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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema (e altro ancora) nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero!

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  • 08 gennaio alle ore 23:36
    Le parole che non ti ho detto

    Ogni tanto mi torna in mente
    di non averti detto mai
    quant'eri importante, per me:
    credo che tu lo capissi - però -
    e lo sapessi, probabilmente.

    In caso contrario, adesso spero
    vivamente "che tu lo abbia capito,
    prima di andartene via":

    Invero: ritengo che certe parole,
    quelle "parole" non abbisognan
    d'esser dette (mai)
    tra due che si amano;
    quelle "parole", certe parole
    non abbisognan (mai)...

    Debbano - invece - restare chiuse
    in noi, ben recondite;
    debbano - invece - esser custodite
    nel nostro scrigno, ben segrete.

    Per esprimere cio' che si prova
    bastano gli sguardi:
    e tra noi (due)
    c'è ne furono infiniti;
    per esprimere ciò che si prova
    basta il sentire:
    e tra noi (due)
    vivo è stato sino a poco prima
    che te n'andassi via!

    Ogni tanto mi torna in mente
    di non averti detto mai
    quanto tu valessi e contassi
    per me, nè ciò che significassi:
    e non è un rimpianto
    questo, nè un rimorso,
    ma "un semplice constatare
    ed appurare dell cose!".

    Ogni tanto ripenso - però -
    anche alle volte in cui
    io ti chiesi "perdono";
    e ricordo che - fortunatamente -
    tu me lo hai sempre dato!

    Taranto, 26 luglio 2013.
     

     
  • 06 gennaio alle ore 20:55
    [Il mare dell'uomo...]

    Il mare dell'uomo è grande fratello
    di lui, di sua vita compagno fedel misterioso alquanto
    et cotànto bello!

    Al dì nel color è vivace, oscur di notte
    imperituro giace o sfavilla forte...
    demone - pare - di nave sanza rotta, girata sempre a prua.

    Il mare per l'uomo
    è grandezza di mistero...
    come l'etterno.

    Taranto, 31 gennaio 2015 (riveduta nel 2017).

     
  • 01 gennaio alle ore 1:51
    Venezia'81

    Calli in inverno a Venezia
    - qual luce strana hanno i suoi occhi -
    da sempre
    immerse giaccion esse nella nebbia sciolta;
    entro cui rema gondoliere esperto
    portando gondola sua
    sino al mare aperto: laddov'essa si fa
    "nave" "luce"
    in balia delle correnti e di stella polare.
     

     
  • 01 gennaio alle ore 1:45
    [Vorrei incontrarti...]

    Vorrei incontrarti tra 1000, 1001 anni
    (e non di più)
    per riabbracciarti
    e rivederci - foss'anche (per) un attimo...
    mano nella mia
    [mano] insieme.

     
  • 01 gennaio alle ore 1:38
    [Invaghito d'una stella]

    Invaghito d'una stella
    mi sono da quaggiù
    mai cercata, lei lassù
    solitaria e scintillante
    così tanto bella.
    Con uno sguardo [mio] di pietra
    io l'ò fermata:
    e v'ò lasciato mie mortali parole
    che scolpite sembravan esse col ghiaccio infocato
    sopra una lunga, sottile scia
    di Gioia e Dolore.

    Taranto, 1 febbraio 2015.

     
  • Era una dolce notte di maggio,
    e nel mentre che la luna
    vegliava sui solitari sentieri
    colorati di rugiada
    e tingeva d'argento le nuvole sincere
    sospinte dal lieve sospiro del vento,
    il postiglione non temeva affatto
    di rompere quel fragile, e magico,
    e silenzioso notturno incanto
    lanciando i cavalli suoi a sfrenato galoppo
    e facendo con forza risuonare il suo corno color diamante:
    quella magica e pazza corsa senza eguali
    la godevo [io] seduto dentro la diligenza,
    mentre campi solitari di grano profumato,
    villaggi addormentati e boschi 
    di grandi e minacciose querce
    veloci mi scorrevano innanzi agli occhi svegli.
    Ma, all'appressarsi d'un bianco cimitero,
    illuminato dal riverbero femmineo della luna,
    sulla collina del disonore
    il postiglione d'improvviso bloccò i cavalli
    - due grossi sauri alsaziani -
    e nel corno suonò una sonata,
    quella favorita dal suo vecchio compagno
    - Johnny Flanagan di Aintree -
    che ora giaceva sepolto lassù:
    solo quando a quelle allegre note
    del suo corno
    dal cimitero una eco lontana
    rispose,
    la diligenza riprese la sua corsa,
    mentre nell'orecchio [mio] destro
    rimbombavano ancora le note dell'eco,
    quasi una spettrale risposta
    del morto postiglione.

    Il viaggio della diligenza
    alla una si fermò
    in una stazione di posta e di cambio:
    i cavalli eran quasi scoppiati,
    il postiglione quasi ubriaco
    ed io quasi ebbro; tutti
    eravamo così 
    quasi...di qualcosa. 

    (liberamente tratta dalla poesia "Il postiglione", di Lenau: pseudonimo di Nicolaus Franz Niembach von Strehlenau).

     
  • 25 dicembre 2018 alle ore 21:13
    Come vorrei morire

    Vorrei morire d'una morte lenta
    per assaporarla ancora tutta: ultima volta la vita;
    vorrei morire cogli occhi aperti
    per vederla ancora in faccia: ultima volta la vita;
    vorrei morire a bocca aperta
    per goderla ancora tutta:ultima volta la vita,
    per stupirmi ancora, ultima volta nella vita:
    davanti ad un cielo stellato
    di fronte all'infinito del mare;
    vorrei morire con le orecchie aperte
    per ascoltare ultima volta: il vento ed il tuo respiro.

     
  • 25 dicembre 2018 alle ore 20:57
    L'amor e... varie cose

    L'amor è vacuo - si sà - talor
    profano; è malandrino, subdolo e assai infingardo:
    [ei] protende i suoi artigli a tutte l'or,
    guai se lo guardi cogli occhi del codardo;
    ed ancor è volubile, altero
    e capriccioso; è fantasioso:
    il vile colpisce, il forte o il fiero,
    nell'arco d'un momento malizioso
    eppoi via andrà l'amor che viene
    quello mai venuto arriverà;
    ed il cor ferito guarirà dalle pene:
    ma il sano è sicuro che non s'ammalerà?
    L'amore è d'una madre silenziosa
    che in silenzio soffre per la prole rumorosa
    mai s'aspetta un fior neppure una rosa...
    soltanto spera e s'aspetta ogni buon cosa.
    L'amor è della sposa di bianco vestita
    che in un giorno speciale si marita;
    lasciandosi dietro infanzia e gioventù
    ma con se portando corredo, grazia e virtù.
    L'amor è d'un figlio per la madre
    giovane o anziana, in vita o in morte
    poco importa: è amor duro e forte
    più dello spilorcio tempo e delle ore ladre.
    L'amor è del vecchio per la vita
    così del giovin per l'avventura:
    entrambi sfogliando van la margherita,
    per l'uno senza foglia, per l'altro duratura:
    l'amor è per bellezza di cui ci si compiace
    quasi che non debba mai svanire:
    ma questa poi tutta d'un colpo tace
    senza speme di dover rifiorire (caducità).

     

     
  • 25 dicembre 2018 alle ore 20:10
    [Quando, quando, quando...]

    Quando, quando, quando:
    quando la manna cadrà dal cielo 
    e le montagne avranno occhi per piangere;

    quando il tempo non avrà segreti
    e le stelle cadranno per terra senza rompersi
    nè far rumore;

    quando i ghiacciai fioriranno nei deserti
    ed il bambino correrà - bendato - a piedi nudi sui prati in fiore
    senza cadere;

    quando gli oceani saranno rossi di sangue
    e la pioggia bagnerà il dolore senza farli male
    ed il fuoco incendierà le notti;

    quando, quando, quando:
    quando, allora...

    Tutto tornerà al suo posto
    e l'uomo daccapo ricomincerà il suo giuoco,
    quello strano ed eterno gioco della vita e della morte!

    Taranto, 18 febbraio 2017. 

     
  • 23 dicembre 2018 alle ore 15:42
    Dove è finito il tempo?

    Dove è finito il tempo?
    Dove diavolo
    mai va a finire,
    dove è finito
    quello spilorcio?
    S'è perduto,
    s'è ubriacato
    s'è allontanato
    s'è ammattito: chissà!
    O fosse mai che
    quel maledetto
    s'è venduto
    come una puttana
    da quattro soldi
    per un cono di bottiglia
    arruginito
    oppur
    s'è nascosto
    tra l'infinito
    dietro un'anfratto
    smembrato
    di nuvole?
    Il vento conosce
    risposte,
    lui solo sa;
    la risposta
    è scritta sicura
    nel vento: ma lui
    non parla...
    Dov'è finito il tempo?
    Dove mai sarà andato a finire
    allora
    il tempo,
    quel maledetto spilorcio?

     
  • 22 dicembre 2018 alle ore 4:31
    Le più belle cose (ali della libertà)

    Le più belle parole
    son quelle ancora da dire
    nè ti dirò mai
    le più belle poesie
    son quelle ancora da scrivere
    che non leggerai
    i più bei versi
    son quelli ancora da declamare
    le più belle pagine
    sono quelle ancor da riempire
    le più belle cose
    son quelle ancora da fare
    nè faremo mai
    le più belle carezze
    son quelle ancora da farti
    i più bei baci
    son quelli ancora da darti
    i più bei cuori
    son quelli puri
    i più bei fiori
    son quelli da fiorire
    nè appassiscono mai
    i più bei mari
    son quelli che li navighi
    dentro te stesso
    sopra un veliero alla deriva
    e gli orizzonti
    che ti immagini
    guardandoti allo specchio
    li solchi ed attraversi
    come sogni vissuti
    le più belle catene
    son quelle da spezzare
    ancora:
    forti come il coraggio
    radiose come l'aurora.

    (da: "Il più bello dei mari", di Nazim Hikmet - Ran).

     
  • 20 dicembre 2018 alle ore 17:38
    Annullarsi (mistica del tempo)

    Guardo la luna
    e lei muta
    risponde 
    con bagliori
    che sembrano onde;
    il sole osservo
    e lui ascolta
    parlando
    con sguardi
    che sembrano un lampo;
    interrogo le stelle
    e lor
    mi voltan le spalle:
    resta a me
    soltanto
    d'inseguire il tempo
    ingroppando farfalle!

    Taranto, 8 ottobre 2018.

     
  • 20 dicembre 2018 alle ore 11:58
    Grazie amore

    Se il sole si rifiutasse
    di brillare accendilo nel tuo cuore,
    se non accadesse ancora t'amerei
    senza rancore.
    Quando le montagne si sgretoleranno
    e cadranno in mare
    io e te ci saremo ancora, amore mio.
    Gentile donna di rugiada
    ti dono tutto me stesso,
    tutto me stesso e niente di più.
    Piccole gocce di pioggia rossa
    sussurrano al dolore, sulle nostre lacrime
    bussano: lacrime di amore ritrovate.
    Il mio amore per te è duro
    come una goccia
    di primavera.
    Con te non c'è ritorno,
    insieme andremo fino alla morte.
    Amore mio, mio amore bellissimo
    amore mio, mio amore
    sei tu mio amore grande.
    La mia musa del perdono
    l'ispirazione tu sei per me,
    guardami negli occhi...
    non vedi che io
    sto piangendo per te?
    Il mio mondo
    sorride a causa tua:
    gioco di sguardi, giuoco di donna bambina!
    Il mio mondo sorride, la tua mano
    nella mia
    percorriamo le distanze,
    non ucciderlo il mio cuore...
    Grazie a te sarà fatto:
    perchè tu sei l'unico mio amore.
    Felicità, non essere più triste...
    grazie a te sono contento.
    Ma se il sole si rifiutasse
    di brillare
    e le montagne si sgretolassero
    e cadrebbero in mare,
    ti amerei ancora;
    ci saremo ancora io e te!

    Taranto, 8 novembre 2018.

     
  • 19 dicembre 2018 alle ore 16:03
    [L'immagine tua...]

                                                                    da: Sibilla Aleramo

    L'immagine tua
    rivedo
    in occhi miei, riflessa:
    di quella dolce calda
    atmosfera, negli anni non più
    tuoi; quando che Tu,
    stanca dalla vita ormai
    tremante l'ascoltavi
    nell'onda del mare
    sugli scogli frangente.

    Taranto, 10 aprile 2016.

     
  • 19 dicembre 2018 alle ore 5:58
    Occhi di ragazza triste

    Occhi di ragazza triste 
    osservai
    dietro i vetri lucidi della "finestra madre":
    eran sinceri ed allegri,
    come s'avessero visto e poi
    toccato l'aurora...
    Ma tant'altro
    avevan visto, ben altro:
    ne avevan viste
    e fatte di cose
    quegli occhi;
    avevan visto l'inferno
    più del paradiso,
    avevan toccato odio e oblio
    più di amore e d'un sorriso,
    avevan giocato col pianto e col dolore
    più che con il mondo...
    Quegli occhi di ragazza triste:
    arrabbiati, a schiaffi
    avevan preso ed a calci,
    a pugni la vita,
    ma avevan pure sputato
    - tante volte -
    addosso alla morte!

    Taranto, 9 aprile 2016.

     
  •                                                      da: Patrizia Cavalli (sopra un sogno realmente accaduto: 17 mesi orsono)

    Ringrazio quella poltrona
    nella grande stanza
    che discreta m'accoglie quando improvvisa
    mi coglie debolezza di te, padre: che 
    mi sussurri
    e gridi: "Va bene, figlio!".

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 13:32
    Invocazione al giorno

    Porta il tempo che al meriggio
    guarda, o giorno
    e scava solchi d'incolpevole
    rugiada sul mio volto,
    avvolgi pure l'anima mia
    nell'ala sua dolce
    e candida di "sorella tristezza"
    ma, alfin
    conducimi sino
    alla soglia
    di soavità della sera
    ch'io di lei così
    possa ebbriarmi...
    ed arrivando allor
    alle finestre socchiuse
    della notte
    che s'apriranno poi
    - dolcemente ansiose -
    nuovamente a te
    per il domani.

    Taranto, 31 marzo 2016.

     
  • 18 dicembre 2018 alle ore 12:56
    Tal'era la notte d'un azzurro vero

                                                                              da: Iacopo Vittorelli

    Tal'era la notte d'un azzurro vero,
    qual bianca luna appariva in cielo:
    non un alito di vento nè d'un velo
    si  sentiva a tribolar.

    Cinciallègretta solinga se ne stava
    ma ciarliera et romorosa:
    per richiamar la sua morosa
    cominciò a cinguettar.

    Colei (che) la sentì di lontano,
    zompò di frasca in frasca:
    e come si fosse burrasca:
    in un batter di ciglia arrivò.

    Oh! Qual dolce candore d'affetti,
    liev'è questa musica d'amore,
    soavità per occhio et core:
    chissà s'un giorno mai li (ri)vivrò!

    Taranto, 9 aprile 2016.

     
  • 16 dicembre 2018 alle ore 15:56
    [Quali lotte avvien...]

    Quali lotte avvien, già quali lotte
    pria che giorno s'alzi e sua luce spanda,
    cogli astri spesso ei f'à botte, già f'à botte
    financo con la notte: di spada, martello & (di) randa.
    Ma quando che tutto poi s'arriposa,
    maraviglia il ciel della maraviglia in sè reca
    e l'uman forte grida "che cosa, che cosa?"
    giacchè radioso sole occhi suoi l'acceca.

    Taranto, 5 marzo 2016.

     
  • 16 dicembre 2018 alle ore 15:37
    Estate 1982

    "Ai ragazzi del '62, ma non a quelli del 62°"

    Estate 1982: una di quelle
    estati senza vento, senza volto, senza tempo
    una di quelle che non si dimenticano facilmente,
    anzi, una di quelle (estati) che non si
    dimenticano mai!

    Quell'estate, infatti, non l'ho ancora
    dimenticat'io: ogni desiderio
    allora, parea essere incastonato in cielo,
    tra luna e stelle (belle, belle sì: come non mai!).

    Allora (quell'estate) s'invidiavan gli uccelli:
    perchè avevan l'ali per volare;
    allora s'invidiava il sole:
    perchè riscaldava i cuori: i nostri cuori;
    allora s'invidiava il vento:
    perchè via con sè trascinava
    ogni granello di sabbia in riva al mare:
    allora pure il mare s'invidiava:
    perchè trasformava la nostra volontà
    in sogni irragiungibili;
    (e ogni canto diventava inno di gioia: senza pensieri);
    allora ogni cosa s'invidiava:
    perchè tutto parea giovane ed era infinito 
    per ognun di noi.

    L'estate 1982: senz'altro fu di quelle
    (estati) senza vento, senza volto, senza tempo
    che non si dimenticano mai;
    quelle estati 
    in cui tutto si ferma per sempre
    (od i miti pur'anche si fanno uma...leggende)
    laddove nessuna cosa (ti) sembra impossibile
    laddove nessuno (ti) sembra irragiungibile...

    Estate 1982: una di quelle 
    (estati) senza vento, senza volto, senza tempo! 

    Taranto, 29 marzo 2016.  

     
  • 08 dicembre 2018 alle ore 1:47
    Il vento

    Il vento è come le persone care
    che sono andate via: non si vede
    ma si sente...appare!

    Il vento soffia forte (da nord)
    e quando arriva entra nell'anima
    - ti prende -
    cattura i tuoi pensieri spazzandoli via;
    eppoi ti trascina via con sè: come polvere!

    Il vento, però, non può distruggere
    i ricordi, mai potrà farlo...
    anche quando arriva da ovest;
    [loro] sono  indissolubili
    perchè lievi vivono nel cuore d'ognuno! 

     
  • 29 novembre 2018 alle ore 10:12
    Queste mani... quelle mani (canto di libertà)

    Queste mani
    le mie mani
    sono (quelle)
    le stesse mani
    che mi accompagnano
    dacchè nacqui, un dì:
    quelle mani!

    Queste mani
    le mie mani
    sono (quelle)
    le stesse
    che hanno stretto
    tante mani, ne hanno
    toccato altre
    che hanno accarezzato 
    tanti volti, il 
    tuo volto: quelle mani!

    Queste mani
    le mie mani
    sono (quelle)
    le stesse
    che mai sono state
    incatenate
    nè mai insanguinate;
    ma hanno conosciuto il dolore
    quello degli uomini,
    hanno asgiugato lagrime
    dagli occhi di molti (uomini)
    e placato il dolore sul tuo
    volto umano, hanno asciugato dalle
    lagrime il tuo viso
    ridandogli gioia
    ed a volte pur flebile
    un sorriso: quelle mani...
    sì, proprio queste mani!

    Taranto, 25 maggio 2016.

     
  • 27 novembre 2018 alle ore 22:38
    Nelle solitarie notti

    Nelle solitarie notti
    a te penso,
    dolce amore
    in quelle illuni
    notti
    penso a te,
    luce di rugiada
    che illumini
    discreta
    i miei pensieri
    e ogni volta
    che ti vedo,
    che ti sogno,
    che mi appari
    con i tuoi vestiti di ciliegia
    ed i tuoi occhi
    grandi scintillanti
    le mie notti
    si popolano
    di mistero
    e tutto
    riprendo
    a navigare
    nel mio infinito
    mare.

    Taranto, 27 novembre 2018.

     
  • 26 novembre 2018 alle ore 11:48
    Uomini, soltanto uomini

    Uomini, soltanto uomini
    siam solo e soltanto uomini.

    Uomini, uomini
    impronta lasciam ad ogni passo
    ma siamo soltanto uomini.

    Uomini, uomini
    ci sentiam a volte (un) Dio
    ma siamo soltanto uomini
    e ci sembriam infinito
    ma piccoli assai siamo: come uomini.

    Uomini, uomini:
    e nulla piu'!

    Taranto, 14 settembre 2016.

     
  • 16 novembre 2018 alle ore 21:31
    Quando odiare vuol dire amore

                                                                         A Veronica, che amai sui banchi di squola...

    Oh amore,
    amore mio grandissimo
    ti odiai dal primo momento
    che t'ho vista
    quasi subito direi:
    eri troppo bella
    per non essere odiata
    eri troppo bella
    per non essere dimenticata
    per non essere desiderata
    per non essere ammirata;
    ti odiai dal primo momento
    che t'ho visto
    sapevi di gioia
    sapevi di sabbia bagnata
    dal mare
    che profuma di stelle
    sapevi di dolcezza
    antica
    come le favole
    belle
    lette ai bambini, un tempo,
    per addormentarli;
    sapevi di freschezza
    soave sopita,
    vera come un quadro
    di Pablo
    in inverno.
    Oh amore,
    amore mio grandissimo
    ti odiai dal primo momento
    che t'ho vista
    eri donna, eri passione
    prendevi fuoco
    come le madonne
    del Caravaggio,
    mettevi fuoco
    addosso
    come la luna vivace
    di aprile
    che poi muore a maggio
    dopo aver dato coraggio;
    tu, eri gentile
    così da sembrare
    una rosa senza spine.
    Tu, amore e basta...
    eri tutto
    amore mio grandissimo
    ti odiai dal primo momento
    che t'ho vista,
    anche tu mi amavi:
    se sapevo che mi amavi
    ti avrei ucciso prima!
     

     
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  • 25 dicembre 2018 alle ore 19:59
    Il fantasma del tenente francese

    Come comincia:                                                                                                                                           Il  fantasma della sua donna vide il tenente Francois Deleçour seduto che era, a scrutare il cielo, sul molo "13" di Durbanville in una notte stellata di tanti, tantissimi anni orsono. Il tenente aspettava la sua nave, l'Hesperance, un piccolo cargo che aveva battuto tutti i mari del globo, su cui si sarebbe imbarcato per terre lontane.
    La sua donna - una bellissima "rossa" di nome Sophie - era morta di colera anni prima a Zanzibar: mentre i due erano insieme in vacanza.
    Apparve quella sera al tenente: portava, come al solito, i lunghissimi suoi capelli sciolti che erano solcati dal vento caldo di scirocco, portava una sottoveste leggera e trasparente di nylon rosa che ricopriva i suoi bei seni turgidi; e sembrò andasse incontro al suo amato.
    Il tenente, mentre aspettava la sua nave, la vide per un attimo...nulla più!
    Quell'attimo, però, quella visione quasi istantanea (durata appena un pò!) li bastarono: il giovane, infatti, cambiò subito idea; egli non avrebbe più preso la nave per partire lontano...
    Tornò a casa e dall'indomani riprese a fare quello che aveva sognato di fare sin da bambino e che poi, per un motivo o per un'altro, per un contrattempo o un incidente di percorso (come le guerre combattute contro gli inglesi e contro i boeri) che lo avevano bloccato, per una indecisione o un tentennamento che li avevano "tarpato" le ali a più riprese, aveva smesso di fare: il musicista, suonatore di arpa birmana e di violino classico.
    Da allora, cioè da quella notte di agosto al molo "13", il tenente non "rivide" più Sophie, l'amata di un tempo ma visse, però, la sua vita: nel modo in cui aveva sempre desiderato fare!

    Taranto, 18 marzo 2017. 

     

     

     
  • 21 dicembre 2018 alle ore 15:57
    Frammenti di follia (per non dimenticare)

    Come comincia: "La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull'altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei sette comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando su carri a buoi e su muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore".
    (da: "Un anno sull'altipiano", di Emilio Lussu, sulla disfatta di Caporetto, 1917). 

     
  • Come comincia: La principessa Salim spesso osservava, dal balcone della sua reggia, la montagna incantata rossa che si stagliava enorme di fronte a lei; essa, però, quando lo faceva si rattristava tantissimo: pensando al giorno in cui sarebbe dovuta andare via, in una lontana terra straniera; pensava, cioè, che non avrebbe più rivisto quella "meraviglia della natura": visione paradisiaca ed inquietante assieme!
    Ed un giorno, infatti, quel giorno arrivò: quando che la principessa sposò il suo principe ed andò via con lui lontano.
    Quello stesso giorno , però, anche la montagna incantata andò via, a suo modo: un'ora prima dello scoccar di mezzanotte, infatti, corse dapprima un vento fortissimo tutt'intorno a lei e poi franò per intero in poco più di un attimo!

     
  • 12 novembre 2018 alle ore 4:37
    Le terre di Lothian e gli antichi guerrieri

    Come comincia: Anticamente le lontane terre di Lothian erano abitate da cuori impavidi che non temevano le forze del male, le tenebre e la morte.
    Erano i guerrieri di quelle terre, laddove non sorgeva mai il sole. Essi lottavano contro i draghi Kimono delle caverne ed i maghi Kayleigh, malvagi incantatori di farfalle a pois nere e...cacciatori dei cuori delle giovani fanciulle vergini; oppure contro le streghe Lavender, che vendevano agli abitanti pozioni magiche avvelenate per rubarne poi i loro cuori.
    Quei guerrieri lottavano contro chiunque e ogni forza - visibile o invisibile, oscura ed arcana - tutti i giorni dell'anno d'ogni anno, per difendere la libertà di quelle terre e di chi le abitava.
    Ma un giorno ogni guerriero andò via da quelle terre, tutti si spostarono per andare ancora più a nord, ai confini più desolati dell'estremo nord, più vicino al mare di nessuno.
    Le terre di Lothian così, quelle terre così accanitamente difese per anni, decenni e secoli d'improvviso rimasero incustodite. Infatti, furono invase dal male e dominate, per altrettanti anni, secoli e decenni dai cattivi maghi e dalle altrettanto cattive nonchè subdole streghe...
    Oggi quelle terre lontane non ci sono più: furono sommerse durante un natale di tantissimi decenni fa, il loro ultimo natale, da un cataclisma di pietre e di fuoco piovuto dal cielo; ma gli antenati di quei remoti cuori impavidi, appartenuti ad antichi guerrieri, i quali abitano (in) altre terre, altrettanto remote e lontane delle terre di Lothian, ricordano quelle valorose gesta: raccontandole ai loro figli ed ai figli dei loro figli...per non dimenticare mai!

    Taranto, 2 settembre 2016.

     
  • Come comincia: Ho riascoltato ieri, alcune volte, il brano "Bocca di Rosa", di Fabrizio De Andrè: scritto e 
    composto da lui stesso ed arrangiato da Gianpiero Reverberi.
    La storia di Bocca di Rosa, credo - e spero - la conosciamo tutti: è la storia di una donna di facili costumi, una puttana (o una troia, o una battona: a seconda delle latitudini, vengono così brutalmente apostrofate...ma tutti si dimenticano che sono donne, esseri umani come tutti gli altri!) che arriva, un bel giorno senza data, in un fantomatico paese della provincia nostrana (Sant'Ilario): è comincia a prostituirsi, anzi, a concedersi a tutti; il bello della storia (per alcuni, però, forse è il brutto!) sta proprio nel fatto che la suddetta lo fa in uno strano modo; lo fà, stranamente, senza farsi pagare; lo fà per passione, appunto! 
    Sta proprio quì, l'inganno, ma no, l'inghippo della storia, ciò che mette il pepe al culo alla gente, ciò che non va giù ai benpensànti, ai savi, ai sensati, ai timorati di Dio: che una puttana si conceda a tutti, no per denaro ma perchè li và di farlo!
    Capite Signori, qual'è il nocciolo della questione: non è il fatto che Bocca di Rosa eserciti la professione più antica del mondo, ma il fatto di cui sopra detto, che lo faccia senza farsi pagare.
    Io sono un anarchico, per mia libera scelta, anzi, sono un anarchico sui generis, visto che da alcune settimane oso definirmi un comunista-anarchico (non mi frega niente se non vado a genio nè ai comunisti, nè agli anarchici: ho scelto così, superando, dopo quasi quarant'anni le barriere ideologiche che mi bloccavano, facendo finalmente parlare - merito di una donna con cui sto chattando su un sito di incontri - il mio cuore!), e sono - ahimè! pure un romantico: per questo motivo sto, e starò sempre dalla parte di Bocca di Rosa; cioè, dalla parte dell'AMORE vero, quello che si dà senza chiedere nulla in cambio, quello che si dà a tutti senza chiedersi il perchè, incondizionatamente e senza doppi fini, senza fare calcoli o compromessi di sorta...alla faccia dei preconcetti, dei pregiudizi o quant'altro; alla faccia dei bigotti e dei benpensanti: di coloro i quali pensano ancora che avere un crocifisso in mano ti dia il diritto di sentirti migliore di chi non lo ha, di chi la domenica fa l'amore piuttosto che andare a sentir messa. Ebbene, io Signori, sono di Taranto ed ivi abito: in un appartamento, sito all'ottavo piano - da quasi mezzo secolo - che dà proprio, udite, udite di fronte ad una chiesa, la più grande della città, la nuova concattedrale (costruita nel 1970-71 dall'architetto Giò Ponti): forse, chissà, per ironia della sorte, a voler ricordare perpetuamente, a uno come me, ateo, di essere un essere (scusate il gioco di parole!) infinatamente più piccolo e inferiore agli altri. Ebbene io, Signori, non mi sento nè più grande nè più piccolo di nessuno: io AMO,
    come tutti gli altri, AMO (in una poesia lunghissima che poi riporterò quì, su APHORISM l'ho chiaramente fatto intendere: la considero il mio "manifesto programmatico", se mi si concede il termine!) la natura, la poesia, l'arte, il bello, l'AMORE, le donne, le città, la campagna, la vita semplice... ed ancora il mare, i tramonti in riva al mare, quei tramonti vermigli e fiabeschi che ti mozzano il fiato, il cielo, le stelle, la luna, il creato tutto all'infuori di Dio; perchè tutto ciò che conta per me vive quaggiù, senza risposte di vita eterna ultraterrena, tutto, per mè finisce quaggiù, insieme all'uomo; amo tutti i paesi del mondo come se fossero i miei paesi, le mie patrie: è per questo che noi anarchici amiamo il mondo intero, è per questo che il mondo intero è la nostra patria!
    Quindi, ripeto, di non sentirmi inferiore a nessuno: soltanto per il semplice motivo di non credere in Dio, nè di non frequentare le patrie ga...pardon chiese!
    Il bello della favola, anzi, del racconto che sto scrivendo sta proprio nel fatto che io, in gioventù, sia pure stato chirichetto, che ho pure servito messa (come si diceva una volta!) e ho fatto parte dell'azione cattolica: non rinnego niente, però, del mio passato, in quanto ho conosciuto dei ragazzi fantastici (moltissimi sono miei amici nel mio profilo facebook: vedasi "Gruppo della Concattedrale"), che ancora oggi sono coerenti alle loro scelte, con alcuni dei quali spesso ci si incontra e ci si saluta regolarmente!
    Poi, erano gli anni settanta (metà-fine) ho cominciato a leggere testi diversi (non parlo solo di Bakunin) che mi hanno avvicinato all'ideologia anarchica; ho cominciato ad appassionarmi alle vicende dell'allora "movimento" (quello del '77, tanto per intenderci!)...e poi, il silenzio (politico-ideologico), inframezzato da frequentazioni maldestre (dicasi, udite, udite: Figc-Fuan, estrema destra!). La disillusione, il disincanto, il disimpegno ideologico-politico che colpì tantissimi giovani della mia generazione: la vita spensierata dei magnifici anni ottanta: irripetibili anch'essi!
    Soprattutto, però, la vita vissuta nell'ambito familiare: irripetibile, senza paragoni!
    Non è questo un controsenso, cioè un contestatore come me che esalta la vita in famiglia: la mia famiglia, come ho scritto da qualche altra parte, è stata una famiglia speciale (non lo dico perchè era la mia famiglia, ma proprio perchè lo fù, nel vero senso della parola!), una famiglia ultramoderna, già agli albori degli anni settanta, quando il ruolo dei genitori veniva messo in discussione dagli stravolgimenti socio-politici, quando il rapporto genitori-figli stava per essere capovolto, per non dire stravolto!
    La mia famiglia, invece, era un'eccezione, anzi, lo è stata in tutti i sensi: tanto che, paradossalmente, io sembravo il fascista, rispetto a loro, e loro gli anarchici; io il conservatore tradizionalista, rispetto a loro, e loro i sessantottini! 
    La mia famiglia originaria era composta da mio papà Marco, figlio della bassa reggiana-modenese, venuto in quel di Taranto a diciannove anni per cause non dipendenti dalla sua volontà (dicasi chiamata di leva: era il 1939 ed allo scoppio della guerra, come accadde per molti giovani della sua generazione, ecco il calcio nel culo...e si ritrovò sulla nave "Caio Duilio" della regia marina italiana, a trascorrere le vacanze, alias tutta la guerra!); dalla mia mamma Ada, tarantina d'oc e casalinga per quasi tutta la sua vita (tranne qualche anno di impiego presso l'allora Genio Marino); dalla zia materna Maria e dalla mia amica-sorella ANNA, colei che ha segnato indelebilmente la prima fase della mia vita (è andata via, lei, come tutta la mia famiglia: lei però, è andata via in modo speciale, così come fu tutta la sua vita, ossia lasciando il segno; per colpa di quel mostro a sette code e dieci teste che si chiama Alzheimer!).
    Ebbene, perchè la mia famiglia era speciale? I miei genitori ripetevano spesso, anzi, lo facevano sempre, quanto segue: "Luciano, fai quello che vuoi fare, dì quello che vuoi dire, và ovunque tu voglia andare purchè sia felice: e se tu lo sarai, noi lo saremo per te!". Ora, sfido chiunque a dire che una famiglia del genere non fosse ultramoderna, sfido chiunque a sostenere che una famiglia del genere andasse contestata!
    Tornando al brano di De Andrè, il grande Faber, devo rimarcare questo: Bocca di Rosa verrà cacciata dal paese in cui era misteriosamente giunta; alla stazione l' accompagnano i gendarmi ed anche il parroco: messa sul treno, però, ci si accorge che il suo viaggio di ritorno (verso dove, però, non è dato sapere!) è commovente, a tratti struggente, romanticissimo; infatti, a salutarla, in ogni stazione, diventano sempre più numerose le persone di ogni età, persino qualche prete. Tutti a salutarla con un fazzoletto rosso in mano o a lanciarle addosso un fiore, oppure, addirittura un bacio!
    Bocca di Rosa è uno spaccato di provincia italiana antico: che, però, persiste ancora oggi. Sono ancora vaste, a mio avviso (ringalluzzite, rinvigorite dagli eventi politici recenti), nel nostro paese, le sacche di miseria intellettuale, di povertà di animo e di grettezza di spirito. Ripeto, e con questo termino il mio racconto, io sto - e sempre starò - dalla parte di Bocca di Rosa, dalla parte, cioè, di tutte quelle fantomatiche Bocca di Rosa che amano senza chiedersi il perchè, pur andando contro l'ordine precostituito delle cose, pur andando contro tutto e tutti!    

     
  • Come comincia: In una delle sue Pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
    Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?
    Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto sopra ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale;così infelice che, se ci concentriamo  su di essa, nulla può consolarci.
    Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, ed é lo svago (divertissement); eppure proprio questa é la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
    da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.

    -  L'uomo é nato per muoversi, non per restare fermo: la sua natura é movimento.
    Blaise Pascal, Pensées.
    -  Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?
    Bruce Chatwyn a Tom Maschler, 1969.
    - Studio della grande malattia: l'orrore del domicilio.
    Charles Baudelaire, Journaux Intimes.
    - Ma i veri viaggiatori partono senz'avere né meta né ragione;da un fatale richiamo sospinti, cuori lievi come le mongolfiere, senza saper perché, dicono sempre: "Andiamo!". Charles Baudelaire, I fiori del male.
    - Soprattutto, non perdere la voglia di camminare... i  pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo...ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati...perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene. Soren Kierkegaard, Lettera a Jette (1847).
    - Robert Burton - sedentario e libresco don di Oxford - dedicò un'enorme quantità di tempo e di erudizione a dimostrare che il viaggiare non era un flagello ma un rimedio alla malinconia, ossia agli effetti deprimenti della vita sedentaria: "Anche i cieli girano continuamente in tondo, il sole sorge e tramonta, la luna cresce, stelle e pianeti mantengono un moto costante, l'aria é agitata dai venti, le maree montano e rifluiscono: senza dubbio per conservarsi e insegnarci che dovremmo sempre essere in movimento".
    Oppure:
    "Contro questa malattia [la malinconia] non c'é nulla di meglio che cambiare aria, vagabondare qua e là, come quei tartari zalmoensi che vivono in orde, e colgono le opportunità che offrono loro i tempi, i luoghi e le stagioni".
    Anatomia della malinconia
    tutti da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.
    - Il viaggio é scoperta prima, poi diventa ricerca di qualcosa o di qualcuno: ricerca della propria strada, della "via". (mio pensiero breve della domenica delle Palme, 20 marzo 2016).

     
  • 09 ottobre 2018 alle ore 6:17
    Estate 1977: "ascoltare il vento"

    Come comincia: Il vento é come una serpe strana
    che viene e che va
    andanseuse...astuto!
    Il vento di Ishtar che soffia
    lungo le colline dell'utopia
    ha reciso molte menti;
    lo zeffiro di primavera ha illuso
    tantissimi cuori di ragazzi e ragazze.
    Il vento gitano, quello che ti rapisce
    e ti porta via con sè, soffia soltanto
    in estate: lo senti sulla faccia,
    sulla pelle, nel cuore...
    In riva al mare, sulla spiaggia,
    sugli scogli; è un vento
    che ti vuole, é il vento della nostalgia,
    delle illusioni dei sogni.

    Notte sul mio scoglio, spira un vento leggero: é un vento che mi vuole bene!

    Un'estate intera trascorsi ad "ascoltare" il vento: era l'estate - quella lunga, lunghissima estate - del 1977.
    Per venti giorni assolati e per altrettante notti stellate lo feci; ascoltai, cioè, quella calda e sottile brezza estiva: senza, però, nulla sentire...quando, alla ventunesima notte, finalmente [lui] mi disse: "vai sicuro, ragazzo, è stai contento" (ma io, allora, ero già abbastanza felice!). La notte dopo, lui [il vento], mi parlò ancora: "ragazzo, vivrai più di cent'anni", disse (ma io, allora, mi sentivo "immortale"!).
    Dopo quelle notti, diciamo pure abbastanza inconsuete e speciali, continuai ad ascoltare per il resto dell'estate: sfortunatamente più nulla accadde. In autunno le vacanze finirono, tornai sui banchi di scuola e nuovi amori sbocciarono: quella rimase, però, per sempre la lunga e meravigliosa estate del 1977, quella dei quindici anni!
    E da quelle notti di quell'estate, inoltre, non ho mai dimenticato ciò che accadde allora: per questo ogni tanto resto ancora ad ascoltare il vento!

     
  • 04 ottobre 2018 alle ore 13:51
    Quella strana notte (raccontino)

    Come comincia: Quella notte sulla baia brillava una intensa luce di fuoco, mentre l' ultima nave era partita alle 23, come al solito, dal molo "antico", quello delle barche di pietra e delle sirene impazzite, verso terre lontane.
    Io, dopo aver letto l' ultima pagina de "Il rosso e il nero", dopo aver consumato voluttuosamente soddisfatto l' ultima cicca di un meharis alla menta e dopo strenua lotta con rognose mosche e zanzare letali, mi ero adagiato sul duro letto riuscendo finalmente a chiudere gli occhi.
    Vana illusione: infatti, dopo qualche godurioso minuto di sonno, un boato, secco ed intenso, mi svegliò!
    Feci per andare alla finestra, che era semichiusa, la aprii e mi affacciai sul balcone che dà sulla baia: non riuscendo, ahimé, a scorgere nulla!
    Allora decisi di restare affacciato ancora un pò, a godermi l' insolita atmosfera di quella notte; così restando, lanciai casualmente uno sguardo al cielo e mi balenò in testa un vecchio pensiero, anzi, un vecchio ricordo: tornai indietro nel tempo, cioè a quando ero bambino, e rividi la baia tormentata dai bombardamenti degli SS20 alleati, all' epoca della guerra trent' anni prima.
    Ebbene, ricordai che quei bombardamenti erano sì orrendamente spaventosi e spaventavano me come tutti i bambini, ma al tempo stesso illuminavano la baia a giorno, proprio come in questa strana notte di adesso!
    Allora, tra me e me pensai questo: - è scritto nel destino oppure nelle stelle, o forse da qualche altra parte, che il tempo, in qualche modo ed a suo modo, torni indietro e si ripeta, facendoci rivivere strane sensazioni, e strani ed impensabili dejavu, ponendoci di fronte a inconsueti refrain, sorprendendoci con bellissimi ed emozionanti flash-backs, con certosina dovizia mixati tra vita vissuta (passata) e presente?
    - Il tempo - pensai ancora - é proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, non c' è dubbio!
    Dopo tutto ciò, quasi senza accorgermene, eran venute prime luci dell' alba: a quel punto decisi di rientrare in casa dal "viaggio" di pensieri nel balcone; quindi mi adagiai sul letto, lo stesso duro letto di prima, e così finalmente riuscii a riaddormentarmi.