ludovica

    Come comincia: Ancora incredula, accanto al letto, fisso il mio corpo esanime abbandonato fra le lenzuola. Seduto sul letto ci sei anche tu, la faccia tra le mani che tremano, tu, piccolo insignificante uomo, stupido assassino, povero misero essere mediocre, insicuro e criminale. Sì, sono ancora incredula: oggi è stata una giornata stupenda, una giornata di passione come sempre, come tutte, ore trascorse troppo veloci, mai sazie, mai abbastanza vissute. E poi come sempre l’addio, un arrivederci, ma da noi due sempre vissuto come un addio. La porta di casa mia chiusa dietro di te, e quel senso di vuoto che non ho mai voglia di riempire, che niente può riempire, tranne il restare a letto, al buio, a ripensare a tutto, ad aspettare il prossimo incontro. Ma in quel buio, stasera, è successo qualcosa. La chiave ha girato nella serratura, tu sei rientrato agitato, un’espressione del tuo viso a me sconosciuta, lo sguardo cattivo, allucinato. Non ho avuto nemmeno il tempo di alzarmi. In un attimo mi sei stato sopra e mi hai messo le mani intorno al collo. Non sono riuscita neppure a parlare, il cuore mi batteva nel petto, in gola, nelle tempie. Non hai acceso la luce,e, in un silenzio innaturale, in una penombra che da complice è diventata terrificante, mi hai guardata, senza affetto, con antipatia, rabbia. I miei occhi hanno chiesto pietà e tu mi hai detto solo che mentre andavi a piedi verso l’auto, ti sei imbattuto in due uomini che parlavano fra loro, e uno ha detto: ecco adesso puoi andare. Da me, tu hai creduto che l’uomo volesse venire da me. Tutto il mio essere ha gridato no, non è vero, stai sbagliando. Tu hai aggiunto, farneticando, che se il campanello di casa avesse suonato, mi avresti strozzata. Non potevo crederci. I secondi si sono inesorabilmente allungati, le tue mani non hanno lasciato la presa e la morsa non si è allentata.
    Il campanello di casa continua a suonare, insistentemente, poi ininterrottamente fino a smettere. Adesso qualcuno prende a pugni la porta e la voce di mia sorella grida stridula: Ludovica, Ludovica, perché non apri, apri la porta. Certo, lei sa che sono in casa, ha visto l’auto posteggiata. Io continuo a guardare il mio corpo fra le lenzuola, e tu, adesso alzi la faccia sorpreso, annichilito, la nebbia sta lasciando il tuo cervello. Io vorrei soltanto una cosa: che mia sorella non sapesse mai che se non fosse venuta stasera da me, sarei ancora viva. E tu, piccolo assassino mediocre e stupido continui a ripetere: cosa faccio, adesso cosa faccio.
    Adesso cosa fai? Apri quella cazzo di porta.

  • 27 febbraio 2016 alle ore 10:16
    "NESSUNO MI PUO' GIUDICARE"

    Come comincia: E’ freddo l’ inverno del 1966. Questa piccola città circondata dalle montagne sembra sia stata appoggiata lì per caso e poi dimenticata. La neve è già arrivata, luci sparse si intravedono sulle alture intorno all’abitato. Questa è l’ora dei pendolari, le sette del mattino. Il bar della Stazione è molto affollato da gente frettolosa che silenziosamente beve un caffè o fa colazione. Pochi sorrisi, il sonno ancora incombente, i nasi arrossati dal freddo, qualche saluto abbozzato. Quando è entrata, lei si è guardata attorno e ha scelto un tavolino un po’ appartato accanto al juke box. Stamattina si è alzata dal letto un’ora prima del solito per truccarsi con attenzione: mascara e lunga riga nera sopra le palpebre, sì proprio quella che non viene mai uguale da ambo le parti e a forza di correzioni diventa pesantissima. Non importa, sui suoi occhi verdazzurri sta benissimo, non manca neppure il fondo tinta, e nemmeno la matita che disegna i contorni delle labbra, riempiti da un rossetto color carne, molto brillante. Vanno di moda le cuffiette d’angora ed anche lei ne indossa una che raccoglie la sua abbondante capigliatura tizianesca. Osserva l’andirivieni della gente, ma pensa ad altro. Ha accettato l’appuntamento ma non ha voglia di vedere Lui. E’ ancora adirata, anzi, umiliata. Cosa pretende Lui? Incontri clandestini, ritagli di tempo rubati al lavoro, alla famiglia, telefonate all’ultimo momento: è capitato qualcosa non possiamo vederci. Ma la settimana scorsa ha davvero passato il limite, come ha osato farla acquattare sul fondo dell’auto perché ha visto dei suoi conoscenti nelle vicinanze? No, davvero troppo. Un’umiliazione che brucia ancora. E’ vero che a diciotto anni si riesce a scherzare su quasi tutto, ma questo no, questo l’ha fatta imbestialire, e la voglia di vendicarsi ha preso il sopravvento su ogni altra cosa. Beffarda, crudele, sibilante nel comunicargli “sai sono uscita con un ragazzo ieri sera, uno della mia età”, si è divertita allo scatenarsi della gelosia di Lui, si è divertita a litigare e poi sbattere la portiera dell’auto e andarsene. E’ pronta stamattina, è pronta a sfidarlo. Non gli permetterà di insultarla ancora. Lui non ha mai fumato? Gli dà fastidio l’odore delle sigarette? Bene, eccole qui, il pacchetto bene in vista sul tavolino del bar: lei che si accende una sigaretta sarà la prima cosa che Lui vedrà entrando. E sarà solo l’inizio. E’ talmente presa dai suoi pensieri che non lo vede entrare nel bar. Lui daltronde non guarda intorno, va direttamente al bancone a ordinare un caffè Hag. Chiuso nel suo cappotto bene abbottonato di mezza età, è pallido, il muscolo della mascella contratto, teso nei movimenti nervosi alle prese col caffè. Sembra che abbia timore di cercarla in mezzo alla gente, sembra che abbia timore di sapere se lei ci sia. Ma lei adesso l’ha visto. Si accende la sigaretta e lascia scivolare una moneta nel juke bok. Caterina Caselli irrompe nel silenzio mattutino “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Parecchi avventori si girano verso di lei, il barista la guarda contrariato: il juke box in funzione al mattino presto. Ma lei ha tutta la forza menefreghista e incosciente della sua età, e si diverte di questi sguardi scandalizzati a causa della sigaretta accesa, della musica assordante, a causa di tanta strafottenza. Anche Lui adesso l’ha vista e tutti i muscoli del suo corpo si rilassano, il viso si apre in un sorriso, e i suoi particolarissimi occhi blu si inumidiscono mentre va verso di lei. No, non è lì per giudicarla, è lì perché sente di poter vivere soltanto accanto a lei, e la stringe in un abbraccio, incurante di essere in mezzo a gente che lo conosce: sei venuta!
    Le lacrime di lei sciolgono il mascara e disegnano solchi nello spesso fondotinta per poi trascinarsi dietro il rossetto brillante, e fra le braccia di Lui rimangono soltanto piume arruffate bagnate di pianto.