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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

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  • 04 giugno alle ore 10:32
    Candele accese all'alba

    Mio padre 
    mi ha svegliato
    era l'alba
    già
    il cielo grigio
    le alture
    bagnate d'azzurro 
    nascoste dalla nebbia
    una donna
    per strada porta una candela
    poi un'altra donna
    e un'altra
    un'altra un'altra un'altra
    ancora
    10 100
    sono 1000 adesso
    le strade piene di donne
    con le candele accese
    in mano
    era l'alba
    quando
    mio padre
    mi ha svegliato...
    candele accese all'alba

    YAZIN AL MASRI, 2 anni/IBRAHIM AL MASRI, 11 anni/ YAHIA KHALIFA, 14 anni/LINA SHAHER,16 anni/MUSTAFA OBAID, 17 anni/BASHAR SAMOUR, 17 anni/IBRAHIM HASANAYN, 16 anni/MUHAMMAD SULEIMAN, 16 anni/HUSEIN HAMAD, 11 anni/BARA' AL GHARABALI, 6 anni/RAHAT AL MASRI, 10 anni/MARWAN AL MASRI, 7 anni/HAMZA ALI, 12 anni/HALA AL-RIFI, 14 anni/ZAID AL-TALBANI, 5 anni/AMAAR AL-AMOOR, 11 anni/HAMADA AL-AMOOR, 13 anni/KHALID AL-KANOO, 17 anni/LINA ISA, 14 anni/BATHENA ABID, 6 anni/AMEER AL-TANANI, 7 anni/ADAM AL-TANANI, 4 anni/MUHAMMAD AL-TANANI, 3 anni/ISMAEEL  AL-TANANI, 8 anni/AHMAD AL-HAWAJIRY, 14 anni/MUHAMMAD ABU DIYAH, 1 anno/HOUR AL ZAMILI, 2 anni/IBRAHIM AL-RANTISI, 1 anno/FAWZIYA ABU FARIS, 17 anni/ISLAM AL' ATAR, 8 anni/AMBER AL' ATAR, 6 anni/MUHAMMAD AL' ATAR, 1 anno/ABDULLAH JAWDA, 13 anni/SUHAIB AL HADIDI, 13 anni/ABDUL RAHMAN AL HADIDI, 8 anni/USAMA AL HADIDI, 6 anni/MARIAM ABU HATAB, 8 anni/YAMAN HABU HATAB, 6 anni/BILAL ABU HATAB, 9 anni/YUSUF ABU HATAB, 11 anni (Fonte/Source: Ministero della salute palestinese/Palestinian Ministry of Health)

    Taranto, 19 maggio 2021

     

     
  • Amara è la vita...
    passa il tempo,
    i treni passano: fanno danni
    vanno sempre più veloci
    ma (guai) se non li prendi
    sotto i ponti ti ritrovi
    a dormire per anni
    vecchio di sogni: precoci
    Amara è la vita...
    dolce - come il miele - (quando)
    lo vuoi tu; dolce se vuoi
    tu: ma non voglion gli altri!
    Amara è la vita...
    non si può piangere: se
    (quando) lo vuoi tu
    perché non voglion gli altri
    che magari ridono!
    Amara è la vita...
    ti fotte sempre: proprio (quando) meno
    ti aspetti che però
    è il momento giusto
    dubbi strani ancestrali: bisogni
    (dell'uomo)
    nei cassetti
    Amara è la vita...
    ti guardi allo specchio: non ti riconosci
    (quasi) provi pena per te stesso
    (quasi quasi) ti fai pena da solo;
    t'afflosci seduto a tavolino
    come un "fesso"
    Amara è la vita...
    meglio così: almeno [lei]
    a volte ti perdona
    (tu invece mai lo fai con te stesso!)
    Amara è la vita...
    (a)
    frammenti
    Amara è la vita...
    meglio così: altrimenti?!

    Taranto, 31 dicembre 2016.

     
  • 21 febbraio alle ore 9:14
    La caduta

    Nell'abisso di un attimo
    posi il mio sguardo
    era nero
    era bianco
    quell'attimo rosso era
    freddo caldo
    senza riguardo
    alcuno
    verso il mio sguardo...
    capii
    che quell'abisso
    non era l'abisso
    di un attimo
    ma l'attimo
    caduto nell'abisso
    che non vuol più
    tornare

    Taranto, 17 febbraio 2021
     

     
  • 10 febbraio alle ore 18:56
    Solitudine

    Nelle pietre
    dove tutto è scritto sepolto
    Nei petali d'un fiore
    dove ogni cosa appassisce
    nelle ali d'una farfalla
    che battono il tempo d'un soffio
    appena 
    In un perduto amore
    impossibile o cieco
    in un cielo di notte
    dove luna e stelle stanno al buio
    nella banalità del mondo
    del bene o del male
    nella nave che naviga
    in aperto mare 
    senza mai attraccare
    in alcun porto
    nel vento che soffia
    e poi si placa
    nei pensieri disordinati
     e sghembi
    d'un vecchio che non vuol morire
    negli occhi di un bambino
    che piange
    nell'appressarsi d'ogni cosa
    lento ma inesorabile, nel dipanarsi,
    allontanarsi del tempo
    dal punto d'arrivo o di partenza
    nei binari morti delle stazioni
    dove i treni 
    non partono più
    sulla panchina d'un parco
    dove una donna siede
    e legge il diario
    della sua vita
    in una casa distrutta
    lungo una strada abbandonata
    in un bacio d'addio
    in un saluto fatto ad un'amico
    in un addio senza un bacio
    in uno sguardo fissato sulle nuvole
    in un sorriso ricevuto
    in una lacrima perduta
    in un corpo che inerme
    giace sulla nuda terra
    Solitudine
    in ogni cosa che nasce
    vive e poi muore
    in ogni luogo senza rumore

    Taranto, 10 febbraio 2021.

     
  • 08 febbraio alle ore 14:43
    Ancestral

    Tutto era buio
    Tutto era luce
    Il buio si accoppiava
    Con la luce
    Il sole, la luna
    Le stelle unico
    Fascio di voce
    Nel caos del cielo
    Fornicavano Andromeda
    Gamma Saturno
    Urano un gabbiano
    Nero Swank s'alzò in volo:
    "Ancestral!" un suono stridulo emanò
    Le montagne s'aprirono 
    Così cominciò ad ululare
    Il vento...
    Il mare s'agitò
    Oltre i confini dello spazio
    I fiumi sbarcaron sulla terra
    Un grido mormorò
    La natura sul piede di guerra
    Pianure, campagne verdi colline
    Mostraron scintille
    Il caos regnava
    Nel caos tutto
    Era buio era luce
    Non avevano colore
    Ma ognuno di essi splendette
    Di fronte all'ignoto...
    Qualcosa di vuoto.
    Ancestral.

    Taranto, 5 febbraio 2021
    (pubblicata su PoemHunter.com il 6 febbraio 2021).

     
  • 07 febbraio alle ore 12:50
    In morte di un amico

    Ho visto il tuo sguardo
    per l'ultima volta
    i tuoi occhi
    che mi gridavano qualcosa
    ed ho capito
    quanto piccolo
    ora sia il mondo
    senza di te

    Taranto, 6 febbraio 2021.

     
  • 26 gennaio alle ore 7:54
    Canto stonato

    Diradarsi le nebbie
    quando
    il lupo canta alla luna

    Taranto, 26 gennaio 2021.

     
  • 26 gennaio alle ore 7:53
    In punta di piedi

    Splash! Cadendo nell'acqua
    ha fatto rumore
    il mio cuore...
    una carezza appena
    nel vorticoso
    smembrarsi del tempo

    Taranto, 26 gennaio 2021.

     
  • 03 gennaio alle ore 10:05
    Il vento

    liberamente ispirata al film di Ferzan Ozpetek "Rosso Istanbul".

    Per tutta la vita
    ha soffiato sul mio volto
    senza mai spettinarmi
    lacrime
    ho visto scendere
    dai loro occhi
    senza mai asciugarle
    non sapendo se fosse
    dolore o gioia!

    Chi guarda troppo
    al passato non vede
    il presente
    ma il passato
    non è stato bambino,
    giovane forse
    anche lui
    speranzoso del futuro?

    Il vento 
    ha consumato gli anni
    s'é preso il mio tempo
    ha catturato
    miei ricordi lasciandomi
    affanni
    ha rotto gli argini
    dei fiumi e tormentato
    montagne
    ha provocato tempeste
    le onde del mare
    sollevando
    sul mio volto
    ha soffiato per tutta la vita
    senza mai spettinarmi.

    Taranto, 31 dicembre 2020.

     

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:55
    Aver paura (la paura)

    Borderline
    camminiamo all'abisso
    senza andare 
    oltre mai: paura
    abbiamo ch'esso
    sia vuoto.

    Taranto, 22 novembre 2020.

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:48
    Zombie a zonzo (i nuovi zombie)

    Ombre indistinte nella
    coltre...
    in attesa del rintocchio
    dello sciacallo.

    Taranto, 18 novembre 2020. 

     
  • Chi tanto ha dato e poco ricevuto
    giorn'arriva, alfin arriva quello ch'é del
    riflusso: in cui corrente [cortese] riporta 
    a riva ciocché s'é preso e quel che si è
    perduto.

    Taranto, 16 marzo 2015.

     
  • Le cose che ti ruotano 
    attorno
    quando le osservi sono senza
    contorno
    le osservi le annusi
    le guardi
    non hanno sguardi
    son senza ritorno
    un pozzo senza fondo
    infinito
    non hanno contegno
    rispetto riguardo
    per nessuno
    le cose che ti ruotano
    attorno
    son senza contorno
    non è mai troppo
    tardi alla fine
    l'ho capito ma resto
    a digiuno!
    Le cose che ti ruotano
    attorno...

    Taranto, 20 ottobre 2020. 

     
  • 15 ottobre 2020 alle ore 14:19
    Un giorno (li avrò)

    Avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    del tuo corpo
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    d'una tua parola
    vuota senza domani
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento 
    dei tuoi pensieri
    di accarezzarti
    il viso di stringerti
    le mani
    avrò i tuoi occhi
    per catturare
    i tuoi sorrisi i tuoi silenzi
    i tuoi sguardi
    avrò i tuoi occhi
    un giorno li avrò:
    sarà troppo tardi?

    Taranto, 15 ottobre 2020. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 13:15
    L'idiota

    Bramando a volte va
    intelligenza e fortuna,
    ma soltanto coglier sa
    le mosche al calar d'ogni luna.
    Va facendo scempio
    di fatti e (di) parole
    pur non prendendo esempio
    da nulla né sotto il sole.
    L'idiota non si ferma mai
    all'erta sta sempre e in pena
    giammai lo fa, giammai:
    ma muore lui almeno a pancia piena.

    Taranto, 26 gennaio 2017. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 8:04
    Il perfetto ragioniere

    Conto i giorni conto le ore
    conto i minuti;
    ma intanto passano gli anni
    e miei sorrisi son sempre più muti.
    So far ben di conto così
    sono un perfetto ragioniere
    che trascura notte e dì
    ma non rinnega il piacere.
    Conto i minuti sberleffo le ore:
    che sono più brevi degli altri;
    ed in attesa che'l foco riprenda vigore
    pensieri assaporo e ricordi scaltri.
    I giorni conto ore e minuti
    coi piedi e colle mani;
    miei sorrisi son sempre più muti:
    ma giungon li stesso al domani.

    Taranto, 5 gennaio 2017.

     

     
  • 22 settembre 2020 alle ore 5:50
    Avere e non avere

    Finché avrò respiro
    ed occhi miei vedranno
    esalerò un sospiro
    e ferite mie - così - guariranno.
    Ma quando respiro non più avrò 
    cogli occhi per sempre chiusi:
    lor mi vedranno che in alto andrò
    ad affollar silenti pascoli giammai verdi né illusi. 

     
  • 27 agosto 2020 alle ore 19:18
    Veterani di guerra (inutile ferraglia)

    Veterani di 1000 cento battaglie
    can perso dignità e frattaglie
    in petto portan scritto
    i segni dell'oggi, di ieri e del domani
    oltre a tante medaglie...
    ma quelle "medaglie" le nazioni
    tutte (le) riempion d'orgoglio: ooooh
    quanta inutile ferraglia!

    Taranto, 8 settembre 2016.

     
  • 11 giugno 2020 alle ore 19:18
    The End (surreale "ottimismo" non sense)

    The End: non è la fine
    in qualche sperduto lembo
    oscuro di terra;
    The End: è il confine
    borderline...nell'attesa
    d'una nuova guerra.

     
  • 15 maggio 2020 alle ore 18:42
    La ballata del tempo passato

                                                                                    da: Edoardo Sanguineti
    Quando ci penso che il tempo è passato
    la cicogna volò&la madre apparve che m'a partorito
    poi le fate i bimbi i primi giuochi
    e poi le ragazze già le donne, i primi fuochi
    d'affetto d'amore sotto le gonne - di grande gioia:
    pensarci adesso ch'é vuoi che sia, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo è passato 
    (mica così in fretta come sembra, però!)
    che arriva un giorno mentre un'altro è scordato:
    alla nonna materna ripenso che in braccio amorosa mi tenne
    io fiorellin piccolissimo, lei crisantemo da farci strenne
    di Natale, a Natale già tutt'insiem che gioia:
    pensarci adesso oblio è il tempo, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo ritorna
    c'arriva il giorno che più mai torna
    indietro; tutti quei suoni strani, tanto magici i colori
    qual voli pindarici alti alti, tali e forti eran gli odori
    (di mandorli in festa e di vestiti che sapevan di bianco)
    nei giorni e nella notte in estate come d'inverno,
    col sole&colla pioggia: amori in paradiso mica all'inferno.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    che (i) giorni non tornano dacché lui s'è consumato,
    ardon essi inutilmente bruciando come una candela
    in pena, la pena di volti oscurati dal silenzio della sera
    della notte eterna: colei mai arde e vien al finire
    perché giorno arriva che si va a dormire.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    vita ho vissuto e (l') amor è finito
    affetti recisi da mano impietosa, 
    la morte: semper sincera come giovin sposa
    vien&prende poco lasciando - quasi nulla - ai superstiti
    di loro; a loro penso "morti vivi" già esistiti:
    ed alfin (è) pensando che giusto mi sovviene:
    un soffio di vento (è) ciocchè di Lor oggi m'appartiene.

    Taranto, 7 marzo 2016.
     

     
  • 15 maggio 2020 alle ore 18:04
    Donne in gabbia

    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora:
    in cielo brilla una solitaria stella, ma la luna è illune...
    inferriate nel cortile divelte dal sonno&camerate
    raggianti di silenziosa tristezza.
    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora
    ma poi rimesse in gabbia: al cantar del gallo...
    urli dappertutto, urla - grida -
    strazianti, infermieri al galoppo
    qua e la
    medici in visibilio nelle corsie l'inferno:
     - Sbrigati, Cacciapuoti, il valium il valium...
     - Dai, sù chiama Rostagno: che avvisi il professore
     - Sì, dottore, sarà fatto...
     - Dai, sbrigati, sù, il valium il valium...40 50
    90 NO, 80 milligrammi
    Nelle corsie l'inferno...
    ammattite...: di nuovo? NO, NO NO...
    Lugubri presagi: "camicia di forza" ovvia conclusione,
    di nuovo indosso su "letto di contenzione"!
    Questa SIGNORI, è la vita delle donne in gabbia...
    andirivieni da matti di tutte le donne (matte) in gabbia del mondo;
    E non c'è taser, né manetta, né TSO, né bastone, né "cicca" che tenga, credetemi!!!!

     
  • A Busto Arsizio - in via Dalmazia - v'é
    un precipizio
    dove molti (passando) cadon giù:
    altri non è - ciò - sol che l'inizio
    d'un piccolo indizio o forse più?
    - Ma no, tal precipizio è proprio (men che) niente -
    è soltanto un piccolo buco meno che un buco sì nella strada
    nel cui però cade dentro la gente:
     vuoi che "qualcun" vi bada?
    (è come quelli dell'autostrada!)
    Ma sì! Ma sì, allor! sì, sì, sì: su dai
    lasciam così (le cose) quel buco di tanto "strano"
    da diman - son certo - "vedrai"
    che gente di li passando più accorta sarà: si terrà per mano!

    Taranto, 19 febbraio 2016.
     

     
  • 03 maggio 2020 alle ore 9:22
    Eroi...

    Tutti eroi siamo
    sopravvissuti
    tutti eroi siamo
    diventati quasi
    per caso
    sfuggiti
    al destino
    al "mostro"
    vestiti da
    "detenuti"
    in semilibertà
    (per un'ora d'aria al mattino, di pomeriggio, sul balcone!)
    Tutti eroi siamo
    eppure
    qualcuno disse
    una volta
    "non è più tempo di eroi!"
    ma adesso 
    tutti eroi siamo
    nessuno più
    ormai è santo!
    Tutti eroi
    solo ed unicamente
    eroi...
    sopravvissuti
    diventati
    sfuggiti
    vestiti da "detenuti"
    ma siamo davvero 
    ancora vivi?
    Oppure siamo soltanto eroi?

    Taranto, 3 maggio 2020. 

     
  • 01 maggio 2020 alle ore 0:53
    Non sono un untore

    Non amo i governi e i decreti
    ma non sono un untore,
    non amo gli sbirri zelanti
    ma non sono un untore,
    non dico "io resto a casa"
    ma non sono un untore,
    non dico "andrà tutto bene"
    ma non sono un untore,
    non porto la mascherina
    ma non sono un untore,
    non prego né bestemmio
    ma non sono un untore,
    non piango né rido
    ma non sono un untore,
    vorrei baciare una donna
    ed abbracciare un bimbo
    ma non sono un untore,
    vorrei gridare al sole
    ma non sono un untore,
    vorrei seguire un uomo 
    che muore, portare un fiore
    sulla sua tomba "infetta"
    ma non sono un untore,
    vorrei tagliarmi un braccio
    per cambiare le cose
    ma non sono un untore
    non sono un robot
    ma non sono neanche un untore:
    sono solo un uomo
    tra mille e centomila;
    sono solo un uomo
    ma non chiedo perdono a nessuno
    di esserlo!

    Taranto, 26 marzo 2020.

     
  • 16 marzo 2020 alle ore 12:14
    Earth Mother

    Madre Terra: cosa sei diventata?
    Ricordi quando eri giovane, tutto era bianco o nero...
    era primordiale dei puri ricordi e delle magiche
    notti senza respiro sotto le stelle e la luna...
    Madre Terra: cosa sei diventata, cosa mai ti hanno fatto?
    Madre Terra: cosa sei diventata? Hanno ucciso
    il tuo primordiale candore?
    Madre Terra...prati di fiori arcobaleno; distese di fragole rosa
    innanzi a me!
    Madre Terra...quando tutti camminavano liberi&selvaggi
    senza brancolare nel buio segreto di Tumbstone;
    quando la tigre albina camminava libera&selvaggia
    nelle smisurate pianure di Euralia;
    quando l'aquila reale
    maestosa volava sopra le montagne blu
    e verdi della Messaglia...
    Quando tu: Madre Terra eri diversa;
    Madre Terra cosa sei diventata?
    Madre Terra...
    lo sai che
    prima... (quando: allora?!)
    i deserti (anche) erano abitati da alberi sempreverdi:
    forse erano (anche) arànci amari&dolci?!
    Madre Terra...
    cosa sei diventata: pura& semplice
    merce di scambio...
    soltanto un "affare" da uomini!

    Taranto, 27 dicembre 2013.

     
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  • giovedì alle ore 13:50
    Stories of Palestine

    Come comincia:  - Mena Eyad Fathi Sharir aveva solo due anni. E' morta il diciotto maggio scorso in seguito alle ferite riportate nel bombardamento (mirato) della sua casa, avvenuto una settimana prima nel quartiere di al-Manara (al-Nafaq street) a Gaza City, nella Palestina occupata. Nel bombardamento è scomparsa tutta la famiglia della bambina: Eyad Fathi Sharir, il padre, che aveva trentacinque anni; Layali Taha Abbas Sharir, la madre, di quarantuno anni; Lina Eyad Fathi Sharir, sorella maggiore della piccola, sedicenne. Il corpo di Lina è stato recuperato dopo l'attacco aereo ed é stato fatto a pezzi. Le fonti della notizia (IsraeliPalestine.org e Mnar Adley, editore indipendente presso Mint Press News) citano ulteriori notizie che mi sembra doveroso riportare all'interno di questa storia. La prima: "l'area ha subito gravi danni perché é densamente popolata, venticinque palestinesi nell'area circostante sono rimasti feriti a causa dell'esplosione"; la seconda: "l'esercito ha affermato che Abu Sharir è uno dei capi militari delle brigate Al-Qassam, ala armata di Hamas"; l'ultima invece: "il Ministero della salute palestinese afferma che l'esercito ha sparato missili contro edifici adiacenti all'ospedale indonesiano, causando danni agli edifici e all'ospedale". Mi sono fatto le seguenti domande, alcune settimane fa, dopo aver letto la storia di Mena e della sua famiglia. La prima è stata questa: "Se i sospetti degli  israeliani erano fondati che senso aveva bombardare aree così vaste?  Non essendo però né un soldato israeliano, né tanto meno un membro della polizia israeliana residente sul posto, ed a diretta conoscenza dei fatti, in molti potrebbero obiettare sulla mia domanda ed affermare che non abbia ragione d'essere posta. Al contrario, penso che sia lecito porsi domande del genere: bisognerebbe sempre domandarsi il perché sull'accadimento delle cose anche quando ci si trova a migliaia di chilometri di distanza rispetto ad un evento, al loro accadere (sempre tragico quando muoiono persone innocenti a causa di azioni militari e di guerra). Gli israeliani avrebbero potuto procedere con dei rastrellamenti a tappeto invece di bombardare ma anche la rappresaglia, ahimé, fa parte della guerra. La definizione di rappresaglia (dal vecchio vocabolario "Il Piccolo Palazzi", a cura di Fernando Palazzi ed edito dalla casa editrice Ceschina-Principato di Milano : "danno che si fa ad altri per vendetta di danno patito". I nazisti, durante la seconda guerra mondiale, uccidevano dieci esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso (non necessariamente, però, da uno di quei dieci esseri umani mandati a morire davanti al plotone d'esecuzione)..."una volta hanno sbagliato a far di conto", ha scritto qualcuno (se ne accorsero dopo, quando il plotone aveva già sparato!). Nessun problema: nella successiva rappresaglia hanno conteggiato undici esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso. La precisione, si sa, è d'obbligo a questo mondo, soprattutto quando si ha a che fa... se trattasi di esseri umani. Sovente anche io sono preciso, addirittura precisissimo (mai puntuale, però: neanche ad un appuntamento galante, neanche ad un colloquio di lavoro o quando devo ricevere soldi; neanche alla cerimonia funebre di mia madre e mia sorella lo sono stato!); in passato lo ero ancor (di) più ma ultimamente l'andropausa comincia a batter cassa con maggior insistenza ed allora, in linea di massima, posso affermare di essere "precisino" oggidì. Per fortuna, però, non sono nazista né israeliano, altrimenti chissà...cosa sarebbe successo.Gli israeliani, bontà loro, hanno ucciso ventitrè palestinesi per ogni israeliano morto (il conteggio non l'ho fatto io che sono anche ragioniere e in molti dicono che abbia comprato uno dei miei due diplomi; non è stato neanche qualche ragioniere del comune di Gerusalemme o un impiegato ultrazelante del catasto a Haifa, credo!): questa volta, pare, abbiano sbagliato anche loro a far di conto, pur non essendo nazisti. La seconda domanda è questa: che senso ha recuperare il corpo di una ragazzina morta e farlo a pezzi ? Fosse stata anche la figlia, la sorella o qualsivoglia familiare o parente di un jihadista non avrebbe ragion d'essere, per mio conto, la cosa. Il gesto, credo, abbia valore simbolico e dichiaratamente cannibalistico...politico. Vuole sancire, cioé, da parte degli israeliani la supremazia sugli altri; un azione tesa ad annichilire i Palestinesi, ad estirparne l'anima impossessandosi in modo brutale del corpo di un loro cadavere. La "soluzione finale" di Hitler nei confronti degli ebrei nulla aveva a che spartire con un fatto religioso, ma aveva carattere politico ed economico nei confronti delle lobbies giudaiche di  editori, industriali, finanzieri e banchieri che imperversavano in tutta Europa. Allo stesso modo, secondo molti, gli israeliani mirerebbero ad uno Stato israeliano senza Palestinesi (non fu un caso che nel 2018 lo stesso Primo ministro Benjamin Netanyahu avesse promulgato, con l'avvallo della knesset, il parlamento di Israele, una legge che rafforzasse lo Stato israeliano: una sorta di "Israele agli israeliani" e basta!) ed il loro altri non è che vecchio, tradizionale e buon colonialismo mascherato da guerra di religione (quello inglese lo era, ad esempio, velato da una sorta di "umano" paternalismo) ed accompagnato da una pulizia etnico-territoriale non tanto mascherata, direi (è noto come da più parti, o venga sempre più spesso usata la doppia terminologia di segregazione razziale e apartheid nei confronti del popolo palestinese). Ma dopo aver fatto questa domanda, anzi, dopo averla fatta a me stesso, cercando in modo quasi "edonistico-narcisista" di darmi una parvenza di valida risposta, ho riflettuto su una cosa: ovvero, ho letto altre due notizie che mi hanno, in certo qual modo, ricollegato all'atto dello smembramento del corpo, da parte dei soldati, della sedicenne Lina, sorella della piccola Mena. La prima notizia, recente quasi contemporanea a quella della morte delle due bambine e dei loro genitori, reca scritto: " ......
    (mentre scrivo, si hanno notizie di occupazioni, di arresti in molte zone della Palestina, da Gerusalemme alle zone vicine, in zone più lontane e nei villaggi dei borders...
     - Abed Tamy vive a Gaza con la sua famiglia di otto persone, compresi i suoi genitori anziani ora. Entrambi hanno avuto un ictus e sono disabili. Qualche giorno fa mi ha chiesto aiuto, scrivendomi un messaggio via twitter:
     - Non abbiamo nulla, né soldi né cibo. I miei genitori hanno bisogno di cure e di farmaci. Non lavoro e la nostra vita è molto difficile e brutta, qui a Gaza. Per favore, fratello, puoi aiutarci? - Lo saluto, in risposta al suo messaggio. Poi mi da le coordinate del suo conto paypal. Non rispondo ma li mando una piccola somma (soltanto cinque euro, 18,87 ils al cambio corrente) e poi lo avviso in chat. Lui, subito, mi risponde:
     - Grazie mille, spero per te il meglio! - Io replico così:
     - Non sono molti. Ricordati di me, per favore! Di ai tuoi amici che sono un vostro fratello. Ciao, Abed. - In un tweet del sedici maggio, Abed aveva scritto:
     "Tutte le strade che portano all'ospedale al-Shifa, a Gaza, sono state bombardate e distrutte". - Tutto coincide, infatti. Leggo e riporto la seguente agenzia, datata diciassette maggio, ripresa da Al-Jazeera e dalla redazione dell'ANSA: "In uno degli attacchi compiuti da Israele nella Striscia è morto il medico Ayman Abu al-Ouf, e con lui la moglie e cinque figli. Lo ha reso noto il Ministero della Sanità palestinese secondo cui i loro corpi sono stati portati all'ospedale Shifa dove il professore era una figura di primo piano, noto anche nella comunità medica internazionale. L'attacco - dove sono rimasti feriti decine di palestinesi - é avvenuto nella notte di sabato scorso nella via Al Wahda a Gaza City, a duecento metri dall'ospedale. In memoria di al-Ouf la struttura ha intitolato una delle sue sale". La disoccupazione nei territori occupati (tanto nel West Bank, quanto lungo i borders e nella Striscia di Gaza) rasenta il tasso del 50%: i palestinesi lavorano quasi tutti in Israele, per lo più occuati nel settore dell'edilizia, e sono mal retribuiti, ipersfruttati e privati d'ogni elementare diritto sindacale. Non possono produrre cibo e generi alimentari per loro conto, né medicinali o altri generi di prima necessità: essi li acquistano tutti, quando sia possibile, fuori dai loro territori dagli israeliani. Il reddito pro-capite annuo, in Palestina, è di millequattrocento dollari (uno dei più bassi al mondo) mentre quello di un israeliano medio arriva anche a trentacinquemila dollari. La disponibilità alimentare giornaliera per un israeliano rasenta le tremilacento-tremiladuecento calorie mentre quella di un palestinese arriva a malapena alle ottocento-mille.
     -  I "bombardamenti"/bombing: dal racconto di Sama (ragazza palestinese) - Quei sette minuti...che abbiamo vissuto sono stati i più duri della nostra vita...la situazione era molto difficile! Ero in camera con mia sorella, ho ricevuto un messaggio da mia cugina  che mi informava che i bombardamenti erano vicini a noi. Mi ha detto: "Come va, tutto bene?" - Mentre le stavo rispondendo che tutto andava bene, i bombardamenti sono diventati molto più violenti. Sono andata verso il soggiorno dove tutta la mia famiglia era riunita perché é un luogo un po' più sicuro. Mio padre é andato sulla terrazza che dà sulla strada per controllare la situazione. Ma i bombardamenti erano vicini, proprio davanti casa. Mio padre è arrivato per avvisarci e chiederci di evacuare, non aveva ancora finito la frase che è caduto a terra per la potenza dell'esplosione. Abbiamo pensato che fosse morto da martire, non poteva più alzarsi e ci ha chiesto di evacuare in fretta. Il padre: "Uscite! Uscite!". Sama: "Andiamo fratelli, veloci!" "Forza, Misk!". - Non avevo altra soluzione che prendere la mia sorellina e scappare. Siamo usciti di casa con mio fratello che mi seguiva e la porta si è richiusa e il resto della famiglia é rimasto bloccato dentro. Quando la porta si é chiusa ho immaginato che la mia famiglia sarebbe morta dentro l'appartamento perché i bombardamenti erano molto violenti. Siamo scese per le scale e c'erano macerie dappertutto e un'auto che bruciava. In quel momento ho pensato che saremmo stati colpiti. Mi sono allontanata di qualche metro dall'edicifio assieme a mia sorella, un missile è caduto sull'ingresso. "Non aver paura, mia cara!", "Non aver paura, sono qui con te!". "Non aver paura, andiamo verso i cassonetti dell'immondizia per proteggerci!". La situazione era molto difficile. Nel momento in cui sono arrivata al portone, il luogo più sicuro del nostro appartamento, lassù, riceveva le bombe. Anche la situazione in strada era pericolosa, c'erano macerie dappertutto, vetri rotti e una macchina in fiamme...tutto era distrutto e i bombardamenti non smettevano! In quel momento non immaginavo di poter sopravvivere. Ho preso la mia sorellina per mano e mi sono messa a correre più veloce che potevo, per cercare di raggiungere un luogo sicuro. C'erano molti bombardamenti. Come ci siamo allontanate dai pericoli, gli attacchi sono diventati ancora più violenti. Abbiamo corso ancora per allontanarci ancor di più dal pericolo, l'obiettivo era di giungere sino ai cassonetti dell'immondizia per metterci al sicuro ma non era facile arrivarci. "Vai verso il cassonetto dell'mmondizia, mia cara." "Vicino al cassonetto." "Ambulanza, venite ad aiutarci, salvateci, mia sorella é ferita!". Paramedico: "Salite, presto! Salite!". Ci siamo ritrovati sotto il mio palazzo con la mia famiglia. Gli abitanti del palazzo sono stati evacuati in novanta secondi sotto dei forti bombardamenti. Centododici appartamenti sono stati evacuati in soli novanta secondi. La situazione era molto difficile, molte famiglie non hanno potuto prendere neanche il minimo indispensabile delle loro cose. Non é ora che i bambini disegnino le loro speranze e i loro sogni per il futuro? Che abbiano almeno il diritto di vivere la loro infanzia? Siamo un popolo che ama la vita, non siamo dei numeri. Abbiamo dei sogni e delle speranze. Desideriamo vivere una vita normale. La nostra sofferenza finirà soltanto con la fine di questa occupazione israeliana (Fonti/Sources: Gaza Stories&InvictaPalestine.org). Il palazzo in cui Sama Ismael viveva insieme con la sua famiglia, sino a qualche settimana fa, é situato nel centro di Gaza City: i bombardamenti israeliani sono stati "mirati" anche questa volta, e precisi...hanno colpito, cioé, in maniera altamente precisa e profondamente mirata. Il palazzo dei media, come veniva chiamato, enorme costruzione di dodici piani nel centro di Gaza, il quale ospitava anche i locali della Associated Press e di Al-Jazeera english oltre ad altri uffici di media ed appartamenti residenziali, é crollato poche ore dopo che un altro raid aereo israeliano su un campo profughi densamente popolato (come riporta il notiziario online di France24 del 15 maggio 2021) aveva ucciso almeno dieci palestinesi di una famiglia allargata, per lo più bambini, il sabato precedente. Fares Akram e Joseph Krauss, entrambi dell'agenzia di notizie americana AP (Associated Press) sulle colonne del Time, settimanale newyorchése, scrivono quanto segue: "Israele ha effettuato una ondata di attacchi aerei su quelli che ha detto essere obiettivi militari a Gaza, abbattendo un edificio di sei piani nel centro della città, e i militari palestinesi hanno lanciato dozzine di razzi su Israele all'inizio di martedì, l'ultimo nella quarta guerra tra le due parti, giunta alla sua seconda settimana. Le esplosioni degli attacchi aerei echeggiarono nell'oscurità prima dell'alba a Gaza City, inviando lampi arancioni nel cielo notturno. I bombardamenti hanno rovesciato l'edificio Kahil, che contiene bibilioteche e centri educativi appartenenti all'università islamica (erano questi gli obiettivi militari di cui parla l'esercito israeliano?!). Nuvole di polvere incombevano sul sito, che era stato ridotto a cumuli di macerie di cemento e cavi elettrici aggrovigliati". La torre di Kahil/Kahil Tower rimase l'unica in piedi nella zona circostante: nelle foto che la ritraggono vicino alle macerie (una delle quali la osservai proprio nel profilo instagram di Sama, pur non non avendo conoscenza se l'abbia scattata personalmente) sembra davvero un albero spoglio in mezzo al deserto. I due reporter scrivono ancora: "...". 

     
  • Come comincia:  Non sapevo come cominciare questa parte del mio diario di bordo, per un motivo particolare (o particolarmente importante: direi essenziale!): trattasi di una questione addirittura ultrasecolare (per alcuni, come per il grandissimo Bruce Chatwyn, che spesso definisco "viaggiatore del tempo", ed il quale aveva letto per intero, tra le altre cose, nella sua vita, la Bibbia, ed il Corano, risalente addirittura al tempo di Caino ed Abele: si sa, però, quanto spesso i testi sacri raccolgano leggende e raccontino di miti piuttosto che di evidenze storiche documentate) intorno alla quale sono stati scritti fiumi di parole e, purtroppo, intorno alla quale sono scorsi fiumi di sangue; tuttavia, gli eventi delle ultime settimane mi hanno indotto a prendere una posizione netta in merito alla suddetta questione, per cui il primo ritaglio (o frammento, o pillola per parafrasare il titolo stesso che ho dato al racconto) ritengo dovesse farlo capire a tutti, in maniera inequivocabile. Spererei anche, con i miei scritti, di fare un po' di chiarezza (cosa alquanto pretestuosa, la mia, anzi, direi pretestuosamente, scarsamente ed impossibilmente attuabile!) o quanto meno di fare, nel mio piccolo, cosa utile alla causa del popolo palestinese.
     - Dina Qoran è una donna palestinese di mezza età, oggi. Nel marzo del 1989 (correva il giorno otto del mese, per la precisione), mentre prendeva parte ad una pacifica manifestazione a Ramallah (la cittadina posta nei pressi di Gerusalemme è in pratica la capitale di Palestina), per celebrare la Giornata internazionale della donna, venne ferita al mento ed alla spalla dai proiettili di gomma sparati da un cecchino dell'esercito israeliano: se la cavò con diversi punti di sutura ma una sua amica, che prendeva parte alla manifestazione insieme a lei, perse addirittura un occhio.
     - Abbiamo protestato pacificamente, - disse la donna, - non sono state lanciate pietre o altro. Un cecchino mi ha colpito con un proiettile di gomma. All'epoca si concentravano sugli occhi o sulla schiena per paralizzarci quando sparavano. Sparavano per procurare danni. Eravamo in piedi e il cecchino si è concentrato sulla mia faccia. Mi sono mossa e invece degli occhi, il proiettile mi ha colpito il mento. Le persone intorno a me mi hanno aiutato a mettermi in macchina e mi hanno portato in ospedale. E' stata una marcia pacifica ma a loro non importa della vita umana. Sono stati loro a venire da noi, non noi che siamo andati da loro. -  La donna dice anche di essere stata fortunata, quel giorno, perché a molti altri era capitato di peggio. Da quel lontano 1989 (avevo ventisei anni, all'epoca), migliaia sono le persone che hanno perso la vita, in Cisgiordania, a Gerusalemme, lungo i borders dei territori occupati, lungo tutta la striscia di Gaza che si affaccia sul mare; le cose non sono cambiate di una virgola ed il tutto - cosa più orribile di tutte - avveniva allora ed avviene oggi con l'avvallo della maggior parte dei governi occidentali (Italia inclusa e tranne piccole eccezioni: il 30 ottobre del 2014, infatti, la Svezia - unica nazione europea - riconobbe lo stato libero di Palestina, attraverso una dichiarazione ufficiale dell'allora ministro degli Esteri Margot Wallstrom distribuita alle agenzie di stampa e ai media). Fortunata davvero, quindi, questa donna, che ha potuto raccontare ciocchè gli sia accaduto. (fonte/source: WestbankNarratives). 
     - Leggo un tweet, ad opera di una donna araba, seguente a quanto scritto. Esso dice (non lo ricordo parola per parola, il concetto tuttavia è quello che conta): "chi sopravvive al dolore, a una propria esperienza dolorosa non dovrebbe raccontarlo". Non sono assolutamente d'accordo, su questo pensiero: nella fattispecie Dina Qoran può senza dubbio definirsi "sopravvissuta"; lei lo è stata, ed è stata anche fortunata ad esserlo. La sua esperienza è stata raccontata a WestbankNarratives e poi filtrata da me, in questo mio racconto; ciò lo ritengo fatto positivo: la maggior parte delle storie, in Palestina e nei territori occupati, sono dolorose, questa invece può ritenersi una storia "dolce&amara" al tempo stesso, o meglio amara e poi dolce nel suo concludersi visto che la donna ha svolto in seguito una esistenza (abbastanza) normale, nonostante tutto quello che li accadde tanti anni fa. Raccontare le proprie esperienze, dolorose o meno che siano, fa parte dell'esistenza stessa degli uomini (intesi come esseri umani, non solo di genere maschile): l'esistenza, la vita non è fatta solo di sorrisi o solo di pianti; essa consta degli uni e degli altri e...raccontare degli uni e/o degli altri va bene in egual modo. 
      - Le radici palestinesi/palestinians roots - "Il palestinese pensa che vi sia legame di sangue con l'Algeria: un suo bisnonno viveva nel deserto algerino prima di essere mandato nel deserto del Negev, e che l'algerino sia nato a Giaffa/Jaffa, prima di diventare abitante di Orano/Oran" (Osama Mohammed)
     - "Sessantuno bambini sono stati uccisi a Gaza in meno di dieci giorni. Non erano terroristi e non erano soldati: erano soltanto bambini. Adam Al-Tinani era uno di loro, aveva quattro anni. Non si sveglieranno mai più!". Questo è il testo dell'appello lanciato in video sui social da Sami Yusuf, cantautore britannico di origine azera, definito il Bono musulmano" (Bono è lo pseudonimo di Paul David Hewsom, cantautore, attivista, compositore e musicista irlandese, nonché membro della rock-band degli U2).Yusuf è nato a Teheran, in Iran, da genitori  originari dell'Azerbaigian, nel luglio del 1980, ma è cresciuto (anche artisticamente) nel Regno Unito (soprattutto a Londra). Il suo appello si chiama "saytheirnames" (scandisci i loro nomi): della serie - a mio avviso - "quello che le televisioni di stato non vi diranno mai"
     - L'Irlanda mostra la via al mondo ma...non è orbo, più che altro penso che sia sordo - "L'Irlanda mostra la via per l'annessione di fatto della Palestina da parte di Israele", questo titola oggi (28 maggio 2021) Memo (MidlleEastMonitor). Ramona Wadi scrive: "Quando si tratta di Palestina, la Repubblica d'Irlanda continua a fare da apripista per le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Una recente mozione del Sinn Fein (in gaelico irlandese la dicitura sta per "Noi stessi"; in inglese moderno per "Ourselves Alone", ossia Noi stessi da soli: il movimento indipendentista irlandese di ispirazione socialista) che richiamava l'annessione de facto da parte dell'Oireachtas, il parlamento irlandese (esso, in breve, è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è formato da due assemblee: camera bassa e camera alta). Ciò ha reso l'Irlanda il primo stato europeo ad utilizzare una terminologia politicamente accurata per l'ultimo accaparramento di terre da parte di Israele. Gli emendamenti alla mozione, inclusa l'espulsione dell'ambasciatore di Israele in Irlanda e l'appello a imporre sanzioni a Israele, non sono riusciti a ottenere un sostegno sufficiente. La reazione isaraeliana, ovviamente, non ha atteso a farsi sentire: "Questa posizione riflette una politica palesemente unilaterale e semplicistica", ha belato il ministro degli esteri Gabi Ashkenazi che ha descritto il movimento Sinn Fein come "una vittoria per le fazioni palestinesi estremiste". Le mie impressioni sono queste: a Ramallah, la bandiera tricolore irlandese oggi volteggiava nell'aria insieme al quadricolore (rosso, nero, bianco, verde) palestinese...l'Irlanda aprì la via "antiapartheid" in Sudafrica (l'ho letto da qualche parte, non importa però dove!): sarà così anche questa volta? Inoltre, è da dire che sia troppo semplicistico, da parte del ministro degli esteri dello stato più potente del Medio Oriente nonché quello che vanta uno degli apparati militari più potenti ed efficaci al mondo, dare una simile risposta: non è forse unilaterale, da parte di Israele, bombardare obiettivi e persone che nulla hanno a che vedere con la sicurezza interna dello stato? A questa risposta contrappongo il pensiero di una donna ebrea; quello, cioé, della novantenne attivista newyorkese Shatzi Weisberger, che ha dichiarato: "L'olocausto è esistito, l'antisemitismo anche, ma il mio cuore piange nel vedere che gli ebrei adesso siano gli oppressori!". Fatto importante, secondo me, sia che questa anziana ed arzilla signora sia apparsa sui social in una foto che la ritrae seduta sulla sua sedia a rotelle mentre imbraccia il cartello recante scritte le parole di cui sopra che ho tradotto in italiano dall'inglese: non è una fake news virale (come suol dirsi) bensì Shatzi esiste per davvero ed è ancora alquanto viva e sicuramente vegeta, direi!
     - A proposito di...bambini (da un post pubblicato su facebook) - Zeid Mohammad Odah at-Tilbani, 5 anni: è stato ucciso il dodici maggio scorso insieme alla sua sorellina Mariam (tre anni) da un missile che ha colpito la loro casa nel quartiere di Tal al-Hawa, a Gaza City. Ora mi faccio le seguenti domande: era forse un terrorista? Era forse un soldato israeliano? No, davvero! Era soltanto un bambino! Le fonti della notizia sono le seguenti: israelipalestinenews.org&if americansknew, agenzia indipendente di notizie e informazioni dal mondo. La traduzione letterale del nome dell'agenzia è "se gli americani lo sapessero". Ma siamo sicuri che soltanto la maggioranza degli americani non sia a conoscenza di queste notizie? Quanti europei (italiani inclusi) ne sono a conoscenza in maniera dettagliata? I notiziari delle televisioni private, in Italia, e della televisione di stato, hanno passato notizie di questo genere? Alla fantomatica organizzazione "Amici di Israele" rispondo scrivendo che "non sono amico di Israele se per esserlo è da intendersi: amico dello Stato di Israele, del suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, degli esponenti tutti del partito di destra del Likud (di cui Netanyahu è esponente di spicco), del Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, dell'esercito israeliano, dei coloni israeliani e di tutti i capi di stato amici dello Stato di Israele". Essere (o soltanto considerarsi) tale equivale - a mio modesto modo di intendere - né più né meno ad essere un nazista: nessuna differenza alcuna vi é tra l'una è l'altra cosa. Per cui, molti cattolici che si schierano con Israele farebbero bene a rivedere le loro posizioni...essendo ateo, mi ritengo fortunato in questo frangente, scevro da impedimenti "teologici" di sorta nell'operare le mie scelte.
     - A proposito di...missili, coloni e terre defraudate - 4000 missili di Hamas questa volta hanno colpito le città israeliane; 10000 800000: addirittura un milione, dicono alcuni! (cifre gonfiate ad arte, secondo moltissimi altri: pur volendo, Hamas non potrebbe mai disporre di una tale potenza di fuoco e comunque non arriverebbe ad eguagliare neanche il 10% di quella messa in campo da Israele...i suoi F16 e i suoi F35 - di costruzione e finanziamento statunitense - sono quanto di più moderno possa esistere al mondo in ambito di aviazione militare). La genesi di tutto, però, è un'altra, visto che i missili sono soltanto un pretesto, come spesso è accaduto da parte israeliana: risiede nel quartiere (simbolo) di Sheikh Jarrah, Gerusalemme est, che si trova in prossimità della spianata delle moschee e della zona industriale. Quattro famiglie di palestinesi hanno ricevuto ordine di sfratto, per far posto a famiglie di coloni israeliani; poi sono diventate ventuno, anzi, altre ventuno si sono "aggiunte" alle altre. Stranamente, il 94% delle domande di alloggio da parte di civili palestinesi alle autorità isaraeliane vengono respinte...(nell'ottobre di cinque anni fa Nena News riportò un rapporto pubblicato dal quotidiano progressista israeliano Haaretz, basato su dati ufficiali, secondo cui dei 3238 permessi di costruzione emessi dal comune di Gerusalemme nel 2015 soltanto 189 erano destinati a palestinesi, mentre, se si guardano gli ultimi cinque anni, i numeri variano poco: su 11603 permessi solo 878 sono stati riconosciuti a quartieri palestinesi; oserei dire che trattasi di un vero e proprio suffragio universale sancito a furor di popo...di permessi negati) le famiglie sono andate via, per far posto a proprietari illeggitimi secondo il diritto internazionale: alcuni dicono che sorgerà nella zona un parco giochi, altri che nascerà una sorta di silicon valley sul modello americano della California... ma due organizzazioni dei coloni israeliani, Nahalat Shimon International e Ateret Cohanim, risultano essere (non proprio casualmente, è probabile!) tra le più attive nelle richieste di sfratto di famiglie palestinesi a Gerusalemme est, e sono registrate negli States dove godono anche di sgravi fiscali. Sul quotidiano Repubblica così si è espresso, al proposito, Tahar Ben Jelloun, il 23 maggio scorso: - Il conflitto in corso fra Israele e Hamas non assomiglia all'ultimo in ordine di tempo, quello del 2014. La guerra attuale è nata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme est il 10 maggio in seguito al tentativo di soldati israeliani venuti a sgomberare famiglie palestinesi dalle loro case a favore di nuovi coloni. Nulla a che vedere con Hamas -. Interessante è anche la testimonianza di uno studente iraniano, di stanza a Gerusalemme. (nota personale: il racconto che segue, non è testuale, ossia non sono sempre le parole testuali, per filo e per segno raccontate dall'interessato: a volte ho dovuto cambiarle per via della doppia traduzione - dapprima dall'arabo all'inglese e poi dall'inglese all'italiano - sperando di non aver alterato il senso od il significato delle parole stesse). Così scrive, dal suo diario, Dewan su Zeytoonaut (ex rivista studentesca "Olive" della Amir Kabir University of Technology di Teheran, Iran): "Da diversi anni seguo gli eventi in Palestina direttamente dalle pagine palestinesi nel cyberspazio, e ho incontrato un nuovo mondo. Un mondo completamente diverso da quello palestinese che i media ci hanno sbandierato. Durante il mese sacro del Ramadan, l'atmosfera in Palestina é diversa da tutti i paesi islamici, ma i palestinesi credono che il ramadan sia diverso a Gerusalemme. Hanno una frase famosa: "il ramadan a Gerusalemme non é...". I palestinesi odorano di lotta in tutte le loro attività quotidiane, e la lotta si mescola alla loro carne e al loro sangue. Durante il ramadan queste attività si intensificano cosicché anche la preghiera  e l'interruzione del digiuno sono in difficoltà (nota personale - leggo alcune opinioni in giro sui social e mi faccio la mia opinione: i bombardamenti isaraeliani sono assolutamente "scientifici", non casuali; tendono a fiaccare la resistenza morale dei palestinesi ed é per questo che vengono effettuati in prossimità del ramadan; loro li chiamano "mirati", appunto...mi arriva un tweet in risposta ad un mio tweet - in gergo dicasi che il mio tweet é stato reetwittato -, è quello di Shahd Abusalama, attivista, attrice, scrittrice palestinese di stanza in Inghilterra, a Sheffield, la quale mi ringrazia e mi dice che il suo popolo é sotto le bombe; li dico che sono onorato di avere una sua risposta, poi manda un suo tweet, in cui dice che un suo amico, vicino di casa della famiglia, é rimasto ferito: io li dico che il mio cuore piange per il suo amico; poi mi scrive: gli israeliani avvertono prima di bombardare; io li rispondo, in inglese, con sarcasmo:"israeli armies...they're very kind, afterwards!"/ in fondo le forze israeliane sono gentili! E come colui che, pur vedendo la porta della tua casa aperta, chiede permesso prima di entrare ma...poi, alla fine, nella tua casa entra ugualmente, anche se il permesso di entrare non glielo hai concesso. Sono preoccupato, ho paura di aver mancato di rispetto a Shahd e al popolo palestinese: il sarcasmo, nella traduzione dall'italiano all'inglese potrebbe essere travisato da qualcuno; inoltre, ne sarei immensamente dispiaciuto: quella ragazza come tanti suoi connazionali hanno sofferto troppo per meritarsi questo da qualcuno, me compreso). Anche il loro cibo preferito, maqloubeh, fa riferimento al rovesciamento del regime sionista ed é considerato una attività politica (nota personale: probabilmente al pari, se no di più, dell'indossare il kefiah - copricapo tradizionale della cultura araba e mediorientale in genere - o dello sbandierare il quadricolore della Palestina: anche bambine sono state malmenate, aggredite ed addirittura arrestate in passato per averlo fatto), poiché deve essere restituito al vassoio. Pertanto, la moschea di Al- aqsa è più tesa che mai durante il ramadan, ma quest'anno si sono verificati eventi più recenti. Vi sono numerosi precedenti di occupazione sionista nell'anniversario della moschea di Al-Aqsa. La moschea è la red-line dei palestinesi e, per evitare che ciò accada, sono venuti alla moschea da ogni parte il giorno prima della manifestazione. I sionisti li hanno bloccato la strada ma hanno abbandonato la loro auto e si sono avviati a piedi verso la moschea. Quella notte, che fu anche la notte dei palestinesi, tutti rimasero nella moschea per impedire l'aggressione sionista. La promessa dei sionisti era di arrivare alle sette del mattino e dal momento in cui arrivarono sono cominciati gli scontri. La moschea è stata bombardata e negli scontri centinaia sono rimasti feriti. Hanno cercato aiuto, i palestinesi, da altri palestinesi, dal mondo arabo e dai musulmani (nota personale: esiste una diaspora giudaica ma esiste una diaspora palestinese, nel mondo: dal continente americano all'Oceania, passando per l'Asia; me ne sono reso conto in queste settimane e...meno evidente e meno nota dell'altra, eppure esiste e non é meno "dolorosa": racconta di un popolo estromesso dalla sua terra; da quella terra che i suoi avi abitavano ancor prima degli altri!). La loro resistenza continuò e gli ebrei sionisti non osarono entrare nella moschea e si dispersero. Questo incidente è stato uno degli eventi più importanti. Sheikh Jarrah è il nome di un quartiere a Gerusalemme est (nota personale: non meno importante è quello di Silwan, posto sulle alture della città) dove i sionisti hanno cercato di "giudaizzare" l'area e hanno pianificato di impadronirsi e occupare quelle case con la forza (nota personale: la loro è una occupazione "scientifica" o scientificamente pianificata nel corso degli ultimi die...settanta anni, almeno; essa prosegue lentamente ma inesorabilmente al fine di scardinare la identità culturale, religiosa e familiare arabo-palestinese. Mi ricorda una "soluzione finale" di teutonica origine, una sorta di pulizia "etnico-religioso-territoriale": è un processo molto meno appariscente - non così tanto, tuttavia, se si leggono le scarne ma impietose cifre riguardanti vittime, arresti, torture, soprusi continui, assassinii, occupazioni di terre, espropri di case, abbandono e isolamento, bombardamenti - ma non meno destabilizzante; mi ricorda anche il vecchio colonialismo - soprattutto quello francese in Africa, nel Maghreb, ma anche quello britannico-boero-tedesco nell'Africa del Capo, quello dei belgi nel Congo attuale, quello degli aborigeni nel continente australiano, degli indiani nativi nel continente americano - che tendeva a sradicare l'identità dei popoli indigeni al fine di accaparrarsi della loro stessa "anima"...ci sarà mai, mi domando, una Little Big Horn per gli israeliani?). Gli abitanti di Sheihk Jarrah erano solo venticinque famiglie, ma erano un piccolo esempio dell'oppressione della Palestina nel 1948. Quindi, non erano solo venticinque famiglie ma rappresentavano tutti i palestinesi sfollati dal 1948. E' stata la somma di questi due eventi che ha segnato l'evento". Gerusalemme, prima del 1948, data miliare non solo per Israele ma anche per i palestinesi, purtroppo, rappresentava la parte neutrale, per così dire, all'interno dell'enclave arabo-israeliana: o meglio, una sorta di stato cuscinetto tra le due "compagini" in campo, sotto la custodia dei britannici i quali, alla fine, dovettero abbandonare il campo (il mandato) no per decorrenza dei termini (come si è soliti affermare in ambito legale e giudiziario) bensì per manifesta inferiorità...palese incapacità a risolvere la questione. In poche parole se ne lavarono le mani, come lo stesso Ponzio Pilato, il più famoso prefetto della storia dell'uomo, aveva fatto nel I° secolo a. C., dando in mano ai leoni (erano proprio, neanche a farlo apposta, i sadducei, ovvero gli aristocratici giudei del tempio) Gesù Cristo: sancendone, de facto,  con quel gesto, la successiva crocifissione. Ma i britannici non avevano le mani pulite, allo stesso modo in cui (come raccontano i Vangeli) non dovrebbero essere considerate tali quelle di Pilato.
     - Balfour e il 1917 - Il 1917 viene considerato dagli storici un anno importantissimo. Questo è il parere, ad esempio, di Furio Biagini che su Eunomia, Rivista semestrale di Storia e Politica internazionali, pubblicata ad opera dell'Università del Salento di Lecce, il 2 novembre del 2017 (nel 100°anniversario, cioé, della Dichaiarazione Balfour/Balfour declaration), parla di quell'anno come di "un anno cruciale", appunto; per i seguenti motivi: l'entrata in guerra (la grande guerra) degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell'Intesa (Russia, Inghilterra e Francia, poi coadiuvate da Italia e Giappone ancor prima che dagli Stati Uniti); lo scoppio della rivoluzione bolscevica in Russia (a ottobre) che sancì, in pratica, l'abbandono da parte di quella della suddetta alleanza; la dichiarazione Balfour, come detto. Gli inglesi giocarono un ruolo importante, come sempre; ma anche mostrarono un atteggiamento a dir poco equivoco...utilitaristico: anche questo è accaduto spesso, nel corso della storia. "Il 6 aprile ", scrive Biagini, "gli Stati Uniti entrarono in guerra contribuendo, in maniera decisiva, a mutare il corso del conflitto, ma, soprattutto a modificare l'idea politica che i rapporti tra le nazioni si basassero esclusivamente sulla forza e non anche sul diritto. Per di più, l'intervento statunitense andava oltre i problemi strategici contingenti, inaugurando quello che potremmo chiamare il "secolo americano", l'inizio di un futuro radicalmente diverso per il mondo intero". In calce a quanto scritto, Furio Biagini aveva prima inserito (dopo il titolo del paragrafo che fa "L'anno che ha cambiato la storia") lo stralcio di un discorso di Woodrow Wilson, all'epoca presidente degli Stati Uniti, tenuto di fronte al senato il 22 gennaio 1917 (solo due mesi prima dell'intervento in guerra americano): "Nessuna nazione cercherà di estendere la sua politica su ogni altra nazione o popolo [...]; ogni popolo sarà libero di determinare la propria politica, dal più piccolo al più grande e potente".
     - E mangiamo terra, se abbiamo fame...e non ce ne andiamo. E con sangue puro, non saremo avari. Qui abbiamo un passato, un presente, un futuro. Ecco la mia patria Palestina. Non ho patria tranne me e non ci sono persone tranne me (Nona Nina - nonanina46 su instagram).
     

     
  • 02 aprile alle ore 8:33
    La via dei cipressi

    Come comincia: La strada che porta al fiume, vicino la casa matta dove sta un binario morto. Un giorno ci passaron due ragazzi, dopo la squola. Mentre camminavano, mano nella mano, lei fece a lui:
     - Baciami!. - Lui si fermò, li disse:
     - Si! Ti bacio! - Dopo i due ragazzi ripresero a camminare, allo stesso modo di prima. Arrivarono dove sono due cipressi: in paese li chiamavano i lunghi grattacieli che guardano; eran così, davvero...parevano aver gli occhi, altissimi, quasi a toccare il cielo; sembrava che ti spiassero quando incrociavi la loro vista. I due ragazzi si fermarono proprio davanti ai cipressi. Lei disse al ragazzo:
     - Mai visto due cipressi tanto alti!
     - Neanche io! - rispose lui. - I due così si voltarono e ripresero a camminare. D'improvviso una folata di vento e i cipressi cominciarono ad agitarsi, sempre più forte: sembrava dovessero cadere da un momento all'altro, stramazzare al suolo come due corpi inermi. I due ragazzi si fermarono e tornarono indietro, richiamati dallo scroscio degli alberi. Poi tutto cessò. Forse i cipressi avevano sentito e forse - chissà - oltre ad aver gli occhi per osservare avevano anche le orecchie per ascoltare, dentro di loro, ed erano stati a sentire le parole dei ragazzi. Quella è la via dei cipressi. Due cipressi solamente vi si incontrano; in paese tutti li chiamano i lunghi grattacieli che guardano, ora diranno anche che ascoltano. E' da tanto che sono la, su quella strada; da più di cent'anni. La via dei cipressi è una via solitaria ma in paese la conoscono tutti: forse è per questo che nessuno ci passa più.

    Taranto, 1 aprile 2021.
     

     
  • 27 marzo alle ore 15:10
    Nombres (nomi)

    Come comincia: Questo racconto (articolo) o meglio ancora sarebbe definirlo una "rassegna" (sebbene il termine sia poco simpatico a me, visto l'assonanza con la parola parata che sa di dolce...qualcosa di militare!) è frutto di letture alquanto disordinate (per mancanza di tempo, sovente, ma anche - a volte - di voglia e di stimolo a farlo, cioè a leggere o a ricercare), di ricerche effettuate un po' ovunque (a casaccio, tra materiale in mio possesso così come nel web ed anche tra i social, o sparando...cercando, cioé, nel mucchio come spesso mi è accaduto o mi capita di fare per alcune altre cose nella mia vita e in determinati frangenti della stessa). Ne è uscito fuori (meglio sarebbe scrivere, però, "ne sta uscendo fuori", visto che il tutto sta avvenendo quasi in "tempo reale", si cormpone come un puzzle, pezzo dopo pezzo) un qualcosa che spero possa essere utile (per qualcosa ed anche a qualcuno). L'ho voluta titolare [la rassegna] usando un vocabolo che ritengo sia adatto ed esaustivo al contempo, ossia "nombres" il quale nella traduzione dallo spagnolo (idioma più convincente, spesso, in casi come questo, rispetto a quello anglosassone: forse più caldo... efficace e rafforzativo alla bisogna, direi!) sta per nomi: nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, da portare all'attenzione, alla memoria, alla riflessione di quanta più gente possibile; perchè è di loro che la storia di ognuno di noi è fatta; nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, di persone anonime come di quelle più note: nombres di storie accadute realmente; a volte conclusesi bene (o andate a buon fine), altre invece drammaticamente male, ovvero col fatal evento, la morte: perchè la vita è vita, certo, ma anche è morte; un alternarsi di gioie e dolori, un alternanza di nascite e lutti. 
    - Fiona Nalukenge (7 anni) - Primo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Fiona è orfana, vive con la nonna e tre dei suoi fratelli. Sono fuggiti dal villaggio di origine a causa di un'anomalia genetica, l'albinismo, che ha colpito questi bambini. Nei villaggi più remoti del Paese questa condizione è vista come portatrice di sfortuna e i bambini hanno sofferto l'isolamento sociale. Nonostante una vita davvero difficile Fiona è una bambina intelligente, disciplinata e determinata, con un grande desiderio di studiare. Per aiutare questa famiglia, così provata e priva di mezzi economici, abbiamo accolto Fiona nel collegio della scuola (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     -Elias Migombe (13 anni) - Primo anno di scuola secondaria/aprile 2018 - E' stato abbandonato dai genitori ancora piccolo e da allora ha vissuto con la nonna paterna, che lo ha cresciuto lavorando duramente per riuscire a mantenerlo e pagargli la scuola primaria. Con l'avanzare dell'età e dei problemi di salute la nonna non è stata in grado di lavorare né di provvedere al nipote. Elias è andato a vivere con uno zio, che però deve già mandare a scuola i suoi figli e non può pagare al nipote le rette scolastiche, più gravose nella scuola secondaria. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Timothy Rukenya (11 anni) - Terzo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Timothy è orfano di entrambi i genitori e vive con un fratello maggiore nella casa in cui è nato ed ha sempre abitato. A pranzo mangia alla mensa della scuola, mentre la sera cena a casa di una zia che vive nel suo stesso quartiere. La mamma è mancata da poco; lavorava come lavandaia per provvedere ai suoi figli, ma per mandarli a scuola ha sempre avuto bisogno di aiuto. Ora che la mamma non c'é più, questi bambini hanno bisogno di un maggior supporto. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Nathaniel Woods (43 anni) - Condannato a morte per triplice omicidio: la sua condanna è stata eseguita all'interno dell'Holman Correctional Facility di Atmore, nello stato dell'Alabama, nel sud degli Stati Uniti, il 5 marzo del 2020, tramite iniezione letale di pentobarbital. L'uomo si era dichiarato innocente: l'accusa che lo ha condannato era di aver ucciso i tre agenti di polizia che avevano fatto irruzione (il 17 giugno del 2004 a Birmingham, in Alabama) nella casa in cui egli si trovava per motivi di droga. In quella casa si trovava anche Kerry Spencer che in seguito ha più volte dichiarato - egli stesso - di essere stato l'unico autore materiale del crimine, discolpando Woods. Al processo, dove - tra l'altro - su dodici giurati solo due erano di colore come Woods, la sentenza di colpevolezza non fu unanime (dieci giurati contro due si dichiararono favorevoli ad essa) ma l'Alabama è uno degli Stati (tra quelli in cui è prevista la pena capitale) il cui ordinamento penale non prevede che necessiti l'unanimità per dichiarare la colpevolezza di qualcuno e la sua condanna a morte. Kerry Spencer è stato anch'esso condannato a morte (anzi, alla luce di come andarono i fatti, nel 2004, sarebbe dovuto essere l'unico a subire la condanna) e risiede attualmente nella death row (braccio della morte), all'interno della stessa casa di detenzione in cui è stato "eseguito" Woods, in attesa della esecuzione della sua condanna.
     - Mariama - Mariama era incinta di sette mesi quando è scappata durante un attacco degli estremisti al suo villaggio: dopo l'uccisione di alcuni operatori umanitari nel mese di agosto 2020, si sono inasprite le incursioni da parte di gruppi armati che terrorizzano vecchi, donne e bambini. Giunta a Tillabery, dipartimento posto a sud-est del Niger, Mariama ha partorito dopo pochi giorni in solitudine perché il Centro di Salute più vicino era chiuso a causa della pandemia in atto. Tutto il Paese è in preda a una grave crisi: le misure anti covid attuate hanno aggravato le condizioni economiche e socio-sanitarie in cui versava, già da tempo. A farne le spese la popolazione ed i più deboli, a causa della scarsità di acqua potabile e cibo. A causa del rialzo dei prezzi dei beni di primaria necessità, inoltre, migliaia di famiglie hanno perduto il loro (già) misero reddito e molta gente è costretta a vivere per strada, senza fissa dimora. Tra giugno ed ottobre il Paese ha subito anche inondazioni che hanno distrutto abitazioni, rovinato i raccolti e diffuso la malaria, la quale sovente colpisce i più piccoli malnutriti. Nel dipartimento di Tillabery, ben venticinque Centri di Salute hanno dovuto chiudere i battenti e a risentirne sono proprio i bambini nei primi anni di vita, causa le complicanze della malattia che per loro sovente divengono letali. Quando il medico della nostra clinica mobile è arrivato nel campo profughi, la bambina di Mariama era in fin di vita, causa una infezione intestinale provocata dalla malnutrizione. Grazie alla somministrazione di cibo proteico (nota personale: trattasi, in genere, delle cosiddette buste terapeutiche "plumpynut" contenenti latte in polvere, zucchero, vitamine, burro di arachidi, e che io chiamo spesso "bombe ad orologeria" visto il loro potere altamente energetico, quasi a...presa rapida!) e alle cure mediche, la figlia di Mariama (Colette) ha preso peso (ben tre chili in dieci giorni) superando la crisi. Mariama ha ricevuto le indicazioni atte a prendersi cura della sua bambina e sa ora a chi rivolgersi. Nel dipartimento di Tillabery ci sono oltre tremila bambini come la figlia di Mariama che versano in condizioni di malnutrizione. (da: "Bollettino di FONDAZIONE COOPI-COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ONLUS") - novembre 2020.
     - Hassan e sua madre - Hassan ha soltanto undici giorni di vita e sebbene sia appena nato, ha già dovuto sopportare il peso della crisi umanitaria in corso nello Yemen. Lui...  
     

     
  • 25 marzo alle ore 7:58
    Lavorare di lingua, conviene

    Come comincia: Non ero mai stato al "Paradise", alcuni miei amici invece erano stati in quel locale tantissime volte; spesso mi avevano anche invitato a seguirli:
     - Dai, Norman! - dicevano. - Non farti pregare! Vieni con noi e non te ne pentirai, li si abborda facile! - In effetti il locale, uno dei tanti che animano la vita notturna nella periferia nord della città, ha la nomea di essere un vero e proprio alveare ricco di miele...di api regina che altro non attendono se no di essere infilzate da qualche calabrone di passaggio. Sono sempre stato un tipo tranquillo nella mia vita ed avevo fino ad allora sempre fatto orecchie da mercante agli inviti degli amici. Non sono affatto una persona timida, tuttavia mi piace stare semplicemente sulle mie e preferisco dare agli altri la sensazione di essere schivo, tanto da poter apparire, forse, anche altezzoso e scostante talvolta, piuttosto che mettermi in mostra. Una sera d'estate, però, decisi di "darci un taglio", come suol dirsi, e prendermi una piccola libera uscita...una botta di vita inusitata, insomma. Da due anni oramai vivo da solo in una dépendance carina e confortevole, sulla Hamilton Parkway, vicino Borough Park a Brooklyn: da quando, cioé, mia moglie Joan ed io ci siamo separati e lei andò a vivere, insieme a nostra figlia Reby, con un uomo più giovane, poco fuori New York. Era un sabato e tornato a casa da lavoro (da diciassette anni faccio il capo cantiere per una grossa ditta edile che costruisce palazzi in città e in altri centri urbani vicini dello stato), mi diedi una ripulita, poi cenai e vidi un po' di tivù. Dopo alcune ore (si erano fatte nel frattempo le ventidue), scesi in strada e al bar sotto casa mi feci un paio di whiskey dry; dopo di che - con tutta calma - mi avviai verso il Paradise. Il locale si trova dalla parte opposta della città, rispetto alla mia abitazione, e visto che la "vita" non comincia mai prima della mezzanotte, decisi di raggiungerlo a piedi: avevo tempo (nessuno mi correva dietro, infatti!), pure avevo l'occasione di smaltire meglio la cena e i whiskey appena prima ingurgitati. Al ritorno, casomai, avrei preso un taxi o la metro. Arrivai al locale verso la mezzanotte e trenta. Accesi una sigaretta, prima di entrare. Era la prima volta, in vita mia, che capitava: di entrare, cioè, in un locale di strippers; ed ero abbastanza teso. Una volta entrato, presi posto su un tavolino distante dalla pedana su cui si stavano esibendo due ragazze: una di colore (il suo nome era Leanne, seppi dopo), l'altra era lei, Linzi, una mora statuaria e bellissima. Il tavolino su cui sedevo era defilato rispetto agli altri, quasi nacosto in un angolo dalle luci più soffuse (lo avevo scelto per questo, in fondo). La ragazza, però, mi adocchiò quasi subito. Dopo aver fatto sull'asse d'acciaio sopra la pedana alcune piroette da far venire i brividi...un cerchio alla testa, si girò verso di me e (mi) fece l'occhiolino con l'occhio sinistro. Stetti al gioco, li risposi facendolo con quello destro. Alla fine del suo numero scese dalla pedana su cui si era esibita, andò nel camerino sul retro del locale e dopo qualche minuto ricomparve e si avvicinò a me. Sembrava una pantera; indossava uno slip nero attillatissimo ed un reggiseno rosso dal quale i suoi seni, grossi ma turgidi, trasbordavano parecchio: da vicino era ancora più sexy, affascinante e arrapante...di quelle che ti viene duro in un baleno. Mi disse:
     - Ciao! Sei nuovo quì, vero? Mi chiamo Linzi.
     - Si! - risposi io. - E' la prima volta. Tanto piacere, sono Norman! - Sembravo un po' impacciato, lei se ne accorse ma invece di mettersi a ridere e a burlarsi di me, mi mise a mio agio con le sue parole:
     - Dai Norman, c'è sempre la prima volta per ogni cosa. Sei un matusa ma avrai certamente le tue doti nascoste! (Probabilmente la ragazza si riferiva a ciò che l'uomo aveva sotto i pantaloni, anzi era sicurissimo proprio come lo è altrettanto che la luna sia tonda invece che quadra, che alludesse a quello!).
     - Cazzo! - pensai dentro di me. - Oltre ad essere uno schianto, questa ragazza è anche in gamba. - Presi allora coraggio e domandai:
     - Cosa prendi? Ordina pure qualsiasi cosa e...resti inteso che paghi tutto io - Lei fece:
     - Norman, sei davvero gentilissimo! Prendo un bloody Mary doppio ma faccio...pago io, quà si usa così coi principianti!
     - D'accordo! - esclamai. Poi dissi:
     - Raccontami qualcosa di te, mi fa piacere stare ad ascoltarti - Così Linzi cominciò a raccontare (lo fece per parecchio...sembrava un fiume in piena!):
     - Lavoro al "Paradise" da tre anni, mi alterno con altre sei ragazze che hanno la mia stessa età. Lavoriamo sei sere alla settimana. E' snervante tutto ciò ma ho fatto l'abitudine, ormai. Alla fine del turno sono distrutta, ma spesso faccio i miei "extra", come le altre...li faccio senza farmi pagare con quelli che mi piacciono. Sai qual'é la frase che la metà dei clienti passati per il locale ripete? (Linzi aveva cambiato tono, repentinamente, ed anche espressione: era sempre bella, tuttavia appariva moltissimo arrabbiata. Non la interruppi e lei continuò a parlare). "E' la prima volta che vengo quì. Sono capitato da queste parti per caso, non avevo idea che facessero spogliarelli e altre cose immorali del genere nel locale, altrimenti sarei...". Detesto quegli uomini, la loro ipocrisia. Noi strippers siamo contente che vengano quì, ci mancherebbe altro! Lo siamo che entrino nel locale piuttosto che vadino in un'altro, in fondo: alla fine sono tutte mance in più sul piatto. Mi chiedo sovente e volentieri perché mai debbano spudoratamente mentire a quel modo? - continua Linzi. - vengono a rifarsi gli occhi, sbavando dietro al nostro culo e alle nostre tette e poi magari li ritrovi nel cesso a smanettarsi il cazzo! Molti lo fanno per sfuggire alle loro mogli grasse e brutte; per evadere dal loro menage matrimoniale, che a volte è diventato asfissiante. Ma hanno paura, in fondo, della moglie ed anche - chissà - che qualcuno li faccia fessi, per cui non ammettono apertamente che li piace frequentare posti nei bassifondi come il "Paradise"; e neanche ti dicono mai il loro vero nome - A questo punto la interruppi e domandai:
     - Linzi, spero che non penserai questo di me? -
     - Ma no, dai! Tu sei diverso, lo sento a naso! - esclamò lei sorridendo.
     - Davvero? - Feci allora io.
     - Certo! - ribatté lei. - Ho il naso lungo io, lo è ancor più di quello d'un elefante! Fiuto tutto...le persone eppoi mi hai detto subito il tuo nome, senza esitare un sol momento!
     - Grazie! - replicai io. - Devo confessarti che sono separato da tempo ed è davvero la mia prima volta. Miei amici invece ci sono stati spesso, quì, e mi hanno molto raccontato sul locale: sono venuto per verificare di persona se sia vero ciocché m'hanno raccontato.
     - Hai fatto bene! - disse lei. - Anzi, più che bene! (aveva capito a cosa alludessi). - Dopo ti faccio provare una cosina molto piacevole se ti va - Non dissi nulla questa volta e Linzi, adesso molto più distesa, riprese a raccontare disinvoltamente di sé.
     - Sono una lussuriosa e me ne vanto. Amo il sesso, l'ho amato sin da ragazzina in ogni sua sfaccettatura e mi piace farlo in ogni modo. A quindici anni avevo già tutti gli attributi al posto giusto e in breve cominciai ad usarli nel modo giusto ed il più piacevole possibile. Non ricordo, però, neanche minimamente quanti amanti abbia avuto né con quanti uomini abbia fatto l'amore sino ad oggi (Linzi non ha neanche trent'anni...forse ne ha ventotto, non di più ma ne dimostra molti di meno). Cosa c'é di strano in questo? Tantissima gente invece pensa che lo sia parecchio e anche quanto sia immorale o peccaminosa 
    la mia condotta di vita. Non vi trovo nulla di ciò in essa; non vi è niente di sbagliato nel piacere: tanto nel darlo, quanto nel riceverlo. Penso che sbagliato sia invece come la società si comporti eppure la gente che ne fa parte. Se una ragazza, ad esempio, mangia a tavola sino a scoppiare oppure possiede un appetito fuori dal comune e tale da rasentare, a volte, l'ingordigia è una buongustaia per tutti, tutt'alpiù è tacciata di essere eccessivamente stravagante, mentre è ben diversa la musica qualora faccia indigestione di sesso, di uomini e di cazzi: diventa subito nel giudizio comune una puttana! Io sono contenta di essere quello che sono, così come sono perché, in fondo, sono sempre stata sincera ed onesta con me stessa e con gli altri. Cercherò di essere per tutta la mia vita così. Ho anche avuto molte proposte di matrimonio ma ho sempre rifiutato perché so che tradirei mio marito alla prima occasione e penso non sia giusta cosa; lo farei tutte le volte che dovesse capitarmi e con chiunque dovesse piacermi. L'ho fatto anche con due uomini insieme e lo farei anche con una donna o con più di una, se ne avessi occasione. Viva la libertà sessuale, quindi, e l'amore libero in forma di piacere e godimento. Sia chiaro, tuttavia, che non giudico male le altre donne, quelle cioé che seguono una strada diversa dalla mia, praticano scelte diverse attuando una opposta condotta di vita a quella che conduco io. Sono una libertina ma no una irresponsabile incapace di leggere tra le righe della realtà e del mondo circostante. Sono riuscita ad aprirmi in questo modo con te, Norman, e a confidarmi come non mi capitava da svariato tempo. Spero che non mi giudicherai male né penserai che sia soltanto una troia! - esclamò così, Linzi, al termine del suo lungo con...raccontarsi.
     - No! Non lo sei! - dissi io. - Fai liberamente e senza inibizioni quello che ti piace fare e che, probabilmente, molte donne (o uomini) vorrebbero fare ma preferiscono non farlo, per un motivo o per un'altro, oppure non ne hanno il coraggio. Ma anche se tu fossi la peggiore puttana di questa terra non ti giudicherei mai male: chi sono io, in fondo, per farlo? Non sono né un cristo senza croce né un moralista da strapazzo. - A quel punto Linzi si allontanò per alcuni minuti, andando nel suo camerino a cambiarsi di nuovo, poi tornò da me, mi prese per mano ed esclamò:
     - Andiamo! - senza proferir parola alcuna mi lasciai condurre da lei. Camminammo cinque minuti appena e due isolati più avanti rispetto al Paradise entrammo in un portone illuminato a giorno e ci dirigemmo all'ascensore. Era un condominio di lusso, insolita cosa per il quartiere in cui si trova, tenuto molto bene (lo si vedeva dalle rifiniture delle pareti, dall'arredamento, dalla moquette nell'ascensore). Arrivammo all'ottavo piano ed entrammo nell'appartamento di Linzi. Lei portava una camicetta rosa, sbottonata sino all'orlo dei seni, e una cortissima gonna con lo spacco nel mezzo. Non indossava né reggiseno né mutandine (le aveva tolte nel camerino, al Paradise: voleva già essere pronta per l'uso, probabilmente!). Lentamente si tolse di dosso gli abiti, ma mantenne le scarpe coi tacchi alti ai piedi. Poi mi domandò:
     - Hai mai lavorato con la lingua? E' un mondo a parte, credimi. Si può godere fino a morire di piace...senza limiti.
     - No! - secco gli risposi. - Con mia moglie ho praticato solo cose tradizionali, quasi per abitudine. Il sesso non ci prendeva più né ci soddisfaceva tanto, oramai, soprattutto negli ultimi tempi del nostro matrimonio. Io sopra di lei col mio uccello dentro la sua fica e al massimo poi...una sborrata sul suo ombelico.
     - Non preoccuparti, Norman! - mi disse lei rassicurandomi ancora una volta e mettendomi a mio agio. - Nessuno nasce prof a questo mondo. Le cose si imparano provandole, poco per volta. Seguimi e magari ti piacerà darmi piacere e sentirne dentro di te, nel mentre lo dai a me. Linzi si adagiò sul divano nel salotto, allargò poi le sue gambe ed esclamò a gran voce:
     - Dai, comincia, vecchio! Leccami il clitoride, leccamelo per bene, su! Fallo e mi farai morire di piacere! - Così mi piegai su di lei e cominciai a leccare sopra la sua fica con la mia lingua (nel mentre lo facevo gliela allargavo dolcemente poggiando l'indice ed il pollice della mano destra sui bordi), da destra a sinistra e poi dal basso verso l'alto, dapprima lentamente e poi con maggior frequenza; la mia lingua sembrava un cuore pulsante, che batte e freme all'unisono mentre Linzi - da par suo - cominciò a gemere facendolo talmente forte che io temetti, per un attimo, che le pareti della stanza ascoltassero e dicessero "Maleducati, vergogna!". Andammo avanti per una decina di minuti abbondanti. Dopo di che, Linzi mi disse:
     - Prova con le dita, adesso! - Allora infilai l'indice della mano sinistra nel buco della sua fica ma lei fece:
     - Fallo con due dita e spingi un po' più forte, non aver paura! - Li diedi retta e presi a farlo anche col medio. Dopo qualche minuto ansimò di nuovo eppoi squirtò abbondantemente: sembrava una fontana ed io il viaggiatore assetato che va ad abbeverarsi in un'oasi, dopo aver camminato a lungo sotto il cocente sole in pieno deserto. Mi bagnai dei suoi umori e non mi diede affatto fastidio, tutt'altro. Linzi mi guardò negli occhi e mi disse:
     - Hai fatto un cannilingus perfetto ed un lavoro di ricamo...di dita al bacio! Vedi che non è difficile, in fondo! Basta provarci, eppoi le cose vengono da sé! - Linzi aveva ragione, pensai dentro di me. A quel punto lei si sollevò di scatto e senza neanche darmi il tempo di muovermi né di dire qualcosa, mi prese per le braccia scaraventandomi vicino alla parete. Dopo cominciò a leccare la cappella del mio uccello (il quale, nel frattempo, era diventato duro come il marmo bianco che cinge l'urna della tomba della mia povera mamma al cimitero), poggiando dolcemente la sua mano destra sotto i miei testicoli, nel mentre lo faceva. Una linguata dopo l'altra, dall'alto verso il basso e viceversa sino alla...nona (come le sinfonie di Beethoven perfettamente eseguite da Herbert Von Karajan!), quando fui io ad ansimare di piacere e a sborrare sul suo viso. Poco prima gli avevo donato godimento con la mia lingua e le dita, lei era stata adesso a ricambiare il favore: un dare e avere reciproco senza nessuna inibizione o freno né particolari preconcetti. Le stesse cose, pensai, che Linzi mi aveva detto quando eravamo al Paradise. La ragazza fece:
     - Vedi che bello...lavorare di lingua, conviene!
     - Sì! - esclamai io. - Adesso ne sono convinto! - Linzi si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca, così lo sperma che aveva sulla lingua e sulla sua bocca si ricongiunse a me, almeno in parte. Dopo avermi baciato si mise un'asciugamano sulle spalle, poi si diresse verso il bagno. Mentre camminava, però, si voltò verso di me e disse, alzando la voce quasi gridando:
     - Torno subito, aspettami! - Io invece mi rivestii in fretta e andai via. Non sono più stato, dopo quella sera, al Paradise né ho incontrato Linzi da nessuna altra parte. So, per certo, che lei continuerà a lavorare con la sua lingua, a fare pompini; magari dopo che qualche altro (uomo o donna che sia, poco importa!) li abbia dato, a sua volta, piacere con la propria lingua, con l'uccello o con qualsiasi altra cosa, in un semplice e reciproco avvicendarsi di dare ed avere, appunto. Le stesse cose ascoltate proprio da Linzi, durante il suo racconto. Dopo essere uscito dal portone dell'appartamento della ragazza, fermai un taxi e mi feci riportare a casa. Era l'alba da poco ma il sole già faceva capolino sopra il cielo della "grande mela". Era anche domenica mattina e non sarei andato a lavoro. Lungo il tragitto, tra me pensai: "lavorare di lingua, conviene e d'ora in poi lo farò più spesso al posto di dire stronzate!".

    da: "Racconti erotici".

    Taranto, 24 marzo 2021. 

     
  • 13 marzo alle ore 0:51
    Quanto mi resta?

    Come comincia:                                                             Perché nessun diamante
                                                                smette mai di brillare
                                                                negli occhi di coloro
                                                                che lo hanno ammirato.

     - E' un giovedì qualsiasi, un giorno come tanti altri nella vita di Hans, modesto fattorino nella grande città. L'uomo sta camminando per strada, una via poco affollata in periferia: lo fa immerso nei suoi pensieri. D'improvviso sente qualcosa dentro di sé, nel suo corpo, che non va. Poi avverte una fitta in pieno petto, come una stilettata: dura soltanto un attimo. Poi ancora un'altra, più forte della prima. L'uomo questa volta emette un rantolo e si accascia a terra, privo di conoscenza. Un'ora dopo si risveglia, è disteso sul letto in una stanza del pronto soccorso, in ospedale. E' tutto intubato, ma riesce a parlare. Si avvicina a lui un medico e Hans chiede:
     - Dottore, cosa mi è successo? Mi dica, non ricordo nulla! Non sento più nulla! Il medico risponde, senza esitazione né giri di parole:
     - Hai avuto un attacco di cuore e la situazione è grave! Sei messo molto male, non... - l'uomo allora afferra per un braccio il medico con la sua mano destra e lo interrompe, domandandogli:
     - Quanto mi resta?
     - Non molto, purtroppo! - replica impietosamente l'altro. - Venti minuti, mezz'ora al massimo! Vuoi l'estrema unzione?
     - No! - risponde secco l'uomo. - Voglio che lei faccia una cosa per me, dottore!
     - Dimmi cosa? - chiede il medico. - Vedrò di accontentarti!
     - Mi piacerebbe riascoltare un brano, - fa l'uomo, - un'altra volta ancora, l'ultima, prima di andarmene da questo mondo.
     - Quale? - domanda il medico.
     - "Shine On You Crazy Diamond" ! - replica Hans. - Lo conosce anche lei?
     - Certo! - fa il medico. - Sono anch'io un floydian! E' un brano lungo, ce la farai?
     - Sicuro che ce la farò! Crede che voglia andarmene senza averlo fatto, cazzo? - esclama l'uomo.
     - Va bene! - risponde il medico sorridendo. Dopo aver detto ciò, estrae lo smartphone da una tasca del suo camice e chiama qualcuno. Un minuto dopo appena una ragazza coi lunghissimi capelli biondi si avvicina di corsa al medico e al letto ove giace Hans: è l'infermiera Greta, che ascolta i Pink Floyd sempre, quando è in servizio al pronto soccorso. La ragazza toglie dalle orecchie il suo auricolare Bluetooth e lo porge al medico. Questi lo prende e lo mette intorno alle orecchie di Hans. Poi va via, insieme alla ragazza. Tredici minuti più tardi (il tempo esatto della durata del brano) ritorna dall'uomo. Si avvicina al suo letto: Hans ha gli occhi spalancati e un sorriso stampato sulla bocca. Il medico ascolta il cuore dell'uomo, dopo li prende il polso per sentire il battito. Hans è morto. Il dottore li toglie l'auricolare dalle orecchie e lo mette in tasca. Poi li chiude gli occhi ed esclama:
     - Sei stato di parola! Hai fatto in tempo a riascoltare il tuo brano! Brilla ora, diamante pazzo! - Dopo chiama due inservienti e dice loro:
     - Pensateci voi, per favore!
     - Certo, dottore! - rispondono i due. Dopo si avviano verso il letto su cui giace Hans. Il medico, a sua volta, si avvia all'uscita del pronto soccorso. Quando esce incontra Greta, la prende per mano e assieme si avviano alla macchina. Entrambi hanno terminato il turno in ospedale: l'infermiera è la ragazza del medico. Quando sono in macchina si guardano per un attimo negli occhi, senza dirsi nulla; poi l'uomo dice alla ragazza:
     - Per fortuna esiste ancora qualcuno che sa come andar via da questo mondo! - La ragazza sorride e l'uomo allora avvia la macchina: li aspetta la cena e una buona bottiglia di vino; gli occhi della ragazza brillano e...proprio come brilla il diamante del brano dei Pink Floyd.

    Taranto, 12 marzo 2021.
     

     
  • Come comincia: Dedicato a mio padre; in sua memoria, in memoria di tutti i "ragazzi del 1919 e del 1920", morti in mare per la maledetta Patria e di quella di tutti i compagni della "Croce rossonera Anarchica", morti o imprigionati ingiustamente. 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo. 

     
  • 06 febbraio alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

     
  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

     
  • 01 febbraio alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021. 

     
  • Come comincia:  Ambientalismo spicciolo
     Comune di Vicenza - Vietato dar da mangiare agli alberi: non hanno denti per masticare
      -Io porto a cacare il cane sempre nello stesso posto. - Anche io!
     Vaffanculo: città gemellata con "li mortacci tua"
     Frase in tivu' (da rai fiction): - Ma quale diritto! Veramente crede che il test del DNA possa creare dei diritti? Posso capire verso la legge, ma non sono certo i diritti legali che fanno un padre o un figlio! PS. D'accordissimo!!!
     Ho sognato tanti numeri ad occhi aperti, stanotte: i numeri nascondono delle storie, proprio come le parole (le racchiudono); anzi, ogni numero porta con sé una storia, ed è come una scatola cinese: quando l'hai aperta ne trovi subito un'altra da aprire e poi ancora un'altra...
     Sono sempre stato molto tranquillo ma ho visto molte "cose"; ho lasciato presto la scuola perché non significava niente per me, volevo soltanto che mi accadesse qualcosa! (Jimi Hendrix)
    Una ragazza giovanissima ferma un signore di mezza età per strada e li chiede:
    - Vuoi fare l'amore con me? L'uomo risponde: - Quando? - La ragazza, ancora, fa: Anche subito, se ti va. Basta che c'é l'hai a portata di mano!
    Chiuso per ferie. Per preservativi e viagra rivolgersi al biciclettaio via dei Macci. Grazie.
    Chiuso per riposo mentale, cioè sto esaurit...c.vrimm aropp u ferragost!!! (cioé u'21) ciao, Nicola.
    Non rubare! Lo Stato non tollera la concorrenza.
    Quì chiavi in 5 minuti
    Pizzeria da Gino, consegne a domicilio. Anche se non avete un domicilio ci pensiamo noi, basta che ci fate sapere dove abitate.
    Col distanziamento sociale, la scorsa estate, ho prenotato un ombrellone a Gallipoli e me ne hanno dato uno a Rimini. PS. Chilometro più chilometro meno: all'incirca 800 chilometri!
    Dal Corriere della Romagna: "cane trova l'eroina e suona il clacson".
    Roma ai Romani, Anzio agli Anziani
    Ciao, bellissima Amelie! Come stai? A me andrebbe di incontrarti per fare l'amore con te. Che dici, possiamo scambiarci e-mail? Adesso ti mando un bacino. Fammi sapere, ok? PS. La mia mail, comunque, è questa:...porca puttana, non me la ricordo più! 
    Gli idraulici sono in agitazione: non hanno ben compreso alcune indicazioni del "decreto sturacessi"!
    Frasi romantiche
     Questo immenzo amore per te, sei sempre nel mio quore!
     Flavia se non ceri t'i avessero dovutta in vendare
     Ti proteggerò come proteggo il drink passando tra la gente in diskoteka!!!
     Come disse Napoleone a Waterloo: "gli Inglesi? Soltanto una questione di...feeling!". PS. L'esercito francese, il 18 giugno del 1815, sulla piana di Waterloo, località del Brabante Vallone belga, subì oltre 25000 perdite: una delle più grandi disfatte nella storia militare della Francia.
     Due amici si incontrano per strada. L'uno domanda all'altro:
     - Dimmi, come stai? Ti vedo strano, non è che sei un po' stressato, esaurito?  Quello risponde: - Io esaurito? Ma quando mai! E' solo il cervello che non mi funziona tanto bene in questo periodo!
     Annunci vari
     Fittasi monolocale fronte strada, (vascio), angolo cottura, parché nuovo, tivù al plasmon, wai fai, no criaturi, no cani&gatti cannibali, no nonni rattusi
     Svendo tutto e vado a Cuba. PS. L'idea non sarebbe neanche tanto malvagia, tranne che per un piccolo particolare: non ho nulla da svendere!
     Vendesi autentiche borse Luì Vitton perfettamente imitate (sono nostrane no Made in China o coreane)
    Cercasi moglie referenziata "milleusi", senza servizio sveglia incorporato; la preferenza verrà data a candidate con esperienza. No perditempo.
    Si prenotano torte pascquali: da mo fino a Natale. Lasciate numero, sarete richiamati (possibilmente prima di Pasqua...ma non è sicuro al 100%)
    Chi combra e spente un soma di euro 10,00 riceverà una bantiera in omaggio
    Cercasi rosticciere esperto, no zuzzus!
     Locali varie
    Trattoria "Pisciapiano gioia mia"
    Buone vacanze! Il Tè Mat resterà chiuso dal 23 al 38 luglio. Ci rivediamo martedì 39
    Aperti...per incendio!! Pizzeria Gino Sorbello, 80 posti nel vico!!!
    Il negozio riaprirà il prima possibile, appena l'emergenza sarà finita. Coraggio, Dio ci ama! Pensa se je stavamo sul cazzo!!
    Abbi rispetto per il barista perchè neanche un water riesce a servire più di un culo alla volta
    Dal fruttivendolo=tutte le donne sorprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento!
    Davanti a una serranda chiusa=non sostare senza di té
    Io non sono dipendente dell'alcool ma titolare
    La direzione valuta pagamenti in natura
    Ricchioni dal 1962
    Non abbiamo il wi-fi: parlate tra di voi!!
    Vengo subito: allora godi poco!
    La Figa (ristorante) - cucina mediterranea
    Super offerta del giorno= 1 pizza euro 1,50; 2 pizze euro 3; e addirittura 3 pizze euro 4,50
    Pesche appena pescate, pensa te se vendeva pure i cachi
    Chiuso per ferie dal 24 luglio. Ritorniamo quando abbiamo finito i soldi, cioé il 27 luglio
    Bar=per evitare inutili discussioni, si avvisa la gentile clientela che nei cornetti vuoti non c'é niente...!!!
    Orari salvataggio in mare, mattino=10-13; pomeriggio=15-18
    Avviso ai signori ladri: io sparo!
    Domenica finita, località gemellata con Cazzo, domani è lunedì
    Varie ed affini
    Per favore non urinare sul portone del palazzo, quì ci vivono persone perbene! Fallo sulla banca quì di fronte!!
    Divieto di fermata per contrattare prestazioni sessuali (su tutto il territorio comunale)
    Muori educato: prima di andartene non sbattere la porta!
    Attenzione: pavimento corridoio sino ad arrivare ai wc pericolo di cunette e d'orsi
    Amore&dintorni
    Porta Elisa...l'ho portata, e adesso?
    Tra due (ex) fidanzati
     Lei: - Tu hai solo paura di amarmi!
     Lui: - No...non ti amo!!!
     Paese=Gnocca (vicino Porto Tolle)
     Nature&varie
    E' assolutamente vietato camminare sulla superficie del lago: potrebbe volersene a mare!
    Trentino - Valduga primo giorno da sindaco. Ecco gli impegni: rapina in negozio col coltello
     Sulla felicità...
     Ci vuole poco per essere felici: basta un niente!
     dal blog: Era meglio quando c'erano gli Squallor
     (voce del canale di destra)
    Signori e Signori buona sera, vi parliamo da una paese torrido come...l'Africa
    E' freddo come il Polo nord, siamo collegati con circa quaranta paesi, quelli che avete ascoltato sono alcuni schiaffi che il tecnico ha mollato al proprio dipendente. Siamo collegati dicevo con circa due paesi, l'Uganda per l'Uganda e il Giappone per il Giappone. Molte sono state le adesioni, per la Germania Est l'est, per la Germania Ovest l'ovest e il Polo sud Nord.
    Se sei d'accordo mi passerei la linea.
    Sì, sono d'accordo e sono sempre quì.
    Ed eccoli quì finalmente da lontano stanno arrivando...
    sì, non vorrei sbagliare,
    sono loro, i Maomettani. Ormai sono passati...i carciofi.
    I carciofi, come sapete è la materia prima di questo luogo che esporta carciofi
    quest'anno c'è stata una specie di carestia
    perché alcuni uccelli passando raso raso hanno incappato nelle punte dei carciofi
    e, i quali non sono cresciuti all'altezza giusta.
    Ed ora alcuni comunicati commerciali:
    "La tazza di caffé non va bevuta, va pisciata."
    "Scarpe ortopediche Velox."
    "Comprate il Vaticano. Il prete a casa vostra. Costruitevi il prete."
     "Mettetevi un dito in culo, e la vita vi sorriderà."
     Va declamando il saggio (ovvero: domandona da cento milioni di lire...pardon euro):
     "E' meglio un uovo oggi oppure una gallina domani?". PS. Come al solito, la risposta al quesito è abbastanza opinabile. Personalmente preferirei la gallina...trattasi sempre di soggetto di sesso femminile; tuttavia, non disdegnerei neanche l'uovo (purchè non sia sodo e sia rigorosamente biologico!).

    Taranto, 30 gennaio 2021. 
     
     

     
  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti e giornalisti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. Nel Derby perduto, Native fu montato da Eric Guerin: la carriera di questo fantino della Louisiana (era nato nel 1924, vicino Baton Rouge) fu legata a filo doppio (o doppiamente arrotolata intorno ad essa!) a quella del cavallo del Kentucky. Egli è stato - con ogni probabilità ed a causa di quello, probabilmente - uno dei jockeys più sottovalutati nella storia del galoppo statunitense (se non il maggiore in assoluto). Non a caso, infatti, viene ricordato innanzi ad ogni cosa per la sconfitta subita cavalcandolo nel Derby del 1953, piuttosto che per aver vinto quella corsa al suo primo tentativo: era accaduto sei anni prima quando montò Jet Pilot e lo aveva con maestria portato al successo - lui, ventitreenne e fresco ancora della gavetta fatta come stalliere presso la scuderia di un suo cugino all'ippodromo di New Orleans - di una corta testa su Phalanx, guidato da quel Eddie Arcaro, già famosissimo e idolo delle corse. Quella edizione del Derby (la settantatreesima) fu una delle più entusiasmanti della decade, anche a causa - e per merito - di quel duello tra cavalieri e cavalli, seguita da oltre centoventicinquemila spettatori (una delle più alte affluenze della storia, a Churchill Downs). Così scrisse, domenica 4 maggio, Frank B. Ward, redattore capo ed inviato al seguito della corsa, a proposito di quel giorno, sulle colonne del quotidiano dell'Ohio Youngstown Vindicator: "  La colpa di quanto accaduto, nel corso della sua carriera, fu di quella macchia - unica in assoluto -, quasi un'onta per il pubblico e per gli appassionati delle corse: soprattutto, però, a causa delle aspettative che la tivù aveva creato attorno ad esse. Quell'anno, infatti, naccquero le dirette televisive in America e i fans non perdonarono alla coppia Native Dancer-Guerin la sconfitta di Churchill Downs. Il 1953, Derby a parte, fu una "cavalcata trionfale" per entrambi: dopo aver perso la corsa clou della stagione, si impose tanto nelle Preakness, quanto nelle Belmont...

     
  • 13 gennaio alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

     
  • Come comincia: Il Grand Prix de l'Arc de Triomphe, nato nel 1920, (la prima edizione arrise a Comrade, cavallo inglese di tre anni) è il gioiello più prezioso dell'ippica francese. Si disputa la prima domenica di ottobre (mancò l'appuntamento soltanto nel biennio 1939-40, per ovvi motivi legati al secondo conflitto mondiale) nell'ippodromo parigino di Longchamp, tempio del galoppo transalpino e mondiale. L'Arc e questo ippodromo, il suo ippodromo, sono legati a filo doppio, l'uno senza l'altro non sarebbero la stessa cosa: entrambi infatti rappresentano monumenti alla "grandeur" francese (la corsa fu ideata per celebrare la vittoria della Francia nella "grande guerra"), ed entrambi hanno accompagnato lo sviluppo e la trasformazione dell'ippica francese; entrambi, infine, rappresentano la più concreta risposta della Francia al predominio britannico in Europa. Longchamp venne costruito nel 1857, su un progetto dell'architetto Antoine-Nicolas Bailly, nella parte sud-occidentale del Bois-de-Boulogne nel luogo in cui precedentemente era sorta una abbazia di clarisse fondata nel 1260 e demolita dopo la sua soppressione nel 1790. Venne inaugurato da Napoleone III° e dalla sua consorte Eugenia. Subì danni notevoli nel 1870 (durante la guerra franco-prussiana) e nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1966 fu ricostruito in toto con tecniche ardimentose come l'avanzamento su binari delle nuove strutture mentre si abbattevano quelle vecchie. Al termine del "maquillage" che durò cinque mesi e nel corso dei quali, con l'intervento di ben seicentocinquanta operai, vennero trasportate circa diciottomila tonnellate di materiale, l'impianto potè vantarsi di essere, a giusta ragione direi, il più efficiente e moderno d'Europa. Le tribune potevano contenere quindicimila persone, tutte al coperto: sul suo prato invece, nei convegni più importanti (ad esempio, durante il Gran Prix de Paris in giugno) ne prendevano posto anche più di centomila. Nel 2016, il vecchio ippodromo ha chiuso i battenti per due anni (l'Arc si disputò ugualmente nell'ippodromo di Chantilly, lo stesso che ospita - in maggio - il Derby francese), così subendo un totale rimodernamento. Un progetto arabo, portato a termine dall'architetto Dominique Perrault, ne ha completamente cambiato il volto. Dal 2018 (ha riaperto i battenti l'otto di aprile) si chiama Paris Longchamp: la nuova tribuna della Defense dispone di ben cinque piani con terrazzo, box e ristorante di duecentocinquanta posti annessi. L'odierno sponsor della corsa parigina (lo sarà, per contratto, sino al 2022) è il QREC (Qatar Racing and Equestrian Club), mentre il montepremi attuale, salito alla stratosferica cifra di cinque milioni di euro, non ha eguali al mondo. Sfogliando il libro d'oro dell'Arc si possono scoprire notizie interessanti, estrapolare dati di rilevante importanza tecnico-statistica ma anche di natura storica. Il primo vincitore, come sopra scritto, fu Comrade, maschio di tre anni e figlio di Bachelor's Double e Sourabaga. Quel giorno fu montato dal jockey australiano Frank Bullock il quale trionferà a Longchamp anche nel'22, portando al secondo successo Ksar, e si impose in 2'39 di una corta lunghezza su King's Cross e Pieurs. Allenato dal trainer inglese Peter Purcell Gilpin e di proprietà del francese Evremond de Sant Alary (la sua scuderia trionferà ancora nell'Arc, nel 1935, con Samos, montato da Wally Sabbritt), questo cavallo vanta una 
    curiosa storia ed alquanto singolare, oltre che un palmarès di qualità: tre vittorie su cinque corse disputate in carriera (nell'anno del successo nell'Arc vinse pure il prestigioso Gran Prix de Paris, gruppo uno sui tremila metri in giugno, a Longchamp e le Queen Anne Stakes ad Ascot, gruppo due sulla distanza dei millecinquecentosessanta, in ottobre; infine, si piazzò dietro al connazionale Orpheus nelle altrettanto "classiche" Champion Stakes, corsa di gruppo due sui duemilaundici a Newmarket). Era stato acquistato quasi casualmente da yearling (età di un anno), dal suo futuro trainer, quand'era di proprietà del banchiere inglese di bavaresi origini Ludwig Neumann (morirà a Touquet, nel'34, cadendo accidentalmente dal balcone della sua stanza d'albergo!), per una cifra abbastanza modesta e quasi...simbolica (poco più di venticinque ghinee) alle annuali aste di Newmarket: in caso contrario, ossia se nessuno avesse fatto un'offerta, sarebbe stato rispedito indietro al mittente. In seguito venne rivenduto al nuovo proprietario francese di cui sopra, col quale trionfò a Parigi. Il primatista, in fatto di successi, tra i jockeys, è l'italiano Frankie Dettori il quale ha tagliato da vincitore il nastro d'arrivo dell'Arc per ben sei volte, di cui due di seguito: Lammtarra (1995), Sakhee (2001), Marienbard (2002),  Golden Horn (2015), Enable (2017, 2018). A distanza inseguono in sei con quattro successi: l'inglese Pat Eddery e ben cinque transalpini: Freddie Head, Jako Doyasbère, Thierry Jarnet, Olivier Peslier e Yves Saint-Martin il quale è da molti considerato il fantino francese più forte di sempre. Nato ad Agen (Lot-et-Garonne) nel 1941, ottenne in carriera (calcò i turf del mondo intero dal 1955 all'87) la bellezza di 3314 successi di cui ben 119 in corse di gruppo uno. Fu allenato da due trainers soltanto: François Mathet (dal 1955 al 1970) e Daniel Wildenstein (1971-1977). Nel suo palmarès incredibile figurano successi e riconoscimenti ottenuti su ogni ippodromo del mondo; quindici volte campione del Jockey Club francese o Cravache d'Or (premio al fantino più vittorioso in stagione), Cavalierato della Legion d'onore, Prix "Claude Foussier" de l'Academie français des Sports per servigi resi allo sport ippico, trentacinque classiche francesi, escluso il poker di successi nell'Arc (nove Prix du Jockey Club o Derby, cinque Poul d'Essai des Poulains, quattro Gran Prix de Paris, sette Poul d'Essai des Poulishes, cinque Prix de Diane, cinque Prix de Vermeire); sette classiche inglesi: Derby del 1963 in groppa a Relko, due Oaks (Monade, 1962, Pauwneese, 1976), due 1000 Ghinee (Altesse Royale, 1971, Flying Water, 1976), un 2000 Ghinee (Nonoalco, 1974) e un St. Leger (Crow, 1976); l'Irish Derby del 1974 al Curragh, con English Prince; cinque gruppi uno negli States e Canada: Breeder's Turf e Mile, Hollywood Derby, Washington  D. C. International a Laurel Park, nel Maryland ed E. P. Taylor Stakes al Woodbine Racetrack di Toronto. Il giornalista inglese Nick Higgins, uno dei massimi esperti mondiali di galoppo, nella sua "Top Jockeys of All-Times List" (graduatoria dei più forti fantini di sempre), apparsa su Jockeys Room.com lo inserisce al 19°posto.

     
  • Come comincia:                                                 = Introduzione =
    Sul finire degli anni novanta dello scorso secolo cominciai a prendere appunti su fantini, cavalli e storie legate al mondo delle corse di galoppo. Alla fine del decennio precedente avevo cominciato ad interessarmi a quello sport, a quel mondo e alle sue storie seguendo avvenimenti su quotidiani e riviste, in tivù o nelle sale corse, dove attraverso vari circuiti televisivi privati e network a circuito chiuso venivano sovente irradiate immagini in diretta di corse importanti come, ad esempio, il Derby inglese di Epsom o l'Arc de Triomphe in Francia. Pur essendo appassionato di sport sin da ragazzino, fino ad allora avevo sempre visto con occhio sospettoso e con circospezione quella branca sportiva, ritenendola - a torto - di difficile comprensione. Una cosa ed un mondo a sé stante, sembravano per me, quasi inavvicinabile...una nicchia incomprensibile a tutti quelli che come il sottoscritto non fossero degli addetti ai lavori o  avvezzi alle scommesse; qualcosa per pochi intimi o aficionados e poco più (molti infatti la ritengono un settore di esclusivo interesse di scommettitori incalliti, miliardari o nobili: a misura fatta per i loro interessi, appunto!). E' invero cosa sicura, tuttavia, direi quasi del tutto matematica (o matematicamente esatta), che l'ippica - e le corse di cavalli in genere - possano apparire a volte un tantino noiose mentre cifre e statistiche siano del tutto indigeste talora - e per i più - trasformandosi spesso in un vero e proprio ginepraio in cui è difficile muoversi e districarsi ed altrettanto facile - al contempo - perdersi. Tuttavia essa (soprattutto il galoppo, per quel che più mi tange) riveste un fascino particolare, quasi inspiegabile, e quando la scopri o meglio impari a conoscerla e intendi che è così, allora non puoi più fare a meno di amarla. A dire il vero, però, ho amato, sin dall'infanzia, quegli animali a quattro zampe bellissimi nonché affascinanti che rispondono al nome di cavalli: molti li ritengono - ingiustamente - scarsamente intelligenti se no addirittura stupidi ma non è affatto così; al contrario invece essi sono intelligenti parecchio (molto spesso lo sono più dell'uomo, degli uomini e degli esseri umani tutti insieme!) e sensibili come pochi. Sono, in buona sorte e sostanza degli "spiriti liberi", dotati di un certo quid di selvaggio ma anche pieni di grazia e dolcezza, davvero qualcosa di...speciale! Tornando a quanto sopra scritto, debbo dire che il progetto era quello - tanti anni fa - di dare alla luce una serie di articoli (lunghi, monografici, col taglio a metà tra cronaca e storia da una parte e aneddotica, curiosità, statistica e quant'altro dall'altra) sulle grandi corse nel mondo, ovvero quelle che hanno fatto e segnato la storia del galoppo nel corso del tempo, dagli albori ai nostri giorni:  le corse più importanti, insomma, e prestigiose, in quei paesi dove esso è la specialità regina dell'ippica (dagli Stati Uniti ai Paesi britannici ed anglofoni in genere, come Australia e Canada; dalla Francia all'Italia e al Sud America passando per estremo Oriente e Paesi Arabi) rispetto al trotto. Ebbene, il progetto (quel progetto) l'ho accantonai in seguito ma lo scorso anno (dopo oltre un ventennio) ho ricominciato a mettere in ordine tali appunti, ad assembrarli razionalmente e ad aggiornarli statisticamente servendomi anche dello sconfinato patrimonio di dati, curiosità e notizie (quelle che Americani ed Inglesi chiamano "facts" o "trivia") oggidì disponibile sul web. Lo feci (e continuo a farlo perché trattasi di opera abbastanza lunga e difficile che abbisogna di continui restauri ed aggiornamenti) a partire dall'Arc de Triomphe, la corsa più importante di Francia e tra le più importanti e seguite in Europa, dalle corse inglesi e da alcune americane tra cui quelle della cosiddetta "triplice corona". Ne è scaturita (anzi, ne sta scaturendo perché molte volte mi capita di scrivere in "tempo reale", a braccio o di getto) una serie che ho intitolato"le corse della leggenda". Debbo dire, anzi, evidenziare bene (ritengo sia doveroso farlo per onestà verso molti appassionati e molte persone che operano nel settore come addetti ai lavori e spesso ricavano di che vivere da esso) che non amo particolarmente il trotto (ricordo, tuttavia, una storica edizione, la prima - quella del lontanissimo, temporalmente ma no nei miei ricordi, 1978 - del Gran Premio "Città dei Due Mari" disputata sulla pista dell'ippodromo "Paolo VI°" di Taranto e che vide protagonista principe un cavallo di nome Wayne Eden, leggenda delle corse in carrozzino: fatto curioso è che esso fosse nato proprio negli States per poi essere allevato dalla società Mira, in Toscana), benché esso sia specialità che vada per la maggiore in Italia (ma è così anche in altri Paesi europei come quelli scandinavi, o in Belgio: inoltre, nella stessa Francia, negli Stati Uniti e in Canada esso ha notevole seguito ed enorme volume d'affari sebben non tocchi i livelli della sua consorella). Ritengo, per mio conto, che quella del - ed al galoppo - sia l'andatura più naturale per un cavallo: la corsa, a quell'andatura, non viene snaturata dall'elemento tecnicamente innaturale come può essere il sulky (o carrozzino, o seggiolino che dir si voglia), appunto. Voglio concludere l'introduzione con un pensiero non mio ma da me pienamente condivisibile. Da qualche parte una volta qualcuno scrisse: "che meraviglioso racconto sono i cavalli, vi è qualcosa di memorabile in ognuno di loro!". - La Triple Crown americana: i magnifici "tredici" e il poker di Whirlaway
    La leggendaria "Triple Crown" (triplice corona) è l'evento più atteso della stagione negli Stati Uniti per i purosangue di tre anni. Si articola su tre prove: Kentucky Derby, Preakness e Belmont Stakes. Il termine venne coniato ad hoc ufficialmente da Charles Hatton, giornalista del Daily Racing Form di Chicago (la bibbia dei tabloid per gli scommettitori del Nord America), nel 1930, dopo le vittorie di Gallant Fox nelle tre corse, ma ufficiosamente era già in uso dal 1923, introdotto nel gergo tecnico-sportivo da altri giornalisti. In un secolo di corse soltanto tredici cavalli sono stati capaci di completare il trittico (vincere, cioè, le tre prove che si svolgono annualmente nell'arco di cinque settimane, tra maggio e giugno, nella stessa stagione): Sir Barton (1919), Gallant Fox (1930), Omaha (1935), War Admiral (1937), Whirlaway (1941), Count Fleet (1943), Assault (1946), Citation (1948), Secretariat (1973), Seattle Slew (1977), Affirmed (1978), American Pharoah (2015), Justify (2018). Tra questi cavalli, però, l'unico che sia riuscito ad ottenere il "grande slam" fu Whirlaway. Questo castano puledro, che vide la luce alla Calumet Farm di Lexington, Kentucky, (uno dei sancta sanctorum delle scuderie, dell'allevamento e del galoppo americano) il 2 aprile del 1938, da Blenheim II°(vincitore nel 1930 del Derby di Epsom) e Dustwhirl, dop'aver trionfato - dominandole - nelle prove della "corona" (fu il primo degli otto vincitori di Derby nella storia per i suoi colori: l'ultimo è stato Forward Pass nel 1968) ottenne infatti il poker riportando le Travers Stakes, corsa che negli States è anche conosciuta come il "Mid-Summer Derby" (Derby di mezza estate). Essa si disputa annualmente in agosto nel Saratoga Race Course che è situato nella omonima località dello stato di New York ed è il quarto più antico ippodromo della nazione. Nelle classifiche internazionali è inserita al 57°posto tra le cento pattern races o corse di gruppo uno più importanti al mondo (nel galoppo le corse sono classificate in gruppi, dal primo al terzo, secondo la loro importanza, tradizione e montepremi). La prima edizione si corse nel lontano 1854 e deve il suo nome a William Rubin Travers, avvocato e ricco uomo d'affari che fu uno dei fondatori dell'ippodromo di Saratoga nonché presidente della locale Racing Association (associazione delle corse). Whirlaway fu votato Horse of the Year (cavallo dell'anno) a tre anni di età e l'anno dopo, ottenendo rispettivamente nove e undici successi (prima di lui, l'impresa era riuscita solamente a Chalendon nel 1939 e 1940). In carriera ebbe un record di 32 vittorie su 60 corse disputate e guadagnò la bellezza di 561.161 dollari, cifra altamente considerevole all'epoca. "La maggior parte delle sconfitte", come scrive Peter Matthews nel suo The Guinness International Who's Who of Sport, "fu dovuta al fatto che egli avesse l'abitudine di cambiare condotta e ritmo di gara, quando era messo sotto pressione: il suo tallone d'Achille!". Morirà quindicenne (appena quattro giorni dopo il compleanno) a Haras-de Fresnay-le Burrard, in Normandia, nel nord-ovest della Francia, dove si trovava nell'allevamento di Marcel Boussac, ricco magnate tessile (fu miglior proprietario dell'anno nel 1950 e 1951), il quale lo aveva acquistato per utilizzarlo nell'attività stalloniera solamente l'anno prima a titolo definitivo, dopo averlo tenuto in affitto tre anni. Terry Conway, corrispondente di corse per ESPN.com, nonché cronista e scrittore per il magazine Blood-Horse e per numerose altre testate negli States (non soltanto di argomento ippico ma anche di arte, storia e viaggi) ha scritto: "il più delle volte le sensazionali gare di Mister Longtail (era il suo nick per via della lunga e folta coda che lo contraddistingueva) lo hanno portato sulle prime pagine delle sezioni sportive della nazione sopra Ted Williams che ha battuto .406 quell'anno, e Joe Di Maggio, che ha messo assieme una serie di 56 vittorie consecutive". E' inserito al 17°posto nel ranking dei 250 cavalli più forti d'ogni epoca di Horse Racing Nation, votato dagli stessi fans. Nel biennio 1997-98 due allievi di Bob Baffert (dapprima Silver Charm e Real Quiet l'anno dopo) videro infrangere il loro sogno, diventato evidentemente una maledizione, all'ultimo atto: furono infatti entrambi sconfitti nelle Belmont, dopo aver vinto le prime due prove della triplice. Similmente, nel corso del tempo, è accaduto ciò ad altri diciannove cavalli, di cui ben undici dopo l'ultima impresa degli anni settanta firmata dal fuoriclasse sauro della Florida Affirmed: Spectacular Bid (1979), Pleasant Colony (1981), Alysheba (1987), Sunday Silence (1989), Charismatic (1999), War Emblem (2002), Funny Cide (2003), Smarty Jones (2004), Big Brown (2008), I'll Have Another (2012), California Chrome (2014). Bob Baffert è indubbiamente il trainer (tecnico) più  vincente del galoppo americano nell'era moderna (dal dopoguerra ad oggi ha vinto più di chiunque altro!) e uno dei più carismatici d'ogni epoca insieme a James Fitzsimmons, Horatio Luro, Charles "Charlie" Whittingham e Wayne Lukas. Due suoi cavalli, nel 2015 e 2018 (American Pharoah e Justify) hanno compiuto il triplo vincente mentre nel suo palmarès figurano ben sedici prove singole in totale (record assoluto): sei Derbies (numero di successi di Ben Jones eguagliato nel 2020 con Authentic), sette Preakness (record assoluto detenuto con Robert Wyndham Walden), tre Belmont. La sua storia è davvero fuori dall'ordinario. Egli incarna, infatti, la classica persona fattasi da sé, venuta su da sola (self-made men, son soliti indicare Americani e in genere gli anglosassoni). La sua famiglia, in Arizona, allevava vacche e polli per poi distribuirli a ristoranti e locali della zona, mentre lui cominciò a cavalcare i quarter horses: lo faceva ogni mattina prima della scuola, su una pista in sterrato che il padre avea messo a punto arando un campo di fieno d'avena alle spalle del ranch in cui viveva, a Nogales (curiosamente essa confina, a nord, con la omonima cittadina messicana situata nello stato di Sonora). Ha continuato su quella strada, così negli anni settanta, prima di intraprendere l'università, arrivarono i primi successi da fantino e da tecnico, insieme ai guadagni ("non ho mai imparato da un vero allenatore, quindi sono stati tentativi ed errori. Per lo più errori!", dichiarò una volta egli stesso). Aveva talento, occhio per i cavalli ed anche tanto cervello. Nella metà degli anni ottanta si era fatto un nome, oramai, non soltanto in Arizona, ed era diventato allenatore d'alto livello. Un importante proprietario di cavalli, il magnate dei fast-food Mike Pegram, si accorse di lui e lo convinse a compiere il gran salto nel mondo dei purosàngue veri (thoroughbred o blood horses in inglese). Baffert allora accettò la sfida e nel giro d'una decade di tempo riuscì a farsi strada - a suo modo - anche nel nuovo ambiente: i primi successi infatti non tardarono a venire (nel 1991 vinse la sua prima corsa graduata sul suolo americano: le Junior Miss Stakes, gruppo tre a Del Mar, in California, con Soviet Sojourn montato da Corey Nakatani, top-jockey californiano degli anni novanta e duemila; con Thirty Slew, montato da Eddie Delahoussaye, fantino della Louisiana ritiratosi nel 2003 dopo una venticinquennale carriera e oltre seimila successi, trionfò nel Breeders' Sprint del'92), così come pure piazzamenti di prestigio (nel 1996 si piazzò secondo d'un soffio nel Derby il suo allievo Cavonnier, montato da Chris McCarron). In seguito diverrà fraterno amico di Pegram: i due insieme, tra le altre cose, nel 1998 porteranno al successo Real Quiet tanto nel Derby, quanto nelle Preakness, e Lookin At Lucky nelle Preakness del 2010. L'incontro tra il tecnico ed il miliardario fu importante, quasi fondamentale nella vicenda umana di Baffert: ha dato il via ad una grande storia nel mondo delle corse visto che da quel momento in avanti è cominciata una vera e propria escalation di vittorie e soddisfazioni per il tecnico dell'Arizona che non accenna minimamente a fermarsi. "Baffert ha fatto molta strada nelle corse dei cavalli", ebbe a scrivere Dave Wharton sul Los Angeles Times nel giugno di cinque anni orsono, poco prima che il suo allievo American Pharoah trionfasse nelle Belmont e lui ottenesse la prima Triplice in carriera. Oggidì Baffert è il trainer più famoso e stimato del galoppo targato "stars&stripes", nonché uno dei più noti al mondo. Le sue cifre da sole parlano: dal 1979 i cavalli che egli ha sellato hanno preso il via in 13505 corse, vincendo per ben tremilasettantotto volte (percentuale del 23%) e portando a casa oltre trecento milioni di dollari di montepremi vinti (cifra pazzesca...a dir poco da capogiro!).- A proposito di...quarterI cavalli di razza quarter sono tozzi, meno resistenti e più piccoli rispetto ai purosangue standard (le loro misure, al garrese, ossia l'altezza presa tra il collo e la scapola, possono variare da un metro e cinquanta a uno e sessantacinque). Questa razza è il risultato ottenuto da un ibrido tra i mustang americani e i purosangue inglesi: è riportato che l'incrocio sia avvenuto in Virginia nel 1756 tra un purosangue importato dall'Inghilterra di nome Janus e puledre indigene. Trattasi di animali in genere abbastanza docili, mansueti e propensi all'apprendimento ed al comando da parte dell'essere umano. Queste peculiarità caratteriali fanno si che siano predisposti non solo per la corsa: vengono infatti utilizzati in altre specialità ippiche come il dressage (vi sono stati cavalli, però, che si sono esibiti anche nel salto ad ostacoli) oppure in altri tipi di monte come quelle "western", durante i rodei; sovente e volentieri lo sono anche in attività di lavoro (ad esempio, per l'aratura dei campi là dove tale pratica venga ancora eseguita a quel modo, o per tenere a bada ed ordinare il bestiame nelle mandrie) e nell'ippoterapia. A proposito dell'ippoterapia è da dire che essa rappresenta un aspetto importante dell'attività di questi cavalli: trattasi invero di una pratica utilizzata per curare persone (soprattutto bambini) con limitazioni psichiche e psico-sensoriali, la quale spesso da adito a risultati soddisfacenti. Tornando all'aspetto agonistico è da dire che le corse di cavalli su brevi distanze, negli Stati Uniti, presero piede in Virginia agli inizi del 1600, per opera dei primi coloni insediatisi nei pressi della cittadina di Jamestown. Esse venivano disputate sulla distanza di un quarto di miglio (da cui derivò in seguito il nome di quarter affibbiato ai cavalli), dapprima su ogni tipo di percorso disponibile poi su strade rettilinee vere e proprie. Il miglio è antica unità di misura utilizzata dai Romani. Entrò poi nel Sistema Imperiale Britannico ed è tuttora in uso nei Paesi di estrazione anglofona e negli Stati Uniti, nonché nel traffico per mare e cielo. Il miglio terrestre (o inglese) misura 1760 iarde che corrispondono a 1609,344 metri del Sistema metrico decimale. Le corse organizzate di quarter invece (come riferisce la Britannica Enciclopedia) iniziarono intorno agli anni quaranta del'900 e da allora in poi presero piede su circa 100 piste negli Stati Uniti, soprattutto nell'ovest del Paese. Venivano utilizzati cavalli di quella razza perché meno resistenti dei purosangue "classici" e più adatti, quindi, a distanze brevi. Oggi, negli Usa, sono classificate ben undici distanze di gara ufficiali, comprese tra 220 e 870 iarde (da 201 a 796 metri). Le gare di 550 iarde o meno si svolgono su percorsi privi di curva e le regole - in genere - sono simili a quelle delle corse standard per purosangue. E' stato creato un vero e proprio registro della razza quarter (stud), avente sede ad Amarillo, nel Texas; vi sono poi diverse organizzazioni di breeders (allevatori) ed owners (proprietari) nonché delle aste di vendita e un Jockey Club sul modello esistente nel tradizionale galoppo. Si disputa, annualmente, anche una Triple per quarter che si articola sulle seguenti prove (tutte si corrono al Ruidoso Downs Race Track, New Mexico): Kansas Futurity, a giugno, Rainbow Futurity, a luglio, All-American Futurity, a settembre. L'unico cavallo che sia riuscito a realizzare la tris vincente fu Special Effort nel 1981. Nel pedigree suo figurano due "mostri" sacri dei purosangue standard: Raise A Native (nonno per parte di padre) e, soprattutto, suo padre Native Dancer. L'attività agonistica coi quarter fu propedeutica all'entrata in scena nel mondo del galoppo d'elite (vera e propria gavetta, direi), non solo per Baffert che guidò quattro campioni, ma anche per un'altro grandissimo tecnico della scena statunitense e mondiale come Darrell Wayne Lukas (quattrordici prove della Triple e venti della Breeders' Cup in carriera).
    - Northern e Native: i due "danzatori" sfortunati 
    La vittima più illustre nella storia della Triplice è senza dubbio Northern Dancer, cavallo canadese bàio (colore del mantello rosso scuro, tendente al castagno) da Neartic (figlio, tra l'altro, di quel Nearco che oltre ad essere considerato, insieme a Ribot, il più forte cavallo italiano mai esistito ed uno dei più grandi del novecento, fu anche influentissimo progenitore) e Natalma il quale, dop'aver battuto di una incollatura Hill Rise nel Derby (primo cavallo canadese della storia vincitore a Louisville), e di due lunghezze e un quarto The Scoundrel sul traguardo delle Preakness, fu soltanto terzo nelle Belmont (preceduto oltre che dal vincitore Quadrangle, che a sua volta era stato 5°nel Derby e 4° a Pimlico, anche da Roman Brother). Allievo di Horatio Luro, il trainer che lo guidò nel corso della carriera, è inserito al 42°posto nella classifica dei duecentocinquanta cavalli più forti di sempre stilata da Horse Racing Nation. Dopo aver smesso di correre in pista (lo aveva fatto in eccellente modo, vincendo quattrodici delle diciotto corse a cui prese il via, giungendo due volte secondo e altrettante terzo, guadagnando oltre mezzo milione di dollari), cominciò la carriera di razzatore a Chesapeake City, nel Maryland, e fu campione anche in quella: probabilmente, a detta di tecnici ed addetti ai lavori, il più influente nei tempi moderni. Fu miglior stallone negli Usa e in Nord-America nel 1971 e in Inghilterra nel 1970, 1977, 1983, 1984. I puledri e le figlie che ha generato, così come i suoi nipoti e pronipoti, sono stati campioni nazionali in ben quarantaquattro diversi Paesi al mondo ed hanno trionfato in centoquarantasette gare di gruppo (alcune cifre parlano di centoquarantatre) tra cui Irish Derbies, Prix du Jockey Club a Chantilly (derby francese), in gare della Triple Usa e in tutte quelle della Breeders' Cup. Ha fatto nascere ben 49 yearlings (puledri dell'età di un anno) venduti alle aste a un milione di dollari o più. Era una vera e propria miniera d'oro oltre che una macchina (perfetta e ben...oliata) della monta. La rivista People così scrisse su di lui: "l'unica celebrità in grado di guadagnare un milione di dollari prima di colazione!". Il suo figlio più prestigioso fu senz'altro un tal puledro irlandese chiamato Nijinsky, cavallo preferito di sua maestà Lester Piggott, col quale il fantino di Wantage conquistò la Triple Crown in Inghilterra: 2000 Ghinee, Derby di Epsom e St. Leger. La sua linea di sangue (o consanguineità) si è fatta sentire, nel corso degli anni, perfino in nazioni apparentemente distanti tra loro (seppur abbastanza evolute nel mondo dell'ippica e del galoppo in particolare) come Brasile e Giappone, così come pure in tempi recentissimi: essa arriva, infatti, attraverso pédigrée ed albero genealogico ascendente e discendente dei cavalli, o dei vari incroci delle linee maschili e femminili anche sugli stessi campionissimi americani American Pharoah e Justify, ossia gli ultimi vincitori in ordine cronologico della Triplice Usa (rispettivamente sei e tre anni orsono). Nel 2004 accadde una cosa davvero straordinaria, uno degli eventi più incredibili nella storia dello sport mondiale, paragonabile - a mio avviso - a quel "giorno dei giorni" (25 maggio 1935) in cui Jesse Owens, fenomenale atleta di colore dell'Alabama, stabilendo cinque record mondiali in appena tre quarti d'ora, ad Ann Arbor, nel Michigan, aveva stravolto e al contempo riscritto ex-novo tutta l'atletica e lo sport: ognuno dei diciotto cavalli schierati al cancelletto di partenza dell'Arc de Triomphe aveva il sangue di Northern Dancer nelle ve...nel proprio pédigrée! Joe Hickey, ex direttore pubblicitario dell'ippodromo di Pimlico, a Baltimora, nonché uno degli assistenti di Edward Plunket Taylor, suo allevatore e proprietario, alla Windfiels Farm di Oshawa, Ontario (Canada), ebbe a dire una volta:"è stato il più grande padre commerciale di tutti i tempi. Venderanno cavalli, per molti anni a venire, ma non sperimenteranno mai l'influenza mondiale trasmessa da Northern Dancer!". Morì nel novembre del 1990 (aveva superato i ventinove anni di età da circa sei mesi), a causa dei postumi di una colica intestinale (disturbo non infrequente tra cavalli anziani). Nel 1976 era stato inserito nella Canadian Horse Racing Hall of Fame (Arca della Gloria canadese dei cavalli da corsa), situata nei locali annessi al Woodbine Racetrack di Toronto, Ontario (Canada), al cui ingresso trovasi oggi una statua scolpita in onor suo. Nella primavera del 2011, in occasione del cinquantenario dell'Arca, vennero esposti per tre giorni al Woodbine cimeli, foto e trofei della carriera del cavallo oltre alla proiezione in video delle sue vittorie. In quell'occasione John Stapleton, presidente dell'Arca stessa, dichiarò al quotidiano di Toronto The Globe and Mail: "ciò che lo rende speciale e che aveva il temperamento e la volontà di vincere". La storia della "triplice" è intessuta, invero, di episodi curiosi ed importanti tanto dal lato umano, quanto da quello agonistico o puramente scarno, freddo eppur essenzialmente inevitabile e necessario delle cifre e delle statistiche (così come del resto accade dacché esiste il mondo tutto dell'ippica e delle corse di cavalli in genere). Ci sono cavalli, ad esempio, che hanno compiuto il percorso "incompleto" a ritroso...inversamente: ossia, dopo essere stati sconfitti nella prova d'esordio (Kentucky Derby), sono poi riusciti ad accaparrarsi le due Stakes, Preakness e Belmont. In quel caso, quindi, secondo alcuni esperti ed addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di "double" riuscito piuttosto che di triplice...mancata. A giusta ragione, ritengo io stesso, perché comunque trattasi - e sempre - di impresa degna ugualmente di nota: portata a termine, cioé (nessuno dovrebbe mai dimenticarlo ma...soprattutto coloro i quali intendono essere i cavalli delle macchine da monta e da soldi soltanto!), da fantastici animali e bellissimi i quali, seppur siano allevati, curati addestrati e sellati da uomini (o da esseri umani in generale), intinsecamente posseggono dentro di sé (oltre alla bellezza, appunto) particolari doti fisiche, psico-attitudinali e sensoriali che li rendono unici. In totale i "doppiettisti" (gli autori del misfatto...il double) sono stati undici nel corso del tempo: Bimelech (1940), Capot (1949), Native Dancer (1953), Nashua (1955), Damascus (1967), Little Current (1974), Risen Star (1988), Hansel (1991), Tabasco Cat (1994), Point Given (2001), Afleet Alex (2005). 

     
  • 17 dicembre 2020 alle ore 14:05
    Non posso farlo! (seconda parte)

    Come comincia:  - Comandi! - esclamò Henri all'ufficiale, seduto davanti a lui. Era il capitano Nomas, un tipo simpatico coi baffi e le basette lunghe, il quale comandava la postazione: alle sue spalle due soldati sul riposo, col fucile tenuto basso. - Sono il tenente Henri Galthier, del XV° battaglione di fanteria. Con me porto due miei compagni, il soldato semplice Alain Kantorek ed il sottotenente François Lucy, che mi aspettano fuori.
    - Buongiorno, tenente! - fece l'altro. - Stia pure comodo...riposo! riposo! Siete destinati alla decima compagnia. Quando esce di quì vada sempre dritto, avanti a lei, costeggiando la strada di fianco al bosco. Arriverà giusto in trincea: tre, quattrocento metri ancora da camminare, no di più! Quando sarete là, lei ed i suoi uomini, qualcuno sarà ad attendervi, al comando e poi...vi daranno sistemazione. Buona fortuna! L'ufficiale era stato chiaro, proprio come un libro stampato a differenza però che...i libri, a volte, non seguono fili logici prestabiliti nella loro narrazione, nel loro esporre agli altri parole scritte: spesso scantonano, deragliano sui sentieri dell'animo umano! Il tenente così salutò l'ufficiale di grado superiore, dando un colpo secco ben assestato coi tacchi degli stivali e portando la mano destra sopra il cappello. Poi disse:
     - Bene, signore! Grazie infinite! Henri sapeva già tutto, però; conosceva per filo e per segno dov'era destinato sin da quando aveva lasciato il battaglione ma si sa, in fondo, come stanno le cose tra i militari: tutto ordine, ordini e disciplina, inutili scartoffie, precisione ed ossessiva quanto maniacale ripetitività anche in tempi come quelli. Eppoi, ognuno passava da quel posto quando arrivava: era tappa obbligata, l'ingresso sul fronte occidentale da dove poi gli uomini venivano dislocati in vari punti delle trincee. Quello era il punto di snodo (sembrava - senza esserlo però - il punto d'arrivo d'un treno a scartamento ridotto: quel mezzo di locomozione, cioé, che di lì a poco verrà usato - sovente e volentieri - in vari strategici punti della contesa col nemico per spostare truppe) verso l'infe...la porta che conduce al paradiso dei soldati, alla gloria: quello da dove si "comincia a ballare!", come disse il sergente maggiore Katczinsky, mattina precedente, dop'aver udito alla radio il proclama del governo. Henri uscì con piglio deciso dalla casetta e disse agli altri: - Andiamo, ragazzi!
     
    - Arrivo in trincea. La collina del disonore.
     Erano le otto e quaranta, i tre non portavano ritardo alcuno sulla tabella di marcia. Infatti, dieci minuti più avanti giunsero alle trincee. Quelle erano state scavate alcuni giorni addietro dai soldati del genio per fornire appoggio alle truppe in transito (era da alcune settimane, infatti, che la situazione tra i due Stati vicini, ora in guerra, era tesissima ai confini e ogni cosa lasciava intendere quello che sarebbe accaduto di lì in avanti!), tuttavia diverranno in breve il punto strategico e nevralgico della guerra stessa; luogo di doloroso e sanguinoso stallo; la casa dei soldati da una parte e dall'altra e purtroppo, per molti - tantissimi - anche l'ultima...il loro camposanto, spesso profano!

     
  • 15 dicembre 2020 alle ore 12:33
    Una ragazza di fiume

    Come comincia:                                                         "...quando la incontri non puoi più farne a meno,
                                                             ti resta dentro per sempre: come una sigaretta
                                                             che porti in bocca senza mai accenderla."

     - Troppo giovane per essere già donna; troppo bella per esser già vecchia; troppo candida da apparire una sgualdrina; troppo sensuale da sembrare una madonna. Era solamente una ragazza di fiume: lo portava scritto nel suo sguardo ed era impossibile non volergli bene.

    Taranto, 15 dicembre 2020.

     
  • 11 dicembre 2020 alle ore 10:15
    Non posso farlo! (prima parte)

    Come comincia:  - Il tenente Galthier era un tipo risoluto e dalla battuta sempre a tiro. Veniva dal nord, un paesino di campagna: respirando aria buona crebbe in mezzo ai govoni nei campi di grano, tra distese di alberi di frutta a perdita d'occhio, accudendo stalloni e giumente, raccogliendo sterco nelle porcilaie. Nel tempo libero andava a caccia di fiorellini e di farfalle: aveva un debole per quelle dagli occhi azzurri e coi capelli biondi, ne fece scempio, in paese; scellerato ed alquanto...disonorevole! A diciotto anni, terminato il liceo (lo frequentò in un paese vicino al suo), entrò in accademia militare dove, terminato il suo corso tre anni dopo, prese i gradi. Fu assegnato di servizio al XV°battaglione di fanteria: la caserma si trovava cinquecento chilometri più a sud dal paese in cui era nato ma non si fece problemi né si perse mai d'animo, per questo. Colà vi trascorse due anni sicché un giorno...era metà estate, il suo paese entrò in guerra e lui, come migliaia di suoi coetanei e commilitoni venne chiamato a "servire" la patria. Fu davvero entusiasta, per quello, il giovane Henri Mathieu (i suoi due nomi di battesimo: glieli avevano affibbiati i genitori per onorare i loro padri, medagliati al valore in guerra!). Di mattina presto in caserma i megafoni riprodussero la voce squillante del Primo Ministro che parlava dalla radio alla Nazione: 
     "Miei cari connazionali, donne e uomini tutti, in ogni luogo voi ora vi troviate e qualunque cosa stiate svolgendo, debbo annunciarvi che questo è il giorno più importante della nostra storia. Oggi è un momento grave e solenne al tempo stesso perché da ora in poi riscriveremo la storia del nostro Paese amato; lo faremo tutti assieme, lo faranno soprattutto loro, i nostri giovani che al mondo intero mostreranno il posseduto valore...di cosa sono capaci. Moriranno per la Patria se sarà necessario, doneranno le loro vite giovani se la sorte ed il destino faranno sì che ciò accada: lo faranno con coraggio ed orgoglio improbi e noi onoreremo sempre la loro memoria così come quella di quanti cadranno sui campi di battaglia, al fronte e in ogni dove. La guerra è dichiarata, evviva la guerra!".
     Era l'annuncio solenne dell'entrata in guerra. Il sergente maggiore Katczinsky, veterano del battaglione, dopo averlo ascoltato scese in cortile (mezzo svestito) e gridò a squarciagola:
     - Coraggio, pelandroni e pelapatate, alzate il culo dalle brande che si comincia a ballare! Era un campagnolo come Henri, il sergente; tipo arcigno e dai modi assai spicci, a volte grezzi e duri (come tutti i sergenti, del resto: di ogni esercito al mondo. Nessuno ha mai visto uno di quelli che non lo fosse: è più facile pescare una carpa gigante nella vasca del proprio cesso, piuttosto!)...un naturalizzato: i genitori erano giunti nel paese straniero con l'ondata migratoria di inizio secolo (una delle tante che, all'alba di epoche nuove per il mondo e per l'umanità, colpiscono le Nazioni a ogni latitudine: nessuno sa il perché!), dotato però di grande acume, spirito di osservazione e ironia a iosa (doti meno solite, queste, in rappresentanti della "bassa" forza come lui). . Quel giorno ancora giovane, fu per lui importante e per tutto il battaglione. Non tutti i soldati, invero, quando la radio distribuì l'annuncio dai megafoni, erano svegli: molti, infatti, dormivano ancora come ghiri in amore, qualcuno era invece in dormiveglia, con gli occhi semichiusi e le antenne accese, altri lo ascoltarono con solenne attenzione. Henri non aveva chiuso occhio per problemi di stomaco, tutta notte un andirivieni tra lettino (era di quelli a castello, a due piani: per fortuna sua e dell'altro compagno lui aveva il posto in basso!) e latrine. Dopo che ebbe ascoltato il messaggio alla radio, però, il giovane sembrava un'altra persona: quello avea sortito su di lui lo stesso effetto d'una compressa antidiarroica facendolo sentire di colpo risollevato, al 7°, all'8°, al nono cielo, come se avesse fatto qualche...una colossale scopata con la più bella entraineuse della terra.
     - Su, ragazzi! - esclamò Henri, rivolgendosi agli altri. - Fate in fretta, tra poco suoneranno l'adunata!
     - Ma come, tenente, a quest'ora? - ribatté il soldato Kantorek, naturalizzato come il sergente e il più giovane della compagnia. Presto lo seguì anche Louis, la sua ombra; compagno di branda dell'altro (lui e Kantorek sembravano gemelli siamesi: sempre assieme, gli stessi errori e le stesse bravate; agivano e parlavano allo stesso modo, come se fossero fatti l'uno per...con la carta carbone o lo stampo), eppoi il sottonente Lucy che era compagno di branda del tenente, seguito da Baumer il lungo e...via via da ogni altro: quelli già svegli da prima e quelli (ri) svegliatisi poi, che insieme parevano "voci bianche" impazzite di sobbalzo.
     - Ma come, tenente? E' prestissimo? - Fecero infatti tutti, in coro e all'unisono (in effetti, la tabella di marcia...della sveglia era in anticipo solamente di qualche minuto). 
     - Forza, ragazzi! - Esclamò ancora Galthier. - Non fate i capricci! Mi sembrate delle signorine che fregnano, no dei fanti del quindicesimo! (il battaglione aveva tradizioni militari di prim'ordine e in passato gli uomini che ne fecero parte ebbero ricevuti grandi onori: otto medaglie d'oro e quindici d'argento al valore militarono nelle sue fila!). Non avete sentito la radio, poco fa? E il sergente, in cortile...avete mica afferrato le sue grida? (Non era possibile, infatti, che l'annuncio dell'una e le urla dell'altro fossero passati entrambi sotto silenzio alle povere orecchie di qualcuno, tranne...a quelli che si erano risvegliati in ritardo, s'intende!). Dopo un attimo di pausa, per sfilarsi gli stivali eppoi infilarseli daccapo (li aveva infilati scambiando la destra con la sinistra e viceversa), il tenente riprese a parlare, rivolgendosi all'intera compagnia con tono più deciso e sarcastico di prima:
     - Allora, signori, in bagno fate in fretta; niente manovre strane con la cappella, vi voglio in palla e a tono, tra poco ci sarà adunata e...vi raccomando di stapparvi bene il cerume dalle orecchie, a scanso di equivoci! In realtà tutti avevano sentito (tanto quelli già svegli al momento dell'annuncio, quanto quelli in dormiveglia) ed erano già abbastanza su di cappe...giri per loro conto: anche i ritardatari lo erano adesso ed i sognatori di lungo corso, dopo essersi risvegliati. E' da dire, però (e questo accade dacché esistono eserciti e soldati), quanto segue: in ogni caserma e in tutti i battaglioni che si rispettino i soldati fanno la "cresta" sul rancio (sebbene molto spesso, ed ovunque, lasci esso a desiderare!) e sul sonno (sebbene vi sia sempre, ed ovunque, il Katczinsky di turno a sorvegliare, ovvero a rompere gli equilibri, le uova nel paniere...i sacramenti!), sovente e volentieri...ognuno rosica un cucchiaio di minestra in più, quando può, o qualche minuto extra di sonno e non vi sono dichiarazioni di guerra che tengano, in questo. Tutto ciò lo sapeva il tenente e di sicuro lo sapeva anche quel satanasso di Katczinsky. Il sergente, appunto, da par suo, era già bello e pronto, in cortile (aveva finito di lavarsi e vestirsi: quello non aveva bisogno di orologio e lancette; lui...era una lancetta umana!). Da alcuni minuti faceva su e giù e il rumore dei suoi stivali sul lastricato rimbombava dappertutto nelle camerate della caserma; fumava una cicca poi e tra un tiro e l'altro sbuffava talmente tanto da sembrare una vaporiera. L'adunata sonò alle sei e trequarti: il trombettiere Delemont (di nome faceva Christophe, soprannominato il "cagnaccio" per il suo modo, tutt'altro che artistico di abbaia...suonare il suo arnese a fiato!) fu anch'esso puntuale (come una disgrazia) e preciso: come al solito (cioè puntualmente e precisamente) ruppe i timpani di chi l'ascolta! Nel giro di due minuti tutti i soldati furono in cortile (il battaglione era diviso in dieci compagnie di ottanta uomini ognuna, più cinque tra sottufficiali ed ufficiali: Galthier comandava la settima), ma erano in ordine sparso. Katczinsky tuonò allora:
     - In riga, marmaglia! Tutti in riga vi voglio, tutti quanti così come siete! All'istante, allineatevi, mi sembrate un mucchio di capre pronte a scornarvi fra voi. - Gli uomini non si fecero pregare ancora...il suggerimento del sergente era stato forte e chiaro. In men che non si dica, così, il battaglione era tutto bello e schierato in ordine marziale...tutto in riga davanti agli ufficiali e ai loro sguardi severi. Il colonnello Villerieux era comandante della guarnigione: tipo tutto d'un pezzo, militare di carriera (da tre generazioni erano stati militari nella sua famiglia) e pluridecorato nella precedente guerra in cui aveva perso l'uso parziale della mano destra. Era stato assegnato al XV°da tre anni: le alte sfere dell'esercito lo avevano fatto per dargli un comp...contentino che fosse il meno irriguardoso possibile nei confronti del suo lignaggio ed evitargli così una messa a riposo anticipata e disonorevole. L'ufficiale parlò ai soldati, messi in schiera tutti sull'attenti davanti a lui, per cinque minuti:
     - Avete tutti ascoltato poco fa quanto è stato detto, spero sia chiaro a tutti come stiano oggi realmente le cose e quale sia il vostro compito in questo momento! Se a qualcuno ancora non è chiaro quale sia vi rifaccio la domanda e poi rispondo io stesso, con mie parole. Qual'é il compito a cui dovrete adempiere? Ebbene, molti di voi sono giovani; la stragrande maggioranza di voi lo è ed alcuni anche penseranno di esserlo ancora sin troppo o di non essere in grado abbastanza di farlo: di partire, cioé, per il fronte, e di combattere dinanzi al nemico. Vi dico ora che sono pensieri codardi questi e idee disfattiste: non fateci caso a quello che vi dice l'amor proprio, pensate invece all'amor patrio e basta! Voi siete la vita, la forza, la fierezza del vostro Paese. La Patria ci chiama, chiama voi; vi chiama perché oggi ha bisogno di voi e di soldati che siano disposti ad onorarla ed anche a sacrificarsi per lei, se sarà necessario farlo. E' solo l'inizio questo, pensate, d'un cammino che potrebbe portarvi verso la imperitura gloria. Il campo dell'onore vi chiama, ragazzi, non vi è quindi ragione per cui qualcuno resti quì! - Non appena ebbe finito di parlare il colonnello porse un foglietto al maggiore Delaplane, che li era di fianco: quello lesse il foglietto e poi lo ridiede al colonnello che lo piegò e lo mise nella tasca sinistra della sua giacca blu. I due così si guardarono intensamente negli occhi per un attimo e poi si abbracciarono. Dopo di che scoppiò il finimondo nel cortile della guarnigione: il sergente Katczinsky sonò con la sua tromba una marcia trionfale (quel diavolo d'un sergente sapeva sempre qual'era la cosa giusta da fare, al momento giusto...suonava molto meglio di Delemont, il "cagnaccio"!). Gli uomini tutti del battaglione allora accompagnarono con tre hurrah! e lanciarono i berretti al cielo, e dopo...abbracci, strette di mano, fischi e grida di giubilo a non finire. In serata ognuno degli ottocentocinquanta uomini del battaglione aveva ricevuto le consegne e conosceva la propria destinazione e il proprio destino: trecento di loro partirono per il fronte la sera stessa, altrettanti lo fecero nei successivi giorni, in diversi scaglioni; soltanto cinquanta non partirono, tra cui il colonnello Villerieux. Di quei seicento ragazzi partiti molti tornarono mutilati (di una gamba o di un braccio, per chi ebbe fortuna!), tantissimi non tornarono più indietro e per la maggior parte di quelli che lo fecero non fu più la stessa cosa perché essi avevano visto cose inimmaginabili e vissuto un'esperienza troppo più  grande di loro (in realtà lo fu per tutti quelli che la vissero, senza riguardo alla età anagrafica, purtroppo!). Vissero a metà per il resto dei loro giorni...privati del loro cuore, estirpati della stessa loro anima. Alcuni di loro la fecero finita! Il sergente maggiore Katczynski ebbe una sorte migliore, in fondo: saltò in aria, dilaniato da una mina alcuni mesi dopo, sul fronte occidentale. Anche il tenente Galthier fu destinato sul fronte occidentale, ai confini col Paese nemico: in prima linea! Insieme a lui Kantorek e il sottotenente Lucy. I tre presero il treno in nottata: il viaggio sarebbe stato lungo, li aspettava una levataccia. Non appena ebbero preso posto, in terza classe (il mezzo, una tradotta vintage del secolo passato, pullulava di soldati giunti dalle località più disparate del Paese, che andavano pur'essi al fronte, ma anche di molti civili: il puzzo di sudore frammisto al fumo delle sigarette creò una cappa sopra le loro teste che sembrava tal quale all'aureola dei santi o del Cristo!), Kantorek uscì dallo zaino una bottiglia di color giallognolo e disse:
     - Tenga, tenente, ne beva un sorso! Visto che ci tocca far notte, tanto vale non restare colla gola secca! Era cognac, di quello buono e invecchiato a lungo e bene (in botti di quercia di rovere, evidentemente!). Il tenente prese la bottiglia dalle mani dell'altro e bevve. Dopo di che esclamò:
     - Ottimo, ragazzo!
     - Ci credo! - rispose quello. - Lo facciamo noi, mica chiacchiere! - I genitori di Kantorek avevano un grosso vitigno e producevano cognac: lo vendevano poi di contrabbando a tutte le cantine della zona, per non pagare dazi allo Stato. Dopo, il sottotenente Lucy che aveva osservato la scena in silenzio tombale, sbottò dicendo:
     - Ehi, cazzo, voi due! Avete deciso di lasciarmi all'asciutto?
     - Ma no, boia d'un mondo! - rispose Kantorek. - Ce n'è per tre! Tieni e zitto! Il ragazzo, che dava del tu al sottuficiale (al contrario di quanto facesse col tenente) prese così la bottiglia e la passò al compagno: quello bevve e la sua faccia, dop'averlo fatto, lasciò trasparire tutt'altro che delusione! Kantorek riprese la bottiglia e la stipò nello zaino. Poi prese a discorrere:
     - Sa, tenente, - disse, - quella carogna mi manca già...non poco! Si riferiva, ovviamente, al compagno di branda e di...bravate Louis, che era stato assegnato altrove.
     - Non fartene un cruccio! Forza, ragazzo! - fece Henri. - Vedrai che vi ritroverete presto, tu e lui, e farete baldoria insieme con qualche bella signorina! - Non fu buon auspicio quello del tenente: Ferdinand Louis, venti anni, morì sei settimane più tardi, falciato da una mitraglia mentre portava ordini al suo plotone. Kantorek non lo saprà mai: lui il mondo lo lascerà ancor prima del suo amico, purtroppo!
     - Ha ragione, tenente! - ribatté il ragazzo. - Lei ha sempre ragione! E' per questo che lei è un ufficiale ed io un povero soldato! (il tenente avea sempre ragione, nell'ottica di Kantorek forse...quella volta no, invece, non l'aveva per niente: neanche questo avrebbe saputo mai!).
     - Ma no, dai! Non pensarci ora, su, Alain! - (il nome di battesimo dell'altro). - Raccontami invece della tua prima... - non ebbe neanche il tempo, Henri, di proseguire, che Lucy lo interruppe (aveva argutamente intuito a cosa alludesse il compagno!):
     - La mia prima volta, tenente, fu in un bordello vicino la capitale. Era autunno, una domenica di sole. Erano due ragazze bellissime, mio padre mi ci portò la sera, dopo la scampagnata del giorno e il giro turistico per la città. Lui spesso le chiamava "donnine", alcune volte "femmine fatali", altre ancora troie però mi diceva sempre così: "ragazzo, anche se vai con una di loro non dire mai scopare ma fare l'amore: quelle donne sono i più bei fiori della terra!". Ha frequentato in lungo ed in largo quei posti, si è preso anche lo scolo, da giovane! - Il sottotenente aveva di proposito usato il tempo passato perché il padre - ricco industriale che da sé s'era fatto - mancò qualche anno prima, morendo in un incidente d'auto e lasciando il giovane orfano, insieme alla moglie e altri due figli più piccoli (fratelli minori di Lucy). La fabbrica, che produceva cappelli (durante la guerra ne produrrà anche per gli aviatori e per i marinai), passò nelle mani dello zio del sottotenente. - Una era molto giovane, si chiamava Valerie, - continuò Lucy, - aveva gli occhi tristi, da cerbiatta impaurita, i seni piccoli e una bocca che sembrava una fragola...la baciai, prima di fare l'amore con lei, e così mi sorrise e mi accarezzò i capelli dolcemente. L'altra era più anziana, più scura di incarnato e uno sguardo malizioso di...una che la sapeva lunga: una vera bagascia di lungo corso, i suoi capezzoli e la vagina profumavano di lavanda! Il tenente e Kantorek ascoltarono in religioso silenzio il racconto del loro compagno: erano stati tanto presi da quelle parole, ne rimasero quasi estasiati. Henri non disse nulla all'altro, sul fatto che prima lo avesse interrotto bruscamente; neanche raccontò agli altri due delle sue peripezie ed avventure sotto le lenzuola, i suoi trascorsi da rubacuori impenitente, le numerose conquiste da tombeur des femmes. Domandò a Kantorek:
     - E tu, Alain?
     - Io l'ho fatto in campagna la prima volta, in primavera. E' la stagione che più mi garba, sapete? Perché nell'aria senti quel profumo di...qualunque cosa; quel profumo non lo sentirai mai d'estate perché fa troppo caldo. Era una mia compagna di classe, quattro o cinque anni fa. Ricordo bene tutto di allora, lo ricordo quel giorno e ricordo quei momenti come fosse oggi. Quelle cose non le puoi dimenticare! Lei si chiama Milena, è andata in città dopo. Adesso vive con la sua famiglia. Non l'ho più rivista, da allora, ma il suo profumo lo sento ancora nel naso, qualche volta di notte e mi capita di risvegliarmi di soprassalto. Quando il ragazzo ebbe finito di raccontare, dallo scompartimento più avanti si levarono all'improvviso due urla:
     - Abbasso gli ufficiali! D'accordissimo! - Non era stata la stessa persona a urlare quelle parole...tuttavia vi furono risate generali e uno scroscio di applausi, anche da parte di militari seduti vicino ai tre. Kantorek e Lucy cominciarono allora con gli sfottò verso il tenente:
     - C'è l'hanno con lei, tenente? - Domandò il primo.
     - Beh, non solo con lui! Con tutti i graduati! - esclamò di rimando l'altro.
     - Ma no, non è possibile! - fece Henry. - Io non sono un vero e proprio ufficiale...sono vicino alla truppa! Lo sono più di quanto immaginiate, credetemi! 
     -Sì! Sì! Come no! - esclamò così Lucy. - Ti prendiamo in parola: tu sei vicino alla truppaglia ed io mangerò merda di cavallo...paté e caviale da quì al mese prossimo! Il tenente sorrise, poi i tre accesero una sigaretta all'unisono. Dop'aver fumato presero a riposare. Dormirono alcune ore. Il treno si fermò solo due volte e vi scesero tutti i civili: il viaggio fu meno lungo...scomodo del previsto. Alle sei e trenta del mattino arrivò a destinazione. Galthier era sveglio da un po', gli altri due si risvegliarono puntuali: quando il treno arrivò all'ultima stazione e l'altoparlante lo annunciava a gran voce. Era una giornata calda, no afosa, lo faceva presagire il sole pieno che già faceva capolino in alto...cielo nonostante l'ora.
     - Ah, siete svegli? Finalmente! - esclamò Henri sorridendo sarcasticamente sotto i baffetti (li portava ben curati, sin dai tempi del liceo al paese). - Mi suonava strano, sapete? Non aver sentito le vostre brutte voci per un po': ho fatto persino dei brutti pensieri, che sembravate belli e...ma non si era detto che avremmo passato la notte in bianco? (il tenente, infatti, alludeva a due cose: la prima è che aveva pensato che i due fossero morti invece di dormire - con ironia, certo - la seconda invece che avrebbero dovuto trascorrere notte discorrendo del più e del meno o magari ricordando cose passate).
     - Cazzo! Tenente! - fece Kantorek. - Vuole metterci di malumore già di primo mattino, senza aver bevuto un caffé? O cosa? (il ragazzo disse così perché aveva ben capito a cosa alludesse l'altro).
     - Ma no, dai! - replicò Henri. - Volevo mettervi di buon umore invece! Ne avremo bisogno, sapete? Non crediate che andiamo ad un pic-nic e poi...mi sembra d'avervi reso la pariglia, non è giusto? (il tenente alludeva agli sfottò che aveva subito dai due, poco prima che i tre si addormentassero, ma era anche...la prima volta che tra loro si parlò della guerra seppure alludendo e basta ed in maniera sarcastica, da quando avevano lasciato casa: la caserma del XV°). I tre scesero dal treno in tutta calma: dovevano presentarsi entro le nove al comando di trincea, e prima ancora al posto di blocco 45 che tutti chiamavano il "cancello": c'era tempo però. Erano stati assegnati al XII° plotone che stava di fronte alla "collina 81" e per arrivarci dovevano percorrere - metro più, metro meno - cinque chilometri a piedi: la distanza che li separava dalla stazione in cui erano arrivati col treno sino al punto prestabilito. Si accodarono ad un grosso convoglio militare, all'inizio, il quale trasportava pale ed attrezzi meccanici. Quello procedeva ad andatura lenta ma dettava il ritmo di marcia, scandiva cioè il passo - i passi - di quelli che erano a piedi dietro di lui. Questo incedere avvenne per circa un quarto d'ora, sino a che il convoglio non lasciò Henri e gli altri due praticamente a...sul posto. Insieme continuarono, poi, il cammino con altri soldati (la fila era lunghissima: cento, duecento e...forse 300 metri o ancor di più, chissà!). Il tenente era sul margine destro della strada, il quale costeggiava un torrente e la campagna limitrofa. Ad un certo punto si girò, girò il capo lentamente verso sinistra e notò che di fianco a lui e ai suoi due compagni s'era creata per inerzia una parallela fila di soldati, lunga quanto quella su cui procedeva egli stesso insieme a Kantorek e a Lucy. Questo numero impressionante di uomini, i quali procedevano a passo lento ed all'unisono, una cosa mai vista da occhio umano...il primo sentore vero di qualcosa di grande, enormemente grande ed immenso, abnorme ma al tempo stesso inspiegabile quasi "irreale" nella sua crudezza: il primo sentore, cioé, della guerra che poco per volta comincia a insinuarsi con lentezza ma inesorabilmente nella testa del tenente Galthier, dei suoi compagni e di certo in quella di tutti gli altri soldati. La guerra si manifesta in questo modo, a piccole dosi; sino a quando non ti si para innanzi in tutto il suo essere, impietosamente, senza veli e...maschere! Il giovane ufficiale a quel punto esclamò:
     - Cristo santo! Sono una marea di uomini! Saranno migliaia, uuuhhh...- Lucy, da par suo, lo guardò negli occhi senza proferire parola: il suo sguardo, però, esterrefàtto e vuoto al contempo, aveva detto tutto parlando al suo posto! Kantorek invece continuò a camminare, come se non avesse udito affatto le parole del tenente: allargò soltanto le braccia, in segno di re...accettazione. D'improvviso si cominciarono a sentire in lontananza dei boati: uno, isolato, fu seguito da altri, a stantuffo, meno forti del primo ma più netti; sembravano però sempre più vicini e richiamavano il rantolo di qualcuno che sta per tirare le cuoia, amplificato per dieci, venti, trenta volte! Kantorek questa volta fece un balzo in avanti, di soprassalto, quasi come se avesse dovuto evitare un masso che li si era posto innanzi, sulla strada, mentre la percorreva.
     - Tranquillo, Alain! esclamò il tenente. - Sono ancora lontani! (lo erano, ma no come aveva immaginato Henri!). Lucy allora fece:
     - Sono gli obici da 75, quelli più leggeri! Lo aveva letto, forse, da qualche parte tempo prima, in caserma; oppure glielo aveva detto qualcuno che è così, magari...lo aveva sentito da quel satanasso di Katczinsky! Quelli che Lucy e gli altri soldati in avvicinamento alle trincee ascoltavano, in realtà, eran colpi dei cannoni da 77. Le forze nemiche avevano già piazzato, lungo i quindici, sedici chilometri del fronte oltre un migliaio di pezzi di artiglieria: il più piccolo era quello da 77, il più grande, da 420 millimetri di diametro, poteva sparare proiettili da una tonnellata e anche a diversi chilometri di distanza. Le batterie sparavano colpi con dei tiri indiretti (senza vedere, cioè, il bersaglio né curarsi del loro punto di caduta) ma lo facevano con continuità e a cadenza sincrona, ogni dodici o tredici minuti: il rumore, a volte, era assordante e...metteva paura, faceva tremare la terra, gli alberi e gli uomini! I tre si guardarono a vicenda negli occhi, poi proseguirono nel cammino. Dopo tre quarti d'ora, un 'ora abbondante furono a destinazione, la prima no quella definitiva però. Si presentarono al comando, dopo aver passato una sorta di posto di blocco: era formato da una coppia di garitte in mattoni color marroncino (in cui vi erano due sentinelle col fucile), una opposta all'altra e situate ad entrambi i lati della strada. Le garitte avevano due feritoie dalle quali le sentinelle potevano osservare i movimenti all'esterno e ripararsi. Più avanti vi era una piccola casupola in legno di castagno: Galthier entrò, gli altri due restarono insieme, fuori, ad attenderlo.
     
    Taranto, 26 novembre 2020.

     
  • 30 novembre 2020 alle ore 22:12
    Staremo assieme... d'ora in poi!

    Come comincia:  - Christine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessica, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Christine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Christine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Christine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessica: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Christine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Christine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Christine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Christine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. Lei si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda. Una volta giunta a casa, Christine si svestì in tutta fretta e fece una doccia gelata; poi preparò un drink e si distese sul letto con la luce spenta: trascorse la notte interamente insonne...aveva negli occhi ancora quanto era accaduto alla sua amica ma continuò a riflettere anche su sé stessa. Non sopportava più di vivere quella situazione, non voleva tirare avanti a quel modo: dentro di sé ne era consapevole all'ottava potenza e se ciò fosse successo sarebbe potuta entrare, secondo lei, nel vortice dell'oblio e forse, chissà, giungere alla soglia dell'autodistruzione. Ma non poteva finire così, non lo voleva e...era troppo forte il desiderio di vita in lei! A Christine per nulla interessava il punto k, non voleva oltrepassarlo perché troppo rischiosa quella strada e piena di incognite, ma neanche quello d'incontro col marito per porre fine all'impasse che li attanagliava ed uscire da quella situazione insieme. A dire il vero lei anche aveva tentato, qualche tempo addietro, la carta del "viaggio", - dei viaggi turistici -  come fanno in molte, alla sua età e con i suoi soldi ma dopo...al terzo, al quarto (o al quinto, forse!) decise di dire basta perché la carriera di viaggiatrice impenitente, solitaria ed annoiata, di certo non li si addiceva neanche un pò: s'era resa conto di non essere tagliata per rincorrere un treno in una anonima stazione di provincia, prendere al volo un aereo in uno scalo super affollato né per circumnavigare il globo a bordo di una enorme e chiassosa nave da crociera. Erano cose, quelle, da cui pensò di sentirsi avulsa e a cui mai avrebbe fatto il callo. Lei era abituata ad altro (sempre era stato così nella sua vita, sin da giovane ed almeno all'inizio del matrimonio con Jack)...passione, sesso, sentimento, attrazione reciproca: un turbinio di emozioni ed ogni sfaccettatura dell'amore, insomma; da vivere in maniera intensa, accesa, incalzante...quello che non ti chiede mai nulla e non ti da respiro. Il mattino seguente a quella notte, tanto insolita ma anche importante per lei e per la sua vita, Christine parlò al marito come non faceva da tanto, pronta a non tornare indietro e senza rimpianti di sorta. Quello era appena rientrato da una notte altrettanto sveglia...campale coi suoi amici e colleghi di lavoro. Ma la stette ad ascoltare. La donna fece:
     - Jack, ho deciso!
     - Cosa, cara? - La chiamò ancora una volta con quell'aggettivo, in maniera sarcastica, evidentemente! (in effetti, era da molto che non lo faceva e...quella fu la penultima volta che avvenne).
     - Io mi fermo quì! Siamo giunti al capolinea! - rispose Christine. L'uomo aveva ben capito a cosa alludesse la moglie (non a caso: era un matrimonialista!) e non se lo fece ripetere ancora. Rispose per le rime.
     - Va bene, cara! Domani dirò ad Elsa (era la sua segretaria da dieci anni: sua ex amante, anche!) di preparare il necessario. Vedrai, sarà tutto rapido ed indolore per entrambi! Ascoltate queste parole, Christine lasciò l'appartamento e non vi fece più ritorno, mentre le sue cose li furono spedite tramite un corriere qualche settimana più avanti. Lei non consegnò mai le chiavi di casa al marito (l'appartamento in cui dimoravano era solo di Jack, la donna ne possedeva però uno tutto suo): le gettò, due o tre giorni dopo, nell'East River. Jack, però, fu di parola: preparò una separazione consensuale (i due si rividero solo una volta ancora, nello studio di Jack, a Manhattan, per firmare le carte) e senza colpa perché le differenze inconciliabili tra loro e la perdita di affetto a cui l'unione era giunta furono dovute in egual misura ad entrambi. Anche Christine, da par suo, fu molto conciliante ed accondiscendente visto che non tenne conto degli inciampi...ménage extra-coniugali a cui spesso il marito andava incontro: li considerò come fossero incidenti di percorso che fisiologicamente e per inerzia, quasi, avvengono...strada facendo. Jack presentò istanza al giudice che accolse le richieste in toto, anche quelle relative alla spartizione di beni e proprietà dei due in comune. La donna decise di dare un taglio netto a tutto ciò ch'era sta...col suo passato, per lo meno quello degli ultimi anni di matrimonio; e pensò bene di farlo dandosi alla bella vita: in fondo, per lei sarebbe stata proprio bella e "nuova". Cambiò in breve il suo modo di fare, di porsi e di vestirsi. Per prima cosa prese ad indossare - in luogo dei suoi tailleurs classici e sobri e delle sue camicette e gonne eleganti e firmate - jeans alla moda e pantaloni di pelle attillati, magliette o canottiere aderenti sopra cui portava giacconi di pelle, stivaloni scuri: il tutto condito con collane di varia foggia e dimensioni; eppoi si tinse i capelli facendoli ancor più be...biondo platino di prima, con una venatura ramata ai lati. Quegli abiti indossati e quei capelli così fatti non li stavano affatto male, tutt'altro: se mai, esaltavano ancor più le sue forme da cinquantacinquenne d'assalto, rendendo giustizia al suo bel culo e ai suoi seni ancora sodi e quasi perfetti, come...una ragazzina. Christine non passava di certo inosservata: non lo faceva ora come neanche prima!
     - Sei un tipo che "spacca"! - li diceva sovente il marito. - Lo farai comunque e dovunque, sempre! - Lo sostenevano pure tutti i suoi amici e le sue amiche: aveva ragione Jack e avevano ragione gli altri perché, in fondo, il fascino e la bellezza non lo danno gli abiti indossati, neanche la sensualità ed il sex-appeal del resto. Comprò poi una scintillante spider decappottabile rossa a bordo della quale si spostava la sera e di notte. Prese a frequentare i locali e le discoteche alla moda della città: quelli popolari, quelli vintage e chic, ma anche quelli più versatili, più squinternati e pericolo...malsani. Faceva "conquiste" occasionali e borderline, accalappiava tutto quanto li venisse a tiro, come una mantide bionda: sulla lunghezza d'onda, cioé, della sua fica e del suo culo, a seconda di chi avesse preso; sia uomini che donne, etero e gay, bisex, trans e travestiti, anche drag qualche volta. Si accoppiava sovente e volentieri con qualcuno - e qualcuna - di loro, singolarmente o a coppia: non aveva affatto la puzza sotto il na...al sedere! Sembrava una donna rinata, sprizzava voglia da ogni poro del suo corpo. Una sera, in estate, (era il 28 di luglio, la vigilia del suo compleanno: caldo torrido e afa terribile come spesso accade durante la bella stagione a New York), da "Henrietta Hudson", bar lesbo sulla Hudson Street al West Village, conobbe una ragazza coi capelli castani lunghi legati dietro e gli occhi scuri: indossava una canottiera rosa e una gonna cortissima; era senza reggiseno e non portava mutandine, Cristine lo notò di primo acchito. Aveva una rosa rossa tatuata sull'avambraccio sinistro e una piccola farfalla colorata di giallo e di verde sul polso destro: era davvero molto sexy e sembrava un tipo stravagante e fuori dal comune, anche lei. Le due si incontrarono con lo sguardo e si presero sin da subito, come fossero due calamite vaganti ognuna in cerca del polo di attrazione reciproco. Fu la ragazza a presentarsi, nonostante fosse molto più giovane di Christine. Le si avvicinò e disse:
     - Piacere, sono Pamela!
     - Ciao, Pam! - replicò la donna. Parole semplici ed essenziali, quasi scarne e...dopo alcuni minuti ed un drink ingurgitato all'unisono le due erano a bordo dell'auto di Christine: alla donna era capitato già di abbordare un'altra donna, in quattro e quattr'otto, era però la prima volta che lo faceva con una ventenne e per giunta con un bel culetto proprio come piacevano a lei! Guidò come una forsennata: aveva voglia di quella ragazza e del suo corpo giovane e provocante. In men che non si dica (poco più di dodici, tredici minuti al massimo) le due donne giunsero a casa di Pam, un accogliente quadrilocale ben tenuto sulla quinta avenue, vicino Union Square. La giovane viveva da sola, da un paio di mesi, dopo che la sua amica Lorraine, studentessa di architettura alla Cooper Union, era andata via per maritarsi. Era arrivata a New York due anni avanti dalla località di Metairie, sobborgo di New Orleans, in Louisiana. Lasciò i genitori, lì, volendo tentare l'avventura nella grande e sconfinata metropoli. Non appena giunse a New York, la sera prima del Labor Day, in settembre, conobbe una ragazza creola, Ester, al Bus Terminal sulla 57esima, che li presentò Lorraine. Inizialmente fece la cubista, per un po', in vari locali al Village, poi l'inserviente in un grande condominio ordinario sulla Lincoln Avenue, di fronte ad High Rock Park a Staten Island. Adesso lavora come cameriera, tutte le notti escluso il sabato, da "Julius'", al West Village: guadagna bene, a sufficienza per pagarsi da vivere e potersi divertire in una grande città, caotica e costosa come New York. Appena furono entrate in casa, la ragazza accese la luce nel piccolo corridoio davanti a loro e mise subito a suo agio Christine:
     - Accomodati, dai! - disse gentilmente. - Fa pure come se fosse casa tua! Ma Christine non rispo...non diede tempo a Pamela di dire altro né di fare nulla. Le si avvicinò come un felino, poi li prese il viso con entrambe le mani, lo portò alla sua bocca e cominciò voluttuosamente a baciarla: quella non oppose resistenza, desiderava la stessa cosa in fondo! Le due donne poi si spostarono in camera da letto. Fecero l'amore tutta la notte: con la luce accesa, Pam aveva paura del buio. La mattina dopo Christine si alzò per prima, di buon'ora. Chiese all'altra:
     - Uova con bacon e toast imburrati?
     - Sì, grazie, Chris! - Le rispose sorridendo. L'aveva chiamata a quel modo, la chiamava così come se si conoscessero da una vita. Era bastata una notte d'amore, la prima tra loro, affinché accadesse: il suo Jack non lo aveva fatto mai, in venti anni di vita trascorsi insieme! Christine aveva già deciso, lo aveva fatto dentro di sé un'attimo dopo aver ascoltato quelle parole. Preparò con calma la colazione e la portò alla ragazza che nel frattempo si era seduta sul letto. Le porse il vassoio e poi, dopo averla fissata negli occhi, per un sol momento, disse:
     - Staremo assieme...d'ora in poi! Pamela non replicò, neanche toccò cibo. Si alzò dal letto di scatto e corse nel soggiorno a vestirsi. Prese poi alcuni abiti dal guardaroba, li intrufolò alla rinfusa in una vecchia borsa di canapa blu e si mise sull'attenti davanti all'altra, esclamando:
     - Eccomi, sono pronta! Christine, la quale aveva capito che anche l'altra lo...avesse fatto, da par suo disse:
     - Anch'io, andiamo! Si presero così per mano (Cristine stringeva la mano sinistra dell'altra con la sua mano destra) e di filato si avviarono all'ascensore, dopo che Pam aveva sbattuto la porta di casa in maniera volutamente fragoro...col botto: voleva chiudere, anche lei, col suo passato, darci un taglio (simbolicamente) nonostante che - al contrario di quello dell'altra - esso non fosse stato "nero", però, tinteggiato di fosche tinte; tutt'altro! Quella porta chiusa a quel modo, tuttavia, se la lasciò alle spalle sapendo che non l'avrebbe più riaperta. Dopo trenta, trentacinque secondi appena (l'appartamento di Pam è al terzo piano) l'ascensore toccò terra: quando si aprirono le porte le due, che si tenevano ancora per mano, si avviarono al portone; uscirono poi in strada e si infilarono, come la sera prima era accaduto, nella spider di Christine posteggiata trenta metri più avanti. La donna mise subito in moto e poi disse:
     - Sai, Pam, nessuno lo aveva fatto sino ad oggi!
     - Cosa? - domandò l'altra.
     - Nessuno mi aveva chiamato a quel modo, come hai fatto tu, prima. Sono felice che lo abbia fatto...hai soltanto trent'anni meno di me, in fondo, ma sai già come trattare una donna! Grazie!
     - Di nulla, Chris! - disse nuovamente la ragazza. - Da adesso lo farò sempre, vedrai! - Christine, allora, mentre guidava staccò la mano destra dal manubrio e la pose per un attimo dolcemente su quella sinistra di Pam. Poi la tolse e riprese a guidare, con entrambe le mani: in direzione...era diretta al suo attico favoloso che possiede a Long Island, due passi soltanto da Astoria Park di fronte allo shoreline dell'East River (non disse nulla, però, all'altra: voleva metterla dinanzi al fatto compiuto...una sorpresa gradita, pensò tra sé!). Dopo aver imboccato a tutta bir..velocità la quattordicesima est, Christine svoltò a sinistra sulla Roosevelt Drive che costeggia l'East River: la percorse in pochi minuti sino a che non arrivò all'altezza del Queens Midtown Tunnel; pagò il pedaggio e in breve, dopo aver ancora svoltato alla sua sinistra, si trovò sul Vernon Boulevard che conduce a casa. Altri dieci minuti ancora e...le due erano arrivate. Christine indicò all'altra dove erano dirette: lo fece usando il medio della mano destra (è la che portava ancora la fede nuziale!). Pam le dette un bacio sulla guancia sinistra e poi sussurrò:
     - Andiamo! Le due uscirono dall'auto, dopo che Christine l'aveva posteggiata nei pressi dell'attico. Si presero per mano ed andarono. Sono ancora insieme, ora, dopo due anni da quel giorno. Jack invece ha continuato a vivere come prima; si dedica sempre - dopo il lavoro - al golf, alle riunioni al circolo e alle sue...scappatelle, che hanno smesso di essere extra matrimoniali: ora sono solamente extra! 

    Taranto, 2 dicembre 2020. 
     

     
  • 12 novembre 2020 alle ore 19:32
    Domani è come sempre...

    Come comincia:  Brian ed Arlene Donovan conducevano un'esistenza normale e sembravano una coppia apparentemente felice: lui immerso nel suo lavoro di ragioniere, lei impegnata nei suoi compiti segretariali in un famoso studio legale. Non avevano figli, non li avevano mai voluti per libera scelta. Passavano spesso le serate da soli in casa, a guardare silenziosamente il fuoco del camino ardere oppure raccontandosi a vicenda storie del loro lavoro. Arlene si sentiva diversa, inadeguata; li sembrava di essere rimasta in qualche modo fuori dal tempo...l'unica ad esserlo nella loro cerchia di amici. Qualche volta quando i due erano seduti sul divano di pelle arancione nel soggiorno di casa ne discuteva col marito, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Alla donna pareva che quelli conducessero una vita più intensa e brillante della loro: andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano spesso. Di solito accendeva una sigaretta, versava del gin al marito nel suo bicchiere di cristallo che lui custodiva gelosamente nella vetrina della biblioteca (lo stesso da quando erano ancora fidanzati, che aveva avuto in regalo dalla madre), lo guardava negli occhi e domandava:
     - Ma lo siamo per davvero? Siamo veramente felici? Ed ancora:
     - La felicità è l'unico mezzo possibile per non essere infelici?
     Quasi mai Brian rispondeva subito alla moglie, a volte annuiva soltanto piegando il capo in avanti, tra un sorso e l'altro di gin oppure quando lo faceva dava risposte concise ed insoddisfacenti alla donna:
     - Cara, sei sicura? Non ti sembra che siamo felici abbastanza? Quelli hanno tutto ma forse non li basta!
     E così lei continuava a parlare, il suo monologo interiore...quel farsi domande da sé (stessa) ridicolmente nevrotico sapendo che il marito non li avrebbe dato mai le risposte che voleva, mai li avrebbe detto ciocché voleva sentirsi dire. Dopo la discussione in genere i due concludevano la serata prendendo una boccata d'aria nella veranda di casa eppoi andavano a letto. Una sera, però, le cose andarono diversamente. Era quella del loro anniversario di nozze, il ventesimo. I due erano seduti sul divano e dopo che Brian ebbe finito di raccontare qualcosa, la donna fece:
     - Sai, gli Stone sono stati a Filadelfia, ieri l'altro, a trovare i figli, poi sono andati in Florida, al mare e al sole. Che bello!
     - Davvero? - rispose lui. - A Filadelfia? Ma noi non abbiamo figli, cara...in Florida, poi, è troppo distante. Sai bene che soffro la macchina!
     - Dai, Brian, - fece ancora lei, - sarebbe stupendo andarci, un viaggio...da quanto tempo. Fallo per me, ti prego! Che bello essere felici come loro!
     - Va bene! - rispose l'uomo. - Ci penserò, per Natale, forse...ma noi siamo già felici, vero? (mancavano tre settimane appena a quel giorno). La donna non rispose al marito ma dopo qualche attimo esclamò:
     - Saremo mai felici come loro? Quello allora la guardò dritta in mezzo agli occhi e disse:
     - Vuoi stare zitta, per favore?
     Arlene non disse nulla. Prese una sigaretta, l'accese è andò sulla veranda. Dopo qualche minuto Brian la raggiunse e disse:
     - Andiamo a letto, su! - Una volta che furono distesi sul letto disse ancora:
     - Spegni la luce, cara. Domani è come sempre...saremo felici, vedrai!

    Taranto, 12 novembre 2020.
     

     
  • 09 novembre 2020 alle ore 11:51
    Diario di bordo - Leggendo qua e là (sesta parte)

    Come comincia:   Innocence Project è una organizzazione non profit fondata nel 1992 ad opera di due avvocati (Barry Scheck e Peter Neufeld), ex studenti alla Cardozo School of Law, facoltà di giurisprudenza della Yeshiva University di New York, Stati Uniti. La facoltà, istituita nel 1976, prende il nome dal giudice della corte suprema Benjamin Nathan Cardozo ed è considerata tra le 100 migliori scuole di diritto del Paese dalla prestigiosa società di media, ratings ed analisi "US News&World Report". I due fondatori balzarono agli onori della cronaca e della ribalta in tutto il pianeta a metà anni novanta, per aver difeso - insieme ad altri quattro colleghi - O. J. Simpson, ex stella della National Football League statunitense, nel processo che lo vide accusato di duplice omicidio: la sua ex moglie, Nicole Brown, e l'amico (amante) di quella, Ronald Goldman. Lo scopo e la missione che l'associazione ed il relativo progetto si prefiggono di perseguire è quello (primario ed essenziale: anzi, essenzialmente primario!) di sostenere e possibilmente scagionare persone vittime di ingiusta detenzione a seguito di ingiusta condanna (o sentenza) ricorrendo al test del DNA, inoltre quello di riformare il sistema carcerario e della giustizia negli Stati Uniti. Il gruppo sostiene che la percentuale di innocenza tra i detenuti in America (lo fa citando vari studi condotti in merito) raggiunga la percentuale del 5% e nel settembre del 2018, alla precisa domanda "Quante persone innocenti ci sono in prigione?" diede la seguente risposta: "Non lo sapremo mai con certezza, ma i pochi studi che sono stati fatti stimano che tra il 2,3% e il 5% (come sopra scritto) di tutti i prigionieri negli Stati Uniti sia innocente (per il contesto, se solo l'1% di tutti i prigionieri è innocente, ciò significherebbe che più di ventimila persone innocenti sono in prigione). Più in generale, sappiamo che le persone innocenti sono spesso identificate come sospette dalle forze dell'ordine e che il test del DNA spesso le cancella prima di andare in giudizio, ma che il test del DNA è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi penali.

     
  • 07 novembre 2020 alle ore 22:54
    La ricerca

    Come comincia:  Quante volte ti ho cercata, non sai quante amor mio: furono talmente tante che quando riuscii a trovarti ebbi nausea di te.

    Taranto, 7 novembre 2020.

     
  • Come comincia:  - Il "Circolo Pickwick" era una congrega di giovani e vecchie zitelle irlandesi in cerca di marito: fondato nel lontano 1641, in quel di Limerick, terza città d'Irlanda situata nella storica contea di Munster, esso chiuse baracca e burattini definitivamente nel marzo del 1846, mentre nel paese intero infuriava l'epide...la catastrofica carestia causata dalla distruzione dei raccolti di cereali e della patata. Il giorno seguente a quell'evento (tragico per le zitelle, sparse in ogni dove, soprattutto!) ne occorse uno molto più...luttuoso. Infatti, nel centro di Killarney, cittadina turistica sita a nord-ovest e non molto distante da Limerick, alle spalle della antica abbazia francescana di Muckross, quattro giovani zitelle (pardon "senza marito"!) si suicidarono dandosi fuoco. I loro miseri resti furono ricomposti e seppelliti in una fossa comune nel cimitero antistante l'abbazia (dove vi sono numerose tombe di poeti gaelici). Sulla lapide è incisa una scritta, colorata di rosso: "Quì giacciono i resti di quattro donne che avevano perduto la speranza di maritarsi".
     - Il "beowulf" è una razza di asino nano della Maremma toscana che anticamente veniva soprattutto usato per trainare carrucole, piene assai di sassi e detriti, nelle cave di marmo di Carrara oppure carbone nelle miniere del monte Amiata. Quella razza fu introdotta in Italia dai Fenici eppoi esportata dai Romani in Gallia, Britannia, Palestina ed altre province dell'Impero. I Romani lo usavano in agricoltura per trasportare grossi cumuli di terriccio e nell'edilizia urbana per spostare pietre e mattoni. Era di dimensioni veramente ridotte: misurava infatti, al garrese, appena 85-90 centimetri (poco più alto di un alano, insomma!); le femmine erano ancora più piccole. Caratterialmente era razza d'asino abbastanza vivace e testardo (molto più dell'asino comune), nonché dotato di intelligenza estrema. Il suo mantello di preferenza era grigio acciaio ma vi erano esemplari colorati anche con macchie marrone o uniformemente marrone (soprattutto la variante della Gallia). Narravano alcuni cacciatori che una volta esemplari vissuti in cattività tra i boschi della Maremma avessero tenuto testa a dei grossi cinghiali infuriati. Si estinse agli inizi del '900: l'ultimo esemplare (una femmina infertile di trenta anni) morì nell'ottobre del 1917 (era il 24, sul calendario Giuliano). Non vivevano nelle stalle ma nelle cucce che contadini o gli operai delle miniere costruivano appositamente per loro all'aperto, insieme ai cani: vi andavano d'accordo, in genere, nonostante la testardaggine!
     - La "dérobade" (che in francese sta per fuga, liberazione) è il nome dei primi modelli di materasso ad acqua ed ortopedici della storia: furono realizzati entrambi dall'inventore francese Edme Artaud, intorno al 1798 (nessuna parentela con l'Antonin, suo omonimo di cognome e connazionale, noto drammaturgo, attore, regista e saggista teatrale, vissuto qualche decennio più tardi). L'Artaud, che era originario di Grenoble, nel Delfinato, dopo essersi laureato in ingegneria nell'ateneo della natia città, si dedicò alla carriera delle invenzioni. Napoleone Bonaparte lo volle alla sua corte e col generale corso egli prese parte anche alla sciagurata campagna di Russia, dove perse l'uso di una mano (quella sinistra), congelata per il freddo. Scrisse diversi libri (non era mancino, fortunatamente!) sulla storia della tappezzeria (aveva anche messo a punto, nel 1815, un tipo di tappeto "volante" a motore che mai, tuttavia, venne brevettato ufficialmente) e molteplici trattati su variegati argomenti, tutti legati a utensileria ed artigianato. Era inoltre appassionato di forbici, coltelli ed altri utensili da cucina nonché...buongustaio amante della buona tavola (cucina esotica ed orientale, soprattutto) e gran intenditore di vini. La sua collezione, che contava oltre diecimila bottiglie (tutte rarissime, all'epoca) andò purtroppo perduta in un incendio della sua tenuta, nella Loira. Due copie della versione ortopedica del suo materasso (gli originali andarono persi) sono conservate al Musée Napoleonien di Ajaccio, in Corsica, e al Musée de l'Homme di Parigi. Ad Arras, cittadina nei pressi di Lilla, nel nord-ovest francese, dopo la seconda guerra mondiale venne eretto da ignoto (di fronte all'Hotel de Ville e vicino alla statua di De Gaulle) un piccolo busto in marmo in suo onore (l'opera non è mai stata abbattuta nonostante...). Su di esso è scritto: "Inventore del materasso ad acqua. I culi di Francia ti ringraziano!". 
     - Il "passero solitario" è il marito della passera in fiore, anzi, in calo...di testosterone (a volte) nonché padre della passerina in amore (al profumo del fiore di pesco). L'areale di questa specie di volatile abbraccia i cinque continenti del globo terracqueo, per questo è tra quelle più diffuse: essa non teme gli umori e le calamità del tempo atmosferico per cui non è soggetta a migrazioni stagionali che caratterizzano altre specie; al maschio li basta avere al fianco la dolce sua metà...a prescindere. In genere la femmina mette al mondo i figli in modo naturale, ossia dopo un rapporto sessuale completo ma a volte può avvenire che essa lo faccia per partenogenesi: in quel caso l'embrione viene fecondato in maniera asessuata, cioé senza contatti diretti tra maschio e femmina. Quando questo succede il maschio si isola per il tempo della gravidanza della femmina ed è il motivo per cui si chiama "solitario".
     - L'"Infinito" era il nome della nave ammiraglia della flotta di Aristotele Socrate Omero Onassis. Sembra che l'armatore greco avesse scelto quel precipuo nome in onore della sua prima moglie (Athina Mary Livanos, figlia di un altro celebre e potente armatore ellenico, sposata nel dicembre del 1945) e per il seguente motivo: ella era solita osservare il cielo nelle notti stellate e di luna piena e dopo averlo fatto spesso esclamava, appunto, "Oh infinito!".
     - La "nausea" è quel particolare stato d'animo, oltre ad essere - evidentemente - una fisiologica condizione di malessere passeggero, che prende in genere i cittadini di sesso maschile over settanta abitanti nelle estreme regioni meridionali francesi (Guascogna, Linguadoca e Provenza, da Biarritz nei Pirenei atlantici sino a Nizza, il versante opposto sito ai confini col Principato monegasco) quando sentono suonare a morto le campane delle chiese nelle loro città e nei propri paesi. Inoltre, compiono ogni volta un gesto rituale e scaramantico: si grattano con solerzia ed a lungo le parti basse e meno nobili del loro corpo, poste al di sotto del pene (altrimenti dette, secondo un noto intercalare semantico della Sicilia nord-occidentale, gabbasisi). Il sociologo e antropologo parigino François Delecour, noto nel mondo accademico per le sue teorie ed i suoi scritti sui pigmei Bambuti (egli stesso ha vissuto quindici anni insieme a queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori nella foresta dell'Ituri, nel nord-est del Congo) ha condotto studi particolarmente accurati sul fenomeno. Qualche anno fa dichiarò, in una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: "Quegli uomini devono avere una particolare propensione naturale ad assumere tali atteggiamenti (tutto deriverebbe, tuttavia, secondo l'illustre cattedratico, dall'influsso sui loro polmoni della corrente del Golfo di Guascogna, nell'oceano Atlantico: proveniente, essa, dal mare del Nord, attraversa lo stretto di Dover, sulla Manica, dove si amalgama con quelle del Mare d'Irlanda e del Mare Celtico, che a loro volta sono sotto l'influenza della corrente del Golfo). Per ciò che concerne il momentaneo stato di nausea che li accompagna al rintocchio funebre delle campane, debbo dire che trattasi di un fenomeno psicopatologico su base endogena che si installerebbe sui soggetti in questione, particolarmente predisposti per motivi genetici ed ereditariamente complessi, a causa di due endorfine che si chiamano "tic" e "tac"...il tutto, poi, confluirebbe nelle cellule del sangue e nelle sinapsi amiotrofico laterali del cervello". Questa intervista non piacque a più di qualcuno soprattutto per il linguaggio un po' troppo "tecnico" e forse...incomprensibile. Dopo aver letto quelle righe Marcel Tavernier, cinquantottenne contadino di Lourdes, esclamò: "Quello lì è tutto matto. Lo fanno solo perché hanno una fottuta strizza della madonna che li prende su per il culo!".

     
  • 05 novembre 2020 alle ore 18:29
    Ascoltando qua e là - Il mio quattro novembre

    Come comincia: O Gorizia tu sei maledetta (O Gorizia) 
    La mattina del cinque di agosto
    Si muovevano le truppe italiane 
    Per Gorizia, le terre lontane
    E dolente ognun si partì.

    Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,
    Grandinavano le palle nemiche;
    Su quei monti, colline e gran valli,
    si moriva dicendo così:

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per molti non fu.

    O vigliacchi che voi ve ne state,
    con le mogli sui letti di lana,
    Schernitori di noi carne umana,
    Questa guerra ci insegna a punir.

    Voi chiamate il campo d'onore,
    Questa terra di la dei confini
    Quì si muore gridando "Assassini!"
    Maledetti sarete un dì.

    Cara moglie che tu non mi senti
    Raccomando ai compagni vicini
    Di tenermi da conto i bambini
    Che io muoio col suo nome nel cuor.

    Traditori signori ufficiali
    Che la guerra l'avete voluta
    Scannatori di carne venduta
    E rovina della gioventù.

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per tutti non fu.

    (Sandra Mantovani - Il Nuovo Canzoniere Italiano, dall'album "Bella ciao", 1965)

     
  • 03 novembre 2020 alle ore 20:42
    Dal paese di...Vattelappèsca

    Come comincia:                                                                                                           Ai morti di amianto.           
     Loris emigrò in Germania nell'inverno del 1954, da un paesino del sud: Vattelappèsca. Aveva poco più di ventitrè anni, all'epoca. Prese il primo treno del pomeriggio, qualche minuto prima che un temporale da tregenda aprisse il cielo in due. Era vestito semplice, come semplice uomo era lui: una giacca, una camicia e nient'altro, portandosi appresso soltanto una vecchia valigia marrone legata con lo spago e carica di illusioni. Partì da Vattelappèsca ma...sarebbe potuto partire da "ovunque", perché Vattelappèsca non esisteva in concreto. Quello era un luogo immaginario che forse esisteva solamente nella testa di chi ha fervida immaginazione, pur restando sempre sobrio e col cervello in ghingheri. Tuttavia nel sud, chissà, quel paesino davvero esisteva (ad ogni sud di tutte le latitudini della terra ve ne potrebbero essere stati senza dubbio uno o più d'uno, tanto di quelli dove ancora i vecchi, sul lungomare, raccontavano storie ai più piccoli fumando il narghilé, quanto di quelli dove peones o bifolchi coltivavano i campi arandoli coll'aratro trainato dai buoi piuttosto che con giganteschi macchinari a motore), con tutti i drammi suoi - piccoli o grandi che potevano essere - e la miseria della gente che vi abita; con i bisogni della sua gente e dei suoi abitanti - vecchi o giovani che siano - , con tutti i sogni loro ed i disincanti e le...notti ed i giorni che anche là (a Vattelappèsca o nell'altro) tramontano eppoi nascono sempre uguali, muoiono, nascono o rinascono a nuova vita in un ritmo incessante e perenne, o ugualmente al modo stesso in cui lo fanno (il) sole e (la) luna per trecentosessantacinque giorni e notti all'anno. Quando il giovane arrivò a destinazione era quasi il meriggio del giorno successivo a quello in cui partì...i treni, allora, avevano i loro alti e bassi proprio come i cristiani...a loro immagine e somiglianza: mica come adesso, che non sono più umani! Ebbe solamente il tempo di sciacquàrsi il viso, in stazione (neanche quello di fumarsi una sigaretta o bersi un caffé in santa pace): di lì a poco avrebbe cominciato il turno di notte, in un cantiere navale dove trattavano l'amianto e costruivano pezzi di ricambio per le navi. Era operaio specializzato, Loris; aveva imparato il mestiere di saldatore dopo la scuola tecnica e in quel cantiere così vi lavorò per ben quarantadue anni, sino alla pensione: quasi una vita intera! Dopo di che tornò al suo paesino (Vattelappèsca o giù di lì, poco importa!). L'unica differenza rispetto a quando era andato via, quarantadue anni prima, fu una 127 bianca e blu comprata a scomputo, il resto tutto uguale: stessa valigia marrone legata con lo spago, svuotata però di tutti i suoi sogni ed un bagaglio al seguito di fatica sulle spalle, delusioni, disillusioni; le mani rugose e il viso segnato...da una vita vissuta in fretta, troppo forse, in un paese con abitudini diverse e distanti dalle sue; quella vita che mai li aveva concesso di fermarsi un istante: per darli tempo di guardarsi attorno, pensare a sé stesso, a qualcosa di diverso al di fuori del lavoro. Non aveva famiglia e neanche un amico; non si era mai sposato: chissà, se si fosse fermato - un attimo appena, qualche volta - avrebbe trovato magari quella giusta oppure...c'è chi dice che il destino sia scritto già da tempo per tutti, sin quando ognuno esce con il capo dalla vagina della propria madre (ad alcuni, a volte, è dato di farlo coi piedi!). Di lì a poco, purtroppo, per Loris sarebbero cominciati i guai, la sua odissea. Nell'estate del 1996, pochi mesi dopo il suo rientro a casa, i primi sintomi: tosse, capogiri, dispnea. Le visite mediche, il ricovero, gli accertamenti; eppoi la diagnosi infausta e crudele: cancro ai polmoni, dovuto alla prolungata vicinanza all'amianto. L'uomo lottò sin quando fu possibile e con tutto sé stesso. Morì una mattina d'inverno, tersa e mite, del 2000. Il suo nome non venne iscritto nel registro dei tumori. Riposa nel cimitero del suo paesi...di Vattelappèsca. Ogni tanto qualcuno porta un fiore sulla sua modesta tomba: a nessuno è dato sapere di quale morte sia morto. Un vuoto a perdere!

     - Perché di amianto si continua a morire...La "fibra killer" ogni anno uccide cinquanta persone. Così titolava il 6 dicembre dello scorso anno il quotidiano Brescia Oggi. L'articolo proseguiva in questo modo: "I numeri sono contraddittori, ma una certezza c'é: di amianto si continua a morire. Nel senso che risultano ancora letali gli effetti delle intensive inalazioni tossiche delle fibre di asbesto tra gli operai del settore, prima che la materia fosse messa al bando nel 1992. Ogni anno - si legge nell'ultimo rapporto dell'Istituto superiore della Sanità - l'Italia paga un tributo di 4000 mila vittime alle patologie correlate alla "fibra killer". Vengono inoltre diagnosticati oltre 15 mila casi di mesotelioma. L'incidenza della malattia maligna è in aumento, con un picco atteso nei prossimi 10-20 anni. Non basterà insomma aver smantellato tutto l'amianto entro il 2023, come imposto dall'Unione Europea, per limitare i danni alla salute. Secondo lo studio epidemiologico nazionale, in sei anni in Lombardia sono stati diagnosticati 4844 casi di tumori alla pleura. Nel Bresciano la quota è stata di 392. Nello stesso periodo i mesoteliomi pleurici in Lombardia sono stati 632, 47 nella nostra provincia. Ma ci sono autorevoli stime molto più pessimistiche. "In trent'anni ci sono 1500 morti a Brescia per cancro collegato all'amianto. E' una tragedia sconosciuta che la popolazione deve sapere. Nonostante la messa al bando, c'è una presenza residuale", ha affermato ieri Pietro Gino Barbieri, già direttore di Medicina del Lavoro, presentando il suo libro "Morire di amianto. Un dramma prevedibile, una strage prevedibile". I riscontri epidemiologici ufficiali parlano di 750 mesoteliomi maligni negli ultimi venti anni.   

    Taranto, 2 novembre 2020.