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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

13 luglio 2015 alle ore 20:19

"HO FATTO LE BRUTTE COSE"

Il racconto

Sono marzolina e sono andata a scuola a sei anni e mezzo. Non so se a quel tempo si potesse anticipare l'entrata alla scuola elementare a cinque anni e mezzo. Non ha importanza visto che per i miei genitori andò benissimo così, ed io entrai felicemente nel mondo dell'istruzione; felicemente per loro, perchè da subito capii che la scuola non mi piaceva. Però non so se ai bambini di solito piaccia ritrovarsi prigionieri di un banco scolastico a sognare di essere altrove a correre e giocare. A parte tutto ciò sicuramente potevo essere orgogliosa di me stessa. Ero sopravvissuta felicemente alle terrificanti favole per bambini e mi ero lasciata alle spalle draghi, orchi, streghe, matrigne perverse, lupi famelici che si nutrono di nonne, e via dicendo. Che meraviglia! La scuola comunque mi apriva nuovi orizzonti e nuovi interessi. Imparavo a socializzare, ma anche l'umiliazione dell' isolamento: perchè si sa, i bambini sono crudeli. La mia timidezza era davvero abnorme, e i miei capelli rossi erano la mia disgrazia. Capelli rossi e lentiggini (o efelidi, come volete) sparse dappertutto ma soprattutto sul viso. Quei meravigliosi capelli rossi che mi avrebbero resa particolare una volta donna, furono la peggiore condanna della mia infanzia. Sbeffeggiata, presa in giro, a volte pesantemente insultata, solo per il colore dei capelli. Pazienza. Si sa che da bambini bisogna "farsi le ossa" e a me non mancavano certo le occasioni. Quando in lontananza vedevo un gruppo di bambini, prudentemente cambiavo strada. Avevo vinto battaglie molto più difficili e non immaginavo che il peggio dovesse ancora arrivare. La mia fantasia era popolata da mostri e credevo che ci fossero proprio tutti, ma mi sbagliavo: mancava il maligno, o diavolo, o belzebù, o demonio (chiamatelo come volete.) Compresi cosa mi ero persa quando fu decisa la mia entrata ufficiale nel mondo della chiesa. E' vero che ci ero già entrata con il battesimo, ma chiaramente inconsapevole. Adesso dovevo prepararmi alla prima comunione e perciò dovetti partecipare alle lezioni di catechismo che avvenivano nel primo pomeriggio di domenica, in chiesa, fra i banchi. Mentre a scuola le classi erano miste (maschi e femmine), al catechismo i sessi erano accuratamente divisi e tenuti distanti. Le bambine con un' insegnante femmina e i bambini con un insegnante maschio, in giorni diversi e orari diversi. Cosa di così apocalittico fosse potuto accadere se bambini e bambine di sette anni fossero venuti in contatto, davvero non lo so e ancora me lo chiedo. Ricordo chiaramente due suore che partecipavano ai nostri pomeriggi di catechismo. Una si chiamava suor Pierdina ed era la versione femminile di Amedeo Minghi: infatti tutte le volte che lo vedo in tv, menomale di rado, vedo suor Pierdina. L'altra che non ho dimenticato è suor Luisia: lei sembrava uscita da un dipinto di Botero. Il viso molto tondo avvolto in una cuffia molto tonda, su una corporatura molto tonda a sua volta avvolta in una gonna molto tonda e arricciata. Ci si sarebbe potuto aspettare di vederla librarsi nel cielo come un birillo e sparire lontano fino a diventare un puntino quasi invisibile. Lei era quella che ci portava nella stanza degli orrori. La stanza degli orrori era una saletta adiacente alla sagrestia, munita di panche sulle quali noi bambine prendevamo posto per ascoltare le tremende avventure di nostre coetanee che avevano detto le bugie, bisubbidito ai genitori e alle suore, che non erano andate a messa, oppure erano andate a ballare di nascosto (a sette anni?), ma soprattutto che avevano fatto "le brutte cose": per cui il demonio, nottetempo, le aveva strappate dal  loro letto e buttate dalla finestra affinchè si "spiaccicassero al suolo". E tutti l'avrebbero saputo perchè l'ombra del maligno sarebbe rimasta impressa sul muro fra la finestra e il terreno dove la poveretta sarebbe precipitata, indegna di qualunque perdono. Io ascoltavo pallida e a bocca aperta, diciamo pure terrorizzata, e mi chiedevo cosa caspita fossero " le brutte cose". Già," le brutte cose". Mi ricordavano qualcosa. Forse uno o due anni prima ero andata col mio amico Mariolino in campagna dove c'era un fossato, non tanto lontano dalle nostre case, che delimitava la proprietà di certi contadini. Era un fossato senza acqua. Noi ci eravamo calati sul fondo e lì ci eravamo spogliati nudi e.....addormentati. Ad un tratto molto rumore mi aveva fatto aprire gli occhi e mi ero trovata a guardare con curiosità diversi adulti che dall'orlo del fossato mi guardavano severi e gridavano di brutte cose che non si dovevano fare. Io intanto pensavo a quanto fossero lunghe queste persone viste così dal basso. Eravamo stati presi per un braccio senza tanti complimenti e trascinati via, nonchè chiusi ognuno in casa propria, non ricordo più per quanto tempo. Una bambina di cinque, sei, sette anni può sapere cosa sono le brutte cose se un adulto non le dice che sono brutte? No di certo.  Ma pazienza.
La prima comunione è ricordata da tante persone e non ho mai capito perchè. Io della prima comunione ricordo soltanto il magnifico abito di pizzo bianco e il cappellino col velo, nonchè il latte e cacao offerto dalle suore all'oratorio nei banchi riservati ai bambini dell'asilo. Quello che invece non ho dimenticato è la PRIMA CONFESSIONE. Già, perchè per fare la prima comunione bisognava confessarsi. La prima confessione richiese una attenta organizzazione mentale e di attrezzatura. Un foglio di quaderno fu assolutamente insufficiente perchè, non solo i peccati erano tantissimi (tutti quelli di una vita da 0 a 7 anni) ma la calligrafia di seconda elementare era anche molto voluminosa. L'elenco non finiva mai ed io ero molto preoccupata. Le suore mi avevano avvisata che se avessi dimenticato anche un solo peccato, nel momento in cui il parroco mi avesse dato l'ostia, questa sarebbe volata via sotto gli occhi di tutti condannandomi alla pubblica vergogna. Accipicchia che paura! Quei maledetti fogli di quaderno erano stropicciati, sudati e pasticciati. Li leggevo e rileggevo macerandomi nell'ansia di avere dimenticato qualcosa. E in fondo, ma proprio in fondo all'elenco, c'era il più inconfessabile, il più vergognoso, ma anche il più incomprensibile: "ho fatto le brutte cose". Che caspita erano "le brutte cose"? Non importava: bisognava dirlo e basta. Quando arrivò il fatidico giorno della "Prima confessione" la mia agitazione era alle stelle. Non ebbi neppure la consolazione dell'anonimato perchè dovetti inginocchiarmi su uno sgabellino di fronte all'enorme e accigliato parroco seduto su una sedia che a me parve altissima. Cominciai a leggere i miei fogli di quaderno con voce tremante e preoccupata, ma quando arrivai all'ultimo peccato rimasi zitta e in imbarazzo.
"Allora? Hai finito?"  Il vocione di Don Sandro mi incuteva terrore e pensai allla possibilità di scappare, subito, ma se poi l'ostia fosse volata via?
Sospirai e, tutta rossa in viso  "Ho fatto le brutte cose."
"Hmmmmm" Don Sandro brontolò l'assoluzione e stabilì la penitenza, ma io fui veramente tranquilla solo quando, la domenica seguente, l'ostia fu saldamente catturata nella mia bocca.

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