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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

30 giugno 2015 alle ore 15:35

GERARDO E IL DON

Il racconto

Gerardo sonnecchiava. Aveva sistemato un divano accanto alla scrivania nel suo ufficio per potersi riposare nei rari momenti in cui il telefono non suonava. Lui viveva in un paese come ce ne sono tanti, nè grande nè piccolo, nè bello nè brutto. Ci sono paesi arroccati in cima alle colline, in montagna, al mare; quello in cui abitava lui faceva parte della categoria di quelli in pianura, ma proprio pianura che di più non ce n'è. C'era il centro con i portici, la chiesa con l'oratorio annesso, la scuola elementare, la fontana con le panchine, e poi c'era lo stabilimento, l'enorme stabilimento siderurgico in cui lavoravano quasi tutti i paesani. Dico "quasi" tutti perchè chi non era gradito al parroco, a lavorare lì proprio non c'entrava. Lo so che è un'ingiustizia, ma in quel periodo le cose andavano così e bisognava adeguarsi. Di conseguenza quando venivano celebrate le messe, la chiesa era affollatissima, e tutti i fedeli, più o meno credenti, cercavano di sedersi nei primi banchi di fronte all'altare in modo che il prete "da lassù" potesse vederli molto bene. Ma c'erano anche gli irriducibili, cioè quelle persone che non avevano voglia di andare a confidare i propri problemi e le proprie debolezze al don, e sopportavano anche di non avere un posto sicuro dentro lo stabilimento, se in ballo c'era la loro libertà. Erano soprattutto uomini e trascorrevano i loro pomeriggi fra una osteria e l'altra bevendo vino e gassosa e mangiando pane e salame. Fra una partita a scopa e una a briscola, si scambiavano opinioni e lamentele, e poi ognuno tornava a casa sua. Le famiglie allora erano numerose, non solo perchè nascevano tanti bambini, ma anche perchè spesso il nucleo familiare comprendeva oltre a genitori e figli anche nonni, zii, cugini ecc. Nessuno era lasciato solo; salvo che l'aiuto venisse rifiutato con decisione, tutti erano aiutati e dove non arrivavano i parenti perchè magari non esistevano, arrivavano i compaesani, i vicini di casa, e il piatto di minestra era sempre assicurato.
Ma dicevo di Gerardo che sonnecchiava sul divano.
Lui era un brav'uomo, una persona sensibile e generosa che aveva capito la solitudine di quanti non facevano parte della "corte" del parroco. Così aveva ideato una specie di rudimentale "telefono amico" a cui tutti potevano rivolgersi, anche in completo anonimato, per sfogarsi, piangere, protestare, raccontare la propria esperienza, o anche per condividere momenti di gioia. Sì perchè può capitare anche di non sapere con chi condividere un momento di gioia. Per la sua attività aveva adibito una stanzetta di casa  a ufficio. Gerardo non era certamente uno psicologo. Aveva frequentato la scuola media inferiore, ed era già molto, vista la poca importanza che i genitori  avevano dato alla sua istruzione. Tutto quello che sapeva "in più" l'aveva imparato leggendo ogni libro che gli capitava fra le mani, e interessandosi con curiosità a qualunque argomento potesse arricchire il suo bagaglio di informazioni. "In più" aveva anche il dono di infondere fiducia nelle persone, e di prendere a cuore i problemi di tutti, cercando di risolverli, a volte, in modi anche piuttosto sanguigni Tutti i pomeriggi passava a trovarlo Rita, più che a trovarlo, passava a portargli il caffè, nel bicchiere come piaceva a lui. Lei in passato aveva anche provato a fargli la corte, ma a lui non interessava. Rita era sciatta, sempre con le ciabatte ai piedi, i capelli raccolti alla benemeglio e fermati in testa con due pinzoni colorati. Aveva un gran bel sorriso però, di quei sorrisi aperti, senza riserve, che hanno sovente le persone un po' ottuse che sono sempre contente, anche solo per il  fatto di essersi svegliate al mattino. E poi era grassa. Non che fosse un problema il fatto che fosse grassa, se però lo fosse stato anche lui, ma Gerardo era secco come una stecca da biliardo. Non avrebbe funzionato.
Si sentì scuotere con forza.
"Svegliati che c'è il caffè."
"Sempre delicata eh, Rita?"
"Devi berlo subito, se no si fredda."
"Se si fredda lo berrò freddo. Non muore nessuno."
"Ma cos'hai oggi! Ti ha morso la tarantola?"
Rita si sedette in un angolo mortificata, e Gerardo capiì che aveva esagerato.
"Ma dai, scusami. E' che dormivo e mi sono spaventato."
Lei sembrò rasserenata.
"Come va oggi col telefono? Tante chiamate?"
"Stamattina sì, nel pomeriggio mica tanto. Ma Natale è vicino e la gente non è in casa."
"Cosa fai a Natale, mica starai qui al telefono."
"Certo che starò qui. A Natale la gente sente ancora di più la solitudine."
"Ti sei messo in testa di salvare il mondo? Non sarà mica tanto facile con un telefono solo!"
E Rita si lasciò andare ad una sonora risata. Ecco un altro motivo per cui non avrebbe funzionato, pensò Gerardo.
"Beh, se non ti serve niente vado a casa."
"Non mi serve niente. Grazie. Ciao"
"Comunque sappi che se vuoi, a Natale puoi venire a casa mia."
"Grazie, grazie."
Pensò con terrore a come sarebbe stato il Natale a casa di Rita. Immaginò se stesso, secco come una stecca da biliardo, compresso fra i nerboruti fratelli e cugini di lei, e rabbrividì. Una volta era andato a pranzo da loro ed era rimasto colpito dalla voracità di tutte quelle persone che usavano molto le mani e poco le posate, in un silenzio innaturale in cui si sentivano solo i rumori prodotti dal mangiare e dal bere. Ovunque, pensò, ma mai più a casa di Rita. Oh, ecco il telefono.
"Pronto"
Dall'altra parte del filo la voce contraffatta di un uomo che cercava di parlare come un bambino.
"Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia che il don non voglia. Non muove foglia......"
"Ma che ca....ma chi parla!"
Ma la comunicazione era stata già interrotta.
Non gli piaceva, non gli piaceva affatto. Ci dovevano essere di mezzo gli irriducibili. Il Natale era vicino e non si sapeva cosa aspettarsi da gente senza lavoro e senza soldi. Lui era dalla loro parte, ma non voleva che si mettessero nei pasticci. Se qualche testa calda avesse fatto una stupidaggine, tanti figli piccoli sarebbero rimasti anche senza quel poco che i genitori riuscivano a procurare con lavori saltuari. Decise di fare un giro di ricognizione in paese. Si mise le scarpe, si pettinò passandosi le mani fra i capelli, e uscì. Prima tappa l'osteria dello Sport. Appena entrato lì, fu investito dal frastuono; chissà perchè la gente deve gridare così tanto. Il fumo lo fece tossire, maledette sigarette. Come aveva immaginato lì trovò i quattro più irriducibili fra gli irriducibili: Mario, Antonio, Enrico e Sandro.
"Ehi Gerardo, ciao. Dove hai mollato il telefono? Guarda che qualcuno magari si ammazza se non ti trova."
"Piantala Enrico. Almeno io mi do da fare, non sto tutto il giorno qui a giocare a carte."
"Ma dai, non prendertela. Siediti a bere un bicchiere con noi."
Mario si alzò e andò a prendere un'altra sedia e la portò al tavolo.
"Hai sentito Gerardo? In parrocchia stanno preparando pacchi natalizi per le famiglie bisognose. Pasta, scatolame, caffè, zucchero e altro. Un bell'aiuto."
"Mi sembra una iniziativa generosa."
"Sì certo, ma mica per tutti. Solo per quelli che vanno in chiesa. Ma scusa, Natale non è Natale per tutti? E i poveri non sono tutti uguali? Non mi ricordo granchè di catechismo, ma mi pare che Cristo non facesse preferenze e aiutasse tutti. Pensa alla Maddalena. Più di così, non so."
Sandro aveva sintetizzato il vangelo un po' a modo suo, però aveva ragione.
"Non crederete mica a tutti i pettegolezzi che sentite."
"Tanto noi abbiamo già un'idea."
"Antonio, stai zitto."
Perciò qualcosa bolliva in pentola. Gerardo pensò che non si era sbagliato.
"Non fate stupidaggini. Vi prometto che mi informo. Se è vero si vedrà."
Lasciata l'osteria pensò a chi poteva rivolgersi per avere informazioni. L'unica persona era Rita. Lei non frequentava la parrocchia, ma certamente le sue cugine sì, anzi, conoscendole, probabilmente facevano parte del gruppo che preparava i pacchi di alimentari. Gli sembrava impossibile che il parroco potesse perpetrare un'ingiustizia così eclatante.
Parli del diavolo e spuntano le corna, pensò vedendo in lontananza  proprio il don che camminava nella sua direzione. Il prete era alto e corpulento. Le guance e il naso sempre vermigli facevano pensare che il vino non lo bevesse soltanto durante la messa. La voce tonante, allenata dalle lunghissime prediche che sbraitava dal pulpito, echeggiava amplificata dai portici. La lunga tonaca nera lo faceva sembrare ancora più alto. Camminava lentamente, continuamente fermato da uomini e donne che lo salutavano chinando la testa. Una vecchia beghina si mise addirittura un velo in testa. Roba da matti!

Quando furono quasi di fronte l'uno all'altro, il don gli lanciò un'occhiata bieca. Era evidente che lo considerava una specie di rivale. Chissà perchè, visto che le persone che  si rivolgevano a Gerardo, il parroco non le considerava. Lui invece ascoltava tutti, anche chi frequentava la chiesa se gli telefonava, senza fare distinzioni. Ed era anche beneducato perciò salutò, facendo bene attenzione che il movimento della sua testa non potesse essere scambiato per un inchino. Il prete fu costretto a rispondere al saluto, senza però rinunciare ad una frecciatina.
"Le persone dovrebbero venire in chiesa, a confessarsi, non usare il telefono."
"Io non confesso nessuno. Do solo dei consigli. Può telefonarmi anche lei se vuole. Già, ma lei i consigli li chiede solo al capo in testa, oppure è lei che dà consigli a lui?"
Gerardo rise e anche il don rise a denti stretti, e siccome la sua mania di onnipotenza era  risaputa da tutti, anche qualche passante sorrise. Solo la vecchia beghina si strinse ancor più il velo sotto il mento.
"Che scandalo, rivolgersi in questo modo ad un ministro di Dio!"
Ma era un'occasione da non perdere.
"Ho saputo che la parrocchia aiuterà le famiglie bisognose, con dei pacchi di alimentari."
Il parroco si inorgoglì tutto.
"Sì, è vero. La curia ci ha messo a disposizione qualche risorsa per questa opera di bene. Sa, i tempi sono duri."
"Perciò tutte le famiglie saranno aiutate." insistè Gerardo.
"Mah, come le ho detto le risorse sono limitate, non credo proprio tutti, comunque faremo il possibile."
"E come pensa di fare? Non si può aiutare qualcuno e altri no. Si possono accontentare tutti dando un po' di meno a ciascuno. Le pare?"
Il prete era imbarazzato.
"Noi conosciamo bene quelli che frequentano la parrocchia, degli altri non sappiamo granchè. Ma adesso devo andare, ho un appuntamento."
Il don, messo alle strette, si stava dando alla fuga e anche senza tanta eleganza. In men che non si dica sparì oltre una curva, senza neppure più stare ad ascoltare la gente che tentava di fermarlo.
Se voleva la guerra. Gerardo era pronto a combattere. Tornò a casa che il telefono stava suonando.
"Pronto."
"Pronto, sono Adriana, la moglie di Enrico."
"Cosa è successo?"
"Niente per adesso. Ho saputo che hai incontrato il prete e hai parlato dei pacchi."
"Caspita, le voci corrono."
"Sì. Ma non sai cosa ha studiato per escluderci. Mi ha detto Silvana, che glielo ha detto Anna, che i pacchi saranno distribuiti in chiesa il pomeriggio del 24 dicembre. Hai capito? E' logico che chi non frequenta la chiesa non si presenterà per prendere la roba. Non vogliamo mica farci vedere morti di fame, e la dignità dove andrebbe a finire? Così lui salverà la faccia, come se niente fosse."
"Senti, tieni tranquillo tuo marito e io provvedo a risolvere questa faccenda."
Ancora il telefono!
"Non muove foglia che il don non voglia, non muove foglia che il don non voglia."
Di nuovo quella voce contraffatta. Qualcuno voleva qualcosa da lui? E allora che si facesse vedere, che lo guardasse in faccia. Cosa erano quei modi da squallido racconto giallo! Lui la gente la affrontava, la guardava diritto negli occhi, non imitava la voce dei bambini al telefono. Ma prima o poi avrebbe scoperto chi gli telefonava e allora sì che si sarebbe fatto sentire.
Decise di uscire di nuovo. Aveva un piano, ed anche la persona giusta che lo avrebbe aiutato ad attuarlo.
Dieci minuti più tardi Gerardo suonava il campanello a casa di Virginia. Virginia era l'ostetrica. Donna arguta e intelligente era amata e stimata da tutte le donne del paese. Intanto perchè aveva fatto nascere praticamente tutti, e poi perchè era sempre pronta a curare, ascoltare e consolare. Non ci sarebbe stata donna che non le avrebbe dato retta. E una volta convinte le donne, poi ci avrebbero pensato loro a convincere gli uomini.
"Ciao Gerardo, è da un po' che non ci si vede."
"Ciao Virginia, posso entrare?"
"Certo, sto mangiando un po' di pane e formaggio, ne vuoi?"
"No, no grazie. Non ho fame."
"Qualche volta dovrai pur sederti a mangiare. Quando mangi? Mai. Guardati, sei secco.."
"Sì, lo so. Sono secco come una stecca da biliardo."
Accettò pane e formaggio.
"Bene, adesso dimmi cosa vuoi. Tu non sei tipo da visite."
"Sai dei pacchi di Natale? Quelli che distribuisce la chiesa?"
"Certo, non si parla d'altro in paese. E' una grossa ingiustizia che non siano dati a tutte le famiglie."
"Infatti. Ho un piano e ho bisogno del tuo aiuto."
"Se posso..."
"Tu sei stimata, ascoltata. Dovresti convincere le donne a disertare la messa di mezzanotte."
"Cosa? Ma sei matto? Non ci riuscirò mai."
"No, ascolta. Si farà così. Al pomeriggio le famiglie andranno a ritirare i pacchi natalizi e li porteranno nel salone del cinema. Lì saranno aperti  e la roba divisa fra tutti compresi gli esclusi dal parroco. Lui non conosce la nostra gente come la conosco io. La solidarietà non è mai mancata in paese. Nessuno accetterebbe qualcosa sapendo che altre persone nella stessa sua situazione non  avranno nulla."
"Ma la messa di mezzanotte è un simbolo...io non so."
"Devi provare Virginia. Altrimenti ho già respirato venti di guerra. Mi capisci?"
"E il prete?"
"E il prete avrà la lezione che merita. Se vorrà i suoi fedeli dovrà andarli a cercare"
"Va bene. Proverò."
Finalmente Gerardo potè tornare a casa discretamente tranquillo. Da parte sua Virginia non riusciva a prendere sonno. Si sentiva una rivoluzionaria, si sentiva giovane come quella volta, quando giovane lo era davvero, che aveva affrontato a muso duro e pubblicamente, un politico corrotto, in municipio. Non bastò una scodella di camomilla a farle trascorrere una notte tranquilla.
Il piano di Gerardo cominciò a passare di bocca in bocca, strisciante e bisbigliato, dietro ad una parvenza di indifferenza generale. La ribellione covava in sordina e si allargò a macchia d'olio. I titubanti finirono per lasciarsi convincere dalla maggioranza. Nessuno parlò con la vecchia beghina.
La notte di Natale, quando il parroco fece il suo ingresso per la messa, rimase di stucco. Nessuno. Chierichetti assenti, organista latitante, fedeli neanche l'ombra. Nei primi banchi sotto l'altare c'erano le suore e la vecchia beghina. La voce tonante del don trafisse il silenzio della grande chiesa vuota.
"Qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo?"
La suora più anziana raccontò al parroco tutto quello che anche lei aveva saputo soltanto da poco.
"Allora i paesani sarebbero tutti nel salone del cinema?"
"Sì padre, hanno detto che loro sono una comunità, un'unica comunità, e non accettano diseguaglianze. L'hanno detto loro." Si affrettò a precisare la suora intimorita.
Nel salone del cinema intanto, tutte le famiglie del paese si erano radunate, avevano diviso le provviste in parti uguali e le avevano consegnate alle famiglie bisognose. Tutti erano soddisfatti del loro operato e si stavano apprestando al brindisi di mezzanotte. Due giovani sposi, genitori da poco, avevano improvvisato un piccolo presepe deponendo il loro bimbo su una coperta e inginocchiandosi accanto a lui. La gente era commossa e si teneva per mano. Gerardo pensò che quello era il Natale più bello della sua vita e forse anche della vita di tutti i presenti. Gli si avvicinò Enrico e gli strinse la mano.
"Ehi,Gerardo! Sei stato grande, davvero grande. Grazie."
"No guarda, ti sbagli. Grande, grandissima è questa gente, la nostra gente."
Il don non andò a cercare i suoi fedeli. Si chiuse in canonica e lì rimase.
Il giorno seguente in tutta la provincia non si parlava d'altro, e in seguito ne scrissero perfino i giornali.
La curia, travolta dallo scandalo, ritirò il prete dalla parrocchia e lo collocò dietro una scrivania ad eseguire lavori d'ufficio.
Beh, il mio racconto a questo punto sarebbe anche finito. Ma aspettate un momento, c'è una persona che mi vuole parlare.
"Cosa mi devi dire?"
"Che non ci credo."
"Che non ci credi? A cosa?"
"Non credo che la gente abbia fatto fronte comune, non credo che abbia diviso la sua roba con gli altri, non credo che si sia commossa e tenuta per mano, e non credo neppure che il prete sia stato confinato in ufficio."
"Hai ragione. Infatti questa non è una storia vera, è solo un racconto di Natale."

 

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