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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema (e altro ancora) nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero!

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  • Sempre = tutti = (li trovi li vedi li senti)
    da ogni dove, in ogni dove: migrantes!
    Parton tutti lontano da dove per andare...
    lontano da dove; pieni di sogni
    sono e di speranze, e di illusioni;
    parton tutti lontano da dove: carichi di illusioni ma
    senza soldi, disperati, senza nulla da perdere.
    Migrantes!
    Lasciano le loro case e le loro famiglie per
    andare in un punto, verso l'ignoto;
    per andare in un punto...lontano
    da dove: basta che sia lontano,
    lontanissimo dalla loro miseria, dalla
    loro fame di...sogni;
    basta che il vento, anzi, un vento di libertà
    li porti...lontano da dove: migrantes!
    Migrantes!
    Ma il porto d'approdo è
    pieno di trappole, migrantes,
    il porto d'approdo è scaltro,
    spietato con voi, migrantes;
    non lascia scampo a quelli come voi: migrantes!
    Il porto d'approdo, le terre di approdo
    non amano i viaggiatori come voi: perché
    han paura del vostro anelito di libertà;
    della vostra sete di nuove terre...
    hanno paura della vostra disperazione, migrantes!
    Migrantes!...
    Ma voi non vi lasciate abbagliare,
    e non vi lasciate accecare dall'odio (di quell'approdo,
    di quelle terre)
    non vi lasciate ingannare, non vi lasciate fottere,
    non vi lasciate illudere (da quell'approdo,
    da quelle terre...mai, migrantes!).
    Migrantes: non vi lasciate umiliare mai.
    E non perdete il rispetto di voi stessi;
    continuate a sognare, a lottare,
    a credere...
    nella forza della speranza e del coraggio: migrantes!
    Migrantes!
    Siate sempre fieri di voi stessi, abbiate
    sempre fede...(solo) in voi stessi;
    contate (sempre e soltanto)...su voi stessi, o
    migrantes!
    Migrantes!
    Mantenete intatta e pura
    la vostra dignità,
    la purezza dei primordi che è in voi;
    non smettete mai di sentire...il vento
    che spira forte da sud (quello è)
    il vento del cambiamento,
    migrantes!
    Migrantes!
    Abbiate sempre sete:
    di giustizia, di pace
    e fratellanza, migrantes!
    Migrantes!
    Non smettete mai
    di guardare: verso
    l'orizzonte,
    di cercare
    nel cielo il punto d'incontro
    con l'infinito, 
    di camminare lungo
    una strada chiamata...domani,
    di immaginare il sole
    che nasce;
    di camminare ed arrivare
    ad una strada chiamata...domani:
    quella è la vostra meta, migrantes!
    Migrantes!
    Non smettete mai
    di essere voi (stessi);
    di essere padri e figli,
    madri e sorelle,
    uomini e donne: ricordatevi
    quelli siete voi, migrantes!

    Taranto, 11 febbraio 2013.

     
  • domenica alle ore 21:36
    La scoperta

    Nel gelido tepore
    di quei freddi e lunghi inverni
    il mio cuore si bagnò di solitudine:
    fu allora che scoprii
    d'esser nudo innanzi
    al mistero
    della vita e della morte...
    annusai d'esser uomo veramente.

    Taranto, 22 gennaio 2018.

     
  • domenica alle ore 21:32
    Strani luoghi

    A Katmandu
    non esiste (la) luna piena
    ma soltanto "petali di sole"
    che si schiudono al crepuscolo;
    a Katmandu
    le farfalle non sono scimmie
    impazzite
    ma soltanto "ladre di parole".

    a: Robert Wyatt

    Taranto, 15 febbraio 2018.

     
  • domenica alle ore 21:22
    Ascolto, ascolta...

    Ascolto il mio silenzio: ascoltare
    il proprio silenzio
    colma i vuoti da sempre vuoti
    dissonanti e remoti;
    ascolta il suo (di) silenzio: ascoltare
    i silenzi altrui svuota
    di vuoto il proprio vuoto, sia
    quello sconosciuto eppur lo già noto.
    Una piccola candela
    come una cometa nella notte
    arde vispa forte arde;
    eppoi lentamente si consuma: nessuno
    mai, però, va ascoltando il suo
    "silenzio".

    Taranto, 15 febbraio 2018. 

     
  • domenica alle ore 21:15
    Avec le temps

    Al ragazzo il vecchio disse:
    "con il tempo avec le temps...
    tutto si consuma, lentamente tutto
    si consuma,
    il tempo tutto consuma (e divora): il fuoco lento
    d'una candela smunta o quello fatuo delle passioni;
    tutto si consuma, le catene si spezzano;
    la solitudine è la nostra libertà:
    soltanto l'uomo solo è veramente libero
    ragazzo: lascia così che sia,
    lascia che il tempo consumi
    con il tempo avec le temps...
    la paura della solitudine passa,
    passa la paura della malinconia;
    la paura di essere amati e quella
    della morte passano,
    Tutto alla fine passa: perciò, ragazzo,
    - dammi ascolto -
    lascia che sia
    lascia che scorrano le cose
    lascia pure che trascorra e passi il tempo:
    e vada per la sua strada...
    con il tempo avec le temps".

    da: Leo Ferré (a Leo Ferré).

    Taranto, 5 settembre 2017. 

     
  • sabato alle ore 16:43
    Er bon governo

    Un bon governo, fijji nun è cquello
    che vv'abbotta l'orecchie in zempiterno
    de visscere pietose e ccor paterno:
    puro er lupo s'ammaschera da aggnello...
    nun ve fate confonne: un bon governo
    se sta zzitto e ssoccorre er poverello.
    Er restante fijjoli, è tutt'orpello
    pe accecà ll'occhi e ccomparì a l'isterno.
    Er vino a bbommercato, er pane grosso,
    li pesi ggiusti, le piggione bbasse,
    bbona la robba che pportàmo addosso...
    ecco cos'ha da fà un governo bbono;
     e nno ppiaggneve er morto, eppoi magnasse
    quant'avete, e llassavve in abbandono.

    (da: "Sonetti", G.G. Belli) 

     
  • 14 agosto alle ore 4:00
    Lei verrà

    Verrà la morte e
    avrà
    i miei occhi
    ma non la loro
    luce.

     
  • 11 agosto alle ore 13:10
    Isola dispersa

    ...Tam tam tam
    isola
    dispersa
    nell'azzurro
    turchino dell'oblio

    consumano 
    mansueti tarli il tempo
    e gli anni giuocando
    a dadi...
    Zum zum zum.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 11 agosto alle ore 13:06
    Rapimento

    D'incanto
    rapito
    dal canto delle sirene
    lungo
    le rive del fiume
    delle piogge.
    M'accquatto
    in un fosso
    e grido: "c'é qualcuno
    laggiù?"
    Un fiore
    nero
    e pallido
    nel deserto
    nacque
    ricordo
    rosso sangue
    di bambino
    ora 
    non si vede più!

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 11 agosto alle ore 13:02
    Assassinio

    Una conchiglia 
    rubai
    parlante
    al mercatino
    del popolo
    di Samarcanda
    quando 
    un vaso
    di dalie si ruppe
    uscirono
    mani vuote;
    con la stessa
    mano
    ladra salutai
    le stelle
    il mio giovane
    ardore
    di poeta
    uccisi.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.
     

     
  • 11 agosto alle ore 12:59
    Grido

    In segreto
    spesso 
    prendevo
    l'ascensore
    per salire il patibolo
    dissennato
    dell'oblio
    l'esistenza
    dimenticavo
    con parole
    sonanti
    soffocavo il silenzio
    e le voci della notte
    mi venivano in sogno:
    Aiuto! Aiuto! Aiuto! grida ora
    il marinaio 
    senza testa.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • Quella terra conosci laddove esalasti
    primordiale vagito? Laddove giovane madre
    tua, sangue del sangue tuo morì
    nel darti alla luce?

    Colà dove il volo del gabbiano
    è lastricato di betulle sempreverdi
    ed un vento da ponente
    l'accompagna notte e giorno.

    Conosci quella terra?
    Guarda occidua il mare, 
    quella terra;
    colà le statue
    ridono e piangono
    al suono dell'arpa d'eolia
    al verso sibillino
    e sanguigno dei poeti s'addormentano
    vergini e matrone.

    Conosci quella terra?
    Le sue montagne
    ed i suoi verdi pascoli
    affollati di giumente
    bianche e brune;
    sulle sue colline 
    crescono dorati cedri,
    nelle sue vigne
    trovi chicchi dipinti di manna.

    Conosci quella terra?
    Colà dove le spighe di grano
    germoglian di notte
    e rossi papaveri all'alba muoiono?

    Quella terra sarà la tua terra
    figlia se lo vorrai: quella terra
    è sorella
    d'ogni terra del mondo!

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 10 agosto alle ore 9:58
    Joie de vivre "anarchica"

                                                                                      Una quercia secolare
                                                                                      vive sola una vita intera
                                                                                      eppure non è mai triste.

    Esser contenti
    d'esser venuti al mondo
    e di continuare ad esserci
    anche quando il mondo
    sembra sia
    una "gola profonda"
    che ti divora

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 10 agosto alle ore 9:51
    L'altomare (ricordi del vento)

    Vidi scomparire
    una nave
    tra i flutti delle onde
    era carica
    di idee piangevo;
    l'altomare
    sembrava
    aggredirmi sopraffarmi
     travolgermi...
    "Ricomicerò" dissi
    a me stesso.
    Sensazioni
    emozioni
    riflessioni parvenze
    di realtà
    paventa
    il poeta
    immaginifico:
    è un lembo
    d'aria
    portento
    che non teme
    l'avverso
    né 'l cor suo
    si spaura!

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.
     

     
  • 10 agosto alle ore 0:13
    Di sera

    Il poeta gridò:
    "assassini!"
    avevano rubato
    il cuore ad un bimbo
    estirpandone
    per sempre
    il (suo) candido
    primordiale stupore.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 10 agosto alle ore 0:10
    Rosso

    Risvegliati
    dal lungo sonno
    colore
    della passione:
    le pietre
    ed i cuori 
    di pietra capiranno.
    Rose rosse
    porta
    il masnadiero
    all'amante di giugno.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.
     

     
  • 10 agosto alle ore 0:05
    Collina "81"

    Case sventrate
    accartocciate
    su se stesse sedute
    sopra collina "81"
    (la)
    mutila
    l'aria 
    il cielo
    delle stelle
    ed il vento
    muto
    sibila
    di paura.
    Su quella collina
    nessuno
    più
    canterà insonne
    ma
    un lupo grigio
    piange
    la notte vicino
    ad una
    croce senza nome.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 09 agosto alle ore 23:59
    Il "cane" Mohammed Sceab

    Era
    una notte
    (strana)
    al cimitero
    marino
    quella mutila
    e sorda
    delle ore
    sussurrava
    una scimmia
    parlante
    dentro
    l'orecchio
    che sarei
    morto presto.
    Non avevo
    paura
    pregavo
    di gioia...
    due dita
    confuse
    facevano
    l'amore
    con quella scimmia
    ed una pioggia
    di meteore
    verdi e rosse
    inondò
    il cielo
    di farfalle
    cieche.
    In quel 
    cimitero
    riposa
    un "cane"
    di nome
    Mohammed Sceab
    leggeva
    il corano
    e fumava
    hascisc
    della Turchia
    era morto
    suicida
    per paura
    della vita
    e senza patria
    ma nessuno
    lo sapeva
    e forse io solo
    so ancora
    che non era
    un vigliacco
    e visse due
    volte: che visse
    per
    due volte
    una volta
    nel mio 
    cuore.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018. 

     
  • 09 agosto alle ore 23:50
    Nostalgia del tempo

                                                                                  da: Ungaretti.

    Fanciullo
    nella quiete
    un motore
    rombante
    attizza il dolore 
    di mezz'età...
    Prendo
    l'ascensore
    e divento vecchio.
    Sento 
    ateo l'odore
    acre della vita
    tornare indietro.

    da: "Poesie di maggio" (canti anarchici, lampi di controcultura, visioni ermetiche), 2018.

     
  • 09 agosto alle ore 15:05
    In memoriam (ad Ahmed, mio fratello)

    Amò la Francia
    il poeta
    ma non era francese:
    era cittadino del mondo
    e della vita.
    Amò la Francia
    si chiamava Ahmed
    era un nomade del deserto,
    non era francese;
    non aveva più patria
    era cittadino del mondo 
    e della vita: i versi
    suoi
    un giorno incendiò
    e poi si gettò giù
    da un dirupo.
    Amò la Francia
    si chiamava Ahmed
    era cittadino del mondo e della vita.

                                              = Autocommento =
    "Gente strana davvero, i poeti", dice lo stesso poeta; "van sempre giuocando con le parole, corrono dietro ai sogni e a volte rincorrono le utopie come un bimbo rincorre un aquilone, sono soggetti ai mutamenti repentini e infingardi del loro cuore...si beffano di tutti e di tutto; "gente strana, sì, davvero: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita (ma il loro deretano sarà abituato, poi, a prendere quei calci? Chissà!)...Poi la baciano, la guardano dritta in mezzo agli occhi, la amano come fosse una puttana da quattro soldi!". Ahmed era un poeta: fratello del poeta! 

     
  • 07 agosto alle ore 15:17
    Ma..."il mare è crudele!"

    Quando gettai un messaggio: nell'acque fraterne
    del mio Jonio
    ch'era rinchiuso in bottiglia di pregiato
    vetro di Murano - (e) comprata
    a 10 euro, sic!
    da un rigattiere della città vecchia: già, e son
    tanti 10 euro, tanti davvero! 
    La bottiglia, però, si aprì 
    - d'averla vista (vuota) - mi dissero pescatori
    notturni di frodo...
    e il messaggio, allora? Sparito, ingoiato
    forse dalle onde
    ingoiato dal mare, sparito nel mare
    Ma..."il mare è crudele!"
    - spesso ripeteva la mia grande zia -
    il mare: [è crudele]
    lui, "ingoia persone, barche e marinai"...
    Il mare [è crudele]: il mare
    lui, ha ingoiato anche il mio messaggio.
    Ma...è davvero così crudele?!

    Taranto, 17 marzo 2016.

     
  • 07 agosto alle ore 15:15
    Il vento...oggi è diverso (una donna)

    Il vent'accarezza il viso
    di Sara
    mentre lei, seduta sulla spiaggia,
    si raggomitola i suoi fulvi capelli
    come il crine d'un cavallo libero.
    Oggi il suo viso è più pallido e triste
    del solito: e le gote ancor più smunte
    che mai.
    (M'anche)
    il vent'oggi è diverso...
    soffia diverso: se n'accorgono
    già gli scogli e si spaurano
    il mare se n'accorge: ma lui non 
    si spaventa, ruggisce un po'
    e poi si placa.
    (Ma)
    il vent'oggi è diverso...
    si sente nell'aere inquieto, intorno
    tutt'intorno.

    Taranto, 12 marzo 2016.

     
  • 05 agosto alle ore 18:35
    Devi essere pazzo (gotta be crazy)

    Devi essere pazzo, devi essere mediocre
    Devi tenere puliti i tuoi figli e la tua auto
    Devi continuare ad arrampicarti, devi tenerti in forma
    Devi continuare a sorridere, continuare a mangiare merda.
    Devi essere piccolo per essere un pezzo grosso
    Devi mangiare carne per rimanere al top
    Devi essere fidato, devi raccontare bugie
    Devi essere in grado di socchiudere gli occhi.
    Devi convincerti che ti crederanno
    Devi sembrare facile da decifrare
    Devi essere sicuro di avere un bell'aspetto in tv
    Devi assomigliare a un essere umano.
    Devi essere sicuro, devi fare in fretta
    Devi separare il sottomesso dal malato
    Devi mantenere alcuni di noi docili e in forma
    Devi fare in modo che ognuno continui a comperare questa merda.
    Devo ammettere di essere un po' confuso
    Il dolore in testa è figlio della collusione
    Devo resistere al malessere strisciante
    Devi credere nella via d'uscita dal labirinto
    Ma tu, ti limiti a continuare a fingere
    Puoi distinguere un cretino da un amico
    Ma continui a mostrare il coltello
    Allo straniero, all'amante, all'amico e al nemico indifferentemente.

    Pink Floyd, dall'album "Wish You Were Here", 1975.

     
  • 05 agosto alle ore 10:05
    Anarkika disillusione

    Abbiamo da mangiare
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo da bere
    - vino allegro, vino rosso
    vino fumè pure un quartino di nero -
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo di che scrivere
    e legger ciocché scriviamo
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo i freddi inverni
    e le calde torride estati
    - senza le dolci soavi primavere
    nel mezzo -
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo notti strane
    - cariche di sogni -
    e giorni arcani
    - privi di bisogni -
    cosa vogliamo (mai) di più?
    Abbiamo la pioggia grigia
    che ci bagna
    e il caro vecchio Charlie
    che ci accompagna 
    nelle orecchie
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo le macchine
    che ci assomigliano
    e noi stessi assomigliamo
    - sempre più -
    a loro,
    cosa vogliamo (mai) di più?
    Abbiamo la rabbia in corpo
    dei poeti maledetti
    e la saggezza sulle spalle
    dei guru indiani
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo tanto
    niente abbiamo:
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo la pancia piena
    e la mente sazia e sgombra
    da idee gravi
    cosa vogliamo (mai) di più?
    Abbiamo la speranza
    che ci sorregge
    con le mani in pasta
    nella disperazione...
    cosa vogliamo di più?
    Abbiamo abbiamo 
    abbiamo: cosa vogliamo
    di più?
    Abbiamo abbiamo
    abbiamo: forse
    è per questo
    che non cerchiamo più?!

    da: "Serenata blues", di Hans-Magnus Enzensberger.

     
  • 05 agosto alle ore 9:45
    Sei ancora tu?

    Piccolo Luciano
    ti è rimasta la brama 
    di verità;
    di curiosare di fingere
    di stupirti, di giuocare
    con tutti e con le parole.
    Mio piccolo coniglietto
    il mio piccolo coniglietto verde
    che leggeva le fiabe
    vicino alla stufa
    ad alta voce
    ed io ascoltavo
    con gioia.
    Il mio piccolo coniglietto
    che si spauriva
    delle rane salterine
    vicino al pozzo delle lucciole
    o piangeva dinanzi ad un'aurora 
    stellata.
    Chi sei veramente, Luciano?
    Sei ancora quello di allora?
    Il mio piccolo coniglietto
    che faceva i capricci 
    a tavola...
    eppoi - col muso -
    ti accovacciavi in un angolo
    della cucina
    che sembravi un cucciolo
    bastonato.
    Sei ancora quello di allora
    (quello) delle estati di Belfagor
    quando soltanto io ti capivo?
    Piccolo Luciano:
    ti è rimasta la
    brama di verità;
    di curiosare di fingere
    di stupirti di giuocare
    con tutti e con le parole...
    Sei ancora tu,
    il mio piccolo coniglietto verde
    e ti riempirei di baci.

    - Mia sorella Anna ha scritto per me una poesia dalle stelle...

    da: Giuseppe Conte (1945-vivente).

    Taranto, 24 agosto 2018. 

     
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  • 1 ora fa e 45 minuti fa
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

     
  • Come comincia: Caro figlio,
     ti scrivo questa lettera anche se non sei ancora nato e forse, chissà, non nascerai mai...ma se un giorno verrai al mondo spero tu la legga. Sono tuo padre, un padre "apolide" e solo, cioé, sono un padre senza famiglia, senza donna adesso né patria, anzi, sono un padre che ha molte, tantissime donne, ora, e migliaia di patrie; e lo sai perché?
     La patria di quelli - e per quelli - come me non esiste: quelli come me (e spero, un giorno, se sarai nato e quando crescerai, anche quelli come te) non hanno bisogno di patrie perché la loro patria sono tutte le patrie della terra, la loro patria è il mondo senza patrie. La loro patria - figlio mio carissimo - é il mondo (unico) paese: la loro patria è il mondo intero!
     Quelli come me - figlio - non sono mai soli né senza una donna; cioé, sono soli con la testa ed il pensiero ma no nel loro cuore; quelli come me, infatti, dormono una notte in una tenda con un indio mapuche, sotto le stelle, e si risvegliano il giorno dopo camminando per le strade di Gerusalemme mano nella mano con una donna araba; quelli come me fanno l'amore un giorno con una donna ebrea eppoi fanno festa il giorno seguente lungo i boulevard di Parigi o nelle favelas di Rio insieme agli zingari, o a Calcutta, o a Nairobi con una ragazza punk di Berlino; quelli come me - figlio -  cantano, ballano e bevono con un monaco buddista nei locali gay di Frisco eppoi vanno in Ucraina, o in Moldavia, o lungo la Moscova e mettono un fiore in bocca ai soldati; quelli come me scrivono poesie per i palestinesi ed i berberi nei bordelli della Ville Lumiere eppoi, dopo aver navigato per giorni nell'oceano, le leggono ai gabbiani; quelli come me figlio...li capita, un giorno, di cenare a lume di candela con una ragazza serba in un locale di Vattelapesca eppoi, il giorno dopo, fumano allegri la "colla" con un fratello aborigeno a Darwin, o il narghilé coi bambini di Istanbul, o un sigaro toscano a Guantanamo con un esule cubano.
     Quelli come me - figlio - sono a Katmandù, a Tel Aviv, a Praga, a Tokyo, a Las Vegas: ovunque cittadini del mondo senza patria e senza bandiera, ovunque a sputare in faccia alle patrie sature di tabù.
     Quelli come me, figlio, sono strani: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita...poi la baciano, la guardano negli occhi, la abbracciano. 
     Quelli come me: la vita, la morte sono sue sorelle; la vita, la morte sono un quadro di Matisse; la vita, la morte sono una poesia di Pasternak, o di Baudelaire, o di Nazim Hikmet.
     Quelli come me, ricorda, non hanno patria; hanno 10, 100, mille patrie: sono cittadini di ogni patria, del mondo intero!
     Quelli come me, figlio, sono senza patria, vivono senza patria: perché non amano le patrie con i muri, i confini, i reticolati, le dogane e le...ma il mondo intero: soltanto e solamente spazi infiniti, orizzonti senza limiti, isole e terre al di la e al di qua del mare; quelli come me - figlio mio carissimo - amano la linea che si spande altrove, ed oltre il proprio occhio va ed il proprio cuore. 
     Spero che un giorno, figlio, se nascerai leggerai questa mia lettera.
     Spero che un giorno se nascerai in questo mondo, verrai al mondo...tutti viaggeranno insieme, senza patria, per le strade del mondo senza patrie mano nella mano.
     Quelli come me, figlio, sono davvero strani; un giorno si sentono "soli" nel loro piccolo mondo, il giorno dopo viaggiano per il mondo intero senza prendere navi, o treni, o aerei né smartphone o tablet. Semplicemente sognano di viaggiare - sai - quelli come me nei mari e per gli oceani della terra su di una barca alla deriva: sicuri di poter ormeggiare in ogni porto!
      Quelli come me - figlio mio carissimo - sono apolidi senza patria perché la loro patria è la torre di Babele  con tutte le patrie, le lingue e le razze della terra!

    "Il mondo intero è la nostra patria, nostra legge la libertà!".

    Taranto, 18  giugno 2018.

     
  • lunedì alle ore 16:35
    Quando eravamo strani

    Come comincia: Quando - noi tutti - eravamo strani...ma pensavamo ed agivamo normale: ora, però, che siamo normali pensiamo ed agiamo sbagliato?! Come mai questo: le cose sono fatte e vanno a rovescio?
     Boooh! Sarà, forse, colpa di ciò che mangiamo (una pubblicità, infatti, recita: "Siamo ciò che mangiamo!") o di quel che respiriamo: le bombe ad orologeria di nitriti e nitrati che ingurgitiamo ad ogni pasto, o il latte alla diossina che beviamo, noi ed i nostri figli, gli hamburger di plastica che divoriamo ai Mc Donald's, la quantità più o meno nociva e neanche tanto nascosta di amianto che respiriamo al di sopra delle nostre teste, etc.!!
     Tanti anni fa (all'incirca quaranta: anno più, anno meno) i sudditi di sua maestà Elisabetta II^ d'Inghilterra, in particolar modo quelli che seguivano le squadre in giro per tutto il continente e ad ogni latitudine del Regno Unito, si dilettavano a devastare tutto ciò che incontravano davanti dopo ogni partita nonché a darsele di ragione santa fra loro e coi tifosi avversari. Furono condotti studi abbastanza specifici ed accurati, al termine dei quali si disse quanto segue: "Nel sangue di quei tifosi, soprattutto quelli che vivevano nelle contee e città più industrializzate (le conurbazioni di Birmingham, Manchester, Leeds, Sheffield, Liverpool, Newcastle, etc.), vi erano altissime concentrazioni di ossido di piombo (la formula chimica, per intenderci è la seguente: pbO)". In buona sostanza e in buona pace di tutti (chiesa anglicana compresa), si volle allora dare - da parte di certa opinione pubblica britannica - una giustificazione per così dire "chimica", piuttosto che sociologico-ambientale, del comportamento dei cosiddetti "hooligans"!
     Del resto, però, già all'epoca era risaputo che l'assunzione frequente di piccole quantità di piombo, sotto forma di vapor acqueo o granelli di polvere, provocasse pericolose intossicazioni, tra cui il saturnismo, il quale causa la disattivazione degli enzimi preposti alla sintesi dell'emoglobina (è il caso, non infrequente, di ciò che accade ai tipografi o ai verniciatori). E' da dire, oltre modo, che casi di questo genere sarebbero addirittura più antichi se non remotissimi: secondo alcuni storici, infatti, una delle principali cause della decadenza dell'impero romano starebbe proprio (udite! udite!) nello smodato utilizzo di piombo, appunto (esso veniva utilizzato per costruire, ad esempio, utensili da cucina o per coniare monete). Il piombo, inoltre, a tutt'oggi è uno degli agenti inquinanti più...forti in ogni parte del globo terracqueo: basti pensare, per esempio, a quel che combina nella nostra atmosfera il piombo tetraetile, utilizzato come additivo antidetonante della benzina.
     Io penso, però, che in definitiva la ragione di quanto sopra scritto stia soprattutto in questo fatto: prima non eravamo affatto strani, nessuno di noi lo era, né adesso siamo tornati "normali" di botto o rinsaviti; anzi, al contrario, prima eravamo più normali di ora: forse! Ciocché è cambiato, invece, - evidentemente e inesorabilmente - è senz'altro il nostro modo di vedere le cose (e di sentire, e di capire), il nostro modo di osservarle e di porci (o non porci) domande su di esse e sopra la vita ed il mondo: oppure (di) farlo in modo od al momento sbagliato; probabilmente, però, è anche il mondo, sì, proprio il vecchio caro mondo (e non parlo soltanto del nostro...mondo, ma di quello "geografico") che non è più lo stesso, che è cambiato - non solo a causa degli stravolgimenti climatici o del diverso succedersi delle stagioni (come già decenni addietro cominciavano saggiamente ad affermare i nostri vecchi...).
     O  forse, chissà, e con ciò chiudo, tutto sta nel fatto, ovvero la risposta a tutto starebbe semplicemente nel fatto che il tempo passa - le macchine imperversano sempre più - e...tutti diventiamo ogni giorno un po' più vecchi (e stanchi) di prima!

                                              = Serenata delle macchine = (Welcome to the machines)

    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, ama la tua macchina.
    I tempi cambiano: i tempi sono cambiati.
    Dici che non c'é nulla di buono eccetto le cose naturali.
    ...Sei pazzo.
    L'ortica è una pianta naturale,
    perché non ne metti un po' nel tuo cibo?
    Non mi frega un cazzo se dentro c'é una marea di chimica.
    Basta che la mia insalata sia fresca, però!
    - I tempi cambiano: i tempi sono già cambiati -.
    Può darsi che i conservanti ti stiano conservando bene,
    penso che questa sia una cosa che stai trascurando: robot.
    Sei innamorato?
    Sì, l'hai trascurata.
    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, io amo la sua macchina.
    Benvenuto robot, benvenuto computer: fatti dall'uomo;
    welcome to the machines!
    (liberamente tratta da un brano dei Pink Floyd).

    Taranto, 29 settembre 2014.

     
  • domenica alle ore 13:08
    In ricordo di un amico: Felice Gimondi.

    Come comincia: Gimondi era un amico, lo era per tutti gli appassionati di ciclismo, un corridore italiano, un uomo vero, un cittadino del mondo come me. Ho appreso della sua morte (avvenuta in mare per un malore, quand'era in vacanza) questa mattina (un venerdì diciassette, purtroppo!), leggendo i sottotitoli del notiziario su raisport hd (canale cinquantasette del digitale terrestre): "E'morto Felice Gimondi, simbolo di un'Italia felice!". Ora, non sono in grado di asserire se l'Italia a quel tempo lo fosse realmente [felice, intendo], perché ero poco meno che un bimbo...eravamo, però, ancora sul binario - anzi, ne seguivamo l'onda lunga - del cosiddetto "boom economico" (Gimondi passò al professionismo nel 1965), ma di lì a poco, in tutto il mondo - Italia compresa - si sarebbe abbattutto il ciclone "sessantotto". 
     Penso che fosse una persona speciale, anzi, lo era per davvero: credo che possa apparire banale e retorico scrivere ciò, come spesso accade quando si rievoca una persona nel giorno della sua morte, ma è proprio così; le mie non sono soltanto parole di circostanza o simili ad un omelia funebre che reciterebbe il parroco in chiesa quando ricorda qualcuno né, giornalisticamente parlando, il solito pezzo (dicasi, in gergo "il coccodrillo") che i quotidiani passano - a volte in edizione straordinaria - in circostanze simili, ossia per rievocare la vita di una personalità politica, artistica e sportiva. La vicenda umana ed agonistica di questo grande campione sono, del resto, a testimoniarlo in maniera inequivocabile, ovvero a testimoniare della sua grandezza! Mi mancherà molto, Gimondi: mancherà a me come a molti altri e non solo in Italia (anche in Francia era amatissimo!), mancherà a tutto il mondo delle due ruote. Non nascondo di aver pianto alla lettura della notizia ferale, non ho vergogna a scriverlo. Mesi fa (credo fosse intorno a ottobre-novembre o giù di lì) una persona su twitter, commentando alcuni versi di poesia apparsi su un tweet ebbe a dire: "Noi uomini, man mano che il tempo passa e ci avviciniamo alla vecchiaia, diventiamo sempre più coglioni: ci commuoviamo per ogni cosa!". Sarà così, forse sarà vero, anzi, è proprio così! Mi mancherà davvero molto come mi mancano già da tempo, oramai, tantissime altre persone che non sono più su questa terra. Ma tant'é, questa è la vita (recita spesso il saggio, che forse tanto saggio non lo è proprio, ed ammonisce la chiromante, a volte,  leggendo le carte ai creduloni!), sì, la vita - e le vicende umane - altro non è che un contratto a termine, una cambiale a scadenza che ognuno di noi firma venendo al mondo ed il quale, spietatamente, prima o poi ti presenta il conto. Devi solo viverla (o cercare di farlo) senza aspettarti nulla in cambio, senza un compenso ultraterreno di sorta (la mia visione è essenzialmente atea), con semplicità: "così come fa lo scoiatttolo", scrive Nazim Hikmet, poeta turco. Ma io, tuttavia, essendo inquieto per natura, non mi rassegnerò mai dinanzi alla morte né mi piegherò a lei come un misero servo. Lotterò a modo mio, come ho sempre fatto, con i mezzi dell'intelletto e della memoria: sino a che avrò vita e forza o sino a quando essa [la memoria] mi accompagnerà (avendo avuto mia sorella malata di Alzheimer e deceduta a causa di quella malattia, sono un soggetto a forte rischio, direi!). Lo farò ricordando sempre persone (con nostalgia e rimpianto) e cose (con stupore e disincanto) che non ci sono più: forse, chissà, è una cattiva abitudine, lo so, la mia (me la porto dietro sin da piccolo, ahimé!), ma non sono abituato a snaturare le cose che mi riguardano, e poi sono in buona compagnia: lo dice, infatti, lo stesso Primo Levi, ad esempio, in un aforisma che alcune settimane fa ho passato sul blog, che bisogna ricordare e che vivere senza ricordi e come vivere nel terrore; lo praticano, del resto, anche diverse specie animali!
     Ma io, del resto, odio tutte le cose che finiscono ed è per questo, infatti, che spesso e volentieri mi è capitato di odiare anche la vita; ma il mio è stato un odio che significa soprattutto amore: si ama la vita, cioé, o qualsiasi altra cosa, a tal punto da arrivare ad odiarla, proprio per il semplice motivo che prima o poi finirà...anche questo, a mio modo di vedere, è un mezzo per lottare: lo stesso che capita, in un certo qual modo, ai poeti maledetti, oppure a Vladimir Majakovskij o allo stesso Giacomo Leopardi.
     Ma torniamo a Gimondi. Si diceva della grandezza sua come uomo ed atleta. La sua vita e la sua carriera sono state esemplari in tutto e per tutto. Ha corso per tredici anni sulle strade di tutto il mondo: egli ha combattuto con ogni forza (morale e fisica) e impavidamente, sino al limite estremo delle umane possibilità contro quel "mostro a nove teste" (attenzione, però, questo epiteto non lo scrivo con cattiveria, tutt'altro: lo faccio per esaltare ancor più la vicenda del nostro!) che rispondeva al nome di Eddy Merckx; ed il belga, credetemi, era un atleta super, un atleta "monstre", appunto. Per chi non segue le cose ed i fatti del ciclismo o non è addentrato nelle vicende di questo sport in maniera specifica (come me che lo faccio da appassionato da più di quattro decadi, come gli addetti ai lavori, siano essi tecnici o giornalisti, come i ciclisti stessi ed i tifosi), è ben difficile comprendere il valore di questo atleta [Gimondi] e di quell'altro, il suo rivale-nemico [Merckx]. Il belga, non a caso viene unanimamente riconosciuto dagli storici del ciclismo il più grande di tutti i tempi, insieme a Fausto Coppi. La lotta dell'italiano è paragonabile a quella dei lillipuziani contro Gulliver o a quella biblica di Davide contro Golia! Ho conosciuto Gimondi, cioè mi sono interessato alle sue vicende agonistiche, sin da bambino prendendo le mosse da mio padre: egli amò, nella sua vita, oltre al suddetto, Coppi, Francesco Moser, Gianni Bugno e "il pirata" Marco Pantani. Ma Gimondi non fu soltanto un grande campione sulle strade, ma soprattutto un grande uomo nella vita: mai una parola fuori posto o una polemica inutile, mai sopra le righe; il classico uomo con la scorza dura, figlio della generazione post-bellica: insomma, "gambe in spalla e pedalare"! Era nato a Sedrina, un piccolo centro del bergamasco di poco più di duemila anime, nella Valle Brembana, distante quindici chilometri dal capoluogo. Era figlio del profondo nord e mi viene da scrivere, alla luce degli avvenimenti che si stanno susseguendo in Italia in questa strana e afosa estate, ed al contrario di un ministro-manichino del governo-fantoccio in carica da oltre un anno, quanto segue: "Un padano di poche parole e molti fatti!"...ma questa è tutta un'altra storia!
     La vittoria più importante della carriera la ottenne al Tour de France del 1965 (aveva solo ventitré anni e a quella corsa, però, non avrebbe dovuto esserci: doveva correre al suo posto Vittorio Adorni, il quale restò a casa per malattia!), e da allora diventò per i francesi "Gimondì" (lo chiamavano così, accentando come loro solito, l'ultima vocale del cognome); e da allora diventò anche un po' francese, come accade a tutti gli stranieri che trionfano nella "grand boucle" (così è chiamato il Tour in Francia, per via del percorso che ricorda, spesso, la forma di un riccio, appunto!) e come è accaduto per Faustò Coppi e Marco Pantani, "il pirata". La sua vittoria più bella, però, e direi quasi sentimentale-romantica, fu quella al mondiale del 1973 (rivedo davanti a me le immagini di quella corsa, come se fosse ieri!), lungo le strade del circuito del Montjuich, sulle colline che sovrastano Barcelona in Spagna: colà compì un capolavoro assoluto di sagacia tecnico-tattica (batté in volata il duo belga Maertens-Merckx e l'idolo di casa Luis Ocana!) ma, soprattutto, vinse col cuore!
     Al termine di questo mio breve (e spero non prolisso) aticolo-racconto, devo dire che forse a volte ho divagato (anzi, "ho scantonato", come recita un vecchio intercalare che si ascolta nelle strade di Mogadiscio e dintorni!): ma questo è l'inconveniente che accade quando si scrive di getto, dando ascolto al cuore, senza un canovaccio ben preciso; od un copione prestabilito (allo stesso modo in cui scrivevano...pardon recitavano gli attori prima della riforma del teatro goldoniano e della commedia dell'arte). Chiedo venia per tutto ciò, anzi, mi rifaccio chiudendo a questo modo: "Ovunque ora tu sia, Gimondi, continua a pedalare, continua a farlo per tutti noi!".

    Taranto, 19 agosto 2019.
               

     
  • Come comincia:                                                                                Itaca ti ha dato il bel viaggio,
                                                                                   senza di lei mai ti saresti messo
                                                                                   in viaggio: che cos'altro ti aspetti?                                                                                       
       

     Erano le tre del mattino, il viaggio verso terra di Grecia era a metà strada: non riuscivo a prender sonno e così uscii dalla mia cabina, la numero settantotto, e lentamente mi avviai  verso il pontile di prora del traghetto "Hesperis", partito dal porto di Brindisi qualche ora prima. Appena giuntovi mi appoggiai sulla balaustra e cominciai a rimirare la fantastica luna che si stagliava in cielo e che illuminava quasi a giorno quella notte.
     Mai, in vita mia, avevo visto una luna così né mai mi ero sentito così tanto piccolo e inutile nel mentre lo facevo...direi come un pugno di polvere!
     Forse, chissà, tutto dipendeva dal numero della mia cabina (il settantotto, che era sempre stato un numero magico e tragico allo stesso tempo, croce e delizia nella mia vita: ripensavo a quella magica estate del 1978, due anni prima, quella del fantastico mundial d'Argentina e degli azzurri di Bearzot a farci sognare ed in cui io e mia sorella Anna c'inebriammo di sole, di mare e di arte, o ai settantotto gradini...pardon, baci che diedi alla mia compagna di classe Veronica nel giorno del suo sedicesimo compleanno; ma anche a quando, qualche anno prima, avevo perduto una cifra esorbitante puntando sul settantotto noir alla roulette del casinò di Campione; oppure, che all'età di settantotto anni, ahimé, se n'erano andate da questa vita persone importanti per me: la carissima ed amatissima zia materna Maria, faro della mia esistenza; mio nonno paterno Carlo, ucciso da una malattia incurabile e crudele; e ancora Antonia, cugina buonissima di mio padre), da una qualunque coincidenza astrale o da un qualsivòglia "non so che" che mi balenava dentro. Uno strano stato d'animo, insomma, che ogni tanto prende ad ognuno di noi!
     Ad un certo punto mi balenò nella testa un pensiero altrettanto strano, proprio sul viaggio, anzi, sul viaggio (non quello che mi apprestavo a vivere, ma più in generale) ed insieme sul trascorrere del tempo.
     - Il tempo, - pensai tra me e me - è trascorso veloce in tutti questi anni, e sempre più veloce va, sembra quasi che non si fermi mai.
     - Il tempo, - pensai ancora, - quello spilorcio e inesorabile masnadiero senza riguardo né rispetto verso niente e nessuno (neanche verso la più bella delle donne a questo mondo, o il più saggio profeta o santone della terra!) è proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, spietato e infallibile!
     - Allora, - mi dissi, - non c'é più tanto tempo, per fare cose...per andare dove mi piacerebbe andare né per fare ciocché realmente vorrei fare, o per andare dove mi piacerebbe realmente andare!
     Dopo di che mi fermai un po' - il mulinare dei pensieri, infatti, insieme alla luna, mi facevano girare la testa...ma poi ripresi a pensare (sono sempre stato un pensatore, un libero pensatore in vita mia!)...- non c'é più tanto tempo, - ricominciai a dire fra me e me - ma non riesco a vivere come vorrei, forse, anzi, probabilmente; chissà perché? - mi domandai. - Ma forse questo viaggio in Grecia...
     - Forse, - pensai, - questo viaggio mi schiarirà le idee oppure me le annebbierà definitivamente!
     Ripresi allora a pensare e a ripetermi: - non c'é più tanto tempo, non c'é più tanto tempo, non c'é più...- fino a alla nausea, anzi, fino a che d'improvviso udii una voce che mi sussurrò: - Vai ragazzo, vai. Va pure per la tua strada, vai dove ti porta il cuore: va e vivrai!
     Alché cominciai a guardarmi intorno con l'intento di rintracciare colui - o colei - che mi aveva parlato o quanto meno di scoprire il luogo da dove eran partite quelle parole così altisonanti: ma niente, intorno a me niente di niente, neppure l'ombra di un misero fantasma o di un amletico spettro! Mi misi poi a girare in lungo ed in largo per il pontile: ancora niente!
     Fino a che, oramai stanco, mi sedetti per terra ed alazando casualmente la testa al cielo, quasi per istinto - o per celia, chissà, o forse per scorgervi la stella polare - innanzi a me apparve un volto di donna: dapprima poco nitido ma poi, man mano che lo osservavo, diventava sempre più chiaro fino a quando...alla fine lo focalizzai ben bene, cioé, fino a quando in maniera netta e alquanto precisa riconobbi in quel volto la mia cara nonna materna Eleonora, scomparsa ventinove anni prima, quando avevo appena un anno! E quel volto apparve innanzi a me nuovamente e ancora (come fosse un vero e proprio oracolo che emette la sua sentenza!) mi scandì le parole dei prima:
     - Vai ragazzo, vai pure Cianino, - diminutivo con cui spesso mi chiamavano in famiglia, - vai e vivrai, ragazzo mio; va pure dove ti porta il cuore!
     E lo fece, quel volto, quella apparizione, quell'oracolo...lo fece con precisione quasi chirurgica, ancora altre due volte prima di scomparire nel nulla, all'improvviso: così com'era apparsa! Nel frattempo erano ormai giunte le prime luci del mattino ed io, ancora un po' stordito e quasi traballante per l'accaduto (al limite del paranormale e dell'inspiegabile, oppure dello splendidamente immaginifico, dipende sempre dai punti di vista o dal modo in cui si percepiscono cose che ci circondano e gli eventi che accadono intorno a noi!), decisi di rientrare in cabina, dove riuscii miracolosamente a prender sonno e riposare qualche ora. Mi risvegliai intorno alle sette e trenta e svegliai anche il mio amico Antonio, compagno di cabina e di viaggio nonché mio grande amico sin dall'infanzia. Non dissi niente ad Antonio di quanto accadutomi qualche ora prima. Insieme ci vestimmo e salimmo nel salone grande del traghetto, dove facemmo colazione: a base di toast imburrati, marmellata e thé alla menta.
     Il traghetto arrivò nel porto di Argostoli, puntualmente sulla tabella di marcia, alle nove e quarantuno e noi, due minuti più tardi eravamo a terra. Quel viaggio in Grecia durò tre settimane e toccò, manco a dirlo, luoghi da favola: le più belle città delle isole Ionie, da Atheras a Petani, da Mourtos ad Antipata, da Sami a Poros, a Vathi e infine nella mitologica Itaca, la splendida isola patria di Ulisse, il personaggio omerico le cui gesta ed avventure sono narrate con sapienza, acume e immortale maestria letteraria nell'Odissea; la splendida isola cantata dal poeta della nostalgia Kostantinos Kafavis; la splendida isola misteriosa e al tempo stesso mitica per i viaggiatori incalliti come me: quelli, cioé, che sono soliti viaggiare col pensiero e con l'immaginazione ancor prima che con le gambe!
     Ithake, nell'idioma originale, contava all'epoca meno di cinquemila abitanti "fissi", i quali nel pieno della stagione turistica, che da quelle parti dura da marzo ad ottobre inoltrato, come per incanto - o per disgrazia - (occulto potere, chissà, se del turismo di massa, o di quello usa e getta, o mordi e fuggi?!), fluttuano e si moltiplicano a dismisura, diventando oltre un milione!
     Fu quello un viaggio bellissimo, il più bello ed indimenticabile della mia vita, nel corso del quale conobbi una ragazza bruna di nome Sandy, una turista americana di cui mi innamorai perdutamente e con cui feci l'amore, ma che dopo di allora non rividi più! Durante quel viaggio, poi, presi alcune decisioni importanti: ossia, una volta tornato a casa, in Italia, avrei ricominciato a studiare (cosa che avvenne) e dopo gli studi avrei aperto, a Castelfidardo, nelle Marche, un negozio di fisarmoniche, strumento che avevo imparato a suonare sin quasi da bimbo, da alcuni zingari gitani della puszta ungherese (cosa che avvenne e che ancor oggi mi tiene occupato e mi da, anzi, di che vivere),  Dopo quel viaggio sono diventato più saggio. Ho vissuto, dopo di allora, e vivo la vita come una avvventura...Voglio io: secondo ciò che sento e no secondo ciò che vedo; e poi ho imparato a camminare, e cammino, cammino...seguendo vo' la via (forse, chissà, quella che mi indicò mia nonna nell'apparizione sul traghetto "Hesperis"!). Un giorno, forse, tornerò nella terra dei miei avi, l'Australia, in cerca del talismano, ma no - che dico - dell'anziano della terra del ricordo del sogno; e se...là se lo troverò li tenderò la mano e lo porterò via con me!

    Taranto, 25 marzo 2016.  

     
  • Come comincia:  L'oceano Pacifico, al pari dei suoi due "brothers" più giovani, ossia l'Atlantico e l'Indiano (alcuni considerano anche un oceano Artico a nord, altri inoltre suddividono Atlantico e Pacifico ognuno in due bacini indipendenti, ossia settentrionale e meridionale; in genere, poi, gran parte dei geografi è propensa a rifiutare il concetto di oceano Australe e considera l'Artico come un bacino dipendente dall'Atlantico: i domini dei tre oceani sono anche delimitati verso sud dai meridiani congiungenti America e Africa all'Antartide), è sterminato: esso, infatti, è una immensa distesa d'acqua di quasi centottanta milioni di chilometri quadrati, che ricopre il 35,2% della superficie della terra e bagna ben cinquantadue paesi in tre diversi continenti (Asia, Oceania ed Americhe). Inoltre, è abitato da tantissime specie - sono migliaia e migliaia - da esseri e creature viventi straordinariamente belle ed uniche.
     Una volta, un pittore naif aborigeno, membro dell' Outstation Movement, il quale si batte da decenni per l'integrazione delle minoranze aborigene native nella nazione australiana, ebbe a dire quanto segue: "Adoro disegnare i pesci delle profondità oceaniche perché sono talmente brutti, ma belli a proprio modo. Inoltre, nel fondo degli oceani ci sono cavità talmente abissali, recondite e segrete...incommensurabili all'umano intelletto per cui l'uomo non può avere idea di quali segreti essi contengano". Quell'artista, si chiamava Johnny Dunbar, morì in una prigione di Kalgoorlie (Western Australia), località cinquecentoquaranta chilometri a nord-est di Perth, nota per i suoi immensi giacimenti auriferi.
     Torniamo alle nostre creature...Si pensi, ad esempio, alla tanto incredibile e meravigliosa, fantastica e stupenda megattera bianca, ma anche - direi -  "nonché invero" rarissimamente straordinaria ed alquanto immensa (in tutti i sensi, visto che si tratta pur sempre dell'animale marino più grande circolante in acqua)...: e tale sfilza di aggettivi, - i quali, mi pare siano essi stessi anche in concreta simbiotica sinonimia tra loro, - che ben poco si adatterebbe e mal si concilierebbe, però, a detta di alcuni grandi american writers contemporanei, con l'estro e la creatività della scrittura, o forse - chissà - soltanto coi canoni sanciti e poi quasi beatificati dalla consuetudine, non portrebbe mai esser tanto meritata come in questo caso né più appropriata per definire proprio questo e non qualsivoglia altro essere vivente!
     Essa [la megattera] è soprannominata, da scienziati e studiosi marini del mondo intero, il "leviatano" del mare, sia per quell'alone di mistero frammista a leggenda che l'ammanta, sia per il senso di maestosità e grandezza, appunto, e tranquillità e pace, che la sua figura ispira. Cercate ora di immaginare, cari lettori, la gioia e lo stupore che colse i quindici componenti (cinque dei quali erano donne: fatto insolito all'epoca!) della spedizione Elektra, guidata dal celebre balenologo ed oceanologo uruguayano Rosario Elmir Lopez, quando nel novembre del 1971 essi ne avvistarono una per le ultime volte che la storia naturalistica ed oceanografica ricordi e racconti: e ciò avvenne dapprima il tredici di quel mese (alle diciassette), in un giorno insolitamente freddo (il più freddo degli ultimi cento anni a novembre!), nei pressi di Punta Arenas - regione Antàrtica Chilena - di fianco allo stretto di Magellano; e poi, il giorno seguente, (alle tre del mattino), in un alba insolitamente chiara e luminosa (la più chiara e luminosa che mai ci fosse stata a quella estrema latitudine!) nei pressi di Ushuaia - Patagonia Argentina - di fronte allo stretto di Drake.
     Ed a mio avviso potrebbero essere stati quelli avvistamenti quasi sacre "apparizioni" e magiche da un lato, ma al contempo infauste dall'altro, e circostanze, orari e date non fanno altro che confermarlo. Similmente a ciò che succede all'equipaggio del Veliero quando incontra l'albatro, l'uccello sacro dei naviganti, durante il suo lungo e periglioso viaggio dall'Inghilterra verso Capo Horn ed il polo sud, e poi sino alla tropic-line del Pacifico, in "The Rime of the Ancient Mariner", il capolavoro "fantastico-visionario-ancestrale" di Samuel Taylor Coleridge, sommo scrittore-poeta romantico inglese. Al contrario di quanto accade nel librino, però, nella realtà le cose sono ben diverse; in essa, infatti, non vi è un lieto fine, non succede che un riappacificarsi avvenga tra la natura e l'uomo, un ricongiungersi tra i due sommi vertici ed equilibri dell'universo (il primo, però, tanto perfetto e molto compiuto, il secondo invece alquanto imperfetto e tanto incompiuto!), un ristabilirsi dell'equilibrio rotto.
     I membri della spedizione, quella volta, poterono sì constatare de visu quanto avevano sino ad allora appreso dai loro studi, ossia che l'animale era grande due volte e mezza di più dell'enorme panfilo "Stavros III°" (all'incirca 6,5 tonnellate di stazza e dodici metri di lunghezza), di proprietà dell'armatore greco Aristotele Onassis ed ormeggiato, in quel periodo, nel porto di New York; mentre, d'altro canto, però, dovettero anche riflettere su un fatto ancor più incredibile ed inimmaginabile: ossia, come già a quei tempi, a causa della caccia selvaggia ed indiscriminata posta in essere dall'uomo nei decenni addietro (si pensi che moltissimi di questi giganti mansueti, negli anni cinquanta e sessanta, preferivano volontariamente arenarsi sulle coste o infilzare il capo negli spuntoni degli scogli, dandosi quindi morte certa, piuttosto che finire sotto i dannati arpioni - ed acuminati assai - delle stramaledette baleniere!) la sua popolazione era estremamente ridotta, anzi, ridottissima visto che si parlava di poco più di tre-quattrocento esemplari esistenti. E devo dire, purtroppo, con estremo rammarico, che le cose nei decenni successivi non sono cambiate in meglio ma soltanto in peggio: ed oggidì, infatti, ne sono rimasti addirittura meno di trenta-quaranta esemplari adulti in tutto l'universo oceanico! Allo stesso infausto destino sembrerebbero avviati anche altri "magnifici giganti", che prima solcavano in gran numero le acque del globo: dal lamantino rosa al beluga, dal narvalo australiano al dugongo, dai delfini di Bonaire alle mante a chiazza rossa di Sharm, oppure ai gattucci leone delle Comore, o alle foche lenny delle Svalbard...e via discorrendo.
     La NATURA non è mai futile o casuale né puramente decorativa: essa persegue  -immutabilmente un disegno (ed un piano) ben preciso; essa può apparire spietata (come osservava Charles Darwin) ma fa comunque, sempre, fede (e risponde) - immutabilmente - a leggi ben precise e prestabilite. Pertanto, quando (e se) l'UOMO cerca di rompere questo incantevole nonché magico e superbo, millenario, ancestrale e, per alcuni, sacro nonchè inspiegabile equilibrio, attraverso comportamenti a dir poco incauti, sciocchi ed incoscienti, se non quando addirittura deplorevoli e criminali, non soltanto mette a repentaglio la vita della NATURA, ma anche quella dei suoi simili: infatti egli [l'UOMO] ne è esso stesso parte integrante ma non la possiede, non è il suo padrone...eppur vero è che ad essa appartiene, come alla TERRA ed alla VITA stessa, e non il contrario!
     "E mi viene spontaneo, nonché doveroso, formulare la domanda che segue (che suona, senza mezzi termini, come vero e proprio mio sfogo di rabbia e di rammarico al contempo, oltre che "atto d'accusa" - j'accuse - o "accusatio manifesta", secondo la terminologia giuridica corrente tanto nel dirittto romano che in quello anglofono/anglosassone) per rivolgerla simbolicamente ad un gran numero di ABITANTI del pianeta (siano essi potenti o meno non importa, visto che le colpe sono equanimamente di tutti ad ogni latitudine!) lungo le righe di queste mie strampalate pagine di memorie e di racconto (altrettanto inverosimili quanto straordinarie!)".
     Che ne dite, amici miei - olandesi e russi, giapponesi, cileni, norvegesi, islandesi, peruviani, cinesi e canadesi, o coreani, danesi, indiani, messicani, indonesiani, filippini e thailandesi, spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, argentini e brasiliani, neozelandesi, australiani e sudafricani -, ne sapete forse qualcosa? VOI, che insieme a NOI americani avete deturpato coste, ambienti e paesaggi in nome del progresso tecnologico e della scienza, saccheggiato instancabilmente mari a destra e a manca in nome di un facile profitto ed un utilizzo immediato, arraffando tutto il possibile (ed anche l'inimmaginabile!), allo stesso modo in cui lo facevano bucanieri e pirati nei secoli passati, dopo aver assaltato le navi incontrate sul loro cammino, portato già all'estinzione decine e decine di specie animali e vegetali, in acqua e sulla terraférma, infine scardinato (a volte, addirittura irrimediabilmente distrutto!) habitat a più non posso, incuranti d'ogni cosa?
     Ma alla fine, però, penso proprio che nostra immensa "MOTHER EARTH", il mondo e la NATURA tutta intera sotto sotto se la ridano, anzi, sarcasticamente sogghignino beffardi e fra di loro - probabilmente - dicono questo: "Noi ci saremo ancora, caro uomo, fra milioni di anni quando tu sarai meno di niente, polvere sarai soltanto frammista alla sabbia dei deserti ircani e di quelli...d'Ossezia!

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014.   

     
  • Come comincia:  Senza arrivare ad asserire, magari ricorrendo all'ausilio della teologia, o scomodando addirittura l'antropologia (penso sarebbe cosa non priva di rischi addentrarsi in detti "meandri" e - forse - troppo poco divertente, direi, anzi, alquanto noiosa!), che i postiglioni (coloro, cioè, che guidavano i cavalli sulle vetture di posta un pò di tempo addietro, i quali eran chiamati cocchieri da un certo Giuseppe Gioachino Belli, poeta italico di secoli passati che sarcasticamente fustigò in sua vita papi, sovrani, cardinali e potenti d'ogni risma e dimensione, cantando, però, anche - ed in maniera proba - le azioni della gente umile e del popolo: ossia gli antesiniani o progenitori del moderno chauffeur, per dirla alla francese, o tassista, per dirla all'italiana!) e gli asini sono immortali, vi dico invece quanto segue, il quale non è, purtroppo, frutto della mia pur fervida (molto spesso ) e lucida (di tanto in tanto, qua e là e...tanto meno, credo!) fantasia, ma fu da me medesimo letto una ventina d'anni orsono nella biblioteca di San Isidro - la quale non è monumentale nè statale o quant'altro, ma è veramente fornitissima e aggiornata, credetemi! -, sfogliando un librino, sine data di stampa - dalle riparazioni che trasparivano lungo il bordo e dall'evidente stato di ingiallimento delle pagine dedussi che dovesse essere molto vecchio - di un certo Yorick Sterne (nulla da spartire, evidentemente, col più famoso scrittore d'Irlanda Laurence, 1713-1768, il quale, però, nel suo più celebrato e popolaresco romanzo, "The life and opinions of Tristram Shandy", apparso sulla letteraria ribalta tra il 1759 e il 1765, ampiamente scrive di uno Yorick, personaggio di origine danese e forse, chissà, discendente dal suo omonimo dell'Amleto shakespeariano, che ha molto a che fare con cavalli, ronzini e via discorrendo...ma penso fosse soltanto banale seppur contorta assai "coincidenza letteraria", sic!) e intitolato "Strange and amusing histories of the Irish country":
    "Pare che nessuno abbia mai visto, da quando, mmm...Da quando se ne ha notizia, visitando il padiglione delle puerpere o quello psichiatrico d'uno spedale (come dicasi, di tanto in tanto, anche dei fantasmi e degli zombies degli schiavi delle colonie francesi d'oltremare), un postiglione né mai abbia scoperto un cimitero (quand'anche fosse quello del modesto villaggio di Clogher, nella contea di Tyrone, oppure di Dryburgh Abbey, magari accanto alla suggestiva dimora di sir Walter Scott, che ivi riposa dal 1832 insieme alla moglie, al genero ed al feldmaresciallo lord Haig; o quello di una qualsivoglia sperduta altra landa nelle remote highlands settentrionali) dove vi fosse la tomba di un postiglione o visto un postiglione morto: né mai succederà tanto!
     Ed egualmente nessuno vede mai un asino morto. A nessuno, infatti, è mai capitato di avere quelle sciagurate e tanto strambe visioni né di fare quel brutto incontro, tranne che ad un tale signor Flanagan, distinto impiegato statale cinquantenne, sempre impomatato e vestito con giacca e pantaloni grigi e camicia di seta rosa, durante il suo giornaliero tragitto di quindici miglia, fatto in carrozza, - certamente tirata da un cavallo, di sicuro non da asino - dalla sua casa di Cellbridge, cittadina di campagna nei pressi della magnifica dimora palladiana di Castletown House, disegnata dall'italiano Alessandro Gallilei e "stuccata" dai fratelli Francini nel'700, al luogo di lavoro, un ameno ufficio del ministero dei Beni Culturali sito al numero 81 di O'Connell street, a Dublino (proprio di fianco al General Post Office, un grande edificio in stile neoclassico con portico su colonne ioniche, quartier generale dell'insurrezione del 1916), alle ore sette e quaranta in punto del 23 marzo di tanti anni fa...: ma era quella tutta un'altra storia, ossia una storia a parte perché quello fu un asino francese e quindi è molto facile che non fosse di razza pura. Quando, però, tanto i postiglioni (di prima classe o meno), quanto gli asini (francesi o meno che siano) incominciano a sentirsi imbastiti nelle movenze, lenti di riflesso e fiacchi sul lavoro oltre che di carattere e di tono, allora se ne vanno via insieme, compiendo un atto di consapevolezza e responsabilità senza eguali nei confronti dei loro simili (quelli a due zampe per gli uni ed a quattro per gli altri!), al ritmo di un postiglione per ogni due animali, come al solito. Che fine facciano a niuno è dato di sapere, ma è molto probabile che essi vadano a divertirsi in qualche altro mondo, magari portandosi dietro una rilevante scorta di buon gin scozzese o di whiskey maltato irish e di grosse carote da ingurgitare nel mezzo, nonché di sani sigarini "meharis" alla menta da aspirare ed assaporare nel dopo, perché non c'é persona vivente che abbia mai visto un asino e un postiglione divertirsi in questo!".
     Devo dire, purtroppo, che pur non essendo mai stato in vita mia un postiglione (né francese, o inglese, o di vattelapésca) di mestiere, io (Lucky: tanto di nome, quanto di fatto!) sono certamente un "asino" di pura razza yankee (neanche francese, come detto, o con un po' di sangue irlandese o russo nelle vene), ma non aspiro in nessun modo all'immortalità: spero, però, che quanto fu letto allora (cioé, molti anni orsono) nella biblioteca della mia città (la piccola ma ridente San Isidro, che tutto il giorno si specchia nell'oceano Pacifico), non sia stato soltanto e solo frutto della fantasia, pura e stucchevole dello Sterne (quello sconosciuto ai più o...poco noto, intendiamoci!), ma contenga in sé - invero - qualcosa di reale e "vero". Ad ogni modo ed anche a qualunque costo, cercherò di attrezzarmi al meglio per ogni letale evenienza futura...anzi, direi proprio d'esser già pronto al peggio, fortunatamente! E, scherzi a parte, spero con tutto me stesso e con tutto il cuore - anche se ne dubito fortemente (eccovi dispiegata, dunque, la mia natura di asino...pardon, di ateo abbastanza convinto e ben "ritrovato"), - di ritrovare, quando disgraziatamente (ma inevitabilmente) lascerò questo mondo, da qualche luogo od in qualche dove e per qualsiasi tempo e spazio, tutte le persone che io ho amato profondamente in questa vita e che, a loro volta, mi hanno amato, accompagnandomi - "cammin facendo" - nei meandri dell'esistenza - a volte insidiosi ed alquanto strani - e che sono andate via e probabilmente perdute per sempre ed irrimediabilmente.

    (da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).      

     
  • Come comincia: Questo è il racconto di una strana storia a "trois": che si concluse in maniera imprevista alquanto. Ho conosciuto Bon Miller (il nome glielo appioppò, mi disse lui stesso una volta, la madre Rosalind, bellissima mezzosangue bruna di origine messicana, sfegatata fan del duo Delaney&Bonnie, noti singers degli anni sessanta-settanta i quali evoluirono anche con George Harrison e Eric Clapton) tanti anni fa (sono quasi trenta, oramai!): vale a dire nell'autunno del 1989. Non ricordo bene in quale occasione, ma credo fosse proprio ad un "Sauna&fishing beache's party" (cosa strana, anzi, turca, turchissima di California su cui -  credetemi - è meglio non dilungarmi!) a Sausalito, in ottobre o novembre: periodo il quale, non so proprio perché, da sempre si ripropone nel corso della mia vita, e spesso facendolo per le date importanti e per le cose che contano...Diciamo pure di un certo peso e valore (nascita di mio figlio John e separazione da mia moglie Karen, inizio malattia di mia sorella Allison e dipartita della mia cara zia materna Mary, etc.): forse, chissà, per congiunzione astrale (a quel tempo, infatti, avviene ogni anno in cielo l'allineamento della costellazione di Andromeda con quella di Callimaco), o forse solo - e soltanto - per mera casualità!
     E' anche vero, però, e guarda caso (pur avendo ciò poco a che fare - oppure no?! - col discorso, pardon, col racconto iniziato), che i suddetti [ottobre e novembre], nonostante siano dei mesi intermedi nonché molto atipici e quasi anonimi, probabilmente, anzi, direi porprio sicuramente, per questo motivo ben si addicono al mio carattere essenzialmente schivo (altra combinazione...sic! sic! - congiunzione astrale o casualità?)...e non è neanche tanto strano, del resto, che molti miei amici mi chiamino "il gatto" (notoriamente è risaputo come quel felino lo sia come e più di me!).
      Ma (vi) parlavo di lui, ossia del mio amico che... Sì, Bon, proprio lui il quale è stato vicinissimo a me durante gli ultimi drammatici eventi (la perdita dei due "grandi vecchi" alias mother&father) che hanno contraddistinto, cambiandolo e stravolgendolo per sempre, il mio cammino esistenziale o meglio il "viaggio", come forse scriverebbe (o racconterebbe, chissà!) qualche autore di romanzi (non so se ottimi o mediocri: non sta certo a me dirlo!) e dimostrandosi, per questo, molto più di qualcun altro - che invece avrebbe dovuto esserlo e non lo è stato...cioè, rivelandosi, per me, un preziosissimo sostegno morale!
     Ma Bon, bontà sua (e che "la botte lo preservi" - e lo migliori - "come fa con il vino e con le pistole", ammonisce un vecchio proverbio d'Arizona), non ha condiviso con me solo dolori e mestizia (fortunatamente, direi, perché la vita, come può non essere fatta solo e unicamente  di felicità, non può neanche esserlo - per la cosiddetta legge, la quale non so da chi fu promulgata, dei due pesi e delle due misure, orbene della compensazione degli opposti, - soltanto di sofferenza e infelicità...come a dire che non si vive di solo miele, come fanno i fiori, né di solo fiele, come spesso facciamo noi uomini masturbandoci la mente; bensì dell'uno quanto dell'altro!).
     Io e lui, infatti, in queste tre decadi di conoscenza, amicizia e frequentazione (a volte metodica e stabile, altre sgangherata e disordinata, tal'altre strana e naif) abbiamo condiviso ben altro ancora, ben altre cose piacevoli e appaganti (della mente, dello spirito santo e anche dei sensi); io e quel cattivo ragazzo (più cattivo, a volte, lo è, credetemi, ma con un cuore gigantesco assai, dei ragazzi più cattivi che siano mai esistiti sul globo terracqueo: gli Stones...Rolling, evidentemente, e non certo Flinstones!) abbiamo condiviso una eterogenea girandola di esperienze e di vita, viaggi, donne...interessi diversi e svariate passioni: in primis quella per la musica, ovviamente, anche quella per la buona cucina (italiana soprattutto), ma anche quello per le donne (noir et rouge sopra tutte), per le moto (Harley unicamente), per le auto (soltanto rouge e con tanti cavalli rombanti all'interno) e per i cavalli (le nere giumente ed i purosangue sauri: che non rombano, evidentemente, ma assai scalciano e nitriscono!). 
     E' da dire che per darmi pane (ed anche qualche cosa d'altro, fortunatamente, dato che non si vive solo di quello!) faccio il vocalist (da non confondere, però, con il frontmen, ossia figura di ben più ampia e vasta portata e capacità artistico-musicali!), cosa invero un tantino inconsueta dalle mie parti per uno come me che ha la pelle bianca, da oltre due decenni al servizio di artisti più o meno noti, tanto in sala d'incisione, quanto in live sessions o vere e proprie tournée. Attualmente, vista la profonda crisi che ha colpito l'intero comparto della musica, incontro sempre maggiori difficoltà a trovare lavoro stabile (uno degli ultimi, alla corte di king Prince, durò appena dieci settimane: ovvero, giusto il tempo, da parte di sua maestà, di incidere il nuovo disco "Walking Through The Stones", che ovviamente ha scalato le hit!) e quindi, spesso, cerco di arrabattarmi come meglio posso in extra working-time: ad esempio aiutando a montare o a smontare i palchi dei concerti oppure cantando, insieme al mio amico, nei locali più squinternati ed insalubri che ci siano nell'entroterra, nella valley e lungo la costa sud californiana.
     Fu proprio durante una delle nostre [intendo mia e di Bon], per così dire, avventurose scorribande musicali (o meglio disavventure notturne mordi e scappa - come le chiama lui, il mio amico - o prendi e fuggi...Goliardiche alquanto e tanto, tantissimo bizzarre, per arrotondare o rinvigorire il portafoglio ed il budget mensile) che conobbi, tredici mesi orsono (sabato più sabato meno), una ragazza...si chiamava Liberty ed era una brunetta snella ed alquanto graziosa, coi capelli tagliati cortissimi - all'inglese, come si diceva una volta, o da maschiaccio birbante che la sa molto lunga davvero, come dico io oggi - e portati con la frangetta sulla fronte; indossava, vieppiù, una vistosa canottiera rossa che rendeva giustizia dei suoi seni piccoli ma turgidi, un attillatissimo jeans bianco marca "wampum" che rendeva giustizia del suo posteriore  bello sodo (messo in risalto, tra l'altro, insieme al suo cespuglioso pube o monte di Venere - spero che abbiate proprio capito di cosa parlo, anzi, scrivo, - dal fatto che non indossasse neanche un misero alcunché di mutandina!) ed un paio di stivaloni neri (stile road-western) che la slanciavano di molto; inoltre, la damigella aveva il tatuaggio di una rosa gialla inciso sul polso sinistro, portava un orecchino a forma di anello che li ciondolava sul lobo dell'orecchio destro e degli occhialini con la montatura dorata che le donavano una grand'aria da intellettuale e le conferivano quel quid di classe che mai guasta, anche rendendola davvero molto sexy: devo dire, infatti, che è sempre stata quella in una donna, insieme al fatto che essa indossi o meno camicie con pantaloni e giacca, oppure che le porti sopra una minigonna, la cosa che più mi fa impazzire; invero, stuzzicando certe voglie strane e provocandomi un "non so che" di paradossale...Ovvero, paradossalmente pruriginoso! Forse, chissà, - è questione di ormoni in disordine, -  mi direbbe don Alfonso Prada, parroco della monumentale chiesa di Santa Dolores del Carmen a Carpinteria, centro ridente sul Pacifico, lungo la litorale della Santa Barbara County, noto ai surfisti per le onde "gentili" e ai più per i suoi straordinari tramonti vermigli e la meravigliosa fauna tropicale che frequenta le sue acque, il quale una volta confessò mio padre tenendolo - ahilui! - sotto i "ferri" per oltre un'ora (spesso mi sono domandato, a distanza di molti anni dall'accaduto, quali monumentali peccati o malefatte dell'altro mondo avesse mai potuto compiere - sic! - il mio vecchio!); anzi, più semplicemente, - trattasi di ipertestosteronemia - come, invece, salomonicamente ma con tono deciso, affermerebbe il mio vecchio medico, George Sullivan, di Sacramento!!
     Tutto avvenne [l'incontro casuale, si intende] in un batter d'occhio (o in un baleno se vi suona meglio!), quasi senza che nessuno di noi due se n'accorgesse né avesse potuto proferire parola alcuna (sia che fosse di piacere piuttosto che di disapprovazione) o farfulliare un alcunché di amen (o "squirrt": la classica e goduriosa affermazione, il tipico intercalare d'uso corrente pronunciati, di solito, nelle nostre amene lande centrali di California tanto da una donna che sia venuta dopo l'amplesso, quanto da un uomo che  abbia avuto la capacità, il timing giusto ed il sangue sufficientemente freddo da farla "venire"!), dapprima tra un bicchiere di whisky, mandato giù a bruciapelo, nature - senza ghiaccio e sels - una parola e uno sguardo ammiccante, eppoi tra un ballo guancia a guancia ed un bacio, al Dusty Spring di Torrance, cittadina distante otto miglia da Long Beach e posta in direzione nord (ovvero San Francisco), dove lei [Liberty] svolgeva mansioni di barwoman e miscelatrice  di cocktail ammazzacristiani (e forse anche, chissà, di scopamica alla bisogna: termine ben poco romantico, direi, ma ben appropriato, credo!) -  al termine della "serata" (niente di speciale: solito compenso di cento-centocinquanta dollari più mance dei clienti ed extra dei proprietari del locale per il pieno dell'auto), e si concluse con una indimenticabile, colossale sveltina anale nel bagno delle signore (o dame che dir si voglia), mentre il mio amico era intento - ed indaffarato, evidentemente, più del solito - a svuotare la vescica nel bagno dei signori(o cavalieri che dir si voglia) dai liquidi malsani ingurgitati in abbondanza nelle precedenti ore! Al termine dell'accaduto, o meglio dicasi dell'avventuroso e consenziente misfatto (o fattaccio), la bella Liberty, nel mentre che si ricomponeva e rivestiva, esclamò:
     - Io, di solito, ho voglia di fare l'amore, poi penso, casomai, con chi e come farlo!
     - Va bene! - li risposi. - E' tutto a posto, tutto è okey, baby! Siamo stati bene, ci è piaciuto, cosa vogliamo di più, cosa si può cercare di meglio dalla vita se non stare bene e fare le cose che ci piacciono?
     Liberty, allora, con fare malizioso ma gentile mi prese entrambe le mani ed esclamò:
     - Sei in gamba, tu, Lucky! Lo sei davvero: sei veramente una gran bella persona (mi sentii orgoglioso di quelle parole perché era quello che pensavo anche io di lei, cioé una donna molto bella che si era concessa al primo venuto, liberamente, soltanto per il piacere intrinseco di farlo: forse aveva letto dentro di me, scandagliato empaticamente nei miei pensieri...Ma non glielo dissi). Dopo di che mi lasciò le mani, mi strinse le sue braccia intorno al collo e mi diede uno smack sulla guancia sinistra: di quelli che trinciano in due l'universo, che lanciano l'eco e lasciano un timbro indelebile nella testa e nel cuore di chi li riceve...ancor oggi, infatti, lo ricordo come se fosse oggi e non ieri!
     Poi, la bella brunetta mi lanciò uno sguardo, coi suoi nerissimi occhi di rugiada (ancor più penetrante e profondo dello stesso smack di prima!) e dopo essersi ricomposta e rivestita tornò in sala, dove nel frattempo, tutti i clienti erano andati via.
     - Tutto è bene quel che finisce bene, - pensai fra me e me, mentre anch'io, pian piano, mi rivestivo; - e fa pure bene alla salute ed al morale! (e lui, quel losco e strano figuro che ci cammina di fianco come un fantasma, credetemi, era realmente alle stelle!). Ma neanche per idea né per sogno: perché...proprio nulla era concluso e le soprese, - o meglio, la sorpresa, - eran poco più che dietro l'angolo.
     La bella, infatti, - proprio lei, - cominciò a discorrere (indovinate? indovinate?) con la bestia...pardon, con il mio amico il quale, nel frattempo, si era a sua volta riavuto dalla sbornia; i due andarono avanti tutta notte (non capii cosa mai avessero avuto da dirsi ma...non importa!), mentre io nel frattempo appisolato su una poltrona in sala. Al mio risveglio (erano poco più delle quattro del mattino: ovvero quattro ore dopo la mezzanotte e otto prima del rintocco delle campane a mezzogiorno, quando avremmo dovuto pranzare, evidentemente!), i due si scambiarono un bacio e cordialmente si salutarono (sembravano, direi, dei vecchi amici piuttosto che persone conosciutesi da poche ore soltanto); poi, io e Bon ci avviammo alla macchina, una vecchia Mustang decappottabile del 1966 (costata la bellezza di sessantaduemila dollari: esclusi cents e nichelini!), color rosso fuoco e un grosso cuore nero dipinto sulla fiancata sinistra. Sulla stada del ritorno non ci scambiammo neanche una parola: la tensione tra noi due era talmente densa che si sarebbe potuta tagliare col coltello. Arrivati a San Isidro ognuno andò per proprio conto ma...
     Volete ora sapere, miei cari, quale fu lo "strascico" di quell'incontro a due, ovvero tra me e la lei, così fortuito e...diciamo pure fottutamente godibile (e voluttuoso) nonché alquanto veloce? O meglio, quello [intendo sempre lo strascico] precedente al successivo? Ebbene sì, a sei mesi di distanza dall'inconsulto "fattaccio", cioé da tutto il resto (cadeva il 17 novembre del 2012 ed era pur sempre un venerdì - sebben esso fosse tiepido e assolato - sic!: alla faccia della superstizione!), Bon convogliò (o si arenò, impantanò: dipende, ovvio, dai punti di vista) a giuste nozze con Liberty, infilandogli la fede al dito sull'altare della chiesa Sacra Caridad, a San Isidro: è proprio il caso di dire (per Bon, chiaramente!) che niente è mai impossibile...ovvero: non è mai troppo tardi per niente e nessuno su questa terra!
     Ripensandoci ora (a distanza di un po' di tempo: ma a mente fredda e lucida, forse) mi vien da ridere, anzi, da piangere (per l'occasione persa, evidentemente; avrei potuto esserci io, infatti, al posto del mio amico...e Liberty è davvero una gran bella ragazza e una bellissima persona!): io, sempre impeccabile e a modo, dolce e garbato, resto ancora single mentre Bon, un filibustiere con la effe maiuscola, invece...
     Quel giorno, al termine della cerimonia nuziale e dop'aver sceso le scalinate della chiesa, mi avvicinai a Bon, ch'era freneticamente intento a stringere mani di parenti e amici e a dispensare sorrisi, baci ed abbracci di circostanza, lo fissai negli occhi ("dritto per dritto": come avrebbe detto di fare il mio vecchio coach dei quarterback, Sonny Sterling, al college, tempo fa!), naturalmente con ghigno bonario, e li sussurrai nell'orecchio destro:
     - Finalmente, vecchio mio, hai smesso di fare il puttaniere!
     Lui, in tutta risposta, dapprima mi disse: - sì, è vero, Lucky, finalmente è tutto finito, lo è davvero questa volta; ho proprio messo la testa a partito! - Dopo di che, col suo fare da figlio di cagna bastonato e remissivo, mi guardò (anche lui dritto negli occhi) e con fare sincero mi abbracciò fraternamente. Si infilò, poi, tenendo per mano Liberty, nella cadillac bianca e nera ch'era ferma davanti alla chiesa, in attesa degli sposi. Non appena il veicolo si mosse, lui, Bon, uscì la testa dal finestrino di destra e rivolgendosi agli invitati, fermi sul piazzale antistante la chiesa, esclamò:
     - Arrivederci, coglioni!
     Era il solito Bon, quello; ma aveva messo la testa a posto (a partito, come aveva detto  lui stesso, poco prima) per davvero.
     - Era ora che lo facesse! - pensai così tra me e me ed aggiungo, sperando che lui [Bon] non debba mai leggere queste righe; - era proprio ora, dopo aver svolto una onorata ed ultra quarantennale carriera in quelle vesti oltre che in quella di single impenitente, impavido ed arcicontento o spensierato...Impunito.
     Si pensi che quel povero ragazzo (Beh!...definirlo ragazzo andrebbe pure bene, ma povero, invece, è davvero un eufemismo!) ricordava a menadito, anni fa, e suppongo li ricordi ancora, i recapiti telefonici delle squillo (altrimenti dette, in Quebec, "entraineuses" oppure, altrove, "ricamatrici borderline" di preservativi!) più rinomate che operassero nel raggio di cinquanta miglia (sicuramente quelle marine o nautiche americane, non certo quelle terrestri o inglesi!) dalla nostra città!
     I novelli sposi tornarono a San Isidro dopo lunga luna di miele (durò quaranta giorni) trascorsa prima in giro per il Canada e il centroamerica, dopo (dalla Baja California, in Messico, al Belize, dal Costarica a Panama, Cuba, Giamaica e Santo Domingo).
     Adesso, però, dopo aver praticato con tanta devozione e discretissima quanto sistematica léna e caparbietà (così per gioco...ma tanto caparbia d'aver avuto bisogno, a volte, per riprendersi, d'annusare i sali -  come fanno i boxeur durante il match - o sniffare un po' di finisssima, e sicuramente non candida, "spring's snow", altrimenti nota come mescalina bianca!), nonché numerose volte (anzi, direi proprio dop'averlo fatto tante, tantissime volte, sinanche a rasentare la nausea) il tira e molla, ovvero il dacci dentro c'altri non è se non la millenaria arte e sopraffina (per alcuni, e molte volte, a mio avviso, lo è: basta frequentare alcuni popoli e studiare la loro cultura, o leggere determinati testi come il Khamasutra, per averne sentore e conferma!), della copulazione, i due soggetti (o meglio soltanto lei, Liberty, visto che, sino a contraria prova, e nonostante i progressi fatti dalla medicina, in particolare la moderna ginecologia, - vitro, provette, elisir magici e quant'altro - la gravidanza resta ancora una prerogativa della donna piuttosto che dell'uomo), aspettano una puer...ovvero una bambina che, come lui stesso [Bon] mi confessò tempo fa (essendo, però, d'accordo con la sua dolce metà), chiameranno Janis in onore, evidentemente, della famosa rock-singer degli anni sessanta-settanta Janis Joplin, appunto, di cui entrambi sono sfegatati cultori: molti la ricorderanno (spero, però, siano ancora di più, ossia milioni!), la soprannominarono "The Pearl" o "brutto anatroccolo" (nomignoli affibbiatili dalla critica e dai media piuttosto che dai fans), aveva una splendida voce, ruvida e pungente (pungenti erano pure i suoi testi, scritti e poi da lei stessa cantati), il sangue black nelle vene e l'anima black. Andò via dalla  musica e dalla vita troppo presto e divenne una icona al femminile della decade d'oro del rock mondiale, al pari dei due Jimmies, Morrison e Hendrix, che lo sono al maschile.
     Orbene, mi domando ora quale possa essere la morale di questa breve storia del "circular triangle" o menage (veloce) a trois tra me, Bon e Liberty appena raccontatavi? (Ammesso e non concesso, però, che debba giuoco forza essercene sempre una). Direi proprio che potrebbe essere la seguente: il susseguirsi delle casualità - davvero mai banale - (è) correlato agli imprevisti nella vita di ognuno di noi: ovvero, la stessa cosa (che) va in un modo ad una persona - bene o male, chissà ,-  al contrario va o può andare, - bene o male, chissà, - ad un'altra!

    da: "Le memorie strane di un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

     
  • 04 agosto alle ore 19:56
    Non posso mentire ancora (seconda parte)

    Come comincia:  L'indomani, al ritorno in ospedale, ritrovai mia sorella abbastanza intontita (o intronata: che è poi identica cosa, detta solo con meno tatto!): era l'effetto della fiala di Toradol (la terapia d'urto, a base di rinforzo delle difese immunitarie al mattino e, soprattutto, per arginare i dolori, era di due fiale da 20 mg/ml pro die: le cose andavano benino, per il momento!)...al risveglio, ovvero di rientro dal suo viaggio, Sara mi salutò e sorrise; poi, però, si ammusonì di colpo.
     - Un bacio per i tuoi pensieri, - feci io - (era un gioco che entrambi facevamo spesso da ragazzini: la metteva di buon'umore).
     - I miei pensieri...non val la pena conoscerli, oggi, credimi! - disse lei. - Ma sì, dai...(lei stessa si contraddisse e riprese a parlare), quando mi farai conoscere Laura? Allora, scemo, quando?
     - Presto! - feci io. - Dimmi il tuo pensiero, ora.   
      Leggimi il nostro libro…(era Le avventure di Huckelberry Finn, di Mark Twain, glielo leggevo spesso prima di farla addormentare, quando erano ancora vivi i nostri genitori). Cominciai a leggere ma lei si addormentò di nuovo. Al risveglio, pensai, sarebbe stato il momento buono di dirgli tutto oppure… Al risveglio, due ore dopo, mi precedette (forse, chissà, mi aveva letto nel pensiero!):
    - Devi dirmi la verità, Luciano. Almeno tu devi essere sincero, con me; sono tutti gentili e vaghi: il professore mi dice sempre che passerà…ma io non credo a niente di quello che mi dicono, neanche una parola. A te, invece, crederò: qualunque cosa mi dirai! 
     - Non potevo mentire ancora! - dissi tra me e me. -
     Dopo quelle parole neanche una statua di marmo avrebbe potuto esimersi dal parlare. Era mia sorella e non meritava di essere presa in giro: del resto, - pensai ironicamente
     - anche un vecchio montagnardo francese mi avrebbe detto “Luciano, la vérité, l’apre vérité!".
     A quel punto una lacrima sgorgò dalla ciglia del mio occhio destro, ma rimase in bilico, quasi fosse stata strozzata anch’essa dall’emozione, e non volle cadere…- Non c’è più speranza! - le dissi tutto d’un fiato mentre al contempo le stringevo la mano. Lei, sorprendentemente, ebbe una reazione che non mi sarei mai aspettato, di quelle che solo io, freddo per natura, avrei potuto avere…mi chiese senza tentennamenti:
     - Quanto tempo ho ancora? Giorni? - chiese, ferma e decisa. – Oppure soltanto minuti? 
     - Non lo so, credimi, mm…- tentennai un po’, poi mi ripresi – qualche settimana, mi ha detto il prof per telefono, quando tu sei stata male, sabato scorso. 
     - Bene! - fece lei, con fare quasi sarcastico ed ironico. - Allora siamo a cavallo, non credi? Pensavo avessi meno tempo, in fondo! 
     - Tu sei tutta matta, - esclamai io - sei proprio mia sorella, lo sai? 
     - Domani, Luciano, mi porterai la rivista di cui ti ho detto (la povera sorellina pensava ancora di potermi e dovermi aiutare a trovare l’abito per il mio matrimonio, quello “fasullo” di cui le avevo detto: di organizzarlo insieme a me… ma che importa; contava solo che vivesse attimi di serenità e, forse, di gioia insieme a me!) e dopo…- Si fermò per un attimo, aveva avuto una fitta fortissima in mezzo alla fronte (effetto collaterale del Toradol), ma poi riprese:
     - Prendi carta e penna, - disse, - devi aiutarmi a scrivere. 
     A quel punto mi ammutolii per un attimo (sembrava quasi che fossi io ad avere un male che mi divorava dentro e che, di lì a qualche settimana, forse meno, mi avrebbe portato via da questa terra!), mi venne in mente un aforisma della grande scrittrice e poetessa franco-belga Marguerite Yourcenar (lo avevo letto da qualche parte, ma non ricordavo dove, però): "Dobbiamo entrare nella morte ad occhi aperti"…e lei, Sara, la mia dolce sorellina lo stava proprio facendo: ad occhi aperti e con coraggio, prendendo di petto (anzi, a calci nel culo!) la vecchia signora con la falce! 
     - Dimmi, vecchia, (ogni tanto la chiamavo in quel modo, per prenderla in giro e farla arrabbiare) -  cosa vorresti fare con carta e penna: hai da fare testamento? Se non hai un soldo bucato! – esclamai. (Anche io, a quel punto, avevo ripreso le mie forze e riuscivo a reggere il suo gioco…ricominciavo ad essere ironico e un pò pagliaccio). 
     - Una cosa del genere: - mi rispose Sara - devi aiutarmi a scrivere a tutte le persone che conosco, a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene (erano tante, tra parenti ed amici: ma non mi scoraggiai). E poi voglio organizzare il mio funerale, voglio essere cremata e seppellita accanto a mamma e papà (la cappella di famiglia, quella dove riposavano i miei genitori, insieme ai nonni, era a Castellania, piccolo borgo dell’alessandrino di appena centocinquanta-cent’ottanta anime, dedito alla viticoltura, in cui si passavano le vacanze estive: sù, in cima al colle di San Biagio che sovrasta l’abitato, vi è il piccolo cimitero in cui riposa anche il “campionissimo” Fausto Coppi; - di li a poco anche lei…- pensai, tra me e me - sarebbe stata lì!). Sara a quel punto si bloccò un attimo e si asciugò una lacrima: poi continuò imperterrita a parlare e a darmi disposizioni sino all’orario di uscita. Nei giorni che seguirono, sino al venerdì 18 aprile, il giorno, cioè dell’antivigilia di pàsqua (sarebbe stato, insieme al successivo, quello cruciale!), aiutai mia sorella a scrivere le lettere di cui detto (lei era fantastica, come al solito: scrisse anche una bellissima lettera all’ex fidanzato, in cui diceva di non aver rancore per lui, per il fatto che l’avesse lasciata due anni prima!); poi lei aiutò me a trovare il vestito giusto per il mio fantomatico matrimonio (il suo, invece, glielo avevo comprato io, qualche giorno prima; cinquantanove euro in svendita – anche quel tipo di vestito, forse, risente della recessione! – in un negozietto vintage in largo Belgio al quartiere Vanchiglia, poco distante dal centro). Stentavo a credere a tutto quanto stava avvenendo, cioè, stentavo proprio a crederci, letteralmente: non riuscivo a capire dove mia sorella prendesse tutta quella energia e quella forza interiore.
     - Chissà, - dicevo a me stesso - se era opera di un dio o di un diavolo…avevo, però, altro da fare, in fin dei conti, e restavo, per così dire, agnostico! Alcune volte, tuttavia, il dolore (il suo, quello vero, alle braccia, o al collo, o al fianco destro) era insopportabile; mia sorella, però, mi toccava con la sua mano, dolcemente (era sempre la sinistra, quasi a tranquillizzarmi...lei, sic! lo faceva a me!!) ed io capivo: allora Alfredo, o Gino, o la caposala Grimaldi entravano nella stanza, en passant, e ironicamente esclamavano:
     - Bimbi, è l’ora della puntura (il Toradol era rimasto tal quale a prima: in aggiunta, però, li iniettavano una dose di Contramal da 1,5). Il venerdì suddetto arrivò. Entrai nella stanza: Sara era colorita in volto (per via della febbre, probabilmente, e della dose più alta di antidolorifici iniettatagli), la baciai sulla guancia destra. Nel frattempo entrò anche l’infermiera Sallusti, una milanese trapiantata a Torino, bionda e bella da impazzire.  Somministrò a Sara la dose di immunostimolante e poi le prese la temperatura:
     - E’ scesa - disse; poi andò via. Io ero uscito in corridoio, nel frattempo, a fumarmi una sigaretta (è da una vita che fumo le Merit senza filtro: più che fumarle, però, faccio due o tre tiri e poi le getto via; è per questo che consumo circa quattro-cinque pacchetti da venti al giorno!). Rientrai in stanza e mia sorella, di getto, cominciò a parlare. 
     - Sai, Luciano, - mi disse, decisa e sicura (sembrava quasi un kapò di Auschwitz!) - penso che non importi, in fin dei conti, quanto tempo vivi né il tempo che trascorri su questa terra, a questo mondo: ciocchè conta, invece, è quello che hai fatto durante il viaggio, le persone che hai amato e ti hanno amato. Quello che conta è la vita terrena, non quell’altra che probabilmente non c’è, e se hai lottato e vissuto con fierezza, dignità e coraggio. Sai, fratellino – continuò - pensa alle farfalle, che vivono una settimana soltanto da quando hanno terminato di essere crisalidi: giusto il tempo di fecondare…mentre ci sono persone che vivono cent’anni e passa ma non fanno nulla di buono! Questo pensiero bellissimo espresso con poche, essenziali parole in un momento così difficile e drammatico nella vita di entrambi (non era una stolta, tuttavia, mia sorella, lo sapevo: non a caso si era laureata in filosofia, a Roma, con tanto di lode sulla tesi!) mi diede serenità e coraggio: avevo capito che lei, pur essendo atea come me, oltre ad entrare nella morte ad occhi aperti (come dice la Yourcenar) ed a sua volta coraggiosamente, era pronta ad affrontare la situazione senza patemi di sorta, con la ben chiara consapevolezza di ciò a cui andava incontro. Ironia della sorte, era proprio lei che in quel frangente riusciva a darmi buone sensazioni e, inconsapevolmente, a donarmi ancora una volta aiuto e sostegno morale! Il resto della serata, prima che tornassi a casa, lo passammo uno seduto sul letto e l’altra con la testa appoggiata sulle mie gambe. In quei momenti, dentro me stesso, pensai:
     - Darei qualunque cosa, anche la mia vita, perché la mia Sara non dovesse fare quella brutta fine, scambierei più volte, persino dieci, la mia vita con la sua, ma…non si può avere sempre quello che si desidera nella vita! 
     Terminato l’orario di visita ci salutammo e la lasciai (non sapevo, però, che quello sarebbe stato l’ultimo saluto tra noi, l’ultima volta che l’avrei vista in vita!). L’indomani sera, infatti, arrivato sull’uscio della porta della stanza mi accorsi che il letto era vuoto. Si avvicinò a me il dottor  De Carlo e fece:
     - Luciano, Sara è entrata in coma stamattina, alle dieci e trenta in punto. Abbiamo tentato di contattarti più volte ma il tuo cellulare era sempre senza segnale. Vieni con me, ti accompagno in rianimazione; animo dai! 
     In effetti il mio cellulare era scarico dalla sera precedente: avevo disgraziatamente dimenticato di porlo sotto carica! Giunti in rianimazione, non ebbi il tempo di dire neanche un amen e…mi avvicinai al letto di  Sara, nella stanza con la luce rossa soffusa, e mi accorsi che non respirava; venne vicino a me, allora, il professor Anselmi e mi disse:
     - E’andata, Luciano!
     Erano le ventitrè, mia sorella non c’era più: non potevo crederci ma dovevo farlo.   Dentro di me pensai: 
     - Ora sì che sono solo! 
     Al tempo stesso, però, pensai che in quelle settimane dolorose ma anche, a loro modo spensierate, era stata proprio mia sorella che mi aveva insegnato a capire alcune cose sulla vita e l’esistenza: non fui io, invece, ad aiutarla a morire! Qualche settimana dopo, un venerdì, mi recai sulla tomba di Sara, nella cappella di famiglia, nel cimitero di Castellania. Lessi: "Sara De Bernardi, nata il 1°aprile 1988, morta il 19 aprile 2017".  Sotto le date, sul lato sinistro del marmo tombale, vi sono scritte in corsivo piccolo, stile Ar Berkley, coi colori bianco e nero, le seguenti parole (io stesso avevo incaricato il marmista, a tumulazione avvenuta, di farle incidere): "Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento" (Claudio Lolli, profeta di un sogno). 
     - Parole stupende! – dissi tra me e me. – Ora, pensai, anche Sara è lì, insieme a Coppi, in compagnia dei miei genitori. La morte è uguale per tutti, la sola cosa che rende uguali a questo mondo. Tutti uguali dinanzi all’ignoto, solo e soltanto uguaglianza “per i piccoli come per i grandi”! Nel tragitto che mi ricondusse a casa, a Torino, in macchina, mi tornarono in mente anche alcuni versi, in latino, che mio padre spesso leggeva a me da ragazzino; facevano il paio, quelli (ironia della sorte, forse) con il pensiero che Sara aveva esternato a me, poco prima di lasciarmi per sempre: "Damna tamen celeres reparant caelestia lunae: nos ubi decidimus quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus, pulvis et umbra sumus". Sono versi di Orazio (la celebre ode dedicata a Torquato): il più realista, in fondo, dei poeti latini. Sottolineano la caducità e la precarietà delle vicende umane ed il fatto che né pietà, grandezza, onori o ricchezza possano sottrarre ogni essere vivente dal suo destino di finitudine (…di polvere e di ombra soltanto siamo fatti). Permeato di crudo realismo ma anche di velata speranza ed estrema dolcezza, giunto che fui sull’uscio di casa, era qualcos’altro: 
     - Adesso sono davvero solo?! - feci a me stesso; - ma no che non lo sono, pensai poco dopo: d’ora in poi il ricordo di mia sorella sarà per sempre al mio fianco!   

    Taranto, 17 dicembre 2017.                                               luciano74121@gmail.com

     
  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

     
  • 28 luglio alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre!) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi!
     Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso! Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali! 
     Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto! La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro!
     La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine!
     Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof!) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reaprto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella!). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità!
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo!).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate!
     Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti, chissà! 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto...mia sorella era seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro! Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in  una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio!
     Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate!) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale.
     Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva!) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello! Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

     
  • Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

     
  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele edi galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.    

     
  • 24 luglio alle ore 16:29
    Una scritta sul muro

    Come comincia: "Sei sempre nei miei pensieri ti voglio ogni giorno sempre di più senza di te non posso vivere amore mio A.C."
    E' da circa quaranta anni che leggo, annoto scritte lette sui muri (spesso le ho anche fotografate) ovunque abbia l'occasione di andare. Ritengo ognuna di esse racchiuda una storia, la storia di ogni essere umano, di ognuno di noi...un particolare stato d'animo: ma anche, paradossalmente, lo sviluppo della società, l'andamento della politica (la prima che lessi, mentre andavo a scuola, in piazza Acanfora a Taranto - correvano gli anni settanta - era di fuoco: "AUTONOMIA OPERAIA NON SI TOCCA, KOSSIGA PEKKIOLI VI SPAREREMO IN BOCCA!"), del costume e della storia delle masse e del mondo in cammino. Le scritte sui muri, a mio avviso, sono sempre "rivoluzionarie"! Molti di coloro che leggeranno quella che ho sopra scrittto (ho dovuta passarla, gioco forza, nel settore racconti del mio profilo nel blog invece che negli aforismi, per ovvi motivi di spazio) obietteranno: - E' banale! E' la classica scritta da cioccolatini "baci Perugina"! - Vero, anzi, verissimo!!! - rispondo io. La assoluta unicità (o rivoluzione) e bellezza della suddetta, a prescindere dal contenuto o dal messaggio, sta nel luogo in cui è stata scritta e dove io l'ho letta: una frazione, un pezzo del muraglione (dalla parte esterna) che circonda, cinge il cimitero monumentale "San Brunone" di Taranto (noi tarantini lo chiamiamo cimitero vecchio per distinguerlo dal nuovo, sito in zona Talsano-Tramontone), al quartiere Tamburi. L'ho letta (mi verrebbe da scrivere: il fattaccio è avvenuto...) circa una ventina di giorni fa, mentre mi recavo nel suddetto luogo [il cimitero o camposanto, appunto!]; e correvano le ore quindici e trenta- sedici (all'incirca: malauguratamente non posseggo né un rolex di marca né un moderno e accessoriato smartphone, quindi non posso essere preciso al...bacio!): un orario in cui, vista la temperatura dell'aria (all'ombra - ed è un eufemismo che io scriva così, credetemi! - il sole toccava i quarantacinque gradi, senza contare il tasso d'umidità), neanche i morti (pace a loro!) riposano tranquilli nelle loro dimore eterne e...neanche le zanzare moleste si attentano a volare per rompere i capillari ed anche qualcos'altro (dicasi pure coglioni!) a noi "umani"! Ed io...invece (visto che sono un vecchio testardo nonché un incallito autolesionista e masochista, ero in giro per una escursione sui generis (o come l'ho definita, parlandone poi ad alcuni conoscenti, una "gita fuori porta", fuori stagione e, forse, fuori di testa: quando quasi tutti, infatti, cosumano le ore nella siesta pomeridiana o a trastullarsi e rinfrescarsi il sedere nei luoghi ben più gradevoli della litoranea). Ora, a conclusione di questo mio "raccontino" che, in realtà, raccontino non avrebbe dovuto essere (viste le ragioni di cui dettovi poco sopra), ed il quale - diciamo pure - è nato quasi di getto (o d'amble, come direbbero nostri cugini d'oltralpe), mi pare interessante (anzi, è d'uopo: mi sembra sia più dotto scriver così: o forse più "dottorale", chissà, per coloro che sono di bocca e palato più fine!) proporre un accostamento letterario (il che non guasta, visto che siamo su un blog di quel genere!) tra la scritta e il luogo (solitario, di certo, ma di sicuro non ameno: come avrebbero detto, forse, i romantici inglesi di fine settecento-inzio ottocento!): quello con i "Sepolcri" di un certo Ugo Foscolo (pensate che ci pensai durante tutto il tragitto di ritono a casa dalla "gita" in questione, più parte della notte seguente, per giungere a siffatta conclusione!), i quali furono (in Italia e non solo, probabilmente) il primissimo esempio di "poesia  civile" o di impegno civile (o, ancora, di protesta, come avrebbero detto un secolo e mezzo più tardi - all'incirca - esponenti di certo attivismo politico e di certa poesia, letteratura e musica annesse). Ai suoi tempi l'illustre letterato di Zante volle schierarsi apertamente e senza troppi dubbi, contro il decreto napoleonico "St. Cloud" del 1804 (esso fu esteso a tutta l'Italia due anni dopo ma il poeta andava, nella sua protesta, ben più a monte, ovvero contro disposizioni di precedenti leggi austriache del 1783 e 1787, di cui il decreto era una semplice estensione: quindi non solo contro una legge ma contro uno spirito comune a una intera legislazione), il quale imponeva di seppellire i defunti in fosse comuni (per ragioni igieniche, adduceva lo stesso decreto) invece che in quelle tradizionali. Ma i motivi, a latere, erano tutt'altri...Per lui [per Foscolo, s'intende] la tomba, invece, aveva (e doveva continuare ad avere) una specifica funzione civile, appunto (e sociale): il luogo, cioè, dove convogliano e convergono gli affetti dei vivi per i defunti; quello, inoltre (come nel caso, fattispecifico, delle "urne dei forti", alias Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo Galilei, etc. seppellite a Santa Croce in Firenze) che danno rimembranza, ai vivi, appunto, delle valorose gesta od opere dei grandi ("forti", appunto!). Infine (e con ciò concludo) scrivo quanto segue, a proposito della famosa scritta (operose scuse per il gioco di parole!), da cui è scaturito il "big-bang" successivo (cioè, quello di cui avete letto): la suddetta [scritta] (scritta su un punto precipuo del muraglione che circonda il cimitero di Taranto) testimonia l'affetto (o amore) dei vivi per i vivi mentre il cimitero [suddetto e non un'altro, evidentemente!] testimonia quello in cui - figurativamente parlando - converge a sua volta quello dei vivi per i morti (alias "trapassati")...E NESSUNO MI VENGA A DIRE, ORA, CHE LE SCRITTE SUI MURI NON SONO IMPORTANTI! 

    Taranto, 24 luglio 2019.  

     
  • 22 luglio alle ore 4:52
    Il mondo che vorrei (love&dreams)

    Come comincia:  - Ho una sorpresa per te, Sam, amore - disse la mia donna: mentre entrambi eravamo sdraiati su una scogliera a Plenty, una delle tante che popolano il litorale di questa magnifica cittadina, in cui nascemmo, io e lei, trent'anni prima, posta all'estrema punta nord dell'insenatura della grande isola di Greenland, nella baia di Aaron, sotto la calda luna d'agosto.
     L'aria profumava di limpido ed il mare, luccicante e piatto come una tavola da surf, sapeva di pulito in quella magica e strana notte di san Lorenzo: magica perché noi due eravamo finalmente di nuovo insieme; strana perché eravamo soli, soltanto noi due, ancora insieme, un'altra volta dopo immemore tempo, sdraiati e mano nella mano, però, come agli inizi della nostra storia, a rimirar la luna piena ch'era quasi occidua rispetto alle nostre teste, in tutto il suo accecante splendore di astro donna e misteriosa, e in attesa delle stelle cadenti, ovvero (del) la lieta e speciale stella!
     - Ho una sorpresa per te, Sam, - ripetette Baby Jane, la mia donna; - proprio una gran bella sorpresa: sta arrivando una bambina!
     - Come una bambina? - domandai allora io, esterrefàtto e lieto all'unisono.
     -  Certo Sam! -  rispose lei. - Una bambina tua, tutta nostra in carne ed ossa; e la chiameremo "Fortunata"! 
     - Fortunata? Sì,è molto bello! - esclamai contento e poi le chiesi: - Ma perché proprio quel nome?
     - Sta arrivando una creatura tutta nostra, davvero, ed avrà gli occhi azzurri come il cielo, - rispose Baby Jane; - sarà "Fortunata" di nome e di fatto, perché quando verrà al mondo la nasconderò; sì, dovrò fare proprio questo: nasconderla a tutti loro quando verranno...(si trattava dei soldati dell'Anagrafe dei Governi). Sì, la nascoderò quando verranno per portarsela via ed arruolarla nell'esercito della vergogna, la nostra bellissima bambina: la preserverò dalle loro dannate grinfie. Non metteranno mai le mani su di lei, quelle mani grondanti di sangue, quelle sporche e fottutissime mani che sanno di morte; non glielo permetterò: dovremo farlo insieme, amore mio, dovremo proprio...dovremo farlo insieme, dovremo salvarla insieme: da quell'esercito che manda al macello uomini e donne inutilmente. La salveremo, Sam: è vero? Promettimi che lo faremo, dai fallo; promettilo, sì, che mi aiuterai?
    - Sì! - le dissi allora io. - Lo faremo insieme: te lo prometto! (Pronunciavo quelle parole ma non sapevo ancora, dentro di me, come avrei fatto a mantenere la promessa!). Lo faccio quì, davanti a te, prima ancora che nasca Fortunata, prima ancora che arrivi la nostra stella e scompaia la luna. Ma ora calmati,  Baby, calmati, sei tutta sudata, vedo, sì...e stai piangendo; dai, calmati. Tremi dal freddo: su, dai, calmati, amore mio!
     Baby, infatti, tremava tantissimo nonostante la notte fosse afosa ed umida (neanche un refolo di vento soffiava nell'aria, quel vento che viene sempre dall'oceano a rinfrescarla, ogni estate - lo chiamiamo "Hot Lenny", dalle nostre parti, per via della dolcezza e della durezza che ha - insieme alle grandi balene azzurre: porta il nome dell'uragano del 1926, di cui mi parlò - anni addietro - mio nonno Frank, e quello devastò la baia e l'arcipelago circostante; porta sempre refrigerio, però!): sembrava un pulcino uscito da una pozzanghera; i suoi denti battevano ed il loro ticchettìo addirittura rimbombava sulla scogliera quasi come se avesse l'eco!
     Allora presi l'asciugamano rossa su cui eravamo sdraiatie la avvolsi sulle sua spalle; poi le misi le braccia intorno al collo e le sussurrai nell'orecchio sinistro: - te ne prego, calmati adesso, Baby!
     Ma lei si alzò di scatto (l'asciugamano che le avevo avvolto sulle spalle cadde sugli scogli) e mi disse, agitata e tremante più di prima: - No, Sam, lasciami parlare ancora, lasciami sfogare in questa notte di luna piena così pazza; lasciamelo fare ora, quì, con te. Siamo soli, tu ed io, lasciami parlare ancora con te.
     - Va bene, amore, - feci io per non contraddirla ed agitarla ancor più. - Parla pure, dai, parlami quanto vuoi; dimmi quello che vuoi: sono quì, accanto a te, ti ascolto.
     Al che lei tacque per un attimo eppoi si inginocchiò davanti a me, afferrò le mie mani e guardandomi dritta negli occhi esclamò:
     - Sam, non voglio mettere al mondo la mia creatura, così, indifesa; la nostra creatura, no, non lo voglio...Per coprire losche faccende, per farli combattere sudicie e lorde guerre che non le appartengono; che non ci appartengono; proprio non voglio che ciò  accada...Voglio vederla crescere lontano, la mia bambina, la nostra bambina, sì, lo desidero con tutta me stessa...Lontanissima anni luce da tutto questo, da tutti loro. Portiamola via insieme, facciamolo insieme quando verrà al mondo!
     Nel nostro paese, da alcuni decenni, oramai, accadeva che l'Anagrafe dei Governi governasse con ferocia e malvagità, terrorizzando la gente attraverso una tirannica forma di dispotismo; inoltre, accadeva che il suo esercito confiscasse ogni neonato - maschio o femmina che fosse - venuto al mondo: per portarlo nei "campi di addestramento" del nord; ed educarlo - man mano che cresceva - ed addestrarlo (appunto) all'uso delle armi, renderlo pratico ed avvezzo al combattimento e alla guerra. Il nostro paese, infatti, combatteva contro gli altri paesi confinanti per il possesso del petrolio (serviva per far funzionare le fabbriche che costruivano le armi per combattere, per produrne nuove e per ogni altra possibile attività economico-produttiva atta ad alimentare la guerra) e dei diamanti (servivano per pagare sempre più uomini assoldati al servizio del governo, abili a combattere e nell'addestrare bambini e giovani nei campi).
     Noi due, io e Baby, facevamo parte, invece, da molti anni, ossia da quando ci eravamo messi insieme, ai tempi del college a Frisco, dell'opposizione "rossonera": eravamo, per questo motivo, sempre alla macchia, ognuno con un gruppo diverso. Ci eravamo visti - qualche ora soltanto - settimane prima di quella notte: allora avevamo fatto l'amore, così, nature, sotto una secolare quercia nel bosco di Attenborough, proprio quello che circonda le colline sovrastanti il litorale e le scogliere di Plenty; e lì era successo tutto...la nostra bambina, di cui parlava Baby quella notte, era stata generata proprio allora. Le sue paure, quindi, quelle di metterla al mondo, non erano assolutamente infondate, tutt'altro: ma io restai freddo e lucido, come sempre!
     Baby Jane smise all'improvviso di parlarmi (quale sollievo per le mie povere orecchie, pensai dentro di me!) per un po' restammo entrambi in silenzio, seduti sugli scogli ad osservare ancora la luna e respirare l'aria afosa di quella notte, davvero insolita e bastarda: il nostro pensiero, invece, mareggiava sui lievi flutti dell'oceano!
     Al termine del nostro silenzio (era durato soltanto alcuni minuti ma m'era parso infinito!), mi alzai in piedi davanti a Baby e dissi: - Dai, su, lo faremo insieme, ti prometto che lo faremo; ti ho detto che lo faremo; la porteremo via da quì quando verrà al mondo!
     - Spero che tu dica sul serio, - replicò lei, - dimmi che lo farai? Promettimi che lo faremo insieme, veramente?
     - Va bene, - feci ancora io, - la porteremo sull'isola dei gabbiani, quando verrà, Baby, e li la cresceremo insieme la nostra bambina; l'ameremo insieme e poi qualcosa faremo; si vedrà poi...insieme!
     L'isola dei gabbiani  fu il primo posto che m'era balenato in testa da dirli, a Baby Jane, quella notte: sapevo, però, che quello, sebbene fosse solitario e in parte sicuro, non sarebbe potuto essere la definitiva sistemazione per noi tre. Quell'isola, un piccolo lembo di terra posto ad un quarto d'ora di scafo da Plenty, era sempre stata meta preferita di contrabbandieri e mercanti di uomini ed armi in passato ma da qualche anno, per via della vegetazione ostile ed impèrvia che la popola (una boscaglia fitta di mangrovie e arbusti spinosi immersa in malsane paludi, tutto l'anno frequentate da zanzare giganti e mosquitos killer!), non lo era più...Quel posto non sarebbe stato di certo adatto per una piccola creatura: entrambi lo sapevamo.
     Baby Jane, però, dop'aver ascoltato le mie parole, si avvicinò a me, pi prese di nuovo per mano e guardandomi negli occhi scoppiò in un pianto a dirotto. Così restai in silenzio ad ascoltare le sue lacrime, soltanto per un attimo: poi, anch'io la guardai negli occhi, le accarezzai il viso con dolcezza e la strinsi forte tra le mie braccia.
     Dopo qualche minuto, però, lei riprese a parlare con più impeto di prima (sembrava un colpo di cannone esploso da un vecchio galeone spagnolo!):
     - Quando loro verranno, - disse, - noi non saremo ad accoglierli a braccia aperte; prima che accada la porterò via con me, non preoccuparti, zio Sam (a volte mi chiamava zio, proprio come quello del nostro paese prima dell'avvento della dittatura!); stanne certo che sarà così: farò tutto ciò che ho promesso, da buona madre manterrò la parola: per la nostra creatura che deve arrivare, la porteremo via insieme, vedrai.
     - Okey, va bene, amor mio! - le dissi ancora. - Lo faremo insieme!
     - Voglio veder crescere la mia bambina tranquilla, - fece lei; - vorrei vederla crescere felice, magari in una terra dove le stelle cadono giù dal cielo sempre, tutte le notti d'ogni giorno e non soltanto una volta all'anno.
     - Credimi, Baby, lo vorrei anch'io, con tutto il cuore; con tutto me stesso vorrei fosse proprio così!
     Nel frattempo una nuvola si frappose fra noi e la luna, caddero alcune gocce di pioggia (l'aria, però, era sempre afosa ed il vento restava una agognata chimera) ma lei ancora...Baby Jane non aveva sosta e fece: - Andremo all'isola dei gabbiani, Sam, proprio come hai detto tu, eppoi...poi si vedrà, hai ragione, amore! Poi, chissà, troveremo un'altro posto, un'altra terra dove vivere felici insieme, noi tre!
     Baby Jane non si fermava: sembrava proprio logorroica, quasi presa da una frenesia spasmodica.
     - Dividiamo questa speranza! - esclamò. - Dividiamo questo progetto, questo proposito. Dividi con me questa speranza, Sam! - ripetette. - Dividila con me, se vuoi.
     Al che la interruppi, riuscii a farlo per un attimo, dicendole:
     - Va bene, Baby, lo farò ma...
     Lei, però, subito mi interruppe, a sua volta, e riprese a parlare:
      - Quella terra esiste, Sam; noi la troveremo per nostra figlia: affinché la nostra bambina possa crescere tranquilla e felice, per diventare un nuovo combattente del sole e dell'armonia come noi due; combattere contro i despoti e la tirannia! Credo che ciò avverrà, se solo noi lo vorremo; la porteremo in quella terra se la troveremo. Quella terra esiste, sai? La troveremo, Sam, la troveremo insieme! Quella terra esiste davvero, amor mio: è una terra senza lacrime, è la terra di amore e sogni che sognamo, in un mondo di amore e sogni che abbiamo sempre sognato: senza lacrime. Quella terra esiste, Sam, credimi: ma non è la terra promessa!
     - Ma dov'é, allora? - chiesi. - Dimmelo, dai, come si chiama?
     - Credo proprio che esista, - fece lei, - credo che possa esistere ancora sulla terra un posto così, senza tempo: magari lontano da noi, da quì...forse si chiama Mirageville, Sam, chissà; o forse Neverland, o terra di nessuno, o delle verità nascoste, o magari si chiama terra...nuova: semplicemente e basta! E se esiste lo troveremo, vedrai.
     - Certo, amore mio: e lo faremo insieme, te lo prometto: e lo cercheremo noi due insieme...no! no! Noi (tre) insieme!
     Baby cominciò a piangere ed a singhiozzare per la commozione e poi, lentamente, si riebbe ricominciando ad essere logorroica e un po' "su di giri": 
     -   Sì! Sì! Credo che esista un posto così; sì, forse si trova a mille migliaia di chilometri da quì, da noi, ma esiste. Un posto, quello,in cui ci si possa sdraiare sugli scogli per ascoltare le onde del mare che cantano insieme al vento e...eppoi perdersi senza paure e limiti coi propri pensieri nell'orizzonte infinito davanti a noi, senza l'assillo di dover "ritornare"; o magari restare in silenzio davanti alla luna che ci osserva, anch'essa muta, in attesa della lieta stella. E se esiste quel posto lo troveremo; sicuro che lo troveremo: sì, davvero noi lo troveremo!
     Alla fine, però, riuscii finalmente a interromperla, o forse, chissà, lo aveva fatto di proposito (a bloccarsi dal suo frenetico discorrere) per farmi parlare, per far parlare anche me, e allora le chiesi:
     - A proposito, Baby, come mai non è ancora arrivata la nostra stella, questa notte?
    (Era pur sempre la notte delle stelle cadenti e forse, chissà, lo avevamo dimenticato entrambi, presi dal nostro parlare ed ascoltarci a vicenda!).
     Lei, così, con voce ora calma e sottile (Baby Jane appariva anche più serena ed aveva ripreso a sorridere) mi rispose dicendo:
     - Questa notte non arriverà, Sam; lei, la nostra stella, arriverà fra nove mesi e si chiamerà "Fortunata"!
     In effetti, era giunta quasi l'alba (le prime luci turchine e cremisi cominciavano a far capolino all'orizzonte) ma niente...E della stella, la nostra stella, non c'era ancora stata nessuna traccia: e non ci sarebbe stata, probabilmente, neanche se l'avessimo pagata a peso d'oro o avessimo ancora atteso, sdraiati sugli scogli, per altri mille anni1
     Così, dopo le ultime parole pronunciate da Baby, io e lei, come prima, ci sdraiammo sugli scogli; adesso, però, più stanchi morti di prima (forse, chissà, più morti che stanchi!), tenendoci per mano, in attesa di addormentarci: all'esercito dell'Anagrafe e alla nostra bambina, all'isola dei gabbiani e a tutto il resto ci avremmo pensato l'indomani!

    da: alcuni brani dei Jefferson Airplane, "l'unico aeroplano americano che non bombardò Saigon!".

    Taranto, 18 giugno 2013.

     
  • Come comincia:  Castellarano è un piccolo centro di appena cinquemila anime, in gran parte artigiani (falegnami) e contadini. Si trova a quasi trenta chilometri dal capoluogo, Reggio nell'Emilia, nella valle del fiume Secchia, non molto distante dal confine con la provincia di Modena.
     Era l'estate del 1944, la scuola ormai un lontano ricordo: nonostante fossimo in guerra da diverse stagioni e nonostante i rastrellamenti fossero, in diverse zone della bassa emiliana all'ordine del giorno, ci aspettava (secondo le nostre ingenue intenzioni) un periodo di sospirate vacanze, e di altrettanta sospirata spensieratezza, più o meno duraturo. Io e i miei compagni, Aldo Balugani e Giovanni Piacentini, i quali mi chiamavano "il turacciolo" per via della mia statura ridotta oppure "il segaiolo" per ovvi motivi, e sono, a loro volta, più grandi di me di un anno soltanto (avevano appena frequentato la prima avviamento - mentre io ero ancora alle elementari - alle scuole Virgilio di Scandiano, comune che sorge quindici chilometri più a nord rispetto al nostro, sulla destra del torrente Tresinaro: da sempre una acerrima ma sana rivalità ci legava agli "scandianesi" i quali, per chi non lo sapesse, sono, purtroppo - per loro colpa, non certo a causa nostra - concittadini dell'illuster poeta Matteo Maria Boiardo e dell'altrettanto lustrissimo naturalista Lazzaro Spallanzani) eravamo nel parco a giuocare, insieme ad altri dieci o dodici putei reduci tutti dalle fatiche didattiche dell'anno scolastico appena scorso, in gran parte all'insaputa dei nostri genitori e dopo aver sterminato, col famoso ed infallibile metodo del "cappio sempre pronto", ranocchie e lucertole del circondario: con un pallone di pezze e stracci rammendato dalla nonna materna di Aldo, la Caterina Zampieri, di certo la più abile sarta e cuoca del paese (prepara, bontà sua, tortellini di zucca al bacio, inoltre le più buone tigelle e crescentine col pesce fritto nella zona) alla bella e meglio (o "alla carlona", come era solito dire mio nonno paterno Casimiro, ultra ottuagenario ancora arzillo e pimpante, col radar "avvistafemmine" sempre all'erta e grande fumatore di toscani nonché bravissimo, sino a qualche anno prima, a suonare l'ocarina ai Festival del Popolo, alla "sagra del vino" di Castellarano e Roteglia in settembre o nelle balere della bassa reggiano-modenese, site a nord ed a sud del Secchia, finanche nella valle dell'Enza). Quella mattina era serena e tersa, la prima della stagione, in verità, di tempo bello; la notte precedente, invece, un temporale aveva squarciato il cielo per diverse ore ed allagato la campagna in alcune zone vicine. Correvano le nove e quaranta quando, ad un tratto, mentre io e Giovanni discutevamo su un tiro alla palla venuto male, l'Aldo fischiò forte e gridò poi a squarciagola (sembrava peggio del Ligabue di Gualtieri quando è fuori di testa!): - Ragazzi, presto, guardate là, dietro di voi.
     Al che, io e Giovanni ci girammo (così pure fecero gli altri) e...per poco non ci venne un colpo, a noi ed a tutta la sgangherata combriccola! Aveva proprio ragione, cazzo, quel malandrino del nostro compagno: quattordici aerei a due code, i famigerati "stuka" tedeschi della Luftwaffe avanzavano, infatti, a tutto spiano e dritti dritti verso di noi.
     
    La sigla stuka (dalla parola composta e quasi impossibile da leggere, Sturzkampfflugzeug) indicava il famoso aeroplano da bombardamento in picchiata, di cui fecero largo impiego i tedeschi nella seconda guerra mondiale. Questo aereo, noto anche con la sigla di Ju 87 (dalle iniziali dell'ingegnere Hugo Junkers, appunto, che cominciò a costruirli nella sua fabbrica sin dai primi anni del Novecento), ebbe come caratteristiche medie: lunghezza m. 11,6; apertura alare m. 13,8; un motore di 1400 HP; due uomini di equipaggio; due mitragliatrici calibro 7,9 come armamento e la possibilità di trasportare una o più bombe sino ad un massimo di 2000 kg. di peso complessivo.

     Facemmo in tempo a nasconderci dietro alcune grosse balle di fieno arrotolate nel campo e loro [gli stuka maledetti, s'intende], dopo aver sorvolato rapidamente il castello, cominciarono a sganciare bombe per abbattere il ponte alla periferia del paese, quello che tutti dalle nostre parti eran soliti nominare "il ponticello", ed il quale collega Castellarano alla frazione di San Michele dé Mucchietti, sul versante modenese del Secchia (ovvero, uno dei molteplici affluenti destrorsi del Po). A dire il vero, quella mattina molti di noi (anzi, direi proprio tutti!) non capirono affatto il perché ai crucchi fosse balenata l'idea malsana di bombardare quell'insignificante ponte: alcuni, però, lo capirono in seguito alle spiegazioni dei genitori oppure diversi anni dopo a guerra finita, in età adulta. Quel ponte, infatti, proprio quel precipuo ponte aveva una importanza strategica notevole ed ai tedeschi, si sa, quelle cose, ossia i particolari irrilevanti ai più, non sono mai sfuggiti nel corso della storia: esso, infatti, immette il traffico pesante, militare o meno, a nord-est, sulla statale 486 delle Radici che porta a Sassuolo, a Rubiera, infine a Campogalliano, importantissimo snodo viario e doganale alle porte di Modena; mentre, in direzione opposta conduce, lungo la statale 467, a Reggio Emilia...Ecco chiarito, dunque, l'arcano!
     - Copritevi le orecchie con le mani, - esclamò Aldo a noi tutti, agitatissimo. - Altrimenti rischiate di diventar sordi! (Per me, quello, sarebbe stato un inconveniente mica da poco, visto che già rischiavo di diventare orbo: a furia di troppo segarmi, infatti, i più grandi, compreso mio padre Augusto e mio nonno, dicevano che avrei perduto l'uso della vista da entrambi gli occhi!). Aveva ragione, diamine, quel testa matta di Aldo, ancora una volta: le bombe cadute facevano proprio un bel baccano d'inferno. Tutti ci coprimmo le orecchie con entrambe le mani: nel caso opposto, sicuramente i timpani sarebbero saltati  ad ognuno di noi. A un certo punto del ballo in maschera...pardon, del balletto, uno di noi (era Saverio, il più matto di tutti), rischiando letteralmente le palle e la pelle, salì sulla balla più alta ed alzandosi in piedi esclamò:
     - Se avessi una pistola ve la farei vedere io, maledetti! (come se una pistola avrebbe potuto scalfire mostri volanti di siffatta forza e dimensione!). A quel punto gridammo in coro:
     - Ehi, testa d'un asin, scendi giù di lì se ci tieni alla tua testaccia vuota! - Saverio, così, a quelle parole, forse rinsavito all'improvviso o colto, chissà, da un momentaneo lampo di ragione, ci ascoltò e si nascose insieme a noi.
     Venti minuti, forse mezz'ora dopo, chissà, (nessuno di noi aveva la benchè minima percezione del trascorrere del tempo dato che, tra l'altro, un orologio non sapevamo neanche di che forma fosse fatto!), tutto l'ambaradan era bello e finito. I danni, purtroppo, e le vittime, furono tanti: si contarono ben trentadue morti e centoventi feriti tra i civili, nel circondario. La casa di ognuno di noi subì danni rilevanti: quella di Saverio fu del tutto distrutta e lui, insieme alla sua famiglia, andò via da Castellarano. Qualche mese dopo sapemmo che erano espatriati in Francia, nella zona di Mentone, regione della Provenza (quella famosa per il profumo ricavato dalla lavanda), dove abitava una sorella della madre. Anche  il campanile della chiesa madre del paese subì danni rilevanti: don Matteo Salvini, il parroco, originario di Cerreto dell'Alpi, paese a novecentoquindici metri sul livello del mare (tutti lo chiamavano in paese "il montanaro" o "prete della montagna"), nell'alta valle della Secchia, di fianco all'Alpe di Succiso e ai magnifici laghi Cerretani, da mane a sera bofonchiava e sbuffava come una vecchia locomotiva. Due giorni dopo, lo stesso Giovanni lo sentì, nascosto che era dietro un'aiuola nelle vicinanze della chiesa, proferire queste peccaminose parole:
     - Maiale cristo, che muoiano secchi tutti i tedeschi ed i loro figli!
     Evidentemente tutti siamo esseri umani, e siamo, chi più chi meno, imperfetti a questo mondo: altrettanto evidente è il fatto che "l'abito, quasi mai faccia il monaco" (o, in questo caso, il prete).
     Per la cronaca, però, è da dire, solennemente, che noi tutti (il gruppo di quei discolacci) finimmo la partitella, dopo il bombardamento (è proprio il caso di dire: "incoscienza dell'adolescenza!"), quella mattina: la maggior parte di noi, al ritorno dalle famiglie a casa, subì rimbrotti e randellate col manico di scopa (con pieno merito visto che avevamo rischiato la nostra vita e messo a repentaglio, seriamente, quella dei nostri genitori a causa di un coccolone che li avrebbe potuti cogliere per lo spavento di saperci in pericolo!). La mamma di Giovanni rischiò addirittura la galera a vita, mentre lui, invece rischiò letteralmente di essere decapitato: colei, infatti, li lanciò contro, quando rientrò a casa, il ferro da stiro in lega di ghisa e ferro senza far centro...la testa fu salva, ovviamente!
     Quella, purtroppo, non sarebbe stata la sola disavventura a capitarci  durante quella fatidica estate: che noi tutti, invece, credevamo (immaginavamo, speravamo) sarebbe trascorsa abbastanza tranquilla!
     La terra, nella valle del Secchia come lungo tutto il confine reggiano-modenese, nonché in gran parte dell'Emilia-Romagna e della bassa, continuò a tremare (non certo a causa di movimenti tellurici!): da noi, in paese, il rione Brisighella, vicino alla stazione ferroviaria, andò completamente distrutto, così come il bar Trinchetto (quello tra i due esistenti a Castellarano, più frequentato), in via Salvarola, e la pensione Palladini, in piazza Garibaldi. I bombardamenti portavano, ogni volta, urla, pianti e poi silenzi: sempre in questa assurda seppure logica successione, come nel copione di un film già scritto!
     Mio padre faceva il mezzadro sotto i Gazotti, la famiglia del padrone: erano proprietari di terre e bestiame in tutto il castellaranese, ma anche nei comuni limitrofi di Salvaterra, Casalgrande ed Arceto. Il figlio più grande di quelli, poi, Dante, (in tutto erano quattro: due maschi e due femmine), aveva comprato una azienda di mobili in quel di Formigine, nel modenese. A seguito degli eventi di quell'inizio estate, mio padre decise di mandare noi tre fratelli più piccoli (io, Andrea, quello di mezzo, e Luigi, il più piccolo) e la mamma Eleonora nel capoluogo come sfollati, a casa della zia paterna Adelina. Mio fratello più grande Sandro, invece, rimase con mio padre, insieme a nonno Casimiro, ad aiutarlo in campagna. Le cose, però, non andarono come previsto; anzi: passammo dalla padella alla brace! In agosto, infatti, cominciarono i rastrellamenti dei fascisti e dei tedeschi: un giorno, era di giovedì, quello antecedente il ferragosto, verso la "mezza" una camionetta si fermò proprio davanti a casa della zia (che si trova in via Emilia), sulla piazza Prampolini, dove sorge il Palazzo Vescovile. Un capitano delle SS scese insieme a due soldati e cominciò a gridare a tutto spiano, impugnando una Luger parabellum 9 mm.: - Schnell, schnell, cameraden! Cominciamo da lì!
     Mia zia, nel balcone di casa, disse a me e ai miei fratelli:
     - Entrate in casa, ragazzi. - I miei due fratelli si nascosero sotto il letto ma io rimasi dietro i vetri a guardare.
     I tre tedeschi, allora, entrarono nell'albergo Posta, in piazza Cesare Battisti: venti persone, tra cui due bambini, furono caricati sulla camionetta, nessuno li rivide più!
     Alcune persone cercarono di scappare: furono falciate all'istante da una sventagliata di mitra.
     Io, che ero uscito di nuovo in balcone, insieme a mia zia ed a mia madre assistetti alla scena. Mia madre, così, a bella prima mi mollò un ceffone e disse:
     - Sei voluto restare, allora ricorda per filo e per segno ciò che hai visto oggi.
     A quel punto, visto che non avevo capito il senso di quelle parole, chiesi:
     - Perché mamma?
     - Perché ciò che hai visto oggi, - rispose lei, senza esitazione e con voce alta - devi augurarti che non accada mai più! Dopo di che rientrammo in casa, tutti e tre. I miei fratelli, intanto, erano riemersi dal nascondiglio sott'acqua (cioè, da sotto il letto). Nei giorni e nelle settimane successive i rastrellamenti si succedettero con frequenza sempre maggiore e con precisione quasi chirurgica, invece, le camionette dei nazifascisti erano riempite di uomini, donne e bambini, i quali venivano poi portati via per destinazioni sconosciute: senza distinzione alcuna!
     A fine agosto, in corso Garibaldi, di fronte alla Madonna della Ghiara, l'imponente e massiccia basilica eretta tra la fine del XVI° e la prima metà del XVII° secolo, avvenne un drammatico scontro a fuoco tra tedeschi e partigiani: due soldati furono uccisi, gli altri riuscirono a dileguarsi. Nei giorni seguenti i tedeschi trafugarono dalla basilica alcuni preziosi dipinti del Carracci e del Guercino. A fine guerra, per fortuna, quelli tornarono in Italia. Per rappresaglia ci furono altri rastrellamenti: uno di questi avvenne al ristorante Italo, noto ritrovo di antifascisti e sovversivi socialisti ed ananrchici. La prima settimana di settembre si svolse regolarmente la sagra della Madonna della Ghiara, in centro: io e mia madre comperammo alcuni libri di poesie, tra cui una edizione rara dei Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli (la seconda pagina di copertina, quella che di solito fa da ouverture alla prefazione o alle note prima dell'inizio vero e proprio di un libro ed è sempre bianca, recava una scritta, a lapis, anonima: "Italiani coglioni: Pascoli era anarchico!"), e alcuni fumetti di Cino&Franco e del Signor Bonaventura (gli avrei letti con voracità al rientro a casa dalla zia, insieme ai miei fratelli). Due sere più tardi, dopo cena, mia madre ci lesse, a noi tre fratelli e a mia zia, una poesia (si intitolava "Inno alla gioventù condannata a morire") di Wilfred Owen, ufficiale dell'esercito e poeta gallese che morì nella Grande guerra a vent'anni, una settimana prima dell'armistizio (lei, nonostante fosse figlia di contadini analfabeti, aveva studiato al Collegio di San Carlo, a Modena, dove riuscì a prendere la licenza liceale, ed era appassionatissima di lettere e arte):

     Quali campane a morto per coloro che muoiono come bestiame?
     Soltanto la mostruosa rabbia delle armi.
     Soltanto il rapido crepitio delle carabine balbuzienti
     Può recitare le loro frettolose preghiere.
     Non ci sono prese in giro per loro, tanto meno predicatori o campane,
     Neanche una voce di dolore salverà i cori,
     Gli striduli, demenziali cori delle granate che gemono,
     E le fanfare che chiamiamo per loro dalle natie contee.
     Quali candele possono essere accese per dire addio a tutti loro?
     Nessuna nelle mani dei ragazzi, ma nei loro occhi
     Brilleranno barlumi di arrivederci.
     Il pallore sulle fronti delle ragazze sarà il loro lenzuolo funebre;
     I loro fiori la tenerezza di silenziose menti;
     Ed ogni lenta oscurità un chiudersi di persiane.
     
    Dopo l'ascolto, nella sala da pranzo cadde un silenzio tombale, fino a quando...una luce illuminò il cielo (era soltanto una stella cadente: la notte di San Lorenzo, in fin dei conti, non era trascorsa da tanto!). Nostra zia esclamò:
     - Per fortuna, ragazzi: credevo proprio fosse...- Non a torto aveva immaginato qualcos'altro (di più brutto, purtroppo!): i bombardamenti erano ormai all'ordine del giorno, un po' dappertutto! Le notizie di Radio Londra, che anche zia ascoltava, di nascosto da tutti, in soffitta (tutti noi, però, sapevamo lo facesse!) non erano affatto rassicuranti.
     - Andiamo, su, ragazzuoli, - fece la mamma. - E' ora di andare a letto!
     L'indomani mattina, però, una notizia bruttissima turbò ancor di  più il nostro train train reggiano; infatti, una lettera, recapitata alla zia dal portiere Gino ed indirizzata alla mamma, recava scritte le seguenti lapidarie parole (ce la lesse, ad alta voce, la zia stessa): "Vostro marito e vostro figlio, insieme al nonno, sono stati rastrellati. Li hanno portati a piedi a Nonantola, vicino Modena, alle Caserme rosse". Firmato "il Tanin".
     Quello [il tanin], era un taglialegna, amico (fidato) di mio padre: anarchico sino al midollo, nel 1939, a Villalunga, frazione di Casalgrande, aveva sparato in pieno volto ad un fascista che era andato, con suoi camerati, a prenderlo a casa. Poi si era dato alla macchia: da allora non l'avevano più preso; viveva in casali abbandonati lungo l'argine del Secchia: alcuni anziani, a Castellarano (voci di popolo che giravano nel circondario) dissero, una volta, che dormiva nei cimiteri (ovvero: nelle tombe sfitte all'interno di essi) per essere al sicuro!
     Mia madre, così, parlò con mia zia e nel pomeriggio ci disse (a me e ai due fratelli):
     - Ragazzi, vostro padre ed il nonno, insieme a Sandro, sono stati presi, li hanno portati vicino Modena: dobbiamo andar via da Reggio!
     - Dove? - feci io. - Proprio adesso che si stava meglio!
     - Non discutere! - replicò lei. Si tornò, così, tutti indietro. In viale Trento e Trieste, nelle vicinanze della stazione, prendemmo una corriera per Nonantola: in paese arrivammo verso le tredici, il silenzio ed il deserto assoluti regnavano, visto anche l'orario. Alcune donne anziane, nei pressi di un negozio di scarpe in via Veneto si avvicinarono a noi e chiesero: - Cercate forse qualcuno?
     - Sì, buone donne! - rispose mia madre. - Sapreste indicarci dove sono le Caserme rosse? Hanno portato lì mio marito, suo padre ed il figliuolo più grande.
     - Certo, - fece una di loro: quella più corpulenta ed anche la più simpatica; - è poco fuori l'abitato, in località Rubbiara. A piedi sono dieci minuti di cammino. Auguri di cuore!
     - Grazie a voi, donne! - fece mia madre. Dopo di che ci avviammo. Giunti alla meta, mia madre domandò alla guardia nella garitta:
     - Senta, vorrei avere notizia di mio marito e di mio figlio: so che li hanno portati quì, da Castellarano.
     - Ma lei, scusi, non è mica la moglie di...-
     - Sì! Sì! Sono proprio io. - Mia madre lo interruppe, intuendo che la guardia stesse parlando proprio di mio padre. - Avete per caso notizie?
     - Signora, - fece, allora, quello, - suo marito è fuggito ieri mentre suo figlio l'hanno portato via, i tedeschi: penso l'abbiano portato a Bologna. Anzi, è sicuro: lo hanno portato via ieri, a Bologna, in treno.
     - Ma come a Bologna? - ribattè mia madre. - Ma di mio marito ha altre notizie?
     - Mi scusi, ma io non sono autorizzato a dirle nient'altro - fece quello. - Eppoi, crede che un fuggitivo lasci il recapito quando scappa? - Dopo queste parole la guardia salutò militarmente (stranamente non con il saluto romano). Mia madre prese per mano i miei fratelli e disse a me: - Andiamo a Bologna!
     Riuscimmo a trovare un passaggio di fortuna, su un biroccio trainato da due cavalli neri alsaziani. Alle diciassette e trenta, minuto più minuto meno, arrivammo alle porte della città felsinea e in poco più di un quarto d'ora eravamo nella zona della stazione centrale, in piazza Medaglie d'oro. Mia madre decise di portarci in pensione, l'indomani saremmo andati da una cugina di nostro padre, a chiedere notizie di lui, in via Zanolini, nei pressi della stazione San Vitale. Alloggiammo, così, alla pensione Roma, in via d'Azeglio, in pieno centro.
     L'indomani mattina, però, un imprevisto accadde. Alle sette e trenta, quando mia madre era già bella e sveglia da un pezzo, ed io ero intento a far colazione, con gnocco fritto, polenta e latte di pecora (i miei fratelli, invece, dormivano ancora nella stanza della pensione come due ghiri imbaciucchiti), cominciarono i bombardamenti: cadeva il 12 di ottobre, ma quelli non eran dei tedeschi bensì degli anglo-americani; la cosa andò avanti fino a sera. Le ricerche furono, perciò, rinviate. Il giorno dopo ci recammo dalla cugina di mio padre, la Giuliana e lì, graditissima fu la sorpresa, questa volta: vi trovammo proprio lui. Si era rifugiato da quella dopo essere scappato dalle Caserme rosse a Nonantola. Si abbracciò affettuosamente con la mamma (lei piangeva), per qualche istante, poi prese in braccio, uno dopo l'altro, ognuno di noi. Alla fine si sedette e prese a raccontare quanto li era accaduto.
     - Son venuti di notte, in cascina (si riferiva ai tedeschi ed ai fascisti) e ci hanno portati via colle camionette. Hanno sparato, da noi ed in altri casolari, in campagna. Ci sono stati alcuni morti: il papà di Emilio e la mamma di Giovanni, credo!... - A quel punto mio padre si interruppe, preso da un nodo alla gola; in cucina entrò Giuliana, portando un vassoio pieno di pane e salame. Cominciammo tutti a mangiare: il clima si rasserenò un pochino. Dentro di me, dopo aver ascoltato mio padre, ero arrabbiatissimo piuttosto che triste, pensai: - E dire che questa sarebbe dovuta essere la nostra estate: invece...-
     Mio padre, dopo esserci rifocillati, riprese a raccontare:
     - Sono riuscito a fuggire da Nonantola, una notte. Il nonno e Sandro li avevano già portati via, la mattina prima, con una camionetta insieme ad altri. - Mia madre a quel punto lo interruppe:
     - Come via, Augusto? Dove? Siamo stati a Nonantola, la guardia ci disse che erano quì, a Bologna. Invece tu, ora, dici...-
     - Non lo so, Eleonora. - La interruppe, allora, mio padre. - Credimi, non so null'altro!
     La guardia, evidentemente si sbagliava o non sapeva bene neanche lui!
     Qualche giorno dopo, la zia Adelina telefonò da Reggio; disse a mio padre che il nonno e Sandro erano a San Sabba, nel triestino: lo aveva appreso da un amico che a sua volta era riuscito a saperlo da un pezzo grosso della milizia di Rubiera. Mio padre era già allertato: nel giro di un giorno o due sarebbe partito per il Friuli, in cerca di notizie del nonno e di Sandro. Ma il venerdì, la sera seguente la telefonata della zia, ne arrivò un'altra, da Castellarano, ben più ferale, era il Tanin, questa volta, che disse a mio padre: "Sandro e Casimiro li hanno fucilati i tedeschi, qualche giorno fa". Poche parole ma chiare. L'amico di mio padre lo aveva saputo da alcuni partigiani di Bologna. Mio nonno e Sandro, sapemmo in seguito, a nostra volta, erano stati fucilati, insieme ad altre quindici persone, da un plotone di SS e alcuni elementi della 10^ Mas per rappresaglia ad un attentato avvenuto a Villalunga, frazione di Casalgrande, durante il ferragosto. Mio padre, allora, mollò la cornetta e gridò:
     - E' finita! Mia madre corse ad abbracciarlo e si mise a piangere anch'essa. La Giuliana, da par suo esclamò:
     - No! No! No! Non si può morire così!
     Il giorno dopo i miei genitori, di comune accordo, decisero che saremmo tornati tutti a Castellarano. Prendemmo il treno fino a Reggio, poi da là fino a casa saremmo andati all'avventura. Lungo il tragitto, a piedi, riuscimmo a salire su un grosso camion che trasportava pere. Scendemmo, poi, a Villalunga per riposarci. Attraversammo il paese, lentamente e con circospezione sospetta per paura di incontrare fascisti o tedeschi. Nei pressi della chiesetta, ai cancelli delle villette dirimpetto, c'erano quattro partigiani impiccati col filo spinato: i fratelli Benassi (Marco, Rino, Loris, Dario), dalla gente soprannominati i "quattro moschettieri di Villalunga" per la lunga militanza di lotta contadina ed operaia in paese e nel circondario. Sopra ognuno di loro un cartello recava scritto "partigiani infami e traditori". Mia madre, dopo aver coperto colle sue mani gli occhi di Luigi, gridò a me:
     - Va via, porta lontano tuo fratello! - Poi, insieme a mio padre si commose e pianse.
     Di notte arrivammo a casa. In autunno le scuole restarono chiuse (laddove erano rimaste in piedi!). L'inverno seguente fu rigidissimo, trascorse però abbastanza tranquillo. Il capoluogo, poi, venne dichiarato "città aperta": non veniva più bombardato. Seguirono, di lì a poco, Reggio e Modena. Nell'aprile del 1945 i polacchi e gli anglo-americani liberarono tutta l'alta Emilia. La guerra, finalmente, era finita! Nell'estate del 1945 superai l'esame di ammissione alle medie. In autunno, quando riprese la scuola, ero compagno di Aldo e Giovanni (loro erano già in 2^) all'istituto Virgilio di Scandiano.
     Spesso, io e loro, pensavamo all'anno prima, in particolare all'estate; a quell'estate del 1944 che sarebbe dovuta essere spensierata per tutti noi ragazzi del campetto di Castellarano, ma che non lo fu affatto: fu, però, a suo modo, un'estate da ricordare!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.

     
  • Come comincia: Ho scoperto, incontrato (musicalmente) il grande Jimi Hendrix nel lontano, anzi, lontanissimo, 1981...ero in viaggio con papà (parafrasando il titolo di una nota pellicola, apparsa nelle sale cinematografiche nel 1982, la quale aveva per protagonisti Alberto Sordi e Carlo Verdone). Eravamo, infatti, in agosto (ferie e vacanze estive) ed io mi trovavo da zii e cugine annesse con mio padre Marco (alias "Mariolino l'interista" o "il modenese") in quel di Villalunga, frazione di Casalgrande (Reggio nell'Emilia) e Modena, bassa emiliana (ovvero ex capoluogo del ducato omonimo, ma prima ancora roccaforte estense e centro nevralgico della Repubblica Cisalpina): allorquando mi recai a Bologna per una piccola "divagazione" (o digressione, o variazione) musicale sul tema emiliano-romagnolo (ovvero la...una puntatina programmata per l'occasione!) e da "Nannucci", anzi, in quel di Nannucci, cioé, mitico arcipelago della musica, pardon, l'arcipelago della musica in persona, alias mitica rivendita di dischi o messaggeria che dir si voglia (all'epoca, insieme a "Carù" di Gallarate, "Dimar" di Rimini, "Dischiblu" di Roma e alcune altre, una delle più famose in Italia: ha chiuso i battenti, purtroppo, nel 2009 e riaperto in versione new qualche anno dopo; ci sono stato ancora nel 1990, nel 2005  e nel 2014, due anni dopo la stesura di questo racconto-articolo) acquistai il 33 giri "Jimi Hendrix Experience" nonché il volumetto "Jimi Hendrix: the complete lyrics", contenente tutti i brani di "sua maestà la chitarra elettrica" - o "the guitar" -  in lingua originale (inglese) con traduzione italiana a fronte. Ad onor del vero, però, un primo assaggio del musicista statunitense lo avevo avuto l'anno prima (ma la data penso sia un particolare di poco conto), durante l'ascolto di altri due 33 giri, i mitici "doppi" dedicati a Woodstock ("Woodstock: music from the original soundtrack"&"Woodstock 2", dieci facciate, in tutto, di musica: per me i padri di tutti gli lp datati anni '60, '70 e...oltre!), comprati sempre in Emilia (a Modena, da "Fancareggi", altra rivendita nota agli appassionati), questa volta da mio padre (segno del destino o semplice coincidenza astrale? Chissà!). Sulla collina che sovrasta la località dello stato di New York in cui si tenne il mega raduno-concerto dell'agosto 1969 (in realtà il luogo esatto è Bethel) Jimmy si esibì, per così dire, a luci spente (suonò, infatti, per circa due ore davanti ad appena duecentomila - sic! - spettattori: quelli rimasti degli originari cinquecentomila, o seicentomila, o un milione, per alcuni!), tuttavia la sua performance, a mio avviso (e anche secondo tantissima critica musicale dell'epoca e...non solo!) é da annoverarsi, senza dubbio alcuno, tra il maximum che si sia mai raggiunto: in particolare, la sua versione di "Star Spangled Banner" (per intenderci, l'inno stars&stripes), personalissima e...personalizzata (la suonò, volutamente e polemicamente, in maniera alquanto distorta, usando spesso il plettro della chitarra con la bocca...In funzione anti "guerra del Vietnam"!) rimane probabilmente il riff di chitarra più dissacrante della storia del rock!
     Da quel momento in poi (non importa, davvero, se sia il 1980 o l'anno dopo!) mi sono sempre più avvicinato al "fenomeno" Hendrix, il cui vero nome di battesimo era James Marshall (no Jimi, come molti pensano), ossia a quell'universo "a parte" del rock rappresentato dal musicista black di Seattle (la località dello stato di Washington, costa ovest degli States, che li diede i natali il 27 novembre 1942: le note del suo album d'esordio, "Jimi Hendrix", erroneamente recano il 1947!), diventando, così, nel tempo un grande cultore e appassionato della sua musica, della sua arte musicale, dei suoi suoni (selvaggi e quasi...ancestrali) e, soprattutto, della sua chitarra!
     Qualcuno (forse era suor Matilde, del convento delle Figlie del divino zelo di Sampierdarena; o forse, chissà, era il maresciallo Antonio Stramaglia, del commissariato di Bacoli...non ricordo bene, però!) ha definito la musica di Hendrix viscerale, cerebrale, primordiale e - di volta in volta - ancora nuova, inedita, strana, psichedelica, hard, o girovaga - della mente - funky, r&b, etc: per me, invece, si tratta di un mix di fantastiche sensazioni ed emozioni in un vortice di magiche sonorità; ovvero, un suono nuovo ed una musica fantastica, "adrenalina" pura che ti entra nelle vene, nel sangue, nella mente e...nel cuore, senza più uscirne!
     Nell'agosto del 1970 il nostro amatissimo Jimmy suonò uno strano e dimesso concerto (probabilmente un profetico e lugubre prodromo di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco!) all'isola di Wight (atollo sulla Manica nel sud-est dell'Inghilterra, tra Portsmouth e Bournemouth): ovvero, il grandissimo mega raduno in terra d'Albione che, a distanza di un anno appena da quello di cui dettovi, voleva rinverdirne i fasti (per alcuni riuscendovi, per molti altri, invero...neanche per sogno!). Qualche settimana più tardi, purtroppo (correva il 18  settembre), morì nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, a Londra. Il referto medico, allora, parlò di: "Decesso avvenuto per soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; come a dire che il povero Jimmy morì a causa di uno stupido conato autoindotto!
     E' rimasto, quell'evento luttuoso, uno dei misteri insoluti (insieme alla scomparsa di un altro famosissimo Jimmy, che di cognome faceva Morrison: la sua scomparsa fu altrettanto misteriosa, appena dieci mesi dopo, nella vasca da bagno di una stanza d'albergo a Parigi!).
     Hendrix e Morrison, insieme a Janis "The Pearl" Joplin (anch'essa fu trovata cadavere: in una stanza  d'albergo a Hollywood) e a Eddie Cochran (morì nell'aprile del 1960 in incidente d'auto, appena ventunenne!), erano la quinta essenza della musica rock!
     E' riduttivo ed arduo indicare, come sempre accade con tutti i grandissimi musicisti e i migliori gruppi, il miglior brano in assoluto: sarebbe come rispondere esattamente al classico domandone da cento milioni di dollari, oppure riuscire a vincere una cifra talmente esorbitante al "gratta&vinci" da sistemarsi vita natural durante! Tuttavia, resta fuor di dubbio che tra i "pezzi", le tracks per antonomasia del king statunitense debbano, per forza di cose, essere annoverate le seguenti: "Voodoo Chile", dall'album "Electric Ladyland" (1968), un'infinito riff polistrumentale (dura quasi quindici minuti: sic!) suonato da Jimmy col suo mini gruppo (The Jimi Hendrix Experience), composto dal duo Noel Redding (basso) e Mitch Mitchell (batteria), nonché da numerosi "ospiti" di eccezione, tra cui Al Kooper (piano), Buddy Miles (percussioni), Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith, all'organo), Jack Casady (Jefferson Airplane, basso chitarra). Il pezzo, come tutto l'album, fu registrato al Record Plant Studios di New York tra marzo e giugno; Voodoo Child (Slight return), anch'esso contenuto nello stesso album, é un brano più corto dell'altro, ma di sicuro uno dei più intensi, potenti e famosi della discografia hendrixiana!
     E' superfluo sottolineare che del primo pezzo siano state proposte numerose versioni e cover, tuttavia mi preme ricordarne ugualmente una: nel 2003, infatti, fu suonato dal G3 di Joe Satriani, Steve Vai (ex Frank Zappa, David Lee Roth, Alcatrazz, White Snake) e Yingwie Malmsteen (Alcatrazz, Rising Force) in una storica jam-session a Denver, nel Colorado.
      The best of Jimi Hendrix (i brani non sono elencati in ordine cronologico): Voodoo Chile, Voodoo Child (Slight Return), Hey Joe, Purple Haze, Foxy Lady, Red House, Machine Gun, Star Spangled Banner, If Six was Nine, The Wind Cries Mary, Manic Depression, Angel, Freedom, All Along the Watchtower, Drifting, Have you Ever Been to Electric Ladyland, etc. 
     "Quando morirò mettetevi ad ascoltare i miei dischi (Jimi Hendrix).

    da: una mail mandata a rai storia il 18 settembre del 2012, in occasione del quarantaduesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix.

     
  • 13 luglio alle ore 3:10
    Martino e la pietra bucata

    Come comincia: Martino Campari, classe 1909, era un contadino quarantaduenne; aveva i capelli color castano scuro, con qualche rivolo di grigio lungo le basette folte e sporgenti di fianco alle orecchie ed un ciuffetto ramato in mezzo alla fronte, e portava la barba quasi sempre "incolta". Abitava a Verucchio, borgo di antiche origini nel riminese. Rimasto senza

     
  • 09 luglio alle ore 5:42
    Le due cornacchie azzurre

    Come comincia:  Anselmo Mattioli era un commerciante di borse, stivali e cinghie di pelle a Forlìmpopoli (l'antico Forum Populi, sorto forse per volere di Cesare), importante centro commerciale ed agricolo in provincia di Forlì, distante circa otto chilometri dal capoluogo. Il suo negozio, che il padre Carlo li aveva lasciato in eredità diciassette anni prima, nell'estate del 1904, era ben avviato e si trovava nella via di Mezzo del paese.
     Il padre di Anselmo era morto assassinato da un colpo di fucile, sparatogli a bruciapelo in pieno volto alla locanda Am'arcord, in via Baratti; questioni di gioco, di donne e di politica, dissero in paese: quello, infatti, era un un anarchico e donnaiolo sfegatato, chi li sparò, evidentemente...no!
     I carabinieri (quelli col pennacchio), allora chiusero presto le indagini; dell'assassino, infatti, neanche l'ombra (forse, chissà, si trattava di uno dei tanti mariti, colpiti nell'onore dal padre di Anselmo e venuti di passaggio in paese per una scorribanda spara e fuggi).
     - Tutto archiviato per mancanza di indizi (e di un colpevole, ovviamente!) - affermò all'Anselmo, cinque settimane dopo, il maresciallo Salvemini (e lo trascrisse pure sulle scartoffie). Il giudice capo di Forlì, Matteo Busatta, un veneto trapiantato da due lustri in Romagna, il quale aveva seguito le indagini coi carabinieri, avvalorò la tesi del maresciallo:
     - Tutto è bene ciò che finisce bene (per lui, evidentemente!), - disse al Salvemini, - in fondo, il morto, era soltanto uno di quelli (un anarchico, cioè) e nulla di più, uno in meno sulla faccia della terra! 
     Ogni mattina, tranne il sabato e la domenica quando restava chiuso (oppure nei giorni della fiera di San Pellegrino, in maggio, a Forlì, ed in quelli per i festeggiamenti della sega vecchia, in marzo, a Forlìmpopoli), Anselmo, alle otto e trenta, puntuale come un orologio svizzero o un meteoròlogo inglese, apriva il suo negozio e lo richiudeva soltanto alle diciannove; dopo di che tornava a casa: viveva da solo, in un piccolo appartamento (ben curato) sulla piazza Garibaldi, al centro del paese, proprio di fronte alla massiccia costruzione trecentesca della rocca.
     Anselmo era un uomo tranquillo, senza grilli che li ronzassero intorno o fronzoli che li girassero per la testa, ed amava la vita semplice. Unica sua passione era la buona tavola e, ogni tanto, qualche bicchiere in più di Sangiovese. Cucinava ogni cosa alla perfezione: pasticcio alla romagnola, brufabarba, polenta cogli uccelletti, riso con la tardura, cavoli romagnoli stufati, cappelletti pasticciati con funghi e pancetta, passatelli, pelle di cotechino in umido, agnello alla romagnola, migliaccio, castagnole, sfrappole, etc. Gli unici suoi "clienti", fissi nonchè affezionatissimi, erano i cani ed i gatti del paese a cui l'uomo soleva portare congrue porzioni delle sue squisitezze. Quando una mite mattina di novembre (verso le dieci e trenta, minuto più minuto meno), senza nebbia nell'aria e nembi oscuri in cielo, Anselmo se ne stava sulla porta del negozio (a godersela o, come suol dirsi, a crogiolàrsi al sole come una lucertola, dopo aver servito alcuni clienti ed aver ordinato la merce nelle vetrine) si diresse verso di lui un vagabondo coi baffi, un pantalone alla zuava rosso ed un basco bianco e nero in testa, che portava con sé due cornacchie azzurre chiuse in una gabbia.

     Dicasi, invero, di cornàcchia: quell'uccello, simile al corvo ma più piccolo e meno sgraziato; molto intelligènte, però...oppure di persona, con voce stridula e chiacchierona; o, ancora: cornacchione, cioè, colui che chiacchiera molto...(di) più di una cornàcchia!

     Quando l'uomo gli fu vicino chiese:
     - Signore, volete comperare queste due simpatiche cornacchie azzurre? Sono anche rare, vedete, vengono dall'Irlanda, dalla lontana contea di Louth. Pensate, me le ha regalate un marinaio francese sbarcato con un cargo a Genova, venticinque giorni fa.
     (L'uomo, evidentemente, era stato nel capoluogo ligure ma non era per niente sicuro il fatto se quelle cornacchie fossero realmente originarie dell'Irlanda!).
     Il vagabondo a quel punto si fermò, un attimo appena, poi riprese a parlare:
     - Sono state dipinte di azzurro da un contadino, come il colore del cielo, perchè era solito usarle per allontanare gli altri uccelli dal suo raccolto; così, signore, credetemi, mi ha raccontato quel marinaio.
     Anselmo guardò il vagabondo diritto in mezzo agli occhi, quasi con divertita pietà, e dentro di sé pensò:
     - Chissà chi é costui? Questo, mi sa, deve essere tutto matto...mai sentito che i contadini dipingano le cornacchie di azzurro!
     - No, non ne voglio proprio, - rispose al vagabondo, - non mi interessano.
     - Signore, - replicò l'altro, - la prego, ci ripensi; andiamo, su, ve le vendo insieme a poco prezzo: la coppia per appena nove lire.
     - Mi hai capito o sei sordo? - replicò Anselmo. - Va via che ho da lavorare. Non son mica un perditempo, io!
     L'uomo, così, ascoltate che ebbe quelle parole, chinò il capo con rasseganzione e, dopo aver salutato Anselmo agitando il basco che avea nella mano sinistra, si voltò per andarsene. Mentre se ne stava andando, però, quello lo richiamò:
     - Ehi, tu, colle cornacchie, - disse, - vieni un po' qua (evidentemente, aveva cambiato idea: forse, chissà, pensò bene che quei due strani uccelli li avrebbero tenuto compagnia).
     - Sì, signore, - fece il vagabondo, tornando indietro, - mi dica, ha per caso cambiato idea?
     - Quanto hai detto che vuoi per quei due "tipi" che ti porti dietro?
     - Soltanto nove lire; anzi, visto che mi siete proprio tanto simpatico gliene cerco appena otto: va mica bene per lei, lustrissimo?
     - Va bene, dai, te ne do lo stesso nove, perchè mi sembri un buon uomo, in fondo!
     Il vagabondo, così, prese i soldi e lasciò ad Anselmo la gabbia cogli uccelli. Dopo di che sollevò il basco che aveva rimesso in testa, per ringraziare. Prima di andarsene esclamò:
     - Lei, signore, è un uomo di gran cuore e la vita le vorrà bene!
     Anselmo entrò in negozio pensoso: doveva decidere dove mettere la gabbia con le cornacchie. Dopo qualche minuto prese la decisione. Nel retro del negozio, alla parete erano appesi due quadri: uno era quello con la foto del papà di Anselmo, Carlo; l'altro, invece, raffigurava il ritratto di Gaetano Bresci, l'anarchico che aveva fatto fuori Umberto I° a Monza, nel luglio 1900. L'uomo, allora, prese la gabbia con le cornacchie e l'appese con un chiodo al muro vicino ai due quadri, proprio nel mezzo tra l'uno e l'altro. Dopo di che cominciò, per ischérzo, a ripetere a entrambe:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     In poco tempo gli uccelli impararono quelle parole; e quando avevano sete, poi, o volevano da mangiare, strisciavano il becco sulle grate della gabbia oppure lo battevano contro la base e gridavano all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     Tutto ciò andò avanti all'incirca per un anno. Intanto, dopo la marcia su Roma del 27 ottobre 1922, il fascismo imperversava in tutta la penisola: tra il 1925 e il 1927 si compì la fascistizzazione dello stato, in seguito a cui Benito Mussolini assunse pieni poteri e diventò un dittatore. Le squadracce nere distribuivano, a destra come a manca, manganellate, olio di ricino e, dove occorreva, purtroppo, anche colpi di rivoltella: l'opposizione era ridotta ai minimi termini (il "biennio rosso", ormai, e le ondate di scioperi ed occupazioni delle terre e delle fabbriche apparivano lontanissime chimere. Nell'agosto 1922 l'ultimo sprazzo di libertà aveva illuso i sognatori: la rivolta di Parma, organizzata dagli Arditi del Popolo. Allora, la città, l'unica in Italia, riuscì a tener testa ai fascisti. Il 6 agosto, la spedizione comandata da Italo Balbo si ritirò con la coda tra le gambe senza aver avuto ragione della resistenza dei Parmensi) ma, di tanto in tanto, non faceva mancare la sua voce.
    In paese, ad esempio, due giovani operai delle officine "Liberati" di Forlì (Rinaldo Tofoli, detto "il rosso" e Franco Galimberti, detto "il barbazza") nel 1929, il I° maggio, dettero fuoco alla "Casa del Fascio", in via Spanò: entrambi, poi, riuscirono a scappare oltre confine, in quel di Zurigo (Svizzera tedesca), grazie alla colletta di alcuni compagni; un gruppo di contadini, invece (tra questi anche Giovanni Bicchierai, detto "il lungo", amico fraterno di Anselmo, il quale abitava in via Artusi proprio dirimpetto alla chiesa di San Ruffillo e quasi vicino alla piazza Garibaldi), organizzò, l'anno dopo, uno sciopero nelle campagne del forlivese per protestare contro le inumane condizioni di vita a cui li costringevano i proprietari terrieri ed i latifondisti, aqquartierati spesso coi ladroni e i filibustieri del regime (la Carta del Lavoro, infatti, nel 1927 aveva sancito l'organizzazione statale secondo forme di rappresentanza economico-corporativa limitando, tra le altre cose, sempre più i diritti di uomini e donne nelle campagne, e l'anno prima, inoltre, eran stati sciolti i sindacati liberi a favore di quelli fascisti, gli unici a rappresentare, oramai, i lavoratori). Al termine della manifestazione uno degli scioperanti, soprannominato "fratello sole" (un anarchico venuto in Romagna dall'Umbria, il paese di Bastia, vicino ad Assisi, di cui nessuno conosceva il vero nome) sparò una schioppettata a un padrone, ferendolo ad una gamba: fu subito imprigionato nella rocca di Ravaldino, a Forlì, allora adibita a carcere, dopo di che condannato dal tribunale a dodici anni di confino coatto da trascorrere a Campese, sull'isola del Giglio, in Toscana, e sull'isola d'Elba (la stessa che aveva dato dimora ed esilio, qualche decade addietro, ad un certo Napoleone, alias Bonaparte).
     Nel frattempo accadde che anche le cornacchie di Anselmo, bontà loro, si erano "evolute", insieme ai tempi (oppure, chissà, "involute": dipende, casomai,, dai punti di vista!). Erano, quelle, diventate domestiche uscivano dalla gabbia, sovente lasciata aperta dall'uomo, saltellavano liberamente nel negozio ed a volte, anche, si posavano amichevolmente sulle spalle dei clienti che entravano nello stesso a fare compere.
     Da qualche tempo, inoltre, Anselmo aveva fatto sistemare, nel retrobottèga, un tavolo e delle sedie: alcuni amici del paese, infatti, (tra questi diversi "sovversivi"), vi si riunivano per bere qualche buon bicchiere di rosso, o per fare qualche partitina a briscola e parlare dei tempi oppure del più e del meno. Uno di questi, che si chiamava Giuseppe Guerra (soprannominato dagli amici "la mano destra di Dio", a causa della innata capacità di spennare tutti al gioco!), soleva gridare ai compagni di tavolo, quando vinceva una mano: - Guarda come li faccio fuori tutti!
     Gli uccelli, che nel frattempo Anselmo aveva ribattezzato coi nomi di Cric e Croc per il loro modo, a detta di tutti, alquanto insolito di aprire e chiudere ritmicamente il becco quando parlavano, impararono in fretta anche quelle parole visto che spesso gironzolavano vicino al tavolo da gioco. Da quel momento in poi, infatti, quando meno era previsto, le pronunciavano (ai clienti del negozio, ad Anselmo, agli stessi amici di quello mentre giocavano, etc.), in combinazione a quelle già apprese in precedenza:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti!
      Le parole pronunciate dalle cornacchie, insieme al loro comportamento, provocavano ilarità e buonumore tra gli amici di Anselmo ma anche, chissà...
     Giunsero, infatti, a distanza di non molto tempo, alle orecchie sbagliate, attraverso il vecchio ma efficace modus del "passaparola" vieppiù noto anche come quello delle spie sempre all'erta: è facilissimo che fosse successo così visto che era antico come il cucco e molto in voga all'epoca!
      Accadde che tre fascisti, amici del ras di Forlìmpopoli Primo Guzzanti, entrarono in negozio, un giorno, con fare non proprio amichevole. Uno di loro, Aldrovandi Saverio (detto "manomorta"), d'amble disse:
     - Ehi, Anselmo, girano strane voci su di te e sul tuo negozio, sai?
     - Che dici? Non so mica di cosa parli!
     - Sì, alle nostre orecchie sono giunte strane voci: dicono che quì dentro si fanno...
     - Ah! Ah! - esclamò Anselmo, interrompendo l'altro. - Certo, sono le mie cornacchie: io gli insegno delle cose buffe da ripetere ai clienti per tenerli in allegria. Niente di altro, credetemi!
     L'uomo, in effetti, aveva mentito (costretto a farlo, dato i tempi in corso, per salvare il suo negozio e, forse, qualcos'altro!): sul fatto, cioè, che il retrobottèga fosse spesso frequentato anche da persone che definire poco simpatiche ai fascisti è di certo un eufemismo!
     - Ma, forse, chissà...sarà pure così! - disse "il Patacca", compagno di squadra del "manomorta", un galantuomo che portava sul fianco destro una vecchia Luger 7,65 (di quelle usate dall'esercito italiano nella Grande guerra) e sull'altro il manganello sempre all'erta.
     - Stai attento a te, però, Anselmo; ti consiglio di non metterti nei guai...e fila sempre diritto se vuoi campar felice!
     - Agli ordini, sarà fatto! - fece quello.
     - Sì, sì...esclamarono in combutta i tre ed andarono via.
     Non appena furono fuori dal negozio, Anselmo andò nel retro ed esclamò, ad alta voce e ben tre volte: - Morte al fascio! Morte al fascio! Morte al fascio!
     Le cornacchie, le quali evidentemente non dormivano mai ed erano, anzi, sempre all'erta e con le orecchie ben diritte, a loro volta ripeterono, insieme, le parole pronunciate poco prima dal loro padrone: - Morte al fascio!
     - Porca puttana zozza...- imprecò, allora, fra sé e sé l'Anselmo - boia d'un mondo ladro e che mi venga pure un cancher: me n'ero proprio dimenticato!
     In effetti, al povero Anselmo era del tutto passato dalla mente che in negozio c'erano sempre i due ospiti: a tenerli compagnia.
     E le cornacchie, ancora (quasi quasi a voler mettere il coltello nella piaga e far adirare il padrone ancor di più!):
     - Sono Getano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio!
     Alle parole che già conoscevano, gli uccelli avevano aggiunto quelle imparate di fresco: proprio una bella filastrocca, non c'è che dire!
     - Porco Dio! - prima borbottò Anselmo a voce bassissima e poi digrignò i denti. - Hanno una memoria di ferro quelle due lì e un'udito finissimo; mica gli sfugge niente, cavolo!
     Nel frattempo nel negozio entrò Giovanni Artusi, il matto di Forlìmpopoli (lo chiamavano tutti, in paese, "Giovanni dalla benda nera", per via d'una benda nera, appunto, con cui, pur non essendo affatto orbo, soleva coprirsi l'occhio destro), il quale domandò:
     - Ehi, Anselmo, hai mica un paio di bretelle di straforo da vendermi? Che i calzoni, sai, non mi stanno più dritti...
     - Senti Giovanni, - replicò l'altro, - non è momento questo: torna nel pomeriggio che vedo se posso aiutarti. Torna più tardi, dai, ho da fare adesso!
     Anselmo era ancora arrabbiato, e non poco, con sé stesso: per le parole nuove che Cric e Croc avevano imparato...suo malgrado. Ma l'Artusi, però, dal suo canto non la prese per niente bene (evidentemente!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!   - urlò il matto ed andò via incazzato nero.
     - Sì, d'accordo: ora me lo segno così non lo dimentico. - replicò sarcasticamente Anselmo. - Fai bene, sai, a scappar via perchè oggi non è proprio aria!
     Nel frattempo, però, gli uccelli erano saltati fuori dalla gabbia, mettendosi proprio alle spalle di Anselmo ch'era in piedi dietro il banco e che, da par suo, non s'era avveduto di nulla. Non appena si voltò venne  colpito di getto dalle loro parole (quasi come fossero pietre scagliate da una catapulta!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!
     - Ma chi me l'ha fatto fare? - esclamò allora Anselmo dentro di sé. - Mio padre, bontà sua, mi ha lasciato una bottega ben avviata, pure un piccolo gruzzoletto con cui andare avanti...dovevo  proprio prendere quelle due lì? Boia d'un mondo lader!
     Le cornacchie, intanto, dal retrobottèga, quasi a volersi prendere giuoco dell'uomo, ripeterono all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     In effetti, le dolci e gentili creature avevano imparato la tiritera per intiero: ossia, alla fine delle parole precedenti avevano aggiunto quelle nuove, come sempre; facendolo in maniera metodica e quasi maniacale: sembrava, insomma, come se seguissero un piano prestabilito, diabolico e ben costruito, forse...quasi umano!
     Passaron così alcuni anni: stancamente e noiosamente, per l'Anselmo, la vita scorreva, seppur - come al solito - in maniera semplice e dignitosa. Venne un'estate, fu quella del 1932, quando cadeva l'anno 10° dell'era fascista (così era denominata quell'epoca iniziata, entrata in "vigore" dalla marcia su Roma in poi). In paese fervevano i preparativi per il grande evento o "giorno dei giorni" (da tutti veniva così chiamato), probabilmente più importante dei sabato fascisti che avevano luogo durante il corso dell'anno: di lì a poco, infatti, sarebbe arrivato in visita il podestà di Forlì Aristide Rampini. Il suddetto, originario di Lugo di Romagna, la cittadina in provincia di Ravenna che aveva dato i natali a Francesco Baracca, eroe dell'aria nella Grande guerra (la moglie, invece, a tutti nota in paese come l'Adalgisa, una bruna con le enormi tette, era invece nata a Luzzara, nel reggiano, capitale del pesce gatto in padella e delle anguille con piselli e polenta), era un tipo arcigno e tutto d'un pezzo (sulla fiancata destra dell'auto con cui solitamente si spostava, una vecchia Alfa Romeo GS marroncino, guidata dal fido autista Manlio, erano incise le seguenti tre parole: "credere, obbedire, combattere!"; ovvero, la sintesi ideale del vero fascista che richiama la mitica figura del guerriero, pronto a tutto per difendere lo stato e il suo capo); carissimo amico, tra gli altri, del ras di Ferrara Italo Balbo e di tutta la cricca ferrarese. Era, il Rampini, un cosiddetto "fascista della prima ora": di quelli, cioè, che avevano sposato la causa sin dall'inizio...(da) subito (o quasi), ed indossato la camicia nera. Il giorno della visita correva di sabato e Anselmo, come suo solito, si alzò più tardi (il negozio era chiuso, come ogni fine settimana e nei giorni di fiera), verso le nove-nove e trenta: appena in piedi, però, si ricordò di aver lasciato aperta la finestra del negozio (quella che da su una strada secondaria); decise, tuttavia, di tralasciare il fatto: ci avrebbe pensato il lunedì seguente.
     Il Rampini, dal canto suo, arrivò in paese alle undici e trenta. Dopo aver pranzato, alle tredici in punto salì sul palco, allestito già dal giorno prima, di fronte alla rocca nella piazza Garibaldi: al suo fianco la moglie ed il fior fiore del fascio emiliano-romagnolo, dal Guzzanti al Corridoni, dal Malinverni all'Arpinati di Bologna e lo stesso Balbo; ospiti d'onore il ras di Cremona Farinacci e quello di Trieste Giunta, a far le veci del Duce.
     La piazza era gremita da oltre ottocento persone (molte venute anche da fuori provincia), tenne un discorso di ben mezz'ora. Al termine della cerimonia la compagnia si recò in visita alla rocca trecentesca eppoi agli altri monumenti. Verso le diciannove-diciannove e trenta andarono di buon grado tutti insieme ad ingozzarsi al Principe, locanda-albergo in viale Bologna, al centro del paese. Dopo cena il podestà preferì salire subito in camera, insieme alla moglie (alloggiavano in camere separate, sullo stesso piano, l'una di fronte all'altra): si addormentò con la finestra aperta. Verso le due e tredici, mentre russava talmente forte da somigliare ad una locomotiva a vapore, sul davanzale della finestra si posarono improvvisamente le cornacchie di Anselmo, le quali erano volate via dalla finestra del negozio che lo stesso aveva lasciato aperta, distrattamente. Gli uccelli cominciarono a gridare:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Ricordati che devi morire! 
     Quelle grida svegliarono di soprassalto il Rampini che, spaventato, si alzò dal letto e, dopo aver afferrato la rivoltella dal comodino, si avvicinò alla finestra. A voce alta esclamò: . Maledizione, sto ancora dormendo o son desto? Ma no, sono sveglissimo eppure mi  è sembrato d'aver udito...- si bloccò un attimo, quindi riprese a parlare - Non ho mica le traveggole, per Dio!
     L'uomo, così, puntò la pistola contro le cornacchie che gridarono ancora:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     - Non mi ero sbagliato, boia d'un cane cieco! - esclamò l'uomo. - Siete proprio voi che avete parlato; andate via, bestiacce, prima che vi impallini io e...
     A quel punto il Rampini si bloccò; corse sul letto e vi si adagiò, lentamente: era stato colto da un malore!
     L'Adalgisa, intanto, anch'essa svegliata dal trambusto, fece per entrare nella stanza del marito. Lo vide, disteso sul letto, e gridò:
     - Cielo, Aristide, cosa ti è successo?
     Quello, però, non rispose. Aveva gli occhi di traverso e la lingua penzoloni dalla bocca: sembrava più morto che vivo! Lo portarono in ospedale, a Forlì, i medici li dissero: - E' stato fortunato, eccellenza, trattasi di un lieve attacco di angina!
     Il Rampini, infatti, dopo alcuni giorni in osservazione nel reparto di cardiologia, fu dimesso. Da allora, però, non fu più lo stesso uomo: meno arcigno diventò e, soprattutto, meno...molto meno "tutto d'un pezzo"!
     Le cornacchie, nel frattempo, dopo la "spedizione punitiva" contro il podestà, erano rientrate, per così dire, alla base, cioè, alla stessa maniera in cui erano volate via: dalla finestra lasciata aperta dal loro padrone. Il lunedì seguente Anselmo riaprì regolarmente il negozio, si ricordò della finestra aperta e la richiuse, ma mai seppe di quanto era accaduto: gli uccelli, infatti, erano al loro posto, nella gabbia nel retrobottèga...in riga come due provetti attendenti, e pronte a fare il loro dovere di discrete origliatrici.
     Quaranta giorni dopo, però, ormai sul far dell'autunno, un giovedì, mentre un violento temporale era intento a tormentare il cielo sopra Forlìmpopoli ed i poveri vigneti delle campagne circostanti, accadde ancora l'imponderabile: gli uccelli, d'improvviso, volaron via, dalla stessa finestra della volta precedente. Tutto successe proprio mentre Anselmo, ironia della sorte, serviva una cliente estremamente particolare: l'Adalgisa, moglie del podestà, venuta in paese per far compere.
     Quando Anselmo ebbe finito di servirla, il temporale stesso cessò (nel frattempo s'era fatta la "mezza" e le campane della chiesa di San Ruffillo risuonarono quattro volte: forse, chissà, il sagrestano Gipo aveva sbagliato a far di conto!), ma era uno di quelli veramente speciali, ossia tutti ammantati di un non so che di misterioso...che lasciano nell'aria, subito dopo, qualcosa. Fu così, infatti: un arcobaleno ridondante di luce e di colori, un profumo intenso di mosto selvatico, di quello che soltanto la campagna di Romagna e della bassa sanno dare!
     Anselmo andò nel retrobottèga e si accorse della fuga delle cornacchie. - In fondo, - pensò dentro di sé, - è giusto così, perchè i colori non si possono imprigionare né tenere in gabbia (il colore azzurro delle cornacchie, infatti, è quello del mare, del cielo e della libertà), loro sono come le idee: nessuno mai potrà farlo!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.
     
     

     
     
     

     
  • 09 luglio alle ore 5:08
    Sulla riva andante del lago Bakunino

    Come comincia: Dialogo breve tra l'anima Caronte - di un morto - ed il morto Estragon - da trasportare; liberamente ispirato e tratto da: "Aspettando Godot", di Samuel Beckett.

                                                    =Personaggi=
    +Caronte=l'anima di un morto;
    + Estragon=il morto;
    +il bardo;
    +il filosofo cieco (Andromedo).

    Caronte     Allora che cosa aspettiamo? Andiamo: l'ora è già buona!
    Estragon   Aspettiamo ancora un po': è meglio così. A volte ritornano; aspettiamo di                          sapere: se qualcuno verrà e cosa ci dirà. Qualcuno, sì, penso proprio che                        verrà.
    Caronte     Chi?
    Estragon   [Loro]...I morti a volte ritornano (...almeno loro!). E'meglio così che                                    aspettiamo.
    Caronte     Sai, amico mio, credo che nessuno mai ritornerà da lì, dall'altra sponda. I                        morti: no, di certo...Non sono sicuro di niente, di ciò che dici; del "ritorno"                        come tu parli. Non sono sicuro (mai) di niente: ho visto tanto nella mia vita,
                      ormai! Forse le anime [dei morti] ritornano, a volte. Non sò: mai, però, mi è
                      capitato di vederne una. Dai, su, andiamo.
    Estragon   Non aver fretta, caro amico mio. Ti prego, dai, non avere fretta. Non bisogna                    mai averne nella vita: che la fretta...mai porta (di) buono, niente!
    Caronte     Va bene, va bene. Allora aspettiamo ancora un po'.

    Breve pausa. I due rimangono immobili, le braccia appese, il mento sul petto e le ginocchia piegate. Ad ascoltare il silenzio: grottescamente in attesa. Dopo di che...(ovvero, qualche minuto più tardi).

    Caronte     Dai, su, andiamo: che l'ora è già buona da un pezzo. Andiamo.
    Estragon   Sssssssss! Non senti anche tu uno strano fruscio, laggiù tra i cespugli?
    Caronte     Non sento nulla: eppure non sono (mica) privo di udito!
    Estragon    Senti? E' sempre più forte.
     
    I due - all'unisono - tendono l'orecchio. Caronte perde l'equilibrio e quasi cade. Si aggrappa al braccio destro dell'altro che, a sua volta, barcolla. Rimangono per qualche momento in ascolto...(ancora) del silenzio, abbracciati l'uno con l'altro  e gli occhi negli occhi. Poi...

    Estragon     Eccolo!
    Caronte       Chi?
    Estragon     Sssssssss! Ma...è soltanto un piccolo gatto bianco!

    (Sospiri di sollievo di entrambi. Distensione. Si allontanano l'uno dall'altro). Poi riprendono a parlare.

    Caronte      Mi hai (quasi) spaventato: per un attimo, sai, ho creduto...Anche io ho                             creduto a qualcosa; credevo fosse proprio nero: è invece...
    Estragon     Vedi che anche tu, quando vuoi: allora non sei proprio un maledetto                                  lurido bastardo miscredente! Sei recuperabile!
    Caronte       Ma è stato un attimo, sì un attimo soltanto: ho creduto...sono bastardo                            dentro io!
    Estragon     Sì, lo so quello che sei, amico. Hai creduto che fosse lui?
    Caronte       Chi?
    Estragon     Hai creduto che fosse lui? Che fosse qualcuno?
    Caronte       Ma no, dai, che dici? Ho creduto soltanto per un attimo...Nessuno.                                  Andiamo che l'ora è (già) buona da un bel pezzo, ormai. I morti non                                ritornano mai, forse - chissà - le anime, quelle dei morti a volte, quelle che                      nessuno ha voluto o quelle che non trovano pace neanche dopo la morte:                      ma...non so, non sono sicuro di niente. Ficcatelo per bene in quella testa                        vuota che hai: anche tu, amico, hai la testa uguale alla mia, sai? Andiamo!   Estragon     No, aspettiamo ancora un po': magari fino alle tre e poi andremo, se                                vorrai.
    Caronte        Aspettiamo ancora un po' allora.

                                             =Post dialogo
    il bardo ne: l'appello (degli appelli)  Tappezziamo la realtà di buchi neri: per modo che                       la mente vi si possa dentro infilare, (e) vagare - colà - alla cerca della via                         d'uscita.
    il filosofo cieco (Andromedo) ne: il post-appello  Il tempo è illusione: tutto è illusione; il                       tempo trascorre ma tu puoi solo rincorrerlo, invano! - Il tempo gira su se                           stesso - mi disse una volta un monaco buddista di nome Zarathustra, - ma
                       ogni momento possiede in se il suo senso...Nessuno torna, loro non                               tornano indietro dal viaggio.
     
    Taranto, 27 febbraio 2017.
     

     

     
  • 06 luglio alle ore 4:01
    Un sillogismo aristotelico

    Come comincia: "Shakespeare sta all'animo umano ed al cuore dell'uomo come Leopardi sta al suo subconscio ed al suo dolore"

                                               = Spiegazione =
     Se Shakespeare é stato (definito) il "poeta dell'animo umano" per eccellenza, colui - cioé - che più (e meglio) di ogni altro abbia cantato, narrato e scritto sull'uomo e i suoi sentimenti e le sue pene d'amore (perdute o meno che siano!), sull'uomo ed i suoi intrighi ed i suoi sbagli, sull'uomo e le sue virtù e le sue debolezze; mettendone pure a nudo la sua quint'essenza e la sua vera natura, scavando - e scandagliando -  all'interno del cuor suo, sezionandolo (l'uomo) e "vivisezionandoli" (il cuore e l'uomo) da ogni lato e da ogni sfaccettatura possibile ed immaginabile per estrapolarne di volta in volta il meglio ed il peggio, Leopardi, invece, é stato il "poeta del profondo" dell'uomo: che ha sì scavato anch'esso nel suo subconscio e nella sua interiorità, nel suo estremo substrato e nel suo lato più oscuro e recondito, ma trovandovi soltanto paure, angosce,  dubbi, perplessità, incertezze, ed amarezze, ed ossessioni. Il recanatese é stato colui che più (e meglio) d'ogni altro si sia fatto carico dei dolori interiori suoi e dell'umanità intera, portandone sulle deboli sue spalle (e fragili) di uomo il fardello, a volte pesantissimo ed a volte insopportabile, ma facendolo pur sempre con dignità, forza e coraggio.
     Entrambi (Shakespeare e Leopardi), a mio modesto avviso, furono, però, pur sempre "inguaribili romantici ottimisti": entrambi, infatti, amarono (seppure in maniera differente l'uno dall'altro) fin troppo la vita; e l'amarono così tanto da non averla potuta odiare!

    Taranto, 14 ottobre 2013. 

     
  • Come comincia:  La tigre Arshan (in lingua indi sta per "veloce come il vento") era uno splendido esemplare albino di quasi duecentocinquanta chili: ma era anche il terrore del Sundarbans perchè aveva ucciso già cento uomini e sbranato venti bambini nei villaggi lungo la foce meridionale del Gange, guadagnandosi la triste nomea di spietata mangiatrice.
     In una stellata notte, ma illune e umida, di fine autunno, dopo aver camminato per ore nella foresta alla ricerca di cibo, l'animale giunse nel piccolo villaggio di Kalipur: poco più di trecento anime, la metà delle quali dedite alla pesca.
     Tutti dormivano e la tigre, ormai stanca, entrò nella capanna di Vijay, un vecchio pescatore di anguille dai capelli bianchi: il più vecchio di tutti nel villaggio! Aveva fame ma, stranamente, si adagiò per terra e si mise ad osservare il vecchio che dormiva, quasi con ammirazione; dopo circa mezz'ora anche essa si addormentò.
     Al mattino presto il giovane Ramesh, che aiutava Vijay nella pesca, sopraggiunse dal vecchio ed entrando nella capanna lo vide ancora dormiente al fianco della tigre: tra sorpresa e spavento lo svegliò, cercando di non far rumore.
     Il vecchio, che non si era ancora accorto della tigre, quando la vide addormentata prese per mano il ragazzo e lo condusse fuori, dove li disse:
     - Ramesh, corri dal mio amico Diba e digli di venire subito quì, da me...col fucile ed almeno tre uomini!
     Il ragazzo subito obbedì ed andò mentre nel frattempo, però, il vecchio si era già nascosto nella fitta sterpaglia adiacente la sua capanna. Gli uomini (Diba e altri tre) sopraggiunsero insieme a Ramesh, come aveva consigliato Vijay, dopo qualche minuto (che al vecchio, però, erano sembrati un tempo eterno!): imbracciando dei vecchi moschetti. Vijay con un fischio li chiamò, si avvicinarono al vecchio e quello disse al suo amico Diba:
     - La tigre è ancora nella capanna che dorme ma...tra un pò, vedrai! E' Arshan, credo.
     Tutti nella zona la conoscevano (o meglio, avevano sentito parlare delle sue drammatiche gesta: le notizie si diffondevano di villaggio in villaggio come un tam tam rullante ed impazzito!), ma mai nessuno, però, l'aveva vista così da vicino...in carne ed ossa, a Kalipur!
     - Ma quanto è grande? L'hai vista bene? - domandò Diba.
     - E' enorme, quasi duecento chili, forse anche più...- rispose il vecchio.
     Dopo un attimo di silenzio Vijay riprese a parlare e chiese a sua volta:
     - Sono carichi i vostri fucili? Funzionano bene?
     - Sì, sì, non temere! - rispose fiducioso Diba. - Perchè se no li avremmo portati? E sono pronti a sparare, se ce ne fosse bisogno...Anche le pallottole, vedi, sono sempre all'erta come noi altri!
     Ramesh nel frattempo era corso verso le altre capanne ad avvertire il resto del villaggio di ciò che stava accadendo. Intanto Diba ed i suoi uomini si avvicinarono alla capanna di Vijay ma prima di entrare, per alcuni istanti, tra loro si guardarono negli occhi come a dire...Diba entrò per primo, col fucile spianato; poi lo fecero gli altri. La sorpresa, però, e lo stupore, furono grandi quando i quattro si accorsero che non v'era traccia di niente e (di) nessuno; la tigre si era sorprendentemente volatilizzata!
     - Ma dov'è? Dove è andata, maledetta? - disse Diba e uno di loro (il più corpulento ma anche il più pallido in volto), da par suo esclamò:
     - Bombidi ha provveduto, è stata lei con la sua mano santa...
     Bombidi, lungo la estrema riva meridionale del fiume Gange, e soprattutto nei piccoli villaggi di pescatori, è la dea più venerata e "riverita": secondo varie leggende e credenze popolari, tramandate oralmente nei secoli, essa infatti ha sempre protetto gli  uomini e le loro abitazioni, in questi luoghi, dalle scorrerie delle tigri. A volte è stato proprio così, ma tante (tantissime) altre invece no!
     Diba e gli altri tre, a quel punto, uscirono dalla capanna di Vijay e si inginocchiarono a pregare. Nel frattempo sopraggiunsero altri uomini ed anche molte altre donne coi loro bambini, portati in braccio o tenuti per mano: tutti avvertiti da Ramesh. Il vocio si mischiava alle urla di gioia, alle imprecazioni: sembrava la stessa confusione e la stessa disordinata animazione ed eccitazione dei giorni di mercato a Calcutta o a New Delhi. Molta gente, infatti, s'era inginocchiata a pregare, altri ancora invece si abbracciavano, ridevano, sbraitavano o cantavano festanti, e se alcuni ritenevano di averla scampata bella questa volta, proprio tutti quanti erano consapevoli della grande fortuna toccata al vecchio Vijay, nonchè di qualcos'altro...la mano santa di Bombidi!
      Vijay si avvicinò così alla gente e prese a parlare, visibilmente emozionato.
     - Sono stato molto fortunato, lo so; come so che molti di voi lo pensano e ne vanno contenti. Vi ringrazio della vostra gioia per me, per ciò che... - il vecchio si interruppe per un solo attimo e poi riprese: -  che siate felici per quello che non è accaduto!
     - Certo, Vijay, certo! - Si levò una voce anonima tra la gente. - Tu sei uno di noi, un pescatore come noi: un buon pescatore, un uomo buono!
     Il vecchio allora ricominciò a parlare, ancor più emozionato di prima:
     - Sono contento, sì, ma devo dirvi, amici, una cosa importante, che la tigre non è stata fermata da nessuno neanche da Bombidi...la tigre è stata fermata dal colore dei miei capelli!
     - Ma cosa dici mai, Vijay? - esclamò Diba che gli stava accanto.
     - Sì! Sì! Cosa dici, amico? - fecero in coro gli altri ed il vecchio replicò:
     - Dico che la tigre è stata fermata dal colore dei capelli e dalla mia età: proprio così, credetemi! Io penso che le tigri, forse senza volerlo, chissà, e senza sapere il perchè lo facciano, rispettino la vecchiaia. - A queste parole, le ultime pronunciate dal vecchio, nessuno replicò: tutti si ritirarono alle loro capanne o tornarono di buon grado alle loro faccende.
     Dopo di allora il villaggio di Kalipur non fu più "visitato" da Arshan, la grande tigre albina, nè da altre tigri, mentre nei villaggi vicini le scorrerie assassine di grossi felini si susseguirono, nei tempi seguenti, con sempre più sorprendente (anzi, del tutto inspiegabile!) regolarità: a Kalipur, infatti, giungevano spesso notizie di atroci episodi. Dopo di allora Vijay, il pescatore di anguille, diventò per tutto il villaggio "il vecchio dai capelli d'argento".

    Taranto, 10 ottobre 2016.
     

     
  • Come comincia: Ieri sera, come tutti i venerdì del corrente anno, feste strane e bagordi d'ogni tipo all'UFO, noto club psichedelico dell'East-side londinese, in Tottenham Court Road, al civico 86, in cui si esibiscono da qualche tempo vari gruppi della scena musicale underground tra cui Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Tomorrow ed altri meno noti. E fin qui nulla di nuovo. La notizia, grave e ridicola allo stesso tempo, è questa: arrestato il ministro degli Interni Arthur Coombs-Newton, trovato in possesso di ben trenta grammi di pura canapa indiana, di quella buona (a detta di molti presenti ed esperti dell'argomento!).
     - Si vedeva ad occhio ch'era buona, anzi, di quella super - ha dichiarato Jane Luxbury, diciannovenne presente alle feste ed alla musica della serata!
     L'altra notizia, forse ancor più stra...curiosa della prima (meglio sarebbe dire che si tratta di una notizia nella notizia, l'una, cioè, più clamorosa dell'altra!) è che il caro nostro ministro teneva ben nascosta la "roba" nell'elastico interno che reggeva le sue calze da...donna: sic!
     - Il ministro, - ha raccontato alla stampa il portavoce della polizia, John Newcombe, nella successiva conferenza stampa, - indossava biancheria intima femminile di chiara provenienza parigina. -
     Il tutto è stato appurato nel corso dell'ispezione, effettuata alla presenza dell'avvocato Brixton James, del foro di Chelsea, nella sala interrogatori del IV° commissariato.
     Notizia nella notizia, come scritto: curiosa, scandalosa e drammatica al contempo!
     Voglio concludere il mio pezzo in questo modo: ahi! ahi! caro ministro; certe cose non sono per membri rispettabili del governo, queste cose è meglio lasciarle fare a quelli  che sono abituati a farle, a gente come Arnold Layne. Queste cose, semmai, si fanno soltanto sulla parte "oscura" della luna!
    (Notizia - immaginaria - elaborata da una notizia - vera - apparsa il 28 gennaio 1967 sulla fanzine underground International Times).

                                                = Note musicali a margine =
     Il 15 ottobre del 1966 "International Times", il primo giornale underground europeo, venne lanciato con un grosso party musicale alla Roundhouse di Londra. I Pink Floyd suonarono davanti a duemila persone proiettando speciali diapositive su di loro e sul pubblico.
    Nel gennaio del 1967 Joe Boyd, direttore musicale dell'UFO, produsse il primo 45 giri dei Pink Floyd, "Arnold Layne", un pezzo di Syd Barrett: parla di un travestito e pervertito che ruba biancheria femminile nelle lavanderie a gettone. Le principali radio pirata dell'epoca, Radio London e Radio Caroline, si rifiutarono di passare il brano: ufficialmente per eccesso di prudenza, da parte di due emittenti ch'erano pur sempre fuorilegge, ma secondo alcuni a causa del rifiuto dei discografici a pagare adeguata "mazzetta"!
     Infine, da notare ancora, che sempre alla Roundhouse si tenne, nel dicembre dello stesso anno, un festival della poesia, in cui si esibì, tra gli altri, il poeta newyorchese Allen Ginsberg. 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

     
  • 12 giugno alle ore 12:37
    Strani incontri a...Zanzibar

    Come comincia: Dopo il tempo delle frappe e delle chiacchiere (o: stranezze di Candelora)

    Andando - che me n'andavo - a zonzo per le strade (stregate) dalla luna di Zanzibar, mentre nulla facevo se non che ruminar sui pensieri miei, d'improvviso ch'era - sì d'un botto - anzi, d'un tratto (a bella prima) in un bar sito lungo i bordi d'un ampio e solitario boulevar(d) il ramingo fantasma del poeta Zanzotto incontrai; il quale, esso, mi riconobbe (ci eravamo frequentati, quando lui era in vita, in alcuni salotti del Veneto bene, che lui, però, detestava e frequentava soltanto per "facciata"!), mi fermò e mi chiese:
     - Ehi, "straniero" (mi chiamava così: lo faceva benevolmente, con fare paterno!), come ti va la rima? Scrivi ancora poesie? 
    Al che io, di rimando in questa (ch' è proprio codesta e non...qualcun altra!) maniera,  così li risposi:
     -Non c'è male, grazie tante sua eccellenza, sua eminenza, sua...mmm; anzi, meglio di prima!
    Lui [il poeta: anzi il fantasma del poeta!], allora, mi fissò per qualche istante e poi, con burlonesca aria e divertita, esclamò:
     - Ma vaffan...quale eminenza (del cavo...), quale eccellenza (sì, del caz...); ma dai su, amico mio, lasciamo stare i convenevoli e gli appellativi: vieni con me che ti offro da bere! (Pur essendo un fantasma, adesso, il "maestro" non aveva perso la sua genuinità ed il suo essere...alla mano!).
     E così fu: entrambi prendemmo posto intorno ad un tavolino del bar su nominato (non so il nome, però, visto che non aveva insegne) e ci intrattenemmo a parlar del più e del meno. E, per la cronaca, strada facendo (ossia: per trascorrere meglio quelle ore) ingurgitammo i seguenti malsani liquidi: otto birre da tre quarti "bevi&zitto",  quattro aperitivi "a digiuno prima dei pasti", dieci cocktail "strizzacervello, rompipalle"... - Alla faccia del bicarbonato di sodio! - avrebbe probabilmente detto la buona anima di un principe.
     Il fatto strano, però, quello ancor più strano di questa pur stranissima vicenda, fu questo: entrambi [io ed il poeta, anzi, il suo fantasma] sopravvivemmo al nostro parlottio e, soprattutto, restammo del tutto sobri e vegeti dopo gli annessi (e connessi) che n'erano seguiti.
     Nel frattempo s'era fatta alba. Io e Lui ci salutammo ed ognuno di noi riprese ad andare per la sua strada, ovvero: io, a camminare a zonzo - e solitario - per le strade di Zanzibar, lui a fare il poeta, cioè, il fantasma ramingo del poeta!

    Taranto, 16 febbraio 2016.

     
  • 10 giugno alle ore 18:34
    Sono diventato comodamente intorpidito

    Come comincia: Divagazioni floydiane...intorno a una canzone
    da: Comfortably Numb
                                                                       all'amico Syd (principe della scena psichede-                                                                     lica londinese degli anni sessanta).
                                                                       Ricorda quando eri giovane
                                                                       Splendevi come il sole
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante
                                                                       Ora c'è uno sguardo nei tuoi occhi
                                                                       Come i buchi neri in cielo
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante. 

    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: lo sai? Sono stato ad un passo dal baratro, proprio laddove qualcuno, anni addietro, predisse sarei stato leggendomi la mano; lo so: lo sai?
    Ma tu, caro fratello, e tu, dolce sorella; voi due che non lo siete e di certo siete più lucidi e veri di me: siete sicuri di saper e poter ancora scegliere? Siete sicuri di poter e saper fare ancora la cosa giusta? Siete sicuri di camminare sulla strada giusta, di percorrere la strada giusta? Allora [fratello e sorella], siete proprio sicuri di tutto questo?
    E lo siete anche di saper o poter distinguere una cosa dall'altra? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete? 
    Nella vita è tutta una questione di colori: di bianco e di nero, di rosso e di blu, di giallo e di verde; il resto son soltanto sfumature: di grigio!
    Allora, siete sicuri di saper ancora distinguere una cosa dall'altra? I sogni dalla realtà, la verità dalla menzogna? Il paradiso dall'inferno? Un tramonto vermiglio da un fiore irto di spine o da una rosa purpurea? Un'eclisse di luna da un black-out del vostro cuore? Una calda carezza amica da una gelida coltre di nebbia o da una bastarda notte di dicembre che rapisce i vostri pensieri? Una dolce brezza estiva da un'oscuro presagio? Allora, fratello e sorella, pensate di riuscire a distinguere, pensate davvero di riuscirci? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete?
    Io sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco, tuttavia, nel mio torpore, ancora a scegliere e a distinguere; a scegliere e a distinguere insieme: sicurissimo di saperlo fare!
    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco ancora ad ascoltare la "voce" del vento, a sentirla sibilare nelle mie orecchie e toccare il mio cuore; a sentirla battere sulla mia faccia come fosse un tam tam impazzito; riesco ancora a sentirla sulla mia faccia come una stilettata di notte colpire il tuo sonno e violare i sogni; riesco ancora ad addormentarmi e a risvegliarmi: sicuro di esser vivo...e se la mia testa, però, verrà travolta dal tempo, dall'impietoso scorrere di quel vecchio "spilorcio", io penserò di non esser mai nato!

                                                                                          Con precisione casuale
                                                                                    Hai cavalcato la brezza d'acciaio   
                                                                                 Avanti, gaudente, visionario
                                                                                     Avanti, pittore, pifferaio
                                                                                     Prigioniero, splendi. 

    da: "Quaderni psichedelici, 2017"