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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

23 agosto 2015 alle ore 8:46

Mister dentino (favola)

Il racconto

Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
"Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
"Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
"Accipicchia, come no!"
Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
"Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
"Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
"Mi racconti mamma? Mi racconti?"
"Va bene, però poi fai i compiti."
"Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
"Mamma, cos'è il mutuo?"
"Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
"Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
"Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
"Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
"Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
"Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
"Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
"Perchè piangete giovanotto?"
Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
"Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
"Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
"Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
"Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
"Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
"No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
"Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
"Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
"Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
"No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
"Che peccato mamma!"
"Sì figliolo, un vero peccato."

 

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