username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Lora Boccardo

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Lora Boccardo

  • 28 luglio 2015 alle ore 19:58
    La fuggiasca

    Come comincia: Ah, ecco qua i numeri. Menomale che li ho conservati.
    -Pronto, buongiorno, scusi se disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No. Ma chi parla?
    -Sono il suo....fidanzato.
    -Ah sì? Mia sorella ha un fidanzato? Non lo sapevo. E allora, se non lo sa lei dov'è......
    -Il fatto è che se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera di addio sul tavolo della cucina ed è sparita. Sono disperato.
    -Ahahah! Non mi stupisce. Avete litigato?
    -Ma no, cioè sì, qualche volta, come tutti.
    -Non come tutti, in casa mia non si litiga. Comunque no, non è qui. Mi spiace. Buongiorno.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno, scusi il disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No, chi la vuole?
    -Sono il suo ....fidanzato.
    -Non sapevo che mia sorella fosse fidanzata.
    -Già, certo.
    -Perchè la cerca qui?
    -Perchè se n'è andata, mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina ed è sparita, e io sono disperato.
    -Mi spiace tanto, se si facesse viva le dirò che lei la sta cercando. Salve.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno signora. Per caso sua cognata è lì da voi?
    -Quale delle due?
    -Quella più giovane.
    -No, non è qui, e lei chi è?
    -Io sono il suo....fidanzato.
    -Ah, si è fidanzata? Non lo sapevo.
    -Già, immaginavo.
    -Se è la sua fidanzata, come fa a non sapere dov'è?
    -Veramente se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina, ed è sparita. Sono disperato.
    -Beh, non è venuta qui.
    -Senta, per gentilezza, se si fa viva può dirle che ho tanto bisogno di parlare con lei?
    -Va bene, lo farò.
    -E poi ci sarebbe un'altra faccenda. Sua cognata aveva fatto la salsa, una trentina di bottiglie, potrebbe chiederle dove le ha messe? Non riesco a trovarle.
    -Ahahahah! La salsa! Guardi che non stiamo parlando della stessa persona. Non credo proprio che mia cognata abbia fatto la salsa.
    -Come no, è già il secondo anno che fa la salsa.
    -Ma parla di mia cognata quella di vent'anni?
    -Ventuno, per la precisione.
    -Va bene, venti...ventuno...ma lei le bottiglie le ha viste?
    -Certo che le ho viste, erano trenta, ma sono sparite anche loro.
    -Ah, capisco, certamente se si farà viva le chiederò notizie della salsa, ma penso che gliel'abbia fatta fare un anno di troppo! E' meglio che lei si metta l'anima in pace: non tornerà.
    tutututututututututututututututututututu

  • 28 luglio 2015 alle ore 10:22
    Fritto misto

    Come comincia: Friggere richiede tempo e pazienza: gamberi, calamaretti, seppiette.....insomma va fatto bene. Naturalmente ho scelto la prima giornata di caldo bestiale, ti pareva, perciò non è stato riposante. Invece per qualcuno....
    "Cosa dici, Paolo, saranno cotte le seppioline?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Secondo te, i calamaretti vanno bene?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Cosa ne pensi dei gamberi? E' ora di toglierli?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    Certo, solo che a forza di assaggi, quando finalmente mi siedo, stravolta dal caldo, per mangiare, lui praticamente ha già mangiato.
    "Mangerei un pezzetto di formaggio"
    "Eh no, adesso aspetti, mi sono appena seduta...."
    "Certo che aspetto. Non c'è fretta. Guarda, solo un pezzetto di formaggio e una fetta di anguria...ma aspetto!"
    Faccio finta di niente e continuo a mangiare.
    "Lo sai che è proprio buona l'anguria? Per caso hai preparato la caffettiera?"
    I calamaretti cominciano ad andarmi di traverso.
    "Sì, la caffettiera è pronta."
    "Ah bene, solo per sapere. Così mangio un pezzetto di formaggio, una fetta di anguria e il caffè...ma senza fretta."
    Certo, senza fretta, rifletto che devo mantenere la calma.
    "E' buono il fritto, vero? E' riuscito bene. Adesso un po' di formaggio, l'anguria, e io sono a posto."
    A questo punto scatto in piedi per andare a recuperare formaggio e anguria.
    "Ma no, potevi finire di mangiare...io avrei aspettato."
    Lui è preoccupato, e non mi può vedere in faccia perchè gli volto le spalle. E io, ormai superati tutti gli stadi....sto silenziosamente ridendo. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 9:57
    Vacanze?

    Come comincia: Finalmente superata l'infatuazione per il campeggio in montagna, con mia grande soddisfazione si opta per le vacanze al mare. Brevi vacanze perché Mario ha diversi impegni anche in agosto per cui la prima vacanza sarà di una settimana, solo negli anni seguenti riusciremo a prolungare le ferie fino a due settimane. Vorrei soprassedere sulla prima vacanza perché effettivamente in una settimana non può succedere granché. Servirà, questa vacanza, per ritornare poi per diversi anni nello stesso posto. Lido di Venezia, punta estrema degli Alberoni. Laggiù avrò il piacere di divertirmi a più non posso. Mario decide di affittare un appartamentino in un residence. Ovviamente piccolo e su tre livelli: cucinino sotto, servizi a metà scala, camera e cameretta al primo piano, giardinetto sul retro, e perfino un piccolo pertugio nel muro esterno da utilizzare come cantinetta.. Noi non partiamo con le valigie come tutti i normali individui, noi le valigie le diamo al corriere perché il portabagagli dell'auto è adibito al trasporto del vino che ci servirà durante le ferie. Con grande cura diversi bottiglioni di barbera frizzante, tutti quelli che ci stanno, vengono posizionati lì, e, affinché non esplodano durante il viaggio, un telo da mare viene imbevuto d'acqua fredda per preservare il prezioso nettare, e verrà imbevuto diverse volte durante il viaggio, in modo che i bottiglioni arrivino a destinazione integri. Quando si dice le priorità! In questo eccezionale caso, io posso anche dimenticare il cavatappi perché i bottiglioni sono provvisti di "macchinetta", ma è evidente che io non lo dimenticherò, a costo di appendermelo al collo. Non si sa mai. Tutto bellissimo, si direbbe. Certo, a parte il fatto che abitare in un appartamentino obbliga a preparare da mangiare, a mettere in ordine, a fare la spesa. Ho in dotazione una bicicletta. Al mattino, dopo che si è fatta colazione, Mario e Raffaella vanno al mare, io invece inforco la bici e vado a fare la spesa. C'è una unica panetteria e commestibili in paese, ma i turisti sono tanti, e così inevitabilmente la coda è lunga ed estenuante. Fatta la spesa vado al mare? Ma non scherziamo: fatta la spesa torno a casa a preparare qualcosa per mezzogiorno da mangiare in spiaggia, riordino, faccio i letti, e, se ho tempo, comincio a mettere le basi per la cena che avverrà naturalmente in casa. Eseguito tutto, ormai è mezzogiorno, e ho corso, diciamolo pure. Inforco la mia amica bicicletta e, con armi e bagagli, volo alla spiaggia. Là, Mario sta facendo le parole crociate e Raffaella, con il salvagente infilato, rompe le scatole, chissà da quanto, per andare a fare il bagno. "Papà, che ore sono? Andiamo a fare il bagno?"  "Non è ancora ora, fra quindici minuti".  "papà, sono passati 15 minuti?"  "No non sono passati". Sugli orari non si discute, per fare il bagno a mezzogiorno bisogna avere fatto colazione alle otto, altrimenti tutto slitta, anche la mia pazienza.  Io sono stanca, sudata, carica come un mulo, vado in capanna dove c'è un armadietto contenente sale pepe olio e cosette varie che lasciamo sempre lì. Mi sento trasparente: Raffaella continua a piagnucolare che il tempo non passa mai e Mario continua a prendere il sole e fare le parole crociate. Io nel frattempo porto fuori il tavolo e lo posiziono sotto la tenda che fa da dehor, apparecchio con la tovaglia di carta, i piatti di plastica, i bicchieri di vetro, perché quando si beve i bicchieri devono essere di vetro, non certo di plastica o di cartone. E adesso? Già adesso bisogna andare al bar a prendere l'acqua fresca, e magari qualche stuzzichino se è desiderato. "NO, ma non andare adesso, che poi l'acqua si riscalda subito, andiamo a fare il bagno". Certo, andiamo a fare il bagno almeno qualcuno finalmente sarà contento: Raffaella. Andiamo a fare il bagno e subito dopo vado al bar a prendere quello che ci manca. Finalmente ci sediamo a mangiare e comincio ad assaporare la brezza marina, ma dura poco, bisogna rimettere subito tutto in ordine, e siccome dietro le capanne ci sono lavandini e si possono lavare i piatti, finalmente posso nascondermi per un po' all'ombra. Mi siedo per terra, sulla sabbia fresca e appoggio la schiena  al legno delle baracche, socchiudo gli occhi e mi lascio accarezzare da un lieve sospiro di vento, sperando che nessuno venga a cercarmi. Impossibile, mi ferisce le orecchie la voce squillante di Raffaella: "Dov'è la mamma?"  "E' andata a lavare i piatti". Ma porca miseria, dove posso fuggire? Mi sento braccata, perennemente braccata! "Cucù!" Ecco Raffaella. "Dai vieni, siediti un po' qui"  Ma lei ha sempre un mucchio di cose da dire, da chiedere, da puntualizzare perché la sua è l'età in cui i bambini sono antipatici, tutti, e sfido chiunque a dire che non esiste un'età in cui i bambini sono antipatici. 
    Sono solo le due del pomeriggio, e penso con terrore che la giornata sarà ancora lunga, che la vacanza sarà ancora lunga!

  • 27 luglio 2015 alle ore 14:03
    Gli sposi

    Come comincia: Quando arrivai nella cittadina notai subito quanto fosse carina e pulita. Mi trovai di fronte ad una casa tutta bianca. Sulla facciata c'era un dipinto che raffigurava un uomo e una donna nell'atto di camminare, l'uno accanto all'altra. Lei aveva lunghi capelli neri spettinati e indossava un abito leggero mosso dal vento. Lui la teneva per mano e aveva il viso rivolto verso di lei. Era un bel dipinto e mi avvicinai per guardarlo meglio. Mi venne incontro un uomo di mezza età, sorridente e gentile.
    "Bello, vero? Da guardare e da leggere."
    Infatti a fianco del dipinto c'era qualcosa scritto, che andai a leggere. C'era perfino il titolo sopra quelle poche righe: "Gli Sposi". Lessi:
    "L'usanza di quel tempo era che la moglie camminasse sempre qualche passo dietro al marito, per cui, quando fu l'ora di uscire insieme, la giovane sposa si fermò sulla soglia di casa per cedere il passo al marito affinchè la precedesse, come consuetudine. Lo sposo allora le accarezzò la fronte:
    "No, tu non camminerai dietro di me perchè non mi sei suddita, nè sottoposta, nè schiava. Tu sei la mia amata compagna, ispirazione e guida di ogni mio pensiero ed azione, e vorrei che camminassi davanti a me per indicarmi la via, così sarei certo di non sbagliare; ma non sarebbe prudente perchè in caso di pericolo improvviso non potrei farti da scudo col mio corpo per proteggerti. Perciò camminerai al mio fianco in modo ch'io, ogni volta che volgerò lo sguardo, potrò godere della dolcezza del tuo sguardo, dello splendore del tuo sorriso, della benedizione di ogni piega del tuo viso; e se abbasserò lo sguardo potrò vedere i nostri passi percorrere vicini ogni sentiero."
    La giovane sposa spostò una ciocca di capelli che le copriva in parte il viso, e lasciò che il bagliore degli ultimi riflessi del tramonto ne inondasse i morbidi lineamenti. Appoggiò la mano sulla spalla del marito in una tenera carezza e gli sussurrò:
    "Sarà, il nostro, un lungo viaggio insieme."
    Rimasi un po' lì ferma a fissare quel dipinto e ad interrogarmi sulla profondità del significato di quelle poche righe. Ma perchè scrivere sulla facciata della casa, pubblicamente, e probabilmente sfidando le convinzioni e tradizioni secolari di una piccola comunità!
    "Sono i miei genitori." Sentii dietro le mie spalle la voce dell'uomo di prima.
    "Hanno sempre combattuto perchè ogni uomo vedesse in ogni donna ciò che mio padre vedeva nella sua. Io sono qui, a guardia di questa facciata, monito per tutti gli uomini che ancora non hanno compreso il miracolo dell'uomo e della donna."
    Cosa significava "a guardia di questa facciata?" Istintivamente mi allontanai per guardare, e così vidi che non c'era nessuna casa, soltanto una facciata.
    Mi voltai verso l'uomo, con dentro i miei occhi tutte le domande del mondo.
    "Hai visto bene, la loro casa fu distrutta, dall'ignoranza, e chissà da cos'altro, ma questa facciata rimase in piedi, ed io sarò qui a proteggerla finchè ne avrò la forza."
    Poi tacque, sedette accanto al muro, e sembrò già avermi dimenticata.
    Io riuscii, prima di andarmene, solo a mormorare "grazie"

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:58
    Quadro svedese

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata e mi sono messa a cercare di ricordare cosa avevo sognato. Una specie di incubo. A forza di pensare mi è venuto in mente. Santo cielo, la Vetrini, la professoressa di educazione fisica in prima superiore. Da quali meandri della mente sia saltata fuori questa qui, è tanto inspiegabile quanto spiacevole. La prima lezione dell'anno, tutte in fila, noi studentesse, passate in rassegna come militari, dal suo sguardo ostìle che non faceva presagire niente di buono. Chissà perchè io diedi una fuggevole occhiata all'orologio che, stranamente, portavo al polso. La cerbera se ne accorse.
    "Signorina Boccardo, ha frettta? Qualche impegno, per caso?"
    indirizzandomi un'occhiata che avrebbe sciolto e fatto evaporare all'istante un iceberg.
    Io, da ribelle quindicenne, alzai il mento in evidente atteggiamento di sfida.
    E fu subito odio.
    Cominciò a detestarmi prima ancora di constatare che io e la ginnastica eravamo maledettamente incompatibili. Ma c'erano giorni in cui mi odiava di più, e allora mi spediva al quadro svedese. Devo ancora capire adesso come ci si debba arrampicare su quel coso. E chi mi metteva a fianco? La Silvia: snella, carina, mai un capello fuori posto, ottima ginnasta, non sudava mai, sempre fresca come appena uscita dalla doccia. Anch'io sembravo appena uscita dalla doccia, ma da quanto ero intrisa di sudore. 
    "Guardi la sua compagna, e impari."
    La Silvia in un attimo si "faceva" il quadro in tutte le direzioni con la velocità di una lucertola su un muretto, mentre io rimanevo ipnotizzata a guardarla, appesa a un legno come un macaco a un ramo, e aggrovigliata come un gomitolo di lana dopo che c'ha giocato il gatto. Ci sarebbe voluto il foglio con le istruzioni per districarmi. Perchè, bisogna dirlo, ero anche "robustella".
    C'è un lato positivo nel sogno di stanotte. Che tutto ciò è passato. Se la incontrassi oggi, la Vetrini, saprei io cosa dirle.

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:42
    La gaffe

    Come comincia: Quando avevo circa 40 anni e mia figlia ne aveva 17, frequentai per un breve periodo un signore che aveva circa 50 anni. Lui faceva parte di un ambiente un po' diverso dal mio, diciamo "in", mentre il mio di ambiente era quello che ormai conoscono tutti. Lavoro mentale e manuale nei trasporti, 12/13 ore al giorno. Cene in trattorie operaie a fine giornata, dopo essersi lavati mani e braccia fino al gomito, col sapone da bucato. Carattere molto diretto, senza mezze misure, semplicità e allegria. Comunque io e lui (si chiamava Sergio) ci conscemmo per caso e ci fu subito simpatia reciproca e cominciammo a uscire insieme fino a che, una sera, decise di presentarmi al suo gruppo di amici. L'appuntamento era presso un club privato. Lui mi presentò tutti gli amici fino ad arrivare ad una signora in compagnia di un ragazzo molto giovane. Rimasi colpita, e, senza pensarci un minuto, esclamai:
    "Sergio, potevi dirmelo che si potevano portare anche i figli: avrei portato Raffaella."
    Una frase che rimase lì a mezz'aria nel silenzio generale e, direi, nel gelo generale.
    Capii subito che qualcosa non andava, anche per lo sguardo "armato" della signora in questione. Allora mi voltai in cerca di Sergio che si era allontanato un po' e mi dava le spalle. Lo raggiunsi, dico la verità, senza aver capito:
    "Ma cosa è successo?"
    E lui, con le lacrime agli occhi dal ridere:" Quello è il suo accompagnatore"
    "Oddio che figura, ma che figura, non potevi avvisarmi?" Ero sbalordita.
    E lui: "Figurati, non mi sono mai divertito tanto!"
    Intanto lì vicino una signora stava dicendo: "Ma dove l'avrà trovata una così!"
    Il fatto è che mi potrebbe capitare anche adesso perchè io sono ancora così. 

  • 27 luglio 2015 alle ore 12:57
    L'amico di un attimo

    Come comincia: "E' morto. Si è ucciso."
    "Ma cosa è successo?"
    "Non so: pare che un uomo si sia suicidato."
    La gente si era raccolta attorno a un'aiuola in fondo al parco ed era un brusìo generale.
    "Ma chi è?"
    "Non si sa: nessuno lo conosce."
    Anch'io mi insinuai in mezzo a quel gruppo di persone proprio mentre il corpo dell'uomo veniva pietosamente coperto con un telo. Ma ebbi un attimo di tempo per vedere il suo viso, e rimasi impietrita a fissarlo. Era lui? Sì, non c'era dubbio: era lui. Continuavo a fissare il telo, incapace di muovermi, fino a quando sentii qualcuno che gridava:
    "Largo, largo, fate largo. Lasciate passare."
    Stava arrivando l'ambulanza. Il corpo fu steso su una barella e velocemente portato via. Subito tutti se ne andarono: chi scuotendo la testa, chi con un nuovo dolore impresso nella memoria. Qualcuno, visibilmente scosso, piangeva allontanadosi. Io ero ancora lì immobile a fissare quel telo che non c'era più senza trovare la forza di andarmene, finchè un signore mi prese a braccetto e, trascinandomi via, mormorò:
    "Sono cose che succedono. Lo conosceva?"
    Scossi la testa in segno di diniego.
    "Vada a casa signorina, vada. L'accompagno?"
    "No grazie, sto bene." Volevo stare sola e forse lui capì perchè mi salutò e se  ne andò, dopo avermi raccomandato di andare a bere qualcosa di forte.
    Mi avviai lentamente col viso di quell'uomo impresso nella mente. Quel viso: aveva l'espressione stupefatta e rilassata allo stesso tempo: chissà se il suo ultimo pensiero era stato per Lucia!
    Senza neppure rendermene conto mi ritrovai di fronte alla panchina dove l'avevo incontrato il giorno prima e ripensai a quell'incontro. L'uomo era seduto lì e si fissava pensosamente le mani. Il mio sguardo si era fermato su quelle mani che erano grandi e ben curate. Era un uomo di circa quarant'anni dallo sguardo intenso e intelligente; il fisico asciutto.  L'abbigliamento era di stile antiquato, ma pulito e in ordine. Aveva alzato gli occhi verso di me quando gli ero quasi di fronte come se volesse dirmi qualcosa, ed io istintivamente avevo rallentato, fermandomi quasi, attratta da quegli occhi insistenti nei miei. Tuttavia non era accaduto nulla subito. Soltanto dopo pochi altri passi avevo sentito la sua voce:
    "Signorina, scusi."
    Mi ero fermata, indecisa, senza voltarmi.
    "Signorina, non si preoccupi, non voglio darle fastidio, vorrei soltanto chiederle un favore."
    Ero tornata indietro e stavo ferma di fronte a lui, che abbozzando un faticoso sorriso, cercava qualcosa in tasca.
    "Mi scusi sa, ma non conosco nessuno in questa città. Devo partire per un lungo viaggio e ho bisogno di far recapitare questa lettera: però non voglio spedirla. Devo avere la sicurezza che arrivi a destinazione."
    Intanto aveva estratto dalla tasca una busta bianca sigillata e me la porgeva con un leggero tremore della mano. Io non sapevo bene cosa fare però avevo preso la lettera e, automaticamente, letto l'indirizzo: Signora Lucia Correnti - Piazza S.Filippo 23- Roma.
    "Roma! Ma io...io non so. Non so se potrò andare a Roma."
    Balbettavo, mentre il suo sguardo si faceva sempre più intenso e la sua mano stringeva la mia con la lettera.
    "La prego, non c'è fretta, basta che arrivi, non importa quando. La prego, la prego!"
    C'era una tale forza in quegli occhi che avevo dovuto abbassare i miei. La mano mi faceva quasi male, stretta dalla sua. Avevo annuito perchè non riuscivo più a parlare. L'emozione mi chiudeva la gola. Avevo aperto la borsa e messo via la lettera, ma lui già non mi vedeva più. Il suo sguardo si perdeva malinconico oltre gli alberi del parco.
    Quasi parlando a se stesso aveva aggiunto sottovoce:
    "Mi chiamo Claudio. Grazie."
    Io avevo soltanto sorriso con le labbra tremanti e me ne ero andata.
    Ora, intanto che ripensavo a tutto questo, avevo estratto la lettera dalla borsetta e la rigiravo fra le mani chiedendomi se avevo sbagliato il giorno prima ad andarmene, lasciandolo solo. Avrei potuto fare qualcosa per lui? Le sue parole mi bombardavano la mente: "devo partire per un lungo viaggio."
    Decisi di non prendere il tram per andare a casa. Avevo bisogno di camminare e di pensare. Sentimenti contrastanti affollavano il mio cuore. Ma poi, improvvisamente, ebbi la sensazione che il parco fosse diventato solitario e triste. Mi affrettai, mentre un brivido di freddo mi percorreva la schiena, e gli alberi danzavano fra le lacrime che mi inondavano il viso.
    Non vidi nulla e nessuno, ma quando giunsi a casa non piangevo più e sapevo quello che dovevo fare: dovevo andare a Roma: subito. Preparai una borsa da viaggio e avvisai che mi sarei assentata dal lavoro per un paio di giorni. Mentre facevo i preparativi per la partenza un senso di sollievo mi pervadeva: era la serenità che mi dava l'idea di poter fare qualcosa per Claudio. Non volevo pensare a lui come al suicida del parco e nemmeno come all'uomo della panchina, ma semplicemente volevo pensare a Claudio, l'amico di un attimo, che mi aveva chiesto un favore nel momento più disperato della sua vita.
    Arrivai a Roma il mattino seguente. La giornata era splendida. Respirai profondamente, abbassando il finestrino, mentre il treno rallentava, ormai prossimo alla stazione, affascinata da quel cielo terso e l'aria frizzante. Per un attimo dimenticai il motivo per cui ero a Roma.  Sul taxi il cuore mi batteva forte. Non sapevo cosa e chi avrei trovato al 23 di Piazza S.Filippo. Chi era Lucia? E se mi avesse posto delle domande? Sospirai: al momento opportuno avrei trovato le risposte. Cercavo di tranquillizzarmi ma avevo le mani sudate e le gambe mi tremavano. Il tassista chiacchierava e rideva per conto suo, per niente preoccupato che io non partecipassi affatto alla conversazione, né ridessi alle sue battute. Quando arrivammo, pagai, scesi dal taxi e mi fermai, incerta, di fronte al numero 23: una palazzina a tre piani, bella, certamente abitata da gente benestante. La piazzetta era silenziosa ed io stavo lì a fissare la targhetta CORRENTI senza trovare il coraggio di suonare il campanello. Mi venne anche la tentazione di tornare indietro, ma gli occhi di Claudio tornavano e la stretta della sua mano era ancora impressa sulla mia. Ad un tratto sentii la voce:
    "Cerca qualcuno?"
    Alzai lo sguardo e vidi alla finestra del primo piano una signora.
    "Sì, cerco la Signora Correnti."
    "Sono io. Le apro subito."
    Ormai non potevo più fuggire. Entrai e salii fino al primo piano dove la porta era già aperta e una signora che poteva avere l'età di Claudio mi sorrideva facendomi cenno di entrare. Era decisamente bella, elegante e dai modi gentili, aveva gli occhi chiarissimi, grandi e strani. Mi guidò nel salotto e, quando mi fui seduta
    "Dalla voce lei deve essere molto giovane"  mi disse sorridente.
    Ecco cosa c'era di strano in quegli occhi: Lucia non vedeva. Mi ripresi subito ma non potei fare a meno di stupirmi:
    "Ma lei dalla finestra..mi ha vista."
    "Oh! Sì l'ho vista. L'ho vista come vedono i ciechi. Sa, non deve impressionarsi. Noi che non vediamo siamo molto più sensibili....e forse vediamo molto di più."
    Una risata argentina da ragazzina seguì le sue parole. Ebbi il coraggio di ridere anch'io e comunque mi sentii a mio agio.
    "Ho 24 anni e vengo da Torino e....Roma è veramente bella; tutte le volte che la vedo mi sembra la prima volta."
    Non volevo entrare subito in argomento, non mi sentivo pronta.
    "Sì, è vero, è bellissima. Sa, io non sono stata sempre cieca. Mi è accaduto in seguito ad un incidente d'auto, ed avevo proprio la sua età."
    "Oh!" Non riuscii a dire altro.
    "Sono stata più fortunata di altri, almeno posso continuare a vedere i miei ricordi. Ma lei....non mi ha ancora detto perché è venuta qui, e mi sembra di capire che non le è nemmeno tanto facile dirmelo." E seguì un'altra risata argentina.
    Quella donna cieca mi vedeva fino in fondo all'anima ed io non riuscivo a stare ferma sulla poltrona. Inspirai tutta l'aria possibile, e d'un fiato parlai.
    "Devo consegnarle una lettera, una lettera di Claudio" e la mia voce si ruppe, in attesa.
    La guardavo attentamente, ma il suo viso rimase impassibile.
    "Claudio" mormorò quasi fra sé  "Claudio! Era molto innamorato: ma lei lo conosce da molto? Come sta?"
    Evitai di rispondere.
    "Ho la lettera per lei" Le ricordai.
    " Ah sì, la lettera. Me la dovrà leggere."
    "Ma io veramente...non vorrei.."
    "Direi che non abbiamo altra scelta. Non crede?"
    "Ma lei avrà sicuramente qualcuno di più intimo. Credo..credo che sia una lettera privata e..."
    "Lasci perdere. Da molti anni vivo sola e qui non viene nessuno. L'unica persona che può leggermi la lettera è lei."
    La sua voce si era indurita e le sue labbra avevano una piega ironica. Capii che non potevo far nulla per evitare di leggere, e di malavoglia aprii la busta. Dentro di me tutto si ribellava all'idea di frugare fra quelle righe che non mi appartenevano. Lucia incalzò spazientita:
    "Allora! Vuole leggere?"
    Cominciai con voce tremante:
    "Lucia, cara!"
    Avevo la gola secca e le parole non volevano uscire. Ripresi:
    "Lucia, cara! Ti scrivo perché sto partendo e penso che starò lontano molto tempo. Per anni ho vissuto nella nostalgia e in preda al rimorso pensando che se quella terribile sera di tanto tempo fa non me ne fossi andato dopo aver litigato con te, tu non saresti salita in auto con Francesco, e nulla sarebbe accaduto. Ho sofferto tanto, ed ancora di più quanto tu mi hai lasciato: secondo te una donna cieca sarebbe stata un peso troppo grande per un uomo. No Lucia, non è così. Lo so bene io che ho vissuto e vivo nel rimpianto; che sono venuto tante volte a Roma fermandomi a guardare da lontano la tua casa senza mai trovare il coraggio di suonare alla tua porta. Ho atteso, oddio quanto ho atteso, una telefonata, una lettera, un segno qualunque che mi ridasse ossigeno per vivere. Ma non è mai accaduto nulla. Quante volte mi sono chiesto angosciato se dentro di te ci sia rancore, disperazione per la tua situazione! Quante volte ho sperato che tu mi dessi la possibilità di assisterti, di amarti, di viverti accanto. Ora sto per partire. Vorrei provare a rifarmi una vita, ma prima di andarmene volevo dirti queste cose. Sei nel mio cuore Lucia, come allora. come una ferita che nulla può cicatrizzare. Ovunque io vada il dolore mi accompagnerà sempre. Quella sera di sedici anni fa è come un film che continua ad attraversare la mia mente senza che io riesca a distruggerne la pellicola. Ti ho cercata in ogni donna che ho incontrato, ma tutte sparivano al tuo confronto. Perché, perchè un così grande sacrificio per te e per me! Perché rinunciare all'amore. Ormai è tardi  per cercare queste risposte. Sono stanco. Addio Lucia, addio cara, e abbi cura di te. Perdonami, se puoi.  Claudio.
    Non potei reprimere un singhiozzo mentre appoggiavo la lettera sul tavolo.  Lucia era silenziosa, ma del suo viso non si muoveva un muscolo. Il silenzio era anche troppo in quella stanza arredata all'antica, con le gelosie accostate. Il sole filtrava attraverso le fessure disegnando una strana penombra, e il mio cuore stava scoppiando.
    "E' pronta?"
    "Per cosa?" dissi io asciugandomi le lacrime.
    "Per scrivere. Spero che non le dispiacerà troppo portare a Claudio una lettera da parte mia"
    Rividi il viso di Claudio senza più vita e il mio cuore si strinse.
    Lucia si alzò e, con la sicurezza di chi, pur non vedente, conosce a memoria l'ambiente in cui vive, prese da uno scrittoio carta e penna e le posò sul tavolo. Io mi apprestai a scrivere chiedendomi intanto come lei riuscisse a nascondere così bene ogni sua emozione.
    In piedi, dandomi le spalle, cominciò a dettare:
    "Claudio carissimo, mi rendo conto oggi, leggendo la tua lettera, di quanto sbagliai allora non dicendoti subito la verità, e cioè il vero motivo per cui ti lasciai. Non ho mai provato rancore verso di te perché quella maledetta sera, era su quell'auto che volevo salire. Proprio quella sera io e Francesco avevamo deciso di sposarci. Allora eravamo tutti molto giovani. Io non volevo farti del male. Uscire con te mi era servito per chiarire i miei rapporti con lui, ma non volevo giocare con i tuoi sentimenti, semplicemente li avevo sottovalutati. Eravamo molto innamorati, io e Francesco, e quella notte, con la sua morte, anche la mia vita finì. Non volli mai un altro uomo nella mia vita. Quando mi resi conto di quanto fossero profondi i tuoi sentimenti non mi sentii di deluderti e così mi rifugiai nella mia disgrazia per interrompere il nostro rapporto. Pensavo che anche tu avresti dimenticato in fretta. Mi accorgo di avere sbagliato due volte con te, ma spero che saprai perdonare e forse, più presto di quanto immagini, saprai anche sorridere di avvenimenti di tanti anni fa: perché in fondo fu soltanto una ragazzata. Ti auguro buona fortuna, Claudio, e, se vieni a Roma, ti aspetto.  Lucia."
    Avevo le mani gelate, gli occhi brucianti, e tanta fretta di andarmene da quella casa.
    Lucia sorrideva mentre, imbustata la lettera, me la porgeva:
    "Lei avrà sicuramente l'occasione per consegnare a Claudio queste righe, visto che lo conosce. Grazie per la sua gentilezza, signorina. Le chiamo un taxi?"
    "No no grazie, desidero camminare un po'." 
    "Qui vicino c' è un bellissimo lungofiume: da lì potrà ammirare il panorama di quasi tutta la città. Grazie ancora e buon viaggio di ritorno a Torino."
    Finalmente me ne andai. Mi sentivo invecchiata. Camminando mi ritrovai proprio sul lungofiume che a quell'ora era deserto, e mi abbandonai su una panchina. Fu lì che strappai la lettera di Lucia in tanti piccolissimi pezzi lasciando che il vento li sparpagliasse, e fu lì che, piangendo, parlai con Claudio:
    "Ho consegnato la tua lettera Claudio. Anche lei ti ama..ti ama..ti ama......."

  • 23 luglio 2015 alle ore 7:08
    In ascensore

    Come comincia: L'anno è il 1975 o 1976, Raffaella è piccola, ha quattro o cinque anni. Mario ha deciso di farmi un regalo speciale: la notte di capodanno al casinò di Sanremo. Ma io non so, non so neppure cosa mettermi, non sono abituata a certe cose. Comprati quello che ti serve, dice lui, senza strafare, ma vestiti. Va bene, vado in un negozio di Torino e mi compero un abito nero, lungo, da sera e poi un giaccone bianco leggermente peloso, sintetico ma molto di effetto. Sulla scollatura dell'abito campeggia una bellissima rosa verde che so già, avrò le mie difficoltà a sistemare. Borsettina da sera, una bustina argentata di quelle in cui non ci sta niente, tanto per intenderci. Insomma, alla fine un insieme niente male. Abbiamo già individuato il posto dove lasciare Raffaella, presso le suore dell'Incoronata a Spotorno, che ce la tengono volentieri per un giorno e una notte. Arriviamo a destinazione, dopo essere partiti direttamente dall'ufficio, vestiti da lavoro, perché non c'è stato tempo per cambiarci. Non troviamo alberghi con camere libere. Cerchiamo, anche con una certa disperazione, finché troviamo una sistemazione a Taggia. Mi sfugge il nome dell'albergo.  Il personale ci accoglie con indifferenza, anzi visibilmente contrariato dal nostro abbigliamento, ma riusciamo a ottenere la camera per malandata che sia, infatti è piuttosto indecente, il bagno con water intasato quindi inservibile, ma ci adattiamo, d'altronde non c'è altro. Ci cambiamo di abito, io mi trucco, mi pettino bene, e mi immedesimo nella mia parte. Indosso l'abito da sera, la giacca bianca, le scarpe col tacco, i guanti neri di pizzo, e in una mano reggo la mia bustina argentata. Mario indossa il suo vestito che ha scelto appositamente per la serata e si fa bello. Quando scendiamo per uscire e andare a Sanremo il personale si inchina al nostro passaggio, ci accompagna all'uscita e ci offre qualunque tipo di supporto. A me scappa da ridere: che stupidi, non vedete che siamo quelli di prima? Ma così agghindati assumiamo una nuova identità e il nostro indice di gradimento è alle stelle. Quando entriamo al Casinò, nel salone dove si festeggerà il capodanno, prima si passa dal guardaroba e lì', proprio accanto a Mario, si ferma anche Sylva Koscina. Lei è il suo sogno proibito,  la sua dea, il materializzarsi di tutti i suoi desideri, cosicché lui non capisce più niente. Arrossisce, si schernisce, saluta devotamente, le dà la precedenza, prego faccia prima lei, gli manca solo la bava alla bocca. Io faccio finta di niente perché ritengo sia la cosa più intelligente da fare, inoltre non intendo rovinarmi la serata. Lei se ne va altezzosa e indifferente, e noi entriamo nel salone. Da lì la serata scorre piacevole, balliamo, beviamo qualcosa, una bottiglia di spumante Martini 35.000 lire. A Mario non si drizzano i capelli solo perchè non ne ha. Nell'insieme una bella notte di capodanno. Torniamo in albergo e poche ore dopo dobbiamo ripartire. Io preparo la valigia, rimetto l'abito da lavoro e anche Mario, che poi mi dice: vado a prendere l'auto, tu porta giù la valigia. Ma è pesante! Ma c'è l'ascensore! Ma ho paura, lo sai che ho paura! Ma va, non farmi ridere, è un piano solo! E io sarò lì ad aspettarti. Inutile discutere. Lui va e io mi avvio verso l'ascensore. Entro, schiaccio il pulsante per il piano terra e rimango immobile a fissare le porte, con il fiato sospeso. L'ascensore si ferma e le porte non si aprono. Mi assale il panico e comincio a schiacciare il pulsante dell'allarme. Nessuno si fa vivo. In preda all'agitazione infilo le mani nella fessura fra le due porte e comincio a tirare da una parte e dall'altra finchè riesco a spostarle di almeno trenta centimetri. Peggio, perchè dietro le porte c'è il muro. A questo punto non capisco più niente. Continuo disperatamente a premere sul pulsante dell'allarme e a battere i pugni. Il cuore mi batte in gola e penso, adesso mi viene un infarto. Ma perché nessuno mi soccorre! Poi, dopo un po', in un attimo di sconforto più acuto, rimango in silenzio, e mi pervade una strana sensazione, quella di essere osservata, sì, sono certa che qualcuno mi stia osservando. Inizio a sentirmi a disagio e mi volto: dietro di me le porte dell'ascensore sono spalancate e diverse persone nella hall dell'albergo mi stanno guardando con gli occhi sbarrati. In un attimo mi è tutto chiaro: doppie porte. Mentre io mi agitavo e battevo i pugni impazzita e tentavo di divellere le porte, dietro di me altre porte si erano aperte e la gente ammutolita stava assistendo alla mia follia. Prendo la mia valigia e vado alla reception cercando di darmi un contegno. Io ho suonato, dico, ma non è venuto nessuno. L'addetto mi guarda sospettoso, ma non mi risponde. Beh, ho quasi distrutto l'ascensore e adesso non so che fare, che dire. Menomale che arriva Mario, intorno il silenzio è totale. Sono qui, cinguetto, sono qui. Quando si avvicina, andiamo subito via, andiamo subito via, gli dico sottovoce. Ma perchè, cosa è successo?  Niente, andiamo subito via! Ma li hai avvisati che il water è intasato? Ma figurati, già chissà cosa stanno pensando, andiamo via, te lo racconto in viaggio. Che gli ascensori mi terrorizzino, è evidente.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:37
    Lettera a Babbo Natale

    Come comincia: Caro Babbo Natale, lo so che quando hai riconosciuto la mia calligrafia in mezzo a tutte le letterine ti si sono drizzati i capelli, la barba, i baffi e anche le renne, e hai pensato: e adesso che "caspita" vuole questa "rompiscatole"! So anche che hai articolato il tuo pensiero con termini ben più crudi e alla moda, ma tu non puoi dirli perchè sei Babbo Natale, ed io non posso scriverli per buona educazione. Non ti preoccupare, non ho intenzione di metterti in difficoltà, sebbene una richiesta ce l'abbia anch'io. Ci si abitua a quasi tutto e voialtri, grandi vecchi, siete così lontani dalla nostra realtà. Ormai in pensione da tempo immemorabile! No, non fare quella faccia, lo so che hai dovuto tenere questo lavoretto natalizio per arrotondare. Ma il tuo capo? Quant'è, più o meno duemila anni che sta in pensione? Quando ebbe bisogno di un consigliere personale, suo figlio gli disse: ho la persona che fa per te, e indovina un po', gli presentò tale Ponzio Pilato che in quel tempo girava il mondo col bidoncino d'acqua di riserva al seguito, e l'asciugamani in spalla. Non so se lo sai, ma fu lui a dare inizio a quel gran lavarsi le mani che prese piede (simpatica questa frase!) e che a tutt'oggi viene praticato con grande attenzione, dando origine a intere innumerevoli generazioni di persone con le coscienze nere e le mani pulitissime. Cosicchè Ponzio Pilato divenne il consigliere personale del tuo capo, col risultato che il tuo capo ci consegnò quella specie di mostro a dieci teste che si chiama Libero Arbitrio....e adesso scornatevi fra di voi, io vado in pensione, fu il suo saluto. Ma ho divagato, devo tenere le briglie strette se no chissà dove vado.
    Tornando a noi, caro Babbo Natale, ti dicevo che ci si abitua a quasi tutto, il "quasi" è una licenza poetica, la verità è che ci si abitua proprio a tutto,e soprattutto a tutto il peggio, ma c'è qualcosa che mi tormenta e non riesco ad abituarmici. E qui vengo alla richiesta. Ogni giorno dell anno, ma proprio tutti i giorni, non so se mi spiego, c'è qualcosa a cui non posso sottrarmi che mi procura un gelido brivido che mi percorre tutta, ti assicuro che è una sensazione molto spiacevole, specialmente d'inverno, per cui, se tu potessi portarmi in dono un bidet con le pareti riscaldate, te ne sarei infinitamente grata. Tua devota Lora Beatrice Ludovica B.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:34
    La vita

    Come comincia: Stamattina alle quattro mi sono svegliata all'improvviso, apparentemente senza motivo. Strisce di una chiarissima notte di neve si riflettevano sulla parete della camera in un silenzio innaturale. Ho pensato che avesse nevicato, invece no. Subito, come se gli abitanti di un borgo avessero aperto tutti le finestre contemporaneamente, la mente ha cominciato ad inviarmi pensieri di ogni tipo, mescolati senza logica: ricordi, persone, bollette da pagare, rate, progetti, preoccupazioni, dolore, speranze, sogni, di tutto. Ho trascorso un po' di tempo in buona compagnia, in compagnia della mia vita, della mia importantissima vita. Forse questo è il motivo per cui mi sono svegliata, per ricordare quello che spesso mi capita di dimenticare, e cioè quanto la mia vita sia importante, e come sia facile certe volte smarrire la consapevolezza della sua importanza. Capita a tutti? Non so.
    Paolo dormiva accanto a me. L'ho sfiorato con una carezza, e la notte chiara di neve senza neve, ha raccolto l'ultima mia sensazione prima che mi riaddormentassi: niente scalda come un altro corpo

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:31
    Primo caffè del mattino

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata molto presto e, visto che non riuscivo più a riaddormentarmi, mi sono alzata. La Polly mi aspettava al varco e così le ho dato da mangiare e le ho cambiato l'acqua da bere, mentre attendevo che "venisse su" il caffè. Poi la caffettiera ha cominciato a brontolare e il profumo ha invaso la casa: la mia casa, e prima, la cucina della casa di mia madre, quando al mattino mi alzavo per andare a scuola. Il profumo del primo caffè del mattino preparato in casa è unico, inconfondibile, è denso di sentimento e si porta dentro l'intimità di tutta la famiglia che appena sveglia è di poche parole e di molta fretta, ma, inconsapevole, assorbe sensazioni che creano ricordi, emozioni destinate a non morire.
    Tutto questo da un caffè? Direte voi. Sì, tutto questo da un caffè, ed è perciò che io continuo ogni mattina a preparare la moka, ripetendo un rituale antico, e poi sorseggio il mio caffè mentre sullo schermo del computer scorrono tante fotografie che rappresentano tutte le persone del mio mondo: e mentre sorseggio il mio caffè le guardo, e non mi ricordo che tante di loro non ci sono più. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:27
    Laboratorio analisi

    Come comincia: Al laboratorio analisi del sangue ( e delle urine)
    -Buongiorno, ha le due provette con le urine?
    -Sì certo, eccole.
    -Sono sbagliate.
    -Perchè?
    -Perchè hanno tutte e due il tappo giallo.
    -Guardi che me le ha date il vostro ambulatorio.
    -Beh, hanno sbagliato.
    -E allora adesso?
    -Adesso io le do una provetta col tappo blu e lei va nel bagno, travasa e poi me la porta.
    A quell'ora del mattino si pensa lentamente, ma si pensa.
    -Scusi, ma non posso soltanto scambiare i tappi?
    -No.
    -Ma le provette sono uguali...
    -Faccia come le ho detto. Vada nel bagno e travasi.
    Il tono non ammette repliche, lo sguardo è aggressivo.
    Nel bagno la tentazione di disubbidire è quasi incontrollabile, ma il dubbio che ci sia qualcosa di molto molto piccolo che senza occhiali non si vede, scritto sulla provetta col tappo blu, assale tormentoso.
    Se lei si accorge che sono stati solo scambiati i tappi, saranno frustate?
    Con docile codardìa ecco travasato il prezioso liquido.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:24
    Conferme

    Come comincia: Mi piace uscire da casa e andare in mezzo alla gente, osservare le persone e riflettere, fermarmi a scambiare qualche parola anche banale, tutto questo mi fa sentire parte di qualcosa. Poi, ogni tanto, capita di incontrare persone particolari, come ad esempio ieri, fuori dal supermercato. Chissà perchè, c'è stata subito una corrente di simpatia fra me e una signora mai vista prima, penso abbia intorno ai 35 anni. Ci siamo messe a parlare e, in breve tempo, è nata una conversazione di notevole spessore, e poi anche confidenziale. Lei è un'educatrice che lavora con bambini e ragazzi con disabilità mentale e anche fisica. Il tempo è trascorso senza che ce ne rendessimo conto e poi, prima di salutarmi mi ha detto: vede, lei avrebbe potuto fare il mio lavoro, avrebbe potuto fare l'educatrice.
    Tornando a casa ho sostato qualche minuto sul ponte sopra la Dora a fissare i riflessi del sole sull'acqua, e a pensare. Quando a ventuno anni decisi di tornare a scuola avevo un progetto: prendere il diploma magistrale e poi specializzarmi nell'insegnamento verso questa speciale categoria di bambini e ragazzi, poi la vita mi portò in un'altra direzione. Ho sempre pensato di essere stata molto confusa da giovane, di non avere mai avuto le idee chiare. Ieri, a distanza di quasi cinquant'anni, una semplice frase mi ha riportato alla mente quel progetto dandomi modo di ricredermi: non ero affatto confusa allora, invece avevo intuito quale potesse essere la mia strada e cosa davvero volessi fare. Che stupenda scoperta!
    Ho guardato il mio carrellino per la spesa: caro Donato, oggi portiamo a casa qualcosa tutti e due: tu la spesa, ed io una bellissima certezza. Vedi, non sappiamo mai quando e come arriveranno le risposte, però arrivano.
    Non ci siamo neppure presentate io e quella signora, spero di incontrarla ancora. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:22
    Ma chi sei?

    Come comincia: Stamattina a colazione Paolo si è accorto che lo stavo guardando.
    -Cosa c'è?
    -Niente, guardavo i tuoi capelli bianchi. Sono belli.
    -Hmmmm!
    -Quando ti sono diventati grigi non l'hai presa mica tanto bene. Ti ricordi la tinta?
    -Mi ricordo qualcosa.
    -Qualcosa! Eri venuto a prendermi al lavoro e appena sceso dalla macchina ti vidi dalla finestra dell'ufficio e rimasi pietrificata. Una massa di capelli nerissimi, neri che di più non si può. Come un automa salutai colleghi: Ciao a tutti, io vado. Ciao Lora, è arrivato Paolo? No, oggi si cambia, è arrivato Ludovico il Moro.
    -Ahahah! Ti eri arrabbiata?
    -Beh, insomma! Ti feci notare che capelli nero corvino e baffi grigi non erano un'accoppiata molto indovinata. O ti rasavi i baffi o ti lavavi la testa fino a consumarla. Menomale che era una tinta casalinga e se ne andò in fretta.
    -Non preoccuparti più: bianchi piacciono anche a me.
    -Menomale! Non vorrei tornare dalla spesa e trovare ad aspettarmi Federico Barbarossa. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:18
    In treno

    Come comincia: Mi sono ricordata oggi di un viaggio in treno fatto quando avevo circa quindici anni, da Napoli a Milano, insieme ad una mia zia. Quando partimmo lei si addormentò quasi subito, evidentemente cullata dal ritmo del treno. Nel nostro scompartimento c'era soltanto un'altra persona, un uomo che, a pensarci oggi, poteva avere circa trent'anni. Conversai piacevolmente con lui che era indubbiamente affascinante. Alla stazione di Roma cominciò a farmi la corte, alla stazione di Firenze mi chiese di sposarlo, e alla stazione di Bologna scese: era arrivato. Lo salutai a lungo dal finestrino, si chiamava Antonio, o almeno così disse di chiamarsi. Tornai nello scompartimento e guardai con tenerezza, e anche divertimento, mia zia che dormiva ancora. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:16
    Lunedì di Pasquetta

    Come comincia: Sarebbe stato indimenticabile quel lunedì di pasquetta. Che meraviglia! Il cesto con i panini imbottiti, la frittata, il pane croccante, frutta, vino, tutto era pronto sul tavolo della cucina. Il sole era tiepido, l'aria frizzante, forse questa volta non sarebbe piovuto, pensò lei. Canticchiava pettinandosi, era contenta, si piaceva. Un po' di mascara leggero sulle ciglia, rinunciando al rossetto che tanto si sarebbe sciupato, un velo di fard, e un po' di correttore ad attenuare le ombre sotto gli occhi. Sì, era tutto perfetto, ah già, il caffè. Preparò velocemente un thermos col caffè già corretto con la grappa, come piaceva a lui. Salì in auto e andò là, dove si vedevano sempre. Più di un'ora di viaggio, ma sicuramente ne sarebbe valsa la pena. Pagò al casello, e circa duecento metri più avanti posteggiò in un'area di parcheggio, e rimase in attesa. Mezz'ora, un'ora, lei stette lì, finchè sentì il rumore di un'auto. Eccolo! Pensò. Ma non era lui, era un'auto dei carabinieri. Si fermarono, scesero e si avvicinarono al finestrino.
    Buongiorno, patente e libretto.
    Certo, ma cosa ho fatto?
    Perchè è qui ferma già da un bel po'?
    Veramente ho un appuntamento.
    I due si guardarono con un ghigno divertito.
    Insomma un bidone!
    Lei capì che avevano voglia di prenderla in giro.
    Beh, io spero che verrà.
    I due se ne andarono ridendo.
    Ormai erano trascorse due ore e lei, anche riportata alla realtà dall'incontro con i carabinieri, decise di tornare a casa. Era delusa, triste, e il viaggio di ritorno le sembrò interminabile.
    Verso sera a casa sua suonò il telefono.
    Ciao, sono io.
    Ciao, stamattina ero là, al solito posto.
    Eri là? Perchè non mi hai telefonato? Avrei trovato il modo....
    Non so, sì, anzi, lo so, sono stata stupida, ma ero certa che tu avresti "sentito" che ero là e ti avrei visto arrivare, e sarebbe stato perfetto.
    Ma, amore......
    Sì, amore, ma non perfetto come il mio. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:15
    Imprevedibile ASL

    Come comincia: Stamattina alle sette e trenta ero già in coda fuori dagli uffici della ASL per il rinnovo dell'esenzione mia e di Paolo. Per evitare a lui lo stress di alzarsi presto e della sala d'attesa, ieri mi sono stampata una delega, gliel'ho fatta firmare, ho allegato le fotocopie dei documenti miei e suoi e ho incrociato le dita, anche perchè non ero affatto sicura che sarebbe stata accettata. Comunque stamattina ho conquistato il numero 5 ed ero soddisfatta. Premesso che io sono sempre gentile, sorridente, e saluto chiunque sia dietro uno sportello, o altro, stamattina però non sapevo come sarebbe andata a finire, così appena mi sono trovata davanti allo sportello di fronte ad un signore molto serio, ho sfoderato un sorriso e lo sguardo più dolce, accattivante e sprovveduto possibile. Lui mi ha guardata e: cosa posso fare per questi begli occhi?
    Ragazzi! Io ce l'ho messa tutta, ma non mi aspettavo tanto! E non ero neppure truccata! Immediatamente mi sono resa conto che stavo arrossendo fino alla radice dei capelli e ciò deve avere aumentato la sua tenerezza nei miei confronti. Così, come mi capita sempre quando sono molto in imbarazzo, ho sciorinato la prima banalità che mi si è presentata in punta di labbra: Fa sempre piacere un complimento al mattino presto! Dicendo a me stessa: Lora, ma come hai potuto pronunciare parole del genere? 
    Effettivamente non mi è servita la delega, non mi sono serviti i documenti, lui ha guardato nel computer e ha dichiarato che io e Paolo siamo assolutamente a posto, e io non gli ho certamente detto che lo sapevo già. Ho preso i documenti che nel frattempo mi aveva stampato con l'agognato timbro, mi sono mostrata grata e riconoscente per la la notizia che "sicuramente mi risolveva un problema non indifferente". Entrambi molto soddisfatti ci siamo augurati buona giornata, e io ho tirato un sospirone di sollievo! 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:13
    Voglia di gelato

    Come comincia: Ieri sera ero affacciata al balconcino, l'aria era tiepida e la giornata ancora luminosa, qualcuno vociava in strada, ed io inavvertitamente mi sono lasciata scappare una frase: ho voglia di gelato. Frase che non è sfuggita a Paolo, figurati!, se gli sfuggiva. Allora ho subito aggiunto: guarda che è già tutto chiuso qua intorno. Poi non c'ho pensato più. Stamattina, quando Paolo si è alzato, prima di ogni altra cosa, nel suo sguardo ho subito letto una parola, scritta a caratteri cubitali: gelato. Ma non se n'è parlato. Poi sono andata al supermercato e ho comperato una confezione di coni alla vaniglia che naturalmente, appena rientrata, ho subito posizionato nel freezer: Paolo era in bagno e non ha visto. Quando si è seduto, come fa sempre, a guardare ciò che avevo acquistato, lui da una parte e la Polly dall'altra, fissava ipnotizzato ciò che estraevo dal carrellino, facendo finta di ascoltarmi: Hai visto? Ho trovato questo a 0,98, e, pensa, gli yogurt a 0,23, e quest altro a metà prezzo. Ma nel suo sguardo continuava ad esserci scritto a caratteri cubitali: gelato. Svuotato il carrellino, la sua delusione era palpabile, ed io attendevo di scoprire, beffardamente divertita, come sarebbe entrato in argomento. E lui in queste cose è fortissimo! Infatti...prudente e guardingo, con un fil di voce:
    -Ieri sera hai detto che avevi voglia di gelato.
    (Quando si dice prendere le cose alla larga!)
    -Sì.
    -Perchè non "te" lo sei comprato? Non ti compri mai qualcosa per te!, 
    -Perchè a te non interessa, vero? E' a me che pensi! Ahahah!
    Ma a quel punto ridevo e lui aveva già capito che il gelato da qualche parte c'era.
    Così oggi se l'è mangiato, felice, ed è riuscito anche ad estorcermi una parte di biscotto croccante del mio, che non ho saputo rifiutargli. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:10
    Il dopocena

    Come comincia: Questo è il dopocena. Dal mio balconcino guardo verso il cielo dove lingue rosate nuotano oltre l'orizzonte. La fetta di luna è là, puntuale e languida, a lasciarsi scrutare. In basso il traffico dirada, i negozi sull'incrocio hanno abbassato le serrande: la pasticceria, la ferramenta, il bar. Tanti anni fa il bar nella bella stagione aveva i tavolini fuori, e gruppi famigliari si attardavano a mangiare gelati e a bere caffè. Adesso più nulla, i tempi sono cambiati, la gente alla sera sta in casa o comunque, se esce, non passeggia per queste strade di periferia dai marciapiedi stretti sporchi e poco invitanti. E' questione di poco ancora e poi scenderà il buio, e col buio il silenzio, interrotto soltanto dal fracasso degli autobus e di pochi altri veicoli. E io? Io sono qui affacciata a osservare l'estinguersi del fermento assieme alla luce del giorno. Io sono qui a sperare di avere ancora tanto tempo a disposizione per poter inseguire con lo sguardo ogni sera l'ultima rondine ritardataria che rientra veloce al nido, le ultime persone frettolose sul marciapiedi che si dirigono: verso casa? Spero di sì, spero che abbiano una casa, una famiglia che attende proprio loro, un amore che li accoglie, e qualcosa da mangiare. E mentre guardo di nuovo su mi accorgo che non troppo lontana dalla fetta di luna adesso c'è una piccola stella, e mi chiedo: sì, ma io cosa voglio per me? Niente, quello che ho. Voglio solo vivere vivere e vivere. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:08
    La nostra buona volontà

    Come comincia: Si finisce per identificarsi con quella strada che passa sotto casa, con le cartacce che spuntano fra le automobili posteggiate, con quei passanti così sconosciuti che non salutiamo e che non ci salutano perchè in fondo la solitudine è così intima che non si vuole condividerla con nessuno: perchè non ci fidiamo di nessuno e nessuno si fida di noi, o almeno così crediamo. Ecco, credere, il problema. Forse possiamo credere in qualcuno di astratto ma non riusciamo a credere in qualcuno di concreto che ci assomiglia. Certo è più comodo inventarci qualcuno che non ci dà problemi, che non discute con noi, che non ci pone di fronte alle diversità, che non ci obbliga a scandagliare i nostri fondi fangosi. Ma noi siamo qui e la realtà è quella di ogni giorno e di tutti gli individui, e qui niente è comodo, niente è scontato, niente consola come una preghiera, qui non ci sono alibi, ma soltanto noi con le nostre miserie ma anche con la nostra buona volontà. Ecco, la buona volontà. Si parla ormai poco di buona volontà, eppure la buona volontà è il modo che abbiamo a disposizione. Bisogna provare, penso, penso che dobbiamo provare, perchè è indispensabile un'inversione di...coscienza

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:05
    Cara amica mia!

    Come comincia: Il mondo del lavoro non è sempre facile, anzi a volte è davvero difficile. Quando andai a lavorare presso quella ditta, avevo fatto una scelta, e praticamente stavo ricominciando da capo. All'improvviso, da dirigente che ero stata, mi ritrovai ad essere l'ultima ruota del carro: dovevo controllare le ricevute firmate e fare l'archivio. Spesso venivo anche sgridata se mi sfuggiva qualche irregolarità.Certamente per me era molto faticoso, ma sono sempre stata molto disponibile, mi adatto facilmente, specialmente se quanto mi succede l'ho voluto io. Eppure avvertivo una diffidenza, un'antipatia, che non avevano secondo me, ragione di esistere. Capii col tempo, perchè mi fu detto, che io avevo sostituito una ragazza molto benvoluta che era stata licenziata ingiustamente.
    Per me era un periodo molto difficile, avevo problemi finanziari, avevo problemi di salute miei e in famiglia, lavoravo dodici ore al giorno, e non riuscivo più a gestire tutte le situazioni: essere anche odiata dalle colleghe era davvero troppo, e quando al mattino andavo in ufficio avevo solo voglia di piangere. Col passare del tempo le mie mansioni diventavano sempre più numerose, al punto che presi a portarmi il lavoro a casa per svolgerlo nei fine settimana. Quando quell'anno arrivò Natale, c'erano solo due giorni lavorativi fra Natale e Capodanno, così chiesi di avere due giorni di ferie spiegando che mi erano veramente necessari per problemi familiari, dei quali fra l'altro tutti erano a conoscenza. Così un mattino fui convocata nell'ufficio del titolare, ma già seduta di fronte a lui c'era l'impiegata anziana, quella addetta all'amministrazione, non ufficialmente ma di fatto la capoufficio. Lei mi trafiggeva con lo sguardo mentre lui mi comunicava che c'erano troppi lavori arretrati perchè io potessi assentarmi, come la mia collega da lui interpellata appunto aveva puntualizzato, questo quello e quell'altro erano "molto indietro" per cui non ritenevano, loro due, che io potessi permettermi due giorni di ferie.
    Detto ciò lei uscì dall'ufficio soddisfatta con la sua cartellina sotto il braccio, ed io rimandai indietro a fatica le lacrime.
    Ma poco dopo passai davanti all'ufficio di lei e la vidi china e concentrata sui documenti che stava esaminando, indifferente, indecifrabile, come se niente fosse successo mentre in realtà mi aveva appena distrutta. Fu più forte di me. Entrai, e con la voce rotta dal pianto le dissi, lo ricordo ancora:
    -Io non ce la farò mai con voi, voi siete troppo cattivi per me, davvero troppo cattivi perchè io possa farcela.
    Poi corsi fuori per non farmi vedere piangere, e nel frattempo era subentrata la pausa pranzo. Ritornai dopo un'ora e mezza. Andai direttamente nel mio ufficio, e guardando attraverso la vetrata che divideva gli uffici, vidi che lei stava piangendo, singhiozzava col viso fra le mani. Mi precipitai di là.
    - Cosa c'è, cosa ti succede!
    -Io non sono così, io non sono così, io non sono così.
    Continuava a ripetere lei piangendo.
    La dovetti consolare abbracciandola, avevo capito che lei era solo il prodotto di un ambiente avvelenato.
    Siamo amiche da venticinque anni. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:57
    Forse non si è ancora capito

    Come comincia: Forse non si è ancora capito che la nostra effimera sicurezza non esiste più. Non si è ancora capito che domani potremmo dover bussare alla porta di altri per recuperare qualcosa da mangiare o poterci lavare e poi riposare in un letto. E se ci venisse sbattuta la porta in faccia, si accasceremmo stanchi e piangenti fuori da quella porta. Non si è capito che ci crogioliamo in case in cui viviamo la nostra vita al riparo da imprevisti indesiderati, case provviste di porta blindata, ma con i muri di vetro che basta una sassata a frantumare. E' faticoso il cambiamento, è difficile da accettare e da vivere, ma abbiamo il dovere di provare, secondo me, e io ci provo, anche perchè io non credo che il dramma siano i popoli in movimento, io credo che il dramma sia l'inettitudine dei governi, insieme all'egoismo e al cinismo di chi teme di perdere la sua agiatezza e la tranquillità del benessere. Mi sembra di sentirli, mentre con i piedi sotto la tavola imbandita, si scambiano battute del tipo: non è che tutta questa gente, quest anno ci rovinerà le ferie!

  • 22 luglio 2015 alle ore 14:53
    Buon compleanno, Paolo

    Come comincia: Ricordi le grandi feste di compleanno? Quelle di tanti anni fa. Tante persone, amici, colleghi, cene senza fine, ma soprattutto tu, con la tua chitarra a tracolla a far divertire tutti, a far cantare tutti perchè suonavi di tutto: le stornellate romane, le canzoni sarde, il rock, tanghi e valzer, le canzoni degli anni 60, e anche le tue canzoni, come ad esempio "Voglia di mare" e "Betty Blue". Non ti tiravi mai indietro. Poi il tempo è passato, le situazioni sono cambiate, le grandi feste sono diventate feste e poi festicciole, e poi piccoli raduni familiari.Fino ad oggi. Oggi siamo io e te, davanti ad una piccola torta con le candeline, solo due candeline perchè adesso ci sono i numeri e così tutto è più veloce e meno affascinante. Sì, ci siamo io e te, e se prendi la chitarra è per dedicarmi una canzone, e comunque tu la canti, e comunque tu la suoni, certamente non più come allora, per me va benissimo così, l'emozione è la stessa, anzi forse anche di più, perchè adesso che ne abbiamo passate insieme di tutte, è quasi un miracolo vederti con la chitarra a tracolla. Sono qui che aspetto che ti svegli per bere insieme a te il mio caffè, e intanto penso ad organizzarti una bella giornata di festa. Per pochi mesi siamo stati coetanei, ma oggi tu mi superi e passi a 68, e così eccomi di nuovo all'inseguimento. E allora Buon Compleanno Paolo, e che sia per te e per me una giornata stupenda. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 13:34
    Alina

    Come comincia: Alina era nata nella casetta ai margini della spiaggia e aveva vissuto tutti i suoi vent'anni senza mai allontanarsi dal  paese. La sua era una vita tranquilla, senza scosse. Una famiglia fatta di sole donne. La mamma, una zia, una nonna. Nessun uomo nella sua storia. Suo padre era sparito alla notizia della gravidanza di sua madre: davvero la storia più banale del mondo, se non fosse stato per la sua drammaticità. Alina sentiva che non le mancava nulla: era da sempre circondata dall'affetto delle altre tre donne della sua famiglia che vivevano solo per vederla felice. E lei si sentiva felice. Era bella. Non era una ragazza che perdeva troppo tempo davanti allo specchio. Al mattino però le piaceva dilungarsi a coccolare i suoi capelli ricci e castani che raccoglieva disordinatamente dietro la nuca con un fermaglio a forma di margherita. Ma i riccioli erano troppi perchè il fermaglio potesse trattenerli tutti e così tanti scappavano alla presa della pinza  e scendevano ribelli ad incorniciarle il viso, rendendola ancora più bella. Le iridi di colore nocciola dorato sembravano quasi trasparenti e lievi pieghe d'espressione agli angoli degli occhi davano al suo sguardo ridente e ricco di promesse un fascino particolare,una sensualità di cui lei era assolutamente inconsapevole. Appena poteva, durante la giornata, Alina correva a sdraiarsi sulla sabbia fine e luccicante che l'accoglieva morbida e tiepida. Da lì scrutava il cielo azzurro lasciando che la brezza lieve che veniva dal mare accarezzasse i suoi pensieri. Sognava di viaggiare, di conoscere tante persone, immaginava terre lontane e misteriose da vivere e da raccontare. Sovente era la voce di sua madre ad interrompere i suoi sogni, ma lei non se la prendeva, e subito correva a vedere di cosa ci fosse bisogno. La mamma aspettava sulla soglia di casa e, un passo dietro di lei, la zia si sporgeva per guardare se Alina stesse tornando. La mamma e la zia erano sorelle gemelle e vivevano all'unisono. Non c'era nulla che l'una facesse o dicesse, che non coinvolgesse anche l'altra. Erano l'una l'eco dell'altra e Alina spesso si chiedeva se non pensassero anche, all'unisono. Ma le piacevano, tutte e due. Parlavano moltissimo fra loro, spesso anche sottovoce intercalando alle parole  risatine che facevano pensare a chissà quali segreti si stessero confidando. Al contrario la nonna era una donna di poche parole, ma quando le pronunciava erano pesanti ed insindacabili. Sapeva essere molto severa, ma anche quando sgridava sia le sue figlie che sua nipote, il suo sguardo non perdeva una profonda dolcezza che parlava d'amore.
    Alina non confidava i suoi sogni alle tre donne della sua vita perchè sapeva che avrebbero sofferto all'idea che lei volesse andare via, e non avrebbero capito che l'affetto per loro sarebbe rimasto immutato, ma che lei si sentiva attratta dal desiderio di nuove esperienze e di conoscenza che lì non avrebbe potuto esaudire. La voce insistente di sua madre le fece fare una corsa.
    "Mamma, eccomi" Alina si era lasciata cadere nella sabbia davanti alla casa, e la gonna a fiori vivaci le si era allargata intorno coprendo i piedi nudi.
    "E' quasi Ferragosto Alina, dobbiamo fare il programma per la festa. Vieni, parliamone in casa."
    "Per la festa di Ferragosto!" fece eco la zia.
    "Va bene mamma, come gli altri anni no? Vuoi cambiare qualcosa?"
    "Sì, voglio cambiare tutto. Quest anno casa nostra sarà il punto di riferimento per tutto il paese"
    "Vuole cambiare tutto, hai sentito?" Alina non capiva se la zia approvasse oppure no.
    Si alzò e con un movimento gentile e pieno di grazia fece ondeggiare la gonna per liberarla dalla sabbia.
    "Bene mamma, sai che mi piacciono le novità."
    Quando furono sedute tutte e tre intorno al tavolo della cucina, che tradizionalmente è la sede di tutto ciò che si discute in famiglia, la mamma mise al corrente Alina dei suoi progetti per la festa di Ferragosto. Parlava a voce molto alta in modo che la nonna, dalla sua sedia a dondolo dove fingeva di leggere, potesse ascoltare bene ogni cosa. Era prevista una grande tavolata sulla spiaggia a cui avrebbero potuto partecipare  tutti, e poi la musica, il ballo, i fuochi d'artificio.
    "Mamma, ma non vedo niente di nuovo. Tutto come gli altri anni, mi sembra."
    "La novità è che quest anno non saremo ospiti ma organizzatrici."
    "Organizzatrici!" fece eco la zia.
    "E allora?" Alina continuava a non vedere la differenza.
    "E allora vuol dire che potremo realizzare qualunque idea nuova ci venga in mente.  E' per questo che dobbiamo cominciare a pensarci." La mamma sembrava  entusiasta.
    "Abbiamo solo un mese di tempo e tu hai l'età giusta per inventarti qualcosa di nuovo."
    "Già, chi meglio di te?" confermò la zia.
    "Ci penserò mamma, ci penserò sulla spiaggia. A dopo."
    Ma prima di uscire  corse a stampare un bacio sulla fronte della nonna bisbigliandole all'orecchio
    "Cosa ne pensi?"
    "Hmmm, per ora niente." La nonna sorrise e le accarezzò il viso.
    Alina camminò fino al mare e poi lungo la riva. Ogni tanto si fermava e sollevava la gonna a fiori  lasciando che le piccole onde che s'infrangevano a riva le bagnassero le gambe fino al ginocchio. La cintura bianca, alta, leggermente stretta in vita evidenziava la linea sottile e armoniosa del suo corpo. Alina era parte integrante di quel mare, di quella sabbia; non si sarebbe potuto guardare quell'angolo stupendo di costa, senza vederla, senza immaginarla se non c'era.
    Camminò a lungo quel pomeriggio e vide in lontananza una grande nave. Quando vedeva una nave  ricominciava a sognare di essere chissà dove, chissà a scoprire quali cose meravigliose. Sarebbe mai accaduto?
    Mentre tornava lentamente verso casa provò a pensare alla festa, ma si rendeva conto che in paese i giovani erano pochissimi e tendevano ad andare a divertirsi in altre località con più opportunità di svago. Come convincerli a rimanere? Non era certamente una facile impresa, ma Alina sapeva che se non avesse potuto contare sui giovani, non avrebbe potuto organizzare niente di nuovo. Decise che ci avrebbe pensato l'indomani. Adesso c'era il tramonto e il tramonto era il momento più affascinante della giornata. Lei si sedeva sulla sabbia con le braccia intorno alle ginocchia e con lo sguardo rivolto ad osservare il sole che lentamente si lasciava sommergere dal mare in un tripudio di riflessi colorati che rimbalzavano sull'acqua fino a raggiungere la riva. Alina si commuoveva a tal punto di fronte a quello spettacolo che qualche volta arrivava perfino a chiedersi che faccia avesse suo padre, ma subito scacciava il pensiero: lui non ne era degno.
    Dopo il tramonto la sabbia era fresca e sentirla sotto i piedi nudi procurava una piacevole sensazione di benessere. Lo sciacquìo dell'acqua accarezzava i sensi e, sebbene non fosse ancora buio, in paese si intravedevano le prime luci. Era ora di tornare a casa. Alina sapeva che le  tre donne della sua vita l'aspettavano perchè avevano voglia della sua compagnia per preparare la cena e apparecchiare la tavola. La cena era il momento più intimo della giornata, il momento in cui tre generazioni di donne si sedevano alla stessa tavola, certamente diverse fra loro, ma unite da un profondo affetto e dal grande desiderio di comprendersi. Ma anche a tavola Alina, che era seduta di fronte a sua madre, con lo sguardo andava oltre il viso di lei, e scrutava il mare e il cielo stellato, come se lì fossero scritte tutte le più belle promesse per il suo futuro.
    "Alina, Alina....vuoi l'insalata? Ma a cosa pensi! Non mi senti neppure." La mamma.
    "A cosa pensi? Non senti neppure la mamma!" La zia.
    "Ma voi vi ricordate di quando siete state giovani? Lasciatela in pace." La nonna.
    Alina che dopo cena rimaneva fuori nel silenzio a guardare le stelle. Alina che baciava le sue tre donne e dava la buonanotte. Alina che,  con un libro in mano che narrava di paesi lontani, rimaneva sveglia fino a tarda notte.
    Alina che quel mattino di luglio si svegliò e si affacciò alla finestra come sempre per respirare il suo mare, ma rimase ammutolita e immobile. C'era un uomo sulla spiaggia.  Il vento agitava i lembi della sua camicia bianca sbottonata, mentre, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni chiari, camminava lentamente sulla sabbia a piedi nudi. Alina era abituata alla presenza di sconosciuti che frequentavano la spiaggia, ma quella mattina sentì  una improvvisa attrazione così violenta che ne rimase frastornata. Lui era troppo lontano per poterne vedere il viso, ma lei non esitò un attimo a raggiungerlo e posargli delicatamente una mano sul braccio. Appena i loro sguardi si incontrarono, entrambi capirono subito di appartenersi. Lei lo prese per mano:
    "Vieni, camminiamo".
    La madre, sulla soglia di casa, li guardò allontanarsi e capì.
    "Stasera ceneremo da sole" annunciò rientrando in casa.
    "Da sole" fece eco la zia.
    "Non la perderemo" La nonna chiuse il libro e sorrise alle figlie.
    Alina non tornò per la cena e non tornò a dormire. Tornò il mattino seguente e con dolcezza parlò con sua madre.
    "Mamma, lo sai vero che dovrai occuparti tu della festa di Ferragosto. Io devo andare, mamma, ma tornerò."
    La madre le accarezzò il viso.
    "Non farci aspettare troppo Alina."
    "Torna presto Alina." la zia aveva la voce rotta dall'emozione.
    "Aspetterò di rivederti, prima di morire" scherzò la nonna stringendo la nipote fra le braccia.
    Alina partì e quell angolo di costa sembrò andare in letargo. Il bianco e nero sostituì i vivaci colori della natura. Il mare, la sabbia, le stelle, la luna, tutte le meraviglie che avevano cullato i sogni di Alina erano  come sospese in attesa. Perfino le grandi navi passavano in lontananza silenziose e a luci spente.
    Trascorsero due lunghi anni e poi, in un giorno di luglio, Alina aprì sul tavolo della cucina una grossa valigia e mostrò alle tre donne della sua vita tutti gli oggetti che aveva raccolto in ogni paese che aveva visitato, libri, disegni, centinaia di cartoline. Raccontò finchè potè, ma quando fu il tramonto corse in riva al mare,  si sedette sulla sabbia con le braccia attorno alle ginocchia, e attese impaziente. Ma le meraviglie della natura sapevano già del suo ritorno e così il tramonto le regalò i più bei colori che lei avesse mai visto. Mentre lacrime di commozione le bagnavano il viso, sentì le braccia del suo compagno che la stringevano, e allora parlarono d'amore. Quella sera capirono che in loro c'era molto più amore di quanto riuscissero a donarsene l'un l'altra, e decisero di avere dei figli.
    Alina ebbe tre figli che la amarono tantissimo. Lei insegnò loro la bellezza della natura, la curiosità verso il Mondo e i suoi abitanti, ma soprattutto insegnò ai suoi figli a ricambiare profondamente l'amore che il  padre nutriva per loro, a comprendere quanto fossero privilegiati nel poterne godere, perchè, purtroppo, l'amore di un padre non è così scontato come ci si potrebbe aspettare.
    "Appena sarete adulti dovrete lasciare questa casa e andare a conoscere il Mondo. Solo dopo, potrete fermarvi nel posto che sceglierete e vivere felici."  disse Alina ai suoi bambini.
    "Ma non fateci aspettare troppo." La nonna.
    "Tornate presto" La prozia.
    "Non li perderemo" La bisnonna sorrise dalla sua sedia a dondolo, prima di concedersi il sonnellino pomeridiano.

     

  • 22 luglio 2015 alle ore 13:07
    La pelliccia

    Come comincia: Questa sera usciamo, come spesso succede. L'anno potrebbe essere il 1980 o giù di lì. Gli amici non sono i miei, sono quelli di Mario. Per capirci Mario è il mio primo compagno, il padre di mia figlia. Tutte coppie di mezza età, ecco perché quando Mario morirà, io sarò messa da parte. Sarò diventata pericolosa, una single e anche giovane, tutte le mogli saranno in allarme e non sarò più invitata da nessuna parte. Ma non perderò granché. Comunque tornando a stasera, usciamo con due amici: lei si chiama Leonarda e lui si chiama Giulio. Decidiamo di lasciare la nostra auto e andare tutti insieme sulla loro. Io e Leonarda siamo sedute dietro e tentiamo di chiacchierare, ma ben poco abbiamo in comune. Comunque io sono sempre molto accomodante e cerco di conversare. Ad un tratto lei mi dice: sai stasera io non ho indossato la pelliccia perchè, sapendo che tu non ce l'hai, non volevo metterti a disagio. Oddio, penso, quanta fatica amare Mario! Ma non dovevi preoccuparti, rispondo io, mi sento più a mio agio senza. Poi sto zitta e mi metto a pensare, e finalmente capisco perché Mario, che non è disposto neppure a spendere i soldi per mettere i tendoni alle finestre, sarebbe disposto a spendere un capitale per comprarmi una pelliccia. Santo Cielo! Abbiamo già discusso di questo, non la voglio, non mi piace, abbiamo perfino litigato, ma mai era arrivato a dirmi che dovevo averla perché l'avevano le mogli dei suoi amici. E' vero, io sono così diversa, così sincera e ribelle e genuina e battagliera, e di principi così radicati e anche, a volte, radicali, sono così sgradevole certe volte, e faccio così fatica spesso a stare zitta, solo per non metterlo in imbarazzo, ma so anche che questi sono i motivi per cui è innamorato di me: lui non lo sa, ma io sì.