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Autore

Lora Boccardo

in archivio dal 29 giu 2015

04 marzo 1948, Torino - Italia

segni particolari:
Nessuno

mi descrivo così:
Scrivo per piacere personale. Non ho quindi una biografia in questo senso e non ho mai pubblicato niente, tranne che sul mio profilo di Facebook nelle "note".

17 luglio 2015 alle ore 14:47

Se amore vuol dire gelosia...

Il racconto

L'hotel si chiama Gran Colon. Niente da stupirsi, a Barcellona tutto ricorda Cristoforo Colombo. Bellissimo hotel, saloni luminosi, eleganti. E' quasi fine anno, l'anno 1970. Noi siamo arrivati così, alla ventura, naturalmente non abbiamo prenotato, ma riescono a sistemarci in una dependance molto graziosa, che si raggiunge passando  sotto un arco che immagino d'estate variopinto di fiori. Abbiamo già visto qualcosa di Barcellona percorrendo un grande viale alberato dove risuonano le classiche musiche spagnole, e abbiamo passeggiato in mezzo alla gente. Ci siamo fermati in un bazar e io mi sono comperata un vestito bianco, tipo ciniglia ma un po' più pesante, molto carino, molto corto, diciamo a mezza coscia, che per me è già moltissimo, ma sento che qui va tutto bene, anche osare un po' di più. E va tutto bene anche per Lui che mi guarda compiaciuto con evidente ammirazione. Sono elettrizzata, contenta, direi euforica, per tanti motivi: perchè siamo qui, ed abbiamo davanti a noi qualche sera spensierata, perchè è il nostro primo capodanno insieme, perchè Barcellona è allegra, invitante, complice. La cena nel ristorante dell'hotel è fiabesca, o forse no, magari è normale, ma per me è fiabesca. Mangiamo, ridiamo, parliamo. Io lo guardo. Lui, il tutto, l'ineguagliabile, l'insuperabile, il tempo e le stagioni, l'unico incontrastato artefice di ogni mia sensazione, emozione, fremito. E Lui lo sa. Si avvicina la titolare dell'hotel, la nostra storia aleggia intorno a noi piena di fascino, attraente come la luna. La signora ci sorride, ci consiglia un locale di flamenco dove finire la serata, un locale davvero particolare, tradizionale, da vedere, prima di lasciare Barcellona. E noi ci andiamo. Non è lontano, una passeggiata a piedi. Entriamo, e l'ambiente è illuminato poco da luci soffuse. Ci sono tavolini con le sedie e più in là il piccolo palcoscenico dove i danzatori e le danzatrici si esibiscono. Rimango incantata di fronte allo spettacolo, guardo le donne sinuose fasciate nei loro costumi con quel portamento dal mento alto e le spalle all'indietro, e i danzatori altrettanto fasciati, il battere dei piedi sul pavimento di legno, e la musica incalzante delle chitarre. La gente seduta ai tavoli comincia a battere le mani, a tempo di danza, e io mi unisco, completamente affascinata e coinvolta. Ma c'è un modo particolare di battere le mani che ovviamente io non conosco, e allora ecco che un danzatore lascia il palcoscenico e viene verso il nostro tavolo. Non ci posso credere, proprio da noi? Sì, proprio da noi. Si avvicina, mi sorride, mi prende le mani fra le sue e mi mostra come devo tenere le mani per accompagnare nel modo giusto la danza. Anch'io sorrido gentile, ma ho già avvertito le nubi dell'apocalisse addensarsi sopra le nostre teste. Il rossore del mio viso e il rosso dei miei capelli hanno ormai la stessa tonalità. E' immaginabile che la sua sia una specie di piccola sceneggiata riservata ai turisti, ma io ho il cuore in gola. Infatti Lui scatta in piedi come spinto da una molla, per proferire poche parole: cosa vuoi, cerchi grane?. E' probabile che il danzatore non abbia capito le parole, ma sicuramente il messaggio gli è arrivato senza ombra di equivoci, infatti alza le mani delicatamente come a scusarsi, e si congeda in fretta. Molti sguardi sono puntati verso di noi. Io mi vergogno moltissimo e, non sapendo bene cosa fare, mi avvio verso l'uscita, raggiunta quasi subito da Lui. Senza dirci nulla ci avviamo verso l'albergo. Sono furente, così furiosa da non riuscire neppure a sfogarmi e litigare. Camminiamo in silenzio,  io lo guardo con la coda dell'occhio e mi rendo conto che è dispiaciuto, sofferente. Camminando, piano piano la tenerezza comincia a prendere il posto dell'indignazione. Siamo così vicini che le mani si sfiorano, e così ad un tratto fermo la sua mano nella mia. Si divincola solo un po', ma poi se la lascia stringere e si abbandona ad un sospiro di dolore che non mi sfugge. Continuiamo a camminare guardando avanti a noi come se nulla stesse capitando. Ma qualcosa sta capitando: la pace. E mi scappa da ridere al suono della sua voce: Bancarella? Certo che mi va: Sì, bancarella!  E incalza: salsicce e vino "tinto"? Mi sento bene: Sì, salsiccce e vino "tinto".  Non capiterà più, azzarda Lui. So che non è vero, ma ho solo ventidue anni e sono di nuovo felice. :)

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