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Racconti di Lora Boccardo

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  • 23 agosto 2015 alle ore 8:46
    Mister dentino (favola)

    Come comincia: Il mio bambino si chiama Enrico ed è un vero tornado. Incontenibile nella sua vivacità, sempre allegro, ma ubbidiente e riflessivo quando è necessario. Oggi è entrato in casa come un razzo, ha posato la cartella su una sedia e si è precipitato in cucina da me.
    "Ciao mamma, ho fame. Cosa si mangia?"
    "Polpette e patatine fritte. Sei contento?"
    "Accipicchia, come no!"
    Intanto mi stampava un bel bacio sulla guancia.
    Dopo mangiato ci siamo seduti sul divano e io gli ho chiesto come fosse andata la mattinata a scuola, se avesse preso dei voti, ecc. Le solite cose.
    "Mamma, chi è Mister Dentino? Ho sentito delle signore che parlavano e...io non l'ho mai sentito nominare."
    "Beh, Mister Dentino è un signore che è vissuto parecchio tempo fa, a cui è stato affibbiato questo nomignolo per certe cose che ha fatto."
    "Mi racconti mamma? Mi racconti?"
    "Va bene, però poi fai i compiti."
    "Allora, vediamo un po'. L'anno era il 2012 e una grossa crisi economica aveva colpito buona parte del mondo, ed anche l'Italia. La situazione generale era grave e, in breve tempo, molta gente si era trovata a fare i conti con la povertà. Persone che avevano sempre avuto di che vivere non ce la facevano più a mandare avanti la propria famiglia perchè erano rimaste all'improvviso senza lavoro. Nessuno trovava un'occupazione e perciò non poteva portare a casa i soldi per dare da mangiare ai propri bambini. Molti rimasero senza casa perchè non più in grado di pagare il mutuo..
    "Mamma, cos'è il mutuo?"
    "Già, certo, il mutuo sono le rate della casa. La gente si era fatta prestare i soldi dalle banche per comperare la casa e li restituiva a rate,cioè un po' per volta, però senza lavoro, come faceva a pagare le rate? E così le banche si prendevano le case. Ma forse è un po' difficile per te da capire. Ad ogni modo la situazione era disperata per parecchia gente. Il nostro, dove viviamo adesso, allora era un piccolo paese abitato da trecento anime.  Fra gli abitanti c'era un giovane che si chiamava Stefano. Stefano era sposato con Annarosa ed avevano una bambina di nome Aurora. Anche questa famigliola fu colpita dalla crisi e da una povertà così grande che erano costretti a mangiare solo una volta al giorno. Potevano disporre  delle  patate che avevano coltivato l'anno precedente, e per avere qualcosa d'altro si rivolgevano agli enti di beneficienza, associazioni che aiutavano i poveri distribuendo del cibo e vestiti, cappotti ecc. La loro casa non era una vera casa. Era una baracca di legno col tetto in lamiera che loro avevano cercato di rendere il più possibile accogliente, ma non c'era riscaldamento nè altre cose essenziali come l'elettricità...
    "Insomma erano proprio poverissimi, mamma!"
    "Sì, erano proprio poverissimi. Tutte le mattine Stefano abbracciava sua moglie e la piccola, e poi usciva e si recava nella vicina città a cercare lavoro, qualsiasi lavoro, per portare a casa qualche soldo, ma trovava solo qualcosa ogni tanto, e gli altri giorni tornava a casa la sera triste e senza un euro.
    Annarosa metteva sulla tavola le patate bollite, e cercava di consolarlo. Accadde che una di queste sere in cui lui non aveva guadagnato nulla, la piccola Aurora aveva perso un dentino da latte e l'aveva messo sotto il bicchiere.
    "Papà, papà, guarda. Stanotte passerà il topolino!" E intanto gli faceva vedere la bocca con il buco al posto del dentino. Stefano la strinse fra le braccia con le lacrime agli occhi e non disse nulla. Più tardi, quando la bimba si fu addormentata, lui guardò sua moglie e le disse:
    "Non posso permettere che domattina Aurora non trovi le monete sotto il bicchiere. Non ce la faccio. Qualunque rinuncia va bene, ma lei non può avere una delusione così grande. Devo trovare una soluzione. Esco."
    "Ma capirà, le spiegheremo che il topolino aveva l'influenza, le diremo qualcosa. Dove vuoi andare a quest'ora?" Annarosa cercava di trattenerlo, ma Stefano si vestì ed uscì nella notte.
    Prima di ogni altra cosa si recò a bussare a casa di suo fratello Gianni, che non lo fece neppure entrare. Gli disse che non poteva aiutarlo, che non aveva abbastanza nemmeno per sè e per i suoi figli. Stefano lo pregò, si trattava solo di un paio di euro, non di più, ma Gianni fu irremovibile.
    Allora andò nel bar, l'unico bar del paese, dove alla sera si radunavano gli uomini e anche qualche moglie. Lì era ancora più difficile perchè comunque era sempre "uno che viveva in una baracca" per cui non era tanto ben visto. Si guardò attorno per vedere se ci fosse stato qualcuno che lo conoscesse. Effettivamente  seduto in un angolo c'era un suo ex collega di lavoro. Non era facile, ma si avvicinò e gli spiegò quale fosse il suo problema. Quello gli rise in faccia:
    "Gli ultimi due euro che avevo li ho spesi qua stasera."
    Con un "grazie lo stesso" Stefano se ne andò dal bar e cominciò a camminare per le vie deserte fino alla piazza. Lì si sedette su una panchina con la testa fra le mani e pianse. Piangendo con la testa fra le mani non si era accorto che vicino a lui si era seduto uno sconosciuto. Aprendo gli occhi ne vide i piedi, anzi le scarpe: scarpe da persona benestante, non certo da poveraccio. Stefano alzò lo sguardo fino ad incontrare quello dello sconosciuto. Aveva il viso quasi totalmente coperto da una grande sciarpa: si intravedevano soltanto gli occhi, scuri e penetranti, ridenti e vivaci. In testa aveva un cappello tipo colbacco e lo vestiva un cappotto molto lungo. Un personaggio originale, tutto sommato. Stefano pensò che quell'individuo sembrava uscito da un dipinto del primo novecento:
    "Perchè piangete giovanotto?"
    Gli dava del "voi". Era sicuramente un tipo curioso, però Stefano aveva tanto bisogno di sfogarsi e così gli raccontò tutto.
    "Non preoccupatevi più amico mio, fra poco scenderà così tanta neve che fra poche ore ci sarà bisogno delle braccia di tutti gli uomini del paese, anche delle vostre"
    Dopo un attimo cominciò a nevicare con tanta violenza che in pochi minuti la panchina fu completamente coperta dalla neve.
    "Mai vista una nevicata del genere!" disse Stefano voltandosi verso lo sconosciuto: ma lui non c'era più.
    Dopo un'ora e mezza la neve gli arrivava alle ginocchia. Si cominciarono a vedere gli uomini che si avviavano verso il municipio perchè si sapeva che quando c'era l'emergenza neve tutti erano tenuti a presentarsi, anche in piena notte.
    Il sindaco fu il primo ad arrivare e quando gli uomini furono tutti riuniti, li invitò a munirsi di pale, sale, e tutto quanto servisse a liberare le strade.
    "Nemmeno per sogno" gridò un uomo "Solo se saremo pagati subito, non ci fidiamo"
    "Giusto" fecero eco gli altri "Non ci fidiamo"
    Il sindaco diede la sua parola: li avrebbe pagati all'alba.
    Stefano ringraziò il cielo e si dette da fare insieme agli altri uomini. All'alba le strade erano pulite e gli uomini furono pagati. Non erano molti trenta euro per tutta la fatica, ma lui era contento. Si precipitò a casa e corse a mettere cinque euro sotto il bicchiere e poi si sedette in attesa. Era talmente eccitato che non riusciva nemmeno a pensare di andare a dormire. Così due ore dopo, quando Annarosa si svegliò lo trovò seduto su una sedia. La prese fra le braccia e tutti e due insieme si godettero la gioia della loro piccola quando vide i cinque euro sotto il bicchiere."
    "Mamma, ma per questo fu chiamato Mister Dentino?"
    "No tesoro, per quello che fece dopo, perchè lui era un uomo molto in gamba e così, quando poco tempo dopo trovò un lavoro fisso, fece anche una bella carriera, al punto che potè permettersi una villetta dove abitare. Ma non dimenticò mai la sofferenza di quella notte. Sotto il patio della sua villetta fece costruire una  nicchia di marmo e si fece forgiare apposta un grosso calice di cristallo che non sarebbe servito per bere. Poi, una domenica mattina, approfittando del fatto che molta gente del paese era in chiesa, salì sul pulpito e comunicò il suo progetto a tutti. Ogni bimbo del paese, quando avesse perso un dentino da latte sarebbe andato a depositarlo nella nicchia di marmo, e sopra sarebbe stato posto il calice di cristallo, e tutti i compaesani che ne avessero avuto la possibilità avrebbero fatto la parte dei "topolini" e avrebbero depositato le monetine sotto il calice. Così non sarebbe mai più capitato che un bimbo rimanesse deluso. L'iniziativa piacque così tanto a tutti, che nessuno si tirò mai indietro. Anche chi aveva poco offriva poco, ma qualcosa offriva sempre, perchè tutti avevano bambini o nipotini e capivano quanto fosse importante la loro serenità.
    Ah, dimenticavo! Ci fu una grande festa per inaugurare l'iniziativa di Stefano. Tutto il paese era invitato, naturalmente. Quando lui alzò il bicchiere per brindare di fronte a tutti si sentì di dire poche parole in più:
    "Devo anche ringraziare con tutto il cuore l'uomo che ebbe fiducia in me, mi prese a lavorare e mi insegnò tutte le cose che so adesso. Mi insegnò il lavoro ma, ancora più importante, mi insegnò a vivere, e a lottare per il mio futuro".
    Poi si rivolse direttamente a lui, l'uomo in questione, che lo guardava da pochi metri di distanza:
    "Tu sei stato e sei per me come un padre. Non sarai mai solo, io per te ci sarò sempre."
    L'uomo, commosso, lo guardò con quei suoi occhi scuri e penetranti, ridenti e vivaci, e alzò il bicchiere per brindare.
    Ecco Enrico questa è la storia di Mister Dentino, ti è piaciuta?"
    "Mamma, possiamo andare a vedere la nicchia e il calice di cristallo?"
    "No tesoro, non esistono più. Quando Stefano morì, nessuno continuò ciò che lui aveva iniziato. E poi, se di lui tutti si erano fidati, dopo di lui nessuno avrebbe più lasciato i soldi sotto il calice di cristallo alla mercè di chiunque."
    "Che peccato mamma!"
    "Sì figliolo, un vero peccato."

     

  • 22 agosto 2015 alle ore 19:56
    Oltre la vecchia porta

    Come comincia: Era una mattina fredda, ma subito non me ne accorsi. Uscendo avevo portato con me il tepore della casa, che ancora mi avvolgeva, tanto da darmi la sensazione che il clima fosse mite. Abituata alla sveglia mattutina alle sei da tutta la vita, da quando ero andata in pensione raramente avevo la necessità di uscire così presto al mattino e diventava per me un avvenimento non gradito anche perchè era dovuto  ad appuntamenti legati a questioni di salute, tipo analisi del sangue ecc.ecc. Era proprio quello che andavo a fare quella mattina: analisi del sangue. Camminavo in fretta, col disagio di chi non ha potuto addolcirsi la bocca con un caffè o qualcosa d'altro. Proprio niente: avevo potuto bere solo un po' d'acqua. Per la strada il freddo cominciava a farsi sentire e sembrava tutto concentrato sulla punta del naso. Nel mio guardaroba cappelli e sciarpe non sono mai esistiti e anche qualche paio di guanti invernali, per lo più regalati da qualcuno, viaggiavano da un cassetto all'altro fino a che non li trovavo più. "Imbacuccata" non resisto neppure dieci minuti, ma penso che tutto faccia parte dello stesso problema per cui non ho mai sopportato un paio d'orecchini (a clips) per più di cinque minuti, nè un bracciale o anelli o girocollo che, nel migliore dei casi non ricordo di portare, e nel peggiore dei casi..non so neppure dove siano. Ho provato, in qualche periodo della vita, a portare orologi da polso, ma mi erano proprio insopportabili. A volte penso che tutto ciò non sia altro che l'esasperazione del  mio infinito desiderio di libertà che non riesco mai a realizzare del tutto. E' come se indossassi un abito lungo e ogni volta che vedessi la mia libertà all'orizzonte e volessi correre verso di lei, qualcuno dietro di me posasse malignamente il piede sull'orlo del mio abito impedendomi di muovermi.
    Ad ogni modo quella mattina camminavo in fretta verso il laboratorio di analisi ed era ancora buio. La mia maggiore preoccupazione era quella di stare attenta a non pestare escrementi di cani, disseminati un po' dappertutto sul marciapiedi. Nulla contro i cani naturalmente, ma molto contro i padroni dei cani che sono, nella quasi totalità, degli incivili. Il rumore dei miei passi era la mia unica compagnia.  Solo quando giunsi in prossimità del laboratorio di analisi cominciai a vedere movimento di persone che si affrettavano: lì c'era già gente in coda nonostante che la struttura fosse ancora chiusa. Qualche "buongiorno" sussurrato a mezza voce, ma soprattutto massima attenzione a che nessuno cercasse di "forzare" la coda. I furbetti ci sono sempre dappertutto, ma lì, si capiva chiaramente dagli sguardi, avrebbero rischiato grosso. Dopo aver pronunciato la frase di rito "chi è l'ultimo?" mi posizionai tranquilla al mio posto, in attesa.
    Ero lì da pochi minuti quando improvvisamente una nebbia fittissima cancellò tutto ciò che avevo intorno. Era una nebbia bianca, luminosa, sembrava artificiale. Mentre pensavo quanto fosse strana quella nebbia, vidi la sagoma di un uomo che si avvicinava. Quando fu di fronte a me rimasi impietrita prima, e poi commossa.
    "Come è possibile! Come puoi essere qui!" Non potevo trattenere le lacrime mentre mio fratello Rinaldo mi abbracciava.
    "E' possibile Lora, come vedi è possibile. Andiamo, vieni con me."
    Muta, ancora incredula, mi lasciai prendere per mano e mi avviai con lui.
    "Non mi chiedi dove andiamo?"
    "Ma sì, dove andiamo?" Sorridevo e piangevo, stupita della sensazione di benessere che mi pervadeva, e col cuore pieno di gioia.
    "A casa. Dici sempre che il Natale per te non ha alcun significato e che quello di quest anno sarà ancora peggio degli altri, così abbiamo pensato che se tu lo potessi trascorrere con noi forse finalmente ti piacerebbe."
    "Con noi?"
    "Certo, con noi. Papà, mamma, Rodolfo, Sergio...."
    "Papà mamma Rodolfo Sergio..." Ripetei, pensando che non poteva essere vero, poteva essere solo un sogno, ma Rinaldo era lì, ci eravamo abbracciati, era reale!
    "Potrò vedere tutti loro? Potrò abbracciarli?"
    "Certamente. Guarda, siamo arrivati a casa."
    "Ma no, non è possibile. Qui adesso abita altra gente, non è più la nostra casa." Eravamo davanti alla nostra casa della mia infanzia. Nulla era cambiato: i pini marittimi odorosi di resina, la strada con l'asfalto rotto, il prato, e la campagna tutta intorno, a perdita d'occhio. Ero confusa:
    "Ma qui non è più così, lì  accanto alla nostra casa  hanno costruito un condominio e la campagna non c'è più, ci sono costruzioni dappertutto. Solo il prato di fronte alle abitazioni è rimasto." Mi guardavo attorno smarrita e incredula, ma lui sembrava non dare importanza alle mie parole.
    "Entriamo in casa, vieni, e vedrai che non è cambiato niente."
    Rinaldo spinse il cancelletto e salimmo insieme i pochi gradini. Mi ricordai di alcuni versi che avevo scritto in passato immaginando un mio ritorno e glielo dissi. A lui piaceva quello che scrivevo.
    "Abbiamo tempo, fammeli sentire."
    La voce mi tremava ma li recitai sottovoce per fargli piacere:
    " Nostalgia che mi premi la gola
    sull'uscio della vecchia casa d'infanzia.
    Nodo che stringi e ti sciogli nel pianto
    innanzi alla vecchia porta marrone.
    Inconsapevole gioia non vissuta
    lenisce il rimpianto di sempre.
    Assordante il fragore dell' anima
    nel sacro silenzio di fuori
    mentre irrompe con passi esitanti
    nell' immensa dolcezza di allora."
    Adesso la vecchia porta marrone era proprio lì, davanti a me, ed era tale l'emozione che non pensai più alla incredibile situazione che stavo vivendo.Entrammo in casa.
    Oltre la porta la vita non si era mai interrotta. Mia madre in cucina stava impastando i gnocchi e brontolava perchè non riuscivano come voleva, mentre mio padre leggeva il Corriere Della Sera. Appena mi videro, mia mamma si spolverò le mani piene di farina e allargò le braccia per accogliermi, mentre mio padre mi porgeva il Corriere dei Piccoli.
    "Hai visto che mi sono ricordato?"
    Li vedevo a malapena attraverso le lacrime mentre mi abbandonavo al loro abbraccio e riflettevo su quanto, in tutta la mia vita, mi fosse mancato poter pronunciare le parole "papà" "mamma".
    Dalla sala arrivava il suono del pianoforte. Certo, Rodolfo poteva essere solo lì, al pianoforte.
    Mi precipitai in sala. Mio fratello, seduto al piano, era bellissimo e sorridente.
    "Vieni Lora, vieni a sentire: c'è un pezzo che voglio farti ascoltare"
    "Subito, ma prima un abbraccio"
    Era sempre stato un uomo molto timido, ma "sopportò" pazientemente il mio abbraccio.
    Seduta accanto al pianoforte lo guardavo suonare, commossa.
    "Ma è la ninna-nanna di Brahms! Io avevo trovato il carillon, ma......"
    "Lo so, lo so, non hai fatto in tempo a regalarmelo. Guarda, è qui, sul pianoforte."
    Era proprio il carillon che avevo visto in vetrina quel giorno che il negozio era chiuso "per influenza". Avevo dovuto rinunciare e poi.....non c'era stato più tempo. Il mio sguardo si spostò dal pianoforte a tutti i vecchi mobili: buffet e contro-buffet, specchi, sedie a riempire gli angoli della stanza, come si usava allora. Provai un tuffo al cuore vedendo, su una sedia, accanto alla finestra, Elisabetta, la mia bambola. Mi guardava da sotto il cappellino a larghe falde annodato sotto il mento con due nastri azzurri di raso, e il suo bellissimo vestito di organza azzurro a fiori le faceva da corona tutto intorno. Corsi a prenderla in braccio e tornai ad ascoltare mio fratello che suonava.
    "Sei diventato davvero bravo!"
    "Sì, ho tanto tempo per suonare. Sono sereno, tranquillo."
    " Ti voglio così bene Rodolfo!"
    Beh, se volevo farlo arrossire, ci ero riuscita.
    Seguì un attimo di silenzio e di commozione che interruppi.                
    "Ma dov'è Sergio? Non l'ho ancora visto"
    "Dove vuoi che sia? Starà trafficando attorno alla millequattro."
    La millequattro! La nostra vecchia cara automobile. Corsi fuori e infatti Sergio stava lavando l'auto.
    Mi venne incontro con il suo solito sorriso, quel mezzo sorriso un po' ironico e un po' incerto, ma sempre "in difesa", tipico dei timidi, e mi abbracciò.
    "Che sorpresa! Come mai qui?"
    "E' venuto a prendermi Rinaldo."
    "Sono contento di vederti. Non sono mai riuscito a dirti quanto ti voglio bene."
    "Nemmeno io: in effetti è difficile esternare i sentimenti, almeno per noi."
    "E' vero, ma non è sempre indispensabile parlare. Perciò anche tu oggi parteciprai al rito."
    "Quale rito?"
    "Come, quale rito! Oggi prepariamo l'albero di Natale"
    "Io non lo faccio da tantissimi anni. Non ricordo neppure più da quando."
    "Male! Perchè? Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci!"
    E tornò a lustrare l'automobile, canticchiando. Non lo avevo sentito cantare in tutta la vita e rimasi colpita.
    Tornai in casa:
    " Mamma, come stai?"
    poche parole quasi banali, ma dense di sentimento, di attesa, di rimpianto, di nostalgia.
    "Sto bene, ma starei meglio se questi gnocchi volessero riuscire, invece la pasta sembra allungarsi all'infinito." Era scherzosa mia madre.
    "L'ho detto io che non ti venivano" Mio padre non era cambiato affatto, però mi strizzò l'occhio da dietro al giornale: ma il senso dell'umorismo di mia madre, in tali frangenti, era assolutamente assente.
    "Sai cosa ti dico, mamma? Butta via tutto e mangiamo qualcosa d'altro. Ti aiuto io." Un tempo non si sarebbe rassegnata, invece mi guardò un attimo e
    "Sì, hai ragione. perchè devo ammattirmi dietro a questi gnocchi? Piuttosto vieni qui. Dimmi di te."
    "Non voglio parlare mamma: siediti vicino a me e tienimi per mano, come quando ero piccola."
    Mia madre si sedette accanto a me ed io sentii la forza del calore della sua mano che stringeva la mia. In quel momento ebbi la consapevolezza di quanto fosse profondo il mio amore per lei. E mio padre? Lui mi accarezzava con lo sguardo.
    "Papà, ti ricordi quando tu e la mamma vi sedevate sulle poltrone accanto alla stufa di sera ad ascoltare la radio? Ti ricordi? Io mi sedevo su una sedia col gatto in braccio e facevo abbrustolire le bucce d'arancia  ed anche le croste del formaggio grana."
    "Certo che mi ricordo, mi ricordo anche la puzza delle croste...però erano buone."
    "Papà, mamma, le mie lettere, i miei auguri, li avete ricevuti?"
    Fu mio padre a rispondermi:
    "Certo, sempre. Anche le canzoni, ma soprattutto i tuoi pensieri, le "lacrime mai piante" come le chiami tu, e anche le altre, quelle che non sei riuscita a trattenere e a ricacciare indietro; quelle che sono giunte fino qui e che hanno inondato l'orto. Te lo ricordi l'orto che nessuno coltivava? "
    "Certo che me lo ricordo, papà."
    "Allora vieni con me, vieni a vedere l'orto."
    Mio padre mi prese per mano e mia madre mi accarezzò la fronte: "Io vi aspetto qui"
    Lui aprì la porta sul retro della casa ed io rimasi senza parole. L'orto era diventato una giungla di lunghi steli che si attorcigliavano fra loro ed in cima ad ognuno di essi un grande fiore con quattro o cinque petali vellutati si piegava leggermente verso di me. Ogni fiore era di un colore diverso, ma sempre tenue e delicato, ed erano tanti, a perdita d'occhio. Lo spettacolo era di una bellezza che faceva mancare il fiato. Così meraviglioso, che finii per dire una banalità.
    "Ma l'orto non era così grande!"
    "Figliola, le tue lacrime erano così tante, che l'orto non ebbe più confini. Vorrei che tu non piangessi più per noi. Noi adesso stiamo bene."
    "Ve ne siete andati....."
    "No, noi siamo stati sempre qui, oltre la vecchia porta marrone, tu dovevi solo aprirla."
    Mentre parlava, mio padre si era seduto su uno scalino ed io mi sedetti vicino a lui. Davvero non avevo voluto mai aprire la vecchia porta? Ero silenziosa, ed anche lui sembrava assorto nei suoi pensieri. Mi chiedevo se sapesse tutto della mia vita, ma non osavo chiederglielo perchè ero consapevole di non avere vissuto, forse, come lui avrebbe desiderato. Sentii il suo braccio attorno alla mia spalla:
    "Sai, ognuno deve vivere la sua vita, non la vita che qualcun altro si aspetta, anche se questo qualcun altro è il padre o la madre. Non ci hai delusi, se è questo che temi; non più di quanto possiamo avervi deluso noi genitori. E' impossibile non sbagliare ed è inevitabile deludere qualcuno: per tutti."
    Un uomo tutto d'un pezzo come era stato mio padre, severo e determinato, che faceva autocritica! "Oh sì" pensai "quanto bisogno ho di conoscerti! Non posso perdere questa occasione!" Avevo tanto da domandare, e mi sentivo pronta per ricevere risposte, ma anche per darne, con sincerità e umiltà.
    Istintivamente mi protesi verso di lui, desiderosa di ascoltare e di parlare, ma mi resi subito conto che per lui non c'era altro da dire. C'era dolcezza nel suo sguardo, ma anche distacco: il distacco di qualcuno che ama al di là di ogni coinvolgimento emotivo.  Allora compresi che era troppo tardi per confrontarci, perchè, pur essendo noi due l'uno di fronte all'altra, i nostri mondi erano profondamente lontani fra loro: il suo era perfetto e a me inaccessibile.
    Gli risposi, ma quasi come se stessi parlando a me stessa:
    "Sì è vero: credo di non avere mai aperto la vecchia porta per paura di essere giudicata, ma ora capisco di avere solo perso tanto tempo e di non avere capito niente."
    "Niente della vita o niente della morte?"
    "Vuoi dire che la morte non esiste?" Guardavo mio padre negli occhi.
    "Guardami, ti sembra che esista la morte? La morte è il buio, il nulla. Qui c'è la vita. Vedi, è come se qualcuno fosse in viaggio e qualcun altro fosse già arrivato a destinazione. Tu, tua sorella Maria, tuo fratello Mario, siete ancora in viaggio. Noi invece siamo già arrivati: io e tua madre da tanto tempo, i tuoi fratelli Rinaldo, Rodolfo e Sergio da meno tempo. Chi è in viaggio può non vedere le persone che sono già arrivate a destinazione anche per molto tempo, ma sa che al termine del viaggio le vedrà. E voi ci troverete qui. Ma nel frattempo, tu potrai aprire la vecchia porta tutte le volte che vorrai. Ci troverai sempre."
    Appoggiai la testa sulla spalla di mio padre. Chiusi gli occhi per assaporare meglio la sensazione di pace e di benessere che mi avvolgeva. Rimanemmo così, l'uno accanto all'altra, non saprei dire per quanto tempo, fino a che un po' di trambusto attrasse la nostra attenzione: così andammo a vedere cosa succedeva.
    I miei fratelli stavano portando in casa l'albero per Natale. Il solito pino, alto fino al soffitto come da sempre si usava in famiglia. Sul tavolo della sala c'erano già gli scatoloni aperti con gli ornamenti natalizi luccicanti e colorati. La bambina che ero stata in un tempo ormai lontano prese il sopravvento. Ero piena d'entusiasmo e tutti insieme cominciammo ad addobbare l'albero. Anche mio padre. Invece mia madre si sedette al pianoforte e la sua voce stupenda intonò "Ciliegi rosa" mentre le sue mani si muovevano sicure sui tasti, lasciandomi, come sempre, sbalordita: perchè lei non aveva mai studiato musica.  Dopo un po' mi sentii stanca e così mi sedetti. Guardavo i miei fratelli che scherzavano fra loro e con mio padre, ascoltavo mia madre che cantava, e cominciai a rendermi conto che erano felici. Allora fui presa da una sottile malinconia, una tristezza che non riuscivo a spiegare: erano i miei famigliari, li amavo tantissimo, però mi sentivo sola, incredibilmente sola.
    Ad un tratto mio fratello Rinaldo mi si avvicinò e, prima che potesse parlare io provai a chiedergli ciò che da tempo desideravo sapere:
    "Ti devo chiedere...vorrei sapere ..."
    Non sapevo come porre la domanda.
    "Ho avuto la sensazione che tu volessi dirmi qualcosa prima di..."
    "Vuoi dire prima di morire?"
    Mio fratello, per nulla turbato, pronunciò la parola "morire" come se quasi non ne conoscesse il significato.
    "Non posso risponderti. Non ricordo niente, neppure di essere morto. Nessuno di noi lo ricorda. L'unico ricordo che ho è piuttosto una consapevolezza, una profonda sensazione d'amore, di tanto amore intorno a me, e poi di essermi trovato davanti alla porta di questa casa, di averla aperta e di nuovo avere sentito amore, tanto amore."
    Riflettei che non avrei più dovuto tormentarmi per cercare la risposta ad una domanda che per lui non esisteva, e provai sollievo.
    Poi mi parlò sottovoce:
    "Sappi che se vuoi puoi rimanere."
    "Cosa intendi?"  Ma avevo capito, e sapevo già la sua risposta.
    "Intendo che puoi rimanere.. per sempre."
    Fissai smarrita l'azzurro intenso dei suoi occhi.
    Lui tornò a decorare l'albero e in me si scatenò la tempesta. Ero costretta a scegliere? Strinsi fra le braccia la mia bambola. Se avessi deciso di rimanere insieme a loro, avrei dovuto lasciare mia figlia, il mio compagno, mio fratello Mario, mia sorella Maria. Rividi il mio piccolo appartamento dove Paolo mi stava aspettando. Cosa avrebbe fatto senza di me? E gli altri? E io, cosa avrei fatto senza di loro? Mi sarebbero mancati, tutti. Ripensai alle parole di mio padre: era solo questione di tempo.Capii che dovevo continuare il mio viaggio insieme alle persone che amavo, anche se mi straziava dover lasciare i miei genitori e i miei fratelli. Mi consolò il pensiero che il cammino adesso sarebbe stato più sereno perchè ormai sapevo cosa avrei trovato a destinazione: amore. Li guardai uno per uno: mio padre che scherzava, mio fratello Rinaldo che avrebbe voluto un albero di Natale simmetrico e decorato tutto di blu, mio fratello Rodolfo che in cima alla scala sistemava la stella cometa sulla punta dell'albero, mio fratello Sergio che si mangiava le monete di cioccolata anzichè appenderle, e mia madre che, persa nel suo mondo, suonava il piano e cantava. Il mio cuore era pieno di tenerezza e di malinconia. E venne il momento magico: mio fratello Rinaldo infilò la spina nella presa della corrente e l'albero di Natale si illuminò. Era bellissimo e tutti rimanemmo incantati a guardarlo. Poi, con gli occhi pieni di lacrime, sistemai la mia bambola sulla sedia vicino alla finestra e l'accarezzai. Guardai i miei cari, i loro visi sereni rischiarati dalle luci dell'albero, e vidi nei loro occhi, puro e incontaminato, lo stupore infantile intatto, e riconquistato dopo una vita piena di avversità.  E poi guardai i vecchi mobili, ne respirai il profumo col cuore gonfio di commozione. Sapevo che dovevo andare, dovevo tornare a casa, a casa mia.
    Avevo bisogno di coraggio. Cercai con lo sguardo mio fratello Rinaldo e lui, come sempre, mi venne in soccorso.
    "E' giusto così Lora, e questo è il momento."
    Il suo abbraccio pieno di tenerezza mi avvolse ed io pensai che mi sarei portata dietro quell'abbraccio per tutto il viaggio, fino a quando non ci fossimo ritrovati.

    "Signora...signora..  il numero, deve prendere il numero."
    L'addetta del laboratorio analisi mi fissava impaziente.
    "Il numero?"  
    "Sì, cosa deve fare? Analisi del sangue numero rosso; per altri esami deve dirmi se privatamente o con la mutua e se è prenotata."
     "Numero rosso, grazie." Sospirai e sorrisi "Rieccomi a casa" pensai.
    Andai a sedermi in sala d'attesa, pensierosa e agitata per quanto mi era successo. Guardavo le altre persone per scoprire se e in che modo loro guardassero me, ma nessuno sembrava interessato nè incuriosito. Soltanto un bambino mi guardava, e i suoi occhi di un intenso azzurro mi sorrisero prima ancora delle sue labbra. Ebbi la sensazione di averlo conosciuto da sempre mentre gli sorridevo, ma non sapevo chi fosse. Poi la madre lo prese per mano e si avviarono lungo il corridoio. Prima di uscire si voltò ancora a guardarmi e mi fece ciao con la mano. Anch'io lo salutai con un cenno chiedendomi perchè mi sentivo così turbata.
    Due signore si sedettero accanto a me chiacchierando:
    "Ma hai visto che nebbia stamattina? E poi così all'improvviso!"
    "Davvero! Uno strano fenomeno. Siamo vicini a Natale. Sarà una magìa?"
    "Ma va, dai, non farmi ridere!" Ma risero tutte e due.
    E sorrisi anch'io. Cominciai a sentirmi bene. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello Sergio:
    "Non sono tante le cose che riempiono il cuore di gioia. Pensaci."
    Aveva ragione. Capii che mi era stato riservato qualcosa di speciale, un avvenimento eccezionale: mi era stato concesso di oltrepassare la vecchia porta ogni volta che l'avessi desiderato.
    Ero impaziente di tornare a casa, alle mie certezze, ai miei affetti. Ma c'era "qualcosa" a cui dovevo tanta parte dell'emozione legata alll'incredibile esperienza appena vissuta.
    Decisi così che quest anno, il più terribile, il più infausto, l'anno in cui la sofferenza mi aveva offuscato la mente al punto di non vedere più i motivi per vivere, sebbene così reali e importanti, l'anno in cui così tanto dolore mi aveva annientata, sì, proprio quest anno, avrei fatto ciò che ormai da tanto tempo non avevo più fatto: qualcosa che per me aveva sempre significato solo festa, ma che ora avevo compreso essere fonte di grande consolazione: l'Albero di Natale.
    E poi.........
    "NON SONO TANTE LE COSE CHE RIEMPIONO IL CUORE DI GIOIA. PENSACI!"

  • 19 agosto 2015 alle ore 10:49
    Ti porterei via

    Come comincia: Sono un tormento questi pranzi a casa di mio padre. Lui è sempre stato un uomo dominante, un protagonista, qualcuno di fronte al quale gli altri tacevano e ascoltavano, per la sua intelligenza, il carisma, il fascino. Un uomo dalla grandissima umanità, ma di principi rigidissimi. Non avrebbe mai compiuto un'azione disonesta anche se le possibilità furono moltissime vista la sua professione; non avrebbe sopportato di arrivare alla pensione senza poter dire ai suoi figli: posso guardarmi indietro a testa alta. Si è sposato una seconda volta mio padre, era rimasto vedovo, e si è sposato di nuovo. Ora è un pensionato ed io quasi una volta alla settimana vado a pranzo a casa sua. Io sono adolescente, ribelle, antipatica, testarda e incosciente. Vado a pranzo a casa sua: lì comanda sua moglie. Lui appare insicuro, docile, troppo docile, appare sottomesso, e mangia in silenzio. Non so niente della sua vita coniugale, non si usa parlarne, ma anche se si usasse, lui non lo farebbe mai con l'ultima, la più giovane dei suoi sei figli. Anch'io mangio in silenzio e non vedo l'ora di andarmene, sono troppo adolescente, troppo presa da me stessa, e lontano da questa casa mi aspetta qualcuno. Sono impaziente, ma so che dovrò lavare i piatti prima di potermene andare. Lei si alza, è nervosa, non riesce a star seduta a tavola, comincia a sparecchiare quando ancora si sta mangiando. Si sposta velocemente dalla tavola al lavandino e viceversa. In uno dei brevi attimi in cui ci volta le spalle, mio padre mi fa segno col dito indice davanti al naso di tacere: prende velocemente il bottiglione, si versa un sorso di vino, e lo beve in fretta, di nascosto, e in tempo prima che lei si giri verso di noi. Quasi mi sento divertita da questo gesto sbarazzino, un dispettuccio verso una persona che in fondo mi è antipatica. Sono davvero una stupida adolescente che non riesce a vedere il dramma che c'è dietro. Papà, vorrei che tutto accadesse oggi perchè ti porterei via da lì, e ti vuoterei io il vino nel bicchiere, e poi ne riempirei uno anche per me e berremmo insieme

  • 10 agosto 2015 alle ore 12:31
    Un maniaco di nome Giuseppe

    Come comincia: E' un sabato pomeriggio di tanti anni fa e sono semi sdraiata sul letto a leggere. Suona il telefono, è sul comodino perciò mi basta allungare una mano.
    "Pronto"
    Dall'altra parte del filo sento ansimare. Non mi impressiono, anche perché sono cose che capitano spesso. Ascolto un po' e poi parlo
    "Ciao"
    L'ansimare continua più rumoroso di prima. Va bene, riproviamo.
    "Ciao, se ti va possiamo chiacchierare un po' "
    L'ansimare si interrompe. Silenzio, ma la comunicazione non viene tolta.
    Aspetto ancora un po' e poi:
    "Allora, se vuoi parlare bene, altrimenti metto giù"
    "Ciao" E' la voce di un ragazzo e mi stupisce, certe cose me le aspetto di più dagli adulti. "Perché vuoi parlare con me?"
    "Così, per passare il tempo. Tu, dove sei, immagino sarai solo, io qui dove sono, sono sola, possiamo parlare."
    Sto bene attenta a ciò che dico perché non capita tutti i giorni di conversare con un maniaco, dopo che ha messo in atto la sua performance telefonica.
    "Intanto puoi dirmi come ti chiami"
    "Giuseppe"
    Giuseppe! Ma no, un maniaco non può chiamarsi Giuseppe. Giuseppe è il nome più innocente, più trasparente che esista. Un maniaco deve avere un nome misterioso, ambiguo, vagamente minaccioso, non so, potrebbe chiamarsi Rantol, ma non Giuseppe. Tutto di me ride, ma mi controllo.
    "Hai una bella voce Giuseppe, sei molto più piacevole quando parli che quando ansimi."
    "Ma guarda che io sono una persona normalissima" si difende lui.
    Beh, insomma, proprio normale normale, non saprei. Ma lo penso soltanto.
    "Dai Giuseppe, allora dimmi qualcosa di te"
    "Ho 25 anni e lavoro alla Fiat. Sono fidanzato e mi sposerò fra qualche mese."
    Caspita, che sposa fortunata! Sarei curiosa di sapere se con sua moglie ci farà l'amore o le telefonerà dalla cabina sotto casa.
    "Immagino che lei, la tua fidanzata, non sappia di questo tuo passatempo. Ma tu perché fai certe telefonate?"
    "Certo che non lo sa. Non posso farci niente, è più forte di me. Tutte le volte che mi trovo da solo in casa mi viene questo pensiero e non mi controllo. E' la prima volta però che parlo con qualcuno e sono sorpreso."
    "Forse senza saperlo cominci a cercare aiuto, ma lo devi cercare da un professionista, non dalle tue vittime."
    Continuiamo a parlare ancora, come una vecchia mamma gli ricordo che le sue telefonate potrebbero spaventare qualcuno, che dall'altra parte del filo potrebbe esserci una bambina, un'adolescente.  Lui tace e ascolta, non se la prende,e dopo un po' ci salutiamo come vecchi amici.
    M i sono imbattuta in un maniaco in erba, alle prime armi, che ancora deve trovare la sua strada. Un maniaco più navigato non avrebbe mai detto di chiamarsi Giuseppe.

  • 09 agosto 2015 alle ore 13:09
    VIANDANTI

    Come comincia: Domenica d'agosto come non ne vedevo da qualche anno. Il deserto sotto casa mia. E' probabile che effettivamente ci sia quest'anno un incremento delle persone che sono andate e andranno in ferie. Speriamo che sia un vero segno di ripresa. La pasticceria è aperta, ma sta sempre aperta fino a ferragosto perchè ferragosto è una occasione per vendere. Come al solito chiuderà dopo. La farmacia quest'anno non chiude, e si sa che alla mia età, questa è una buona notizia. Guardo i margini della strada sotto casa: quanti posteggi vuoti! Se penso alle maledizioni degli automobilisti durante l'anno che di solito devono fare il giro dell'isolato per mezz'ora prima di poter sistemare l'auto! Sì, devo convenire che quest'anno tanta gente è partita per le ferie. Poi, nel silenzio innaturale di questa domenica d'agosto, mi colpisce un cigolio di trolley. Sono stranieri, trolley in una mano e borsone nell'altra mano, zainetti sulle spalle: sono stranieri che stanno arrivando e camminano svelti con la fretta di raggiungere una meta, con la sicurezza di chi sa dove andare, dove forse qualcuno attende proprio loro. Non camminano uno accanto all'altro, ma uno dietro l'altro, quasi ad inseguirsi, non si guardano attorno, lo sguardo fisso di fronte a loro, e magari un'occhiata indietro verso gli altri. Sono uomini, donne, ragazzini. Mi colpisce il contrasto fra chi ha lasciato la sua casa sicura, il suo lavoro retribuito, i suoi agi abituali per andare a trascorrere qualche giorno di relax e divertimento, e questi "viandanti" che arrivano con la speranza di trovare una casa sicura, un lavoro retribuito, un futuro che un giorno permetterà loro di trascorrere qualche giorno di relax e divertimento. Ecco, il passaggio sotto casa mia di queste persone, riempie tanto bene il vuoto di questa domenica d'agosto, e spinge la mia fantasia verso un sogno di buona convivenza che probabilmente è e rimarrà solo un'utopia, ma che fa tanto bene al cuore.

  • 04 agosto 2015 alle ore 4:13
    Sole

    Come comincia: Ecco che il sole è tramontato. No, non è ancora tramontato, ma è sparito dietro un condominio, mi ha abbagliata con gli ultimi riflessi così folgoranti da non poterli guardare, e poi è sparito. Per me è come se fosse tramontato. Fino a domattina non lo rivedrò. Domani mattina il rito si compierà come ogni giorno del Mondo, del nostro Mondo. Domani mattina tanti milioni di persone si affacceranno a guardare il sole che sale alto nel cielo. Chi lo guarderà da un panfilo ondeggiante sul mare azzurro, oppure da una spiaggia, chi lo guarderà da una casa, un ospedale, da dietro le sbarre delle finestre di un carcere. Qualcuno lo guarderà dall'alto di una montagna e lo sentirà così vicino, altri lo guarderanno dalle impalcature di una costruzione a cui stanno lavorando, oppure alzando gli occhi da un campo dove sono chinati per raccogliere i frutti della terra, sarà quell'attimo in cui attaccheranno le labbra ad una bottiglia di plastica piena d'acqua asciugandosi il sudore col dorso della mano, o peggio, alzando gli occhi da un campo profughi. Lo guarderà chi è in viaggio per andare in vacanza o per tornare, oppure per lavoro, e abbasserà il parasole per non rimanere abbagliato. Lo guarderanno anche ladri, assassini, torturatori, truffatori, corrotti. Tutti lo guarderanno, e come ogni giorno, la croce che ognuno di noi si porta sulle spalle brillerà ai raggi di quella stella che mai ci dimentica. 
    Anch'io domani mattina aprirò la portafinestra sul mio balconcino e lo guarderò: e il Sole ammiccherà rispondendo al mio saluto: Eccoci qua amico mio, tu sempre puntuale, e io? Beh, non posso lamentarmi: anche stamattina mi sono svegliata. 

  • 02 agosto 2015 alle ore 14:23
    Domenica d'Agosto

    Come comincia: Genova Pra Palmaro. C'andavo al mare con mio padre. Uno di quei casotti di legno sopraelevati tipo palafitte era il chiosco dei "Bagni Gatto". Un bar tutto di legno con piccolo saloncino, tavolini e il juke box che spandeva la sua musica. La gente ballava sulle note di Smoke gets in your eyes oppure Only You. Quanto mi struggevo quando mi perdevo a guardare il figlio del proprietario dei bagni. Si chiamava Giancarlo. Biondo, abbronzatissimo, con due occhi felini verde smeraldo e il sorriso un po' insolente di chi sa di essere bello. Il cuore mi batteva forte. Ah, se mi avesse invitata a ballare! Io avevo undici anni e mi portavo addosso la mia fragile pelle da rossa, abbondantemente ustionata dall'imprudenza, e ulteriormente torturata da mio padre che, con la delicatezza di un ippopotamo, mi spalmava senza pietà la vegetallumina un po' ovunque. Me ne stavo appoggiata, non seduta, su una sedia vicino al juke box, a gambe e braccia rigide, arrostita a puntino, attenta a che nessuno mi sfiorasse neppure per sbaglio. Sapevo che dopo la fase delle piaghe, ci sarebbe stata quella della spellatura che mi avrebbe resa vagamente leopardata, le efelidi disseminate sulla pelle troppo rossa sarebbero diventate verdi, ed io sarei sembrata una marziana. E Giancarlo? Leggevo nel suo sguardo una sorta di pietà, quella che si riserva a una bambina. Il suo divertito: come va oggi? Brucia sempre? Mi trafiggeva l'anima. E poi lo guardavo nascondersi sotto l'impalcatura dei casotti con le ragazze: belle, abbronzate, più grandi di me naturalmente. E mio padre si avvicinava, cosa vuoi? vuoi un gelato, un ghiacciolo? Andiamo a prendere la focaccia con le cipolle e i fichi neri? Anche per lui ero una bambina. Ma quella domenica d'agosto successe qualcosa. Una signora, mi sembra di ricordare fosse di Milano era nel bar mentre tutti ballavano. Appena le note di Smoke gets in your eyes invasero la saletta, lei venne verso di me e mi invitò a ballare. Fu il primo ballo della mia vita e non dimenticherò mai una donna che evidentemente aveva capito tutto il mio desiderio di ballare e di far parte del mondo dei "grandi". Fui così felice, anche se, certo, Giancarlo non mi vedeva proprio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:19
    Tentazioni

    Come comincia: Sono andata al supermercato, e mentre bighellonavo fra una corsia e l'altra mi sono trovata davanti allo scaffale delle marmellate, casualmente! Mi sono detta, ecco, quando mi venisse voglia di roba dolce, mi potrei mangiare un cucchiaino di marmellata. Ho guardato, cercato, e scelto "senza zuccheri aggiunti", è già qualcosa. Un bel vasetto di confettura di arance che ha anche quella puntina di amarognolo che mi piace tanto, e poi ha anche qualche tocchetto di scorza che mi piace tanto. Ho fatto la spesa e me ne sono tornata a casa col prezioso vasetto nel carrellino di nome Danilo. Caro Danilo, adesso quando arriviamo a casa dobbiamo fregare Paolo e fare in modo che non veda la marmellata, altrimenti sai la glice-sua, dove va a finire? Siccome Paolo, quando torno con la spesa, si siede in pole position e analizza tutto ciò che poso sul tavolo, ho dovuto fare artifizi alla Silvan, ma nascondendo la marmellata in mezzo a un fascio di foglie di coste, l'ho piazzata nel frigorifero, e poi sistemata nel cassetto delle verdure dove sono sicura che lui non va a guardare. Ma la presenza della marmellata in casa ha attivato una specie di iter perverso per cui a un certo punto non ho più capito se la voglia di dolce mi faceva pensare alla marmellata, oppure la marmellata mi faceva venire voglia di roba dolce. Il dubbio ha cominciato ad affliggermi: e se poi un cucchiaino non mi basta? E se non riesco a fermarmi? Ma va là, non sono mica più una bambina, i prossimi sono 67, eh, santo cielo, sono altro che adulta e ho il mio bel carattere. Ci mancherebbe che mi lasciassi dominare da un po' di marmellata di arance! Comunque la presenza del vasetto mi perseguitava. Appena Paolo è andato a dormire, mi sono precipitata in mezzo alle coste e ho acchiappato il vasetto, stando bene attenta a fargli fare il "plop" dell'apertura col rubinetto dell'acqua aperto, perchè Paolo ha le antenne tese anche quando dorme. Poi, sicura che lui non avesse sentito niente, ho preso un cucchiaino, macchè cucchiaino, un cucchiaio non sarà mica troppo, in fondo non è tanto più grosso di un cucchiaino, e poi, uno solo.... Danilo, posteggiato vicino al pianoforte mi guardava malizioso. Beh, credi che non sappia fermarmi? E lì sì, finalmente ho avuto la prova della forza del mio carattere e della mia ferrea volontà: me la sono mangiata tutta. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 20:11
    Cafone

    Come comincia: Oggi in trattoria c'era un signore molto distinto, di quelli che ormai non si vedono quasi più. Elegante, in abito gessato, capelli bianchi ben pettinati, viso abbronzato e rughe interessanti. Diciamo fra i settanta e gli ottanta. Al suo tavolo due donne e un altro signore. Mi sono perfino chiesta cosa ci facessero in un bar trattoria molto alla buona e senza pretese. Insomma pensate quello che volete, ma stridevano parecchio con l'ambiente. A un certo punto del pranzo, uno di quei pranzi domenicali da cui mi lascio sempre incautamente coinvolgere salvo poi non aspettare altro che l'ora di andarmene, a un certo punto Paolo ha cominciato a scalpitare perchè aveva voglia di fumare. Va bene, tanto lo so già, vai a fumare, fuori naturalmente. Bisogna dire che Paolo, quando sta seduto molto tempo, rimane piuttosto ingrippato, e quando si rimette in piedi, prima di camminare come si deve, la sua andatura è un po' claudicante, strana, insomma.....si fa notare. Mentre lo guardavo allontanarsi e mi apprestavo alla paziente attesa del suo ritorno e anche del cibo che non arrivava mai, cosa vedo? Vedo il distinto signore che non solo deride Paolo e il suo modo di camminare, ma lo scimmiotta, ridendo e facendo ridere i suoi amici. Davvero non credevo ai miei occhi. La leonessa che abita dentro di me ha ruggito rabbiosa. Il rispetto per me stessa, il rispetto per la signora della trattoria con cui sono in confidenza, e forse anche il fatto che non avevo bevuto abbastanza, mi hanno impedito di prendere per il collo il distinto signore e appiccicarlo alla parete. Invece l'ho solo guardato, e l'ho visto: una povera nullità in elegante gessato grigio.

  • 28 luglio 2015 alle ore 19:58
    La fuggiasca

    Come comincia: Ah, ecco qua i numeri. Menomale che li ho conservati.
    -Pronto, buongiorno, scusi se disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No. Ma chi parla?
    -Sono il suo....fidanzato.
    -Ah sì? Mia sorella ha un fidanzato? Non lo sapevo. E allora, se non lo sa lei dov'è......
    -Il fatto è che se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera di addio sul tavolo della cucina ed è sparita. Sono disperato.
    -Ahahah! Non mi stupisce. Avete litigato?
    -Ma no, cioè sì, qualche volta, come tutti.
    -Non come tutti, in casa mia non si litiga. Comunque no, non è qui. Mi spiace. Buongiorno.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno, scusi il disturbo, sua sorella è lì da voi?
    -Mia sorella? No, chi la vuole?
    -Sono il suo ....fidanzato.
    -Non sapevo che mia sorella fosse fidanzata.
    -Già, certo.
    -Perchè la cerca qui?
    -Perchè se n'è andata, mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina ed è sparita, e io sono disperato.
    -Mi spiace tanto, se si facesse viva le dirò che lei la sta cercando. Salve.
    tutututututututututututututututututututu
    -Pronto, buongiorno signora. Per caso sua cognata è lì da voi?
    -Quale delle due?
    -Quella più giovane.
    -No, non è qui, e lei chi è?
    -Io sono il suo....fidanzato.
    -Ah, si è fidanzata? Non lo sapevo.
    -Già, immaginavo.
    -Se è la sua fidanzata, come fa a non sapere dov'è?
    -Veramente se n'è andata. Mi ha lasciato una lettera d'addio sul tavolo della cucina, ed è sparita. Sono disperato.
    -Beh, non è venuta qui.
    -Senta, per gentilezza, se si fa viva può dirle che ho tanto bisogno di parlare con lei?
    -Va bene, lo farò.
    -E poi ci sarebbe un'altra faccenda. Sua cognata aveva fatto la salsa, una trentina di bottiglie, potrebbe chiederle dove le ha messe? Non riesco a trovarle.
    -Ahahahah! La salsa! Guardi che non stiamo parlando della stessa persona. Non credo proprio che mia cognata abbia fatto la salsa.
    -Come no, è già il secondo anno che fa la salsa.
    -Ma parla di mia cognata quella di vent'anni?
    -Ventuno, per la precisione.
    -Va bene, venti...ventuno...ma lei le bottiglie le ha viste?
    -Certo che le ho viste, erano trenta, ma sono sparite anche loro.
    -Ah, capisco, certamente se si farà viva le chiederò notizie della salsa, ma penso che gliel'abbia fatta fare un anno di troppo! E' meglio che lei si metta l'anima in pace: non tornerà.
    tutututututututututututututututututututu

  • 28 luglio 2015 alle ore 10:22
    Fritto misto

    Come comincia: Friggere richiede tempo e pazienza: gamberi, calamaretti, seppiette.....insomma va fatto bene. Naturalmente ho scelto la prima giornata di caldo bestiale, ti pareva, perciò non è stato riposante. Invece per qualcuno....
    "Cosa dici, Paolo, saranno cotte le seppioline?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Secondo te, i calamaretti vanno bene?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    "Cosa ne pensi dei gamberi? E' ora di toglierli?"
    "Mah, meglio assaggiare"
    Certo, solo che a forza di assaggi, quando finalmente mi siedo, stravolta dal caldo, per mangiare, lui praticamente ha già mangiato.
    "Mangerei un pezzetto di formaggio"
    "Eh no, adesso aspetti, mi sono appena seduta...."
    "Certo che aspetto. Non c'è fretta. Guarda, solo un pezzetto di formaggio e una fetta di anguria...ma aspetto!"
    Faccio finta di niente e continuo a mangiare.
    "Lo sai che è proprio buona l'anguria? Per caso hai preparato la caffettiera?"
    I calamaretti cominciano ad andarmi di traverso.
    "Sì, la caffettiera è pronta."
    "Ah bene, solo per sapere. Così mangio un pezzetto di formaggio, una fetta di anguria e il caffè...ma senza fretta."
    Certo, senza fretta, rifletto che devo mantenere la calma.
    "E' buono il fritto, vero? E' riuscito bene. Adesso un po' di formaggio, l'anguria, e io sono a posto."
    A questo punto scatto in piedi per andare a recuperare formaggio e anguria.
    "Ma no, potevi finire di mangiare...io avrei aspettato."
    Lui è preoccupato, e non mi può vedere in faccia perchè gli volto le spalle. E io, ormai superati tutti gli stadi....sto silenziosamente ridendo. 

  • 28 luglio 2015 alle ore 9:57
    Vacanze?

    Come comincia: Finalmente superata l'infatuazione per il campeggio in montagna, con mia grande soddisfazione si opta per le vacanze al mare. Brevi vacanze perché Mario ha diversi impegni anche in agosto per cui la prima vacanza sarà di una settimana, solo negli anni seguenti riusciremo a prolungare le ferie fino a due settimane. Vorrei soprassedere sulla prima vacanza perché effettivamente in una settimana non può succedere granché. Servirà, questa vacanza, per ritornare poi per diversi anni nello stesso posto. Lido di Venezia, punta estrema degli Alberoni. Laggiù avrò il piacere di divertirmi a più non posso. Mario decide di affittare un appartamentino in un residence. Ovviamente piccolo e su tre livelli: cucinino sotto, servizi a metà scala, camera e cameretta al primo piano, giardinetto sul retro, e perfino un piccolo pertugio nel muro esterno da utilizzare come cantinetta.. Noi non partiamo con le valigie come tutti i normali individui, noi le valigie le diamo al corriere perché il portabagagli dell'auto è adibito al trasporto del vino che ci servirà durante le ferie. Con grande cura diversi bottiglioni di barbera frizzante, tutti quelli che ci stanno, vengono posizionati lì, e, affinché non esplodano durante il viaggio, un telo da mare viene imbevuto d'acqua fredda per preservare il prezioso nettare, e verrà imbevuto diverse volte durante il viaggio, in modo che i bottiglioni arrivino a destinazione integri. Quando si dice le priorità! In questo eccezionale caso, io posso anche dimenticare il cavatappi perché i bottiglioni sono provvisti di "macchinetta", ma è evidente che io non lo dimenticherò, a costo di appendermelo al collo. Non si sa mai. Tutto bellissimo, si direbbe. Certo, a parte il fatto che abitare in un appartamentino obbliga a preparare da mangiare, a mettere in ordine, a fare la spesa. Ho in dotazione una bicicletta. Al mattino, dopo che si è fatta colazione, Mario e Raffaella vanno al mare, io invece inforco la bici e vado a fare la spesa. C'è una unica panetteria e commestibili in paese, ma i turisti sono tanti, e così inevitabilmente la coda è lunga ed estenuante. Fatta la spesa vado al mare? Ma non scherziamo: fatta la spesa torno a casa a preparare qualcosa per mezzogiorno da mangiare in spiaggia, riordino, faccio i letti, e, se ho tempo, comincio a mettere le basi per la cena che avverrà naturalmente in casa. Eseguito tutto, ormai è mezzogiorno, e ho corso, diciamolo pure. Inforco la mia amica bicicletta e, con armi e bagagli, volo alla spiaggia. Là, Mario sta facendo le parole crociate e Raffaella, con il salvagente infilato, rompe le scatole, chissà da quanto, per andare a fare il bagno. "Papà, che ore sono? Andiamo a fare il bagno?"  "Non è ancora ora, fra quindici minuti".  "papà, sono passati 15 minuti?"  "No non sono passati". Sugli orari non si discute, per fare il bagno a mezzogiorno bisogna avere fatto colazione alle otto, altrimenti tutto slitta, anche la mia pazienza.  Io sono stanca, sudata, carica come un mulo, vado in capanna dove c'è un armadietto contenente sale pepe olio e cosette varie che lasciamo sempre lì. Mi sento trasparente: Raffaella continua a piagnucolare che il tempo non passa mai e Mario continua a prendere il sole e fare le parole crociate. Io nel frattempo porto fuori il tavolo e lo posiziono sotto la tenda che fa da dehor, apparecchio con la tovaglia di carta, i piatti di plastica, i bicchieri di vetro, perché quando si beve i bicchieri devono essere di vetro, non certo di plastica o di cartone. E adesso? Già adesso bisogna andare al bar a prendere l'acqua fresca, e magari qualche stuzzichino se è desiderato. "NO, ma non andare adesso, che poi l'acqua si riscalda subito, andiamo a fare il bagno". Certo, andiamo a fare il bagno almeno qualcuno finalmente sarà contento: Raffaella. Andiamo a fare il bagno e subito dopo vado al bar a prendere quello che ci manca. Finalmente ci sediamo a mangiare e comincio ad assaporare la brezza marina, ma dura poco, bisogna rimettere subito tutto in ordine, e siccome dietro le capanne ci sono lavandini e si possono lavare i piatti, finalmente posso nascondermi per un po' all'ombra. Mi siedo per terra, sulla sabbia fresca e appoggio la schiena  al legno delle baracche, socchiudo gli occhi e mi lascio accarezzare da un lieve sospiro di vento, sperando che nessuno venga a cercarmi. Impossibile, mi ferisce le orecchie la voce squillante di Raffaella: "Dov'è la mamma?"  "E' andata a lavare i piatti". Ma porca miseria, dove posso fuggire? Mi sento braccata, perennemente braccata! "Cucù!" Ecco Raffaella. "Dai vieni, siediti un po' qui"  Ma lei ha sempre un mucchio di cose da dire, da chiedere, da puntualizzare perché la sua è l'età in cui i bambini sono antipatici, tutti, e sfido chiunque a dire che non esiste un'età in cui i bambini sono antipatici. 
    Sono solo le due del pomeriggio, e penso con terrore che la giornata sarà ancora lunga, che la vacanza sarà ancora lunga!

  • 27 luglio 2015 alle ore 14:03
    Gli sposi

    Come comincia: Quando arrivai nella cittadina notai subito quanto fosse carina e pulita. Mi trovai di fronte ad una casa tutta bianca. Sulla facciata c'era un dipinto che raffigurava un uomo e una donna nell'atto di camminare, l'uno accanto all'altra. Lei aveva lunghi capelli neri spettinati e indossava un abito leggero mosso dal vento. Lui la teneva per mano e aveva il viso rivolto verso di lei. Era un bel dipinto e mi avvicinai per guardarlo meglio. Mi venne incontro un uomo di mezza età, sorridente e gentile.
    "Bello, vero? Da guardare e da leggere."
    Infatti a fianco del dipinto c'era qualcosa scritto, che andai a leggere. C'era perfino il titolo sopra quelle poche righe: "Gli Sposi". Lessi:
    "L'usanza di quel tempo era che la moglie camminasse sempre qualche passo dietro al marito, per cui, quando fu l'ora di uscire insieme, la giovane sposa si fermò sulla soglia di casa per cedere il passo al marito affinchè la precedesse, come consuetudine. Lo sposo allora le accarezzò la fronte:
    "No, tu non camminerai dietro di me perchè non mi sei suddita, nè sottoposta, nè schiava. Tu sei la mia amata compagna, ispirazione e guida di ogni mio pensiero ed azione, e vorrei che camminassi davanti a me per indicarmi la via, così sarei certo di non sbagliare; ma non sarebbe prudente perchè in caso di pericolo improvviso non potrei farti da scudo col mio corpo per proteggerti. Perciò camminerai al mio fianco in modo ch'io, ogni volta che volgerò lo sguardo, potrò godere della dolcezza del tuo sguardo, dello splendore del tuo sorriso, della benedizione di ogni piega del tuo viso; e se abbasserò lo sguardo potrò vedere i nostri passi percorrere vicini ogni sentiero."
    La giovane sposa spostò una ciocca di capelli che le copriva in parte il viso, e lasciò che il bagliore degli ultimi riflessi del tramonto ne inondasse i morbidi lineamenti. Appoggiò la mano sulla spalla del marito in una tenera carezza e gli sussurrò:
    "Sarà, il nostro, un lungo viaggio insieme."
    Rimasi un po' lì ferma a fissare quel dipinto e ad interrogarmi sulla profondità del significato di quelle poche righe. Ma perchè scrivere sulla facciata della casa, pubblicamente, e probabilmente sfidando le convinzioni e tradizioni secolari di una piccola comunità!
    "Sono i miei genitori." Sentii dietro le mie spalle la voce dell'uomo di prima.
    "Hanno sempre combattuto perchè ogni uomo vedesse in ogni donna ciò che mio padre vedeva nella sua. Io sono qui, a guardia di questa facciata, monito per tutti gli uomini che ancora non hanno compreso il miracolo dell'uomo e della donna."
    Cosa significava "a guardia di questa facciata?" Istintivamente mi allontanai per guardare, e così vidi che non c'era nessuna casa, soltanto una facciata.
    Mi voltai verso l'uomo, con dentro i miei occhi tutte le domande del mondo.
    "Hai visto bene, la loro casa fu distrutta, dall'ignoranza, e chissà da cos'altro, ma questa facciata rimase in piedi, ed io sarò qui a proteggerla finchè ne avrò la forza."
    Poi tacque, sedette accanto al muro, e sembrò già avermi dimenticata.
    Io riuscii, prima di andarmene, solo a mormorare "grazie"

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:58
    Quadro svedese

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata e mi sono messa a cercare di ricordare cosa avevo sognato. Una specie di incubo. A forza di pensare mi è venuto in mente. Santo cielo, la Vetrini, la professoressa di educazione fisica in prima superiore. Da quali meandri della mente sia saltata fuori questa qui, è tanto inspiegabile quanto spiacevole. La prima lezione dell'anno, tutte in fila, noi studentesse, passate in rassegna come militari, dal suo sguardo ostìle che non faceva presagire niente di buono. Chissà perchè io diedi una fuggevole occhiata all'orologio che, stranamente, portavo al polso. La cerbera se ne accorse.
    "Signorina Boccardo, ha frettta? Qualche impegno, per caso?"
    indirizzandomi un'occhiata che avrebbe sciolto e fatto evaporare all'istante un iceberg.
    Io, da ribelle quindicenne, alzai il mento in evidente atteggiamento di sfida.
    E fu subito odio.
    Cominciò a detestarmi prima ancora di constatare che io e la ginnastica eravamo maledettamente incompatibili. Ma c'erano giorni in cui mi odiava di più, e allora mi spediva al quadro svedese. Devo ancora capire adesso come ci si debba arrampicare su quel coso. E chi mi metteva a fianco? La Silvia: snella, carina, mai un capello fuori posto, ottima ginnasta, non sudava mai, sempre fresca come appena uscita dalla doccia. Anch'io sembravo appena uscita dalla doccia, ma da quanto ero intrisa di sudore. 
    "Guardi la sua compagna, e impari."
    La Silvia in un attimo si "faceva" il quadro in tutte le direzioni con la velocità di una lucertola su un muretto, mentre io rimanevo ipnotizzata a guardarla, appesa a un legno come un macaco a un ramo, e aggrovigliata come un gomitolo di lana dopo che c'ha giocato il gatto. Ci sarebbe voluto il foglio con le istruzioni per districarmi. Perchè, bisogna dirlo, ero anche "robustella".
    C'è un lato positivo nel sogno di stanotte. Che tutto ciò è passato. Se la incontrassi oggi, la Vetrini, saprei io cosa dirle.

  • 27 luglio 2015 alle ore 13:42
    La gaffe

    Come comincia: Quando avevo circa 40 anni e mia figlia ne aveva 17, frequentai per un breve periodo un signore che aveva circa 50 anni. Lui faceva parte di un ambiente un po' diverso dal mio, diciamo "in", mentre il mio di ambiente era quello che ormai conoscono tutti. Lavoro mentale e manuale nei trasporti, 12/13 ore al giorno. Cene in trattorie operaie a fine giornata, dopo essersi lavati mani e braccia fino al gomito, col sapone da bucato. Carattere molto diretto, senza mezze misure, semplicità e allegria. Comunque io e lui (si chiamava Sergio) ci conscemmo per caso e ci fu subito simpatia reciproca e cominciammo a uscire insieme fino a che, una sera, decise di presentarmi al suo gruppo di amici. L'appuntamento era presso un club privato. Lui mi presentò tutti gli amici fino ad arrivare ad una signora in compagnia di un ragazzo molto giovane. Rimasi colpita, e, senza pensarci un minuto, esclamai:
    "Sergio, potevi dirmelo che si potevano portare anche i figli: avrei portato Raffaella."
    Una frase che rimase lì a mezz'aria nel silenzio generale e, direi, nel gelo generale.
    Capii subito che qualcosa non andava, anche per lo sguardo "armato" della signora in questione. Allora mi voltai in cerca di Sergio che si era allontanato un po' e mi dava le spalle. Lo raggiunsi, dico la verità, senza aver capito:
    "Ma cosa è successo?"
    E lui, con le lacrime agli occhi dal ridere:" Quello è il suo accompagnatore"
    "Oddio che figura, ma che figura, non potevi avvisarmi?" Ero sbalordita.
    E lui: "Figurati, non mi sono mai divertito tanto!"
    Intanto lì vicino una signora stava dicendo: "Ma dove l'avrà trovata una così!"
    Il fatto è che mi potrebbe capitare anche adesso perchè io sono ancora così. 

  • 27 luglio 2015 alle ore 12:57
    L'amico di un attimo

    Come comincia: "E' morto. Si è ucciso."
    "Ma cosa è successo?"
    "Non so: pare che un uomo si sia suicidato."
    La gente si era raccolta attorno a un'aiuola in fondo al parco ed era un brusìo generale.
    "Ma chi è?"
    "Non si sa: nessuno lo conosce."
    Anch'io mi insinuai in mezzo a quel gruppo di persone proprio mentre il corpo dell'uomo veniva pietosamente coperto con un telo. Ma ebbi un attimo di tempo per vedere il suo viso, e rimasi impietrita a fissarlo. Era lui? Sì, non c'era dubbio: era lui. Continuavo a fissare il telo, incapace di muovermi, fino a quando sentii qualcuno che gridava:
    "Largo, largo, fate largo. Lasciate passare."
    Stava arrivando l'ambulanza. Il corpo fu steso su una barella e velocemente portato via. Subito tutti se ne andarono: chi scuotendo la testa, chi con un nuovo dolore impresso nella memoria. Qualcuno, visibilmente scosso, piangeva allontanadosi. Io ero ancora lì immobile a fissare quel telo che non c'era più senza trovare la forza di andarmene, finchè un signore mi prese a braccetto e, trascinandomi via, mormorò:
    "Sono cose che succedono. Lo conosceva?"
    Scossi la testa in segno di diniego.
    "Vada a casa signorina, vada. L'accompagno?"
    "No grazie, sto bene." Volevo stare sola e forse lui capì perchè mi salutò e se  ne andò, dopo avermi raccomandato di andare a bere qualcosa di forte.
    Mi avviai lentamente col viso di quell'uomo impresso nella mente. Quel viso: aveva l'espressione stupefatta e rilassata allo stesso tempo: chissà se il suo ultimo pensiero era stato per Lucia!
    Senza neppure rendermene conto mi ritrovai di fronte alla panchina dove l'avevo incontrato il giorno prima e ripensai a quell'incontro. L'uomo era seduto lì e si fissava pensosamente le mani. Il mio sguardo si era fermato su quelle mani che erano grandi e ben curate. Era un uomo di circa quarant'anni dallo sguardo intenso e intelligente; il fisico asciutto.  L'abbigliamento era di stile antiquato, ma pulito e in ordine. Aveva alzato gli occhi verso di me quando gli ero quasi di fronte come se volesse dirmi qualcosa, ed io istintivamente avevo rallentato, fermandomi quasi, attratta da quegli occhi insistenti nei miei. Tuttavia non era accaduto nulla subito. Soltanto dopo pochi altri passi avevo sentito la sua voce:
    "Signorina, scusi."
    Mi ero fermata, indecisa, senza voltarmi.
    "Signorina, non si preoccupi, non voglio darle fastidio, vorrei soltanto chiederle un favore."
    Ero tornata indietro e stavo ferma di fronte a lui, che abbozzando un faticoso sorriso, cercava qualcosa in tasca.
    "Mi scusi sa, ma non conosco nessuno in questa città. Devo partire per un lungo viaggio e ho bisogno di far recapitare questa lettera: però non voglio spedirla. Devo avere la sicurezza che arrivi a destinazione."
    Intanto aveva estratto dalla tasca una busta bianca sigillata e me la porgeva con un leggero tremore della mano. Io non sapevo bene cosa fare però avevo preso la lettera e, automaticamente, letto l'indirizzo: Signora Lucia Correnti - Piazza S.Filippo 23- Roma.
    "Roma! Ma io...io non so. Non so se potrò andare a Roma."
    Balbettavo, mentre il suo sguardo si faceva sempre più intenso e la sua mano stringeva la mia con la lettera.
    "La prego, non c'è fretta, basta che arrivi, non importa quando. La prego, la prego!"
    C'era una tale forza in quegli occhi che avevo dovuto abbassare i miei. La mano mi faceva quasi male, stretta dalla sua. Avevo annuito perchè non riuscivo più a parlare. L'emozione mi chiudeva la gola. Avevo aperto la borsa e messo via la lettera, ma lui già non mi vedeva più. Il suo sguardo si perdeva malinconico oltre gli alberi del parco.
    Quasi parlando a se stesso aveva aggiunto sottovoce:
    "Mi chiamo Claudio. Grazie."
    Io avevo soltanto sorriso con le labbra tremanti e me ne ero andata.
    Ora, intanto che ripensavo a tutto questo, avevo estratto la lettera dalla borsetta e la rigiravo fra le mani chiedendomi se avevo sbagliato il giorno prima ad andarmene, lasciandolo solo. Avrei potuto fare qualcosa per lui? Le sue parole mi bombardavano la mente: "devo partire per un lungo viaggio."
    Decisi di non prendere il tram per andare a casa. Avevo bisogno di camminare e di pensare. Sentimenti contrastanti affollavano il mio cuore. Ma poi, improvvisamente, ebbi la sensazione che il parco fosse diventato solitario e triste. Mi affrettai, mentre un brivido di freddo mi percorreva la schiena, e gli alberi danzavano fra le lacrime che mi inondavano il viso.
    Non vidi nulla e nessuno, ma quando giunsi a casa non piangevo più e sapevo quello che dovevo fare: dovevo andare a Roma: subito. Preparai una borsa da viaggio e avvisai che mi sarei assentata dal lavoro per un paio di giorni. Mentre facevo i preparativi per la partenza un senso di sollievo mi pervadeva: era la serenità che mi dava l'idea di poter fare qualcosa per Claudio. Non volevo pensare a lui come al suicida del parco e nemmeno come all'uomo della panchina, ma semplicemente volevo pensare a Claudio, l'amico di un attimo, che mi aveva chiesto un favore nel momento più disperato della sua vita.
    Arrivai a Roma il mattino seguente. La giornata era splendida. Respirai profondamente, abbassando il finestrino, mentre il treno rallentava, ormai prossimo alla stazione, affascinata da quel cielo terso e l'aria frizzante. Per un attimo dimenticai il motivo per cui ero a Roma.  Sul taxi il cuore mi batteva forte. Non sapevo cosa e chi avrei trovato al 23 di Piazza S.Filippo. Chi era Lucia? E se mi avesse posto delle domande? Sospirai: al momento opportuno avrei trovato le risposte. Cercavo di tranquillizzarmi ma avevo le mani sudate e le gambe mi tremavano. Il tassista chiacchierava e rideva per conto suo, per niente preoccupato che io non partecipassi affatto alla conversazione, né ridessi alle sue battute. Quando arrivammo, pagai, scesi dal taxi e mi fermai, incerta, di fronte al numero 23: una palazzina a tre piani, bella, certamente abitata da gente benestante. La piazzetta era silenziosa ed io stavo lì a fissare la targhetta CORRENTI senza trovare il coraggio di suonare il campanello. Mi venne anche la tentazione di tornare indietro, ma gli occhi di Claudio tornavano e la stretta della sua mano era ancora impressa sulla mia. Ad un tratto sentii la voce:
    "Cerca qualcuno?"
    Alzai lo sguardo e vidi alla finestra del primo piano una signora.
    "Sì, cerco la Signora Correnti."
    "Sono io. Le apro subito."
    Ormai non potevo più fuggire. Entrai e salii fino al primo piano dove la porta era già aperta e una signora che poteva avere l'età di Claudio mi sorrideva facendomi cenno di entrare. Era decisamente bella, elegante e dai modi gentili, aveva gli occhi chiarissimi, grandi e strani. Mi guidò nel salotto e, quando mi fui seduta
    "Dalla voce lei deve essere molto giovane"  mi disse sorridente.
    Ecco cosa c'era di strano in quegli occhi: Lucia non vedeva. Mi ripresi subito ma non potei fare a meno di stupirmi:
    "Ma lei dalla finestra..mi ha vista."
    "Oh! Sì l'ho vista. L'ho vista come vedono i ciechi. Sa, non deve impressionarsi. Noi che non vediamo siamo molto più sensibili....e forse vediamo molto di più."
    Una risata argentina da ragazzina seguì le sue parole. Ebbi il coraggio di ridere anch'io e comunque mi sentii a mio agio.
    "Ho 24 anni e vengo da Torino e....Roma è veramente bella; tutte le volte che la vedo mi sembra la prima volta."
    Non volevo entrare subito in argomento, non mi sentivo pronta.
    "Sì, è vero, è bellissima. Sa, io non sono stata sempre cieca. Mi è accaduto in seguito ad un incidente d'auto, ed avevo proprio la sua età."
    "Oh!" Non riuscii a dire altro.
    "Sono stata più fortunata di altri, almeno posso continuare a vedere i miei ricordi. Ma lei....non mi ha ancora detto perché è venuta qui, e mi sembra di capire che non le è nemmeno tanto facile dirmelo." E seguì un'altra risata argentina.
    Quella donna cieca mi vedeva fino in fondo all'anima ed io non riuscivo a stare ferma sulla poltrona. Inspirai tutta l'aria possibile, e d'un fiato parlai.
    "Devo consegnarle una lettera, una lettera di Claudio" e la mia voce si ruppe, in attesa.
    La guardavo attentamente, ma il suo viso rimase impassibile.
    "Claudio" mormorò quasi fra sé  "Claudio! Era molto innamorato: ma lei lo conosce da molto? Come sta?"
    Evitai di rispondere.
    "Ho la lettera per lei" Le ricordai.
    " Ah sì, la lettera. Me la dovrà leggere."
    "Ma io veramente...non vorrei.."
    "Direi che non abbiamo altra scelta. Non crede?"
    "Ma lei avrà sicuramente qualcuno di più intimo. Credo..credo che sia una lettera privata e..."
    "Lasci perdere. Da molti anni vivo sola e qui non viene nessuno. L'unica persona che può leggermi la lettera è lei."
    La sua voce si era indurita e le sue labbra avevano una piega ironica. Capii che non potevo far nulla per evitare di leggere, e di malavoglia aprii la busta. Dentro di me tutto si ribellava all'idea di frugare fra quelle righe che non mi appartenevano. Lucia incalzò spazientita:
    "Allora! Vuole leggere?"
    Cominciai con voce tremante:
    "Lucia, cara!"
    Avevo la gola secca e le parole non volevano uscire. Ripresi:
    "Lucia, cara! Ti scrivo perché sto partendo e penso che starò lontano molto tempo. Per anni ho vissuto nella nostalgia e in preda al rimorso pensando che se quella terribile sera di tanto tempo fa non me ne fossi andato dopo aver litigato con te, tu non saresti salita in auto con Francesco, e nulla sarebbe accaduto. Ho sofferto tanto, ed ancora di più quanto tu mi hai lasciato: secondo te una donna cieca sarebbe stata un peso troppo grande per un uomo. No Lucia, non è così. Lo so bene io che ho vissuto e vivo nel rimpianto; che sono venuto tante volte a Roma fermandomi a guardare da lontano la tua casa senza mai trovare il coraggio di suonare alla tua porta. Ho atteso, oddio quanto ho atteso, una telefonata, una lettera, un segno qualunque che mi ridasse ossigeno per vivere. Ma non è mai accaduto nulla. Quante volte mi sono chiesto angosciato se dentro di te ci sia rancore, disperazione per la tua situazione! Quante volte ho sperato che tu mi dessi la possibilità di assisterti, di amarti, di viverti accanto. Ora sto per partire. Vorrei provare a rifarmi una vita, ma prima di andarmene volevo dirti queste cose. Sei nel mio cuore Lucia, come allora. come una ferita che nulla può cicatrizzare. Ovunque io vada il dolore mi accompagnerà sempre. Quella sera di sedici anni fa è come un film che continua ad attraversare la mia mente senza che io riesca a distruggerne la pellicola. Ti ho cercata in ogni donna che ho incontrato, ma tutte sparivano al tuo confronto. Perché, perchè un così grande sacrificio per te e per me! Perché rinunciare all'amore. Ormai è tardi  per cercare queste risposte. Sono stanco. Addio Lucia, addio cara, e abbi cura di te. Perdonami, se puoi.  Claudio.
    Non potei reprimere un singhiozzo mentre appoggiavo la lettera sul tavolo.  Lucia era silenziosa, ma del suo viso non si muoveva un muscolo. Il silenzio era anche troppo in quella stanza arredata all'antica, con le gelosie accostate. Il sole filtrava attraverso le fessure disegnando una strana penombra, e il mio cuore stava scoppiando.
    "E' pronta?"
    "Per cosa?" dissi io asciugandomi le lacrime.
    "Per scrivere. Spero che non le dispiacerà troppo portare a Claudio una lettera da parte mia"
    Rividi il viso di Claudio senza più vita e il mio cuore si strinse.
    Lucia si alzò e, con la sicurezza di chi, pur non vedente, conosce a memoria l'ambiente in cui vive, prese da uno scrittoio carta e penna e le posò sul tavolo. Io mi apprestai a scrivere chiedendomi intanto come lei riuscisse a nascondere così bene ogni sua emozione.
    In piedi, dandomi le spalle, cominciò a dettare:
    "Claudio carissimo, mi rendo conto oggi, leggendo la tua lettera, di quanto sbagliai allora non dicendoti subito la verità, e cioè il vero motivo per cui ti lasciai. Non ho mai provato rancore verso di te perché quella maledetta sera, era su quell'auto che volevo salire. Proprio quella sera io e Francesco avevamo deciso di sposarci. Allora eravamo tutti molto giovani. Io non volevo farti del male. Uscire con te mi era servito per chiarire i miei rapporti con lui, ma non volevo giocare con i tuoi sentimenti, semplicemente li avevo sottovalutati. Eravamo molto innamorati, io e Francesco, e quella notte, con la sua morte, anche la mia vita finì. Non volli mai un altro uomo nella mia vita. Quando mi resi conto di quanto fossero profondi i tuoi sentimenti non mi sentii di deluderti e così mi rifugiai nella mia disgrazia per interrompere il nostro rapporto. Pensavo che anche tu avresti dimenticato in fretta. Mi accorgo di avere sbagliato due volte con te, ma spero che saprai perdonare e forse, più presto di quanto immagini, saprai anche sorridere di avvenimenti di tanti anni fa: perché in fondo fu soltanto una ragazzata. Ti auguro buona fortuna, Claudio, e, se vieni a Roma, ti aspetto.  Lucia."
    Avevo le mani gelate, gli occhi brucianti, e tanta fretta di andarmene da quella casa.
    Lucia sorrideva mentre, imbustata la lettera, me la porgeva:
    "Lei avrà sicuramente l'occasione per consegnare a Claudio queste righe, visto che lo conosce. Grazie per la sua gentilezza, signorina. Le chiamo un taxi?"
    "No no grazie, desidero camminare un po'." 
    "Qui vicino c' è un bellissimo lungofiume: da lì potrà ammirare il panorama di quasi tutta la città. Grazie ancora e buon viaggio di ritorno a Torino."
    Finalmente me ne andai. Mi sentivo invecchiata. Camminando mi ritrovai proprio sul lungofiume che a quell'ora era deserto, e mi abbandonai su una panchina. Fu lì che strappai la lettera di Lucia in tanti piccolissimi pezzi lasciando che il vento li sparpagliasse, e fu lì che, piangendo, parlai con Claudio:
    "Ho consegnato la tua lettera Claudio. Anche lei ti ama..ti ama..ti ama......."

  • 23 luglio 2015 alle ore 7:08
    In ascensore

    Come comincia: L'anno è il 1975 o 1976, Raffaella è piccola, ha quattro o cinque anni. Mario ha deciso di farmi un regalo speciale: la notte di capodanno al casinò di Sanremo. Ma io non so, non so neppure cosa mettermi, non sono abituata a certe cose. Comprati quello che ti serve, dice lui, senza strafare, ma vestiti. Va bene, vado in un negozio di Torino e mi compero un abito nero, lungo, da sera e poi un giaccone bianco leggermente peloso, sintetico ma molto di effetto. Sulla scollatura dell'abito campeggia una bellissima rosa verde che so già, avrò le mie difficoltà a sistemare. Borsettina da sera, una bustina argentata di quelle in cui non ci sta niente, tanto per intenderci. Insomma, alla fine un insieme niente male. Abbiamo già individuato il posto dove lasciare Raffaella, presso le suore dell'Incoronata a Spotorno, che ce la tengono volentieri per un giorno e una notte. Arriviamo a destinazione, dopo essere partiti direttamente dall'ufficio, vestiti da lavoro, perché non c'è stato tempo per cambiarci. Non troviamo alberghi con camere libere. Cerchiamo, anche con una certa disperazione, finché troviamo una sistemazione a Taggia. Mi sfugge il nome dell'albergo.  Il personale ci accoglie con indifferenza, anzi visibilmente contrariato dal nostro abbigliamento, ma riusciamo a ottenere la camera per malandata che sia, infatti è piuttosto indecente, il bagno con water intasato quindi inservibile, ma ci adattiamo, d'altronde non c'è altro. Ci cambiamo di abito, io mi trucco, mi pettino bene, e mi immedesimo nella mia parte. Indosso l'abito da sera, la giacca bianca, le scarpe col tacco, i guanti neri di pizzo, e in una mano reggo la mia bustina argentata. Mario indossa il suo vestito che ha scelto appositamente per la serata e si fa bello. Quando scendiamo per uscire e andare a Sanremo il personale si inchina al nostro passaggio, ci accompagna all'uscita e ci offre qualunque tipo di supporto. A me scappa da ridere: che stupidi, non vedete che siamo quelli di prima? Ma così agghindati assumiamo una nuova identità e il nostro indice di gradimento è alle stelle. Quando entriamo al Casinò, nel salone dove si festeggerà il capodanno, prima si passa dal guardaroba e lì', proprio accanto a Mario, si ferma anche Sylva Koscina. Lei è il suo sogno proibito,  la sua dea, il materializzarsi di tutti i suoi desideri, cosicché lui non capisce più niente. Arrossisce, si schernisce, saluta devotamente, le dà la precedenza, prego faccia prima lei, gli manca solo la bava alla bocca. Io faccio finta di niente perché ritengo sia la cosa più intelligente da fare, inoltre non intendo rovinarmi la serata. Lei se ne va altezzosa e indifferente, e noi entriamo nel salone. Da lì la serata scorre piacevole, balliamo, beviamo qualcosa, una bottiglia di spumante Martini 35.000 lire. A Mario non si drizzano i capelli solo perchè non ne ha. Nell'insieme una bella notte di capodanno. Torniamo in albergo e poche ore dopo dobbiamo ripartire. Io preparo la valigia, rimetto l'abito da lavoro e anche Mario, che poi mi dice: vado a prendere l'auto, tu porta giù la valigia. Ma è pesante! Ma c'è l'ascensore! Ma ho paura, lo sai che ho paura! Ma va, non farmi ridere, è un piano solo! E io sarò lì ad aspettarti. Inutile discutere. Lui va e io mi avvio verso l'ascensore. Entro, schiaccio il pulsante per il piano terra e rimango immobile a fissare le porte, con il fiato sospeso. L'ascensore si ferma e le porte non si aprono. Mi assale il panico e comincio a schiacciare il pulsante dell'allarme. Nessuno si fa vivo. In preda all'agitazione infilo le mani nella fessura fra le due porte e comincio a tirare da una parte e dall'altra finchè riesco a spostarle di almeno trenta centimetri. Peggio, perchè dietro le porte c'è il muro. A questo punto non capisco più niente. Continuo disperatamente a premere sul pulsante dell'allarme e a battere i pugni. Il cuore mi batte in gola e penso, adesso mi viene un infarto. Ma perché nessuno mi soccorre! Poi, dopo un po', in un attimo di sconforto più acuto, rimango in silenzio, e mi pervade una strana sensazione, quella di essere osservata, sì, sono certa che qualcuno mi stia osservando. Inizio a sentirmi a disagio e mi volto: dietro di me le porte dell'ascensore sono spalancate e diverse persone nella hall dell'albergo mi stanno guardando con gli occhi sbarrati. In un attimo mi è tutto chiaro: doppie porte. Mentre io mi agitavo e battevo i pugni impazzita e tentavo di divellere le porte, dietro di me altre porte si erano aperte e la gente ammutolita stava assistendo alla mia follia. Prendo la mia valigia e vado alla reception cercando di darmi un contegno. Io ho suonato, dico, ma non è venuto nessuno. L'addetto mi guarda sospettoso, ma non mi risponde. Beh, ho quasi distrutto l'ascensore e adesso non so che fare, che dire. Menomale che arriva Mario, intorno il silenzio è totale. Sono qui, cinguetto, sono qui. Quando si avvicina, andiamo subito via, andiamo subito via, gli dico sottovoce. Ma perchè, cosa è successo?  Niente, andiamo subito via! Ma li hai avvisati che il water è intasato? Ma figurati, già chissà cosa stanno pensando, andiamo via, te lo racconto in viaggio. Che gli ascensori mi terrorizzino, è evidente.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:37
    Lettera a Babbo Natale

    Come comincia: Caro Babbo Natale, lo so che quando hai riconosciuto la mia calligrafia in mezzo a tutte le letterine ti si sono drizzati i capelli, la barba, i baffi e anche le renne, e hai pensato: e adesso che "caspita" vuole questa "rompiscatole"! So anche che hai articolato il tuo pensiero con termini ben più crudi e alla moda, ma tu non puoi dirli perchè sei Babbo Natale, ed io non posso scriverli per buona educazione. Non ti preoccupare, non ho intenzione di metterti in difficoltà, sebbene una richiesta ce l'abbia anch'io. Ci si abitua a quasi tutto e voialtri, grandi vecchi, siete così lontani dalla nostra realtà. Ormai in pensione da tempo immemorabile! No, non fare quella faccia, lo so che hai dovuto tenere questo lavoretto natalizio per arrotondare. Ma il tuo capo? Quant'è, più o meno duemila anni che sta in pensione? Quando ebbe bisogno di un consigliere personale, suo figlio gli disse: ho la persona che fa per te, e indovina un po', gli presentò tale Ponzio Pilato che in quel tempo girava il mondo col bidoncino d'acqua di riserva al seguito, e l'asciugamani in spalla. Non so se lo sai, ma fu lui a dare inizio a quel gran lavarsi le mani che prese piede (simpatica questa frase!) e che a tutt'oggi viene praticato con grande attenzione, dando origine a intere innumerevoli generazioni di persone con le coscienze nere e le mani pulitissime. Cosicchè Ponzio Pilato divenne il consigliere personale del tuo capo, col risultato che il tuo capo ci consegnò quella specie di mostro a dieci teste che si chiama Libero Arbitrio....e adesso scornatevi fra di voi, io vado in pensione, fu il suo saluto. Ma ho divagato, devo tenere le briglie strette se no chissà dove vado.
    Tornando a noi, caro Babbo Natale, ti dicevo che ci si abitua a quasi tutto, il "quasi" è una licenza poetica, la verità è che ci si abitua proprio a tutto,e soprattutto a tutto il peggio, ma c'è qualcosa che mi tormenta e non riesco ad abituarmici. E qui vengo alla richiesta. Ogni giorno dell anno, ma proprio tutti i giorni, non so se mi spiego, c'è qualcosa a cui non posso sottrarmi che mi procura un gelido brivido che mi percorre tutta, ti assicuro che è una sensazione molto spiacevole, specialmente d'inverno, per cui, se tu potessi portarmi in dono un bidet con le pareti riscaldate, te ne sarei infinitamente grata. Tua devota Lora Beatrice Ludovica B.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:34
    La vita

    Come comincia: Stamattina alle quattro mi sono svegliata all'improvviso, apparentemente senza motivo. Strisce di una chiarissima notte di neve si riflettevano sulla parete della camera in un silenzio innaturale. Ho pensato che avesse nevicato, invece no. Subito, come se gli abitanti di un borgo avessero aperto tutti le finestre contemporaneamente, la mente ha cominciato ad inviarmi pensieri di ogni tipo, mescolati senza logica: ricordi, persone, bollette da pagare, rate, progetti, preoccupazioni, dolore, speranze, sogni, di tutto. Ho trascorso un po' di tempo in buona compagnia, in compagnia della mia vita, della mia importantissima vita. Forse questo è il motivo per cui mi sono svegliata, per ricordare quello che spesso mi capita di dimenticare, e cioè quanto la mia vita sia importante, e come sia facile certe volte smarrire la consapevolezza della sua importanza. Capita a tutti? Non so.
    Paolo dormiva accanto a me. L'ho sfiorato con una carezza, e la notte chiara di neve senza neve, ha raccolto l'ultima mia sensazione prima che mi riaddormentassi: niente scalda come un altro corpo

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:31
    Primo caffè del mattino

    Come comincia: Stamattina mi sono svegliata molto presto e, visto che non riuscivo più a riaddormentarmi, mi sono alzata. La Polly mi aspettava al varco e così le ho dato da mangiare e le ho cambiato l'acqua da bere, mentre attendevo che "venisse su" il caffè. Poi la caffettiera ha cominciato a brontolare e il profumo ha invaso la casa: la mia casa, e prima, la cucina della casa di mia madre, quando al mattino mi alzavo per andare a scuola. Il profumo del primo caffè del mattino preparato in casa è unico, inconfondibile, è denso di sentimento e si porta dentro l'intimità di tutta la famiglia che appena sveglia è di poche parole e di molta fretta, ma, inconsapevole, assorbe sensazioni che creano ricordi, emozioni destinate a non morire.
    Tutto questo da un caffè? Direte voi. Sì, tutto questo da un caffè, ed è perciò che io continuo ogni mattina a preparare la moka, ripetendo un rituale antico, e poi sorseggio il mio caffè mentre sullo schermo del computer scorrono tante fotografie che rappresentano tutte le persone del mio mondo: e mentre sorseggio il mio caffè le guardo, e non mi ricordo che tante di loro non ci sono più. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:27
    Laboratorio analisi

    Come comincia: Al laboratorio analisi del sangue ( e delle urine)
    -Buongiorno, ha le due provette con le urine?
    -Sì certo, eccole.
    -Sono sbagliate.
    -Perchè?
    -Perchè hanno tutte e due il tappo giallo.
    -Guardi che me le ha date il vostro ambulatorio.
    -Beh, hanno sbagliato.
    -E allora adesso?
    -Adesso io le do una provetta col tappo blu e lei va nel bagno, travasa e poi me la porta.
    A quell'ora del mattino si pensa lentamente, ma si pensa.
    -Scusi, ma non posso soltanto scambiare i tappi?
    -No.
    -Ma le provette sono uguali...
    -Faccia come le ho detto. Vada nel bagno e travasi.
    Il tono non ammette repliche, lo sguardo è aggressivo.
    Nel bagno la tentazione di disubbidire è quasi incontrollabile, ma il dubbio che ci sia qualcosa di molto molto piccolo che senza occhiali non si vede, scritto sulla provetta col tappo blu, assale tormentoso.
    Se lei si accorge che sono stati solo scambiati i tappi, saranno frustate?
    Con docile codardìa ecco travasato il prezioso liquido.

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:24
    Conferme

    Come comincia: Mi piace uscire da casa e andare in mezzo alla gente, osservare le persone e riflettere, fermarmi a scambiare qualche parola anche banale, tutto questo mi fa sentire parte di qualcosa. Poi, ogni tanto, capita di incontrare persone particolari, come ad esempio ieri, fuori dal supermercato. Chissà perchè, c'è stata subito una corrente di simpatia fra me e una signora mai vista prima, penso abbia intorno ai 35 anni. Ci siamo messe a parlare e, in breve tempo, è nata una conversazione di notevole spessore, e poi anche confidenziale. Lei è un'educatrice che lavora con bambini e ragazzi con disabilità mentale e anche fisica. Il tempo è trascorso senza che ce ne rendessimo conto e poi, prima di salutarmi mi ha detto: vede, lei avrebbe potuto fare il mio lavoro, avrebbe potuto fare l'educatrice.
    Tornando a casa ho sostato qualche minuto sul ponte sopra la Dora a fissare i riflessi del sole sull'acqua, e a pensare. Quando a ventuno anni decisi di tornare a scuola avevo un progetto: prendere il diploma magistrale e poi specializzarmi nell'insegnamento verso questa speciale categoria di bambini e ragazzi, poi la vita mi portò in un'altra direzione. Ho sempre pensato di essere stata molto confusa da giovane, di non avere mai avuto le idee chiare. Ieri, a distanza di quasi cinquant'anni, una semplice frase mi ha riportato alla mente quel progetto dandomi modo di ricredermi: non ero affatto confusa allora, invece avevo intuito quale potesse essere la mia strada e cosa davvero volessi fare. Che stupenda scoperta!
    Ho guardato il mio carrellino per la spesa: caro Donato, oggi portiamo a casa qualcosa tutti e due: tu la spesa, ed io una bellissima certezza. Vedi, non sappiamo mai quando e come arriveranno le risposte, però arrivano.
    Non ci siamo neppure presentate io e quella signora, spero di incontrarla ancora. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:22
    Ma chi sei?

    Come comincia: Stamattina a colazione Paolo si è accorto che lo stavo guardando.
    -Cosa c'è?
    -Niente, guardavo i tuoi capelli bianchi. Sono belli.
    -Hmmmm!
    -Quando ti sono diventati grigi non l'hai presa mica tanto bene. Ti ricordi la tinta?
    -Mi ricordo qualcosa.
    -Qualcosa! Eri venuto a prendermi al lavoro e appena sceso dalla macchina ti vidi dalla finestra dell'ufficio e rimasi pietrificata. Una massa di capelli nerissimi, neri che di più non si può. Come un automa salutai colleghi: Ciao a tutti, io vado. Ciao Lora, è arrivato Paolo? No, oggi si cambia, è arrivato Ludovico il Moro.
    -Ahahah! Ti eri arrabbiata?
    -Beh, insomma! Ti feci notare che capelli nero corvino e baffi grigi non erano un'accoppiata molto indovinata. O ti rasavi i baffi o ti lavavi la testa fino a consumarla. Menomale che era una tinta casalinga e se ne andò in fretta.
    -Non preoccuparti più: bianchi piacciono anche a me.
    -Menomale! Non vorrei tornare dalla spesa e trovare ad aspettarmi Federico Barbarossa. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:18
    In treno

    Come comincia: Mi sono ricordata oggi di un viaggio in treno fatto quando avevo circa quindici anni, da Napoli a Milano, insieme ad una mia zia. Quando partimmo lei si addormentò quasi subito, evidentemente cullata dal ritmo del treno. Nel nostro scompartimento c'era soltanto un'altra persona, un uomo che, a pensarci oggi, poteva avere circa trent'anni. Conversai piacevolmente con lui che era indubbiamente affascinante. Alla stazione di Roma cominciò a farmi la corte, alla stazione di Firenze mi chiese di sposarlo, e alla stazione di Bologna scese: era arrivato. Lo salutai a lungo dal finestrino, si chiamava Antonio, o almeno così disse di chiamarsi. Tornai nello scompartimento e guardai con tenerezza, e anche divertimento, mia zia che dormiva ancora. 

  • 22 luglio 2015 alle ore 15:16
    Lunedì di Pasquetta

    Come comincia: Sarebbe stato indimenticabile quel lunedì di pasquetta. Che meraviglia! Il cesto con i panini imbottiti, la frittata, il pane croccante, frutta, vino, tutto era pronto sul tavolo della cucina. Il sole era tiepido, l'aria frizzante, forse questa volta non sarebbe piovuto, pensò lei. Canticchiava pettinandosi, era contenta, si piaceva. Un po' di mascara leggero sulle ciglia, rinunciando al rossetto che tanto si sarebbe sciupato, un velo di fard, e un po' di correttore ad attenuare le ombre sotto gli occhi. Sì, era tutto perfetto, ah già, il caffè. Preparò velocemente un thermos col caffè già corretto con la grappa, come piaceva a lui. Salì in auto e andò là, dove si vedevano sempre. Più di un'ora di viaggio, ma sicuramente ne sarebbe valsa la pena. Pagò al casello, e circa duecento metri più avanti posteggiò in un'area di parcheggio, e rimase in attesa. Mezz'ora, un'ora, lei stette lì, finchè sentì il rumore di un'auto. Eccolo! Pensò. Ma non era lui, era un'auto dei carabinieri. Si fermarono, scesero e si avvicinarono al finestrino.
    Buongiorno, patente e libretto.
    Certo, ma cosa ho fatto?
    Perchè è qui ferma già da un bel po'?
    Veramente ho un appuntamento.
    I due si guardarono con un ghigno divertito.
    Insomma un bidone!
    Lei capì che avevano voglia di prenderla in giro.
    Beh, io spero che verrà.
    I due se ne andarono ridendo.
    Ormai erano trascorse due ore e lei, anche riportata alla realtà dall'incontro con i carabinieri, decise di tornare a casa. Era delusa, triste, e il viaggio di ritorno le sembrò interminabile.
    Verso sera a casa sua suonò il telefono.
    Ciao, sono io.
    Ciao, stamattina ero là, al solito posto.
    Eri là? Perchè non mi hai telefonato? Avrei trovato il modo....
    Non so, sì, anzi, lo so, sono stata stupida, ma ero certa che tu avresti "sentito" che ero là e ti avrei visto arrivare, e sarebbe stato perfetto.
    Ma, amore......
    Sì, amore, ma non perfetto come il mio.