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Racconti di Lora Boccardo

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  • 11 luglio 2016 alle ore 21:44
    Amalia e Giovanni

    Come comincia: Amalia e Giovanni si mettono a tavola, come ogni sera da ventotto anni. Quando lui allontana dal tavolo il posacenere le sigarette l’accendino, lei sa che è ora di apparecchiare. Lesta prende la tovaglia nel cassetto e la stende sul tavolo. Con maestria, in un solo movimento, la tovaglia è allargata, perfettamente, da ogni lato del tavolo scende per la stessa misura. Giovanni mette i tovaglioli, prende la bottiglia dell’acqua minerale e la posa sul tavolo. Lei arriva con i piatti i bicchieri e le posate, li sistema e sposta la bottiglia dell’acqua, un po’ più in là, dove piace a lei. Si sorridono, è probabile che lui lo faccia apposta, per darle la soddisfazione di spostarla. A lei non piace alzarsi durante la cena perciò mette in tavola tutto, proprio tutto quello che può servire, ma se qualcosa viene dimenticato, sarà Giovanni ad alzarsi per andarla a prendere. Si è sempre fatto così, non l’ha deciso nessuno, è automatico. Mentre mangiano non parlano molto, anzi spesso Amalia si perde in pensieri stranieri, e poi si sente in colpa e subito appoggia una mano su quella di lui. Va tutto bene? Certo, va tutto bene. Lei gli cucina ciò che gli piace, lo coccola e ama fargli sorprese. Poco tempo fa ha nascosto un dolce nel frigorifero, in un posto dove lui non avrebbe mai guardato, e poi, a cena finita l’ha portato in tavola godendosi lo stupore e la gioia di lui. Mentre mangiano lei spesso sbircia i capelli quasi del tutto bianchi di Giovanni e pensa che il prossimo compleanno saranno settanta. E lui se ne accorge: Tesoro, cosa pensi? Lei non sa cosa rispondere perché le cose che pensa sono davvero tante, e allora sintetizza: penso che ti voglio bene. Amalia è una donna che ha amato e ama molto, ma non sa dire ti amo, non l’ha mai detto. “Ti voglio bene” è tutto ciò che lei riesce ad esprimere con le parole, il resto lo dimostra con la tenerezza, la dedizione, e la dolcezza. Giovanni le sorride e le stringe una mano. C’è un attimo di smarrimento fra di loro, una piccola nuvola che passa veloce e posa un’ombra sul loro sorriso. Quanto tempo avremo ancora per stare insieme? Non se lo dicono ma lo pensano tutti e due. Chi se ne andrà per primo? E’ Amalia la prima a reagire. Si alza di scatto per sparecchiare la tavola. Va a prendere i farmaci che lui deve assumere ogni sera e glieli porge nel palmo della mano. Lo accarezza. Coricati un po’, se ti addormenti ti sveglio io quando è ora dell'insulina. Giovanni scherza scimmiottando un vecchio programma tv “portami a nanna”, e ridono tutti e due divertiti. Lei lo accompagna in camera e controlla che sul comodino ci sia il fazzoletto pulito. Lui le dice: ma dai non stare al computer, vieni a letto, a guardare la tv, ti vorrei accanto a me. Amalia lo rassicura: certo, sbrigo le ultime faccende e ti raggiungo. Va bene, ti aspetto. Giovanni lo dice sempre, ma poi si addormenta. E quando lui si addormenta magari lei sta in piedi fino a tardi, ma appena si mette a letto, la mano di lui, anche se nel sonno, cerca la sua mano e la stringe. Solo così la notte sarà serena.

  • 12 giugno 2016 alle ore 16:19
    Se Bruciasse la Città

    Come comincia: Pensavo, mentre facevo il caffè, che nella vita si cambia davvero tanto. Mi è venuta in mente quella canzone "Se bruciasse la città". In quel periodo lì, se fosse bruciata la città, me ne sarei fatta un baffo. Sulla soglia di casa avrei atteso tranquilla e fiduciosa "lui", il mio amore, il supereroe onnipotente e certamente ignifugo, che in un baleno sarebbe accorso, mi avrebbe raccolta con le sue forti braccia rassicuranti, avvolta nel suo mantello anch'esso rigorosamente ignifugo, e mi avrebbe messa in salvo gettandosi impavido fra le fiamme che, intimidite e soggiogate dal nostro amore così immenso, tremolanti e crepitanti, si sarebbero ritirate come le acque del mar Rosso innanzi a Mosè, aprendo un varco per la nostra fuga.
    In quel periodo lì.
    Oggi, se bruciasse la città, chiamerei i pompieri. 

  • 10 giugno 2016 alle ore 15:57
    Una Donna da Autostrada

    Come comincia: Sono le tre del mattino quando suona la sveglia. Lì per lì lei si sveglia controvoglia, raggiunge la sveglia per farla tacere e si gira dall’altra parte. Ma è solo per pochi attimi; quando la coscienza la raggiunge, salta fuori dal letto, corre in cucina e mette al fuoco la caffettiera che ha già preparato la sera prima. Apre lo sportello della credenza e prende il thermos. Intanto corre nel bagno e si lava in fretta, già la sera precedente si è occupata del suo corpo, del viso, dei capelli, vuole essere perfetta. Torna in cucina al brontolio della moka e respira l’aroma del caffè. Riempie il thermos e aggiunge la grappa, quella che ci sta. Torna nel bagno a truccarsi con attenzione e a pettinarsi i voluminosi capelli. Si guarda nello specchio, si piace, è contenta e non vede l’ora di uscire. E’ buio fuori, ascolta i suoi passi che si avviano verso l’automobile. Sale in auto e va all’appuntamento. Guida a lungo, si dirige fuori città, imbocca l’autostrada e percorre circa 80 chilometri. A quell’ora ci sono in circolazione solo automezzi pesanti, lei raggiunge la solita area di sosta dove alcuni autotreni sono fermi presumibilmente in pausa di sonno per gli autisti. Anche lei posteggia la sua piccola auto, e aspetta. E’ un po’ inquieta, è sempre inquieta nel buio della notte ferma nella piazzola, ma cerca di non pensare agli eventuali pericoli. Guarda continuamente nello specchietto retrovisore, lui non dovrebbe tardare. Ormai riconosce il camion anche solo dai fari. Lo vede arrivare e mettere la freccia a destra, ecco adesso si sente più sicura. Il cuore le batte in gola ,mentre lui posteggia a pochi metri dalla sua auto. Poi lui scende dal camion, lentamente, lei ama la sua flemma, la sigaretta in bocca, il sorriso appena abbozzato, l’andatura felina, lei è pazza di lui. Lui raggiunge l’auto e le si siede accanto. Lei gli porge le labbra, il thermos con il caffè bollente e la grappa.  Si guardano e il rito si ripete. “Andiamo sul camion”. E lì si amano, come capita ormai da tempo, quasi tutte le mattine. Le tendine intorno alla cuccetta sono tirate, i vetri appannati, il loro è un piccolissimo mondo intimo, fumoso, esclusivo. Passione o amore? Difficile dirlo. Ma stamattina ecco un fuori programma. Ad un tratto forti colpi contro le portiere del camion. Un’auto della Polizia Stradale è lì ferma e la coppia cerca di rendersi presentabile in pochi secondi. I poliziotti chiedono di scendere, hanno le rivoltelle in mano. Lui è preoccupato, a lei scappa da ridere e nota che un poliziotto è giovane e l’altro è anziano e assomiglia in modo impressionante a Vittorio De Sica. Chiedono i documenti, ma all’anziano è subito chiaro di essere di fronte soltanto ad una coppia di amanti clandestini, e non a criminali trafficanti di chissà cosa. Il giovane è più grintoso, prende i documenti e va in auto a telefonare, ma torna sconfitto. Nel frattempo lo pseudo De Sica si rivolge e lei: allora signorina, come la mettiamo? Ma sorride sornione. E lei, rassicurata, trova il coraggio di scherzare...”abbia pazienza, sono una donna da autostrada”.

  • 15 maggio 2016 alle ore 12:33
    Io dormo coi piedi di fuori

    Come comincia: Tutto cominciò alla fine della terza media. Fui rimandata in matematica e l'insegnante si interessò a me e volle sapere quali scuole avrei frequentato dopo. Io le dissi che avrei frequentato il conservatorio. A settembre mi promosse. Il professore di pianoforte mi aveva illusa di poter entrare direttamente al terzo anno, dopo aver sostenuto un esame,ed io ci avevo creduto. Mi affidò ad un'altra insegnante la quale come mi vide posare le mani sul piano, inorridì. Qui bisogna cominciare tutto daccapo, sentenziò, dalla posizione delle mani. Seguì un'estate da incubo che mi fece passare ogni voglia di entrare in conservatorio. Non che io avessi tanta volontà, ma quella poca sparì a forza di rimproveri e correzioni. Abbandonai il progetto e mi iscrissi a ragioneria tanto per accontentare la famiglia che desiderava vedermi almeno diplomata. Una bestialità, iscrivermi a ragioneria, me lo disse chiaramente la professoressa di matematica delle medie che incontrai un giorno per strada. E aggiunse anche che ero un'incosciente, che lei mi aveva promossa solo perché sapeva avrei studiato il pianoforte, altrimenti mi avrebbe bocciata. Mi presi l'ennesima lavata di testa e passai oltre. Diventando adulta decisi che avevo bisogno di educare la mia volontà. Sarei stata inflessibile e così, visto che le lingue straniere mi stavano proprio sullo stomaco, decisi di frequentare un corso di inglese in una scuola di Torino molto rinomata e altrettanto costosa. Durante la pausa pranzo me ne andavo dall'ufficio e frequentavo il corso. Non ricordo, ma forse ci andai cinque volte, dopodiché continuai a pagare, ma non frequentai più. Pensai che dopotutto, un tentativo l'avevo fatto, ed era già un buon risultato. Passarono altri anni e mi riacchiappò la crisi: dovevo educare la mia volontà. Così, rapidamente feci un elenco delle attività che non potevo proprio sopportare, e una più di tutte era quella davvero educativa. Dovevo imparare a cucire, niente era più incompatibile con me del cucito, e quindi l'autoeducazione sarebbe stata ancora più meritoria. Mi iscrissi ad un corso di taglio e cucito, mi comperai tutto l'occorrente, e cominciai a frequentare, decisa ad arrivare fino alla fine. La fine arrivò presto, non del corso, ma della mia frequenza. Non andava neppure tanto male, avevo imparato a tagliare anche se non sapevo cosa stessi tagliando perciò quando l'insegnante mi mostrava come unire il davanti o il dietro degli indumenti, rimanevo sempre sorpresa nel constatare che io avrei fatto tutto diversamente. Amavo solo i punti molli. Che meraviglia i punti molli! Così lunghi, morbidi, mi piaceva il fruscio del filo spesso da imbastire quando attraversava il tessuto. Io li lasciavo ancora più molli, ricami rotondi che si adagiavano languidamente sulla stoffa, e restavo incantata a guardarli. Li trovavo bellissimi e odiavo il momento in cui poi venivano tagliati, e alla fine eliminati. Ma venne il momento della macchina per cucire. Un dramma. In pochi minuti riuscii a troncare diversi aghi. Capii in fretta che per me conciliare il movimento dei piedi con quello delle mani, accompagnare il tessuto sotto quella specie di mostricciattolo che faceva tutto per conto suo e poi si rompeva pure, era un'impresa impossibile. Più l' insegnante si spazientiva, più io sudavo e perdevo il controllo dei movimenti che diventavano una specie di ballo di San Vito. La macchina non ebbe problemi ad avere la meglio su di me. Quando si dice "vincere facile"! Quel giorno decisi che il mio corso finiva lì, e uscendo dalla scuola, mi sentii come quando da bambina uscivo dalla chiesa dopo essermi confessata. Libera e leggera. Naturalmente il corso me lo dovetti pagare tutto ugualmente. Passarono altri anni e decisi di seguire un corso di assistente sanitaria, questa volta non per autoeducarmi, ma perché mi interessava. Lo frequentai fino alla fine e diedi pure l'esame per poter accedere al diplomino. Gli esami per me sono sempre stati angoscianti: sudore, dita tremanti, amnesia, blocco della parola con balbettio, in alcuni casi addirittura singhiozzo. Quando entrai nella stanza, due insegnanti erano seduti dietro la scrivania, ed io mi resi subito conto che l'età non aveva affatto risolto i miei problemi con gli esami. Forse per mettermi a mio agio uno dei due mi sorrise e disse: intanto ci dica qualcosa di lei.Panico assoluto: in un attimo mi passarono per la mente tutti i fallimenti: pianoforte, inglese, cucito, studi superiori interrotti, e altre amenità.
    I due mi guardavano, in attesa. Cominciai a sentire il sudore sulla fronte, il calore sul viso, segno di un rossore ormai violaceo che certamente mi colorava la faccia fino alla radice dei capelli. Dovevo dire qualcosa, assolutamente dire qualcosa, e dissi qualcosa.
    -Io dormo coi piedi di fuori.

  • 03 maggio 2016 alle ore 21:22
    Non Solo Guerra (Una storia vera)

    Come comincia: Il 6 luglio 1944 Dalmine fu bombardata, più di mille fra morti e feriti, lo stabilimento semi distrutto. Ma non è una storia di guerra che voglio raccontare.
    Molti furono gli sfollati, ed anche una famiglia di sette persone, marito moglie e cinque bambini, di cui i più grandi avevano tredici e dodici anni. Questa famiglia trovò ospitalità nella palestra di una scuola a Madone, una frazione lontana qualche chilometro, dove visse per diverso tempo........
    La vita scorreva fra mille difficoltà. Il capofamiglia lavorava alla Dalmine, si recava al lavoro a piedi e attraversava il fiume Brembo ogni volta per andare e tornare.
    La moglie accudiva i loro cinque figli cercando di procurare quanto più poteva in tempi così terribili. 
    Un giorno una donna del luogo le disse che il suo piccolo stava morendo a causa della polmonite, e in casa si erano rassegnati a perderlo, limitandosi a pregare, perchè " se Dio glielo aveva dato questo bimbo, Dio poteva riprenderselo." Ma la donna non sapeva di stare parlando con una madre di cinque figli che la pensava molto diversamente da lei. Questa madre chiese alla donna di poter cercare di fare qualcosa per il piccolo, e quindi si recò nella loro casa, e non lo abbandonò più.
    Lo curò nel modo che conosceva, cercando di fare il meglio per lui, con amore, con testardaggine, e con tutto il grande cuore che possedeva. Giorno e notte lo vegliò e accompagnò attraverso la peggiore crisi causata dalla polmonite. E alla fine fu gratificata perché Il bimbo superò la crisi e guarì.
    Passarono molti anni, e la guerra diventò un ricordo. I cinque bambini erano ormai cresciuti d'età, e anche di numero perché quando nessuno più se l'aspettava era arrivato anche il sesto figlio: una bambina. La famiglia viveva in una grande casa e la palestra era stata ormai dimenticata assieme a tutti i disagi e le privazioni della guerra.
    Un giorno a casa loro suonò il campanello ed una delle due figlie, una bella ragazza dai capelli rossi, andò ad aprire la porta. Si trovò davanti un giovanotto che non conosceva, timido e un po' impacciato nello spiegare perché fosse andato lì.
    -Non vorrei disturbare. Io sono il bambino che venne salvato da tua mamma, sono venuto a ringraziarla e a salutarla perché sto partendo per il servizio militare. Vorrei poterla incontrare di persona, se è possibile.
    La ragazza lo fece entrare in casa e lo condusse dalla madre. Ci fu un lungo abbraccio fra il ragazzo e la sua salvatrice. La commozione di entrambi non lasciava spazio a parole o discorsi, solo un silenzio denso di emozione, e il ricordo nella donna di quelle notti insonni al capezzale di un bimbo morente che ora era davanti a lei in tutto il suo splendore di giovane uomo.
    Io non so come si chiamasse, o si chiami, se ancora è vivo, quel ragazzo. Ma so chi è la ragazza dai capelli rossi che aprì la porta: mia sorella. E so chi era la meravigliosa madre di cinque figli, anzi sei, che ebbi la fortuna di frequentare per i primi tredici anni della mia vita: lei era mia mamma...ed io la numero sei. 

  • 18 marzo 2016 alle ore 19:46
    Il professore di italiano

    Come comincia: Ho percorso per l’ultima volta il lungo corridoio al primo piano della scuola, sono scesa lungo lo scalone e mi sono fermata nell’atrio. Mi sto chiedendo se ho salutato tutti oppure magari dimenticato qualcuno. Non vorrei dimenticare nessuno. Sono stati belli i mesi che ho trascorso qui e mi è dispiaciuto molto dovermi ritirare, ma non riesco più a conciliare la mia gravidanza con la frequenza scolastica. Vorrei incontrare il professore di italiano, e mi guardo attorno nella speranza di vederlo. Lui è un anziano insegnante, molto alto di statura, robusto, e sempre vestito di grigio antracite. Quando lo vidi entrare in classe il primo giorno rimasi molto colpita. Pochi denti in bocca, capelli arruffati senza un taglio preciso, la camicia stropicciata indossata senza troppa preoccupazione di renderla presentabile, e un bottone mancante dalla giacca. Aveva una borsa sotto il braccio e la fronte aggrottata, ma sotto le folte sopracciglia brillavano due occhi scuri pungenti, quasi febbricitanti, due occhi che non avevano nulla in comune con tutto il resto, due occhi senza età. Nella scuola si vocifera che avesse perso la testa per una donna più giovane di lui che lo aveva fatto molto soffrire e lasciato sul lastrico. Quando entrava in classe io osservavo tutta la sua trasandatezza, e immaginando il suo dolore, sentivo un sincero affetto verso di lui. Ma poi, quando si immergeva nei poeti e ci spiegava il loro mondo, le loro opere, diventava gigantesco, emanava tutto il fascino delle sue emozioni, ed io mi lasciavo trascinare, lo ascoltavo, e sentivo tutta la sua passione, che è la mia passione: entrambi siamo divorati dalla passione e questo ci univa in una complicità che aleggiava al di sopra di tutto, in quel limbo in cui ci fondevamo, pur sapendo che le nostre passioni vanno in direzioni diverse. Io sono tornata sui banchi di scuola che avevo abbandonato da adolescente, e adesso, a ventitré anni mi porto dietro un vissuto già pesante, una storia d’amore difficile, complicata, fatta di estasi e sofferenza che si combattono, si alternano, ma riescono anche a convivere. Gocce di audacia distillate da fiumi di ansia e incertezza. Nessuno con cui condividere il mio tormento, solo il professore di italiano, in una muta condivisione, nel nutrirmi delle sue lezioni quasi fossero sempre e solo rivolte a me. Mi guardava spesso mentre parlava, quando spiegava la grandezza di ciò che i poeti volevano trasmettere, il suo viso si trasfigurava tanto da sembrare perfino bello e tanto da far dimenticare la sua bocca semi sdentata. Ma era anche capace di ire improvvise, come quel mattino in cui aveva chiesto ad una studentessa che gli parlasse di Pirandello. Lei aveva subito intonato la tiritera a memoria: nacque il....nacque a... Il pugno del professore si era abbattuto violento sulla cattedra. Era furioso: non così, non così! Pirandello è una cosa grossa! Non così signorina! Certo, io avevo capito, ma lei poverina aveva quindici anni, forse sedici, ed era rimasta malissimo. Lui voleva sentire l’essenza, il pensiero, e io lo sapevo. Era il tormento dei sentimenti che ci univa così tanto? Lo pensavo, a casa da solo, in mezzo ai suoi libri, mi perseguitava l’idea di quel bottone mancante alla giacca, possibile che non ci fosse nessuno che glielo cucisse? Avrei voluto farlo io, però come potevo permettermi!
    Ma è stato mercoledì scorso che si è svelato. Si è rivolto a me: vorrei che mi commentasse una poesia “Alla stazione in una mattina d’autunno” Santo Cielo, professore! Come fai a saperlo, come fai a sapere che da anni la stazione è la mia casa, che il mostro d’acciaio mi raccoglie al mattino e mi porta lontano dal mio amore, come fai a sapere che l’autunno e l’addio sono fatti l’uno per l’altro, a tal punto che per un addio, l’autunno si presta anche alle altre stagioni. Mi guardi negli occhi professore! Possibile che io mi sia rivelata così tanto?
    Non ho aperto neppure il libro. Ho cominciato a parlare, parlare, parlare. I compagni sono diventati fantasmi sbiaditi. Solo noi due, professore, solo noi due.
    Non so per quanto tempo ho parlato. Quando ho finito, per una manciata di secondi tutta la classe è rimasta in silenzio, e poi tu hai posato un attimo la mano sulla mia spalla.
    -Lei ha superato se stessa.
    Avrei voluto poterti rispondere che lo so, professore, lo so che ho superato me stessa, ho superato me stessa al punto che non ricordo niente di tutto ciò che ho detto, l’unica consapevolezza sono state le lacrime lente che non sono riuscita a trattenere.
    L’atrio della scuola si è quasi completamente svuotato, e finalmente ecco il professore di italiano. Gli vado incontro per salutarlo. Ci stringiamo la mano.
    -E’ un peccato che lei interrompa gli studi, signora.
    -Lo so, dispiace anche a me, magari più avanti....
    -Tanti auguri, anche per il lieto evento.
    -Anche a Lei professore. Buona fortuna.
    Ma le mani non si lasciano, stanno dicendo: mi mancherai.

  • 14 marzo 2016 alle ore 11:05
    Ludovica

    Come comincia: Ancora incredula, accanto al letto, fisso il mio corpo esanime abbandonato fra le lenzuola. Seduto sul letto ci sei anche tu, la faccia tra le mani che tremano, tu, piccolo insignificante uomo, stupido assassino, povero misero essere mediocre, insicuro e criminale. Sì, sono ancora incredula: oggi è stata una giornata stupenda, una giornata di passione come sempre, come tutte, ore trascorse troppo veloci, mai sazie, mai abbastanza vissute. E poi come sempre l’addio, un arrivederci, ma da noi due sempre vissuto come un addio. La porta di casa mia chiusa dietro di te, e quel senso di vuoto che non ho mai voglia di riempire, che niente può riempire, tranne il restare a letto, al buio, a ripensare a tutto, ad aspettare il prossimo incontro. Ma in quel buio, stasera, è successo qualcosa. La chiave ha girato nella serratura, tu sei rientrato agitato, un’espressione del tuo viso a me sconosciuta, lo sguardo cattivo, allucinato. Non ho avuto nemmeno il tempo di alzarmi. In un attimo mi sei stato sopra e mi hai messo le mani intorno al collo. Non sono riuscita neppure a parlare, il cuore mi batteva nel petto, in gola, nelle tempie. Non hai acceso la luce,e, in un silenzio innaturale, in una penombra che da complice è diventata terrificante, mi hai guardata, senza affetto, con antipatia, rabbia. I miei occhi hanno chiesto pietà e tu mi hai detto solo che mentre andavi a piedi verso l’auto, ti sei imbattuto in due uomini che parlavano fra loro, e uno ha detto: ecco adesso puoi andare. Da me, tu hai creduto che l’uomo volesse venire da me. Tutto il mio essere ha gridato no, non è vero, stai sbagliando. Tu hai aggiunto, farneticando, che se il campanello di casa avesse suonato, mi avresti strozzata. Non potevo crederci. I secondi si sono inesorabilmente allungati, le tue mani non hanno lasciato la presa e la morsa non si è allentata.
    Il campanello di casa continua a suonare, insistentemente, poi ininterrottamente fino a smettere. Adesso qualcuno prende a pugni la porta e la voce di mia sorella grida stridula: Ludovica, Ludovica, perché non apri, apri la porta. Certo, lei sa che sono in casa, ha visto l’auto posteggiata. Io continuo a guardare il mio corpo fra le lenzuola, e tu, adesso alzi la faccia sorpreso, annichilito, la nebbia sta lasciando il tuo cervello. Io vorrei soltanto una cosa: che mia sorella non sapesse mai che se non fosse venuta stasera da me, sarei ancora viva. E tu, piccolo assassino mediocre e stupido continui a ripetere: cosa faccio, adesso cosa faccio.
    Adesso cosa fai? Apri quella cazzo di porta.

  • 27 febbraio 2016 alle ore 10:16
    Nessuno mi può giudicare

    Come comincia: E’ freddo l’ inverno del 1966. Questa piccola città circondata dalle montagne sembra sia stata appoggiata lì per caso e poi dimenticata. La neve è già arrivata, luci sparse si intravedono sulle alture intorno all’abitato. Questa è l’ora dei pendolari, le sette del mattino. Il bar della Stazione è molto affollato da gente frettolosa che silenziosamente beve un caffè o fa colazione. Pochi sorrisi, il sonno ancora incombente, i nasi arrossati dal freddo, qualche saluto abbozzato. Quando è entrata, lei si è guardata attorno e ha scelto un tavolino un po’ appartato accanto al juke box. Stamattina si è alzata dal letto un’ora prima del solito per truccarsi con attenzione: mascara e lunga riga nera sopra le palpebre, sì proprio quella che non viene mai uguale da ambo le parti e a forza di correzioni diventa pesantissima. Non importa, sui suoi occhi verdazzurri sta benissimo, non manca neppure il fondo tinta, e nemmeno la matita che disegna i contorni delle labbra, riempiti da un rossetto color carne, molto brillante. Vanno di moda le cuffiette d’angora ed anche lei ne indossa una che raccoglie la sua abbondante capigliatura tizianesca. Osserva l’andirivieni della gente, ma pensa ad altro. Ha accettato l’appuntamento ma non ha voglia di vedere Lui. E’ ancora adirata, anzi, umiliata. Cosa pretende Lui? Incontri clandestini, ritagli di tempo rubati al lavoro, alla famiglia, telefonate all’ultimo momento: è capitato qualcosa non possiamo vederci. Ma la settimana scorsa ha davvero passato il limite, come ha osato farla acquattare sul fondo dell’auto perché ha visto dei suoi conoscenti nelle vicinanze? No, davvero troppo. Un’umiliazione che brucia ancora. E’ vero che a diciotto anni si riesce a scherzare su quasi tutto, ma questo no, questo l’ha fatta imbestialire, e la voglia di vendicarsi ha preso il sopravvento su ogni altra cosa. Beffarda, crudele, sibilante nel comunicargli “sai sono uscita con un ragazzo ieri sera, uno della mia età”, si è divertita allo scatenarsi della gelosia di Lui, si è divertita a litigare e poi sbattere la portiera dell’auto e andarsene. E’ pronta stamattina, è pronta a sfidarlo. Non gli permetterà di insultarla ancora. Lui non ha mai fumato? Gli dà fastidio l’odore delle sigarette? Bene, eccole qui, il pacchetto bene in vista sul tavolino del bar: lei che si accende una sigaretta sarà la prima cosa che Lui vedrà entrando. E sarà solo l’inizio. E’ talmente presa dai suoi pensieri che non lo vede entrare nel bar. Lui daltronde non guarda intorno, va direttamente al bancone a ordinare un caffè Hag. Chiuso nel suo cappotto bene abbottonato di mezza età, è pallido, il muscolo della mascella contratto, teso nei movimenti nervosi alle prese col caffè. Sembra che abbia timore di cercarla in mezzo alla gente, sembra che abbia timore di sapere se lei ci sia. Ma lei adesso l’ha visto. Si accende la sigaretta e lascia scivolare una moneta nel juke bok. Caterina Caselli irrompe nel silenzio mattutino “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Parecchi avventori si girano verso di lei, il barista la guarda contrariato: il juke box in funzione al mattino presto. Ma lei ha tutta la forza menefreghista e incosciente della sua età, e si diverte di questi sguardi scandalizzati a causa della sigaretta accesa, della musica assordante, a causa di tanta strafottenza. Anche Lui adesso l’ha vista e tutti i muscoli del suo corpo si rilassano, il viso si apre in un sorriso, e i suoi particolarissimi occhi blu si inumidiscono mentre va verso di lei. No, non è lì per giudicarla, è lì perché sente di poter vivere soltanto accanto a lei, e la stringe in un abbraccio, incurante di essere in mezzo a gente che lo conosce: sei venuta!
    Le lacrime di lei sciolgono il mascara e disegnano solchi nello spesso fondotinta per poi trascinarsi dietro il rossetto brillante, e fra le braccia di Lui rimangono soltanto piume arruffate bagnate di pianto.

  • 22 dicembre 2015 alle ore 21:40
    Il dono

    Come comincia: Quando Viola aprì la porta della cantina si sentì persa. Davanti a lei si presentò una montagna di cose accatastate, disordinatamente e senza un senso logico. Niente che potesse far capire cosa contenessero scatoloni, sacchi neri, e qualunque altro contenitore. Davvero una caccia al tesoro, anche perchè lei non si ricordava più, negli anni, cosa avesse portato lì. L'importante era sempre stato togliersi di torno in casa quello che pensava non le sarebbe servito più. Ma mettere ordine in cantina era qualcosa che era stato sempre rimandato ad altri momenti. Bene, adesso era arrivata l'ora della resa dei conti, perchè il trasloco imponeva di provvedere subito a svuotare. Solo pronunciare la parola "trasloco" la faceva rabbrividire. Non aveva immaginato di dover affrontare un altro trasloco nella sua vita. Le era sembrato tutto così definitivo fino a poco tempo prima, e invece, all'improvviso, il cambiamento. Bisognava traslocare. Sospirò, chiedendosi da che parte incominciare. Spostò qualche scatola e raggiunse il vecchio baule verde con le borchie cromate. Vide che c'era un po' di ruggine intorno alle serrature a scatto. Chissà se sarebbe riuscita ad aprirlo. Ci si sedette sopra e pensò: ecco, adesso sono nel bel mezzo del caos. Che differenza di sensazione: avere il caos di fronte appena aperta la porta le aveva procurato angoscia. Ora, seduta sul baule, si sentiva parte del tutto, e a suo agio. Cominciò a incuriosirsi, come se lì dovesse esserci qualcosa di sconosciuto, di sorprendente, di inaspettato. Non ricordava neppure cosa contenesse il baule. Si alzò e cercò di distaccarlo un po' dalla parete perchè il coperchio rimanesse verticale nel caso fosse riuscita ad aprirlo. Era davvero pesantissimo. Non fu facile, ma, insistendo, le serrature scattarono e il coperchio si alzò. Oh, ma certo! "La Settimana Enigmistica". Quante ce ne potevano stare in un baule? Decine, centinaia? Mah, comunque era pieno fino all'orlo. Viola abbassò il coperchio e si sedette di nuovo. L'emozione era forte. Il passato l'aveva schiaffeggiata all'improvviso. Nelle orecchie la voce di Gianni:
    "Non le buttiamo, mi raccomando, perchè se un giorno dovessi ammalarmi e rimanere a lungo in un letto, potrò completare tutti i cruciverba che adesso non ho tempo di risolvere. E anche tutti gli altri giochi."
    Viola aveva riso.
    "Che assurdità. E secondo te, dove dovrei tenere tutti questi giornaletti?"
    "Mah, non so. C'è un baule in casa, mettili lì dentro."
    "Parli seriamente? Davvero devo conservarli? Credevo scherzassi."
    Ma non stava scherzando, e Viola aveva cominciato a gettare nel baule tutte le "Settimana Enigmistica"
    Il destino grazie a Dio non aveva costretto in un letto Gianni per una lunga malattia, ma se l'era portato via anche troppo presto. Era morto di infarto in pochi minuti, inaspettatamente.
    Viola, la faccia appoggiata alle mani, lasciò che le lacrime scendessero liberamente, e quando le lacrime diventarono singhiozzi, non fece nulla per ricacciarli indietro. Per qualche minuto la disperazione si impadronì di lei, lasciandola stordita e svuotata di emozioni. Gianni, Gianni, il suo Gianni, l'amore della sua vita, il compagno di ogni giorno per così tanti anni. Le parve di sentire il calore delle mani di lui sul viso. Col respiro intermittente, quasi soffocante, ascoltò il dolore che le attraversava il petto, mai diminuito, mai accettato, finchè il dolore uscì dalle sue labbra sotto forma di urlo soffocato.Allora, passandosi le mani fra i capelli, si ricompose: pensò che doveva reagire con forza. Adesso doveva affrontare il trasloco, l'abbandono della casa che tanto amava, un futuro incerto, sconosciuto, che le faceva paura. Inoltre il Natale si avvicinava, come sarebbe stato triste quest' anno! Lei aveva pregato l'incaricato della banca affinchè fosse rimandato il tutto all'anno nuovo, soltanto a gennaio, non più tardi. Non aveva ottenuto nulla. Le sarebbe piaciuto trascorrere ancora un Natale nella casa, soprattutto per sua figlia. Dopo che erano rimaste sole la loro vita era diventata difficile, in discesa verticale. Non solo Gianni non c'era più, ma con lui era svanita ogni sicurezza finanziaria, ad un certo punto Viola era stata costretta ad indebitarsi e trascurare le rate del mutuo, fino a perdere la casa. Non era rimasto tantissimo da dare alla banca, tanto era stato già versato. Era assurdo perdere la casa così, ma non era riuscita ad ottenere nessun tipo di prestito.
    Seduta sul baule Viola pensò a sua madre. Era stata da lei pochi giorni prima.
    -Mamma, non puoi aiutarmi?
    La madre aveva preso al volo l'occasione per rinfacciarle l'incapacità di gestirsi che aveva dimostrato negli ultimi anni.
    -Non posso aiutarti, ma anche se potessi non lo farei. Non lo meriti. Non hai saputo gestire te stessa e neppure tua figlia. L'avevo sempre detto che non vali nulla, e appena tuo marito se n'è andato con Dio, hai dimostrato esattamente quello che mi aspettavo.
    Viola non aveva neppure tentato di spiegare a sua madre che era tutto molto più complicato di come lo vedesse lei. Aveva alzato le spalle in silenzio, non aveva neppure voluto darle la soddisfazione di discutere con lei. Se n'era andata. Mentre sbatteva la porta di casa di sua madre si era chiesta fino a che punto le volesse bene, e fino a che punto la odiasse, evitando però di darsi una risposta. Quanti progetti, quanti sogni svaniti nel nulla!
    Con la testa fra le mani Viola pensò che era ora di mettersi al lavoro, la cantina andava svuotata, inutile stare lì a crogiolarsi nelle malinconie e nei rimpianti.
    -Mamma!
    La voce di sua figlia la raggiunse all'improvviso.
    -Sono qui, in cantina, vieni giù.
    La sentì scendere per le scale di corsa e pensò a quanto fosse piena di vitalità e di allegria sempre, nonostante tutto.-Mamma, cosa fai qui in cantina?
    -Chissà cosa! Non ti ricordi che dobbiamo traslocare? La cantina va svuotata.
    Intanto Viola mostrava alla figlia il baule pieno di "settimana enigmistica".
    -Pensi che possiamo gettarlo così, pieno di giornaletti?
    -Figurati mamma! Non è neppure possibile sollevarlo, così, ma non preoccuparti,  ci penso io a svuotarlo, anzi lo faccio subito, dammi solo qualche sacco di plastica, parecchi, perché non posso appesantirli troppo.

    Viola racattò tutti i sacchetti di plastica presenti in casa e li diede alla figlia, poi si sedette sulla vecchia poltrona in cucina, il primo pezzo di arredamento che lei e Gianni avevano comprato insieme. Non avevano neppure ancora la casa, ma quella poltrona li aveva affascinati subito. Lui nel negozio si era seduto per "provarla" e aveva trascinato lei sopra di sè. Avevano riso come bambini ed anche il negoziante era stato indulgente di fronte alla loro felicità. E poi erano riusciti a ottenere il mutuo e acquistare la casa. Il giorno che avevano presso possesso della casa avevano affittato un furgoncino e portato la poltrona nella nuova casa. Non c'era nulla, solo quella poltrona e il letto matrimoniale. Per terra valige aperte, masserizie appoggiate dappertutto sui pavimenti, e loro due, con tutta la tenerezza e l'amore che provavano reciprocamente, divertiti dall'allegro caos che li circondava, pronti a sfidare il futuro con il loro entusiasmo e la gioia di vivere.
    Viola pensò che non fosse il momento di commuoversi, c'era sua figlia, e non voleva in alcun modo turbarla. Le aveva raccontato quanto l'amore verso suo padre fosse stato grande e ricambiato, ma ormai la realtà aveva preso il sopravvento, lui non c'era più, e loro dovevano fare i conti con un futuro che certamente non avevano immaginato.
    Decise di andare in cantina ad aiutare la figlia, ma proprio in quel momento...
    -Mamma!  Vieni giù, vieni giù subito.
    Viola corse giù per le scale allarmata dal tono agitato della figlia.
    -Mamma, qui in mezzo ai giornali ci sono dei cilindri di cartone, pesanti.
    Col cuore in gola Viola ne prese uno in mano e lo aprì: sterline d'oro.
    Con la voce tremante chiese alla figlia quanti cilindri ci fossero: ce ne sono dieci, mamma.
    Dieci! e in ognuno venti sterline!
    Viola in un attimo capì che i suoi problemi non esistevano più, e cominciò a singhiozzare senza potersi trattenere, e cominciò a pensare, a ricordare. Perché, perché non lo sapeva?
    La sua mente tornò a quel giorno, il giorno terribile della morte del marito. Era rientrato a casa prima, e lei stava uscendo per andare a fare la spesa.
    -No, non uscire adesso. Adesso ho bisogno di parlarti, è molto importante. Devo darti una bella notizia, ma ci vuole una bottiglia speciale. Vado in cantina a prenderla, aspettami!
    Gianni era sceso in cantina, lei era andata in sala a preparare i bicchieri, incuriosita e contenta, ma lui dalla cantina non era più tornato. Ad un tratto un tonfo per le scale, un fracasso di vetri rotti, e lei col cuore in gola che correva, in tempo per vederlo riverso sulle scale, ormai senza vita.
    Il dolore aveva soffocato tutto il resto, lei non si era mai più chiesta cosa dovesse comunicarle Gianni quel giorno. Ormai, quale importanza poteva avere, qualunque cosa fosse!
    La figlia adesso la guardava interrogativamente, ma Viola non aveva risposte, poteva soltanto raccontarle ciò che ricordava, e immaginare che Gianni quel giorno non aveva solo preso una bottiglia speciale, ma  era riuscito finalmente a tramutare in risparmi il sudore della sua fronte, e il baule aveva raccolto e conservato il segreto che lui non aveva fatto in tempo a condividere con la moglie.
    Arrivò Natale, nella casa tutta illuminata. L'albero splendeva al centro della sala, profumo di arance e vaniglia si spandeva e catturava l'olfatto. Quando suonò il campanello di casa, Viola e sua figlia si scambiarono uno sguardo di rassegnazione prima di aprire la porta.
    -Sarò curiosa di sapere come te la sei cavata questa volta!
    Ma Viola, forse per la prima volta nella sua vita, aveva deciso che non si sarebbe confidata con sua madre. Si amavano? Si odiavano? Pensò che non aveva nessuna importanza, comunque era sua madre. La strinse in un abbraccio sincero.
    -Buon Natale, mamma.

  • 15 dicembre 2015 alle ore 22:05
    Caro fratello mio

    Come comincia: Ormai è mattina e non c’è silenzio. Il silenzio c’era stanotte, quando ti agitavi nel letto, insofferente, insonne, quando mi guardavi, seduta accanto a te, la tua mano nella mia, e imploravi con lo sguardo e con le poche parole: cosa faccio, non ce la faccio più, cosa faccio! Ora sei troppo stanco per stare seduto nel letto, ma troppo ammalato per stare sdraiato: sdraiato non riesci a respirare, seduto non hai la forza di rimanere che per pochi secondi. Ti tengo abbracciato a me, fratello mio, ti accarezzo le ossa sporgenti della schiena, il collo esile e i capelli radi e scompigliati, ti tengo abbracciato a me per sostenerti, per consentirti di stare un po’ di più seduto, ma non ti stringo a me. Non ti stringo perché sei così fragile, e non voglio che nel mio abbraccio tu respiri l’addio che non riuscirei a nascondere, non a te, intelligente, sensibile, consapevole. Tu appoggi la tua testa al mio petto e combatti, io sento che combatti. C’è una grossa pietra nell’orto di fianco alla nostra casa. Io ho nove anni e tu diciannove. Io mi siedo sulla grossa pietra a leggere i libri per ragazzi, tanti, tutti quelli in circolazione. Appoggio il libro sulla pietra e ti guardo: tu sei un atleta, ti alleni nel prato di fronte a casa. Mi chiami. Vieni qui, che ti faccio lanciare il disco. Io corro. La guerra è passata sopra la tua prima infanzia come una schiacciasassi, ma adesso sei un bel ragazzo. Mi insegni a lanciare il disco, mi insegni a girare su me stessa. Sono sicura che se provassi ne sarei ancora capace. Brava, l’hai lanciato a nove metri, bravissima! Ma io e te condividiamo anche la passione per la lirica: ascoltiamo l’opera alla radio di sera in cucina e quando c’è qualche opera a teatro a Bergamo prendi la moto e insieme andiamo a vederla. Ricordi quella sera che dovevano dare La Cavalleria Rusticana e I Pagliacci? Avevamo affrontato una vera bufera di neve, in moto, e quando arrivammo a teatro, l’avevano rinviata
    .Smetti di sussurrarmi “grazie, grazie di tutto”, smettila! Tocca a me dire grazie di tutto, tocca a me che non dimentico tutto ciò che ho avuto. Non dimentico “La Cavallina Storna”, quando mi aspettavi col Geloso per registrare: tu il narrante, io la madre: O cavallina, cavallina storna, tu che portavi colui che non ritorna.....” Non dimentico la moto “dai salta su che ti porto a fare un giro” Non dimentico tutto il tempo che tu mi hai dedicato, perciò smetti di ringraziarmi. Rimaniamo qui, così, diamoci tutto ciò che è ancora possibile, ce lo dobbiamo, perché più di così non esiste. Fingiamo che non stia accadendo nulla, fingiamo che non sia, oggi, l’ultimo giorno della tua vita.

     

  • 26 novembre 2015 alle ore 19:36
    L'impermeabile bianco

    Come comincia: Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare come si diffuse per un certo periodo negli anni 60 la moda dell'impermeabile bianco di gabardine: forse per la serie tv del Tenente Sheridan (interpretata dal bravo Ubaldo Lay)? Quello che ricordo molto bene è come ti sentivi se non possedevi l'impermeabile bianco: io ero adolescente, non lo possedevo, e soffrivo profondamente come solo a quell'età si può soffrire per una sciocchezza del genere. Lo so...è imperdonabile..ma io soffrivo, anche perchè in casa mia qualcuno possedeva "l'oggetto del desiderio" ed era mia sorella maggiore, e "maggiore" dice già tutto. Soldi non ce n'erano perciò potevo solo sperare che lei si stufasse di indossarlo..e lo passasse a me. E quella domenica delle Palme lei ME LO PRESTO'. Non potevo crederci! Borsetta nera e scarpe nere col tacco alto..capelli raccolti sulla nuca..e impermeabile col "bavero" alzato strategicamente da una parte sola: non importava niente avere il collo tutto storto in una posizione innaturale; camminavo per il paese a un metro da terra, senza neppure sapere bene dove andare: l'importante era indossare l'impermeabile bianco che mi rendeva diversa in tutto, anche nell'andatura...così diversa dal solito che avevo incrociato il mio amico Sergio in bicicletta e non mi aveva neppure degnata, salvo poi fare una frenata cigolante un po' più in là per voltarsi e dirmi "ma sei la Lora? Accidenti..non ti avevo riconosciuta!! Cos'hai fatto?"  e io, in brodo di giuggiole..."niente, sono come al solito...perchè?"  Magìa dell'impermeabile bianco...e dell'adolescenza che sì mi dava tanti patemi d'animo..ma anche delle gioie assolutamente "semplici" che possono farmi sorridere cinquant'anni dopo!!!

  • 21 novembre 2015 alle ore 19:07
    Verso Natale

    Come comincia: Ma quanto mi piacerebbe tuffarmi dal mio limbo dentro l'atmosfera natalizia! Ornata da mille campanelli che suonano tutte le pastorali esistenti, volare a cavallo della Cometa, disseminare pacchetti variopinti in giro per l'universo, fare l'altalena fra le costellazioni e scivolare leggera lungo la via lattea su nuvole di palline colorate che si rincorrono nel blu, mentre nuvolotti dispettosi mi soffiano da una parte all'altra divertendosi a guardarmi precipitare e poi risalire, e poi mi spingono a salutare la luna e chiederle se gli innamorati sognano ancora guardandola, se i poeti ancora le dedicano versi struggenti e i musicisti melodie indimenticabili, o se è tutto finito sul pianeta Terra dove perfino il Natale finge di essere Natale. Voi mi tentate nuvolotti dispettosi, e allora eccomi, portatemi a spasso per questo infinito silenzioso e luminoso. Così grandioso da non volerlo disturbare nemmeno respirando. Soffiate via dal mio viso le lacrime di commozione che non posso trattenere di fronte a tutto questo. Giochiamo, voglio giocare anch'io, con l'allegria inconsapevole dei bambini, senza tempo, senza età, voglio ridere delle mie capriole e sapere che non mi serve niente che io già non abbia. Però vi prego: non portatemi sulla Terra.

  • 17 novembre 2015 alle ore 16:20
    Assenza

    Come comincia: Mi sono svegliata all'improvviso e mi guardo attorno. La casa così silenziosa attrae la mia attenzione. Il pallido sole del pomeriggio filtra attraverso le fessure della serranda, e io mi accorgo che sto piangendo. No, non sto piangendo: ho soltanto il viso bagnato. Ho pianto dormendo. Mi metto in guardia. Cosa vuoi, mi chiedo, cosa vuoi, risponditi, cosa vuoi. No, aspetta, prima di risponderti pensa bene. Non è il momento di volere grandi cose, importanti, decisive, sconvolgenti. Non è il momento, lo sai, questo è il momento delle piccole cose. Gli occhi fissano il soffitto e si riempiono di lacrime. Ingoiale, ingoiale, fai presto, concentrati su quello che vuoi, che vuoi adesso, subito, anche banalità, non importa, ma immediate, è urgente. Cosa vuoi adesso, subito, risponditi. Mi sento smarrita: adesso, subito, non ci riesco, troppo in fretta, troppo in fretta.Respiro profondamente e arriva la risposta, sì, invece lo so cosa voglio adesso: voglio che niente interrompa questo silenzio che mi protegge. Che non suoni il citofono, non suoni il telefono, che nessuno parli, cammini, apra o chiuda una porta, che nessuno accenda la televisione. Voglio che questo silenzio non si interrompa, che tutti i miei sensi rimangano così attenti, tesi ad ascoltare tutto il meraviglioso nulla che contiene, a misurare il suo spessore: una coltre che mi avvolga come ovatta, così consolante da illudermi che non mi manchi niente.

  • 17 novembre 2015 alle ore 7:25
    Il furto

    Come comincia: E così un giorno Little Raffy decise di andare a far visita alla vecchia mamma pellerossa Lora Seduta, che si era trasferita nel Bronx. Prese la sua "tanti cavalli, quanti cavalli?" e si mise in viaggio. Quel giorno però la vecchia mamma aveva lasciato una finestra aperta, e da lì sibilando era entrata una freccia che era andata a conficcarsi nella credenza. Appeso c'era un biglietto che l'avvisava dell'arrivo di Little Raffy, così si era messa a preparare le lasagne al forno di cui la figlia era tanto ghiotta. Quando Little Raffy arrivò si misero tutti a tavola: Lora Seduta, Polly Joe Carezza, e Little Raffy. Ma mentre loro mangiavano in allegria, qualcuno tramava nell'ombra contro Lora Seduta che essendo pellerossa era mal sopportata da tutti: bianchi e neri. La "tanti cavalli, quanti cavalli?" venne presa d'assalto, danneggiata e depredata. Madre di tutte le tempeste! Furia di mille bufali inferociti! Dannati miserabili esseri infernali! Infuriata Lora Seduta si alzò, e quando Lora Seduta si alzava tutti tremavano, perciò tutti cominciarono a tremare, anche le lasagne al forno sulla tavola. Solo la piccola Polly Miao Urca Però, ronfava beata sul divano. Lora Seduta che ormai era in piedi si guardò intorno, viola di rabbia, verde di indignazione, tremante di collera, gli occhi fiammeggianti, la voce roca, e parlò. Sì, parlò e disse: E adesso?

  • 08 novembre 2015 alle ore 22:50
    Una Epifania particolare

    Come comincia: Quando ero piccola vivevo in una grande casa dove l'unico riscaldamento era dato da una stufa strategicamente posizionata in una zona dell'ingresso che avrebbe dovuto consentire una buona distribuzione del tepore anche al piano superiore. Però questo sarebbe stato pretendere troppo poichè gli inverni erano molto rigidi e le nevicate abbondanti e frequenti. Faceva così freddo che io avevo preso l'abitudine, al mattino, di vestirmi sotto le coperte prima di alzarmi dal letto. Ci fu un anno,  dovevo avere otto o nove anni, in cui il freddo fu veramente eccezionale. Ricordo i miei fratelli che spalavano la neve dal vialetto davanti casa ed io che, per uscire ed entrare, passavo fra due pareti di neve che erano alte come me. Certo allora lo trovavo divertente, non rendendomi conto dei problemi che la neve causava a chi doveva muoversi per lo svolgimento della vita di tutti i giorni. La neve aveva coperto i prati intorno a casa mia ed io mi divertivo a camminare, anzi ad affondare i piedi e le gambe nella coltre di un bianco incontaminato che si perdeva a vista d'occhio.
    "Torna qui" gridava mia madre "che ti prendi un malanno!" Ma io non ci pensavo neppure a darle retta, e così quando finalmente tornavo in casa, dovevo essere spogliata di scarponcini calzettoni e quanto di altro ero riuscita a infradiciare, e il tutto veniva posizionato, non senza brontolii, accanto alla stufa affinchè si asciugasse.
    "Menomale che queste vacanze di Natale sono finite! Devi ubbidire quando ti chiamo! Possibile che non si sappia mai dove sei?"
    La mamma era davvero adirata e io intuivo che era arrivato il momento di stare zitta e di farmi piccola piccola. Nel frattempo lei mi aveva sollevata di peso e seduta su una sedia vicino alla stufa: anch'io dovevo essere asciugata, e mentre mi "strigliava" dappertutto con un asciugamano, lasciandomi quasi senza respiro visto che la delicatezza non era certo da lei, scuoteva la testa contrariata:
    "Guarda qui come ti sei ridotta! Adesso ti devo pettinare!"
    "NO, il pettine no!!" Ora sì che sarebbe arrivato il peggio. Io avevo i capelli lunghi, tanti e robusti, e quando mia madre prendeva il pettine sapevo che la tortura era assicurata. Sia che mi facesse le trecce, sia che decidesse per la coda di cavallo, quando infilava il pettine nei miei capelli procedeva come una schiacciasassi, per niente preoccupata di fermarsi quando i nodi di capelli aggrovigliati cercavano di sbarrarle la strada. Nulla le resisteva e certamente non la intenerivano i miei continui "Ahia! Ahi! Ahia! Mi fai male!"
    "Ma che male e male, dai che ho finito!" Quando finalmente aveva davvero finito io per un po' avevo il torcicollo, e lei faceva un bel sospirone di sollievo e se ne andava soddisfatta. Così anche quel pomeriggio superai la tortura e me ne rimasi seduta sulla sedia dondolando le gambe avanti e indietro, e sognando i capelli corti. Mi annoiavo, ma non potevo fare altro che aspettare. Da dove ero seduta potevo vedere l'albero di Natale,vero ed alto fino al soffitto, ed ormai quasi completamente spoglio. Soldi non ce n'erano molti ai tempi, e così l'albero veniva addobbato anche con mandarini, monete di cioccolato e altri dolcetti vari, tutte goloserie che io cominciavo a razziare da subito.Quando ero sola in casa, armata di sedia o sgabello, a seconda della necessità, inziavo dalle leccornìe più nascoste internamente fra i rami in modo che nessuno se ne accorgesse, correndo poi a mangiarmele in santa pace nascosta nell'angolo più lontano dell'orto. Ma col passare dei giorni, ruba oggi ruba domani, l'albero ormai era spoglio e, in considerazione del fatto che lui non faceva certo la spia e nessuno mi diceva niente, oggi penso che tutta la famiglia sapesse, ma tutti facessero finta di niente, anche perchè i miei fratelli e mia sorella erano già ragazzi....e la piccola ero io!
    Pensavo quel giorno, guardando l'albero, che ormai era il cinque gennaio e l'indomani sarebbe stata l'epifanìa: ultimo giorno di vacanza. Il sette gennaio si tornava a scuola. Che tristezza! Certo la scuola non era la mia passione!
    Mia madre si stava dando un gran dafare, daltronde eravamo in otto, per preparare il pranzo dell'epifanìa, festa da lei particolarmente sentita a causa della sua origine toscana. Profumi di ragù e di arrosto transitavano sotto il mio naso, ma il profumo che preferivo era quello dei bomboloni: ciambelle che lei impastava e friggeva in abbondanza e che erano una vera delizia, anche perchè, dopo aver posizionato il vassoio coi bomboloni caldi in mezzo al tavolo della cucina, non se ne occupava più, e ognuno poteva mangiarne quanti ne voleva: "ognuno" ero  io!! che naturalmente bazzicavo sempre dalle parti della cucina.
    Venne la sera del cinque gennaio ed  ero molto agitata perchè il mattino dopo avrei trovato i doni che la Befana mi avrebbe lasciato nella notte sotto l'albero. Non era facile addormentarsi con tale ansia, ma era fuor di dubbio che prima mi fossi addormentata, prima sarebbe arrivato il mattino seguente. E il mattino seguente arrivò: non ricordo quali fossero i regali proprio di quell anno: di solito erano giocattoli ma anche sempre un libro per ragazzi o anche due, che mia sorella si preoccupava di regalarmi: e, come ho già detto diverse volte, non la ringrazierò mai abbastanza per avermi dato la possibilità di leggere tanti libri!
    Ma quello doveva essere un giorno dell'epifanìa molto speciale, segnato da un piccolo "giallo" che ora vi racconto.
    Erano forse le undici del mattino e tutta la famiglia era in fermento: solo la cucina era disabitata e silenziosa. Pentole e tegamini stazionavano sui fornelli spenti, ma col cibo pronto già cotto.Anche il pentolone con l'acqua per far cuocere i ravioli era già posizionato sul fornello più grande, e sulla credenza, bene allineati su una tavola di legno costruita appositamente da mio papà che si dilettava con lavori di falegnameria, un gran numero di ravioli freschi fatti in casa riposavano sotto un telo di lino, in attesa di essere cotti. Che meraviglia...e che profumi! Mia sorella e i miei fratelli stavano finendo di vestirsi, e naturalmente, discutevano rumorosamente per la conquista dell'abbigliamento più in buone condizioni. Mio padre era andato in pasticceria a comperare le paste fresche. Ma cosa c'era di strano? Non riuscivo a stabilire cosa ci fosse di strano, fino a quando all'improvviso mi resi conto: mia madre non c'era. Non era in cucina, nè in sala e neppure al piano di sopra. Corsi fuori a guardare nell'orto, ma non era nemmeno lì.
    "La mamma, avete visto la mamma? Dov'è la mamma?"
    "Ma non so, sarà in bagno!" i miei fratelli non mi davano retta.
    "No, non c'è da nessuna parte! Non c'è!"
    "Ma va! Figurati! Dove vuoi che sia!"
    Però mia sorella cominciò a cercarla, e la mamma...non c'era.
    Nel frattempo tornò mio padre con un grosso cabaret di paste e non gli fu dato neppure il tempo di posarlo sul tavolo.
    "Papà, la mamma non è in casa, non è in casa!"
    L'agitazione era tanta anche perchè mia madre non usciva mai, ma proprio mai, figuriamoci poi la mattina dell'epifanìa con tutti noi da mettere a tavola. Così quando sentimmo una voce dire" Permesso...si può" nell'ingresso, in un attimo fummo tutti lì: era la vicina, la signora Lena:
    "Ha visto mia mamma?" parlammo quasi tutti contemporaneamente.
    "Sì, l'ho vista, sarà un'ora fa, stava attraversando il prato per dirigersi verso la stradina che porta alla cascina. L'ho chiamata ma non mi ha sentita. Aveva una grossa borsa, sembrava pesante da come la portava."
    Ci guardammo tutti, mio padre e noi, mentre già ci mettevamo scarponcini e cappotti per andare a cercarla.
    Intanto la vicina era stata dimenticata nell'ingresso.
    "Scusate, scusate...volevo solo chiedere se avete un bicchiere di sale grosso. Sono rimasta senza ..e oggi è tutto chiuso"
    "Sì certo, certo." Mi sorella le diede in fretta il sale e lei se ne andò.
    Inutile che mio padre cercasse di lasciare a casa qualcuno. Tutti eravamo già imbacuccati pronti per andare a cercare mia madre e lui non provò neppure a farci desistere.
    Attraversammo il prato pieno di neve,imboccammo la stradina...ma di lei nemmeno l'ombra. In realtà non sapevamo neppure dove andare. L'unica cosa da fare era continuare a camminare fino alla cascina. Alla cascina mio padre chiese (in paese ci conoscevamo tutti, come si può immaginare) e gli dissero che sì, l'avevano vista passare da circa un'oretta e l'avevano salutata, ma non si era fermata da loro. Be' non c'era altro da fare che proseguire. Arrivammo fino ad un piccolo incrocio di campagna dove c'era una cappelletta con una Madonnina, cosa che capita spesso di vedere nei paesi. Non lontano da lì la strada si allargava in uno spiazzo. Si stava avvicinando un signore in bicicletta che, quando fu vicino, riconoscemmo: era il signor Andrea, anche lui un nostro vicino.
    "Buongiorno, per caso ha visto mia moglie?" Mio padre aveva la fronte aggrottata e cominciava ad essere davvero preoccupato.
    "Sì che l'ho vista: guardi, è entrata là!"
    Guardammo tutti nella direzione indicata: "Là... ma è sicuro?" Disse mio padre."Certo! Proprio là! L'ho vista con i miei occhi."
    Là.... c'era un accampamento di zingari: cinque o sei roulottes in mezzo alla neve, ma non si vedeva nessuno.
    Mio padre, e dietro tutti noi, si affrettò verso una delle roulottes e bussò forte alla porta.
    Chi venne ad aprire capì subito di cosa si trattava e ci accompagnò verso un'altra roulotte; bussò e disse qualcosa in una lingua per noi sconosciuta, anche se con noi aveva parlato italiano. Subito la porta si aprì e una ragazzina con grandi occhi neri e uno scialle tutto colorato sulle spalle ci invitò a entrare. Seduti intorno a un tavolo c'erano altri bambini, quattro o cinque, che giocavano con dei sassi e ridevano fra loro. In fondo alla roulotte c'era un letto e nel letto c'era una donna che poteva avere forse una cinquantina d'anni, e che, si capiva benissimo, era ammalata.  Seduta su una sedia accanto al letto c'era mia madre. Eravamo sbigottiti e senza parole: oggi non si può immaginare l'effetto che potesse fare trovare nostra madre seduta in una roulotte di un campo nomadi, in un'epoca (parliamo del 1956/57) in cui perfino i nostri connazionali che dal sud venivano al nord per lavorare nelle grandi industrie, erano duramente discriminati. Ma, lo compresi anni dopo, per lei non esistevano colori o provenienza delle persone: per lei erano semplicemente individui che avevano bisogno di aiuto.
    Anche mia madre era stupita di vederci lì, e chiaramente in ansia, tanto che subito sentì di doversi giustificare:
    "Pensavo di tornare subito...ma quando sono arrivata qui..." E allargò le braccia come per dire che non aveva avuto il coraggio di andarsene alla svelta.
    "Ci hai fatto stare in pensiero!" Mio padre sembrava parlare più a se stesso che a lei mentre si guardava attorno visibilmente imbarazzato. Era la prima volta che lo vedevo in difficoltà, e non sapevo cosa aspettarmi.
    Mia madre intanto si era alzata dalla sedia e aveva posato la borsa sul tavolo aprendola e rivolgendosi alla donna:
    "Guarda, ti ho portato un sacchetto di zucchero e uno di farina, e un po' di pasta, e anche del riso; e poi un po' di dolci per i bambini e dei mandarini" Intanto che parlava le si era avvicinata e le aveva preso tutte e due le mani fra le sue.
    Dovete sapere che allora i sacchetti di farina e di zucchero non erano come quelli di carta che comperiamo al supermercato adesso, da un chilogrammo, bensì erano veri sacchi di tela da cinque e anche da dieci chilogrammi. In casa nostra solo mio padre lavorava e non eravamo ricchi, ma neppure benestanti, e la grande casa in cui abitavamo era bella, ma casa popolare assegnataci dalla ditta in cui lavorava mio padre che le aveva fatte costruire a sue spese per i dipendenti. La vita non era rose e fiori nemmeno per noi perciò io mi chiedevo inquieta, guardando tutta quella roba, cosa sarebbe successo a casa.
    Intanto mia madre continuava a parlare tenendo le mani della donna fra le sue.
    "Adesso devo andare perchè, come vedi, anch'io ho una famiglia di cui devo occuparmi, ma tornerò presto a trovarti.Tu però non ti alzare, stai sotto le coperte al caldo se no non guarisci, tanto lei è in gamba e può fare tutto" si riferiva alla ragazzina con gli occhi neri che doveva essere probabilmente la figlia maggiore.
    Quando mia madre aveva detto "stai sotto le coperte" il mio sguardo si era posato automaticamente sulle coperte e avevo notato che mi erano familiari.....arrivavano da casa nostra! Mi chiesi quante altre volte lei fosse stata lì, senza che nessuno di noi ne sapesse nulla.
    La donna continuava a ripetere "Che Dio ti benedica" sottovoce e con le lacrime agli occhi.
    Poco dopo salutammo e ce ne andammo.
    Il ritorno a casa fu silenzioso: nessuno di noi sapeva cosa dire. Veramente io avrei avuto mille cose da dire e da domandare, ma sapevo per esperienza personale che era meglio tacere visto che quando c'era qualche tensione da scaricare, era la rompiscatole piccola e petulante a prendersi la papina, cioè io....e se tutti avessero avuto necessità di scaricare..si sarebbe trattato di sette papine. Troppe per avere voglia di parlare!
    Mia madre era preoccupata: sapete, le donne di una volta non erano come quelle di oggi e avevano un certo timore dei mariti, o soggezione, comunque una forte inclinazione all'obbedienza, ma mio padre, che io sbirciavo di nascosto, aveva l'espressione tranquilla, quasi allegra.
    "Menomale" pensai, perchè quando si arrabbiava......insomma se non si arrabbiava era meglio per tutti!!
    A casa ci aspettava un pranzo davvero invitante e la giornata si preannunciava serena. Non si parlò dell'accaduto e tutto andò benissimo; mio padre fu gentile con la mamma: il massimo della tenerezza che veniva esternata davanti a noi figli erano i complimenti per il cibo: "Ma che buono questo, ma che capolavoro quello, ma come ti è riuscito bene quest altro ecc.ecc." Quando sentivo parole del genere..avevo la certezza che tutto filava a meraviglia!
    Capii solo quando fui più adulta che quella era stata davvero" l'epifanìa": una festa a cui mia madre aveva dato l'autentico significato. Anche se poi, in realtà lei era una donna generosa e buona sempre, che si privava spesso del necessario per offrirlo a chi stava peggio.
    Tutti i giorni della sua troppo breve vita furono dedicati alla famiglia e a chiunque si presentasse alla sua porta in cerca di qualunque cosa: chi avesse bussato avrebbe trovato cibo, vestiario, ma anche solo consolazione e parole buone se di questo avesse avuto bisogno.
    E noi figli non avremmo potuto avere insegnamento migliore.

     

     

  • 25 agosto 2015 alle ore 20:17
    A casa tua

    Come comincia: Quando quella sera mi chiese se volessi dormire a casa sua gli dissi di sì, che non avevo niente in contrario. Ne fu contento e ci avviammo a piedi lungo un viale alberato, di quei bei viali di Torino, larghi e col controviale. Avevamo trascorso la serata divertendoci a sostare in ogni bar, e in ognuno avevamo bevuto qualcosa, di tutto, alcolici e non alcolici, insomma un bel miscuglio. Inutile dire che eravamo molto allegri, ed io mi chiedevo dove fosse la sua casa, non vedendo l'ora di arrivarci, perché cominciavo ad essere stanca. Non c'era quasi nessuno per strada, ma bastavamo noi due a fare un bel po' di rumore. Ma questa tua casa dove diavolo è, gli dissi ridendo, dobbiamo camminare ancora molto? Ma no, siamo quasi arrivati, anzi guarda, siamo proprio arrivati. Tirò fuori le chiavi di un'auto dalla tasca e si avviò deciso verso una 127 gialla posteggiata sotto gli alberi. Ah, ma hai l'auto, menomale così non andiamo a piedi. Lui mi guardò con un sorriso disarmante: no no siamo arrivati, è questa la mia casa. Con un mezzo inchino mi aprì la portiera del passeggero: prego, accomodati. Sto sognando, pensai, ma salii in auto. Scusa, ma tu vivi qui? Sì, io vivo qui, come vedi ho tutto quello che mi serve. Così dicendo mi indicò la parte posteriore dove non c'erano i sedili, ma un'accozzaglia di qualunque tipo di mercanzia: dalle masserizie agli abiti, perfino una coperta di lana, indumenti alla rinfusa e chissà cos'altro. Ah, bello! Veramente non sapevo cosa dire né cosa fare, ma lui, rovistando con le mani nel mucchio di roba, tirò fuori una bottiglia e due bicchieri. Bene, disse, brindiamo al nostro incontro. Forse stasera abbiamo brindato già un po' troppo, ma questo brindisi mi sembra appropriato. Mi ascoltai pronunciare quelle parole come se le avesse dette qualcun altro. Quando mi svegliai, al mattino, la gente si affrettava sul marciapiedi. Immediatamente mi resi conto della situazione: santo cielo, stavo dormendo in un'auto posteggiata. E nell'auto c'ero solo io. Mi guardai intorno smarrita e anche spaventata, non rendendomi ben conto di quanto stava accadendo. Subito verificai se fossi vestita, sì, menomale. Qualcuno lanciava un'occhiata di disappunto dentro la 127 e proseguiva per la sua strada. Ero lì a pensare cosa fosse meglio fare. Me ne vado? Gli lascio un biglietto? D'altronde anch'io dovevo andare al lavoro. Ma poi lui arrivò e aveva in mano un vassoio con i caffè e le brioches. Salì in auto e io gli dissi che mi sentivo osservata, non ero abituata a dormire per strada dentro una macchina, ero a disagio. E poi, incredibilmente, cominciai a ridere e a parlare a ruota libera: dovevi vedere come mi guardavano quelli che passavano, santo cielo, con un tale disprezzo! Non sanno neppure chi sono e già mi disprezzano! E continuavo a ridere e a parlare. Ma dov'eri andato! Mi sono spaventata! Perché? non hai mica pensato che ti avessi regalato la casa! E giù risate! Poi mi accompagnò al lavoro e io pensai che quella era una conoscenza che andava assolutamente approfondita.

  • 23 agosto 2015 alle ore 8:46
    Mister dentino (favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto 2015 alle ore 19:56
    Oltre la vecchia porta

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto 2015 alle ore 10:49
    Ti porterei via

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:31
    Un maniaco di nome Giuseppe

    Come comincia: E' un sabato pomeriggio di tanti anni fa e sono semi sdraiata sul letto a leggere. Suona il telefono, è sul comodino perciò mi basta allungare una mano.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo sento ansimare. Non mi impressiono, anche perché sono cose che capitano spesso. Ascolto un po' e poi parlo
    "Ciao"
    L'ansimare continua più rumoroso di prima. Va bene, riproviamo.
    "Ciao, se ti va possiamo chiacchierare un po' "
    L'ansimare si interrompe. Silenzio, ma la comunicazione non viene tolta.
    Aspetto ancora un po' e poi:
    "Allora, se vuoi parlare bene, altrimenti metto giù"
    "Ciao" E' la voce di un ragazzo e mi stupisce, certe cose me le aspetto di più dagli adulti. "Perché vuoi parlare con me?"
    "Così, per passare il tempo. Tu, dove sei, immagino sarai solo, io qui dove sono, sono sola, possiamo parlare."
    Sto bene attenta a ciò che dico perché non capita tutti i giorni di conversare con un maniaco, dopo che ha messo in atto la sua performance telefonica.
    "Intanto puoi dirmi come ti chiami"
    "Giuseppe"
    Giuseppe! Ma no, un maniaco non può chiamarsi Giuseppe. Giuseppe è il nome più innocente, più trasparente che esista. Un maniaco deve avere un nome misterioso, ambiguo, vagamente minaccioso, non so, potrebbe chiamarsi Rantol, ma non Giuseppe. Tutto di me ride, ma mi controllo.
    "Hai una bella voce Giuseppe, sei molto più piacevole quando parli che quando ansimi."
    "Ma guarda che io sono una persona normalissima" si difende lui.
    Beh, insomma, proprio normale normale, non saprei. Ma lo penso soltanto.
    "Dai Giuseppe, allora dimmi qualcosa di te"
    "Ho 25 anni e lavoro alla Fiat. Sono fidanzato e mi sposerò fra qualche mese."
    Caspita, che sposa fortunata! Sarei curiosa di sapere se con sua moglie ci farà l'amore o le telefonerà dalla cabina sotto casa.
    "Immagino che lei, la tua fidanzata, non sappia di questo tuo passatempo. Ma tu perché fai certe telefonate?"
    "Certo che non lo sa. Non posso farci niente, è più forte di me. Tutte le volte che mi trovo da solo in casa mi viene questo pensiero e non mi controllo. E' la prima volta però che parlo con qualcuno e sono sorpreso."
    "Forse senza saperlo cominci a cercare aiuto, ma lo devi cercare da un professionista, non dalle tue vittime."
    Continuiamo a parlare ancora, come una vecchia mamma gli ricordo che le sue telefonate potrebbero spaventare qualcuno, che dall'altra parte del filo potrebbe esserci una bambina, un'adolescente.  Lui tace e ascolta, non se la prende,e dopo un po' ci salutiamo come vecchi amici.
    M i sono imbattuta in un maniaco in erba, alle prime armi, che ancora deve trovare la sua strada. Un maniaco più navigato non avrebbe mai detto di chiamarsi Giuseppe.

  • 09 agosto 2015 alle ore 13:09
    VIANDANTI

    Come comincia: Domenica d'agosto come non ne vedevo da qualche anno. Il deserto sotto casa mia. E' probabile che effettivamente ci sia quest'anno un incremento delle persone che sono andate e andranno in ferie. Speriamo che sia un vero segno di ripresa. La pasticceria è aperta, ma sta sempre aperta fino a ferragosto perchè ferragosto è una occasione per vendere. Come al solito chiuderà dopo. La farmacia quest'anno non chiude, e si sa che alla mia età, questa è una buona notizia. Guardo i margini della strada sotto casa: quanti posteggi vuoti! Se penso alle maledizioni degli automobilisti durante l'anno che di solito devono fare il giro dell'isolato per mezz'ora prima di poter sistemare l'auto! Sì, devo convenire che quest'anno tanta gente è partita per le ferie. Poi, nel silenzio innaturale di questa domenica d'agosto, mi colpisce un cigolio di trolley. Sono stranieri, trolley in una mano e borsone nell'altra mano, zainetti sulle spalle: sono stranieri che stanno arrivando e camminano svelti con la fretta di raggiungere una meta, con la sicurezza di chi sa dove andare, dove forse qualcuno attende proprio loro. Non camminano uno accanto all'altro, ma uno dietro l'altro, quasi ad inseguirsi, non si guardano attorno, lo sguardo fisso di fronte a loro, e magari un'occhiata indietro verso gli altri. Sono uomini, donne, ragazzini. Mi colpisce il contrasto fra chi ha lasciato la sua casa sicura, il suo lavoro retribuito, i suoi agi abituali per andare a trascorrere qualche giorno di relax e divertimento, e questi "viandanti" che arrivano con la speranza di trovare una casa sicura, un lavoro retribuito, un futuro che un giorno permetterà loro di trascorrere qualche giorno di relax e divertimento. Ecco, il passaggio sotto casa mia di queste persone, riempie tanto bene il vuoto di questa domenica d'agosto, e spinge la mia fantasia verso un sogno di buona convivenza che probabilmente è e rimarrà solo un'utopia, ma che fa tanto bene al cuore.

  • 04 agosto 2015 alle ore 4:13
    Sole

    Come comincia: Ecco che il sole è tramontato. No, non è ancora tramontato, ma è sparito dietro un condominio, mi ha abbagliata con gli ultimi riflessi così folgoranti da non poterli guardare, e poi è sparito. Per me è come se fosse tramontato. Fino a domattina non lo rivedrò. Domani mattina il rito si compierà come ogni giorno del Mondo, del nostro Mondo. Domani mattina tanti milioni di persone si affacceranno a guardare il sole che sale alto nel cielo. Chi lo guarderà da un panfilo ondeggiante sul mare azzurro, oppure da una spiaggia, chi lo guarderà da una casa, un ospedale, da dietro le sbarre delle finestre di un carcere. Qualcuno lo guarderà dall'alto di una montagna e lo sentirà così vicino, altri lo guarderanno dalle impalcature di una costruzione a cui stanno lavorando, oppure alzando gli occhi da un campo dove sono chinati per raccogliere i frutti della terra, sarà quell'attimo in cui attaccheranno le labbra ad una bottiglia di plastica piena d'acqua asciugandosi il sudore col dorso della mano, o peggio, alzando gli occhi da un campo profughi. Lo guarderà chi è in viaggio per andare in vacanza o per tornare, oppure per lavoro, e abbasserà il parasole per non rimanere abbagliato. Lo guarderanno anche ladri, assassini, torturatori, truffatori, corrotti. Tutti lo guarderanno, e come ogni giorno, la croce che ognuno di noi si porta sulle spalle brillerà ai raggi di quella stella che mai ci dimentica. 
    Anch'io domani mattina aprirò la portafinestra sul mio balconcino e lo guarderò: e il Sole ammiccherà rispondendo al mio saluto: Eccoci qua amico mio, tu sempre puntuale, e io? Beh, non posso lamentarmi: anche stamattina mi sono svegliata. 

  • 02 agosto 2015 alle ore 14:23
    Domenica d'Agosto

    Come comincia: Genova Pra Palmaro. C'andavo al mare con mio padre. Uno di quei casotti di legno sopraelevati tipo palafitte era il chiosco dei "Bagni Gatto". Un bar tutto di legno con piccolo saloncino, tavolini e il juke box che spandeva la sua musica. La gente ballava sulle note di Smoke gets in your eyes oppure Only You. Quanto mi struggevo quando mi perdevo a guardare il figlio del proprietario dei bagni. Si chiamava Giancarlo. Biondo, abbronzatissimo, con due occhi felini verde smeraldo e il sorriso un po' insolente di chi sa di essere bello. Il cuore mi batteva forte. Ah, se mi avesse invitata a ballare! Io avevo undici anni e mi portavo addosso la mia fragile pelle da rossa, abbondantemente ustionata dall'imprudenza, e ulteriormente torturata da mio padre che, con la delicatezza di un ippopotamo, mi spalmava senza pietà la vegetallumina un po' ovunque. Me ne stavo appoggiata, non seduta, su una sedia vicino al juke box, a gambe e braccia rigide, arrostita a puntino, attenta a che nessuno mi sfiorasse neppure per sbaglio. Sapevo che dopo la fase delle piaghe, ci sarebbe stata quella della spellatura che mi avrebbe resa vagamente leopardata, le efelidi disseminate sulla pelle troppo rossa sarebbero diventate verdi, ed io sarei sembrata una marziana. E Giancarlo? Leggevo nel suo sguardo una sorta di pietà, quella che si riserva a una bambina. Il suo divertito: come va oggi? Brucia sempre? Mi trafiggeva l'anima. E poi lo guardavo nascondersi sotto l'impalcatura dei casotti con le ragazze: belle, abbronzate, più grandi di me naturalmente. E mio padre si avvicinava, cosa vuoi? vuoi un gelato, un ghiacciolo? Andiamo a prendere la focaccia con le cipolle e i fichi neri? Anche per lui ero una bambina. Ma quella domenica d'agosto successe qualcosa. Una signora, mi sembra di ricordare fosse di Milano era nel bar mentre tutti ballavano. Appena le note di Smoke gets in your eyes invasero la saletta, lei venne verso di me e mi invitò a ballare. Fu il primo ballo della mia vita e non dimenticherò mai una donna che evidentemente aveva capito tutto il mio desiderio di ballare e di far parte del mondo dei "grandi". Fui così felice, anche se, certo, Giancarlo non mi vedeva proprio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:19
    Tentazioni

    Come comincia: Sono andata al supermercato, e mentre bighellonavo fra una corsia e l'altra mi sono trovata davanti allo scaffale delle marmellate, casualmente! Mi sono detta, ecco, quando mi venisse voglia di roba dolce, mi potrei mangiare un cucchiaino di marmellata. Ho guardato, cercato, e scelto "senza zuccheri aggiunti", è già qualcosa. Un bel vasetto di confettura di arance che ha anche quella puntina di amarognolo che mi piace tanto, e poi ha anche qualche tocchetto di scorza che mi piace tanto. Ho fatto la spesa e me ne sono tornata a casa col prezioso vasetto nel carrellino di nome Danilo. Caro Danilo, adesso quando arriviamo a casa dobbiamo fregare Paolo e fare in modo che non veda la marmellata, altrimenti sai la glice-sua, dove va a finire? Siccome Paolo, quando torno con la spesa, si siede in pole position e analizza tutto ciò che poso sul tavolo, ho dovuto fare artifizi alla Silvan, ma nascondendo la marmellata in mezzo a un fascio di foglie di coste, l'ho piazzata nel frigorifero, e poi sistemata nel cassetto delle verdure dove sono sicura che lui non va a guardare. Ma la presenza della marmellata in casa ha attivato una specie di iter perverso per cui a un certo punto non ho più capito se la voglia di dolce mi faceva pensare alla marmellata, oppure la marmellata mi faceva venire voglia di roba dolce. Il dubbio ha cominciato ad affliggermi: e se poi un cucchiaino non mi basta? E se non riesco a fermarmi? Ma va là, non sono mica più una bambina, i prossimi sono 67, eh, santo cielo, sono altro che adulta e ho il mio bel carattere. Ci mancherebbe che mi lasciassi dominare da un po' di marmellata di arance! Comunque la presenza del vasetto mi perseguitava. Appena Paolo è andato a dormire, mi sono precipitata in mezzo alle coste e ho acchiappato il vasetto, stando bene attenta a fargli fare il "plop" dell'apertura col rubinetto dell'acqua aperto, perchè Paolo ha le antenne tese anche quando dorme. Poi, sicura che lui non avesse sentito niente, ho preso un cucchiaino, macchè cucchiaino, un cucchiaio non sarà mica troppo, in fondo non è tanto più grosso di un cucchiaino, e poi, uno solo.... Danilo, posteggiato vicino al pianoforte mi guardava malizioso. Beh, credi che non sappia fermarmi? E lì sì, finalmente ho avuto la prova della forza del mio carattere e della mia ferrea volontà: me la sono mangiata tutta. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:11
    Cafone

    Come comincia: Oggi in trattoria c'era un signore molto distinto, di quelli che ormai non si vedono quasi più. Elegante, in abito gessato, capelli bianchi ben pettinati, viso abbronzato e rughe interessanti. Diciamo fra i settanta e gli ottanta. Al suo tavolo due donne e un altro signore. Mi sono perfino chiesta cosa ci facessero in un bar trattoria molto alla buona e senza pretese. Insomma pensate quello che volete, ma stridevano parecchio con l'ambiente. A un certo punto del pranzo, uno di quei pranzi domenicali da cui mi lascio sempre incautamente coinvolgere salvo poi non aspettare altro che l'ora di andarmene, a un certo punto Paolo ha cominciato a scalpitare perchè aveva voglia di fumare. Va bene, tanto lo so già, vai a fumare, fuori naturalmente. Bisogna dire che Paolo, quando sta seduto molto tempo, rimane piuttosto ingrippato, e quando si rimette in piedi, prima di camminare come si deve, la sua andatura è un po' claudicante, strana, insomma.....si fa notare. Mentre lo guardavo allontanarsi e mi apprestavo alla paziente attesa del suo ritorno e anche del cibo che non arrivava mai, cosa vedo? Vedo il distinto signore che non solo deride Paolo e il suo modo di camminare, ma lo scimmiotta, ridendo e facendo ridere i suoi amici. Davvero non credevo ai miei occhi. La leonessa che abita dentro di me ha ruggito rabbiosa. Il rispetto per me stessa, il rispetto per la signora della trattoria con cui sono in confidenza, e forse anche il fatto che non avevo bevuto abbastanza, mi hanno impedito di prendere per il collo il distinto signore e appiccicarlo alla parete. Invece l'ho solo guardato, e l'ho visto: una povera nullità in elegante gessato grigio.