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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

22 luglio 2017 alle ore 9:59

Ciao Raffaella, ho qualcosa da dirti

Intro: Questo non è un racconto, è un dono, un riconoscimento pubblico con cui voglio gratificare mia figlia, e mi scuso se approfitto della vetrina che mi offre Aphorism, ma so che qui lei lo troverà sempre, anche quando io non ci sarò più.  Grazie.

Il racconto

Mi fa riflettere la festa della mamma. Io sono stata figlia di una prima mamma che mi ha lasciata quando avevo solo 13 anni, e poi sono stata figlia di una seconda mamma, mia sorella maggiore che ha 16 anni più di me. In seguito sono stata mamma di Raffaella e lo sono ancora, in teoria, lo sono ancora. Il destino però ha voluto rendermi nuovamente figlia, figlia di mia figlia. Sono faccende private,direte, sì sono faccende private che però a volte meritano di essere conosciute. Mia figlia mi ha festeggiata, mi ha portata a fare una lunga passeggiata in moto, un fatto goliardico che forse capiterà ancora o forse no. Ma mia figlia mi accompagna, mi soccorre, sopporta la mia insofferenza alla dipendenza, anche da lei, sì anche da lei, tace di fronte alle mie crisi di orgoglio, misura le risposte e gli umori, controlla che le dita delle mie mani non siano cianotiche e, se lo sono, mi sgrida perché tengo l'ossigeno "troppo basso". Mi porta a fare le analisi,
a fare la spesa, a fare le visite, e si occupa anche di Paolo, facendo per lui tutto quello che io non riesco a fare. Le nuvole che incombevano sul nostro percorso, nuvole ce ne sono sempre, discussioni quasi sempre vane e inconcludenti, picchi di testardaggine a volte incontrollabili conditi da frasi sibilline e mai pensate veramente, non ci sono più, tutto sparito. Io e lei, lei e io. Noi stiamo combattendo la stessa battaglia, la mia, e ciò che mi sorprende è che questa battaglia lei l'ha fatta sua trasmettendomi tutta la forza che a me adesso manca. E' finito il tempo dei battibecchi, adesso è il tempo di stare insieme, di ridere molto, come ridono molto le persone che pur condividendo un problema enorme, non vogliono trascurare neppure un attimo di attenzione per la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più ironicamente bastardi. Le sensazioni sono più che mai a fior di pelle e l'osservazione della vita altrui si è affinata, gli eventi hanno perso il potere di affossare, e si guarda da fuori, da un osservatorio privilegiato, perché è da privilegiati poter allungare lo sguardo sul resto, su tutto il resto, sentendosi coinvolti non già dal dramma ma soltanto dalla comicità, la sottile comicità di cui tutto è impregnato, la triste comicità che si è spogliata della sua tristezza mantenendo per se stessa soltanto il grottesco. E perciò sì, io e Raffaella ridiamo molto, insieme. In questo immenso casinò ( e casino) che è la vita siamo sedute al nostro tavolo da gioco e il nostro croupier lascia scivolare la pallina nella roulette. "Rien ne va plus". I giochi sono fatti e qualunque cosa noi siamo, ne siamo il risultato. Ho sempre pensato che i genitori debbano occuparsi dei figli sempre, se i figli lo desiderano. Non ho mai pensato che sia scontato e automatico che i figli debbano occuparsi dei genitori. Sono perciò molto riconoscente a mia figlia che si occupa di me con così tanto amore, e la ringrazio pubblicamente: grazie di tutto, Raffaella.

 

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