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Luca Biolcati

20 ottobre 1973, Magenta (MI)

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  • 03 maggio 2011 alle ore 16:20
    1 miliardo di euro

    Come comincia: Lo avevo avvertito la scorsa notte dal mio sonno leggero, intervallato, spezzettato da sfilacce di sogni irrequieti: sarebbe stata una giornata particolare, questa.
    Poi, di colpo, il display del cellulare sul comodino si illumina, proiettando un fumetto blu elettrico sulla porta della cabina armadio di fianco al letto. Una telefonata.
    “Signor Biolcati, buongiorno!, chiamo dalla (nome di un’agenzia a me più sconosciuta dei rituali di riproduzione dei coleotteri…). Ci occupiamo di rintracciare eredi sparsi in tutto il mondo, ignari di avere ricevuto un’eredità. E’ in ascolto?”
    Uno sbadiglio sontuoso è tutto quello che riesco a rispondere a quell’operatrice tanto professionale quanto monotona. Sono in ferie e, quando sono in ferie, ignoro la buona creanza prima delle nove del mattino…

    Poi ripenso alla parola eredità. Eredità?
    Cerco di rimediare alla mia cafonaggine con una prontezza di parola assolutamente artefatta, da animatore di villaggio vacanze (che detesto; c’ero stato solo una volta in vita mia, vicino a Otranto. Mai più, mi ero detto…). Riverso addosso alla telefonista un’ondata di cordialità impostata e male calibrata da gaffeur consumato:
    “Buongiorno signorina, come sta? Ma alla vostra agenzia lavorate anche ad agosto, con questo caldo? Ma non si prende una vacanza, che so, a Otranto?”
    Più gelida di un bisturi prima di una tonsillectomia, con voce monocorde, vagamente infastidita, la ragazza mi risponde:
    “Le comunico che ha ricevuto un’eredità da un suo lontano parente in India, a Madras, il signor Rabindranath Singh Biolcati. Ne ha sentito parlare?”
    “No, mai.” Cerco di immaginarmi questo ignoto congiunto del Golfo del Bengala, appena deceduto. “E quanto mi avrebbe lasciato questo signor Singh Biolcati?”, chiedo con malcelata curiosità.
    “62 miliardi di rupie”, ribatte pronta l’operatrice.
    “Uhm, sembra una discreta somma. E in euro quanto farebbe?”. Ormai la mia curiosità galoppa sfrenata più di una mandria di bisonti del Montana…
    La risposta di lei, fredda, lapidea: “Circa 1 miliardo di euro”.
    “Bene”. L’unico bisillabo che riesco a pronunciare…
    La sua voce, come da prassi, professionale fino al parossismo: “Un nostro incaricato sarà da Lei alla fine del mese per il disbrigo di tutte le pratiche. A presto”. Poi, con voce biliosa: “E comunque a Otranto ci vive quel bastardo del mio ex dopo che mi ha lasciata, per un’animatrice greca, il giorno prima di sposarci. Buona giornata”.

    Clic. La conversazione si chiude.
    Ecco, ho detto la mia… 

    Ma chi se ne frega della gaffe, con il miliardo di Mr. Singh. Viva Mr. Singh, Bollywood, il cricket, il Mahatma Gandhi, Brahma, Shiva e anche Vishnu. Om Mani Padme Hum.
    Un miliardo di euro.

    Nella vita ci vuole autocontrollo, dominio di sé, capacità di resistere ai colpi.
    Bene, dimentichiamolo. Sono tutte cazzate (scusate la parola, ma non sono ancora le nove del mattino e sono ancora in ferie...). Quando ricevi una notizia del genere, tutte le tue piccole pareti crollano, demolite. Entri in un mondo parallelo, attraversi il corridoio d’ambra che divide il mondo di tutti i giorni da quello dei Prescelti, dei Predestinati. Per un momento,  per un istante che dura una vita, la lady bendata ha aperto gli occhi e ha guardato te, solo te. Addirittura ti ha fatto una visibile avance,  e da quel momento si è legata a te, inestricabilmente.

    Pensi a un’esistenza in cui l’unica vincita era stato un dieci al Totip di 36 mila lire a 13 anni nel 1986 (nella divisa del mio amato e lontano de cuius fanno un po’ più di 1000 rupie…), più qualche premio a lotterie sparse di beneficenza: una bilancia pesapersone, una cintura orrenda color melanzana, un simpaticissimo pesce rosso moribondo… E, soprattutto, ripensi a tutte le altre volte in cui non hai vinto nemmeno quello, nemmeno l’adesivo di Orazio e Clarabella nel concorso su Topolino…

    1 miliardo di euro. Suona bene. Comincio ad abituarmi all’idea.
    E ora? Domanda fondamentale: cosa farne?
    1 miliardo di euro non sono 1 milione di euro e neanche 100.000 euro. Sembra banale, ma, per quanto venale uno possa essere (e io, solitamente, non passo per esserlo più di tanto, almeno a detta di chi mi conosce…), il godimento soggettivo di una tale somma risulta di difficile realizzazione nell’arco di un’esistenza.
    Che fare, come scriveva qualcuno di bolscevica memoria?

    Poi, come l’apparizione improvvisa del mare dopo la curva tra Masone e Genova Voltri, sfolgora un’idea… 

    Ho scritto prima che io (come molti di voi, credo) sono stato svariate volte, fino a questo momento, destinatario di sbadata disattenzione da parte della sorte e del prossimo, o addirittura, in certi momenti, di energico respingimento.

    Numeri che non uscivano.

    La ragazza che ti faceva impazzire, all’università, che manco ti si filava.

    L’evidente imbarazzo di una cerchia di colleghi che interrompevano il discorso al tuo avvicinarsi, per farti capire che non dovevi capire. 

    E tutte quelle volte in cui avevi un’idea che ti pareva geniale e rivoluzionaria, ma non trovavi investitori che credessero in te?

    E i concorsi in cui arrivavi primo, ma degli esclusi? O i colloqui di lavoro andati male?

    E poi, i giochi che facevi da bambino, in cui non eri desiderato. Ricordo ancora oggi, dopo 35 anni circa, la crudeltà di una bambinetta poco più grande di me, all’asilo, quando mi disse: “Tu sei troppo piccolo, non puoi giocare ai lupi…”. Ai lupi…

    Insomma, tutte quelle occasioni in cui ti sei sentito messo da parte, trascurato, rifiutato. Ecco, rifiutato…

    Fortunatamente c’è stato tanto altro nel corso degli anni, occasioni sfruttate e attenzioni inattese (magari anche da parte della ragazza che all’università non ti si filava...). Per me e per molti di voi, spero. Vedi la telefonata di oggi.
    Ma alcuni ricordi bruciano ancora… Per questo vorrei cercare che succedesse il meno possibile ancora ad altre persone.

    L’idea, dicevo…

    Mi dico: con un miliardo di euro, potrò creare qualcosa che permetterà a coloro che, a vario titolo, siano stati rifiutati nella loro vita, di sentirsi a casa. Una fondazione. La chiamerò FONDAZIONE “I RIFIUTI”. E’ un nome forte e provocatorio, mi rendo conto, ma servirà a focalizzare l’attenzione del pubblico.
    Con questo cospicuo patrimonio, potrò:

    1. Finanziare iniziative e progetti contro l’esclusione sociale nella mia comunità (riqualificazione di quartieri trascurati; inclusione degli stranieri; centri per vecchie e nuove fragilità; servizi per disabili e familiari; servizi di reinserimento di ex detenuti, tossicodipendenti e malati psichici; case di accoglienza e riferimento per senza tetto e ragazze di strada). Insomma, tutti quei progetti utili, sostenibili e innovativi che permetteranno, a chi approderà dalle mie parti, di non sentirsi più rifiutati.  (Settore erogativo)

    2. Gestire direttamente un Festival dei Rifiuti. In cosa consiste? Si tratta di una kermesse annuale di una settimana (settembre, per esempio), in cui qualunque persona dotata di un certo talento (scrittori, poeti, musicisti, cineasti, pittori, inventori, chef, stilisti, artisti in genere in vari settori) potrà cimentarsi nelle vie di Novara e di alcune città della provincia, magari nei meravigliosi cortiletti spagnoli del nostro centro storico, o nelle cantine sociali delle nostre colline … L’unico requisito? Non essere “nessuno”, essere stati rifiutati da discografici, produttori, editori, case di moda, uffici brevetti, enti locali. Un occhio di riguardo sarà per le persone accolte nel primo punto. Noi diamo loro un’opportunità di mettersi in evidenza, e magari trovare qualcuno che crede finalmente in loro, anche economicamente. Sarebbe bello se proprio l’Azienda di Smaltimento Rifiuti della nostra città ci desse una mano nell’organizzazione. (Settore operativo).

    Ma quando mi sono svegliato mi sono reso conto che, disgraziatamente, non esisteva nessun signor Singh Biolcati di Madras, India: restava solo il comodino, il mio cellulare silente, la mia selvaticheria prima delle nove del mattino in ferie, le lingue di sole fra le feritoie delle persiane …. E un bellissimo sogno in cui credere ancora: il potere giocare, finalmente, “ai lupi”.

     
  • 22 aprile 2011 alle ore 15:35
    Home sweet home (un'allegoria)

    Come comincia: “I can’t find your face
    In a thousand masqueraders”
    (Alice Cooper – Hell is living without you)

    Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.
    (J.L. Borges – Le rovine circolari)

    La sera di fine maggio in cui scese dal treno che lo riportò a casa dal Simposio Internazionale su Max Scheler, il professor Lucio Belgradi, sessantunenne ordinario di Storia della Filosofia contemporanea presso la locale università, si fermò sul marciapiede del binario 7 a fissare, con una tenerezza inaspettata per la sua silhouette gigantesca, il faccione familiare della luna sopra le torri merlate della Fortezza cittadina, in lontananza, in cima al poggio. Belgradi era infatti uomo di proporzioni e forza ciclopiche, munito di una candida barba imperturbabile (atarattica, come si dice nel suo campo di studi), al meridione di un naso dritto e fiero come la prora di una nave da crociera, e ricamato, sulla fronte ampia da studioso, da una profonda cicatrice sbilenca.
    Non era stato via troppo tempo, il filosofo. Il convegno era durato solo cinque giorni; i lavori erano stati qualificati e interessanti; la compagnia era stata come sempre conviviale e allegra, nonostante che gli argomenti trattati trasudassero polverosa seriosità; solo Gaetano Lo Turco, il collega messinese dal notevole talento (non supportato da altrettanta notevole umiltà), non aveva mancato l’occasione per ribadire durante la cena sociale, con il consueto sarcasmo fuori luogo, la vetustà dell’approccio di Belgradi al mondo del grande fenomenologo tedesco. Ma Lo Turco non lo poteva soffrire nessuno degli altri congressisti, tutti lo avevano contestato, i toni si erano fatti accesi (complice una quantità considerevole di vino, grappe e limoncini; i filosofi sono spesso fatti così durante le ore ritagliate allo studio e alla docenza) e quel siciliano spocchioso era stato ridotto al silenzio da una mitragliata di attacchi, e non solo teoretici. 

    Il professore, nell’avvicinarsi all’uscita della stazione semideserta a quell’ora, telefonò alla moglie Carla per avvisarla dell’imminente ritorno a casa, colto com’era da una nostalgia irrefrenabile e primordiale per le mura domestiche che cresceva passo dopo passo. Un chilometro su di un marciapiede quasi diritto lo separava da casa: il lungo viale alberato in leggera salita fra i radi lampioni accesi lo accompagnava con sentori di pesca e mandorle, portati dalle sferze di un vento amico che incendiava il suo benessere issandolo a un titanico vigore. Una luna adulta tonda e butterata in bilico fra il costone della montagna e il mondo d’ombre della piana sottostante lo chiamava a seguirlo. Poche le automobili, pochissimi i passanti a quell’ora, la pianura illuminata a puntini di case in fondo alla valle sotto i suoi piedi; Belgradi si sentiva ora il superstite – o forse il pioniere – di un’umanità raggiante, mentre ormai annottava; si pensò l’Oltreuomo di Nietzsche in tutta la sua straripante e meridiana (nonostante l’ora) gaiezza.
    Momento dell’ombra più corta. Fine dell’errore più lungo. Culmine dell’umanità. Incipit Zarathustra. Eh eh, pensieri in libertà dopo un convegno. La libertà che si concede un filosofo dopo un convegno è quella di non smettere mai di pensare alla filosofia, disse a se stesso…

    Svoltò a destra, fra coni di luce diafana, nel respiro tiepido della sera. Imboccò il vicoletto in piano che costeggiava la parrocchia del Divino Amore, oltrepassata la quale si sarebbe trovata la sua villetta a due piani. E Carla. E Filippo, il loro unico figlio, architetto.
    Messosi appena comodo fra un pensiero tardo - ottocentesco e un desiderio domestico, si accorse tuttavia di qualcosa di insolito. Qualcosa di strano. Qualcosa che non andava.
    In effetti, l’unica presenza che Belgradi riuscì a trovare al di là dell’oratorio, in quella viuzza a un passo da casa, fu una gran nebbia caduta improvvisa come un secchio di vernice da un’impalcatura. Compatta, violenta, avvolgente, fredda. Troppo fredda. Annichilente. Quasi che l’alito umido di Dio avesse soffiato un grigio indistinto sulle sagome del mondo e sui sensi degli uomini. Sconcertato dal repentino mutamento atmosferico, e smarrito in un nulla che aveva abraso ogni passaggio dell’uomo sulla Terra e casa sua, la gigantesca figura di studioso si fermò. Poi riprese cautamente a procedere nella cecità vaporosa. Camminava a zigzag, nel tentativo di individuare con le mani la solidità di pareti familiari, di cancelli, di porte che conosceva a memoria. A destra. A sinistra.
    Il vicolo si era fatto improvvisamente troppo ampio e le sue mani raccoglievano solo aria umida e cortocircuiti di speranza. I rumori si erano spenti; congelati gli odori.
    Tutto si era liquefatto nella caligine di una notte troppo uguale e troppo ferma.
    Solo il terreno era ancora solido, ma nascosto alla sua vista. L’uomo camminava avanti per decine di metri, poi indietro, poi a destra e a sinistra. Anche i suoi piedi erano invisibili, avvolti com’erano dalla coltre che saliva. Si accorse che stava vagando in uno spazio smisurato e cieco, privo di muri, alberi, auto parcheggiate, cani, lucertole, uomini e donne, luna, stelle, casa, Carla… Intanto il vapore saliva, saliva, fino a nascondergli le mani.
    Poi Belgradi si fermò, cercò il cellulare. Si frugò addosso, ma non riconobbe più i suoi vestiti. La giacca di tweed, la polo rossa, i pantaloni beige. Tutto era cambiato, aveva addosso gli abiti di qualcun altro, vuoti. Anonimi. Inutili. Si tastò per l’ultima volta, con frenesia.
    Preso da disperazione e da spasimi di freddo, iniziò a correre a perdifiato in quel nulla avvolgente, con l’ultima forza rimastagli.

    Come soffiata via da labbra lontane, la nebbia sparì e Belgradi si ritrovò seduto su uno sconfinato prato soffice, tagliato di fresco (lo avvertiva dal profumo tipico dell’erba appena rasata), in pieno giorno, divorato dalle fauci di un sole spietato.
    In lontananza vide che si ergeva, come un baule calato per caso, un palazzo stretto stretto, color perla, alto sei piani. Si alzò da quell’oceano d’erba e, a passi svelti, per quanto ancora trepidi, si diresse verso il caseggiato. Quando ritenne di essere alla giusta distanza per vedere senza essere visto, l’uomo si fermò e si risedette. Si sentì abitato dal chiaro, dal verde e da una calma rinata.
    Le finestre, quadrate, incorniciate da stipiti verdastri, erano nude, prive di tende. 
    Solo verde inghiottito dal verde nel dominio tirannico della luce.
    Rialzandosi, poté intravvedere dentro le stanze dei primi piani: ogni vano era un quadretto felice in cui un uomo stava costruendo scene di intimità familiare con una donna.
    Al primo piano i due mangiavano serenamente, l’uno di fronte all’altra, seduti al tavolo. Al piano di mezzo, lui e lei ridevano sul divano davanti a un programma TV. Al terzo, infine, i due si amavano disperatamente, frugandosi con rabbia. Nonostante la sua mole, non gli riuscì di andare con la vista sopra il terzo piano.
    In ogni caso tutte le scene furono parzialmente ricostruite dall’immaginazione di Belgradi, in quanto il riflesso del sole sui vetri gli impediva ancora di distinguere con inequivocabile nitore non solo i lineamenti dei protagonisti dell’idillio domestico, ma anche l’esatto sdipanarsi degli eventi osservati nelle stanze.

    Durante tutto quel pomeriggio di sole partorito dalla nebbia, il filosofo stette immobile a osservare la casa, bloccato e incuriosito, incapace di avvicinarsi tanto quanto di lasciare quella platea. Nei raggi del pomeriggio che doravano la facciata dell’edificio, la sua figura sembrava ancora più monumentale.
    Alla fine, spazientito, si alzò per tornare indietro, dando le spalle alla palazzina.
    Fu un attimo. Dietro di lui un rumore di maniglie e infissi: più di una, all’unisono.
    Voltandosi di nuovo verso il palazzo, vide in faccia ciò che finora non aveva potuto percepire a causa del riflesso sui vetri: a ogni piano della casa, figure completamente identiche avevano aperto di scatto, nello stesso istante, le finestre.
    Ma quello che a Belgradi parve di scorgere in quell’attimo di visuale nitida fu l’aspetto stupefacente dei protagonisti e il loro abbigliamento (qualcuno che il nostro ben conosceva aveva parlato di identità degli indiscernibili): barbe candide di fantocci rugosi, giganteschi ma in qualche modo sgonfiati e concavi, sormontavano giacche di tweed, polo rosse e pantaloni beige. La luce diagonale del pomeriggio aveva disegnato sui loro volti un’identica espressione di curva euforia.
    A Belgradi parve di essere fronteggiato da una torre di specchi che riflettevano all’unisono, deformata e a cent’anni, la sua immagine.
    Maschere ridenti, grinzose e rattrappite con i suoi lineamenti.
    Si rivoltò con terrore per scappare. Ma loro erano già dietro di lui a passo cadenzato, preciso, uniforme.
    Due file di tre.
    Un avanzare di braccia e gambe decrepite, di schiene ingobbite, in coordinazione veloce, energica, inesorabile.
    Nella sua fuga precipitosa, il filosofo credette di udire, dietro di sé, una polifonia di voci maschili salutare ognuna, ma all’unisono, una donna di nome Carla.
    Carla.
    Carla.
    Senza interrompere quella marcia esatta, in un crescendo di immonda allegria, il manipolo prese a fischiettare un motivetto ritmato, militare.

    E fu la notte, crollata sul pomeriggio come una palazzina sbriciolata da un sisma. Una luna superba sgattaiolò nel buio, proiettando sulla Terra sette profonde cicatrici sbilenche.

    "D’improvviso mi svegliai fradicio di sudore e lacrime ma finalmente sollevato, fra estenuati singhiozzi, nel riconoscere la testiera del mio letto e il mio cuscino, e nel sentire la voce di Carla sussurrarmi: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io -  Al buio le carezzai i capelli, ne riconobbi il profumo dopo la notte. Richiusi voluttuosamente le palpebre, inspirai un attimo di benedetta intensità. Mi rasserenai.
    Fu un istante. Solo un istante.
    Non appena riaprii gli occhi, mi accorsi con orrore di toccare il corpo di un manichino giallo di porcellana con i capelli laccati di Carla; un pupazzo cieco, rigido, inanimato, con un sorriso sghembo dal quale usciva meccanicamente sempre quella stessa frase: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io -.
    Una luna troppo vicina addentata come Emmenthal leccò la mia guancia, mentre, sospesi sopra i cirri, venivamo trascinati sempre più velocemente da ombre oblunghe di leoni e tori, noi sul nostro letto in bilico su capitelli fluttuanti nell’aria fissa. Con un fragore di polveriera, il cielo si squarciò: la mia Carla, o il suo gelido simulacro di amore posticcio, cominciò a precipitare; i suoi occhi cavi sempre più lontani, in basso, confusi nell’azzurro, irrimediabilmente perduti, trainavano una voce via via più sottile, oramai evaporata …: - Lucio, amore, è stato solo un incubo, ci sono qui io ….-"

    Ma la storia potrebbe finire anche così:

    "D’improvviso mi svegliai fradicio di sudore e lacrime ma finalmente sollevato, fra estenuati singhiozzi, nel riconoscere la testiera del mio letto e il mio cuscino, le pareti perlacee della mia camera al filtrare del primo chiarore del mattino.
    Però Carla non c’era. In un’altra stanza, all’altro capo dell’appartamento, potei scorgere la sua voce. Stava parlando con qualcuno, mi tranquillizzai. Poi udii senza riuscire a distinguere proprio ogni parola: - Sì, dottore, buongiorno, sono disperata, mi aiuti, è da un po’ di tempo che Lucio si comporta in modo strano: dimentica i nomi, le cose, perde l’orientamento, pensi che ieri non ha riconosciuto Filippo, nostro figlio, lo ha scambiato per un suo tesista in filosofia, lui che fa l’architetto –
    Poi, tumulato sotto lenzuola appallottolate, potei sentire solo una voce maschile rispondere una parola confusa, forse tedesca, io che il tedesco lo conoscevo così bene, eh sì, proprio bene bene, una parola, dicevo, forse già sentita, Alz, Alz, o qualcosa di simile, ma il tono era fioco e io ora non me la ricordo più…"

     
  • 22 aprile 2011 alle ore 15:23
    Rigor mortis

    Come comincia: Cara Veronica,

    è un po’ che non ci sentiamo, ma sono sicura che mi perdonerai dopo che ti avrò spiegato la ragione per cui non ti ho più scritto: sono morta tre mesi fa. Mi dispiace, non ho potuto dirtelo prima, ma, capirai, sono stata impegnata in mille faccende da quel giorno in poi.
    Anzi no, sono certa che non puoi capire, i vivi sono così insensibili… Tu, in particolar modo, poi, sei sempre stata la più insensibile fra tutte le nostre compagne di scuola.
    Scusami, non volevo offenderti, cara, tu hai tanti pregi: sei sempre stata intelligente, elegante, affascinante, ti è sempre piaciuto divertirti (quante ne hai fatte, con quel tuo faccino da scoiattola…), con te è impossibile annoiarsi, si ride sempre e poi ti sono sempre stata affezionata, anche se sei così diversa da me… Ma la sensibilità, lo ammetterai anche tu, non è mai stata il tuo forte…

    Non voglio proseguire su questa china; volevo solo raccontarti che cosa mi è successo da quel giorno.
    Sono morta la notte del 3 settembre, così, all’improvviso. Nessun presentimento, nessun segno premonitore. Ero andata in piscina a fare aquagym la sera prima. Avevo ancora negli occhi gli lo sguardo caldo di Enrico, l’istruttore, e il suo corpo bruno, marmoreo, che scorrazzava con autorevolezza sul bordo della vasca impartendo ordini ritmati a un acquario di foche adoranti. Sai, avevo lasciato Marco da un paio di mesi e cominciava a mancarmi la presenza di un uomo e, diciamo anche… beh, credo tu abbia capito (per queste cose sei sempre stata sensibile eh?). Forse quest’ultimo aspetto mi mancava anche prima, visto che Marco, beh, insomma, non è che fosse mai stato di un’abilità e di una fantasia sconvolgenti (e forse anche per quello mi ero stufata di lui, del suo amare stanco e ripetitivo, anche se, mentre lo mollavo, gli avevo raccontato le solite storie per non umiliarlo). Insomma, appena rientrata a casa, mi sono fatta un panino e una mela, divorandoli con appetito mentre ancora fremevo per quell’Apollo delle acque clorate. Poi, senza  guardare neanche un minuto di TV, me ne sono andata a nanna, sognando che avrei rivisto il mio bell’istruttore tre giorni dopo.

    Invece, guarda tu, al mattino dopo succede che non mi sveglio. Ma non ho sofferto, anzi; mi sono trovata cullata in una beatitudine mai provata prima, senza ansie, nervosismi, sensi di colpa verso nessuno (ti ricordi quando mi chiamavi Anna Karenina per le mie inquietudini?). Neanche dopo la maturità, ti ricordi, quando avevamo girato per un mese la Francia in autostop, mi ero sentita così libera e leggera.

    Sono arrivati gli uomini delle onoranze funebri, quel mattino. Tutti attorno al mio letto a occuparsi di me, come in una spa quattro stelle. Chi mi toglieva il pigiama, chi mi lavava, chi mi pettinava, chi mi truccava, chi mi rivestiva. Mani su mani di sconosciuti che si prendevano cura di me stesa supina. Tutti così dolci, così premurosi, così discreti.
    Finché, completata quella liturgia organizzata di carezze, uno, il più audace, ha deciso di non fermarsi lì.

    Mi ha sfilato lentamente il vestito che avevo scelto, un giorno per gioco, per il mio funerale (quel tailleur nero casto con gonna al ginocchio che mi aveva regalato Marco per la laurea, te lo ricordi? Era tutto talmente nero e serio che mi chiamavi la Pinguina Innamorata…) e ha iniziato a sfiorare le mie gambe gelate, su e giù, dapprima soavemente, poi con un impeto crescente…Gli altri, all’inizio sbigottiti, poi sempre più galvanizzati, hanno iniziato a seguirlo. Ti giuro, cara, che, se non fossi morta, avrei iniziato a gridare per l’umiliazione.
    Mio Dio, Veronica, che porci: mani, labbra, lingue, a frugare in ogni parte del mio corpo irrigidito. Dita e bocche che si insinuavano dappertutto, in ogni mio pertugio deceduto. Erano talmente eccitati che due di loro, pensando di leccare il mio ombelico, si sono messi a limonare fra di loro sulla mia pancia nuda. Che ridere!
    Ehm, volevo dire, che orrore, che schifo! Ma si fa così? Con una morta? Ma ti rendi conto?
    Dopodiché mi hanno rivestito, deposto nella cassa e mi hanno portata via non so dove.

    Il giorno dopo sono ritornati da me. Erano molti di più.
    Mi hanno di nuovo spogliata, rapidamente.
    Una tenda di banconote appoggiate sul mio petto, passate da una mano all’altra, come se le mie defunte tettine fossero diventate la cassa 3 dell’Esselunga. Se non fossi stata in quello stato, avrei urlato loro tutto il mio sdegno: - Per chi mi avete preso, eh? Mica sono la vostra zoccola…
    Ma quella volta hanno veramente esagerato.

    Senza carezze, senza romanticismi, il primo di loro è entrato in me. Ha iniziato a dimenarsi nel mio ventre secco di cadavere. Poverino, che fatica deve avere fatto.
    Scusa, mi è venuta così, non volevo dire questo. Volevo dire, era una bestia, un animale selvaggio. Un andirivieni brutale di colpi elettrici di bacino. Poi ha finito.
    Lui.
    Subito è partito il secondo, un’altra belva. Poi il terzo, il decimo, il ventesimo, e così via. Uno dopo l’altro. Scariche furiose fra le mie gambe inerti senza soluzione di continuità. Tra l’uno e l’altro si battevano il cinque, si passavano il testimone. Ero diventata la loro staffetta olimpica (ti ricordi, Vero, come mi piaceva correre quando facevamo le Medie?). Tutti urlavano sguaiatamente come gorilla. Tutti ridevano.
    E’ stata una giornata lunghissima, estenuante. Poi sono stata di nuovo lavata, rivestita, e infilata nella cassa foderata. Come un violino o una mitraglietta dopo un’esecuzione! E’ stato terribile, credimi, veramente un’esperienza terribile.

    Il giorno dopo, quell’esecrabile cerimonia si è ripetuta. E quello dopo, ancora. Ogni volta erano più vigorosi e pieni di potenza. E pensa che fantasia, i maiali!  Il quarto giorno sono arrivati con un panetto di bottarga di muggine e me l’hanno grattugiata tutta addosso. Ma dimmi tu se non è gente malata, quella! Poi, mentre mi davano una bella ripassata (scusami se parlo così, ma sono ancora un po’ scossa), si sono aspirati tutta quella polvere rossastra, che peraltro a me ha sempre fatto un po’ schifo.
    Ah ma se fossi stata viva, gliela avrei fatta vedere io (e non fare battute!) a quei criminali!
    Sono andati avanti in quel modo per qualche giorno. C’erano sempre più maschi, e sempre più brutali. Tutti a far la fila, tutti a visitare il fenomeno da baraccone. Tutti a spendere soldi per la povera puttana morta. Valli a capire gli uomini! Ero diventata il loro freak show, come nella canzone di Vinicio, quella che parla del Gigante e del Mago.
    Uno di loro, in un moto pietoso di tenerezza, ha intrecciato una margherita fra i miei capelli. Dopo avermi fottuta in ogni modo. Che stronzo!

    Poi, un bel mattino, sono arrivati solo in due. C’era molto silenzio attorno a me, insolito. Forse avevano ancora intenzione di rispogliarmi. Ma non se la sono più sentita. Dovevo cominciare a puzzare troppo anche per loro; quasi mi vergognavo, io che sono sempre stata una ragazza pulita e profumata; e forse il mio aspetto cominciava anche ad assumere fattezze orribili. Doveva essere troppo persino per quei mostri.
    Così, bruscamente, nella stessa maniera in cui, le volte precedenti, mi avevano svestita per dar corso alle loro bizzarrie, mi hanno risistemata in quelle pareti di noce. Poi hanno sigillato la cassa. Questa volta con la lamina di zinco.
    Poi siamo arrivati in chiesa. Quando è partito il primo rintocco di campana, non mi sono mai sentita così sola.

    In confidenza ti dico (anche se forse non dovrei…) che ora un po’ mi mancano quelle attenzioni maniacali, quelle cure costanti tutte e sole rivolte a me.
    Non so se ti scriverò più, ma spero che capirai la situazione (anche se sei insensibile, ih ih)…
    Ti voglio bene.
    Sempre tua (anzi eternamente tua…).

    ANNA

    Ps. Forse non sta bene dirlo, ma che arnesi, Veronica! Dovevi vederli com’erano sempre dritti, petrosi, arborei. Sempre pronti, tutti per me! Io li ho ancora in mente. Pensavo che solo i morti come me potessero avere quella consistenza… E come pompavano bene, con furia precisa e appassionata. Se non fossi morta, ti direi che non avevo mai provato quelle scosse per tutto il corpo.
    Se penso a quella biscia d’acqua striminzita che aveva Marco fra le gambe!

     
  • Come comincia:

    Chi ti rivelerà che sia quel viaggiatore della notte? La stella lucente
    Corano, Sura 86

     

    Stella sperduta
    Nella luce dell’alba,
    cigolìo della brezza,
    tepore, respiro –
    è finita la notte.
    Sei la luce e il mattino
    .
    C. Pavese

     

    “Questa non è una sera come le altre”. Tutte le sere il signor Osvaldo, vedovo da molti anni e dimenticato dai figli lontani, se lo ripeteva senza mai prenderci. In realtà, da molto tempo tutte le sue sere erano identiche le une alle altre, “come vacche tutte uguali se le si guarda di notte”, diceva un tedesco che doveva saperla lunga (il signor Osvaldo sapeva di filosofia, e anche di vacche: da ragazzo era stato mungitore). Tutte le sere al balcone del suo trascurato bilocale al quarto piano, piena periferia; tutte le sere con il suo bicchiere di rosso opaco versato dal solito bottiglione; tutte le sere appoggiato alla stessa ringhiera a rimirare in alto un cielo, ora cristallino, ora rossiccio, ora lattiginoso, ora compatto, ora profumato di vastità marine.

    Sera dopo sera aveva, il signor Osvaldo, sviluppato una sorta di familiarità con le stelle; ma non era la conoscenza erudita dell’astronomo, seppure dilettante, alle prese con un cannocchiale nelle notti luminose; no, nulla di tutto questo: il nostro solitario amico nemmeno sapeva quali fossero Orione, o Vega, o Cassiopea, o l’Orsa Minore. Il signor Osvaldo, con i suoi gomiti appoggiati sulla pietra dura della ringhiera e la sua fronte in alto, si era affezionato alle sue stelle e aveva imparato a riconoscerle empiricamente, secondo il proprio occhio, stagione dopo stagione, anno dopo anno, e via da capo. Possedeva uno straordinario talento onomastico: come un padre premuroso in vista della nascita del figlio ne sceglie accuratamente il nome, così il signor Osvaldo battezzava le sue puntiformi amiche lucenti: la Bruna, la Nerina, l’Ottavia, la Fernanda, come le sue vacche quando era giovane in campagna. Non gli difettava mai la fantasia: mille ne sapeva, mille ne ricordava. E tutte le sere in cui il cielo spalancava alta la cortina delle nubi, il signor Osvaldo si concedeva una o due lacrime nel rimirare i suoi lumini siderali lontani, o forse nel ripensare a una felicità familiare lasciata per strada troppo presto.

    Null’altro faceva, il signor Osvaldo, se non aspettare, aspettare, aspettare, con i suoi gomiti puntati e gli occhi vispi e puri verso l’alto. Era, il nostro amico, un “aspettatore” professionista, un soldato temprato alle melmose trincee delle attese notturne. Aspettava che cosa? Con le sue parole: “il momento”. Ma neanche lui sapeva bene quale fosse e cosa dovesse essere, quel “momento”. E tuttavia sapeva che quel ”momento” non era mai arrivato. Così, ogni sera, deluso e malinconico, rientrava dal balcone, abbandonava le sue stelle, senza il suo “momento”. Ciononostante la sera dopo ci riprovava, ci sperava, ci credeva: e di nuovo usciva sul balcone, sotto la veste bruna del suo cielo, per mano al suo bicchiere.

    In ogni caso, quell’insolita sera qualcosa accadde. Era una serata fine, di febbraio, quando l’aria di quarzo dell’inverno cede il passo alle carezze odorose e miti di un cielo che annuncia un mare promesso e raggiungibile anche nelle stanze d’entroterra, una curiosità accennata di pini marittimi e legno e sabbia, un varco possibile verso la primavera in cui anche le stelle si riscaldano nel loro tremito distante. Il nostro amico, bevuto il suo rosso stinto, si era appena sistemato nella sua consueta posizione, quando un refolo profumato gli accese i sensi. Poi tutto ebbe inizio.

    Dal panno tiepido del cielo, dai quadranti puntinati della notte, una stella di fronte a lui, la più piccola, la più fioca, la più lontana (dal signor Osvaldo chiamata la Modestina) si staccò e si mosse in direzione del balcone. Sembrava avesse gambe, e mani, e si muoveva sicura, a ogni passo più nitida, a ogni mossa più disegnata. Sembrava ancheggiare sulle strade del cielo, accendendo di luce pulsante quell’insolita sera; sembrava danzare in arabeschi leggeri e regolari, sempre più vicina, fra strisce incendiate che le facevano da strascico. Era una sposa, bella e preparata per le nozze imminenti. Fu un istante infinito, cosmico, metafisico. Modestina si accostava con grazia celeste al balcone vivificando di aria e luce i sentieri percorsi nel cielo della sera. Quando fu a pochi passi dalla fronte solcata del signor Osvaldo, la stella si fermò attorniata da milioni di coriandoli dorati e invitanti, una pioggia di leccornie e festoni che inondarono il nostro attonito osservatore. Finalmente il nostro amico si lasciò andare, capì che non aveva più nulla da temere: assaggiò uno di quei lacerti colorati, dopo ne addentò un altro, poi un altro ancora, e ancora di più, fino a saziarsi in quella fontana inesauribile, in una sarabanda in cui tutto il creato sembrò vivo, animato, acceso. Poi (ma hanno senso il prima e il poi in un unico istante?) Modestina lo guardò, gli sorrise – pare che le stelle possano sorridere e lo sappiano fare anche bene nello sconfinato biancore di sconfinati denti – e, nell’incendio della notte, gli sfiorò la fronte, le braccia, le ginocchia, in una corrente sgorgante di vita e atomi, pulsazioni e rivoli d’ambra, ritmo e cornucopia di luce. Infine d’improvviso, abbarbicata com’era a quegli occhi nuovi di vecchio, in una lingua nata quell’istante eppure intesa fin dalla prima aurora del cosmo, salutò il signor Osvaldo e scomparve per le feritoie celesti.

    Buio.

    Quando rinvenne, il signor Osvaldo aprì le palpebre piano piano, intontito dai capogiri.  Un attimo dopo, nella notte unanime e spenta, sulla propria destra si accorse di una striscia e di una pioggia colorata di pezzetti di carta portati sul pavimento del balcone da chissà chi e chissà quando. D’altra parte si era a febbraio, Carnevale era appena passato pensò il signor Osvaldo, nulla di strano. No, quella spiegazione non gli piacque. D’improvviso una piccola lucciola irruppe sulla scena accendendo la notte come una lucina nella stanza di un bimbo spaventato dal buio. Il minuscolo corpo d’insetto si illuminò, poi percorse la lunghezza infinita della striscia di carta. Infine soffiò sui coriandoli e volò via nell’ultimo tepore che spense la sera. A quel punto l’aria si rinfrescò.
    Il signor Osvaldo si schiuse al “momento” come una vecchia tartaruga alla mano dondolante del mare. E sorrise. E si sentì felice. Ed ebbe quasi paura.

     
  • Come comincia: Ci fu un tempo in cui la lontana Tracia, oggi ricca di montagne, era una regione completamente pianeggiante. Sentite la storia che ho da raccontarvi.

    C’era una volta, nelle lontane pianure di Tracia (care a Dioniso e a Orfeo, ma questa è un’altra storia….), un giovane pescatore di nome Pirin. Era, questi, un fanciullo allegro e spensierato, dal cuore buono, sempre circondato da amici che, come lui, amavano la pesca e il sorriso lucente delle fanciulle sognanti che popolavano i boschi di quel remoto angolo di Terra.
    Fu in un mattino di sole acceso che, in un laghetto di acqua argentea tutto circondato da alberi fronzuti, Pirin e i suoi amici scorsero, sulla riva opposta, un gruppo di fanciulle di bellezza abbagliante intente a rinfrescarsi. Amici miei, che splendore di occhi e di sorrisi, che capelli lunghi come i giorni dell’estate, che seni ardenti! Questi dovettero, a occhio e croce, essere i pensieri del gruppo di giovani che, a rapide bracciate, raggiunsero la sponda di fronte.
    Dapprima sorprese, forse spaventate, le giovani mutarono rapidamente il timore in un invito e convinsero (non ci volle poi molto!) il gruppo di pescatori a seguirle nei loro giochi fra gli alberi.
    Alla fine del giorno, terminate le allegre schermaglie nel bosco attiguo allo specchio d’acqua, il gruppo si riposò su di un prato fiorito e odoroso. In particolare una fanciulla, bella fra le belle, colse un mazzetto di fragranti rose, iris, crochi e narcisi, quindi lo donò a Pirin; infine, dopo aver baciato dolcemente le sue giovani labbra, suggellò il gesto con queste parole:
    - Mi chiamo Rila e sono la figlia della regina di queste terre. So che ti chiami Pirin e che sei un ragazzo allegro e buono. Ricorda questo profumo e seguine la scia; così, quando vorrai, mi troverai.

    Immaginate lo stupore del giovane nell’udire queste parole: una principessa, anzi la principessa, si era innamorata di lui! Pirin era così felice che si mise a correre all’impazzata. Trenta volte girò intorno al lago, cento volte nuotò in quelle acque, avanti e indietro, da una riva all’altra, vanamente rincorso dai suoi amici anch’essi ebbri di fiori, di guance di pesca e di estate.

    Il mattino seguente Pirin, intento a pescare nel suo solito laghetto, sentì nell’aria un profumo talmente intenso e familiare che persino le piante volsero i rami verso la fonte di quella magnificenza. Beh, amici miei, non ci volle molto; il giovane mollò gli strumenti da pesca e iniziò a correre a perdifiato fra i sentieri freschi del bosco. Al termine dell’arboreto, stremato, immaginate chi trovò: Rila, in una veste candida e ricamata, nei suoi lunghi capelli inghirlandati, bella da far rabbrividire l’incandescenza dell’estate, ardente da far lacrimare la corona del sole….

    Da allora, per tutti i giorni di un anno generoso, i due giovani si incontrarono su quelle rive e fra quella vegetazione ombreggiata e fragrante, accesi e innamorati…

    Si può dire che da allora vissero felici e contenti? Beh, non proprio così. Chi predisponesse il proprio animo a una storia d’amore benedetta, rimarrebbe alquanto deluso e ben poco conoscerebbe della lebbra dell’invidia. Ascoltate ancora un po’, mettetevi comodi….
    Pirin e Rila si incontravano ormai da un anno, tutte le mattine, sulle sponde del lago, all’inizio del bosco. Un bel mattino luminoso, seduti sulla riva, i due ragazzi stavano pescando (Pirin aveva insegnato a Rila l’arte della pesca; la principessa lo aveva iniziato alla raccolta delle essenze e alla composizione di squisite tonalità olfattive…), quand’ecco che sbucò, dal fondo dell’acqua, incastrato all’amo di Rila, un minuscolo pesce dorato, dalle squame luminose, dagli occhietti rossi, mobili, vispi e dalla dentatura affilata, molto affilata, da piccolo predatore:
    - Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – disse l’animaletto, allarmato.
    Immaginatevi i due giovani: un pesce parlante, per di più di una foggia mai vista prima da Pirin, che, in quanto a conoscenza di animali acquatici, non aveva rivali in tutta la Tracia…
    - Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – ripeté il pesciolino – Io vi posso aiutare, credetemi.
    - Ma perché dovremmo credere a un pesce che parla? – rispose stizzito Pirin – e, soprattutto, non vedi come siamo felici? Non abbiamo preoccupazioni, di quale aiuto avremmo bisogno secondo te?
    - Fidati di me, Pirin, ti conosco e so che sei un giovane mite e giusto – insistette, col poco fiato rimastole, la bestiolina abbagliante del lago – C’è chi non approva il vostro amore e vi sta tendendo una trappola tremenda. Ah, l’invidia, ragazzi miei, ha infestato anche queste terre. State attenti…
    - E perché non dovremmo farti finire in padella, pesce? – attaccò, non proprio principescamente, Rila, che finora aveva taciuto, incuriosita dalla situazione.
    - Ah, Rila, Pirin, io vi posso garantire che, se mi ributterete in acqua – ribatté agonizzante, con un filo di voce, la bizzarra creatura – non avrete nulla da temere da anima viva; ripeto, solo da anima viva. Di più non riesco a dirvi, di più non posso fare. Vi prego, lasciatemi andare, sto soffocando...
    Impietositi da quell’appello e allarmati da quelle terribili rivelazioni, i due ragazzi decisero di ributtare il pesciolino parlante nel lago; questi, dopo essere sparito brevemente sotto lo specchio d’acqua, guizzò, fra geometriche piroette, fuori dalla superficie, strizzando loro un occhiolino di riconoscenza. Quindi, nella luce di una scia dorata, scomparve definitivamente, inabissandosi.

    Il giorno successivo all’apparizione del pesciolino dorato, la potentissima regina di Tracia, madre di Rila, decise che era finalmente giunto il momento di convocare un banchetto al Palazzo Reale, per celebrare il fidanzamento fra i due innamorati.
    Era, la regina, una donna ormai sfiorita dal noioso trascorrere degli anni e dalla precoce vedovanza. Infatti, il padre di Rila, grande e valoroso re di Tracia, era morto al comando del proprio esercito in una feroce battaglia, quando la principessa era ancora infante. La prematura scomparsa del sovrano aveva lasciato un grande vuoto in tutto il regno e una giovane consorte inconsolabile. Ben presto, però, lo sconforto dell’augusta vedova virò verso le fosche tinte della cattiveria dei soli, venata di invidia per l’altrui felicità e di gusto per la macchinazione, sempre più crudele e vendicativa nel corso degli anni. Rila era sempre stata all’oscuro di tutte le nefandezze della madre, sulle cui atrocità non basterebbero interi volumi e, comunque, si era sempre sentita amata della regina.
    Per questo motivo, quando la sovrana volle convocare il banchetto di fidanzamento per la figlia e per il pescatore Pirin, Rila accolse con entusiasmo una tale deliberazione.
    Tutto era pronto a corte, ogni cosa era al suo posto quella maledetta sera di festa.

    Durante la cena, sfarzosa e ricolma di ogni genere di leccornie del regno, i due fidanzati furono pian piano colti da un irresistibile torpore. Dopo che si furono addormentati, la regina dispose di spalancare due botole sotto le sedie dei due giovani, rispettivamente l’una per lui, l’altra per lei.
    In un nulla, Pirin e Rila furono inghiottiti dalle segrete del Palazzo. Al fondo di un vano buio e putrido, perpendicolarmente alle due aperture sovrastanti, stavano due vasche dalle pareti alte e strette, per metà ricolme di acqua profonda, gelata, stagnante, in cui precipitarono rispettivamente, a breve distanza l’uno dall’altro, il corpo di Rila e quello di Pirin. Il giovane cadde nella vasca di sinistra; la principessa sprofondò a destra. Repentinamente, pesanti inferriate, da cui filtrava un rivolo di aria malsana, sigillarono le sommità dei due bacini.

    Subito dopo, quando l’acqua gelida ebbe ridestato i due, essi si accorsero di trovarsi in trappola: pareti scoscese, vasche chiuse in cima, poca aria, niente cibo, acqua imbevibile.
    Impossibile scappare, impossibile salvarsi.
    Dalle loro rispettive prigioni inespugnabili, Pirin e Rila udirono solo poche frasi provenienti dal piano di sopra, dove poco prima si era tenuto il banchetto. Era la voce crudele della regina, che si rivolse così alla figlia:
    - Povera Rila! Tua madre aveva grandi aspirazioni per te. Potevi sposare ricchi principi, potenti sovrani, condottieri carichi di gloria. Invece no, ti sei innamorata di un pescatore, di un pezzente. E quel che mi fa più rabbia, è che sei felice, troppo felice. Sono invidiosa. Io non posso tollerare l’altrui felicità, figlia mia. Sono infelice: chiunque accolga gioia nel proprio cuore, verrà da me trattato come un traditore. Perirà, quindi, in modo atroce…
    Ma nessuno dei due sventurati poté replicare: infatti, l’invidiosa sovrana proruppe in un pianto fragoroso e inesauribile che, per tutta la notte, coprì a lungo le loro voci, ora supplichevoli, ora rabbiose. L’acqua che sgorgava dai suoi occhi malvagi era talmente copiosa da invadere tutte le stanze della reggia, una dopo l’altra.

    Il mattino seguente, il lamento finalmente cessò e, dal soffitto buio delle segrete, iniziarono a gocciolare le lacrime della regina, provenienti dal piano superiore…
    Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, il livello dell’acqua delle due vasche si innalzava. Plic plic plic. Piovevano lacrime, tante, salate, l’una dopo l’altra, a intervalli regolari; il livello saliva, saliva, saliva.
    Si sentivano disperati. E non riuscivano neanche a farsi coraggio a vicenda, perché ognuno nella rispettiva vasca era solo, senza l’altro…
    Sarebbero sicuramente morti…di asfissia, di fame, di freddo, di solitudine…
    Ma andò veramente così?

    Passavano i giorni, le settimane, i mesi. Pirin e Rila si accorgevano che, contrariamente a ogni aspettativa, invece di deperire lentamente fino a morire, si stavano abituando all’ambiente acquatico. I due carcerati, giorno dopo giorno, al posto di braccia, gambe e sembianza umana, stavano sviluppando branchie, squame e pinne.
    Erano diventati pesci, veloci, colorati, guizzanti ed erano ormai in grado di trarre una sorta di nutrimento dai microorganismi del liquido fetido in cui erano immersi.  Crescevano belli, floridi, pasciuti.
    Ma non erano liberi. E non erano insieme. Questo li faceva soffrire più della cattività. Mesi interi senza potersi guardare, parlare, accarezzare, abituati com’erano a incontrarsi ogni giorno… 
    Per ora.

    Doveva essere già passato un anno quando ognuno dei due prigionieri, un bel mattino, udì con somma gioia, sotto il pavimento della propria gabbia, come uno sfregare di mandibole voraci. Improvvisamente entrambi si accorsero che, dai fori sottostanti che si stavano creando, due branchi di minuscoli pesci dorati, muniti di dentatura aguzza, stavano rosicchiando le fondamenta delle due prigioni, come solerti operai. Morso dopo morso, i due pavimenti alla fine cedettero. Subito, due straripanti cascate d’acqua melmosa li spinsero per un labirinto di canali, vie, viuzze…
    Dopo un viaggio che parve loro interminabile, al movimento ritmato delle loro pinne e delle loro branchie e guidati dai loro acquatici liberatori, i pesci Pirin e Rila si trovarono in uno specchio d’acqua pura e trasparente. Finalmente liberi, finalmente insieme…
    Dalla felicità, i due saltarono fuori dalla superficie fra mille piroette. Alla milleunesima, si riscoprirono nuovamente uomo e donna. E che piacere ritrovare, dopo così tanto tempo, il loro laghetto, scenario quotidiano dei loro appuntamenti. Un lungo bacio sulla riva incorniciò quella mattina di liberazione e metamorfosi…

    Al termine di questo idillio, un pesce del branco liberatore guizzò fuori strizzando loro l’occhiolino rosso e vispo: era il pesce parlante che li aveva messi in guardia dall’altrui invidia molto tempo prima. Subito si indirizzò a Pirin e Rila:
    -  Cosa vi avevo detto? C’era qualcuno che vi voleva male. Ma la vostra generosità nel liberarmi tempo fa è stata premiata. Così, io e i miei piccoli e voraci amici abbiamo liberato voi.

    Mentre il pesciolino dorato concludeva il suo breve discorso, la scena si completò, sull’opposta riva del lago, di un corteo funebre, ricco, sfarzoso, alla presenza di dignitari e sovrani dei più remoti angoli della Terra. Lacrime regali, strepiti, lamenti, musica di morte…
    Incuriosito, Pirin prese la parola e si rivolse al pesce:
    - Spiegami un po’, amico, chi è morto?
    - La regina è morta, amici miei – rispose prontamente l’animaletto – Dovete sapere che, mentre voi vi pascevate beati nelle vostre rispettive prigioni, salvati dalla vostra bontà nei miei confronti, la sovrana deperiva sempre più, rosa nelle più intime fibre dalla sua stessa crudeltà e dalla sua stessa cattiveria. Mille medici furono chiamati da tutta la Tracia e mille furono mandati a morte per la loro, si disse a corte, incapacità nel guarire la regina. Ma era il suo malanimo ad essere inguaribile, nessuna scienza o dottrina avrebbe potuto salvarla…
    Sul volto di Rila non si disegnò nemmeno una lacrima, in quel mattino chiaro…

     Dopo qualche tempo, Rila divenne legittima regina di Tracia e Pirin ne fu il fedele, augusto consorte. L’uno accanto all’altra, essi regnarono, in pace e armonia con tutti i sudditi, per centocinquant’anni, circondati dall’amore di numerosi figli, nipoti, pronipoti, per sette generazioni.
    Un triste giorno, i due, guardandosi negli occhi, sorridendosi come sempre si erano sorrisi, spirarono all’unisono, senza soffrire, con leggerezza. Il pesce l’aveva predetto al momento di essere ributtato in acqua: Pirin e Rila non avrebbero avuto nulla da temere da anima viva; contro la natura, però, nulla si sarebbe potuto.
    Tutta la Tracia li pianse. Anche i regni limitrofi furono commossi dalla duplice dipartita dei sovrani…
    Persino il buon Dio, circondato dai suoi angeli (altro non erano che i pesciolini liberatori di Pirin e Rila…), toccato intimamente dal duplice lutto, decise che era giunto il momento di ricordare degnamente i due sovrani traci e il loro immenso amore…

    Da quel giorno, in prossimità del laghetto dove i ragazzi Pirin e Rila erano stati soliti celebrare i loro incontri, al posto della terra fino allora pianeggiante, spuntarono due montagne alte e verdeggianti, collocate l’una di fronte all’altra, destinate a guardarsi e sorridersi per l’eternità, così come i due innamorati avevano sempre fatto in vita, giorno dopo giorno.
    Il primo monte, il Pirin, è ricco di laghetti pescosi; il secondo, il Rila, è odoroso di ogni specie floreale… da allora, la Tracia fu rinomata come regione montagnosa.

    Si racconta ancor oggi che, nelle notti di luna incendiate da fuochi di stelle, si possono vedere distintamente due fenditure arcuate poste l’una di fronte all’altra sulle pareti dei monti, l’una sul Pirin, l’altra sul Rila… qualcuno racconta che le anime dei due innamorati, defunti nella notte dei tempi, continuano a sorridersi, sorridersi, sorridersi…

     
  • 25 febbraio 2009
    La lavatrice

    Come comincia: Ora sono qui. Fra poco non sarò già più.
    Scusate se irrompo nelle fresche mattine, nei pomeriggi indaffarati o nelle sere soavi in compagnia delle vostre attività preferite, ma credo di avere buone ragioni per la mia maleducazione. Ma scusate ancora, che sbadato, non mi sono ancora presentato… Vi garantisco, sarò breve, perché non posso più aspettare…
    Io mi chiamo L. e sono nato nel borgo di Cittanova Uzzolini; come tutti i cittanovesi, detesto l’invadenza e l’intrusione… Perlomeno, le detestavo fino a quando, lontano dalla mia piccola comunità arroccata sui monti Spigolini, non sono stato reso partecipe, addirittura coinvolto, di eventi demoniaci e terribili. A causa di tali accadimenti, ho deciso di rendervi edotti di quanto ho vissuto sulla mia pelle. 
    Ma procediamo con ordine.

    Scusate se parto da lontano, dai miei anni più giovani, in cui i sensi sono più acuti. In quegli anni già lontani ma vividi nel mio ricordo, il vigore sia fisico che mentale mal si concilia con l’angustia di una cittadina di poche migliaia di abitanti; uno spregiudicato senso di immortalità ti spinge lontano dal sopore contagioso di un minuscolo agglomerato di case sospeso all’altezza delle nuvole. Insomma, finita la scuola e raggiunta la maggiore età, una mattina di lunedì scelsi che, di lì a una settimana, sarei partito per la capitale, sospinto dalla galassia delle opportunità che la metropoli pareva offrirmi.
    Certo, la scelta comportò fragorosi malumori fra i miei cari; in particolare quattro persone contrastarono, talvolta con collere vomitatemi addosso, talaltra con silenzi punteggiati di rancore, il mio proponimento. Nell’ordine: la mamma (il babbo era morto quando avevo da poco imparato a parlare…), mia sorella F., mio fratello P. e, infine, S., la mia fidanzata di allora. Nessuno di loro mi risparmiò il proprio risentimento per quella partenza probabilmente inattesa (mai avevo dato segno esplicito di volermene andare), sicuramente poco avveduta (quasi nessun cittanovese, e io lo sono da almeno venti generazioni, aveva scelto di emigrare; i pochi avventurosi fecero perdere le tracce o fallirono miseramente, tanto che dovettero tornare al luogo di partenza). La mia prolungata ostinazione, però, fu tanto forte quanto la loro avversione e, dopo qualche giorno di silenzi reciproci, organizzato alla bell’è meglio un bagaglio di fortuna, senza salutarli il mattino stabilito partii.
    Le nuvole erano basse, caliginose, opprimenti. Dopo pochi passi sulla strada per la città, però, già mi mancavano l’amore e la benevolenza dei miei cari; il modo scontroso e offensivo con cui avevo imposto loro la mia decisione e il mancato conforto di un abbraccio mi struggevano. Alla stazione ferroviaria del paese di Fondovalle, tuttavia, il mio umore migliorò e, una volta che fui salito sul treno per la capitale, non mi diedi più pensiero: comunque avevo scelto, il mio destino era oramai lontano dalla casa natale. Punto e basta. Gli occhi tremolanti di un pallidissimo sole benedissero il mio ritrovato buonumore.

    In effetti, dopo qualche mese di opportuno ambientamento in città, con lavoretti saltuari qua e là, mi feci largo alquanto velocemente nel nuovo mondo, sospinto tanto da un’intelligenza prensile e rapida, quanto da un carattere pervicace e meticoloso, non disgiunto da una vigile disponibilità (che mai avrei sospettato di possedere) verso il prossimo. Con i pochi soldi che avevo mi iscrissi all’Università. Lavoro, studio e tanta ambizione. 
    Dopo un anno fui assunto in pianta stabile in un’azienda multinazionale di elettrodomestici come operaio. Al secondo anno divenni impiegato, dapprima generico, poi qualificato. Al quinto anno fui nominato capufficio. Al decimo, dopo una laurea conseguita più con rabbia che con applicazione, mi diedero una scrivania da dirigente, con tanto di vista panoramica sui palazzi della città, segretaria tuttofare, stipendio pingue e colorate piante tropicali provenienti dalle migliori serre della regione. A quindici anni dal mio arrivo in città, divenni finalmente presidente della compagnia nella quale ero entrato, quindici anni prima, come operaio generico. Ero diventato un uomo di successo, ricco e potente, inserito nel bel mondo cittadino, venerato dalle donne, benevolmente invidiato dagli uomini che, anche se mai perdonarono fino in fondo la mia origine provinciale, non mancavano di prendermi a esempio di competitività e fascino.
    Non mi volli mai sposare, perché temevo che la vita a due sarebbe stata in perenne conflitto con un lavoro intenso e dinamico come il mio, fatto di riunioni, telefonate, vertenze, pugni sul tavolo, per almeno sedici – diciotto ore al giorno; per non parlare dei viaggi d’affari nei più inimmaginabili luoghi della Terra. Avevo completamente rotto con la mia cittadina d’origine, non cercai più nessuno. Scelsi deliberatamente di non sapere più nulla dei miei cari, dai quali mi ero allontanato quindici anni prima senza un abbraccio.
    Vivevo, solo e contento di esserlo, in una villa ottocentesca situata nella zona più esclusiva della città (con ministri, banchieri, imprenditori, professionisti da parcelle gravide di cifre) circondata da una siepe, vigilata da molossi e guardie del corpo; la casa era abitata, oltre che dal sottoscritto, da domestici, giardinieri, cuochi, automobili di lusso, automobili sportive, quadri d’autore, mobili raffinati di antiquariato, stoviglie e suppellettili preziosissime, abiti eleganti e da… lavatrici.

    Sì, proprio così.

    Avevo sempre avuto la passione, fin dalla mia più tenera infanzia, per questi oggetti così geometrici, per la loro solidità parallelepipedale, per i recessi circolari del loro cestello; sembravano sottoporre i panni sporchi a chissà quali metamorfosi. Una lavatrice non era un elettrodomestico, oltre l’oblò era un crogiolo d’alchimista che dava vita a nuove forme a seconda della velocità del metallo forato. Era l’elementare, erano il rettilineo e il circolare. Era l’ingranaggio perfetto del cosmo. Da piccolo scrutavo sempre la mamma intenta a programmare i vari possibili lavaggi. Ammiravo estasiato il getto d’acqua iniziale, il lungo e ipnotico volteggio intermedio del cesto metallico, il travolgente sirtaki della centrifuga finale prima dello stop e dello schiudersi di nuovi tesori all’apertura dello sportello. Mi piaceva illudermi ogni volta che, dalle sporche tenebre di pedalini, camicie e pantaloni, si generasse, dopo ogni lavaggio, un mattino fiorito di fate danzanti nel sole, fragranze appassionate e campi costellati di coccinelle.
    In seguito potei coltivare la passione per le lavatrici anche dal di dentro, man mano che scalavo la gerarchia aziendale. Per ogni nuovo prodotto creato nelle nostre officine, un esemplare – spesso il prototipo -  finiva inevitabilmente a casa mia, in una stanza allestita per ingrassare la mia bizzarra collezione.

    Intanto, parallelamente al mio successo professionale, cresceva, anno dopo anno, la competenza progettuale dei nostri ingegneri e la perizia esecutiva dei nostri tecnici e operai nel partorire nuovi gioielli per le massaie – e i massai, sì, perché ce n’erano - di ogni angolo del globo. All’epoca in cui mi insediai alla scrivania più prestigiosa della compagnia, non esistevano sul mercato lavatrici più precise, silenziose ed economiche delle nostre. I materiali erano leggeri e innovativi; l’elettronica, sofisticatissima. Qualche taglio qua e là sul personale – ma chi non ne fa? – e qualche speculazione ben mirata in Borsa permisero di abbattere i prezzi di vendita ai clienti. Tuttavia, mancava ancora la carta vincente e decisiva per demolire definitivamente i nostri competitori.

    Ma un giorno di gennaio che non dimenticherò mai più – stavamo conducendo in quei mesi ricerche incoraggianti per un nuovo tipo di macchina che avrebbe sbaragliato ogni concorrente – bussò alla porta del mio ufficio il responsabile tecnico del settore, l’ingegner Zeta. Lo invitai a entrare. Spalancò la porta rosso in volto, in uno scoordinato mulinare di mani. Urlò, riuscendo a stento a trattenere lacrime di gioia, che era pronta la nuova lavatrice. “Venga Lei stesso a vedere, dottore, è un miracolo”. Quasi mi trascinò per la manica fino all’officina dove vidi lei. Lei, bianca come Afrodite sulla spuma del mare, solida come un maniero scozzese, silenziosa come il battito d’ali di una macaona. E che linea: snella nel corpo e morbida, carezzevole nel cestello superiore (oramai ne era passato di tempo dagli oblò frontali della mia infanzia, portoni di vetro scuro sul mistero delle forme in movimento). Femmina altera e ammiccante in lega leggera! E quanta biancheria poteva contenere in uno spazio così contenuto! E quanti lavaggi, mi fu spiegato, prima di usurare serpentina e guarnizioni! E che risparmio per il cliente! E che salvaguardia dell’ambiente! Con certezza mi dissi che il divino Efesto, nella sua fabbrica, non poteva avere raggiunto una simile perfezione di fattura quando forgiò le armi di Achille. Tutti i nostri dipendenti si erano superati nell’impegno e nel risultato. Durante il collaudo, rimasi anch’io a bocca aperta, stupefatto dall’eccellenza del nostro lavoro.

    Come sempre facevo a ogni parto delle nostre officine, anche in quell’occasione  diedi un nome femminile a quel prodigio di meccanica: non potei che chiamarla Eva, la prima, l’archetipo, l’antonomasia. E, come sempre, la volli provare personalmente a casa mia, prima di produrla in serie: era una tradizione consolidata, un additivo scaramantico che, nel corso degli anni, aveva consentito di decuplicare gli utili delle casse dell’azienda.
    Così quella sera stessa di freddo compatto, sotto lo sguardo chiaro di un cielo araldo di neve, i fattorini della ditta condussero Eva nella mia villa. Ero euforico, frizzante come l’aria che di lì a poco avrebbe sfarinato, sulla città e sulle colline circostanti, fiocchi compatti. Eccola lì, alla mia porta, avvolta in un cappottino di plastica puntinata per imballaggio, chiusa in alto da un fiocchetto rosa vezzoso; eccola lei, un po’ lamiera, un po’ Lolita…

    Subito dopo avere congedato i ragazzi delle consegne con un generoso pourboire, spinsi Eva in bagno, dove, in meno di mezzo giro di lancetta, mi spogliai dei vestiti della giornata, la denudai e le riempii il cestello. Decisamente non ero uomo da romanticherie, dovetti ammettere… Preso com’ero da un’irrefrenabile eccitazione nervosa, mi ero persino dimenticato di inserire la spina. Poco male, era prevista anche un’alimentazione a batteria con un significativo risparmio energetico in bolletta.
    Oltre ad altra biancheria residua, colmai lo spazio interno della macchina con un  vestito della mia giovinezza che non avevo mai più indossato e che era rimasto compresso nell’armadio. Mi venne in mente che quel Principe di Galles seminuovo e vivace doveva essere l’abbigliamento del giorno in cui abbandonai definitivamente Cittanova Uzzolini. I nostri tecnici mi avevano garantito che Eva poteva lavare qualunque capo,  persino quegli abiti eleganti che, normalmente, avrebbero richiesto un trattamento più dolce per non scolorire o rovinarsi irrimediabilmente; vestiti da tintoria, per intenderci.
    Così, dopo aver programmato sul computer della macchina il lavaggio per indumenti delicatissimi, premetti il pulsante rosso, ben disegnato in cima al cestello. Erano le otto e trentasette della sera, recitava il mio orologio slacciato, prudentemente collocato sulla mensola sopra il lavabo. Il digitale della lavatrice confermava. A quel punto non mi rimase che abbandonarmi allo sciacquio iniziale e alla trionfale cavalcata wagneriana verso il pulito finale…

    Ma non feci in tempo a serrare le palpebre per salpare verso sinuosi cieli d’ambra, che venni assalito da un nauseabondo senso di vertigine. Credendo di precipitare, mi aggrappai forte ai fianchi metallici e vibranti di Eva, ma li trovai gelidi, respingenti, repellenti. Staccai di colpo le mani. Mi gettai a terra. Il cuore iniziò a pompare sangue all’impazzata, le ghiandole emisero un sudore gelato e appiccicoso. Cercai aria inspirando con vigore. Poi incominciai a dimenarmi senza controllo sul pavimento, in un ballo spaventoso, quasi osceno, a scatti, a impulsi secchi. Provai a urlare, ma non mi udii. Gridai più forte. Emisi solo uno sbuffo schiumante. La nausea crebbe. La mia testa, fino a quel momento solo terrorizzata, estrasse, da chissà quale anfratto cavernoso, scoppi di tuono da offrire impietosamente alla mia percezione. Pum, pum, pummm. Trrrrr. Prima trapano da dentista, ma amplificato. Poi martello pneumatico. Infine aereo a reazione incastonato nel cranio. Non ne potei più. Di riflesso, solo di riflesso, colpii con la testa e con i pugni la sagoma poliedrica della macchina. Con violenza. Con furore. Colpii senza precisione, con una forza malata e residua. In qualche modo, tutto questo doveva finire, finire, finire… Colpii uno, due, tre, dieci volte sul fianco nudo di Eva. Basta, basta, basta. Basta. Un fischio sordo dall’interno della lavatrice sancì la mia salvezza. L’ultima immagine che ricordo fu una fila di piastrelle color avorio che mi gelavano le tempie e un sapore dolciastro di detersivo sulla lingua… Poi solo luce bianca d’infinito e silenzio.

    La notte era appena cominciata quando rinvenni. Guardai l’orologio che avevo lasciato sul lavabo. Dieci in punto. Il digitale della macchina era bloccato sulle venti e trentasette. Ero stordito, indolenzito, ma vivo. Fuori dalla finestra, la prima canizie nevosa rivestiva l’acciottolato del sentiero e la siepe in lontananza.
    Provai a saggiare le mie energie, tentando di alzarmi. Riuscii. Per prima cosa aprii il cestello di Eva – ma quel momento fu l’ultimo in cui riuscii a chiamarla così – per saggiare lo stato dei miei indumenti dentro il mostro. Ne trassi fuori calzini, mutande, camicie intinti in un’acqua melmosa, insalubre; poi estrassi il mio vestito di un tempo, il mio Principe di Galles. Lo toccai, lo rivoltai, lo appallottolai, infine ne frugai le tasche: la mia mano se ne uscì dal taschino interno della giacca con qualcosa di cartonato e parzialmente sbriciolato dal lavaggio. Una vecchia foto sbiadita virata seppia mi si materializzò davanti agli occhi. Ora ricordavo. Era l’immagine di una cena a casa nostra, a Cittanova. Di fronte all’obiettivo, il volto sereno della mamma; alla sua destra, il sorriso buffo di mia sorella; alla sua sinistra, preso di sbieco in uno sguardo assonnato, mio fratello; infine, in piedi con le mani appoggiate alle spalle della mamma, la mia fidanzata S., nella solita espressione luminosa e amorevole verso di me. Al centro del tavolo – doveva essere l’inizio della serata o la fine, perché non era ancora o non più apparecchiato – un massiccio Buddha di ferro battuto affiancato da un vaso di violette fresche. Ora ricordavo. Io avevo scattato la foto. Immediatamente, lacrime dolci solcarono binari d’argento sulle mie guance.

    Passai una notte assai inquieta, popolata di colori cangianti, ma cupi. La mattina seguente, come ogni giorno, la mia segretaria entrò nell’ufficio per consegnarmi posta e giornali. Non stavo bene: gli episodi della sera prima e il tempo da neve mi avevano tagliato il respiro. Respiravo male, a brevi sorsi di fiato. Avevo addosso un’irrequietezza proveniente da mondi lontani. Non riuscivo a stare seduto, a toccare la scrivania. Camminai avanti e indietro per la stanza, stropicciai compulsivamente le foglie delle piante tropicali, torturai fogli e matite. Non riuscivo a concentrarmi sul lavoro. Mi risedetti al mio tavolo, ordinai alla segretaria che mi annullasse ogni appuntamento, che trovasse ogni genere di scuse con chiunque e che impedisse a chiunque di entrare nella mia stanza. Poi provai a sfogliare il primo quotidiano.

    E lessi.

    “Orrore in provincia.”, titolava il pezzo nella prima di cronaca. “A Cittanova Uzzolini, sonnolenta cittadina sui monti Spigolini, nella serata di ieri sono stati rinvenuti quattro cadaveri - tre donne e un uomo - orrendamente sfigurati e mutilati, al di fuori di una villetta. Si tratta dell’anziana padrona di casa, di due dei suoi tre figli, un maschio e una femmina, e di un’altra donna che da anni frequentava la famiglia.  La strage risalirebbe alle otto e trentasette di ieri sera: al polso dell’unico uomo è stato ritrovato un orologio rotto fermo a quell’ora. A completare la scena raccapricciante, sono stati ritrovati sulla neve un pesante Buddha metallico insanguinato e petali avvizziti di violetta sparsi tutt’intorno ai poveri resti. Il commissario che conduce le indagini ha dichiarato che in tanti anni di carriera mai si era imbattuto in un simile orrore e profanazione di vite umane. Per rendere l’idea, ha proseguito il funzionario con una certa macabra fantasia, è come se quattro coniglietti fossero stati centrifugati da una lavatrice difettosa.” .
    Fu come se un branco di tigri violacee avesse violentato la mia stanza silenziosa, lasciando al suo passaggio un tappeto di specchi infranti e di angoscia cieca, irredimibile. Guardai la neve fuori, sui tetti piatti della città. Maledetta neve.

    Capii.

    Così ora sono qui, fra pochi minuti non sarò già più. La corda che ora pende dal soffitto dell’ufficio sarà l’ultimo abbraccio che il mio collo riceverà.

    Il racconto qui riferito è ora al vaglio degli inquirenti.
    Qualche mese dopo il quadruplice delitto di Cittanova, in una notte di luna alta due ladri si introdussero nella villa dell’autore della lettera riportata sopra. Dopo avere frugato in armadi e cassetti, fatto scempio di lenzuola e divani, messo a soqquadro mobili e suppellettili, i due malviventi visitarono il bagno. Alla luce di una torcia elettrica si imbatterono in una lavatrice nuova nuova. Bella, bianca, solida. Senza motivo, per puro gioco si divertirono, fra  risatine sempre più eccitate, ad accenderla vuota, senza carico. Dopo un iniziale clangore di ingranaggi male assortiti che fece dapprima trasalire, e poi tacere, i due sciagurati, dal cestello evaporò fumo sottile, ma avvolgente e penetrante. Tossirono forte, sempre di più, convulsi. Il fumo aveva ormai avvolto il bagno. Uno dei due riuscì ad accendere l’interruttore della luce per cercare una via d’uscita dalla stanza invasa. A quel punto la scena mutò. Sulla parete sopra la lavatrice il fumo, prima così volatile, si compattò in una sagoma scura, nerastra, sempre più nitida nei contorni. Un’ombra dell’inferno. I due delinquenti divennero di colpo cerei e muti. Sul muro apparve il profilo di un uomo impiccato seduto eretto a una scrivania. La figura li fissava con occhi violacei, accesi, infuocati. Per un attimo – ma era suggestione, sicuramente suggestione – a loro parve che l’ombra puntasse verso di loro il dito indice in tono ineluttabile d’accusa. I due provarono a urlare. Poi la presenza stinse e si dissolse.
    Quel che rimase sulle piastrelle fu solo notte, silenzio e goccioline di detersivo avvolte nell’argento liquido di  una luna alta e immobile.