username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

27 giugno alle ore 17:30

28 Giugno 1985

Intro: Ho scritto tanto in tutti questi anni,  soprattutto di sentimenti,colonna portante della mia vita Oggi è l'anniversario della morte del mio primo compagno, il papà di mia figlia e ho deciso di pubblicare ciò che scrissi allora, quando morì, qualcosa che ho sempre tenuto per me, ma l'anno venturo potrei anche non esserci più. Non rimando.Glielo devo.

Il racconto

Ho aperto gli occhi all'improvviso. Sono sveglia. Immobile al buio ho un attimo di incertezza. Sono sudata e il silenzio è innaturale. Che silenzio! Chissà che ore sono. Istintivamente volgo lo sguardo alle fessure della serranda. E' ancora notte, penso, o forse mattino prestissimo. Il sonno è stato pesantissimo. Mi bruciano gli occhi, li sento gonfi e pesanti, quasi incapaci di rimanere aperti. Tutto il mio corpo è pesante, incollato alle lenzuola fradice di sudore. Chiudo gli occhi e rinuncio a muovermi. Non riesco a pensare a niente. La mia mente è vuota. Ma che silenzio! Mi sembra impossibile riuscire a sollevare un braccio, una gamba, e mi chiedo perché mi sento così infinitamente stanca. Riconosco i mio letto e mi tranquillizzo. Lentamente lascio scivolare una mano verso l'altra metà del letto fino ad imbattermi in qualcosa. Non sono sola. Respiro di sollievo, ma il mio petto sobbalza dolorante e mentre tento di muovermi mi accorgo che tutto il mio corpo è dolorante. Una insopportabile
sensazione di vuoto mi pervade e una malinconia infinita mi circonda. Sospiro e penso che forse è meglio svegliare Mario.
MARIO! All'improvviso la mia coscienza emerge dal nulla. Una punta acuminata mi scava fino nel profondo del cuore. L'angoscia mi attanaglia la gola e si scioglie in lacrime lente e silenziose. Una serie di diapositive si snoda davanti ai miei occhi La telefonata in ufficio di quella portinaia di stabile "in strada c'è un uomo che si sente male, mi ha dato il suo numero di telefono. Ed io: vengo subito" grido, e intanto sento la sirena dell'ambulanza attraverso il ricevitore. Ma dove lo stanno portando. Forse all'ospedale qui vicino, risponde la voce. Ho capito: il Martini Nuovo. Chiamo il taxi e abbraccio mia figlia che sta guardando la fotografia sulla scrivania di suo padre: lei è vestita in maschera in quella foto e tutti e due ridono. Il viaggio in taxi è silenzioso. Io da una parte e lei dall'altra. Tutte e due inseguiamo i nostri ricordi, tutte e due abbiamo lo stesso presentimento, ma non ce lo diciamo. E poi l'attesa estenuante di fronte alla rianimazione, l'accorrere di un amico di lui, e gli sguardi, gli sguardi che si incrociano fra noi, la gola secca, l'incapacità di emettere suoni, e poi il medico che ci raggiunge con le braccia allargate "abbiamo fatto l'impossibile..." Poco dopo ci conducono in una cameretta e lui è lì, con gli occhi chiusi e un lenzuolo bianco lo ricopre fino quasi alle spalle nude Il viso è rilassato ma tradisce ancora il travaglio della morte. Rimango impietrita a fissarlo incapace di qualsiasi movimento. Mi scuoto soltanto quando Raffaella si lancia su di lui: papà!!, abbracciandolo, e un sottile velo di schiuma bianca gli compare sulle labbra. "NO, non fare così" la stacco da lui. Lei ha 13 anni e tutte e due sappiamo che non dimenticheremo mai questo momento. Poco dopo, nel corridoio della rianimazione qualcuno mi porge un sacco di plastica chiuso. Lo apro meccanicamente e il cuore mi sale in gola. I suoi indumenti, la camicia tagliata per fare più presto, gli occhiali, il portafogli. Tutto è fradicio di sudore. Qualcuno mi toglie tutto dalle mani e lo porta via. Tutto il resto succede automaticamente. Come un automa telefono a qualcuno, avviso i più cari. E' importantissimo fare qualcosa. Il tempo è fermo: le persone, le automobili, gli alberi, tutto è immobile per le strade. Qualcuno parla con me, non so chi è. Qualcuno mi porta a casa in macchina. Vorrei solo stare sola, invece la gente arriva a casa, odio tutti, ma cosa vengono a fare! Fino a quando finalmente se ne vanno e resto sola con Raffaella e la mia amica più cara, Francesca. E' sera. Mi aggiro per tutta la casa, apro tutte le porte. Penso a lui nella cella frigo dell'ospedale. Apro tutte le finestre e lascio entrare la notte e ad un tratto i singhiozzi irrompono prepotenti, intrattenibili, violenti. Da una stanza all'altra cammino e mi dispero. Niente può trattenere le mie grida, la mia rabbia, il dolore. Sento Francesca che dice a mia figlia: non andare, lascia che si sfoghi.
Non so quanto tempo dura tutto questo, il tempo non esiste più. Poi, esausta, sfinita, disfatta, mi abbandono sul letto. Lì il sonno, pietoso, mi raccoglie.
Ora, nel buio del primo mattino, annegata nel mio sudore e nelle mie lacrime, la realtà mi è chiara. Ho freddo e attendo impaziente la luce dell'alba, la prima alba di una vita senza di lui. Mi alzo lentamente dal letto inseguita dal vuoto che mi circonda ed accendo la luce. Francesca e Raffaella dormono una vicina all'altra, il loro viso è segnato dalla stanchezza. Guardo mia figlia "e adesso?" mi chiedo. Un nodo mi prende la gola. La sensazione di solitudine è immensa e il pensiero è la, a lui, così solo nella cella frigo dell'ospedale. Una profonda pena mista a tenerezza mi sconvolge. Vado a cercare nella memoria le ultime parole dette tra noi, ma trovo ad aspettarmi tutte quelle non dette, chissà perché: per mancanza di tempo, timidezza, stupidità, orgoglio, che ora non posso più dire e mi resteranno congelate nel cuore per tutta la vita. Avrei potuto dire..avrei potuto fare.. avrei potuto essere... ma adesso è tardi. Mi sento più vecchia, devo fare qualcosa, vado a fare il caffè. Qualcuno ha chiuso tutte le finestre ed io corro a spalancarle, mi manca l'aria. Mi affaccio e spero che passi qualcuno. E' la mattina del 28 giugno e sento uccelli che cinguettano, per il resto la città ancora dorme. All'improvviso si apre il portone dello stabile, è Oscar, l'inquilino del primo piano, che va al lavoro. Lo chiamo, non mi sente. Lo chiamo più forte, si volta e mi guarda, stupito di vedermi lì, a quell'ora, appesa alla finestra.
Oscar, la mia voce è quasi un grido, un'implorazione, Oscar, Oscar, è morto Mario, ieri è morto Mario.
Ascolto le mie parole che rompono il silenzio dell'alba, e mi sembrano prive di senso.
Ma cosa sto dicendo!
Oscar torna indietro verso di me, si ferma sotto la finestra e mi fissa incredulo. e adesso la mia voce è bassa e tremante.
OSCAR, IERI È MORTO MARIO.

 

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento