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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

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  • 03 gennaio alle ore 10:05
    Il vento

    liberamente ispirata al film di Ferzan Ozpetek "Rosso Istanbul".

    Per tutta la vita
    ha soffiato sul mio volto
    senza mai spettinarmi
    lacrime
    ho visto scendere
    dai loro occhi
    senza mai asciugarle
    non sapendo se fosse
    dolore o gioia!

    Chi guarda troppo
    al passato non vede
    il presente
    ma il passato
    non è stato bambino,
    giovane forse
    anche lui
    speranzoso del futuro?

    Il vento 
    ha consumato gli anni
    s'é preso il mio tempo
    ha catturato
    miei ricordi lasciandomi
    affanni
    ha rotto gli argini
    dei fiumi e tormentato
    montagne
    ha provocato tempeste
    le onde del mare
    sollevando
    sul mio volto
    ha soffiato per tutta la vita
    senza mai spettinarmi.

    Taranto, 31 dicembre 2020.

     

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:55
    Aver paura (la paura)

    Borderline
    camminiamo all'abisso
    senza andare 
    oltre mai: paura
    abbiamo ch'esso
    sia vuoto.

    Taranto, 22 novembre 2020.

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:48
    Zombie a zonzo (i nuovi zombie)

    Ombre indistinte nella
    coltre...
    in attesa del rintocchio
    dello sciacallo.

    Taranto, 18 novembre 2020. 

     
  • Chi tanto ha dato e poco ricevuto
    giorn'arriva, alfin arriva quello ch'é del
    riflusso: in cui corrente [cortese] riporta 
    a riva ciocché s'é preso e quel che si è
    perduto.

    Taranto, 16 marzo 2015.

     
  • Le cose che ti ruotano 
    attorno
    quando le osservi sono senza
    contorno
    le osservi le annusi
    le guardi
    non hanno sguardi
    son senza ritorno
    un pozzo senza fondo
    infinito
    non hanno contegno
    rispetto riguardo
    per nessuno
    le cose che ti ruotano
    attorno
    son senza contorno
    non è mai troppo
    tardi alla fine
    l'ho capito ma resto
    a digiuno!
    Le cose che ti ruotano
    attorno...

    Taranto, 20 ottobre 2020. 

     
  • 15 ottobre 2020 alle ore 14:19
    Un giorno (li avrò)

    Avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    del tuo corpo
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    d'una tua parola
    vuota senza domani
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento 
    dei tuoi pensieri
    di accarezzarti
    il viso di stringerti
    le mani
    avrò i tuoi occhi
    per catturare
    i tuoi sorrisi i tuoi silenzi
    i tuoi sguardi
    avrò i tuoi occhi
    un giorno li avrò:
    sarà troppo tardi?

    Taranto, 15 ottobre 2020. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 13:15
    L'idiota

    Bramando a volte va
    intelligenza e fortuna,
    ma soltanto coglier sa
    le mosche al calar d'ogni luna.
    Va facendo scempio
    di fatti e (di) parole
    pur non prendendo esempio
    da nulla né sotto il sole.
    L'idiota non si ferma mai
    all'erta sta sempre e in pena
    giammai lo fa, giammai:
    ma muore lui almeno a pancia piena.

    Taranto, 26 gennaio 2017. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 8:04
    Il perfetto ragioniere

    Conto i giorni conto le ore
    conto i minuti;
    ma intanto passano gli anni
    e miei sorrisi son sempre più muti.
    So far ben di conto così
    sono un perfetto ragioniere
    che trascura notte e dì
    ma non rinnega il piacere.
    Conto i minuti sberleffo le ore:
    che sono più brevi degli altri;
    ed in attesa che'l foco riprenda vigore
    pensieri assaporo e ricordi scaltri.
    I giorni conto ore e minuti
    coi piedi e colle mani;
    miei sorrisi son sempre più muti:
    ma giungon li stesso al domani.

    Taranto, 5 gennaio 2017.

     

     
  • 22 settembre 2020 alle ore 5:50
    Avere e non avere

    Finché avrò respiro
    ed occhi miei vedranno
    esalerò un sospiro
    e ferite mie - così - guariranno.
    Ma quando respiro non più avrò 
    cogli occhi per sempre chiusi:
    lor mi vedranno che in alto andrò
    ad affollar silenti pascoli giammai verdi né illusi. 

     
  • 27 agosto 2020 alle ore 19:18
    Veterani di guerra (inutile ferraglia)

    Veterani di 1000 cento battaglie
    can perso dignità e frattaglie
    in petto portan scritto
    i segni dell'oggi, di ieri e del domani
    oltre a tante medaglie...
    ma quelle "medaglie" le nazioni
    tutte (le) riempion d'orgoglio: ooooh
    quanta inutile ferraglia!

    Taranto, 8 settembre 2016.

     
  • 11 giugno 2020 alle ore 19:18
    The End (surreale "ottimismo" non sense)

    The End: non è la fine
    in qualche sperduto lembo
    oscuro di terra;
    The End: è il confine
    borderline...nell'attesa
    d'una nuova guerra.

     
  • 15 maggio 2020 alle ore 18:42
    La ballata del tempo passato

                                                                                    da: Edoardo Sanguineti
    Quando ci penso che il tempo è passato
    la cicogna volò&la madre apparve che m'a partorito
    poi le fate i bimbi i primi giuochi
    e poi le ragazze già le donne, i primi fuochi
    d'affetto d'amore sotto le gonne - di grande gioia:
    pensarci adesso ch'é vuoi che sia, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo è passato 
    (mica così in fretta come sembra, però!)
    che arriva un giorno mentre un'altro è scordato:
    alla nonna materna ripenso che in braccio amorosa mi tenne
    io fiorellin piccolissimo, lei crisantemo da farci strenne
    di Natale, a Natale già tutt'insiem che gioia:
    pensarci adesso oblio è il tempo, solo noia.

    Quando ci penso che il tempo ritorna
    c'arriva il giorno che più mai torna
    indietro; tutti quei suoni strani, tanto magici i colori
    qual voli pindarici alti alti, tali e forti eran gli odori
    (di mandorli in festa e di vestiti che sapevan di bianco)
    nei giorni e nella notte in estate come d'inverno,
    col sole&colla pioggia: amori in paradiso mica all'inferno.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    che (i) giorni non tornano dacché lui s'è consumato,
    ardon essi inutilmente bruciando come una candela
    in pena, la pena di volti oscurati dal silenzio della sera
    della notte eterna: colei mai arde e vien al finire
    perché giorno arriva che si va a dormire.

    Quando ci penso che il tempo è passato
    vita ho vissuto e (l') amor è finito
    affetti recisi da mano impietosa, 
    la morte: semper sincera come giovin sposa
    vien&prende poco lasciando - quasi nulla - ai superstiti
    di loro; a loro penso "morti vivi" già esistiti:
    ed alfin (è) pensando che giusto mi sovviene:
    un soffio di vento (è) ciocchè di Lor oggi m'appartiene.

    Taranto, 7 marzo 2016.
     

     
  • 15 maggio 2020 alle ore 18:04
    Donne in gabbia

    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora:
    in cielo brilla una solitaria stella, ma la luna è illune...
    inferriate nel cortile divelte dal sonno&camerate
    raggianti di silenziosa tristezza.
    Liberate ier sera
    sul far dell'undecim'ora
    ma poi rimesse in gabbia: al cantar del gallo...
    urli dappertutto, urla - grida -
    strazianti, infermieri al galoppo
    qua e la
    medici in visibilio nelle corsie l'inferno:
     - Sbrigati, Cacciapuoti, il valium il valium...
     - Dai, sù chiama Rostagno: che avvisi il professore
     - Sì, dottore, sarà fatto...
     - Dai, sbrigati, sù, il valium il valium...40 50
    90 NO, 80 milligrammi
    Nelle corsie l'inferno...
    ammattite...: di nuovo? NO, NO NO...
    Lugubri presagi: "camicia di forza" ovvia conclusione,
    di nuovo indosso su "letto di contenzione"!
    Questa SIGNORI, è la vita delle donne in gabbia...
    andirivieni da matti di tutte le donne (matte) in gabbia del mondo;
    E non c'è taser, né manetta, né TSO, né bastone, né "cicca" che tenga, credetemi!!!!

     
  • A Busto Arsizio - in via Dalmazia - v'é
    un precipizio
    dove molti (passando) cadon giù:
    altri non è - ciò - sol che l'inizio
    d'un piccolo indizio o forse più?
    - Ma no, tal precipizio è proprio (men che) niente -
    è soltanto un piccolo buco meno che un buco sì nella strada
    nel cui però cade dentro la gente:
     vuoi che "qualcun" vi bada?
    (è come quelli dell'autostrada!)
    Ma sì! Ma sì, allor! sì, sì, sì: su dai
    lasciam così (le cose) quel buco di tanto "strano"
    da diman - son certo - "vedrai"
    che gente di li passando più accorta sarà: si terrà per mano!

    Taranto, 19 febbraio 2016.
     

     
  • 03 maggio 2020 alle ore 9:22
    Eroi...

    Tutti eroi siamo
    sopravvissuti
    tutti eroi siamo
    diventati quasi
    per caso
    sfuggiti
    al destino
    al "mostro"
    vestiti da
    "detenuti"
    in semilibertà
    (per un'ora d'aria al mattino, di pomeriggio, sul balcone!)
    Tutti eroi siamo
    eppure
    qualcuno disse
    una volta
    "non è più tempo di eroi!"
    ma adesso 
    tutti eroi siamo
    nessuno più
    ormai è santo!
    Tutti eroi
    solo ed unicamente
    eroi...
    sopravvissuti
    diventati
    sfuggiti
    vestiti da "detenuti"
    ma siamo davvero 
    ancora vivi?
    Oppure siamo soltanto eroi?

    Taranto, 3 maggio 2020. 

     
  • 01 maggio 2020 alle ore 0:53
    Non sono un untore

    Non amo i governi e i decreti
    ma non sono un untore,
    non amo gli sbirri zelanti
    ma non sono un untore,
    non dico "io resto a casa"
    ma non sono un untore,
    non dico "andrà tutto bene"
    ma non sono un untore,
    non porto la mascherina
    ma non sono un untore,
    non prego né bestemmio
    ma non sono un untore,
    non piango né rido
    ma non sono un untore,
    vorrei baciare una donna
    ed abbracciare un bimbo
    ma non sono un untore,
    vorrei gridare al sole
    ma non sono un untore,
    vorrei seguire un uomo 
    che muore, portare un fiore
    sulla sua tomba "infetta"
    ma non sono un untore,
    vorrei tagliarmi un braccio
    per cambiare le cose
    ma non sono un untore
    non sono un robot
    ma non sono neanche un untore:
    sono solo un uomo
    tra mille e centomila;
    sono solo un uomo
    ma non chiedo perdono a nessuno
    di esserlo!

    Taranto, 26 marzo 2020.

     
  • 16 marzo 2020 alle ore 12:14
    Earth Mother

    Madre Terra: cosa sei diventata?
    Ricordi quando eri giovane, tutto era bianco o nero...
    era primordiale dei puri ricordi e delle magiche
    notti senza respiro sotto le stelle e la luna...
    Madre Terra: cosa sei diventata, cosa mai ti hanno fatto?
    Madre Terra: cosa sei diventata? Hanno ucciso
    il tuo primordiale candore?
    Madre Terra...prati di fiori arcobaleno; distese di fragole rosa
    innanzi a me!
    Madre Terra...quando tutti camminavano liberi&selvaggi
    senza brancolare nel buio segreto di Tumbstone;
    quando la tigre albina camminava libera&selvaggia
    nelle smisurate pianure di Euralia;
    quando l'aquila reale
    maestosa volava sopra le montagne blu
    e verdi della Messaglia...
    Quando tu: Madre Terra eri diversa;
    Madre Terra cosa sei diventata?
    Madre Terra...
    lo sai che
    prima... (quando: allora?!)
    i deserti (anche) erano abitati da alberi sempreverdi:
    forse erano (anche) arànci amari&dolci?!
    Madre Terra...
    cosa sei diventata: pura& semplice
    merce di scambio...
    soltanto un "affare" da uomini!

    Taranto, 27 dicembre 2013.

     
  • Io non credo
    non ti credo
    io non ti credo
    Occidente.
    Non credo ai tuoi 
    timori
    non credo alle tue
    lacrime
    alle tue paure,
    non ho paura io
    non ho più paura
    non ho più paura 
    della morte io
    dov'eri tu
    quando mano assassina
    uccideva Malcolm X?
    dov'eri tu
    quando Jan Palach
    e gli studenti di San Venceslao
    si davano fuoco davanti al mondo?
    dov'eri tu
    quando a Tienanmen
    morì la libertà?
    io non credo
    alle tue lacrime...
    dov'eri tu
    quando bombardavano Saigon?
    dove sei tu
    quando muore un indios
    in Amazzonia?
    quando un mapuche
    muore, solo al freddo
    ubriaco di miseria?
    quando muore un homeless
    in una strada buia
    su una panchina, vicino un binario morto
    dentro una tomba sfitta
    in un camposanto?
    Hai mai pianto per il popolo armeno?
    O per una donna tutsi
    stuprata eppoi fatta a pezzi?
    dove sei tu
    quando muore un bambino soldato
    in Congo?
    o una bambina viene mutilata
    da qualche parte ancora
    prima di diventare donna?
    Je t'accuse...
    Rispondi Occidente!
    sei complice di tutto questo!
    Dov'eri tu
    quando assassinavano
    John in una fredda sera 
    di dicembre a New York?
    Dov'eri tu
    quando Sarajevo
    era straziata e dilaniata
    dalle bombe?
    sei mai stato nei campi
    del silenzio in Cambogia?
    hai mai ascoltato le urla 
    le grida delle donne di Plaza de Mayo,
    quando chiedevano giustizia
    per i loro mariti e i loro figli?
    Hai mai visto piangere
    una donna palestinese?
    E'un pianto straziante il suo
    cerca il suo uomo
    che non rivedrà mai più!
    Io non credo
    non ti credo ora
    io non ti credo
    Occidente
    non credo alle tue lacrime
    e alle tue paure
    dove sei tu
    quando migliaia di profughi
    fuggono guerra, carestie
    e morte rapiti a tradimento
    dalle loro terre
    estirpati d'ogni cosa?
    quando bombardano nazioni
    e campi innocenti
    con le tue bombe
    costruite nelle tue fabbriche
    trasportate sulle tue navi
    che partono dalle tue basi...
    quando aerei bombardano
    alla cieca lasciando
    bambini nel terrore, e donne
    senza uomini
    vecchi senza casa, in compagnia
    solo del pianto?
    Je t'accuse...
    hai mai guardato in mezzo
    agli occhi di un migrante
    che fugge dal suo paese?
    hai mai guardato in faccia
    un uomo che ha visto
    un suo fratello scomparire
    negli abissi del mare?
    dove sei tu allora...
    dov'eri quando?
    Io non credo alle tue
    lacrime alle tue paure
    Ebola uccide ancora
    eppure non lo sai
    o fai finta di non sapere...
    Hai paura, dimmi?
    la sete la fame l'abbandono
    uccidono più di prima
    eppure non lo sai
    o fai finta di non sapere...
    hai paura, dimmi?
    non ti credo, non ti credo
    più: non posso farlo!
    hai mai acceso una candela
    per chi muore per i diritti
    altrui?
    Non ti credo, non ti credo
    se hai paura
    non ti credo più!
    Hai paura?
    io non ti credo; 
    io non ho paura,
    io non ho più paura
    io non ho più paura della morte
    sono soltanto 
    un uomo io
    appartengo alle stelle...
    Mosca non crede alle lacrime!

    Taranto, 9 marzo 2020.

     
  • 04 marzo 2020 alle ore 14:24
    100 volte grazie

    Grazie per esser venuta 
    al mondo
    grazie per aver gioito
    e sofferto
    ogni giorno
    grazie per aver colto
    l'attimo...
    a tutto
    tondo
    grazie alle tue
    mani
    che hanno stretto
    altre mani
    giovani e vecchie,
    di uomini e donne
    di ieri e di oggi...
    senza un perché,
    quelle senza
    domani
    grazie ai tuoi
    occhi
    che hanno osservato
    il trascorrer del tempo
    la vita e la morte
    nelle cose, delle 
    persone
    ed hanno pianto
    loro
    e sorriso
    per il brutto
    il bello e guardato
    la luna, la pioggia, il sole
    grazie alle tue 
    gambe
    che hanno camminato
    tanto anche quando
    eri stanca
    di giorno e la
    notte senza piangere
    loro, senza farsene
    vanto sorrette
    dai tuoi piedi forti
    come rocce scolpite
    nell'oro
    grazie al tuo viso
    che ha donato
    un sorriso anche quando
    eri triste e sola
    alla tua bocca
    che ha scambiato
    parole a volte 1000
    tante, a volte una sola
    che ha lasciato gioia
    dolore, regalato
    un bacio ed un'ora
    d'amore
    grazie alle tue
    braccia
    che hanno abbracciato
    il mondo
    che han sollevato
    montagne e grattacieli
    che hanno scavato
    la terra in pace
    per uomini e donne
    uccise in guerra
    grazie a te
    grazie al tuo cuore
    che ha amato
    e si è fatto amare
    grazie a te
    per aver vissuto
    ed esser andata
    via senza far rumore
    grazie a te
    100 volte grazie.

    Taranto, 2 marzo 2020.

     

     
  • 24 febbraio 2020 alle ore 16:16
    [Nacqui...]

    Nacqui in una tempestosa notte:
    brulicante assai di forti scosse, tuoni e saette;
    mia madre d'un tanto travagliò, anzi,
    di molto sofferse nel mentre del parto
    ma mi condusse poi con sicura mano
    e tranquilla lungo lo strano e fascinoso viaggio:
    attraversando, cioé, le malsane strade
    e strette assai della vita!

    Taranto, 13 febbraio 2016. 

     
  • 17 febbraio 2020 alle ore 10:15
    Amori folli... ancora (ancora!)

    = Fragment n°1 =
    Cassiopea, la giovine stella
    del folle mattino, ed il bruno Simun
    vento ladro ed assassino
    s'accoppiarono: eppoi, insieme,
    - cani sciolti -
    andarono alla ricerca della magica sabbia
    dorata della notte
    nei deserti di Zungaria ed ircani.
    = Fragment n°2 =
    Quando andrai in prigione
    ti verrò spesso a trovare: e 
    quando uscirai di prigione
    insieme andremo a nuotare
    al lago di Droome con le tartarughe
    al color di lillà.

     
  • 17 febbraio 2020 alle ore 9:38
    Il volo

    Quando l'anima vola
    alta alta in cielo
    tra le nuvole il cuore
    resta solo (allora)
    ma non ha paura...
    tra un po'
    da quaggiù 
    anche lui prenderà
    il volo!

    Taranto, 17 febbraio 2020. 

     
  • 15 febbraio 2020 alle ore 17:33
    Il salto del fosso

    Quando vado via
    da te
    per un istante
    soltanto
    impaurito poi
    ritorno col terrore
    indosso di ritrovarti
    distante...
    il mio cuore 
    affranto allora
    riprende a saltare
    il fosso: nel gioco fatuo
    della vita dell'amore.

    Taranto, 15 febbraio 2020. 

     
  • 10 febbraio 2020 alle ore 6:44
    [Se potessi...]

    Se potessi
    fermare il tempo
    lo farei
    per cogliere quell'attimo
    di dolcezza
    tra i tuoi occhi
    nel tuo sguardo
    silenzioso
    e portarlo nel mio
    cuore spoglio
    ormai di te.

    Taranto, 9 febbraio 2020.

     
  • 01 febbraio 2020 alle ore 16:31
    Svanito

    Piano sequenza
    nella casa matta
    spazio nero infinito
    calato giù
    dall'emisfero della luna
    lontana
    all'eremo del cuore
    mio empireo.
    Il fantasma
    dell'opera m'a' cercato
    nell'ombre verdi e cremisi
    della notte
    sperso
    fedele servitore
    del tempo
    un'ombra implume
    s'é svanito
    poi
    tra i fumi chiari
    del primo giorno...
    Ubriaco,
    mi lascio'
    ed ebbro
    di qualcosa.

    Taranto, 27 maggio 2018.

     
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  • Come comincia:  Il peggior piazzato nel Derby, tra loro, fu Hansel che a Churchill Downs in maggio era stato 10°. Ad onor del vero, tuttavia, è da dire che altri due cavalli (Man O' War, nel 1920, e Pillory, due stagioni dopo) riuscirono a siglare la doppietta ma entrambi non avevano preso il via nel Derby. Man O'War nel 1920 (senza dubbio la sua stagione "monstre", in tutto e per tutto!) restò imbattuto su undici corse disputate (tra di esse una epica match-race con Sir Barton, autore della triple l'anno prima, distanziato di sette lunghezze a Windsor, Ontario, Canada, nella Kenilworth Park Gold Cup), mentre in otto di esse siglò il nuovo record mondiale, nazionale o della pista. Il 4 settembre di quell'anno, sul traguardo delle Lawrence Realization Stakes (una delle più antiche e prestigiose corse americane, la cui prima edizione risale al 1889), a Belmont Park in New York, montato da Clarence Kummer (fantino inserito, in seguito, a sua volta, nella Hall of Fame), portò a termine una delle più epiche imprese mai realizzate nella storia quasi trecentenaria delle corse, trionfando con un margine di ben cento lunghezze sul secondo (il noto giornalista sportivo Joe Palmer, come riportato su americanclassicpedigrees.com, riteneva che il margine fosse vicino alle duecento lunghezze!): il più ampio di sempre ottenuto da un cavallo in una vittoria ufficiale per qualsiasi gara americana. Ancora oggi, questo splendido e potente baio che nel pieno della maturità raggiunse le 16,2 spanne (Charles Hatton, del Daily Racing Form, riteneva tuttavia che ne misurasse 17 nel punto più alto dei fianchi), ed aveva ossa, gambe, piedi e muscolatura impareggiabile, quasi...perfetto, è considerato il più forte cavallo americano di sempre: la prima volta avvenne nel dicembre del 1999, quando un gruppo di esperti convocato da The Blood-Horse, Sports Illustrated e Associated Press lo dichiarò tale (alle sue spalle si piazzarono, in quella sorta di referendum, nell'ordine, Secretariat eppoi, ex-aequo, Native Dancer e Citation). Gli esperti britannici John Randall e Tony Morris, invece, nel loro libro "A Century of Champions", lo pongono al settimo posto tra i più forti cavalli nordamericani di questo secolo. Possedeva un pedigree coi fiocchi, principalmente di stampo britannico: suo nonno materno (Rock Sand), aveva portato a termine la triplice inglese nel 1902; un bisnonno paterno (Bend Or) e due bisnonni materni (Sainfoin e Merry Hampton), avevano trionfato nel Derby di Epsom rispettivamente nel 1880, 1890 e 1887; infine, un suo discendente, West Australian, era stato il primo assoluto vincitore della triplice inglese nel 1853. Non di meno, tuttavia, anche la sua attività stalloniera e, conseguentemente, la sua progenie, furono di prim'ordine: figliò 219 vincitori di corse su 381 monte (57,4%) e l'erede suo più noto fu senza dubbio quel War Admiral che nel' 37 diverrà il quarto "triplettista" della storia. Fu messo a riposo quando era ventiseienne, in seguito ad un infarto. Morì nel novembre del 1947 ed i suoi resti vennero seppelliti nel Kentucky Horse Park di Lexington, in cui egli dimora coi suoi figli War Admiral e War Relic, ed al cui ingresso è posta una statua bronzea, eretta in suo onore, che lo raffigura. Native Dancer fu un'altro famoso nonché sfortunato "doubler". Questo splendido cavallo grigio vide la luce nel marzo del 1950 alla Scott Farm di Lexington, Kentucky, da Polynesian (stallone del 1942, il quale a tre anni aveva vinto le Preakness montato da Wayne D. Wright, fantino dell'Idaho morto nel 2003) e Geisha (figlia di Discovery, che fu Horse of the Year nel 1935 ed è classificato 37°, dagli esperti messi assieme da The Blood-Horse, tra i 100 migliori cavalli americani del XX°secolo). Era animale davvero imponente visto che nella sua maturità arrivò a misurare 16,3 spanne: la spanna è antica unità di misura la quale, in pratica, corrisponde alla distanza intercorrente tra il pollice ed il mignolo nel palmo della mano, tenuto aperto, di un'adulto (all'incirca essa misura una ventina di centimetri). Con Northern Dancer aveva un rapporto di stretta affinità e comunione... invero familiare parentela: nonno materno, infatti (per parte di Natalma), del baio canadese, era - tra l'altro - bisnonno di Nijinsky. Non ebbe di certo un buon carattere e neanche tanto facile da gestire ("nasty animal", lo definirono gli americani!), ma era una vera e propria macchina da guerra, meravigliosa forza naturale...delle corse: ossia, fatto a misura di cavallo per loro! In carriera ne disputò ventidue, vincendole tutte tranne una, la più importante probabilmente: il Derby del 1953. Al proposito, Brian Zipse, che fu editore di Horse Racing Nation dal 2010 al 2017 oltre ad essere grande appassionato e conoscitore di cavalli e corse negli Stati Uniti, scrisse così alcuni anni orsono: "sfortunatamente per lui la sconfitta è arrivata nel Kentucky Derby, poiché The Grey Ghost (così soprannominato Native, per via del colore del suo manto e del fatto che fosse stata la prima star televisiva tra i cavalli: quell'anno, infatti, la NBC trasmise in diretta, su tutto il territorio nazionale, dapprima le Wood Memorial Stakes, importantissimo gruppo uno che si corre in aprile all'Aqueduct Race Track di Ozone Park, nel Queens a New York, che lo videro trionfare, eppoi il Derby in cui giunse secondo), guadagnava ad ogni passo ma poi è arrivato all'improvviso, da dietro, un cavallo veloce, Dark Star. Un salto lontano da un imbattuto campione della Triple Crown, ma ahimé, non doveva essere così per uno dei cavalli preferiti d'America". Dark Star, infatti, avendo doti di grande finisseur (dotato, cioé, di veloci finali), superò Native proprio in dirittura d'arrivo, sopravanzandolo (grazie anche alla monta decisa di Henry Moreno) d'una corta testa sul traguardo. Dark fu un cavallo sfortunato: la sua carriera, che sembrava promettere tanto, si interruppe di colpo a causa di un grave infortunio tendineo occorsogli proprio sul traguardo delle Preakness del' 53, che videro Native trionfare dopo la battuta d'arresto a Churchill Downs. Tuttavia, il suo allevatore, Warner L. Jones, della Hermitage Farm di Goshen, New York (il cavallo era stato acquistato per errore nel 1951, alle aste estive degli yearlings a Keeneland, Lexington, Kentucky, all'esiguo prezzo di seimilacinquecento dollari!), ebbe miglior sorte: diventerà, nel corso del tempo, il primo in assoluto degli Stati Uniti a vincere in carriera Derby, Kentucky Oaks (Nancy Junior, nel 1967) e Breeders' Cup (Is It True, nello Juvenile dell'88). Il cavallo, tuttavia aveva un pedigree di prim'ordine (figlio di quel Royal Gem II°, campione australiano e vincitore in patria, tra il 1945 e il 1948, di ben nove gruppi uno tra cui la Caulfield Cup del'46) ed ebbe anche un'ottima carriera in razza: nelle sue 309 monte figliò 209 vincitori (67,6%) e 26 vincitori di stakes graduate (8,4%). Zipse inserisce Native Dancer al nono posto nella sua personale classifica all-times dei 25 cavalli nordamericani più forti in assoluto, preceduto - nell'ordine - da: Man O' War, Secretariat, Citation, Dr. Fager, Spectacular Bid, Kelso, Count Fleet e Seattle Slew. 

     
  • mercoledì alle ore 21:27
    Al caldo è meglio! (insomnia)

    Come comincia:  Faceva freddo quella notte; Sam, però, quasi mai se n'accorgeva o forse - chissà - le sue ossa non ci facevano più caso. Aveva girato tutti i bar della città, oramai non sapeva dove andare...come tutte le notti d'ogni santo giorno dell'anno: in compagnia della bottiglia e di un bicchiere (a volte), insieme ad altri disperati come lui che non hanno domani, sono senza una meta e non sanno neanche di essere ancora al mondo. Era stato anche al "Papillon", una pensione di terz'ordine sulla settima - al quartiere francese - dove affittano stanze ad ore: ci andava spesso; un intermezzo tra un bar e...l'altro; un'ancora di salvezza all'interno del suo girovagare in cerca di nulla. Lì aveva avuto una sveltina con una puttana di colore: l'aveva pagata dopo, quella volta lo fece (di solito non avviene a quel modo: lui saldava tutto prima, compreso il compenso al portiere di notte!), lasciandogli anche venti dollari extra; eppoi li dette un bacino sulla bocca prima d'andar via (anche quello era un suo modo di fare: di un ubriacone si, di un puttaniere, di un fallito ma, in fondo...ancora, a suo modo, egli aveva un pizzico di dignità e di dolcezza dentro di sé che ti permette di restare a galla seppur intorpidito). Tutto sporco di rossetto si ritrovò di nuovo sulla strada e...ne approfittò, così, per scolarsi mezza bottiglia di Chivas: lo fece nature, tenendola per metà dentro un sacchetto di carta marrone. Era quasi alba e mentre camminava, ad un certo momento, si fermò. Un attimo soltanto: decise di tornare a casa, per restare sveglio. Pensò dentro di sé...in fondo, nonostante tutto, al caldo è meglio!

    Taranto, 13 gennaio 2021.

     

     
  • Come comincia: Il Grand Prix de l'Arc de Triomphe, nato nel 1920, (la prima edizione arrise a Comrade, cavallo inglese di tre anni) è il gioiello più prezioso dell'ippica francese. Si disputa la prima domenica di ottobre (mancò l'appuntamento soltanto nel biennio 1939-40, per ovvi motivi legati al secondo conflitto mondiale) nell'ippodromo parigino di Longchamp, tempio del galoppo transalpino e mondiale. L'Arc e questo ippodromo, il suo ippodromo, sono legati a filo doppio, l'uno senza l'altro non sarebbero la stessa cosa: entrambi infatti rappresentano monumenti alla "grandeur" francese (la corsa fu ideata per celebrare la vittoria della Francia nella "grande guerra"), ed entrambi hanno accompagnato lo sviluppo e la trasformazione dell'ippica francese; entrambi, infine, rappresentano la più concreta risposta della Francia al predominio britannico in Europa. Longchamp venne costruito nel 1857, su un progetto dell'architetto Antoine-Nicolas Bailly, nella parte sud-occidentale del Bois-de-Boulogne nel luogo in cui precedentemente era sorta una abbazia di clarisse fondata nel 1260 e demolita dopo la sua soppressione nel 1790. Venne inaugurato da Napoleone III° e dalla sua consorte Eugenia. Subì danni notevoli nel 1870 (durante la guerra franco-prussiana) e nel corso della prima guerra mondiale. Nel 1966 fu ricostruito in toto con tecniche ardimentose come l'avanzamento su binari delle nuove strutture mentre si abbattevano quelle vecchie. Al termine del "maquillage" che durò cinque mesi e nel corso dei quali, con l'intervento di ben seicentocinquanta operai, vennero trasportate circa diciottomila tonnellate di materiale, l'impianto potè vantarsi di essere, a giusta ragione direi, il più efficiente e moderno d'Europa. Le tribune potevano contenere quindicimila persone, tutte al coperto: sul suo prato invece, nei convegni più importanti (ad esempio, durante il Gran Prix de Paris in giugno) ne prendevano posto anche più di centomila. Nel 2016, il vecchio ippodromo ha chiuso i battenti per due anni (l'Arc si disputò ugualmente nell'ippodromo di Chantilly, lo stesso che ospita - in maggio - il Derby francese), così subendo un totale rimodernamento. Un progetto arabo, portato a termine dall'architetto Dominique Perrault, ne ha completamente cambiato il volto. Dal 2018 (ha riaperto i battenti l'otto di aprile) si chiama Paris Longchamp: la nuova tribuna della Defense dispone di ben cinque piani con terrazzo, box e ristorante di duecentocinquanta posti annessi. L'odierno sponsor della corsa parigina (lo sarà, per contratto, sino al 2022) è il QREC (Qatar Racing and Equestrian Club), mentre il montepremi attuale, salito alla stratosferica cifra di cinque milioni di euro, non ha eguali al mondo. Sfogliando il libro d'oro dell'Arc si possono scoprire notizie interessanti, estrapolare dati di rilevante importanza tecnico-statistica ma anche di natura storica. Il primo vincitore, come sopra scritto, fu Comrade, maschio di tre anni e figlio di Bachelor's Double e Sourabaga. Quel giorno fu montato dal jockey australiano Frank Bullock il quale trionferà a Longchamp anche nel'22, portando al secondo successo Ksar, e si impose in 2'39 di una corta lunghezza su King's Cross e Pieurs. Allenato dal trainer inglese Peter Purcell Gilpin e di proprietà del francese Evremond de Sant Alary (la sua scuderia trionferà ancora nell'Arc, nel 1935, con Samos, montato da Wally Sabbritt), questo cavallo vanta una 
    curiosa storia ed alquanto singolare, oltre che un palmarès di qualità: tre vittorie su cinque corse disputate in carriera (nell'anno del successo nell'Arc vinse pure il prestigioso Gran Prix de Paris, gruppo uno sui tremila metri in giugno, a Longchamp e le Queen Anne Stakes ad Ascot, gruppo due sulla distanza dei millecinquecentosessanta, in ottobre; infine, si piazzò dietro al connazionale Orpheus nelle altrettanto "classiche" Champion Stakes, corsa di gruppo due sui duemilaundici a Newmarket). Era stato acquistato quasi casualmente da yearling (età di un anno), dal suo futuro trainer, quand'era di proprietà del banchiere inglese di bavaresi origini Ludwig Neumann (morirà a Touquet, nel'34, cadendo accidentalmente dal balcone della sua stanza d'albergo!), per una cifra abbastanza modesta e quasi...simbolica (poco più di venticinque ghinee) alle annuali aste di Newmarket: in caso contrario, ossia se nessuno avesse fatto un'offerta, sarebbe stato rispedito indietro al mittente. In seguito venne rivenduto al nuovo proprietario francese di cui sopra, col quale trionfò a Parigi. Il primatista, in fatto di successi, tra i jockeys, è l'italiano Frankie Dettori il quale ha tagliato da vincitore il nastro d'arrivo dell'Arc per ben sei volte, di cui due di seguito: Lammtarra (1995), Sakhee (2001), Marienbard (2002),  Golden Horn (2015), Enable (2017, 2018). A distanza inseguono in sei con quattro successi: l'inglese Pat Eddery e ben cinque transalpini: Freddie Head, Jako Doyasbère, Thierry Jarnet, Olivier Peslier e Yves Saint-Martin il quale è da molti considerato il fantino francese più forte di sempre. Nato ad Agen (Lot-et-Garonne) nel 1941, ottenne in carriera (calcò i turf del mondo intero dal 1955 all'87) la bellezza di 3314 successi di cui ben 119 in corse di gruppo uno. Fu allenato da due trainers soltanto: François Mathet (dal 1955 al 1970) e Daniel Wildenstein (1971-1977). Nel suo palmarès incredibile figurano successi e riconoscimenti ottenuti su ogni ippodromo del mondo; quindici volte campione del Jockey Club francese o Cravache d'Or (premio al fantino più vittorioso in stagione), Cavalierato della Legion d'onore, Prix "Claude Foussier" de l'Academie français des Sports per servigi resi allo sport ippico, trentacinque classiche francesi, escluso il poker di successi nell'Arc (nove Prix du Jockey Club o Derby, cinque Poul d'Essai des Poulains, quattro Gran Prix de Paris, sette Poul d'Essai des Poulishes, cinque Prix de Diane, cinque Prix de Vermeire); sette classiche inglesi: Derby del 1963 in groppa a Relko, due Oaks (Monade, 1962, Pauwneese, 1976), due 1000 Ghinee (Altesse Royale, 1971, Flying Water, 1976), un 2000 Ghinee (Nonoalco, 1974) e un St. Leger (Crow, 1976); l'Irish Derby del 1974 al Curragh, con English Prince; cinque gruppi uno negli States e Canada: Breeder's Turf e Mile, Hollywood Derby, Washington  D. C. International a Laurel Park, nel Maryland ed E. P. Taylor Stakes al Woodbine Racetrack di Toronto. Il giornalista inglese Nick Higgins, uno dei massimi esperti mondiali di galoppo, nella sua "Top Jockeys of All-Times List" (graduatoria dei più forti fantini di sempre), apparsa su Jockeys Room.com lo inserisce al 19°posto.

     
  • Come comincia:                                                 = Introduzione =
    Sul finire degli anni novanta dello scorso secolo cominciai a prendere appunti su fantini, cavalli e storie legate al mondo delle corse di galoppo. Alla fine del decennio precedente avevo cominciato ad interessarmi a quello sport, a quel mondo e alle sue storie seguendo avvenimenti su quotidiani e riviste, in tivù o nelle sale corse, dove attraverso vari circuiti televisivi privati e network a circuito chiuso venivano sovente irradiate immagini in diretta di corse importanti come, ad esempio, il Derby inglese di Epsom o l'Arc de Triomphe in Francia. Pur essendo appassionato di sport sin da ragazzino, fino ad allora avevo sempre visto con occhio sospettoso e con circospezione quella branca sportiva, ritenendola - a torto - di difficile comprensione. Una cosa ed un mondo a sé stante, sembravano per me, quasi inavvicinabile...una nicchia incomprensibile a tutti quelli che come il sottoscritto non fossero degli addetti ai lavori o  avvezzi alle scommesse; qualcosa per pochi intimi o aficionados e poco più (molti infatti la ritengono un settore di esclusivo interesse di scommettitori incalliti, miliardari o nobili: a misura fatta per i loro interessi, appunto!). E' invero cosa sicura, tuttavia, direi quasi del tutto matematica (o matematicamente esatta), che l'ippica - e le corse di cavalli in genere - possano apparire a volte un tantino noiose mentre cifre e statistiche siano del tutto indigeste talora - e per i più - trasformandosi spesso in un vero e proprio ginepraio in cui è difficile muoversi e districarsi ed altrettanto facile - al contempo - perdersi. Tuttavia essa (soprattutto il galoppo, per quel che più mi tange) riveste un fascino particolare, quasi inspiegabile, e quando la scopri o meglio impari a conoscerla e intendi che è così, allora non puoi più fare a meno di amarla. A dire il vero, però, ho amato, sin dall'infanzia, quegli animali a quattro zampe bellissimi nonché affascinanti che rispondono al nome di cavalli: molti li ritengono - ingiustamente - scarsamente intelligenti se no addirittura stupidi ma non è affatto così; al contrario invece essi sono intelligenti parecchio (molto spesso lo sono più dell'uomo, degli uomini e degli esseri umani tutti insieme!) e sensibili come pochi. Sono, in buona sorte e sostanza degli "spiriti liberi", dotati di un certo quid di selvaggio ma anche pieni di grazia e dolcezza, davvero qualcosa di...speciale! Tornando a quanto sopra scritto, debbo dire che il progetto era quello - tanti anni fa - di dare alla luce una serie di articoli (lunghi, monografici, col taglio a metà tra cronaca e storia da una parte e aneddotica, curiosità, statistica e quant'altro dall'altra) sulle grandi corse nel mondo, ovvero quelle che hanno fatto e segnato la storia del galoppo nel corso del tempo, dagli albori ai nostri giorni:  le corse più importanti, insomma, e prestigiose, in quei paesi dove esso è la specialità regina dell'ippica (dagli Stati Uniti ai Paesi britannici ed anglofoni in genere, come Australia e Canada; dalla Francia all'Italia e al Sud America passando per estremo Oriente e Paesi Arabi) rispetto al trotto. Ebbene, il progetto (quel progetto) l'ho accantonai in seguito ma lo scorso anno (dopo oltre un ventennio) ho ricominciato a mettere in ordine tali appunti, ad assembrarli razionalmente e ad aggiornarli statisticamente servendomi anche dello sconfinato patrimonio di dati, curiosità e notizie (quelle che Americani ed Inglesi chiamano "facts" o "trivia") oggidì disponibile sul web. Lo feci (e continuo a farlo perché trattasi di opera abbastanza lunga e difficile che abbisogna di continui restauri ed aggiornamenti) a partire dall'Arc de Triomphe, la corsa più importante di Francia e tra le più importanti e seguite in Europa, dalle corse inglesi e da alcune americane tra cui quelle della cosiddetta "triplice corona". Ne è scaturita (anzi, ne sta scaturendo perché molte volte mi capita di scrivere in "tempo reale", a braccio o di getto) una serie che ho intitolato"le corse della leggenda". Debbo dire, anzi, evidenziare bene (ritengo sia doveroso farlo per onestà verso molti appassionati e molte persone che operano nel settore come addetti ai lavori e spesso ricavano di che vivere da esso) che non amo particolarmente il trotto (ricordo, tuttavia, una storica edizione, la prima - quella del lontanissimo, temporalmente ma no nei miei ricordi, 1978 - del Gran Premio "Città dei Due Mari" disputata sulla pista dell'ippodromo "Paolo VI°" di Taranto e che vide protagonista principe un cavallo di nome Wayne Eden, leggenda delle corse in carrozzino: fatto curioso è che esso fosse nato proprio negli States per poi essere allevato dalla società Mira, in Toscana), benché esso sia specialità che vada per la maggiore in Italia (ma è così anche in altri Paesi europei come quelli scandinavi, o in Belgio: inoltre, nella stessa Francia, negli Stati Uniti e in Canada esso ha notevole seguito ed enorme volume d'affari sebben non tocchi i livelli della sua consorella). Ritengo, per mio conto, che quella del - ed al galoppo - sia l'andatura più naturale per un cavallo: la corsa, a quell'andatura, non viene snaturata dall'elemento tecnicamente innaturale come può essere il sulky (o carrozzino, o seggiolino che dir si voglia), appunto. Voglio concludere l'introduzione con un pensiero non mio ma da me pienamente condivisibile. Da qualche parte una volta qualcuno scrisse: "che meraviglioso racconto sono i cavalli, vi è qualcosa di memorabile in ognuno di loro!". - La Triple Crown americana: i magnifici "tredici" e il poker di Whirlaway
    La leggendaria "Triple Crown" (triplice corona) è l'evento più atteso della stagione negli Stati Uniti per i purosangue di tre anni. Si articola su tre prove: Kentucky Derby, Preakness e Belmont Stakes. Il termine venne coniato ad hoc ufficialmente da Charles Hatton, giornalista del Daily Racing Form di Chicago (la bibbia dei tabloid per gli scommettitori del Nord America), nel 1930, dopo le vittorie di Gallant Fox nelle tre corse, ma ufficiosamente era già in uso dal 1923, introdotto nel gergo tecnico-sportivo da altri giornalisti. In un secolo di corse soltanto tredici cavalli sono stati capaci di completare il trittico (vincere, cioè, le tre prove che si svolgono annualmente nell'arco di cinque settimane, tra maggio e giugno, nella stessa stagione): Sir Barton (1919), Gallant Fox (1930), Omaha (1935), War Admiral (1937), Whirlaway (1941), Count Fleet (1943), Assault (1946), Citation (1948), Secretariat (1973), Seattle Slew (1977), Affirmed (1978), American Pharoah (2015), Justify (2018). Tra questi cavalli, però, l'unico che sia riuscito ad ottenere il "grande slam" fu Whirlaway. Questo castano puledro, che vide la luce alla Calumet Farm di Lexington, Kentucky, (uno dei sancta sanctorum delle scuderie, dell'allevamento e del galoppo americano) il 2 aprile del 1938, da Blenheim II°(vincitore nel 1930 del Derby di Epsom) e Dustwhirl, dop'aver trionfato - dominandole - nelle prove della "corona" (fu il primo degli otto vincitori di Derby nella storia per i suoi colori: l'ultimo è stato Forward Pass nel 1968) ottenne infatti il poker riportando le Travers Stakes, corsa che negli States è anche conosciuta come il "Mid-Summer Derby" (Derby di mezza estate). Essa si disputa annualmente in agosto nel Saratoga Race Course che è situato nella omonima località dello stato di New York ed è il quarto più antico ippodromo della nazione. Nelle classifiche internazionali è inserita al 57°posto tra le cento pattern races o corse di gruppo uno più importanti al mondo (nel galoppo le corse sono classificate in gruppi, dal primo al terzo, secondo la loro importanza, tradizione e montepremi). La prima edizione si corse nel lontano 1854 e deve il suo nome a William Rubin Travers, avvocato e ricco uomo d'affari che fu uno dei fondatori dell'ippodromo di Saratoga nonché presidente della locale Racing Association (associazione delle corse). Whirlaway fu votato Horse of the Year (cavallo dell'anno) a tre anni di età e l'anno dopo, ottenendo rispettivamente nove e undici successi (prima di lui, l'impresa era riuscita solamente a Chalendon nel 1939 e 1940). In carriera ebbe un record di 32 vittorie su 60 corse disputate e guadagnò la bellezza di 561.161 dollari, cifra altamente considerevole all'epoca. "La maggior parte delle sconfitte", come scrive Peter Matthews nel suo The Guinness International Who's Who of Sport, "fu dovuta al fatto che egli avesse l'abitudine di cambiare condotta e ritmo di gara, quando era messo sotto pressione: il suo tallone d'Achille!". Morirà quindicenne (appena quattro giorni dopo il compleanno) a Haras-de Fresnay-le Burrard, in Normandia, nel nord-ovest della Francia, dove si trovava nell'allevamento di Marcel Boussac, ricco magnate tessile (fu miglior proprietario dell'anno nel 1950 e 1951), il quale lo aveva acquistato per utilizzarlo nell'attività stalloniera solamente l'anno prima a titolo definitivo, dopo averlo tenuto in affitto tre anni. Terry Conway, corrispondente di corse per ESPN.com, nonché cronista e scrittore per il magazine Blood-Horse e per numerose altre testate negli States (non soltanto di argomento ippico ma anche di arte, storia e viaggi) ha scritto: "il più delle volte le sensazionali gare di Mister Longtail (era il suo nick per via della lunga e folta coda che lo contraddistingueva) lo hanno portato sulle prime pagine delle sezioni sportive della nazione sopra Ted Williams che ha battuto .406 quell'anno, e Joe Di Maggio, che ha messo assieme una serie di 56 vittorie consecutive". E' inserito al 17°posto nel ranking dei 250 cavalli più forti d'ogni epoca di Horse Racing Nation, votato dagli stessi fans. Nel biennio 1997-98 due allievi di Bob Baffert (dapprima Silver Charm e Real Quiet l'anno dopo) videro infrangere il loro sogno, diventato evidentemente una maledizione, all'ultimo atto: furono infatti entrambi sconfitti nelle Belmont, dopo aver vinto le prime due prove della triplice. Similmente, nel corso del tempo, è accaduto ciò ad altri diciannove cavalli, di cui ben undici dopo l'ultima impresa degli anni settanta firmata dal fuoriclasse sauro della Florida Affirmed: Spectacular Bid (1979), Pleasant Colony (1981), Alysheba (1987), Sunday Silence (1989), Charismatic (1999), War Emblem (2002), Funny Cide (2003), Smarty Jones (2004), Big Brown (2008), I'll Have Another (2012), California Chrome (2014). Bob Baffert è indubbiamente il trainer (tecnico) più  vincente del galoppo americano nell'era moderna (dal dopoguerra ad oggi ha vinto più di chiunque altro!) e uno dei più carismatici d'ogni epoca insieme a James Fitzsimmons, Horatio Luro, Charles "Charlie" Whittingham e Wayne Lukas. Due suoi cavalli, nel 2015 e 2018 (American Pharoah e Justify) hanno compiuto il triplo vincente mentre nel suo palmarès figurano ben sedici prove singole in totale (record assoluto): sei Derbies (numero di successi di Ben Jones eguagliato nel 2020 con Authentic), sette Preakness (record assoluto detenuto con Robert Wyndham Walden), tre Belmont. La sua storia è davvero fuori dall'ordinario. Egli incarna, infatti, la classica persona fattasi da sé, venuta su da sola (self-made men, son soliti indicare Americani e in genere gli anglosassoni). La sua famiglia, in Arizona, allevava vacche e polli per poi distribuirli a ristoranti e locali della zona, mentre lui cominciò a cavalcare i quarter horses: lo faceva ogni mattina prima della scuola, su una pista in sterrato che il padre avea messo a punto arando un campo di fieno d'avena alle spalle del ranch in cui viveva, a Nogales (curiosamente essa confina, a nord, con la omonima cittadina messicana situata nello stato di Sonora). Ha continuato su quella strada, così negli anni settanta, prima di intraprendere l'università, arrivarono i primi successi da fantino e da tecnico, insieme ai guadagni ("non ho mai imparato da un vero allenatore, quindi sono stati tentativi ed errori. Per lo più errori!", dichiarò una volta egli stesso). Aveva talento, occhio per i cavalli ed anche tanto cervello. Nella metà degli anni ottanta si era fatto un nome, oramai, non soltanto in Arizona, ed era diventato allenatore d'alto livello. Un importante proprietario di cavalli, il magnate dei fast-food Mike Pegram, si accorse di lui e lo convinse a compiere il gran salto nel mondo dei purosàngue veri (thoroughbred o blood horses in inglese). Baffert allora accettò la sfida e nel giro d'una decade di tempo riuscì a farsi strada - a suo modo - anche nel nuovo ambiente: i primi successi infatti non tardarono a venire (nel 1991 vinse la sua prima corsa graduata sul suolo americano: le Junior Miss Stakes, gruppo tre a Del Mar, in California, con Soviet Sojourn montato da Corey Nakatani, top-jockey californiano degli anni novanta e duemila; con Thirty Slew, montato da Eddie Delahoussaye, fantino della Louisiana ritiratosi nel 2003 dopo una venticinquennale carriera e oltre seimila successi, trionfò nel Breeders' Sprint del'92), così come pure piazzamenti di prestigio (nel 1996 si piazzò secondo d'un soffio nel Derby il suo allievo Cavonnier, montato da Chris McCarron). In seguito diverrà fraterno amico di Pegram: i due insieme, tra le altre cose, nel 1998 porteranno al successo Real Quiet tanto nel Derby, quanto nelle Preakness, e Lookin At Lucky nelle Preakness del 2010. L'incontro tra il tecnico ed il miliardario fu importante, quasi fondamentale nella vicenda umana di Baffert: ha dato il via ad una grande storia nel mondo delle corse visto che da quel momento in avanti è cominciata una vera e propria escalation di vittorie e soddisfazioni per il tecnico dell'Arizona che non accenna minimamente a fermarsi. "Baffert ha fatto molta strada nelle corse dei cavalli", ebbe a scrivere Dave Wharton sul Los Angeles Times nel giugno di cinque anni orsono, poco prima che il suo allievo American Pharoah trionfasse nelle Belmont e lui ottenesse la prima Triplice in carriera. Oggidì Baffert è il trainer più famoso e stimato del galoppo targato "stars&stripes", nonché uno dei più noti al mondo. Le sue cifre da sole parlano: dal 1979 i cavalli che egli ha sellato hanno preso il via in 13505 corse, vincendo per ben tremilasettantotto volte (percentuale del 23%) e portando a casa oltre trecento milioni di dollari di montepremi vinti (cifra pazzesca...a dir poco da capogiro!).- A proposito di...quarterI cavalli di razza quarter sono tozzi, meno resistenti e più piccoli rispetto ai purosangue standard (le loro misure, al garrese, ossia l'altezza presa tra il collo e la scapola, possono variare da un metro e cinquanta a uno e sessantacinque). Questa razza è il risultato ottenuto da un ibrido tra i mustang americani e i purosangue inglesi: è riportato che l'incrocio sia avvenuto in Virginia nel 1756 tra un purosangue importato dall'Inghilterra di nome Janus e puledre indigene. Trattasi di animali in genere abbastanza docili, mansueti e propensi all'apprendimento ed al comando da parte dell'essere umano. Queste peculiarità caratteriali fanno si che siano predisposti non solo per la corsa: vengono infatti utilizzati in altre specialità ippiche come il dressage (vi sono stati cavalli, però, che si sono esibiti anche nel salto ad ostacoli) oppure in altri tipi di monte come quelle "western", durante i rodei; sovente e volentieri lo sono anche in attività di lavoro (ad esempio, per l'aratura dei campi là dove tale pratica venga ancora eseguita a quel modo, o per tenere a bada ed ordinare il bestiame nelle mandrie) e nell'ippoterapia. A proposito dell'ippoterapia è da dire che essa rappresenta un aspetto importante dell'attività di questi cavalli: trattasi invero di una pratica utilizzata per curare persone (soprattutto bambini) con limitazioni psichiche e psico-sensoriali, la quale spesso da adito a risultati soddisfacenti. Tornando all'aspetto agonistico è da dire che le corse di cavalli su brevi distanze, negli Stati Uniti, presero piede in Virginia agli inizi del 1600, per opera dei primi coloni insediatisi nei pressi della cittadina di Jamestown. Esse venivano disputate sulla distanza di un quarto di miglio (da cui derivò in seguito il nome di quarter affibbiato ai cavalli), dapprima su ogni tipo di percorso disponibile poi su strade rettilinee vere e proprie. Il miglio è antica unità di misura utilizzata dai Romani. Entrò poi nel Sistema Imperiale Britannico ed è tuttora in uso nei Paesi di estrazione anglofona e negli Stati Uniti, nonché nel traffico per mare e cielo. Il miglio terrestre (o inglese) misura 1760 iarde che corrispondono a 1609,344 metri del Sistema metrico decimale. Le corse organizzate di quarter invece (come riferisce la Britannica Enciclopedia) iniziarono intorno agli anni quaranta del'900 e da allora in poi presero piede su circa 100 piste negli Stati Uniti, soprattutto nell'ovest del Paese. Venivano utilizzati cavalli di quella razza perché meno resistenti dei purosangue "classici" e più adatti, quindi, a distanze brevi. Oggi, negli Usa, sono classificate ben undici distanze di gara ufficiali, comprese tra 220 e 870 iarde (da 201 a 796 metri). Le gare di 550 iarde o meno si svolgono su percorsi privi di curva e le regole - in genere - sono simili a quelle delle corse standard per purosangue. E' stato creato un vero e proprio registro della razza quarter (stud), avente sede ad Amarillo, nel Texas; vi sono poi diverse organizzazioni di breeders (allevatori) ed owners (proprietari) nonché delle aste di vendita e un Jockey Club sul modello esistente nel tradizionale galoppo. Si disputa, annualmente, anche una Triple per quarter che si articola sulle seguenti prove (tutte si corrono al Ruidoso Downs Race Track, New Mexico): Kansas Futurity, a giugno, Rainbow Futurity, a luglio, All-American Futurity, a settembre. L'unico cavallo che sia riuscito a realizzare la tris vincente fu Special Effort nel 1981. Nel pedigree suo figurano due "mostri" sacri dei purosangue standard: Raise A Native (nonno per parte di padre) e, soprattutto, suo padre Native Dancer. L'attività agonistica coi quarter fu propedeutica all'entrata in scena nel mondo del galoppo d'elite (vera e propria gavetta, direi), non solo per Baffert che guidò quattro campioni, ma anche per un'altro grandissimo tecnico della scena statunitense e mondiale come Darrell Wayne Lukas (quattrordici prove della Triple e venti della Breeders' Cup in carriera).
    - Northern e Native: i due "danzatori" sfortunati 
    La vittima più illustre nella storia della Triplice è senza dubbio Northern Dancer, cavallo canadese bàio (colore del mantello rosso scuro, tendente al castagno) da Neartic (figlio, tra l'altro, di quel Nearco che oltre ad essere considerato, insieme a Ribot, il più forte cavallo italiano mai esistito ed uno dei più grandi del novecento, fu anche influentissimo progenitore) e Natalma il quale, dop'aver battuto di una incollatura Hill Rise nel Derby (primo cavallo canadese della storia vincitore a Louisville), e di due lunghezze e un quarto The Scoundrel sul traguardo delle Preakness, fu soltanto terzo nelle Belmont (preceduto oltre che dal vincitore Quadrangle, che a sua volta era stato 5°nel Derby e 4° a Pimlico, anche da Roman Brother). Allievo di Horatio Luro, il trainer che lo guidò nel corso della carriera, è inserito al 42°posto nella classifica dei duecentocinquanta cavalli più forti di sempre stilata da Horse Racing Nation. Dopo aver smesso di correre in pista (lo aveva fatto in eccellente modo, vincendo quattrodici delle diciotto corse a cui prese il via, giungendo due volte secondo e altrettante terzo, guadagnando oltre mezzo milione di dollari), cominciò la carriera di razzatore a Chesapeake City, nel Maryland, e fu campione anche in quella: probabilmente, a detta di tecnici ed addetti ai lavori, il più influente nei tempi moderni. Fu miglior stallone negli Usa e in Nord-America nel 1971 e in Inghilterra nel 1970, 1977, 1983, 1984. I puledri e le figlie che ha generato, così come i suoi nipoti e pronipoti, sono stati campioni nazionali in ben quarantaquattro diversi Paesi al mondo ed hanno trionfato in centoquarantasette gare di gruppo (alcune cifre parlano di centoquarantatre) tra cui Irish Derbies, Prix du Jockey Club a Chantilly (derby francese), in gare della Triple Usa e in tutte quelle della Breeders' Cup. Ha fatto nascere ben 49 yearlings (puledri dell'età di un anno) venduti alle aste a un milione di dollari o più. Era una vera e propria miniera d'oro oltre che una macchina (perfetta e ben...oliata) della monta. La rivista People così scrisse su di lui: "l'unica celebrità in grado di guadagnare un milione di dollari prima di colazione!". Il suo figlio più prestigioso fu senz'altro un tal puledro irlandese chiamato Nijinsky, cavallo preferito di sua maestà Lester Piggott, col quale il fantino di Wantage conquistò la Triple Crown in Inghilterra: 2000 Ghinee, Derby di Epsom e St. Leger. La sua linea di sangue (o consanguineità) si è fatta sentire, nel corso degli anni, perfino in nazioni apparentemente distanti tra loro (seppur abbastanza evolute nel mondo dell'ippica e del galoppo in particolare) come Brasile e Giappone, così come pure in tempi recentissimi: essa arriva, infatti, attraverso pédigrée ed albero genealogico ascendente e discendente dei cavalli, o dei vari incroci delle linee maschili e femminili anche sugli stessi campionissimi americani American Pharoah e Justify, ossia gli ultimi vincitori in ordine cronologico della Triplice Usa (rispettivamente sei e tre anni orsono). Nel 2004 accadde una cosa davvero straordinaria, uno degli eventi più incredibili nella storia dello sport mondiale, paragonabile - a mio avviso - a quel "giorno dei giorni" (25 maggio 1935) in cui Jesse Owens, fenomenale atleta di colore dell'Alabama, stabilendo cinque record mondiali in appena tre quarti d'ora, ad Ann Arbor, nel Michigan, aveva stravolto e al contempo riscritto ex-novo tutta l'atletica e lo sport: ognuno dei diciotto cavalli schierati al cancelletto di partenza dell'Arc de Triomphe aveva il sangue di Northern Dancer nelle ve...nel proprio pédigrée! Joe Hickey, ex direttore pubblicitario dell'ippodromo di Pimlico, a Baltimora, nonché uno degli assistenti di Edward Plunket Taylor, suo allevatore e proprietario, alla Windfiels Farm di Oshawa, Ontario (Canada), ebbe a dire una volta:"è stato il più grande padre commerciale di tutti i tempi. Venderanno cavalli, per molti anni a venire, ma non sperimenteranno mai l'influenza mondiale trasmessa da Northern Dancer!". Morì nel novembre del 1990 (aveva superato i ventinove anni di età da circa sei mesi), a causa dei postumi di una colica intestinale (disturbo non infrequente tra cavalli anziani). Nel 1976 era stato inserito nella Canadian Horse Racing Hall of Fame (Arca della Gloria canadese dei cavalli da corsa), situata nei locali annessi al Woodbine Racetrack di Toronto, Ontario (Canada), al cui ingresso trovasi oggi una statua scolpita in onor suo. Nella primavera del 2011, in occasione del cinquantenario dell'Arca, vennero esposti per tre giorni al Woodbine cimeli, foto e trofei della carriera del cavallo oltre alla proiezione in video delle sue vittorie. In quell'occasione John Stapleton, presidente dell'Arca stessa, dichiarò al quotidiano di Toronto The Globe and Mail: "ciò che lo rende speciale e che aveva il temperamento e la volontà di vincere". La storia della "triplice" è intessuta, invero, di episodi curiosi ed importanti tanto dal lato umano, quanto da quello agonistico o puramente scarno, freddo eppur essenzialmente inevitabile e necessario delle cifre e delle statistiche (così come del resto accade dacché esiste il mondo tutto dell'ippica e delle corse di cavalli in genere). Ci sono cavalli, ad esempio, che hanno compiuto il percorso "incompleto" a ritroso...inversamente: ossia, dopo essere stati sconfitti nella prova d'esordio (Kentucky Derby), sono poi riusciti ad accaparrarsi le due Stakes, Preakness e Belmont. In quel caso, quindi, secondo alcuni esperti ed addetti ai lavori, si dovrebbe parlare di "double" riuscito piuttosto che di triplice...mancata. A giusta ragione, ritengo io stesso, perché comunque trattasi - e sempre - di impresa degna ugualmente di nota: portata a termine, cioé (nessuno dovrebbe mai dimenticarlo ma...soprattutto coloro i quali intendono essere i cavalli delle macchine da monta e da soldi soltanto!), da fantastici animali e bellissimi i quali, seppur siano allevati, curati addestrati e sellati da uomini (o da esseri umani in generale), intinsecamente posseggono dentro di sé (oltre alla bellezza, appunto) particolari doti fisiche, psico-attitudinali e sensoriali che li rendono unici. In totale i "doppiettisti" (gli autori del misfatto...il double) sono stati undici nel corso del tempo: Bimelech (1940), Capot (1949), Native Dancer (1953), Nashua (1955), Damascus (1967), Little Current (1974), Risen Star (1988), Hansel (1991), Tabasco Cat (1994), Point Given (2001), Afleet Alex (2005). 

     
  • 17 dicembre 2020 alle ore 14:05
    Non posso farlo! (seconda parte)

    Come comincia:  - Comandi! - esclamò Henri all'ufficiale, seduto davanti a lui. Era il capitano Nomas, un tipo simpatico coi baffi e le basette lunghe, il quale comandava la postazione: alle sue spalle due soldati sul riposo, col fucile tenuto basso. - Sono il tenente Henri Galthier, del XV° battaglione di fanteria. Con me porto due miei compagni, il soldato semplice Alain Kantorek ed il sottotenente François Lucy, che mi aspettano fuori.
    - Buongiorno, tenente! - fece l'altro. - Stia pure comodo...riposo! riposo! Siete destinati alla decima compagnia. Quando esce di quì vada sempre dritto, avanti a lei, costeggiando la strada di fianco al bosco. Arriverà giusto in trincea: tre, quattrocento metri ancora da camminare, no di più! Quando sarete là, lei ed i suoi uomini, qualcuno sarà ad attendervi, al comando e poi...vi daranno sistemazione. Buona fortuna! L'ufficiale era stato chiaro, proprio come un libro stampato a differenza però che...i libri, a volte, non seguono fili logici prestabiliti nella loro narrazione, nel loro esporre agli altri parole scritte: spesso scantonano, deragliano sui sentieri dell'animo umano! Il tenente così salutò l'ufficiale di grado superiore, dando un colpo secco ben assestato coi tacchi degli stivali e portando la mano destra sopra il cappello. Poi disse:
     - Bene, signore! Grazie infinite! Henri sapeva già tutto, però; conosceva per filo e per segno dov'era destinato sin da quando aveva lasciato il battaglione ma si sa, in fondo, come stanno le cose tra i militari: tutto ordine, ordini e disciplina, inutili scartoffie, precisione ed ossessiva quanto maniacale ripetitività anche in tempi come quelli. Eppoi, ognuno passava da quel posto quando arrivava: era tappa obbligata, l'ingresso sul fronte occidentale da dove poi gli uomini venivano dislocati in vari punti delle trincee. Quello era il punto di snodo (sembrava - senza esserlo però - il punto d'arrivo d'un treno a scartamento ridotto: quel mezzo di locomozione, cioé, che di lì a poco verrà usato - sovente e volentieri - in vari strategici punti della contesa col nemico per spostare truppe) verso l'infe...la porta che conduce al paradiso dei soldati, alla gloria: quello da dove si "comincia a ballare!", come disse il sergente maggiore Katczinsky, mattina precedente, dop'aver udito alla radio il proclama del governo. Henri uscì con piglio deciso dalla casetta e disse agli altri: - Andiamo, ragazzi!
     
    - Arrivo in trincea. La collina del disonore.
     Erano le otto e quaranta, i tre non portavano ritardo alcuno sulla tabella di marcia. Infatti, dieci minuti più avanti giunsero alle trincee. Quelle erano state scavate alcuni giorni addietro dai soldati del genio per fornire appoggio alle truppe in transito (era da alcune settimane, infatti, che la situazione tra i due Stati vicini, ora in guerra, era tesissima ai confini e ogni cosa lasciava intendere quello che sarebbe accaduto di lì in avanti!), tuttavia diverranno in breve il punto strategico e nevralgico della guerra stessa; luogo di doloroso e sanguinoso stallo; la casa dei soldati da una parte e dall'altra e purtroppo, per molti - tantissimi - anche l'ultima...il loro camposanto, spesso profano!

     
  • 15 dicembre 2020 alle ore 12:33
    Una ragazza di fiume

    Come comincia:                                                         "...quando la incontri non puoi più farne a meno,
                                                             ti resta dentro per sempre: come una sigaretta
                                                             che porti in bocca senza mai accenderla."

     - Troppo giovane per essere già donna; troppo bella per esser già vecchia; troppo candida da apparire una sgualdrina; troppo sensuale da sembrare una madonna. Era solamente una ragazza di fiume: lo portava scritto nel suo sguardo ed era impossibile non volergli bene.

    Taranto, 15 dicembre 2020.

     
  • 11 dicembre 2020 alle ore 10:15
    Non posso farlo! (prima parte)

    Come comincia:  - Il tenente Galthier era un tipo risoluto e dalla battuta sempre a tiro. Veniva dal nord, un paesino di campagna: respirando aria buona crebbe in mezzo ai govoni nei campi di grano, tra distese di alberi di frutta a perdita d'occhio, accudendo stalloni e giumente, raccogliendo sterco nelle porcilaie. Nel tempo libero andava a caccia di fiorellini e di farfalle: aveva un debole per quelle dagli occhi azzurri e coi capelli biondi, ne fece scempio, in paese; scellerato ed alquanto...disonorevole! A diciotto anni, terminato il liceo (lo frequentò in un paese vicino al suo), entrò in accademia militare dove, terminato il suo corso tre anni dopo, prese i gradi. Fu assegnato di servizio al XV°battaglione di fanteria: la caserma si trovava cinquecento chilometri più a sud dal paese in cui era nato ma non si fece problemi né si perse mai d'animo, per questo. Colà vi trascorse due anni sicché un giorno...era metà estate, il suo paese entrò in guerra e lui, come migliaia di suoi coetanei e commilitoni venne chiamato a "servire" la patria. Fu davvero entusiasta, per quello, il giovane Henri Mathieu (i suoi due nomi di battesimo: glieli avevano affibbiati i genitori per onorare i loro padri, medagliati al valore in guerra!). Di mattina presto in caserma i megafoni riprodussero la voce squillante del Primo Ministro che parlava dalla radio alla Nazione: 
     "Miei cari connazionali, donne e uomini tutti, ad ogni luogo voi ora vi troviate e qualunque cosa stiate svolgendo, debbo annunciarvi che questo è il giorno più importante della nostra storia. Oggi è un momento grave e solenne al tempo stesso perché da ora in poi riscriveremo la storia del nostro Paese amato; lo faremo tutti assieme, lo faranno soprattutto loro, i nostri giovani che al mondo intero mostreranno il posseduto valore...di cosa sono capaci. Moriranno per la Patria se sarà necessario, doneranno le loro vite giovani se la sorte ed il destino faranno sì che ciò accada: lo faranno con coraggio ed orgoglio improbi e noi onoreremo sempre la loro memoria così come quella di quanti cadranno sui campi di battaglia, al fronte e in ogni dove. La guerra è dichiarata, evviva la guerra!".
     Era l'annuncio solenne dell'entrata in guerra. Il sergente maggiore Katczinsky, veterano del battaglione, dopo averlo ascoltato scese in cortile (mezzo svestito) e gridò a squarciagola:
     - Coraggio, pelandroni e pelapatate, alzate il culo dalle brande che si comincia a ballare! Era un campagnolo come Henri, il sergente; tipo arcigno e dai modi assai spicci, a volte grezzi e duri (come tutti i sergenti, del resto: di ogni esercito al mondo. Nessuno ha mai visto uno di quelli che non lo fosse: è più facile pescare una carpa gigante nella vasca del proprio cesso, piuttosto!)...un naturalizzato: i genitori erano giunti nel paese straniero con l'ondata migratoria di inizio secolo (una delle tante che, all'alba di epoche nuove per il mondo e per l'umanità, colpiscono le Nazioni a ogni latitudine: nessuno sa il perché!), dotato però di grande acume, spirito di osservazione e ironia a iosa (doti meno solite, queste, in rappresentanti della "bassa" forza come lui). . Quel giorno ancora giovane, fu per lui importante e per tutto il battaglione. Non tutti i soldati, invero, quando la radio distribuì l'annuncio dai megafoni, erano svegli: molti, infatti, dormivano ancora come ghiri in amore, qualcuno era invece in dormiveglia, con gli occhi semichiusi e le antenne accese, altri lo ascoltarono con solenne attenzione. Henri non aveva chiuso occhio per problemi di stomaco, tutta notte un andirivieni tra lettino (era di quelli a castello, a due piani: per fortuna sua e dell'altro compagno lui aveva il posto in basso!) e latrine. Dopo che ebbe ascoltato il messaggio alla radio, però, il giovane sembrava un'altra persona: quello avea sortito su di lui lo stesso effetto d'una compressa antidiarroica facendolo sentire di colpo risollevato, al 7°, all'8°, al nono cielo, come se avesse fatto qualche...una colossale scopata con la più bella entraineuse della terra.
     - Su, ragazzi! - esclamò Henri, rivolgendosi agli altri. - Fate in fretta, tra poco suoneranno l'adunata!
     - Ma come, tenente, a quest'ora? - ribatté il soldato Kantorek, naturalizzato come il sergente e il più giovane della compagnia. Presto lo seguì anche Louis, la sua ombra; compagno di branda dell'altro (lui e Kantorek sembravano gemelli siamesi: sempre assieme, gli stessi errori e le stesse bravate; agivano e parlavano allo stesso modo, come se fossero fatti l'uno per...con la carta carbone o lo stampo), eppoi il sottonente Lucy che era compagno di branda del tenente, seguito da Baumer il lungo e...via via da ogni altro: quelli già svegli da prima e quelli (ri) svegliatisi poi, che insieme parevano "voci bianche" impazzite di sobbalzo.
     - Ma come, tenente? E' prestissimo? - Fecero infatti tutti, in coro e all'unisono (in effetti, la tabella di marcia...della sveglia era in anticipo solamente di qualche minuto). 
     - Forza, ragazzi! - Esclamò ancora Galthier. - Non fate i capricci! Mi sembrate delle signorine che fregnano, no dei fanti del quindicesimo! (il battaglione aveva tradizioni militari di prim'ordine e in passato gli uomini che ne fecero parte ebbero ricevuti grandi onori: otto medaglie d'oro e quindici d'argento al valore militarono nelle sue fila!). Non avete sentito la radio, poco fa? E il sergente, in cortile...avete mica afferrato le sue grida? (Non era possibile, infatti, che l'annuncio dell'una e le urla dell'altro fossero passati entrambi sotto silenzio alle povere orecchie di qualcuno, tranne...a quelli che si erano risvegliati in ritardo, s'intende!). Dopo un attimo di pausa, per sfilarsi gli stivali eppoi infilarseli daccapo (li aveva infilati scambiando la destra con la sinistra e viceversa), il tenente riprese a parlare, rivolgendosi all'intera compagnia con tono più deciso e sarcastico di prima:
     - Allora, signori, in bagno fate in fretta; niente manovre strane con la cappella, vi voglio in palla e a tono, tra poco ci sarà adunata e...vi raccomando di stapparvi bene il cerume dalle orecchie, a scanso di equivoci! In realtà tutti avevano sentito (tanto quelli già svegli al momento dell'annuncio, quanto quelli in dormiveglia) ed erano già abbastanza su di cappe...giri per loro conto: anche i ritardatari lo erano adesso ed i sognatori di lungo corso, dopo essersi risvegliati. E' da dire, però (e questo accade dacché esistono eserciti e soldati), quanto segue: in ogni caserma e in tutti i battaglioni che si rispettino i soldati fanno la "cresta" sul rancio (sebbene molto spesso, ed ovunque, lasci esso a desiderare!) e sul sonno (sebbene vi sia sempre, ed ovunque, il Katczinsky di turno a sorvegliare, ovvero a rompere gli equilibri, le uova nel paniere...i sacramenti!), sovente e volentieri...ognuno rosica un cucchiaio di minestra in più, quando può, o qualche minuto extra di sonno e non vi sono dichiarazioni di guerra che tengano, in questo. Tutto ciò lo sapeva il tenente e di sicuro lo sapeva anche quel satanasso di Katczinsky. Il sergente, appunto, da par suo, era già bello e pronto, in cortile (aveva finito di lavarsi e vestirsi: quello non aveva bisogno di orologio e lancette; lui...era una lancetta umana!). Da alcuni minuti faceva su e giù e il rumore dei suoi stivali sul lastricato rimbombava dappertutto nelle camerate della caserma; fumava una cicca poi e tra un tiro e l'altro sbuffava talmente tanto da sembrare una vaporiera. L'adunata sonò alle sei e trequarti: il trombettiere Delemont (di nome faceva Christophe, soprannominato il "cagnaccio" per il suo modo, tutt'altro che artistico di abbaia...suonare il suo arnese a fiato!) fu anch'esso puntuale (come una disgrazia) e preciso: come al solito (cioè puntualmente e precisamente) ruppe i timpani di chi l'ascolta! Nel giro di due minuti tutti i soldati furono in cortile (il battaglione era diviso in dieci compagnie di ottanta uomini ognuna, più cinque tra sottufficiali ed ufficiali: Galthier comandava la settima), ma erano in ordine sparso. Katczinsky tuonò allora:
     - In riga, marmaglia! Tutti in riga vi voglio, tutti quanti così come siete! All'istante, allineatevi, mi sembrate un mucchio di capre pronte a scornarvi fra voi. - Gli uomini non si fecero pregare ancora...il suggerimento del sergente era stato forte e chiaro. In men che non si dica, così, il battaglione era tutto bello e schierato in ordine marziale...tutto in riga davanti agli ufficiali e ai loro sguardi severi. Il colonnello Villerieux era comandante della guarnigione: tipo tutto d'un pezzo, militare di carriera (da tre generazioni erano stati militari nella sua famiglia) e pluridecorato nella precedente guerra in cui aveva perso l'uso parziale della mano destra. Era stato assegnato al XV°da tre anni: le alte sfere dell'esercito lo avevano fatto per dargli un comp...contentino che fosse il meno irriguardoso possibile nei confronti del suo lignaggio ed evitargli così una messa a riposo anticipata e disonorevole. L'ufficiale parlò ai soldati, messi in schiera tutti sull'attenti davanti a lui, per cinque minuti:
     - Avete tutti ascoltato poco fa quanto è stato detto, spero sia chiaro a tutti come stiano oggi realmente le cose e quale sia il vostro compito in questo momento! Se a qualcuno ancora non è chiaro quale sia vi rifaccio la domanda e poi rispondo io stesso, con mie parole. Qual'é il compito a cui dovrete adempiere? Ebbene, molti di voi sono giovani; la stragrande maggioranza di voi lo è ed alcuni anche penseranno di esserlo ancora sin troppo o di non essere in grado abbastanza di farlo: di partire, cioé, per il fronte, e di combattere dinanzi al nemico. Vi dico ora che sono pensieri codardi questi e idee disfattiste: non fateci caso a quello che vi dice l'amor proprio, pensate invece all'amor patrio e basta! Voi siete la vita, la forza, la fierezza del vostro Paese. La Patria ci chiama, chiama voi; vi chiama perché oggi ha bisogno di voi e di soldati che siano disposti ad onorarla ed anche a sacrificarsi per lei, se sarà necessario farlo. E' solo l'inizio questo, pensate, d'un cammino che potrebbe portarvi verso la imperitura gloria. Il campo dell'onore vi chiama, ragazzi, non vi è quindi ragione per cui qualcuno resti quì! - Non appena ebbe finito di parlare il colonnello porse un foglietto al maggiore Delaplane, che li era di fianco: quello lesse il foglietto e poi lo ridiede al colonnello che lo piegò e lo mise nella tasca sinistra della sua giacca blu. I due così si guardarono intensamente negli occhi per un attimo e poi si abbracciarono. Dopo di che scoppiò il finimondo nel cortile della guarnigione: il sergente Katczinsky sonò con la sua tromba una marcia trionfale (quel diavolo d'un sergente sapeva sempre qual'era la cosa giusta da fare, al momento giusto...suonava molto meglio di Delemont, il "cagnaccio"!). Gli uomini tutti del battaglione allora accompagnarono con tre hurrah! e lanciarono i berretti al cielo, e dopo...abbracci, strette di mano, fischi e grida di giubilo a non finire. In serata ognuno degli ottocentocinquanta uomini del battaglione aveva ricevuto le consegne e conosceva la propria destinazione e il proprio destino: trecento di loro partirono per il fronte la sera stessa, altrettanti lo fecero nei successivi giorni, in diversi scaglioni; soltanto cinquanta non partirono, tra cui il colonnello Villerieux. Di quei seicento ragazzi partiti molti tornarono mutilati (di una gamba o di un braccio, per chi ebbe fortuna!), tantissimi non tornarono più indietro e per la maggior parte di quelli che lo fecero non fu più la stessa cosa perché essi avevano visto cose inimmaginabili e vissuto un'esperienza troppo più  grande di loro (in realtà lo fu per tutti quelli che la vissero, senza riguardo alla età anagrafica, purtroppo!). Vissero a metà per il resto dei loro giorni...privati del loro cuore, estirpati della stessa loro anima. Alcuni di loro la fecero finita! Il sergente maggiore Katczynski ebbe una sorte migliore, in fondo: saltò in aria, dilaniato da una mina alcuni mesi dopo, sul fronte occidentale. Anche il tenente Galthier fu destinato sul fronte occidentale, ai confini col Paese nemico: in prima linea! Insieme a lui Kantorek e il sottotenente Lucy. I tre presero il treno in nottata: il viaggio sarebbe stato lungo, li aspettava una levataccia. Non appena ebbero preso posto, in terza classe (il mezzo, una tradotta vintage del secolo passato, pullulava di soldati giunti dalle località più disparate del Paese, che andavano pur'essi al fronte, ma anche di molti civili: il puzzo di sudore frammisto al fumo delle sigarette creò una cappa sopra le loro teste che sembrava tal quale all'aureola dei santi o del Cristo!), Kantorek uscì dallo zaino una bottiglia di color giallognolo e disse:
     - Tenga, tenente, ne beva un sorso! Visto che ci tocca far notte, tanto vale non restare colla gola secca! Era cognac, di quello buono e invecchiato a lungo e bene (in botti di quercia di rovere, evidentemente!). Il tenente prese la bottiglia dalle mani dell'altro e bevve. Dopo di che esclamò:
     - Ottimo, ragazzo!
     - Ci credo! - rispose quello. - Lo facciamo noi, mica chiacchiere! - I genitori di Kantorek avevano un grosso vitigno e producevano cognac: lo vendevano poi di contrabbando a tutte le cantine della zona, per non pagare dazi allo Stato. Dopo, il sottotenente Lucy che aveva osservato la scena in silenzio tombale, sbottò dicendo:
     - Ehi, cazzo, voi due! Avete deciso di lasciarmi all'asciutto?
     - Ma no, boia d'un mondo! - rispose Kantorek. - Ce n'è per tre! Tieni e zitto! Il ragazzo, che dava del tu al sottuficiale (al contrario di quanto facesse col tenente) prese così la bottiglia e la passò al compagno: quello bevve e la sua faccia, dop'averlo fatto, lasciò trasparire tutt'altro che delusione! Kantorek riprese la bottiglia e la stipò nello zaino. Poi prese a discorrere:
     - Sa, tenente, - disse, - quella carogna mi manca già...non poco! Si riferiva, ovviamente, al compagno di branda e di...bravate Louis, che era stato assegnato altrove.
     - Non fartene un cruccio! Forza, ragazzo! - fece Henri. - Vedrai che vi ritroverete presto, tu e lui, e farete baldoria insieme con qualche bella signorina! - Non fu buon auspicio quello del tenente: Ferdinand Louis, venti anni, morì sei settimane più tardi, falciato da una mitraglia mentre portava ordini al suo plotone. Kantorek non lo saprà mai: lui il mondo lo lascerà ancor prima del suo amico, purtroppo!
     - Ha ragione, tenente! - ribatté il ragazzo. - Lei ha sempre ragione! E' per questo che lei è un ufficiale ed io un povero soldato! (il tenente avea sempre ragione, nell'ottica di Kantorek forse...quella volta no, invece, non l'aveva per niente: neanche questo avrebbe saputo mai!).
     - Ma no, dai! Non pensarci ora, su, Alain! - (il nome di battesimo dell'altro). - Raccontami invece della tua prima... - non ebbe neanche il tempo, Henri, di proseguire, che Lucy lo interruppe (aveva argutamente intuito a cosa alludesse il compagno!):
     - La mia prima volta, tenente, fu in un bordello vicino la capitale. Era autunno, una domenica di sole. Erano due ragazze bellissime, mio padre mi ci portò la sera, dopo la scampagnata del giorno e il giro turistico per la città. Lui spesso le chiamava "donnine", alcune volte "femmine fatali", altre ancora troie però mi diceva sempre così: "Ragazzo, anche se vai con una di loro non dire mai scopare ma fare l'amore: quelle donne sono i più bei fiori della terra!". Ha frequentato in lungo ed in largo quei posti, si è preso anche lo scolo, da giovane! - Il sottotenente aveva di proposito usato il tempo passato perché il padre - ricco industriale che da sé s'era fatto - mancò qualche anno prima, morendo in un incidente d'auto e lasciando il giovane orfano, insieme alla moglie e altri due figli più piccoli (fratelli minori di Lucy). La fabbrica, che produceva cappelli (durante la guerra ne produrrà anche per gli aviatori e per i marinai), passò nelle mani dello zio del sottotenente. - Una era molto giovane, si chiamava Valerie, - continuò Lucy, - aveva gli occhi tristi, da cerbiatta impaurita, i seni piccoli e una bocca che sembrava una fragola...la baciai, prima di fare l'amore con lei, e così mi sorrise e mi accarezzò i capelli dolcemente. L'altra era più anziana, più scura di incarnato e uno sguardo malizioso di...una che la sapeva lunga: una vera bagascia di lungo corso, i suoi capezzoli e la vagina profumavano di lavanda! Il tenente e Kantorek ascoltarono in religioso silenzio il racconto del loro compagno: erano stati tanto presi da quelle parole, ne rimasero quasi estasiati. Henri non disse nulla all'altro, sul fatto che prima lo avesse interrotto bruscamente; neanche raccontò agli altri due delle sue peripezie ed avventure sotto le lenzuola, i suoi trascorsi da rubacuori impenitente, le numerose conquiste da tombeur des femmes. Domandò a Kantorek:
     - E tu, Alain?
     - Io l'ho fatto in campagna la prima volta, in primavera. E' la stagione che più mi garba, sapete? Perché nell'aria senti quel profumo di...qualunque cosa; quel profumo non lo sentirai mai d'estate perché fa troppo caldo! Era una mia compagna di classe, quattro o cinque anni fa. Ricordo bene tutto di allora, lo ricordo quel giorno e ricordo quei momenti come fosse oggi. Quelle cose non le puoi dimenticare! Lei si chiama Milena, è andata in città dopo. Adesso vive con la sua famiglia. Non l'ho più rivista, da allora, ma il suo profumo lo sento ancora nel naso, qualche volta di notte e mi capita di risvegliarmi di soprassalto. Quando il ragazzo ebbe finito di raccontare, dallo scompartimento più avanti si levarono all'improvviso due urla:
     - Abbasso gli ufficiali! D'accordissimo! - Non era stata la stessa persona a urlare quelle parole...tuttavia vi furono risate generali e uno scroscio di applausi, anche da parte di militari seduti vicino ai tre. Kantorek e Lucy cominciarono allora con gli sfottò verso il tenente:
     - C'è l'hanno con lei, tenente? - Domandò il primo.
     - Beh, non solo con lui! Con tutti i graduati! - esclamò di rimando l'altro.
     - Ma no, non è possibile! - fece Henry. - Io non sono un vero e proprio ufficiale...sono vicino alla truppa! Lo sono più di quanto immaginiate, credetemi! 
     -Sì! Sì! Come no! - esclamò così Lucy. - Ti prendiamo in parola: tu sei vicino alla truppaglia ed io mangerò merda di cavallo...paté e caviale da quì al mese prossimo! Il tenente sorrise, poi i tre accesero una sigaretta all'unisono. Dop'aver fumato presero a riposare. Dormirono alcune ore. Il treno si fermò solo due volte e vi scesero tutti i civili: il viaggio fu meno lungo...scomodo del previsto. Alle sei e trenta del mattino arrivò a destinazione. Galthier era sveglio da un po', gli altri due si risvegliarono puntuali: quando il treno arrivò all'ultima stazione e l'altoparlante lo annunciava a gran voce. Era una giornata calda, no afosa, lo faceva presagire il sole pieno che già faceva capolino in alto...cielo nonostante l'ora.
     - Ah, siete svegli? Finalmente! - esclamò Henri sorridendo sarcasticamente sotto i baffetti (li portava ben curati, sin dai tempi del liceo al paese). - Mi suonava strano, sapete? Non aver sentito le vostre brutte voci per un po': ho fatto persino dei brutti pensieri, che sembravate belli e...ma non si era detto che avremmo passato la notte in bianco? (il tenente, infatti, alludeva a due cose: la prima è che aveva pensato che i due fossero morti invece di dormire - con ironia, certo - la seconda invece che avrebbero dovuto trascorrere notte discorrendo del più e del meno o magari ricordando cose passate).
     - Cazzo! Tenente! - fece Kantorek. - Vuole metterci di malumore già di primo mattino, senza aver bevuto un caffé? O cosa? (il ragazzo disse così perché aveva ben capito a cosa alludesse l'altro).
     - Ma no, dai! - replicò Henri. - Volevo mettervi di buon umore invece! Ne avremo bisogno, sapete? Non crediate che andiamo ad un pic-nic e poi...mi sembra d'avervi reso la pariglia, non è giusto? (il tenente alludeva agli sfottò che aveva subito dai due, poco prima che i tre si addormentassero, ma era anche...la prima volta che tra loro si parlò della guerra seppure alludendo e basta ed in maniera sarcastica, da quando avevano lasciato casa: la caserma del XV°). I tre scesero dal treno in tutta calma: dovevano presentarsi entro le nove al comando di trincea, e prima ancora al posto di blocco 45 che tutti chiamavano il "cancello": c'era tempo però. Erano stati assegnati al XII° plotone che stava di fronte alla "collina 81" e per arrivarci dovevano percorrere - metro più, metro meno - cinque chilometri a piedi: la distanza che li separava dalla stazione in cui erano arrivati col treno sino al punto prestabilito. Si accodarono ad un grosso convoglio militare, all'inizio, il quale trasportava pale ed attrezzi meccanici. Quello procedeva ad andatura lenta ma dettava il ritmo di marcia, scandiva cioè il passo - i passi - di quelli che erano a piedi dietro di lui. Questo incedere avvenne per circa un quarto d'ora, sino a che il convoglio non lasciò Henri e gli altri due praticamente a...sul posto. Insieme continuarono, poi, il cammino con altri soldati (la fila era lunghissima: cento, duecento e...forse 300 metri o ancor di più, chissà!). Il tenente era sul margine destro della strada, il quale costeggiava un torrente e la campagna limitrofa. Ad un certo punto si girò, girò il capo lentamente verso sinistra e notò che di fianco a lui e ai suoi due compagni s'era creata per inerzia una parallela fila di soldati, lunga quanto quella su cui procedeva egli stesso insieme a Kantorek e a Lucy. Questo numero impressionante di uomini, i quali procedevano a passo lento ed all'unisono, una cosa mai vista da occhio umano...il primo sentore vero di qualcosa di grande, enormemente grande ed immenso, abnorme ma al tempo stesso inspiegabile quasi "irreale" nella sua crudezza: il primo sentore, cioé, della guerra che poco per volta comincia a insinuarsi con lentezza ma inesorabilmente nella testa del tenente Galthier, dei suoi compagni e di certo in quella di tutti gli altri soldati. La guerra si manifesta in questo modo, a piccole dosi; sino a quando non ti si para innanzi in tutto il suo essere, impietosamente, senza veli e...maschere! Il giovane ufficiale a quel punto esclamò:
     - Cristo santo! Sono una marea di uomini! Saranno migliaia, uuuhhh...- Lucy, da par suo, lo guardò negli occhi senza proferire parola: il suo sguardo, però, esterrefàtto e vuoto al contempo, aveva detto tutto parlando al suo posto! Kantorek invece continuò a camminare, come se non avesse udito affatto le parole del tenente: allargò soltanto le braccia, in segno di re...accettazione. D'improvviso si cominciarono a sentire in lontananza dei boati: uno, isolato, fu seguito da altri, a stantuffo, meno forti del primo ma più netti; sembravano però sempre più vicini e richiamavano il rantolo di qualcuno che sta per tirare le cuoia, amplificato per dieci, venti, trenta volte! Kantorek questa volta fece un balzo in avanti, di soprassalto, quasi come se avesse dovuto evitare un masso che li si era posto innanzi, sulla strada, mentre la percorreva.
     - Tranquillo, Alain! esclamò il tenente. - Sono ancora lontani! (lo erano, ma no come aveva immaginato Henri!). Lucy allora fece:
     - Sono gli obici da 75, quelli più leggeri! Lo aveva letto, forse, da qualche parte tempo prima, in caserma; oppure glielo aveva detto qualcuno che è così, magari...lo aveva sentito da quel satanasso di Katczinsky! Quelli che Lucy e gli altri soldati in avvicinamento alle trincee ascoltavano, in realtà, eran colpi dei cannoni da 77. Le forze nemiche avevano già piazzato, lungo i quindici, sedici chilometri del fronte oltre un migliaio di pezzi di artiglieria: il più piccolo era quello da 77, il più grande, da 420 millimetri di diametro, poteva sparare proiettili da una tonnellata e anche a diversi chilometri di distanza. Le batterie sparavano colpi con dei tiri indiretti (senza vedere, cioè, il bersaglio né curarsi del loro punto di caduta) ma lo facevano con continuità e a cadenza sincrona, ogni dodici o tredici minuti: il rumore, a volte, era assordante e...metteva paura, faceva tremare la terra, gli alberi e gli uomini! I tre si guardarono a vicenda negli occhi, poi proseguirono nel cammino. Dopo tre quarti d'ora, un 'ora abbondante furono a destinazione, la prima no quella definitiva però. Si presentarono al comando, dopo aver passato una sorta di posto di blocco: era formato da una coppia di garitte in mattoni color marroncino (in cui vi erano due sentinelle col fucile), una opposta all'altra e situate ad entrambi i lati della strada. Le garitte avevano due feritoie dalle quali le sentinelle potevano osservare i movimenti all'esterno e ripararsi. Più avanti vi era una piccola casupola in legno di castagno Galthier entrò, gli altri due restarono insieme, fuori, ad attenderlo.
     
    Taranto, 26 novembre 2020.

     
  • 30 novembre 2020 alle ore 22:12
    Staremo assieme... d'ora in poi!

    Come comincia:  - Christine era una donna ancora molto bella, una persona senza dubbio interessante, attraente e ricca di charme nonostante fosse avanti negli anni ed avesse superato da un po' la crisi di mezza età che invero coglie anche gli uomini quando si accorgono di avere qualche capello grigio di troppo ed inesorabilmente cominciano a far cilecca a letto. Lei, essendo un tipo di carattere, lo aveva fatto con disinvoltura, da sola, senza subire particolari scosse e senza in alcun modo avvertire l'impellente necessità di doversi affliggere o di auto flagellarsi per averlo fatto, né (di) commiserarsi più di tanto. Non aveva neanche avuto bisogno di correre ai ripari, cioé ricorrere alle cure del chirurgo estetico per farsi ritoccare il suo aspetto (come capitava - da tempo - a tante sue amiche e conoscenti: chi a rifarsi le labbra, chi il seno e chi...il culo!) e porre riparo così, seppure in maniera effimera, ai danni che lo scorrere del tempo provoca su ogni donna. Infine, aveva ben pensato di non analizzarsi, in extrema ratio, né di farsi analizzare da qualcun altro (come spesso fanno, uomini e donne in egual modo, a volte senza senno, in certe fasi un po'..."strange" della loro esistenza, prescindendo dall'età anagrafica), e magari ricorrendo pure a sedute sin troppo noiose e costose, a volte inutili e qualche altra anche rischiose: quelle, infatti, possono riservare diverse insidie e spiacevoli soprese e rivelarsi alla fine, tout court, arma a doppio, triplo taglio non poco incerta o inaffidabile. Era successo proprio così, alla fine, alla sua carissima amica Hope la quale, essendo in crisi coniugale oramai da un bel pezzo, aveva ben escogitato d'affidarsi alle cure d'un celebre strego...luminare della psiche di Albany, in upstate New York; e la cosa, purtroppo, ebbe il seguente (illuminante) strascico: la poveretta era sì riuscita a districarsi dai meandri bui e torbidi in cui ristagnava il suo matrimonio, divorziando dal marito, ma in compenso abbracciò una relazione che sovente non vede via d'uscita stagliarsi all'orizzonte: quella con la bottiglia di gin! La donna così - ahilei - entrò nel tunnel della dipendenza e fu costretta a ricorrere alle cure cliniche no per migliorare il suo aspetto ma per disintossicarsi dall'alcol: in sei mesi appena riuscì a farlo anche grazie alle amorevoli attenzioni della giovane nipote, Jessica, con cui ora condivide un grazioso appartamentino con veduta panoramica vicino Central Park. Qualche tempo addietro Christine andò a trovarla (era da un bel po' che non incontrava la vecchia amica); un pomeriggio e prime ore della sera insieme, trascorse in allegria e spensieratezza. Quando si incontrarono, le due si abbracciarono a lungo e poi Christine disse all'amica:
     - Cara, sembri più giovane di me di trent'anni, sai?
     - Certo! - rispose quella. - Ma se tu ne hai ventinove, mi dici come faccio a sembrarlo? Christine, allora, udite queste parole, scoppiò in una risata a dirotto: il rumore del suo ridere era talmente fragoroso che attirò le attenzioni dei vicini e della nipote di Hope, indaffarata in cucina. La ragazza raggiunse le due donne in salotto, dove erano sedute sul divano, una di fianco all'altra, ed esclamò:
     - Cribbio, ma siete tutte matte? Siete riuscite a far abbaiare anche il cane dei Brown (un cocker spaniel molto vecchio, quello dei vicini di Hope e Jessica: è più facile vedere un asino che vola, nell'alto dei cieli, piuttosto che sentirlo abbaiare!). Le due amiche parlarono a lungo, dopo la risata fragorosa di Christine: evidentemente non del tempo atmosferico soltanto...lo fecero di - e su - cose serie e facete. Christine parlò all'altra anche del suo matrimonio, ma non ebbe consiglio alcuno da essa al riguardo: soltanto un'altro caloroso abbraccio ed un timido sorriso quando si lasciarono, oltre a...la promessa di rivedersi presto, magari molto prima di quanto non fosse accaduto adesso. Lungo il tragitto che la condusse a casa, Christine pensò a lei, alla sua vita, dentro di sé. Il matrimonio con Jack (aitante sessantenne ed avvocato di grido nella "grande mela"), iniziato all'incirca due decadi addietro, era oramai giunto a una fase critica, la quale definirla di stanca è forse eufemismo inutile: il cosiddetto punto morto o "punto k", come molti lo definiscono per distinguerlo dal punto d'incontro e dal "punto g". La differenza tra i due punti, quello k e quello g, i quali nel corso della vita di una donna sempre restano equidistanti tra loro, per fortuna (della donna, s'intende!) è questa: il secondo, se stimolato a dovere, procura intenso piacere alle rappresentanti del sesso gentile...non è sempre facile farlo, però (né per l'uomo né, tanto meno per la donna stessa: a entrambi, infatti, sfuggono sovente e volentieri le enormi potenzialità nascoste in quel misterioso e recondito meand...anfratto del corpo femminile!). Oltre quel punto, cioé, oltre i confini stabiliti dalla natura in quel precipuo punto i quali sono ben diversi dai confini e dai limiti geografico-territoriali convenzionalmente stabiliti dagli uomini e da quelli "mentali" che l'essere umano spesso si pone e che tendono a sminuirne - non di poco - la sua naturalezza, il candore suo primordiale finanche la sua ancestralità ingenua, è impossibile poter andare (a meno che...qualche sessuologo di una remota università della terra riuscisse ad asserire il contrario dop'averlo sperimentato di persona sulla propria pel...sul proprio corpo, ovvero sul suo punto g se sia una donna o su quello di un suo simile di genere opposto se trattasi, invece, d'un uomo). Mentre, oltre il punto k, che contraddistingue appunto una fase di stallo in un ménage di qualunque natura e qualsiasi tipo (tra cui, evidentemente, quello classico dato dal matrimonio tra un uomo ed una donna oppure tra due individui dello stesso sesso, che siano uomini o donne poco importa), si potrebbe pure andare: in molti, ad onor del vero, lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno a loro rischio e pericolo perché...ma le conseguenze di un siffatto comportamento quali sono? A niuno è dato sapere quali - e quante - possano essere di volta in volta, perché ogni singolo caso fa storia a sé e perché trattasi di storie di (e tra) esseri umani: il motivo, infatti, è che oltre quel punto (quello k) non vigono leggi specifiche dettate da codici di comportamento, usi, consuetudini e/o abitudini di sorta; oltre...colà vige l'ignoto nel senso vero del termine e l'imponderabilità del destino su cui non è possibile metter bocca (come potrebbe accadere, ad esempio, nel caso del punto g!) od agire. Dopo quel fatidico punto, a nulla serve affidarsi alla stella polare per proseguire a navigare sul mare della vita e orizzontarsi nei suoi meandri; quella stella che tanto cara fu, nel corso della storia della marineria e dei viaggi, ai naviganti...ci vorrebbe, piuttosto, una buona stella (anzi, una stella buona che faccia da paciere, veggente, psicologo e...tuttofare, insomma!). Ora, tra Christine ed il marito non c'era più nulla: neanche la mortale noia a intromettersi nelle loro esistenze che si trascinavano sul binario della monotonia. Quei due si ignoravano da tanto, troppo tempo e l'assurdo della situazione era che non provassero fastidio nel farlo. Lei si dimenava tra una serata di gala all'Astoria o alla Guggenheim Foundation di cui è socia, ed il bridge con le amiche a Chelsea. Il marito invece imperterrito continuava nella sua routine, nonostante tutto, tra una causa milionaria vinta e qualche scappatella con l'amazzone giovane di turno, a cui - immancabilmente - regalava poi un costoso gioiello o offriva la promessa di presentarla a qualche amico regista o direttore d'una casa d'alta moda. Una volta giunta a casa, Christine si svestì in tutta fretta e fece una doccia gelata; poi preparò un drink e si distese sul letto con la luce spenta: trascorse la notte interamente insonne...aveva negli occhi ancora quanto era accaduto alla sua amica ma continuò a riflettere anche su sé stessa. Non sopportava più di vivere quella situazione, non voleva tirare avanti a quel modo: dentro di sé ne era consapevole all'ottava potenza e se ciò fosse successo sarebbe potuta entrare, secondo lei, nel vortice dell'oblio e forse, chissà, giungere alla soglia dell'autodistruzione. Ma non poteva finire così, non lo voleva e...era troppo forte il desiderio di vita in lei! A Christine per nulla interessava il punto k, non voleva oltrepassarlo perché troppo rischiosa quella strada e piena di incognite, ma neanche quello d'incontro col marito per porre fine all'impasse che li attanagliava ed uscire da quella situazione insieme. A dire il vero lei anche aveva tentato, qualche tempo addietro, la carta del "viaggio", - dei viaggi turistici -  come fanno in molte, alla sua età e con i suoi soldi ma dopo...al terzo, al quarto (o al quinto, forse!) decise di dire basta perché la carriera di viaggiatrice impenitente, solitaria ed annoiata, di certo non li si addiceva neanche un pò: s'era resa conto di non essere tagliata per rincorrere un treno in una anonima stazione di provincia, prendere al volo un aereo in uno scalo super affollato né per circumnavigare il globo a bordo di una enorme e chiassosa nave da crociera. Erano cose, quelle, da cui pensò di sentirsi avulsa e a cui mai avrebbe fatto il callo. Lei era abituata ad altro (sempre era stato così nella sua vita, sin da giovane ed almeno all'inizio del matrimonio con Jack)...passione, sesso, sentimento, attrazione reciproca: un turbinio di emozioni ed ogni sfaccettatura dell'amore, insomma; da vivere in maniera intensa, accesa, incalzante...quello che non ti chiede mai nulla e non ti da respiro. Il mattino seguente a quella notte, tanto insolita ma anche importante per lei e per la sua vita, Christine parlò al marito come non faceva da tanto, pronta a non tornare indietro e senza rimpianti di sorta. Quello era appena rientrato da una notte altrettanto sveglia...campale coi suoi amici e colleghi di lavoro. Ma la stette ad ascoltare. La donna fece:
     - Jack, ho deciso!
     - Cosa, cara? - La chiamò ancora una volta con quell'aggettivo, in maniera sarcastica, evidentemente! (in effetti, era da molto che non lo faceva e...quella fu la penultima volta che avvenne).
     - Io mi fermo quì! Siamo giunti al capolinea! - rispose Christine. L'uomo aveva ben capito a cosa alludesse la moglie (non a caso: era un matrimonialista!) e non se lo fece ripetere ancora. Rispose per le rime.
     - Va bene, cara! Domani dirò ad Elsa (era la sua segretaria da dieci anni: sua ex amante, anche!) di preparare il necessario. Vedrai, sarà tutto rapido ed indolore per entrambi! Ascoltate queste parole, Christine lasciò l'appartamento e non vi fece più ritorno, mentre le sue cose li furono spedite tramite un corriere qualche settimana più avanti. Lei non consegnò mai le chiavi di casa al marito (l'appartamento in cui dimoravano era solo di Jack, la donna ne possedeva però uno tutto suo): le gettò, due o tre giorni dopo, nell'East River. Jack, però, fu di parola: preparò una separazione consensuale (i due si rividero solo una volta ancora, nello studio di Jack, a Manhattan, per firmare le carte) e senza colpa perché le differenze inconciliabili tra loro e la perdita di affetto a cui l'unione era giunta furono dovute in egual misura ad entrambi. Anche Christine, da par suo, fu molto conciliante ed accondiscendente visto che non tenne conto degli inciampi...ménage extra-coniugali a cui spesso il marito andava incontro: li considerò come fossero incidenti di percorso che fisiologicamente e per inerzia, quasi, avvengono...strada facendo. Jack presentò istanza al giudice che accolse le richieste in toto, anche quelle relative alla spartizione di beni e proprietà dei due in comune. La donna decise di dare un taglio netto a tutto ciò ch'era sta...col suo passato, per lo meno quello degli ultimi anni di matrimonio; e pensò bene di farlo dandosi alla bella vita: in fondo, per lei sarebbe stata proprio bella e "nuova". Cambiò in breve il suo modo di fare, di porsi e di vestirsi. Per prima cosa prese ad indossare - in luogo dei suoi tailleurs classici e sobri e delle sue camicette e gonne eleganti e firmate - jeans alla moda e pantaloni di pelle attillati, magliette o canottiere aderenti sopra cui portava giacconi di pelle, stivaloni scuri: il tutto condito con collane di varia foggia e dimensioni; eppoi si tinse i capelli facendoli ancor più be...biondo platino di prima, con una venatura ramata ai lati. Quegli abiti indossati e quei capelli così fatti non li stavano affatto male, tutt'altro: se mai, esaltavano ancor più le sue forme da cinquantacinquenne d'assalto, rendendo giustizia al suo bel culo e ai suoi seni ancora sodi e quasi perfetti, come...una ragazzina. Christine non passava di certo inosservata: non lo faceva ora come neanche prima!
     - Sei un tipo che "spacca"! - li diceva sovente il marito. - Lo farai comunque e dovunque, sempre! - Lo sostenevano pure tutti i suoi amici e le sue amiche: aveva ragione Jack e avevano ragione gli altri perché, in fondo, il fascino e la bellezza non lo danno gli abiti indossati, neanche la sensualità ed il sex-appeal del resto. Comprò poi una scintillante spider decappottabile rossa a bordo della quale si spostava la sera e di notte. Prese a frequentare i locali e le discoteche alla moda della città: quelli popolari, quelli vintage e chic, ma anche quelli più versatili, più squinternati e pericolo...malsani. Faceva "conquiste" occasionali e borderline, accalappiava tutto quanto li venisse a tiro, come una mantide bionda: sulla lunghezza d'onda, cioé, della sua fica e del suo culo, a seconda di chi avesse preso; sia uomini che donne, etero e gay, bisex, trans e travestiti, anche drag qualche volta. Si accoppiava sovente e volentieri con qualcuno - e qualcuna - di loro, singolarmente o a coppia: non aveva affatto la puzza sotto il na...al sedere! Sembrava una donna rinata, sprizzava voglia da ogni poro del suo corpo. Una sera, in estate, (era il 28 di luglio, la vigilia del suo compleanno: caldo torrido e afa terribile come spesso accade durante la bella stagione a New York), da "Henrietta Hudson", bar lesbo sulla Hudson Street al West Village, conobbe una ragazza coi capelli castani lunghi legati dietro e gli occhi scuri: indossava una canottiera rosa e una gonna cortissima; era senza reggiseno e non portava mutandine, Cristine lo notò di primo acchito. Aveva una rosa rossa tatuata sull'avambraccio sinistro e una piccola farfalla colorata di giallo e di verde sul polso destro: era davvero molto sexy e sembrava un tipo stravagante e fuori dal comune, anche lei. Le due si incontrarono con lo sguardo e si presero sin da subito, come fossero due calamite vaganti ognuna in cerca del polo di attrazione reciproco. Fu la ragazza a presentarsi, nonostante fosse molto più giovane di Christine. Le si avvicinò e disse:
     - Piacere, sono Pamela!
     - Ciao, Pam! - replicò la donna. Parole semplici ed essenziali, quasi scarne e...dopo alcuni minuti ed un drink ingurgitato all'unisono le due erano a bordo dell'auto di Christine: alla donna era capitato già di abbordare un'altra donna, in quattro e quattr'otto, era però la prima volta che lo faceva con una ventenne e per giunta con un bel culetto proprio come piacevano a lei! Guidò come una forsennata: aveva voglia di quella ragazza e del suo corpo giovane e provocante. In men che non si dica (poco più di dodici, tredici minuti al massimo) le due donne giunsero a casa di Pam, un accogliente quadrilocale ben tenuto sulla quinta avenue, vicino Union Square. La giovane viveva da sola, da un paio di mesi, dopo che la sua amica Lorraine, studentessa di architettura alla Cooper Union, era andata via per maritarsi. Era arrivata a New York due anni avanti dalla località di Metairie, sobborgo di New Orleans, in Louisiana. Lasciò i genitori, lì, volendo tentare l'avventura nella grande e sconfinata metropoli. Non appena giunse a New York, la sera prima del Labor Day, in settembre, conobbe una ragazza creola, Ester, al Bus Terminal sulla 57esima, che li presentò Lorraine. Inizialmente fece la cubista, per un po', in vari locali al Village, poi l'inserviente in un grande condominio ordinario sulla Lincoln Avenue, di fronte ad High Rock Park a Staten Island. Adesso lavora come cameriera, tutte le notti escluso il sabato, da "Julius'", al West Village: guadagna bene, a sufficienza per pagarsi da vivere e potersi divertire in una grande città, caotica e costosa come New York. Appena furono entrate in casa, la ragazza accese la luce nel piccolo corridoio davanti a loro e mise subito a suo agio Christine:
     - Accomodati, dai! - disse gentilmente. - Fa pure come se fosse casa tua! Ma Christine non rispo...non diede tempo a Pamela di dire altro né di fare nulla. Le si avvicinò come un felino, poi li prese il viso con entrambe le mani, lo portò alla sua bocca e cominciò voluttuosamente a baciarla: quella non oppose resistenza, desiderava la stessa cosa in fondo! Le due donne poi si spostarono in camera da letto. Fecero l'amore tutta la notte: con la luce accesa, Pam aveva paura del buio. La mattina dopo Christine si alzò per prima, di buon'ora. Chiese all'altra:
     - Uova con bacon e toast imburrati?
     - Sì, grazie, Chris! - Le rispose sorridendo. L'aveva chiamata a quel modo, la chiamava così come se si conoscessero da una vita. Era bastata una notte d'amore, la prima tra loro, affinché accadesse: il suo Jack non lo aveva fatto mai, in venti anni di vita trascorsi insieme! Christine aveva già deciso, lo aveva fatto dentro di sé un'attimo dopo aver ascoltato quelle parole. Preparò con calma la colazione e la portò alla ragazza che nel frattempo si era seduta sul letto. Le porse il vassoio e poi, dopo averla fissata negli occhi, per un sol momento, disse:
     - Staremo assieme...d'ora in poi! Pamela non replicò, neanche toccò cibo. Si alzò dal letto di scatto e corse nel soggiorno a vestirsi. Prese poi alcuni abiti dal guardaroba, li intrufolò alla rinfusa in una vecchia borsa di canapa blu e si mise sull'attenti davanti all'altra, esclamando:
     - Eccomi, sono pronta! Christine, la quale aveva capito che anche l'altra lo...avesse fatto, da par suo disse:
     - Anch'io, andiamo! Si presero così per mano (Cristine stringeva la mano sinistra dell'altra con la sua mano destra) e di filato si avviarono all'ascensore, dopo che Pam aveva sbattuto la porta di casa in maniera volutamente fragoro...col botto: voleva chiudere, anche lei, col suo passato, darci un taglio (simbolicamente) nonostante che - al contrario di quello dell'altra - esso non fosse stato "nero", però, tinteggiato di fosche tinte; tutt'altro! Quella porta chiusa a quel modo, tuttavia, se la lasciò alle spalle sapendo che non l'avrebbe più riaperta. Dopo trenta, trentacinque secondi appena (l'appartamento di Pam è al terzo piano) l'ascensore toccò terra: quando si aprirono le porte le due, che si tenevano ancora per mano, si avviarono al portone; uscirono poi in strada e si infilarono, come la sera prima era accaduto, nella spider di Christine posteggiata trenta metri più avanti. La donna mise subito in moto e poi disse:
     - Sai, Pam, nessuno lo aveva fatto sino ad oggi!
     - Cosa? - domandò l'altra.
     - Nessuno mi aveva chiamato a quel modo, come hai fatto tu, prima. Sono felice che lo abbia fatto...hai soltanto trent'anni meno di me, in fondo, ma sai già come trattare una donna! Grazie!
     - Di nulla, Chris! - disse nuovamente la ragazza. - Da adesso lo farò sempre, vedrai! - Christine, allora, mentre guidava staccò la mano destra dal manubrio e la pose per un attimo dolcemente su quella sinistra di Pam. Poi la tolse e riprese a guidare, con entrambe le mani: in direzione...era diretta al suo attico favoloso che possiede a Long Island, due passi soltanto da Astoria Park di fronte allo shoreline dell'East River (non disse nulla, però, all'altra: voleva metterla dinanzi al fatto compiuto...una sorpresa gradita, pensò tra sé!). Dopo aver imboccato a tutta bir..velocità la quattordicesima est, Christine svoltò a sinistra sulla Roosevelt Drive che costeggia l'East River: la percorse in pochi minuti sino a che non arrivò all'altezza del Queens Midtown Tunnel; pagò il pedaggio e in breve, dopo aver ancora svoltato alla sua sinistra, si trovò sul Vernon Boulevard che conduce a casa. Altri dieci minuti ancora e...le due erano arrivate. Christine indicò all'altra dove erano dirette: lo fece usando il medio della mano destra (è la che portava ancora la fede nuziale!). Pam le dette un bacio sulla guancia sinistra e poi sussurrò:
     - Andiamo! Le due uscirono dall'auto, dopo che Christine l'aveva posteggiata nei pressi dell'attico. Si presero per mano ed andarono. Sono ancora insieme, ora, dopo due anni da quel giorno. Jack invece ha continuato a vivere come prima; si dedica sempre - dopo il lavoro - al golf, alle riunioni al circolo e alle sue...scappatelle, che hanno smesso di essere extra matrimoniali: ora sono solamente extra! 

    Taranto, 2 dicembre 2020. 
     

     
  • 12 novembre 2020 alle ore 19:32
    Domani è come sempre...

    Come comincia:  Brian ed Arlene Donovan conducevano un'esistenza normale e sembravano una coppia apparentemente felice: lui immerso nel suo lavoro di ragioniere, lei impegnata nei suoi compiti segretariali in un famoso studio legale. Non avevano figli, non li avevano mai voluti per libera scelta. Passavano spesso le serate da soli in casa, a guardare silenziosamente il fuoco del camino ardere oppure raccontandosi a vicenda storie del loro lavoro. Arlene si sentiva diversa, inadeguata; li sembrava di essere rimasta in qualche modo fuori dal tempo...l'unica ad esserlo nella loro cerchia di amici. Qualche volta quando i due erano seduti sul divano di pelle arancione nel soggiorno di casa ne discuteva col marito, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Alla donna pareva che quelli conducessero una vita più intensa e brillante della loro: andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano spesso. Di solito accendeva una sigaretta, versava del gin al marito nel suo bicchiere di cristallo che lui custodiva gelosamente nella vetrina della biblioteca (lo stesso da quando erano ancora fidanzati, che aveva avuto in regalo dalla madre), lo guardava negli occhi e domandava:
     - Ma lo siamo per davvero? Siamo veramente felici? Ed ancora:
     - La felicità è l'unico mezzo possibile per non essere infelici?
     Quasi mai Brian rispondeva subito alla moglie, a volte annuiva soltanto piegando il capo in avanti, tra un sorso e l'altro di gin oppure quando lo faceva dava risposte concise ed insoddisfacenti alla donna:
     - Cara, sei sicura? Non ti sembra che siamo felici abbastanza? Quelli hanno tutto ma forse non li basta!
     E così lei continuava a parlare, il suo monologo interiore...quel farsi domande da sé (stessa) ridicolmente nevrotico sapendo che il marito non li avrebbe dato mai le risposte che voleva, mai li avrebbe detto ciocché voleva sentirsi dire. Dopo la discussione in genere i due concludevano la serata prendendo una boccata d'aria nella veranda di casa eppoi andavano a letto. Una sera, però, le cose andarono diversamente. Era quella del loro anniversario di nozze, il ventesimo. I due erano seduti sul divano e dopo che Brian ebbe finito di raccontare qualcosa, la donna fece:
     - Sai, gli Stone sono stati a Filadelfia, ieri l'altro, a trovare i figli, poi sono andati in Florida, al mare e al sole. Che bello!
     - Davvero? - rispose lui. - A Filadelfia? Ma noi non abbiamo figli, cara...in Florida, poi, è troppo distante. Sai bene che soffro la macchina!
     - Dai, Brian, - fece ancora lei, - sarebbe stupendo andarci, un viaggio...da quanto tempo. Fallo per me, ti prego! Che bello essere felici come loro!
     - Va bene! - rispose l'uomo. - Ci penserò, per Natale, forse...ma noi siamo già felici, vero? (mancavano tre settimane appena a quel giorno). La donna non rispose al marito ma dopo qualche attimo esclamò:
     - Saremo mai felici come loro? Quello allora la guardò dritta in mezzo agli occhi e disse:
     - Vuoi stare zitta, per favore?
     Arlene non disse nulla. Prese una sigaretta, l'accese è andò sulla veranda. Dopo qualche minuto Brian la raggiunse e disse:
     - Andiamo a letto, su! - Una volta che furono distesi sul letto disse ancora:
     - Spegni la luce, cara. Domani è come sempre...saremo felici, vedrai!

    Taranto, 12 novembre 2020.
     

     
  • 09 novembre 2020 alle ore 11:51
    Diario di bordo - Leggendo qua e là (sesta parte)

    Come comincia:   Innocence Project è una organizzazione non profit fondata nel 1992 ad opera di due avvocati (Barry Scheck e Peter Neufeld), ex studenti alla Cardozo School of Law, facoltà di giurisprudenza della Yeshiva University di New York, Stati Uniti. La facoltà, istituita nel 1976, prende il nome dal giudice della corte suprema Benjamin Nathan Cardozo ed è considerata tra le 100 migliori scuole di diritto del Paese dalla prestigiosa società di media, ratings ed analisi "US News&World Report". I due fondatori balzarono agli onori della cronaca e della ribalta in tutto il pianeta a metà anni novanta, per aver difeso - insieme ad altri quattro colleghi - O. J. Simpson, ex stella della National Football League statunitense, nel processo che lo vide accusato di duplice omicidio: la sua ex moglie, Nicole Brown, e l'amico (amante) di quella, Ronald Goldman. Lo scopo e la missione che l'associazione ed il relativo progetto si prefiggono di perseguire è quello (primario ed essenziale: anzi, essenzialmente primario!) di sostenere e possibilmente scagionare persone vittime di ingiusta detenzione a seguito di ingiusta condanna (o sentenza) ricorrendo al test del DNA, inoltre quello di riformare il sistema carcerario e della giustizia negli Stati Uniti. Il gruppo sostiene che la percentuale di innocenza tra i detenuti in America (lo fa citando vari studi condotti in merito) raggiunga la percentuale del 5% e nel settembre del 2018, alla precisa domanda "Quante persone innocenti ci sono in prigione?" diede la seguente risposta: "Non lo sapremo mai con certezza, ma i pochi studi che sono stati fatti stimano che tra il 2,3% e il 5% (come sopra scritto) di tutti i prigionieri negli Stati Uniti sia innocente (per il contesto, se solo l'1% di tutti i prigionieri è innocente, ciò significherebbe che più di ventimila persone innocenti sono in prigione). Più in generale, sappiamo che le persone innocenti sono spesso identificate come sospette dalle forze dell'ordine e che il test del DNA spesso le cancella prima di andare in giudizio, ma che il test del DNA è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi penali.

     
  • 07 novembre 2020 alle ore 22:54
    La ricerca

    Come comincia:  Quante volte ti ho cercata, non sai quante amor mio: furono talmente tante che quando riuscii a trovarti ebbi nausea di te.

    Taranto, 7 novembre 2020.

     
  • Come comincia:  - Il "Circolo Pickwick" era una congrega di giovani e vecchie zitelle irlandesi in cerca di marito: fondato nel lontano 1641, in quel di Limerick, terza città d'Irlanda situata nella storica contea di Munster, esso chiuse baracca e burattini definitivamente nel marzo del 1846, mentre nel paese intero infuriava l'epide...la catastrofica carestia causata dalla distruzione dei raccolti di cereali e della patata. Il giorno seguente a quell'evento (tragico per le zitelle, sparse in ogni dove, soprattutto!) ne occorse uno molto più...luttuoso. Infatti, nel centro di Killarney, cittadina turistica sita a nord-ovest e non molto distante da Limerick, alle spalle della antica abbazia francescana di Muckross, quattro giovani zitelle (pardon "senza marito"!) si suicidarono dandosi fuoco. I loro miseri resti furono ricomposti e seppelliti in una fossa comune nel cimitero antistante l'abbazia (dove vi sono numerose tombe di poeti gaelici). Sulla lapide è incisa una scritta, colorata di rosso: "Quì giacciono i resti di quattro donne che avevano perduto la speranza di maritarsi".
     - Il "beowulf" è una razza di asino nano della Maremma toscana che anticamente veniva soprattutto usato per trainare carrucole, piene assai di sassi e detriti, nelle cave di marmo di Carrara oppure carbone nelle miniere del monte Amiata. Quella razza fu introdotta in Italia dai Fenici eppoi esportata dai Romani in Gallia, Britannia, Palestina ed altre province dell'Impero. I Romani lo usavano in agricoltura per trasportare grossi cumuli di terriccio e nell'edilizia urbana per spostare pietre e mattoni. Era di dimensioni veramente ridotte: misurava infatti, al garrese, appena 85-90 centimetri (poco più alto di un alano, insomma!); le femmine erano ancora più piccole. Caratterialmente era razza d'asino abbastanza vivace e testardo (molto più dell'asino comune), nonché dotato di intelligenza estrema. Il suo mantello di preferenza era grigio acciaio ma vi erano esemplari colorati anche con macchie marrone o uniformemente marrone (soprattutto la variante della Gallia). Narravano alcuni cacciatori che una volta esemplari vissuti in cattività tra i boschi della Maremma avessero tenuto testa a dei grossi cinghiali infuriati. Si estinse agli inizi del '900: l'ultimo esemplare (una femmina infertile di trenta anni) morì nell'ottobre del 1917 (era il 24, sul calendario Giuliano). Non vivevano nelle stalle ma nelle cucce che contadini o gli operai delle miniere costruivano appositamente per loro all'aperto, insieme ai cani: vi andavano d'accordo, in genere, nonostante la testardaggine!
     - La "dérobade" (che in francese sta per fuga, liberazione) è il nome dei primi modelli di materasso ad acqua ed ortopedici della storia: furono realizzati entrambi dall'inventore francese Edme Artaud, intorno al 1798 (nessuna parentela con l'Antonin, suo omonimo di cognome e connazionale, noto drammaturgo, attore, regista e saggista teatrale, vissuto qualche decennio più tardi). L'Artaud, che era originario di Grenoble, nel Delfinato, dopo essersi laureato in ingegneria nell'ateneo della natia città, si dedicò alla carriera delle invenzioni. Napoleone Bonaparte lo volle alla sua corte e col generale corso egli prese parte anche alla sciagurata campagna di Russia, dove perse l'uso di una mano (quella sinistra), congelata per il freddo. Scrisse diversi libri (non era mancino, fortunatamente!) sulla storia della tappezzeria (aveva anche messo a punto, nel 1815, un tipo di tappeto "volante" a motore che mai, tuttavia, venne brevettato ufficialmente) e molteplici trattati su variegati argomenti, tutti legati a utensileria ed artigianato. Era inoltre appassionato di forbici, coltelli ed altri utensili da cucina nonché...buongustaio amante della buona tavola (cucina esotica ed orientale, soprattutto) e gran intenditore di vini. La sua collezione, che contava oltre diecimila bottiglie (tutte rarissime, all'epoca) andò purtroppo perduta in un incendio della sua tenuta, nella Loira. Due copie della versione ortopedica del suo materasso (gli originali andarono persi) sono conservate al Musée Napoleonien di Ajaccio, in Corsica, e al Musée de l'Homme di Parigi. Ad Arras, cittadina nei pressi di Lilla, nel nord-ovest francese, dopo la seconda guerra mondiale venne eretto da ignoto (di fronte all'Hotel de Ville e vicino alla statua di De Gaulle) un piccolo busto in marmo in suo onore (l'opera non è mai stata abbattuta nonostante...). Su di esso è scritto: "Inventore del materasso ad acqua. I culi di Francia ti ringraziano!". 
     - Il "passero solitario" è il marito della passera in fiore, anzi, in calo...di testosterone (a volte) nonché padre della passerina in amore (al profumo del fiore di pesco). L'areale di questa specie di volatile abbraccia i cinque continenti del globo terracqueo, per questo è tra quelle più diffuse: essa non teme gli umori e le calamità del tempo atmosferico per cui non è soggetta a migrazioni stagionali che caratterizzano altre specie; al maschio li basta avere al fianco la dolce sua metà...a prescindere. In genere la femmina mette al mondo i figli in modo naturale, ossia dopo un rapporto sessuale completo ma a volte può avvenire che essa lo faccia per partenogenesi: in quel caso l'embrione viene fecondato in maniera asessuata, cioé senza contatti diretti tra maschio e femmina. Quando questo succede il maschio si isola per il tempo della gravidanza della femmina ed è il motivo per cui si chiama "solitario".
     - L'"Infinito" era il nome della nave ammiraglia della flotta di Aristotele Socrate Omero Onassis. Sembra che l'armatore greco avesse scelto quel precipuo nome in onore della sua prima moglie (Athina Mary Livanos, figlia di un altro celebre e potente armatore ellenico, sposata nel dicembre del 1945) e per il seguente motivo: ella era solita osservare il cielo nelle notti stellate e di luna piena e dopo averlo fatto spesso esclamava, appunto, "Oh infinito!".
     - La "nausea" è quel particolare stato d'animo, oltre ad essere - evidentemente - una fisiologica condizione di malessere passeggero, che prende in genere i cittadini di sesso maschile over settanta abitanti nelle estreme regioni meridionali francesi (Guascogna, Linguadoca e Provenza, da Biarritz nei Pirenei atlantici sino a Nizza, il versante opposto sito ai confini col Principato monegasco) quando sentono suonare a morto le campane delle chiese nelle loro città e nei propri paesi. Inoltre, compiono ogni volta un gesto rituale e scaramantico: si grattano con solerzia ed a lungo le parti basse e meno nobili del loro corpo, poste al di sotto del pene (altrimenti dette, secondo un noto intercalare semantico della Sicilia nord-occidentale, gabbasisi). Il sociologo e antropologo parigino François Delecour, noto nel mondo accademico per le sue teorie ed i suoi scritti sui pigmei Bambuti (egli stesso ha vissuto quindici anni insieme a queste popolazioni di cacciatori e raccoglitori nella foresta dell'Ituri, nel nord-est del Congo) ha condotto studi particolarmente accurati sul fenomeno. Qualche anno fa dichiarò, in una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: "Quegli uomini devono avere una particolare propensione naturale ad assumere tali atteggiamenti (tutto deriverebbe, tuttavia, secondo l'illustre cattedratico, dall'influsso sui loro polmoni della corrente del Golfo di Guascogna, nell'oceano Atlantico: proveniente, essa, dal mare del Nord, attraversa lo stretto di Dover, sulla Manica, dove si amalgama con quelle del Mare d'Irlanda e del Mare Celtico, che a loro volta sono sotto l'influenza della corrente del Golfo). Per ciò che concerne il momentaneo stato di nausea che li accompagna al rintocchio funebre delle campane, debbo dire che trattasi di un fenomeno psicopatologico su base endogena che si installerebbe sui soggetti in questione, particolarmente predisposti per motivi genetici ed ereditariamente complessi, a causa di due endorfine che si chiamano "tic" e "tac"...il tutto, poi, confluirebbe nelle cellule del sangue e nelle sinapsi amiotrofico laterali del cervello". Questa intervista non piacque a più di qualcuno soprattutto per il linguaggio un po' troppo "tecnico" e forse...incomprensibile. Dopo aver letto quelle righe Marcel Tavernier, cinquantottenne contadino di Lourdes, esclamò: "Quello lì è tutto matto. Lo fanno solo perché hanno una fottuta strizza della madonna che li prende su per il culo!".

     
  • 05 novembre 2020 alle ore 18:29
    Ascoltando qua e là - Il mio quattro novembre

    Come comincia: O Gorizia tu sei maledetta (O Gorizia) 
    La mattina del cinque di agosto
    Si muovevano le truppe italiane 
    Per Gorizia, le terre lontane
    E dolente ognun si partì.

    Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,
    Grandinavano le palle nemiche;
    Su quei monti, colline e gran valli,
    si moriva dicendo così:

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per molti non fu.

    O vigliacchi che voi ve ne state,
    con le mogli sui letti di lana,
    Schernitori di noi carne umana,
    Questa guerra ci insegna a punir.

    Voi chiamate il campo d'onore,
    Questa terra di la dei confini
    Quì si muore gridando "Assassini!"
    Maledetti sarete un dì.

    Cara moglie che tu non mi senti
    Raccomando ai compagni vicini
    Di tenermi da conto i bambini
    Che io muoio col suo nome nel cuor.

    Traditori signori ufficiali
    Che la guerra l'avete voluta
    Scannatori di carne venduta
    E rovina della gioventù.

    O Gorizia, tu sei maledetta,
    Per ogni cuore che sente coscienza;
    Dolorosa ci fu la partenza
    E il ritorno per tutti non fu.

    (Sandra Mantovani - Il Nuovo Canzoniere Italiano, dall'album "Bella ciao", 1965)

     
  • 03 novembre 2020 alle ore 20:42
    Dal paese di...Vattelappèsca

    Come comincia:                                                                                                           Ai morti di amianto.           
     Loris emigrò in Germania nell'inverno del 1954, da un paesino del sud: Vattelappèsca. Aveva poco più di ventitrè anni, all'epoca. Prese il primo treno del pomeriggio, qualche minuto prima che un temporale da tregenda aprisse il cielo in due. Era vestito semplice, come semplice uomo era lui: una giacca, una camicia e nient'altro, portandosi appresso soltanto una vecchia valigia marrone legata con lo spago e carica di illusioni. Partì da Vattelappèsca ma...sarebbe potuto partire da "ovunque", perché Vattelappèsca non esisteva in concreto. Quello era un luogo immaginario che forse esisteva solamente nella testa di chi ha fervida immaginazione, pur restando sempre sobrio e col cervello in ghingheri. Tuttavia nel sud, chissà, quel paesino davvero esisteva (ad ogni sud di tutte le latitudini della terra ve ne potrebbero essere stati senza dubbio uno o più d'uno, tanto di quelli dove ancora i vecchi, sul lungomare, raccontavano storie ai più piccoli fumando il narghilé, quanto di quelli dove peones o bifolchi coltivavano i campi arandoli coll'aratro trainato dai buoi piuttosto che con giganteschi macchinari a motore), con tutti i drammi suoi - piccoli o grandi che potevano essere - e la miseria della gente che vi abita; con i bisogni della sua gente e dei suoi abitanti - vecchi o giovani che siano - , con tutti i sogni loro ed i disincanti e le...notti ed i giorni che anche là (a Vattelappèsca o nell'altro) tramontano eppoi nascono sempre uguali, muoiono, nascono o rinascono a nuova vita in un ritmo incessante e perenne, o ugualmente al modo stesso in cui lo fanno (il) sole e (la) luna per trecentosessantacinque giorni e notti all'anno. Quando il giovane arrivò a destinazione era quasi il meriggio del giorno successivo a quello in cui partì...i treni, allora, avevano i loro alti e bassi proprio come i cristiani...a loro immagine e somiglianza: mica come adesso, che non sono più umani! Ebbe solamente il tempo di sciacquàrsi il viso, in stazione (neanche quello di fumarsi una sigaretta o bersi un caffé in santa pace): di lì a poco avrebbe cominciato il turno di notte, in un cantiere navale dove trattavano l'amianto e costruivano pezzi di ricambio per le navi. Era operaio specializzato, Loris; aveva imparato il mestiere di saldatore dopo la scuola tecnica e in quel cantiere così vi lavorò per ben quarantadue anni, sino alla pensione: quasi una vita intera! Dopo di che tornò al suo paesino (Vattelappèsca o giù di lì, poco importa!). L'unica differenza rispetto a quando era andato via, quarantadue anni prima, fu una 127 bianca e blu comprata a scomputo, il resto tutto uguale: stessa valigia marrone legata con lo spago, svuotata però di tutti i suoi sogni ed un bagaglio al seguito di fatica sulle spalle, delusioni, disillusioni; le mani rugose e il viso segnato...da una vita vissuta in fretta, troppo forse, in un paese con abitudini diverse e distanti dalle sue; quella vita che mai li aveva concesso di fermarsi un istante: per darli tempo di guardarsi attorno, pensare a sé stesso, a qualcosa di diverso al di fuori del lavoro. Non aveva famiglia e neanche un amico; non si era mai sposato: chissà, se si fosse fermato - un attimo appena, qualche volta - avrebbe trovato magari quella giusta oppure...c'è chi dice che il destino sia scritto già da tempo per tutti, sin quando ognuno esce con il capo dalla vagina della propria madre (ad alcuni, a volte, è dato di farlo coi piedi!). Di lì a poco, purtroppo, per Loris sarebbero cominciati i guai, la sua odissea. Nell'estate del 1996, pochi mesi dopo il suo rientro a casa, i primi sintomi: tosse, capogiri, dispnea. Le visite mediche, il ricovero, gli accertamenti; eppoi la diagnosi infausta e crudele: cancro ai polmoni, dovuto alla prolungata vicinanza all'amianto. L'uomo lottò sin quando fu possibile e con tutto sé stesso. Morì una mattina d'inverno, tersa e mite, del 2000. Il suo nome non venne iscritto nel registro dei tumori. Riposa nel cimitero del suo paesi...di Vattelappèsca. Ogni tanto qualcuno porta un fiore sulla sua modesta tomba: a nessuno è dato sapere di quale morte sia morto. Un vuoto a perdere!

     - Perché di amianto si continua a morire...La "fibra killer" ogni anno uccide cinquanta persone. Così titolava il 6 dicembre dello scorso anno il quotidiano Brescia Oggi. L'articolo proseguiva in questo modo: "I numeri sono contraddittori, ma una certezza c'é: di amianto si continua a morire. Nel senso che risultano ancora letali gli effetti delle intensive inalazioni tossiche delle fibre di asbesto tra gli operai del settore, prima che la materia fosse messa al bando nel 1992. Ogni anno - si legge nell'ultimo rapporto dell'Istituto superiore della Sanità - l'Italia paga un tributo di 4000 mila vittime alle patologie correlate alla "fibra killer". Vengono inoltre diagnosticati oltre 15 mila casi di mesotelioma. L'incidenza della malattia maligna è in aumento, con un picco atteso nei prossimi 10-20 anni. Non basterà insomma aver smantellato tutto l'amianto entro il 2023, come imposto dall'Unione Europea, per limitare i danni alla salute. Secondo lo studio epidemiologico nazionale, in sei anni in Lombardia sono stati diagnosticati 4844 casi di tumori alla pleura. Nel Bresciano la quota è stata di 392. Nello stesso periodo i mesoteliomi pleurici in Lombardia sono stati 632, 47 nella nostra provincia. Ma ci sono autorevoli stime molto più pessimistiche. "In trent'anni ci sono 1500 morti a Brescia per cancro collegato all'amianto. E' una tragedia sconosciuta che la popolazione deve sapere. Nonostante la messa al bando, c'è una presenza residuale", ha affermato ieri Pietro Gino Barbieri, già direttore di Medicina del Lavoro, presentando il suo libro "Morire di amianto. Un dramma prevedibile, una strage prevedibile". I riscontri epidemiologici ufficiali parlano di 750 mesoteliomi maligni negli ultimi venti anni.   

    Taranto, 2 novembre 2020.       

     
  • 01 novembre 2020 alle ore 18:54
    La donna che ha vissuto come uomo (burrneshe)

    Come comincia:  Tomas ha quasi settanta anni oggi. Tanti anni fa (quando era una ragazzina) viveva con suo padre Karman (pastore, contadino, raccoglitore di erbe officinali, venditore di pelli) e con la sua famiglia (non vi erano figli maschi ma soltanto tre femmine più piccole di lei) in un piccolo villaggio della regione del Kelmend, nel nord dell'Albania al confine col Kossovo: tutt'intorno a lei un paesaggio fatto di aspre montagne, terre dure, arcigne ed inaccessibili ai più; di luoghi impervi dove d'inverno per la neve si può rimanere bloccati in casa anche per intere settimane. Per secoli nel nord dell'Albania l'uomo è stato tutto e la donna nulla: pura merce di scambio, equiparata al valore del bestiame in questi villaggi dediti a pastorizia ed allevamento, al commercio del legname e alla coltivazione dei prodotti della terra. Quì la collettivizzazione delle campagne attuata nell'immediato dopoguerra con l'aiuto di iugoslavi, sovietici e cinesi ha attecchito ben poco: i montanari hanno sfidato dapprima i turchi-ottomani eppoi il comunismo che governò l'Albania per decenni. Una società arcaica e patrilineare dove la sola ed unica legge conosciuta è quella del Kanun, codice fatto di usi e consuetudini molto dure e tramandate oralmente sin dalla fine del '400, quando fu raccolto da Leke Dukagjini, guerriero e patriota albanese, e poi trascritto, in dodici libri, nei primi anni dello scorso secolo, da Shtjefen Gjekòv, frate francescano di origini kossovare. Il kanun regola un mondo ed una società prettamente maschile: non permette, ad esempio, che una ragazza possa lasciare il fidanzato a cui è stata promessa  in moglie (qualora succedesse, l'evento potrebbe innescare una faida senza controllo, fatta di vendette ed azioni violente da parte della famiglia dello sposo verso quella della donna); poi, quando la promessa sposa diviene moglie (al momento dello "scambio" il padre della sposa riceve in contropartita un proiettile!) e va a vivere nella casa del marito, diventa - al tempo stesso - parte integrante del nuovo nucleo familiare, così recidendo per sempre i legami con la famiglia originaria, quel "cordone ombelicale" a cui era unita sin dalla sua nascita. In questo mondo così spietato, tra l'altro, nessuna donna può ereditare i beni dell'uomo nel caso quello muoia prima di lei (che sia genitore, fratello o il consorte poco importa). L'articolo 29 del Kanun recita: "la donna è un otre fatto solo per sopportare". Padre, fratello o marito posseggono potere di vita e morte su figlie, sorelle e mogli. Quando il padre di Tomas morì, schiacciato sotto un masso accidentalmente cadutogli addosso in montagna, egli (che allora si chiamava Xarita) di fronte si trovò ad una scelta inesorabile: continuare ad essere donna e schiava per il resto della vita (la donna non è bene che parli prima di un uomo e che lo guardi pensando che non abbia ragione, oppure che esso scelga dopo una donna, neanche è bene fumare per una donna, o svolgere mansioni maschili, o bere prima che abbia bevuto un uomo, imbracciare un fucile, scegliere il marito...né andare sola nei boschi senza un uomo: non sono comandamenti, ma leggi e comportamenti del Kanun che ogni donna deve rigorosamente seguire!) oppure diventare uomo. Scelse di sacrificarsi, per salvare l'onore della sua famiglia e i suoi miseri averi; di cambiare genere per essere paradossalmente libera e così godere del rispetto della comunità. Tomas era una bella ragazza bionda e cogli occhi azzurri come il cielo. Portava i lunghissimi capelli sempre sciolti, li tagliò poi e li tinse neri, cominciò a indossare pantaloni lunghi in posto della gonna. Fece giuramento dinanzi al consiglio dei dodici anziani del villaggio: diventò così burrneshe, che sta per uomo e donna assieme (nulla a che fare col travestitismo, le transgender ed il mondo trans, però!), fece voto di castità per sempre, nessuno più la guardò come donna. Girò per tutta l'Albania e fece vari lavori: a Durazzo operaia in conceria, a Scutari in una fabbrica di pneumatici per trattori. E' stata anche metalmeccanico durante il periodo della dittatura. In fabbrica ha perso il dito mignolo della mano destra, finito sotto una pressa, e parzialmente l'uso dell'occhio sinistro. Quando la madre morì anche le sue sorelle minori hanno scelto di diventare come lei: Stella, Samia e Gabrj diventarono Mark, Gjin e Stefan. Stefan ha lavorato in Turchia ed in Germania, ha fatto il camionista ed è stata sulle navi mercantili; Mark invece è stata anche in America: tutte hanno sempre tenuto nascosta la loro identità, ovunque siano andate e qualunque lavoro abbiano svolto. Molti si domanderanno: siamo sicuri, però, che diventare quello che non si è (per costrizione o libera scelta), magari assumere i panni di un'altra persona o travestirsi per apparire qualcos'altro sia solamente prerogativa di donne in quell'ambito ristretto di zona della terra? Oppure è un trend che sovente e volentieri molte persone (a prescindere dal sesso) mettono in atto nella vita d'ogni giorno? Ai posteri, come al solito, compete l'ardua sentenza...o semmai, per i più impazienti (in parte parafrasando le parole di una vecchia canzone di Bob Dylan) bisognerebbe dire questo: "è possibile che la risposta stia scritta nel vento o tutt'alpiù tra le stelle!". Tomas vive oggi sulla costa dalmata, vicino Spalato, in una modesta casa con veranda che da sul mare: lo ha sempre amato più d'ogni cosa, in fondo, nonostante sia nata ai piedi delle montagne.Trascorre la sua esistenza in maniera modesta ma dignitosa, con tranquillità; a farli compagnia i suoi gatti. Ha vissuto quasi sempre come uomo e un solo rimpianto l'accompagnerà per il tempo che li resta: non essere mai stata veramente una donna in vita sua! 

    Taranto, 23 ottobre 2020.  

     
  • Come comincia:  - L'abbattimento dello Zeppelin (effetto e causalità) - Su un vecchio mio taccuino alcuni giorni fa ho riletto le note, che riporto integralmente, scritte nel gennaio del 2014. "Il 25 settembre del 1980 moriva a Windsor, località inglese sita nell'hinterland di Londra, il batterista dei Led Zeppelin (drummer, in inglese) John "Bonzo" Bonham e così...puff: di colpo lo "zeppelin" ossia il dirigibile più famoso della storia dell'umanità, anzi, quello più rumoroso ed iconico (è molto meglio scrivere) smetteva di volare (metaforicamente); e una delle band  più famose nella storia del rock (i Led Zeppelin, appunto) chiudeva baracca e burattini, ovvero per causa di questo evento tragico smetteva di suonare in eternum insieme. Pseudonimo di John Henry Bonham, l'artista (autore di molti testi) era nato a Redditch, piccola località nel cuore del Worcestershire, nel maggio di trentadue anni prima. Ufficialmente l'esito dell'autopsia parlò di "asfissia polmonare" avvenuta durante il sonno: pertanto nessuna causa dovuta a uso di sostanze psicotrope o stupefacenti, come in prima ipotesi s'era paventato, nonostante il musicista fosse da tempo in cura per disturbi psicosomatici (ansia e depressione) e si era disintossicato da poco dall'eroina. Sulle conclusioni autoptiche nulla da eccepire, furono senza dubbio validissime: Bonham, infatti, il giorno precedente la morte sua, aveva fatto largo uso di alcol (si parlò di circa un litro e mezzo di vodka ingerita) e ciò li provocò senz'altro un'intossicazione con conseguente eccesso di vomito autoindotto che lo portò al soffocamento, appunto, ed infine all'arresto cardiocircolatorio. Mentre scrivo queste note, o meglio ancora mentre le leggo e poi le trascrivo sul mio diario, mi torna in mente la triste vicenda che portò alla fine di Jimi Hendrix, altro grande protagonista della scena rock (non me ne voglia nessuno: Bonham, gli altri componenti del gruppo, Jones, Page e Plant, gli stessi numerosissimi fans dei Led sparsi ad ogni latitudine del globo, ma il "principe di Seattle" era-fu di gran lunga più...grande di lui, seppur avesse suonato per molto meno tempo ad altissimo livello), avvenuta un decennio prima (il calendario gregoriano segnava 18 settembre), ma poco lontano dal luogo in cui avvenne quella di Bonham: Hendrix cessò di vivere, infatti, nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, in quel di Londra e la capitale inglese dista poco più di trenta chilometri da Windsor. Ma esiste una analogia ancor più sostanziale nonché emblematica che accomuna i due eventi tragici: il decesso del chitarrista americano fu causato (come testuali parole del medico legale riportarono al tempo) da "soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; e quindi, non dissimile dall'asfissia polmonare che causò la morte di Bonham. Ad inizio note si parlava della fine dei Led Zeppelin correlata alla morte del loro batterista. Ebbene, essa fu abbastanza logica - nell'ottica del resto della band iglese, soprattutto, piuttosto che secondo la psiche e nelle viscere dei fans che avrebbero senza dubbio desiderato qualcosa di ben diverso - anzi, una conclusione di effetto e causa (o causalità). L'effetto (già scritto anche questo, invero) fu devastante (o meglio ancora deflagrante) e instaurò una reazione vera e propria a catena (di causa o causalità, appunto), una tragedia dei cieli, così come quella dell'affondamento del translatlantico Titanic lo fu del mare all'incirca settant'anni prima. In povere parole esso [l'effetto], sebbene assai nefasto, fu tuttavia poco più che un prodromo della causa o causalità visto ciocchè accadde in seguito (pochi mesi più tardi). A dire il vero, però (e ad onor della storia, direi!) un'altro disastro di "zeppelin" (materialmente e no in senso metaforico come l'altro), cioé con uno zeppelin dell'aria come protagonista, v'era stato già: il 6 maggio del 1937, quando l'Hindenburg (il più grande dirigibile di tipo "zeppelin" mai costruito dall'uomo, appunto: era, per la precisione, un modello LZ 129 e misurava quasi ducentocinquanta metri di lunghezza!) andò in fiamme sui cieli di New York. La storia dell'altro zeppelin, quello musicale, invece cominciò all'interno di una piccola sala prove a Londra, nella metà dell'inverno del 1968 con protagonisti quattro capelloni provenienti dalla campagna inglese: ironia della sorte volle che quei ragazzi prendessero il nome da quel dirigibile e che - fatto ancor più incredibile - la copertina del loro primo album ("Led Zeppelin one") raffigurasse la foto dell'Hindenburg che sta andando a fuoco. Sorte ancor più ironica decretò infine che quella stessa storia si concludesse tristemente dodici anni dopo come era successo per l'altra. Il 4 dicembre del 1980, a distanza di soli sessantanove giorni dalla morte di Bonham, il gruppo annunciava lo scioglimento e l'uscita di scena dal palcoscenico della musica. Questo fu il comunicato stampa battuto dalle agenzie in tutto il mondo: "Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere - in piena armonia tra noi ed il nostro manager - che non possiamo più continuare come eravamo!". Onore al merito dei Led Zeppelin, dunque...i fans lo capirono in seguito e lo accettarono pienamente. Un re borbone disse una volta: "Parigi val bene una messa"; i Led, invece, pensarono che non valesse la pena continuare l'avventura musicale insieme (anche se, materialmente quella decisione li costò centinaia di milioni di dollari in termini economici) per non infangare la memoria dell'amico scomparso. I tre superstiti continuarono la carriera da solista, ognuno per proprio conto o con altri gruppi: l'amicizia non ha prezzo, a volte!".

    Taranto, 14 maggio 2020.

     
  • 28 ottobre 2020 alle ore 10:01
    Il diavolo in corpo

    Come comincia:  Julie aveva il diavolo in corpo, quella voglia di concedersi senza freni ed inibizioni...ti viene da dentro e ti senti bruciare, ardere come un falò. Aveva un corpo sempre in fiamme, lei: metteva la quinta marcia addosso agli altri, uomini e donne, soltanto a guardarla. Ebbe il suo primo amante a sedici anni, lo conobbe ad una festa di addio al celibato, fuori città. Quella storia era durata sei mesi e poi...un'altra, un'altra ed ancora un'altra in successione algoritmica: sino a quando la sua collezione di scalpi non diventò infinita. Un giorno conobbe una donna, quando passeggiava al parco. Si innamorò di lei e le raccontò tutta la sua vita sino ad allora. Anche l'altra si raccontò e poi fece coming-out con Julie: scoprirono di essere simili, fatte a misura l'una dell'altra. Stanno insieme, adesso, ed hanno entrambe il diavolo in corpo.

    Taranto, 26 ottobre 2020.

     
  • 21 ottobre 2020 alle ore 19:58
    Insieme fino all'alba...

    Come comincia:                                                                                                      a Raymond Carver.

     Il silenzio è rotto appena dal rumore di alcuni passi sul selciato mentre cala il buio della sera...bagliore lontano: di macchine lampeggianti che sfrecciano nel traffico à gogo. Albert, che indossa un lungo impermeabile grigio, si ferma un attimo poi estrae da una tasca la sua pipa di legno nera, lentamente l'accende e la porta alla bocca. E' un uomo di mezza età, anonimo impiegato di banca da due decadi. Frances lo chiama da lontano: - Albert, Albert, son qua!
     L'uomo si volta e prende a camminare verso l'altra: la donna indossa un vestito elegante e porta tacchi alti. Anche lei lavora, fuori città, in un grande salone d'auto. E' sposata ed ha un figlio tredicenne: i due sono amanti. Si incontrano, si abbracciano: mentre lo fanno la pipa imboccata da Albert cade per terra e lui la raccoglie, ancora fumante: prima di rimetterla in bocca bacia Frances sulla guancia destra e lei li sorride. Dopo la donna li prende la mano destra e fa: - Che buon odore, hai cambiato marca?
     L'uomo risponde: - Sì, sì, da ieri. Tabacco Kentucky e Burley all'aroma di ciliegio e vaniglia.
     - Che si fa, stasera? - domanda lei. - Al Roxy o allo Stinger? Dai, qualche whiskey e poi a casa mia!
     - Niente locali stasera! - risponde l'uomo. - Nessun gioco fra noi: questa sera si va in un posto speciale...qualcosa di diverso. La donna li sorride ancora una volta. I due, tenendosi sottobraccio, si avviano alla macchina di Albert, una vecchia Chevrolet Chevelle del 1970 rossa fiammante. Frances apre lo sportello ed entra per prima; Albert invece prima di entrare toglie la pipa di bocca e la svuota: dopo averlo fatto la rimette in tasca, poi entra, si siede ed avvia l'auto. In men che non si dica sono sulla Donovan Street e poi sulla statale 181, quella per la litoranea: la via che porta alle spiagge di classe. Un quarto d'ora dopo arrivano alle conche di Durval. Albert e Frances si siedono sopra uno scoglio: il rumore dell'acqua che si frange sugli scogli vicini è l'unico a rompere il silenzio intorno a loro prima che lo faccia l'uomo: 
     - Questa sera è così...di fronte al mare, io e te soltanto, - dice; - questo tramonto...
     - Sì, sì, hai ragione: mai visto così, come stasera! - risponde l'altra. 
     - Questa sera è così...- ripete ancora Albert, - noi due soli di fronte al mare.
     - Si, sì, hai ragione, - fa la donna (si ripete allo stesso modo dell'altro: sembrano un disco incantato), - stasera è tutto diverso, è davvero speciale fra noi!
     I due così si abbracciano (fa freddo: lui sfila l'impermeabile e lo appoggia sulle spalle della donna), si baciano e poi si abbracciano un'altra volta. Alla fine si tengono per mano: così, tutta la notte ad ascoltare il suono del mare, ad osservare il cielo; insieme fino all'alba...proprio come due innamorati. Hanno voluto fare un gioco diverso, questa volta, Albert e Frances; hanno voluto giocare in maniera diversa ma sono sempre e soltanto amanti: lo hanno già capito dentro di loro.

    Taranto, 7 marzo 2016. 

     
  • 21 ottobre 2020 alle ore 14:24
    Morte di un clochard romano

    Come comincia:  Giacomo era un clochard di Roma, aveva cinquant'anni e di certo non li portava bene...mezzo secolo di vita, insomma, e sentirlo tutto sulle spalle. Da venti anni viveva in strada: la notte, tutte le notti di ogni santo giorno per trecentosessantacinque giorni all'anno! Di giorno a chiedere l'elemosina, ad elemosinare la quèstua per un caffelàtte, magari un cornetto o un panino. Raccoglieva cinque, sei o sette euro e subito scappava al bar o al supermercato (molti senza lavoro e fissa dimora fanno così: per evitare di accumulare cifre più grosse e poi...perché nessuno di loro ha un conto in banca o aspira ad aprirlo, un giorno!). Dopo lo trovavi spesso a piazzale Ungheria, in vicinanza della zona delle ambasciate, al quartiere Parioli. A volte si univa a ragazzi dell'est e indiani, o cingalesi, o del Bangladesh che chiedono elemosina ai semafori o puliscono i vetri delle macchine in transito, altre a degli artisti di strada e con loro intonava qualche motivetto blues. Era stato un musicista, Giacomo, da giovane; aveva suonato il clarinetto in una piccola band di provincia, in Abruzzo; ed era stato pure in America, nel Kentucky, in Illinois, nel Missouri e sul fiume Mississippi...aveva ripercorso la "via del blues", in quella lontanissima estate del '79 (un sogno coltivato sin dalle scuole elementari e finalmente messo in opera), lungo la mitica route 69: egli conosceva a memoria i pezzi di Charly Patton e Lead Belly, quelli di Robert Johnson e di "Big Bill" Broonzy, "Blind Lemon" Jefferson, Son House, Skip James e molti altri che spesso il padre, grande appassionato di blues, ascoltava. Quando era tornato a casa da quel viaggio, durante quell'estate, tutto li sembrò diverso: toccò il paradiso con entrambe le mani...aveva conosciuto il sesso e l'amore ma anche la droga e l'alcol, in America; e poi aveva preso il vizio delle puttane e del gioco: trovava un lavoro e lo perdeva, ne trovava un altro e perdeva anche quello, magari il successivo durava, a volte ma no molto spesso, però, qualche settimana in più del precedente: tuttavia era sempre lo stesso andazzo, non cambiava nulla. Paradossalmente dopo quel viaggio tanto agognato era cominciata la sua parabola in discesa, il declino personale e di uomo: negli anni ottanta morirono i genitori, perse anche la sorella, morta accidentalmente nel corso di una rapina. Si ritrovò così senza casa e a vivere da solo...sperduto a vagare nelle strade della grande città: all'inizio può essere un impatto devastante, quasi letale per alcuni. Riuscì a disintossicarsi dall'alcol e dalla droga grazie all'aiuto di qualcuno; viveva in città di elemosine ma a volte anche di furtarelli ed espedienti. Per un po' sparì dalla circolazione: si accodò ad un gruppo di artisti girovaghi rom e girò per l'Europa intera, in Ungheria e Romania, in Iugoslavia e poi in Russia, in Belgio, Francia e Germania...era stato un modo per cambiare aria, ma la vita del barbone ce l'hai dentro, lei ti marchia eppoi ti...come il richiamo della foresta per le belve e per i primati. Nel 1990 aveva ripreso la sua vecchia occupazione a tempo pieno: la strada, in fondo, era la sua vita, il suo habitat ideale; quelli come lui, senza fissa dimora e occupazione, non possono farne a meno, entra nel sangue e nella testa come la droga, l'alcol, il gioco, una bella donna, magari; vivere diversamente per quelli sarebbe come calarsi in un'altra dimensione, invivibile...toglierli il respiro e farli morire soffocati. Alcuni suoi amici erano morti di freddo, anni fa. Lo scorso anno anche Alfredo, suo compagno di bevute e di stanza, se n'era andato (insieme condividevano una roulotte abbandonata, a volte, allo "stalag 17", come tutti quelli come loro lo chiamano, vicino una pineta in periferia),  falciato senza pietà da un'auto pirata al Tuscolano. Era triste da un po', Giacomo, a volte imbronciato e malinconico, ed aveva perso quel sorriso e il suo fare scanzonato che sempre l'accompagnava nonostante tutto, nonostante quella vita di merda che - comunque - nessuno sceglie mai di vivere: forse, chissà, dentro sé stesso presagiva qualcosa, immaginava, sapeva. L'altro ieri sera, dopo aver smesso di suonare l'armonica per i passanti dirimpetto al "Mattarello", ristorante d'asporto, a piazza Cuba, e all'altezza della fermata del 168 (lo strumento gliel'aveva regalato anni fa uno di loro: subito imparò a suonarla...aveva il senso della musica e del ritmo innati, Giacomo, il groove dentro come tutti i buoni strumentisti), aveva raccolto le sue poche cose (qualche busta di plastica piena di cianfrusaglie, una vecchia radio, un manico di scopa e nulla più) e come faceva di solito s'era incamminato verso viale Romania per percorrere non più di centocinquanta, duecento metri: nei pressi della chiesa Parrocchiale di San Roberto Bellarmino, in un angolo semi nascosto, dirimpetto a un negozio di pneumatici, aveva approntato il suo letto per la notte e s'era intrufolato nella catasta di cartoni...il suo domicilio attuale. All'alba lo ha trovato senza vita Michele Angiulli, netturbino sessantenne emigrato a Roma dalla Puglia quarant'anni fa: Giacomo era morto nel sonno, probabilmente, aveva il cranio fracassato e versava in una pozza di sangue; una spranga di ferro, lunga quaranta o cinquanta centimetri, giaceva per terra accanto al suo corpo inerme. Forse...chissà? Giacomo era un barbone, aveva cinquant'anni, è stato trovato morto: "una bocca in meno da sfamare", diranno in molti (ma mangiava davvero così tanto?). Per altri invece un rompicoglioni maleodorante in meno da sopportare e da annusare, in giro per il quartiere, e un impiccio in meno per il Comune che dovrà anche sostenere le spese funebri. Ma si, dai, meglio così, in fondo...in fin dei conti era solo uno di quelli che non aveva nulla da perdere e non lascerà niente a nessuno; era soltanto un barbone, un clochard come li chiamano adesso gli esterofili, i puristi ed i signori più distinti: a chi fregava un cazzo di Giacomo?

    Taranto, 21 ottobre 2020.

     
  • Come comincia:                                                   "Tutto ciò è adesso, tutto ciò è andato, tutto ciò è in 
                                                       divenire; ogni cosa è intonata sotto il sole ma il sole
                                                       è oscurato dalla luna"
                                                       (da: "Eclipse", di Roger Waters, 1973).
     
     Dov'è l'effimero della nostra esistenza? Quant'è l'effimero nella nostra esistenza? Non allarmatevi, nessuno lo faccia, per carità: non sono le classiche domandone da cento milioni di dollari, tuttavia penso che il peso ed il senso della nostra esistenza (per alcuni può essere beata, placida e tranquilla, per altri invece irta di ostacoli e tempestosa: la via di mezzo sarebbe quella assolutamente piatta, molto peggio della noia e dell'oblio messe assieme...un elettrocardiogramma senza onde d'urto, insomma!) possa riassumersi in queste due domande a cui molti non sapranno mai rispondere nel corso della loro vita, mentre altri tralasceranno invece volutamente di farlo: per mancanza di stimoli, per noncuranza o disinteresse, per volontà di "aggirare" l'ostacolo o per effettiva incapacità a farlo. Sembra chiaro, tuttavia, a mio avviso, che ogni cosa ruoti intorno a tale dubbio amletico di natura - per così dire - logistico-quantitativa: dove e quanto [sia] l'effimero? Le risposte ho provato a darle in queste righe: l'ho fatto senza avere la certezza matematica di esserci riuscito per il meglio e, soprattutto, non perché mi ritenga esser migliore di chiunque altro, ma soltanto perché cerco sempre di mantenere le promesse, di...rispondere alle domande: tanto a quelle che mi pone qualcun altro, quanto a quelle che mi pongo da me stesso! Ebbene, direi proprio che l'effimero nella nostra esistenza è molteplice, anzi, tantissimo: probabilmente essa è tutto - e soltanto - "effimero" e sebbene esso [l'effimero] si presenti a volte sotto mentite spoglie ed indossi l'abito colorato, divertente, ironico e financo fantasioso e fantastico, resta pur sempre - e soltanto - effimero. Ogni cosa che noi facciamo è subordinata a questo, ogni nostra azione o decisione che mettiamo in atto o prendiamo è effimero; ogni cosa che innanzi ci appare altro non è infatti...se no qualcosa di diverso da ciò che è e tutto ciò che appare o può apparire è sempre ciocché non è: pura illusione. Tutto è, non dimentichiamolo mai, iridescente ma assoluta vacuità. Quello che ci appare è di certo la realtà ma essa non è mai verità assoluta: è effimero, appunto! Eppure la maggioranza degli esseri umani sembrano essere ciechi; tutti noi restiamo ciechi, sordi e muti dinanzi a tutto questo che è semplicemente uno stato di fatto, lo "stato" delle cose, l'assolutà verità che...verità assoluta non è mai, appunto! Tutti ci comportiamo, e viviamo, ed agiamo in funzione di altro, senza tener conto di quanto incomba...dietro l'angolo, di ciò che pende...come una spada di Damocle sulle nostre teste e sulla nostra vita, sul nostro destino. Mi chiedo perchè ciò accada? Forse perché camminiamo, ci muoviamo, viviamo a cento allora, pochissimo slow: andatura troppo forte per poter renderci conto delle cose che ci circondano, poter riflettere e contemplare su di esse, carpirne il vero significato e reconditi segreti. Penso, però, che un giorno l'umanità tutta si fermerà: quando - e se - ciò avverrà a me come a nessuno è dato sapere...magari non ci sarò più per vederlo di persona e come me molti altri non ci saranno più, tuttavia son sicuro che a quel punto tutti capiranno tutto, ogni cosa; capteranno, cioé, che ogni cosa è effimero e la vita stessa non appartiene a nessuno: ovvero, che non è nostro dominio e (di) nostra proprietà. Ma torniamo ora alla prima delle due domande: dove si trova l'effimero della nostra esistenza? Come detto (magari mi ripeto, ma lo faccio appositamente e ben volentieri!), a mio avviso è in tutto, in ogni dove; esso è in tutto quello che pensiamo, diciamo o facciamo; è nel nostro pensare, nel nostro agire, nella stessa nostra essenza di esseri umani: nei sogni che facciamo in ogni istante della giornata (e magari, chissà, anche negli incubi!), ad occhi chiusi o aperti; nei progetti di vita che disegnamo o nei percorsi (di vita) che ci prefiggiamo di percorrere e poi percorriamo; nei pensieri, a volte tormentati, che facciamo; nelle persone o nelle cose che abbiamo amato, in quelle che amiamo ed in quelle che ameremo; nelle parole  dette ed in quelle non dette, o in quelle che abbiamo semplicemente pensato e che avremmo voluto dire.

    Taranto, 11 settembre 2013. 
                                                 

     
  • 14 ottobre 2020 alle ore 12:10
    La nave

    Come comincia:  Penetrando dense nebbie in una notte d'ottobre la nave, senza nocchiero né timone navigava in mare aperto...era sacro il suo cammino?! Una calma fluida l'accompagnava e le onde piatte, solcate di prua, si stagliavano innanzi a lei mentre lo stridulo lamento d'un grande e giovane albatros la seguiva alle spalle. D'un tratto, di traverso alla nave apparve tra le nebbie una stella colorata di rosso: sembrava un vecchio fantasma ma non era la stella che tutti attendevano, quella...polare.
     -L'appuntamento non è lontano! - gridò un marinaio all'equipaggio. La nave, intanto, continuava a navigare - seppur lentamente - e le nebbie, nel frattempo, cominciarono via via a diradarsi. La ancestrale meta era sempre più vicina. Ad un tratto alcune macchie di luce squarciarono la notte ed il suo cielo e le nebbie, così, sparirono del tutto: era quello il "punto"! La nave cominciò ad inabissarsi in un vorticoso gigantesco gorgo: un attimo soltanto e scomparve...l'espiazione a quel modo s'era compiuta, quella dell'equipaggio e quella d'ogni uomo sulla terra. Dopo tutto ciò un'arcobaleno, colorato solo di rosso e nero apparve in cielo tagliandolo in due: preciso lo recise, come un chirurgo; mentre dal suo riverbero sul mare, proprio nel punto in cui la nave era scomparsa, uscì una bellissima sirena bianca: ella agitava due fuochi di Sant'Elmo tra le mani ed andò intonando uno strano canto di morte. I resti di quella nave dormirono per sempre negli abissi profondi del mare ma una bottiglia vuota tornò a galla: trentatré giorni dopo, su una solitaria spiaggia fu ritrovata da un vecchio pescatore con una gamba di legno...misteriosamente conteneva un foglio bianco senza nulla di scritto sopra. Il pescatore così lo estrasse dalla bottiglia, poi lo accartociò e lo lasciò sulla sabbia; dopo di che tornò alla sua capanna con la bottiglia vuota. La notte seguente il pescatore morì ma nessuno mai trovò una bottiglia nella sua capanna.

    (da un quadro di J. W. M. Turner: "La nave negriera"). 

     
  • 12 ottobre 2020 alle ore 16:55
    Le ragazze dello zoo

    Come comincia:  Lo zoo è al di là del fiume, un pezzo di muro lungo non più di dieci auto messe in fila, una di seguito all'altra. Costeggia la discarica: c'è sempre tanfo di marcio laggiù e un nugolo di grossi corvi, come capre, bruca le piccole chiazze d'erba che circondano una vecchia casa, inabitata da tempo, in fondo al viale parallelo allo zoo...i volatili sono i guardiani di quella casa e dello zoo: quando annusano il pericolo gracchiano forte per dare l'allarme. Un tempo, in quella casa vi abitava un vecchio insieme ad una bambina: Sam e Sandy. Il vecchio aveva cresciuto con amore quella bambina, trovata tra i rifiuti una notte di venti anni prima: avvolta in un plaid rosso e abbandonata non si sa da chi. Il vecchio poi morì e quella bambina, ora divenuta una splendida ragazza bionda e cogli occhi azzurri, frequenta la sera lo zoo e pure di notte insieme ad altre ragazze e ad altri ragazzi diversi: quelle e quelli che vendono i propri corpi per pochi denari, sufficienti appena a comprarsi una dose, a volte, o una bottiglia di whisky doppio malto per scaldarsi le budella quando fa freddo, in inverno. Tutti sanno, oltre il fiume, nella parte nuova della città che lo zoo è off-limits in certe ore: già dalle dieci di sera, a volte un po' prima, un viavài di grosse auto e nere avviene vicino al muro e una ragazza o un ragazzo così si imbarcano, spesso insieme. La scena è sempre uguale, si ripete in maniera meccanica quasi rituale e chissà se volutamente o meno: la vettura o le vetture si fermano, il finestrino si abbassa, una mano fa un cenno e una ragazza (o un ragazzo od entrambi), apre poi lo sportello, si infila dentro e...via! Sandy frequenta lo zoo da tre anni, ormai. Prima era una "citoyen" normale e poi...il suo gruppo allo zoo era prima composto da quattro donne come lei: da sei mesi manca Karin, una trans giunta dal nord, un'estate; l'aids l'ha portata via e Sandy ha pianto per ore quando è successo, dopo aver fatto le notti per due settimane al suo capezzale. Sandy voleva un gran bene a Karin: era orfana come lei e sapeva farsi amare, darsi con tutta sé stessa agli altri quando lo faceva. Ora sono tre le "ragazze dello zoo": tutti le chiamano così anche se la sola ad essere etero è proprio Sandy. Una di loro si chiama Garrity, l'altra Runkle. Le tre vivono in una capanna nel bosco, poco distante dallo zoo e fanno tutto insieme, a volte anche il sesso: sono inseparabili tranne quando lo fanno con gli altri. Runkle è stata la più precoce tra le tre, ha imparato a venire in bocca ad un uomo appena a tredici anni: quello stesso uomo gli insegnò ad usare bene il suo culo e come si fa ad avere un orgasmo. Nonostante tutto le tre ragazze sono felici. Hanno capito che la loro vita è quella e probabilmente nessuno potrà mai cambiare lo stato delle cose: hanno capito che nessuno può scantonare dal percorso che il destino riserva ad ognuno, che sia bello quanto che sia brutto. Nessuno può farci nulla: devi seguirlo e andare dove ti porta...come fa un giunco alla mercé della corrente quando percorre il fiume. Le ragazze non credono nella redenzione ma solo in una filosofia abbastanza spiccia e cruda seppure semplice: vivere alla giornata, senza pensare al futuro. Ne hanno passate tante insieme e ne hanno viste di cotte e di crude. Una volta Sandy portò un trans con l'epatite C dietro il muro. Quello aveva una grossa catena d'oro al collo e lei gliela sfilò, dop'averlo minacciato con un cono di bottiglia. Poi fece l'amore con lui ma non sapeva fosse malato: glielo disse lo stesso trans, dopo. Sandy allora si pentì del suo gesto e ridiede la catena all'altro, poi l'abbracciò e li disse:
     - Non sapevo fossi malato e non sapevo neanche tu fossi un trans, ma...rimane una cosa tenera quello che abbiamo fatto! Quel ragazzo morì qualche mese più tardi e spesso Sandy porta delle margherite sulla sua lapide al camposanto. La strada ha delle leggi non scritte...quelli che studiano sui libri e consultano codici non le conoscono affatto. Un'altra volta accadde che la moglie di un cliente trovasse Sandy e l'uomo insieme, in una camera d'un motel sull'autostrada. La donna sparò al marito colpendolo di striscio e poi scappò: fu una fortuna per Sandy e per il marito della donna. Qualche mese fa Sandy stette da una zingara, in città: lo ha fatto senza un perché, una ragione particolare, magari...per ammazzare il tempo o spendere, chissà, qualche quattrino extra guadagnato. La donna li ha letto la mano e li ha predetto il futuro: "troverai un ragazzo che ti piace un giorno, lo sposerai ma dopo lui finirà insieme ad un trans che possiede un solo paio di scarpe!". Sandy ora preferisce non pensarci a quella strana profezia, in fondo è sempre meglio la realtà...lasciarsi guidare dalla corrente e vedere dove ti conduce. Lei è una ragazza dello zoo e forse lo sarà per sempre!
    (liberamente ispirato a: "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, di K. Hermann, H. Rieck, Christiane Vera Felscherinow)

    Taranto, 12 ottobre 2020. 
         

     
  • Come comincia:                                                     - Gli dei concessero questa richiesta, e da allora
                                                        in poi il corpo di Ermafrodito conteneva sia il maschio
                                                        che la femmina.      

    - Luna è una bellissima ragazza trans, ha i capelli scuri e gli occhioni verdi...nei suoi occhi è scritto (ancora) il dolore a caratteri cubitali: ne portano i segni più del suo corpo perché lo hanno toccato con mano, lo hanno subito a causa della cattiveria degli esseri umani. Luna è nata ventinove anni fa in uno slum di San Paolo, in Brasile. Il suo nome da uomo era Carlos. Non conobbe mai i genitori, crebbe in un'orfanatrofio pubblico. Sin da tenera età capì di essere diversa, si sentiva strana in quel corpo, quasi un'estranea...non voleva essere un uomo. A quattordici anni scappò via, cominciò la sua vita per strada e iniziò a prostituirsi per darsi da vivere: inizialmente lo faceva solo con uomini, sentendosi attratta verso persone del suo stesso sesso. Riusciva a guadagnare il denaro appena necessario per sopravvivere. Dormiva in spiaggia o nei cassonetti della spazzatura, quand'era fortunata in capanne di cartone tenute in piedi alla bene e meglio o sotto gli alberi. Qualche anno dopo la musica cambiò: Luna iniziò la sua transizione mentale ed il passaggio ad un corpo di donna. Si accoppiava e si prostituiva ancora con uomini ma...in maniera diversa: (facendolo) sentendosi donna, la cosa che - in fondo - aveva sempre desiderato, sin da bambino. Conobbe un medico, una donna di nome Loriana (la chiamava Lori: era una donna gay) che le diede sostegno morale e l'aiutò col denaro. A vent'anni il suo corpo era completamente cambiato, finalmente Luna si sentiva "sé stessa". Continuava a prostituirsi, lo faceva più volte al giorno: adesso sia con uomini che con donne, nei quartieri bene della città; ma non li piaceva vendere il proprio corpo, non li era mai piaciuto: lo faceva per denaro! Le cose, tuttavia, erano diverse per lei adesso (riusciva a pagarsi una stanza e non viveva più per strada) ma non per i suoi clienti.
     - Gli uomini vogliono il tuo corpo, - diceva Luna a Lori, - desiderano penetrare in te, e molti ci desiderano a tal punto da rischiare persino di perdere l'amore della famiglia, della propria donna ed il suo rispetto: è una voglia morbosa, la loro, voglia di sesso e basta; ma una cosa non cambia mai e...ti guardano con superiorità, quasi a volersi sentire migliori di te, con disprezzo il più delle volte, nonostante approfittino del tuo corpo e lo desiderino, sino a farti sentire sporca: un sacco di lurida merda. Ogni uomo lo fa, ogni uomo ti chiede con quanti uomini sei stata? Quanti cazzi hai succhiato? A che età ti hanno sfondato il culo? Nessuno ti chiederebbe mai come ti chiami? Quanti anni hai? Perché batti il marciapiede? Per gli uomini che ti pagano sei sempre una puttana, lo sarai per tutta la vita: solo ed unicamente una fottuta puttana trans! 
     A ventidue anni fu vittima della tratta degli esseri umani, dopo gli accadde ancora nel corso della sua vita. Racconta spesso quanto li è accaduto. 
     - Mi hanno proposto molte volte di viaggiare, - dice Luna, - sin da quando avevo sedici anni. Un giorno, un cliente mi disse: "Sei così carina, sai che faresti un sacco di soldi laggiù? Le donne diverse sono richiestissime. I giapponesi amano molto le trans, amano la perversione e tutto ciò che è perverso!".
     Così, speranzosa ed attratta dall'idea dei guadagni facili, Luna affrontò il viaggio spendendo tutti i suoi risparmi (circa duemila dollari). Il cliente conosceva un intermediario a cui parlò di Luna ed il quale - a sua volta, - parlò al prestanome locale che era una donna giapponese di quarantotto anni: si chiamava Kenzo Hiruo e girava sempre su una Jaguar grigia insieme a due uomini coi capelli corti e occhiali scuri; la chiamavano tutti "Kapò" per via dei suoi modi non del tutto cortesi ed oltre modo spicci e risoluti, ma anche...la "missionaria", per la sua attitudine a provare quella posizione durante il coito e quella a reclutare donne di strada: anche lei aveva battuto il marciapiede, da giovane, in Corea e Giappone. La donna accolse Luna al suo arrivo, all'aeroporto di Tokyo, in una mattina piovosa di metà maggio. Aveva viaggiato insieme ad altre due ragazze etero, Margy ed Evita, entrambe argentine di La Plata: vendevano il loro corpo anch'esse, non le rivide mai più. Alcuni mesi più tardi seppe che la rossa, Margy, era annegata in un fiume, in Francia, dove era arrivata per lavorare come stripper in un locale notturno. Insieme a lei aveva viaggiato anche Eduardo, viados venezuelano. C'era stato subito affetto con lui, Eduardo diventò grande amico di Luna (era difficile per chiunque non esserlo: era una ragazza molto dolce e gentile)...il suo destino era segnato, però. Anche lui aveva alle spalle una storia buia: era cresciuto nei bassifondi di Caracas a suon di risse, coltellate e marchette. Non aveva compiuto la transizione, era solo un travestito (in Brasile, quelli come lui li chiamano "trans centauro" pre-operazione): qualche giorno dopo il loro arrivo in Giappone confessò a Luna che non l'avrebbe mai fatto. Una mattina lo trovarono morto stecchito in un vicolo: aveva la carotide recisa da una rasoiata; versava in un lago di sangue, un garofano rosso in bocca ed un cartello appeso al collo con su scritto: "Fottiti, schifoso!". A Luna diedero dodicimila dollari e gli presero il passaporto. Gli dissero: "Devi pagarcene centomila per riaverlo". 
     - Quì sei sola, non hai amici, non hai nessuno che ti guardi le spalle, - disse Kapò a Luna, - devi darti da fare se vuoi che fili tutto liscio!
     Ogni ragazza doveva mantenere una media di cento clienti al mese: lei ci riusciva quasi sempre e quando non riusciva a farcela li tagliavano il trenta per cento dai suoi compensi. Altre sue amiche invece non riuscivano a tenere il passo con le richieste e allora le picchiavano dandogli pugni nello stomaco perché il viso non deve essere mai toccato: è una legge di mercato sacra per gli sfruttatori, i papponi e...la strada.
     - Una volta, - scrisse Luna a Lory, in Brasile, - il Kapò fece l'elettroshock ad alcune ragazze ("per ricondurle sulla retta via!", diceva), me lo raccontò una mia amica che lo aveva visto coi suoi stessi occhi. Decisi di scappare perché ero sul punto di scoppiare...di rottura mentale; ero ad un bivio. Però vennero a saperlo (le spie sono anche nei muri ed hanno orecchie, spesso). Il Kapò mi fece visita coi suoi gorilla, non alzò un dito e neanche la voce contro di di me e mi disse: "Ora il tuo debito è raddoppiato per riavere il passaporto...la prossima volta pensaci bene prima di farti venire strane idee in testa!".
    Kapò era una donna orribile, non parlo dell'aspetto, - scrive ancora Luna, - anzi, il suo viso era bello e lasciava trasparire dolcezza e non quella che era veramente. Non aveva scrupoli e neanche un briciolo di umanità: avrebbe anche ucciso se ciò faceva comodo al suo scopo...anche molte di noi, però, avrebbero ucciso lei volentieri!
     Così Luna riprese a lavorare ma sebbene lo facesse con tutta la volontà possibile e mettendoci tutta sé stessa (oltre al suo culo, ovviamente!) non vedeva più via d'uscita...non ce l'avrebbe fatta mai a riscattarsi. Un giorno, però, ecco la svolta: una rondine che fa primavera (lo era già: era metà aprile, ironia della sorte, del caso, del fato o...della fortuna forse!). Luna cominciò ad incontrarsi con un cliente e dopo di allora a farlo sempre più spesso: era un uomo di mezza età dai modi garbati e gentili; non voleva mai far l'amore con lei e quando erano soli nella stanza li prendeva le mani e le stringeva forte a sé, li accarezzava il viso, li dava un bacio sui capelli: quando andava via li metteva sempre un fiore tra i capelli. Era un uomo solo, a cui la vita aveva fatto tanto male (in questo erano due gocce d'acqua siamesi: lui e Luna...sembravano fatti l'uno per l'altra!); la moglie era morta, uccisa impietosamente da un cancro alcuni anni prima, non avevano avuto figli. Aveva soltanto bisogno di parlare con qualcuno, in fondo...Luna lo capì e si ascoltavano a vicenda, a volte; ascoltavano i propri silenzi, senza dirsi una parola ma guardandosi dritti in mezzo agli occhi. L'uomo provava affetto per la ragazza: quell'affetto per cui...lo provi senza chiedere nulla mai in cambio e lo dai perché ti viene da dentro. Disse a Luna che l'avrebbe aiutata a riscattarsi. L'ultima volta che la vide li portò una busta: era piena di soldi. Abbracciò la ragazza, prima di dargliela, e poi li diede un bacio sulla bocca, di quelli che...lo senti dentro, te lo ricordi finché campi; di quelli che trinciano in due l'universo. L'uomo, prima di salutare Luna con un piccolo cenno della mano, le disse: - Questi sono per la tua libertà, va e non voltarti mai indietro. Va e vivrai! Luna li prese e pianse a dirotto. Non ha più rivisto quell'uomo. Portò i soldi al Kapò: era libera, finalmente! La sera stessa prese l'aereo per la Francia: aveva sognato sempre di andarci, sin da quando aveva un nome ed un corpo di uomo e viveva e si prostituiva nella favela, a San Paolo. Sapeva, però, in cuor suo, che la vita sarebbe stata difficile, come e più di prima - probabilmente - per lei: come sempre, del resto! Soggiornò per qualche tempo a Marsiglia, divideva un piccolo appartamento nella zona del porto con una ragazza nigeriana, Lorupe, che li procurava i clienti.
     - A volte i clienti ci odiano a tal punto da...- diceva Lorupe, - una sera uno di loro mi picchiò, stetti due settimane in ospedale con un braccio rotto e lo zigomo destro spaccato. Spesso i clienti odiano quelle come noi e le puttane in genere: quelle di strada ancora di più, noi non siamo escort d'altobordo. A volte ci odiano a tal punto da scoppiare come la dinamite o una bomba ad orologeria all'improvviso. Alcuni rivedono in noi la loro madre che li maltrattava da piccoli, si ubriacano e ci massacrano di botte. Una notte, mesi dopo, Luna rientrò col viso stravolto, i vestiti strappati e piena di lividi: era stata violentata in un vicolo buio, non li era mai successo sino ad allora, neanche in Brasile: c'é sempre una prima volta per ogni cosa, è così...anche essere sverginate dalla violenza della strada. A venticinque anni Luna lasciò la Francia e salutò la sua amica. Andò in Svizzera, a Zurigo, dove lavorò per una donna, una anziana signora polacca che si chiamava Irena. Conobbe solo il suo nome: aveva tre appartamenti in città, metteva a disposizione di Luna una stanza dove incontrava i clienti e prendeva la metà dei suoi guadagni in cambio. Luna le voleva un gran bene, era diventata come una madre per lei. Si innamorò di un uomo (spesso accade anche a quelle come lei) e con lui ebbe una breve ma intensa passione: era la prima volta, in sua vita, che conosceva l'amore...il fare l'amore amando che è ben diverso dal fare l'amore e basta! L'uomo poi morì tragicamente in un incidente aereo: Irena la aiutò e li stette vicina. In inverno Luna partì, si diresse a Cipro. Conobbe un lover boy (uno di quei tizi che ti adescano e poi...ti ritrovi nella merda fino al collo!) ed entrò per due volte nel traffico degli esseri umani. Fu dirottata in Lettonia, dopo un viaggio interminabile insieme ad altre ragazze dell'est Europa (ucraine, bulgare, ungheresi, ceche). Lavorò a Riga, a Jurmala e in altre cittadine di campagna. Si prostituiva per cinquanta dollari a marchetta (quaranta-quarantacinque a volte andavano all'intermediario: il resto li bastava per sopravvivere), ne faceva 10, 12, 13 fino a 15 al giorno, a volte...sesso di plastica, in quantità industriale: tal quale agli operai sotto il metodo Bedaux o come Stakanov. Era soltanto un pezzo di carne, ormai; si sentiva così...alla mercé della strada e di chi la sfruttava, proprietà assoluta del pusher. Riuscì a scappare ed insieme a una ragazza dell'Ucraina prese il treno per Copenhagen. Dopo alcuni mesi in Danimarca andò in Olanda: aveva ventisette anni ma si sentiva come se avesse vissuto da almeno due secoli! Ad Amsterdam si rivolse alla Croce Rossa ed all'esercito della salvezza, come aveva fatto quand'era in Svizzera per un breve periodo: per chiedere da mangiare e un alloggio. Stette al sicuro per un po', poi li pagarono il biglietto per l'Inghilterra. Ora Luna vive in un sobborgo di Londra, in una casa piccola ma accogliente, insieme a George, un uomo molto più grande di lei che l'adora. A George piace tutto di Luna, anche il suo "pocket coffee" (è così che lui chiama l'arnese che lei ha in mezzo alle gambe: con una tasca a sorpresa, appunto, ed un cioccolatino espresso assieme!): l'uomo ha lasciato la moglie, con cui era sposato da quasi trent'anni, per mettersi con Luna. Nel Regno Unito sempre più uomini si uniscono con ragazze trans: "sono più dolci, sensibili, generose...hanno buon cuore e sanno ascoltare", dicono (gli uomini) di loro. Spesso, però, è George ad ascoltare Luna quando li racconta scorci della sua vita passata. Qualche tempo indietro li disse:
     - Ho vissuto tanto per strada e lei ti cattura, prima, poi ti consuma ed infine cerca di buttarti via: così, se non sei forte abbastanza e preparata ad affrontarla...ti divora poco alla volta ma prima di farlo si ruba ogni cosa di te, si prende l'anima e tutta te stessa, si prende quello che hai di più prezioso: il sole di dentro, la luce dei tuoi occhi e persino il vento che soffia sui tuoi capelli, a volte! Luna non ha smesso di prostituirsi, vende ancora il suo corpo per denaro ma non è sotto padrone adesso e non fa più la schiava per nessuno: lavora soltanto per sé stessa. George è contento: la sua Luna non è più una puttana trans...adesso è una trans che si chiama desiderio.

    Taranto, 8 ottobre 2020.     

     
  • 07 ottobre 2020 alle ore 11:30
    Pagine di sport - Arnold Palmer (Usa)

    Come comincia:  Ho conosciuto il golf, televisivamente parlando, nei primi anni ottanta attraverso le telecronache indimenticabili (passate in tivù in differita, il più delle volte) di Mario Camicia, giornalista, commentatore, fotografo nonché grande esperto di golf scomparso nel 2011. Così mi sono appassionato a quello sport (da molti, e ingiustamente, ritenuto sport elitario e di nicchia nonchè poco "redditizio" dal punto di vista televisivo: basterebbe informarsi sul seguito che ha nei paesi anglofoni, in nord America e nord Europa, in alcune zone dell'Asia per rendersene conto!) e alle gesta di alcuni grandi campioni che erano in auge in quel periodo: Jack Nicklaus, Tom Watson, Severiano Ballesteros, Lee Trevino, Greg Norman, Arnold Palmer, etc.. Da allora, purtroppo, debbo dire di aver seguito sempre meno questo sport e non per mie colpe: soprattutto per il fatto che nel corso dei decenni successivi, tranne piccole e brevi eccezioni, esso sia stato in massima parte "preda" (televisivamente parlando) dei grossi network a pagamento. In questo spazio di pagine di sport, dedico un articolo proprio ad Arnold Palmer, giocatore statunitense che sicuramente  è stato il più popolare di ogni tempo tra i campioni del golf. Egli fu l'eroe antidivo, il mito dello sport per gli americani. L'uomo che ha reso popolare il golf come nessun altro. Basti pensare che creò la "palmermania", cioé la voglia della gente di emularlo nei gesti e nel comportamento. E' stato per questo il campione più simpatico che abbia mai calcato i green e che il golf abbia mai avuto e rimarrà nella storia di questo sport (e dello sport in generale) oltre che per il suo valore tecnico anche per la disponibilità e signorilità verso il pubblico e gli avversari. Dotato di grande estro e carica umana, pochi nomi possono reggere il confronto con lui nel dopoguerra: Nicklaus, Trevino, Player, Watson, Ballesteros e, ultimo, il top degli anni novanta-duemila, Tiger Woods. In ogni torneo era seguito da una galleria di personaggi, chiamata "Arnie's Army" (Armata di Arny), con cui amava scherzare e divertirsi durante le fasi di gioco. Nato a Latrobe, cittadina della Pennsylvania situata nell'area metropolitana definita "Great Pittsburgh" e famosa per il "banana split" (gelato con banana), per essere stata sede dei camp estivi dei Pittsburgh Steelers, squadra di football della NFL, nonchè per la birra Rolling Rock, il 10 settembre del 1929, nel 1954 trionfa agli US Open Amateurs prima di esordire, l'anno successivo, nel circuito professionistico (PGA Tour) dove otterrà ben sessantadue vittorie (tra l'altro, vinse gli Open - oltre a quello degli Stati Uniti - in cinque diverse nazioni al mondo: Canadian Open nel 1955, Panama e Colombia Open nel 1956, Australian Open nel 1966, Spanish Open nel 1975) e guadagni per 1.902.698 dollari (è stato il primo giocatore ad abbattere il muro del milione di dollari in carriera). La sua prima vittoria in una prova dello slam fu quella nel Masters di Augusta nel 1958. E' da dire che nel golf, così come in un'altro popolare sport giocato con attrezzo (racchetta) e pallina, ossia il tennis, le prove dello slam (note anche come "Major Tournament") sono quattro e si esauriscono in un lasso di tempo che va da aprile a luglio. Il Masters di Augusta è la prima di queste prove, ad aprile. E' così chiamato perché si disputa sempre nella località omonima della Georgia, nel sud degli States, ed è organizzato dal locale club golfistico, uno dei più prestigiosi ed antichi al mondo. Le prove successive, la seconda e la terza, si disputano sempre in territorio americano ma sono "itineranti": tanto il PGA Championship, organizzato in maggio dalla Professional Golfer's Association (l'Associazione dei giocatori professionisti americani di golf), quanto gli US. Open, che si disputano in giugno. L'ultima prova è quella degli Open Championship, meglio noti tra gli appassionati come British Open, e si disputa a luglio in località sempre diverse del Regno Unito. E'la prova più antica del circuito: la prima edizione fu giocata nel lontano 1860. Complessivamente Palmer ottenne sette successi in prove dello slam (2 British Open, 1 US. Open, 4 Masters) tra il 1958 ed il '64 ma ha anche il rammarico, dentro di sé, (giustificato e giustificabile, probabilmente) di non aver mai vinto il PGA Championship in cui è giunto ben nove volte tra i primi 10 (record assoluto che detiene con altri tre giocatori: Ben Hogan, Julian Boros e Nicklaus) e di non esser potuto entrare, così, nell'esclusivo club degli "slammers", ovvero quei giocatori che hanno vinto tutti i majors: Gene Sarazen, Hogan, Gary Player, Nicklaus, Woods. Nel corso della sua carriera, la quale abbraccia oltre un trentennio, (altra peculiarità che lo contraddistingue e lo eleva ulteriormente in excelsis) ha però rivaleggiato con grandissimi giocatori, probabilmente i più forti all-times (da Sam Snead a Boros, da De Vicenzo a Middlecoff, Billy Casper, Floyd, Player, Trevino, Watson, etc.), tuttavia sono i suoi duelli con Jack Nicklaus ad aver fatto epoca, ad aver lasciato impronta indelebile nella storia del golf e ad aver infiammato oltre modo gli animi degli appassionati di tutto il mondo. L'"orso biondo" (il soprannome con cui addetti ai lavori ed appassionati sono soliti chiamare Nicklaus), che molti considerano il più grande giocatore di tutti i tempi, ha conteso sin dal suo esordio, avvenuto nel 1962 (anno dello storico play-off di Oakmont, in cui batté il rivale agli Open degli Stati Uniti) popolarità ed onori a Palmer che, però, con grande carattere ha sempre ribattuto colpo su colpo all'avversario. Palmer è stato lo sportivo nel vero senso della parola (praticava tanti sport tra cui nuoto, jogging, tennis) e ovviava alle sue non eccelse doti fisiche con una gran carica agonistica ed un gioco impetuoso.  Numerosi anche i suoi successi nelle prove di doppio o a coppia (double) ed in quelle a squadre: ha vinto due volte (1964, 1967) il World Match Play di Wentworth e si è ritirato nel 1992 dal circuito professionistico, lasciando un vuoto incolmabile tra gli appassionati di golf. Ha giocato poi nel PGA Senior Tour come altri rivali-amici (tra cui lo stesso Nicklaus): disputò il suo ultimo British Open nel 1995 e l'ultimo Master nel 2004, a settantacinque anni: l'ultimo torneo del circuito non dello slam fu invece per lui il Pittsburgh Senior Classic, giocato nel 1997. Dal 1974 fa parte della Hall of Fame (arca della gloria) mondiale del golf, a St. Augustine in Florida. Fu impegnato in molteplici attività  collaterali al golf anche dopo il ritiro dalle scene agonistiche (testimonial di alcune grandi aziende, autore di numerosi libri, attore in molti spot televisivi, per strada e sui giornali, etc.), restando al culmine della sua popolarità anche dopo aver appeso la mazza al chiodo. Anche nella graduatoria degli sportivi più ricchi, che annualmente viene stilata da "Forbes", notissima rivista economica americana, compare spesso in alto: 4° nel 1994 e 11° nel 1995 con ventidue milioni di dollari di guadagni complessivi.
    Morì nel settembre del 2016, a Pittsburgh, in attesa di un intervento al cuore. "Forse i suoi predecessori hanno vinto di più", ha detto Mario Camicia, "ma lui resterà sempre sinonimo di golf".

     - Hanno detto di lui - Le simpatie politiche di Palmer erano note nell'ambiente del golf e non solo: non era certo un liberal, un progressista, tanto meno era una "colomba". Egli era un massone e votava repubblicano da sempre (fu amico, tra gli altri, del presidente Eisenhower e donò denaro a molti esponenti del partito dei falchi o rosso, come viene denominato negli Stati Uniti il partito repubblicano, tra cui George W. Bush junior). Tuttavia, il giorno dopo la sua morte, il 26 settembre del 2016, il presidente Barack Obama, che nel 2009 aveva conferito al giocatore l'Arnold Palmer Congressual Gold Medal Act (secondo dei più alti onori civili che il governo Usa possa assegnare), volle tributare omaggio al campione e rilasciò, tramite il suo ufficio stampa, al quotidiano US Today, la seguente dichiarazione: "Con il suo swing fatto in casa e il suo fascino fatto in casa, Arnold Palmer aveva spavalderia prima ancora di diventare famoso. Da un umile inizio, lavorando presso il locale club nella sua amata Latrobe, in Pensylvania, a superstar come volto del golf in tutto il mondo, Arnold è stato il sogno americano che prende vita. Lungo la strada ha collezionato vittorie su vittorie ma non è stato il suo successo a renderlo re. Il suo approccio a ruota libera e senza paura al gioco ha ispirato una generazione di giocatori di golf e, per la prima volta in tivù, ha affascinato il pubblico di tutto il mondo. Certo, ci è piaciuto il fatto  che abbia vinto sette major, ma abbiamo apprezzato molto di più che abbia vinto anche quando non era dato per vincente, quello spirito si estendeva oltre i legami in cui si dava liberamente e riversava tutto ciò che aveva in tutto ciò che faceva: dalla costruzione di ospedali alla risposta personale alle innumerevoli lettere dei suoi fan. E ha fatto tutto con un sorriso che lasciava intendere che forse aveva un altro colpo nella manica. Oggi, Michelle e io siamo con l'esercito di Arnie per salutare il re".

     - I PIU' RICCHI: GUADAGNI DEL PERIODO 1990-1996(x)
                                                                          stipendi   sponsor  totale 
    Michael Jordan/Basket                                         47        310      357
    Mike Tyson/Boxe                                                243            5      248
    Evander Holyfield/Boxe                                      176          12      188
    Arnold Palmer/Golf                                                 1        130      131
    Shaquille O'Neal/Basket                                       32          93      125
    Andre Agassi/Tennis                                             18        102      120
    Jack Nicklaus/Golf                                                  4        115       119
    Wayne Gretzky/Hochey su ghiaccio                     59          50       109
    Ayrton Senna/Automobilismo                               84          18       102
    (x) - Cifre espresse in miliardi di lire - Fonte: rivista Forbes.

     
  • Come comincia:  - Il mio, il nostro piccolo mondo e...il "fiore in bocca" - Nel famigerato autunno del 2016 (eravamo, per la precisione, al diciannove di ottobre), scrissi una poesia che ha per titolo, appunto, lo stesso di questo paragrafo ed il seguente sottotitolo: "o: la sentenza del mosto selvatico". Il significato del sottotitolo è presto spiegato: eravamo in autunno, tempo di uva e vendemmia, di mescita e decantazione del vino...mosto e vino non sono poi così lontani tra loro, alla fine. La poesia è la seguente:
         
                              Son custode
                              io del mio piccolo caro mondo
                              che difendo a spada tratta
                              come fossi prode cavalier
                              d'altri tempi ma - a tutto tondo -
                              da facile disfatta.   
                              Il mio piccolo mondo
                              è tutto mio: guai a chi me lo tocca;
                              ma ognun di noi ha il suo...
                              piccolo (caro) mondo
                           che quello è 
                              del fiore in bocca.
                              Son custode
                              del mio piccolo caro mondo;
                              ma ognuno dovrebbe esserlo
                              - a suo modo -
                              del proprio e difenderlo
                              fin' in fondo.

    Ognuno dovrebbe difendere il proprio mondo (cercando di farlo con ogni mezzo e fin quando sia possibile: possibilmente vita natural durante!) il quale, metaforicamente parlando (o scrivendo), simboleggia le idee ed il modo di vedere le cose e la vita, una visione del tutto, insomma, ma anche - al tempo stesso - un qualcosa di piccolo e di semplice: difendere, cioè, le piccole cose e semplici ancor prima di quelle (più) grandi e (più) complicate. Ma, alla fine, c'é sempre qualcuno o qualcosa che...può rompere le uova nel paniere: il "fiore in bocca", appunto: egli è sempre in agguato a ricordarci quello che siamo e sapete il perché? Nella fattispecie rappresenta la morte, la transitorietà, l'aleatorietà ed ogni mondo, che sia esso fatto di cose semplici o complicate, o seppur piccolo come puo esserlo quello di ognuno di noi (con le nostre fragilità e debolezze, le nostre presunte "forze" o onnipotenze, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre gioie ed i nostri alterni ed effimeri momenti di serenità ed illusioni) si rivela essere meno di un castello in aria (di quelli fatti con le carte da tressètte o poker oppure che si costruiscono sulla spiaggia da bambini: ricordate? Con paletta, secchiello e formine!!!!). Quel piccolo, caro, nostro mondo non è mai - in fin dei conti - nostro per sempre...appartiene (appunto) alla morte soltanto (e per un breve lasso di tempo anche alla vita stessa, se mai). Come posso non pensare, ora, a due cose importanti, ossia a due riferimenti filosofico-letterari: la prima/il primo riguarda un pensiero di Jean-Paul Sartre, notissimo letterato-filosofo-poeta e intellettuale francese del novecento (tra l'altro, fu anche premio nobel per la letteratura...a tempo perso, chissà!); esso fa (suona), pressappòco così: "l'uomo possiede il libero arbitrio, ossia la capacità di pensare, discernere e decidere, il quale lo contraddistingue dagli altri esseri viventi, ma ogni cosa che egli fa, decida o pensi porterà sempre a nulla"...lupus in fabula, appunto: l'uomo è un essere finito! La seconda cosa (o il secondo riferimento letterario: è la stessa cosa!) riguarda alcune parole (quelle conclusive), della nota poesia di Totò, intitolata "La livella" (l'unica, invero, che il principe, maestro di ironia e di crudo realismo, abbia scritto in sua vita): "...queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri, apparteniamo alla morte!". Debbo dire, tuttavia, che "il fiore", come riferimento letterario, l'ho citato basandomi sul titolo (e sul contenuto) di una celebre commedia pirandelliana ovvero "L'uomo dal fiore in bocca" (ma quante similitudini ci sono, però, tra Pirandello e Sartre? Tantissime, oserei dire e una sopra tutte: entrambi hanno dato alla luce le loro opere più importanti nel periodo tra i più bui della storia dell'umanità, quello a cavallo tra le due guerre mondiali, ed entrambi sono stati influenzati dalla realtà storica e dal contesto in cui vissero). Ma torniamo al nostro fiore, inteso come opera: essa è opera teatrale tra le più insolite dell'intero corpus dello scrittore siciliano in quanto trattasi di un atto unico, composto sotto forma di dialogo e con soli due personaggi. Un uomo condannato a morte (ha un epitelioma, il "fiore in bocca", appunto) si ritrova a dialogare nottetempo in un bar della stazione dopo aver perso il treno. Durante il dialogo parla all'altro del suo problemino e di quanto gli resti da vivere. Venne rappresentata per la prima volta in teatro a Roma, nel febbraio del 1923, dalla Compagnia degli Indipendenti diretta da Anton Giulio Bragaglia: fu lo stesso regista che l'aveva commissionata a Pirandello. Nino Meloni impersonava il malato mentre Eugenio Cappabianca l'avventore casuale. Sul blog Dicose un po'.it è scritto: "La critica fu molto favorevole al lavoro e alla messa in scena, un po' meno alla recitazione dei due attori".
     - La materia dei poeti - Premesso che la suddetta non si insegni né si impari da nessuna parte (cosa alquanto ovvia, direi, visto che non si può imparare ciocché non viene insegnato ma...qualcuno ha pur detto che "ogni uomo nasce poeta!") e neanche si trovi essa scritta in nessunissimo libro (fosse anche la piu' rara edizione delle "Cronache di Holynshead" e della sacra Bibbia messe assieme), debbo precisare che il senso del sostantivo [materia] come sinonimo è da intendersi di fonte, ispirazione, etc. Riporto, perciò quanto segue: a mio avviso, i poeti attingono (quasi sempre) da disperazione (sovente la propria), malinconia e nostalgia (di tutto e per tutto); ma anche dalla realtà circostante (sovente e volentieri) e dalla immaginazione (qualche volta: per fortuna!).
     - Massima (con domanda) - Oggi non è stato uguale a ieri ma forse non sarà diverso da domani...Domanda: ma se domani fosse, invece, uguale ad oggi, sarebbe stato diverso da ieri?
     - Punto di vista (realistico) del romanziere
     - Dolcissima creatura - ripeté Sam
     - Non sarà mica in poesia? - Interruppe il padre.
     - No, no - rispose Sam.
     - Sono contento di sentirlo - disse Mr. Weller. - La poesia non è naturale; nessuno parla mai in poesia, tranne i bidelli per Natale, la pubblicità del lucido da scarpe Warren o dell'olio Rowland, e altra robaccia del genere; non abbassarti mai a parlare in poesia, figliolo. Ricomincia Sammy.
     Mr. Weller riprese la pipa con critica solennità, e Sam incominciò di nuovo e lesse come segue: - dolcissima creatura, mi sento avvinazzato... (Charles Dickens, da: "Il circolo Pickwick").
     - Poker d'assi (giochino con rimembranza annessa) - Giorno=fascino; Notte=mistero;Vita=stranezze;Morte=logica... debbo dire, in veritas, che una volta - seduto che ero ad un tavolo, a giocare a poker - avevo in mano un bel poker d'assi. Volete sapere cosa feci e perché lo feci? Ebbene, passai la mano visto che la posta in gioco non era abbastanza alta per me (e dire, che c'erano dei bei soldini su quel tavolo!). Morale: darsi la zappa sui piedi? Ma no, più semplicemente è...dire e fare quello che ti passa per la testa: non importa cosa sia, fosse anche il dirigibile "Zeppelin", uno stormo di api impazzite, un aquilone dipinto di rosso o la più stramba, catastrofica e autolesionistica delle idee. In fondo, qualcuno disse una volta che "il mondo è bello perché è vario"...a ruota, poi, - e di conserva - lo seguì qualcun altro che affermò: "ognuno è libero di pensare a proprio modo, di dire e fare ciocchè gli va!".