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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

04 luglio 2015 alle ore 7:08

GREGORIO

Il racconto

Appena entrata nella stanza guardai subito dalla sua parte, e lui era lì, come sempre. L'emozione era intensa e faticavo a controllare il tremore delle mani. Non mi ero più fatta viva e mi sentivo un po' in colpa. La stanza era sempre uguale, come l'avevo lasciata e come la ricordavo. Le gelosie accostate lasciavano entrare lingue di luce che mettevano in evidenza lo strato di polvere sopra i mobili. Mancava solo il lampadario di cristallo a gocce, e una lampadina pendeva modesta dal soffitto. Rividi la scena del lampadario che si staccava dal suo gancio e precipitava violentemente sul tavolo nuovo. Quel bellissimo lampadario, pagato a rate, costato tanti soldi,e neppure ancora finito di pagare, ammirato da tutti, simbolo di una ritrovata piccola parvenza di benessere dopo la distruzione della guerra, dopo la disperazione e la fame. Il tavolo era stato ricoperto da un foglio di opaline e recuperato, ma un altro lampadario non si era potuto comprare. E così era rimasta quella lampadina penzolante a ricordarci quanto il nostro illusorio benessere fosse precario. Era bastato quel crollo fragoroso per riportarci tutti alla consapevolezza dei nostri limiti. Io non l'ho vissuta la guerra, sono nata quando era già finita da tre anni; sono stata più fortunata dei miei fratelli e di mia sorella che invece la vissero da bambini. Ho avuto infanzia e adolescenza, invece loro bombardamenti, fughe nei rifugi, pasti a base di ravizzone, assenza di qualunque cosa possa far felice un bambino. 
Adesso la stanza era lì e continuavo a chiedermi come avessi  potuto stare lontana tanto tempo. Ma si cercano sempre risposte senza provare a immaginare che le risposte potrebbero anche non esistere.
Presi un fazzoletto di carta per pulire una sedia. Mi sedetti e rimasi in silenzio a respirare i ricordi.
"E' da tanto tempo che ti aspetto" Mi voltai verso di lui. La sua voce era dolce e fui contenta di risentirla.
"Ne sono certa. Vivere mi ha distratta molto, mi dispiace. Come stai?"
"Non c'è male; un po' scricchiolante! Piuttosto, tu?"
"Io ho pensato a te ogni volta che avevo bisogno di ritrovare la mia identità, e credi, le volte sono state innumerevoli!"
"E' curioso, in considerazione di quanto ti ero insopportabile!"
"No, non è vero, solo a volte. Ero piccola e avevo voglia di scappare."
"E poi...l'hai fatto."
"Sì"
"Ti sento quieta, riflessiva, vedo nei tuoi occhi dolcezza e ragionevolezza."
"La vita mi ha costretta a smussare gli angoli. Ma tu sai bene queste cose. Tu raccoglievi gli sfoghi, non solo miei,  sentivi ogni discorso, ogni progetto, ogni litigata. Sai, ho poi riscontrato che litigano tutti, specialmente quando si riuniscono per il Natale o altre festività. I parenti litigano fra loro, anche gli amici, anche i colleghi di lavoro. Ho dovuto imparare a guardarmi le spalle, sentendomi tanto vulnerabile, tanto fragile, e allora mi venivi in mente tu, e questa casa, tu, punto di incontro di tutta la famiglia; a volte litigavamo fra di noi per potere stare con te. E' vero, non sono più venuta qui, ma tu hai accompagnato tutta la mia vita. In questa stanza, davanti a te, mia madre fu adagiata sul tavolo da morta, perchè tutti potessero venire a farle visita. Io avevo tredici anni. Fuori casa avevano appeso degli spessi paramenti neri con le rifiniture color oro che mi facevano impressione. Tutte quelle carezze, tutta quella pietà per me che "non avevo più la mamma", quanto mi irritavano! E poi la leggerezza, la superficialità della giovane età, certo potevo mettere le prime calze di nylon, grige, perchè alla mia età il nero non era previsto, ed io mi pavoneggiavo con le mie prime calze "da grande" senza capirne il prezzo, senza capire niente!"
"Tu stessa parli di giovane età, eri una bambina, cosa dovevi capire! Avresti capito più tardi, ed hai capito più tardi, vero? Se no non saresti qui."
"Sì, ma capire non ha potuto cancellare il rimpianto. Mia madre se n'era andata, e con lei la mia infanzia. Dopo fu tutto diverso."
"Ricordi il concorso?"
"Certo che lo ricordo! Non volevo più partecipare perchè lei l'aveva tanto voluto, e ormai mi sembrava inutile. Partecipai lo stesso e suonai "Per Elisa". Mia madre mi è mancata tutta la vita, mi è mancato conoscerla e frequentarla. Chissà, forse mi avrebbe delusa? O sarebbe stata la mia migliore amica? Non lo saprò mai. Ma la sua voce non l'ho mai dimenticata. Lei suonava ad orecchio e cantava, tu ricordi vero, la sua bella voce?"
"Sì, come dimenticarla. E come dimenticare una famiglia che viveva di musica, anche in mezzo a problemi quasi insormontabili? Io non ho voluto essere parte di un'altra famiglia. Ho voluto rimanere qui, a riascoltare echi di voci, di risate, di rincorse su per le scale di ragazzi che andavano verso il loro destino sconosciuto. E se tu oggi sei qui, vuol dire che sono servito a qualcosa."
"Caro Gregorio, di questi sei ragazzi che si rincorrevano su per le scale di casa, ne sono rimasti soltanto due."
"Gregorio?"
"Sì, ti avevo dato un nome che sapevo solo io e ti avevo chiamato Gregorio."
"Sei tornata per rimanere?"
"Mi piacerebbe, ma non posso. Sono solo di passaggio, sto andando verso l'ignoto, ma ho ancora un po' di tempo per te."
"Ho capito. Allora siediti qui davanti a me come quando eri bambina, e suona."
"Ma non ricordo più niente!"
"Ti aiuterò io che ricordo ogni nota che le tue piccole mani hanno impresso sui miei tasti ingialliti."
Ubbidii e mi sedetti davanti a lui. Posai le mani sulla tastiera, caro vecchio Gregorio, e le mie mani volarono suonando come io non ero mai stata capace, creando melodie sconosciute e struggenti, mai ascoltate, mai composte prima. Allora lui mi parlò:
"Ora che sei tornata non ha più senso che io rimanga qui. Non andrai sola verso l'ignoto, verrò io con te"
Mi sentii traboccare di affetto.
"Ho sempre saputo che quando fosse arrivato il momento avrei potuto contare su di te."
Lo accarezzai. Così solido e imponente! Con quella sua incombenza così rassicurante. Con quella generosità fedele e piena di tenerezza!
E mentre la musica inondava la stanza, spariva la polvere dai mobili, e dal soffitto pendeva luminoso il magnifico lampadario a gocce di cristallo. All'improvviso mia madre, mio padre, i miei fratelli erano lì; mi sorridevano, e mi parlavano. "Guarda Lora che dopo tocca a noi suonare!"
E io ebbi la certezza che non sarei mai più rimasta sola.

 

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