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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

04 luglio 2015 alle ore 6:47

LA VESTAGLIA ROSA

Intro: Scrivere mi distrae dal dolore, da ogni dolore, però mi ci sono voluti 27 anni per riuscire a scrivere qualcosa di quello che segnò indelebilmente la mia vita.

Il racconto

La corsia era silenziosa. Un'infermiera camminava velocemente al richiamo di un segnale intermittente proveniente da una camera in fondo al corridoio. Io e Francesca ci fermammo nell atrio, lei teneva in mano la valigetta contenente le mie cose utili per il ricovero. Camicie da notte, vestaglia, ciabattine, biancheria intima, tutto rigorosamente nuovo, come si usa in certi frangenti.
Una piccola suora tutta vestita di bianco si avvicinò leggera.
"Desiderano?"
"Buongiorno. Devo essere ricoverata" 
"Ha l'impegnativa? E' prenotata?"
"sì, sì" estrassi da una busta i documenti per il ricovero senza riuscire a dominare il tremore delle mani.
"Si accomodi oltre quella porta. Le facciamo subito un prelievo di sangue. E' digiuna?"
"Sì, mi avevano avvertita. Grazie"
La suorina, silenziosamente come era arrivata, si allontanò in fretta.
Guardai Francesca
"Puoi anche andare via adesso, altrimenti farai tardi in ufficio"
"Ma nemmeno per sogno. Aspetto di vedere dove ti sistemano, e poi voglio aiutarti a mettere a posto la biancheria. Non preoccuparti, l'ufficio può aspettare un po'."
Cercavo di sorridere, ma non era facile.
"Non sono mica una bambina, ho quarant'anni, anche se sono stata ricoverata solo una volta per partorire....insomma, posso farcela."
In realtà pensavo con disperazione al momento in cui Francesca mi avrebbe lasciata lì da sola, e mi chiedevo come avrei fatto a controllare le lacrime che già mi premevano gli occhi e la gola.
La suora tornò, effettuò il prelievo, sorrise.
"Venga, l'accompagno in camera."
La camera era a due letti: un armadietto, un lavabo, un tavolino con due sedie, due comodini. Il letto era così perfettamente pulito e ben fatto che non osammo posarci la valigetta. Guardavo Francesca che sistemava la mia biancheria nell'armadietto e temevo il momento del distacco, come se in quel momento, il distacco fosse dal mondo intero, da ogni certezza, da ogni progetto, da quel passato, presente, futuro in cui mi ero sempre crogiolata e sentita sicura come se ogni evento fosse già prevedibile e previsto, così previsto da risultare addirittura noioso. Adesso il presente era lì a segnalarmi che, mentre nulla avrebbe potuto modificare il passato, il futuro poteva non esistere. Ero ferma su un gradino e non dovevo più chiedermi se il prossimo mi avrebbe portato più in basso o più in alto. Ero lì a chiedermi se il prossimo gradino ci sarebbe stato.
La voce di Francesca mi arrivò ovattata
"Quale camicia da notte vuoi indossare?"
"Ma perchè, non posso rimanere vestita?"
"Guarda che sei ricoverata, devi spogliarti e metterti a letto."
Era un controsenso spogliarmi e mettermi a letto all'ora in cui da sempre ero in piena attività in ufficio.
Sarà tutto in sogno? Anche quando mi era stato diagnosticato il carcinoma mi ero chiesta se stessi sognando, e quando mi avevano informata che l'intervento doveva essere fatto subito, anzi prima di subito, e prima dell'intervento le radiazioni, e purtroppo nessuna garanzia che non fosse già troppo tardi. Un sogno? Tutto un sogno? Che ne era di me, di ciò che ero stata fino a pochi giorni prima? Dov'era quella stupida donna che mai aveva riflettuto sull'evento della sua morte? Eppure ne aveva già viste di persone morire. Cosa aveva pensato? Che a lei non potesse capitare? No, non aveva proprio pensato, mai.
"Sembri una bambola con questa vestaglia rosa. Come ti senti?"
"A terra. Ho voglia di piangere. Vai Franca, lo sai che mi imbarazza piangere davanti a qualcuno."
"Va bene, torno a mezzogiorno, nella pausa pranzo."
"Tumore" pensavo. Ecco come ci si sente quando all'improvviso questa parola terrificante entra a far parte della tua vita. L'angoscia che mi attanagliava la gola mi impediva di respirare liberamente. Mi sentivo soffocare. Devo calmarmi, pensavo. Cercare di respirare adagio, e profondamente, non sto soffocando, è tutta una questione di ansia. Devo distrarmi, pensare a qualcosa di diverso, di bello. Cercavo dentro di me quei sotterfugi che mi avevano sempre aiutata a superare i momenti di grande agitazione, ma non ottenevo risultati. Possibile che non riuscissi più a prendere per i fondelli la mia emotività? Non potevo fare niente, la paura si era impossessata di ogni mia cellula e nulla potevano i miei sciocchi trucchetti. Già, potevano andare bene quando mi arrabbiavo con mia figlia, o quando qualcosa non funzionava al lavoro. Potevano andare bene se mi andava a monte un evento che mi interessava, una serata, un appuntamento, un viaggio. Ma questo era un gigante, un mostro che mi schiacciava senza pietà, senza neppure vedermi, questo sconvolgeva la mia vita. La mia vita? Vivrò? Morirò? Forse morirò. Ecco devo abituarmi all'idea che forse morirò, mi ci devo preparare fin da adesso. Morirò. E se morirò? No, impossibile pensarci. Impossibile accettare di lasciare tutto: mia figlia di soli sedici anni, la mia casa, i familiari, gli amici, tutto il mio mondo. Certo, il mondo, i miei occhi chiusi per sempre, non più i risvegli della natura, non più la musica, non più le risate, le chiacchiere, gli abbracci. Solo un grande silenzio, un buio eterno. Il buio della mia faccia premuta contro il cuscino per nascondere le lacrime, per attutire il suono dei singhiozzi. Ma ho solo quarant'anni, ho ancora tante cose da fare! A chi lo dicevo? Al mostro? Erano troppo in alto le sue orecchie perchè mi potesse sentire. A chi lo dicevo? Lo dicevo a quella me stessa nervosa, aggressiva, litigiosa, sempre pronta a reazioni eccessive, insensate, disposta a discutere fino all'esasperazione su qualunque cosa? Lo dicevo a quella demente che quando era molto adirata arrivava a dire "non fossi mai nata"? A chi, a chi lo dicevo! Non voglio morire, non voglio morire!
Sentii una mano accarezzarmi i capelli. Era la suorina.
"Non si abbatta. Deve avere coraggio, deve credere nella sua guarigione. Abbia fede."
"Mi dispiace, è stato più forte di me"
Avevo sollevato la testa dal cuscino e subito mi ero vergognata della la mia fragilità.
"Non stia qui a pensare...venga con me... le faccio vedere il reparto."
La suora mi aveva presa per mano. Mentre andavo con lei mi chiedevo come mi fosse passato per la mente di comperarmi una vestaglia rosa, ma perchè rosa, così vistosa, così "frufru". Ma Santo Cielo! Come avevo potuto scegliere una vestaglia rosa!
"E' molto graziosa la sua vestaglia, porta un po' di colore in questo corridoio così grigio!"
Mi aveva letto nel pensiero? Aveva intuito il mio disagio? O era semplicemente sincera? Mah, però mi sentii meglio.
Lungo il corridoio passeggiavano alcuni degenti con dei vistosi segni blu tracciati sul collo.
"Cosa sono?"
"Sono i punti verso i quali viene mirata la radiazione"
Qualcuno camminava adagio, altri meno incerti.
Rimasi colpita da un incontro in particolare. Un uomo in sedia a rotelle che fissava il vuoto e si vedeva quanto la malattia l'avesse consumato. Gli occhi grandi in un viso ormai scarno e le mani pesantemente abbandonate sulle gambe. Aveva la testa un po' reclinata da un lato e io non riuscii a stabilire quanti anni potesse avere. Ci guardammo e lui mi sorrise accennando un saluto, e anche la signora che lo accompagnava mi sorrise. Anch'io sorrisi e mi chiesi come avesse potuto un uomo in tali condizioni trovare la forza di sorridermi.
Fu di fronte a quell' uomo che cominciai a vergognarmi di me stessa.
Man mano che camminavo accanto alla suora e lei mi spiegava le varie situazioni, sentivo che pian piano l'angoscia si scioglieva, e timorosa entravo a far parte di un mondo al quale non ero abituata a pensare durante le giornate della mia vita. Un mondo di sofferenza silenziosa e dignitosa, ma anche di autentica incredibile speranza.
"Torno subito" disse la suora "mi hanno chiamata" e si allontanò.
Mi aveva lasciata di fronte all'ultima camera in fondo alla corsia. Lì, appoggiata al davanzale della finestra, c'era una donna vestita di nero che mi stava guardando. Era alta, i capelli neri raccolti dietro la nuca, il viso dai lineamenti belli e gli occhi neri splendenti.
"Buongiorno" le dissi e mi sentii di nuovo a disagio nella vestaglia rosa.
"Ha qualcuno ricoverato qui?"
Lei guardò verso la camera.
"Mia figlia di diciannove anni. Siamo qui da un anno. Veniamo dalla Calabria. Non rimane quasi più nulla di lei, solo la voce per gridare la sua sofferenza. Ma io spero in un miracolo. Lei è molto grave, molto sofferente. Non si può più toccarla per spostarla. Ormai viene spostata avvolta nel lenzuolo, ma il dolore è grande lo stesso."
Io non trovavo nulla da dire a quella madre, proprio nulla che non fosse inutile, banale, stupido. La guardavo in quei suoi occhi lucidi di disperazione mentre continuava a parlare, anzi a sussurrare con un filo di voce:
"Io vivo qui, accanto a lei. Prego, prego sempre. Per i medici non c'è nulla da fare, ma Dio, se vuole..."
Provavo una grande pena e istintivamente le misi una mano sul braccio.
"Se non le spiace ogni tanto verrò a chiederle notizie" Ma non ebbi il coraggio di entrare nella camera della ragazza.
La donna mi sorrise.
Ritornai in camera mia e mi accorsi che avevo la mente affollata da tante persone, tutte quelle che avevo incontrato quel mattino, e quando alle dodici e trenta arrivò Francesca mi accorsi che il mondo esterno era già lontanissimo dai miei pensieri. La accolsi sorridente.
"Ti senti meglio?" Francesca mi abbracciò.
"Sì, in poche ore ho imparato tante cose e credo che prima di uscire da qui ne imparerò ancora molte. C'è tanta sofferenza intorno a noi, perchè non ci pensiamo mai?"
"Non so, forse per egoismo e per difenderci. Penso sia nella natura umana cercare di non soffrire. D'altronde siamo sempre così impegnati, affannati, ci rimane poco tempo per pensare a tante cose."
"E' vero, finchè non si viene coinvolti, come capita a me adesso. Stamattina mi sono resa conto che qui c'è gente molto più ammalata di me.
Una signora ricoverata nella camera accanto alla mia, sentito il mio problema, mi ha detto che non mi devo preoccupare perchè io mi salverò. Ma non sarà così per lei che il male ce l'ha nel polmone. Sapere questo mi ha scombussolata. Perchè mai dovrei essere privilegiata senza averne alcun merito? Perchè Dio permette queste cose?"

"Dio non c'entra, secondo me è l'essere umano che genera la sofferenza"
"Sì Franca, però Dio permette la sofferenza degli innocenti e io non me lo spiego. Se mi salverò, mi chiedo perchè a me sarà concesso e ad un altro magari più meritevole di me no."
Saggiamente Francesca mi interruppe.
"Non vuoi sapere cosa è accaduto stamattina in ufficio? Tutti ti salutano e si augurano di rivederti al più presto in mezzo a noi."
"Ti ringrazio Franca di essermi così vicina, ti voglio bene"
"Anch'io ti voglio bene, vedrai che presto tutto questo sarà solo un ricordo."
Ma io sapevo che "tutto questo" mi avrebbe profondamente cambiata, e già mi sentivo diversa. Quella sera stessa, la prima che vissi in ospedale, udii nel silenzio della corsia quasi buia quella voce, la voce della ragazza diciannovenne che gridava il suo dolore, la sua infinita stanchezza "mamma...mamma... non ne posso più, fammi morire, voglio morire."
Mi raggomitolai nel letto e il mio corpo era percorso da brividi. "Oddio" pensavo "fate qualcosa, non lasciatela soffrire così, fate qualcosa" e le lacrime scendevano lungo il mio viso, inarrestabili, e di nuovo i singhiozzi si spegnevano contro il cuscino. Ma piangevo per lei.
Cominciava per me un percorso incredibile in cui quasi dimenticavo la mia malattia per condividere la sofferenza di altre persone.
I miei occhi iniziavano a vedere oltre l'oscurità di una vita vissuta in ragione di me stessa, delle mie necessità, dei miei stupidissimi bisogni e desideri, dei nervosismi ingiustificati e a volte infantili.
Mi addormentai stanca, sfinita da tutte le emozioni vissute in quella prima giornata di ricovero, la prima di tante che mi avrebbero vista cambiare totalmente il mio carattere, che avrebbero tirato fuori tutta quell'umanità che c'era dentro di me, imprimendo  poco a poco la mia vera rinascita.
Imparai presto a camminare in corsia con  la mia vestaglia rosa, portando sorrisi dove potevo. Mi affacciavo sulla soglia delle camere di tutti quegli ammalati che non potevano alzarsi e chiedevo se ci fosse bisogno di qualcosa. Mi fermavo a chiacchierare con tutti, ascoltavo le loro necessità, gli sfoghi. Imparai che tutti, anche quelli che stavano tanto male e non avevano alcuna speranza perchè, al contrario di me, "inoperabili", tutti mi vedevano volentieri. Ecco che finalmente la mia allegria, anche la leggerezza, erano incanalati nella direzione giusta.
A volte mi fermavo davanti ai finestroni e guardavo il traffico assordante, pensavo all'ufficio, al lavoro, a tutto quel mondo a cui sentivo di non appartenere più. Io ormai appartenevo al lungo corridoio, agli ammalati, alle piccole incombenze di ogni giorno. Quante piccole cose: la distribuzione delle medicine, il passaggio dei medici, i pazienti che camminavano in corsia, quelli che potevano. E poi il pranzo, il silenzio pomeridiano, la cena, il bisbigliare della suora e delle infermiere. E quando la giornata finiva e le luci venivano abbassate, indossavo la mia vestaglia rosa e andavo nella camera accanto dalla signora col tumore al polmone. Mi sedevo vicino a lei cercando di distrarla, di sistemarle i cuscini: lei non poteva sdraiarsi, non riusciva. Ormai da troppo tempo era costretta a dormire seduta, con la schiena appoggiata ai cuscini. Prendeva la mia mano fra le sue e la stringeva, e poi sottovoce: ho quattro figli, sono una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno, vorrei solo non dover soffrire così tanto per morire.
Io non trovavo risposte, non c'erano le risposte. Stavo lì seduta e condividevo con lei l'unica cosa possibile: il silenzio.
Temendo, e aspettando, forse, la morte, stavo finalmente scoprendo la vita.

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