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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

18 luglio 2015 alle ore 22:03

A proposito di ferie

Il racconto

Ricordo perfettamente: l'anno era il 1972, l'anno della svolta. Una sera d'estate Mario rientrò dal lavoro e mi comunicò la sua insindacabile decisione: avremmo trascorso le ferie d'agosto in tenda. All'epoca avevo 24 anni e Raffaella 10 mesi. Non mi piacque, ma tanto sapevo che sarebbe stato inutile opporre "resistenza". Il concetto di democrazia era già molto diffuso, ma fuori da casa nostra. Non potevo immaginare chi, fra i suoi amici, lo avesse convinto a sperimentare il nuovo tipo di vacanza, così indirizzai le mie maledizioni contro ignoti, sperando che arrivassero alla persona giusta! Fatto sta che lui era entusiasta e, come un bambino col giocattolo nuovo, comperò tutto ciò che serviva: fornellino da campo, armadietto dispensa, batteria per l'elettricità, materasso matrimoniale gonfiabile, culla da campo per Raffaella, tavolino, sedie, sdraio, poltroncine, e chi più ne ha più ne metta. E naturalmente la tenda: due camere da letto, anzi, per meglio dire, due pertugi chiusi da tendina interna con cerniera, uno un po' più grande che conteneva giusto giusto il materasso, e l'altro più piccolo, e poi, ovviamente, tutto lo spazio adibito a cucina e salottino (chiamiamolo così).
E venne agosto, e, con agosto, il fatidico giorno della partenza: destinazione mezza montagna, località Noasca (verso Ceresole Reale, versante piemontese del Gran Paradiso).
Mario organizzò un camioncino e si fece aiutare da due suoi collaboratori di lavoro. Io guardavo annichilita le operazioni di carico: un vero e proprio trasloco. Ogni sorta di masserizia venne ingoiata in men che non si dica dall'automezzo. Piatti, bicchieri, utensili, pentole, tegami, coperte, lenzuola, casse di vino, e a proposito di vino:
"Guarda di non dimenticare il cavatappi, visto che succede spesso."
"Uffa! L'ho dimenticato una volta: me lo rinfaccerai tutta la vita?"
Come se neppure avessi parlato.
"Beh? Prendilo subito e mettilo sul camioncino!"
"Già fattooooooo!"
Il cavatappi era una questione di vita o di morte, era un simbolo. Come spiegare! Ecco, se avessimo avuto uno stemma di famiglia, sicuramente ci sarebbe stato impresso un cavatappi. Non importava se ovunque fossimo andati sarebbe stato facilissimo procurarci un cavatappi. Dimenticarlo era considerato da Mario un'offesa personale.
Comunque, la mia casa si svuotava e il camioncino si riempiva. Perfino Raffaella non apriva bocca. Seduta sul suo seggiolino posato sul tavolo della cucina, guardava tutto quel movimento e, menomale, almeno lei stava zitta.

Quando tutto fu pronto, dopo innumerevoli controlli che i vari contatori acqua gas e luce fossero stati opportunamente chiusi, finalmente partimmo per le ferie: automobile e camioncino.
Per maggiore sicurezza Mario aveva deciso di portare con noi anche il cane lupo che "abitava" nel magazzino della ditta. Era una bella lupa che si chiamava Diana ed era diventata mamma da poco, per cui lei e i due lupetti erano stati caricati sul camioncino. Insomma non ci mancava proprio niente.
Devo dire che quando finalmente fui in viaggio cominciai a rilassarmi decisa a godermi il più possibile la vacanza, anche se l'istinto mi suggeriva che più che una vacanza sarebbe stata una bella sfacchinata.
Quando arrivammo, in una giornata di sole veramente stupenda, fu facile scegliere il luogo dove montare la tenda: uno spiazzo erboso accanto al torrente. Vicino si poteva attraversare un ponticello oltre al quale c'erano la strada statale e il paese. Da questa parte invece, oltre lo spiazzo erboso, cominciava il bosco e naturalmente la montagna.
Presto lo spiazzo erboso sparì sotto tutta la nostra roba, ma io ero ormai entrata in stato di grazia e mi sentivo proprio bene. Mario, col cappello da cowboy si guardava attorno soddisfatto e fischiettava "La Montanara".
Iniziò il febbrile lavoro degli uomini, mentre io mi occupavo delle attività "minori", come ad esempio gonfiare il materasso, cercare di sistemare come potevo tutto quello che c'era in giro, ecc. Però fino a che non c'era la tenda montata tante cose non le potevo fare, per cui mi sedetti su una pietra con Raffaella in braccio. La tenda cresceva, tutta storta, però cresceva.
"Ma scusate, non vi sembra che sia storta?"
Non l'avessi mai detto!
"Ma va, figurati, poi quando è tutta montata va a posto da sola"
"Mah, sarà! A me sembra molto storta"
"Vuoi stare zitta? Siamo in tre qui, vuoi che non sappiamo montare una tenda?"
No, non la sapevano montare una tenda, infatti alla fine fu impossibile chiuderla perchè i lembi di stoffa non combaciavano, la cerniera si chiudeva solo fino a metà e sotto rimaneva aperta. Ma si sa, in montagna le ombre della sera compaiono presto. Tutti erano stanchi, il buio era imminente e  la tenda fu lasciata così. Mario decise che non era importante e "avremmo messo qualcosa all'entrata per tenere chiuso".
Su un fatto ero daccordo. Eravamo stanchi, e così portammo dentro tutto quello che era ancora rimasto nel prato e rimandammo all'indomani ogni altro lavoro. Gli uomini se n'erano andati dopo avere sistemato sotto un albero  la cuccia di Diana con i suoi piccoli. Finalmente riuscii a mettere a letto Raffaella e ci coricammo anche noi, assolutamente distrutti.
Forse ero in quella fase del sonno detto "dormiveglia" quando uno sparo mi svegliò di soprassalto. Ancora mi chiedevo cosa stesse accadendo, quando un altro sparo mi gelò il sangue.
"Mario, Mario" bisbigliai "sei sveglio? Hai sentito?"
"Sì, ho sentito. C'è qualcuno lì fuori."
"Cosa facciamo? E la bambina?"
"STTT! Stai zitta! Io ho il pugnale qui."
"Il pugnale! Guarda Tarzan che loro hanno le pistole! Cosa ci fai col pugnale!"
Mentre eravamo impegnati a discutere sottovoce, il rumore di altri due spari ci zittì.
Mi aspettavo da un momento all'altro di vedere una lama di coltello squarciare la tenda. Chi c'era lì fuori? Ero terrorizzata e non osavo più muovere neppure un muscolo.
"Non capisco perchè: Diana non abbaia" bisbigliò Mario.
"Ecco, l'hanno ammazzata e anche i piccoli"
Il tempo scorreva troppo lentamente nell'attesa del peggio ed io mi sentivo ormai vicinissima ad una crisi di pianto.
"Mah, non so cosa pensare"
"Mario guarda che sono qui fuori. Hai sentito gli spari? Sono qui. Cosa aspettano? Vogliono farci morire di paura?"
"Stai zitta! Voglio sentire i rumori."
"Sto zitta, certo devo sempre stare zitta! Cosa ti è venuto in mente, una tenda da soli, in un prato, con una bambina di dieci mesi! Sei un incosciente!"
Sibilavo parole dure sottovoce, in preda alla paura e alla rabbia. E poi tacqui e rimanemmo immersi nel silenzio più assoluto. Non accadde più nulla e noi cominciammo a pensare che forse volevano soltanto portare via i cani.
Quando finalmente la luce del giorno ci rese un po' di coraggio, non avevamo la forza di andare fuori a vedere cosa fosse successo. Ma poi Mario uscì e constatò che tutto era tranquillo e i cani erano raggomitolati nella loro cuccia. E io decisi di rifare il letto e tolsi il lenzuolo.
"Mario, Mario vieni a vedere."
"Cosa c'è?"
"Guarda che gobbe nel materasso! Ieri non c'erano mica."
Io ero piuttosto tarda in certe cose, ma lui, appena guardato il materasso, aveva capito immediatamente tutto.
"Altro che spari! Erano i punti che saltavano!"
Ora, se quelli fossero stati i primi tempi del nostro amore, mi avrebbe abbracciata e, mi avrebbe flautato dolcemente nelle orecchie:
"Non prendertela, sono cose che capitano. Anzi, avrei dovuto gonfiarlo io il materasso, è normale che tu non sia pratica!" E mi avrebbe consolata.
Ma ahimè, non erano i primi tempi del nostro amore, erano già trascorsi sei anni per cui quella che mi investì fu una bufera di urla:
"Cretina!!!! Te l'avevo detto! Non gonfiarlo troppo, non gonfiarlo troppo! Ma tu, e dai a pestare su quella pompa, e pestare, e ancora pestare, fino a farlo esplodere!!"
Sì, era proprio imbestialito, anche se a me, tutto sommato, non sfuggiva un lato comico piuttosto evidente di tutta la faccenda. Avevo una gran voglia di gridare anch'io, magari una sola frase:
"Sappi che ho dimenticato il cavatappi."
Ma nonostante la giovane età avevo maturato la saggezza sufficiente per sapere che quello sì, era veramente il momento di stare zitta.
Prima o poi Mario avrebbe riso di quell'avventura, e solo allora avrei potuto riderne anch'io.

 

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