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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

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  • giovedì alle ore 15:05
    Dunque danzo (al buio)

    Dunque danzo (al buio)
    per ascoltare 
    il rumore dei tuoi
    battiti
    dunque danzo (al buio)
    per riconoscere
    i tuoi sguardi
    dunque danzo (al buio)
    per perdermi
    nei tuoi pensieri
    dunque danzo (al buio)
    per incontrare poi
    il tuo cuore.

    Taranto, 22 gennaio 2020.

     
  • giovedì alle ore 15:01
    Ti regalerò l'alba e poi...

    Raccolgo
    le mie cose
    per partire
    ma prima d'andar
    via ti lascerò
    un sorriso
    ti donerò un pezzo
    del mio cuore
    da contemplare
    nelle notti tue
    tristi
    ti regalerò
    l'alba
    a cui svelerai
    i tuo segreti
    e poi...

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • giovedì alle ore 13:04
    L'orizzonte

    L'orizzonte 
    è ciò che
    si spande
    dinanzi
    al mio sguardo
    ma io
    mai lo scorgo.

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • giovedì alle ore 13:02
    Se potessi...

    Se potessi 
    parlare
    ti donerei
    un sorriso
    ma muto
    resto dinanzi 
    alla tua
    tristezza.

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • 16 gennaio alle ore 10:08
    Muti sguardi

    Le parole
    che non ti ho detto
    mai
    sono quelle
    che avrei voluto dirti:
    eppure
    tra di noi
    bastaron muti sguardi.

    Taranto, 17 giugno 2018.

     
  • 09 gennaio alle ore 8:49
    (Il) cuore coraggioso

                                                                                     Cosa c'é di più forte del cuore                                                                                             umano che si schianta di continuo
                                                                                     e ancora vive (Rupi Kaur). 

    Camminando il cuore 
    va nelle fitte nebbie 
    della notte: si spaura,
    ei talvolta, ma con coraggio
    riprende poi
    il cammino lungo sue
    dannate rotte!

    Taranto, 7 gennaio 2020.

     
  • 24 dicembre 2019 alle ore 7:22
    Gemme

    Sgomento m'assale
    quando m'arrivi 
    in sogno
    al risveglio (poi)
    d'estasi m'inèbrio

    Taranto, 10 giugno 2017.

     
  • 15 dicembre 2019 alle ore 19:04
    La vagina ("sora magna")

    La vagina, salt'imboccca
    ma non é alla "romana",
    fa goder se la si tocca
    anche una settimana.
    La vagina, beata lei
    porta vita a tutte l'hore
    se vogliam non dorme mai
    non l'anno però preti s'ille suore.
    La vagina: ella compagna
    in salute e malattia,
    che piacer se la si bagna 
    alla vergine com all'arpia.
    La vagina: in conclusione
    "sora magna" l'é dei buchi,
    un pertugio birbaccione
    da divertir anche gl'eunuchi!

    Taranto, 14 settembre 2016.

     
  • 13 dicembre 2019 alle ore 14:43
    Io e lui

    La, dove
    le mie lacrime naufragano
    ribelli;
    il mare...
    dove
    la mia malinconia
    galleggia
    come (un) arcobaleno
    di pensieri
    il mare...
    io e lui
    insieme 
    siamo infinito.

    Taranto, 12 dicembre 2019.

     
  • 13 dicembre 2019 alle ore 14:34
    Fusione

    Gli infiniti d'uno sguardo (silenzioso)
    si fondono con gli sguardi perduti nell'infinito...
    alle maree del pensiero
    ed al rumore delle parole le briciole.

    Taranto, 24 giugno 2018.

     
  • 13 dicembre 2019 alle ore 14:22
    [Brucia...] (il comandamento)

                                                                                      a: Caterina, compagna anarchica 

    Brucia
    come una fiaccola ardente
    nella notte ribelle...
    quando ti spegnerai
    la cenere di quel
    fuoco si sparpaglierà
    tra le stelle amiche.

    Taranto, 13 dicembre 2019.

     
  • 10 dicembre 2019 alle ore 20:24
    Con il cuore che batte

    Non regalarmi fiori
    vedrei poi la loro vita
    costretta nella prigione
    di un vaso.
    Regalami una corsa 
    a piedi scalzi in un prato.
    Non regalarmi un vestito
    rimarrebbe appeso
    nel tempo e nella polvere
    della sua vanità.
    Regalami una danza
    sotto la pioggia d'autunno in strada.
    Non regalarmi un gioiello
    regalami una pietra
    poi scappiamo
    veloci, veloci, veloci
    con il cuore che batte
    forte, forte, forte
    Prenderemo il volo.

    Caterina Barbierato, da: "Tempesta - Quando la libellula danza"

     
  • 29 novembre 2019 alle ore 11:16
    Le strade della memoria (Trilogia del tempo/3)

    Ogni volta che ripercorro le strade della memoria
    cor mio s'accende e si spenge ad intermittenza:
    or palpita, trema, freme or vibrante è...perdendosi
    nel vorticoso flutto dei ricordi di vita, arcani e ben conservati
    o in personificate, variopinte immagini ed idilliaci flash-back,
    in dolci e suadenti suoni
    o nell'accattivante brusio di voci amiche,
    in remote profondità di luce: fonti di viva gioia!
    Ogni volta che ripercorro le strade della memoria
    cor mio s'accende e si spenge ad intermittenza:
    e quanti sussurri, e quante scosse o travagliati ondeggi,
    e quali forti emozioni
    così selvagge, quasi salvifiche...perdendosi
    prima ma poi ritrovandosi con la sua propria anima,
    ed inconsapevolmente ricongiungendosi ad essa, dopo il viaggio;
    è bellissimo tutto ciò: oh sì, quanto lo è veramente...
    di fantastica, sincera beltade!

    Taranto, 17 settembre 2012.

     
  • 16 novembre 2019 alle ore 8:29
    In inverno (filastrocca di carnevale)

    Gli alberi sono senza foglie
    il cuore ormai
    nulla coglie
    ed il pensier più
    non ha voglie;
    gli inammorati sfogliano le margherite
    spoglie
    ed il marito insieme
    alla moglie assapora
    il tempo che passa.

    Taranto, 15 febbraio 2019.

     
  • 09 novembre 2019 alle ore 15:18
    [Si muove...]

    Si muove il corpo, ma l'anima
    è fissa: il suo moto
    di rivoluzione, però, è veleggiare
    nei mari (controversi) dell'infinito.

    Taranto, 21 novembre 2017.
     

     
  • 13 ottobre 2019 alle ore 20:56
    Perché sono nato?

    Sono nato
    per guardare l'alba chiara
    alzarsi in cielo
    sono nato
    per ascoltare il sibilo del vento
    che squarcia 
    le nuvole
    per scalare montagne
    e solcare mari
    in tempesta
    sono nato
    per osservare le farfalle
    posarsi 
    sui fiori
    per tender la mano
    a mille colori
    sono nato 
    per odiare e amare
    con tutto me stesso ascoltando
    soltanto mio
    cuore
    per piangere 
    e gioire del male
    e del bene
    sono nato
    per attraversare
    i deserti
    per varcare i confini
    del nulla
    sono nato
    per rubare un sorriso
    all'eternità e donarlo
    a sorella tristezza
    per rubare
    scampoli di magia
    al sole e frammenti
    di mistero alla luna.
    Sono nato
    per fare l'amore
    sulla spiaggia
    d'estate
    per cantare
    e suonare di fronte
    ad un tramonto
    vermiglio insieme
    alle fate.
    Sono nato
    per attraversar l'inferno
    per abbattere
    confini e sbarre
    per spezzare catene
    aver cento
    migliaia di pene
    abbracciare l'inverno
    sono nato per cadere
    e rialzarmi
    per amarmi
    o maledirmi
    sono nato
    sono nato e basta...
    non sono nato
    per morire
    ma per vivere in eterno!
     
     

     
  • 07 ottobre 2019 alle ore 22:33
    [Amo i poeti...]

    Amo i poeti nichilisti
    quelli romantici e crepuscolari,
    i poeti maledetti e malinconici
    futuristi simbolisti laconici
    eppur quelli ermetici,
    i poeti dannati
    - quelli che si dannano il cuore
    e l'anima fino al midollo -
    i poeti bohemien
    - che rubano materia agli astri -
    e quelli dandy
    - che portan fiori all'occhiello -
    quelli "artisti"
    e gli intimisti
    amo i poeti pittori
    e "musicisti", i filosofi
    i mistici e gli individualisti.
    Amo i poeti anarkici, quelli rivoluzionari
    e quelli comunisti o naturalisti;
    amo i poeti d'avanguardia
    e all'avanguardia, 
    quelli tradizionalisti:
    sono loro la torre di guardia
    del mondo.
    Amo i poeti sognatori
    - gli stilnovisti e i provenzali -
    e quelli psichedelici,
    quelli dialettali
    che amano gli onori
    i visionari
    che gioiscon dei dolori.
    Amo tutti i poeti
    quelli del mondo
    e dell'infinito,
    quelli dell'animo umano
    a tutto tondo
    o masnadieri per sempre,
    bastardi dentro.
    Amo i poeti
    perché sono uomini come me
    umani.
    Amo tutti i poeti
    perché sono gentili,
    sensibili e fragili come me:
    sono loro la vera forza 
    dell'universo!

    Taranto, 20 ottobre 2018. 
     

     
  • 30 settembre 2019 alle ore 11:12
    Quante volte?

    Quante volte
    ho visto lacrime lacere
    consunte sgorgare
    dagli occhi tuoi di seta
    confondersi
    sciogliersi poi
    nella pioggia?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    catturare
    la luce del mattino
    in inverno,
    farsi poi di ghiaccio?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    cenere diventare
    polvere sotto il sole
    d'agosto,
    mischiarsi poi al vento?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    asciugarsi,
    senza poter fare
    nulla!

     
  • 28 settembre 2019 alle ore 6:31
    Kinky, ragazza (carina) del reggae

    Oh Kinky, ooh baby
    t'ho seguita tutta notte
    ieri [notte], sotto
    la luna strisciante
    e una strana
    fottuta
    pioggia rossa
    che veniva giù
    a frotte...
    (in) seguirti non fu
    vano:
    mi portasti
    tu, come fossi
    il più astuto
    degli incantatori
    di taipan,
    da una musica
    assai strana
    soave e strana,
    magicamente soave
    forte e nuova:
    mi portasti dalla tua
    musica, dal tuo reggae;
    m'hai condotto da lei
    da ciò che volevo
    era quello che ci voleva,
    baby:
    oh sì, è la musica
    perfetta...
    questa
    è la musica del ritmo,
    del ritmo dei cuori
    (è) la musica
    che all'unisono batte
    col loro ritmo
    inebriante soave
    e và, forte và
    per il mondo;
    è la musica
    dei cuori forti
    e puri,
    dei cuori puri
    e impavidi;
    è la musica
    (lei)
    della libertà
    e delle strade,
    della libertà
    delle strade!
    Grazie Kinky,
    ragazza (carina) del reggae:
    per avermi portato da lei!

    Taranto, 27 agosto 2014.

     
  • 25 settembre 2019 alle ore 6:33
    Il nascondiglio

    Le tue parole
    sono foglie 
    nel vento
    il respiro tuo
    un sussurro
    lieve
    alla luna cieca.
    Ti vedo correre
    lungo l'orizzonte
    coi tuoi pensieri
    chiusi 
    nella mano
    le tue parole
    sono figlie 
    del vento
    coi tuoi pensieri
    ti vedo correre
    e poi
    sparire
    nascosta dietro
    al tuo cuore

    Taranto, 25 settembre 2019. 

     
  • 24 settembre 2019 alle ore 22:05
    Da quel paese di mio nonno e di mio padre

    Al calar del sole
    il contadino la vanga ripone
    e smette di lavorare;
    smette, sì smette (il suo lavoro).
    ma comincia la stanchezza a contare:
    delle mani dure (ormai) come una pietra
    e delle (sue) braccia, rigide come una lastra
    di granito,
    delle gambe e delle ossa tutte
    appesantite come macigno
    di cenere.
    Il riposo perciò,
    il suo riposo non comincerà mai:
    fa tutt'uno con la stanchezza
    che si porta indosso
    come un vestito mai smesso!

    E quand'anche il gallo tace
    ricerca [il contadino] un po' di pace...

    E la luna così
    sul pozzo si 
    cala e lì
    vi giace
    per un'altra notte (ancora).

    Taranto, 11 settembre 2016.

     
  • 18 settembre 2019 alle ore 22:38
    Gli indossatori (della sera)

    Indossano sempre gli stessi "colori":
    forse - chissà - perché non ce ne sono (più) di nuovi!
    Dove sono - mi domando - i "colori" (quelli) di una volta?
    Dove sono andati a finire: il rosso fuoco della notturna aurora,
    o il blu mattino che volava sulle montagne?
    Quel rosso e quel blu insieme incendiavano i cuori malati
    di tedio e di noia!
    Dove sono andati a finire: il giallo a pois
    o il verde macchiato di viola? ed il nero mandarino
    che allagavano di gioia la solitudine
    dei deserti?
    Dove sono andati a finire (tutti) quei "colori"
    d'una volta; vecchi e nuovi asprigni
    giovani o vecchi sanguigni, acri e forti
    ma pur sempre scintillanti di sapori?
    Indossano sempre gli stessi "colori"...
    gli indossatori della sera: nella bolgia
    nel caos, privo di qualunque atmosfera!

     
  • 18 settembre 2019 alle ore 22:17
    La rivoluzione (anarchica) dei fiori

    I fiori si son ribellati: ai cannoni;
    i fiori non sono maoisti, non sono castristi,
    né sono ebrei, né cristiani (o coglioni)...
    i fiori si son ribellati: alle false ideologie
    ed alle facili speranze della fede, quasi sempre illusioni
    (i fiori non sono coglioni);
    i fiori si son ribellati: al lavoro, alla giustizia
    - quella umana e quella divina - ai padroni, alle eresie
    degli uomini e delle religioni
    (perché i fiori non sono servi di nessuno, non sono coglioni);
    i fiori si son ribellati: alle macchine che son tante, miliardi quasi milioni:
    i fiori si son ribellati: hanno deciso di invadere l'aria...
    purezza dei fiori: i fiori son tornati puri,
    i fiori son (ri)tornati bambini: si son ribellati ai cannoni,
    si son ribellati alle macchine - e a tutto: evviva evviva i fiori che si son ribellati;
    beati beati (i) fiori che si son ribellati;
    i fiori si son ribellati: non sono scimmie ammaestrate, non sono santi nè beati,
    non sono pagliacci educati: i fiori si son ribellati
    ma sono soltanto fiori!

     

     
  • 18 settembre 2019 alle ore 19:58
    Amori folli (lungo le rive del fiume sacro)

    Restiamo sempre soli
    è tutto così lento...
    (e) così triste...
    così pesante: anche
    il desiderio (di amarti) 
    L'acqua del fiume
    scorre lentamente
    è tutto così lento...
    così triste...
    così pesante: lungo le rive
    di quel fiume
    Ma presto
    saremo vecchi
    come quel vecchio fiume
    e finalmente tutto finirà
    niente sarà mai più lento,
    (e) niente sarà mai più triste
    e pesante
    Leggero il fardello
    leggera la piuma d'un uccello;
    leggiero si alza in cielo
    il gabbiano dorato e saluta
    la costa di ponente...
    leggero s'alza il vento
    e solleva folle di polvere
                                               =Fragment n°1=
    Sono venuta a dirti
    che me ne vado...
    cogli occhi tristi saturi di te
    ancora; 
    le tue lacrime
    ormai
    non potranno cambiar nulla...
    (e) neanche un pennello,
    o una tela o un quadro nuovo bianco
    che colorerai.
    E come dice Verlaine
    - prima di bere vino - 
    "me ne vado nel vento maligno"
    o come dice il giocatore
    che bara alla vita ed al tavolo
    "una carta sola basta!"
    e come dice Baudelaire
    il baro è un ipocrita doppiero santo
    che bara e mente due volte: come
    fanno sempre gli ipocriti amanti...
                                                 =Fragment n°2=
    Una sera di rosa e azzurro mistico,
    un lampo solo ci vedrà commisti,
    lungo singhiozzo carico d'addio.
    Un angelo, schiudendo indi le porte,
    a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
    gli opachi specchi e le due fiamme morte...
                                                =Fragment n°3=
    Fiamme morte ormai
    spenti i tuoi occhi (sono)
    come il sorriso tuo;
    sono venuta a dirti che me ne vado:
    ti ricordi dei giorni felici e piangi
    rosse lacrime
    sul bianco tuo viso
    ma le tue lacrime
    adesso
    non potranno cambiar nulla...
    soffochi e gemi al presente
    che ha suonato la sua ora
    Adieu, mon amour
    adieu
    sono venuta a dirti
    che me ne vado:
    me ne vado nel vento maligno
    portandomi l'ombra (dietro) 
    gracile
    dell'ultimo tuo sguardo
                                             =Fragment n°4=
    Tu verrai da me
    quando il giorno notte
    sarà e la notte il cielo
    incendierà e le anime
    dei morti
                                             =Fragment n°5=
    L'amore è la più crudele delle illusioni,
    ma il sogno è la più subdola delle speranze.

    Amori folli, sogni disperati, amori folli...
    amare alla follia è amore folle!
    Nelle pallide acque delle tenebre
    gettai il mio sguardo: sperando
    di incontrare il suo!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.
           

     

     
  • 14 settembre 2019 alle ore 11:00
    Sogno d'autunno

    Una bambina dai lunghi capelli ramati
    e cogli occhi di ghiaccio
    giocava con grosse lumache di marzapane
    in riva al focoso fiume dorato;
    a lei, così, mi avvicinai e dolcemente la presi
    per mano: camminammo insieme tutta notte...
    dinanzi ad uno specchio (mi) feci il lavaggio del tempo,
    e da quel momento vò scambiando
    il passato per presente,
    la verità per menzogna, e voluttà
    estrema voluttà di piacere
    provo dinanzi alla vecchia "morte" generosa ganza
    - la qual sempre rintocca tre volte alla porta
    pria d'entrare a salutar l'acerba sua figliola speranza -
    or mi domando chi mai fosse
    quella bambina:
    "Forse era soltanto una strega
    una piccola madonna
    od una circe piccolina?".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

     
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  • Come comincia:  Quelle che seguono sono le otto quartine, composte in versi a rime incrociate, della bellissima e mirabile poesia, dedicata a Venezia ed inserita nella raccolta "Poesie vecchie e nuove", di Diego Valeri, raffinato e sensibile artista veneto, spesso sottovalutato se non addirittura dimenticato o ignorato dalla critica e dalla "intellighentia" ufficiale (nacque a Piove di Sacco, nel padovano, nel 1887, morì a Roma nel 1976) nonché illustre docente e studioso di letteratura francese. Tra le altre opere sue sono da ricordare le liriche seguenti: "Ariele", "Scherzo e finale", "Tempo che muore". Svolse anche attività di saggista letterario, di critico d'arte, di prosatore ("Fantasie veneziane") e di traduttore (soprattutto lirici tedeschi e francesi).

                                                            = Venezia =
     C'é una città di questo mondo,
    ma così bella, ma così strana,
    che pare un gioco di fata morgana
    o una visione del cuor profondo.

     Avviluppata in un roseo velo,
    sta'con sue chiese, palazzi, giardini,
    tutta soppesa tra due turchini,
    quello del mare, quello del cielo.

     Così mutevole!...A vederla
    nelle mattine di sole bianco,
    splende d'un riso pallido, e stanco,
    d'un chiuso lume come la perla;

     ma nei tramonti rossi, affocati,
    é un'arca d'oro, ardente, raggiante,
    nave immensa veleggiante
    a lontani lidi incantati.

     Quando la luna alta inargenta
    torri snelle e cupole piene
    e serpeggia per cento vene
    d'acqua cupa e sonnolenta,

     non si può dire quel ch'ella sia,
    tanto è nuova mirabile cosa,
    isola dolce, misteriosa,
    regno infinito di fantasia...

     Cosa di sogno, vaga e leggera;
    eppure porta mill'anni di storia,
    e si corona della gloria
    d'una grande vita guerriera.

     Cuor di leonessa, viso che ammalia,
    o tu, Venezia, due volte sovrana,
    pianta di forte virtù romana,
    fior di tutta la grazia d'Italia.

    (da: "Poesie vecchie e nuove").

     Poesia delicata, dal linguaggio semplice ma incisivo, i cui versi - a mio avviso - sono vere e proprie "pennellate" di...parole! (C'é una città...una visione del cuor profondo; avviluppata in un roseo velo; tutta sospesa tra due turchini; è un'arca d'oro, ardente, raggiante; nave immensa veleggiante, etc.). Pablo Picasso ebbe a dire una volta: - Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l'aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole -. Ebbene: Valeri quì, con i suoi versi, ha reso Venezia, una macchia gialla, nel sole.
     

     
  • Come comincia:  Grete Waitz e Ingrid Kristiansen: ovvero, le due più grandi runners norvegesi di ogni epoca, furono entrambe le migliori maratonete al mondo per oltre un decennio ed erano fortissime tanto nelle corse in pista, quanto in quelle su strada e nelle campestri (o cross-country che dir si voglia). La prima nacque a Oslo (nel quartiere di Keyserlokka, zona residenziale del centro cittadino, nel distretto di Grunerlokka) il primo ottobre 1953: figlia di un farmacista (il padre John) e di una commessa in un negozio di generi alimentari (la madre Reidun), il cognome suo da nubile era Andersen (sposò Jack Henry Nilsen nel 1975 ed entrambi presero il cognome Waitz). Fu una vera pioniera della maratona targata al femminile (alcuni la considerano addirittura una sorta di suffragetta ante-litteram della specialità!) e delle grandi distanze, su pista e strada, appunto: nell'agosto del 1983, a Helsinki (capitale della patria dei più grandi fondisti che la storia dell'atletica abbia mai avuto - da Paavo Nurmi a Volmari Iso-Hollo, da Hannes Kolehmainen a Ville Ritola, da Ilmari Salminen a Lasse Viren, Albin Stenroos, Taisto Maki, Toivo Loukola, Pentti Karvonen, Peka Vasala: vere e proprie leggende anche al di fuori della terra dei mille laghi, come comunemente è nota la Finlandia), divenne la prima campionessa mondiale della storia sulla classica distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, peraltro presente nel programma dei Giochi olimpici - targata al maschile, però - sin dalla prima edizione del 1896 ad Atene (fu lo storico linguista francese Michel Breal che, ispirandosi al mito del soldato Filippide, la fece introdurre). A sedici anni fu campionessa di Norvegia tra le juniores nei 400 e 800 metri. Nel 1971, invece, appena diciottenne, esordì sulla scena internazionale correndo 800 e 1500 metri agli Europei di Helsinki (in quella stagione, tra l'altro, batté il record europeo juniores sulla distanza lunga con 4'17"), mentre l'anno seguente si affacciò sulla scena olimpica in quel di Monaco di Baviera dove corse, però, soltanto i 1500 metri: fu eliminata al primo turno, giungendo settima nella sua batteria! Due anni dopo, agli Europei di Roma, avvenne la definitiva sua consacrazione: fu terza (col tempo di 4'05"21) alle spalle della tedesca-est Gunhild Hoffmeister e della bulgara Lyliana Tomova. In tale occasione la norvegese precedette la sovietica Tatiana Kazankina che due anni dopo, a Montreal, siglò (prima ed unica donna nella storia) il "double" olimpico 800-1500. Da notare che l'atleta di Petrovsk (classe 1951) bisserà il successo sui 1500 metri a Mosca, nel 1980: fu anche primatista mondiale sulle distanze 800-1500-3000 metri ed è considerata una delle più grandi mezzofondiste-fondiste di sempre. La Waitz nel 1975 (24 giugno), ai Bislett Games di Oslo, batté il suo primo record mondiale in pista: sui 3000 metri siglò uno storico 8'46"6, migliore di ben sei secondi del tempo della russa Lyudmila Bragina, precedente detentrice. L'anno dopo (21 giugno), sempre ai Bislett di Oslo, migliorò ancora il record sui 3000 con 8'45"4. Quel record, però, ebbe vita brevissima: la rivale russa, infatti, il sette agosto siglò uno strabiliante 8'27"2 (poi ratificato nel tempo automatico di 8'27"12) nel corso dell'incontro Usa-Urss, a College Park (Maryland, Stati Uniti). Al secondo appuntamento pentacerchiato della carriera, in Canada (quei Giochi si svolsero a Montreal, capitale di Quebec, dal 17 luglio al 1°agosto) le cose andarono leggermente meglio rispetto al primo: la norvegese giunse alle semifinali. L'anno dopo, nel corso della prima edizione della Coppa del Mondo (competizione mista per squadre continentali e nazionali), disputatasi a Dusseldorf (capitale del land tedesco della Renania settentrionale-Westfalia), compì il capolavoro della sua carriera in pista: batté la Bragina e siglò un tempo inferiore al suo secondo record mondiale dell'anno prima (8'43"5). Nel 1978 disputò l'ultima grande manifestazione internazionale interamente su pista - i Campionati Europei di Praga - prima di dedicarsi anima e corpo alle corse su strada ed alla maratona: in quella occasione fu terza nei 3000 (alle spalle della russa Svetlana Ulmasova e della rumena Natalia Marasescu-Andrei), segnando un ottimo 8'34"33, e quinta sulla breve distanza (dietro Giana Romanova, russa, la stessa Marasescu, la bulgara Totka Petrova e l'altra russa Valentina Ilyinykh) con 4'00"58 (personal best sulla distanza). La Waitz, sino ad allora nel corso della sua carriera da pistard (tanto nelle gare outdoor, quanto in quelle indoor) era stata la sola rappresentante occidentale (a dire il vero sarà imitata, in seguito, anche dalla connazionale Kristiansen) capace di battersi ad armi pari con le atlete del "blocco dell'est" e aveva ancora buone possibilità di ben figurare, tuttavia cominciò a maturare la decisione più importante della sua vita (personale e di atleta). La prima Waitz aveva riscosso risultati buoni ma non eccezionali (tra l'altro, risultò essere la migliore nel "World ranking" sui 1500 nel 1975, sui 3000 nel 1975 e 1977), ma la seconda era destinata senz'altro ad entrare nella leggenda dell'atletica leggera. L'atleta norvegese capì, con grande sagacia ed intelligenza, che le sue potenzialità erano ancora rimaste inespresse e potevano essere sfruttate al meglio nelle distanze più lunghe. Nell'autunno del 1978 prese parte così alla prima maratona in assoluto della sua carriera, cedendo alle lusinghe ed all'invito che Fred Lebow (responsabile, all'epoca, ed organizzatore della maratona di New York) le aveva avanzato qualche mese prima. Essa trionfò sulle strade della "big-apple" in maniera alquanto inaspettata ed eclatante assai, ovvero balzando in testa alla gara dal ventinovesimo chilometro, lasciando a ben nove minuti la seconda classificata, la statunitense Martha Cooksey che appena due mesi prima aveva corso la mezza maratona di San Diego in 1h11'04" (il tempo migliore al mondo all'epoca!), stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (per la maratona le tabelle dell'atletica non prevedono un vero e proprio record del mondo) con il tempo di 2h32'29": oltre due minuti più veloce della precedente, detenuta dalla tedesca-ovest Christa Vahlensieck (2h34'49", stabilita il 10 settembre 1977 a Berlino Ovest). Da quel precipuo momento la storia personale dell'atleta norvegese e quella della specialità ebbero una svolta epocale: abbandonò in modo definitivo la sua professione (era insegnante di geografia in una scuola della sua città natale) per dedicarsi a tempo pieno all'atletica; la maratona, invece, che fino ad allora era considerata una garà quasi proibitiva (o addirittura tabù) per le donne, grazie al suo carisma ed al valore tecnico delle sue imprese cominciò ad attrarre su di sé sempre più l'interesse di sponsors, media, tecnici ed appassionati del mondo intero. La Waitz, guidata dal marito (e dall'altro tecnico Johan Kaggestad), abbandonò quasi del tutto le gare su pista in cui, dopo di allora, ebbe solo sporadiche ed eccellenti incursioni: nel 1982, infatti, in quella che resta la sua ultima gara in pista (i 5000 metri ai Bislett Games di Oslo) segnò la seconda prestazione assoluta (col tempo di 15'08"80), ad appena mezzo secondo dal record mondiale che la statunitense Mary Decker-Slaney aveva stabilito tre settimane prima (15'08"26 il 5 giugno a Eugene, nellOregon): tuttavia, è da dire che la specialità era (ed è) assente nel programma di olimpiadi e mondiali e nelle rassegne continentali. Introdusse una metodologia di allenamento del tutto sconosciuta fino ad allora: durante l'inverno, infatti, era solita prepararsi partecipando a gare di sci di fondo; ma anche le gare su strada e le campestri (dove peraltro l'atleta di Oslo ottenne risultati eccelsi) divennero in un certo qual modo propedeutiche e complementari alla maratona. Il successo più prestigioso lo ottenne a Helsinki, come detto (in Finlandia trionfò in 2h28'09", tenendo a debita distanza sia l'americana Marianne Dickerson che la russa Raisa Smekhnova, piazzatesi alle sue spalle nell'ordine!), ma furono i nove successi a New York a decretarne la grandezza assoluta di atleta, a donarle fama, soddisfazioni e quattrini, infine ad issarla al vertice della storia dellla maratona. Stabilì la miglior prestazione mondiale nelle sue prime tre maratone newyorchesi, consecutivamente dal 1978 al 1980: la prima, di cui ho scritto, e poi 2h27'32"6, 2h25'41". Il 17 aprile del 1983 (annus mirabilis per lei!) stabilì la quarta - ed ultima - miglior prestazione mondiale (2h25'29") trionfando a Londra. Il successo nella capitale inglese gli arrise anche nel 1986, in 2h24'54: quel tempo resta il suo personal best sulla distanza e tuttora, sebbene siano trascorsi quasi trentaquattro anni, nelle graduatorie all-time risulta essere il 691° tempo, a testimonianza delle grandissime ed eccelse sue doti naturali e tecniche. Nel suo palmarès figurano ben tredici successi su diciannove maratone disputate (oltre ai nove a New York, i due a Londra e il titolo mondiale dell'83 a Helsinki, di cui ho detto, anche quello del 1988 a Stoccolma col tempo di 2h28'24", che è tutt'oggi il più veloce mai corso da una donna sulle strade della capitale svedese!): una media veramente impressionante, non c'é che dire, soprattutto se si pensa che tra gli uomini solo l'etiope Bikila può vantarsi d'aver fatto meglio di lei! L'unico suo cruccio rimasero i Giochi olimpici: nel 1984, a Los Angeles, fu seconda battuta dall'atleta di casa Joan Benoit (maritata con Scott Samuelson): l'americana di Cape Elizabeth, nel Maine, classe 1957, che solo alcuni mesi addietro aveva subito un delicato intervento di artroscopia chirurgica al ginocchio destro, segnò un ottimo 2h24'52", la Waitz invece 2h26'18". Sono da rimarcare due cose importanti: in quella occasione la connazionale della Waitz, Ingrid Kristiansen, giunse quarta in 2h27'14"; la Benoit, invece, era colei che l'anno prima, sulle strade di Boston, il 18 aprile, aveva migliorato il tempo record della norvegese di quasi tre minuti (2h22'43"), facendolo ad appena ventiquattro ore di distanza da quando essa lo aveva stabilito! Fu grandissima anche nelle corse su strada e nelle campestri (o cross-country): tanto nelle une, quanto nelle altre ebbe strisce vincenti clamorose. Nelle prime, infatti, non subì sconfitte in ventotto gare consecutivamente dal 1979 al 1981 quando fu battuta (l'otto aprile a Basilea, nella Svizzera tedesca) dalla rumena Maricica Puica in una corsa sui tremila metri. Da "stradista" mieté successi in giro per il mondo, ovunque lasciando il segno per le sue capacità atletiche, le sue qualità agonistiche e, soprattutto, per le sue spiccate doti umane e comunicative.Tra le vittorie più signficative sono da segnalare: la 10 km. di Madrid (San Silvestre Vallecana) nel 1981; la 10 km. di San Francisco (Bay To Breakers) nel 1986 (da notare che quella edizione della corsa, una delle più antiche e famose al mondo, tenutasi il diciotto maggio e a cui presero parte centodiecimila atleti, entrò nel Guinnes dei primati!); la Peachtree Road Race di Atlanta, in Georgia (la gara più grande al mondo sulla distanza dei dieci chilometri, si disputa ogni anno il 4 luglio, l'Independence Day per gli americani), nel 1983, 1985, 1986 e 1988; la Cooper River Bridge Run a Mount Pleasant e Charleston, in South Carolina, nel 1989; la New York Mini 10k (si svolge per intero a Central Park, l'edizione del 2011 venne dedicata a lei dopo la sua morte) nel 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984; la Falmouth Road Race (gara sugli undici chilometri e trecento metri), a Falmouth, Massachusetts, nel 1980. Fu campionessa mondiale di corsa campestre per ben cinque volte, un record davvero strabiliante,                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

     
  • Come comincia:  Il sonetto che segue dopo le mie note (trattasi di quattordici versi endecasillabi a rima), intitolato "Dolore senza tempo", fu scritto da Vittoria Colonna (Marino, Roma, 1490 - Roma, 1547), figlia del celebre condottiero Fabrizio nonché figura di donna aristocratica e colta, "angelicata", quasi, e pura, nonché venerata da molti intelletti dell'epoca sua (tra gli altri, Michelangelo Buonarroti  e Galeazzo di Tarsia li dedicarono versi quando era ancora in vita): è inserito nella prima parte delle Rime, sua opera poetica omnia, edita a Venezia nel 1544 e dedicata tutta alla figura del marito, il marchese di Pescara Ferrante d'Avalos ch'ella avea sposato appena diciannovenne e che perì a causa delle ferite riportate nella battaglia di Pavia del 1525, combattuta da alto ufficiale per gli eserciti di Carlo V°di Valois. La seconda parte delle Rime, invece, è permeata di sentimento religioso ed ha tono molto più riflessivo. La figura del coniuge, nel componimento di cui detto, è evocata dalla donna (e dalla poetessa) con rimpianto e disperazione; esso era stato per lei la "luminosa stella", il faro che la guidò verso una meta sicura illuminando il suo cammino: ora che non c'é più si sente un fragile ramoscello esposto al vento ed alle intemperie, una nave in balia dei flutti del mare, delle acque e della tempesta. Ella, tuttavia, non teme tutto ciò né tali insidie, ma la spaventa invece il pensiero che dovrà "camminare" da sola d'ora in avanti, e continuare il lungo "viaggio" che l'aspetta senza aver al fianco il marito che le infondeva forza d'animo e sicurezza: il suo cuore, però, è di certo insicuro -  e forse perso - ma no spaurito! E'da dire che dopo la morte del marito la donna si dedicò ad opere di carità , e trascorse lunghi tratti della sua esistenza in convento (tra l'altro, visse anche a Ischia e ad Orvieto); morì nel convento romano delle benedettine di sant'Anna.
         Provo, tra duri scogli e fiero vento,
    l'onda di questa vita in fragil legno
    e non ho più, a guidarlo, arte nè ingegno;
    quasi è, al mio scampo, ogni soccorso lento.

         Spense l'acerba morte in un momento
    quel, ch'era la mia stella e 'l chiaro segno;
    or, contro 'l mar turbato e l'aer pregno,
    non ho più aìta, anzi più ognor pavento.

           Non di dolce cantar d'empie sirene;
    non di romper tra queste altere sponde;
    non di fondar nelle commosse arene;

           ma sol di navigare ancor quest'onde,
    che tanto tempo solco, e senza spene:
    ché il fido porto mio morte nasconde.
     
     A proposito delle Rime e dell'opera della Colonna questo scrive Maurizio Cucchi nel suo Dizionario della poesia italiana: - Lo stile è sempre controllato e contenuto - risultato di una rigorosa educazione - ma privo di vere invenzioni. E questi versi - una dichiarazione di poetica forse nemmeno tanto inconsapevole - sembrano confermarlo: "Amaro lagrimar, non dolce canto, / foschi sospiri e non voce serena, / di stil no, ma di duol mi danno il vanto". E forse la fama che l'ha sempre accompagnata si deve più al contegno della sua vita che alle intrinseche qualità della sua poesia. La fermezza del sentire diventa quì un limite imposto alla spontanea espressione dei sentimenti, perché mancano gli abbandoni del cuore. L'adesione alla formula petrarchesca (in particolare agli aspetti più malinconici propri della seconda parte del Canzoniere) è piena, senza incertezze, ma ne accoglie gli aspetti più freddi, quelli che più indulgono al ragionamento, e che perciò stesso conferiscono al corpus di queste rime una certa aura di lontananza statica ed estatica. - Ancora, così conclude il Cucchi: - Una più schietta testimonianaza offrono le Lettere (pubblicate soltanto tra il 1889 e il 1901), in cui, lasciate da parte le pretese e le preoccupazioni letterarie, meglio e più apertamente la Colonna diede la misura del suo fervore e della sua nobiltà d'animo. 

    Taranto, 18 gennaio 2014.  

     
  • 13 gennaio alle ore 19:36
    Il salto (dell'età)

    Come comincia:  I bambini amano il sole, non amano la pioggia. Da bambino amai tanto la pioggia, non amavo il sole anche se sotto i suoi raggi giocavo, ridevo e spesso piangevo: forse ero già vecchio, chissà, ancor prima che diventassi giovane! 

    Taranto, 13 gennaio 2020.

     
  • 11 gennaio alle ore 19:54
    Sport's memories: Anne Marie Moser-Proell

    Come comincia:  Dominatrice dello sci alpino femminile degli anni settanta, il periodo che ha prodotto i più grossi talenti di questo sport (Nadig, Mittermaier, Hanny Wenzel, Morerod), è unanimamente considerata la più forte discesista di sempre. Nata a Kleinarl, paesino di poco meno di ottocento anime nel cuore delle alpi salisburghesi, il 27 marzo del 1953, ha esordito sulle scene agonistiche internazionali giovanissima, piazzandosi terza nella discesa libera di St.Gervais del 1969. Mostrò subito mezzi tecnici ed atletici fuori dal comune tanto che tecnici e giornalisti intravidero in lei la futura campionessa e gli predissero una carriera luminosa e ricca di successi. Nel 1970 vinse il bronzo in discesa ai Mondiali della Valgardena e colse il primo successo in Coppa del Mondo, nel gigante di Maribor in Slovenia. Raggiunto l'equilibrio psico-fisico e la maturità tecnico-tattica divenne una macchina da sci inarrestabile. Nel 1971 si aggiudicò la sua prima Coppa del Mondo generale, vincendo anche le classifiche di discesa e gigante. La coppa di cristallo fu sua altre cinque volte (dal 1972 al 1975 e nel 1979): record tuttora imbattuto tra le donne; il suo connazionale Marcel Hirscher, invece, ha siglato ben otto successi tra gli uomini! Nel 1972 vinse in tutte le specialità (cinque discese, due slalom, tre giganti) mentre nel 1973 e 1974 si aggiudicò tutte le discese (record mai eguagliato).Nel 1975 riuscì a fare cento punti (a quel tempo si assegnavano venticinque punti per la vitttoria) in un solo posto, a Grindelwald in Austria, dove vinse quattro gare in due giorni. Grande favorita ai giochi di Sapporo, fu clamorosamente battuta, in discesa e gigante, dalla acerrima rivale elvetica Nadig. Si permise il lusso di lasciare le competizioni prima delle Olimpiadi di Innsbruck per poi tornare in attività e vincere la sua ultima coppa nel 1979 e, finalmente, l'alloro olimpico in discesa a Lake Placid, nel 1980 (in quella occasione fu la portabandiera dello squadrone austriaco nella cerimonia di apertura), al termine di un duello mozzafiato con Wenzel e Nadig. Sposata con Herbert Moser, ha una figlia - Marion - che l'ha resa nonna, e saltuariamente, dopo aver abbandonato le scene agonistiche (al termine della stagione 1980) ha fatto la commentatrice per la televisione austriaca. Attualmente gestisce un bar nel suo paese natale. Era soprannominata la "tigre di Kleinarl". Nel suo palmarès figurano: tre medaglie olimpiche (oro nell'80, due argenti nel 1972) e quattro mondiali (oro in discesa, a St.Moritz, nel 1974, e a Garmisch-Partenkirchen nel'78; bronzo in discesa, in Val Gardena nel 1970 e in gigante nel 1978); sei vittorie in Coppa del Mondo: per lei un totale incredibile di centotredici podi (cinquantatré in discesa, trentuno in gigante, diciassette in slalom e dodici in combinata) e sessantadue successi (primato assoluto tra le donne sino al 2015, quando venne battuto dalla statunitense Lindsey Vonn), ben dieci Coppe di specialità (in discesa nel 1971, 1972, 1973, 1974, 1975, 1978, 1979; in gigante nel 1971, 1972, 1975: terza donna della storia dopo Vonn con sedici vittorie e la svizzera Vreni Schneider, con undici); diciassette titoli nazionali (uno soltanto in libera, otto in gigante, sei in slalom, due in combinata). La sorella Cornelia, più piccola di lei di otto anni, gareggiò in Coppa del Mondo dal 1978 all'82 solo in discesa (vanta un successo a Pfronten, nel 1981), ai Giochi (22^ a Lake Placid) e ai Mondiali (15^a Schladming 1982); mentre nel 1979 fu campionessa austriaca. Ritengo valga la pena concludere questo profilo con il giudizio di due grandi esperti di sci alpino: Mario Cotelli, ex ct.della squadra azzurra maschile di sci alpino negli anni settanta (la cosiddetta "valanga azzurra"), e Paolo De Chiesa, componente di quella squadra e ora commentatore televisivo dello sci alpino. Così il primo: - Era una donna che sciava come un uomo, nel senso che aveva una grande rapidità di gambe, la capacità di cambiare ritmo e di calibrare il peso sugli sci, oltre che una grande forza fisica. Queste doti gli permettevano di esprimersi al meglio in tutte le specialità. - Così, invece, il secondo: - Non penso di esagerare dicendo che sia stata la più grande sciatrice di tutti i tempi. Solo Christi Cranz, la tedesca che dominò fra le due guerre, potrebbe reggere il confronto con l'austriaca ma i parametri di allora erano distanti anni luce dai canoni dello sci moderno! - .

    - Classifiche femminili All-times di Mario Cotelli
    Discesa libera: Proell/Nadig (Svi)/Seizinger (Aut)/Goitschel (Fra)/Hanny Wenzel (Lie);
    Gigante: Proell/Schneider (Svi)/H.Wenzel/Compagnoni (Ita)Wachter (Aut);
    Supergigante: Figini (Svi)/Walliser (Svi)/ Seizinger/Maier (Aut)/Merle (Fra)/Compagnoni;
    Slalom: Schneider/Morerod (Svi)/Erika Hess (Svi).

    - Classifica plurivittoriosi (uomini+donne) in Coppa del Mondo
    1) Ingemar Stenmark            Swe 1973/89        86 vittorie
    2) Lindsey Vonn                    Usa2000/19        82    "
    3) Marcel Hirscher                 Aut   2007/19        67    "
    4) Mikaela Shiffrin                 Usa   2011/attiva    64    "
    5) A. M. Moser-Proell            Aut    1969/80        62    "
    6) Vreni Schneider                Svi     1984/95        55    "
    7) Hermann Maier                 Aut     1996/09        54    "
    8) Alberto Tomba                   Ita      1986/98        50    "
    9) Marc Girardelli                   Lux    1980/96        46    "
        Renate Goetschl                Aut    1993/09          "     "

     
  • Come comincia:                                                 = Saba, il poeta snobbato =
    Umberto Saba (che in ebraico sta per pane) é lo pseudonimo di Umberto Poli (1883-1957): alcuni pensano lo abbia scelto in onore della balia, Peppa Sabaz, a cui era intimamente e profondamente affezionato, o in omaggio - appunto - alle origini ebraiche del bisnonno Samuel David Luzzatto. Egli può di sicuro - ed a giusto motivo - essere annoverato tra i "big" della nostrana letteratura d'ogni epoca: egli, infatti, fu artista a tutto tondo, vero cultore di scrittura e poesia ancorché maestro assoluto nella ricerca viva, concreta, lucida e sincera della parola pura e semplice, ossia nell'uso della parola "fine a sé stessa" che, d'altro canto, non l'impedì in primis di accostarsi e poi di aderire ed abbandonarsi - caldamente, con passione viva e sentimento profondo - alla realtà umana né di allacciarsi all'insieme di "buone ed umili cose" che circonda l'uomo. Nonostante tutto, però, il poeta giuliano molto spesso - nonché a torto - così, del resto, come accadde durante il ventennio fascista, per via delle origini ebraiche della madre, - venne messo in second'ordine se non addirittura snobbato dalla critica, dai programmi didattico-educativi di scuola ed università nonché dagli stessi insegnanti e studenti: ed accadeva probabilmente perché egli era compresso, letteralmente quasi schiacciato dalla imponenza preponderante e dal prestigio poetico e letterario di autori suoi contemporanei quali i nobel Pirandello e Quasimodo, o gli stessi Ungaretti e Montale - che, tra l'altro, li furono vicini in diversi momenti difficili della sua vita - o forse, perché più semplicemente era difficile "inquadrarlo" in una delle correnti dominanti del suo tempo. A questo proposito val bene riportare quanto scrive Salvatore Guglielmino nella sua notissima "Guida al novecento": - Saba ci si presenta come un poeta solitario e, nel contempo, coerente che, tra il rutilare dei miti d'annunziani, i clamori futuristi, o la macerazione ermetica, continua a mantenere una rara fedeltà al suo mondo e al suo timbro...- ed io, aggiungo: - chapeau (come affermerebbero nostri cugini d'oltralpe!), dinanzi a cotanta ed indubbia autenticità di intenti e genuina coerenza! Peraltro, lo stesso Maurizio Cucchi nel suo noto "Dizionario della poesia italiana" ribadisce il concetto e tanto aggiunge: - la poesia di Saba é un capitolo potentemente isolato del nostro secolo, di cui costituisce uno degli esiti maggiori. Rarissimi sono stati i punti di reale sua coincidenza con il gusto e le tendenze prevalenti del tempo, essendo Saba per natura e necessità, oltre che per formazione culturale, su posizioni di irriducibile antinovecentismo. Legato alla tradizione poetica italiana e al tardo romanticismo tedesco (Heine), lontanissimo da suggestioni di tipo decadente o simbolista, con un linguaggio di base carico di arretratezze o arcaismi, Saba ha sviluppato un discorso di piena autonomia anche consapevolmente anacronistica. La sua grandezza si é fondata essenzialmente su di una straordinaria energia morale, sulla capacità di essere, vedere e penetrare nella realtà quotidiana. -
                                                      = Vita e dolore (per tutti) =
     Tutto ciò che é vivente, in quanto tale, vive e soffre proprio perché é dolore - da prendere sempre (e comunque), insieme alla vita, con serena ed umana, seppur amara, accettazione - la vita stessa!
      Pertanto il dolore é con tutti, accompagna tutti e non risparmia nessuno, riguarda proprio tutti (nessuno escluso ed allo stesso modo) a questo mondo: tanto il filo d'erba od il fiore, quanto l'uomo stesso o la capra. In buona sostanza, per il poeta triestino dolore e sofferenza ci rendono tutti eguali, pongono ogni essere vivente ed animato sullo stesso piano e sulla stessa barca...quella dell'esistenza: è come poterli dar torto, mi verrebbe da domandarmi? Tal concetto é superbamente espresso, sebbene fatto con linguaggio tanto semplice, preciso e concreto (netto o nettamente chiaro, direi!) da poter addirittura apparire quasi scarno e disadorno, nella poesia - riportata sotto integralmente.
     - "La capra" (da: "Casa e campagna")
    Ho parlato a una capra
    era sola sul prato, era legata
    sazia d'erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.
     
    Quell'uguale belato era fraterno
    al mio dolore ed io risposi, prima,
    per celia, poi perché il dolore é eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentivo querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    - Suprema, intensa e mirabile prova della facoltà del poeta di discendere (o di innalzarsi) a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. [DESIDERIO].

                                     = Trieste, ovvero il primo amore non si scorda mai =
     Trieste fu punto focale e di primaria (se no assoluta) importanza per Saba, il vero nodo strategico della esistenza e dell'arte sua stessa, quello attorno a cui ruotarono e si dipanarono poi - come una matassa che si sbroglia piano piano - tutti gli altri (celebrazione del quotidiano, angoscia di vivere, dolore esistenziale, etc.): la città giuliana, che all'epoca però era ancora integrata nell'impero austro-ungarico, diede al poeta i natali (aspetto di non poco conto, evidentemente!) e lo vide ritornare, più volte, dopo alterne vicissitudini personali ed umane e varie "fughe" (volute o meno, ma questo poco importa!), od il girovagare per altri lidi, come a simboleggiare l'approdo in porto (sicuro) dopo l'alterna (e perigliosa) navigazione negli oceani della vita. Insomma, per dirla breve, Trieste ha rappresentato tutto (e forse anche di più!) per il poeta, ovvero é stata il primo amore della vita sua (e senz'altro unico, insieme a quelli per moglie e figlia) quantunque vissuto, a volte, in un rapporto e con toni di conflittualità estrema: l'amore, appunto, che non si scorda mai seppure ti faccia soffrire! Trieste fu per Saba la "sua" città così come Lina - diminutivo della moglie Carolina Wolfer - la sua donna ("Trieste é la città, la donna Lina", egli stesso dirà in "Autobiografia") ed il lavoro, la di lui opera (come già scritto) risentirono parecchio (in positivo, ovviamente!), ruotarono spesso e volentieri intorno ad essa. A Trieste - ed alle sue cose, ai suoi luoghi, alle sue "plebi" - l'artista dedicò, infatti, tanti versi (da "Il borgo", che contiene la famosa dichiarazione di poetica, a "Città vecchia", o "Ultimi versi a Lina", etc.), produzione in prosa (ad esempio "Gli ebrei" del 1910-12), perfino un romanzo autobiografico ("Ernesto", uscito postumo nel 1975). A parer mio, però, é la poesia "Trieste" - riproposta dopo le mie note - da ritenersi fondamentale sotto questo aspetto, essendo quella che più genuinamente, ancorché fedelmente, rispecchia lo stato d'animo e il sentimento di Saba verso la sua città: essa quì assurge a vero e proprio simbolo della stessa sua vita, in eterno conflitto tra gioia e dolore, dolce e amaro. Mi pare doveroso chiudere con le parole dello stesso poeta che nel suo autocommento in "Storia e cronistoria del Canzoniere" così si esprime: - Trieste é la prima poesia di Saba che testimoni la sua volontà precisa di cantare Trieste proprio in quanto Trieste, e non solo in quanto città natale. E'accaduto per Trieste come per Lina. Nel libro "La città e la donna" assumono i loro inconfondibili aspetti; e sono amate appunto per quello che hanno di proprio ed inconfondibile". (E non é un caso, aggiungo io, se la stessa poesia é contenuta nella raccolta "Trieste é una donna").
     - "Trieste" (da: "Trieste e una donna")
    Ho attraversata tutta la città.
    Poi ho salita un'erta, 
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.

    Trieste ha una scontrosa 
    grazia. Se piace,
    é come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore,
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.
    La mia città che in ogni parte é viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva.

                                                = Cronologia delle opere =
     Saba é stato autore alquanto prolifico e lo dimostra il fatto che la sua produzione letteraria fu tanto lunga, direi quasi infinita - iniziò, infatti, durante il servizio di leva e si concluse poco prima che egli morisse! - quanto vasta (e varia): comprende ben cinquantadue opere, distribuite in modo assai eterogeneo ed assortito tra poesia (trentatré, incluse sei raccolte pubblicate postume), narrativa e prosa (diciannove, inclusi tredici epistolari pubblicati tutti postumi). Tuttavia, la poesia sabiana - nonché la "poetica" dell'autore triestino - é possibile raccchiuderla in toto principalmente nel Canzoniere, il quale ebbe varie edizioni, ogni volta modificate e accresciute: la prima fu quella del 1921, a cui seguirono quelle del 1945, 1948, 1951 e 1961 (postuma e conclusiva). Di seguito é riportata una cronologia soltanto essenziale, compendiata (ma spero, tuttavia, ben esaustiva) del lavoro e corpus letterario del poeta.
    a) Poesie (raccolte)
    Il mio primo libro di poesie, 1903; Versi militari, 1908; Poesie, 1911; Coi miei occhi (Il mio secondo libro di poesie), 1912 (nel Canzoniere diverrà Trieste e una donna); Cose leggere e vaganti, 1920; L'amorosa spina, 1921; Il Canzoniere, Trieste, 1921; Preludio e canzonette, 1923; Autobiografia. I prigioni, 1924; Cuormorturo, 1926; Preludio e fughe, 1928; Parole, 1934; Ultime cose, 1943; Il Canzoniere, Torino, 1945; Mediterranee, 1947; Il Canzoniere, Torino, 1948; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Trieste e una donna, 1950; Il Canzoniere, Torino, 1951; La serena disperazione, 1951; Uccelli, quasi un racconto, 1951; Il Canzoniere, Torino, 1961; Il piccolo Berto 1923-31, 1961.
    b) Prose e narrativa
    Scorciatoie e raccontini, 1946; Storia e cronistoria del canzoniere, 1948; Ricordi-racconti 1910-47, 1956; Epigrafe. Ulime prose; Quel che resta da fare ai poeti, 1961; Ernesto, 1975.
    c) Epistolari
    Il vecchio e il giovane, Carteggio con Pierantonio Quarantotti Gambini, 1965 (curato dalla figlia Linuccia); Lettere inedite con Svevo e Comisso, 1968; L'adolescenza del canzoniere e undici lettere, 1975; Amicizia. Storia di un vecchio poeta ed un giovane canarino, 1976 (curato da Carlo Levi); Atroce paese che amo, lettere familiari (1945-53); Lettere sulla psicoanalisi, carteggio con Joachim Flescher 1946-1949, 1991 (contiene lettere al dottor Edoardo Weiss e quelle di Weiss a Linuccia Saba; Lettere a Sandro Penna 1929-40, 1997; Quante rose a nascondere un abisso: carteggio con la moglie 1905-56; Il cerchio imperfetto: lettere 1946-54, carteggio con Vittorio Sereni.   

                                                     = Antologia critica =
    In Saba non c'é traccia di volontà orfiche, non c'é celebrazione del mistero [MARIO LAVAGETTO].
    Le parole in Saba si presentano naturalmente, come i segni necessari delle cose che egli vuole dire. Sono e appaiono, come imposte dalle cose direttamente. [GIACOMO
    DEBENEDETTI].
    La profondità dello scavo etico-psicologico di Saba dona al suo linguaggio l'essenzialità che gli altri "lirici puri" cercarono per strade diverse, soprattutto nei vertiginosi trapassi analogici [MARIO PAZZAGLIA] - Note sulla poesia "Sovrumana dolcezza" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^edizione.
    Frequente é nella poesia di Saba l'osservazione morale lucida e mesta, disincantata eppure sempre intimamente compartecipe e sofferta [MARIO PAZZAGLIA]. Note sulla poesia "Il fanciullo e l'averla" in Letteratura italiana, vol.III°, Bologna, Zanichelli, 1986, 2^ edizione.
    La sua visione della vita é astorica: l'uomo, le stagioni dell'esistenza e i tipi umani hanno caratteristiche fisse [GIORDANO CASTELLANI].
    In lui vi é l'aspirazione ad immettere la sua dentro la calda vita di tutti, di essere come tutti gli uomini, di tutti i giorni [CARLO MUSCETTA].
    L'esperienza di Saba deve essere riportata alle origini, al clima dell'energica e giovanile cultura della Venezia-Giulia, a quel sapore acerbo di romanticismo tempestoso e di moralismo tormentato, in cui si collocano anche le esperienze distinte ed affini di Slataper, di Michelstadter, di Italo Svevo. Un romanticismo, al quale é venuta meno tanta parte dell'antico fervore, di quello slancio cordiale e gioioso che fu del primo ottocento, che ha smarrito la possibilità di un consenso immediato, di una coincidenza piena tra cultura e vita; ma in cui sussiste tuttavia il bisogno del consenso, l'esistenza di un rapporto, di una comunicativa, il desiderio di uscir da sé stessi, di "vivere la vita di tutti, d'esser come tutti gli uomini di tutti i giorni" (NATALINO SAPEGNO in "Compendio di storia della letteratura italiana" - vol. III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).
    Saba non ha mai perso il contatto con la realtà umile, con la cronaca dei sentimenti elementarr. Anche la sua poesia migliore nasce, non dalla rinunzia, anzi dall'intensificarsi e inasprirsi della sua tenace volontà di confessione, di diario denso di opache vicende, di figure anonime e banali. Saba é riuscito in ogni tempo a trarre luce di poesia dalla materia più umile e popolare: é il lirico più umano del nostro tempo, e ci sembra di tanto più vicino, quanto più gli altri sono remoti e più chiusi ed astrusi. E perciò, indipendentemente dalla maggiore o minor felicità delle sue prove e dalla scarsezza stessa dei risultati raggiunti in senso assoluto, questo soprattutto importa, che dal suo libro (n. b. "Il Canzoniere") ci venga incontro una folla vivace di creature e di oggetti, e il colore caldo di una città, e tutta intera la storia di un uomo (NATALINO SAPEGNO in "Compendio della letteratura italiana" - volume III°, Firenze, La Nuova Italia, 1985, 2^edizione).

    da: una mail inviata a rai storia il 25 agosto 2012.

     
  • Come comincia: "Essere amico di qualcuno migliora la chimica del cervello: del proprio e del suo...quello dell'amico; migliora lo stato mentale: quello proprio e quello dell'amico. Io sono stato amico di molti uomini, sono stato felice ed infine...sono andato via in pace!".
     (Epitaffio sulla tomba di Nathaniel, barbone di Los Angeles, morto a quarantotto anni per strada: di fame, di freddo e di "solitudine", il 18 aprile 1982).
    Requiescant in Pacem.
    ...- E'morto felice! - disse un'altro barbone, - quando è morto ascoltava nelle orecchie una vecchia canzone di Jimi Hendrix. Era "Foxy Lady"?! - Ma no, era "Hey Joe", ne sono ultrasicuro - replicò Halley, il vecchio guardiano del cimitero.
    Morale della favola: a Los Angeles, così come in ogni grande città (metropoli) di questa terra, su questo sudicio e sporco mondo, avere o non avere amici poco conta, quasi niente; tanto si muore sempre e comunque, e nella più completa indifferenza dei propri simili, così come si è venuti al mondo; allo stesso fottutissimo, identico modo: cioé "nature", ovvero (da) soli!
    Postilla (docet?!) - La consolazione è questa: per fortuna c'è ancora qualcuno che ascolta della buona musica, anzi, della buonissima e vecchia musica (nella fattispecie di Nathaniel era quella di Jimi Hendrix) prima di andarsene da questo mondo...pensate, però, se al posto di Hendrix il povero barbone stesse ascoltando Rihanna: che strazio, sarebbe stato!

     
  • 15 dicembre 2019 alle ore 12:06
    Il fiume e la vita

    Come comincia: Tutta notte Johnny si dibatté nei meandri della sua coscienza: il suo cuore gridava ancora vendetta, qualche giorno prima aveva lasciato la donna più dolce e gentile che avesse mai conosciuto in tutta la sua squallida vita...Al mattino, prestissimo, l'uomo si alzò ed andò a Liberty Road, nel quartiere a luci rosse della città: si accoppiò con una giovane puttana di nome Kristel; non la pagò: dopo l'amplesso la baciò in bocca e li mise una rosa rossa tra i capelli neri come il carbone. Tornando a casa, mentre camminava lungo il fiume, Johnny pensò tra sé: - La vita è proprio come questo fiume, vorresti fermarla ma lei scorre ugualmente.

    Taranto, 14 dicembre 2019.

     
  • 07 dicembre 2019 alle ore 13:48
    Collina "81"

    Come comincia:  Collina "81", sul promontorio della paura: guarda sempre di sbiego il sole e fa l'occhiolino - a volte - alla luna ed alle stelle. La notte è stata lunga, nelle trincee l'inferno: i cannoni han lavorato sodo creando ovunque danni, squarciandolo quel cielo tutt'intorno a più non posso; martoriandolo all'infinito e seminando morte...Il rumore assordante delle cannonate e i colpi degli obici da quattrocento hanno rotto i timpani del tenente Krauss. Soffia un vento gelido, adesso: il silenzio fa paura, più delle bombe! Ma un giorno i prati torneranno in fiore e le madri e i padri potranno piangere così i loro figli nelle pianure.

    Taranto, 5 dicembre 2019.

     
  • 21 novembre 2019 alle ore 5:36
    Olimpiadi di Lake Placid 1980: consuntivo finale

    Come comincia:  Con l'assegnazione delle ultime medaglie (quelle nel bob a quattro e nell'hochey) è calato il sipario sulle tredicesime olimpiadi invernali disputatesi a Lake Placid, piccola stazione sciistica nello stato di New York, già sede olimpica nel 1932 (allora le gare di combinata nordica si svolsero nella tedesca Garmisch), già sede di campionati mondiali in diverse specialità (fondo, salto e combinata nel 1950, biathlon nel 1973, bob nel 1949, 1961, 1969, 1973, 1978), abbastanza nota nel circuito della coppa del mondo di sci alpino e delle altre specialità invernali. Dopo un inizio quasi in sordina e una vigilia turbata dai gravi problemi di politica internazionale, i giochi sono vissuti sulle gesta di alcuni atleti - il pattinatore statunitense Eric Heiden, vincitore di ben cinque medaglie d'oro, il sovietico Nikolaj Zimijatov, autore di una prestigiosa doppietta sui trenta e cinquanta chilometri di fondo, lo svedese Ingemar Stenmark e la rappresentante del piccolo Liechtenstein Hannie Wenzel, dominatori degli slalom, la grande Anne-Marie Moser-Proell che ha finalmente trovato la vittoria olimpica, unico alloro mancante nella sua bacheca - che di sicuro entreranno nella leggenda degli sport invernali. Le imprese sportive di questi campioni hanno persino fatto dimenticare agli americani (almeno per qualche settimana!) il grave problema degli ostaggi rinchiusi nell'ambasciata di Teheran e il successo degli hocheisti di casa sugli eterni rivali sovietici nonché nel torneo stesso, ha destato tali e tanti entusiasmi da fare storcere il naso persino al presidente Carter e a tutti coloro i quali già "anelano" al boicottaggio delle prossime olimpiadi estive di Mosca. Questo episodio ha confermato che i giochi olimpici, così come le altre importanti manifestazioni sportive (campionati mondiali e rassegne continentali), altro non sono che una grossa occasione per far divertire la gente e per seguire i più grossi campioni per una volta riuniti tutti insieme, no di certo un motivo indecoroso - da parte dei potenti e dei governi, retti dai potenti della terra - di voler fare politica e strumentalizzare a loro piacimento lo sport. Tornando alle vicende sportive vere e proprie di questa olimpiade, è da registrare, purtroppo, il penoso comportamento degli azzurri che fanno ritorno in Italia con un ben magro bottino ed un bilancio di risultati alquanto sconsolante, come mai era accaduto in passato. Le uniche medaglie sono giunte dalla specialità meno nota - lo slittino - che ci ha regalato due argenti, abbastanza attesi, direi (nel singolo maschile con Paul Hildgartner e nel doppio con Karl Brunner e Peter Gschnitzer): due argenti che con un pizzico di fortuna in più sarebbero potuti essere ori, visto che l'altro azzurro in gara nel singolo - Ernst Haspinger - è stato messo fuori gara da un incidente quando era al comando, e che il doppio è stato superato da quello tedesco-orientale per soli trentatré centesimi di secondo (poco più di un'inezia!). Magra consolazione, quindi, per gli italiani, quella di aver conquistato due posti d'onore in una specialità cosiddetta "povera" tra tutte quelle inserite nel consesso mondiale degli sport invernali, che tuttavia ci vede ai vertici dei valori mondiali da sempre (soprattutto per merito di ragazzi e ragazze bilingui - tedesco, italiano - provenienti in maggioranza dalle valli del Trentino Alto Adige!) e che, seppur nell'ombra e lontano dai clamori, ci ha regalato (nel passato) già due titoli olimpici (con Erika Lechner, nel 1968 a Grenoble e col doppio Hildgartner-Plaikner, nel 1972 a Sapporo), numerosi titoli continentali e mondiali e molte vittorie parziali  in coppa del mondo. In seno alla squadra maschile di sci alpino si è verificata la delusione più cocente per i colori azzurri: la mancata partecipazione allo slalom di Piero Gros (campione olimpico uscente a Sapporo, nel 1972, e vice-campione mondiale a Garmisch, due anni orsono), caduto e seriamente infortunatosi nel gigante e sulle cui spalle pesava la grave responsabilità della conquista di una medaglia, o quanto meno di un piazzamento onorevole. Ma questa volta "santo Pierino" da Salice d'Ulzio (o Sauze d'Oulx, per dirlo alla francese!)  non è potuto essere - ahinoi! - il salvatore della patria, per cause non dipendenti dalla sua volontà! Ancora una volta, quindi, l'alfiere degli azzurri è stato il grande Gustav Thoeni, classe 1951, da Trafoi (Bolzano o Bozen, come pronunciano gli atesini di madrelingua tedesca) il quale, alla sua terza olimpiade (a Sapporo, nel 1972, fu oro in slalom e argento in speciale, alle spalle del sorprendente iberico "Paco" Fernandez-Ochoa; a Innsbruck, nel 1976, fu secondo - alle spalle di Gros - in speciale e solo quarto - dietro la coppia svizzera Hemmi-Good e a Stenmark - nel gigante) è riuscito a piazzarsi nei primi dieci (ottavo) nello speciale, gara che in passato lo aveva visto dominare anche ai Mondiali (oro a Saint-Moritz, nel 1974) e in coppa del Mondo (nove vittorie parziali e due vittorie in classifiche di specialità, nel biennio 1973-74). Anche la squadra femminile ha risollevato un po'gli animi del clan azzurro perchè nello speciale si è avuta la riconferma sia di quanto verificatosi durante la stagione di coppa del Mondo (non a caso i media definiscono la squadra "valanga rosa"), sia della bontà tecnica della nostra scuola; le azzurre sono tutte entrate nelle prime dieci, confermando, appunto, una costanza di rendimento davvero ottima ad alti livelli: Maria-Rosa Quario è stata quarta (a soli tre centesimi dalla elvetica Erika Hess, bronzo), Claudia Giordani (argento a Innsbruck, alle spalle della grandissima Mittermaier) quinta, Daniela Zini settima, Wilma Gatta decima. L'altra delusione si è registrata in seno alla squadra di bob, con i nostri rappresentanti piazzatisi soltanto quattordicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner) e sedicesimi (Italia 2, Soravia-Werth) nel doppio; undicesimi (Italia 1, Jory-Lanziner-Werth-Modena) nel quattro. Anche questa specialità, in passato, ci ha visti primeggiare tanto sulla scena olimpica (con il doppio Dalla Costa-Conti, trionfatore a Cortina, nel 1956 e col leggendario Eugenio Monti, che fece doppietta a Grenoble, nel 1968), quanto su quella mondiale: Eugenio Monti fu ben nove volte iridato (sette volte nel doppio e due nel quattro: nel 1961 fece doppietta sulla pista di Lake Placid!); altri otto equipaggi italiani (affermandosi nella rassegna iridata) lo hanno imitato sulle piste di tutto il mondo. La colpa di tale insuccesso, a detta di tecnici e addetti ai lavori, è da addebitarsi alla attuale carenza strutturale ed organizzativa nel nostro paese. Le differenze con gli altri paesi all'avanguardia sono enormi: paesi come Svizzera, Germania o Austria hanno a disposizione decine di piste, le quali permettono agli atleti di effettuare cinquecento-seicento discese l'anno, mentre in Italia - attualmente - l'unica pista disponibile, seppure per un periodo di tempo limitato, è quella di Cortina che permette ai nostri atleti di punta di disputare un massimo di cento-duecento discese per stagione. Questa sostanziale differenza è alla base dei deludenti risultati dei nostri atleti: una questione matematica, direi, di pure e scarne cifre! In questa situazione ed alla luce di quanto detto non è da sorprendersi dei deludenti piazzamenti degli azzurri che, seppur dotati di notevole talento, si ritrovano sempre una spanna al di sotto degli altri alteti, sia a livello tecnico che fisico-atletico. Essendo in tema di "delusioni" non possiamo tralasciare quella relativa alla svizzera Marie-Thérèse "Maite" Nadig: l'atleta di Flums (piccolo centro di sport invernali situato nella Svizzera orientale, poco distante dalla frontiera austriaca ed abbastanza vicino al principato del Liechtenstein), che partiva favorita nella libera (era già stata campionessa olimpica, a Sapporo, in discesa e gigante, a soli diciotto anni!) è stata umiliata dalla eterna rivale Proell, vincitrice, che le ha inflitto un distacco inusuale ed inaspettato per una campionessa come lei (ottantaquattro centesimi di secondo), ed ha perduto l'argento (andato alla Wenzel) per soli quattordici centesimi!   

    24 febbraio 1980.

     
  • 20 novembre 2019 alle ore 16:53
    Orfani

    Come comincia: Hacine aveva sedici anni; come gli altri orfani, cresciuti sul molo, con una gran fretta di sembrare uomini. Da tanto vendevano il loro corpo nelle notti "clandestine"; da troppo tempo, ormai, quegli orfani avevano smesso di essere ragazzi ed erano diventati "uomini" di vita: quella vita che voleva proprio così; aveva deciso per loro e li voleva orfani cresciuti, senza essere stati mai, forse...ragazzi!

    Taranto, 28 luglio 2019.

     
  • Come comincia: Alla vigilia delle olimpiadi di Città del Messico il selezionatore della squadra americana, Hank Iba, si trovò nella impossibilità di poter schierare i più forti giocatori (nomi quali Lew Alcindor, poi divenuto Kareem Abdul Jabbar, Elvin Hayes, Wes Unseld, etc.) che, per passare al professionismo, in blocco decisero di rinunciare alla trasferta olimpica in terra messicana. Furono allora convocati molti giocatori di Junior College (piccola scuola di Trinidad, nel Colorado), tra cui Spencer Haywood il quale, a soli diciannove anni, si trovò ad essere il centro titolare della nazionale stelle e strisce. Malgrado la preplessità di molti, però, quella giovane squadra vinse la medaglia d'oro e lo stesso Haywood fu proclamato miglior giocatore del torneo. La facilità con cui gli americani si imposero alla Jugoslavia in finale, si spiega col fatto che gli avversari furono costretti a marcare Haywood in due, facilitando il compito dei suoi compagni di squadra, tra cui soprattutto l'ottimo Jo Jo White, attaccante inesorabile, già vincitore del titolo ai Panamericani del 1967 con la nazionale Usa nonché MVP (most valuable player,cioè miglior giocatore) della Big Eight Conference con la casacca dell'Università di Kansas.  Nato a Silver City (Mississippi) il 22 aprile del 1949, dopo le olimpiadi Haywood frequentò un anno ancora l'Università di Detroit (fu miglior rimbalzista della stagione
    con ventuno e cinque di media) e nel 1969 entrò nell'ABA (American Basketball Association, la lega rivale della NBA scioltasi nel 1976) per un milione di dollari (cifra davvero stratosferica all'epoca!), giocando per i Denver Rockets. Fu miglior marcatore della sua squadra, "Rookie of the Year" (matricola dell'anno), MVP ed entrò nel miglior quintetto della lega. L'anno seguente approdò alla NBA (National Basketball Association) e militò nei Seattle Supersonics, confermandosi stella di prima grandezza del firmamento professionistico. Nelle cinque stagioni ai Sonics si tenne sui venticinque punti di media a incontro e fu inserito nel miglior quintetto della lega nel biennio 1971-73. Nel 1975 passò a New York con i Knicks dove cominciò la sua parabola discendente, pur restando vicino ai venti punti di media a incontro. Dopo tre stagioni difficili nella "Big Apple" (grande mela), costellate da polemiche e screzi col tecnico Willis Reed, passò a New Orleans; con la maglia dei Jazz qualche lampo da campione e nulla di più! Nel 1979 fu dirottato ai Los Angeles Lakers in cambio di Adrian Dantley, la stella nascente di North Carolina, che aveva guidato la nazionale stellare Usa alla vittoria di Montreal, tre anni prima. Anche coi gialloviola della "City Angel" visse una esperienza negativa in toto: sempre meno gestibile caratterialmente, fu messo addirittura fuori squadra alla vigilia della finalissima coi Sixers di Filadelfia (L. A.vinse la serie per...ed il titolo) in quanto i dirigenti della squadra preferirono giocare le sfide decisive senza di lui pur di mantenere intatto l'equilibrio del "gruppo"! Nel 1980 giunse in Italia, sponda Carrera Venezia. La squadra vinse a mani basse il campionato di serie A-2 (gran parte del merito di quella impresa è da ascriversi allo statunitense, sebbene con lui giocassero fior di campioni come lo slavo Drazen Dalipagic e il nostro Carraro), ed Haywood mostrò sprazzi di vero genio cestistico ed un basket a tratti incontenibilie. Io stesso ebbi la fortuna di vederlo giocare, nel corso di quella stagione, sul parquet del palasport "Nuova Idea", a Brindisi, contro la Libertas di Elio Pentassuglia, Malagoli, Fischetto e Otis Howard (squadra anch'essa promossa in A-1 al termine della stagione). Poi a stagione ancora in corso, nel 1981, la "fuga" improvvisa negli Stati Uniti. In patria giocò ancora...stagioni prima del ritiro definitivo. Chiuse la carriera con le seguenti cifre...: punti, ...rimbalzi e ben quattro presenze negli All-Stars Game (la partita che ogni stagione mette di fronte le stelle delle divisions Est ed Ovest). Per concludere, si può realmente affermare che fu un giocatore di grande talento (forse uno dei cinque-dieci migliori in assoluto nella storia del basket americano: tanto dei college, quanto dei professionisti!), dotato di mezzi fisico-atletici veramente eccezionali (probabilmente fuori del comune, anche in un "pianeta" straordinario e florido come quello americano!). Il suo gioco, però, era ben troppo individualista: peculiarità che spesso è in disaccordo (se non in completo disamore) con uno sport come il basket che vive, di certo, sulle imprese individuali ma è prettamente retto dal lavoro di squadra.                 

     
  • 20 novembre 2019 alle ore 8:34
    Il pittore

    Come comincia:  In un mare lontano c'era un'isola grande, strana, solitaria: era quella dove le rose non fioriscono né appassiscono mai, abitata da un vecchio pescatore, Calabuig, da sua figlia Diana e da dieci cavalieri dell'arcobaleno. Un giorno sull'isola arrivò Bashir, giovane pittore arabo: da lontano, nel tempo e nello spazio! Cominciò a dipingere le stelle, sotto le stelle alla luce della luna; dipingeva anche tramonti in riva al mare. Conobbe il pescatore e si innamorò di sua figlia: poi si amarono e nacque una bambina, Francine, ch'era bionda come la luna e aveva gli occhi più azzurri del cielo. Quando essa crebbe divenne pittrice...girò per il mondo, dipingendo ogni cosa ed ovunque andasse "offrendo"alla gente i suo capelli biondi e gli azzurri suoi occhi.

    Taranto, 23 luglio 2017.

     
  • 15 novembre 2019 alle ore 15:12
    Mauritania...

    Come comincia:  Il sole faceva capolino all'orizzonte e il piccolo Ahmed era già in piedi: s'era alzato presto quella mattina. Dette da bere alle pecore e ai cammelli, poi strigliò per bene i cavalli. Infine, si diresse verso la tenda dei genitori per dargli la sveglia; ma qualcosa lo fermò...il cielo d'un tratto si fece oscuro e tutto ridiventò notte.

    Taranto, 2 novembre 2017. 

     
  • 13 novembre 2019 alle ore 17:20
    Sport's memories: Robert "Bob" Beamon

    Come comincia: Nato a Jamaica, nello stato di New York, il 28 agosto 1946, questo straordinario atleta di colore dal fisico statuario (un metro e novanta per  circa ottanta chili di peso) si mise in evidenza durante la stagione indoor del 1967 saltando 8,21 (in quella occasione batté il connazionale Ralph Boston, uno degli interpreti più noti  e forti del salto in lungo mondiale all'epoca: già oro a Roma nel 1960, argento a Tokyo nel 1964, sarà bronzo in Messico!). L'anno dopo, sempre nell'attività al coperto, portò il suo personale a 8,30 (a Detroit, il 15 marzo) che fu record mondiale. Quindi, all'aperto saltò 8,33 regolare (a Sacramento, il 20 giugno) e 8,39 ventoso. Beamon, pur avendo vinto ventidue gare su ventitré disputate nel corso della stagione, si presentò alle Olimpiadi messicane non come l'uomo da battere (il ruolo di favorito spettava allo stesso Boston ed al sovietico Ter-Ovanesjan), tuttavia smentì ampiamente il pronostico e coloro che non credevano in lui: lo fece in un modo talmente eclatante che nessuno avrebbe potuto immaginare mai (neanche lui stesso, ad onor del vero!). Infatti, quel giorno (storico) del 18 ottobre 1968, alle ore quindici e quarantacinque in punto (da molti definito il "giorno dei giorni" nella storia dell'atletica e non solo; secondo la rivista Sports Illustrated ritenuto invece "uno dei cinque momenti sportivi più grandi del secolo"!), l'atleta americano sbalordì il mondo col suo "folle" quanto inaspettato volo di 8,90, e veleggiò anni luce nel futuro. Nello stesso tempo, però, egli uccise (e il verbo non è da intendersi in maniera dispregiativa: tutt'altro!) per oltre due decenni a venire (il suo record verrà battuto soltanto nel 1991, ai Mondiali di Tokyo, dal connazionale Mike Powell, con un salto altrettanto memorabile di 8,95!) la specialità del salto in lungo, senza ombra di dubbio fra le più semplici (il gesto del salto, insieme a quello della corsa, è tra i più ancestrali, naturali ed antichi della storia dell'uomo) e spettacolari della regina dello sport: l'atletica! Subito dopo quel salto (immortalato da un anonimo contabile inglese, Tony Duffy, il quale in seguito lascerà bilanci e scartoffie per dedicarsi anima e corpo alla fotografia: fonderà la più grande agenzia fotografica del mondo, la Allsport, che nel 1998 verrà acquistata dalla Getty Images per la modica - sic! - cifra di ventinove punto quattro milioni di dollari!) il sovietico Igor Ter-Ovanesjan, che era stato nel 1962 il primo atleta europeo a varcare la soglia degli otto metri, dichiarò: - A paragone di questo salto, siamo tutti dei bamini! Il britannico Lynn Davies, invece, che era stato campione a Tokyo, quattro anni prima, disse rivolgendosi all'avversario: - Tu hai distrutto questa specialità! Ma Beamon non era solo un grande ed eccellente "uomo cavalletta", aveva doti innate di scattista (capace di correre le cento iarde all'aperto in 9'5, nel 1966) ed era anche eclettico saltatore (capace di saltare in alto due metri  o di battere il record nazionale - avvenne nel 1965 - delle high school e saltare 16,02 al coperto - avvenne nel 1968 - nel triplo!). Possedeva anche un naturale talento verso il basket: sport che amava tantissimo e che tornò a praticare all'università, dopo l'impresa messicana. Nel suo palmarès di lunghista figurano anche due titoli nazionali all'aperto (nel 1968 a Sacramento e l'anno dopo a Miami) e due indoor (1967, 1968), oltre a una medaglia d'argento ai giochi Panamericani del 1967 di Winnipeg (provincia canadese di Manitoba): quella volta fu battuto dall'acerrimo rivale Boston. Nel 1972, appena ventiseienne, attirato dal profumo dei dollari, passò al professionismo nel clan dell' I. T. A., insieme ad altri campioni del passato, vestendo la maglia degli Houston Striders. Tuttavia, fu personaggio dotato di grande umanità: lui, che era social worker (assistente sociale) si occupò, per anni, di ragazzi disadattati a New York (egli stesso proveniva dal ghetto e da ragazzo, più volte, era stato coinvolto in risse al limite dell'omicidio!). Dal 1977 è membro della National Track&Field Hall of Fame (dapprima risiedette a Charleston, West Virginia, poi a Indianapolis; ora è a New York) ed anche della U. S.Olympic Hall of Fame: è stato il primo membro in assoluto ad esservi ammesso nel 1983. Attualmente è un tranquillo pensionato settantatreenne.   
    "Il giorno dei giorni" - A proposito di quel giorno - il famosissimo diciotto ottobre del 1968 - così scrive Edmondo Dietrich nel libro "I grandi campioni dell'atletica leggera", edito in Italia da Arnoldo Mondadori: "I nervi sono a fior di pelle, il cielo promette tempesta: nuvole nere si addensano sul cielo di Città del Messico. Il massacro della piazza delle Tre Culture nella notte del 2-3 ottobre ha sconvolto tutti, poi ci sono state le proteste dei vincitori negri, quelli del Black Power. Alla pedana del salto in lungo per la finale va Bob Beamon, un negro di ventidue anni, alto e magro, lunghi muscoli secchi da gran levriere. Il record mondiale è quello vecchio di 8,35 metri che hanno in comproprietà l'americano Boston e il sovietico Ter-Ovanesjan. In trentatré anni, cioé da quando Owens saltò 8,13, non ha progredito che di soli trentatré centimetri. Il salto in lungo è specialità semplice dove i miglioramenti materiali e tecnici  giocano solo un piccolo ruolo nel progresso numerico. Per battere Owens ci sono voluti venticinque anni. Beamon è il primo a saltare. Tira un forte vento, le nuvole sono sempre più nere tanto che vengono accese le luci artificiali. Lui parte: ginocchia alte per una corsa elastica, battuta violentissima e Beamon si proietta molto in alto, tanto in alto che al segno degli otto metri è ancora in aria! Un salto prodigioso e omologabile. Lui, saltella sul prato in attesa del responso, poi il tabellone si accende e appaiono le cifre di metri 8,90: favoloso! Nello spazio di un secondo il record mondiale ha progredito di cinquantacinque centimetri. Lui, Beamon, si guarda intorno, sente il rumore della folla ma non capisce. Bob ha sempre saltato in stadi dove le misure vengono espresse in piedi, così quell'8,90 metri non gli dice niente. Poi il connazionale Boston gli si avvicina e traduce in piedi. Beamon lo guarda stupito, poi si prende la testa fra le mani appoggiando la fronte al suolo. - Ho voglia di vomitare. Ditemi che non è un sogno...Credo che non posso più saltare, né oggi, né mai...Sto male...- Sono le prime frasi che dice mentre trema d'emozione e di freddo perché in quel momento viene giù dal cielo un temporale di quelli che spazzano tutto".   
     

     
  • 11 novembre 2019 alle ore 11:40
    Un commento su facebook

    Come comincia: "I poeti, che brutte creature. Ogni volta che parlano è una truffa!" Buona domenica da Francesco De Gregori...anche ai poeti, sia chiaro (4 novembre 2012). Post apparso sulla home di Rockol.

    Poesia&musica, poesia in...musica. 

    Caro Francesco,
    perché affermi ciò? Non ti sembra una contraddizione, visto che tu stesso hai "coverizzato" un testo di Leonard Cohen? ("The Partisan"). Questa volta non sono assolutamente d'accordo con te! La poesia non è mai truffa nè cialtroneria: è invece uno stato d'animo (dei poeti, di fronte al mondo), è...la forza delle parole, del cuore, dei sentimenti!!
     Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda, o William Butler Yeats, ad esempio, sono stati le "voci" di un popolo attraverso le parole; William Shakespeare è stato il poeta... dell'animo umano; Gioachino Belli "fustigava" (e non poco, sic!) i potenti coi suoi versi, mentre Ugo Foscolo ha aperto la strada, attraverso le sue opere e con la sua "poesia civile" alla liberazione dal dominio napoleonico ed alla "rivoluzione romantica" in Italia (nei "Sepolcri", sua opera maxi ed omnia, ha esaltato i grandi italiani del passato, da Dante a Virgilio e da Leonardo a Galilei, eternando le loro "gesta" ed additandoli come inimitabili esempi da seguire per le future generazioni!). I collegamenti ed i rapporti tra poesia e musica sono molteplici (e) profondi: queste due forme d'arte (che possono, a mio avviso, benissimo convivere e...contaminarsi l'una con l'altra) sono legate a filo doppio tra loro. Ecco, di seguito, alcuni esempi che ti vado a citare ...a ruota libera. Jim Morrison è stato il "poeta maledetto" del rock, colui che con la sua musica (e quella dei Doors, di cui era il leader e il "deus ex machina" in toto!) ed i suoi testi "rivoluzionari" ha cambiato il corso e la storia della musica moderna (testi profondi, no mielosi e melensi), tracciando un solco profondissimo per le future generazioni di musicisti e non! Morrison era una delle rock star più colte che ci siano mai state (aveva studiato Nietzsche e William Blake, dai cui testi aveva tratto il nome della band) e nel 1971 pubblicò anche due raccolte di poesie. Da notare che l'album "Waiting For The Sun" conteneva un libretto completo di "The Celebration Of The Lizard King", una poesia basata sugli inegnamenti degli sciamani e di altre filosofie orientali. Patti Smith, del resto, in una recente sua intervista ha dichiarato: - Jim Morrison è stato davvero il primo a dimostrare quanta poesia ci fosse nel rock' n ' roll e viceversa -. I Beatles, dal canto loro, hanno "cantato" e suonato alcune delle più belle "poesie" in musica (vedi "Michelle", solo per citarne una); il "menestrello" made in Italy (come sono solito io chiamarlo e definirlo!) Rino Gaetano è stato il poeta "surrealista" della nostra musica, mentre Miriam Makeba (per trasferirci agli antipodi dell'emisfero sud)  è stata la poetessa del folk-rock africano; i Renaissance (gruppo inglese che nacque dalle ceneri degli Yardbirds) erano famosi per le seguenti particolarità: la loro musica era una "fusion" tra classico e rock, i loro testi eran scritti dalla poetessa Betty Thatcher; Jackson Browne, d'altro canto,
    è senz'altro stato il paroliere più raffinato degli anni settanta (compose, tra gli altri, per Nico, Eagles, Byrds, Tim Buckley, Nitty Gritty Dirt Band, Tom Rush, etc.), nonché il più letterato e colto, e poetico (insieme al suo alter ego al femminile, Joni Mitchell) dei cantanti-autori della sua generazione; Joni Mitchell, che nel 1972 suonò in alcuni concerti in Inghilterra proprio con Browne, è una delle indiscusse "regine" del rock mondiale e nella decade dei settanta fu dietro al solo Dylan per importanza, seguito e influenza. A tal proposito, e in relazione all'album "Blue", giudicato da molti il suo capolavoro, così è scritto nell' Enciclopedia del Rock: "...le sua parole si muovevano più strettamente verso la poesia, e la sua musicalità, egualmente, diventava più raffinata...". Patti Smith è la straordinaria nonché lucida poetessa del rock anni settanta-ottanta; essa, nella sua lunga e straordinaria carriera, iniziata nelle atmosfere inebrianti del Village, a New York, ha scritto, e pubblicato in diversi volumi, poesie e prose, influenzata soprattutto da William Burroughs e Artur Rimbaud, cantato e composto musica. Negli anni settanta ha letto poesie in una chiesa di New York (accompagnata, in sottofondo, dal chitarrista Lenny Kaye) ma, soprattutto, ha inciso il suo primo album ("Horses", del 1975) che resta, a mio avviso, il più bello perché compendia al meglio la sua vena artistica (musicale e poetico-letteraria insieme). Il cantautore canadese Leonard Cohen, che ha scritto - e pubblicato - diverse raccolte di poesie ed alcuni romanzi, è colui che (come scrivono Nick Logan e Bob Woffinden nella loro Enciclopedia del Rock) "...ha portato nel rock la coscienza della più severa disciplina formale e i temi classici della poesia". Iniziò a mettere poesie in musica sin dal lontano 1966 (con il notissimo pezzo "Suzanne", portato al successo da Judy Collins), proseguendo poi con "The Songs Of Leonard Cohen", "Songs From A Room", "Songs Of Love&Hate", etc. Nel 1986 tradusse in inglese e musicò la poesia di Lorca "Pequeno vals vienes", che fu al primo posto delle vendite in Spagna. Nel 1983 la bravissima (e spesso dimenticata) Teresa De Sio mixò parole, suoni e "riflessioni poetiche" nel suo album "Tre"; Caravan, Soft Machine e Gong furono le band più influenti della cosiddetta "scena di Canterbury", corrente del rock progressive fine anni sessanta-inizio settanta, sviluppatasi nella cittadina inglese del Kent. Le tre band nacquero dalle ceneri dei Wilde Flowers (così chiamati in omaggio allo scrittore Oscar Wilde) e del Daevid Allen Trio, che si esibivano inizialmente in Inghilterra alternando musica jazz alla lettura di poesie beat. Da notare due cose importanti: la prima è che molti dei musicisti di Canterbury (tra cui lo stesso Daevid Allen, Robert Wyatt e Kevin Ayers, dapprima membri dei Wilde Flowers e poi dei Soft Machine), soggiornarono lungamente a Deja, nell'isola di Maiorca, dove entrarono in contatto con la comunità di artisti della beat generation ivi residenti da tempo; la seconda è che i Caravan furono soprannominati i "Rolling Stones di Canterbury" o "i poeti di Canterbury", in quanto mixavano testi surreali, grotteschi, bizzarri, onirici e favolistici con musica jazz-rock, psichedelica, hard-rock (si ascolti, al proposito il loro capolavoro del 1971 "In The Land Of Grey And Pink"). Nel 1971 Donovan, il "menestrello" del folk-rock britannico, musicò trenta poemetti per bambini nel doppio lp "H. M. S." servendosi di una vasta strumentazione (tastiere, fiati, piano, trombone, organo, chitarre, sintetizzatori, basso e batteria, etc.): il pezzo più famoso dell'album divenne "Celia Of The Seals". Pete Seeger ha musicato la sua celebre canzone "The Bells Of Rhymney" sui versi di un poema del gallese Idris Davies. Il movimento culturale e letterario (poetico) della beat-generation, con i suoi poeti e scrittori (da Jack Kerouac a John Clellon Holmes, da Carl Solomon a Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, etc.) ha inciso in maniera profonda e decisiva tanto sulla società, quanto sulla cultura, sulla politica, sull'arte (e quindi, anche sulla musica) di stampo anglosassone (e non) degli anni sessanta-settanta: infatti, dalla sua spinta e influenza trasse ispirazione la contestazione giovanile francese (che culminò nel famoso "maggio parigino") ed il movimento studentesco del 1968 in America; trasse origine il movimento della "controcultura" americano (noto come hippie: aveva come punti focali e nevralgici  la "libera" Frisco e la west coast californiana) il quale si batteva a favore dei diritti civili e contro la guerra in Vietnam; presero piede e si svilupparono dapprima la musica di "protesta" e il grande folk revival americano (da Joan Baez a Bob Dylan, da Phil Ochs a Tom Paxton, Fred Neil, Tom Rush, Judy Collins), in seguito l'acid-rock e/o psichedelia made in USA (Grateful Dead, The Byrds, Jefferson Airplane, The Velvet Underground, The Doors, Quicksilver Messenger Service, etc.) ispirate dal tema (così come la beat, del resto) del "viaggio lisergico" artificiale ottenuto attraverso l'effetto di droghe (lsd in particolare), verso punti nascosti, reconditi e "altri" della coscienza. Nella musica italiana, infine, la cultura beat favorì la nascita di molti complessi (Equipé 84, Dik Dik, Camaleonti, I Corvi, I Ribelli, etc.) e solisti (Gian Pieretti, Caterina Caselli, Patty Pravo, Claudio Rocchi, etc.). luciano62: un amante della poesia e della musica (tutta ed indistantamente: senza generi, tempo e...confini!).

    da: un commento su facebook (24 novembre 2012).
     

     
  • Come comincia:  Suarez venne in Italia, acquistato dall'Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera, nel giugno del 1961: proveniva dal Barcelona F. C., nelle cui fila aveva vinto due titoli nazionali (1959, 1960), una "copa del Re" (1959), due coppe delle Fiere (1955-58, 1958-60) ed aveva disputato la finale di coppa Campioni del 1960 a Berna, persa contro i portoghesi del Benfica. Nato il 2 maggio del 1935 a La Coruna, arrivò nel nostro paese nel pieno della maturità tecnica (nel 1960 aveva vinto il "Pallone d'oro", trofeo che premia il miglior giocatore della stagione in Europa) e dopo che il boss" Herrera aveva scaricato l'argentino Angelillo (uno dei tre "angeli dalla faccia sporca") alla Roma in seguito a folli polemiche. Moratti dovette sborsare la cifra (astronomica per i tempi) di duecentocinquanta milioni: ma i soldi furono ben spesi! Al giocatore iberico, infatti, è legato il periodo più luminoso della storia moderna del club milanese, sponda nerazzurra: per quelli come me, tifosi dell'Inter sin da bambini, assolutamente leggendario ed indimenticabile! Suarez fu l'uomo più rappresentativo della grande Inter europea e mondiale, il leader carismatico in campo e fuori, fulcro del centrocampo dotato di notevole acume tattico e grande visione di gioco. La sua prima partita in nerazzurro fu un amichevole con i brasiliani del Palmeiras mentre nel nostro campionato esordì il ventisette agosto del 1961 a San Siro contro l'Atalanta (vittoria per 6-0). Con l'Inter conquistò tre scudetti (1963, 1965, 1966), due coppe dei Campioni e due coppe Intercontinentali (1964, 1965); disputò anche la finale di coppa Campioni nel 1966 (persa a Lisbona col Celtic per 2-1) e la coppa Uefa nel 1962 e nel 1970. Con la maglia delle "furie rosse" di Spagna disputò trentadue partite (l'ultima nel 1972 contro la Grecia) e segnò quattordici reti, vinse il titolo europeo nel 1964, partecipò ai mondiali del 1962 (Cile) e del 1966 (Inghilterra). Nel 1970 venne ceduto alla Sampdoria con la cui maglia chiuse la sua prestigiosa carriera. Smessi i panni del calciatore ha indossato quelli del tecnico mostrando le stesse doti di lucidità  e modestia che lo avevano contraddistinto in campo. Ha allenato in Italia le giovanili del Genoa, poi - in successione - Cagliari, Spal, Como e Inter; in Spagna il Deportivo La Coruna. Dopo aver guidato la nazionale under 21 del suo paese alla finale europea di categoria nel 1984 ed al titolo continentale nel 1986 (battendo l'Italia di Azeglio Vicini e di Gianluca Vialli), due anni dopo ha sostituito Miguel Munos sulla panchina della nazionale maggiore. Ha guidato le "furie rosse" agli europei del 1988 in Germania e ai mondiali del 1990 in Italia.

     
  • 09 novembre 2019 alle ore 8:05
    L'economia della Puglia

    Come comincia:  Tra le regioni dell'Italia meridionale la Puglia è quella dove maggiormente l'attività agricola resta non solo la più importante per numero di addetti, ma anche per reddito prodotto. Accanto alle colture cerealicole (frumento, prevalentemente grano duro, atto alla pastificazione, quindi avena e orzo), spiccano quelle della vite e dell'ulivo (metà dell'intera produzione nazionale di uva da tavola, un sesto di quella da vino; inoltre la regione è la massima produttrice nel mondo di olio nonostante la concorrenza sempre più spietata dei paesi mediterranei, nonché di quelli extraeuropei come Stati Uniti, Australia e Sud Africa), cui seguono prodotti come insalata (lattuga, indivia, cicoria), peperoni, finocchi, tabacco, carciofi, mandorle, pomodori, cavoli, cavolfiori e barbabietole da zucchero, per cui la regione si trova ai primi posti. Praticata intensamente in passato, è oggi in declino la pastorizia, per difficoltà crescente di reperire aree a pascolo, non ancora coltivate. Scarso è il patrimonio zootecnico bovino e suino, mentre è ricco quello ovino ed equino (la razza murgese è tra le più prestigiose d'Italia). La pesca marittima e di valle e l'allevamento di molluschi sono attività importanti. La Puglia si colloca al secondo posto della graduatoria nazionale, dietro la Sicilia, sia per numero di imbarcazioni e stazza della sua flotta che per la quantità di pesce sbarcata (circa trecentosessantatremila quintali nel 1991). Sul versante adriatico, meno profondo ma più pescoso, i porti principali sono quelli di Manfredonia, Molfetta (aragosta), Bari e Brindisi; in quello ionico, invece, su tutti spiccano i porti di Taranto (nel mar Piccolo si trova il maggior centro produttore di ostriche e mitili) e Gallipoli. Negli ultimi decenni ai tradizionali porti da pesca si sono affiancati, anche in Puglia, i porti turistici per l'attracco delle imbarcazioni da diporto. Ricordiamo Santo Spirito (Bari), Savelletri (Brindisi), Santa Foca (Lecce). Dal punto di vista minerario la Puglia è scarsamente dotata: le aree relativamente più ricche sono il Salento e l'appennino dauno. La bauxite è fornita dai giacimenti di San Giovanni Rotondo (Foggia), Cavone Spinazzola (presso Trani) e Poggiardo (Lecce), mentre notevoli quantità di salmarino si estraggono dalla salina di Margherita di Savoia (Foggia). Particolarmente pregiata è l'industria del marmo, diffuse le pietre da costruzione: in Capitanata vengono estratte la cosiddetta pietra di Apricena, largamente esportata all'estero, e la bentonite, preziosa per le sue applicazioni in svariate industrie (della ceramica, della carta, etc.). Nel settore degli idrocarburi, alla scarsità del petrolio fa riscontro una rilevante presenza di gas naturale, estratto nei giacimenti foggiani di Chieuti, Roseto-Monte Stilo e Candela-Palino. Impianti di raffinazione a Taranto ("Agip") e a Brindisi. I grandi complessi sorgono nel cosiddetto "triangolo industriale" del sud (pugliese): a Bari (stabilimenti chimici e meccanici), Brindisi (petrolchimico) e Taranto (cantieri navali e arsenale, tra i più attivi del paese, centro siderurgico in cui si produce gran parte dell'acciaio italiano). Il settore meccanico impiega oltre cinquantamila unità. Il comparto dell'energia vede la Puglia all'avanguardia nel settore termoelettrico (10,4 miliardi di kwh). L'impianto di Cerano (Brindisi), potenziato nel 1992 con l'installazione della seconda e terza sezione da seicentosessantamila kilowatt ciascuna, è uno dei più importanti del paese. La gamma delle industrie manifatturiere, al di fuori di quelle meccaniche, è vasta. Il settore più sviluppato è quello collegato alla produzione agricola: molini, pastifici, conservifici, zuccherifici, stabilimenti dolciari, oleifici, caseifici, birrifici, complessi enologici. Tra le industrie della trasformazione dei minerali non metalliferi (circa quattordici mila addetti) emerge quella del cemento, con impianti a Taranto e nel barese (Barletta, Modugno, Monopoli). L'industria della carta possiede un importante stabilimento a Foggia, mentre quella della gomma è presente a Bari (produzione di pneumatici per automezzi). Settore attivissimo ed in continua espansione è quello dell'abbigliamento (maglifici, calzifici, industria delle confezioni) che occupa circa quarantamila addetti. La zona che si estende dalla Terra di Bari (Andria, Barletta, Bisceglie) alla Murgia tarantina (Martina Franca) è la più prolifica. Ben rappresentata è l'industria tessile (Barletta) e quella delle calzature: attiva soprattutto nel leccese (massimo centro è Casarano), lavora largamente per l'esportazione. L'industria del tabacco (compresi i lavori di stagionatura, selezione e manipolazione delle foglie,etc.) vede due manifatture del monopolio (su un totale di ventuno, dislocate nel resto d'Italia) a Bari e Lecce. Monopolio governativo si può considerare anche quello dei fiammiferi: impianto a Putignano, nel barese. Più noto dei precedenti è il ramo delle faenze artistiche, che vanta tradizioni antiche (la sede artigianale più nota è Ruvo, in provincia di Bari). L'artigianato è attivo anche nel settore delle ceramiche, in cui la cittadina di Grottaglie (Taranto) vanta affermazioni di prestigio, nazionali ed estere. Queste attività hanno un peso complessivamente modesto nell'economia nazionale, però è da queste tradizioni che deriva la forza, la capacità e la genialità che oggi sostengono - seppure con difficoltà - una parte della piccola e media industria italiana. E'un pò, a mio modo di vedere, come quello che succede per le banche: sono i piccoli e medi risparmiatori, no quelli grandi, le colonne portanti delle stesse! Inadeguata alle crescenti esigenze di scambio resta ancora la rete ferroviaria, mentre ben sviluppata è quella stradale. Dopo l'apertura al traffico delle due grandi autostrade, la Napoli-Canosa di Puglia e l'Adriatica (A14), che collega direttamente la Padania con Bari, proseguendo poi fino a Massafra, nel tarantino, la posizione periferica della regione, lontana dai grandi mercati dell'Italia settentrionale, non costituisce più, come in passato, un ostacolo allo sviluppo delle attività terziarie. Importante funzione commerciale per le comunicazioni con la penisola balcanica, il Vicino e Medio-Oriente svolgono i porti di Bari, sede dell'annuale Fiera del Levante (istituita nel 1930) e Brindisi (navi-traghetto per la Grecia). Il porto mercantile di Taranto è il terzo, a livello nazionale, per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate, dopo quelli di Genova e Trieste. Scali aerei internazionali sono quelli di Bari-Palese e Brindisi-Casale. In fase di forte espansione è il turismo per l'attrazione esercitata dalla bellezza dei paesaggi naturali, dalla dolcezza e mitezza del clima mediterraneo e dall'interesse storico-artistico dei capoluoghi e delle loro province. Sono però ancora insufficienti le attrezzature ricettive...capaci di supportare e sfruttare a pieno le doti innate di natura presenti nella regione.

    da: una ricerca svolta nel biennio 1998-99.

    Taranto, 14 marzo 1999.
     

     
  • 01 novembre 2019 alle ore 16:16
    Quella notte di un giorno da cani

    Come comincia:                                                          Sino a che avrai una pistola fra le mani
                                                             pronunzierai parole di fuoco
                                                             tu uomo; ed emetterai gelide sentenze:
                                                             infine, spietatamente ucciderai!

     Ricordo quel maledetto e drammatico 8 dicembre del 1980 (quì da noi, a San Isidro, piovve a dirotto sino al tramonto) con notevole sgomento e, soprattutto, come se fosse vicinissimo nel tempo, come se fosse oggi (purtroppo, però, quando esso fa breccia - abbastanza spesso, direi - nella mia memoria, o meglio ritorna a galla, ed impietosamente, mi rendo conto che sono passati ben trentaquattro anni da allora: quasi una vita intera!). Ho ben impresse nella mente, nitide e...chiarissime, le immagini e le parole inerenti il fatto (ovvero il misfatto!) diffusi dai notiziari televisivi della CBS e della NBC a tarda notte e poi l'annuncio impietoso seppur stringato, quasi scarno direi, della morte del cantante (dato in contemporanea tanto sulla costa est, quanto su quella ovest e nel mondo intero, suppongo), come pure le struggenti immagini delle veglie spontanee, illuminate da migliaia di candele, createsi subito dopo in Central Park, a New York, in Jackson Park, a Chicago e in Lincoln Park, a San Francisco. John Lennon quel giorno, quella sera, quella notte di un giorno da cani fu ucciso ben due volte no una soltanto: la prima lo fu materialmente per mano - e con la sua 7,65 Stratton - di uno squilibrato (tale Mark David Chapman), stravolto dall'idea che l'ex Beatles avesse infranto i suoi ideali e sogni giovanili (e dire che egli stesso era stato accanito fan della band di Liverpool!); la seconda, invece, lo fu moralmente, per colpa di leggi inique ed assurde che nel nostro Paese, sin dalla "notte dei tempi", armano impunemente ed irresponsabilmente la mano di chiunque lo voglia (così sarà, infatti, di lì a qualche mese dal fatto tragico di cui si parla, per quella di John Hinckley, attentatore sfortunato di Ronald Reagan), mentre, d'altro canto non permettono ad un diciassettenne di bersi una birra o un drink! Al proposito voglio dirvi, miei cari amici/lettori, che qualche tempo prima che cominciassi a scrivere questo mio libro/racconto di strampalate memorie e altrettanto strampalati pensieri e/o impressions, mi capitò casualmente di sfogliare e leggere (chiedo scusa per l'involontario susseguirsi di assonanti termini propinatovi in questo frangente!) - a mia volta - un vecchio opuscolo ma molto importante, a quanto pare, che casualmente avevo ritrovato, facendo pulizia nello scantinato di casa, in alcune polverose scatole, dov'esso giaceva inerme - chissà da quanto tempo - insieme ad inutili cianfrusaglie ormai in disuso: era l'edizione 1967 dell' American Annual Facts&Feats, una guida preziosissima (penso che molti americani, compreso chi scrive, senza di essa giammai conoscerebbero tanti avvenimenti e fatti verificatisi nel proprio paese, anche nella nostra società pluriinternettizzata e digitalizzata) che sin dal lontano 1919 la casa editrice Mc Millan di New York pubblica con minuzia di particolari, dovizia estrema e passionevolmente;...e ciò che lessi, ritengo sia abbastanza pertinente con l'assassinio e la morte di Lennon, per cui di seguito lo riporto testualmente:
    AUSTIN (TEXAS) - Oggi, alle 11,40 a. m., un giovane di ventiquattro anni, John Talbot, studente di architettura, armato di due fucili da caccia e di una carabina di precisione con mirino telescopico, appostato al ventiseiesimo piano di un edificio dell'Università di Austin, ha ucciso tredici persone e ne ha ferito trentuno: prima di recarsi all'università aveva ucciso la moglie e la madre. Congedato un anno fa dal corpo dei marines dopo sei anni di servizio, Talbot soffriva di un tumore al cervello. Questo grave fatto di sangue viene ad aggiungersi ai molti delitti (circa cinquemila) che si perpetrano ogni anno nel nostro Paese con armi da fuoco. Come si sa, negli Stati Uniti è molto facile procurarsi armi (basti pensare che Lee Oswald si fece spedire il fucile addirittura per posta: un po'come potrebbe essere se un tale di nome Robert Foster lo acquistasse - oggidì - su Amazon e gli arrivasse a casa dopo due giorni!) e il Secondo Emendamento della nostra Costituzione espressamente sancisce che "il diritto del popolo americano a portare armi non deve essere violato". (notizia estratta dal The Daily Texan dell'1 agosto 1966). E'proprio il caso di dire che "il lupo (l'America) perde il pelo ma non il vizio" (l'uso improprio delle armi da sparo"). Lennon, al momento della sua uccisione viveva a New York, dove si era trasferito dall'Inghilterra nel 1971, con la consorte Yoko Ono ed il figlio Sean, nato nel 1975 dopo la riconciliazione della coppia. Conobbe - e sposò - l'artista nipponica nel 1969, quando, cioè, era ancora insieme ai Beatles (in prime nozze aveva precedentemente sposato Cynthia Palmer, da cui ebbe il primogenito Julian): ciò divenne uno dei punti d'attrito, insanabili purtroppo, insieme alla incipiente e galoppante incompatibilità artistico-caratteriale con Paul Mc Cartney (ma probabilmente fu l'unico, a detta della stampa) che causò la "morte" del gruppo inglese. Il periodo "post-Beatles", però, fu ricco di contrasti nella vicenda umana di Lennon: certamente un insieme ed un' alternanza di gioie e dolori, di luci e di ombre! Dal punto di vista sentimentale l'unione con Yoko toccò dapprima il punto più alto (quando i due facevano tutto insieme, senza staccarsi mai l'un dall'altro, come fossero due gattini siamesi in amore, nella vita come in musica) e poi quello più basso (quando i due, nel 1974, si separarono salvo poi riappacificarsi e tornare nuovamente insieme, l'anno dopo). Egualmente dal punto di vista artistico e musicale Lennon raggiunse livelli eccelsi con alcuni albums ("John Lennon/Plastic Ono Band", "Imagine", "Rock' n' roll"), e mediocri invece con altri ("Mind Games", "Walls And Bridges", lavori del periodo "post-Ono", ossia del biennio 1973-74); è da dire che in quel periodo, tra le altre cose, Lennon scrisse poesie (notevoli sono tanto l'ode alla madre e "Remember Liverpool", quanto "My great love", dedicato alla musica), dipinse quadri e tradusse in spagnolo e indiano (la lingua imparata durante il suo lungo soggiorno nel paese asiatico trascorso insieme agli altri "scarafaggi") diversi classici della letteratura americana e britannica, tra cui Blake, Fitzgerald e Twain. Nel nostro paese, inoltre, il cantante dovette affrontare una lunga e snervante sequela - durata ben cinque anni - di battaglie legali col governo, con l'FBI e con il Dipartimento dell'immigrazione per ottenere il permesso di soggiorno (e fortuna, aggiungerei, che non dovette essere costretto  a "soggiornare" in uno di quei famigerati centri di detenzione-lager, oggi disseminati su tutto il territorio degli States così come in gran parte delle nazioni cosiddette civili...ma all'epoca i suddetti eran ben lontani dal sorgere!). Tutta la vicenda - ed ancora aggiungerei fortunatamente - si risolse nel 1975, in modo alquanto positiva per il cantante inglese. Fu proprio in uno di questi centri, lurido, puzzolente e malsano (per la precisione nel "42° braccio" del Queens, a New York), che oggi sono più che mai in  uso nel nostro paese dopo le vicende dell' 11 settembre (dove, tanto per intenderci, i cittadini stranieri attendono generalmente il rimpatrio obbligato, e dove ci si può trovare rinchiusi forzatamente e senza tanti complimenti: a volte anche senza saperne il perché o senza un motivo ben preciso!), che il mio amico siriano Tarik Aziz, un percussionista con i fiocchi di ventisette anni, giunto in America alcuni mesi prima insieme alla madre Hamin, fu rinchiuso per otto lunghi mesi prima di essere rispedito a casa. Era stato bloccato nella fermata della metropolitana di Greenwich Park da alcuni agenti in borghese della polizia newyorkese per un futile motivo: aveva scavalcato il cancello della cassa, così per gioco come tante volte lo si fà, pur avendo vidimato il biglietto...e così, per gioco si era ritrovato immerso in un mucchio di guai, in uno stato e in una situazione di assoluto "non ritorno"! Non ritengo sia giusto, anzi, non è giusto per niente che un mucchio di brava - e buona - gente, rea soltanto di essere in cerca di un futuro migliore per sé e la propria famiglia, debba lasciare il nostro paese mentre un altro mucchio di emeriti figli di cagna (senza offesa per i soggetti a quattro zampe di sesso femminile!) e di troia (senza offesa per le squillo, o escort che dir si voglia le quali, sebbene lo facciano dietro compenso,sono pur sempre, a modo loro, dispensatrici di felicità e...piacere istantanei!) faccia il bello ed il cattivo tempo nonché il proprio porco comodo nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre vie, nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici, nella nostra politica, nelle nostre vite, e nel nostro tutto: abbiamo forse dimenticato di essere (stati) la Patria della più giovane e giusta democrazia del mondo? Di essere (stata) la Patria delle grandi opportunità per tutti? Credo proprio di sì...purtroppo!  (E questo lo avevano capito, fra gli altri e oltre quaranta anni fa, i Jefferson Airplane, o Starship, o...poco importa: maledetti lucidi profeti delle sette note;...son soltanto fottute divagazioni musicali, quindi lasciate perdere!).

    Quando ero piccola ero solita stare
    con la mano sul cuore,
    e avrei voluto cantarti
    che tu eri mio figlio e mio amante,
    mio padre e mio fratello.
    Io credevo in te.
    Era così facile allora,
    era davvero così facile!
    Ma dove sei finita adesso?
    Sembra come se tu non possa più ascoltarmi,
    non più,
    può darsi che stia diventando
    troppo vecchia
    Ma ti ricordi 201 anni fa,
    quando eri giovane?
    Come sei diventata forte,
    promettendoti ad ognuno
    come dolce dispensatrice di libertà.
    Ora tu sai esattamente chi sono io.
    Mi sembra di dirtelo in continuazione.
    Dimmi allora tu la verità
    su di te:
    la tua vita dovrebbe essere tanto chiara 
    quanto la mia.
    Ci sono dei ragazzi che stanno morendo per te,
    e questo non mi suona come "libertà".
    Tu continui a mentire sul perché loro muoiano,
    quando invece dovrebbero essere stati generati nella libertà.
    Mostrati, mostrati a me.
    Tu sei quella che mi disse, ricordi?
    che io ero nata per essere libera.
    Apri tutte le tue porte: io voglio vedere
    tutte le tue porte e tutte le tue chiavi,
    voglio vederti e sentirti.
    Oh, sì, tutte le tue 88 chiavi,
    dammele.
    Mostra te stessa, mostrati a me.
    Io voglio vedere le stelle e le strisce
    che possano far urlare quelle corde.
    Mostrati, mostrati a me.
    Esponi te stessa: io voglio vedere la tua faccia.
    Vieni e dammela.
    Mostra te stessa,mostrati a me.
    Sei forse la RCA, la Standard Oil
    o la ATT? Voglio vedere.
    Dammi la tua faccia se ne hai una.
    Voglio vedere, vieni e mostra te stessa.
    Chi manovra tutto questo? Chi guida questo paese?
    Mostrami, mostrati, dammelo.
    Voglio che tu sappia che io voglio vedere,
    chi guida tutto ciò, chi lo fa girare?
    Mostrami, mostrami, mostrami la tua faccia.
    ("Mostra te stessa, America", da: Earth, 1978, dei Jefferson Airplane). 

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

     
  • Come comincia:  Ricordo quel maledetto e drammatico giorno di dicembre con notevole sgomento, rammarico e, soprattutto come se fosse vicinissimo nel tempo (purtroppo, però, sono passati ben trentadue anni da allora: quasi una vita intera!). Ho ben impresse nella mente, nitide e...chiarissime, le immagini e le parole diffuse dai notiziari televisivi, l'annuncio della morte del cantante, la struggente veglia spontanea, illuminata da migliaia di candele, in Central Park a New York! John Lennon, a parer mio, fu ucciso due volte no una soltanto: la prima lo fu materialmente, per mano di uno squilibrato (tale Mark David Chapman), stravolto dall'idea che l'ex Beatles avesse infranto i suoi ideali e sogni giovanili (e dire che egli stesso era stato fan della band di Liverpool!); la seconda invece lo fu moralmente, per colpa di leggi inique ed assurde che negli States, sin dalla "notte dei tempi", armano impunemente ed irresponsabilmente la mano di chiunque lo voglia! (così sarà, infatti, di lì a qualche mese, per quella di John Hinckley, attentatore "sfortunato" di Ronald Reagan). 
     Lennon, al momento della sua uccisione viveva a New York con la consorte Yoko Ono ed il figlio Sean, nato nel'75 dopo la riconciliazione della coppia. Conobbe e sposò l'artista nipponica nel 1969, quando - cioè - era ancora insieme ai Beatles (in prime nozze aveva sposato Cynthia Palmer, da cui ebbe il promogenito Julian): questo diventò uno dei punti d'attrito (probabilmente l'unico, a detta dei fans degli "scarafaggi" così come di gran parte della stampa) che causò la "morte" del gruppo! Il periodo "post-Beatles", però, era stato ricco di contrasti nella vicenda umana di Lennon: certamente un'insieme e un'alternanza di gioie e dolori, di luci ed ombre! Da un punto di vista sentimentale l'unione con la Ono toccò dapprima il punto più alto (quando i due facevano tutto insieme, nella vita come nella musica) e poi quello più basso (quando i due si separarono nel 1974 per poi riunirsi, però, l'anno dopo). In egual modo, dal punto di vista artistico e musicale Lennon raggiunse livelli eccelsi con alcuni album (vedasi "John Lennon/Plastic Ono Band", "Imagine", "Rock' n' roll") e mediocri invece con altri (vedi "Mind Games" e "Walls and Bridges", album del periodo "post-Ono", ossia del biennio 1973-74). In quel periodo, tra le altre cose, l'artista scrisse anche poesie e dipinse. Negli States, inoltre, l'ex Beatles dovette affrontare una lunga e snervante sequela (durata ben cinque anni!) di battaglie legali col governo americano, con l'Fbi e con il Dipartimento dell'immigrazione, per ottenere il permesso di soggiorno. Tutta la vicenda, fortunatamente, si concluse nel 1975 in modo alquanto positivo. Il periodo "post-Beatles" fu, senza ombra alcuna di dubbio, anche quello più impegnato dal punto di vista "politico-civile" per l'alfiere di Liverpool: questo periodo coincise con la fase più prolifica, musicalmente ed artisticamente, del duo Lennon-Ono. John cominciò a fare politica in  musica, o meglio con essa, già ai tempi di "Revolution" (quando, cioè, era ancora accasato con gli "scarafaggi"), il primo quarantacinque giri apparso nel 1968 con l'etichetta del gruppo, la Apple. Con la Plastic Ono Band Lennon compose pezzi memorabili (da "Give Peace a Chance", a "Imagine", da "Working Class Hero" a "Power To The People", brano di Yoko, e "I Don't Want To Be A Soldier Mama...,etc.), i quali divennero veri e propri "cult" nonché gli inni del movimento pacifista e dell'antimilitarismo nel mondo intero! La prima formazione della POB prevedeva Lennon, Ono, Eric Clapton alla chitarra, Alan White alla batteria e Klaus Voormann al basso:suonò per la prima volta nel settembre del 1969 al Festival rock di Toronto, in Ontario (Canada) e registrò l'album "Plastic Ono Band-Live Peace in Toronto". L'anno dopo la band (formata questa volta dalla coppia Lennon-Ono, da Voormann al basso e da Ringo Starr alla batteria) registrò l'album "John Lennon-Plastic Ono Band", da molti critici considerato il lavoro migliore. "Some Time In New York City", però, tocca vette di politicizzazione altissime, è l'album che radicalizza ed estremizza il pensiero politico dell'ex Beatles in...musica! Esso non ebbe grande seguito di pubblico e critica ma contiene, a mio avviso, i testi più politici e impegnati del duo Lennon-Ono. Il filo conduttore dell'lp (composto nel 1972) è il grido di protesta contro le ingiustizie sociali negli Stati Uniti (e non solo!): "Woman Is The Nigger Of The World" è un inno femminista; "Angela" un omaggio all'attivista nera Angela Davis; "Attica State" denuncia la brutalità della polizia e le incongruenze del sistema carcerario americano; "John Sinclair" è una sorta di "petizione musicale" contro l'ingiusta condanna inflitta a Sinclair. John Sinclair fu condannato nel luglio del 1969 a dieci anni di carcere per aver dato alcuni spinelli ad un agente (donna) in borghese! (sic! Viene quasi da piangere o forse...chissà, da ridere: quando penso, ad esempio, a ciò che non avviene, spesso, per narcos e esponenti dei cartelli della coca e dell'eroina; ma si sà, la legge dei "due pesi e delle due misure", probabilmente distante, ma non troppo, da quella codificata dal diritto, è sempre esistita e sempre esisterà su questa terra!). Venne liberato, il 3 dicembre 1971, tre giorni dopo il concerto di Lennon-Ono, intitolato Ten for Two, tenuto in favore della sua scarcerazione. Due brani, infine ("Sunday Bloody Sunday" e "The Luck Of The Irish") denunciano l'aggravarsi della situazione socio-politica in Nord Irlanda, additandone la colpa, senza mezzi termini, alla "sovrana" d'Inghilterra! In tema di iniziative solidali per gli ultimi (oltre al già citato concerto per Sinclair) la coppia Lennon-Ono fu molto attiva: il quindici dicembre del 1969 a Londra partecipò (con Eric Clapton, George Harrison e Keith Moon degli Who) ad un concerto pro Unicef; il trenta agosto del 1972 si esibì in due concerti di beneficenza (One for One) tenuti al Madison Square Garden di New York in favore dei bambini disabili di mente. "Imagine" è il capolavoro assoluto di Lennon. Secondo me poche volte la musica moderna ha raggiunto una vetta così eccelsa: è una canzone, infatti, al tempo stesso dolce, essenziale, visionaria, forte, (dura), struggente e poetica. Essa, in sostanza, fa pensare, fa sognare ed emozionare chi l'ascolta così assolvendo pienamente a quella che è (o per lo meno dovrebbe essere) la principale peculiarità (prerogativa) del rock e della musica in genere. Il pezzo è inserito nell' omonimo album; esso fu composto nel 1971 e contiene le seguenti tracks (tracce): "Imagine", "Crippled Inside", "Jealous Guy", "It's So Hard", "I Don't Want To be A Soldier Mama, I Don't Want" "Gimme Some Truth", "Oh, My Love", "How Do You Sleep?", "How To Die?", "Oh Yoko!". Una annotazione importante: per la stesura dell'album il musicista chiamò a raccolta una marea di suoi colleghi, di estrazione musicale svariata: oltre ai già noti Voorman (basso) e White (batteria), ci furono George Harrison (chitarra), Nicky Hopkins e Rodlinton, John Tout, Ted Turner, Tom Evans e Joey Molland (chitarra acustica), Jim Heltner e Jim Gordon (batteria e percussioni), Michael Pinder (percussioni), King Curtis (sassofono), J&P Duo Group (voci), John Barham (harmonium), etc. A proposito di 1971, è da dire che esso fu anno importante (come quasi tutti i sessanta e i settanta, del resto!), addirittura basilare per la musica rock (e non solo!). Nei 33 giri uscirono, tra gli altri: "L. A. Woman" (Doors), "Led Zeppelin III" (Led Zeppelin), "Pearl" (Janis Joplin), "Meddle" (Pink Floyd), "Sticky Fingers" (Rolling Stones), "Master Of Reality" (Black Sabbath), "Acqualung" (Jethro Tull), "Tea For The Tillerman" (Cat Stevens), "Tapestry" (Carole King) "Pendulum" (Credence Clearwater Revival), "Tarkus" (Emerson, Lake&Palmer), "Fireball" (Deep Purple), "Blue" (Joni Mitchell), "Barrett" (Syd Barrett), "American Beauty" (Grateful Dead), "Song Of Love And Hate" (Leonard Cohen), "At Fillmore East" (The Allman Brothers Band). Anche tra i singoli ci furono tantissimi pezzi di successo e di...contenuto (connubio, questo, che mai guasta in fondo!): "Life On Mars" (David Bowie), "Mr. Bojangels" (Nitty Gritty Dirt Band), "Father&Son" (Cat Stevens), "Your Song" (Elton John), "Layla" (Derek&The Dominos), "It's Too Late" (Carole King), "Samba Pa Ti" (Santana), "Brown Sugar" (Rolling Stones), "Riders On The Storm" (Doors), "Iron Man" (Black Sabbath), "Black Dog" e "Misty Mountain Hops" (Led Zeppelin), "American Pie" (Don Mc Lean), "Acqualung" (Jethro Tull), "My Sweet Lord" (George Harrison), "Angel" (Jimi Hendrix), "You've Got A Friend" (James Taylor), "Strange Kind Of A Woman" (Deep Purple), "Jesus Christ Superstar" (Murray Head), "John Barleycorn Must Die" (Traffic), "What's Going On" (Marvin Gaye), "I'd Love To Change The World" (Ten Years After), "Lady Black" (Uriah Heep), "Here's To You" (Joan Baez), "Proud Mary" (Ike&Tina Turner), "Maggie May" (Rod Stewart).

    da: una mail inviata a Rai Storia l'8 dicembre 2012.   

     
  • 24 ottobre 2019 alle ore 20:59
    Sport's memories: Lester Keith Piggott

    Come comincia: Nasce a Wantage (paesino di poco più di diecimila anime nell'Oxfordshire) il 5 novembre del 1935. E' definito il "fantino mito", la "leggenda" del galoppo mondiale: uno dei più grandi jockey dell'era moderna (soltanto Gordon Richards e Willie Shoemaker possono avvicinarlo in questo secolo!). Senza ombra di dubbio il più forte sul suolo inglese (ha ottenuto ben 4450 vittorie delle sue 5300 in Gran Bretagna), contende a Frankie Buckle, il più grande del XVIII°secolo (ventisette classiche inglesi vinte: cinque Derby, cinque 2000 Ghinee, nove Oaks, sei 1000 Ghinee, due St.Leger) e a Freddy Archer, il più grande del XIX°secolo (ventuno classiche inglesi vinte: cinque Derby, due 2000 Ghinee, quattro Oaks, quattro 1000 Ghinee, sei St.Leger), lo scettro del migliore in assoluto. Ha legato il suo nome al Derby di Epsom, la "corsa della vita" per lui, che lo ha visto trionfare nove volte, ma anche al suo modo di vivere e affrontare le corse che ha stravolto la quasi trecentenaria vicenda del galoppo rigidamente legata a schemi - e trame - codificati. Carattere scontroso e solitario, patisce un grave problema di sordità e soffre di difficoltà nella comunicazione. Per questo in Gran Bretagna lo chiamano "stone-face" (faccia di pietra), impassibile anche davanti alla vittoria con quella espressione congelata sul volto. Tra lui e gli altri fantini, però, vi è un divario abissale. Egli è stato - al contempo - un cavaliere brillante, freddo, grintoso (agli esordi la sua irruenza gli procurò una serie di squalifiche per guida pericolosa) e un profondo conoscitore del cavallo e dei cavalli montati in carriera. Un fantino e un personaggio straordinario, la cui popolarità non è stata mai scalfita, neanche dalle tante disavventure della sua vita: i ritiri, gli incidenti, l'arresto, i problemi di salute. Bambino prodigio (fu due volte campione tra i novizi), cresciuto in una famiglia legata profondamente al mondo dei cavalli e delle corse (il nonno Ernest, "Ernie", ha vinto tre Grand National a Aintree e sposò la sorella dei fantini Mornington e Kempton Cannon, a loro volta vittoriosi a Epsom, nel 1899 e 1904; il padre Keith ha allenato a Newmarket, la madre Iris è sorella dei famosi fantini Bill e Fred Rickaby), disputò la prima corsa a soli dodici anni, nel 1947. La prima vittoria, invece, è datata 8 agosto 1948 a Haydock, in sella a The Chase. Da allora il suo cammino fu costellato di sucessi: trenta classiche inglesi (si definiscono classiche, in Inghilterra, le seguenti corse: Oaks, Mille, Duemila Ghinee, Derby e St.Leger; le ultime tre, invece, formano, a loro volta, la "Triple Crown" dei puledri di  tre anni, mentre le prime due, insieme al Derby, quella delle femmine), tra cui nove Derby ad Epsom, record assoluto, tra il 1954 e il 1992; undici titoli inglesi tra il 1960 e il 1982; due Prix de l'Arc de Triomphe (1977 e 1978); quattordici classiche italiane tra cui tre Derby e quattro Jockey Club; un Breeders' Cup Mile negli Stati Uniti, sette King George VI&Queen Elizabeth Stakes, la "corsa dei diamanti" nel week-end di Ascot, tra il 1965 e l'84. Supera le cento vittorie stagionali venticinque volte tra il 1955 e l'84, con un massimo di centonovantuno nel 1966. Ha corso per sir Noel Murless (il trainer dei record - diciannove classiche inglesi tra il 1948 e il 1977, fu il primo a vincere più di centomila sterline, con quarantotto vittorie nel 1957 e ducentomila, con sessanta vittorie, dieci anni dopo - aveva scuderie a Warren Place, Newmarket) dal 1954 al 1966, vincendo due Derby (Crepello 1957, St. Paddy 1960), mentre negli anni settanta ha formato con Vincent O'Brien (il più grande trainer britannico d'ogni epoca: fratello di Vincent e Charly, a loro volta grandi trainers) un binomio eccezionale, montando tutti i suoi cavalli vincenti sul suolo inglese. Nel 1970 ottiene la Triple Crown (Triplice Corona) inglese con Nijinsky (il primo cavallo, dopo trentacinque anni a vincerla: l'ultimo era stato Bahram, nel 1935), stupendo puledro baio di origini canadesi ed a detta di gran parte degli esperti il miglior cavallo che abbia mai montato in carriera, ma anche quello con cui abbia avuto il feeling migliore! Nel 1985 lascia le corse per dedicarsi, anima e corpo, con la moglie Susan, ad allenare cavalli a Newmarket. Coglie buoni successi (nell'87 vince le Oaks italiane con Lady Bentley), ma nell'ottobre del 1987 è condannato a tre anni di carcere, di cui ne sconta solo uno, per evasione fiscale: non denunciò guadagni per circa sei miliardi di lire! La regina è costretta a toglierli il titolo di "baronetto" di cui era stato investito nel 1975. Nel 1990, però, rientra inaspettatamente alle corse (dopo appena sei giorni monta Sikeston, portacolori della scuderia Gaucci, nelle Champion Stakes, prestigiosa listed di gruppo  uno a Newmarket, giungendo ottavo) e vince alla grande il "Mile",  nella settima edizione del Breeders' Day (il giorno degli allevatori), il convegno di galoppo più ricco del mondo (dal 1984 si disputa ogni anno in un ippodromo diverso degli Stati Uniti - nel 1996 si corse in Canada - e comprende quattordici corse nell'arco di due giorni: inizialmente erano sette e si correvano in un solo giorno, poi diventate otto dal 1999, undici nel 2007 e quattordici dall'anno dopo), in sella all'irlandese Royal Academy, allenato da Vincent O'Brien. Nel 1992 ottiene l'ultima vittoria in una classica inglese, le 2000 Ghinee, in sella a Rodrigo de Triano, e in una classica italiana, il Jockey Club, in sella a Silvernesian. Si reca sempre più spesso a correre in Medio Oriente (soprattutto in Arabia Saudita: la patria dei miliardari sceicchi, oramai proprietari dei più grandi allevamenti al mondo!) e negli States, dove nel 1993 rischia seriamente la vita cadendo da Mister Brooks nella prima corsa del Breeders' a Miami. Lui, fortunatamente, se la cavò con fratture multiple (clavicola e una costola), il cavallo invece fu abbattuto in pista: la sua immagine, con la maschera dell'ossigeno a coprirli il volto, fece il giro del mondo e resterà nella storia dello sport di ogni tempo. Fatica, tuttavia, sempre più a restare nel peso e, dopo un 1994 abbastanza deludente (nonostante porti al quinto posto, al suo ultimo Derby ad Epsom, il quasi sconosciuto Khamaseen, quotato 25/1), diluito nelle corse (una paurosa caduta nel "Glorious", durante il prestigioso convegno di Goodwood, lo appieda per un mese!) e nei guadagni, decide di non rinnovare, ad inizio del 1995, la licenza inglese di jockey (la sua ultima corsa in Inghilterra era stata a Doncaster, il 5 novembre dell'anno prima). Dopo aver passato l'inverno in Australia (il 5 marzo vince le Black Opal Stakes a Canberra, montando Zadok) e la primavera negli Emirati Arabi, ad Abu Dhabi, dove il 28 aprile disputa la sua ultima corsa, decide di ritirarsi, questa volta per sempre. - Ha preso una decisione su cui non tornerà! - dichiara alla stampa la moglie Susan. Il  6 settembre, infatti, le agenzie battono la notizia attesa da tempo: il mago delle piste inglesi, il fantino preferito dalla nobiltà britannica, l'idolo massimo dei tifosi inglesi e degli appassionati di galoppo ad ogni latitudine, lascia il mondo delle corse per cui, a quasi sessanta anni, non si sente più sufficientemente giovane e motivato. Tra gli altri suoi record, è da citarne uno veramente incredibile: ha vinto il Derby in ben sei nazioni (Irlanda, Francia, Singapore, Italia, Germania Slovacchia), oltre a quelli (nove) vinti a Epsom! Il giornalista televisivo lord Oaksey commenta: - Spiace che abbia lasciato le corse ma questo va tutto a suo onore. L'ha fatto quando la sua immagine e il suo fisico non erano ancora quelli di un vecchio fantino -. Nel 2005, nei pressi dell'ippodromo di Haydock Park (Merseyside), località Ashton-in-Makerfield, è stata eretta una statua in suo onore, commissionata dalla stessa moglie Susan al famoso scultore ed artista inglese William Newton: per festeggiare il suo settantesimo anno di età proprio nel medesimo luogo in cui, nel 1948, Piggott ottenne la sua prima vittoria da jockey e anche quello che fu teatro della sua ultima vittoria sul suolo inglese, nell'ottobre del 1994. Come a dire: da...a...; un ponte, un passaggio, un simbolo di continuità, dall'inizio alla fine della sua lunga carriera agonistica! Sue statue e busti sono state erette, a più riprese, negli ultimi anni, in diversi luoghi "sacri" del galoppo: il 12 ottobre 2017, all'ippodromo Rowley Mile di Newmarket, prima di correre il gruppo uno Darley Dewhurst Stakes (corsa che lo vide trionfare per ben dieci volte!) è stata scoperta una straordinaria scultura bronzea, creata ad hoc dallo stesso Newton. In quell'occasione Amy Starkey (direttore regionale della regione est del Jockey Club britannico) sulle colonne del Racing&Sports Time ha dichiarato: - Lester è una leggenda e il suo contributo a questo sport è incommensurabile, quindi è del tutto appropriato che venga onorato in questo modo nella Casa dei Cavalieri e in quella che è diventata la sua città natale -. Lo stesso Newton ha ricevuto l'incarico di produrre nove bronzi a grandezza naturale per commemorare il record di Piggott delle vittorie a Epsom. 

    - Hanno detto di lui.
    "Un fantino unico per capacità di attraversare senza scosse intere generazioni di jockeys" (Sandro Cepparulo, giornalista);
    "Ha avuto una grande volontà di vittoria ed era molto difficile batterlo. Il suo metodo ha rivoluzionato lo stile di montare. Tutti noi gli dobbiamo molto" (Willie Carson, fantino inglese);
    "E'nato con grande sensibilità nelle mani, una capacità innata di sentire il cavallo, il suo respiro, il suo battito cardiaco, assolutamente fuori dal comune" (Gianni Meda, giornalista televisivo);
    "Faceva pesare tutta la sua grinta e l'impeto sui cavalli, guidandoli a finali perfettamente controllati" (Peter Matthews, editore, scrittore, commentatore televisivo inglese);
    "Aveva un meraviglioso equilibrio in groppa al cavallo e una monta bilanciata: ciò era 
    spiegato dal fatto che essa fosse eccezionalmente bassa (Peter Matthews).

    Classiche inglesi (30)
    Derby (9) - Never Say Die (54), Crepello (57), St.Paddy (60), Sir Ivor (68), Nijinsky (70), Roberto (72), Empery (76), The Minstrel (77), Teenoso (83).
    Oaks (6) - Carrozza (57), Petite Etoile (59), Valoris (66), Juliette Marny (75), Blue Wind (81), Circus Plumed (84).
    1000 Ghinee (2) - Humble Duty (70), Fairy Footsteps (81).
    2000 Ghinee (5) - Crepello (57), Sir Ivor (68), Nijinski (70), Shadeed (85), Rodrigo de Triano (92).
    St.Leger (8) - St.Paddy (60), Aurelius (61), Ribocco (67), Ribero (68), Nijinski (70), Athens Wood (71), Boucher (72), Commanche Run (84).
    Classiche francesi (12)
    Arc de Triomphe (3) - Rheingold (73), Alleged (77, 78).
    Prix du Jockey Club/Derby (1) - Hard To beat (72).
    G. P. de Paris (2) - Roll Of Honour (70), Sagaro (74).
    Poul d'Essay des Poulisches (2) - Rasput Princess (64), River Lady (82).
    Prix de Diane (3) - Mrs Penny (80), Madam Gay (81), Lypharita (85).
    Prix de Vermeire (1) - Aunt Edith (65).
    Classiche irlandesi (16)
    Derby (5) - Meadow Court (65), Ribocco (67), Ribero (68), The Minstrel (77), Shergar (81).
    Oaks (3) - Santa Tina (70), Juliette Marny (75), Godetia (79).
    1000 Ghinee (2) - Favoletta (71), Godetia (79).
    2000 Ghinee (3) - Decies (70), Jaazeiro (78), Rodrigo de Triano (92).
    St.Leger (3) - Dan Kano (67), Caucasus (75), Meneval (76).
    Clsssiche italiane (14)
    Derby (3) - Bonconte di Montefeltro (69), Cerreto (73), Welnor (83).
    G. P. Jockey Club (4) - Nagami (58), Marco Visconti (66), Awaasif (83), Silvernesian (92).
    Gran Criterium (1) - Alhijaz (91).
    Premio Roma (3) - Irvine (72), Noble Saint (79), Old Country (85).
    Premio Presidente della Repubblica (1) - Moulton (73).
    Premio Regina Elena/1000 Ghinee (1) - Grande Nube (74).
    Oaks d'Italia (1) - Lady Bentley (87).
    - Classiche Canada/Usa (5)
    Canadian International Stakes (1) - Dahlia (74);
    Breeders'Cup (Mile) (1) - Royal Academy (90);
    Washington D. C. International (3) - Sir Ivor (68), Karabas (69), Argument (80).           

     
  • Come comincia:                                                                  Il mito Pink Floyd iniziò con questo disco nel                                                                       1972 e si elevò in excelsis con l'album                                                                                successivo "Dark Side Of The Moon"
                                                                                = Riccardo Bertoncelli =

     Composto all'inizio dei settanta, cioé un momento tendenzialmente slow del gruppo, questo disco si rivelò, invece, artisitcamente, tecnicamente e musicalmente valido (nonostante avesse avuto vendite a dir poco blande negli States!). Anzi, a suo modo, rappresentò esso una sorta di ponte, di anello di congiunzione tra le fasi artistico-musicali precedenti (epoca barrettiana psichedelica e "Ummagumma") e la successiva; ovvero, dicasi della performance "premonitrice" di quanto accadrà due anni più tardi ai Floyd...dalle parti "dark" della luna!
    - One Of These Days: bellissimo pezzo "elettronico" dalle atmosfere "viaggio sulla luna" (cioé, da "Spazio 1999", come diceva il nonno di un mio amico!) o "kubrickiane" (cioé, da "2001: odissea nello spazio");
     - A Pillow Of Winds, Fearless&Seamus: un mix di poesia e pittura in note musicali (o le classiche ballate acustiche di stampo floydiano?! Fate pure voi!); ovvero, quadri impressionisti in musica. Del primo brano, in particolare, sono da dire due cose: la traduzione italiana é "Un cuscino di venti" e - le piume finali dell'imbottitura - scrive Bertoncelli nel suo "I cento dischi" (Rizzoli, Milano, 1986), - altro non sono che i cinquantamila tifosi del Liverpool che incitano i reds ad Anfield Road; - inoltre è un pezzo romantico, romantico, romantico e bellissimo, struggente: il che, a volte, proprio non guasta!
     - San Tropez: pezzo scritto da Waters, con atmosfere jazz delicate, soffuse; propiziatorio, quasi propedeutico, prima del gran botto finale; ovvero, prima della "marea" psichedelico-visionaria di Echoes.
     Il brano finale del disco, appunto "Echoes", era in principio "Return To The Sun Of Nothing", ed a proposito di echi quello che segue è un mix, una miscellany (come sono soliti dire i britannici!) di impressioni relative ad esso. Il suddetto [Echoes], col titolo originario di cui sopra, venne suonato il 15 maggio 1971 durante uno spettacolo di due ore e mezzo al Crystal Palace Garden Party di Londra, con fuochi artificiali inframezzati e proprio mentre un polipo gigante gonfiabile emergeva dal lago. Un certo Johann Sebastian, in  arte Bach, affermava che - la musica (più) vera è quella che ruota su se stessa all'infinito..."; ed infatti, lupus in fabula - :Quando suonammo questo pezzo, - disse Nick Mason una volta, - pensavamo a qualcosa che non dovesse finire mai (appunto!); od anche: - il finale è stato ideato pensando ai disegni di Escher, alle scale impossibili che danno in altre scale e non portano da nessuna parte (Roger Waters). Lo stesso Riccardo Bertoncelli, infine, scrive: "E'il brano più esemplare del disco, spalmato in chiusura in tutti i suoi ventitré minuti. E'uno dei tanti trips sonori disegnati dai Floyd avendo in mente ben altri "viaggi" e come quelli, appunto, è lungo, incerto, vano e da l'impressione di non terminare mai". Uno dei tanti - e famosi - trips, certo, che hanno reso i Floyd immortali insieme, ovviamente, alle ballate acustico-elettroniche, alle musical poesie romantico-sentimentali, alle visioni stupefatte e stupefacenti, anarcoidi, apocalittiche, paranoiche (quelle di Waters) e premonitrici (vedi "The Wall", del 1979), ai viaggi psichedelici dell'era Barrett ("Ummagumma", "The Piper At The Gates Of Dawn", "A Saucerful Of Secrets"), futuristici e futuribili ("Atom Heart Mother"), prog-fantasy ("Dark Side Of The Moon", "Wish You Where Here", "A Momentary Lapse Of Reason", "The Division Bell"), oltre a tanto e tanto altro ancora.
     Il brano "Echoes" è un riff straordinario ed immenso, pulsante talvolta ed ossessivo; talora anche profetico e lugubre, quasi infinito, interminabile. Un groviglio di musica e suoni, un viaggio nella alienazione dell'uomo, nella pazzia e nella sua solitudine; all'interno della sua coscienza, nei meandri più reconditi, quasi oscuri e inimmaginabili della sua psiche e del subconscio. Visione onirica (intensa), profetica; forse menzoniera?! Grandi, veramente grandi furono i Pink Floyd nell'architettarlo e metterlo in musica: grande la loro immaginazione! Da molti (come da me stesso) è considerato il "pezzo" (simbolo) del gruppo. Da molti è considerato il manifesto cult, simbolo d'una intera generazione: quella post-sessantottina (o sessantottesca); da molti è considerato il manifesto della psichedelia e del prog-fantasy; o meglio ancora del rock psichedelico-progressive: uno stile, cioé, del tutto nuovo, perché inventato dal gruppo inglese.
     LUCE E BUIO, BUIO E LUCE; LUCE O BUIO: SOLO E SOLTANTO ECHI...E BASTA, RISVOLTI DI UNA STESSA PIEGA NELLO STRANO GIROVAGARE DELL'UOMO LUNGO LE STRADE DELLA VITA: UNA MATASSA CHE SI DIPANA E POI SI RIANNODA DI NUOVO...LEI, LA PERFETTA "GUERRA" DEI DUE MONDI INTERIORI DELL'UOMO: QUELLA TRA CUORE E COSCIENZA, TRA CERTEZZE E PAURE. SCHERZI DI LUCE O DI BUIO, DI BUIO O DI LUCE, CHISSA', SCHERZI DI LUCE E DI BUIO, SONO IN FONDO QUESTI ECHI!
                                        Meddle (scheda tecnica)
    Tipo                             Studio
    Date                            30 ottobre 1971 (Usa), 5 novembre 1971 (UK)
    Durata                         46"49
    Tracks                         6 
    Etichetta                      Harvest Record, EMI
    Produttore                   Pink Floyd World&Music, Pink Floyd Music Publishers Ltd.
    Registrazione              EMI Studios-Associated Independent Recording Morgan Studios                                      (London)
    Charts                          USA 70°, UK 3°
                                         = Testi esemplari =
    A  Pillow of Wind (Un cuscino di venti)
    Una nube di piumino si disegna intorno a me
    Ammorbidendo il suono
    E'tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e la candela si spegne.
    Ora si sveglia la civetta, ora dorme il cigno
    Guarda un sogno, il sogno è finito
    Verdi campi, una fredda pioggia
    Cade in un'alba dorata.
    E nelle profondità del terrenno i suoni di prima mattina
    E io scendo
    E' tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e io mi alzo come un uccello
    Nella foschia quando i primi raggi toccano il cielo
    E i venti notturni muoiono.
    (traduzione di Alessandro Besselva Averame in "Pink Floyd, the lunatic - testi commentati", Arcana Ed.ce, Roma, 2008).      

       

     
  • Come comincia:  Il brano in questione, dall'album "Desire", del 1976, narra (canta) la storia vera del pugilatore Rubin "Hurricane" Carter, sfidante ufficiale per il titolo mondiale dei pesi medi (combatté col connazionale Joey Giardello a Filadelfia, il 14 dicembre 1964, perdendo ai punti in quindici round). Tutti i testi dell'album furono firmati da Bob Dylan insieme a Jacques Levy, autore e regista teatrale. Il suddetto Carter fu accusato - ingiustamente - di aver commesso un triplice omicidio: per questo motivo fu condannato a tre ergastoli! (nel New Jersey, fortunatamente, non vigeva la pena capitale all'epoca del fatto). Prima di essere riconosciuto innocente (cioè, prima di essere riconosciuto quello che in realtà era: innocente!) egli scontò la bellezza di diciannove anni nel carcere della sua città!

    Colpi di pistola echeggiano nel bar di notte,
    entra Patty Valentine dalla stanza di sopra,
    vede il barista in una pozza di sangue,
    grida - Mio Dio li hanno ammazzati tutti! -.
    Questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha commesso,
    messo in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere 
    il campione del mondo.
    Tre corpi stesi a terra vede Patty
    e un altro uomo, un certo Bello, aggirarsi
    con aria misteriosa.
    - Non sono stato io -, dice e alza le mani,
    - Stavo soltanto rubando l'incasso, spero tu 
    capisca,
    li ho visti solo andare via -, dice e si ferma.
    - Uno di noi farebbe meglio a chiamare la polizia -.
    E così Patty chiama i  poliziotti
    e loro arrivano con le loro luci rosse
    lampeggianti
    nella calda notte del New Jersey.

     Le cause della ingiusta condanna (e della successiva detenzione), ovvero i motivi che pesarono sul giudizio e sulla relativa sentenza, a detta della parte opposta all'establishment dell'epoca (la parte progressista dell'America, evidentemente!) furono di natura puramente pregiudizievole (o pregiudiziale): Carter si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato (anzi, ancora peggio visto che egli, al momento del fatto, dell'efferato delitto - tre persone erano state sparate ed uccise - avvenuto in un bar di Paterson, appunto, era da tutt'altra parte: dalla parte totalmente opposta della città!); Carter aveva un colore della pelle sbagliato, era un "soggetto" sbagliato (un "fannullone rivoluzionario") ed un tipo strano ("un negro pazzo" che era stato in riformatorio ed era stato cacciato dal corpo dei marines)...come se essere strani o avere la pelle nera piuttosto che verde (oppure portare il cappello sulle ventitré invece che in mano, chiedere l'elemosina ad un angolo di strada invece che essere vestiti in doppiopetto, o piuttosto che avere dei precedenti penali a carico, etc.) - sic! - dovrebbe poter contare qualcosa, anzi, non contare affatto nel giudicare una persona; ognuno dovrebbe essere ritenuto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, essere giudicato innocente a prescindere (come affermava il buon principe De Curtis, in arte Totò) da tutto ciò: è invece successe proprio questo nel caso del povero Carter (non fu la prima volta che avveniva una cosa del genere e non sarebbe stata l'ultima, purtroppo, come la cronaca giudiziaria di ogni parte del mondo spesso ci narra!).

    Nel frattempo in un'altra parte della città
    Rubin Carter e un paio di amici stanno girando
    in macchina.
    Il pretendente numero uno alla corona dei pesi medi
    non poteva certo immaginare che razza di merda
    stava per cadergli addosso
    quando un poliziotto lo fece accostare al bordo della strada
    proprio come la volta prima e quella prima ancora.
    Questo è il modo in cui vanno le cose a Paterson,
    se sei nero faresti meglio a non farti vedere in giro per le strade
    a meno che tu non vada in cerca di guai.

     E' da dire che l'album Desire (e quindi il brano "Hurricane") era già stato lanciato con una poderosa tournée, da parte di Bob Dylan e della sua compagnia - la Rolling Thunder Rewiew - sul finire del 1975. La compagnia del menestrello di Duluth (località dello stato del Minnesota che li aveva dato i natali il 24 maggio del 1941 sotto "mentite spoglie", ovvero con il nome di Robert Allen Zimmerman), in quell'avventura destinata a tradursi nel lunghissimo film "Renaldo and Clara", uscito nel 1978 e diretto dallo stesso Dylan (apparirà in prima europea al festival di Cannes), si componeva di una larga schiera di muscicisti, artisti ed amici ripescati durante l'estate newyorkese. "Un grande baraccone dello spettacolo", scrivono Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni nel libro "Bob Dylan, tutte le canzoni (1973-1980)", uscito nel 1980 per i tipi della Lato Side Editori, Roma, "a cui partecipano vecchie e nuove stars: la Baez, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Roger McGuinn, Arlo Guthrie e tanti altri, perfino il gran Bardo della poesia Beat, Allen Ginsberg, con la sua pianola-harmonium". Durante il tour della compagnia, snodatosi con fasi alterne per diversi mesi, in lungo e largo per gli States, vennero dati due concerti a sostegno di "Hurricane" (il pugile e non il brano, evidentemente!) e della sua causa civile.

    Alfred Bello aveva un complice e aveva una
    soffiata per la polizia,
    lui e Arthur Dexter Bradley stavano soltanto
    facendo un giro.
    Bello disse: - Ho visto due uomini fuggire,
    sembravano due pesi medi,
    sono saltati su una macchina bianca con la targa di un altro stato"
    e Miss Patty Valentine con la testa fece sì
    un poliziotto disse: - Aspettate un attimo, ragazzi,
    questo quì non è ancora morto. -
    Così lo portarono all'ospedale
    e anche se quell'uomo riusciva a malapena a vedere
    gli disse che poteva identificare il colpevole.
    Sono le quattro del mattino e i poliziotti
    acchiappano Rubin Carter,
    lo portano all'ospedale e lo fanno andare di sopra.
    L'uomo ferito lo guarda coi suoi occhi ormai morenti
    e dice, - Che cosa lo avete portato a fare quì? Non è lui! -
    Sì, questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha mai commesso,
    sbattuto in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere
    il campione del mondo.
     

     
  • Come comincia: Il più grande rivoluzionario, ma proprio il più grande (di tutti) davvero non fu il "Che", né lo furono Pancho Villa o Emiliano Zapata, o Robespierre o Danton; né Lenin o Trotzsky. Esso fu, invece, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, classe 1893 da...: il quale amava, sì, la vita ma si diede morte - a soli trentasette anni, nel 1930 - per ribellione contro di essa...non riusciva, infatti, a viverla sino in fondo, (e) così come avrebbe desiderato! Che cosa c'é al mondo, or mi domando, di più rivoluzionario che non sia il ribellarsi alla vita? Esiste un gesto similmente ribelle a questo? Donare un fiore ad una donna è un gesto, il solo gesto che può eguagliare quello compiuto da Majakovskij nel corso della sua vita. L'artista russo fu il massimo esponente, in vita (e post-mortem, evidentemente!) del cosiddetto movimento cubofuturista russo (così denominato per l'adesione a talune prospettive della pittura cubista). L'artista e letterato russo fu, senza ombra di dubbio, una "coscienza" inquieta. Del resto, tutta la storia europea del primo novecento è segnata da inquietudini d'ogni sorta e da sconvolgimenti culturali, politici e sociali di vastissima portata; è intrisa di inquietudine e bagnata di malcontento, fervore e...sangue! A tal proposito, di grande interesse critico nonchè valore storico é ciò che scrive Benedetto Croce nel brano "Panorama culturale del primo novecento" (da: "Storia d'Italia dal 1871 al 1915", del 1928), di cui riporto alcuni tratti: "La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antitesi interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra cupidigia di godimento, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disapprovazione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa."; e ancora: "L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si è notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirto di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, che era stato l'amore di vent'anni innanzi, non parlava più ai giovani, né a quelli stessi ch'erano stati allora giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si venne attuando. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come già prima in Inghilterrra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", di cui padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'avea preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma più determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi, laudi.".
     Erano quelli gli anni delle imprese coloniali (in Italia la fallimentare e catastrofica impresa di Adua), del crescente nazionalismo sfrenato e delle manie di grandezza, appunto (pangermanesimo, panslavismo, revanscismo, etc.), che preluderanno, poi, all'attentato di Sarajevo e al conseguente scoppio del primo conflitto mondiale: inframezzato, se così si può dire, dalla rivoluzione di ottobre in Russia. Il tutto, poi, confluirà, infaustamente, come un vortice oscuro senza fine, o un incontrollato effetto domino, nei regimi dittatoriali che insanguineranno l'Europa (franchismo, nazismo e fascismo). Erano gli anni, quelli, delle elitès soreliane che inneggiano alla violenza, dell'azione, in Francia - e non solo - dell'organizzazione Action Francaise di Maurras e Barrès; erano gli anni, quelli, della nascita delle avanguardie culturali, letterarie e artistiche. Si affermano le correnti pittoriche che danno una interpretazione nuova del reale e dell'oggettivabile (oggettivo), le quali risentono tutte, in maniera diversa, della caduta dei valori filosofico-morali dell'epoca. Odillon Redon, ad esempio, con "L'occhio", 1882, è il più qualificato interprete della crisi di sfiducia nella oggettività del reale ipotizzando una verità "autre" che si materializza nelle visioni figurative del simbolismo. Seurat, invece, da origine al divisionismo, insieme agli italiani Pelizza da Volpedo e Giovanni Segantini: in questo caso la realtà è individuabile attraverso la mobilità della luce provocata dallo sprigionarsi dei colori in una serie di parvenze e simboli. Sempre in Francia, d'altro canto, André Derain e Henri-Emile Matisse danno vita al gruppo dei "fauves" espressionisti i quali, attraverso la irrazionalità del colore, sprigionano le loro emozioni e la loro interiorità. A quello francese, seppur sempre in funzione anti-impressionistica, si contrappone l'espressionismo tedesco, il quale ruota intorno al gruppo Die Brucke ed alla figura di Ernst Ludwig Kirchner; questi, dopo aver esordito nel divisionismo matura uno stile (prendendo anche qualcosa dal cubismo) che accentua sempre più le dissonanze cromatiche e da spazio alla cosiddetta "deformazione delle forme" (La strada o Cinque cocottes, 1913): il tutto, evidentemente, in aperta critica verso la società del tempo. La terza branchia dell'espressionismo europeo, quella austriaca (Schiele, Kubin, Kokoschka), ruota anch'essa nell'orbita tedesca ma accentua notevolmente l'elemento introspettivo. Influenze dell'espressionismo si avranno tanto nel Blaue Reiter e nella nuova oggettività, in Germania (Grosz, Dix su tutti), quanto in Francia (Chagall, de Vlaminck, Soutine, Rouault) con la scuola di Parigi: i primi ne accentuano l'elemento mistico-simbolico, i secondi riprendono esplicitamente la polemica sociale e di denuncia verso le storture dell'uomo, gli ultimi fondono il fauvismo e il Die Brucke. Pablo Picasso (Le damigelle d'Avignone, 1907) e Georges Bracque (La tavola del musicista, 1913) danno vita a Parigi al cubismo (dapprima analitico e poi sintetico), un modo del tutto nuovo di vedere il reale: il pensiero, infatti, scompone dapprima i volumi e lo spazio e poi ne da una visione simultanea; ovvero la scomposizione riduce lo spazio a solidi geometrici (da cui il nome dato al movimento dal critico Vauxcelles nel 1908). Uno dei teorici maggiori del cubismo è il francese Guillaume Apollinaire (I pittori cubisti), tra l'altro grandissimo poeta (.....) e       

     
  • Come comincia:  In certi momenti della nostra vita assistere ad un funerale (non importa se esso sia di un familiare, di un parente, di un conoscente o soltanto del gatto nero del vicino!) bello tetro, sano e pacifico nonché genuino (sì, avete proprio letto e/o capito bene: nessuno di voi soffre di strabismo congenito!) è tutto ciò che ci vuole, senz'altro ben di più di un semplice bicchierino di buona grappa nostrana (magari shekerata insieme a qualche goccia di vodka russa: originale no taroccata!), o di cognac francese invecchiato in botti di rovere, o di whisky puro malto scozzese: oltre che a tirarti su e a farti drizzare i capelli ed anche, chissà...pure l'uccello (nuovamente!), esso ti (ri)porta alla realtà, ti (ri)mette coi piedi per terra, ti fa (ri)aprire gli occhi: ti fa capire veramente chi sei, che cosa sei...Ma la morte, poi, al pari della notte, davvero porta consiglio?!

    Taranto, 12 dicembre 2013.