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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

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  • 11 giugno alle ore 19:18
    The End (surreale "ottimismo" non sense)

    The End: non è la fine
    in qualche sperduto lembo
    oscuro di terra;
    The End: è il confine
    borderline...nell'attesa
    d'una nuova guerra.

     
  • 15 maggio alle ore 18:42
    La ballata del tempo passato

                                                                                    da: Edoardo Sanguineti
    Quando ci penso che il tempo è passato
    la cicogna volò&la madre apparve che m'a partorito
    poi le fate i bimbi i primi giuochi
    e poi le ragazze già le donne, i primi fuochi
    d'affetto d'amore sotto le gonne - di grande gioia:
    pensarci adesso ch'é vuoi che sia, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo è passato 
    (mica così in fretta come sembra, però!)
    che arriva un giorno mentre un'altro è scordato:
    alla nonna materna ripenso che in braccio amorosa mi tenne
    io fiorellin piccolissimo, lei crisantemo da farci strenne
    di Natale, a Natale già tutt'insiem che gioia:
    pensarci adesso oblio è il tempo, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo ritorna
    c'arriva il giorno che più mai torna
    indietro; tutti quei suoni strani, tanto magici i colori
    qual voli pindarici alti alti, tali e forti eran gli odori
    (di mandorli in festa e di vestiti che sapevan di bianco)
    nei giorni e nella notte in estate come d'inverno,
    col sole&colla pioggia: amori in paradiso mica all'inferno.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    che (i) giorni non tornano dacché lui s'è consumato,
    ardon essi inutilmente bruciando come una candela
    in pena, la pena di volti oscurati dal silenzio della sera
    della notte eterna: colei mai arde e vien al finire
    perché giorno arriva che si va a dormire.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    vita ho vissuto e (l') amor è finito
    affetti recisi da mano impietosa, 
    la morte: semper sincera come giovin sposa
    vien&prende poco lasciando - quasi nulla - ai superstiti
    di loro; a loro penso "morti vivi" già esistiti:
    ed alfin (è) pensando che giusto mi sovviene:
    un soffio di vento (è) ciocchè di Lor oggi m'appartiene.

    Taranto, 7 marzo 2016.
     

     
  • 15 maggio alle ore 18:04
    Donne in gabbia

    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora:
    in cielo brilla una solitaria stella, ma la luna è illune...
    inferriate nel cortile divelte dal sonno&camerate
    raggianti di silenziosa tristezza.
    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora
    ma poi rimesse in gabbia: al cantar del gallo...
    urli dappertutto, urla - grida -
    strazianti, infermieri al galoppo
    qua e la
    medici in visibilio nelle corsie l'inferno:
     - Sbrigati, Cacciapuoti, il valium il valium...
     - Dai, sù chiama Rostagno: che avvisi il professore
     - Sì, dottore, sarà fatto...
     - Dai, sbrigati, sù, il valium il valium...40 50
    90 NO, 80 milligrammi
    Nelle corsie l'inferno...
    ammattite...: di nuovo? NO, NO NO...
    Lugubri presagi: "camicia di forza" ovvia conclusione,
    di nuovo indosso su "letto di contenzione"!
    Questa SIGNORI, è la vita delle donne in gabbia...
    andirivieni da matti di tutte le donne (matte) in gabbia del mondo;
    E non c'è taser, né manetta, né TSO, né bastone, né "cicca" che tenga, credetemi!!!!

     
  • A Busto Arsizio - in via Dalmazia - v'é
    un precipizio
    dove molti (passando) cadon giù:
    altri non è - ciò - sol che l'inizio
    d'un piccolo indizio o forse più?
    - Ma no, tal precipizio è proprio (men che) niente -
    è soltanto un piccolo buco meno che un buco sì nella strada
    nel cui però cade dentro la gente:
     vuoi che "qualcun" vi bada?
    (è come quelli dell'autostrada!)
    Ma sì! Ma sì, allor! sì, sì, sì: su dai
    lasciam così (le cose) quel buco di tanto "strano"
    da diman - son certo - "vedrai"
    che gente di li passando più accorta sarà: si terrà per mano!

    Taranto, 19 febbraio 2016.
     

     
  • 03 maggio alle ore 9:22
    Eroi...

    Tutti eroi siamo
    sopravvissuti
    tutti eroi siamo
    diventati quasi
    per caso
    sfuggiti
    al destino
    al "mostro"
    vestiti da
    "detenuti"
    in semilibertà
    (per un'ora d'aria al mattino, di pomeriggio, sul balcone!)
    Tutti eroi siamo
    eppure
    qualcuno disse
    una volta
    "non è più tempo di eroi!"
    ma adesso 
    tutti eroi siamo
    nessuno più
    ormai è santo!
    Tutti eroi
    solo ed unicamente
    eroi...
    sopravvissuti
    diventati
    sfuggiti
    vestiti da "detenuti"
    ma siamo davvero 
    ancora vivi?
    Oppure siamo soltanto eroi?

    Taranto, 3 maggio 2020. 

     
  • 01 maggio alle ore 0:53
    Non sono un untore

    Non amo i governi e i decreti
    ma non sono un untore,
    non amo gli sbirri zelanti
    ma non sono un untore,
    non dico "io resto a casa"
    ma non sono un untore,
    non dico "andrà tutto bene"
    ma non sono un untore,
    non porto la mascherina
    ma non sono un untore,
    non prego né bestemmio
    ma non sono un untore,
    non piango né rido
    ma non sono un untore,
    vorrei baciare una donna
    ed abbracciare un bimbo
    ma non sono un untore,
    vorrei gridare al sole
    ma non sono un untore,
    vorrei seguire un uomo 
    che muore, portare un fiore
    sulla sua tomba "infetta"
    ma non sono un untore,
    vorrei tagliarmi un braccio
    per cambiare le cose
    ma non sono un untore
    non sono un robot
    ma non sono neanche un untore:
    sono solo un uomo
    tra mille e centomila;
    sono solo un uomo
    ma non chiedo perdono a nessuno
    di esserlo!

    Taranto, 26 marzo 2020.

     
  • 16 marzo alle ore 12:14
    Earth Mother

    Madre Terra: cosa sei diventata?
    Ricordi quando eri giovane, tutto era bianco o nero...
    era primordiale dei puri ricordi e delle magiche
    notti senza respiro sotto le stelle e la luna...
    Madre Terra: cosa sei diventata, cosa mai ti hanno fatto?
    Madre Terra: cosa sei diventata? Hanno ucciso
    il tuo primordiale candore?
    Madre Terra...prati di fiori arcobaleno; distese di fragole rosa
    innanzi a me!
    Madre Terra...quando tutti camminavano liberi&selvaggi
    senza brancolare nel buio segreto di Tumbstone;
    quando la tigre albina camminava libera&selvaggia
    nelle smisurate pianure di Euralia;
    quando l'aquila reale
    maestosa volava sopra le montagne blu
    e verdi della Messaglia...
    Quando tu: Madre Terra eri diversa;
    Madre Terra cosa sei diventata?
    Madre Terra...
    lo sai che
    prima... (quando: allora?!)
    i deserti (anche) erano abitati da alberi sempreverdi:
    forse erano (anche) arànci amari&dolci?!
    Madre Terra...
    cosa sei diventata: pura& semplice
    merce di scambio...
    soltanto un "affare" da uomini!

    Taranto, 27 dicembre 2013.

     
  • Io non credo
    non ti credo
    io non ti credo
    Occidente.
    Non credo ai tuoi 
    timori
    non credo alle tue
    lacrime
    alle tue paure,
    non ho paura io
    non ho più paura
    non ho più paura 
    della morte io
    dov'eri tu
    quando mano assassina
    uccideva Malcolm X?
    dov'eri tu
    quando Jan Palach
    e gli studenti di San Venceslao
    si davano fuoco davanti al mondo?
    dov'eri tu
    quando a Tienanmen
    morì la libertà?
    io non credo
    alle tue lacrime...
    dov'eri tu
    quando bombardavano Saigon?
    dove sei tu
    quando muore un indios
    in Amazzonia?
    quando un mapuche
    muore, solo al freddo
    ubriaco di miseria?
    quando muore un homeless
    in una strada buia
    su una panchina, vicino un binario morto
    dentro una tomba sfitta
    in un camposanto?
    Hai mai pianto per il popolo armeno?
    O per una donna tutsi
    stuprata eppoi fatta a pezzi?
    dove sei tu
    quando muore un bambino soldato
    in Congo?
    o una bambina viene mutilata
    da qualche parte ancora
    prima di diventare donna?
    Je t'accuse...
    Rispondi Occidente!
    sei complice di tutto questo!
    Dov'eri tu
    quando assassinavano
    John in una fredda sera 
    di dicembre a New York?
    Dov'eri tu
    quando Sarajevo
    era straziata e dilaniata
    dalle bombe?
    sei mai stato nei campi
    del silenzio in Cambogia?
    hai mai ascoltato le urla 
    le grida delle donne di Plaza de Mayo,
    quando chiedevano giustizia
    per i loro mariti e i loro figli?
    Hai mai visto piangere
    una donna palestinese?
    E'un pianto straziante il suo
    cerca il suo uomo
    che non rivedrà mai più!
    Io non credo
    non ti credo ora
    io non ti credo
    Occidente
    non credo alle tue lacrime
    e alle tue paure
    dove sei tu
    quando migliaia di profughi
    fuggono guerra, carestie
    e morte rapiti a tradimento
    dalle loro terre
    estirpati d'ogni cosa?
    quando bombardano nazioni
    e campi innocenti
    con le tue bombe
    costruite nelle tue fabbriche
    trasportate sulle tue navi
    che partono dalle tue basi...
    quando aerei bombardano
    alla cieca lasciando
    bambini nel terrore, e donne
    senza uomini
    vecchi senza casa, in compagnia
    solo del pianto?
    Je t'accuse...
    hai mai guardato in mezzo
    agli occhi di un migrante
    che fugge dal suo paese?
    hai mai guardato in faccia
    un uomo che ha visto
    un suo fratello scomparire
    negli abissi del mare?
    dove sei tu allora...
    dov'eri quando?
    Io non credo alle tue
    lacrime alle tue paure
    Ebola uccide ancora
    eppure non lo sai
    o fai finta di non sapere...
    Hai paura, dimmi?
    la sete la fame l'abbandono
    uccidono più di prima
    eppure non lo sai
    o fai finta di non sapere...
    hai paura, dimmi?
    non ti credo, non ti credo
    più: non posso farlo!
    hai mai acceso una candela
    per chi muore per i diritti
    altrui?
    Non ti credo, non ti credo
    se hai paura
    non ti credo più!
    Hai paura?
    io non ti credo; 
    io non ho paura,
    io non ho più paura
    io non ho più paura della morte
    sono soltanto 
    un uomo io
    appartengo alle stelle...
    Mosca non crede alle lacrime!

    Taranto, 9 marzo 2020.

     
  • 04 marzo alle ore 14:24
    100 volte grazie

    Grazie per esser venuta 
    al mondo
    grazie per aver gioito
    e sofferto
    ogni giorno
    grazie per aver colto
    l'attimo...
    a tutto
    tondo
    grazie alle tue
    mani
    che hanno stretto
    altre mani
    giovani e vecchie,
    di uomini e donne
    di ieri e di oggi...
    senza un perché,
    quelle senza
    domani
    grazie ai tuoi
    occhi
    che hanno osservato
    il trascorrer del tempo
    la vita e la morte
    nelle cose, delle 
    persone
    ed hanno pianto
    loro
    e sorriso
    per il brutto
    il bello e guardato
    la luna, la pioggia, il sole
    grazie alle tue 
    gambe
    che hanno camminato
    tanto anche quando
    eri stanca
    di giorno e la
    notte senza piangere
    loro, senza farsene
    vanto sorrette
    dai tuoi piedi forti
    come rocce scolpite
    nell'oro
    grazie al tuo viso
    che ha donato
    un sorriso anche quando
    eri triste e sola
    alla tua bocca
    che ha scambiato
    parole a volte 1000
    tante, a volte una sola
    che ha lasciato gioia
    dolore, regalato
    un bacio ed un'ora
    d'amore
    grazie alle tue
    braccia
    che hanno abbracciato
    il mondo
    che han sollevato
    montagne e grattacieli
    che hanno scavato
    la terra in pace
    per uomini e donne
    uccise in guerra
    grazie a te
    grazie al tuo cuore
    che ha amato
    e si è fatto amare
    grazie a te
    per aver vissuto
    ed esser andata
    via senza far rumore
    grazie a te
    100 volte grazie.

    Taranto, 2 marzo 2020.

     

     
  • 24 febbraio alle ore 16:16
    [Nacqui...]

    Nacqui in una tempestosa notte:
    brulicante assai di forti scosse, tuoni e saette;
    mia madre d'un tanto travagliò, anzi,
    di molto sofferse nel mentre del parto
    ma mi condusse poi con sicura mano
    e tranquilla lungo lo strano e fascinoso viaggio:
    attraversando, cioé, le malsane strade
    e strette assai della vita!

    Taranto, 13 febbraio 2016. 

     
  • 17 febbraio alle ore 10:15
    Amori folli... ancora (ancora!)

    = Fragment n°1 =
    Cassiopea, la giovine stella
    del folle mattino, ed il bruno Simun
    vento ladro ed assassino
    s'accoppiarono: eppoi, insieme,
    - cani sciolti -
    andarono alla ricerca della magica sabbia
    dorata della notte
    nei deserti di Zungaria ed ircani.
    = Fragment n°2 =
    Quando andrai in prigione
    ti verrò spesso a trovare: e 
    quando uscirai di prigione
    insieme andremo a nuotare
    al lago di Droome con le tartarughe
    al color di lillà.

     
  • 17 febbraio alle ore 9:38
    Il volo

    Quando l'anima vola
    alta alta in cielo
    tra le nuvole il cuore
    resta solo (allora)
    ma non ha paura...
    tra un po'
    da quaggiù 
    anche lui prenderà
    il volo!

    Taranto, 17 febbraio 2020. 

     
  • 15 febbraio alle ore 17:33
    Il salto del fosso

    Quando vado via
    da te
    per un istante
    soltanto
    impaurito poi
    ritorno col terrore
    indosso di ritrovarti
    distante...
    il mio cuore 
    affranto allora
    riprende a saltare
    il fosso: nel gioco fatuo
    della vita dell'amore.

    Taranto, 15 febbraio 2020. 

     
  • 10 febbraio alle ore 6:44
    [Se potessi...]

    Se potessi
    fermare il tempo
    lo farei
    per cogliere quell'attimo
    di dolcezza
    tra i tuoi occhi
    nel tuo sguardo
    silenzioso
    e portarlo nel mio
    cuore spoglio
    ormai di te.

    Taranto, 9 febbraio 2020.

     
  • 01 febbraio alle ore 16:31
    Svanito

    Piano sequenza
    nella casa matta
    spazio nero infinito
    calato giù
    dall'emisfero della luna
    lontana
    all'eremo del cuore
    mio empireo.
    Il fantasma
    dell'opera m'a' cercato
    nell'ombre verdi e cremisi
    della notte
    sperso
    fedele servitore
    del tempo
    un'ombra implume
    s'é svanito
    poi
    tra i fumi chiari
    del primo giorno...
    Ubriaco,
    mi lascio'
    ed ebbro
    di qualcosa.

    Taranto, 27 maggio 2018.

     
  • 31 gennaio alle ore 14:46
    Voglio te

    Voglio te, qualsiasi cosa
    vorrai darmi (tu)
    di te...
    Un'ora qualsiasi della tua vita
    mi basterebbe come fosse mia
    mi basta un tuo sorriso
    mi basta un tuo sguardo
    seppur fosse furtivo
    mi basterebbe il tuo silenzio
    persino di te, una tua complicità
    qualsiasi cosa sia tua.
    Il profumo della tua pelle
    da annusare per un sol attimo
    o il sapore rugiadoso d'un tuo
    bacio mi basteranno...
    ora sempre ovunque
    per l'eternità.

    Taranto, 26 gennaio 2020.

     
  • 26 gennaio alle ore 12:07
    Le sentenze (delirio anarkiko)

    La filosofia è morta, la politica è morta.
    La religione è morta (già prima della filosofia e della politica);
    la cultura sta per morire, ormai...
    tutto muore: ormai!
    Il prete rosso è morto, il re è morto
    (ma non fu ucciso da Gaetano Bresci):
    viva il prete rosso, evviva il re!
    Dio è morto, l'uomo vive ancora...
    viva le morte stagioni, evviva le stagioni che muoiono!
    Il potere non muore mai: se mai la libertà (forse?!).

    Taranto, 22 agosto 2018. 

     
  • 26 gennaio alle ore 11:35
    Un vecchio acquisto

    Ho sniffato
    un quarto d'ora
    e mezzo 
    di felicità
    comprata 
    anni addietro
    alla svendita nel giorno
    di Sant'Agostino.
    Dura
    era come ardesia
    riscaldata
    ma il profumo
    aveva di un'ortensia rossa
    ed il sapore
    del perdono
    Quel quarto d'ora
    e mezzo
    lo serberò
    per sempre nel cor
    mio
    come antico
    e vecchio rancore
    per la vita che 
    me l'ha
    donato!

    Taranto, 28 agosto 2018.

     

     
  • 26 gennaio alle ore 11:26
    Lampi di controcultura - Le azioni

    Ho toccato il mondo
    come fosse 
    una puttana santa
    da quattro soldi
    con lui
    poi ho fatto l'amore
    come si fa
    con le madonne incomprese:
    senza pagare senza pregarle
    né venire
    mai
    Ho osservato
    il mondo
    come fossi
    un mitomane di idee
    ho girato 
    per il mondo
    come fossi una trottola
    innamorata e dispersa
    ho catturato infine
    il mondo
    e lo conservo
    ora
    nel mio scrigno (piccolo)
    di uomo.

    Taranto, 7 settembre 2018.

     
  • 23 gennaio alle ore 15:05
    Dunque danzo (al buio)

    Dunque danzo (al buio)
    per ascoltare 
    il rumore dei tuoi
    battiti
    dunque danzo (al buio)
    per riconoscere
    i tuoi sguardi
    dunque danzo (al buio)
    per perdermi
    nei tuoi pensieri
    dunque danzo (al buio)
    per incontrare poi
    il tuo cuore.

    Taranto, 22 gennaio 2020.

     
  • 23 gennaio alle ore 15:01
    Ti regalerò l'alba e poi...

    Raccolgo
    le mie cose
    per partire
    ma prima d'andar
    via ti lascerò
    un sorriso
    ti donerò un pezzo
    del mio cuore
    da contemplare
    nelle notti tue
    tristi
    ti regalerò
    l'alba
    a cui svelerai
    i tuo segreti
    e poi...

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • 23 gennaio alle ore 13:04
    L'orizzonte

    L'orizzonte 
    è ciò che
    si spande
    dinanzi
    al mio sguardo
    ma io
    mai lo scorgo.

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • 23 gennaio alle ore 13:02
    Se potessi...

    Se potessi 
    parlare
    ti donerei
    un sorriso
    ma muto
    resto dinanzi 
    alla tua
    bellezza.

    Taranto, 21 gennaio 2020.

     
  • 16 gennaio alle ore 10:08
    Muti sguardi

    Le parole
    che non ti ho detto
    mai
    sono quelle
    che avrei voluto dirti:
    eppure
    tra di noi
    bastaron muti sguardi.

    Taranto, 17 giugno 2018.

     
  • 09 gennaio alle ore 8:49
    (Il) cuore coraggioso

                                                                                     Cosa c'é di più forte del cuore                                                                                             umano che si schianta di continuo
                                                                                     e ancora vive (Rupi Kaur). 

    Camminando il cuore 
    va nelle fitte nebbie 
    della notte: si spaura,
    ei talvolta, ma con coraggio
    riprende poi
    il cammino lungo sue
    dannate rotte!

    Taranto, 7 gennaio 2020.

     
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  • martedì alle ore 14:56
    La mia stanza

    Come comincia: Quello che segue non è proprio un racconto, ma trattasi essenzialmente di un "esercizio letterario". Il tutto nacque intorno ai primi mesi del 2014, quando ascoltai su rai storia una vecchia intervista fatta a Corrado Alvaro (spero di ricordare bene, tuttavia, e di non confondermi col nome ed il cognome dell'autore!). Lo scrittore di San Luca (zona della Calabria tristemente nota per fatti non del tutto letterari), nel corso della stessa parlò anche di un esercizio letterario - appunto - da poter svolgere ad opera dei neofiti ed imberbi scrittori come me: concentrarsi, cioé, su un oggetto vicino o a portata di...occhio, oppure su un luogo spesso frequentato e descriverlo. L'attenzione, così, cadde subito (di getto, quasi incondizionatamente!), su quella che definisco essere la "mia" stanza. Ovvero, uno dei luoghi più frequentati nel corso della mia esistenza. Uno dei luoghi compagno della mia vita, sovente e volentieri: soprattutto nella ultima decade di tempo. Ne nacque, quindi, la descrizione che segue.
     "La mia stanza è la terza entrando dalla porta d'ingresso che da sull'androne dove scorrono, di fianco all'ascensore, le scale: che non sono, si badi bene, come quelle di Escher le quali girano sempre su sé stesse, senza mai a nulla condurre né da nessuna altra parte...esse - fortuna per loro! - arrivano sino al portone che sfocia, a sua volta, sul marciapiede che costeggia la strada. Essa è la "mia" stanza: in quanto al suo interno vi trascorro gran parte delle ore che il dì scandiscono (eppure la notte), intercalando il tempo - a volte - con numerose divagazioni sui generis...fuori porta! E' la terza in ordine d'ingresso o meglio d'entrata: ovvero, entrando dalla porta; la seconda, però, per ordine di grandezza: dopo la camera da letto grande, quella matrimoniale ove soggiornavano nottetempo i miei genitori, dacché sono stati [Essi] in vita ed in figura su questa terra (la mia carissima zia materna Mary che io, inguaribile esterofilo, chiamavo a quel modo proprio a volerne inglesizzare ed americanizzare il nome, mentre sbrigava le faccende di pulizia in alcune stanze - accadeva sempre durante il fine settimana, quando era a casa dal lavoro ed io dalla scuola - sovente mi ripeteva le seguenti parole: -Ricordati che tutti siamo niente. Oggi in figura e domani in sepoltura! - Si riferiva, ovviamente, alla vacuità del destino dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, il suo non era, però, un fare noioso e funereo al contrario la definirei saggezza frammista a realismo, meglio ancora realistica accettazione delle cose e dell'esistenza, pur essendo essa credente e cattolica nonché dotata di gran senso religioso... direi che fosse stato quello il mio primo contatto, quand'ero ancora imberbe ragazzino, con l'aldilà e con l'idea della morte più in generale; quelle parole mi ritornano spesso nelle orecchie, ora che sono più adulto, quasi vecchio!). La mia stanza, dicevo, è la terza stanza dell'appartamento (tre è il numero perfetto: i pitagorici lo consideravano tale in quanto per loro era la sintesi del due - numero pari - e dell'uno - numero dispari -; tante civiltà e religioni lo considerano tale: è per questo, forse, che la stanza di cui vi parlo è quella che considero essere più "mia" rispetto alle altre...o forse è mera casualità!) che io abito; laddove abito e dimoro, cioé, sin dalla lontanissima estate del 1969, quella che definii, in tempi recenti essere la "lunga estate di Belfagor": quando vi emigrammo da un'altro quartiere della città io - bimbo allor d'appena un lustro d'età - e la mia famiglia tutta insieme; è la terza stanza dell'appartamento sito all'ottavo piano di uno stabile popolare seminuovo     
       

     
  • Come comincia:  Debbo dire, ad onor del vero e per avvalorare vieppiù quanto sto scrivendo, che io stesso ho contattato, tramite messaggio diretto su facebook, i responsabili della suddetta emittente radio per avere il nominativo di quella persona. I responsabili mi hanno risposto in questo modo: - Non siamo interessati alla cosa! Quindi chiamerò l'intervistato col nome fittizio di Luciano: proprio come il mio nome di battesimo.
     Luciano: - Per poter parlare di cosa succede al carcere oggi bisognerebbe prima fare un reset, tornare indietro e disintossicarsi da questa informazione ipocrita, finemente congegnata da un'élite composta da politici, magistrati e giornalisti. Lo Stato, lo sappiamo, da sempre si serve delle distorsioni dell'informazione e della propaganda, e di solito lo fa quando gli obiettivi o gli eventi l'impongono di cambiare forma, di trasformarsi in qualcosa che senza l'ausilio della propaganda mirata difficilmente riuscirebbe ad imporre al popolo. In gergo si definisce "manipolazione dell'opinione pubblica". Con l'avvento dei social si sperava che le cose cambiassero, riuscendo a compensare tale manipolazione attraverso la moltitudine di voci che il web comporta. Invece è avvenuto il contrario (nota personale: il web, evidentemente, ha sortito l'effetto contrario, un vero e proprio effetto "boomerang", divenendo un ulteriore mezzo, a mio modesto avviso, di veicolazione di massa dell'informazione da parte del potere e del sistema precostituiti!). Basta, infatti, dare un'occhiata ai gruppi facebook di parenti dei detenuti per accorgersi di come quella manipolazione si sia trasformata in vera e propria formazione della pubblica opinione. Il bacino di utenti più ampio contribuisce a veicolare quella disinformazione - ben architettata dai politici in combutta con i vari Giletti di turno (puntualizzazione: Luciano si riferisce ovviamente a Massimo Giletti, conduttore de "Il fatto quotidiano" sull'emittente televisiva La7) postando incessantemente notizie di scandali e allarme sponsorizzate da firme e fogli che nella realtà dovrebbero essere considerate addirittura nemiche di gruppi che sono stati creati ad hoc per chiedere diritti e libertà di chi è dietro le sbarre. Infatti, basta vedere a che ritmo i post della Meloni, di Salvini o Di Matteo rimbalzino da una pagina all'altra di questi gruppi. Mi chiedo ora a che cosa serva questa cattiva informazione? Ho provato a ripercorrere le tappe di questi due mesi, partendo dal sette marzo: quindi, rivolte nelle carceri e conseguenti quattordici morti e cambio di guida al DAP. Prima parlo dei morti, però. Ci sono stati dodici morti in un solo giorno, poi diventati quattordici. Mai un'autopsia è stata così rapida: "overdose da metadone", hanno detto! Durante una rivolta, quindi, secondo la ricostruzione dei fatti a cui è giunto il Dipartimento delle Carceri, alcuni detenuti avrebbero forzato la porta dell'infermeria e si sarebbero scolati boccette e boccette di metadone fino a morire. Che io sappia, il metadone è stato concepito proprio per curare le overdosi provocate da eroina. In carcere ci sono stato e fra i vari giri ricordo bene, per esempio, che a Rebibbia, il quale è un carcere arrabattato, i farmaci di un certo tipo, così come le siringhe, venivano custoditi in armadietti di ferro che erano simili a casseforti quando non proprio vere casseforti. Ipotizziamo pure di fidarci di quanto riportato dalle istituzioni. Allora, ci dicano perché questi detenuti non avessero a disposizione anche il Nascam o l'Anexate per scongiurare il peggio visto che da questa narrazione, si presume che una certa dimestichezza con la dipendenza ce l'avessero questi ragazzi (nota personale: l'Anexate, per chi non è particolarmente addentrato non solo nel mondo della tossicodipendenza ma neanche in quello della dipendenza da psicofarmaci, è farmaco antagonista delle benzodiazepine: nome che rievoca certi farmaci-elisir - come il Paese di Bengodi, mi verrebbe da dire! -...ricordo il Prozac, ad esempio, che giunse a fine anni ottanta-inizio anni novanta nel nostro Paese da oltreoceano come la manna dal cielo per chi soffriva di certi disturbi! Le benzo, dicevo, a loro volta sono una classe di farmaci usati per sedare gli stati d'ansia, inducenti a quello scopo sonnolenza e rilassamento - o sedazione - della muscolatura miocardica e conseguente riduzione delle contrazioni e dei battiti del cuore). E se è stata effettivamente l'autopsia ad aver fornito questi dati, almeno un parente o un avvocato avrebbero dovuto firmare il consenso (aggiungo io: ovvero, avvalorare l'autopsia, "autenticarla", renderla credibile, ufficializzarla formalmente!); invece questo non è avvenuto! E cosa dice l'autopsia di preciso? Perché non hanno fornito i riscontri sui quantitativi specifici dei metaboliti ritrovati nel sangue dei deceduti? (ovviamente, direi: le molecole di nessuna sostanza presente nel corpo umano, sia esso in vita che inerme, si dissolvono per...diciamo pure, "autoinduzione" - o per volontà del divino, chissà - usando un termine caro alla fisica piuttosto che alla chimica o alla farmacologia; se esse, ripeto, sono presenti nel corpo di un essere umano non si volatilizzano!). Ad oggi, due mesi dopo quelle morti, queste risposte non le abbiamo perché chi gestisce le cose ha bisogno che noi tutti quei quattordici morti li dimentichiamo (nota a margine, anzi, a latere visto che siamo in tema di giustizia e si sta parlando anche di codici, leggi, magistratura, etc.; una nota amara, anzi, amarissima la mia: gran parte degli italici sudditi lo hanno già fatto, li hanno dimenticati, credetemi; infatti, a chi importa di quei morti se no a pochi intimi, se no a pazzi o pazzoidi conclamati come me, se no...soltanto i familiari più stretti e magari qualche amico ricorderà ancora i nomi di battesimo di quelle persone morte: un padre ed una madre non li dimenticheranno mai!), in quanto sono morti nelle mani dello Stato. E seppur fosse vera la loro versione dei fatti, un'opinione pubblica non pilotata devrebbe subito giungere ad una sola conclusione, a mio avviso: la tossicodipendenza il carcere non la cura, anzi, la rende disperata quando non la crea ex-novo, se è vero che per curare dolore fisico l'unica soluzione che hanno lì dentro è la tachipirina. Per addormentare il cervello, invece, senza alcuna indagine reale, ti riempiono di psicofarmaci di ogni tipo e marca. Ecco, lo Stato, in questo caso, attraverso la cattiva informazione si auto assolve delle morti ( io Luciano, al mio omonimo di fantasia, nominato anch'esso così in maniera alquanto fittizia, direi: la usa a suo esclusivo "uso&consumo"!). Invece, a mio avviso dovrebbe essere nostro dovere ricordarcene e quei nomi rifarli ad ogni occasione (nota personale: lo Stato, però, ricorda solo gli eroi, ricorda solo ed unicamente chi è stato un suo fedele servitore; solo e soltanto ricorda chi ha immolato la propria vita per la patria: lo fa ogni santo anno, ogni santissimo tre di giugno di tutti i santi anni...a chi interessa, in fondo, vita e morte di quattrordici disgraziati morti nelle mani dello Stato? Soltanto allo Stato stesso, in fondo, il quale ha interesse a "seppellire" quei morti...non erano degli eroi ma neanche dei luridi bastardi!). Passo ora all'episodio delle rivolte. Dopo cinque o sei giorni da quei fatti, gli organi di stampa legati a certi apparati statali hanno veicolato l'ipotesi che dietro le rivolte ci fosse la regia occulta di qualcuno, proprio per la simultaneità delle stesse in luoghi diversi. A questi Sherlock Holmes bastava ricordare che in ogni cella la televisione elargisce gratis tonnellate di paura oltre a "Uomini e donne" e la D'Urso...invece, dapprima hanno individuato la regia degli anarco-insurrezionalisti e poi quella delle oraganizzazioni mafiose. Se additare le cause ai compagni era fantasioso oltre che banale, come loro stessi si sono resi conto, pensare che la mafia potesse far esplodere un carcere qualsiasi, o addirittura un carcere come quello di Modena è paradossale se no comico: per il semplice fatto che la mafia stessa si serve e si è sempre servita del carcere, che usa come collante e rigenerante. Poi, è stranissimo notare come in una regione come la Calabria dove la mafia (ndrangheta) è più forte non si sia mossa una foglia durante le rivolte, al massimo si è fatta una "battitura" (la battitura, in gergo carcerario, è una forma di protesta non violenta: trattasi, cioè, del battere oggetti metallici - in genere avviene con le posate in uso ai detenuti - contro le inferriate delle celle stesse). In realtà, in quei giorni è esploso un sistema già al collasso (nota personale: come già fatto notare nel corso della prima parte del mio racconto. Oserei dire che il sistema sia "imploso" su se stesso ed in mano allo Stato come una bomba a...miccia corta, troppo corta, probabilmente, per non bruciare quella mano!), grazie al catalizzatore della paura che proprio lo Stato manipola. Quindi la regia resta la sua ma i protagonisti del film non hanno seguito il copione scegliendo comunque di lottare (l'interlocutore radiofonico si riferisce, ovviamente, ai detenuti che si sono ribellati...al sistema esploso/imploso!). Il terzo caso, il più emblematico di cui voglio parlare, è quello del cambio di guida al DAP: e quì lo Stato ha lavorato di "fino", spostando di netto l'attenzione dove voleva (ancora una volta debbo usare lo stesso vocabolo e le stesse parole: veicolandola a...suo uso e consumo). I fatti narrati dalle immagini televisive hanno parlato della scarcerazione di numerosi mega-boss avvenuta grazie ai provvedimenti del capo DAP (uscente) Battistini, ideati ad hoc per fronteggiare l'emergenza del virus nelle carceri. Hanno coinvolto addirittura associazioni delle vittime della mafia, hanno creato...

     
  • Come comincia: Nelle scorse settimane m'è capitato di rileggere una lettera dell'Unicef, intestata a me stesso, datata 29 agosto 2014 e che, presumibilmente, ricevetti qualche giorno dopo (non ho più la busta originale con l'affrancatura e/o il timbro postale che possano confermare con precisione il periodo a cui la lettera stessa si riferisce; o meglio: il giorno preciso in cui il mittente - l'Unicef, appunto - me l'abbia inviata). L'intestazione della lettera reca sulla sinistra rispetto a chi legge (sulla destra vi sono scritti il mio nome ed il mio indirizzo) un titolo a caratteri più grossi rispetto al testo successivo: "Gaza, è emergenza bambini". Prima di proseguire, però, mi corre l'obbligo di scrivere qualcosa circa Gaza. A tal proposito cito quanto riportato dall'enciclopedia geografica De Agostini: "città (118000 abitanti) presso la costa mediterranea, nella Striscia di Gaza (Gaza Strip) occupata da Israele. Tributaria nei tempi più antichi dell'Egitto, conquistata da Alessandro Magno (332 a. C.) e poi dagli Arabi (634), fu in potere dei Turchi dal 1516 alla I^guerra mondiale. Occupata dalle truppe dell'Intesa (1917), nella partizione della Palestina fu assegnata dall'ONU allo Stato Arabo (1947) e nel 1948 annessa all'Egitto. Contesa da Israele, fu occupata due volte da questo Stato: nel 1956-57 e nel 1967. In arabo, Ghazza; in ebraico, 'Azzah". Continuo, adesso, con la lettera di cui sopra. "Gentile Luciano, nella striscia di Gaza il bilancio del conflitto (il riferimento, ovviamente, è ai combattimenti tra truppe israeliane e guerriglieri di Hamas) è drammatico: dopo due mesi dall'inizio dei combattimenti si stima che la popolazione coinvolta sia di oltre 1,5 milioni di persone, di cui quasi la metà sono bambini. Questo sarà ricordato come il più sanguinoso conflitto degli ultimi anni in questa regione. Il numero di vittime tra i bambini è senza precedenti, il peggiore registrato negli scontri dal 2008 ad oggi. Migliaia di loro sono rimasti uccisi o hanno subito seri danni fisici e psicologici a causa delle operazioni militari, degli attacchi aerei e dei bombardamenti. I nostri operatori, che si trovano nell'area di crisi, ci riferiscono storie drammatiche, come quella di Kinan, cinque anni, gravemente ferito da una granata dopo un raid aereo che ha raso al suolo la sua casa e ha ucciso sei membri della sua famiglia. Kinan ha smesso di parlare dalla notte del bombardamento e ancora non sa che il padre e la sorella sono morti." La lettera continua con la descrizione dell'operato dell'Unicef poi, nella pagina seguente riprende la storia del bambino. "Nell'ospedale Al-Shifa di Gaza City, Kinan (a fianco del testo è pubblicata la sua foto, che lo ritrae intubato e disteso su una barella) è sdraiato su un letto, circondato dai suoi familiari. Kinan e suo cugino Noureldin sono rimasti gravemente feriti da una granata dopo un attacco aereo che nella notte ha raso al suolo la loro casa. Un testimone racconta che la madre di Noureldin aveva appena messo i bambini a dormire in una cameretta, quando il missile ha colpito l'abitazione, uccidendo lei e suo marito, così come il padre di Kinan, la sorella e la nonna. In totale, sei membri della famiglia sono stati uccisi e cinque sono rimasti gravemente feriti. Il cugino ha subito un intervento chirurgico addominale. Kinan ha schegge nella mano e una gamba rotta. Nessuno dei due bambini ha detto una parola dalla notte dell'attacco aereo. Mentre riposano nel loro letto di ospedale, un flusso continuo di morti e feriti transita nel reparto di terapia intensiva, accompagnato dai parenti in lacrime". Prima, però, di cominciare con le mie cronache palestinesi e dal territorio di Gaza, come titola il mio racconto, vorrei andare ancor più a ritroso nel tempo. Voglio proporvi un'altro testo che a mia volta inserii in una mail inviata nel 2012 (precisamente correva il diciannove di ottobre) a rai storia come allegato di un mio commento e di una serie di pensieri sulla "questione arabo-israeliana": il tutto si riferiva, per la precisione, ad un programma chiamato Dixit Mondo, che trattava argomenti di carattere internazionale (politica, storia, etc.); quella puntata si chiamava: "Gli ultimi giorni di un'icona, Rabin e Arafat". Quello che segue è l'estratto di un depliant illustrativo dell'Associazione Fonte di Speranza onlus (esso riportava quanto segue nel 2011, cioé un anno prima della mail a cui ho accennato: ma scrissi che un anno dopo era ancora attuale e, purtroppo, a distanza di ben sette anni, lo è ancora adesso!). L'intestazione è la seguente: "Nei campi profughi guerra, miseria, fame e malattia sono compagne di migliaia di innocenti!". Il testo, invece, è questo: "Le condizioni di vita in Palestina sono drasticamente peggiorate in questi ultimi anni. Il fallimento del processo di pace e in particolare la costruzione del muro (ad opera degli israeliani no dei palestinesi!) hanno reso la vita un inferno per migliaia di profughi. Ma come sempre le principali vittime sono loro: i bambini. I campi Shu'fat e Kalandia sono cinti da un muro di cemento armato di nove metri di altezza (nulla da invidiare, direi, a quello costruito dai sovietici a Berlino né a quelli costruiti dai britannici a Belfast, Londonderry e nelle strade dell'Ulster, dilaniato dalla guerra civile tra cattolici e protestanti e dal terrorismo dell'IRA!). Non esistono aree verdi né spazi attrezzati per l'infanzia. Un bimbo su tre manifesta sintomi di malnutrizione, le infezioni intestinali e le patologie respiratorie sono diffusissime. Così come sono molto frequenti i problemi psicologici legati al permanente stato di stress e ai traumi dovuti a bombe, sparatorie e incursioni dell'esercito". Devo dire, purtroppo e paradossalmente, che la situazione odierna si è notevolmente involuta in tutta la striscia di Gaza e negli altri luoghi di Palestina (e non solo a causa della pandemia di covid-19 che sta flagellando ormai da mesi l'intero globo terracqueo!) se non addirittura aggravata, rispetto ai primi anni del primo decennio del ventunesimo secolo. 

     
  • 04 giugno alle ore 11:22
    Diario di bordo - Pulpfiction del 26/3

    Come comincia: - Cani, cani, cani: neanche l'ululato ormai ci accomuna ai lupi!
    - Sirene: squarci che rompono il silenzio...la torre di Babele del caos.
    = Cimiteri urbani = Ombre nella vana attesa del nulla. Popolo di zombie: soltanto schiavi del tempo senza più padroni.
     = Il sussurro = La voce del mattino sussurra forte all'orizzonte: - Vai dove ti porta il tuo sguardo senza volto e senza tempo!
      = Senza padroni = Ormai nessuno è padrone di sé stesso; nessuno ha più padroni ormai: tutti hanno diritto di gridare...rumore senza senso (caina informe e disambigua).
    Il lockdown ha colpito duro ma la quarantena, dicono, non ha effetti collaterali: intanto..."resta a casa"; andrà tutto bene! PS. Quando vai al supermercato, però, acquista grana padano e la pasta al 100% con marchio italiano (tranne che per un particolare: giri il pacco di pasta e leggi la dicitura "product made in China"!). Capito, come funziona? (l'antifona). Domani è venerdì: ma non è diciassette, è il ventisette (giorno di paga, la fila alla posta o alla banca: adesso sono cazzi vostri!).   
     

     
  • Come comincia:  Questa lettera (come, del resto, quella che vi proporrò di seguito) non ha bisogno di nessun commento; anzi, due paroline diciamo pure che voglio proprio spenderle. Innanzi tutto un po' di ironia: "Alla faccia del bicarbonato di sodio!", usando un intercalare che era solito esprimere un certo principe della risata partenopeo. Ora, veniamo alle cose serie ("alle guerre d'Irlanda", come direbbe invece un vetusto plantageneto a cui quelle parole sono state messe in bocca...furono scritte da un certo Guglielmo Shakespeare!): "O ti adegui o ti adegui", direi proprio. Alla faccia, questa volta, di quelle norme o quei principi costituzionali di cui spesso si bagnano la bocca in molti...il carcere (e non solo in Italia, purtroppo!) è sempre una terra di nessuno; un detto delle mie parti recità pressappòco in questo modo: "O ti mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra!" (e meno male che quelle delle carceri sono in genere dotate di inferriate, altrimenti, mi domando - e vi domando - "Chissà quanti suicidi e quante morti staremmo quì a piangere?".Tantissimi, tantissime: altro che corona virus, purtroppo!). Del resto, questo stato di cose non riguarda soltanto stranieri, migranti o gente dii colore: esso non fa distinzione, davvero, tra queste cose, non si fa scrupolo né discrimina persone in base al sesso, all'età, al credo ideologico o a quello religioso. In poche parole, è come la morte: giusto ed impietoso! - Il carcere di Santa Maria Capua Vetere e la mattanza della settimana santa Franco (nome di fantasia), recluso nella sezione di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, è in attesa di giudizio e non sa ancora se il giudice lo riterrà colpevole o innocente. Si ammala qualche settimana prima di Pasqua. Picchi di febbre e problemi respiratori fanno pensare al peggio. Dopo qualche ora di monitoraggio viene "isolato" in infermeria per verificare l'evoluzione dei sintomi. I familiari riescono ancora a comunicare con lui tramite videochiamate ma hanno l'impressione che le cose stiano prendendo una brutta piega. Hanno paura, come tutti. Riescono a sapere tramite l'associazione Antigone e l'ufficio del garante dei detenuti che la situazione ora è monitorata, ma si dovranno fare accertamenti specifici per capire il tipo di malessere. Qualche giorno dopo, la direzione sanitaria che opera in carcere avverte la famiglia che Franco è stato sottoposto a tampone da Covid-19 risultando positivo. Nel frattempo, sarebbe stato ricoverato presso la struttura ospedaliera napoletana del Cotugno. La notizia in breve tempo si diffonde e arriva in carcere, Franco è il primo detenuto ammalato di Covid della regione, la seconda dopo la Lombardia per indici di sovraffollamento carcerario. La tensione sale all'interno dell'istituto. Il corpo detenuto teme il contagio e si sente sguarnito da ogni difesa: cosa si potrebbe fare per evitare di ammalarsi? Il carcere non è un luogo impermeabile: il distanziamento sociale è impraticabile, guanti e mascherine non ci sono e in istituto entrano e escono moltissime persone. - Il carcere, essendo chiuso e isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia - sostiene invece il procuratore Gratteri (nota perosnale: se lo dice lui, biogna crederci...mi domando, però, se avesse un figlio - magari con "problemi" strani - ospite di una delle patrie galere disseminate nell'italico Stato, cosa mai direbbe il buon procuratore!). A oggi, i contagiati sono circa duecentotrenta (sessanta detenuti e centosettanta poliziotti). Franco intanto è stato ricoverato. E' il week-end che precede la settimana delle feste pasquali. Si avvicina l'orario di chiusura delle celle ma i detenuti di una sezione non vogliono rientrare. Inizia la protesta con una battitura e l'occupazione simbolica della sezione. La polizia penitenziaria denuncia che per impedirle l'accesso in sezione è stato riversato dell'olio bollente. La tensione in questa fase raggiunge facilmente stadi di acuzie e rapidi cali perché nessuno sa in verità come si uscirà dalla vicenda del virus. Chi ha il potere naviga a vista e chi non lo ha spesso sente di affogare (nota personale: "o si sente affogare...che non è la stessa cosa!"). Le proteste rientrano nel corso della stessa serata di domenica, dopo un primo intervento della penitenziaria. Sembra essere stato uno sfogo caduto nel vuoto. Bisogna che le cose sfumino da sé. Anche gli sforzi di chi in questi giorni sta tentando di stabilire un dialogo con le controparti, offrendo soluzioni per fronteggiare la devastante emergenza, si sgretolano davanti al muro del Dap e del ministero. A questo punto la storia cominciata col contagio di Franco assume contorni inquietanti. Lunedì in carcere arriva il magistrato di sorveglianza e incontra i detenuti per i colloqui. Si constata che gli atti di insubordinazione che si sono verificati non hanno assunto i connotati di una vera rivolta (come quella ai primi di marzo nel carcere di Fuorni, Salerno). Secondo le testimonianze raccolte da Antigone e dall'ufficio del garante, si è verificata invece una fortissima rappresaglia da parte della polizia penitenziaria. Appena la magistratura di sorveglianza ha concluso il suo lavoro (tra le sue competenze c'è quella di monitorare lo stato, le garanzie e i diritti dei reclusi) quasi cento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa sono entrati in un padiglione e hanno cominciato i pestaggi all'interno delle "camere di pernottamento". Probabilmente non sono gli stessi poliziotti in servizio presso l'istituto (nota personale: questa, a mio avviso, non è una scusante ma un'aggravante ulteriore che sta a dimostrare la precisa intenzionalità a voler attuare quanto citato: un vero e proprio "piano" d'azione premeditato, insomma, nonché studiato nei minimi particolari; senz'altro non estemporaneo o frutto della casualità come si evince leggendo il resto del racconto!), anche perché picchiano chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana, anche qualche detenuto che dopo pochi giorni potrebbe uscire dal carcere con i segni del martirio sulla carne. Le violenze si svolgono secondo modelli già visti: ad alcuni detenuti vengono tagliati barba e capelli, vengono spogliati e pestati con manganelli, pugni e calci su tutto il corpo. Il racconto di queste torture non sembra fermarsi, perché alcuni familiari sostengono che i pestaggi continuino anche ora. Nel corso di questa settimana le famiglie, preoccupate per le violenze, hanno organizzato una manifestazione pacifica nei pressi del carcere. Ma all'interno si respira un'aria gelida e qualche agente continua il gioco al massacro psicologico: - Avete anche il coraggio di far venire le vostre famiglie? Non vi è bastato? (due note personali: la prima riguarda il fatto che gran parte di questo racconto, inglobato nel mio articolo, è possibile riascoltarlo dalla viva voce di un detenuto, la cui testimonianza è stata filtrata telefonicamente, in un video condivisibile da chiunque sui social media; la seconda invece riguarda il commento espresso da una donna, tale Maggie Mc Gill - non so chi essa sia, sinceramente - sul racconto propostovi: "Denudare le vittime è una pratica che viene insegnata negli addestramenti alla tortura. Pone i prigionieri in una condizione di ulteriore inferiorità, rispetto agli aguzzini, fisica e psicologica. Li spersonalizza prima delle botte, l'acqua salata da bere o la corrente. Dai nazisti in poi. Passando per Algeri, Santiago del Cile, Buenos Aires, Genova, Abu Ghraib"... il rifermento è alla Prigione Centrale di Baghdad, capitale irachena: nota in tempi pregressi col nome di Abu Ghraib, appunto, diventò tristemente famosa per le pratiche di tortura commesse al suo interno dal personale dell'esercito statunitense e da agenti della Cia, al tempo della guerra in Irak). Mattanze di questo tipo, in stile scuola Diaz, servono a (ri) stabilire un rapporto di dominio: svuotare il corpo di ogni difesa fisica e mentale, colpire la persona fino a suscitare sentimento di vergogna verso se stessi. Di fronte al deflagrare di quest'energia cinetica bisogna essere nudi: è il modo migliore per rendere docile un corpo che ha mostrato segni di insubordinazione. In questi giorni sono stati presentati alcuni esposti alla procura della Repubblica (nota personale: quella stessa Repubblica, mi viene di scrivere, che festeggerà - solo simbolicamente, quest'anno - la sua ricorrenza ma che, ahimè, spesso fa "occhio ed orecchio da mercante", soprattutto nei confronti dei suoi repubblichini...minori!): la sola Antigone ne ha già depositati tre, in diversi penitenziari del paese. La suddetta procura dovrà accertare cosa è successo nel carcere casertano. La tensione nel frattempo, anche quella della polizia penitenziaria, si trasforma di continuo in atti di forza, soprattutto quando non si hanno direttive per fronteggiare la crisi. Il virus viaggia velocemente e la direzione sanitaria cerca di stargli dietro. E' tuttavia difficile, perché i detenuti sono tanti e in alcune sezioni sono ammassati in clamoroso sovrannumero. Oggi i contagi nel carcere di Santa Maria sono arrivati a quattro e un'intero piano di una sezione è stato isolato.Se il sistema sta svelando un'altra falla, dopo ospedali e case di cura, è anche vero che esiste una differenza tra il carcere e gli altri ambienti. Nei nosocomi e nelle RSA, finanche in alcune fabbriche (tutto pur di non interrompere le linee di produzione) si stanno predisponendo - dopo centinaia di morti tra pazienti, medici, infermieri e vigili del fuoco - misure di sicurezza per arginare il contagio. Nelle carceri si guarda il sistema implodere senza prendere alcuna decisione. La mattanza di Santa Maria ne è la dimostrazione e poichè il carcere è uno spazio di guerra, la possibilità di usare in ogni momento delle strategie per indebolire o neutralizzare una delle parti è all'ordine del giorno."Gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo" (Mc 15, 16 - 20). Adesso è necessario monitorare le persone che sono ancora recluse per evitare che il massacro continui.Luigi Romano (da: NapoliMonitor). Torniamo ora ai libri di cui detto nella prima parte della mia mini inchiesta (a ruota libera: molto libera, direi!). Il secondo di essi, vi ricordo, si intitola "Giustizia. Roba da ricchi" ed è edito, come già scritto, da Laterza, Bari. Così si esprime, al riguardo, Antonio Salvati, nella sua recensione. Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che - s'intende - di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l'eccezione: per essi l'unica sanzione è la parcella dell'avvocato. Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati "di strada", abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre - denuncia Elisa Pazé nel suo volume, in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte "antisociali" dei poveri - debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni - aria, acqua, suolo - che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno. Quando vanno in galera i poveri - nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la "giustizia ad orologeria", la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia. E' questo, aggiungo io, il nocciolo del problema, anzi...di un paio di problemi. Il primo è la mancanza di garantismo e l'eccesso, dal lato opposto, di giustizialismo, aspetto ingigantitosi durante la recente emergenza dovuta al coronavirus: i colpevoli di qualcosa (anzi, i presunti colpevoli - od innocenti -) vanno dati in pasto al meccanismo mediatico (stampa, televisione e web, poco importa!) ancora prima di essere stati giudicati, anzi, ancor prima che il procedimento a loro carico abbia avuto inizio e che i legali o il legale della difesa abbia avuto modo di approntare la difesa stessa (e molto spesso, questo va ad inficiare le indagini e lo stesso procedimento). Si va a ledere, così, uno dei principi sacri del diritto (che sia quello anglosassone o romano non conta): nessuno è colpevole (o innocente) prima che sia stato dimostrato il contrario! Il secondo aspetto è quello stesso denunciato nel rapporto steso da Antigone: il sovraffollamento delle carceri. Il rapporto, di cui ho dato notizia nella prima parte di questo mio articolo inchiesta (tra l'altro, è da dire che lo stesso Partito Radicale Nonviolento ha presentato alla Corte Europea dei diritti umani, che opera all'interno del Consiglio d'Europa, un suo rapporto "denuncia" sulle condizioni carcerarie in Italia), si scontra con un controsenso lampante: nel nostro paese diminuiscono senz'altro i reati, ma al contempo aumentano i detenuti. E' quanto scritto nel libro della Pazé ed è quello che è emerso, nelle settimane scorse, ed in tutta la sua gravità, con lo scoppio delle rivolte carcerarie estesesi a macchia d'olio (o come un boomerang: che, però, si è ritorto soprattutto sulla pelle dei detenuti e dei loro familiari!). A più riprese è stata invocata una "amnistia temporanea" o sui generis (io stesso ho firmato un appello in merito, sulla piattaforma Change.org), quella che mandasse fuori dal carcere detenuti in attesa di giudizio, in odore di scarcerazione o con condanne penali sino a diciotto mesi ma...tutti hanno fatto (chi più e chi meno, ripeto!) orecchie ed occhi da mercante: la sola risposta dello Stato è stata quella repressiva o la scarcerazione temporanea dei detenuti sottoposti al cosiddetto articolo 41/bis (quelli, per intenderci, giudicati colpevoli per reati di mafia, camorra e ndrangheta). Tutto giusto, per carità, a mio parere non è da farsi distinzione alcuna, quando si tratta della salute degli uomini (la stessa Costituzione la garantisce per ognuno: a prescindere dalla estrazione sociale, dalle condizioni socio-economiche, dalle idee religiose o politiche, dai reati commessi, appunto!), ma neanche si dovrebbe usare il metodo dei "due pesi e delle due misure". Da più parti si è parlato di una sorta di "patto" di non belligeranza o di quieto vivere tra mafia-mafie e Stato, atto a distogliere l'attenzione dai problemi reali, a convogliare a proprio uso e consumo (da parte dello Stato, appunto) l'opinione pubblica e quella mediatica verso strade meno in...vista e più gestibili, ad allontanarsi, più o meno di molto, dal punto focale e dal nocciolo della questione: tutto possibile, probabilmente vero; d'accordissimo anche su questo, per quanto mi riguarda (ed essendo un antistatalista convinto!), fermo restando tuttavia, che il diritto alla salute, sia in epoca attuale (e debba esserlo sempre e comunque) improcrastinabile per chiunque: tanto per il piccolo delinquente quanto per colui che si macchi dei peggiori crimini contro l'uomo. A questo proposito voglio portare all'attenzione alcuni casi eclatanti, che hanno destato la mia attenzione durante l'excursus di lettura che mi ha tenuto occupato in queste lunghissime settimane di quarantena forzata (soltanto fisica, per fortuna!). Cito alcuni esempi. Il primo riguarda Pasquale Zagaria, fratello del noto boss dei casalesi Michele, la cui scarcerazione, sancita dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari ed approvata (moralmente) anche da Antigone, è stata definita "vergognosa" dallo stesso ministro Bonafede senza contare, però, alcuni particolari di primaria importanza: in quel caso, infatti, sussistono gravissime ragioni di salute ("il detenuto è malato di cancro e non può essere curato in cacere" è stata la motivazione dei giudici...tanto più, è da aggiungere, che lo stesso non si sia macchiato di delitti di sangue nel corso della sua "carriera" delinquenziale!). Lo stesso Zagaria sta usufruendo dei domiciliari e trascorrerà i prossimi cinque mesi in un paesino dell provincia bresciana. Sulle righe del quotidiano Il Riformista ho letto anche, alcune settimane orsono (eravamo agli inizi di maggio) l'appello di Carmen D'Angelo, moglie di Francesco Petrone, che la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) ritiene essere il boss del rione Traiano a Napoli: il marito, in carcere dal 2017, all'epoca dell'appello prodotto dalla moglie, era bloccato da dieci giorni sopra un letto d'ospedale, a causa di un'ischemia cerebrale occorsagli mentre era nel bagno della sua cella. La moglie, in quel caso, lamentava il fatto che il marito non potesse tornare in carcere nelle sue condizioni. Spero che anche in questo caso, la situazione si sia risolta per il meglio. Ed ancora: cito l'appello (risalente, però, ai primi di aprile) di Pino Verderosa a favore di suo figlio Francesco, ragazzo di trentaquattro anni e da due detenuto a Poggioreale in uno stato di salute alquanto critico (il ragazzo soffre di una gravissima forma di obesità - ha raggiunto i duecentodieci chili - ed al tempo dell'appello lamentava molteplici problemi tra cui difficoltà respiratorie accentuate). L'uomo (intendo il padre di Francesco) formulò un appello abbastanza "garbato" - se così si può scrivere -: infatti, pur riconoscendo di non voler trattamenti di favore per il figlio ("ha sbagliato ed è giusto che paghi", ha dichiarato ai quotidiani), ne chiedeva il trasferimento ai domiciliari, ritenendo insostenibile per la sua salute un periodo ulteriore di detenzione. In questo caso, avendo io avuto - nella mia vita - problemi simili a quelli del figlio di Verderosa (ho sofferto per un periodo di obesità, seppur in forma più lieve) mi auguro doppiamente che la situazione si sia risolta a favore del ragazzo. Infine, al termine di questa mia breve carrellata, vorrei parlare anche di un caso abbastanza eclatante: quello di Cesare Battisti e di due compagni anarchici. Tuttavia, prima di farlo, debbo dire che tra le altre cose sono da citare diversi casi di tentato suicidio, avvenuti all'interno delle case di pena in queste settimane: il più recente riguarda quello avvenuto nel carcere di Aversa e riguarda un detenuto extracomunitario in attesa di ricevere il famoso braccialetto; e prima di poter iniziare, così, il periodo di detenzione domiciliare. Ma andiamo un passo indietro e procediamo per ordine. Il braccialetto (o cavigliera elettronica che dir si voglia), il quale funziona attraverso l'emissione di segnali (onde) radio a un ricevitore per segnalare la posizione di colui (o colei) a cui esso viene applicato, è stato introdotto nella legislazione italiana col Decreto Legge n.°341 del 24 novembre 2000 (ma in varie parti dell'Europa e del mondo lo fu da ben prima), denominato - appunto - decreto "antiscarcerazioni". Il funzionamento e le modalità di applicazione di questo "mezzo" estraneo, sono regolati dall'articolo 275 bis del codice di procedura penale in materia di misure aggravative dei provvedimenti di custodia cautelare: in buona sostanza, per ciò che concerne i detenuti che debbano scontare pene detentive superiori ad un anno, la misura coercitiva della custodia in carcere viene sostituita da quella degli arresti domiciliari presso la propria abitazione, fermo restando che essa venga integrata da ulteriori misure tecnologiche (il braccialetto di cui sopra, appunto) che servano ad assicurare il rispetto del provvedimento cautelativo in questione: il tutto previo consenso del detenuto stesso e, soprattutto, laddove sia stata accertata, da parte della polizia giudiziaria, la disponibilità in essere del mezzo elettronico; misura, questa, molto spesso più afflittiva dell'altra (parlasi della detenzione cautelare in loco, ossia nel carcere!); tenendo conto anche dei ritardi (altro fattore che nuoce - e non poco - per i detenuti in attesa del mezzo) e del numero insufficiente di braccialetti a disposizione. Si diceva dei tentativi di suicidio recenti, sventati per fortuna: il primo nel carcere di Padova, l'altro nella casa circondariale "Filippo Saporito" di Aversa, grosso centro dell'hinterland casertano, ad opera di un nordafricano che ha tentato di impiccarsi. Ma anche altrove le cose non vanno per il meglio: spesso il malcontento si accumula nel personale o tra i detenuti stessi (coi risultati di cui ho detto); spesso (e volentieri) i braccialetti quando - e se arrivano - non vengono distribuiti con la dovuta solerzia dal personale in servizio (testimonianze dirette dei detenuti raccolte in diverse carceri sono eloquenti, al proposito!). Lo stesso Garante della Regione Campania, Samuele Ciambriello, ha dichiarato: - Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati cinquemila ma intanto anche nella nostra Regione i tempi d'attesa per i detenuti che hammo ottenuto un'ordinanza di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico sono diventati lunghi e vanno sia a compromettere i contenuti del Decreto del 17 marzo 2020 e le scelte della Magistratura di Sorveglianza, sia creano sentimenti di angoscia in coloro che ne sono beneficiari. Tale frustrazione e malessere hanno portato un detenuto del carcere di Aversa a compiere un grave tentativo di gesto estremo...il tempo di attesa mina il clima generale dell'istituto, già provato dal particolare periodo di emergenza nazionale (nota personale: anche i detenuti e le povere loro membra, pestate nelle settimane precedenti senza pudore alcuno, lo sono! Come lo sono i familiari dei detenuti che vivono al di fuori delle mura del carcere...i più provati di tutti, probabilmente!). E' una vergogna, sia la mancanza di braccialetti, sia il fatto di volerli utilizzare per forza per fare uscire i detenuti che devono scontare ancora solo diciotto mesi di reclusione, in misura di detenzione domiciliare. Ma la politica ha capito che il carcere è una polveriera a miccia corta? - (E se lo dice il Garante...per una volta anche gli anarco-insurrezionalisti a cui - faccio notare - molti avevano attribuito, erroneamente, la paternità dell'organizzazione delle sommosse dei primi di marzo - sempre per quel discorso...distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica e veicolarla altrove - sarebbero d'accordo con le istituzioni). Due note ancora, a proposito di politica e...sommosse (più o meno organizzate)e dintorni. La prima riguarda Aristotele e la politica, appunto; o meglio, un suo noto pensiero intorno alla politica: il sommo filosofo, colui che ha generato figli, nipoti e pronipoti in ogni dove, sulla terra, ed in ogni epoca (però, non sempre quelli eredi furono leggittimi, a mio avviso: ma questo è un'altro discorso!) riteneva che essa fosse "l'attività più nobile dell'uomo, quando fosse al servizio dell'uomo stesso: il sostantivo è da intendersi come umanità e no come genere di sesso maschile, appunto! La seconda nota, invece, (direi una parentesi ampia e ulteriore testimonianza, allo stesso tempo, sugli eventi di cui ampiamente si parla nel mio racconto.inchiesta e su alcune importanti questioni intorno al carcere ed alla giustizia) potrà avvalorare alcune mie ipotesi in modo più saldo ed aiuterà il lettore a farsi un proprio convincimento ed a capirci - magari - qualcosa di più e (forse) di meglio: almeno spero! Si diceva che la politica (ma più di essa lo fa il sistema politico, il potere di cui quello rappresenta la punta dell'iceberg...di molto più grandi rispetto a quello che investì il transatlantico britannico "Titanic" - e lo affondò, ahimé! - al largo dell'isola canadese di Terranova, nell'oceano Atlantico, alle prime luci dell'alba del 15 aprile 1912) usi spesso le notizie e gli eventi umani a suo piacimento nonché per uso suo e consumo. Lo Stato, a sua volta, manipola l'opinione pubblica servendosi dei mezzi d'informazione, dei media, del web e dei social ad esso connessi. Questa testimonianza è di un ex-detenuto, ora legale, che ho ascoltato nel corso di una trasmissione (egli concedeva una sorta di intervista all'interlocutrice) della emittente Rdio Evasione, mandata in onda lo scorso nove maggio (quindi a diverse settimane di distanza dalle rivolte carcerarie).

     
  • Come comincia:  Gli eventi succedutisi in questi giorni e in queste ultime ore (dapprima le dimissioni del Guardasigilli del dicastero di Grazia e Giustizia Fulvio Baldi...- misteriosamente autogiubilatosi, come direbbero in ambito sportivo e più propriamente in quello calcistico, per motivi di salute - al cui posto è subentrato Catalano; dopo le dimissioni di Giulio Romano, Direttore generale detenuti e trattamento del DAP) mi avevano portato a pensare ad un fatto: questo mio articolo, della serie "Diario di bordo", sarebbe stato del tutto inutile perché fuori tempo e quindi fuori luogo. Anche se i ritmi "giornalistici" sono del tutto diversi da quelli della narrativa e della letteratura in genere, non è così. Esso, infatti, nonostante sia accaduto quanto scritto poco sopra, è ancora attuale, anzi, è del tutto attualissimo! Premesso ciò, vado ad incominciare. Elio&le Storie Tese (EELST), notissimo gruppo della scena prog-demenziale italiana, scioltosi due anni orsono, in un loro altrettanto (arci) noto brano del 1996, intitolato "La Terra dei cachi" (si classificò al secondo posto nell'edizione del festival di Sanremo quell'anno, a una manciata di voti dal vincitore, Ron, ma fu premiato dalla critica col premio "Mia Martini" e lanciò il gruppo milanese nell'arengo del main stream nostrano), cantano "Italia sì, Italia no..."; ora, prendendo spunto da quelle parole penso al tormentone che sta avvolgendo (quasi come fosse un tenero afflato amoroso tra due amanti!) la scena politica nostrana: il "caso Bonafede". Il ministro di Grazia e Giustizia è da molte settimane, ormai, nell'occhio del ciclone (probabilmente lo era già da prima che scoppiassero i tumulti all'interno di numerose case circondariali in Italia, quelli che hanno dato vita ad una vera e propria mattanza - penso a quanto successo a San Vittore, ad esempio, a Rebibbia o a Santa Maria Càpua Vètere, nel casertano - e ad un "misterioso" giro di vite che ancora pesa sulle spalle e le coscienze di qualcuno!), o sotto i riflettori al contrario, cioé in senso negativo o per demeriti, potrei benissimo scrivere...in molti (e da più parti) vorrebbero la sua testa: a giusta ragione, ripeto, visti i risultati scarsamente "incoraggianti" messi in opera dal suo dicastero all'interno della compagine di governo contiana. Alcuni, però, incominciando da Graziano Del Rio (così come molti suoi colleghi di partito, del resto), non sono dello stesso avviso. - Se passa la mozione di sfiducia al ministro, crisi di governo! - ha dichiarato il deputato di Reggio Emilia, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati, alcuni giorni orsono. D'altro canto, c'é chi sostiene che la prassi parlamentare del porre la sfiducia ad un singolo ministro di un governo, sia del tutto inaccettabile (ma anche quella del trasformismo di depretisiana memoria lo era, eppure...intere compagini governative furono costruite basandosi su di essa!). Per mio conto, pur essendo d'accordo, anzi, "d'accordissimo!" (parafrasando la battuta dell'attore americano Chuck Aspegren nella leggendaria pellicola del 1978 "Il cacciatore", del cineasta di origine italica Michael Cimino) nel mandarlo eventualmente a casa (per non dire altro...fuori dalle balle, o meglio: a svernare altrove!), ritengo che tale provvedimento, nel caso venisse attuato, altro non possa essere che la classica "foglia di fico" che servirebbe solo a (ri) coprire la situazione drammatica (ovvero: stendervi sopra un velo pietoso!) che da tempo vige, oramai, all'interno delle case di pena italiane e, più in generale, intorno al "pianeta giustizia" (sembra quasi che sia un asteroide, o un monolito a sé stante più che un pianeta: quando tutto e tutti sono rivolti, o almeno dovrebbero esserlo, a rigor di sacra logica, alla cosiddetta "fase due", post-quarantena, esso parrebbe rimasto ancorato a quella uno!); ne la nomina, ad inizio maggio, di Bernardo Petralia, subentrato al dimissionario Basentini come nuovo direttore del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria: ovvero, uno dei quattro dipartimenti in cui si suddivide il dicastero della Giustizia), sembra sia servita a placare le polemiche e a migliorare le cose. Ad esempio, l'ex procuratore antimafia Roberti ha dichiarato: - Discrezionalità non significa opacità. Bonafede spieghi la mancata nomina di Di Matteo! (la risposta, probabile, sta nel fatto che Di Matteo appartiene a una "cordata" diversa da quella del ministro: a quella di Davigo!). Ed ancora, Del Mastro (FDI): - Bonafede revochi incarico al capo del Dap Bernardo Petralia!; Di Pasquale, del SIPPE (Sindacato Polizia Penitenziaria): - Polizia Penitenziaria sia alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno, basta dipendenza dal Dap! (certo, - mi viene da dire, - come se al Viminale non abbiano già abbastanza grane tra cui dimenarsi o gatte da pelare! Le piante di vimini, o Salix Viminalis, come le chiamavano i nostri antenati latini, che prima popolavano quel colle - uno dei sette colli storici capitolini - non ci sono più...notizia di appena due giorni fa, infatti, parla dello sbarco di ben quattrocento migranti a Palma di Montechiaro, nell'agrigentino, e all'interno di strutture "lager" come i CPR - Centri per il rimpatrio - e i CDA - Centri di accoglienza - quella gente non se la passa per il meglio: anzi, al contrario, vive situazioni di estrema vulnerabilità - tanto sanitaria, quanto psicologica e psichiatrica -, accentuate dalla pandemia in atto, come denunciato di recente anche da Amnesty International); - la senatrice Piarulli, direttrice del carcere di Trani, (dichiarazione estrapolata dal blog "Penitenziaria.it") e Bonafede ci hanno abbandonati! - tuonano in coro i Poliziotti Penitenziari. E dire che tutto il train train era esploso, agli inizi del mese di marzo, a causa (o, chissà, per merito, sarebbe opportuno scrivere!) del sorgere subitaneo ed inaspettato (forse, però, non più di tanto...ma questa è tutta un'altra storia!) della pandemia di covid. Ma ancora, penso, che meglio sarebbe usare la parola "riesploso", in questo caso, visto che quella delle carceri e della giustizia è una malattia (pardon una questione) che affonda le sue radici ben più lontano nel tempo di alcune settimane o mesi, è una questione - per così dire - atavica (per mio conto e, probabilmente, anche secondo giuristi e storici ben più preparati di me sarebbe sorta già all'indomani della proclamazione dell'unità d'Italia, al pari della cosiddetta "questione meridionale", di ben altra natura!), senza dubbio annosa; e visti, inoltre, i tanti problemi che girano attorno ad essa (sovraffollamento, condizioni di insicurezza e promiscuità dei detenuti, lentezza burocratica dei procedimenti nelle aule di giustizia, personale in perenne difficoltà per minor numero, obsolescenza e fatiscenza delle strutture carcerarie, assenza di garantismo, etc.). Andando a ritroso nel tempo, non posso fare a meno di pensare (o ripensare) alle rivolte degli anni settanta ed ottanta...una stagione di "fuoco", quella: dei "comitati di lotta", delle innumerevoli (più che numerose) rivolte carcerarie in ogni angolo del paese, da nord a sud sino alle isole; da San Vittore a Rebibbia, dalle Nuove di Torino all'Asinara (nell'ottobre del 1980), da Porto Azzurro (nel 1987) a Trani (ancora nel 1980 e nel 1986); quella dell'istituzione delle "supercarceri" o di massima sicurezza (tra cui Trani, appunto), per far luogo e sopperire, in certo qual modo, al pericoloso mix tra detenuti comuni da una parte e terroristi e "politici" dall'altra (ma i "comitati di lotta" videro un affratellamento di entrambe le compagini: una lotta per la comune causa, appunto!). Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere alcuni resoconti su vecchi numeri di giornale. Tra questi
    un articolo (sulle righe della Stampa, nell'edizione locale dell'alessandrino), datato maggio 2014, che rievoca la vicenda di cronaca della rivolta di Alessandria, appunto, a quaranta anni di distanza. Quel fatto, avvenuto nel maggio del 1974, proprio alla vigilia della tornata elettorale referendaria dedicata all'approvazione o abrogazione della legge sul "divorzio", provocò ben sette morti. Oppure, sulla edizione de il Tirrenogelocal.it di Piombino-Elba, la notizia relativa alla vicenda di Porto Azzurro, nell'agosto-settembre del 1987, appunto: sei detenuti tennero in ostaggio trentasei persone per otto giorni, nei locali dell'infermeria del carcere. Nei mesi scorsi (eravamo a dicembre o giù di lì) m'è capitato anche di leggere la recensione di tre libri che trattano l'argomento carcere-giustizia in maniera estremamente interessante, a tutto tondo e da ogni punto di vista ed angolazione: dall'ingiustizia del sistema carcerario alle storie di coloro che entrano a farvi parte dal "verso" sbagliato, per così dire, sino alla possibiltà di svoltare, una volta fuori, e di cambiare la propria vita (o per lo meno cercare di farlo). Ma mi domando: è veramente possibile farlo? Oppure le ripercussioni di quella esperienza lasceranno il segno indelebilmente dentro chi l'ha vissuta? Ed ancora: è pronta la società ad accogliere (o riaccogliere) e ad accettare il "figliol prodigo" che si era smarrito? I tre libri in questione sono i seguenti: "La coscienza e la legge", scritto a quattro mani (come suol dirsi) da Vincenzo Paglia e Raffaele Cantone e "La giustizia. Roba da ricchi", scritto da Elisa Pazé, sono entrambi editi dalla casa editrice barese Laterza (notissima per la sua ricca sequela di pubblicazioni dedicate alla politica ed alla storia: in questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passi di "Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896", due volumi fiume - più di ottocento pagine di scritti interessanti e ricostruzioni storiche appassionate ed appassionanti - ad opera di Federico Chabod); l'altro, invece, si intitola "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" ed è pubblicato dai tipi della Infinito Edizioni. Ora mi domando: come si misura il grado di civiltà di un Paese, di una Nazione, di uno Stato? Gandhi sosteneva che esso è dato dal modo in cui vengono trattati gli animali (in particolar modo i cani), all'interno di essi. Altri, invece, (tra questi Voltaire e Dostoevskij) che lo si faccia essenzialmente attraverso la condizione delle carceri, ovvero lo stato di "vivibilità" ed "umanità" concesse ai detenuti all'interno delle stesse...uno specchio sincero, insomma, molto spesso dovrebbero essere quei luoghi, sebbene a volte (anzi, quasi sempre) sia anche impietoso! Antonio Salvati è l'autore della recensione dei libri in questione, effettuata sulle righe del blog globalist.it. Parlando del primo libro scrive: - Non sono pochi i libri che trattano la centralità della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L'indifferenza (o l'ingiustizia) nelle carceri, - afferma il blogger, - significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto con Raffaele Cantone. Malgrado il sovraffollamento continui a provocare degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente, eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27 della Costituzione), definendo, inoltre, la proporzionalità della pena col crimine compiuto. E' opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: "ero carcerato e siete venuti a visitarmi" (Matteo, 25,36). Sono poche parole - scrive Salvati, - che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Ora mi preme dire, anzi, devo ribadire d'esser senz'altro ateo (a volte, però, mi autodefinisco un "agnostico fervente") ma penso che quanto accaduto all'indomani delle rivolte carcerarie dello scorso marzo, scoppiate in numerose sedi penali d'Italia, abbia men che nulla a vedere con l'affermazione della giustizia e col richiamo al vangelo di cui parla (scrive) Paglia nel suo libro. Infatti, benché se da un lato le guardie carcerarie, affermando di essere state lasciate da sole dallo Stato (la loro versione ufficiale e le loro dichiarazioni, estrapolate da Pianeta carcere, sono da me riportate nella prima parte del presente articolo), si siano in pratica autoproclamate e sentite come le "vittime" (e no i carnefici!) di quelle circostanze e in quei frangenti, dall'altro sembra che abbiano trascurato un particolare di non poco conto, o meglio ancora lo abbiano volutamente tralasciato: l'azione repressiva, messa in atto da loro a suon di pestaggi e ritorsioni all'indomani di quei tragici eventi, (anche su coloro che non avevano preso parte alle azioni rivoltose) fu compiuta in maniera quasi scientifica e premeditata...possiamo dire che non si fece attendere né ebbe modo di non farsi sentire sulle spalle (ed anche altrove, probabilmente!) degli inermi detenuti. E non importa se lo Stato fosse (o meno) al corrente di quanto succedeva nelle carceri in quei momenti (prima e dopo le rivolte), non importa se vi fossero (o meno) i garanti a vigilare (ma quelli non possono essere materialmente sempre presenti ed ovunque!) sulle condizioni di legalità ed illegalità vigenti; ed infine (e soprattuto, aggiungerei) non importa che quindici detenuti abbiano perso la vita in maniera "analoga" (anzi, analogamente sospetta, direi proprio!): intossicazione da psicofarmaci volontaria! E' curioso sapere, quando anche sia di primaria importanza, che le rivolte di cui sopra nacquero proprio da dei motivi indiscutibilmente lampanti e da una paura giustificata da parte dei detenuti, diffusasi un po' ovunque in Italia e non solo (Covid-19: "In prigione l'ansia è reale, siamo nel vuoto!", titolava il 13 marzo scorso Chloé Pilorget-Rezzauk sulle colonne di Libération, quotidiano francese, a dimostrazione che timori e paure all'interno delle carceri fossero un problema universale!), a macchia d'olio o come un vero e proprio effetto domino (tengasi presente, per rendersene conto, lo tsunami che si verifica in mare subito dopo un terremoto devastante avvenuto sulla terraferma!): la mancanza delle condizioni di sicurezza (attendibili testimonianze hanno raccontato che gli agenti della penitenziaria, all'interno di molte carceri, non fossero protetti con i dispositivi necessari e men che meno lo fossero i detenuti, ammassati nelle celle...in balia d'un eventuale contagio!), e la sospensione dei colloqui con i congiunti (ricordate ora le parole scritte da Paglia nel suo libro, di cui racconta Salvati nella recensione dello stesso? "Restituire al carcere quel senso di umanità descritto - invocato - dalla Costituzione...di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione"; e ancora:"ero carcerato e siete venuti a visitarmi", dal vangelo di Matteo...appunto!). Le condizioni di invivibilità all'interno delle carceri (mi riferisco, soprattutto, al sovraffollamento) non sono, tuttavia, cosa nuova né prerogativa di questo recente lasso di tempo, caratterizzato dagli eventi noti: questa situazione è giusto al più "endemica" (un fatto endemico che sussiste, direi, in maniera pregressa, cioé, a prescindere dall'evento pandemico: sembra quasi uno scioglilingua della Polinesia francese, o, chissà, l'intercalare tipico degli abitanti dell'isola di Vanuatu!), paritariamente alla carenza di personale che vige all'interno delle carceri stesse (e non mi riferisco solo alla polizia penitenziaria, ma anche agli assistenti ed al personale medico e paramedico), come all'interno dei tribunali e delle aule di giustizia; e ciò, ovviamente, non può che ripercuotersi in modo negativo, a mio avviso, sul funzionamento della giustizia stessa. La scorsa estate, mentre passeggiavo per le vie della mia città, mi capitò di leggere, fuori da un'edicola, il titolo d'un quotidiano (non ricordo se fosse esso cittadino, regionale o nazionale, né mi sovviene, ora, se si riferisse a qualcosa capitata nella mia città, nella mia regione o in altra parte d'Italia) che suonava più o meno così: "ventiquattro mesi d'attesa per una sentenza civile!". A dir poco scandaloso, direi, se no addirittura obrobrioso: lo è, infatti, se si pensa alle lungaggini processuali relative a una procedura penale; non oso neanche immaginare quali possano essere i tempi d'attesa in quell'ambito (anche tenendo conto delle carenze di organico all'interno delle aule di giustizia e dei tribunali, come scritto sopra; nonché, talvolta, del fatto che i documenti processuali da consultare - i cosiddetti atti indagatori - risultino a dir poco infiniti!). Ma la situazione "giustizia" (o meglio, del pianeta giustizia), mi domando ora (concedendomi una piccola divagazione sul tema, anzi, dal tema): non è la stessa (e le similitudini, ovvero i parallelismi, credetemi, non sono fuori luogo: tutt'altro!) di quella della sanità e della salute pubblica? Oppure di quella del comparto scuola ed istruzione in genere? Direi proprio di sì: la recente pandemia ha messo a nudo, anche in quel settore della vita nazionale le carenze strutturali e di organico preesistenti da diversi decenni (senza contare, poi, il lassismo delle istituzioni locali e nazionali, di cui ho detto in altro articolo, e su cui peserebbero non poche responsabilità in relazione agli eventi tragici succedutisi di recente!); inoltre,  al momento in cui scrivo il presente articolo, è da far notare come leggo contemporaneamente notizia d'una possibile agitazione, preannunciata per le prossime settimane, degli insegnanti e del personale scolastico, la quale renderebbe impossibile la messa in atto del previsto "ultimo giorno" di scuola, preventivato dal governo. Ma torniamo sul pianeta terra...pardon al pianeta giustizia, appunto, a quel variegato (immenso) macrocosmo. Si diceva che molte volte, nel corso degli ultimi anni, la difficile situazione è stata oggetto di denuncia da parte di varie associazioni, in primis Antigone. La suddetta, nacque nel 1991 proprio sull'onda delle rivolte di cui scritto. Dal 2006 sono oltre novanta gli osservatori (uomini e donne) autorizzati a entrare nelle carceri italiane (non tutte, però) con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari; si affiancano di solito (una volta all'anno, almeno), ai componenti dell'Osservatorio Carcere (che fa capo a un responsabile di Giunta e ad un gruppo di lavoro esterno ad essa ma da essa nominato) a cui, tra gli altri compiti, compete quello di monitorare la situazione carceraria con visite periodiche negli istituti di pena. Nelle settimane delle rivolte, però...neanche a costoro è stato permesso entrare nelle carceri: chissà, perché, mi domando? Torniamo ad Antigone. Negli ultimi rapporti stilati dall'associazione (quello dello scorso anno e di inizio 2020) è stato denunciato, in primis, il problema dell'affollamento ed al tempo stesso quello del netto calo dei reati. Ma come mai, si domanderanno in molti, vige questo sacrosanto controsenso? Ebbene, la risposta alla domanda è ancor più sacrosanta della domanda stessa: la lunghezza delle pene e, soprattutto, dei processi (oltre il 30% dei detenuti, infatti, sono "ospitati" dallo Stato senza essere stati giudicati neanche in primo grado; mi viene in mente, ora, un famosissimo film di Nanni Loy, del 1971 - Detenuto in attesa di giudizio - in cui Alberto Sordi diede vita alla più bella performance drammatica della sua carriera; mi vengono in mente anche le dichiarazioni rese dagli avvocati nei giorni scorsi: - le sentenze lunghe, ovvero l'attesa lunga per una sentenza, è come una pena anticipata per chiunque!). Il sovraffollamento, si diceva, tocca le carceri di tutta Italia (tranne Sardegna e Marche, a dire il vero) perchè su tutto il territorio nazionale viene sistematicamente violato il parametro minimo dei tre metri quadri pro capite (per detenuto s'intende) stabilito dalla corte europea di Strasburgo: oltre quel parametro, infatti, si parla di condizioni inumane e di palese violazione dei diritti umani. Quì, di seguito, propongo due lettere a corredo di quanto scritto; ritengo siano una validissima nonché esplicativa testimonianza.     
     - Lettera dal carcere di Ancona (datata 14 febbraio 2020).
     Mi chiamo Faris e da ormai dieci giorni sto facendo lo sciopero della fame, che avevo già fatto in precedenza, per protestare contro un provvedimento di espulsione e per la condizione del carcere di Montacuto e contro alcuni fatti che nel corso della carcerazione ho visto coi miei occhi. Il giorno 5/1 mi sono anche dato fuoco davanti ai vari assistenti che non hanno fatto nulla per spegnermi e per questo devo solo ringraziare i  miei compagni di sezione, che mi hanno aiutato anche con delle medicazioni improvvisate che non ho ricevuto, per contro, dall'infermeria del carcere. Per questo motivo in seguito mi sono scagliato contro il personale di custodia. Come dicevo sopra, ho visto molte cose, sono quì da cinque anni e ho lavorato per molto tempo al MOF. Questi fatti che vi elencherò li ho detti durante un incontro davanti a tutti i detenuti, al comandante e al garante che erano lì presenti, e in occasione di una violenza a Perugia, al giudice che ha verbalizzato le mie dichiarazioni spontanee. Saluti fascisti che un sovraintendente è solito rivolgere a Traini Luca, il quale, proprio in virtù di questa approvazione gode di tanti privilegi in questo carcere, come ad esempio la cella singola. Lo stesso sovraintendente con il suo seguito è solito riservare ai detenuti stranieri e di colore un particolare trattamento fatto di abusi e pestaggi e talvolta torture quando può usufruire dell'isolamento come ho potuto vedere e sempre mentre giravo per il carcere. Inoltre, molti altri detenuti possono testimoniare con me il fatto che sempre lo stesso sovraintendente nell'ufficio del preposto alla rotonda, teneva nascosta una mazza rudimentale con su scritto "Terapia", che ovviamente portava con sé nelle sue azioni, che in occasione di altre tensioni ha usato un "taser" su un detenuto, trascinandolo poi per terra e continuando ad infierire su di lui (nota personale: il taser è la cosiddetta pistola elettrica, secondo una dicitura semplicistica; su wikipedia, enciclopedia universale del web, è scritto: "acronimo dell'inglese Thomas A. Swift's Electronic Rifle, fucile elettronico di Thomas A. Swift, cioè, di colui che lo ha ideato e brevettato, noto anche come storditore o dissuasore elettrico". Esso è stato adottato in fase sperimentale in dodici città italiane, tra l'estate-autunno del 2018 e giugno 2019, il suo uso sperimentale avrebbe dato esito positivo, secondo il parere corrente...molti punti oscuri vigono, però, sopra la sua "testa" e circa il suo utilizzo: organizzazioni indipendenti come Onu e Amnesty hanno espresso pareri del tutto contrari ad essa/esso, basandosi sulla casistica - spesso letale - del Canada e degli Stati Uniti; io stesso - lo scorso anno - ho firmato un appello lanciato al proposito da Amnesty per scongiurarne l'utilizzo ad opera delle forze dell'ordine in Italia; lo stesso Garante dei detenuti, nel gennaio scorso, ha sostenuto che "il taser è giustificato solo in un ambito limitatissimo dei casi!"). Altre volte in quinta sezione sono stati usati da parte delle guardie gas o spray al peperoncino. Inoltre, ho visto che in certe occasioni a detenuti di colore chiusi in isolamento veniva sputato sul piatto, per non parlare poi di alcuni detenuti che hanno usufruito facilmente dell'articolo 21 proprio in virtù del fatto, da quanto lui stesso dichiarava, per essere amico del comandante in quanto figlio di un appartenente delle forze dell'ordine. Trattamento che non è riservato a detenuti che fanno il loro percorso per anni e anni, osservando un buon comportamento e che poi si vedono sorpassare dai vari confidenti del carcere, che possono usufruire di benefici altrimenti inesistenti per il resto della popolazione detenuta. Ho iniziato il mio sciopero il giorno 9/1 ma hanno iniziato a visitarmi solo dal 14/1, non curandosi del fatto evidente che avevo iniziato molto prima, oltretutto dopo il giorno che mi sono dato fuoco mi sono cucito la bocca. Tutti i miei compagni sanno questo fatto che il carcere sembra ignorare. Ho saputo che forse avete degli avvocati a disposizione i quali possono sostenermi in questa lotta e avrei bisogno della vostra vicinanza e del vostro supporto per portare alla luce questi misfatti che avvengono all'interno di queste mura. Aspetto vostre notizie se potete contattarmi. Vi ringrazio. Faris Hammami (da: una lettera inviata all'Osservatorio Repressione).                                                                                                               

     
  • 23 maggio alle ore 9:04
    Diario di bordo - Quante volte?

    Come comincia:  In queste settimane di "quarantena forzata" spesso mi sono posto questa domanda: - Quante volte, nel corso della storia, è morto il "sogno americano"?
    Per quelli come me, che da sempre sognano l'America è un fatto importante, questo (un viaggio negli States, coast to coast, come si diceva una volta, fatto magari...in sella ad una moto stile "Easy Rider", di quelle con la forcella maxi a tutto spiano e in bella mostra, su cui evoluivano Peter Fonda e Dennis Hopper nelle scene del film omonimo datato 1969 - paradossalmente, quella pellicola rappresenta una testa di ponte, un caposaldo dell'antiamericanismo e del suo mito o dei suoi miti - o meglio a bordo di un "Greyhound", i famosi autobus che non hanno eguali al mondo, e con cui si possono raggiungere i più sperduti buchi di culo esistenti negli States, in lungo ed in largo, da ovest ad est, dal versante canadese a quello della Louisiana, di fronte al golfo del Messico o della Florida, di fronte all'oceano Atlantico: lo avevo progettato più volte, intorno agli anni 1982-84; ma poi...le cose vanno come non dovrebbero andare, a volte!). Forse, chissà, quel sogno è morto prima ancora di cominciare: nel settembre del 1620 quando i pellegrini calvinisti e puritani europei (in gran parte olandesi e britannici) approdarono sulle coste del Massachusetts portandovi un assaggio di vecchio mondo... ma così estirpando, già da allora, lo spirito ancestrale di quei luoghi. Appena settanta anni dopo da quello sbarco (intorno al 1690, anno più anno meno!) vi fu la caccia alle streghe e quelle persecuzioni, culminate nei processi successivi, ispirarono lo scrittore Nathaniel Hawthorne, uno dei grandi del cosiddetto realismo fantastico americano (insieme a Longfellow ed allo stesso Thoreau), nella stesura delle sue due massime opere: "La lettera scarlatta" e "La casa dei sette abbaini". E' da dire che Hawthorne nacque proprio a Salem, dove vi furono quelle persecuzioni e quei processi, e che quella casa, nella sua città natale, esiste per davvero: si chiama House of Seven Gables, appunto, si trova sulla Chestnut Street, che gli abitanti del luogo giudicano essere una delle più belle strade al mondo, fu costruita nel 1668 da Samuel McIntire ed è oggi un museo aperto tutti i giorni fino alle sedici e trenta pomeridiane (notizie, queste, tratte dalla mitica guida Pan-Am, edizione 1981, che comprai l'anno seguente nella libreria "Leone", sita allora in via Di Palma, in pieno centro cittadino, a Taranto e senz'altro, per decenni, la più fornita della citta: in vista, appunto, di un mio possibile tour negli States!). Ma di quei processi e di altre questioni religiose connesse con la "stregoneria" si occuparono, nei loro scritti, anche i membri della dinastia dei Mather, che sono contemporanei a quelle vicende storiche (il capostipite fu Richard: gli altri, fratelli e cugini, furono Increase, Joseph Cotton e Samuel) e che inaugurarono, in seguito, la stagione del genere biografico-religioso-storico-letterario; ed infine il commediografo Arthur Miller, il quale nella sua commedia "Il crogiuolo", del 1953, volle incarnare nei processi alle streghe del New England la vicenda del maccarthismo, di cui egli stesso fu in seguito vittima: quella messa in atto dal senatore repubblicano Joseph Mc Carthy fu una caccia alle streghe di ben più vasta portata rispetto all'altra (la cosiddetta "Red Scare", fu chiamata; la paura rossa legata a una fantomatica invasione cinese o comunista in genere, ai tempi della guerra statunitense in Corea del Nord), e rappresenta anch'essa una delle pagine più ignobili, oscure ed ingloriose della storia statunitense. Ma torniamo alla retta via (quella cronologica e sequenziale) del nostro racconto. Il sogno americano è morto tra il 1860 ed il 1890: la stagione della efferata caccia al bisonte, della nascita della ferrovia e delle guerre indiane. Paradossalmente, in quel contesto storico e in quelle vicende legate ad esse, quel sogno morì proprio con la nascita del mito dell'ovest e della frontiera: un leit-motiv, questo, a mio avviso, presente spesso nel corso della storia di quel paese...la storia "stars&stripes" è fatta soprattutto di cura e male, male ed antidoto per curarlo! Ma andiamo a monte: nel 1862, in piena guerra di secessione, il governo dell'Unione varò lo Homestead Act o legge sui "poderi gratuiti", che permetteva ai capifamiglia (non sudisti) di stabilirsi nelle terre all'Ovest e diventarne proprietari dietro pagamento di un prezzo puramente simbolico. In quello stesso anno fu decisa la costruzione della ferrovia transcontinentale. - Fu quello l'inizio, (appunto), - come è scritto in "L'età contemporanea" da A. Preti - della grande corsa all'Ovest dei pionieri ma anche di mercanti, speculatori, affaristi e speculatori d'ogni specie...essa fu sostenuta, dopo la fine della guerra, da un massiccio impiego di soldati. Il progresso, quindi, causò la morte delle popolazioni indigene della grande prateria e con esse della loro cultura, dei loro usi e costumi, del loro atavico e naturale modo di vivere, legato strettamente alla natura ed al rapporto spirituale ed ancestrale (anzi, "ancestralmente spirituale"): quello che avvenne allora, storicamente fu paragonabile al colonialismo delle grandi potenze europee, che in varie ondate, nel corso della storia, hanno "smantellato" terre e popoli nei quattro continenti del mondo abitabile! Al proposito, mi sembra interessante riportare quanto abbia scritto Edward Sherrif Curtis, uno degli antesiniani d'America del moderno free-lance nonché autore di una delle più importanti documentazioni fotografiche sugli Indiani del Nordamerica, realizzata nei decenni fra il 1896 e il 1930: - La vita e la personalità degli Indiani non possono essere comprese se non alla luce dello strettissimo rapporto che le lega alla natura, e che le rende dipendenti dai fenomeni dell'universo - alberi e cespugli, sole e stelle, fulmini, tuoni e pioggia - intesi come creature animate, e più ancora come vere e proprie divinità, capaci di influire sul destino degli uomini. Il senso di identificazione colla natura nella sua totalità era tale che l'Indiano riteneva unica la fonte dalla quale scaturiva la vita nelle sue diverse manifestazioni. Ciò spiega perché i primi Indiani conosciuti dagli Europei pregassero sugli animali uccisi durante la caccia, quasi a giustificare la necessità di quella morte e manifestare la consapevolezza della comune origine, della fratellanza fra cacciatore e preda. - Fino a quella data (il 1862, appunto), la grande pianura americana, che si estende per diverse centinaia di chilometri dal delta del Mississippi alle Rocky Mountains e che ai più era sconosciuta (quasi ignota) all'epoca, era prevalentemente abitata da cavalli selvaggi e bradi, antilopi, coyotes e, soprattutto, da bisonti: in particolar modo nelle zone temperate che si estendono a nord del fiume Arkansas, il quale nasce (appunto) dai monti Sawatch (sulle Montagne Rocciose) e bagna gli stati del Kansas, dell'Oklahoma e dell'Arkansas. I cavalli ed i bisonti giocarono un ruolo importante nella vita dei nativi, soprattutto nella fase ultima (definita "estate indiana") quando essi si trasformarono da coltivatori in cacciatori. Il cavallo giunse in America nel settecento (anzi, il suo fu un "ritorno", visto che da quelle terre non era mai andato via, forse!), introdottovi ad opera dei conquistadores Spagnoli: cominciò ad essere usato nella caccia, nella guerra e per il trasporto di cose e persone nelle praterie sterminate; esso, insieme alla successiva diffusione delle armi (in particolar modo del fucile), ad opera dei mercanti provenienti dall'Est, contribuì a costruire lo stereotipo dell'indiano d'America ottocentesco: quello che tanta cinematografia hollywoodiana, attraverso documentari e film ci ha tramandato (a cominciare dai registi "pionieri" come Edwin S. Porter, G. M. Anderson - il famoso Broncho Bill - Griffith, Ince ed Hart, per arrivare ai "moderni": primo su tutti il capostipite e maestro del genere western John Ford, nome d'arte di Sean Aloysius O'Fearna, ultimo di tredici figli ed irlandese d'origine, e poi ancora una lunga schiera di nomi, da George Sherman ad Aldrich e Peckinpah, da Stevens a Zinnemann, da Fritz Lang a Nicholas Ray, da Edward Dmytryck a Budd Boetticher da Delmer Daves a Henry Hataway, Henry King, Anthony Mann, Raoul Walsh, André De Toth, Howard Hawks, il nostro Sergio Leone, che di Ford fu accanito cultore e "seguace"); il Sioux o il Navajo, il Cheyenne, l'Arapaho e il Nez Percé che nelle pellicole imbracciano un Winchester per assaltare una diligenza oppure che incendiano una fattoria di coloni indifesi, prima che intervengano le famose giubbe blu a salvarli! Ma le cose non stavano in questo modo: la civiltà dei nativi mutò ad opera, per causa e per colpa della contaminazione coll'uomo bianco ed il suo mondo; con la sua cultura e coi suoi sistemi di offesa e di difesa. Si è detto dei mercanti d'armi e del Winchester; ebbene, fu proprio un bianco il precursore di questa stirpe: Oliver F. Winchester, da cui derivò il nome di quel tipo, o modello di fucile. Esso, originariamente era un fabbricante di camicie di New Haven, cittadina del Connecticut. Vi arrivò intorno al 1848 fondandovi la "Winchester&Davies" fabbrica di camicie, appunto. Si interessò alla fabbricazione delle armi nel 1855, quando acquistò alcune azioni della "Volcanic Repeating Arms Co." di Norwich, nel Connecticut, che dopo il trasferimento legale a New Haven nel 1856, fallì l'anno dopo. Risorse come "New Haven Arms Co." e poi con la dicitura di "Winchester Repeating Arms Co". Durante il primo conflitto mondiale, la Compagnia fornì al governo federale circa mezzo milione di fucili modello Enfield 1917 oltre a tanti altri tipi di equipaggiamento e munizioni. Tra le sue armi più famose (tristemente, direi!) sono da ricordare il Winchester '73, che venne costruito a partire dal 1873 (da cui la denominazione numerica) e il suo fratello maggiore Winchester '66, antecedente di sette anni all'altro: entrambe le armi divennero le più usate nel West e su di esse, in gran parte, pende l'accusa dello sterminio dei bisonti. Gli Indiani erano dei cacciatori provetti ma è da dire che la differenza tra loro e l'uomo bianco era abissale: i primi lo facevano per sostentamento (dal bisonte ricavavano carne, pelle, ossa, tendini utilizzandoli, a seconda delle esigenze e necessità esistenziali, per nutrirsi, creare vestiario e coprirsi, per costruire armi o oggetti artistici), senza mai uccidere animali in numero più elevato rispetto alle proprie necessità; gli altri, invece, lo facevano per soddisfare la "fame di terre" e di denaro (tutto cominciò nel 1862, come detto, e andò avanti nei decenni successivi: spazzando via un mondo e un equilibrio di natura e cultura bellissimo, in nome di un crescente sviluppo capitalistico dell'industria e del commercio di natura essenzialmente opportunistica), per affermare una cultura puritana, intollerante e materialista, una visione della vita diversa dall'altra. La valanga di carri e coloni, a cui si aggiunsero cercatori d'oro e, come detto, mercanti d'ogni risma e senza scrupoli,  insieme alla costruzione delle linee ferroviarie misero in fuga antilopi e bisonti dai territori di caccia dei pellirosse. Alle origini delle guerre indiane vi è pertanto l'attacco, portato dai bianchi, ai due grandi beni dei pellirosse: la terra e i bisonti. Ma a monte, vi era anche un disegno ben preciso, voluto dalle massime autorità militari in accordo (segreto, ma nemmeno poi tanto...alla fine!), o concordato "amore" con quelle federali. Gli storici (anche quelli americani) lo hanno poi definito, senza mezzi termini e con pochi giri di parole "politica del genocidio", attuato/attuata dai generali unionisti Philip Henry Sheridan (l'eroe di Opequan, Fisher's Hill, Cedar Creek, e ancora di Five Forks e di Appomatox, dove nel 1865 costrinse alla resa i sudisti guidati da Lee) e William Tecumseh Sherman (l'eroe delle campagne di Vicksburg, Chattanooga ed Atlanta - dove, nel 1864 fu conquistata e poi data alle fiamme la città georgiana: vicende narrate nel romanzo di Margaret Mitchell "Via col vento" e poi trasposte nella celebre pellicola cinematografica - e della battaglia di Shiloh, in cui combatté agli ordini del generale Ulysses S. Grant, e che poi fu nominato Comandante in capo dell'esercito confederato): masse di cacciatori, più o meno "legalizzate", furono fatte affluire (più o meno volutamente) nelle grandi pianure e nei territori sconfinati della frontiera occidentale, avviando lo steminio dei bisonti. Ciò era necessario, per far fronte ai crescenti interessi dei mercati dell'Est, a quelli dei grandi proprietari terrieri, dei banchieri, degli uomini d'affari, della new industry e dei mercanti d'armi, come già scritto; lo stesso Sheridan sosteneva quanto segue: - La via per consentire una duratura pace e consentire alla civiltà di avanzare deve passare attraverso la cancellazione del bisonte dal paesaggio delle grandi praterie. - Il numero di quegli splendidi animali era incalcolabile: c'è chi affermava che ve ne fossero almeno un miliardo! 
    I ritmi della distruzione furono elevati e in pochi anni si giunse al massacro totale. 
     

     
  • Come comincia:  - Proverbi a proporzione o matematici (con animali)
     Se con una fava si prendono due piccioni, quanti scoiattoli si riuscirebbero a prendere con una noce di cocco?
     Tutto, ovviamente (o quasi), potrebbe dipendere da due precipui - ed assoluti - fattori (dicasi, pure: costante matematica): cioé, in poche ma semplicissime parole, tanto dalla mira di colui che va per lanciare la noce di cocco, quanto dall'appetito degli scoiattoli!
     Se, invece, da un buco si cava un solo ragno, quante formiche riuscirebbe a trovare dentro una voragine un'alano orbo ed ubriaco?
     Anche in questo caso, direi, potrebbe tutto dipendere da due fattori od altrimenti detto da una costante matematica: tanto dall'olfatto dell'alano (in quanto cieco, esso, così come fanno altri animali quasi orbi come lui, in questo caso - tra cui la civetta e il rinoceronte - dovrebbe far "giuoco" su un'altro senso!!!), quanto dalla pazienza delle formiche (la quale, seppure non sia un senso fornitogli dalla natura, è davvero tanta!).
     - Proverbio con animali (trattasi di un noto quadrupede)...senza proporzioni (né ausili di natura matematica)
     "Tutto quanto fa brodo!": dice la gallina prima di essere cucinata. 
     - Proverbi con rima (sbagliata?!)
     Rosso di sera bel tempo si spera: ma è meglio essere in libertà "apparente" o marcire  per davvero in galera?
     A caval donato non si spara in bocca; ma una donna frigida guai se la si tocca! PS. E meno male, dovrebbe dirsi: tanto per il cavallo, quanto per la donna frigida! (oppure è meglio così, chissà: per la pistola e per colui - o colei - che toccherebbero la donna frigida!).
     - Proverbio con commento (stupido o ovvio?!)
     "Non tutte le ciambelle nascono col buco".
     Infatti: vi sono ciambelle che nascono senza buchi, ma di rimando, però, ve ne sono anche di quelle che vengono al mondo con "due buchi" o, addirittura, con tanti, tantissimi buchi, tanto da apparire un colabrodo o una fetta di formaggio emmenthal svizzero (o groviera, che dir si voglia!) piuttosto che...ciambelle vere e proprie. Tutto dipende, a mio modesto avviso (ed a maggior ragione) da due cose: dall'impasto che di cui si fa uso per fare le ciambelle nonché dal forno in cui lo si mette a cuocere (varianti di non poco conto, in questo caso: del tutto diverse dalla costante matematica di cui dettovi prima!).
     - Massime della "assurda logica"
     Ottobre cade dopo di settembre&novembre vien pria di dicembre:che, però, pur essendo un mese come gli altri, arriva sempre per ultimo!
     - Il tic-tac dell'orologio (surreale)
     Il tic-tac dell'orologio si è fermato: ma le lancette continuano ad inseguirlo!
     - La macchina del tempo 
     La macchina del tempo non abbisogna di carburante per camminare, né di una marcia in più per andar più veloce: essa possiede quattro ruote che si chiamano minuti, ore, giorni&anni...
     - I "nessuno"
     Nulla sono i "nessuno"...un battito d'ali; ma ugualmente [sono] importanti: anche i "qualcuno" son fatti di tanti di loro e grazie a loro esistono.
     - Serie: le domande...(in) discrete (con risposta - no multipla -, ulteriore domanda&pensierino)
     Chi vorrebbe vivere per sempre? Tutti lo vorremmo...
    ma mi domando, ora: a cosa mai servirebbe farlo senz'aver al proprio fianco le persone che abbiamo più amato? Penso questo: il tempo, la vita senza di loro nulla sarebbero se non che eterno tormento.
     - I masnadieri (definizione: di origine schilleriana?!)
    Sono quei tipi che hanno animo gentile&sincero perché [loro] brindano sempre - dopo cena - ai cuori conquistati ed ai corpi posseduti, ma mai negano (vin bevendo) d'aver sofferto per amore nè d'aver goduto di piacere.
     - Massima della cruda verità (e malcelata saggezza)
     La vita da sé provvede a riportarci, cammin facendo, sulla retta via: della noia, del martirio e finanche delle pene!
     - I "per"...(senza i "se" ed i "ma" annessi)
     Per rialzarsi: bisogna essere caduti; per ritrovarsi: bisogna essersi perduti; per aspirare al paradiso (premesso che esso esista?!): bisogna essere stati all'inferno (e questo, come mi assicura più di qualcuno, esiste per davvero!); per vivere in silenzio (a meno che non si sia un monaco tibetano che soggiorna alle pendici dell'Himalaya per trecentosessantaquattro giorni all'anno...in quel caso sarebbe tutta un'altra storia!): bisogna aver ascoltato la bolgia della vita; per poter gioire: bisogna aver pianto di dolore; per esser poeti: bisogna esser (e) diversamente speciali (ma no abili: quelli sono altri soggetti!): accollarsi, cioé, tutte insieme gioie&sofferenze dell'universo e poi riuscire a portarle sulle proprie spalle!
     - Differenze&parallelismi: il baro&l'onesto (ovvero: favola "mignon" dell'età di mezzo)   
     Il baro è una canaglia sincera mentre l'onesto "innamorato" è un ladro ipocrita e bugiardo: entrambi, però, camminan sempre senza scarpe...
    L'uno e l'altro (il baro&l'onesto) vestono gli stessi panni; ognuno dei due indossa, a volte, - a turno - i  panni dell'altro. Nessuno, in poche parole, è solo baro o solo onesto: tutti siamo, chi più chi meno, un po' l'uno ed un po' l'altro...
     - Proverbi a modo mio
     (con domandina ed a rima baciata)
     Gallina vecchia fa buon brodo: ma quella giovane fa mica l'uovo sodo?
     (con esclamazione: senza "se"&"ma")
     Chi troppo vuole nulla stringe: ma chi vuole poco o niente, nulla stringe lo stesso!
     (con "se"&"ma" ed...esclamazione) 
    Se troppi galli cantano non arriva mai giorno; ma se una chitarra ed una tromba suonano: diventa subito notte!
     - Proverbio di stagione (all'epoca dei "droni")
     Una rondine non fa mai primavera; due neanche...ma tre cuori impavidi (ed un popolo libero), invece sì! 
     - La morte: puntuale e...giusta!
    da: un proverbio della Liberia
     Si ritarda nel crescere non si ritarda nel morire...ma la morte non ha mai fretta di arrivare anche se è sempre puntuale!
    da: un proverbio della Mauritania
     La morte è un debito verso la terra che ci ha generati, ciasscuno (di noi) lo deve pagare per proprio conto ed a sue spese...: anche se vive in compagnia o anche se è povero!
     - La vecchiaia: definizione (da un sonetto di William Shakespeare)
     La vecchiaia è lo "specchio" d'una madre e di un padre; è lo specchio per entrambi: i quali rivedono sé stessi e la loro vita rispecchiata e rispecchiarsi in quella dei propri figli. Ma è anche lo specchio severo per ognuno di noi, di noi stessi: che vediamo in lei - attraverso ricordi fervidi ma dolenti, lucide ma impietose memorie (non sempre, purtroppo, accade...a volte vi si frappone "fratello" Alzheimer!) di tempi antichi - una sorta di illudente primavera della nostra gioventù.
     - E' sempre meglio oppure no?
     E' sempre meglio (ma non lo dice il saggio: chi lo abbia detto non lo so, ma poco conta!) proferire una bugia in maniera furbesca e plateale, intrisa (madida) di sincera soavità piuttosto che una dolce verità: velatamente avvolta di ipocrisia oscena ed anche volgare.
     - Analogie (parallelismi) "carnevalesche"...ma non è humour all'inglese!
     Non molti sono al corrente (direi proprio che siano pochissimi!) che in Italia esistano dei soggetti che strangolano (letteralmente) i galli: è il caso degli abitanti di Strangolagalli (centro agricolo di poco meno di duemilacinquecento anime nella Ciociaria, in provincia di Frosinone), chiamati - appunto - strangolagallesi o strangolagalliani; ma è pur vero, tuttavia, che un notissimo industriale del settore alimentare (Angelo Amadori) sia stato definito: "stragista di galline"!

     
  • Come comincia: Pam, dal suo canto, voleva arrivare a qualcos'altro: invero, tutti i riferimenti nonché le implicazioni artistico-letterarie l'avevano intrigata sempre parecchio, sin da piccola, stimolandone la sua fantasia e la sua curiosità, già allora molto fervide. Il nuovo amico (lo era, già, Julien, tanto per l'una, quanto per l'altra: la scintilla era scattata all'unisono, in entrambe; a causa del savoir-faire del ragazzo ed anche per qualcosa di...innaturale ed inspiegabile!) ne aveva uno di non poco conto, di quelli che le si addicevano come non mai: i suoi, infatti, erano un nome e cognome alquanto altisonanti.
     - Sai, Julien, - fece Pam, - il tuo nome è veramente molto strano (prese il tutto alla lontana...eppoi sarebbe arrivata al punto).
     - Trovi? - rispose quello. - Perché mai? A me non sembra: è un nome abbastanza comune in Francia, credimi. 
     - Sì, sì, certo. Ti credo, sai? - ribatté subito la ragazza. - Ma, vedi, insieme al tuo cognome è proprio strano... davvero, ascolta, Julien, i tuoi sono lo stesso nome e cognome di un certo Julien Sorel; era, esso, il protagonista di un romanzo di Stendhal (è lo pesudonimo di Henri Beyle: un nome ed un cognome che alla gran parte della gente non dicono un fico secco!): Il Rosso e il Nero, credo che fosse ma, mmm... - Pam titubò un attimino (anzi, fece la parte dell'imbranata, per tastare la cultura letteraria del francese e poi perché aveva il gusto per l'ironia impresso nel suo acido desossiribonucleico - più comunemente noto come dna -: forse, chissà, lo aveva preso dalla madre, per "imprinting", appunto, come avviene nel mondo animale!).
     

     Ma Julien non era Julien (anzi, come il Julien) Sorel del romanzo notissimo di Stendhal: molti connotati caratteriali, infatti, erano ben distanti da quello che era lui;i riferimenti, quindi, potevano definirsi poco più che di natura...ortografica?! Di certo no. Vi erano anche delle importanti convergenze..."caratteriali" tra i due. Così è scritto nella introduzione al romanzo proposta da una nota casa editrice inglese, in una vecchia edizione degli anni sessanta, a proposito di Julien Sorel: "I connotati spirituali di Julien Sorel corrispondono abbastanza strettamente alla definizione che l'Enciclopedia (Saint-Lambert e Diderot nel caso specifico) aveva dato del Genio. Egli ha una mente vasta ed attenta, un'immaginazione vigorosa, una memoria straordinaria, un'attività interiore incessante: a ciò si aggiungono alcune caratteristiche "post-rivoluzionarie", che al Genio degli Enciclopedisti - ipostasi dell'artista e non dell'uomo di azione - erano completamente estranee: un orgoglio selvaggio, un rifiuto accanito della condizione servile, e, differanza capitale, una tensione spasmodica di tutte le facoltà verso l'azione, l'affermazione pratica, il "successo" nel senso più concreto e meno letterario del termine. Julien è perciò un genio in attesa di un'occasione che mobiliti le sue energie, lo tragga fuori dalla sua indeterminatezza e gli consenta di realizzarsi interamente. Attesa fatalmente vana: in ciò sta la sua condanna. Non esistono nel suo tempo imprese che richiedano l'apporto che egli potrebbe dare. Egli è una forza che nulla rende "necessaria": dal punto di vista della società, dunque, egli è un pericolo, ed è tanto più esposto ad essere combattuto quanto più tende ad affermarsi libero ed a distinguersi dalla folla anonima dei "collaboratori". Soggettivamente, egli è un essere disorientato e scisso; condannato a fare uso delle proprie facoltà soltanto in modo disordinato e casuale, a compiere prodigi di autodisciplina per superare ostacoli meschini o infrangere i più gretti divieti, per resistere, da solo, alle grevi mistificazioni che ciascuno degli ambienti con cui viene a contatto genera e conserva con zelo, per comprendere ciò che nessuno gli insegna. E il suo modo di procedere è fatalmente incerto e tortuoso, i suoi sforzi si irretiscono in un groviglio di scopi casuali, illusori e contraddittori. Della sua memoria prodigiosa non potrà fare altro uso che imprimervi prima lunghi passi di scrittori latini e versetti biblici, per la meraviglia dei commensali del sindaco di Verrières, o per la delizia d'una sera dell'arguto vescovo di Besancon, poi quattro pagine da recitare ad uno scettico uomo di stato straniero, quattro pagine in cui si condensano le deliranti eleucubrazioni politiche di un gruppo di aristocratici ossessionati dal terrore d'un nuovo sussulto rivoluzionario. Della sua volontà d'acciaio egli sarà ridotto a fare soprattutto un uso ascetico, rivolto contro se stesso, contro i suoi smarrimenti e la sua timidezza, ora per resistere all'angoscia e alla solitudine nel seminario, ora per imporsi, come una prova, di sedurre la signora Renal e Matilde de la Mole, donne in cui vede dapprima soltanto il simbolo di un mondo che non gli appartiene, e un'occasione per riscattare le proprie umiliazioni; per costringersi ad andare ad un appuntamento amoroso in cui gli par di vedere un agguato mortale, come poi per pronunciare da sé la propria sentenza, e non avvilirsi davanti ai giudici che lo condanneranno a morte. La sua intelligenza gli servirà per meritare incarichi di fiducia casuali, discontinui e senza alcuna importanza reale, e soprattutto per  comprendere ciò che non può trasformare e vedere lucidamente le forze che lo schiacciano. Julien pensa, ama, odia, agisce "a corpo perduto", lanciandosi con una inesauribile violenza verso obiettivi confusi. Egli è solo, anche se non ripiegato su se stesso: il suo è un eroismo negativo, sterile; quasi irriconoscibile nei suoi atti...". Julien Sorel del romanzo è questo, a grandi tratti. Il Julien Sorel incontrato sul Filiki da Pam e Rebecca differisce ed è al contempo simile al Sorel "letterario": innanzi tutto non è un personaggio inventato ma è un individuo in carne ed ossa; poi è senz'altro un genio ed un affabulatore di grande fascino; non è timido pur essendo gentile e discreto...infine, la sua intelligenza la userà per far colpo sulle due ragazze...

      - Credo di sì, - disse, da par suo, Julien, - anzi, è proprio così, hai ragione! Ma io non ci ho fatto mai caso, non sono appassionato di lettere e poesia (era vero, ma lo era altrettanto che fosse anche molto erudito!): a me piace viaggiare, piace soltanto andare...in cerca, te l'ho detto. Comunque, adesso che ci penso, sai Pam, è vero: mio padre ama leggere Stendhal, sarà per questo che mi ha battezzato con quel nome. Forse, però... - si fermò per un attimo e poi riprese a parlare, anzi, a discorrere.
     - Quando ero al liceo, a Orlèans, la cittadina dove vivono i miei nonni paterni (capoluogo del dipartimento del Loiret e della regione del Centro, è posta sulle rive della Loira alla confluenza del canale di Orlèans: centro fortezza dei Galli (Cenabum), fu distrutto da Cesare nel 52 a. C. e ricostruito da Aureliano; si trova a poco più d'un centinaio di chilometri dalla capitale, è famosa per la produzione di aceto, vini e soprattutto...spumante "champenois"), lessi qualcosa al proposito in un vecchio libro, i cui non ricordo il nome ma credo che fosse sugli usi, le tradizioni popolari ed il folklore in Francia: dalla metà del XVI° secolo, mi pare fosse precipuamente il 1536 o 1537, ogni francese ha un nome e cognome ben definito; quell'anno, infatti, fu resa obbligatoria la registrazione delle nascite in appositi registri parrocchiali. Capita, così, che molti cognomi derivino da nomi topogràfici o di artisti e letterati in genere (Montaigne, La Fontaine o Sorel, appunto), da nomi di piante, fiori o alberi (Pommier, Dubois), di mestieri (Meunier, Favre, Leclerc), di paesi o regioni (Picard, Lebreton, Aragon) o da soprannomi(Lesage, Leblond). Inoltre, sai, (Julien, in quel frangente, sembrava una vecchia ciminiera che quando comincia a sbuffare non si ferma più: neanche se la colpisci con palle di cannone!), vi sono anche nomi che derivano da altri idiomi: Le Hir e Le Floch, ad esempio, sono nomi bretoni, mentre Bernard e Walter sono nomi di derivazione germanica (tipici delle regioni alsaziane e della Lorena, al confine nord-orientale con la Germania) oppure Irigoyen e Etcheverry sono baschi (tipici dei dipartimenti pirenaici del sud-ovest, in prossimità con la Navarra spagnola ed il Principato di Andorra)... -. All'improvviso, poi, si fermò nuovamente esclamando:
     - Bene, ragazze, ora devo proprio lasciarvi: sono un po' stanco. Ci rivedremo all'arrivo, se vi va! - Così salutò ed andò via: forse non aveva gradito molto l'ultima parte del colloquio con Pam; oppure, chissà, era realmente stanco. 
     - Sicuro, ci rivedremo! - fece Pam, lanciando uno sguardo malizioso al francese. Poi, dentro di sè pensò: - alla faccia, Julien; e dire che non ti interessa leggere: mi sembri, invece, una enciclopedia vivente!
     Alla ragazza quel francese, dai modi scanzonati ma anche gentili e discreti, nonché per il fare suo un po' lunatico ed al contempo da persona riflessiva e colta, era ben simpatico e forse, chissà...la sua sarebbe potuta diventare, da lì in poi, anche qualcosa di più d'una semplice simpatia. A quel punto Reby, rimasta a lungo silenziosa, la prese per un braccio e la strattonò, poi disse:
     - Andiamo, su, professoressa! - (Era un po' gelosa, evidentemente!). Dopo di che le due tornarono in cabina. Alle ventuno e cinque minuti primi, spaccando simbolicamente le lancette degli orologi di tutti i turisti e dei membri dell'equipaggio che sopra di esso si trovavano, il Filiki riprese il mare aperto. Pam, allora, si sdraiò sul suo lettino e, poco dopo, si addormentò; Reby, invece, indossò una cuffia nelle orecchie collegandola ad un i-pod e si mise ad ascoltare musica. Nel breve volgere di venti minuti il traghetto ebbe circumnavigato l'estremità sud-orientale dell'Attica, fiancheggiando la regione montuosa di Làurio, zeppa di miniere di argento, piombo e manganese. Dopo dieci minuti letteralmente passò in mezzo tra Makronesos e Zèa, le due isolette gemelle delle Cicladi minori, a sud-est di Atene. Un'antica leggenda, risalente all'epoca micenea, narra che alcuni pescatori di spugne avessero visto e poi avvicinato due sirene sugli scogli di Zèa: restarono ammaliati dalla loro seducente bellezza...qualche giorno dopo, però, coloro, forse ebbri di pazzia per quella visione, si buttarono giù da un dirupo, alle pendici del monte Theodoros che sovrasta l'isola. Nel frattempo, visto che la serata era abbastanza afosa, Reby decise di fare una doccia. Quando ebbe finito si sdraiò sul lettino. Pam, intanto, si risvegliò e la compagna, così, si distese di fianco a lei poggiando la testa sulla sua spalla: entambe restarono in silenzio a contemplare il soffitto bianco della cabina. Il Filiki, però, non contemplava proprio un bel nulla: quel "mostro", impietosamente, andava diritto per la sua strada, anz, per i suoi mari. Dop'aver attraversato lo stretto tra Petralia (di fronte al Capo d'Oro, in terra di Eubea o Negroponte) e l'isola di Andro la quale, essendo la seconda per grandezza e la più settentrionale delle Cicladi, forma la barriera superiore delle stesse insieme a Tino (Tinos), Migono, Paro, Nasso, Amorgo e Stampalia, esso navigava, oramai, in aperto (e docile, per fortuna!) Egeo e, finalmente, davanti a lui (seppur, però, ancora in discreta lontananza), all'altezza del fatidico 39° parallelo e alla longitudine ventisei da Greenwich (il meridiano dei meridian o numero zero, che dir si voglia!), cominciava a far capolino la fatidica Lesbo. 
     Pam e Reby ricevettero una inaspettata visita, nella loro cabina: il simpatico Julien, il quale recava con sé alcuni croissants ripieni con marmellata di mirtillo, da gustare insieme alle due ragazze. Entrando, dopo aver bussato, il suddetto esclamò:
     - Ragazze, cosa fate di bello?
     - Nulla di che, - rispose Reby, - siamo in dolce contemplazione...del soffitto!
     - Bella cosa, sapete? - replicò, altrettanto ironicamente il francese. - Forse è una contagiosa epidemia: anch'io facevo lo stesso in cabina! Ho deciso, così, di venirvi a trovare: vi da noia, per caso?  

     
  • Come comincia:  Ieri sera sono uscito di casa verso le diciannove per recarmi ad uno dei supermercati siti nel quartiere. Dopo aver imboccato via Genova, una delle stradine interne rispetto a viale Magna Grecia, la via su cui vi è la mia abitazione (lo faccio sempre, anche quando non è necessario e siamo in tempi diversi da quelli attuali visto che sono un uomo di sani principi, pardon di abitudini sane: per allungare, per prendere una boccata d'aria dopo aver trascorso, a volte, l'intera giornata in casa...per fare qualche passo in più e sgranchirmi le gambe, oltre al cervello!) ed aver percorso non più di trenta-quaranta metri, sulle inferriate del cortile di uno stabile (una piccola palazzina di appena tre piani, posta sulla destra del marciapiede su cui camminavo e che spesso incrocio - in passato vi abitava, insieme ai genitori, Antonio D., un vecchio amico che è anche nel mio profilo facebook e magari leggerà ciocché scrivo!) noto un annuncio mortuario (di quelli con la foto allegata...proprio come accade sulla patente di guida o sul passaporto; anzi, come accadeva visto che ora tutto è digitalizzato, smartforizzato; anche le foto segnaletiche non sono più come quelle di una volta!), mi avvicino, lo leggo con attenzione (mi capita di farlo spesso quando cammino, anche in tempi non sospetti, perché penso che facendolo scopri, a volte, che quell'annuncio possa riguardare magari qualcuno che conoscevi e poi, perché, come ho scritto qualche giorno fa, commentando un'altro post ed anche scrivendo un articolo-racconto - o meglio, racconto-articolo, - la morte è una cosa seria...lo è sempre stata per me; essa incute paura ma anche rispetto per chi è andato via ma, soprattutto, per la vita stessa!), noto che il morto ha quarantun anni e lascia moglie e figli, che - ahimé! - lo conoscevo di vista (nel quartiere, nei quartieri popolari delle nostre città, sebbene gran parte di esse, oramai, non siano più a misura "popolare", a misura di...quartiere, ci si conosce tutti, bene o male, di vista!). In fondo all'annuncio la dicitura che non avrei voluto trovare scritta e neanche leggere: "per decreto ministeriale le esequie avverranno senza la presenza dei congiunti". Dop'aver letto ciò batto il pugno sul petto tre volte (è un gesto che mi è venuto spontaneo: cazzo, un uomo è andato via per sempre da questa terra...se n'é andato da solo, come un cane!); riprendo a camminare, alcune lacrime stanno cadendo dagli occhi, mi incrocia un uomo (conosco di vista anche lui, credo!)...mi giro ed osservo che anche lui si è fermato a leggere l'annuncio ( - per Dio! - ripeto a  me stesso, - allora non siamo diventati delle bestie: c'é ancora qualche uomo come me, in giro!), forse il morto - seppur per un attimo e forse, chissà, soltanto nella mia testa bacata, di essere umano, non sarà più solo!). Dopo appena cinque minuti arrivo al market, sito in via Cagliari quasi angolo via Alto-Adige (marchio "Penny", uno dei due presenti in città, credo), le luci sono accese ma è tutto vuoto; leggo l'annuncio affisso su una vetrina che mi dice che gli orari di apertura sono i seguenti: "dal lunedì al sabato ore otto e trenta-diciotto e trenta"; giuro che non sapevo nulla...ahimé!, non riesco a tener dietro le postille dei decreti governativi: sono soltanto un uomo, io, non sono un robot telecomandato, non sono una macchina...con le mie idee, coi miei sentimenti, con i miei alti e bassi, con le mie certezze (che adesso, però, non saranno più come prima, non saranno più le stesse solide certezze di qualche giorno o settimana prima: ma forse, chissà, "nada sera como antes", recita un vecchio ma sempre attuale intercalare iberico!). Nel tragitto che mi riporta a casa (non più di centocinquanta metri, giusto alcuni minuti...sono riuscito a stare nei canonici duecento imposti dal decreto, credo?!) ripenso ancora a quell'annuncio letto poc'anzi (quello mortuario), noto le vetrine chiuse di un'altro market recanti lo stesso cartello dell'altro, incrocio un uomo che butta il pattume, una signora col cane al guinzaglio. Rientro in casa: sono solo, adesso (il ragazzo cinese che ospito, Sun Cho, è andato via da dieci giorni, la sua roba è ancora tutta da me...non ho più notizie di lui: speriamo bene; l'altro ragazzo mio ospite, Francesco, un operaio siciliano addetto al soccorso alla raffineria Eni, nella zona industriale lungo la statale per Reggio Calabria, è andato via, invece, un'oretta prima: ha anticipato il rientro a casa d'una settimana...- C'é casino! - mi ha detto. - Ho paura di restare imbottigliato a Villa San Giovanni!); mi adagio finalmente sulla poltrona nel soggiorno, resto seduto per qualche minuto a riprendere fiato (ho appena fatto otto piani di scale: non prendo l'ascensore...è una mia scelta, come quella di non portare mascherina)...tra me e me penso: - Questa sera ho conosciuto il virus: l'ho fatto apprendendo de visu della morte di un'altro uomo e, semmai ve ne fosse stato bisogno, ho avuto conferma che tutti, a prescindere da esso, andiamo via in solitudine da questo mondo: perchè la morte, pur riguardando un essere umano (o un essere vivente che sia, non importa!), un nostro simile, resta pur sempre un fatto, un evento individuale! Chiudo questo mio racconto-articolo scrivendo quanto segue: - ciocché leggerete non è frutto della mia immaginazione (seppur essa sia fervidissima, a volte, non lo è affatto!) ma, purtroppo, è tutto vero; in epoca di corona virus (o covidottocento...diciannove) accade anche questo!

    da: un commento scritto su facebook a margine di un post pubblicato sulla home della rivista anarchica "Umanità Nova".

    Taranto, 24 marzo 2020.      

     
  • Come comincia:  Giunte che furono nei pressi dell'odeon romano (costruzione antecedente allo stesso suo simile ad Atene) e delle rovine del tempio di Demetra, che si ergono ancora in tutta la sua maestosità, di fronte al cielo, sulle colline che sovrastano Patrasso, al culmine della città alta (Anopoli), ad ovest dell'Acropoli, intravidero, fermo davanti a loro, un uomo di spalle: vi si avvicinarono e Pam scoprì ch'era suo zio Jack. Lo chiamò e disse:
     - Zio, ma sei proprio tu oppure ho le travéggole, oggi? Dimmi un po', cosa diavolo ci fai quì?
     - Ehi, Pam, sono proprio io! - rispose quello. - Sono quì per piacere e per affari.
     Lo zio paterno di Pam, Jack Flint, un tipo attempato, sui sessanta (ben portati), fratello maggiore di David (appunto) era in "rotta di collisione" con la famiglia e dopo la morte della moglie Wendy, avvenuta nel 2003 in un incidente d'auto a Inverness, nel nord della Scozia, era andato in pensione dal suo lavoro di trader alla City, e aveva preso a girare il mondo, da solo e con un camper, dipingendo e vendendo i suoi quadri: a mercanti d'arte (ricchi o squattrinati, un po' bohemien, zingari, scapigliati come lui, a volte), galleristi o semplici appassionati; la cosa li dava di che vivere, abbastanza bene.
     - Sono contenta di rivederti, sai, Jack! - fece Pam, con voce squillante (lo aveva sempre chiamato per nome). - Era da tanto, tantissimo tempo, ormai, che non vedevo il tuo grugno da brutto scozzese ubriaco davanti ai miei occhi: avevo dimenticato quasi come fosse fatto! (Ovviamente scherzava: lei, infatti, sin da bambina nutriva gran simpatia e profonda ammirazione per lo zio).
     - Anche io, piccolina! - esclamò allegramente l'uomo. - Ma dimmi, piuttosto, cosa fai tu, da queste parti, con Reby? (Lo zio conosceva benissimo la compagna di Pam, visto che le loro famiglie si frequentavano sin da quando le due ragazze erano nella culla).
     - Siamo in viaggio! - rispose a bella prima la ragazza.
     - Questo l'ho capito! - replicò allora Jack. - Sono maturo ma no rincoglionito, cara nipotina, credimi!
     - Dai, su, Jack, non prendertela, scherzavo! - disse così Pam. - Siamo in viaggio, insieme, io e Reby; è il viaggio della nostra vita: abbiamo lasciato casa entrambe ed al ritorno...- Al che lo zio la interruppe: aveva capito tutto ciò ch'erano intenzionate a fare le due ragazze, bontà sua! Così le prese per mano, le guardò negli occhi senza dire nulla ed un istante dopo le abbracciò (sono gli abbracci, quelli come quello che lo zio diede alle ragazze quel giorno, che non si dimenticano facilmente: appartengono ad una specie sempre più rara ed in disuso, oramai, al giorno d'oggi, in ogni parte del globo terracqueo e forse, chissà, anche altrove, ed i quali Carlo Linneo classificò duecentocinquant'anni fa, o giù di lì, della famiglia "Cordi bene facere"!).
     - Sai, abbiamo le ore...ma no, che dico, i minuti contati! - disse Pam allo zio, agitatissima. - Il Filiki ripartirà tra non molto, purtroppo!
     - Va bene, non preoccuparti! - fece Jack. - Voglio chiederti ancora qualcosa e poi vi lascerò andare...libere di volare. Come stai? Come state voi due? E dimmi di loro, se "quelli" stanno bene? (Si riferiva a suo fratello David ed alla moglie Prudence, sua cognata, ovviamente...li aveva chiamati in maniera voluta a quel modo e no per nome!). Fu Reby, però, questa volta, a rispondere:
     - Noi stiamo benissimo e siamo anche ultra felici, lo hai capito già prima, credo! Sai, Jack, andiamo a sposarci e a consacrare il nostro matrimonio, proprio a Lesbo, l'isola dell'amore, per cui non potremmo essere più felici di quanto siamo adesso né potremmo desiderare null'altro di diverso da ciò che stiamo andando a fare, io e Pam...a casa stanno tutti bene, i miei ed anche quelli, come li hai chiamati tu: tutti quanti stanno meglio di noi, credimi!   

     

     
     

     
  • 01 maggio alle ore 17:09
    Un cielo (così) diverso

    Come comincia:  Ero bambino e mio padre spesso mi portava in riva al mare a guardare il cielo e le stelle al crepuscolo. Poi, mi prendeva la mano e diceva: - Sai, figliuolo, quando io ero lontano da casa, tanto tempo fa, spesso guardavo il cielo, come facciamo noi ora, ma non lo riconoscevo perché esso era "diverso" dal posto in cui sono nato. Anche se la terra si trova sotto un'unico cielo, cioé lo stesso cielo, penso che ogni luogo abbia comunque un cielo "diverso", e quello dove si é nati non puoi ritrovarlo da nessuna altra parte: tienilo sempre a mente!". Ed io così ho fatto, da allora; ho fatto ancora meglio di ciò che mi diceva mio padre...tutti i cieli della terra mi appartengono: ognuno di essi è il mio cielo, appartiene al mio cuore!

    da: "I ricordi nella casa sul lago del tempo".

     
  • Come comincia:  Le due si spostarono velocemente (erano al binario tre, infatti, all'altro capo della stazione): avevano i minuti contati prima che il treno, già fermo da un quarto d'ora sul binario, partisse. Così, senza neanche ascoltare gli annunci, al volo si imbarcarono (o meglio "intrenarono"), alle undici e zero zero (il treno partì puntualmente, ed era cosa insolita se no rara per quelli italiani... - "alla maniera svizzera!": avrebbe probabilmente affermato Toshiro Mifune, il più famoso ed il più bravo attore giapponese contemporaneo, se fosse stato ancora vivo e si fosse, casomai, trovato insieme alle due ragazze in quel momento): destinazione Bari, sud dell'Italia (in Puglia, appunto). Da lì, avrebbero poi raggiunto Brindisi per imbarcarsi (e no intrenarsi, questa volta!), successivamente, (la partenza prevista per la domenica a seguire) sul traghetto per la Grecia. Infatti, Pam e Reby, per celebrare e consacrare la amorosa passione che da tempo le legava, oramai, avevano deciso di andare ad amarsi ancora una volta (e poi "sposarsi": ovvero rendere materialmente indissolubile la loro incestuosa unione) nel posto più consono ad esse ed al contempo il più profano esistente sulla faccia della terra; cioé, proprio quello in cui l'amore omosessuale femminile era stato consacrato a livelli altissimi di arte e bellezza: (a) Lesbo, l'isola greca nel mare Egeo di fronte alla costa anatolica, la maggiore delle isole egee (quattro volte più grande di Lèmno, quaranta di Agiostrati!); quella in cui nacque, visse e regnò artisticamente la poetessa dell'amore (e degli effetti amorosi, e della gentile ed amorosa tenerezza), chiamata Saffo, che vi creò una scuola per le figlie dell'aristocrazia...e lì ardentemente amò amiche e scolare: il suo amore, tuttavia, mai trascese nel peccaminoso e nell'illecito o nella volgarità, ma restò sempre permeato da un'alone di eleganza, delicatezza, soavità e candore. Sul treno Pam tirò fuori dal suo tascapane un librino (non più di venticinque, trenta pagine: erano i "Frammenti" di Saffo, appunto) e cominciò a leggere ad alta voce:
                                                   
                                                         Belli ti guidavano
                                            e veloci i passeri sulla terra nera
                                             con rapido palpito d'ali dal cielo
                                                               per l'aria.

     Sono alcuni passi dell'inno ad Afrodite scritto da Saffo per invocare, tramite la dea (appunto) il ritorno a lei d'una fanciulla che l'aveva abbandonata. Lasciano trasparire tanto delicatezza, quanto mitezza di sentimenti.
     - Dei versi bellissimi, mio dolcissimo amore! - disse Reby. Poi mise il braccio destro intorno al collo della compagna, lasciò  cadere il capo sulle sue spalle e si addormentò. Pam, allora, accarezzò con la mano sinistra i capelli dell'altra e riprese a declamare:
     
                                                       Presto giunsero e tu, o beata,
                                                       sorridendo nel viso immortale
                                                      chiedevi: perché ancora soffrire,
                                                            perché ancora invocarla,
                                                   che cosa per me sperare che accadesse
                                                        alla mia folle anima, chi ancora
                                                        persuadere a stare al tuo amore? 

     Infine si fermò e disse tra sé e sé: - Riposa pure, amor mio! - poi, poggiò la testa ed il mento sullo schienale del sedile e chiuse anch'essa gli occhi (senza, però, prender sonno). In prossimità di Brindisi (era il paese di Mesagne, una quindicina di chilometri distante dal capoluogo pugliese) Reby si risvegliò e Pam fece:
     - Ben tornata, bellissima; hai dormito per un po', sai? Hai fatto proprio una bella tirata. Sei stata quasi puntuale, come una sveglia: ci siamo quasi, oramai...Reby, allora, la interruppe (come spesso accadeva le aveva letto nel pensiero), ed esclamò con gioia: - Eppoi la Grecia, che ci aspetta a braccia aperte e noi a braccia aperte l'abbracceremo, vero?
     - Certo, Reby, - rispose Pam, - lo faremo: puoi starne certa e non solo la Grecia abbracceremo!
     Non appena ebbe pronunciate quelle parole, Pam poggiò la mano destra sul viso di Reby, e dopo averlo accarezzato con estrema dolcezza avvicinò la sua bocca a quella della compagna e la baciò. Intanto, la voce dell'altoparlante sul treno preannunciava: "Siamo in arrivo alla stazione di Brindisi, il treno è in arrivo alla stazione di Brindisi, fine..." Pam sovrappose la sua voce a quella - Dolce mio amore, ti desidero come non mai!
     Le due si ricomposero, il treno nel frattempo entrò in stazione a Brindisi. Pam scese per prima, come a Roma (era abbastanza superstiziosa, sin da piccolina), ed entrambe, poi, mano nella mano (come al solito), si avviarono all'uscita. Il tempo era bello (suonavano già le diciotto eppure il sole brillava ancora in cielo come al mattino presto). Pam chiese ad un passante:
     - Scusi, per il porto?
     - Sempre diritto avanti a lei, signorina: dieci minuti di strada e siete arrivate.
     - Grazie, - rispose.
     Le ragazze imboccarono dapprima corso Umberto I°, la grossa arteria che taglia in due il centro cittadino eppoi, all'incrocio con piazza del Popolo, si incamminarono su corso Garibaldi. Appena cinque minuti dopo furono alla stazione marittima, di fianco al Seno di Levante (la parte interna e chiusa del porto); la partenza per la Grecia era prevista per il pomeriggio del giorno dopo, la coda alla dogana, tuttavia, sembrava lunga come l'infinito. Pam fece a Reby:
     - Sai, penso che faremo notte, piantate quì!
     - Non preoccuparti! - ribatté Reby. - In fondo neanche le attese sono fatte per non consumarsi...nulla dura in eterno; eppoi ci aspetta lui, ci aspettano loro: a braccia aperte, vedrai!
     Evidentemente, si riferiva al mare greco che nei giorni successivi avrebbero dapprima solcato e veduto, poi anche annusato, ed anche all'isola di Lesbo che avrebbero finalmente toccato con mano, non solo col pensiero, lei e la compagna. In effetti aveva ben ragione Reby; il tempo di attesa per espletare le formalità dell'imbarco, alla dogana, fu meno lungo del previsto: poco più di un'oretta e mezza e le due erano belle e libere.
     Decisero di pernottare all'aperto, sotto il cielo dell'antica Brundisium (i romani la collegarono direttamente a Roma con le vie Appia e Traiana, punto di arrivo e di partenza dei traffici con l'Oriente: era quì, appunto, che si brindava pria di lasciare le sponde italiche). Piazza Vittorio Emanuele, quella tutta infiorata di fronte alla Capitaneria di Porto e dove, solitamente, i turisti trascorrono le ore precedenti gli imbarchi, era già "sold-out": pullulava, cioé, di sacchi a pelo e bivacchi vari.
     - Santo cielo! - esclamò Reby. - Sembra di essere su un campo di battaglia con tanti morti e feriti sopra!
     Pam, allora, la afferrò per un braccio e le disse:
     - Dai, andiamo, non è mica la fine del mondo! Li c'é una panchina libera, vedi? Ci piazzeremo vicino a quella. Una panchina sulla piazza, infatti, era rimasta (sorprendentemente) proprio sola, soletta...libera ed illesa; miracolosamente scampata all'onda vacanziera della stagione quasi estiva: di certo poco anomala da queste parti. Le due, così, vi si avvicinarono e cominciarono, in tutta calma (ossessiva, quasi certosina e flemmaticamente inglese!), e dopo avervi pure poggiato sopra il resto dei bagagli, a srotolare i sacchi a pelo dentro cui si sarebbero infilate di lì a poco. Erano intanto giunte le ventidue, prima di mettersi a "letto"...per dormire, fecero abbondante cena a base di scatolame freddo (carne, legumi e mais) e birra calda (era talmente calda ed abominevole che una tazza di buon brodo, chissà, soltanto tiepido, sarebbe risultato di certo più consono ed intonato allo scatolame!).
     - E' una cena coi fiocchi! - sarcasticamente esclamò Pam. - Una vera e propria cena "nature"!
     - Sì, lo é! - fece l'altra di rimando. - Vedrai che non la dimenticheremo tanto facilmente né tanto presto!
     La cena non fu certo il massimo e non sarebbe stata indimenticabile ma il tramonto sopra le loro teste...quello, sì, le ripagò abbondantemente delle disavventure culinarie capitategli.
     - Guarda, Pam, quella luna, - disse la "rossa" (alla nera) - e quel cielo stellato, così abbaglianti entrambi...non ho mai visto niente di simile e di così bello, da noi a Windermere: neanche in piena estate o nella notte di San Lorenzo, o in quella dell'ultimo dell'anno!
     La compagna allora annuì, con un breve cenno del capo in avanti, e poi esclamò:
     - Verissimo, neanche io! (risposta ineccepibile ma del tutto scontata, visto che le due abitavano una di faccia all'altra!). Si presero, poi, per mano (la cena era un brutto ricordo, ormai!) e si sedettero per terra: ad osservare all'unisono, ed in silenzio, il cielo sopra le loro teste. Dopo qualche minuto si infilarono nei sacchi a pelo e si addormentarono. Alle sette e dieci Pam aprì gli occhi e svegliò Reby. La piazza era già in fermento: di lì a poco, infatti, avrebbe attraccato al molo grande il traghetto "Filiki Etereia" della compagnia greco-cipriota Paximidis-Zouvanas, la più importante di tutte nel Mediterraneo, con sedi centrali a Corfù e Nicosia (la sua flotta, di proprietà dell'armatore Kristos Karamanlis, conta ben dodici "caravelle" come il Filiki: mostri lunghi centottanta metri, alti circa sessanta - come sei piani di uno stabile - e pesanti centodieci tonnellate e passa!).
     - Sono tutti in ansia! - disse Reby.
     - Lo siamo anche noi, - replicò Pam; - lo siamo più degli altri!
     Alle sette e tredici il suddetto, la...suddetta (mostro o caravella che dir si voglia) apparve all'improvviso, nel porto interno, costeggiando viale Regina Margherita;  -"sembra emerso dalle profondità del mare!" - dissero, allora, ad alta voce, alcuni turisti americani (uno di loro, il più anziano, a occhio e croce, portava sul capo uno stranissimo pastrano da bersagliere con piume bianche sopra): in realtà era entrato nel Seno di Ponente dal canale Cillarese, il quale si trova alla estrema punta occidentale del porto brindisino. Poi si fermò quasi davanti a Pam e Reby; sulla banchina ormeggiò l'ancora in un battibaleno, piazzando la chiglia di prua proprio di fronte alle colonne romane (si ritiene che queste segnassero il termine della via Appia stessa), in prossimità della Capitaneria. Una coppia di russi di mezza età (lui aveva un tatuaggio strano sull'avambraccio destro, la stella di Davide e un'aquila reale dipinta d'azzurro e bianco, lei, invece, portava in testa un basco nero con la croce anarchica rossa dipintavi sopra), si avvicinò a Pam, ch'era rimasta sola (Reby si era allontanata per un attimo), e brindò a vodka e gin; l'uomo, ch'era particolarmente su di giri, dopo di che, ad alta voce esclamò: - Spassiva! Spassiva! Spassiva!
     La ragazza non conosceva il russo ma ugualmente capì ciocché l'uomo aveva gridato: "Grazie! Grazie! Grazie!". Poco dopo Reby raggiunse la compagna e la strinse con vigore tra le sue braccia. Alle dodici in punto (il sole sembrava dovesse spaccare le pietre e...sciogliere i visi dei poveri turisti in attesa!) il portellone centrale del traghetto si abbassò: dapprima cominciarono ad entrare i passeggeri fermi sulla banchina, poi fu la volta dei mezzi meccanici (macchine, camper, tir e quant'altro). Alle quindici "spaccate" prese le mosse (anzi, il mare, come son soliti dire tanto i marinai di lungo corso, quanto quelli di lungo sorso!) con tutto il suo prezioso carico ed armamentario a bordo: tremila passeggeri e cinquecento mezzi meccanici (più due centinaia di "ospiti" extra tra cani, gatti e...qualche pappagallo!). Dieci minuti più tardi, alla velocità di crociera di 11,5 nodi, il mostro (o caravella che dir si voglia) fu già al largo, a Punta Contessa, in aperto mare Adriatico. Reby e Pam erano sul pontile posteriore. La prima fissò l'altra negli occhi eppoi le prese la mano sinistra stringendola. Entrambe restarono per alcuni minuti in silenzio, a fissare il mare che scorreva davanti ad esse. Poi, Pam, all'improvviso disse:
     - Finalmente, ci siamo, mia tenera amante!
     Il viaggio sul Filiki sarebbe durato quasi due giorni (poco più  di quarantadue ore) con due fermate: la prima a Patrasso, sulla costa del Peloponneso; l'altra nel porto del Pireo, ad Atene. A quel punto le ragazze tornarono in cabina, la 777; ordinarono le loro cose e comodamente si sdraiarono sulle rispettive lettighe a riposare. Intorno alle venti e trenta cenarono e alle ventidue in punto, dopo cena, Pam salì sul pontile (Reby, invece, preferì restare in cabina); l'aria era abbastanza frizzante, così decise di tornare in cabina a prendere un gilet e lo indossò mentre si godeva, per qualche minuto, il rumore lieve delle onde e dei flutti sottostanti e il dolce refolo che le accarezzava il viso. Il traghetto, intanto, proseguiva spedito (all'incirca 13 nodi all'ora); da un pezzo, ormai, aveva lasciato il canale d'Otranto e le acque territoriali italiane, passato poi l'isoletta di Fano, nello Ionio, e la cittadina di Saranda (conosciuta anche col nome di Santi Quaranta), lungo la costa meridionale albanese: di lì a poco sarebbe entrato nel canale di Corfù (Kérkyra, possedimento veneziano nel XV°secolo), capoluogo, a sua volta, del nomo omonimo, porto sulla sponda orientale della omonima isola delle Ionie (l'antica Corcira, colonia dei Corinzi nell'VIII°secolo a.C., annessa dai Romani alla provincia di Macedonia). Alle ventidue e trenta le prime luci del porto erano già ben visibili agli occhi dei turisti affacciati sulle balaustre di poppa e di prua: erano molto più che un consueto skyline notturno d'estate...vene che pulsano, sembravano, e riflettori colorati riverberanti sulla chiglia della nave. Tutti erano oltremisura affascinati da siffatto meraviglioso spettacolo e grida estasiate si levavano un po' ovunque. Il quadro di un pittore greco del trecento, anonimo, ben conservato al museo Benaki di Atene, è intitolato (non casualmente) "Luci della baia": a testimoniare la bellezza e la spettacolarità delle luci del porto di notte: nello stesso museo, inoltre, (chissà se casualmente o meno?!) è una icona bizantina del XVI°secolo, anch'essa di autore sconosciuto: raffigurante, invece, una vela colorata di bianco e di azzurro issata sulla fortezza veneziana che sovrasta le colline della città di Corfù. Pam corse in cabina a chiamare la compagna. Non appena le due furono sul pontile di prua, Reby, esclamò: Beh, questo è uno dei migliori spettacoli notturni ch'io abbia mai visto in vita mia!
     Cinque minuti più tardi era tutto finito; il Filiki era già oltre Corfù e proseguì, per un'oretta abbondante ancora, lungo la frastagliata costa che si snoda nel canale ad andatura notevolmente ridotta (non più di 7-7,5 nodi), a causa della conformazione naturale della zona, appunto, e dei fondali molto più bassi delle acque solcate: tuttavia, intorno alla mezzanotte aveva già passato lo stretto. Pam e Reby, intanto, dopo essere tornate in cabina, dormivano a "spron battuto" (sembravano due gattine innamorate, ognuna distesa teneramente sulla propria cuccetta!); da par suo, invece, il traghetto
    ingurgitò, una dopo l'altra (come fosse un rompighiacci polare), le isole di Passo e di Léucade, nello Ionio (quella che fu feudo di casate italiane ed era nota col nome di Santa Maura): quando esso fu, però, in prossimità di Itaca, la leggendaria isola dell'eroe mitologico Ulisse, di colpo si udì un tonfo terribile (sembrava come se il Filiki dovesse colare a picco da un momento all'altro...una infausta riedizione del Titanic: nel Mediterraneo!) e...puff! Di colpo la nave si fermò: molti passeggeri furono svegliati di soprassalto e si riversarono sui pontili. Stranamente, però, tanto Pamela, quanto Rebecca continuarono a dormire (cioè, il rumore non aveva minimamente intaccato le loro corde uditive, pardon il loro sonno: non le aveva affatto svegliate!). La sosta, fortunatamente, durò solamente una ventina di minuti, visto che si trattava d'un guasto e di un inconveniente di poco conto: giusto il tempo di sostituire, infatti, alcuni fusibili ch'erano saltati nella sala macchine provocando un piccolo corto circuito e il conseguente arresto del Filiki. La navigazione, così, riprese tranquilla ma...ad un certo punto Pam si risvegliò anch'essa di soprassalto (certamente non a causa di un guasto meccanico!): fu così scaraventata, con un movimento quasi felino, giù dalla lettiga e in un battibaleno si ritrovò col suo bel cu...sedere per terra. Il tonfo precedente, quello dell Filiki, non l'aveva svegliata ma ora era accaduto, invece, qualcosa di assolutamente straordinario: forse, chissà, un vero e proprio richiamo del mistero, dell'imponderabile o, meglio ancora, dell'imponderabilità misteriosa che racchiude la natura! La ragazza si sollevò da terra e in tutta fretta si rivestì (Reby, invece, dal suo canto continuava imperterrita a dormire!), dopo salì sul pontile di prua. Erano le tre di notte, quasi, nell'aria non v'era neanche un misero refolo di vento né si sentiva volare una emerita mosca. Pam si guardò intorno ma al primo acchito non scorse nulla. Il Filiki, intanto, dop'aver lasciato le Ionie (l'isola di Zante, antica Zacinto, quella natia del poeta Ugo Foscolo, a cui lo stesso dedicò un sonetto, si intravvedeva ancora, in lontananza, quarantacinque gradi a sud-ovest rispetto al traghetto), si apprestava a virare verso est per immettersi nel golfo di Patrasso e circumnavigarlo. Non appena fu giunto dirimpetto a Kato Achaia ed aver puntato di proda, a nord-ovest, Missolungi (la greca Mesologgion che Pam e Reby conoscevano benissimo: colà vi è seppellito, infatti, il poeta e romanziere romantico-libertario George Gordon, lord Byron, di stirpe inglese e nobile discendenza), Pam volse lo sguardo suo al cielo vedendovi un enorme bianchissimo albatro che si stagliava innanzi a lei e stava volando veloce sopra la sua testa; la ragazza, d'altronde, non avea mai veduto un così grande uccello: la sua apertura alare, infatti, rasentava quasi i quattro metri. Non era un sogno, ma immaginifica seppur misteriosa realtà. Pam, così, sbiancò in volto: le sue guance presero lo stesso colore dell'uccello; poi si riebbe ed esclamò: - Uaoooh! 

     Anticamente, l'albatro era ritenuto un animale sacro dai naviganti di ogni mare e di tutti gli oceani del globo, una sorta di metronomo volante, tanto per chiarire: la sua apparizione, infatti, preannunciava tempesta e li metteva, pertanto, sul "chi vive". Lo stesso poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge, che Pam e Reby conoscevano benissimo, del resto, ne parlò (un secolo e mezzo prima...decade più, decade meno) in un suo noto romanzetto dal titolo "La ballata dell'antico marinaio". 
    In quel caso l'autore porta alle estreme conseguenze "l'apparizione" stessa: l'uccello verrà ucciso dal membro dell'equipaggio d'un vascello (il vecchio marinaio, appunto)...e simboleggia, quel gesto, un solo unico ed insano atto che distrugge l'unità preesistente al mondo; il millenario ed ancestrale equilibrio creato dalla natura stessa piuttosto che dall'ordine naturale delle cose. Ma quella notte, però (e fortunatamente!) non andò così; la realtà è ben diversa sul Filiki (o meglio, sopra la testa di Pam)...
     Infatti, dopo qualche minuto trascorso in uno stato di quasi incoscienza, la ragazza tornò in cabina: non seppe spiegarsi quella strana seppur meravigliosa apparizione, la quale l'avea quasi stregata, addirittura ammaliata, né il precipuo motivo per cui si fosse svegliata all'improvviso dal suo sonno, nel bel mezzo della notte. Si sdraiò, tuttavia, sulla lettiga e si rimise a dormire: lo fece digiuna di risposte ma di buona lena. Alle cinque e trentacinque in punto, finalmente il Filiki toccò terra ammarrando nel porto di Patrasso (capoluogo del nomo di Acaia, nel Peloponneso settentrionale, essa fu colonia romana col nome di Colonia Augusta Aroe Patrensis). Il sole, nonostante l'ora, era alto già all'orizzonte e i raggi suoi, invece, bruciavano il viso come fossero un ferro da stiro (la temperatura, infatti, rasentava abbondantemente i trenta gradi!). La sosta sarebbe durata quasi quattro ore. Pam e Reby salirono sul pontile. Intanto, alcuni mezzi, soprattutto grossi tir carichi d'ogni cosa e diretti verso l'interno, sbarcarono sulla banchina del molo nuovo; identica cosa stavano facendo moltissimi passeggeri a piedi: il richiamo del porto e delle bellezze della città, evidentemente, era per tutti quanti fortissimo! Reby disse all'altra:
     - Finalmente un po' di riposo, ne avevo proprio un gran bisogno, sai?
     - Ehi, cucciola, - replicò, allora Pam; - cosa dici mai? Parli di riposo: proprio tu che hai dormito di filato tutta notte. Ah! Ah! Ah! 
     - Sì, hai ragione, come sempre, amore mio, ma mi sento davvero un po' strana, sai?
     - Certo, ti capisco, - rispose allora l'altra, - sarà forse, chissà, colpa del fuso orario o del jet lag...(era una battuta ironica, ovviamente!). A quel punto Reby si avvicinò a Pam e la baciò, senza preavviso, sulla bocca. Poi le disse, ad alta voce:
     - Sbrigati, dai, lumaca: è ora di andare! (In effetti, le due avevano in programma di fare un bel giro in città ma...doveva attendere anche quello).
     - Ancora un attimo, ti prego! - fece Pam. - Ho da scrivere alcune cose.
     La ragazza, così, estrasse il suo taccuino dal tascapane color marroncino che portava sempre a tracolla (non si separava mai da quello: lo teneva con sé anche quando dormiva, a volte!) e scrisse un pensiero su Patrasso: "Questa mattina, alle ore cinque e trentasei, abbiamo attraccato nel porto di Patrasso. Il traghetto è fermo sulla banchina. La vista, ai miei occhi, è singolarmente limpida e le montagne distanti (la città, infatti, si trova ai piedi del gruppo montuoso del Panacaico) si proiettano su uno strambo ed enorme cumulo di nembi colorato d'azzurro scuro: essi sembrano, addirittura, il loro specchio interiore...".

     - Ancora? - chiese a quel punto Reby. - Quanto ci metti? Su, dai, andiamo. Ma cosa hai scritto? Non penso proprio sia un trattato di parapsicologia o di metempsicosi...ma dev'essere tanto lungo ugualmente visto il tempo che ci hai messo a scriverlo!
     - No, certo! - fece Pam. - Sai, cara, mi sembri davvero molto arguta in questo periodo: non sarà tutta colpa degli ormoni in subbuglio? Oppure, chissà, delle fasi  lunari di traverso? Ma dopo te lo dirò, forse, se vuoi... - si fermò un attimo eppoi riprese a parlare:
     - anzi, credo proprio che non lo farò affatto! E' il mio diario, in fondo, questo, bellissima: non lo leggerai mai; non te lo farò mai leggere neanche dovessimo vivere mille anni, io e te. Neanche tu puoi farlo, a questo mondo e in questa vita! 
     - D'accordo, Pam, andiamo allora: non abbiamo molto tempo!
     Reby, così, si avvicinò alla compagna e li mollò un'altro bacio: questa volta sulla guancia sinistra. Pam, in tutta risposta, sorrise senza dir nulla. Le due, poi, mano nella mano (proprio come due fidanzatine provette!) si avviarono finalmente all'uscita: le aspettava il sostanzioso giro turistico ed un...incontro alquanto inatteso. Le bancarelle sulle banchine del molo vecchio "Kariskaki", quello opposto all'altro, vicino al faro, intanto già pullulavano di clienti, indaffarati a comprare oggetti e souvenir d'ogni sorta, mentre le grida degli ambulanti simpaticamente si sovrapponevano a quelle dei pescatori. Pam allora pensò, fra sé e sé: 
     - Caspita, la vita ricomincia presto da queste parti!
     Dopo di che si avvicinò ad una bancarella ed acquistò alcune cartoline illustrate di Patrasso. - Ho da scrivere un po', - disse rivolgendosi alla compagna.
     Reby, così, ridacchiando fece:
     - Ah! Ah! Ma non mi dire; come se fosse una cosa strana, questa. Sei tu, in fondo, l'intellettuale tra noi due, io so a malapena leggere!
     Pam, in realtà, scrisse ad alcune ex compagne del college: dop'averlo fatto e dopo averle affrancate, imbucò le cartoline nella buca di fianco al "Central Bar", sulla piazza Anteras. E poi...si avvicinò a Reby, la guardò dritta negli occhi, per un sol attimo, e le disse: - Ho finito! Infilò, poi, il suo braccio sinistro in quello destro dell'altra ed insieme si avviarono. Salirono su per la scalinata Aghiou Nikolau, famosissima strada pedonale che si inerpica, coi suoi centonavantadue gradini, sino alla città vecchia, dove comprarono un mazzo di rose bianche da un bambino cipriota, (circa nove o dieci anni), che le vendeva ai turisti per due dracme l'uno: fu una passeggiata romantica, quella, con le due mano nella mano, svoltasi su strade lastricate di pavé azzurro e bianco (i colori della bandiera di Grecia), costeggiando alcuni grandi e colorati palazzi neoclassici, simbolo del glorioso passato della città, sino a quando...

     
  • Come comincia:                                                  Deve mangiar viole del pensiero, l'avvoltoio? 
                                                     Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
                                                     Che muti pelo? E dal lupo? Deve
                                                     da sé cavarsi i denti?
                                                     Che cosa non vi garba
                                                     nei commissari politici e nei pontefici?
                                                     Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
                                                     sullo schermo bugiardo?
                                                     Chi cuce al generale
                                                     la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
                                                     trancia il cappone all'usuraio? Chi
                                                     fieramente si appende la croce di latta
                                                     sull'ombelico brontolante? Chi intasca
                                                     la mancia, la moneta d'argento, l'obolo
                                                     del silenzio? Son molti
                                                     i derubati, pochi i ladri; chi
                                                     li applaude allora, chi
                                                     li decora e distingue, chi è avido
                                                     di menzogna?
                                                     Nello specchio guardatevi: vigliacchi
                                                     che scansate la pena della verità,
                                                     avversi ad imparare e che il pensiero
                                                     ai lupi rimettete,
                                                     l'anello al naso è il vostro gioiello più caro,
                                                     nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
                                                     consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni                                                                   ricatto troppo blando è per voi.
                                                     Pecore, a voi sorelle
                                                     son le cornacchie, se a voi le confronto.
                                                     Voi vi accecate a vicenda.
                                                     Regna invece tra i lupi
                                                     fraternità. Vanno essi 
                                                     in branchi.
                                                     Siano lodati i banditi. Alla violenza
                                                     voi li invitate, vi buttate sopra 
                                                     il pigro letto 
                                                     dell'ubbidienza. Tra i guaiti ancora
                                                     mentite. Sbranati 
                                                     volete essere. Voi
                                                     non lo mutate il mondo.
                                                     (da: Difesa dei lupi, 1957).
                                                     

     Qualche giorno fa Confcommercio ha dichiarato: - Serve liquidità! A ruota le banche hanno tuonato: - Serve liquidità per le imprese! (Mi domando cosa faranno adesso i carognoni di Confindustria, sorella maggiore, ma non meno subdola e diabolica delle tre? Penso, tuttavia, che non mancheranno di far sentire in breve la loro voce!). D'altro canto, Fontana (presidente "emerito"...di regione Lombardia) ed il premier Conte (amatissimo, a quanto pare, in questo scorcio di anno che prelude alla bella stagione, da dolci pulzelle di ogni età in ogni dove della penisola: il fascino degli "anta", si sa, non passa mai di moda!), non perdono occasione di farsi le coccole come due fidanzatini di primo pelo; anzi, direi proprio che giocano ancora a mosca...farsi i dispettucci, come due scolaretti discoli (o due "pischelli cattivi", come affermerebbero in tutta franchezza all'ombra del colosseo!). Il più saggio di tutti, però, come al solito, quello che dalla massa si eleva oltre che dalla mediocrità, dall'ovvio e dalla meschinità in questo delizioso marasma di buone intenzioni, è  come al solito lui, "Giggino fuoricorso" il quale di cognome fa Di Maio, esimio ministro del lavoro (neanche ad interim, per fortuna!): - Estendiamo il diritto di voto ai sedicenni - ha dichiarato il bellimbusto partenopeo, - in fondo anche loro lavorano e pagano le tasse! - Diciamo che il ministro caro a ben ragione si eleva su tutti e tutto: infatti, lui è avanti di una lunga spanna su ogni cosa, è proprio in...già in campagna elettorale! Ma in fondo, tutto quello che importa è una cosa soltanto, anzi, sono ovvie le cose che van ripetendo e riportando tutti da mane a sera e  nottetempo (dalla tele di stato a quelle private, dalle radio ai media, dai social ai blog d'ogni specie ed alle pubblicità d'ogni tipo...finanche lo si trova scritto sulle pareti delle latrine dei cinema di quart'ordine...ma no, lì non può essere: sono chiusi per decreto!) a bella chioma ed a tutto spiano: "resta a casa", "andrà tutto bene", "ricominceremo insieme", "ognuno deve fare la sua parte", "siamo sulla stessa barca" e...bla, bla, bla! Sia chiaro, io sto facendo la mia parte, come tutti, e mi taglierei una mano se potessi, lo farei se servisse a cambiare lo stato delle cose, ma...non stiamo sulla stessa barca, cari signori: io non sto sulla stessa barca degli sciacalli (anche se a me piacciono tantissimo gli animali ed adoro la natura), con quelli sciacalli sciagurati che hanno giocato con la vita e con la morte di tanta gente...semmai dovessi scegliere, semmai fossi costretto a farlo e mi trovassi, in vita mia, da solo e naufrago su una barca in mezzo all'oceano infestato da voracissimi squali, ebbene preferirei gettarmi in mezzo a loro; semmai io sto coi familiari delle vittime di questo virus maledetto, le uniche incolpevoli; anzi, lo sono fermamente. La loro colpa è soltanto stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (da ragazzini avremmo detto che "non hanno avuto culo!") e paradossalmente...addirittura la loro colpa (se di colpa si possa parlare o definirla), ancor più "incolpevole" è quella di essere degli esseri umani, come me possedenti la peculiare caratteristica ed univoca della finitudine! Non è andata bene per niente: ventimila morti (soltanto in Italia: al momento in cui scrivo quest'articolo le cifre staranno variando!) gridano già vendetta (e non è ancora finita, purtroppo!), cazzo! Tante volte penso, tra me e me, quanto sia dovuto al caso e quanto, invece, alla indecisione ed al lassismo delle istituzioni locali e nazionali. Tante volte penso, tra me e me, che è molto probabile che molte di loro siano morte a causa di interessi oscuri o "altri" (diverse testate giornalistiche hanno messo in luce l'interesse che diverse multinazionali, tanto italiane quanto elvetiche, operanti nella Val Seriana, avessero a non chiudere e le loro pressioni fatte sulle autorità politiche dei suddetti luoghi a non dichiarare la "red zone" sin da subito, come del resto avvenne per l'Emilia-Romagna!). E mi domando, soprattutto: perché? per cosa? per chi siano morte quelle persone? Questa volta non è permesso neanche trincerarsi dietro il solito intercalare bergamasco che suona in questo modo: "per la patria"! Né possiamo, per ora, appuntare medaglie sul petto dei superstiti, dei familiari dei "caduti", pardon delle incolpevoli vittime d'una immane tragedia (tra qualche mese, o un anno o due, forse, chissà!). E dire che i bergamaschi (non solo quelli della valle sul fiume Serio, o di Alzano, o di Nembro: località divenute tristemente famose in queste settimane), come i bresciani, o come i lodigiani del resto (a Codogno, la "ground zero" italiana, ci fu il primo infettato in assoluto - quello ufficiale, visto che i dati ufficiosi, ovvero quelli che nessuno, purtroppo, conoscerà mai, raccontano di "polmoniti sospette" avvenute già in dicembre!) abbiano un diavolo per capello (o tra i capelli, per coloro che non sono affatto parvicrinuti!) è davvero un eufemismo ma...c'è l'hanno, eccome se c'è l'hanno; ma non solo quello, purtroppo, visto che accanto alla rabbia, il dolore non si sopirà mai: esso convivrà con le (e nelle) loro vite in aeternum! Mi sovviene ora quanto dichiarato, ad un giornale on line (credo fosse Bergamo Prima), un paio di settimane orsono, da un cittadino del capoluogo bergamasco: - Non dimenticherò mai quella notte maledetta: ho visto settanta camion dell'esercito passare sotto la mia finestra ed eran tutti pieni di bare...ho pianto per tutta la notte! - Quella persona si riferiva a quanto accaduto nel "giorno dei giorni", quello tristemente famoso per i 900 morti, a cui seguì (evidentemente) una notte da tregenda, funerea appunto, funebre; la paragonerei, con le dovute cautele storiche del caso, intendiamoci, a quella del 30 giugno 1934: la "notte dei lunghi coltelli", avvenuta in Germania ed in cui furono bruciate sinagoghe, sedi di partito e di giornali oltre che un numero imprecisato di uomini!. A me vengono i brividi, quando ci penso (a partire da dietro il collo scendono giù giù fino ad arrivare al buco del culo!)...e quando penso che ciò che è accaduto nelle zone del nord Italia, Lombardia in primis (e sta ancora accadendo, purtroppo, nel mentre scrivo questo articolo!), sarebbe potuto accadere in Puglia, la mia regione (fortunatamente, essa è una delle regioni che s'è l'é cavata meglio, tutto sommato, o meglio è riuscita a limitare i danni da "virus", se così si può affermare: se quasi quattrocento morti siano pochi danni o meno!) o ancora a Taranto (la mia città); mi vengono i brividi se penso che tra tutti quei morti avrebbero potuto esserci i miei genitori (per fortuna, però, loro sono andati via tempo fa, per cause naturali, altrimenti, chissà, sarebbero potuti morire in una rsa!), o un mio amico, o un collega di lavoro, o forse (chissà) chiunque altro! Non è andata bene, non andrà bene per niente...troppa faciloneria, troppa retorica, troppo ottimismo a buon mercato (non basta per coprire azioni sbagliate, decisioni prese in ritardo...tutto quello che ha causato lutti e sofferenze ovunque!):  NADA SERA COMO ANTES! Quando tutto finirà (se finirà: in Cina, ad esempio, dopo che le autorità hanno saputo circoscrivere il virus nella zona di Wuhan, parlano già di nuovi casi "importati"!) il governo nostrano (come tutti i governi del mondo, del resto) si prenderà (si prenderanno) meriti che non ha avuto (anche per coprire sue mancanze indubbie: lasciamo stare, ad esempio, alcune decine di vittime - poca cosa, del resto, rispetto alle ventimila di cui sappiamo - nelle case di detenzione durante le rivolte messe in atto nelle scorse settimane: quattordici, quindici, ventidue, ventisei...molti detenuti, secondo le versioni ufficiali, sarebbero morti per eccessiva ingestione di psicofarmaci!). Ma il gioco sporco (al massacro, sarebbe il caso di dire!) sulla pelle dei cittadini continuerà; il gioco sporco e subdolo del capitalismo, del denaro, della produzione massificata, della economia e della politica: nel mentre sto scrivendo giungono notizie sugli scontri "verbali" e le divergenze delle forze politiche nostrane tanto in ambito parlamentare nazionale, quanto in ambito parlamentare europeo (molti governatori, ad esempio, spingono per la riapertura di fabbriche ed altre attività produttive, commerciali e turistiche, c'è chi paventava, settimane orsono, la riapertura di scuole e chiese, sic!); nel mentre sto scrivendo giunge la notizia (vera e no fantastica...orwelliana, direi!), già nell'aria da diverse settimane, della app sulla immunità (ovvero, rintracciare, attraverso le celle telefoniche e le app degli smartphone eventuali contatti "infetti"!)...e per fortuna che non sia, essa, obbligatoria (e per fortuna, direi, che io stesso non possieda uno smartphone ma un vecchio cellulare!). Orwell, docet, mi viene da affermare: quale lucido profeta fu il grande scrittore britannico, che nel suo romanzo per "antonomasia" (1984), paventò un "controllo sociale" sulle vite di ogni uomo, frutto di insicurezze, paure generate dal sistema stesso e dagli uomini che di quel sistema - volenti o nolenti che siano, poco importa - fanno parte. In conclusione di questo articolo mi chiedo se nessuno mai, soprattutto tra i politici nostrani, abbia rivolto, tornando a casa, un pensiero alle vittime della pandemia (in modo del tutto spontaneo e sincero, sia chiaro, non perché dettato dal luogo o dal fare comune, di circostanza, svestendo per un attimo i panni parlamentari ed istituzionali), a quelli che non ci sono più? A coloro che sono andati via, magari, per colpa del loro stesso lassismo, di inefficienza e, nessuno sa (purtroppo) di quant'altro o di cos'altro? Io non sono un boy-scout cresciuto né un prete, non sono un santo né un eroe (anche se "l'Italia è la terra di santi, di eroi, di navigatori e di poeti", recita un vecchio adagio...ma è anche quella - ahimé - di Giordano Bruno, che fu arrostito al rogo per volere della santa Inquisizione ed oggi lo è, anche e soprattutto delle ventimila morti di coronavirus!): non lo sono mai stato, non è nelle mie corde esserlo né mi interessa, a dire il vero; non sono di quelli che ha suonato, suona o suonerà l'inno di Mameli dal balcone (flash moab indecoroso, a onor del vero!), nè (tanto meno) vi espone il tricolore (nel 1982, quando i "ragazzi" di Bearzot trionfarono nella notte del Bernabeu, piansi e non poco: ma quì non si tratta di festeggiare né di essere orgogliosi per qualcosa e di qualcuno, ma solo di essere consapevoli, di fare la conta esatta dei morti e una stima accurata dei danni!); sono soltanto un uomo, tra dieci e 100 mila e non chiedo perdono a nessuno di esserlo. Nel sottotitolo a questo mio articolo ho posto i versi di una poesia del noto scrittore tedesco (ma anche poeta, appunto, nonché saggista, critico, drammaturgo, etc.) Hans-Magnus Enzensberger, a dire il vero duri, veri e crudi, direi, ma voglio chiuderlo col titolo di una nota canzone di Elton John, CANDLE IN THE WIND (candela nel vento è la traduzione letterale in italiano), che il cantautore britannico suonò in occasione della veglia funebre della principessa Diana, nel 1997: non è un controsenso, questo, ma è soltanto essere il mio essere "uomo" a tutto tondo. La rabbia, prima (coi versi di Enzensberger) eppoi il rispetto per la morte, per chi non é più tra noi: candela nel vento...noi tutti siamo come la fiammella di quella candela, null'altro!

    Taranto, 17 aprile 2020.

     
  • 17 aprile alle ore 9:21
    Fronte del porto

    Come comincia:  Alcuni giorni fa ho visto un ragazzo di colore che discuteva animatamente con due poliziotti (- sarà del Gabon? - mi sono chiesto dentro di me. - O forse, chissà, è nigeriano? Ma no, dai, sarà di San Fernando de Monte Cristi oppure di Fort-de-France...ma che importa, in fondo, di dov'é!). Ho assistito alla scena, dall'altro capo della strada. Non  sapevo perché i tre discutessero; quando tutto è finito e i due poliziotti si sono allontanati a bordo della loro auto, ho fatto un fischio al ragazzo e li ho fatto cenno di fermarsi. Mi sono avvicinato a lui (come me, non indossava la mascherina: ma che importa, mi son detto ancora, -forse, è un pazzo, un lucido pazzo come me, o magari soltanto uno di quelli che ha capito tutto, chissà: che ha capito come stanno realmente le cose...chi ti vuol fregare e pensa solo a far rispettare i decreti e chi, invece, ti vuole realmente bene!) e senza neanche chiederli come si chiamasse (forse si chiamava Charles, o forse, chissà, Manuel oppure semplicemente Johnny...ma che importa, in fondo, come si chiamava!) ho battuto un "cinque" sulla sua mano (- chi se ne fotte del virus, chi se ne fotte del decreto! - ho pensato dentro di me.) e gli ho detto: - Ehi, man, va per la tua strada!

    Taranto, 17 aprile 2020.

     
  • Come comincia:                                               Chi ancora persuadere a stare al tuo amore?                                                                    Chi ti offende? Se infatti fugge presto ti cercherà,                                                              se non vuole doni, te ne farà, se non ama, presto amerà  

    Pamela e Rebecca, due giovani musiciste inglesi (l'una pianista, l'altra suonatrice di contrabbasso), erano amiche inseparabili sin dall'infanzia, vissuta insieme e spensieratamente a Windermere, la più frequentata stazione di soggiorno della regione dei Laghi o Lake District (contea di Cumbria), situata tra le boscose colline del lago omonimo.

     E Windermere, incantevole quanto tranquilla cittadina di appena ottomila anime, è famosissima in tutto il mondo per essere stata, nella prima metà del XIX°secolo, la capitale del romanticismo inglese. La "prima generazione" di poeti e scrittori romantici, infatti, (da William Wordsworth a Robert Southey, da Samuel Taylor Coleridge a Charles Lloyd, Johnny Wilson, Thomas de Quincey, etc.) si riunì e visse in questi luoghi della Scozia sud-occidentale (oltre a Windermere ci sono altri piccoli paesini sparsi nella regione: Ambleside, Hawkshead, Coniston, Patterdale, Keswick, Grasmere, Cokermouth, Kendal), meravigliosamente amèni e incontaminati nonché dalla primordiale natura e semplice che tanto li ispirarono nel loro scrivere e declamare versi.

     Le due ragazze "nutrirono" la loro adolescenza e gli anni seguenti al college (frequentato anch'esso insieme a St. Alban' s, nella contea della Greater London) di poesia, soprattutto, ed idilliaca natura. Già a dodici anni, tuttavia, avevano cominciato a cercarsi per simpatia ed affetto ma anche per qualcos'altro. Un giorno di settembre, infatti, prima di partire per il college, quelle sensazioni, e quei desideri, e quelle pulsioni  sino ad allora rimaste velate e inespresse, uscirono finalmente allo scoperto: Pam e Reby (i rispettivi diminutivi con cui erano chiamate in famiglia), durante una gita in barca a Belle Isle, isoletta al centro del lago ad appena tre miglia da Windermere, si baciarono voluttuosamente, prima, eppoi si accarezzarono sensualmente, si amarono e possedettero perdutamente, eroticamente e omosessualmente. Tornate alle rispettive abitazioni, decisero tuttavia di non riferire nulla dell'accaduto ai propri genitori; di tenere, cioè, nascosto il loro amore sicure che quelli non avrebbero compreso né tanto meno accettato il fatto (le famiglie di entrambe, infatti, appartengono all'alta aristocrazia borghese e nobiliare britannica, legata a logori ed antiquati schemi mentali quanto a principi perbenisti e retrogradi): fino a quando i tempi li avrebbero consentito di fare il contrario. Partirono per il college due giorni dopo, col rapidissimo delle British Railways Harrogate-Leeds-Londra e lo frequentarono insieme per quattro lunghi anni (Pamela studiò letteratura greca e pianoforte; Rebecca, invece, scienze naturali e contrabbasso); facendolo, inoltre, senza mai rivelare a nessuno il segreto condiviso, che le teneva unite in quel momento particolare (quasi come fosse un doppio filo d'étamine, tanto rado ma al tempo stesso talmente congiunto da mostrare di netto la sua trama all'occhio che lo osserva) e che le avrebbe tenute poi assieme per tutta la vita, né mai mostrare ad anima viva le loro tendenze omosessuali e la loro passione "incestuosa e contronatura": una prova eccezionale di carattere, coraggio e determinazione, nonché di forza d'animo, maturità ed abnegazione ma anche, e soprattutto, una immensa prova d'amore. Il giorno della consegna dei diplomi, però (sarebbe caduto in un sabato di metà maggio), le due ragazze decisero che fosse arrivato il momento di cambiare lo stato delle cose e rivelarsi al mondo ed alle proprie famiglie. E così avvenne, infatti! 
    Il padre di Pamela, David Flint (tipo brizzolato sulla cinquantina, aria da baronetto e pipa perennemente in bocca), arrivò sulla sua Jaguar B18 serie Uno color ruggine insieme alla moglie Prudence (donna di mezza età, elegante di portamento, ben vestita e ben...assortita) direttamente da Newcastle dove entrambi avevano trascorso i giorni precedenti (lei partecipando ad un torneo di bridge, invece lui ad un raduno del club della "caccia e della giarrettiera", associazione filantropica, filoaristocratica e ultra conservatrice, nata con l'intento di promuovere in tutto il Regno Unito l'arte venatoria, appunto; oltre a far rivivere lo splendore coloniale dell'impero britannico, rievocandone gesta e imprese passate). Erano le dieci in punto, la cerimonia sarebbe cominciata a mezzogiorno. Pamela attese il padre nella hall dell'aula magna e quando lo vide entrare, insieme alla madre, si avvicinò ad essi notevolmente sbiancata in volto. L'uomo, allora, chiese: - Figliola, siamo forse inaspettati? Sembra tu abbia visto due fantasmi!
     In effetti, la ragazza era abbastanza tesa, no per la consegna dei dilplomi ma per ciò che lei e la compagna avrebbero rivelato, di lì a poco, alle rispettive famiglie. 
     - No, papà, - rispose (quando era nervosa, come in quel caso, lo chiamava per esteso e no "pà"!). - Non preoccuparti, è soltanto l'ansia per oggi: tu è la mamma non avete colpa!
     Era poco sincera, evidentemente: in cuor suo sapeva benissimo ciò a cui andava incontro. I tre, intanto, s'avviarono nell'aula magna (già gremita in ogni ordine di posto, nonostante l'orario) e si sistemarono nella penultima fila sulla destra rispetto al palco, sedendosi sulle poltrone centrali. Nel frattempo Rebecca aspettava ancora i genitori per strada: seduta su una panchina nella Main Street, la via principale di St. Alban's, ch'é tutta inghingherata di pini e lecci e dove si affacciano, a sud il Quirkej Castle, casatorre del secolo XV°, a nord il Cashel Palace, palazzo georgiano del 1730 rimodernato, ora albergo quadristellato (della catena Donovan's&Mc Allister, con sedi sparse in tutto il Regno Unito), con tanto di piscina olimpionica annessa e duecento stanze ultralux, un tempo sede dell'arcivescovado. Dietro, invece, in Dominic Street, di fronte a un grande drugstore abbandonato, sono le rovine del St. Dominic's Friary, chiesa domenicana del secolo  XIII° con torre sulla crociera. Alle undici e trentasette anche i genitori di Rebecca finalmente giunsero (per loro disgrazia, un ingorgo sull'autostrada, tra Cheltenham e Aylesbury, nei pressi di Oxford, a trentacinque miglia da St. Alban's, li aveva rallentati). La madre Frances (della dinastia Rotschild), una donna energica seppur minuta, abbastanza simpatica sui quarantacinque (capelli lunghi e ricci, volto ben truccato, orecchini di perla verdi e rossi portati a mo' di ciondolo ed un diadema di brillanti a diciotto carati a bella mostra sul collo), aveva un diavolo per capello (anzi, sui capelli visto che ne aveva tantissimi!) ed uscendo dalla macchina, una Triumph "Madeira" color caffelàtte, gridò con foga al consorte (Benny Nunn, V° baronetto della dinastia Nunn-Westmoreland), tipo robusto, circa cinquant'anni, coi capelli fulvi e una strana voglia a forma di fragola stampata vicino all'orecchio destro:
     - Diamine, Ben, era ora che arrivassimo, ancora un po' e avremmo fatto in tempo a ripartire senza neanche aver disfatto le valige né visto nostra figlia diplomata!
     La donna aveva ragione: in effetti, mancavano pochi minuti appena all'inizio della cerimonia. Rebecca si avvicinò ai due di corsa (nel frattempo il padre aveva posteggiato la macchina di fianco all'entrata della scuola) e rivolgendosi al padre disse:
     - Papà, come mai così in ritardo?
     - Sai, Reby, - rispose l'uomo, - i contrattempi sull'autostrada sono sempre in agguato!
     - Va bene, - fece la ragazza, - entriamo pure, mi spiegherai dopo, se vuoi!
     I tre entrarono nell'aula magna e si posizionarono (questione di coincidenze fortuite oppure, chissà ?!), manco a farlo apposta, dietro i genitori di Pamela, seduti già da un pezzo insieme alla figlia. Non salutarono, però, i Flint (le due famiglie, oltre a essere dirimpettaie sulla Donovan Street, a Windermere, - le ville di entrambe, anzi, sembrano essere incollate tra loro col nastro adesivo, per quanto sono vicine! - si conoscevano da immemore tempo). La cerimonia cominciò ed il rettore, John Dumbar, professore emerito di scienze naturali (laureatosi ad Oxford nel 1971 con una dissertazione sui coleotteri della Tanzania!), tipo grassoccio ma distinto, sui sessanta ben portati, originario di Lizard, estrema punta nord della Cornovaglia, prese a parlare.
     - Signore, signori, genitori tutti, allieve ed allievi: grazie di essere quì, quest'oggi. E' la 399^cerimonia di consegna, questa - (il St. Alban's è uno dei college più vecchi del Regno Unito: il quinto per "età" dopo i sommi Oxford e Cambridge, Eton ed Edinburgo) - ed è davvero speciale perché cade ad un anno esatto dal 400°anniversario della nostra gloriosa scuola e...bla, bla, bla, andando avanti ancora per altri tredici noiosi e interminabili minuti (lo furono, evidentemente, soprattutto per Pam e Reby!). Dopo di che cominciò a chiamare sul palco, uno per volta, gli studenti (lo faceva, usanza atipica della scuola, per nome e no per cognome), fino a che venne il turno di Pamela, chiamata per prima rispetto alla compagna. Al termine della cerimonia nell'aula antistante a quella posta di fianco alla sala mensa, di solito usata per conferenze ed eventi affini, venne offerto ai convenuti un brunch a base di tartine (con burro, salmone e caviale), aperitivi vari (sherry e vermouth bianco), yorkshire pudding (budino caldo) alla vaniglia e macedonia. Tutto si svolse nel breve lasso d'una ventina di minuti: dopo di che ognuno fece ritorno alle proprie abituali attività. Pam lasciò i genitori e corse da Reby; dopo averla raggiunta, la fissò per un attimo negli occhi eppoi le prese le mani ed esclamò raggiante: - E' il momento! 
     Così entrambe (tenendosi per mano) tornarono in fretta dai loro genitori i quali, nel frattempo, avevano preso a discorrere vicino alla macchina dei Flint, posteggiata di sbiego davanti ad una cabina telefonica e poco distante dalla scuola, sulla Chelmsford Road. Pam, che ancora teneva per mano la compagna (con la sinistra stringeva la destra di Reby, nella destra portava una cola chiusa), fu la prima a parlare rivolgendosi alla madre Frances:
     - Sentite, - disse, - noi due abbiamo da dirvi una cosa...; non appena ebbe pronunciate quelle parole il padre di Reby fece con tono baldanzoso ed allegro:
     - Ah! Ah! Abbiamo capito, ragazze, vi servono dei soldi, volete fare un bel viaggetto, eh?
     - No, non credo pà, - disse questa volta Reby, - sembra che non abbiate capito nulla!
     - Allora spiegatevi meglio, su vìa, fatelo per favore: siamo tutti orecchie, pronti ad ascoltarvi, - fece il padre di Pam, rivolgendosi ad entrambe.
     - Sapete, - fu nuovamente Pam a rispondere, - io e lei, io e Reby... - si interruppe appena un attimo, colta dall'emozione, eppoi riprese a parlare (lo fece in modo molto diretto ed alquanto esplicito), - insomma, io e Reby ci amiamo; sì, siamo amanti! Sono quasi quattro anni che lo siamo e stiamo insieme: questa è la realtà delle cose, è l'unica ed inequivocabile verità!
     (Tutto era accaduto, infatti, durante quella "capatina" a Belle Isle, l'isoletta poco distante da Windermere, dove le ragazze erano state quattro anni addietro, poco prima di partire per il college: lì avevano scoperto di amarsi ed avevano fatto l'amore per la prima volta; da allora erano diventate oramai una cosa sola...come due corpi separati e avvolti in una gigantesca anima!).
     - Cooosa? Ti rendi conto di quello che hai detto e di ciò che state facendo, voi due? - Esclamarono tutti e quattro (cioé, i genitori di entrambe) in coro, anzi, all'unisono, come se avessero un megafono incorporato e fossero collegati tra loro con un filo elettrico ed una spina attaccata ad una presa di corrente. 
     - Certo che mi rendo conto: stiamo facendo la cosa giusta! - replicò Pam con decisione. (Era determinata, la ragazza, come non mai...per far valere le sue ragioni: molto più di qualche minuto prima!). - Sono perfettamente consapevole e del tutto in me, non mi sono fatta di nulla e non ho bevuto neanche un vermouth né una semplice e schifosissima camomilla, sappiatelo!
     Dopo aver ascoltato quelle parole, il padre di Pam si avvicinò alla figlia con piglio ben deciso e poco amichevole, e senza pensarci su neanche un attimo le mollò un ceffone sulla guancia sinistra: l'impronta delle fede nuziale era ben visibile ma lei...la ragazza, però, replicò a quel gesto violento ed inconsulto del genitore con parole altrettanto eloquenti:
     - Sai, pà, - fece, - (lo aveva chiamato così, questa volta e no papà come quando era nervosa: quindi era abbastanza calma e lucida) - non avresti mai dovuto farlo. La state prendendo davvero molto male, tutti voi, ma lo sapevamo, io e Reby; eravamo certissime che sarebbe successo: tantissime volte abbiamo immaginato, io e lei, che sarebbe andata a finire così.
     - Ma dai, su, Pam, non scherziamo! - disse la madre di Reby. - Avete soltanto diciassette anni, siete ancora delle ragazzine, in fondo, e... - la stessa Reby, allora, la interruppe con veemenza e fece:
     - No, mamma, ne abbiamo già diciotto, l'avete dimenticato? (Entrambe, infatti, chissà se per ironia della sorte oppure a causa di semplici coincidenze astrali, avevano festeggiato il compleanno della maggiore età un settimana prima della consegna dei diplomi; entrambe, cioé, nate sotto il segno astrologico del toro, il sette maggio: come se fossero delle gemelle siamesi venute però al mondo da genitori e in famiglie differenti).
     - E' proprio come dici tu, Reby, hai perfettamente ragione! - esclamò il padre di Pam, questa volta, anticipando tempestivamente i genitori stessi della ragazza. - Ma siete ancora delle ragazzine, cresciute, magari, e mature quanto volete per la vostra giovane età, ma sempre e comunque delle ragazzine, no delle donne fatte e compiute che siano magari in grado, già, di prendere una decisione così tanto delicata, di tale spessore etico e morale...sessuale; e poi, su, avete tutto il tempo...e un marito davanti a voi, sì, un marito e dei figli che vi aspettano per la vita!
     Pam, così, del tutto insensibile alle parole del padre (con assoluta nonchalance di stampo puro transalpino), riprese a parlare, e questa volta lo fece con una foga che non aveva mai mostrato in sua vita sino ad allora; ed era anche visibilmente commossa (sui suoi bellissimi occhioni da cerbiatta, azzurri come il mare ed il cielo messi uno sopra l'altro, insieme...sembravano dipinti da un solo pittore ma racchiudevano, in sé, la purezza delle madonne di Caravaggio, la sensualità delle donne di Tiziano o del Veronese e la luminosità d'un ritratto impressionista, vi fecero capolino alcune lacrime). Tuttavia, quei sentimenti contrastanti provati dalla ragazza ma che, al contempo e in un certo modo si completavano tra loro ed annullavano vicendevolmente con estrema rapidità, come una sorta di "turbinio" inspiegabile, fecero sì che essa non perdesse lucidità e... stranamente appariva più decisa di qualche istante prima (era chiaro che in quel frangente cruciale difendeva il futuro con la sua compagna e si batteva per entrambe, difendeva la stessa sua vita, le ragioni del sentimento piuttosto che quelle della logica...del cuore, dinanzi alla razionalità lucida quanto si vuole ma estremamente becera ed un pò retrò degli adulti!):
     - Vedo, cavolo, che non avete capito proprio un bel nulla, - disse - e...
     -  No, ripensateci, ragazze! - esclamarono nuovamente in coro i quattro adulti, (i "vecchi", come li definivano le ragazze stesse, a volte, parlando tra di loro) interrompendola per un sol attimo. Lei, infatti, riprese a discorrere e sempre con più fermezza, ribadì:
     - Ci abbiamo già pensato, sapete, quattro anni fa, cinque, non abbiamo null'altro su cui ripensare! - a quel punto la ragazza si fermò ancora, poi riprese concludendo in modo perentorio: - se solo tornassi indietro, capite, e fossi costretta di nuovo a farlo lo rifarei tale e quale cento volte e no una soltanto, senza esitazione; rifarei quello che ho fatto senza pensarci su un attimo ed amerei Rebecca come se fosse la prima volta, più di prima. Quello che c'é tra me e lei era già scritto nelle stelle da prima che nascessimo: non potrete mai capirlo, voi, neanche se vivreste altri duemila anni! (Probabilmente anche l'altra avrebbe risposto a quel modo: per filo e per segno, con le stesse, identiche e sentite parole; quasi come fossero state registrate in anticipo!).
     Dopo quanto detto da Pam, ascoltato dalla sua bocca che sembrava essere stata quella di un oracolo boscimane, (o forse svizzero, chissà, per la perentorietà con cui le parole erano state scandite!) tutti si zittirono. Poi la ragazza si avvicinò alla compagna, le prese la mano destra con la sinistra ed entrambe andarono via, senza salutare i genitori. Avevano deciso, (e) lo avevano fatto da molto tempo, forse; probabilmente dal giorno della famosa gita (o "capatina" che dir si voglia) sul lago, a Belle Isle. Entrambe, quella mattina, presero alcune decisioni importanti per il futuro e la loro vita: avrebbero fatto un viaggio insieme (in Grecia); al ritorno in Inghilterra, poi, avrebbero lasciato casa, per sempre, ed i genitori, e sarebbero andate a vivere per proprio conto in una dependance nell'east-end londinese. La mattina del diciotto giugno, infatti (erano appena le sei e cinquanta), un giovedì piovoso (come non di rado accade nelle lande di Albione anche a primavera inoltrata o ad inizio estate), le due ragazze presero il treno per Londra: da Victoria Station, poi, un'altro ancora per Folkestone. Dalla cittadina del Kent si imbarcarono sull'overcraft per Calais, in Normandia; di lì, poi, alle diciassette e trentasei pomeridiane, presero il T. G. V. (Train Grande Vitesse) che le portò dapprima a Parigi eppoi a Lione. Nel capoluogo del Rodano giunsero ch'eran quasi le ventitré. Era tardi, il traffico dei treni a La Part Dieu (la stazione centrale) interrotto per la notte: decisero, così, di pernottare e presero una stanza doppia all'hotel "de Gerland", sulla place Vendome, poco distante dalla stazione, di fronte all'Hotel de Ville. L'indomani mattina, dopo aver fatto abbondante colazione, a base di pane tostato, bacon, uova strapazzate e brioches al burro, le due salirono sull'eurostar "197TSS" delle ferrovie  private francesi "Liberté": destinazione Roma! Nella capitale italiana giunsero nelle prime ore pomeridiane (erano le diciassette in punto: alla faccia della superstizione!). Pam scese dal treno per prima e domandò a Reby:
     - E' la stazione Termini, chissà a che ora parte il primo treno per la Puglia?
     - Non preoccuparti, dai, ci penseremo dopodomani! - rispose l'altra.
     - Come dopodomani?- fece ancora Pam. - Non s'era detto che saremmo ripartite subito, appena arrivate quì?
     La "rossa" (Reby, infatti, aveva i capelli naturali biondo-ramati scuri, tendenti al rosso, appunto; mentre Pam, dal suo canto, era invece castana scura sin dalla nascita: entrambe ragazze bellissime!) aveva pensato bene, così, istintivamente (o "a pelle", come spesso era solita dire lei stessa), che avrebbero soggiornato nelle città eterna ("caput mundi", secondo un Caio Giulio che di cognome faceva Cesare) un giorno in più rispetto alla tabella di marcia prefissata; lo aveva fatto soltanto lei, questa volta, senza interpellare la compagna: in passato, infatti, le decisioni importanti (come del resto anche quelle più futili) le avevano sempre prese di concerto ma...Reby disse:
     - Su, dai, Pam, restiamo un giorno almeno quì, dopo tutto Roma è la città più bella al mondo. Ti scongiuro: ho sempre sognato di vedere le bellezze di questo luogo!
     Un sosta forzata ma ben accetta, in fondo: Pam, infatti, annuì piegando il capo in avanti, come un umile servitore, senza dire nulla. Le due presero così una stanza (la numero centoventisette, una doppia: come a Lione), all'albergo "Genova", in via Cavour, poco distante dalla stazione e nei pressi di Santa Maria Maggiore, una delle quattro "grandi basiliche" della città. Vi lasciarono i bagagli e senza neanche cambiarsi d'abito  e rifocillarsi ("en passant", come avrebbero scritto, forse, o meglio ancora detto, Baudelaire o Jacques Prevert), come se fossero state punte da una tarantola di mare o prese, chissà, da una arcana voglia di scoperta della bellezza commista a una sorta di istintiva frenesia artistica (simile alla frenesia "alimentare" che sovviene, a stomaco vuoto, ad amorevoli quanto simpatiche creature quali coccodrilli, piranha e diavoli di Tasmania), cominciarono, senza un attimo di sosta né respiro, a girare per la città in lungo e in largo: un dopo l'altro si gustarono, così, (poi divorandoli, ancor prima che col pensiero o la ragione, cogli occhi e con la bocca...come se fossero delle inermi prede)  Colosseo e Fori Imperiali, piazza del Popolo e Pantheon, Circo Massimo, Castel sant'Angelo, piazza del Vaticano e San Pietro...eppoi a piazza Navona, e su a Trinità dei Monti; con ritmo incessante fino a tardissima sera quando, letteralmente distrutte (solamente nel fisico, però!) e col sole oramai latitante da un bel pezzo, rientrarono in albergo dove si tuffarono sul letto a riposare, una volta ancora senza fare doccia né cenare. L'indomani mattina, prestissimo (eran poco più che le sei: i galletti italici, a quell'ora, sono ancora immersi nel sonno mentre i gentlemen d'oltremanica hanno già aperto gli occhi e forse il becco, chissà, da ben prima...pur non essendo galletti!) ingurgitarono colazione al sacco e poi si recarono in stazione, dove trascorsero le successive ore nell'ampia sala d'attesa, già gremitissima di turisti e pullulante di voci del mondo, nonostante l'ora: le due ragazze, tuttavia, riuscirono stranamente ad estraniarsi da tutto e in tutto quel chiassoso, colorito trambusto che li ronzava attorno, quasi a volersene prendere gioco, caddero in una sorta di dolce e silenziosa trance dove...a farne le spese, ahilui!, fu l'enorme orologio posto sulla parte di parete della sala di bianco interamente colorata (il resto era dipinto di giallo e di rosso a strisce verticali): Pam e Reby, contemporaneamente, lo fissarono in maniera talmente intensa che quello, infatti, sembrava dovesse prendere fuoco da un attimo ad un altro e forse...quasi a volerlo ammalliare (alla stessa stregua di taluni incantatori di serpenti indiani o tamil), a volerne fermare il ticchettio delle lancette per stringerlo, alla fine, tra le loro braccia come fosse un adone. Ma il tempo trascorse e...la rossa fu la prima a risvegliarsi, a "ritornare" da quello strano vagabondare, dal lungo loro vagare dolcemente. Dop'aver consultato la guida presa dalla sua valiga, in maniera abbastanza repentina ma pur minuziosa (era la più metodica, Reby, ed anche quella più precisa tra le due), disse alla compagna:
     - Il primo utile per Bari (era l'intercity che le avrebbe portate in Puglia) è alle undici, sul binario tredici. Andiamo, dai, siamo in ritardo!
     - Va bene! - fece allora Pam. - Prendiamo pure quello: mi fido di te, sei tu il capostazione, tu sei la mia dolce metà, lo sai benissimo!
               
     
     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

     
  • Come comincia:  Il cacapo' (Strigops habroptila, secondo la classica nomenclatura linneiana) è specie endemica e binomiale (nota anche coi nomi di cacapo o kakapo' - in lingua maori kakapo, appunto, "pappagallo notturno" - ma vien detto inoltre strigope e sirocco) della Nuova Zelanda (in particolare dei tre isolotti meridionali di Codfish/Whema Hou, Anchor e Little Barrier, dove sono in atto programmi di recupero e monitoraggio e dove vive in assenza assoluta di predatori, nonché in due grandi isole del Fiordland, Resolution e Secretary, in cui sono in atto programmi di ripristino dell'habitat ed ecosistemi adatti alla specie). Esso vanta un primato alquanto curioso ed ha una precipua nonché stranissima particolarità che lo contraddistingue tra i rappresentanti numerosi della sua specie: infatti, oltre ad essere il pappagallo più pesante al mondo (può raggiungere i quattro chilogrammi di peso) è anche l'unico a non volare! (ben ovvia conseguenza, questa, delle sue notevoli ed inusuali dimensioni). In natura, oramai, esistono non più di duecento esemplari, di cui poco più di centocinquanta sono adulti secondo le stime, risalenti al 2016, della IUCN: la colonizzazione e la caccia spietata da parte dei nativi, prima, e poi l'introduzione senza criterio e logica di mammiferi alloctoni quali gatti, cani, topi, furetti ed ermellini effettuata dagli europei, lo hanno portato sull'orlo di estinzione. Il maschio di questo buffo e curioso uccello, poi, di tanto in tanto (o meglio: quando gli "ormoni" del piacere e della passione amorosa, oserei dire!) svolge un'altrettanto strana attività che di sicuro lo rende tra gli animali più insoliti e stravaganti al mondo (- il pappagallo più insolito del pianeta, - lo definisce, appunto, Lisa Signorile, nota biologa, zoologa e scrittrice barese, che dal 2012 scrive per National Geographic Italia, nel suo "Animali da salvare", apparso tradotto in italiano per il Gruppo Editoriale L'Espresso nel 2016): mentre gli altri simili suoi dormono, accade infatti che esso vada in cerca oltre che di cibo (frutti, semi, radici, foglie, nettare, etc.), anche di una compagna con cui accoppiarsi. Tuttavia, anche per un tipo come lui, che dal punto di vista erotico-sentimentale non si fa mai eccessivi scrupoli di sorta (la pratica della poligamia è pura
    routine per questa specie!), la suddetta impresa sembrerebbe abbastanza ardua, direi, se no addirittura impossibile, visto l'esiguo numero di esemplari adulti esistenti: ma si sa, "l'amore è cieco" (recita un vecchio adagio), ovvero...non conosce confini né orari di sorta, né sa leggere tra le aride e scarne righe di cifre e statistiche!
     Anche il pinguino (phylum Cordati, classe Uccelli, ordine Sfenisciformi, famiglia Sfeniscidi) è un uccello, seppure nell'immaginario collettivo - visto che è sprovvisto di ali e non vola affatto - venga considerato soprattutto parente prossimo all'uomo piuttosto che un provetto icaro. Ed anche costui, purtroppo, è tra gli animali più a rischio di estinzione: triste primato, è da dire, per questo buffo, mansueto e simpaticissimo rappresentante della fauna mondiale! Le specie maggiormente a rischio sono le seguenti: pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, pinguino beccogrosso (Eudyptes pachyrhynchus), pinguino ciuffodorato (Eudyptes chrysolophus), pinguino del Capo (Spheniscus demersus), pinguino di Humboldt (Spheniscus humboldti), pinguino saltarocce meridionale (Eudyptes chrysocome). Il pinguino degli antipodi dagli occhi gialli, conosciuto anche col nome di pinguino dagli occhi cerchiati di giallo (Eudyptes sclarteri) o hoiho (in lingua maori) è, appunto, una specie binomiale diffusa nell'emisfero australe, in particolare in Nuova Zelanda: ha il dorso brunastro, ventre e petto invece chiarissimi. Cause del pericolo estinzione sono le seguenti: riduzione di habitat, introduzione di specie alloctone da parte dell'uomo (ad esempio Mustelidi come gli ermellini, oppure gatti e topi), pesca commerciale sfrenata ed inquinamento. Nella penisola di Otago (zona meridionale del paese, a carattere prevalentemente agricolo), negli anni scorsi, è stato avviato un importante progetto a salvaguardia di questa specie: speranza "all-black", dunque!

     
  • Come comincia:  Il gatto dai piedi neri (Felix nigripes) è senz'altro il più piccolo tra i Felidi africani (circa 1-2,8 chilogrammi di peso) ma è anche il più "grazioso" nell'aspetto per via del suo mantello e del riflesso notturno blu intenso dei suoi occhi; il più...mimetico (o "trasformista") ed infine il meno noto. Vive nella savana e nelle vaste pianure semiaride del Sud Africa ed ha abitudini prevalentemente notturne, pur non essendo assiduo frequentatore di discoteche, pub ed...affini: è questo il precipuo motivo per cui è quasi impossibile osservarlo in natura, anche per fotografi e naturalisti esperti e quand'anche questi usassero le più avanzate e sofisticate tecnologie agli infrarossi o simili. La sua esistenza, come stabilito dallo IUCN nella sua "red list" (meno di diecimila individui ed in netto calo, secondo stime risalenti al biennio 2016-17, con inserimento in fascia gialla, ossia "vulnerabile"), è già da oltre un decennio messa in pericolo, a causa della drastica riduzione dell'habitat (o conversione del suo areale, che dir si voglia, in zone dedite all'agricoltura e alla pastorizia), dalla scarsità sempre più accentuata di prede a disposizione nonché - causa ultima ma non meno importante delle altre - dalle cattive abitudini umane: trattasi, nella fattispecie, di trappole ed esche avvelenate lasciate per predatori di taglia ben più grande, come sciacalli e altri gatti selvatici, che però finiscono sempre per essere letali per lui. All'opposto del gatto (ma in natura, o meglio nel mondo animale, si sa, gli opposti pur non attraendosi, come accade nella fisica, in certo qual modo - e quasi sempre - si completano!), vi è un animale che, oltre ad essere un killer spietato, non ha molto fascino: l'uranoscopide (uranoscopidae). Molti (anzi, la maggioranza assoluta dei "non addetti ai lavori") ritengono - a torto, direi - che il più spietato killer dei sette mari nonché dei tre oceani annessi sia l'orca (ricordate il titolo di un noto film degli anni settanta che faceva "L'orca assassina"?) ma, invero, non è affatto così: la palma del migliore (o del peggiore: dipende da quale prospettiva, se umana o del mondo animale, si considera la questione!) non spetta alla suddetta né, tanto meno, allo squalo bensì al pesce di cui scritto. Si pensi che questo strano figuro (dall'aspetto a dir poco...sgraziato!) può ingoiare un pesce in appena sessanta microsecondi (per essere chiari, ovvero tradotto in...chiarezza: meno di un secondo!). Famiglia di pesci ossei appartenente all'Ordine perciformi (perciformes), quella degli uranoscopidi è difffusa nelle acque marine tropicali e temperate del globo tutto, dalle superficiali a quelle estremamente profonde o abissali (vi sono, tuttavia, anche alcune specie di acqua dolce). L'unica specie nel Mediterraneo (presente anche in Atlantico orientale) è il pesce lucerna o pesce prete (Uranoscopus scaber), il quale è caratterizzato da una livrea di tonalità brunastra. Al mondo vi sono nove Generi comprendenti ben cinquantaquattro specie di questo pesce. La specie più antica è proprio quella mediterranea, scoperta e catalogata nel 1758 dallo stesso Carlo Linneo. 

     
  • Come comincia:  La ghiandaia dei pini, scoperta e catalogata dal naturalista ed etnologo tedesco Maximilian Wied-Neuwied nel 1841 (il suo nome scientifico è Gymnorhinus cyanocephalus), è un uccello piccolissimo (al massimo arriva a pesare centocinquanta grammi) ma molto intelligente: come tutti i rappresentanti della sua classe, in genere, e in particolar modo della sua famiglia (Corvidi). E' un uccello tutto di colore azzurro, la testa è però di un tono di blu più scuro. Vive e nidifica negli stati della costa occidentale degli Stati Uniti (in particolare, quelli del sud-ovest): il suo areale è vastissimo, andando dall'Oregon alla California, dall'Arizona al Wyoming, all'Oklahoma, al Nebraska ed al New Mexico, le Montagne Rocciose e lo Utah. Nei suoi spostamenti, spesso lunghissimi, però, questa specie è stata avvistata anche nello stato messicano di Chihuahua e in quello canadese del Saskatchewan. Esso si nutre esclusivamente di pinoli (ricca fonte di proteine) che trova in abbondanza nelle foreste di ginepri, o di pini del Colorado e di varie altre specie di conifere. Accade che li raccolga, durante i mesi caldi, sotterrandoli poi in diversi punti. In inverno si nutre di questi semi dopo averli ritrovati (essendo dotato di una memoria infallibile, quasi a prova di...Alzheimer!) esattamente nei punti in cui li aveva sotterrati. Vive, solitamente, in grandi stormi (da duecentocinquanta a cinquecento individui) e i piccoli (cosa strana assai ma simpatica alquanto), i quali non lasciano mai lo stormo in cui sono nati, durante la loro vita, una volta cresciuti aiutano ad allevare i fratelli più piccoli. Questa specie, come del resto tantissime altre oramai, tra le quasi diecimila conosciute nel nostro pianeta, è in pericolo di estinzione: la IUCN (International Union for Conservation of Nature), infatti, la inserisce in fascia color giallo (vulnerabile), con un numero di esemplari nettamente in calo negli ultimi anni. - La sua distruzione è in gran parte dovuta a politiche miopi - scrive Luisa Signorile nel suo "Animali da salvare - vol. 3°". Per la biologa e naturalista barese, infatti, la colpa del declino di questa specie è da addebitarsi in toto allo United States Forest Service, il quale classificò le foreste di pini e ginepri del territorio americano come "non commerciali" e "prive di valore": questo sancì - in certo qual modo - il de profundis della ghiandaia in quanto - nel ventennio 1940-60 - scrive ancora la studiosa, - le amministrazioni locaIi seguirono una politica di totale eradicazione di questo ecosistema, causando la morte di milioni di uccelli.

     
  • Come comincia:  Parafrasando il titolo di un noto romanzo dello scrittore colombiano Gabriel Garcìa Marquez, nobel della letteratura nel 1982 ("L' amore al tempo del colera", da cui il regista britannico Mike Newell, nel 2007, trasse una bellissima pellicola con Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem nei ruoli dei protagonisti, Fermina e Florentino) mi è venuto in mente il titolo da dare a questo mio breve racconto: "Accade al tempo del corona virus" . In realtà non si tratta di un vero e proprio racconto (magari romanzato o sotto forma di favoletta per bambini!), anzi, diciamo pure che racconto non lo è per nulla (neanche un po'...forse!). Invero, trattasi, ciò che andrò a scrivere, di vita; di storia di vita: nuda e cruda, sacrosanta, vera, vissuta...che più nuda e cruda, sacrosanta, vera e vissuta non credo possa esistere! Di questa storia (o notizia che dir si voglia) nessuno è a conoscenza (e dicasi letteralmente nessuno...tranne, magari, pochi "intimi": ovvero, coloro che - come me - bazzicano nottetempo su blog e siti anarco-libertari, i quali riportano notizie come queste che vengono dal sommerso; cioè, da un mondo di cui nessuno - o quasi - sa nulla ma...che esiste, cribbio!), di questa storia (o notizia che dir si voglia) non vi è traccia alcuna nei mass media di "regime" e nè - invero - nulla è emerso (messo a tacere ad arte, o ad hoc, come dicevano gli antenati latini, chissà: perchè tutto deve andare - giocofòrza - bene?!), neanche sotto forma di scarno comunicato stampa, da organi costituzionali ed istituzionali: dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Viminale, dal Ministero di Grazia e Giustizia alla locale Prefettura. E dire che un noto trailer, che da alcuni giorni passa sulle reti Mediaset, così proclama (anzi, va tranquillamente sbandierando senza mezzi termini): - Le notizie sono una cosa seria, scegli editori responsabili, gli editori veri: scegli la serietà! - Ascoltando il suddetto (sia chiaro, però la mia non è stupida demagogia: anche altre emittenti, appartenenti ad altri gruppi e cordate, non sono da meno nel proporre pubblicità simili e nel tacere su verità "oscure"!), spesso in questi giorni e in queste ore interminabili mi viene da ridere; ma ora, dopo aver letto la notizia di cui ragguaglierò più avanti, mi viene da piangere, direi! Certo, le notizie sono davvero una cosa seria, ma se lo sono perché mai (quasi) nessuno (tranne gli "aficionados" di cui detto sopra) è a conoscenza di quanto andrò ad esporre? Non è forse notizia seria (nonché degna di nota e cronaca) quella riguardante la (misteriosa?!) morte di un ragazzo di appena ventidue anni? Non è (in sè e per sè) già la morte stessa una cosa seria, sempre e comunque? (anche quella che non accade a causa di un virus lo è: cazzo!). Ignorare la morte di un nostro simile significa avere poco rispetto della vita umana: non soltanto di quella altrui ma anche - e soprattutto - della propria. Eppure, c'era già chi lo pensava (chi la pensava come me: fortunatamente!) e lo scrisse anche, da qualche parte (nonché molto tempo prima di quanto lo stia facendo io). Fu Francis Picabia, notissimo quanto eclettico pittore francese, vissuto tra il 1879 e il 1953 (operò, nella sua carriera artistica tanto nell'ambito dell'impressionismo, prima, quanto in quello dell'astratttismo, del cubismo, del dadaismo e del surrealismo, poi), che ebbe a dire, appunto: - La morte è una cosa seria. Si muore da idioti o si muore da eroi: che poi è la stessa cosa! - Eppure quel ragazzo ventiduenne di cui dirò è morto: non era certamente un eroe (di quelli, le cui gesta riempiono le prime pagine dei giornali o sono al centro di tanti servizi di cronaca televisiva o mediatica in queste settimane!), ma è bello che...è morto per davvero: forse ucciso, ancor prima che dal caso, dalle circostanze e dalla natura delle cose ma, soprattutto dalla noncuranza, dalla scelleratezza, dalla insensibilità e dalla mancanza di rispetto verso la vita e la morte che finanche servitori dello Stato - a dir poco vili - hanno mostrato di possedere. Di seguito, quindi, ecco lo stralcio della lettera inviata il ventisette marzo scorso (il mittente stesso ha poi vivamente pregato di farne circolare il suo contenuto ovunque sia possibile farlo) all'Assemblea permanente contro il carcere e la repressione di Udine-Trieste (sembra un nome di fantasia e di stampo, quasi, risorgimentale; una organizzazione di carbonari e reazionari che lottano contro l'usurpatore straniero: è invece quella di un gruppo di persone che oggigiorno lotta contro il potere istituzionale e i suoi soprusi!), in cui si parla testualmente della morte di un detenuto avvenuta il precedente giorno quindici nella casa circondariale di via Spalato, a Udine: "...quel ragazzo aveva ventidue anni ed è morto, era da tempo che stava male, che non veniva preso in considerazione. Si era ripetutamente lesionato, tagliato con lamette. In questi ultimi giorni lamentava febbre e che stava male, ma l'unica cosa che hanno fatto è stata di aumentargli la terapia di metadone e di subitex in quantità spropositate e psicofamaci. Infatti, il tutto ha causato la morte, per lo più. Il defibrillatore era già rotto da mesi e mesi. La cella l'hanno aperta dopo venti minuti quindi alle sette e venti della mattina e l'unico soccorso che ha avuto è stato solo un assistente che ha provato a rianimarlo ma con le mani perché l'apparecchio è rotto. Poi hanno aspettato ore prima che arrivasse un dottore e il magistrato con tutta calma. Il corpo è restato ad aspettare quà dentro fino poco più tardi delle tredici. Vergognoso poi che il ragazzo avesse problemi di tossicodipendenza e lo tenessero al terzo piano, e neanche lo ascoltavano e controllavano. Voglio che queste cose siano riferite così da mettere tutti a conoscenza delle cose vergognose e orribili che succedono nel carcere di Udine. Lo hanno ammazzato. La responsabile dell'area sanitaria non c'era, manca da quindici giorni. E' tutto vero". Parole sconcertanti quelle appena scritte, mi hanno lasciato senza...parole quando le ho lette - allibito quasi - un paio di giorni orsono. Non posso, però, che concludere in questo modo: trattasi dell'ennesima morte di carcere e se essa sia annunciata o meno non sta a me affermarlo; una morte, tuttavia, di cui non importa un fico secco a nessuno e che nessun quotidiano riporterà mai neanche in calce, magari, ai suoi ridondanti titoloni strappalacrime di questi giorni (quelli che spesso aumentano la tiratura...in tempi non sospetti: adesso, invece, si dice che servano per di più a sensibilizzare l'opinione pubblica!); una morte che nessun notiziario annuncerà mai neanche sottovoce (magari dopo l'ennesimo annuncio logorroico: "restate a casa", "andrà tutto bene", "dimostriamo di essere un grande paese", "denunciate i trasgressori" "siate infami e delatori" e...bla, bla, bla!). Ripeto: trattasi dell'ennesima morte di carcere e in carcere, null'altro. Ai tempi del corona virus accade anche questo: non è un "pesce d'aprile"!

    Taranto, 1 aprile 2020. 

     
  • 16 marzo alle ore 19:08
    Il profeta

    Come comincia: La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. (George Orwell, 1984). 

     
  • Come comincia: La noia è il prodromo principale dell'oblio: il quale, quando arriva e se arriva, è quello stato in cui si perde, non sempre però, la percezione dell'io assoluto (oppure, se credete, quella assoluta dell'io); e non si ha più memoria, e non si hanno più ricordi, e non si ha più il senso del tempo, delle cose e delle persone che sono intorno a noi. Per alcuni, però, esso (ossia quello stato) può rivelarsi, per certi versi ed aspetti ed in determinati momenti dell'esistenza, taumaturgico se non addirittura catartico.
    "Tutto sommato c'è la caviamo egregiamente: sotto questa cascata di stelle d'oro...e perline filanti (almeno una volta all'anno è così!)".

     
  • 16 marzo alle ore 13:30
    Ehi man! (il monito e l'appello)

    Come comincia: Puoi essere tutto ciò che vuoi; puoi fare tutto ciò che vuoi; puoi avere ciò che vuoi, puoi dire ciò che vuoi: se lo vuoi; puoi avere, dire e fare ciò che vuoi: se lo vuoi! Puoi sognare e camminare sull'acqua: puoi persino sognare di camminare (davvero) sull'acqua! Ma puoi davvero farlo?...Soltanto, però, uomo: non devi mai esser triste, non puoi farlo perché non è cosa ben accetta; perché è cosa invisa assai su questa terra a questo mondo! Ehi man, puoi esser tutto ciò che vuoi...davvero?! 

     
  • 16 marzo alle ore 13:20
    La sentenza, la voce... l'incontro

    Come comincia:  Qualcuno disse un giorno: - Non siamo programmati per amare, credere&sognare; ricordare, sperare o distruggere ciocchè abbiamo costruito; lo siamo soltanto per nascere, vivere eppoi (in un battibaleno) morire! -. Tanti anni dopo, in una sacra assoluta notte da tregenda, però, una voce profonda ed oscura, arcana mi sussurrò, nell'orecchio destro più volte e più volte (più e più volte ancora lo fece, quasi infinite: ma non era la befana!): - Vieni, oh sì vieni, nei sogni vieni; troverai ciocché ti serve, quì vi troverai l'impossibile e il nuovo!...Un simoniaco incontrai, allora, ed una giovane vergine nuda, dai biondissimi capelli e cogli occhi azzurri: entrambi mi presero per mano ed andammo insieme verso la casa del rabbino.

     
  • Come comincia: dal teatro dell'assurdo; a: Samuel Beckett&Eugene Ionesco.
    Personaggi
     - Bardo scemo;
     - Coro (fuori scena);
     - Spettro (giovane);
     - Watt Molloy (nel racconto dello spettro).

    (contro; l'assurdità delle convenzioni "reali" e della realtà che le circonda, già scritta dagli uomini e...standardizzata, appunto, dalle convenzioni e dalla routine); pro: fantasia ed immaginazione.
                                               = Protasi o introduzione = 
    (lettura facoltativa ad opera del bardo scemo)
    - Perché - mi domando - realtà e immaginazione non possono coesistere?Il divario tra le due sfaccettature della nostra esistenza è, a pensarci bene, meno marcato di quanto non si creda e di quanto, in realtà, non lo sia...e le convenzioni di routine (o consuetudinarie) entrambe mortificano, anzi, mortificano eppure stroncano e tarpano le "ali" tanto all'una (la realtà), quanto all'altra (l'immaginazione). E pensare che non servirebbe tanto, anzi, ben poco basta - dico io, che sono solo scemo anziché altro! - affinché le due facce della stessa medaglia possano coesistere e pacificamente convivere: ci vuole soltanto un po'di fantasia, di minuta e povera fantasia (magari comprata alla rinfusa o di contrabbando, chissà!) - o immaginazione - appunto (nonché un foglio di carta bianco ed una penna a sfera che lo percorra tutto, in lungo ed in largo, apposta per riempirlo!)... Sì, basta poco; poco basta (me lo diceva anche il mio trisavolo, il duca di Camembert, che per niente era scemo come me, anzi, non lo era proprio ma che morì pazzo in un castello della Cornovaglia durante un temporale estivo: la sua morte fu meglio di un temporale, di quel temporale!); davvero veramente poco (ma poco poco, eh: non di più!) per creare una realtà diversa, una realtà "autre": una realtà di immaginazione. 

                                              = MONOLOGO =
    (lettura facoltativa al pubblico: da parte dello spettro).
    Per: masochisti lucidi - ed un po'scemi, forse - ma di certo non malati di "grandeur" (come lo sono, invece, gli abitanti della Franca Contea); intellettuali pazzi ed anarcoidi - di certo non masochisti mansueti, a riposo né a corto di idee - ma di certo non malati di "autocompiacimento" masturbatorio ed eiaculatorio: ovvero, giammai atti a masturbarsi la mente (no l'ano né il clitoride, direi!) di autocompiacimento.
    - Luogo della scena = Elsinor, regno di Danimarca (sopra una botola chiusa piena di pattume).
     - Sapete? - vi domando (e mi domando, chissà, me lo domando anch'io?!) dove sia l'isola di Carnascialia, anzi, vi domando (e mi domando, purtroppo!) dove si trova? (Diciamo che non ce l'ho presente...anzi, non lo immagino proprio!).
     (Coro): - O potenze onnipotenti del cielo, fatelo guarire; fatelo rinsavire dal (suo) male di vivere...riportatelo cortesemente, se potete (voi che tutto potete), sulla retta via!!! -.
     - Ma è molto, molto semplice, direi; anzi, piùcché semplicissimo, oserei proprio dire: si trova (cioé, si troverebbe) ad est, anzi, ad ovest ditutte le isole che non ci sono e non ci sono mai state neanche una volta (ma non essendo, però, essa medesima, né a est né a ovest - ed invero né a sud né a nord di...nessun posto!); e di fronte, in veritas, alla terra che non c'é e in dentro fino all'arcipelago di Nessuno (proprio come il nome di  colui che "non uccise" Polifemo...avete inteso bene: non siete sordi né claustrofobici!), cioé di Altrove; ossia: in qualche posto...sarà! (questo è sicuro: più certo di un assioma di fiori appassiti!).
     (Coro): - O potenze onnipresenti nel cielo, fatelo smettere, per favore; fatelo smettere davvero dal (suo) impossibile blaterare, dal suo farneticare rumoroso ed inverosimile!
     - Balle, son tutte balle: ma balle vere (sono), però...mic'altro! - Lo scorso anno un mio amico (Watt Molloy, un quarantenne brizzolato di Dublino, cioé un dubliners puro, figlio di Aaron&Rebecca) è stato lì; sì, per davvero...è proprio stato su quell'isola, tutto seriamente per intero e tutto d'un fiato: (vi) soggiornò per più di un mese (beato lui, forse; anzi, spero!), un fottutissimo disperso mese sul calendario (era febbraio o era dicembre? Chi può mai dirlo: nessuno sa quale esso fosse!)...soggiornò su quell'isola, sconosciuta e dimenticata dagli uomini e dal divino: aveva letto (dissero) del suo esistere su un depliant, che lo aveva trovato - bontà sua - in una agenzia turistica a Calcutta nord, la quale credo proprio si chiamasse (la) "Khamasutra's Farm 88&son".
     (Coro): - Dio mio! Questa non è follia cieca: è solo pura follia! -
    - Aveva letto, [lui], mi disse a bruciapelo senza urlare, tanto sul viso, quanto in dentro le orecchie (sì, era proprio lui, solo e soltanto lui, il mio amico Watt Molloy: il dubliners di prima!) quanto segue sopra quell'isola: "Trattasi di un luogo ove tutto evapora, anche l'aria; e (ladd) ove vi sono immense distese di papaveri gialli (di quelli coltivati nelle serre che non sono mica come quegli altri coltivati alacremente dai contadini del Kurdistan settentrionale: quelli sono altri papaveri...appunto!) e di mimose verdi (quelle coltivate in Brasile dai coloni portoghesi, non quelle coltivate ovunque dalle donne senza speranza ogni sette di marzo degli anni bisesti!). I fiori, anche quelli che non vengono coltivati (chissà perché mai succede così?) emanano, nottedì e nottegiorno, cioé quello dopo la notte precedente, un intenso profumo di mirto e di ambrosia (proprio quella tanto cara ai poeti): talmente spiccato da rendere l'aria (che, però, non c'è in quanto evapora ancor prima di venire al mondo!) quasi del tutto nulla...direi irrespirabile!
     (Coro): - Oh, angeli del cielo, pensateci voi; pensateci voi ve ne preghiamo!
     - Ora, credo, che in molti si domanderanno (non certo su "due piedi", ma senza ombra di dubbio con la voglia in canna di spa...sapere!) così: - Ma l'aria è davvero irrespirabile, pro...tanto irrespirabile su quella dannata isola? - Sì, sì, proprio tanto - rispondo io; allora...- lo è talmente (almeno tanto quanto) che neanche una coppia di cani segugio, accoppiata da molti anni, ed anche perfettamente addestrati (poco importa se a Camp David: nei pressi del luogo in cui, nel 1979 si riunirono i più grandi coglioni della terra, vi è un CAC = campo addestramento cani; o in Transilvania: nei pressi delle tenute di appartenenza, un tempo, al Principe Vlad III°di Valacchia, vi è un ulteriore CAC = più rinomato dell'altro!) nella ricerca di tartufi...no, di cadaveri morti (o di persone scomparse&presunte vive) riuscirebbe a trovare, in una fogna, il cadavere - appunto - in avanzato stato di putrefazione di un barbone (morto), nascosto perdipiù in un sacco per la spazzatura: pieno di escrementi (sterco&urina tutti insieme!!) di cavallo! Ora...- capito l'antifona?; no, no...avete capito che razza di profumo giri e che vige su quell'isola? - .
     (Coro): - Fatelo rinsavire: vaneggia!
     - Balle, belle e buone: ma sempre balle; non vaneggio: sono più lucido di ieri; e ancor più di ieri l'altro, direi! Allora, dicevo che il mio amico (Watt, sempre lui: è l'unico che io abbia mai avuto!) - poi - mi disse d'esser stato lì un mese intero (potrebbe essersi trattato di un mese tra agosto e settembre: ma come dettovi innanzi nessuno lo sa per certo!), senza - tuttavia - esserci mai sta...arrivato; & di esserci arrivato senza esserci mai stato: lo fece con un aereo invisibile (lo era, seppur non fosse un'aereo "privato"!), privo di equipaggio ma col pilota automatico perfettamente addestrato per la bisogna (credo si trattasse di un Boeing 747 della linea tutta d'un pezzo, battente bandiera di Andorra, "Direkt where you want") che lo portò sin quasi vicino all'ingresso di un hotel trasparente (anzi, pressappoco invisibile!); ch'era (già) - uno dei due hotel esistenti sull'isola - (l'altro esiste già, ma...deve ancora esser costruito!): tutto ricoperto d'oro blu (fu importato - deve essere così - con containers tascabili modello, "Maske"&"Tex", tutti provenienti dalle terre sottovento, su una nave che si chiamava "Beagle" o forse...era proprio la "Hesperance", chissà!) e magnòlie rosse lustre e luccicanti; anzi, luccicanti e basta...di rosso!
     (Coro): - Santo Iddio: sei proprio sine speranza, caro spettro!
     - Eppure il mio amico, si proprio lui; anzi, ancora - e sempre (di) più - lui, pure mi disse, però, d'aver prenotato una room (con bagno senza doccia, ma con vista sul mare: beato, beatissimo lui!) in quel dannato fottutissimo hotel: tuttavia, a parer mio, resta il fatto che è inconfutabilmente certo - o quasi - che quell'hotel, essendo piùcché trasparente, anzi, invisibile non avesse né room, né reception, né tantomeno altro...nulla, nulla e nulla di niente! Lui, però, il mio amico (era sempre e solotanto Watt Molloy, di Dublino: anzi, direi proprio  quel particolare Watt Molloy e no un'altro!) mi disse di avervi soggiornato in quell'hotel: è contento lui, contenti tutti quanti!
     (Coro): - il tuo amico, caro spettro, era proprio sine speranza e quando ti raccontò ciocché tu vai dicendo, vai blaterando ora, era proprio in quello stato...così, ancor prima che lo fossi e diventassi come e peggio di lui!
     - Senza speranza non lo è mai nessuno: anzi, sine speranza, qualche volta, qualcuno lo diventa; cammin facendo e suo malgrado...mettendoci del suo, magari, ma senz'altro a furia di prender calci nel culo! Ma mettiamola pure così, riguardo al mio amico: diciamo che non essendo mai stato un lurido e sacrosanto bugiardo e neanche uno squallido baro della mente di professione, cioé, non avendolo conosciuto io mai come tale, perché mai, mi domando, non avrei dovuto credergli?
     (Coro): - siete proprio "senza speranza", tu e il tuo amico, caro spettro!
     - Balle! Son tutte balle vere queste che racconto; dovete credermi! Infatti, infatti, sono tutte vere...proprio tutte quante: per filo e per segno, sennò perché le racconterei?! Alla fine di tutto, perciò, dovrei; anzi, devo proprio dirvi ciocché vado a dire...segue: il mio amico (Watt Molloy, di Dublino), che non è mai stato (bontà sua!) - credo (anzi, lo spero vivamente...lo penso!) - vita natural durante un figlio di puttana emerito né tanto meno matricolato (e ci sarebbe, chissà, pure da giurarci!), visto che sua madre, il cui nome da nubile era Rebecca Twist &...Wilson, e la quale fu una santa donna, lo mise al mondo in uno spedale cattolico di Belfast dopo averlo "regolarmente" concepito in una volta sola insieme al padre, il quale da celibe, nonché pure da sposato, faceva di nome e cognome Aaron O'Gara Molloy...- lo lessi proprio avanti ieri, casualmente, sfogliando gli obituaries del Wall Street Journal, anzi, sul Times (mica "pizza&fichi" a cena, mica roba da ridere da quattro soldi bucati:mica...o sti cazzi!) alla pagina 999 dell'edizione del giorno prima, anzi, della sera precedente - è morto molto prima d'un anno fa (probabilmente sarà un anno e mezzo) non lasciando in giro né figli orfani, né mogli vedove, però: (e) quindi - é - probabile, quasi piùcché facile, che non ci sia mai stato a Carnascialia!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente!
    - Tuttavia, io stesso il giorno prima dell'altro avevo già letto sul World Almanac of Mysterious Land del 2016, edito dalla casa editrice Penguin di Londra (roba grossa davvero, mica cavoli verdi a colazione!) dell'esistenza dell'isola suddetta, di quella detta isola...di Carnascialia. Tengo a precisare tantissimo, infatti, che il suddetto libro, a pagina 869, riporta la dicitura seguente: "Carnascialia, è l'isola (dis) abitata da circa 3800 abitanti, con la superficie di 0,000,000 chilometri quadrati. Essa si trova...bla, bla, bla; comunque, di certo da qualche posto si trova: visto che é scritto in quel po'po' di libro deve essere per forza cooosì! Per cui, da ciò tutto di cui "sopra" dettovi - e delucidato - (ne) deduco due salienti fatti, che sono assurdi sinanche all'inverosimile ma di certo non fantastici, anzi, direi che essi sono assurdi (assurdamente) veri, cioé inconfutabilmente veri e piucché certi: in primis, che il mio amico carissimo (Watt Molloy: uomo integerrimo e giusto che però non è stato incoronato santo da nessuno!) è stato su quell'isola almeno una volta, nella sua vita; la quale isola, tuttavia, forse non c'é; in secundis, che quell'isola forse - sì - non c'è, ma il mio amico - proprio là - c'é stato per davvero...seppur dopo esser morto, a seguito di una lunga e sfortunata malattia: e non prima!
     (Coro): - Sei proprio senza fondo, spettro...irrimediabilmente (come è vero che le calendule sono dei fiori e no delle scimmie antropomorfe della Nuova Guinea!). Pregheremo per Voi, per te e per lui, con solerzia; pregheremo ogni giorno per la vostra salvezza anche se non c'é speranza per due tipi come voi...sarà perfettamente inutile: nulla potrà mai salvarvi!