username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

30 giugno 2015 alle ore 13:30

LA SCONOSCIUTA

Il racconto

Mentre ritornavo a casa con quattro borse di plastica piene di tutto, appese alle braccia, non potevo evitare di darmi dell'idiota. Che idea andare a piedi a fare la spesa! Potevo almeno prendere la bicicletta, o, meglio ancora, l'auto. "Il fatto è" pensavo "che si esce convinte di comperare due cosette e poi invece... Pazienza!  E poi: per fare due passi. Come se non conoscessi il mio paese. C'ero nata, cresciuta, sposata, ma sicuramente non ci sarei morta. Possibile che solo io non riuscissi ad andarmene? Adriana e Sandra mi avevano telefonato da poco, entusiaste di essersi trasferite a Milano, ed anche Lorenza viveva da tre anni a Torino ed era felicissima; anzi, le rare volte che tornava al paese diceva ridendo:"Chissà come ho fatto a vivere per tanto tempo in questo mortorio."
Sospirai mentre posavo un attimo le borse a terra per riposarmi un po'. Mi guardai intorno: ero all'angolo della mia via: sempre lo stesso quadro: i pini marittimi, le aiuole, l'asfalto pieno di crepe e mai aggiustato, e, in fondo alla via, dietro la casa, prati collinette e cespugli a non finire. Eppure mio marito viveva bene in questo nostro paese e non era stato certo facile convincerlo a chiedere il trasferimento in città. Però c'ero riuscita ed ora si trattava soltanto di attendere la risposta che non avrebbe tardato ad arrivare. Sorrisi pensando a lui. Era così dolce ed io ottenevo sempre quello che volevo.
"Oggi a pranzo gli preparo qualcosa di speciale" pensai.
Ripresi le mie borse e percorsi gli altri pochi metri che mi separavano da casa mia, affrettandomi per avere più tempo per cucinare. Nel frattempo avevo deciso: penne al sugo di tonno e frittata alle erbette che a lui piaceva tanto.
Fu mentre in casa ero intenta a riporre la spesa che, dando un'occhiata verso l'orto dalla finestra della cucina, la vidi. Nel prato, proprio sotto l'enorme ciliegio selvatico che troneggiava al centro dell'orto, c'era una donna. Era lì ferma e dava le spalle alla casa. Quando mi riebbi dalla sorpresa il mio primo impulso fu quello di precipitarmi fuori e ricordarle che era in casa d'altri, ma poi la curiosità fu più forte di tutto il resto, e così rimasi dietro le tendine a guardare. La sconosciuta si era inginocchiata nell'erba e accarezzava lentamente le violette che spontaneamente erano nate sotto il ciliegio.
Per un attimo rabbrividii "Una squilibrata nel mio giardino!" pensai. Ma non feci nulla. Continuai a guardare lei che intanto si era rialzata e stava lì, abbracciata al tronco del ciliegio quasi ne volesse misurare la circonferenza. Poi si mise a camminare adagio ed andò ad accarezzare il vecchio pino che era nell'angolo più lontano dell'orto e ritornò verso la casa percorrendo il vialetto laterale: teneva gli occhi bassi. Adesso potevo vederla abastanza bene. Era di mezza età, robusta e ben vestita, ma non riuscivo a scorgere il viso. Camminava e poi tornava sui suoi passi pensierosa. Quando fu di nuovo sotto il pino decisi di intervenire. Uscii determinata dalla porta posteriore; questa situazione andava affrontata. A voce alta la apostrofai:
"Scusi, sono la padrona di casa e questo è il mio orto. Cerca qualcosa?" E intanto mi avvicinavo.
La sconosciuta si voltò verso di me e, per nulla turbata nè intimorita dalla mia presenza
"Sì" disse "il passato."
Il tono della  sua voce era caldo e pacato, l'espressione del viso dolce ed emozionata e gli occhi lucidi di pianto.
Rimasi ferma davanti a lei, colpita da quelle poche parole così piccole e inaspettate, ma tanto dense di significato.
Allora anch'io sorrisi e gentilmente incalzai:
"Cerca il passato a casa mia?"
"Oh, questa casa è anche mia, o almeno, lo è stata per molti anni; mia e della mia famiglia. Ci ho vissuto fino all'età di tredici anni".
La voce della sconosciuta era rotta dall'emozione e capivo che a stento riusciva a trattenere le lacrime. Non sapevo cosa fare, ma provavo tanta tenerezza:
"Vuole entrare un attimo in casa? Le faccio il caffè?"
"Non credo di averne il coraggio"
"Suvvia, ormai è qui. E poi non si deve preoccupare di me. Si lasci pure andare. Certe volte piangere fa bene e non bisogna vergognarsene." E, in uno slancio di simpatia, la presi sottobraccio accompagnandola verso la casa.
Sulla porta trovai una scusa:
"Raccolgo un po' di prezzemolo per la frittata. Entri pure e mi aspetti in cucina...tanto sa dov'è. Scusi il disordine. Arrivo subito."
Avevo fatto bene a lasciarla sola, infatti finalmente pianse liberamente, poi si soffiò il naso, ed infine, con le mani tremanti, aprì la porta ed entrò in casa, quasi in punta di piedi.
Poco dopo entrai anch'io e cominciai a preparare la frittata. Lei si era seduta su una sedia a lato del tavolo come una vecchia amica e mi osservava cucinare. Si abbandonò ai ricordi.
"Sa, quando ero piccola riuscivo a malapena ad abbracciare il tronco del ciliegio,ed anche adesso non riesco ad abbracciarlo. E' diventato così grande. E tutte quelle violette! Era il fiore preferito di mia madre. Lei si sedeva sempre in poltrona proprio in questo angolo, dove sono io adesso. Era seduta qui anche la sera che si sentì male. Emorragia cerebrale. Nella stessa notte morì in ospedale: aveva cinquant'anni."
"Poverina! E lei quanti anni aveva?"
"Io ne avevo tredici. E lei, la mamma ce l'ha ancora?"
"Oh sì! Abita in paese, nella parte nuova."
"Ah sì, la parte nuova. Ci sono passata oggi venendo qua. Questa però è la parte più bella. Non crede?"
Riflettei un attimo che tutto mi era sembrato il paese in quegli anni, fuorchè bello, però non volli deluderla.
"Certo, è la zona più bella, con tutta questa campagna intorno, tranquilla....forse anche troppo. Lei come si chiama? Io mi chiamo Silvia."
"Oh come ha ragione! Non mi sono neppure presentata. Il mio nome è Maria. Anzi deve scusarmi. Quando sono arrivata ed ho visto il cancelletto aperto, non ho resistito alla tentazione di entrare. So che non avrei dovuto."
"Non si preoccupi. Niente di male: ho capito la situazione."
Maria cambiò discorso.
"Quante uova ha messo nella frittata?"
"Sei, perchè?"
"Anche mia madre metteva tante uova nella frittata e mia nonna,non potendo muoversi agevolmente, dalla sua poltrona le contava ascoltando il rumore  man mano che mia madre le rompeva, e la sgridava, così la mamma, per evitare discussioni, le rompeva a due per volta. La nonna ne contava solo metà e stava zitta."
Scoppiammo tutte e due a ridere. Poi all'improvviso Maria si fece seria:
"Posso rivedere il resto della casa?"
"Ma certo! Chissà quanto lo desidera!"
Non mi preoccupavo più per il disordine poichè pensavo che gli occhi di Maria avrebbero visto ben altro fra quelle pareti. Scene di vita familiare di tanti anni prima, la camera dei genitori, la sua o dei fratelli. Quei vecchi muri le avrebbero sussurrato frasi antiche eppure mai dimenticate, emozioni care, malinconia e dolcezza di ciò che non c'è più.
Sospirai ed apparecchiai la tavola. Quando Maria tornò in cucina, mio marito Riccardo era rientrato ed io gli avevo spiegato tutto. Avevo preparato per tre, e lei, con naturalezza, si sedette a tavola con noi come fosse una persona di famiglia.
"E' sempre meravigliosa questa casa. Quanta nostalgia."
"Lei dove vive, Maria?"
"A Torino, da trent'anni."
"A Torino? Che cosa fantastica! Io ho un'amica a Torino. Oh, vivere in città, e poi in una grande città! E' il mio sogno."
Non riuscivo a trattenere la mia eccitazione e insistevo per sapere tutto, il più possibile.Maria parlava volentieri:
"Capisco, capisco il suo entusiasmo. Anch'io non vedevo l'ora di andarmene trent'anni fa, ma forse non è sempre il passo giusto quello che si fa da giovani. Io ho sofferto molto per avere tranciato le mie radici. La città indubbiamente offre tante comodità, ma non si lascia amare. E' grande, anonima, la gente è frettolosa e poco disposta alla confidenza. Non sono riuscita ad ambientarmi.".
Mentre Maria continuava a parlare, Riccardo mi guardava con dolcezza, forse immaginando il mio stato d'animo.
"E' vero. Il paese è pettegolo, certe volte la lentezza della gente è esasperante, però esiste tanta solidarietà, ci si conosce tutti e gli incontri sono più facili, più appaganti. Ci sono gli amici d'infanzia e quelli dell'adolescenza, ci sono i nostri cari. Io vivo in appartamento e mi sento carne in scatola. I miei vicini li conosco solo perchè bisogna dibattere le questioni condominiali e nessuno è mai d'accordo con gli altri."
Maria si interruppe e sospirò. Lasciò vagare lo sguardo lontano, oltre l'orto, verso i parti e i cespugli.
"Quando ero piccola ero sempre in campagna a giocare. Conoscevo tutti gli insetti, avevo un gatto, e in primavera coglievo le viole per mia madre. Mi graffiavo le gambe nei cespugli di biancospino, raccoglievo le more e quando i contadini tagliavano il grano andavo a spigolare con gli altri bambini. Andavo in bicicletta, sui pattini a rotelle. Sempre all'aperto, sempre gioiosi, bambini veramente gioiosi."
Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime:"Mia figlia tutto questo non l'ha avuto, e tanti altri figli non l'hanno avuto e non ce l'hanno. Quando era piccola la portavo ai giardinetti del rione: un'oretta o due per illudersi di essere in campagna. L'ora d'aria del carcerato."
Mi accorsi all'improvviso che l'ascoltavo con interesse, anche se lei sembrava parlare più a se stessa che a noi.
"Sì, all'inizio ero esaltata dalla città, dal movimento. Anche il traffico congestionato mi divertiva, ma poi mi sono accorta di non avere più le ali, se non per sognare di tornare qui. Poi il mio paese ha cominciato a mancarmi. Le facce conosciute, i pini marittimi della mia via, le aiuole, la gente in bicicletta, il gelato di sera sulle panchine alla fontana, le chiacchiere sotto i portici del centro, la festa patronale con la lotteria. Qui le persone non muoiono mai: vivono sulla bocca della gente che ne parla e che è sempre la stessa. A Torino nessuno sa chi fossero mio padre e mia madre, ma qui tutti li conoscevano; se fossi rimasta qui mi sarebbero mancati di meno. Ne sono certa."
Ora Maria non parlava più. Giocherellava con uno stuzzicadenti fissando un punto qualunque della tovaglia.
Riccardo si accese una sigaretta ed io mi alzai per preparare il caffè.
"Ma forse un giorno potrà tornare" le dissi.
Maria sorrise.
"Mia figlia è nata a Torino e la sua vita è là. Lei ha solo me e io ho solo lei..... Vi sono grata per avermi accolta con tanta simpatia, ma adesso è ora che me ne vada."
"Certo" dissi sorridendo "ma non prima del caffè."
"Grazie Silvia per i momenti bellissimi che mi avete dato oggi. Momenti indimenticabili. Vi ringrazio infinitamente"
Poco più tardi Maria se ne andò, a piedi. Aveva lasciato l'auto lontano per provare l'emozione di camminare per le strade della sua giovinezza. La seguii con lo sguardo fino a quando sparì alla mia vista, e poi rientrai in casa.
Sparecchiai la tavola, mi misi a lavare i piatti e dalla finestra del cucinino potevo vedere quasi tutto l'orto. Mi parve di rivedere Maria lì che accarezzava le viole e abbracciava il ciliegio. Era bello quel ciliegio, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Mi tolsi il grembiule e mi asciugai le mani, uscii per andare a guardarlo da vicino. Le gemme stavano per schiudersi e a breve una immensa nuvola di fiori bianchi avrebbe illuminato l'orto con la sua bellezza. Dal prato saliva un tenue  profumo di viole. Oltre l'orto l'erba era verde, le piante e i cespugli in pieno rigoglio. Fiori  di ogni genere rallegravano i prati, e i pini emanavano un penetrante piacevole profumo di resina.
Mi voltai verso la casa: bella, grande, solida, accogliente. La vista mi si stava annebbiando. Le lacrime cominciarono a scendere silenziose. Pensai alle parole di Maria, e, subito dopo, ai miei figli, quelli che io e Riccardo avremmo avuto: una grande emozione mi invadeva il petto e il cuore batteva all'impazzata. E all'improvviso tutto mi fu chiaro.
Corsi in casa.
"Riccardo...Riccardo!"
"Cosa succede? Mi hai spaventato"
Mi rifugiai fra le sue braccia che subito mi strinsero forte. Il pianto mi impediva di parlare mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza. Finalmente mi calmai.
"La lettera! L'hai già spedita?"
"Non l'ho spedita: è sulla scrivania del direttore in attesa di essere esaminata."
"Allora distruggila, amore mio, distruggila. La nostra vita è qui, nella nostra casa, e qui sarà il nostro futuro e il futuro dei nostri figli."
Avvolta dall'abbraccio di mio marito, col viso abbandonato contro la sua spalla, pensavo a Maria che ora era in viaggio verso Torino. Che sciocca ero stata, non le avevo chiesto neppure il numero di telefono, l'indirizzo. Lei non poteva immaginare ciò che aveva fatto per me ed io non avrei mai potuto ringraziarla.
"La rivedrò"  mi consolai  "Maria tornerà. Ne sono certa."

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento