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Racconti di Lora Boccardo

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  • 17 luglio 2015 alle ore 14:01
    Quando la coppia non scoppia

    Come comincia: La preparazione dell'insalatona è lunga e noiosa. Me ne sto ferma in piedi davanti al lavandino della cucina, un po' su una gamba e un po' sull'altra, impegnandomi il più possibile e inutilmente a far sì che la mia bocca non accompagni a mo' di tic nervoso il movimento del coltello.
    Arriva Paolo, silenzioso, al trotto lento, e si posiziona al mio fianco senza parlare.
    "Cosa vuoi?"
    "Cosa c'è?" lui.
    "Insalata rossa, carote, cetrioli, sedano e cipolla rossa."
    "Ravanelli, no?"
    "NO, te li sei finiti ieri."
    "Allora insalata, il cuore."
    "No, il cuore te lo sei già mangiato ieri. Ci sono solo le foglie"
    "Allora vada per le foglie."
    "Quante?"
    "Due foglie e due gambi di sedano teneri."
    La mia occhiata lo fulmina.
    "Ah, quelli teneri me li sono già mangiati ieri."
    "Appunto, e prendi un coltello e un piattino e anche uno scottex."
    Lui se ne va felice, e io penso che dovrei brevettare un fermabocca per quando affetto gli ortaggi.
    La mia insalata finalmente è finita, così mi metto a sgusciare i gamberi avanzati ieri.
    "Che profumo!"
    Ecco che Paolo torna, silenzioso, al trotto lento.
    Ma questa volta sono preparata, e appena apre la bocca per parlare ci ficco un gambero.
    Per nulla destabilizzato dalla sorpresa,e impossibilitato a parlare causa bocca piena, sgrana gli occhi e annuisce soddisfatto.
    "Uh Uh! Ohhh!" 
    Vuol solo dire che il gambero gli piace. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:56
    Fineferie

    Come comincia: Che tenerezza queste persone con la faccia da lunedì inizio settimana e da lunedì ferie finite! Camminano, abbronzatissimi, sul marciapiedi sotto casa mia con le infradito e i pantaloncini, oppure le infradito e il prendisole spalledifuori, le signore più anziane, i signori attempati con improbabili bermuda un po' abbondanti sulla pancia. Hanno l'andatura trascinata e quasi insolente del passeggio sul bagnasciuga, ma questo è solo grigio asfalto disseminato di cartacce e altre amenità, al quale ancora non si vogliono riabituare. Ecco una coppia di giovani che entra nella pasticceria "sempreaperta" al di là dell'incrocio. Lei bella, con un paio di gambe bronzee lunghe da qui al mare, e lui servìle. Cappuccino e pastarella? Sì, non mi sembrano tipi da "ombretta", ma non si sa mai...l'apparenza inganna. Forza ragazzi, comincia il conto alla rovescia per l'anno venturo. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:51
    Tranquillo, ci sono io!

    Come comincia: Siamo rientrati adesso. Quando nella trattoria dove andiamo ogni tanto organizzano un pranzo domenicale è come essere invitati a un matrimonio. Si arriva alle tredici e, se va bene, si esce alle sedici. Mi piace guardare le persone, mi piace immedesimarmi in quella che io penso sia la loro intimità. Non c'è come a tavola che si scopre molto sulle persone. Oggi ad esempio c'era una coppia: avranno avuto fra i settanta e gli ottant'anni. Ormai è difficile dare un'età alle persone! Non si sono quasi mai parlati, ma io sentivo una grande unione fra loro e ho concluso che ormai si parlano con il pensiero. Non mi ero sbagliata. Sono usciti appena prima di noi e si tenevano per mano aiutandosi l'un l'altra. Anche io tenevo per mano Paolo, un po' traballante. Ti sei ubriacato di coca cola? No, è stato quel piccolissimo bicchierino di limoncello offerto a fine pranzo. Per lui basta davvero poco! Dai, che la panchina non è lontana! E lì siamo stati seduti per un po', e lì incredibilmente c'è sempre una brezza così gentile, e lì ho controllato che Paolo stesse bene. Stava bene e ci siamo avviati verso casa in tempo per vedere passare l'autobus n. 10, lo prendevo per andare all'ospedale. Come sempre al suo passaggio ho visto lo sguardo perduto nel vuoto di mio fratello poche ore prima di morire, che non posso dimenticare....e di autobus n.10 ne passano davvero tanti, troppi, vicino a casa mia! Come ti senti Paolo? Un'altra volta il limoncello non lascerò che te lo diano. Stai tranquillo, siamo a casa, finalmente. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:50
    Profumo di mughetto

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, mi sono imbattuta in una signora che avrà avuto circa settant'anni. Capelli bianchi raccolti dietro la nuca, un tailleur di lino beige e una camicetta dello stesso colore col colletto di pizzo. Graziosa, elegante, così deliziosa, e tanto fuori posto a percorrere questa strada di periferia disseminata di spazzatura, mozziconi, cartacce, erbacce che hanno da tempo forato l'asfalto e ormai sono diventate piante. Quando siamo state una di fronte all'altra mi ha sorriso, forse perchè io la stavo guardando intensamente e probabilmente inconsapevolmente anch'io le sorridevo. Per qualche attimo un tenue profumo di mughetto mi ha inebriata e ho desiderato andare con lei, non so dove, ma godere della sua compagnia, della sua vicinanza ancora per un po'. Avrei voluto dirle grazie per quella ventata di leggerezza, di sobrietà e finezza che mi aveva donato. E mentre pensavo questo mi sono voltata per guardarla ancora una volta, lei era già lontana, e anch'io nella direzione opposta. Mi è rimasto però di lei il senso di un tenue profumo di mughetto

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:48
    Come la nostra storia

    Come comincia: Caspita! La nostra panchina è superaffollata! Io e Paolo ci guardiamo. Beh, siamo ancora lontani, magari arriva il 49 oppure il 46 o magari il 77 che però passa di rado, e la panchina si svuota. No, niente da fare. Ci fermiamo lì e facciamo finta di attendere l'autobus. Qualcosa dovrà pur capitare! Dopo un po', ehilà, arriva il 49! Che botta di lato B! Il deserto! Se ne sono andati tutti! Ci sediamo e una lieve brezza ci sfiora il viso. Ah, non me ne andrei più da questa panchina! Mentre guardavo il 49 con le porte aperte che faceva fermata, non potevo evitare di osservare tutte le persone lì sopra, e pensavo che dentro ognuna di loro c'è una storia, vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Come la nostra: vera, spesso incredibile e inimmaginabile. Ci teniamo per mano io e Paolo, e la stretta è solida, complice, protettiva, come la nostra storia. 

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:43
    Malattia

    Come comincia: "L'amore è spesso autodistruttivo. Non ricordo quali furono i fatti che determinarono il punto di rottura. Ricordo perfettamente quando accadde. Fu quando la gioia di ascoltarci reciprocamente, l'impazienza di raccontarci ogni cosa, l'emozione anche solo del suono della voce dell'altro, si trasformò, e l'ascolto reciproco diventò meticoloso, quasi maniacale; diventò la ricerca ambigua, strisciante, ossessiva, anche della più insignificante contraddizione, della più innocente omissione, della più piccola incertezza, per poter litigare e vomitarci addosso disagio e insicurezza: con quella luce pungente e ironica nello sguardo che diceva "non ti illudere, non credere di potermi fregare". E allora compresi che quel nostro amore così limpido, gioioso, leggero, si era ammalato e non sarebbe più guarito."

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:38
    Miniracconto maxfelicità

    Come comincia: Il cigolìo delle ruote del carrettino annunciava il suo arrivo. Noi bambini l'avevamo soprannominato "Paperino". Non so perchè. Era giovane, allampanato, capelli castano chiaro e un ciuffo sulla fronte, giacchetta bianca e pantaloni neri; ma quello che non ho mai dimenticato è il suo papillon, colorato e perennemente storto. Come una saetta mi precipitavo in casa e iniziavo la frenetica ricerca di dieci lire dimenticate (per la verità rarissime da trovare) mettendo a soqquadro i cassetti della credenza e passando al setaccio le tasche di qualsiasi indumento fosse in circolazione. Quando mi andava bene e riuscivo a conquistare il mio gelato mi nascondevo nell'orto e, seduta su una grossa pietra, me lo mangiavo. Il gelataio era il nostro pifferaio magico: l'avremmo seguito in capo al mondo!

  • 17 luglio 2015 alle ore 13:31
    Ciò che conta

    Come comincia: Oggi, tornando a casa a piedi, come al solito, sono passata davanti ad un bar trattoria, anzi più che davanti, proprio in mezzo, perchè non mi sono accorta di camminare fra l'ingresso e i tavolini all'aperto oltre il marciapiedi. Di solito sto attenta e giro intorno, ma forse ero distratta. Meglio così perchè ho potuto assistere ad una bellissima scena: mamma e bambina che pranzavano insieme, una di fronte all'altra, e ridevano mentre toglievano i gusci dalle vongole che condivano un bel piatto di spaghetti. D'improvviso mi sono trovata nel 1956, all'età di otto anni, con mio padre, in un ristorante di Livorno (o Piombino?) accanto all'imbarco dei vaporetti che partivano per l'isola di Capraia. Il ristorante si chiamava "Amico Fritz" e un cameriere molto gentile "La Signorina cosa desidera mangiare?" Ero talmente emozionata che non mi uscivano le parole. Ma poi..ravioli al sugo e per secondo prosciutto cotto e, culmine di tutti i miei sogni, patatine fritte "dei sacchetti". Mai dimenticato quel pranzo con mio padre!
    E oggi, guardando la bambina, ho visto che ha l'età giusta perchè il ricordo di questo pranzo con la sua mamma rimanga indelebile nella sua memoria per tutta la vita. Un ricordo che le renderà più sopportabili i momenti meno felici. :))

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:19
    "HO FATTO LE BRUTTE COSE"

    Come comincia: Sono marzolina e sono andata a scuola a sei anni e mezzo. Non so se a quel tempo si potesse anticipare l'entrata alla scuola elementare a cinque anni e mezzo. Non ha importanza visto che per i miei genitori andò benissimo così, ed io entrai felicemente nel mondo dell'istruzione; felicemente per loro, perchè da subito capii che la scuola non mi piaceva. Però non so se ai bambini di solito piaccia ritrovarsi prigionieri di un banco scolastico a sognare di essere altrove a correre e giocare. A parte tutto ciò sicuramente potevo essere orgogliosa di me stessa. Ero sopravvissuta felicemente alle terrificanti favole per bambini e mi ero lasciata alle spalle draghi, orchi, streghe, matrigne perverse, lupi famelici che si nutrono di nonne, e via dicendo. Che meraviglia! La scuola comunque mi apriva nuovi orizzonti e nuovi interessi. Imparavo a socializzare, ma anche l'umiliazione dell' isolamento: perchè si sa, i bambini sono crudeli. La mia timidezza era davvero abnorme, e i miei capelli rossi erano la mia disgrazia. Capelli rossi e lentiggini (o efelidi, come volete) sparse dappertutto ma soprattutto sul viso. Quei meravigliosi capelli rossi che mi avrebbero resa particolare una volta donna, furono la peggiore condanna della mia infanzia. Sbeffeggiata, presa in giro, a volte pesantemente insultata, solo per il colore dei capelli. Pazienza. Si sa che da bambini bisogna "farsi le ossa" e a me non mancavano certo le occasioni. Quando in lontananza vedevo un gruppo di bambini, prudentemente cambiavo strada. Avevo vinto battaglie molto più difficili e non immaginavo che il peggio dovesse ancora arrivare. La mia fantasia era popolata da mostri e credevo che ci fossero proprio tutti, ma mi sbagliavo: mancava il maligno, o diavolo, o belzebù, o demonio (chiamatelo come volete.) Compresi cosa mi ero persa quando fu decisa la mia entrata ufficiale nel mondo della chiesa. E' vero che ci ero già entrata con il battesimo, ma chiaramente inconsapevole. Adesso dovevo prepararmi alla prima comunione e perciò dovetti partecipare alle lezioni di catechismo che avvenivano nel primo pomeriggio di domenica, in chiesa, fra i banchi. Mentre a scuola le classi erano miste (maschi e femmine), al catechismo i sessi erano accuratamente divisi e tenuti distanti. Le bambine con un' insegnante femmina e i bambini con un insegnante maschio, in giorni diversi e orari diversi. Cosa di così apocalittico fosse potuto accadere se bambini e bambine di sette anni fossero venuti in contatto, davvero non lo so e ancora me lo chiedo. Ricordo chiaramente due suore che partecipavano ai nostri pomeriggi di catechismo. Una si chiamava suor Pierdina ed era la versione femminile di Amedeo Minghi: infatti tutte le volte che lo vedo in tv, menomale di rado, vedo suor Pierdina. L'altra che non ho dimenticato è suor Luisia: lei sembrava uscita da un dipinto di Botero. Il viso molto tondo avvolto in una cuffia molto tonda, su una corporatura molto tonda a sua volta avvolta in una gonna molto tonda e arricciata. Ci si sarebbe potuto aspettare di vederla librarsi nel cielo come un birillo e sparire lontano fino a diventare un puntino quasi invisibile. Lei era quella che ci portava nella stanza degli orrori. La stanza degli orrori era una saletta adiacente alla sagrestia, munita di panche sulle quali noi bambine prendevamo posto per ascoltare le tremende avventure di nostre coetanee che avevano detto le bugie, bisubbidito ai genitori e alle suore, che non erano andate a messa, oppure erano andate a ballare di nascosto (a sette anni?), ma soprattutto che avevano fatto "le brutte cose": per cui il demonio, nottetempo, le aveva strappate dal  loro letto e buttate dalla finestra affinchè si "spiaccicassero al suolo". E tutti l'avrebbero saputo perchè l'ombra del maligno sarebbe rimasta impressa sul muro fra la finestra e il terreno dove la poveretta sarebbe precipitata, indegna di qualunque perdono. Io ascoltavo pallida e a bocca aperta, diciamo pure terrorizzata, e mi chiedevo cosa caspita fossero " le brutte cose". Già," le brutte cose". Mi ricordavano qualcosa. Forse uno o due anni prima ero andata col mio amico Mariolino in campagna dove c'era un fossato, non tanto lontano dalle nostre case, che delimitava la proprietà di certi contadini. Era un fossato senza acqua. Noi ci eravamo calati sul fondo e lì ci eravamo spogliati nudi e.....addormentati. Ad un tratto molto rumore mi aveva fatto aprire gli occhi e mi ero trovata a guardare con curiosità diversi adulti che dall'orlo del fossato mi guardavano severi e gridavano di brutte cose che non si dovevano fare. Io intanto pensavo a quanto fossero lunghe queste persone viste così dal basso. Eravamo stati presi per un braccio senza tanti complimenti e trascinati via, nonchè chiusi ognuno in casa propria, non ricordo più per quanto tempo. Una bambina di cinque, sei, sette anni può sapere cosa sono le brutte cose se un adulto non le dice che sono brutte? No di certo.  Ma pazienza.
    La prima comunione è ricordata da tante persone e non ho mai capito perchè. Io della prima comunione ricordo soltanto il magnifico abito di pizzo bianco e il cappellino col velo, nonchè il latte e cacao offerto dalle suore all'oratorio nei banchi riservati ai bambini dell'asilo. Quello che invece non ho dimenticato è la PRIMA CONFESSIONE. Già, perchè per fare la prima comunione bisognava confessarsi. La prima confessione richiese una attenta organizzazione mentale e di attrezzatura. Un foglio di quaderno fu assolutamente insufficiente perchè, non solo i peccati erano tantissimi (tutti quelli di una vita da 0 a 7 anni) ma la calligrafia di seconda elementare era anche molto voluminosa. L'elenco non finiva mai ed io ero molto preoccupata. Le suore mi avevano avvisata che se avessi dimenticato anche un solo peccato, nel momento in cui il parroco mi avesse dato l'ostia, questa sarebbe volata via sotto gli occhi di tutti condannandomi alla pubblica vergogna. Accipicchia che paura! Quei maledetti fogli di quaderno erano stropicciati, sudati e pasticciati. Li leggevo e rileggevo macerandomi nell'ansia di avere dimenticato qualcosa. E in fondo, ma proprio in fondo all'elenco, c'era il più inconfessabile, il più vergognoso, ma anche il più incomprensibile: "ho fatto le brutte cose". Che caspita erano "le brutte cose"? Non importava: bisognava dirlo e basta. Quando arrivò il fatidico giorno della "Prima confessione" la mia agitazione era alle stelle. Non ebbi neppure la consolazione dell'anonimato perchè dovetti inginocchiarmi su uno sgabellino di fronte all'enorme e accigliato parroco seduto su una sedia che a me parve altissima. Cominciai a leggere i miei fogli di quaderno con voce tremante e preoccupata, ma quando arrivai all'ultimo peccato rimasi zitta e in imbarazzo.
    "Allora? Hai finito?"  Il vocione di Don Sandro mi incuteva terrore e pensai allla possibilità di scappare, subito, ma se poi l'ostia fosse volata via?
    Sospirai e, tutta rossa in viso  "Ho fatto le brutte cose."
    "Hmmmmm" Don Sandro brontolò l'assoluzione e stabilì la penitenza, ma io fui veramente tranquilla solo quando, la domenica seguente, l'ostia fu saldamente catturata nella mia bocca.

  • 13 luglio 2015 alle ore 20:11
    L'ANNUNCIAZIONE

    Come comincia: Io non sono mai stata riservata, non almeno nelle cose riguardanti me stessa. Al contrario sono una tomba se ciò che vengo a sapere, o mi viene confidato, riguarda altre persone. Per quel che mi concerne sono sempre stata molto aperta, anche troppo, ma siccome onestamente devo ammettere che non mi è mai importato granchè del giudizio altrui, o dei pettegolezzi, un tempo assai di moda, che avrebbero potuto prendermi di mira, ho sempre vissuto molto tranquillamente e ho sempre fatto quello che mi sembrava giusto per me senza curarmi degli altri. D'altro canto io mi sono sempre comportata alla stessa maniera col mio prossimo: non giudicare, regola numero uno.

    Sarà forse per questi motivi che anche la mia maternità prima fu pubblica e dopo privata. Ho avuto una sola maternità, una figlia. Rimasi incinta mentre frequentavo il biennio all'istituto magistrale. Avevo 22 anni ed ero tornata a scuola per soddisfare un progetto di vita. Abitavo fuori Torino e così tutte le mattine prendevo un autobus per andare a Torino e, arrivata in città, davanti all'ospedale Gradenigo, c'era allora, la fermata del tram n. 2 che mi portava fino in Piazza Statuto: lì, all'inizio di Corso Francia, c'era l'istituto in cui studiavo io.
    Così accadde che un mattino, anzichè fermarmi davanti all'ospedale in attesa del tram, entrai, e consegnai un campione che avrebbe dovuto essere analizzato e dissipare ogni mio dubbio: aspettavo un bambino oppure no?
    Ero molto agitata e così chiesi di poter telefonare per conoscere il risultato. Allora, 43 anni fa, non c'erano tutti i problemi di privacy che ci sono adesso. Ebbi il numero e me ne andai a scuola.
    Come avrei potuto tacere? In un battibaleno tutta la classe seppe che attendevo una risposta così importante. La mia era una classe di recupero, per cui c'erano ragazzi di sedici anni che dovevano magari recuperare solo un anno, ma c'erano anche studenti più adulti. La mia compagna di banco ad esempio aveva trentaquattro anni, sposata e mamma. Con lei avevo litigato perchè non mi perdonava di far vibrare il banco quando scrivevo, ma io non potevo farci niente. Così era capitato che un giorno avevamo avuto un battibecco che ci aveva in una frazione di secondo catapultate nella prima fanciullezza. Mentre ci dicevamo di tutto senza esclusione di colpi, ad un tratto ci eravamo rese conto di quanto fosse ridicola la nostra discussione, così avevamo cominciato a ridere, e anche a sopportarci a vicenda.

    E venne il mattino del responso. Durante l'intervallo io corsi giù nell'atrio della scuola dove c'era un telefono. Dietro di me, se non tutta, buona parte della classe. Tutti scendemmo per le scale a rotta di collo, e poi, mentre componevo il numero dell'ospedale, e il cuore mi batteva in gola, i miei compagni aspettavano in silenzio.
    Dopo posai la cornetta e mi girai verso di loro. E loro erano impazienti.
    "Allora? Allora?"
    "Positivo ragazzi!"
    Seguì un boato, un baccano come solo i ragazzi sanno fare, Pacche sulle spalle, complimenti, strette di mano, evviva, mentre io me ne stavo lì come un'ebete, il sorriso stampato sul viso, e la mente vuota, ma così vuota!
    Non ricordo se dissi mai al padre di mia figlia che una ventina di persone avevano saputo prima di lui che sarebbe diventato papà.  :)

  • 13 luglio 2015 alle ore 19:59
    DA QUI SI VEDE IL MARE

    Come comincia: Appena raggiunto il luogo dell'appuntamento lei si guardò attorno ansiosa. Non aveva alcuna certezza che lui ci sarebbe stato; la sua era solo una speranza intensa, un po' folle, un desiderio così profondo che, nella sua testa, altro non avrebbe potuto che venire esaudito.
    "Forse non era una speranza così folle" Pensò quando lo scorse, poco lontano, seduto su una panca di pietra. Lui si alzò appena la vide e le andò incontro sorridente e con le braccia tese.
    "Temevo che non saresti venuto, non credo che sia stato facile per te. Grazie"
    "Sono contento di poterti riabbracciare. Vieni, andiamo a sederci."
    Quando furono seduti lei lo guardò in silenzio per un po'. Gli occhi chiari di suo fratello non erano mai stati così azzurri, lo sguardo così limpido e dolce, pieno di tenerezza, le rughe del viso distese. Quanto tempo avrebbero avuto a disposizione? Lei se lo chiedeva, col timore che lui svanisse all'improvviso prima che  potesse dirgli tutto quello che aveva nel cuore. Doveva parlare subito, non poteva più aspettare.
    "Sai, io non immaginavo che i giorni che avremmo trascorso insieme, sarebbero stati gli ultimi  giorni della tua vita. No, non potevo proprio immaginarlo."
    Lui non disse nulla: non voleva interromperla.
    "Non subito, almeno, non i primi due o tre giorni di ospedale. Io, la sorella più piccola e tu, il fratello più grande; mi sentivo così inadeguata a prendermi cura di te, così insicura, così bambina!  E tu? Non volevi che chiamassi il medico per non disturbarlo. Tu, sempre timoroso di disturbare chiunque, ma sempre così pronto ad ascoltare, a consigliare, discreto, misurato, attento a non offendere la sensibilità altrui, senza mai giudicare, senza mai pretendere nulla. No, tu non eri certamente la persona del "te l'avevo detto".  Ho sempre avuto soggezione di te, forse per i diciassette anni di differenza d'età, o forse per quel tuo modo di essere così riservato, serio. Lo so che tu non avresti voluto, non era colpa tua se mi davi soggezione. Menomale che c'era il telefono, era più facile per telefono, e in quelle lunghissime conversazioni, in quel meraviglioso tempo che mi dedicavi ogni settimana, io ero un fiume in piena. Con nessuno avrei potuto aprire il mio cuore come facevo con te, da nessuno avrei potuto avere la stessa onesta obbiettività, la pazienza, la tenerezza. La timidezza mi ha sempre impedito di dirti quanto bene ti voglio, ma te l'ho scritto e tu mi hai risposto, ricordi? Ho conservato le nostre conversazioni  e ogni tanto le rileggo. Adesso tutto ciò che è stato scritto allora ha un significato diverso, più pesante, più profondo. Mi ritrovo ad analizzare anche le frasi più banali come "ci sentiamo dopo", in cerca di un contatto, di un ricordo più vivido. Come riempire il vuoto del telefono che non suona più?
    L'ambulanza venne a prelevarti a casa, quel mattino. Salimmo insieme, tu in barella, ed io mi sedetti accanto a te. Avevi indossato un cappellino di lana perchè avevi freddo alla testa. Quando ti portarono in camera e ti sdraiarono sul letto io riposi negli armadietti i tuoi indumenti, sistemai vicino al letto le tue ciabatte. Era così strano, un tale controsenso! Nell'orario in cui tutti si alzano dal letto e si vestono per uscire da casa, io ti aiutavo ad indossare il pigiama e a metterti a letto. Questo mi obbligava a prendere coscienza che eravamo in ospedale, che eri molto ammalato. Automaticamente continuavo a sistemare le tue poche cose in silenzio. E' poco ciò che si porta in ospedale. Ad un tratto sentii la tua voce dietro le mie spalle: gentile, pacata, intensa.
    "Hai guardato fuori? Da qui si vede il mare." 
    "Da qui si vede il mare" E tutta la mia angoscia esplose.
     Fui presa dal panico. Come nascondere le lacrime? Mi precipitai a guardare fuori, voltando il viso dove tu non potessi vederlo.
    "E' vero, è bellissimo" Cercavo di ingoiare il pianto e parlare con voce ferma.
    "Hai anche il terrazzino! Che meraviglia il mare!"
    Ma tu sapevi già tutto, vero? Io nascondevo le lacrime e tu fingevi di non vederle. Sapevi già che non avresti più rivisto casa tua e sapevi già che tutti i progetti che ancora avevi in mente di portare a termine sarebbero rimasti incompiuti. Eppure tutti i pochi giorni che seguirono li dedicasti a me, preoccupato che fossi stanca, attento a non chiedere più di quanto non fosse assolutamente necessario. E io, ormai costretta a prendere atto del tuo declino così veloce, così inevitabile, col cuore che scoppiava di dolore, non potevo fare altro che assistere a tutta la mia impotenza di fronte a ciò che sarebbe accaduto. Avevi ragione tu quando mi dicevi che la vita non va come pensiamo noi. Avevamo perso un fratello solo da un mese, ma "avere subìto un grande dolore non ci affranca dal subirne un altro altrettanto grande a  breve distanza di tempo". Il contrario è solo la nostra illusione di tenere le redini di qualcosa su cui non abbiamo invece alcun potere.
    "Da qui si vede il mare". E quando era tutto troppo insopportabile correvo lì sul terrazzino a guardarlo quel mare, come se affondando lo sguardo nella sua profondità potessi trovare risposte e consolazione."
    Poi lei tacque sopraffatta dall'emozione, e si guardò attorno. Non c'era nulla tranne la panca di pietra sulla quale lei e il fratello erano seduti.
    Lui pensò che quello fosse il momento di parlarle.
    "Come stai adesso, in questo momento?"
    "Bene, sto bene in questo momento."
    Lui le fece una carezza:
    "Devo dirti una cosa importante, svelarti un fatto di cui non sei ancora consapevole. Io non sono venuto da te. Tu, sei venuta da me."
    Lei rimase un attimo in silenzio e poi capì.
    "Vuoi dire che....Quando è accaduto?"
    "E' appena accaduto."
    "Come è accaduto?"
    "Naturalmente. Nel tuo letto, nella tua casa, senza dolore."
    Allora lei sentì il bisogno di porgli la domanda più importante.
    "Ero sola?"
    "No, non eri sola. Ora vieni, dammi la mano. Andiamo a casa."

  • 13 luglio 2015 alle ore 14:14
    VOCABOLI MISTERIOSI

    Come comincia: Ricordo quando il laboratorio di analisi mi propose per la prima volta di inviarmi i risultati via e-mail delle analisi del sangue. C'erano diverse impiegate, con la loro divisa, gonnellina e giacchetta, scarpe col mezzo tacco linea classica, bella presenza, non un capello fuori posto, insomma tutto ok. Me ne capitò una particolarmente carina con grandi occhi "spalancati sul mondo".
    "Ecco, vede? Questo foglio è la fattura e lo tiene lei, quest altro lo consegna al medico.""
    E poi, avvicinando la testa con fare misterioso (presente Crozza quando fa Razzi?)
    "Questo foglio invece...... vede quel numero scritto in grossetto? Lì sotto? Lo vede?" Ma sì, certo che lo vedo, non sono mica orba.
    "Ecco quello le serve per aprire il file"
    In quel momento capii cosa si intende per "tempi televisivi". Dopo la parola "file" lei mi fissò con gli occhi ancora più spalancati scrutando l'effetto che tale vocabolo misterioso avrebbe potuto causare su di me, al che anch'io decisi che era arrivato il momento di spalancare anche i miei di occhi, possibilmente più dei suoi.
    "Se lo faccia aprire dai suoi figli, da qualcuno...." 
    "Me lo apro da sola"
    Seguirono alcuni secondi di sbigottimento. Quando si riebbe, i suoi occhi spandevano stelline colorate:
    "Ma davvero!!!! Ma che brava!!!"
    Che volesse anche darmi un'arruffatina ai capelli? Però non sono attrezzata per scodinzolare. Peccato!
    La sua ocaggine era talmente genuina, di una spontaneità così disarmante, da farmi provare tenerezza.
    Mentre tornavo a casa a piedi, con i miei preziosi fogli, mi chiesi cosa ci fosse in me che mi facesse apparire così sprovveduta. Non mi ero presentata con una torta di mele profumata nel paniere protetta dal tovagliolino a quadretti bianchi e rossi. Sì, veramente un piccolo dono l'avevo portato, ma era solo l'urina da analizzare.
    Mah, sarà che non mi tingo i capelli? 

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:57
    SEMAFORI

    Come comincia: Stamattina camminando, ho dovuto fermarmi per un semaforo rosso. D'improvviso si è materializzato accanto a me un ragazzo, lungo lungo, ma con i sedici anni stampati sul viso. Jeans, scarpe da ginnastica, berretto alla rovescia. Ha dato un'occhiata intorno, e poi, guizzando velocissimo fra un'auto e l'altra, ha attraversato l'incrocio, con arroganza, con quella incosciente e commovente arroganza dell'adolescenza. Mi sono rivista, ragazzina, sulla "corriera" della linea ATM, Dalmine-Bergamo e viceversa, seduta nel gruppo "in fondo", quando ogni giorno il controllore mi minacciava di ritirarmi l'abbonamento. Ahahah! Che spasso! Io, sedicenne, armata di quell'arroganza inconsapevole, che il vivere consumò velocemente, a forza di tutti i "sì" obbligati, delle tante umiliazioni subìte in silenzio, delle innumerevoli ribellioni fantasticate, preparate, e mai concretizzate.
    Ho guardato davanti a me: lui era già lontano. Certo, ho pensato, io cammino veloce, ma tu voli. Ti auguro una vita di semafori verdi, ragazzo, perchè la tua baldanza riscatta un po' anche me.

  • 13 luglio 2015 alle ore 13:16
    CONFIDENZE

    Come comincia: "E' quando ti accorgi che ti manca la vita di paese dalla quale sei fuggita annoiata, insoddisfatta e illusa; ti manca la vicina di casa alla quale chiedere una tazza di zucchero o un dado per cucinare, ti mancano i genitori seduti davanti a casa con le sedie messe come le mettevano loro. Ti mancano i ragazzi della via che, sebbene già quasi adulti, giocano a "mago libero". E poi ti manca il Franco che arriva col suo camioncino di frutta e verdura e ti dà una manciata di castagne secche che ti sfondano le tasche e i denti, oppure il Carosello a casa dell'unica vicina ad avere la televisione. Così rifletti che è tutta un'epoca che ti manca, il tempo in cui tu non eri solo figlia di tua madre, ma di tutte le madri del vicinato. L'epoca dei pettegolezzi ma anche della solidarietà, della povertà ma anche della spensieratezza e dei legami profondi, della semplicità e della buona educazione, della severità dei costumi che però ti davano la gioia sottile della trasgressione, mentre oggi non c'è più nulla da trasgredire. Un'adolescenza vissuta a cavallo di un tempo che finiva ed un altro, molto più crudele, che incominciava. Irrimediabilmente protesa verso il nuovo, non ti rendevi conto della ricchezza che stavi perdendo, che tutti stavano perdendo. Forse sarebbe stato meglio per te nascere più tardi e non viverla affatto quella fine di un tempo che rimane nella tua anima, semisommersa come un iceberg di cui affiora soltanto la punta scintillante, in movimento fra sogno e realtà; ben sapendo che nulla si può più recuperare tranne i ricordi e i flash repentini ed inaspettati accesi da un odore, una musica, un viso che ne ricorda un altro, un articolo davanti al nome proprio: fatti che in modo fulmineo ti trasportano nel passato e ti fanno sobbalzare il cuore, senza che nessuno si accorga di niente."

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:33
    AFRICA 1969

    Come comincia: E' la notte di Halloween e naturalmente c'è festa. Un tamburo scandisce un ritmo sempre uguale, ininterrottamente. Stasera non mi infastidisce, anzi mi faccio catturare, quasi ipnotizzare, da questo suono così testardamente insistente, e lascio che un ricordo lontano quarantaquattro anni affiori e riviva nella mia mente per un po'. 
    E' il 1969, Africa Orientale. La giornata è stata, come sempre, calda e umida, sudata; vissuta nella penombra accogliente della casa. Ma la notte è fresca e nel giardino si sta bene, seduti su una sdraio, c'è perfino bisogno di un golfino sulle spalle. Il cielo di Mogadiscio è scuro, compatto, disseminato di stelle luminose, grandi, così vicine! Suoni di tamburi in lontananza completano il fascino della notte. Non voglio andare a dormire. Voglio rimanere così, raggomitolata sulla sdraio, inerme, sotto questo cielo così intenso che mi sovrasta, quasi mi sfiora. La nostalgia mi invade, mi devasta.
    Io, giovanissima, sono prigioniera. Sono prigioniera di un amore audace, vorace. Un amore rapace che ha affondato i suoi artigli nel mio essere e ad ogni fitta di dolore, mi ricorda che è stato inutile, che non è servito a niente, fuggire così lontano.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:27
    INCANTESIMI

    Come comincia: Stamattina sono uscita presto perchè ho scoperto che non lontano da casa mia c'è un supermercato in cui, la domenica mattina, frutta e verdura sono offerti a metà prezzo. Essendo Paolo un roditore compulsivo di verdure crude, ho pensato bene di farci un giretto. Credevo aprisse alle otto e trenta, invece no, di domenica l'orario di apertura slitta di mezz'ora. Mi sono messa a camminare per le traverse lì intorno. Le traverse di Torino che si incuneano geometricamente una nell'altra, dove neppure una come me senza il minimo senso dell'orientamento può perdersi. C'ero solo io a camminare accanto alle auto parcheggiate, se non avessi indossato scarpe da ginnastica avrei potuto udire il rumore dei miei passi sull'asfalto. Nessuno in giro, e un silenzio così innaturale, tanto raro da ascoltare in città! Ho avuto la sensazione di essere l'unica persona rimasta al mondo, in pace, che tutto andasse bene, che tutto andasse davvero bene, nessun pensiero negativo, nessuna ansia: io e il mondo, deserto, disabitato, incontaminato. Ma intanto i minuti passavano, e i quarti d'ora, ed ecco le prime persone a passeggio col cane, la prima accelerata sgommante a ferirmi l'udito, i primi due anziani ad accaparrarsi il tavolino migliore fuori dal bar, già in pieno dibattito su qualunque argomento. Che tenerezza! Però l'incantesimo era finito. Ma ne cominciava un altro: quello della gente in mezzo alla gente, di questa umanità a volte così mediocre, meschina, crudele, e a volte così estaticamente eccelsa, quasi divina, o forse proprio divina. Le prime voci attraverso le finestre, il sorriso e due parole con la signora col cane, perfino la sgommata, tutto ha un suo perchè e fa parte di un insieme in cui io sto molto bene, a mio agio, sempre. Menomale che non sono l'ultima persona rimasta sulla Terra, menomale che faccio parte di un'umanità così grandiosa, incredibile, sorprendente, irripetibile. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:24
    ALL'OSTERIA

    Come comincia: Eravamo arrivati, stanchi, il viaggio era stato lungo, ma adesso il mare era poco lontano, là sotto. Sbattute le portiere dell'auto davanti ad una trattoria coi tavoli all'aperto, lui mi aveva guardata: qui? Sì, qui va benissimo. Non si era mai sentito così importante. L'oste era uscito subito, passato uno straccio umido e dubbio sopra il tavolo, e sventolato davanti ai nostri occhi una tovaglia a quadretti, cosa vi porto? Io ero abituata a decidere, a rispondere in fretta, ma avevo taciuto, quella era la sua giornata, la giornata del mio vecchio ragazzo e perciò gli lasciai il passo. Sì, allora, Capo, ci porti una bottiglia di quello buono! E poi cosa c'è da mangiare? E rivolto verso di me: tu cosa vuoi? Fai tu, mi fido, per me va bene tutto! Che tenerezza! Chi mai fra i miei amici avrebbe detto mi porti una bottiglia di quello buono! Tipo di vino, temperatura, fresco di cantina, fermo o frizzante, oh quante storie! Lui non sapeva nulla di tutte queste cose, si metteva fiducioso nelle mani di un oste della sua terra, per me così sconosciuta! In un attimo una bottiglia di vino rosso si era materializzata sul tavolo, insieme a melanzane sott'olio, salame, capocollo, e avanti! E poi era arrivata pasta al forno, parmigiana di melanzane, pecorino, un' altra bottiglia, fresca. Le parole avevano cominciato ad inciamparsi nella lingua, l'oste mi guardava, sì ero "forestiera", ma gli piacevo. Ridevo, mangiavo, bevevo, coccolavo un uomo della sua terra. Sì, aveva concluso che ero giusta, proprio giusta. E il mare là sotto ondeggiava nei miei occhi. All'ombra della pergola si sentiva il nostro ciarlare, le risate troppo disinvolte per il piccolo paese, ma che importava, tanto ero "forestiera". Il mio vecchio ragazzo aveva strani bagliori nello sguardo: dopo andiamo giù al mare? Certo, ma adesso quando ci alziamo fai finta di niente e sostienimi perchè mi tremano le gambe. L'oste ci osservava, gli occhi due fessure, e il sorriso complice di chi ha capito tutto. 

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:21
    PICNIC

    Come comincia: Avevo diciannove anni quando organizzai il mio primo picnic con lui. Anzi io non organizzai niente, per me picnic era una parola piuttosto astratta. Era il primo maggio, finalmente qualche ora di libertà dal lavoro, e per stare insieme. Lui mi disse:procuri tu da mangiare? Certo, come no. L'appuntamento era per le undici e trenta, e poi saremmo andati al Moncenisio, dove c'era una cascata dalla quale avevamo già avuto occasione di lasciarci travolgere stile Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Al che era seguita una bronchite di tutto rispetto. Ahahahahah! Alle undici, dopo essermi ben truccata e pettinata, presi la mia borsettina, chiusi casa, e andai in rosticceria. Vorrei un pollo arrosto, me lo taglia per favore? Dopo pochi minuti uscivo da lì col mio bravo pacchetto con dentro il pollo arrosto già ridotto in quattro pezzi. Poi rimasi in attesa. Alle undici e trenta, puntualissimo, lui arrivò, scese dall'auto, e si precipitò ad aprire il portabagagli. Passami la roba! Quale roba? La roba da mangiare, il vino, l'acqua, la frutta, hai portato il cavatappi? (Non sapevo ancora in quel momento che in seguito nella mia vita il cavatappi avrebbe avuto un ruolo fondamentale). Io me ne stavo lì col mio pacchetto in mano: ho comperato il pollo arrosto. E basta? Mi accorsi che lui era molto molto contrariato,ed evidentemente molto molto affamato. Beh, mi dispiace, non ho mai organizzato un picnic. Mi guardò con antipatia: sali, ci fermeremo per strada a comperare quello che manca. Seduta in auto, col pollo in grembo, pensai che la giornata marcava male. Per fortuna vedemmo una bella gastronomia e ci fermammo: salame, formaggio, pane, pancetta e lardo, milanesi in carpione, frittata, vino, frutta, poi anche il mio pollo. E io compresi cosa fosse per lui un picnic.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:17
    A UN TRATTO

    Come comincia: A un tratto mi diventa insopportabile il mare di mediocrità in cui mi devo muovere, che mi avviluppa come un bozzolo, la mia, quella degli altri, delle cose, degli eventi, quella che, estesa, dilagata, come magma ha invaso tutto, si è infiltrata in ogni anfratto, ha coperto ogni cosa. La mediocrità che quotidianamente mi viene vomitata addosso da ogni dove, e la mia, strisciante infingarda, così ben dissimulata dall'odore di buono che emana, che non la riconosco più nemmeno io. E non giova sapere che c'è di meglio in me, in tutti, perchè lei spinge in basso a respirare l'asfalto, spinge e tiene giù. Provo a fermarmi ad ascoltare, come sempre, ma più niente mi parla, a parte il silenzio, e se niente mi parla, niente ho da dire.

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:14
    LABIRINTO

    Come comincia: Quanti problemi! Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che caspita ci facciamo qui, quale perverso disegno perimetra la nostra vita, perchè quando mi tolgo le scarpe la punta dell'alluce mi sorride attraverso il buco nella calza, di ogni calza, di tutte le calze, sottili, spesse, care e meno care, perchè mai la frittata non sta assieme, e Dio? ci sarà, non ci sarà, quello che mi porta l'acqua non arriva mai e mi manda a puttane la mattinata, devo andare dal medico e farò una coda di ore, caspita mi è scaduta la bolletta della luce e non mi sono ricordata, e poi l'aldilà almeno mi ridarà indietro qualcosa di tutto questo casino? Sì comunque sono per la cremazione, è più igienica e occupa poco spazio, speriamo tardi, la spesa, già la spesa, non oggi per carità, non me la sento! Credere, non credere, lì c'è una chiesa e c'è una persona che incontro sempre al cimitero che continua a chiedermi se mi sono decisa a d entrare in una chiesa, ed io continuo a risponderle di no, non ci sono entrata, e lei insiste che mi devo decidere se voglio capire qualcosa in più. Mi sembra di capire abbastanza, almeno che non posso capire di più di quello che ho già capito, dopo andiamo nel campo delle supposizioni, delle ipotesi, non mi piacciono le ipotesi, mi piacciono le certezze, ad esempio l'ottimo salame di stasera, il pane morbido, e il vino. La partita a carte con Paolo e vincere possibilmente sempre io. Ahahahah! Mi piace essere qui a scrivere queste idiozie, anche perchè non so quanto durerà!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:09
    TUTTI MORTI

    Come comincia: Trascorrono gli anni, i decenni, scorre la vita. Ad un tratto ti accorgi che venti anni della tua vita sono ormai nella tomba. Ciò che ti torturò a suo tempo, ciò che rese insonni le tue notti, tormentose le tue passioni, abbruttiti i tuoi sentimenti, ciò che ti ferì così profondamente, così ferocemente, così impietosamente, non esiste più. Tutto è ormai nella tomba. La grande storia e i suoi protagonisti: tu, lui, lei, i parenti, gli amici, i nemici, la gente, i luoghi, le case. Un tempo persone, oggi ormai personaggi di una grande rappresentazione teatrale, che spazia dalla farsa alla tragedia greca, dalla commedia al cicaleccio pettegolo. Passano davanti ai tuoi occhi ormai stranieri, sogno o vita vissuta? Morti, morti tutti. Fantasmi che si combatterono, superandosi gli uni gli altri senza esclusione di colpi, con cattiveria, nell'interesse primario ed egoistico di esaltare se stessi. Morti tutti, tutti morti. Chi furono e quanto si presero della tua vita? Ma esistettero veramente, o fu la rappresentazione gigantesca a trarti in inganno? La casa! Certo, la casa! Travestita da cuoca soccombesti fra pentole e fornelli per lunghi anni insoddisfatti e mai gratificati. Nella luminosa sala da pranzo dominò il telegiornale e tu, impotente, gli lasciasti lo scettro con cui decise il silenzio di bocconi ingoiati con troppa abbondanza, di bicchieri di vino tracannati senza misura, era l'oblìo che cercavi? Oggi gli attori attraversano la tua mente, senza spessore, senza importanza, tutti morti! Ti guardi recitare la tua parte senza riconoscerti, chi era quella lì? Anche lei è morta. Morì tanto tempo fa, insieme a quella cucina, a quella sala da pranzo, a quella camera da letto di passione, e di paura di una morte che era sempre lì acquattata nell'ombra in attesa del suo momento di gloria, della sua vittoria, e tu lo sapevi e il cuore ti batteva così forte che potevi ascoltare il suo battito scandire il tempo lento, in attesa della luce del giorno. Li osservi, gli attori, mentre danzano nella tua mente, e alla fine della grande rappresentazione si inchinano tutti insieme, tenendosi per mano, davanti ai tuoi occhi. Così autocelebrativi, così lontani, così evanescenti! Così morti, così tutti morti!

  • 08 luglio 2015 alle ore 20:01
    LUNGO IL FIUME

    Come comincia: Pensavo stamattina camminando che ormai io e la Dora Riparia siamo diventate intime. Io percorro la strada al suo fianco e lei mi accompagna discreta salutandomi con le sue piccole onde lievemente increspate di schiuma bianca. La sua voce a volte è sommessa e a volte roboante, ma mai eccessiva, e sempre gradevole. Solo che per me arriva il momento di tornare indietro e prendere la direzione opposta alla sua. Proprio come nella vita quando prima ci si lascia coccolare e trascinare dalla corrente che ci porterà chissà dove, e poi, spesso, per ritrovare ciò che eravamo e che avremmo voluto diventare, è necessario andare contro la stessa corrente che ci aveva tanto affascinati. Mi perdonerà il fiume se a un certo punto lo lascerò proseguire da solo, ma la mia è l'età in cui si torna a casa. 

  • 04 luglio 2015 alle ore 7:08
    GREGORIO

    Come comincia: Appena entrata nella stanza guardai subito dalla sua parte, e lui era lì, come sempre. L'emozione era intensa e faticavo a controllare il tremore delle mani. Non mi ero più fatta viva e mi sentivo un po' in colpa. La stanza era sempre uguale, come l'avevo lasciata e come la ricordavo. Le gelosie accostate lasciavano entrare lingue di luce che mettevano in evidenza lo strato di polvere sopra i mobili. Mancava solo il lampadario di cristallo a gocce, e una lampadina pendeva modesta dal soffitto. Rividi la scena del lampadario che si staccava dal suo gancio e precipitava violentemente sul tavolo nuovo. Quel bellissimo lampadario, pagato a rate, costato tanti soldi,e neppure ancora finito di pagare, ammirato da tutti, simbolo di una ritrovata piccola parvenza di benessere dopo la distruzione della guerra, dopo la disperazione e la fame. Il tavolo era stato ricoperto da un foglio di opaline e recuperato, ma un altro lampadario non si era potuto comprare. E così era rimasta quella lampadina penzolante a ricordarci quanto il nostro illusorio benessere fosse precario. Era bastato quel crollo fragoroso per riportarci tutti alla consapevolezza dei nostri limiti. Io non l'ho vissuta la guerra, sono nata quando era già finita da tre anni; sono stata più fortunata dei miei fratelli e di mia sorella che invece la vissero da bambini. Ho avuto infanzia e adolescenza, invece loro bombardamenti, fughe nei rifugi, pasti a base di ravizzone, assenza di qualunque cosa possa far felice un bambino. 
    Adesso la stanza era lì e continuavo a chiedermi come avessi  potuto stare lontana tanto tempo. Ma si cercano sempre risposte senza provare a immaginare che le risposte potrebbero anche non esistere.
    Presi un fazzoletto di carta per pulire una sedia. Mi sedetti e rimasi in silenzio a respirare i ricordi.
    "E' da tanto tempo che ti aspetto" Mi voltai verso di lui. La sua voce era dolce e fui contenta di risentirla.
    "Ne sono certa. Vivere mi ha distratta molto, mi dispiace. Come stai?"
    "Non c'è male; un po' scricchiolante! Piuttosto, tu?"
    "Io ho pensato a te ogni volta che avevo bisogno di ritrovare la mia identità, e credi, le volte sono state innumerevoli!"
    "E' curioso, in considerazione di quanto ti ero insopportabile!"
    "No, non è vero, solo a volte. Ero piccola e avevo voglia di scappare."
    "E poi...l'hai fatto."
    "Sì"
    "Ti sento quieta, riflessiva, vedo nei tuoi occhi dolcezza e ragionevolezza."
    "La vita mi ha costretta a smussare gli angoli. Ma tu sai bene queste cose. Tu raccoglievi gli sfoghi, non solo miei,  sentivi ogni discorso, ogni progetto, ogni litigata. Sai, ho poi riscontrato che litigano tutti, specialmente quando si riuniscono per il Natale o altre festività. I parenti litigano fra loro, anche gli amici, anche i colleghi di lavoro. Ho dovuto imparare a guardarmi le spalle, sentendomi tanto vulnerabile, tanto fragile, e allora mi venivi in mente tu, e questa casa, tu, punto di incontro di tutta la famiglia; a volte litigavamo fra di noi per potere stare con te. E' vero, non sono più venuta qui, ma tu hai accompagnato tutta la mia vita. In questa stanza, davanti a te, mia madre fu adagiata sul tavolo da morta, perchè tutti potessero venire a farle visita. Io avevo tredici anni. Fuori casa avevano appeso degli spessi paramenti neri con le rifiniture color oro che mi facevano impressione. Tutte quelle carezze, tutta quella pietà per me che "non avevo più la mamma", quanto mi irritavano! E poi la leggerezza, la superficialità della giovane età, certo potevo mettere le prime calze di nylon, grige, perchè alla mia età il nero non era previsto, ed io mi pavoneggiavo con le mie prime calze "da grande" senza capirne il prezzo, senza capire niente!"
    "Tu stessa parli di giovane età, eri una bambina, cosa dovevi capire! Avresti capito più tardi, ed hai capito più tardi, vero? Se no non saresti qui."
    "Sì, ma capire non ha potuto cancellare il rimpianto. Mia madre se n'era andata, e con lei la mia infanzia. Dopo fu tutto diverso."
    "Ricordi il concorso?"
    "Certo che lo ricordo! Non volevo più partecipare perchè lei l'aveva tanto voluto, e ormai mi sembrava inutile. Partecipai lo stesso e suonai "Per Elisa". Mia madre mi è mancata tutta la vita, mi è mancato conoscerla e frequentarla. Chissà, forse mi avrebbe delusa? O sarebbe stata la mia migliore amica? Non lo saprò mai. Ma la sua voce non l'ho mai dimenticata. Lei suonava ad orecchio e cantava, tu ricordi vero, la sua bella voce?"
    "Sì, come dimenticarla. E come dimenticare una famiglia che viveva di musica, anche in mezzo a problemi quasi insormontabili? Io non ho voluto essere parte di un'altra famiglia. Ho voluto rimanere qui, a riascoltare echi di voci, di risate, di rincorse su per le scale di ragazzi che andavano verso il loro destino sconosciuto. E se tu oggi sei qui, vuol dire che sono servito a qualcosa."
    "Caro Gregorio, di questi sei ragazzi che si rincorrevano su per le scale di casa, ne sono rimasti soltanto due."
    "Gregorio?"
    "Sì, ti avevo dato un nome che sapevo solo io e ti avevo chiamato Gregorio."
    "Sei tornata per rimanere?"
    "Mi piacerebbe, ma non posso. Sono solo di passaggio, sto andando verso l'ignoto, ma ho ancora un po' di tempo per te."
    "Ho capito. Allora siediti qui davanti a me come quando eri bambina, e suona."
    "Ma non ricordo più niente!"
    "Ti aiuterò io che ricordo ogni nota che le tue piccole mani hanno impresso sui miei tasti ingialliti."
    Ubbidii e mi sedetti davanti a lui. Posai le mani sulla tastiera, caro vecchio Gregorio, e le mie mani volarono suonando come io non ero mai stata capace, creando melodie sconosciute e struggenti, mai ascoltate, mai composte prima. Allora lui mi parlò:
    "Ora che sei tornata non ha più senso che io rimanga qui. Non andrai sola verso l'ignoto, verrò io con te"
    Mi sentii traboccare di affetto.
    "Ho sempre saputo che quando fosse arrivato il momento avrei potuto contare su di te."
    Lo accarezzai. Così solido e imponente! Con quella sua incombenza così rassicurante. Con quella generosità fedele e piena di tenerezza!
    E mentre la musica inondava la stanza, spariva la polvere dai mobili, e dal soffitto pendeva luminoso il magnifico lampadario a gocce di cristallo. All'improvviso mia madre, mio padre, i miei fratelli erano lì; mi sorridevano, e mi parlavano. "Guarda Lora che dopo tocca a noi suonare!"
    E io ebbi la certezza che non sarei mai più rimasta sola.

     

  • 04 luglio 2015 alle ore 6:47
    LA VESTAGLIA ROSA

    Come comincia: La corsia era silenziosa. Un'infermiera camminava velocemente al richiamo di un segnale intermittente proveniente da una camera in fondo al corridoio. Io e Francesca ci fermammo nell atrio, lei teneva in mano la valigetta contenente le mie cose utili per il ricovero. Camicie da notte, vestaglia, ciabattine, biancheria intima, tutto rigorosamente nuovo, come si usa in certi frangenti.
    Una piccola suora tutta vestita di bianco si avvicinò leggera.
    "Desiderano?"
    "Buongiorno. Devo essere ricoverata" 
    "Ha l'impegnativa? E' prenotata?"
    "sì, sì" estrassi da una busta i documenti per il ricovero senza riuscire a dominare il tremore delle mani.
    "Si accomodi oltre quella porta. Le facciamo subito un prelievo di sangue. E' digiuna?"
    "Sì, mi avevano avvertita. Grazie"
    La suorina, silenziosamente come era arrivata, si allontanò in fretta.
    Guardai Francesca
    "Puoi anche andare via adesso, altrimenti farai tardi in ufficio"
    "Ma nemmeno per sogno. Aspetto di vedere dove ti sistemano, e poi voglio aiutarti a mettere a posto la biancheria. Non preoccuparti, l'ufficio può aspettare un po'."
    Cercavo di sorridere, ma non era facile.
    "Non sono mica una bambina, ho quarant'anni, anche se sono stata ricoverata solo una volta per partorire....insomma, posso farcela."
    In realtà pensavo con disperazione al momento in cui Francesca mi avrebbe lasciata lì da sola, e mi chiedevo come avrei fatto a controllare le lacrime che già mi premevano gli occhi e la gola.
    La suora tornò, effettuò il prelievo, sorrise.
    "Venga, l'accompagno in camera."
    La camera era a due letti: un armadietto, un lavabo, un tavolino con due sedie, due comodini. Il letto era così perfettamente pulito e ben fatto che non osammo posarci la valigetta. Guardavo Francesca che sistemava la mia biancheria nell'armadietto e temevo il momento del distacco, come se in quel momento, il distacco fosse dal mondo intero, da ogni certezza, da ogni progetto, da quel passato, presente, futuro in cui mi ero sempre crogiolata e sentita sicura come se ogni evento fosse già prevedibile e previsto, così previsto da risultare addirittura noioso. Adesso il presente era lì a segnalarmi che, mentre nulla avrebbe potuto modificare il passato, il futuro poteva non esistere. Ero ferma su un gradino e non dovevo più chiedermi se il prossimo mi avrebbe portato più in basso o più in alto. Ero lì a chiedermi se il prossimo gradino ci sarebbe stato.
    La voce di Francesca mi arrivò ovattata
    "Quale camicia da notte vuoi indossare?"
    "Ma perchè, non posso rimanere vestita?"
    "Guarda che sei ricoverata, devi spogliarti e metterti a letto."
    Era un controsenso spogliarmi e mettermi a letto all'ora in cui da sempre ero in piena attività in ufficio.
    Sarà tutto in sogno? Anche quando mi era stato diagnosticato il carcinoma mi ero chiesta se stessi sognando, e quando mi avevano informata che l'intervento doveva essere fatto subito, anzi prima di subito, e prima dell'intervento le radiazioni, e purtroppo nessuna garanzia che non fosse già troppo tardi. Un sogno? Tutto un sogno? Che ne era di me, di ciò che ero stata fino a pochi giorni prima? Dov'era quella stupida donna che mai aveva riflettuto sull'evento della sua morte? Eppure ne aveva già viste di persone morire. Cosa aveva pensato? Che a lei non potesse capitare? No, non aveva proprio pensato, mai.
    "Sembri una bambola con questa vestaglia rosa. Come ti senti?"
    "A terra. Ho voglia di piangere. Vai Franca, lo sai che mi imbarazza piangere davanti a qualcuno."
    "Va bene, torno a mezzogiorno, nella pausa pranzo."
    "Tumore" pensavo. Ecco come ci si sente quando all'improvviso questa parola terrificante entra a far parte della tua vita. L'angoscia che mi attanagliava la gola mi impediva di respirare liberamente. Mi sentivo soffocare. Devo calmarmi, pensavo. Cercare di respirare adagio, e profondamente, non sto soffocando, è tutta una questione di ansia. Devo distrarmi, pensare a qualcosa di diverso, di bello. Cercavo dentro di me quei sotterfugi che mi avevano sempre aiutata a superare i momenti di grande agitazione, ma non ottenevo risultati. Possibile che non riuscissi più a prendere per i fondelli la mia emotività? Non potevo fare niente, la paura si era impossessata di ogni mia cellula e nulla potevano i miei sciocchi trucchetti. Già, potevano andare bene quando mi arrabbiavo con mia figlia, o quando qualcosa non funzionava al lavoro. Potevano andare bene se mi andava a monte un evento che mi interessava, una serata, un appuntamento, un viaggio. Ma questo era un gigante, un mostro che mi schiacciava senza pietà, senza neppure vedermi, questo sconvolgeva la mia vita. La mia vita? Vivrò? Morirò? Forse morirò. Ecco devo abituarmi all'idea che forse morirò, mi ci devo preparare fin da adesso. Morirò. E se morirò? No, impossibile pensarci. Impossibile accettare di lasciare tutto: mia figlia di soli sedici anni, la mia casa, i familiari, gli amici, tutto il mio mondo. Certo, il mondo, i miei occhi chiusi per sempre, non più i risvegli della natura, non più la musica, non più le risate, le chiacchiere, gli abbracci. Solo un grande silenzio, un buio eterno. Il buio della mia faccia premuta contro il cuscino per nascondere le lacrime, per attutire il suono dei singhiozzi. Ma ho solo quarant'anni, ho ancora tante cose da fare! A chi lo dicevo? Al mostro? Erano troppo in alto le sue orecchie perchè mi potesse sentire. A chi lo dicevo? Lo dicevo a quella me stessa nervosa, aggressiva, litigiosa, sempre pronta a reazioni eccessive, insensate, disposta a discutere fino all'esasperazione su qualunque cosa? Lo dicevo a quella demente che quando era molto adirata arrivava a dire "non fossi mai nata"? A chi, a chi lo dicevo! Non voglio morire, non voglio morire!
    Sentii una mano accarezzarmi i capelli. Era la suorina.
    "Non si abbatta. Deve avere coraggio, deve credere nella sua guarigione. Abbia fede."
    "Mi dispiace, è stato più forte di me"
    Avevo sollevato la testa dal cuscino e subito mi ero vergognata della la mia fragilità.
    "Non stia qui a pensare...venga con me... le faccio vedere il reparto."
    La suora mi aveva presa per mano. Mentre andavo con lei mi chiedevo come mi fosse passato per la mente di comperarmi una vestaglia rosa, ma perchè rosa, così vistosa, così "frufru". Ma Santo Cielo! Come avevo potuto scegliere una vestaglia rosa!
    "E' molto graziosa la sua vestaglia, porta un po' di colore in questo corridoio così grigio!"
    Mi aveva letto nel pensiero? Aveva intuito il mio disagio? O era semplicemente sincera? Mah, però mi sentii meglio.
    Lungo il corridoio passeggiavano alcuni degenti con dei vistosi segni blu tracciati sul collo.
    "Cosa sono?"
    "Sono i punti verso i quali viene mirata la radiazione"
    Qualcuno camminava adagio, altri meno incerti.
    Rimasi colpita da un incontro in particolare. Un uomo in sedia a rotelle che fissava il vuoto e si vedeva quanto la malattia l'avesse consumato. Gli occhi grandi in un viso ormai scarno e le mani pesantemente abbandonate sulle gambe. Aveva la testa un po' reclinata da un lato e io non riuscii a stabilire quanti anni potesse avere. Ci guardammo e lui mi sorrise accennando un saluto, e anche la signora che lo accompagnava mi sorrise. Anch'io sorrisi e mi chiesi come avesse potuto un uomo in tali condizioni trovare la forza di sorridermi.
    Fu di fronte a quell' uomo che cominciai a vergognarmi di me stessa.
    Man mano che camminavo accanto alla suora e lei mi spiegava le varie situazioni, sentivo che pian piano l'angoscia si scioglieva, e timorosa entravo a far parte di un mondo al quale non ero abituata a pensare durante le giornate della mia vita. Un mondo di sofferenza silenziosa e dignitosa, ma anche di autentica incredibile speranza.
    "Torno subito" disse la suora "mi hanno chiamata" e si allontanò.
    Mi aveva lasciata di fronte all'ultima camera in fondo alla corsia. Lì, appoggiata al davanzale della finestra, c'era una donna vestita di nero che mi stava guardando. Era alta, i capelli neri raccolti dietro la nuca, il viso dai lineamenti belli e gli occhi neri splendenti.
    "Buongiorno" le dissi e mi sentii di nuovo a disagio nella vestaglia rosa.
    "Ha qualcuno ricoverato qui?"
    Lei guardò verso la camera.
    "Mia figlia di diciannove anni. Siamo qui da un anno. Veniamo dalla Calabria. Non rimane quasi più nulla di lei, solo la voce per gridare la sua sofferenza. Ma io spero in un miracolo. Lei è molto grave, molto sofferente. Non si può più toccarla per spostarla. Ormai viene spostata avvolta nel lenzuolo, ma il dolore è grande lo stesso."
    Io non trovavo nulla da dire a quella madre, proprio nulla che non fosse inutile, banale, stupido. La guardavo in quei suoi occhi lucidi di disperazione mentre continuava a parlare, anzi a sussurrare con un filo di voce:
    "Io vivo qui, accanto a lei. Prego, prego sempre. Per i medici non c'è nulla da fare, ma Dio, se vuole..."
    Provavo una grande pena e istintivamente le misi una mano sul braccio.
    "Se non le spiace ogni tanto verrò a chiederle notizie" Ma non ebbi il coraggio di entrare nella camera della ragazza.
    La donna mi sorrise.
    Ritornai in camera mia e mi accorsi che avevo la mente affollata da tante persone, tutte quelle che avevo incontrato quel mattino, e quando alle dodici e trenta arrivò Francesca mi accorsi che il mondo esterno era già lontanissimo dai miei pensieri. La accolsi sorridente.
    "Ti senti meglio?" Francesca mi abbracciò.
    "Sì, in poche ore ho imparato tante cose e credo che prima di uscire da qui ne imparerò ancora molte. C'è tanta sofferenza intorno a noi, perchè non ci pensiamo mai?"
    "Non so, forse per egoismo e per difenderci. Penso sia nella natura umana cercare di non soffrire. D'altronde siamo sempre così impegnati, affannati, ci rimane poco tempo per pensare a tante cose."
    "E' vero, finchè non si viene coinvolti, come capita a me adesso. Stamattina mi sono resa conto che qui c'è gente molto più ammalata di me.
    Una signora ricoverata nella camera accanto alla mia, sentito il mio problema, mi ha detto che non mi devo preoccupare perchè io mi salverò. Ma non sarà così per lei che il male ce l'ha nel polmone. Sapere questo mi ha scombussolata. Perchè mai dovrei essere privilegiata senza averne alcun merito? Perchè Dio permette queste cose?"

    "Dio non c'entra, secondo me è l'essere umano che genera la sofferenza"
    "Sì Franca, però Dio permette la sofferenza degli innocenti e io non me lo spiego. Se mi salverò, mi chiedo perchè a me sarà concesso e ad un altro magari più meritevole di me no."
    Saggiamente Francesca mi interruppe.
    "Non vuoi sapere cosa è accaduto stamattina in ufficio? Tutti ti salutano e si augurano di rivederti al più presto in mezzo a noi."
    "Ti ringrazio Franca di essermi così vicina, ti voglio bene"
    "Anch'io ti voglio bene, vedrai che presto tutto questo sarà solo un ricordo."
    Ma io sapevo che "tutto questo" mi avrebbe profondamente cambiata, e già mi sentivo diversa. Quella sera stessa, la prima che vissi in ospedale, udii nel silenzio della corsia quasi buia quella voce, la voce della ragazza diciannovenne che gridava il suo dolore, la sua infinita stanchezza "mamma...mamma... non ne posso più, fammi morire, voglio morire."
    Mi raggomitolai nel letto e il mio corpo era percorso da brividi. "Oddio" pensavo "fate qualcosa, non lasciatela soffrire così, fate qualcosa" e le lacrime scendevano lungo il mio viso, inarrestabili, e di nuovo i singhiozzi si spegnevano contro il cuscino. Ma piangevo per lei.
    Cominciava per me un percorso incredibile in cui quasi dimenticavo la mia malattia per condividere la sofferenza di altre persone.
    I miei occhi iniziavano a vedere oltre l'oscurità di una vita vissuta in ragione di me stessa, delle mie necessità, dei miei stupidissimi bisogni e desideri, dei nervosismi ingiustificati e a volte infantili.
    Mi addormentai stanca, sfinita da tutte le emozioni vissute in quella prima giornata di ricovero, la prima di tante che mi avrebbero vista cambiare totalmente il mio carattere, che avrebbero tirato fuori tutta quell'umanità che c'era dentro di me, imprimendo  poco a poco la mia vera rinascita.
    Imparai presto a camminare in corsia con  la mia vestaglia rosa, portando sorrisi dove potevo. Mi affacciavo sulla soglia delle camere di tutti quegli ammalati che non potevano alzarsi e chiedevo se ci fosse bisogno di qualcosa. Mi fermavo a chiacchierare con tutti, ascoltavo le loro necessità, gli sfoghi. Imparai che tutti, anche quelli che stavano tanto male e non avevano alcuna speranza perchè, al contrario di me, "inoperabili", tutti mi vedevano volentieri. Ecco che finalmente la mia allegria, anche la leggerezza, erano incanalati nella direzione giusta.
    A volte mi fermavo davanti ai finestroni e guardavo il traffico assordante, pensavo all'ufficio, al lavoro, a tutto quel mondo a cui sentivo di non appartenere più. Io ormai appartenevo al lungo corridoio, agli ammalati, alle piccole incombenze di ogni giorno. Quante piccole cose: la distribuzione delle medicine, il passaggio dei medici, i pazienti che camminavano in corsia, quelli che potevano. E poi il pranzo, il silenzio pomeridiano, la cena, il bisbigliare della suora e delle infermiere. E quando la giornata finiva e le luci venivano abbassate, indossavo la mia vestaglia rosa e andavo nella camera accanto dalla signora col tumore al polmone. Mi sedevo vicino a lei cercando di distrarla, di sistemarle i cuscini: lei non poteva sdraiarsi, non riusciva. Ormai da troppo tempo era costretta a dormire seduta, con la schiena appoggiata ai cuscini. Prendeva la mia mano fra le sue e la stringeva, e poi sottovoce: ho quattro figli, sono una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno, vorrei solo non dover soffrire così tanto per morire.
    Io non trovavo risposte, non c'erano le risposte. Stavo lì seduta e condividevo con lei l'unica cosa possibile: il silenzio.
    Temendo, e aspettando, forse, la morte, stavo finalmente scoprendo la vita.

  • 01 luglio 2015 alle ore 21:22
    VENEZIA LA LUNA E TU.....

    Come comincia: Quando suonò il telefono, io ero già lì vicino, in attesa. E' un po' che aspetto, gli dissi, ma lui non fece caso alla mia protesta. Senti, mi disse, ce l'hai una ventiquattrore? Oddio, pensai, cosa mai sarà una ventiquattrore? Il mio silenzio in risposta fu piuttosto eloquente. Una valigetta, mi disse, non ce l'hai una valigetta per stare via due giorni? No, non ce l'avevo, ma dov'era il problema? La compro oggi. Perchè? Perchè domani passo a prenderti e stiamo via due giorni. Che meravigliosa sorpresa! Ma che bellezza! Dove andiamo? Non te lo dico dove andiamo, è una sorpresa. Mi precipitai immediatamente in un negozio di borse e valige e passai in rassegna un po' di ventiquattrore, fino a che trovai quella che mi piaceva. "Ventiquattrore", ma che razza di nome, pensavo. Il mattino seguente puntualissima lo aspettavo sotto casa. Scarpe basse tipo paperine, gonna nera svasata, maglietta rosa, borsetta, valigetta, e tutti i miei magnifici diciannove anni. Lui sì che era un uomo di mondo! Io ero una ragazzotta di provincia, lontana provincia, timida, impacciata, e perennemente preoccupata di non essere "all'altezza" e di fargli fare brutta figura. Quando arrivò e scese per aprirmi la portiera dell'auto e avvolgermi fra le sue braccia, ogni incertezza svanì: perfino ad una sprovveduta come me era evidente il suo amore. Andiamo a Venezia, mi sussurrò all'orecchio. Non ero mai stata a Venezia e non stavo nella pelle dalla gioia. Durante il viaggio lui mi raccontò un mucchio di cose della sua vita, ben più vissuta della mia, e poi mi illustrò i panorami, le località che si vedevano in lontananza oltre l'autostrada, e che lui conosceva benissimo. Sono bellissimi i paesaggi del veronese, del vicentino, ed io pendevo dalle sue labbra. E quando attraversammo il lungo ponte prima di Venezia, e il mare si aprì davanti ai miei occhi, pensai che non avrei potuto essere più felice di così. Quando fu sera lui mi portò in un ristorante sul mare, un grande ristorante. Lo sciacquio gentile dell'acqua mi cullava, e gli spruzzi sotto il pontile arrivavano a lambirmi i piedi. Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra, gli occhi negli occhi, le mani nelle mani, la luna si rifletteva nell'acqua luccicante. Un sogno, un autentico sogno. Ma poi abbassai lo sguardo sul tavolo e allora sì che rimasi atterrita: accanto ai piatti c'era una serie di posate, tante, troppe posate di cui un paio che non avevo mai visto nella mia vita. Due bicchieri non mi spaventavano, il piccolo per il vino e l'altro per l'acqua. Anche dei piatti ormai sapevo tutto. Ma tutte quelle posate! Mi accorsi che le mie mani cominciavano a sudare e così le ritirai velocemente dalle sue. Qualcosa non va? Disse lui. Ma no, figurati, è tutto bellissimo! Risposi io con un filo di voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle posate. Arrivò il cameriere con gli antipasti di pesce ed io pensai: adesso guardo quello che fa lui e copio. Ma lui, cavallerescamente, attendeva che io cominciassi a mangiare. E aveva anche un discreto appetito. Ma non mangi? Incalzava. Sì, sì, comincia tu, anzi prima beviamo un po' di vino! Non c'era davvero modo di uscire dalla situazione, e così coraggiosamente presi una forchetta e un coltello a caso, proprio mentre lui prendeva una specie di palettina apposta per il pesce, seppi in seguito. Rimanemmo entrambi con l'utensile a mezz'aria e lì ebbi la conferma del suo amore. Se ti trovi in difficoltà col coltello, puoi provare la palettina, è molto comoda, disse guardandomi negli occhi. E poi aggiunse: ho ordinato qualcosa di veramente eccezionale per dopo, non te lo immagineresti mai. Fra l'altro è la specialità del ristorante.
    Infatti dopo arrivarono due vassoi giganteschi di scampi ai ferri. Come fare a dirgli che i crostacei non mi piacevano, che il solo vederli mi dava la nausea? Avrebbe continuato a reggere l'amore?