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Racconti di Lora Boccardo

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  • 30 giugno 2015 alle ore 13:30
    LA SCONOSCIUTA

    Come comincia: Mentre ritornavo a casa con quattro borse di plastica piene di tutto, appese alle braccia, non potevo evitare di darmi dell'idiota. Che idea andare a piedi a fare la spesa! Potevo almeno prendere la bicicletta, o, meglio ancora, l'auto. "Il fatto è" pensavo "che si esce convinte di comperare due cosette e poi invece... Pazienza!  E poi: per fare due passi. Come se non conoscessi il mio paese. C'ero nata, cresciuta, sposata, ma sicuramente non ci sarei morta. Possibile che solo io non riuscissi ad andarmene? Adriana e Sandra mi avevano telefonato da poco, entusiaste di essersi trasferite a Milano, ed anche Lorenza viveva da tre anni a Torino ed era felicissima; anzi, le rare volte che tornava al paese diceva ridendo:"Chissà come ho fatto a vivere per tanto tempo in questo mortorio."
    Sospirai mentre posavo un attimo le borse a terra per riposarmi un po'. Mi guardai intorno: ero all'angolo della mia via: sempre lo stesso quadro: i pini marittimi, le aiuole, l'asfalto pieno di crepe e mai aggiustato, e, in fondo alla via, dietro la casa, prati collinette e cespugli a non finire. Eppure mio marito viveva bene in questo nostro paese e non era stato certo facile convincerlo a chiedere il trasferimento in città. Però c'ero riuscita ed ora si trattava soltanto di attendere la risposta che non avrebbe tardato ad arrivare. Sorrisi pensando a lui. Era così dolce ed io ottenevo sempre quello che volevo.
    "Oggi a pranzo gli preparo qualcosa di speciale" pensai.
    Ripresi le mie borse e percorsi gli altri pochi metri che mi separavano da casa mia, affrettandomi per avere più tempo per cucinare. Nel frattempo avevo deciso: penne al sugo di tonno e frittata alle erbette che a lui piaceva tanto.
    Fu mentre in casa ero intenta a riporre la spesa che, dando un'occhiata verso l'orto dalla finestra della cucina, la vidi. Nel prato, proprio sotto l'enorme ciliegio selvatico che troneggiava al centro dell'orto, c'era una donna. Era lì ferma e dava le spalle alla casa. Quando mi riebbi dalla sorpresa il mio primo impulso fu quello di precipitarmi fuori e ricordarle che era in casa d'altri, ma poi la curiosità fu più forte di tutto il resto, e così rimasi dietro le tendine a guardare. La sconosciuta si era inginocchiata nell'erba e accarezzava lentamente le violette che spontaneamente erano nate sotto il ciliegio.
    Per un attimo rabbrividii "Una squilibrata nel mio giardino!" pensai. Ma non feci nulla. Continuai a guardare lei che intanto si era rialzata e stava lì, abbracciata al tronco del ciliegio quasi ne volesse misurare la circonferenza. Poi si mise a camminare adagio ed andò ad accarezzare il vecchio pino che era nell'angolo più lontano dell'orto e ritornò verso la casa percorrendo il vialetto laterale: teneva gli occhi bassi. Adesso potevo vederla abastanza bene. Era di mezza età, robusta e ben vestita, ma non riuscivo a scorgere il viso. Camminava e poi tornava sui suoi passi pensierosa. Quando fu di nuovo sotto il pino decisi di intervenire. Uscii determinata dalla porta posteriore; questa situazione andava affrontata. A voce alta la apostrofai:
    "Scusi, sono la padrona di casa e questo è il mio orto. Cerca qualcosa?" E intanto mi avvicinavo.
    La sconosciuta si voltò verso di me e, per nulla turbata nè intimorita dalla mia presenza
    "Sì" disse "il passato."
    Il tono della  sua voce era caldo e pacato, l'espressione del viso dolce ed emozionata e gli occhi lucidi di pianto.
    Rimasi ferma davanti a lei, colpita da quelle poche parole così piccole e inaspettate, ma tanto dense di significato.
    Allora anch'io sorrisi e gentilmente incalzai:
    "Cerca il passato a casa mia?"
    "Oh, questa casa è anche mia, o almeno, lo è stata per molti anni; mia e della mia famiglia. Ci ho vissuto fino all'età di tredici anni".
    La voce della sconosciuta era rotta dall'emozione e capivo che a stento riusciva a trattenere le lacrime. Non sapevo cosa fare, ma provavo tanta tenerezza:
    "Vuole entrare un attimo in casa? Le faccio il caffè?"
    "Non credo di averne il coraggio"
    "Suvvia, ormai è qui. E poi non si deve preoccupare di me. Si lasci pure andare. Certe volte piangere fa bene e non bisogna vergognarsene." E, in uno slancio di simpatia, la presi sottobraccio accompagnandola verso la casa.
    Sulla porta trovai una scusa:
    "Raccolgo un po' di prezzemolo per la frittata. Entri pure e mi aspetti in cucina...tanto sa dov'è. Scusi il disordine. Arrivo subito."
    Avevo fatto bene a lasciarla sola, infatti finalmente pianse liberamente, poi si soffiò il naso, ed infine, con le mani tremanti, aprì la porta ed entrò in casa, quasi in punta di piedi.
    Poco dopo entrai anch'io e cominciai a preparare la frittata. Lei si era seduta su una sedia a lato del tavolo come una vecchia amica e mi osservava cucinare. Si abbandonò ai ricordi.
    "Sa, quando ero piccola riuscivo a malapena ad abbracciare il tronco del ciliegio,ed anche adesso non riesco ad abbracciarlo. E' diventato così grande. E tutte quelle violette! Era il fiore preferito di mia madre. Lei si sedeva sempre in poltrona proprio in questo angolo, dove sono io adesso. Era seduta qui anche la sera che si sentì male. Emorragia cerebrale. Nella stessa notte morì in ospedale: aveva cinquant'anni."
    "Poverina! E lei quanti anni aveva?"
    "Io ne avevo tredici. E lei, la mamma ce l'ha ancora?"
    "Oh sì! Abita in paese, nella parte nuova."
    "Ah sì, la parte nuova. Ci sono passata oggi venendo qua. Questa però è la parte più bella. Non crede?"
    Riflettei un attimo che tutto mi era sembrato il paese in quegli anni, fuorchè bello, però non volli deluderla.
    "Certo, è la zona più bella, con tutta questa campagna intorno, tranquilla....forse anche troppo. Lei come si chiama? Io mi chiamo Silvia."
    "Oh come ha ragione! Non mi sono neppure presentata. Il mio nome è Maria. Anzi deve scusarmi. Quando sono arrivata ed ho visto il cancelletto aperto, non ho resistito alla tentazione di entrare. So che non avrei dovuto."
    "Non si preoccupi. Niente di male: ho capito la situazione."
    Maria cambiò discorso.
    "Quante uova ha messo nella frittata?"
    "Sei, perchè?"
    "Anche mia madre metteva tante uova nella frittata e mia nonna,non potendo muoversi agevolmente, dalla sua poltrona le contava ascoltando il rumore  man mano che mia madre le rompeva, e la sgridava, così la mamma, per evitare discussioni, le rompeva a due per volta. La nonna ne contava solo metà e stava zitta."
    Scoppiammo tutte e due a ridere. Poi all'improvviso Maria si fece seria:
    "Posso rivedere il resto della casa?"
    "Ma certo! Chissà quanto lo desidera!"
    Non mi preoccupavo più per il disordine poichè pensavo che gli occhi di Maria avrebbero visto ben altro fra quelle pareti. Scene di vita familiare di tanti anni prima, la camera dei genitori, la sua o dei fratelli. Quei vecchi muri le avrebbero sussurrato frasi antiche eppure mai dimenticate, emozioni care, malinconia e dolcezza di ciò che non c'è più.
    Sospirai ed apparecchiai la tavola. Quando Maria tornò in cucina, mio marito Riccardo era rientrato ed io gli avevo spiegato tutto. Avevo preparato per tre, e lei, con naturalezza, si sedette a tavola con noi come fosse una persona di famiglia.
    "E' sempre meravigliosa questa casa. Quanta nostalgia."
    "Lei dove vive, Maria?"
    "A Torino, da trent'anni."
    "A Torino? Che cosa fantastica! Io ho un'amica a Torino. Oh, vivere in città, e poi in una grande città! E' il mio sogno."
    Non riuscivo a trattenere la mia eccitazione e insistevo per sapere tutto, il più possibile.Maria parlava volentieri:
    "Capisco, capisco il suo entusiasmo. Anch'io non vedevo l'ora di andarmene trent'anni fa, ma forse non è sempre il passo giusto quello che si fa da giovani. Io ho sofferto molto per avere tranciato le mie radici. La città indubbiamente offre tante comodità, ma non si lascia amare. E' grande, anonima, la gente è frettolosa e poco disposta alla confidenza. Non sono riuscita ad ambientarmi.".
    Mentre Maria continuava a parlare, Riccardo mi guardava con dolcezza, forse immaginando il mio stato d'animo.
    "E' vero. Il paese è pettegolo, certe volte la lentezza della gente è esasperante, però esiste tanta solidarietà, ci si conosce tutti e gli incontri sono più facili, più appaganti. Ci sono gli amici d'infanzia e quelli dell'adolescenza, ci sono i nostri cari. Io vivo in appartamento e mi sento carne in scatola. I miei vicini li conosco solo perchè bisogna dibattere le questioni condominiali e nessuno è mai d'accordo con gli altri."
    Maria si interruppe e sospirò. Lasciò vagare lo sguardo lontano, oltre l'orto, verso i parti e i cespugli.
    "Quando ero piccola ero sempre in campagna a giocare. Conoscevo tutti gli insetti, avevo un gatto, e in primavera coglievo le viole per mia madre. Mi graffiavo le gambe nei cespugli di biancospino, raccoglievo le more e quando i contadini tagliavano il grano andavo a spigolare con gli altri bambini. Andavo in bicicletta, sui pattini a rotelle. Sempre all'aperto, sempre gioiosi, bambini veramente gioiosi."
    Gli occhi di Maria si riempirono di lacrime:"Mia figlia tutto questo non l'ha avuto, e tanti altri figli non l'hanno avuto e non ce l'hanno. Quando era piccola la portavo ai giardinetti del rione: un'oretta o due per illudersi di essere in campagna. L'ora d'aria del carcerato."
    Mi accorsi all'improvviso che l'ascoltavo con interesse, anche se lei sembrava parlare più a se stessa che a noi.
    "Sì, all'inizio ero esaltata dalla città, dal movimento. Anche il traffico congestionato mi divertiva, ma poi mi sono accorta di non avere più le ali, se non per sognare di tornare qui. Poi il mio paese ha cominciato a mancarmi. Le facce conosciute, i pini marittimi della mia via, le aiuole, la gente in bicicletta, il gelato di sera sulle panchine alla fontana, le chiacchiere sotto i portici del centro, la festa patronale con la lotteria. Qui le persone non muoiono mai: vivono sulla bocca della gente che ne parla e che è sempre la stessa. A Torino nessuno sa chi fossero mio padre e mia madre, ma qui tutti li conoscevano; se fossi rimasta qui mi sarebbero mancati di meno. Ne sono certa."
    Ora Maria non parlava più. Giocherellava con uno stuzzicadenti fissando un punto qualunque della tovaglia.
    Riccardo si accese una sigaretta ed io mi alzai per preparare il caffè.
    "Ma forse un giorno potrà tornare" le dissi.
    Maria sorrise.
    "Mia figlia è nata a Torino e la sua vita è là. Lei ha solo me e io ho solo lei..... Vi sono grata per avermi accolta con tanta simpatia, ma adesso è ora che me ne vada."
    "Certo" dissi sorridendo "ma non prima del caffè."
    "Grazie Silvia per i momenti bellissimi che mi avete dato oggi. Momenti indimenticabili. Vi ringrazio infinitamente"
    Poco più tardi Maria se ne andò, a piedi. Aveva lasciato l'auto lontano per provare l'emozione di camminare per le strade della sua giovinezza. La seguii con lo sguardo fino a quando sparì alla mia vista, e poi rientrai in casa.
    Sparecchiai la tavola, mi misi a lavare i piatti e dalla finestra del cucinino potevo vedere quasi tutto l'orto. Mi parve di rivedere Maria lì che accarezzava le viole e abbracciava il ciliegio. Era bello quel ciliegio, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Mi tolsi il grembiule e mi asciugai le mani, uscii per andare a guardarlo da vicino. Le gemme stavano per schiudersi e a breve una immensa nuvola di fiori bianchi avrebbe illuminato l'orto con la sua bellezza. Dal prato saliva un tenue  profumo di viole. Oltre l'orto l'erba era verde, le piante e i cespugli in pieno rigoglio. Fiori  di ogni genere rallegravano i prati, e i pini emanavano un penetrante piacevole profumo di resina.
    Mi voltai verso la casa: bella, grande, solida, accogliente. La vista mi si stava annebbiando. Le lacrime cominciarono a scendere silenziose. Pensai alle parole di Maria, e, subito dopo, ai miei figli, quelli che io e Riccardo avremmo avuto: una grande emozione mi invadeva il petto e il cuore batteva all'impazzata. E all'improvviso tutto mi fu chiaro.
    Corsi in casa.
    "Riccardo...Riccardo!"
    "Cosa succede? Mi hai spaventato"
    Mi rifugiai fra le sue braccia che subito mi strinsero forte. Il pianto mi impediva di parlare mentre lui mi accarezzava i capelli con tenerezza. Finalmente mi calmai.
    "La lettera! L'hai già spedita?"
    "Non l'ho spedita: è sulla scrivania del direttore in attesa di essere esaminata."
    "Allora distruggila, amore mio, distruggila. La nostra vita è qui, nella nostra casa, e qui sarà il nostro futuro e il futuro dei nostri figli."
    Avvolta dall'abbraccio di mio marito, col viso abbandonato contro la sua spalla, pensavo a Maria che ora era in viaggio verso Torino. Che sciocca ero stata, non le avevo chiesto neppure il numero di telefono, l'indirizzo. Lei non poteva immaginare ciò che aveva fatto per me ed io non avrei mai potuto ringraziarla.
    "La rivedrò"  mi consolai  "Maria tornerà. Ne sono certa."

  • 30 giugno 2015 alle ore 9:30
    DANILO E ROSAURA (FAVOLA)

    Come comincia: ​Buonasera a tutti. Mi presento: mi chiamo Danilo e sono un carrello per la spesa. Ora sono vecchio ma voglio raccontarvi la mia storia. Ero un piccolo carrello: rosso e civettuolo, con le ruotine bianche, solo due, non ero uno di quei carrelli privilegiati che hanno quattro ruotine, ma ero felice lo stesso. Chi mi costruì fu molto soddisfatto del suo operato e subito mi propose ad un negozio: il negoziante mi guardò a lungo, poi saggiò con le mani la mia robustezza, ed io feci di tutto per gonfiare la mia tela e rendermi gradevole, riuscendo anche a nascondere benissimo la voglia di ridere a causa del solletico che le sue mani mi procuravano rovistandomi dappertutto. Mi avrebbe messo in vetrina sperando che qualcuno mi vedesse e mi acquistasse. Non mi attraeva tanto la vita in vetrina per due semplici motivi: la mancanza di privacy e, peggio ancora, il fatto che spesso e volentieri i negozianti si dimenticano di abbassare la tenda esterna lasciando che i poveri esseri esposti si abbrustoliscano al sole. Tanto non potevo fare niente, soltanto sperare che questo negoziante fosse un po' più attento. Lui intanto continuava a fissarmi, con gli occhiali abbassati sulla punta del naso, e si accarezzava il mento con due dita. Chissà poi perchè  si metteva gli occhiali, se poi, per vedere, doveva abbassarli sul naso. Mah, i misteri degli esseri umani! Quanto riflettere per un carrello della spesa! Che avesse cambiato idea? Non mi voleva più? Ma mi aveva guardato bene? Io ero bellissimo e avevo anche tutte le rifiniture bianche che col rosso stanno benissimo. Forse avrebbe preferito un carrello con quattro ruotine? Ero molto in ansia, ma poi il negoziante sciolse ogni riserva e decise di acquistarmi.  Vidi, con un po' di malinconia, l'artigiano che mi aveva creato, andarsene dopo avermi dato un'ultima occhiata: però ero contento perchè sapevo che aveva bisogno di soldi e per merito mio avrebbe avuto un paio di giorni di tranquillità. Mentre salutava avevo sentito che il negoziante si chiamava Celestino. Che nome strano, Celestino! Comunque Celestino mi sollevò con delicatezza e mi sistemò in vetrina, anzi in un angolo della vetrina che io peraltro arredavo ottimamente. Ero l'unico carrello per la spesa e ciò mi fece sentire molto importante. Cominciai subito a guardarmi intorno, salutando per prima cosa i miei vicini: una bicicletta, quattro rotoli di carta da parati, uno stendibiancheria, due nani da giardino e un bel soprammobile di ceramica che rappresentava una sirena. Mi salutarono con gentilezza, anche se la bicicletta rimase perplessa quando vide le mie ruotine:
    "Ma non sono troppo piccole le tue ruote? Come fai a muoverti?" E fece una risatina maliziosa.
    "Io non devo muovermi da solo e poi non sono una bicicletta! Non vedi? Sono un carrello per la spesa! Mica posso avere le ruote grandi come le tue!"
    "Ah, perciò per muoverti tu hai bisogno che qualcuno ti trascini! Che disgrazia poverino!" La bicicletta rise di nuovo divertita.
    "Guarda che anche tu per muoverti hai bisogno di qualcuno che azioni i pedali! Cosa c'è di diverso?"
    Come potevo far capire a quella presuntuosa che il mio compito era molto importante? Non dissi più niente e cominciai a guardare la gente che passava sul marciapiedi davanti al negozio. Notai che molti si fermavano a guardarmi e sperai di essere venduto in fretta. Non intendevo sopportare a lungo quella bicicletta arrogante che mi guardava dall'alto in basso.
    Fui fortunato perchè quel pomeriggio una signora si fermò davanti alla vetrina: mi guardò ed io capii che le ero piaciuto.
    Lei entrò nel negozio e poco dopo Celestino venne a prelevarmi dalla vetrina. Ebbi appena il tempo per salutare tutti e per far notare alla bicicletta così antipatica quanto fossi utile, visto che mi avevano acquistato subito.
    Ma quale fu la mia sorpresa!! Celestino tornò verso la vetrina e prelevò anche la bicicletta. Non ci potevo credere: la signora in questione stava comprando anche quella stupidina, che naturalmente mi guardò altezzosa:
    "Come vedi sono utile anch'io."
    Insomma avrei dovuto convivere con la "signorina tu mi stufi"? 
    La guardavo mentre metteva in mostra il luccichìo dei suoi raggi, e si pavoneggiava nel suo bel colore azzurro metallizzato. Beh, dovevo ammettere che era davvero carina: se solo fosse stata un po' più simpatica!
    Celestino intanto decantava alla signora tutti i pregi della bicicletta: si chiamava Rosaura, era comoda moderna e pieghevole. Ero un po' geloso, ma in fondo di me cosa c'era da dire! Ero tutto lì, robusto e in bella vista, non avevo virtù nascoste, io. Il mio nome era scritto in bianco sulla tela rossa e fui molto grato a Celestino quando disse:
    "Anche il carrello ha un nome. Vede? Si chiama Danilo."
    La signora rise: "Caspita, che nome altisonante! A me interessa che sia bello resistente, anche perchè non credo che lo chiamerò per nome" E rise di nuovo.
    Mi fu simpatica: effettivamente forse sarebbe stato difficile che lei chiacchierasse con un carrello per la spesa. Stava dicendo a Celestino che con gli anni le braccia avevano cominciato a farle un po' male e così non riusciva più a portare le borse della spesa e pensava che il carrello fosse la soluzione, anche perchè lei si spostava quasi sempre a piedi.
    "Oggi sono venuta in automobile così posso portare a casa anche la bicicletta....anzi Rosaura."
    Guardai Rosaura. Dal suo sguardo se n'era andata tutta la spavalderia, sembrava diventata triste all'improvviso.
    "Beh, cos'hai? Non sei soddisfatta?"
    Lei mi guardò:
    "Sono terrorizzata. Non sono mai stata piegata e ho tanta paura. E poi sarò chiusa dentro il baule dell'auto. Ti sembra che possa essere allegra?"
    Mi fece tenerezza e in un attimo dimenticai tutta la sua prosopopea.
    "Non ti preoccupare ci sarò anch'io con te, ti farò coraggio."
    "Oh no, tu sarai sui sedili dell'auto e potrai guardare dal finestrino, mentre io sarò al buio e mi mancherà l'aria. Con ogni probabilità mi faranno anche male tutte le giunture. Ho visto piegare altre biciclette, e prima che le persone imparino come si fa, è sempre una tortura."
    Pensai che aveva ragione, ma non sapevo proprio come aiutarla.
    "Vedrai che Celestino non ti farà male, lui è un esperto. Piuttosto sarà la signora che dovrà imparare, ma non credo che tu sia destinata a viaggiare in auto: hai sentito? Lei si sposta a piedi perciò semmai sarai tu a portarla a fare passeggiate all'aria aperta. Stai tranquilla. Il tuo destino è migliore del mio: io sono destinato a portare pesi e a essere riempito oltre le mie possibilità, ma sono nato per questo."
    "Grazie Danilo, sei molto dolce e sono contenta di sapere che vivremo nella stessa casa."
    Come succede spesso, da un'antipatia iniziale stava nascendo una bella amicizia.
    Rosaura fu sistemata nel baule ed io sui sedili posteriori dell'auto, proprio come aveva previsto lei, ma per fortuna il tragitto fu breve. 
    La casa mi piacque subito. Era una piccola costruzione a due piani con un bel cortile dove c'erano una tettoia e un garage. Rosaura su depositata sotto la tettoia, ed anch'io. Poi la signora sistemò l'auto in garage e lo chiuse soddisfatta, come se si fosse liberata da un peso. Capii che non aveva tanta simpatia per i motori. Entrò in casa, e noi ci guardammo.
    "Hai visto che non è successo nulla di così brutto? E com'è bello questo posto?"
    Era proprio bello: dietro la casetta si intravedeva la campagna, e di fronte, un po' spostato sulla sinistra, un lungo viale asfaltato ombreggiato da grandi alberi di tiglio. C'era qualche altra casetta come quella in cui avremmo abitato noi, e c'erano anche un paio di ville eleganti a poca distanza. Sì, era proprio bello.
    "Sì Danilo, penso proprio che qui mi divertirò."
    Ormai stava scendendo la sera e io ero stanco. Era stata una giornata faticosa e densa di avvenimenti. Anche Rosaura cominciava a sbadigliare. La signora non si era più vista. Dissi:
    "Dormiamo?"

    "Sì, buonanotte Danilo."

    "Buonanotte Rosaura."

    "Il buio mi fa un po' paura."

    Con una piccola spinta avvicinai la mia ruotina al suo pedale, lei si sentì rassicurata e si addormentò.

    L'indomani fu per noi l'inizio di una vita di lavoro. Tutte le mattine alle dieci, puntuale come un orologio svizzero, la signora mi prelevava dalla tettoia e mi portava a piedi al supermercato dove venivo riempito all'inverosimile. Certe mattine pensavo che non ce l'avrei fatta da quanto ero pesante, e ogni dislivello della strada mi dava un contraccolpo pericoloso. Temevo per l'incolumità delle mie ruotine e mi chiedevo quanto tempo avrebbero resistito, e poi, per dirla proprio tutta, così grasso non mi piacevo per niente. Avevo bozzi da tutti i lati: o per una scatola che premeva da una parte, o una bottiglia da un'altra parte, insomma assumevo le forme più strane. Quando Rosaura mi vedeva arrivare, già da lontano cominciava a ridere e a prendermi in giro.

    "Come sei grasso grasso grasso" Cantilenava  e rideva "grasso grasso grasso"

    Ma io non mi arrabbiavo perchè sapevo che era uno scherzo. In effetti lei mi voleva molto bene ed anche la sua vita era difficile perchè riposava molto meno di me. Lei era sempre a disposizione per chiunque arrivasse. Tutti la prendevano per andare dappertutto, spesso la facevano cadere e non  usavano nessuna delicatezza. Era già ammaccata in vari punti ed io sapevo che ne soffriva molto. Non era più così luccicante, anche perchè raramente qualcuno la lavava. Alla sera finalmente restavamo soli, l'uno accanto all'altra, ed allora io le raccontavo le storie che avevo sentito narrare dall'artigiano al suo nipotino mentre mi costruiva. Erano belle favole e così Rosaura sognava principi e regni incantati, e si addormentava. Ma il tempo passava e i disagi aumentavano.

    Io spesso non  riuscivo a dormire perchè cominciavo ad avere problemi alle cuciture, inoltre una ruotina si era già staccata e il fabbro me l'aveva dovuta saldare. In quell'occasione la signora aveva deciso di farmi saldare anche l'altra così non si sarebbe più verificato nessun problema. Avevo sofferto molto per quell intervento ed oltretutto ora le mie ruotine erano molto più rigide e sentivo molto di più i dislivelli del terreno. E allora, se non potevo dormire vegliavo il sonno di Rosaura e la consolavo se si svegliava piangendo. Mi faceva tanta tenerezza. Al contrario di me che conoscevo già in partenza quale sarebbe stato il mio destino, lei aveva sperato in una vita allegra e spensierata, e adesso era delusa e triste.

    Erano trascorsi due anni quando, una mattina, la signora mi rivolse la parola:

    "Caro Danilo, hai fatto il tuo tempo. E' ora di sostituirti. ormai sei tutto consumato. Mi costerebbe di più farti riparare che comprare un carrello nuovo."

    Detto fatto mi trovai depositato accanto ai bidoni della spazzatura.

    Rosaura, che aveva assistito a tutta la scena, piangeva disperata.

    "Non puoi lasciarmi, non andartene. Cosa farò io!" Ma sapeva anche lei che non c'era niente da fare Ci guardavamo da lontano, lei sotto la tettoia ed io vicino ai bidoni, tutti e due consapevoli del nostro limite invalicabile: avevamo le ruote ma non potevamo raggiungerci.

    Per la prima volta nella mia vita piansi disperatamente e mentre piangevo mi accorsi che mi stavo muovendo: un uomo mi stava trascinando via, lontano dai bidoni. Era malvestito e trasandato. Ebbi paura, ma poi pensai che tutto sarebbe stato meno doloroso della discarica.

    Mi ricordai di avere già visto l'uomo quando andavo al supermercato: frugava nei bidoni e raccoglieva cose di vario tipo. Così io gli sarei servito per riempirmi di cose raccolte nella spazzatura. Pazienza. Daltronde ero vecchio e malandato, cosa avrei potuto pretendere? Mentre lui mi trascinava da un  bidone all altro

    io pensavo a Rosaura. Chi l'avrebbe consolata quando avesse avuto paura del buio, chi le avrebbe raccontato le favole per farla addormentare serena?

    Non riposavo mai, ero sempre per la strada, ma una mattina accanto a un bidone  in una scatola semiaperta vidi il soprammobile di ceramica che rappresentava la sirena. Era bellissimo e intatto. Chissà perchè l'avevano buttato via!

    "Questo sì che è un colpo di fortuna" disse l'uomo "Questo me lo pagheranno bene."

    La scatola era grande ed io non potevo contenere altro, così l'uomo si diresse subito in paese.

    "Ciao Danilo, ti ricordi di me?"

    "Certo che mi ricordo Sirena! Cosa ti è successo?"

    "Non piacevo più, mi hanno buttata via"

    Mi dispiaceva davvero. Era così dolce e gentile, ma era anche civettuola.

    "Speriamo che non mi si rompa la coda, con tutti questi saltelli!"

    "Non ti preoccupare, sei ben sistemata, non ti romperai."

    Intanto eravamo arrivati in paese e l'uomo si diresse proprio verso il negozio di Celestino.

    Ero felice, mi sembrava di tornare a casa. Celestino! Come ero contento di rivederlo!

    Celestino lo fece entrare e subito rimase stupito a guardare: cercò il punto della mia tela dove era stato scritto il mio nome che non si vedeva quasi più.

    "Danilo! Ma guarda un po' come ti sei ridotto! Sei sporco, scucìto, proprio malmesso."

    Poi si rivolse all'uomo:

    "Ti compro tutto, anche il carrello!"

    "Ma il carrello mi serve"

    "Te lo pago bene"

    Scoppiavo di felicità, sarei rimasto lì, avrei smesso di girovagare sotto il sole o le intemperie, all'aperto, sempre in pericolo. Celestino mi avrebbe tenuto con sè. Sarebbe stato tutto perfetto se il pensiero di Rosaura non mi avesse continuato ad angosciare.

    Quando l'uomo se ne fu andato, Celestino prese la sirena e la pulì bene e la rimise in vetrina.

    Poi mi guardò:

    "Con te sarà un po' più laborioso! Cominciamo da una bella lavata!"

    Un bel bagno era proprio quello di cui avevo bisogno. Tornai a vedere il rosso della mia tela, anche se un po' sbiadito, e il bianco delle rifiniture. Le ruotine, lucidate, sembravano quasi nuove. Dopo avermi lavato si mise alla macchina per cucire e mi aggiustò bene. Poi mi guardò soddisfatto:

    "Caro mio sei come nuovo. Ma non ti venderò più. Ti terrò con me, puoi essermi utile."

    Pensai che la mia vecchiaia sarebbe stata serena con Celestino, ma non sapevo come dimostrargli la mia gratitudine.

    La mia vita era tranquilla con lui. Ogni tanto mi portava con sè al supermercato, ma mi trattava con molta delicatezza e soprattutto mi teneva in casa, in cucina vicino a lui. Non mi sentivo mai solo e non pativo più caldo o freddo e i pericoli della strada, ma nella mia mente c'era il pensiero fisso di Rosaura. Oh, se avessi potuto farmi sentire da Celestino, se avessi potuto parlargli! Si avvicinava anche Natale ed io pensavo a quanto si sarebbe sentita sola Rosaura sotto la tettoia, al freddo e magari con la neve a due passi.

    Ed un giorno accadde una cosa davvero speciale. Celestino decise di attuare una promozione di biciclette pensando che la gente a Natale è più disposta a fare spese, così espose un bel cartello con scritto: "Promozione biciclette, si ritira l'usato. Grossi sconti."

    Aspettai e aspettai e aspettai ancora finchè, pochi giorni dopo, l'auto della signora si fermò davanti al negozio. Lei entrò e si rivolse a Celestino:

    "Mi viene ad aiutare? Vorrei comperare una bicicletta nuova e ho portato quella vecchia."

    Il miracolo era avvenuto. La mia felicità era alle stelle. Rosaura fu portata nel retro del negozio e quando mi vide scoppiò in lacrime. Anch'io piangevo e non riuscivo a dire nulla. Ci bastava essere lì, l'uno vicino all'altra, dopo tanta lontananza e tanta sofferenza. Riuscii solo a dire:

    "Non ti ho mai dimenticata. Ti ho sempre aspettata."

    "Ne ero certa e non ho mai smesso di sperare."

    Stasera è la vigilia di Natale. Celestino è un uomo anziano e vive da solo. Si è preparato una cenetta e un piccolo albero di Natale, però sotto l'albero ha sistemato la capanna della natività perchè, dice lui, è una tradizione. Nella sua cucina il camino è acceso e lui ha alzato il bicchiere per brindare:

    "Amici miei, Danilo, Rosaura, Buon Natale"

    "Buon Natale Celestino! e...grazie."