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in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema (e altro ancora) nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero!

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  • 13 ottobre alle ore 20:56
    Perché sono nato?

    Sono nato
    per guardare l'alba chiara
    alzarsi in cielo
    sono nato
    per ascoltare il sibilo del vento
    che squarcia 
    le nuvole
    per scalare montagne
    e solcare mari
    in tempesta
    sono nato
    per osservare le farfalle
    posarsi 
    sui fiori
    per tender la mano
    a mille colori
    sono nato 
    per odiare e amare
    con tutto me stesso ascoltando
    soltanto mio
    cuore
    per piangere 
    e gioire del male
    e del bene
    sono nato
    per attraversare
    i deserti
    per varcare i confini
    del nulla
    sono nato
    per rubare un sorriso
    all'eternità e donarlo
    a sorella tristezza
    per rubare
    scampoli di magia
    al sole e frammenti
    di mistero alla luna.
    Sono nato
    per fare l'amore
    sulla spiaggia
    d'estate
    per cantare
    e suonare di fronte
    ad un tramonto
    vermiglio insieme
    alle fate.
    Sono nato
    per attraversar l'inferno
    per abbattere
    confini e sbarre
    per spezzare catene
    aver cento
    migliaia di pene
    abbracciare l'inverno
    sono nato per cadere
    e rialzarmi
    per amarmi
    o maledirmi
    sono nato
    sono nato e basta...
    non sono nato
    per morire
    ma per vivere in eterno!
     
     

     
  • 07 ottobre alle ore 22:33
    [Amo i poeti...]

    Amo i poeti nichilisti
    quelli romantici e crepuscolari,
    i poeti maledetti e malinconici
    futuristi simbolisti laconici
    eppur quelli ermetici,
    i poeti dannati
    - quelli che si dannano il cuore
    e l'anima fino al midollo -
    i poeti bohemien
    - che rubano materia agli astri -
    e quelli dandy
    - che portan fiori all'occhiello -
    quelli "artisti"
    e gli intimisti
    amo i poeti pittori
    e "musicisti", i filosofi
    i mistici e gli individualisti.
    Amo i poeti anarkici, quelli rivoluzionari
    e quelli comunisti o naturalisti;
    amo i poeti d'avanguardia
    e all'avanguardia, 
    quelli tradizionalisti:
    sono loro la torre di guardia
    del mondo.
    Amo i poeti sognatori
    - gli stilnovisti e i provenzali -
    e quelli psichedelici,
    quelli dialettali
    che amano gli onori
    i visionari
    che gioiscon dei dolori.
    Amo tutti i poeti
    quelli del mondo
    e dell'infinito,
    quelli dell'animo umano
    a tutto tondo
    o masnadieri per sempre,
    bastardi dentro.
    Amo i poeti
    perché sono uomini come me
    umani.
    Amo tutti i poeti
    perché sono gentili,
    sensibili e fragili come me:
    sono loro la vera forza 
    dell'universo!

    Taranto, 20 ottobre 2018. 
     

     
  • 30 settembre alle ore 11:12
    Quante volte?

    Quante volte
    ho visto lacrime lacere
    consunte sgorgare
    dagli occhi tuoi di seta
    confondersi
    sciogliersi poi
    nella pioggia?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    catturare
    la luce del mattino
    in inverno,
    farsi poi di ghiaccio?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    cenere diventare
    polvere sotto il sole
    d'agosto,
    mischiarsi poi al vento?

    Quante volte
    ho visto quelle lacrime
    asciugarsi,
    senza poter fare
    nulla!

     
  • 28 settembre alle ore 6:31
    Kinky, ragazza (carina) del reggae

    Oh Kinky, ooh baby
    t'ho seguita tutta notte
    ieri [notte], sotto
    la luna strisciante
    e una strana
    fottuta
    pioggia rossa
    che veniva giù
    a frotte...
    (in) seguirti non fu
    vano:
    mi portasti
    tu, come fossi
    il più astuto
    degli incantatori
    di taipan,
    da una musica
    assai strana
    soave e strana,
    magicamente soave
    forte e nuova:
    mi portasti dalla tua
    musica, dal tuo reggae;
    m'hai condotto da lei
    da ciò che volevo
    era quello che ci voleva,
    baby:
    oh sì, è la musica
    perfetta...
    questa
    è la musica del ritmo,
    del ritmo dei cuori
    (è) la musica
    che all'unisono batte
    col loro ritmo
    inebriante soave
    e và, forte và
    per il mondo;
    è la musica
    dei cuori forti
    e puri,
    dei cuori puri
    e impavidi;
    è la musica
    (lei)
    della libertà
    e delle strade,
    della libertà
    delle strade!
    Grazie Kinky,
    ragazza (carina) del reggae:
    per avermi portato da lei!

    Taranto, 27 agosto 2014.

     
  • 25 settembre alle ore 6:33
    Il nascondiglio

    Le tue parole
    sono foglie 
    nel vento
    il respiro tuo
    un sussurro
    alla luna
    cieca
    ti vedo correre
    lungo l'orizzonte
    coi tuoi pensieri
    chiusi 
    nella mano
    le tue parole
    sono figlie 
    del vento
    coi tuoi pensieri
    ti vedo correre
    e poi
    sparire
    nascosta dietro
    al tuo cuore

    Taranto, 25 settembre 2019. 

     
  • 24 settembre alle ore 22:05
    Da quel paese di mio nonno e di mio padre

    Al calar del sole
    il contadino la vanga ripone
    e smette di lavorare;
    smette, sì smette (il suo lavoro).
    ma comincia la stanchezza a contare:
    delle mani dure (ormai) come una pietra
    e delle (sue) braccia, rigide come una lastra
    di granito,
    delle gambe e delle ossa tutte
    appesantite come macigno
    di cenere.
    Il riposo perciò,
    il suo riposo non comincerà mai:
    fa tutt'uno con la stanchezza
    che si porta indosso
    come un vestito mai smesso!

    E quand'anche il gallo tace
    ricerca [il contadino] un po' di pace...

    E la luna così
    sul pozzo si 
    cala e lì
    vi giace
    per un'altra notte (ancora).

    Taranto, 11 settembre 2016.

     
  • 18 settembre alle ore 22:38
    Gli indossatori (della sera)

    Indossano sempre gli stessi "colori":
    forse - chissà - perché non ce ne sono (più) di nuovi!
    Dove sono - mi domando - i "colori" (quelli) di una volta?
    Dove sono andati a finire: il rosso fuoco della notturna aurora,
    o il blu mattino che volava sulle montagne?
    Quel rosso e quel blu insieme incendiavano i cuori malati
    di tedio e di noia!
    Dove sono andati a finire: il giallo a pois
    o il verde macchiato di viola? ed il nero mandarino
    che allagavano di gioia la solitudine
    dei deserti?
    Dove sono andati a finire (tutti) quei "colori"
    d'una volta; vecchi e nuovi asprigni
    giovani o vecchi sanguigni, acri e forti
    ma pur sempre scintillanti di sapori?
    Indossano sempre gli stessi "colori"...
    gli indossatori della sera: nella bolgia
    nel caos, privo di qualunque atmosfera!

     
  • 18 settembre alle ore 22:17
    La rivoluzione (anarchica) dei fiori

    I fiori si son ribellati: ai cannoni;
    i fiori non sono maoisti, non sono castristi,
    né sono ebrei, né cristiani (o coglioni)...
    i fiori si son ribellati: alle false ideologie
    ed alle facili speranze della fede, quasi sempre illusioni
    (i fiori non sono coglioni);
    i fiori si son ribellati: al lavoro, alla giustizia
    - quella umana e quella divina - ai padroni, alle eresie
    degli uomini e delle religioni
    (perché i fiori non sono servi di nessuno, non sono coglioni);
    i fiori si son ribellati: alle macchine che son tante, miliardi quasi milioni:
    i fiori si son ribellati: hanno deciso di invadere l'aria...
    purezza dei fiori: i fiori son tornati puri,
    i fiori son (ri)tornati bambini: si son ribellati ai cannoni,
    si son ribellati alle macchine - e a tutto: evviva evviva i fiori che si son ribellati;
    beati beati (i) fiori che si son ribellati;
    i fiori si son ribellati: non sono scimmie ammaestrate, non sono santi nè beati,
    non sono pagliacci educati: i fiori si son ribellati
    ma sono soltanto fiori!

     

     
  • Restiamo sempre soli
    è tutto così lento...
    (e) così triste...
    così pesante: anche
    il desiderio (di amarti) 
    L'acqua del fiume
    scorre lentamente
    è tutto così lento...
    così triste...
    così pesante: lungo le rive
    di quel fiume
    Ma presto
    saremo vecchi
    come quel vecchio fiume
    e finalmente tutto finirà
    niente sarà mai più lento,
    (e) niente sarà mai più triste
    e pesante
    Leggero il fardello
    leggera la piuma d'un uccello;
    leggiero si alza in cielo
    il gabbiano dorato e saluta
    la costa di ponente...
    leggero s'alza il vento
    e solleva folle di polvere
                                               =Fragment n°1=
    Sono venuta a dirti
    che me ne vado...
    cogli occhi tristi saturi di te
    ancora; 
    le tue lacrime
    ormai
    non potranno cambiar nulla...
    (e) neanche un pennello,
    o una tela o un quadro nuovo bianco
    che colorerai.
    E come dice Verlaine
    - prima di bere vino - 
    "me ne vado nel vento maligno"
    o come dice il giocatore
    che bara alla vita ed al tavolo
    "una carta sola basta!"
    e come dice Baudelaire
    il baro è un ipocrita doppiero santo
    che bara e mente due volte: come
    fanno sempre gli ipocriti amanti...
                                                 =Fragment n°2=
    Una sera di rosa e azzurro mistico,
    un lampo solo ci vedrà commisti,
    lungo singhiozzo carico d'addio.
    Un angelo, schiudendo indi le porte,
    a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
    gli opachi specchi e le due fiamme morte...
                                                =Fragment n°3=
    Fiamme morte ormai
    spenti i tuoi occhi (sono)
    come il sorriso tuo;
    sono venuta a dirti che me ne vado:
    ti ricordi dei giorni felici e piangi
    rosse lacrime
    sul bianco tuo viso
    ma le tue lacrime
    adesso
    non potranno cambiar nulla...
    soffochi e gemi al presente
    che ha suonato la sua ora
    Adieu, mon amour
    adieu
    sono venuta a dirti
    che me ne vado:
    me ne vado nel vento maligno
    portandomi l'ombra (dietro) 
    gracile
    dell'ultimo tuo sguardo
                                             =Fragment n°4=
    Tu verrai da me
    quando il giorno notte
    sarà e la notte il cielo
    incendierà e le anime
    dei morti
                                             =Fragment n°5=
    L'amore è la più crudele delle illusioni,
    ma il sogno è la più subdola delle speranze.

    Amori folli, sogni disperati, amori folli...
    amare alla follia è amore folle!
    Nelle pallide acque delle tenebre
    gettai il mio sguardo: sperando
    di incontrare il suo!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.
           

     

     
  • 14 settembre alle ore 11:00
    Sogno d'autunno

    Una bambina dai lunghi capelli ramati
    e cogli occhi di ghiaccio
    giocava con grosse lumache di marzapane
    in riva al focoso fiume dorato;
    a lei, così, mi avvicinai e dolcemente la presi
    per mano: camminammo insieme tutta notte...
    dinanzi ad uno specchio (mi) feci il lavaggio del tempo,
    e da quel momento vò scambiando
    il passato per presente,
    la verità per menzogna, e voluttà
    estrema voluttà di piacere
    provo dinanzi alla vecchia "morte" generosa ganza
    - la qual sempre rintocca tre volte alla porta
    pria d'entrare a salutar l'acerba sua figliola speranza -
    or mi domando chi mai fosse
    quella bambina:
    "Forse era soltanto una strega
    una piccola madonna
    od una circe piccolina?".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

     
  • 14 settembre alle ore 10:41
    Tristezze della luna

                                                            La luna bastarda ha lanciato le sue frecce:
                                                            senza colpir nessun cuore: anzi, mille e più
                                                            [d'uno].

    Nei suoi sogni la luna è più pigra, stasera:
    come una bella donna su guanciali profondi,
    che carezzi con mano disattenta e leggera
    prima d'addormentarsi i suoi seni rotondi,
    lei su un serico dorso di molli aeree nevi
    moribonda si estenua in perduti languori,
    con gli occhi seguitando le apparizioni lievi
    che sbocciano nel cielo come candidi fiori.

    Charles Baudealaire (da: "I fiori del male").                                   

     
  • 12 settembre alle ore 14:38
    Sulla strada (on the road)

    E'sulla strada che accarezzi
    il tuo amore
    E'sulla strada che si vive
    o si muore
    E'sulla strada cha lanci lo sguardo
    al cielo
    E'sulla strada che lasci
    i tuoi sogni
    E'sulla strada che uccidi
    il tuo cuore.

    Taranto, 11 settembre 2019.
     

     
  • 09 settembre alle ore 11:46
    Visioni notturne

    dalla II^dimensione: vicina alla III^ed alla I^, ma molto lontana dalla IV^e dalla V^.

    Ho visto in una strana notte di marzo, un carro funebre giallo passare sulla mia strada;
    un vecchio francese che indossava un mantello blu
    lo guidava, al suo fianco sedeva uno scheletro: era
    quello d'una maitresse, vestito di nero; portava
    lo scettro d'un re nella sua mano destra.
    Nel mentre quel carro passava dalle finestre chiuse
    delle case riecheggiavano tristi note jazz
    e da una, però, un megafono leggeva poesie di William Blake...
    la chiesa vicina cominciò a suonare le campane
    a morto: era già mezzanotte ma nel cielo,
    illuminato a giorno, sotto forma di un'enorme
    ammasso di nuvole dorate dal sole al tramonto,
    apparve l'immagine chiara d'un cavallo alato bianco
    che nitriva e scalciava.
    All'angolo della strada, intanto,
    uno zingaro nano nudo suonava
    il suo violino tzigano, con note allegre
    ma quando il carro li arrivò vicino smise...
    svoltò a sinistra poi, il carro
    e non lo vidi più.

    (da: "Quaderni psichedelici", 2017).

     
  • 04 settembre alle ore 11:51
    [Violenza è...]

    Violenza è lasciare morire migliaia di persone in mare
    violenza è non riconoscere i diritti inviolabili di Madre Natura
    violenza è la stupidità che porta alla guerra tra poveri
    violenza è ridurre un essere umano alla fame
    violenza è non trovare lavoro
    violenza è sfruttare un lavoratore
    violenza è non avere una casa o pagare un affitto esoso
    violenza è essere razzisti e fascisti
    violenza è la solitudine di chi non ce la fa più e si toglie la vita
    violenza sono i manganelli che colpiscono chi vuole fermare questo stato marcio
    violenza sono i morti bastonati per strada da divise sporche d'arroganza nera
    violenza è il consumismo, il potere, il capitalismo
    violenza è la favola della democrazia
    violenza sono le carceri
    violenza è la psichiatria
    violenza sono le bugie dei giornalisti
    violenza sono i confini
    violenza è la repressione
    violenza è il militarismo
    violenza è il consumismo
    violenza è il capitalismo
    violenza è il bigottismo
    violenza è la falsità dei politici
    violenza è la burocrazia
    violenza è la scuola che indottrina
    violenza è l'ipocrisia
    violenza è mafia
    violenza è autorità!
    Il resto è Resistenza, è ribellione, è alzare la testa
    è dire basta, vogliamo
    riprenderci la vita.

    (cat ovvero signorina Anarchia, Caterina Barbierato, 2015).

     
  •                                                                                ai compagni anarchici morti ovunque.

    Non si può uccidere un uomo morto,
    nessuno mai può uccidere un uomo morto:
    eppure
    mi hanno ucciso mille e più volte
    eppure
    ho visto farlo mille e più volte...
    è per questo che tanto dolore
    è disseminato lungo i cammini
    per questo molte tante croci
    di me di loro 
    ora 
    giacciono ovunque sotto la nuda e fredda terra!

     
  • 03 settembre alle ore 16:18
    Una vita soltanto

    Sette vite 7 come i gatti possedevo
    da giocar ad ogni partita:
    le ho perdute - ben sei - me ne resta
    ora una soltanto
    Due ali 2 come la fenice possedevo
    per volar ad ogni rinascita:
    un sogno infranto le ha spezzate
    e poi spazzato via
    Due cuori 2 come gli impavidi possedevo
    uno fatto per amare l'altro
    apposta per lottare:
    una tempesta assetata di rabbia e sangue
    li ha soffocati eppoi spenti
    Mille certezze 1000 come i guru, i filosofi
    e i santoni possedevo
    da usar ad ogni disputa:
    un terremoto le ha colpite, sgretolandole
    come castelli di sabbia
    Il suo cuore come nessuno mai possedetti
    da amare o farlo soffrire:
    un uragano lo ha attraversato
    portandolo via (lontano) da me...
    Una vita soltanto ormai mi resta:
    non so - però - s'essa mi basta!

    Taranto, 15 dicembre 2017.
     

     
  • 03 settembre alle ore 9:59
    Ragazzo di strada

    Ragazzo di strada...tu
    che cammini di fianco alle folgori
    e porti il senso della morte in destra tua mano,
    destin affronti e malasorte, e deridi i tuoi dolori
    quando andando vai, ammirando stelle lassù
    in ciel (o) lontano
    "Non sei stanco ancor ragazzo?"
    No, certo, non lo sei giacché
    (tu) sei un lurido bastardo pazzo: e così
    a quel modo camminerai finché vuoi!
    Lungo le tue strade, in quelle strade
    ognun straniero usa il cuore o la mente
    come vuole e quando crede,
    non per ciò che vede ma non sente
    ragazzo di strada...animale di notte
    morto che cammina: a fari spenti nella coltre
    di polverose nebbie e strane rotte. 

     
  • 03 settembre alle ore 6:41
    Gocce di memoria

    Gocce di memoria: fuochi fatui
    nella mia mente, dolore senza tempo
    isole di carta (gioia) assoluto niente.

    Taranto, 17 giugno 2013.
     

     
  • 03 settembre alle ore 0:07
    Sabbia e vento

    Sabbia e vento: legame indissolubile!
    La sabbia spazzata dal vento,
    dalla sua forza possente e maestosa
    dal magico suo alito:
    sulla spiaggia o nel deserto
    a sud o a nord, da est ad ovest
    ogni dì ed ogni notte tutto l'anno:
    sempre con primordiale e ciclica puntualità
    perennemente inesorabile (cinica).
    Il vento soffia e spazza via la sabbia
    con la sua forza possente e maestosa
    col magico suo alito...
    ed ogni volta la sabbia
    che scompare e poi ricompare:
    come prima sulla spiaggia o nel deserto,
    tutto l'anno
    ed ogni volta il vento
    che soffia,
    rubandone [a lei] un granello della sua 
    anima e portandolo via con sé:
    sempre con calcolata (cinica)
    impietosa immutata regolarità.
    Sabbia e vento: legame indissolubile!
    Già, possente (il) vento e gracile
    (la) sabbia alla deriva: 
    senza di lui!

    Taranto, 13 settembre 2013. 

     
  • 02 settembre alle ore 13:19
    [Essere invisibile...]

    Essere invisibile...
    - trovarti -
    niente quando
    cammini tra le nuvole
    o ti guardi allo specchio
    per cercarti
    essere invisibile...
    - sentirti -
    niente quando
    cammini tra la gente
    un mare di strana folla
    che non (ti) vede né
    (ti) sente strisciando
    quasi
    di soppiatto per paura
    d'esser avvertito:
    ma invano...
    - sentirti -
    niente
    in mezzo a loro che
    sordi sono
    né capiscono né altro fanno
    essere invisibile...
    - sembrare -
    niente
    (di) pura illusione:
    ma invano...
    niente in mezzo alla folla
    apparire e nel mondo,
    nient'eppur giacer
    nella vita
    soggiacer giacer colà giacer
    nella vita,
    del tutto far parte
    per giocar la partita!

    Taranto, 13 luglio 2013.

     
  • 02 settembre alle ore 13:04
    Kiss the rain, baby (bacia la pioggia)

                                                                          A ogni donna del mondo.
                                                                          Possono togliervi tutto
                                                                          ma mai nessuno potrà togliervi
                                                                        la pioggia, perché lei è il pianto del cielo:
                                                                          la vostra dignità.

    Bacia la pioggia, baby
    quando vien giù
    e ti bagna il viso,
    t'avviluppa tutta a sé,
    tu nuda,
    e t'ammanta delle trasparenti
    gocce sue
    di ruggine.
    Baciala sempre
    perché ti segue
    in ogni stagione
    e bagna 
    il cuor tuo
    ti segue
    e t'accompagna
    nelle giornate meste,
    in quelle lunghe
    e digiune giornate
    di letal noia ed uggia,
    fortemente languide.
    Baciala sempre perché
    è la tua pioggia, baby
    anche se spesso vien giù sporca
    è la tua
    e nessuno mai
    potrà rubartela
    o portartela via.
    Baciala perch'essa...
    è il pianto del cielo,
    perch'essa...
    è foriera di momenti sereni
    che arriveranno domani
    forse:
    baciala sempre per questo, baby!

    Taranto, 9 agosto 2013.
     

     
  • 01 settembre alle ore 10:50
    Tipi strani in osteria (gente vera)

    - L'amante -
    Giammai lo giura l'amante
    amor sincero ed eterno
    ma dopo appena un'istante
    egli raggiunge l'inferno.
     
    - L'innamorato -
    L'innamorato fedele e devoto
    fedeltà sempre la giura
    ma di fronte al tentar dell'ignoto
    cor suo misero si perde e spaura.

    - Poeta (bardo) -
    D'esser sincero giura inver il poeta, talor bardo,
    (il bardo inver poeta sincerità la giura)
    dinanzi allo specchio di sé stesso
    ma giusto che finisce la compieta
    anima vende al diavolo e'l cor riflesso.

    - Giocatore -
    Traditor come non mai è il giocatore
    per vile guadagno o di rado piacere
    sparerebbe causa lor in mezzo al cuore
    d'un padre, d'una madre, del suo "amore"!

    Tutta questa gente, tipi strani
    s'incontra in osteria,
    mill'anni portan dietro anno indosso
    vivon senza domani
    ma è la mia gente: gente mia!

    Taranto, 7 maggio 2017.

     

     
  • 01 settembre alle ore 10:36
    La striscia psichedelica (o:paranoica)

    - Ricorda (ti)...(di) non dimenticare,
    ovvero: non dimenticar (ti)...(di) ricordare.

    Ricordati ciocché eri, uomo
    non dimenticar mai dove andrai!
    (Una mela al giorno toglie il medico di torno!)
    Quando camminavamo
    verdi di speranza
    gialli di gioia
    rossi di furore:
    ora l'abbiam dimenticato
    ma
    cercheremo di ricordarcelo?!
    Semmai con orrore...con amore: o per sbaglio!
    (A volte: serve più d'una mela per togliersi di torno il medico!)
    Soli grigi, grida e sussurri
    di burro
    tramonti color (di)
    farfalle, al sapor
    del fiele ho ingoiato
    in una strana sera
    di ieri
    menzogne divenute
    poi come "balle"
    di fieno.
    Frantumi di rugiada
    a mezzanotte vò spesso
    sognando...quando quando
    quando: tutto ricorderò
    se dovessi
    risvegliarmi
    al calar della luna...
    Il letto della festa 
    è comodo, però
    che gran fortuna
    ho in testa!
    (Ma, si ha idea di quante mele occorrono per...)

    Omo, mittete a pensare
    onne te ven lo gloriare.
    Omo, pensa de che simo
    e de che fommo e a che gimo
    ed en che retornarimo;
    omo mittete a cuitare.
    - Jacopone da Todi - 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

     
  • 30 agosto alle ore 21:48
    (La) vita è...

                                                                                              "Fottuta vita di merda,
                                                                                               devi cambiare" (un compagno                                                                                             autonomo) 

    La vita scorre veloce, passa come un fiume in piena
    e travolge ogni cosa,
    passa come un treno in corsa che mai si ferma,
    come un fiore in pena prima di appassire.
    La vita ti scappa via (di mano), sgusciante e subdola
    scappa via a volte, senza dare a nessuno
    il tempo di acchiapparla
    la vita può essere una brezza marina, lieve e sottile,
    che il volto ci accarezza nelle calde notti estive
    ed intenerisce l'anima nostra
    oppure un gelido vento, selvaggio e crudele
    che incessante soffia d'inverno, sul nostro cuore
    rendendolo un piccolo informe ammasso di ghiaccio.
    (La) vita è...
    in un soffio di polvere che l'aere pervade
    in un mucchio di terra sopra cui camminiamo;
    è...
    come un soffio di polvere di cui noi siam fatti,
    come un mucchio di terra a cui noi torniamo.
    (La) vita è...
    notturna nebbia o rugiada mattutina;
    è...
    neve candida o magica brina;
    (La) vita è...
    un luccicante sfavillio di colori
    è...
    un misterioso lunghissimo afflato,
    un lunghissimo misterioso viaggio.
    (La) vita è...sogno:
    il sogno di abbracciare la donna amata
    di notte e di giorno,
    di regalarle un sorriso
    ed un mazzo di violette e gelsomini;
    (la) vita è...
    il quadro d'una donna che sorride;
    è vera come lo sguardo d'un bambino,
    oppure è l'amore vero d'una madre 
    per il proprio bambino.
    La vita è come quella di un uomo o di un'auto
    che camminano controvento o contromano
    in un deserto o sull'autostrada: poco più d'un miraggio!
    (La) vita è...
    il tempo d'aprire la finestra
    affacciarsi a guardare per strada
    e poi richiuderla;
    la vita ti da appena il tempo d'aprire una finestra,
    affacciarti a guardare per strada
    e poi richiuderla;
    è un lucido miraggio, è...giusto un'illusione!
    La vita è come un magico flipper
    dove la pallina, seppur impazzita,
    non provoca mai (il) tilt;
    è come un'infernale giuoco, come la roulette russa
    dove la pallina non c'è, ma la posta in palio è...la vita stessa:
    un colpo solo
    nella canna della pistola puntata alla testa e,
    dopo aver premuto il grilletto
    si vive o si muore, sei dentro o sei fuori!!
    La vita è come una partita a carte
    giocata con un mazzo di carte
    senz'assi nel mazzo: ma quella partita non è truccata!
    La vita è un labirinto, come un labirinto
    da cui è difficile, a volte impossibile, uscire:
    è riuscire a trovare l'uscita di quel labirinto
    (La) vita è...
    riuscire a sciogliere 10 100 1000 nodi (per volta)
    è...
    sapersi districare in 10 100 1000 incroci (alla volta)
    è...
    dover trovare il bandolo della matassa, sempre e ad ogni costo!
    La vita ti delude sempre e ogni volta di più,
    ti prende spesso a calci nel culo
    ma ogni volta poi si torna ad amarla più di prima:
    (e) la si ama più di prima, la si ama come fosse una giovane tenera fanciulla!
    (La) vita è...domande e risposte
    è...soprattutto domande:molto meno risposte;
    è tante domande senza risposta: è...soprattutto
    domande senza risposta!
    (La) vita è...tutto e niente,
    è...soprattutto niente: molto meno tutto;
    (la) vita è...
    triste verità o sincera gentile menzogna
    è...la cruda realtà d'ogni giorno (gran bella rogna!)
    (La) vita è
    affrontare a viso aperto il destino: andargli incontro ad occhi aperti;
    ed alla fine, in fondo,
    ognuno è solo con sé stesso!
    (La) vita è...
    andare incontro al proprio destino,
    è...
    appuntamento con la morte:
    ed alla fine, in fondo,
    abbiamo tutti il conto da pagare!
    La vita è come un vecchio film già visto
    o come una vecchia canzone già ascoltata;
    è come un libro già letto,
    una frase già scritta
    o una parola già detta:
    ti sorprende sempre, però...
    maledetta fottuta vita di merda: sei bellissima!

    "Ma chi sa se la vita somiglia
    al fanciullo che corre lontano..." (Sandro Penna, 1906-1976).

    Taranto, 4 settembre 2012.

     
  •                                                                                  

                                                                                       Chissà perché ogni tempo                                                                                                   trascorso ci sembra più felice di
                                                                                       quello presente (Italo Calvino)

    Nostalgia bastarda:
    triste nostalgia del tempo.
    Nostalgia delle cose perdute della vita passata,
    di momenti vissuti delle persone amiche.
    Nostalgia dell'azzurro del mare:
    del mare azzurro terso cristallino;
    nostalgia dei tramonti (in riva al mare),
    dei felici orizzonti: ora
    soltanto cieli grigi, non mi illumino più di voi!

    Ricorda un giorno prima di oggi
    Un giorno in cui eri giovane
    Libero di giocare con il tempo
    La sera non arrivava mai
    (Richard Wright)

     
elementi per pagina
  • Come comincia:                                                                  Il mito Pink Floyd iniziò con questo disco nel                                                                       1972 e si elevò in excelsis con l'album                                                                                successivo "Dark Side Of The Moon"
                                                                                = Riccardo Bertoncelli =

     Composto all'inizio dei settanta, cioé un momento tendenzialmente slow del gruppo, questo disco si rivelò, invece, artisitcamente, tecnicamente e musicalmente valido (nonostante avesse avuto vendite a dir poco blande negli States!). Anzi, a suo modo, rappresentò esso una sorta di ponte, di anello di congiunzione tra le fasi artistico-musicali precedenti (epoca barrettiana psichedelica e "Ummagumma") e la successiva; ovvero, dicasi della performance "premonitrice" di quanto accadrà due anni più tardi ai Floyd...dalle parti "dark" della luna!
    - One Of These Days: bellissimo pezzo "elettronico" dalle atmosfere "viaggio sulla luna" (cioé, da "Spazio 1999", come diceva il nonno di un mio amico!) o "kubrickiane" (cioé, da "2001: odissea nello spazio");
     - A Pillow Of Winds, Fearless&Seamus: un mix di poesia e pittura in note musicali (o le classiche ballate acustiche di stampo floydiano?! Fate pure voi!); ovvero, quadri impressionisti in musica. Del primo brano, in particolare, sono da dire due cose: la traduzione italiana é "Un cuscino di venti" e - le piume finali dell'imbottitura - scrive Bertoncelli nel suo "I cento dischi" (Rizzoli, Milano, 1986), - altro non sono che i cinquantamila tifosi del Liverpool che incitano i reds ad Anfield Road; - inoltre è un pezzo romantico, romantico, romantico e bellissimo, struggente: il che, a volte, proprio non guasta!
     - San Tropez: pezzo scritto da Waters, con atmosfere jazz delicate, soffuse; propiziatorio, quasi propedeutico, prima del gran botto finale; ovvero, prima della "marea" psichedelico-visionaria di Echoes.
     Il brano finale del disco, appunto "Echoes", era in principio "Return To The Sun Of Nothing", ed a proposito di echi quello che segue è un mix, una miscellany (come sono soliti dire i britannici!) di impressioni relative ad esso. Il suddetto [Echoes], col titolo originario di cui sopra, venne suonato il 15 maggio 1971 durante uno spettacolo di due ore e mezzo al Crystal Palace Garden Party di Londra, con fuochi artificiali inframezzati e proprio mentre un polipo gigante gonfiabile emergeva dal lago. Un certo Johann Sebastian, in  arte Bach, affermava che - la musica (più) vera è quella che ruota su se stessa all'infinito..."; ed infatti, lupus in fabula - :Quando suonammo questo pezzo, - disse Nick Mason una volta, - pensavamo a qualcosa che non dovesse finire mai (appunto!); od anche: - il finale è stato ideato pensando ai disegni di Escher, alle scale impossibili che danno in altre scale e non portano da nessuna parte (Roger Waters). Lo stesso Riccardo Bertoncelli, infine, scrive: "E'il brano più esemplare del disco, spalmato in chiusura in tutti i suoi ventitré minuti. E'uno dei tanti trips sonori disegnati dai Floyd avendo in mente ben altri "viaggi" e come quelli, appunto, è lungo, incerto, vano e da l'impressione di non terminare mai". Uno dei tanti - e famosi - trips, certo, che hanno reso i Floyd immortali insieme, ovviamente, alle ballate acustico-elettroniche, alle musical poesie romantico-sentimentali, alle visioni stupefatte e stupefacenti, anarcoidi, apocalittiche, paranoiche (quelle di Waters) e premonitrici (vedi "The Wall", del 1979), ai viaggi psichedelici dell'era Barrett ("Ummagumma", "The Piper At The Gates Of Dawn", "A Saucerful Of Secrets"), futuristici e futuribili ("Atom Heart Mother"), prog-fantasy ("Dark Side Of The Moon", "Wish You Where Here", "A Momentary Lapse Of Reason", "The Division Bell"), oltre a tanto e tanto altro ancora.
     Il brano "Echoes" è un riff straordinario ed immenso, pulsante talvolta ed ossessivo; talora anche profetico e lugubre, quasi infinito, interminabile. Un groviglio di musica e suoni, un viaggio nella alienazione dell'uomo, nella pazzia e nella sua solitudine; all'interno della sua coscienza, nei meandri più reconditi, quasi oscuri e inimmaginabili della sua psiche e del subconscio. Visione onirica (intensa), profetica; forse menzoniera?! Grandi, veramente grandi furono i Pink Floyd nell'architettarlo e metterlo in musica: grande la loro immaginazione! Da molti (come da me stesso) è considerato il "pezzo" (simbolo) del gruppo. Da molti è considerato il manifesto cult, simbolo d'una intera generazione: quella post-sessantottina (o sessantottesca); da molti è considerato il manifesto della psichedelia e del prog-fantasy; o meglio ancora del rock psichedelico-progressive: uno stile, cioé, del tutto nuovo, perché inventato dal gruppo inglese.
     LUCE E BUIO, BUIO E LUCE; LUCE O BUIO: SOLO E SOLTANTO ECHI...E BASTA, RISVOLTI DI UNA STESSA PIEGA NELLO STRANO GIROVAGARE DELL'UOMO LUNGO LE STRADE DELLA VITA: UNA MATASSA CHE SI DIPANA E POI SI RIANNODA DI NUOVO...LEI, LA PERFETTA "GUERRA" DEI DUE MONDI INTERIORI DELL'UOMO: QUELLA TRA CUORE E COSCIENZA, TRA CERTEZZE E PAURE. SCHERZI DI LUCE O DI BUIO, DI BUIO O DI LUCE, CHISSA', SCHERZI DI LUCE E DI BUIO, SONO IN FONDO QUESTI ECHI!
                                        Meddle (scheda tecnica)
    Tipo                             Studio
    Date                            30 ottobre 1971 (Usa), 5 novembre 1971 (UK)
    Durata                         46"49
    Tracks                         6 
    Etichetta                      Harvest Record, EMI
    Produttore                   Pink Floyd World&Music, Pink Floyd Music Publishers Ltd.
    Registrazione              EMI Studios-Associated Independent Recording Morgan Studios                                      (London)
    Charts                          USA 70°, UK 3°
                                         = Testi esemplari =
    A  Pillow of Wind (Un cuscino di venti)
    Una nube di piumino si disegna intorno a me
    Ammorbidendo il suono
    E'tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e la candela si spegne.
    Ora si sveglia la civetta, ora dorme il cigno
    Guarda un sogno, il sogno è finito
    Verdi campi, una fredda pioggia
    Cade in un'alba dorata.
    E nelle profondità del terrenno i suoni di prima mattina
    E io scendo
    E' tempo di dormire quando sono coricato col mio amore accanto
    E lei respira piano, e io mi alzo come un uccello
    Nella foschia quando i primi raggi toccano il cielo
    E i venti notturni muoiono.
    (traduzione di Alessandro Besselva Averame in "Pink Floyd, the lunatic - testi commentati", Arcana Ed.ce, Roma, 2008).      

       

     
  • Come comincia:  Il brano in questione, dall'album "Desire", del 1976, narra (canta) la storia vera del pugilatore Rubin "Hurricane" Carter, sfidante ufficiale per il titolo mondiale dei pesi medi (combatté col connazionale Joey Giardello a Filadelfia, il 14 dicembre 1964, perdendo ai punti in quindici round). Tutti i testi dell'album furono firmati da Bob Dylan insieme a Jacques Levy, autore e regista teatrale. Il suddetto Carter fu accusato - ingiustamente - di aver commesso un triplice omicidio: per questo motivo fu condannato a tre ergastoli! (nel New Jersey, fortunatamente, non vigeva la pena capitale all'epoca del fatto). Prima di essere riconosciuto innocente (cioè, prima di essere riconosciuto quello che in realtà era: innocente!) egli scontò la bellezza di diciannove anni nel carcere della sua città!

    Colpi di pistola echeggiano nel bar di notte,
    entra Patty Valentine dalla stanza di sopra,
    vede il barista in una pozza di sangue,
    grida - Mio Dio li hanno ammazzati tutti! -.
    Questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha commesso,
    messo in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere 
    il campione del mondo.
    Tre corpi stesi a terra vede Patty
    e un altro uomo, un certo Bello, aggirarsi
    con aria misteriosa.
    - Non sono stato io -, dice e alza le mani,
    - Stavo soltanto rubando l'incasso, spero tu 
    capisca,
    li ho visti solo andare via -, dice e si ferma.
    - Uno di noi farebbe meglio a chiamare la polizia -.
    E così Patty chiama i  poliziotti
    e loro arrivano con le loro luci rosse
    lampeggianti
    nella calda notte del New Jersey.

     Le cause della ingiusta condanna (e della successiva detenzione), ovvero i motivi che pesarono sul giudizio e sulla relativa sentenza, a detta della parte opposta all'establishment dell'epoca (la parte progressista dell'America, evidentemente!) furono di natura puramente pregiudizievole (o pregiudiziale): Carter si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato (anzi, ancora peggio visto che egli, al momento del fatto, dell'efferato delitto - tre persone erano state sparate ed uccise - avvenuto in un bar di Paterson, appunto, era da tutt'altra parte: dalla parte totalmente opposta della città!); Carter aveva un colore della pelle sbagliato, era un "soggetto" sbagliato (un "fannullone rivoluzionario") ed un tipo strano ("un negro pazzo" che era stato in riformatorio ed era stato cacciato dal corpo dei marines)...come se essere strani o avere la pelle nera piuttosto che verde (oppure portare il cappello sulle ventitré invece che in mano, chiedere l'elemosina ad un angolo di strada invece che essere vestiti in doppiopetto, o piuttosto che avere dei precedenti penali a carico, etc.) - sic! - dovrebbe poter contare qualcosa, anzi, non contare affatto nel giudicare una persona; ognuno dovrebbe essere ritenuto colpevole di aver commesso un reato o, al contrario, essere giudicato innocente a prescindere (come affermava il buon principe De Curtis, in arte Totò) da tutto ciò: è invece successe proprio questo nel caso del povero Carter (non fu la prima volta che avveniva una cosa del genere e non sarebbe stata l'ultima, purtroppo, come la cronaca giudiziaria di ogni parte del mondo spesso ci narra!).

    Nel frattempo in un'altra parte della città
    Rubin Carter e un paio di amici stanno girando
    in macchina.
    Il pretendente numero uno alla corona dei pesi medi
    non poteva certo immaginare che razza di merda
    stava per cadergli addosso
    quando un poliziotto lo fece accostare al bordo della strada
    proprio come la volta prima e quella prima ancora.
    Questo è il modo in cui vanno le cose a Paterson,
    se sei nero faresti meglio a non farti vedere in giro per le strade
    a meno che tu non vada in cerca di guai.

     E' da dire che l'album Desire (e quindi il brano "Hurricane") era già stato lanciato con una poderosa tournée, da parte di Bob Dylan e della sua compagnia - la Rolling Thunder Rewiew - sul finire del 1975. La compagnia del menestrello di Duluth (località dello stato del Minnesota che li aveva dato i natali il 24 maggio del 1941 sotto "mentite spoglie", ovvero con il nome di Robert Allen Zimmerman), in quell'avventura destinata a tradursi nel lunghissimo film "Renaldo and Clara", uscito nel 1978 e diretto dallo stesso Dylan (apparirà in prima europea al festival di Cannes), si componeva di una larga schiera di muscicisti, artisti ed amici ripescati durante l'estate newyorkese. "Un grande baraccone dello spettacolo", scrivono Marina Morbiducci e Massimo Scarafoni nel libro "Bob Dylan, tutte le canzoni (1973-1980)", uscito nel 1980 per i tipi della Lato Side Editori, Roma, "a cui partecipano vecchie e nuove stars: la Baez, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Roger McGuinn, Arlo Guthrie e tanti altri, perfino il gran Bardo della poesia Beat, Allen Ginsberg, con la sua pianola-harmonium". Durante il tour della compagnia, snodatosi con fasi alterne per diversi mesi, in lungo e largo per gli States, vennero dati due concerti a sostegno di "Hurricane" (il pugile e non il brano, evidentemente!) e della sua causa civile.

    Alfred Bello aveva un complice e aveva una
    soffiata per la polizia,
    lui e Arthur Dexter Bradley stavano soltanto
    facendo un giro.
    Bello disse: - Ho visto due uomini fuggire,
    sembravano due pesi medi,
    sono saltati su una macchina bianca con la targa di un altro stato"
    e Miss Patty Valentine con la testa fece sì
    un poliziotto disse: - Aspettate un attimo, ragazzi,
    questo quì non è ancora morto. -
    Così lo portarono all'ospedale
    e anche se quell'uomo riusciva a malapena a vedere
    gli disse che poteva identificare il colpevole.
    Sono le quattro del mattino e i poliziotti
    acchiappano Rubin Carter,
    lo portano all'ospedale e lo fanno andare di sopra.
    L'uomo ferito lo guarda coi suoi occhi ormai morenti
    e dice, - Che cosa lo avete portato a fare quì? Non è lui! -
    Sì, questa è la storia di Hurricane,
    l'uomo che le autorità hanno accusato
    di un delitto che non ha mai commesso,
    sbattuto in una cella di prigione, lui che avrebbe
    potuto essere
    il campione del mondo.
     

     
  • Come comincia: Il più grande rivoluzionario, ma proprio il più grande (di tutti) davvero non fu il "Che", né lo furono Pancho Villa o Emiliano Zapata, o Robespierre o Danton; né Lenin o Trotzsky. Esso fu, invece, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, classe 1893 da...: il quale amava, sì, la vita ma si diede morte - a soli trentasette anni, nel 1930 - per ribellione contro di essa...non riusciva, infatti, a viverla sino in fondo, (e) così come avrebbe desiderato! Che cosa c'é al mondo, or mi domando, di più rivoluzionario che non sia il ribellarsi alla vita? Esiste un gesto similmente ribelle a questo? Donare un fiore ad una donna è un gesto, il solo gesto che può eguagliare quello compiuto da Majakovskij nel corso della sua vita. L'artista russo fu il massimo esponente, in vita (e post-mortem, evidentemente!) del cosiddetto movimento cubofuturista russo (così denominato per l'adesione a talune prospettive della pittura cubista). L'artista e letterato russo fu, senza ombra di dubbio, una "coscienza" inquieta. Del resto, tutta la storia europea del primo novecento è segnata da inquietudini d'ogni sorta e da sconvolgimenti culturali, politici e sociali di vastissima portata; è intrisa di inquietudine e bagnata di malcontento, fervore e...sangue! A tal proposito, di grande interesse critico nonchè valore storico é ciò che scrive Benedetto Croce nel brano "Panorama culturale del primo novecento" (da: "Storia d'Italia dal 1871 al 1915", del 1928), di cui riporto alcuni tratti: "La coscienza morale d'Europa era ammalata da quando, caduta prima l'antica fede religiosa, caduta più tardi quella razionalistica e illuministica, non caduta ma combattuta e contrastata l'ultima e più matura religione, quella storica e liberale, il bismarckismo e l'industrialismo e le loro ripercussioni e antitesi interne, incapaci di comporsi in nuova e rasserenante religione, avevano foggiato un torbido stato d'animo, tra cupidigia di godimento, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disapprovazione e indifferenza, com'è proprio di chi vive fuori centro, fuori di quel centro che è per l'uomo la coscienza etica e religiosa."; e ancora: "L'atteggiamento morale e politico della giovane generazione rispondeva all'irrazionalismo delle teorie, il quale, a sua volta, come si è notato, era stimolato dallo spirito che prevaleva in Europa, rapace spirto di conquista e di avventura, violento e cinico. L'ideale socialistico, che era stato l'amore di vent'anni innanzi, non parlava più ai giovani, né a quelli stessi ch'erano stati allora giovani: effetto in parte della critica che aveva corroso il marxismo e la sua apocalittica, in parte del graduale dissolvimento del socialismo nel liberalismo, e in parte delle riforme onde quasi intero il suo "programma minimo" si venne attuando. L'immaginazione e la bramosia della nuova generazione, e dei delusi di quella di poco antecedente, si rivolgevano, come già prima in Inghilterrra, Germania e Francia, all'"imperialismo" o "nazionalismo", di cui padre spirituale fu in Italia il D'Annunzio, che l'avea preparato sin da giovane con tutta la sua psicologia, culminante nel sogno della sanguinaria e lussuriosa rinascenza borgiana, ma più determinatamente dopo il 1892, letto che ebbe qualcosa del Nietzsche, in romanzi, drammi, laudi.".
     Erano quelli gli anni delle imprese coloniali (in Italia la fallimentare e catastrofica impresa di Adua), del crescente nazionalismo sfrenato e delle manie di grandezza, appunto (pangermanesimo, panslavismo, revanscismo, etc.), che preluderanno, poi, all'attentato di Sarajevo e al conseguente scoppio del primo conflitto mondiale: inframezzato, se così si può dire, dalla rivoluzione di ottobre in Russia. Il tutto, poi, confluirà, infaustamente, come un vortice oscuro senza fine, o un incontrollato effetto domino, nei regimi dittatoriali che insanguineranno l'Europa (franchismo, nazismo e fascismo). Erano gli anni, quelli, delle elitès soreliane che inneggiano alla violenza, dell'azione, in Francia - e non solo - dell'organizzazione Action Francaise di Maurras e Barrès; erano gli anni, quelli, della nascita delle avanguardie culturali, letterarie e artistiche. Si affermano le correnti pittoriche che danno una interpretazione nuova del reale e dell'oggettivabile (oggettivo), le quali risentono tutte, in maniera diversa, della caduta dei valori filosofico-morali dell'epoca. Odillon Redon, ad esempio, con "L'occhio", 1882, è il più qualificato interprete della crisi di sfiducia nella oggettività del reale ipotizzando una verità "autre" che si materializza nelle visioni figurative del simbolismo. Seurat, invece, da origine al divisionismo, insieme agli italiani Pelizza da Volpedo e Giovanni Segantini: in questo caso la realtà è individuabile attraverso la mobilità della luce provocata dallo sprigionarsi dei colori in una serie di parvenze e simboli. Sempre in Francia, d'altro canto, André Derain e Henri-Emile Matisse danno vita al gruppo dei "fauves" espressionisti i quali, attraverso la irrazionalità del colore, sprigionano le loro emozioni e la loro interiorità. A quello francese, seppur sempre in funzione anti-impressionistica, si contrappone l'espressionismo tedesco, il quale ruota intorno al gruppo Die Brucke ed alla figura di Ernst Ludwig Kirchner; questi, dopo aver esordito nel divisionismo matura uno stile (prendendo anche qualcosa dal cubismo) che accentua sempre più le dissonanze cromatiche e da spazio alla cosiddetta "deformazione delle forme" (La strada o Cinque cocottes, 1913): il tutto, evidentemente, in aperta critica verso la società del tempo. La terza branchia dell'espressionismo europeo, quella austriaca (Schiele, Kubin, Kokoschka), ruota anch'essa nell'orbita tedesca ma accentua notevolmente l'elemento introspettivo. Influenze dell'espressionismo si avranno tanto nel Blaue Reiter e nella nuova oggettività, in Germania (Grosz, Dix su tutti), quanto in Francia (Chagall, de Vlaminck, Soutine, Rouault) con la scuola di Parigi: i primi ne accentuano l'elemento mistico-simbolico, i secondi riprendono esplicitamente la polemica sociale e di denuncia verso le storture dell'uomo, gli ultimi fondono il fauvismo e il Die Brucke. Pablo Picasso (Le damigelle d'Avignone, 1907) e Georges Bracque (La tavola del musicista, 1913) danno vita a Parigi al cubismo (dapprima analitico e poi sintetico), un modo del tutto nuovo di vedere il reale: il pensiero, infatti, scompone dapprima i volumi e lo spazio e poi ne da una visione simultanea; ovvero la scomposizione riduce lo spazio a solidi geometrici (da cui il nome dato al movimento dal critico Vauxcelles nel 1908). Uno dei teorici maggiori del cubismo è il francese Guillaume Apollinaire (I pittori cubisti), tra l'altro grandissimo poeta (.....) e       

     
  • Come comincia:  In certi momenti della nostra vita assistere ad un funerale (non importa se esso sia di un familiare, di un parente, di un conoscente o soltanto del gatto nero del vicino!), ad un bel tetro, sano e pacifico (anzi: genuino, direi!) funerale (sì, avete proprio letto e/o capito bene: nessuno di voi soffre di strabismo congenito!) è proprio ciò che ci vuole, senz'altro (molto) di più di un semplice bicchierino di buona grappa nostrana (magari shekerata insieme a qualche goccia di vodka russa: originale no taroccata!), o di cognac francese invecchiato in botti di rovere, o di whisky puro malto scozzese: oltre che a tirarti su e a farti drizzare i capelli ed anche, chissà...pure l'uccello (nuovamente!), esso ti (ri)porta alla realtà, ti (ri)mette coi piedi per terra, ti fa (ri)aprire gli occhi: ti fa capire veramente chi sei, che cosa sei...Ma la morte, al pari della notte, davvero porta consiglio?!

    Taranto, 12 dicembre 2013. 

     
  • Come comincia: La questione palestinese-israeliana (o israelo-palestinese che dir si voglia; ma non conta invertire l'ordine dei fattori, pardon delle parole: il risultato sarebbe lo stesso, come recitano vecchi abbecedari di aritmetica!) è talmente complessa (anzi, la storia di questi luoghi, delle genti che li abitano, delle loro culture e dei loro...culti lo é!), ricca di grovigli ed intrecci da non potersi risolvere attraverso semplici commenti o "like" sui social. Questa storia è ricca di avvenimenti, di eventi (spesso, purtroppo, luttuosi e tristissimi), di sconvolgimenti, di esodi, di conflitti armati e di tragedie immani, di  divisioni, di muri (del pianto, del sangue, di cemento) di pregiudizi, di trattati ed accordi, di infamia, ingiustizie e quant'altro. Alcuni spunti che riporto in questo mio che ho definito (non so se propriamente o meno) "saggio" spero serviranno a chiarire qualcosa o, per lo meno, a capire la complessità e la vastità del fenomeno. Anzi, è quella che si potrebbe definire, a mio avviso e compendiata, la cronologia della cosiddetta "genesi dell'odio" (non solo io la definisco a quel modo ma anche esperti e storici d'ogni dove), attraverso episodi fondamentali, chiave direi.
     Leggo nella storia di Israele e riporto alcuni passi: "Il popolo ebraico si dichiara discendente da Abramo, il primo patriarca che, verso il 2000 a. C. ritenendosi guidato da dio, partì con la propria tribù da Ur, in Caldea, dirigendosi verso Canaan. In realtà, a differenza di quanto afferma la tradizione quale è riportata nel Vecchio Testamento, gli ebrei sono uno dei più antichi popoli fra quelli provenienti dalle rive orientali dell'Eufrate. La tribù di Abramo si fermò in Egitto circa quattrocento anni e fu ridotta in schiavitù dai Faraoni. Verso il 1200 a. C. Mosé guidò la fuga del suo popolo dall'Egitto, e sotto la guida di Giosué, suo successore, tribù ebraiche si stabilirono a Canaan e sulle rive del Giordano. Scoppiarono allora le prime grandi rivalità con le popolazioni indigene sottomesse dal primo re Saul e successivamente, in modo definitivo, dal suo erede David. Il figlio di quest'ultimo, Salomone, costruì il tempio di Gerusalemme, il cui gravoso onere ricadde sul popolo, già disgustato dalla tolleranza mostrata dal re verso il culto di idoli. Ne seguì una lotta che portò alla costituzione di due regni: quello di Israele (che riunì dieci tribù della Palestina settentrionale sotto il re Geroboamo I), e quello di Giuda, formato dall'omonima tribù. Il primo ebbe per capitale Sichem eppoi Thirza, Penuel e Samaria, fu sottomesso e distrutto nel 772 a. C. da Sargon II, re degli Assiri, (la maggior parte della popolazione venne deportata in Mesopotamia e nella Media). Il regno di Giuda invece visse ancora per circa cento anni e venne piegato dai Babilonesi che distrussero anche il tempio di Salomone. A ricostruirlo, verso il 500 a. C., furono gli Ebrei che, col permesso del re persiano Ciro, vincitore dei Babilonesi, erano tornati a Gerusalemme. Dopo duecento anni di relativa tranquillità la Palestina fu conquistata da Alessandro Magno e, alla morte di questi, governata dai Tolomei d'Egitto. Nel clima di tolleranza instaurato dal re macedone, Alessandria divenne importante centro culturale del giudaismo ellenico, mentre contro l'interpretazione dogmatica e letterale della tradizione ebraica si levarono vari movimenti di protesta popolari, tra questi il Cristianesimo.
     E'questo è il primo episodio (ovvero, l'inizio dal punto di vista storico e cronologico) della genesi dell'odio di cui dettovi; quello di cui sopra è soltanto uno scorcio infinitesimale di storia di un paese tanto piccolo (poco più di ventimila chilometri quadrati e di cinque milioni di abitanti!), quanto complesso! D'altro canto, invero, lo scrittore britannico Bruce Chatwyn (a mio avviso una delle menti letterarie più lucide del XX°secolo), vero "topo da biblioteca" (è così che sovente lo chiamo...essendo, nel mio piccolo, un po'come lui!), ex catalogatore di opere d'arte, ma anche - e soprattutto - cittadino del mondo e viaggiatore nel mondo (il suo primo libro, non a caso, si intitola "In Patagonia", del 1977) nonché estremo conoscitore di popoli, culture, tradizioni e religioni, nel suo capolavoro letterario, "Le Vie dei Canti" (uscito in Italia per i tipi Gli Adelphi, nel 1988), scrive - tra le altre cose - quanto segue: "Abele, che secondo i padri della Chiesa prefigurò con la sua morte il martirio di Cristo, era un guardiano di pecore. Caino era un agricoltore stanziale. Abele era prediletto da Dio, poiché Yahwèh era un "Dio della Via" la cui irrequietezza escludeva altri dèi. Tuttavia a Caino, che avrebbe costruito la prima città, fu promesso il predominio su di lui". E proprio questa la intuizione geniale di Chatwyn: anzi, più che intuizione, trattasi di vera e propria genialità storica, sapiente capacità di leggere la storia attraverso le carte, i documenti storici, appunto, e gli avvenimenti stessi. Fu lo stesso Dio, per lo scrittore inglese, col suo comportamento, col suo avere in predilezione Abele, piuttosto che Caino, a dare inizio alla "genesi dell'odio" protrattasi per molto, anzi, che si protrae sino ai giorni contemporanei. Sempre nello stesso libro (anzi, sempre a pagina duecentocinquantasette dello stesso!), Chatwyn così continua: "Un brano del Midrash (XXX) a commento della lite dice che i figli di Adamo ebbero in eredità un'equa spartizione del mondo: Caino la proprietà di tutta la terra, Abele di tutti gli esseri viventi - al che Caino accusò Abele di aver sconfinato. I nomi dei fratelli - secondo Chatwyn - sono una coppia di opposti complementari. "Abele" deriva dall'ebraico hebel, cioé "fiato" o "vapore": ogni cosa animata, che si muova e che sia transeunte, compresa la sua vita. La radice di "Caino" sembra sia il verbo kanah=acquisire, ottenere, possedere, e quindi governare o soggiogare. "Caino" significa anche "fabbro ferraio". E poiché in numerose lingue - perfino in cinese - le parole che significano "violenza" e "assoggettamento" sono collegate alla scoperta del metallo, forse è destino di Caino e dei suoi discendenti praticare le nere arti della tecnologia". Seconda grande intuizione di Chatwyn: è nella stessa origine, nello stesso significato del nome di Caino insita la "genesi dell'odio"; la pratica delle arti della tecnologia (del ferro, nella fattispecie) sarebbe eredità, come un effetto domino, dei discendenti di Caino stesso, ripercuotendosi anche sugli stessi Ebrei i quali, a loro volta, avrebbero praticato questa sete di assoggettamento nei confronti dei Palestinesi! Ma continuiamo nel racconto, ossia nel citare ancora Chatwyn dal suo stesso libro: "xxxx".   

             

     

     
  • 20 settembre alle ore 6:14
    Il torneo delle "Cinque Nazioni" 1978

    Come comincia:  Il torneo delle Cinque Nazioni (Five Nations nella dicitura anglosassone) riuscì a festeggiare ben centosedici compleanni prima di essere soppiantato dal Sei Nazioni attuale, con l'entrata dell'Italia nell'arengo del rugby continentale nel 2000. Nonostante l'avanzare del tempo, l'avvento del professionismo, gli sponsor che premevano sempre più coi loro spietati interessi, l'avvento della World Cup, la quale dopo un'inizio stentato cominciava a raccogliere intorno a sé sempre più larghi consensi e interessi economici e dei network televisivi (l'edizione del 1995, ad esempio, quella culminata con la storica vittoria degli Springbok sudafricani sugli All-Blacks, venne seguita da due miliardi e mezzo di telespettatori sparsi in ogni parte del globo) esso seppe parare il colpo, anzi, seppe ribattere colpo su colpo e difendersi strenuamente. Il torneo mantenne sempre intatto il suo fascino: quello che io spesso definisco, per molte cose che riguardano anche il quotidiano e l'esistenza, il fascino old time o old style! (e non significa questo, sia chiaro, essere ancorati a vecchi principi o a vecchi stereotipi o schemi antiquati, né non essere aperti al nuovo che avanza, tutt'altro: è soltanto un modo di vedere e sentire le cose!); restò, vita sua natural durante, l'appuntamento più atteso della palla ovale nel vecchio continente (ed anche nell'emisfero sud, invero, era seguitissimo!), che ogni anno si svolgeva nel pieno dei mesi invernali sino, a volte, alle porte della stagione primaverile (in genere da gennaio a marzo). Ad esso prendevano parte le quattro nazioni britanniche (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda) e la Francia. Restò, vi dicevo, un evento unico e straordinario: nesuna altra manifestazione sportiva, infatti, teneva intatte tradizioni secolari accentuando (in senso buono, evidentemente!) rivalità etniche e popolari nonché l'entusiasmo di intere popolazioni di diverse culture e tradizioni, appunto; esso non era solo - ed unicamente - un evento sportivo ma anche religioso, politico, sociale ed ebbe il merito (non da poco!) di accomunare le due Irlande (Ulster di matrice protestante ed Eire cattolico), di renderle un tutt'uno, almeno per ottanta minuti: i quindici giocatori dell'Irlanda, infatti, per poco meno di un'ora e mezza, quattro volte all'anno, dimenticavano asti secolari riconoscendosi nella maglia verde col trifoglio indossata in campo. Il torneo, per tutta la lunga durata, svolse benissimo il suo compito: quello, cioé, di ambasciatore della palla ovale nel mondo e la tivù, la quale contribuì anche in Italia a renderlo popolare, divenne (ma non sempre, però) il veicolo più adatto per offrire al grande pubblico il meglio di questa disciplina, la quale in questa sfida tradizionale riesce a sublimare la bellezza agonistica, spesso drammatica (mai violenta), di uno sport per superuomini che diventa sempre più fisico, veloce e (forse) spettacolare: forse troppo, a volte; devo dire che personalmente preferivo un rugby più fantasioso, un rugby più...champagne, come dicono i francesi! Gli inglesi, tuttavia, enfatizzando un pò, come spesso accade loro, definiscono questo sport: "The endless struggle for the existence!" (la lotta senza fine per l'esistenza!). Ma torniamo al Cinque Nazioni. La nascita del torneo avvenne in maniera del tutto spontanea, nel 1883, quando le nazioni britanniche cominciarono a scontrarsi tra loro. Gli inglesi lo chiamavano "International Championship" mentre i francesi, entrati nel torneo nel 1910 con il placet dell'International Board (il governo del rugby mondiale di cui fanno parte anche Sud Africa, Nuova Zelanda ed Australia), coniarono quella che poi restò per sempre la sua denominazione: Cinque Nazioni. La Francia fu estromessa dal 1932 al 1939 per via di un campionato eccessivamente sentito e per le accuse di professionismo mosse dalle Home Unions (le federazioni britanniche), venendo poi riammessa dalla prima edizione del dopoguerra del 1947. Nel 1972 il torneo rischiò di scomparire per l'inasprirsi della guerra civile in Irlanda e la vittoria non venne assegnata. In realtà, al termine del torneo (le cinque squadre si sono sempre incontrate  tra loro in partite di sola andata, invertendo il campo ogni anno) non vennero mai stilate classifiche ufficiali: a questo ci hanno sempre pensato gli addetti ai lavori, su giornali e
    riviste specializzate. Dal 1993, però, ai vincitori spettò la Coppa d'Argento mentre a chi perdeva tutti gli incontri veniva assegnato il cucchiaio di legno, simbolo di un'onta da lavare l'anno seguente. Inoltre: tra Inghilterra e Scozia era annualmente in palio la Calcutta Cup e tra le squadre britanniche la "triple crown", triplice corona (delle quali si parla anche più avanti); e vi era, infine, la possibilità di ottenere lo "slam", ossia il poker vittorie di una squadra sulle altre. Il record di successi nel torneo (trentatré) spetta al Galles, mentre l'Inghilterra ha ottenuto più slam, undici!
    L'edizione numero ottantatré (si disputò dal 21 gennaio al 18 marzo) partiva con una squadra favorita: il Galles. I "rossi" di Cliff Jones cercavano di bissare il successo del 1976 potendo ancora contare sull'apporto dei "senatori" Gareth Edwards, Gerald Davies, Phil Bennett, J. P. R. Williams, Terry Cobner nonché sulla conclamata forza del pacchetto di mischia. La Francia, vincitrice l'anno prima (collettivo eccezionale, quella squadra, schierava giocatori fortissimi: Haget, Bertranne, Romeu, Paparemborde, Rives, Imbernon, Bastiat, Skrela, etc.), si proponeva come la rivale più agguerrita dei gallesi, nonostante avesse perso il mediano di mischia tascabile Jacques Fouroux, autogiubilatosi. L'Inghilterra, invece, costituiva il solito punto interrogativo del torneo: squadra lunatica, capacissima di vincere o perdere tutti i matches. Irlanda e Scozia, infine, apparivano fuori dai giochi per il successo finale. Nella giornata inaugurale Francia e Inghilterra si affrontano al Parco dei Principi in un incontro esaltante e dai due volti, mostrando un rugby forte,aggressivo e sofferto. Gli inglesi dominano il primo tempo in virtù di un pacchetto più solido, ma soffocano la palla in una serie di raggruppamenti senza valide prospettive.L'estremo Dusty Hare (giocò con Nottingham e Leicester, e segnò 240 punti per i bianchi della rosa nel periodo 1971-89) è assolutamente negato al contrattacco e l'ala Jeff Squires resta spesso e volentieri troppo isolata in avanti. Al 35'avviene la svolta del match allorquando Peter Dixon, perno della terza linea inglese, esce per infortunio. Nella ripresa i "bianchi" subiscono la forza offensiva del gioco transalpino e vengono piegati da una meta di Averous al 16'. Nell'altro incontro, a Lansdowne Road, l'Irlanda piega la Scozia ed il mediano d'apertura "Tony" Ward (vero nome Anthony Joseph Patrick), ventitré anni, esordiente in maglia verde, mette a segno due "penalties" e una trasformazione (alcuni quotidiani titolano: "Ward singlehandedly beat the Scots", cioé: Ward con una mano sola batte gli scozzesi!). Questo giocatore, talentuosissimo, diverrà una delle leggende viventi del rugby irlandese (A great irish "fly" legend, scrive Frank Keating, columnist di The Guardian, nel suo "The Great number tens"), nonché uno dei più grandi numeri dieci d'ogni epoca. In coppia col suo acerrimo rivale (giocava nel Leinster, mentre lui col Munster), Seamus Oliver Campbell, detto "Ollie", formò una delle coppie più celebri del rugby mondiale, ed una linea mediana difficilmente ripetibile. Con la maglia dei "verdi" disputerà sei tornei del V Nazioni, totalizzando quindici caps (in totale ebbe diciannove caps, totalizzando straordinaria media di 6,9 punti a incontro!). L'anno successivo, il suo secondo, fu votato "man of the match" in tre dei quattro incontri del torneo (in cui mise a segno ben trentatré punti). Una curiosità su di lui: quando frequentava scuola a Dublino fu nella rappresentativa Irish Schools, giuocando, lui ala sinistra, insieme a Liam Brady, poi nazionale di calcio con l'Eire!
     Il 4 febbraio il Galles esordisce nel torneo e pone le basi per il successo finale battendo di misura (9-6), i rivali inglesi a Twickenham, in un piovoso pomeriggio. La partita si rivela essere una spietata battaglia per il possesso della palla ed i due mediani, Edwards e Bennett, ne sono i grandi protagonisti (l'apertura di Llanelli segna i nove punti gallesi), vanamente contrastati dai difensori inglesi. Su questa celebre coppia di fly-half ci sarebbe da scrivere più di  un libro: vere leggende, furono entrambi, del rugby gallese e mondiale!
     Phil nacque a Felinfoel il 24 ottobre del  1948. Nel corso della sua carriera, oltre a quella scarlatta, indossò anche le maglie dei Barbarians e dei British Lions. Per lui ventinove caps (otto da capitano) e otto Tests con i Lions (giocò nel tour del 1974 in Sud Africa e in quello del 1977 in Nuova Zelanda quando capitanò la squadra, secondo giocatore gallese di sempre, all'epoca, in tutti i quattro matches). Segnò ben duecentouno punti, con un record di trentotto nella  stagione 1976.
     La Francia, da par suo, soffre ma vince a Murrayfield, santuario del rugby scozzese, mostrando un Jerome Gallion sempre più convincente (già in meta all'esordio con gli inglesi) ed un pacchetto di mischia solidissimo. A  proposito del mediano francese (e del suo "confrère" Jacques Fouroux) Frank Keating così scrive: "most unlikely and ungainly little Gauloise stub!" (la coppia di sigari Gauloise più improbabile e sgraziata!).
      Su Murrayfield è da dire ciò che segue. Esso fu inaugurato nel 1925 con lo storico incontro Scozia-Inghilterra, il quale sancì il primo slam dei "blues" del cardo, ovvero il tubero, simbolo nazionale, rappresentato sulle maglie dei giocatori scozzesi (quella Scozia schierava la linea trequarti più forte di sempre, formata dal "quartetto" di Oxford Wallace-Aitken-McPherson-Smith). Sostituì la vecchia arena di Inverleith, dove sino ad allora la Scozia aveva giocato tutti i matches importanti. Situato tra Roseburn Street e Corstorphine Road, nei pressi della National Gallery of Modern Art ed a poca distanza dal Mount, la collina che porta al magnifico castello gotico che troneggia sul suo sfondo e su tutta la città di Edinburgo, aveva una capienza di sessantacinquemila posti.  Diventò ben presto il vanto di una intera nazione: tutta la Scozia, infatti, simbolicamente accompagnava i suoi beniamini quando si scontravano con gli avversari. Il "ruggito" di Murrayfield si levava alto ogni qualvolta il XV dei blues segnava una meta. 
     Dopo le prime due giornate il "XV tricolore" (quello blu, bianco e rosso francese) guida la classifica davanti a Irlanda e Galles (entrambe con una partita in meno disputata), mentre l'Inghilterra è sorprendentemente al palo con la Scozia. Il 18 febbraio si disputa la terza giornata. La Francia fatica a battere l'Irlanda al Parco dei Principi in un match risolto ancora dal mediano Gallion, autore di una splendida meta. Gli irlandesi, costretti a schierare all'ala l'anziano centro Mike Gibson, si distinguono per il loro "fighting spirit" e la precisione nei calci del giovane Ward. Sorretti dalle prodezze della leggendaria terza linea Slattery-Duggan-McKinney, renderanno la vita dura anche ai gallesi e, in chiusura di torneo, all'Inghilterra. A proposito di Gibson e Slattery è da scrivere quanto segue. Il primo (nome completo è Cameron Michael Anderson) nacque a Belfast il 3 dicembre del 1942; unanimamente è riconosciuto come uno dei più grandi e completi centri della storia rugbistica. La sua carriera, effettivamente, fu davvero straordinaria quanto impeccabile: vestì le maglie del Campbell College, prima, e poi quelle del Trinity College di Dublino, della Cambridge University, dell'Irlanda e dei Barbarians. Con gli Irish collezionò ben sessantanove caps dal 1964 al 1978. Solo lui ed il connazionale William James McBride (noto come "Willie John") hanno preso parte a cinque tour dei British Lions: Gibson giuocò quattro Tests in Nuova Zelanda nel 1966 e 1973 e in Sud Africa nel 1968, ma non giocò quelli contro il Sud Africa nel 1974 e la Nuova Zelanda nel 1977! Procuratore legale di professione, fu insignito dello MBE, il cavalierato inglese per meriti sportivi. Il secondo, invece (nome completo John Fergus), nacque a Dun Laoghaire il 12 febbraio del 1949. Vanta sessantuno caps con i "verdi", dal 1970 all'84 (debutto col Sud Africa): il flanker più presente di sempre! Partecipò a due Tour coi Lions: nel 1971 in Nuova Zelanda (senza giocare), nel 1974 in Sud Africa (giocò tutti i quattro Tests Matches contro gli Springbok).
     Nell'altro matches, invece, il Galles supera la Scozia all'Arms Park di Cardiff soffrendo la tradizionale verve agonistica e la vivacità del gioco dei "blues". Le buone prestazioni degli avanti Tomes e McHarg e del mediano di mischia Morgan fanno sì che l'esito del match resti in bilico sino all'ultimo. La quarta giornata pone di fronte, in un curioso quanto suggestivo scontro incrociato, le nazioni britanniche. Il Galles gioca al Lansdowne Road di Dublino e, grazie alla magistrale prova di Edwards, riesce a superare l'Irlanda aggiudicandosi anche la "Triple Crown" - triplice corona - (il simbolico trofeo che compete idealmente alla squadra britannica che batte le altre tre nel torneo) per la quidicesima volta nella sua storia. La partita verrà ricordata come una tra le più belle e palpitanti nella storia del torneo, quasi centenaria. Questa volta, però, il tradizionale spirito combattivo dei verdi irlandesi non basta, com'era successo, ad esempio in passato, per altre battaglie rimaste scolpite negli annali di questo sport: la prima fu quella del 1947, quando distrussero l'Inghilterra (22-0), guidata da un giovanissimo Jack Kyle; l'altra, invece, quella del marzo 1956 quando, sotto 3-0 alla fine dei primi quaranta minuti, contro il Galles, in corsa per lo "slam", ribaltarono il risultato con due mete nel finale, vincendo 11-3. Anche allora tra i rugbisti del trifòglio (la pianta che simboleggia la nazione irlandese) evoluiva Jack Kyle, detto "Jackie", probabilmente il più forte numero dieci che l'Irlanda abbia mai avuto ed il quale giocò in nazionale ininterrottamente per dodici anni (dal 1947 al 1958), collezionando quarantasei caps e legando il suo nome allo "slam" del 1948. Una curiosità è senza dubbio da sottolineare: l'atleta di Belfast (dov'era nato il 30 gennaio del 1926), il cui vero nome è John Wilson, al termine della sua mirabile carriera esercitò la professione di medico in Malaysia e nello Zimbabwe.
     Nell'altro incontro, invece, gli inglesi battono la Scozia a Murrayfield (l'ultima volta, diciotto anni prima era stato un 12-21) e si aggiudicano la "Calcutta Cup": mera consolazione per i "bianchi" i quali avevano impostato una preparazione lunghissima e ritrovato un pacchetto di mischia sufficientemente compatto.
     Sulla Calcutta Cup sono da sottolineare alcune cose. Annualmente essa è messa in palio tra bianchi inglesi e blues scozzesi: fu coniata con le rupie rimaste nelle casse del disciolto Calcutta F. C. (club formato da ufficiali di un reggimento dell'esercito britannico di stanza in India) nel lontanissimo 1879; viene custodita da un gioielliere londinese in Albermarle Street ed è tolta dalla vetrina ad ogni ricorrenza della sfida. 
     Alla vigilia della giornata conclusiva, così, la situazione è quella che in molti avevano pronosticato e che tutti, invero, speravano si verificasse: Francia e Galles a pari punti (sei) ed in grado di giuocarsi in ottanta minuti vittoria nel torneo e "slam". Il big-match si disputa all'Arms Park di Cardiff: fatto che fa pendere - ed in maniera indubbia - l'ago della bilancia e del pronostico a favore degli "scarlet dragons" (dragoni scarlatti è il nick dei giocatori gallesi: a causa di un dragone giallo - che poi è lo stesso, seppur sia di colore rosso, che troneggia in mezzo al bianco ed al verde del vessillo del Galles - raffigurato sulle loro magliette rosse!). L'Arms fu lo stadio nazionale gallese per più di novant'anni, la "casa" della Welsh Rugby Union, una delle più prestigiose e antiche al mondo (vide la luce il 12 marzo del 1881 a Neath, contea di West Glamorgan). Progettato da Archibald Leitch, ironia della sorte architetto e ingegnere scozzese (i blues sono acerrimi rivali degli scarlets da sempre!), il quale progettò e perfezionò tantissimi stadi britannici (tra cui Ibrox Park ed Hampden Park a Glasgow, Stamford Bridge, White Hart Lane e Highbury a Londra, Old Trafford a Manchester, Villa Park a Birmingham, Goodison Park a Liverpool, etc.), sorgeva nel cuore della capitale gallese, tra Westgate Street ed il fiume Taff, affiancato dal piccolo Cardiff Arms Park (quattordici mila posti di capienza), lo stadio del glorioso Cardiff Rugby Club. La sua capienza, di circa sessantacinquemila posti, non fu mai sufficiente a soddisfare le richieste dei tifosi gallesi: richieste che a volte, incredibilmente, arrivavano anche dall'emisfero sud   (Australia, Sud-Africa e Nuova Zelanda!). Il de profundis di questo stadio fu scritto nel 1997 quando venne demolito per far posto al nuovo, più capiente e funzionale Millennium. Torniamo ora al nostro racconto. I biglietti sono da tempo venduti, le tribune del vecchio stadio si apprestano ad ospitare un nuovo "tutto esaurito" e la città gallese è in tumulto già dalle prime ore del mattino: moltissimi i tifosi transalpini sopravvenuti dal continente. I motivi tecnici non mancano, primo fra tutti il testa a testa Edwards-Gallion, i due numeri nove. Prima del match i sessantamila tifosi gallesi intonano - come al solito - in maniera (ultra) commovente l'inno (Land of My Fathers) e con altrettanto fervore (e meno commozione, evidentemente!) lottano i giocatori di entrambe le compagini in campo. La gara (arbitrata dall'inglese Alan Welsby, classe 1935, di Manchester) vive sull'estenuante duello fra i due pacchetti, i quali entusiasmano con le terze linee. L'attacco transalpino, tuttavia, si mostra meno incisivo del solito, frenando così il buon lavoro delle terze linee Belascain, Bertranne e Bustaffa (sostituto dell'infortunato Gourdon al numero quattordici) vengono imbrigliati dai difensori avversari e la Francia si ferma a sette! Match-winner sono senza ombra di dubbio i due mediani Edwards e Bennett che vincono il duello coi rivali Gallion e Viviès. Bennett segna due mete (trasformandone una) mentre Edwards realizza un drop da due punti. Il Galles, dopo la "triple" conquista anche lo "slam" (sesto della sua storia, dopo quelli del 1908, 1909, 1911, 1950, 1971) e ringrazia ancora una volta i suoi "senatori" che, nonostante i dubbi di tecnici e media, hanno disputato il torneo con estrema perizia tecnica. Quella contro la Francia fu l'ultima partita di Gareth Owen Edwards il quale, ironia della sorte, aveva esordito proprio contro i galletti francesi, a diciannove anni. Lo scrum-half (mediano di mischia) del Cardiff, la squadra di club con cui ottenne tantissimi riconoscimenti e successi (centonovantacinque presenze in dodici anni, dal 1966 al 1978), il quale, però, è nato il 12 luglio 1947 in un paesino dal nome complicatissimo, quasi impronunciabile (Gwaun-cae-Gurwen), ebbe a dire una volta: "I always adored the French match!" (Ho sempre adorato le partite con i francesi!)...e indubbiamente gli "allez-cats" (comunemente sono così chiamati i francesi in Galles) furono i suoi "nemici" favoriti! Al termine del match Jean-Pierre Rives, celebre flanker (numero sette) francese del Toulouse (giocò in nazionale dal 1975 al 1984, collezionando ben cinquantanove caps e lo slam del 1981), al contempo valoroso amico e nemico di Edwards in campo, si avvicinò al rivale, lo abbracciò e poi li disse: "Gareth, mon ami, magnifique, you old fox! See you next year, eh?" (Gareth, magnifico amico, vecchia volpe! Ci rivedremo l'anno prossimo?). L'altro sorrise e fece: "Yes, you bet!" (Sicuro, puoi scommetterci!). L'unico altro match, invece, che Edwards disputò dopo di allora fu a Tolosa: per un Invitational XV contro la vecchia squadra francese vincitrice dello slam 1977! Con la nazionale ottenne cinquantatré caps, record in Galles sino a quando fu battuto da J. P. R. Williams (componente, come lui, della squadra del 1978 e, al pari di Kyle, anch'esso medico di professione - dentista - nella vita!). Inoltre, segnò venti mete (tries), anch'esso record per un giocatore gallese ed anch'esso, poi, battuto da un'altro componente di quella squadra: Gerald Davies (il cui nome completo è Thomas Gerald Reames) da Llansaint, suo compagno di club nel Cardiff, quarantasei caps, che fu  uno dei più entusiasmanti e veloci centro-ala di ogni epoca! Nelle sue note biografiche, nella home page del Cardiff, sul sito del club gallese, è scritto: "Gareth Owen Edwards può o non può essere il più grande giocatore di tutti i tempi ma di certo è stato il più carismatico!".
     A conclusione del presente racconto mi preme l'obbligo di scrivere quanto segue: quel torneo del V Nazioni fu, a mio modesto parere, il più bello ed entusiasmante a cui io avessi avuto modo di assistere (televisivamente parlando, si intende!) sino ad allora. Dopo di allora ho visto e vissuto altri V Nazioni, sia chiaro, ma quello del 1978 resterà impresso nella mia mente per sempre: come il "torneo", quel torneo...il più bello ed il più romantico che io abbia mai potuto vedere. Il Galles vittorioso, quel Galles e soltanto quello, fu nominato la squadra della decade (non poteva essere altrimenti: vinse sette tornei ottenendo tre "slam"!) nel V Nazioni e rappresenta uno dei team più forti d'ogni epoca al mondo: dopo di allora, con il gioco fantasioso e brillante e le incredibili imprese mostrate da quel team, anche la palla ovale fu diversa!

     Risultati
     21 gennaio     Francia-Inghilterra        15-6
                            Irlanda-Scozia              12-9
       4 febbraio     Scozia-Francia               9-16
                            Inghilterra-Galles            6-9
     18 febbraio     Francia-Irlanda              10-9
                            Galles-Scozia                22-14
       4 marzo        Irlanda-Galles                16-20
                            Scozia-Inghilterra            0-15
      18 marzo       Galles-Francia                16-7
                            Inghilterra-Irlanda           16-9

    Squadra vincente 
    Pacchetto di mischia Charlie Faulkner/Bobby Windsor/ Graham Price (1^linea);
                                       Allan Martin/Geoff Wheel/Jeff Squire (2^linea);
                                       Terry Cobner/Derek Quinnell (3^linea);
    Mediani                       Gareth Edwards/Phil Bennett
    Tre quarti, ali              John Williams/Gerald Davies/J. P. R. Williams
    Centri                          Ray Gravell/Steve Fenwick
    Riserve                       Gareth Evans/John Bevan/Brynmor Williams/John                                                              Richardson/Mike Watkins/Trefor Evans
    Marcatori
      38 punti         Tony Ward (Irlanda)
      25 punti         Phil Bennett (Galles)
      24 punti         Jean-Michel Aguirre (Fra)
      23 punti         Steve Fenwick (Galles)
      23 punti         Doug Morgan (Scozia)

     Mete               Jerome Gallion (Francia )  3

     
  • 15 settembre alle ore 17:36
    I nuovi mestieri (o: mestieri novi)

    Come comincia: Lunga è la lista dei nuovi mestieri (detti anche mestieri novi, secondo la locuzione di stampo medievale): nuove frontiere si aprono, dunque, per chi si avvicina al mondo del lavoro e...speranze a go go per le generazioni più giovani!
     - Il sàvio...è colui che pensa, parla e opera con senno, con prudenza: altresì dicasi pure quieto e posato; uomo sapiente e saggio; uomo assennato, giudizioso, avveduto, benpensante, prudente, sensato, serio, etc., etc, la figura "professionale" che tutti - e tutte - vorrebbero avere, tuttavia: spesso, anzi, quasi sempre resta al palo; ossia, in gergo si definisce quello che "tutti - e tutte - lo vogliono ma nessuno se lo piglia!"; al proposito è d'uopo un distinguo tra la saviezza, cioè la condizione dell'essere savio e saviamente, che è il modo di esserlo...
    - il tappezziere riveste (tappezza) la realtà di buchi neri: per modo che la mente vi si possa infilare (e) vagare - colà - in cerca della via d'uscita: è il classico "sognatore" con la testa tra le nuvole...anzi, senza speranza;
     - l'allumatore dà l'allume alle pelli, alla nostra pelle (ma non alle palle: altrimenti detti testicoli!), prima di tingerla e poi conciarla...per le feste;
     - l'ambulante (o girovago) è colui che ambula: ossia, tappa i buchi (quelli neri o bianchi, o di qualsiasi altro colore essi siano) negli ambulatori, nelle ambulanze ed in ogni andito esistente essi si trovino;
     - indiano=dicasi colui che...un po'ci fa e l'altro pure;
     - reggente: è colui, invece, che regge le sorti della immaginazione tutta; è pagato, in genere, a cottimo dal padrone. Agisce ed opera anche nei circhi equestri, a volte, in vece dei pagliacci;
     - transfuga: èccioé colui che per motivi sconosciuti passa al nemico; ovvero, diserta un sesso e ne abbraccia uno opposto;
     - trasformista=l'attore che da spettacolo, trasformandosi rapidamente nel volto, negli abiti e nell'aspetto. Si muove, opera ed agisce nei teatri (poco) e nei parlamenti (assai di più!) del mondo intero: laddove spesso viene chiamato col vezzeggiativo titolo di "girella". Il trasformismo era una pratica diffusa assai nelle aule del parlamento poco tempo addietro (parlasi dell'italico parlamento in cui, dopo il 1876 - anno più, anno meno - essa divenne una prassi comune grazie all'interessamento di un certo Agostino Depretis, esponente della sinistra storica: era la tendenza a cercare le basi del governo, attraverso abili e più o meno chiare manovre atte a cercare le basi del governo in maggioranze non precostituite e di volta in volta diverse, scavalcando le tradizionali distinzioni ideal politiche tra Destra e Sinistra);
     - il nuovo iconoclasta=è colui che non distingue più le sacre icone, così come faceva il suo (vecchio) predecessore, ma le venera. Resta, però, ugualmente a tutti inviso (tranne che, naturalmente, ad antropologi, filosofi e poeti!), in quanto ritenuto "nemico" delle opinioni universalmente accolte, nonché della morale e delle religioni correnti. Spesso e volentieri ricetta e contrabbanda icone ebraiche al mercato nero, oppure le scambia con quadri e sculture prive di valore;
     - mezzadro "mettifoglio"=è quel contadino che, nel tempo libero, rimbocca le coperte al padrone...dop'essersi scopata la moglie;
     - il preditore (o nuovo quaresimalista): legge le carte, i tarocchi alle vecchie vedove ed alle giovani  in carriera (e single); predice inoltre il passato e pronostica immani tragedie per l'avvenire con intenzioni deliberatamente prave, allo scopo di diffondere paura e pregiudizio;
     - l'educatore (del piffero) o "pifferaio magico": dicasi, cioé, di quella persona addetta all'educazione, ad educare in genere persone più giovani; ossia, colui o colei che educa: ovvero chi o che educa - anche detto precettore, maestro - altre persone al fine di conformarne l'animo a virtù e a sapere. 
     L'educatore "nuovo" (o: novissimo) sovente svolge anche funzione (pro tempore): di incantatore di serpenti, struzzi, fagiani e/o grossi ratti maculati di bianco e di nero...ma non più, come accadeva un tempo, di masse disadattate, diseredate ed inermi di uomini. [Colui] è inoltre: disavvezzo a declamar poesie e poco, anzi, pochissimo consueto nell'uso di computers, smartphone, tablet e marchingegni affini delle ultime tecnologie;
     - venditore di almanacchi // vende almanacchi astronomici o astrolabi (gli abbecedari per i piccoli futuri astronomi) con annesso (e connesso: in epoca internettiana corre d'uopo) oroscopo del successivo triennio (per alcuni addirittura quello di un lùstro), fatto escluso per il segno dello scorpione, ahimé! La vendita è rivolta soprattutto ai passeggeri sopra i trentatré anni di età, nei treni a lunga percorrenza ed avviene soltanto in determinati orari e periodi dell'anno: dalla mezzanotte del primo di gennaio a quella del secondo giorno dell'anno di ogni anno nuovo; inoltre, quando [colui] gira per la vendita va gridando a squarciagola: "almanacchi, almanacchi novi; lunari novi e novissimi. Bisognano, signori, abbisognano di almanacchi?";
     - l'eccèntrico: dicasi di colui che è fuori di testa...dal centro. E'un modo assolutamente errato definirlo quale tipo strano, stravagante e bizzarro, o pazzoide, appartato; né tanto meno sarebbe corretto additarlo come (uno) "lontano o remoto dal centro di una città". E'solito fare bagni di umiltà col Madeira - invecchiato di dieci lustri almeno in botti di rovere francese - immergendosi in vasca avvolto da lunghe tele di madapolam della Turchia e della Persia. E'da dire, inoltre, che [colui] non nutre granché simpatia per: ipocriti e figli di puttana benpensanti ed incravattati, rappresentanti di farfalle imbalsamate, falsi "puritani" e false "madonne", pianisti "sputasentenze", colllezionisti di vecchie icone russe e quadri di Mao-Tze Tung, contro i quali, incontrandoli nelle profumerie o nei self-service del centro, o altrove, spesso spara con fucili a canne mozze caricati con grossi pallettoni (non sempre a salve, purtroppo!). Tuttavia, è da dire che questa, tra le nuove professioni, o professioni nove che dir si voglia (o, meglio ancora, tra le modernissime figure professionali!), è una di quelle che riscuote più largo successo e vanta maggior seguito: sopratutto fra i "figli di papà" e tra le giovani vergini (o giumente che dir si voglia) d'alto bordo;
      - Signor Godot: è il mestiere tra i più simpatici e novi che oggi esistano su piazza; è il mestiere, cioè, di colui che non arriva mai (neanche a farlo apposta, neanche in...ritardo!): è per questo precipuo motivo che tutti l'aspettano sempre, che tutti stanno sempre ad aspettarlo a braccia aperte (soprattutto nelle stazioni e soprattutto le vedove da consolare);
     - l'incantatore della Manciuria (talvolta anche della Kamcatka) è colui il quale, per bramosia di potere ed anche per mania di grandezza (seppur non avendo esso mai frequentato corsi di "grandeur" in Francia o nel Benelux), incanta serpenti con espressioni blasfeme (lo fa, soprattutto, nelle grandi aste d'arte londinesi, parigine e newyorchesi...chissà mai perché?): è per questo che lo amano americani, russi e cinesi, un po' meno - però -  indiani (quelli dell'India, in particolare degli stati del Rajastan, dell'Uttar Pradesh e del Bengala) ed arabi. Tra le nuove professioni, codesta ed al presente "stato delle cose" (nulla a che vedere, sia chiaro, con il titolo di una vecchia pellicola di Wim Wenders!), è quella più consigliata ai giovani: offre, a detta di economisti, sociologi, "dottori" e dottorande, nonché esperti del mondo del lavoro, sbocchi più facili e prospettive più rosee rispetto ad altre;
     - l'ermetista (o ermeneuta nuovo): declama (va declamando) poesie ermetiche dento vecchi bistrot cinesi di quart'ordine e nei sotterranei delle metro; legge, inoltre (soltanto, però, a coloro che ne fanno richiesta verbale) passi del "Libro tibetano dei morti";
     - "psicotico"= colui che possiede la cronica incapacità a valutare in maniera adeguata la realtà: insieme allo imbonitore di marionette è il più pericoloso tra i "nuovi mestieri". Spesso viene utilizzato dai politici per condurre le proprie campagne elettorali, o dalle agenzie di sondaggio e demoscopiche, o/e nei dibattiti politici in televisione nelle vesti di: esperto di...(niente). Offre molteplici sbocchi nel mondo del lavoro e concrete possibilità di "carriera": vivamente consigliato ai giovani!
     - l'anarchico "fannullone"...è un sognatore ad occhi aperti (detto anche il "trasognatore"): colui, cioé, che ancora crede alla "morte dei padroni"; che ancora spera nella "morte delle ideologie, delle religioni, delle filosofie...di cristo". E'un sognatore ad occhi aperti, per di più anche ingenuo (forse un tantino soltanto?!): non sa - purtroppo - che i padroni non moriranno mai, non sa (oppure finge o da a vedere di "non sapere"; fa l'indiano!), inoltre, che le ideologie, le filosofie e le religioni "vere" sono (già) morte - e sepolte - da un bel pezzo (quelle "usa&getta", purtroppo, sono immortali!); ed in ultimo neanche sà - ahilui, ahinoi - che cristo è morto ed è poi risorto ancor da più tempo (senza, tuttavia, essere stato mai neppure sepolto!). E'un mestiere, questo, che - sembrerebbe - un bel po' desueto ma al contempo è anche molto "vintage" e "modé": viene sovente utilizzata - questa figura professionale - da imprenditori (senza scrupoli), politici giovani (in altrettanto modo e altrettanta maniera privi di scrupoli, ma moltissimo in "carriera"), manager (soltanto e prevalentemente in "carriera") in qualità di "illusionista", ovvero allo scopo di diffondere (false) illusioni.
     - quello dell'innamorato (o: moroso, amoroso, etc.) è il mestiere più antico che esista sulla faccia della terra; cioè, il più antico (ma anche, al tempo stesso, il più "novo") che esista su piazza (e no, si badi bene e mi si perdoni questo infimo gioco di parole, sotto il letto a due piazze!): ancor più (antico) del cucco! Nonostante (tutto) questo ecciò nonostante viene praticato,anzi, svolto (che non è, si badi bene e come potrebbe sembrare, la stessa cosa!) dal 90% della popolazione che sia in grado di intendere (pardon, di amare) e di volere, nonché dall'8% che non sia in grado di farlo: il restante 2%, tra cui eunuchi, ciechi, sordi e sordomuti non pratica più niente, neanche la nirvano-therapy o le nuove medicine iurvega e masote...chistiche! Consigliato, anche questo mestiere, vivamente alle nuove generazioni: é [un mestiere], sì,antico, novo e, come sol dirsi, evergreen; ma anche - totalmente -...sicuro: ovvero, è sicuro assai che mai arricchisce né riempie lo stomaco, ma è altrettanto (sicuro) che porta solo guai!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.                                                                                                                                                                                                               

     
  • Come comincia:  Le World Series del baseball professionistico sono l'evento più "catastrofico" e spettacolare dell'anno nel nostro paese: esse, paradossalmente, fermano, da costa a costa, l'intera nazione che le segue con fervore sincero, intensa passione ed enorme interesse attraverso tutti i canali mediatico-comunicativi possibili ed immaginabili. Si svolgono ogni anno, a fine estate o inizio autunno: al termine, cioé, della regular season (stagione regolare) e dei successivi play-off.
    Quelle del 1989, un derby californiano tra i Giants di Frisco e gli Athletic's di Oakland, attesissimo e sentitissimo da entrambe le tifoserie nonché da tutto lo stato, vengono ricordate, altresì, per un evento ancor più catastrofico (e straordinario) del solito il quale, mi viene da scrivere, fu capacissimo di interromperne un'altro della sua stessa portata e del suo stesso spessore: un terremoto (il cui epicentro fu individuato nella zona di Loma Prieta, contea di Santa Cruz) che colpì, appunto, la baia di San Francisco e una vasta zona della California centro-meridionale, tra cui la stessa città di Oakland, proprio nel momento in cui, udite! udite!, il Candlestick Park, gremito da sessantaduemila spettatori coloratissimi, festanti ed ansimanti si apprestava a vivere la terza sfida della serie poi definita, da pochi "Bay Bridges Series" o "Battle of The Bay", invece da molti "Earthquake Series", appunto!
     Quel sisma, quell'evento catastrofico della natura (che si manifestò insieme ad un evento catastrofico organizzato dall'uomo!) fu anche il più moderno e..."mediatico" della storia; quello sopraggiunto, cioé, ed oserei dire quasi diabolicamente materializzatosi, a ridosso dell'entrata del globo intero nell'era internettiana e digitalizzata, la quale sarebbe cominciata appena un lustro innanzi; ma anche fu, ahimé!, il più devastante che la moderna storia delle dottrine telluriche ricordi: era del sesto grado, punto nove, della scala Richter e del nono di quella Mercalli, ovvero il secondo per intensità nella beneamata terra di California (dopo quello del 1926 che colpì Frisco), provocò ben sessantatré vittime!
     Tutti noi californiani mai lo dimenticheremo, nostro malgrado, vita natural durante! E dire che io, che di nome faccio Bryan C. (la C sta per Car, in onore - e gloria - del padre di mio padre), anche se tutti mi chiamano "Lucky" (in onore delle famose sigarette Lucky Strike: forse, chissà, proprio per il fatto che non abbia mai fumato una volta - che è una - in mia vita!), e di cognome Ross (americanizzato dall'originale greco Rossis), da San Isidro (contea di Orange), peraltro incallito tifoso dei Giants e quindi già incazzatissimo nero a causa dell'esito infausto [per i suddetti] di gara uno e due (è arcinoto che la serie finale nel nostro baseball si giochi al meglio delle sette partite), quel giorno (cadeva, manco a farlo apposta, il diciassette seppur non fosse un venerdì ma domenica!), per la cronaca ed a quell'ora (erano le diciassette da appena quattro minuti e non, evidentemente...le diciassette in punto!) proprio mentre quello di cui scritto avveniva, a meno di quattrocento miglia di distanza, ero seduto, solo soletto, su una panchina del nostro bel lungomare, a San Isidro (che io chiamo, sarcasticamente, "Buena vista hospital"!), intento ad ascoltare la radio (la KGO-AM di San Francisco, che di lì a poco avrebbe trasmesso in diretta l'evento, peraltro col commento di Frank Scalise, un mio vecchio amico di Fresno) e - beato me oppure...ahimé!: dipende, se mai, dai punti di vista o dai punti e basta! - a sorbirmi, anzi, a terminare di farlo (nonché a ripetere più volte, tra me e me, mentre lo facevo, e compiaciuto alquanto, l'intercalare "non c'é malaccio! non c'é malaccio!") di certo non un pàsto luculliàno bensì...ma semplicemente un gigantesco hot-dog con wurstel bollito ed annesse patatine fritte (di quelli a "stelle&strisce", direi!), saturo pure di senape, il primo, e inondate di ketchup le seconde; nonché di "ricche calorie": giust'appunto, evidentemente, per ammirare poi il tramonto a pancia satolla (e ascoltare la radio con le orecchie arzille ed il cuore in ansia per i miei Giants!); tutto, ovvio, alla faccia della fame nel mondo, dell'anticonsumismo americano, dei nutrizionisti (o dietologi e salutisti, o vegetariani, o vegani; o dei mangiatori di farfalle di Papua Nuova Guinea o di quelli di serpenti dell'Amazzonia!) e, buon ultimo, del "santissimo" padre colesterolo!...ed invece, mio malgrado, nell'arco di pochissimi istanti, accaddero due imprevisti (il primo, però, molto prevedibile - mi verrebbe quasi da dire - viste le dimensioni dell'hot-dog da poco ingurgitato: è risaputo, infatti, che lo stomaco pieno attiri il sonno come fa il miele con le api o il repellente con le zanzare!; il secondo davvero inaspettato). La radio, infatti, d'un tratto interruppe il segnale (a causa del sisma, evidentemente; ma dopo quasi quaranta minuti di black-out riprenderà a trasmettere: lo saprò soltanto il giorno dopo, però!). Nel fratttempo, però, (giusto per la cronaca), sulla ABC, in diretta coast to coast, anche Tim McCarver annunciava un'interruzione video del segnale: e quella sarebbe durata fino alla sera (anche questo lo saprò il giorno dopo). E poco dopo, a sorpresa (relativa, come ho già detto) anche io smisi di trasmettere il segnale...neuroni al cervello e mi addormentai [sulla panchina di cui sopra]: - addio mio bel tramonto ma...
     Durante il sonno, quel sonno quasi letargico (durò la bellezza di sei ore!), sognai una storia, non "sognata" ma...vera, diciamo, quindi, trasognata!, perché - guarda caso - uguale ad una storia, un racconto che spesso mi raccontava mio padre quand'ero poco meno che ragazzino (o poco più d'un bambino!) e quando entrambi, però, eravamo svegli: una storia, un racconto tramandatogli, a suo dire, dal padre che, a sua volta, lo aveva ricevuto (o ascoltato) dal padre (il nonno di mio padre, quindi mio bisnonno) e così via, a ritroso nel tempo...una storia, un racconto [quello] che lo faceva "sognare" ad occhi aperti, quindi trasognare, e che, quando me la raccontava lui, [mio padre], mi teneva ben sveglio, anzi,...mi faceva "sognare" ad occhi aperti, cioè trasognare...; era-è una storia, un racconto di un'apparizione, era-è la storia dell'apparizione di una fregata (il "grande uccello" per tutti, in Grecia: l'uccello della libertà, degli uomini liberi!), la stessa c'or vado a raccontarvi...così come la sognai, ossia ugualmente a come me la raccontava lui: [mio padre].
     - Sai, Lucky, quando avevo la stessa tua età (più o meno cinque o sei anni) ed ero alto poco più di quanto lo sei tu adesso, quindi meno d'un soldo di cacio, mio padre (cioé tuo nonno Carl), mi raccontava spesso la storia di un'apparizione; dell'apparizione, cioé di quella precipua "apparizione"...della fregata madre di NeverNeverland (un luogo, per i greci, che spesso ha sede nel loro cuore, che spesso è: immaginario e immaginifico al contempo, sognato ed insieme trasognato o semplicemente agognato!). Entrambi, sai, quando lo faceva, eravamo seduti sul balcone di casa, a Tinos (era una vecchia e piccola costruzione in marmo bianco ed azzurro - i colori del mare e della libertà - come la maggior parte delle altre sull'isola, ornate con le loro eterogenee decorazioni di animali - uccelli e gabbiani in gran parte - fiori e scene rupestri), così come lo siamo noi adesso, di fronte a noi avevamo soltanto il mare calmo, quasi piatto, si apriva lontanissimo il vasto ed eterno orizzonte e ci si parava innanzi un tramonto color vermiglio da mozzare il fiato ed oscurare la vista...
     Mio padre e la sua famiglia erano originari di Tinos (Ténos in greco), una delle più grandi isole delle Cicladi, "che molto ha contribuito", come affermò una volta Dimitris Z. Sofianos, direttore del Centro per le ricerche sulla Grecia medievale e moderna dell'Accademia di Atene, "al formarsi della tradizione culturale della Grecia, specialmente in epoca moderna". Secondo Stefano Bisanzio, "Tinos, una delle Cicladi, porta il nome del primo abitante Tinos; noti sono altri antichi nomi: "Idrussa", che manifestava abbondanze di fontane e acque, e "Ofiussa", che testimoniava la abbondante presenza di serpenti sull'isola". Aristotele, a sua volta, aveva scritto un libro dal titolo "La repubblica di Tinos".
     Mio nonno Carlo (il nome venne poi americanizzato elidendo la o finale) ed il mio bisnonno Giorgio (fu chiamato così da suo padre in onore di Giorgio Palamaris, che sventolò la bandiera dell'indipendenza, per primo, a Pirgos, il 31 marzo 1821), erano nati nella vecchia città del porto, al quartiere turco di "Anatolias", ed entrambi divennero intagliatori di marmo (subito dopo la nascita dello stato Ellenico, ingegneri ed architetti europei e greci dell'epoca utilizzarono esclusivamente lavoratori di marmo, artisti e costruttori provenienti da Tinos, per costruire palazzi in Atene e altre città importanti come Efeso, Salonicco o Castorini; e tanto la maestria, quanto la creatività artistica di quegli uomini, spesso rimasti anonimi, sono testimoniate da un vecchio proverbio, il quale afferma che ognuno di loro "con il bacio dello scalpello potesse risuscitare la pietra!"); la mia famiglia, Rossis, entrò da tempo lontano nel novero delle grandi famiglie dell'isola che continuano ancor oggi la tradizione artistica del marmo: Filippotis, Liritis, Collaro, Malakatès, Valakas, Mavrakis, Sparveris, Fòrtomas, Karaghiorghis, Rallis e tante altre.
     Mio nonno emigrò negli States nel lontano 1928, e a bordo della sua nave passeggeri (la "Giannulis Chalepàs" di  Corinto, dell'armatore Stavros) attraccò nel porto di New York, a Ellis Island, nel dicembre dello stesso anno. Era già sposato con mia nonna Ledyas e mio padre, all'epoca,aveva otto anni. Si trasferirono in California quasi subito
    (appena due mesi dopo l'attracco della loro nave a New York), attraversando il paese sulla leggendaria "Southern Railway&Co.", costruita ai tempi dei cowboys e degli indiani, sull'ancor più leggendaria locomotiva "Pacific Rock Express"!
     Mia madre, Adyn Mavroulis, era una avvenente ragazza castana di Itaca (isola montuosa delle Ionie e dell'omerico Ulisse), giunse in America nel 1929 (un anno dopo la famiglia di mio padre), a bordo del transatlantico "Britannia" che aveva fatto scalo a Salonicco e su cui lei si era imbarcata: mio padre la conobbe in una stazione di servizio a San Isidro, i due si sposarono nell'estate del 1954, in una chiesa messicana di Brownsville, nel Texas.
    ...Intanto, dopo un breve attimo di silenzio, mio padre accese un grosso sigaro "Avana", aromatizzato al cedro del Libano, e riprese a parlarmi (cioé, a raccontarmi ciò che a lui avevano già raccontato!):
     - Ed io ora lo faccio con te, - mi disse, - racconto a te quella storia proprio così:
     - La fregata madre di Neverneverland era un uccello grandissimo e maestoso, in volo e con le ali aperte, spiegate al vento (colorate di rosso e di nero), lo sembrava ancor di più, ovvero più di qualunque altro (anche dello stesso albatro, l'uccello "sacro" dei naviganti, capace di ammansire ogni vento!); si chiamava così, lei (tutti la chiamavano così, in Grecia), perché oltre a essere una femmina, era anche la vedetta (come l'albatro, appunto, che nei mari del mondo preannuncia sempre tempeste!), ovvero la "madre" di tutti gli altri uccelli - simili suoi e di altre specie - che arrivava sempre per prima. E quello splendido uccello, Lei [la fregata], puntualmente, ogni anno, nelle mattine d'autunno ammantate di una sottile brina ed avvolte in un lieve e tiepido refolo di vento, residuo piacevole della calda stagione precedente da poco passata, compariva in cielo all'improvviso, quasi come fosse un forte abbaglio, ed altrettanto velocemente, quasi come fosse una saetta, un fulmine o una dolce chimera, scompariva! Ed al suo passaggio, tanto veloce, quanto dolce ed impetuoso, ogni volta e tutti gli anni, v'erano accadimenti a dir poco strani e/o quantunque eccezionali, mi raccontava tuo nonno, di cui lui non riusciva a darsi né farsene ragione alcuna, anzi, di cui nessuno riusciva a spiegarsi il motivo, o quantomeno capire se fossero frutto di banali coincidenze o di qualche altro ben definito disegno (diabolico o divino? Chissà!): accadeva, così, che i vetri di tutte le finestre, nelle case della zona come in quelle di altri paesi o isole lontane dalla nostra, andassero in frantumi ed il cielo tuonasse in maniera inverosimile...-.
     Quasi, chissà, come se ci fosse stato il passaggio di un Boeing 747 o quello di un Concorde B11 francese di futura costruzione (a quel tempo non esistevano ancora), oppure un Tornado 44 o uno Spitfirefox di futuro, largo e drammatico impiego (a quel tempo neanche loro esistevano ancora ma, purtroppo, in conflitti che temporalmente seguiranno, rispetto alla storia di cui scrivo, ossia rispetto a quando mio nonno la raccontava a mio padre e non a quando mio padre la raccontava a me, verranno usati modelli di "aeromobili" sputafuoco ed ammazzagente, o meglio lanciabombe, distruggi città e lanciafiamme ben...altrettanto efficaci!).
     - Lui, tuo nonno, - continuava mio padre, - dop'aver osservato quella "apparizione", anzi, dop'avervi fugacemente assistito, fra sé e sé ripeteva: Ti vedo apparire eppoi scomparire in un attimo...un attimo, così, un niente e passi, velocissima;  voli via e vai, magnifica! Bellissima! Chissà da dove vieni? Chissà dove sei diretta?.
     - E anche io, però, Lucky, ascoltandolo mi domandavo le stesse cose: lo facevo con lo stesso, identico stupore di tuo nonno e probabilmente fremevo ancor di più dalla curiosità! In realtà, però, quello stupendo animale, quell'uccello, - mi diceva sempre tuo nonno, riprendendo il racconto dopo essersi, in certo qual modo, ricomposto, dop'essersi evidentemente..."riavuto" dall'emozione suscitatagli da quella particolare e precipua apparizione, e così come (a sua volta), li era stato raccontato, - proveniva da una terra lontana e sconosciuta (NeverNeverland) e si dirigeva verso luoghi pur essi lontani e miti; che eran verso sud, ossia alla foce del grande fiume Rossonero, passando prima per il mare della Libertà ed attraversando le vaste ed ombrose terre di Nessuno; si dirigeva, per svernare, verso quel luogo...un solo luogo, un luogo ben preciso, ossia al raduno degli uccelli "sacri" di primavera e del primo sole
     - Si dice che molti uomini impazzissero..., - si fermava, ancor preso dall'emozione, eppoi riprendeva, nonno Carl - molti uomini, quando Lei [la Fregata], durante il lungo e freddo inverno, è lontana, cercando di sognarla o per lo meno credendo di immaginarla, senza riuscirci, siano impazziti; e molti altri ancora, invece, abbiano deciso di togliersi la vita gettandosi giù in un burrone da un dirupo scosceso o da uno strapiombo, oppure gettandosi nel mare in tempesta da una scogliera altissima! - Io, - concludeva tuo nonno, - e così racconto a te, figliuòlo, - preferisco invece aspettarla sino alla stagione nuova (l'estate), quando Lei tornerà: per rivederla un'altra volta ancora dal vivo volar sul mio cielo, sopra i miei luoghi d'infanzia e di vita, nel cuore mio!
    ...Mentre ora, quando Lei non c'é, preferisco sognare di viaggi misteriosi e terre selvagge, senza perdermi, però!
     - Bene, Lucky, ragazzo caro, - diceva mio padre, - quando ascoltavo questa storia, questo racconto o...dai, sù, chiamalo pure come ti pare: ma sì, chi se ne frega!  Quando ascoltavo tutto ciò dalla bocca di tuo nonno mi emozionavo (e non poco!) e vagavo con la fantasia, anzi, sognavo anch'io in tempo reale...sognavo di terre lontane, "libere&giuste"; sognavo (forse?!) già di California, cioé, la nostra futura ed amatissima terra: dei suoi dorati tramonti che quasi accendono l'orizzonte, ovunque si osservino...e mi ripetevo: laddove, laggiù, tutto è ordine e grandezza, ogni cosa è bellezza e magnificenza, tutto è splendore, è quiete, è voluttà! - (Forse, anzi, di sicuro è così,direi...terremoti a parte, però!).
      La storia, il racconto, il sogno erano finiti...tutto, oramai, era finito: anche io, finalmente e fortunatamente, mi risvegliai dal lungo sonno sulla panchina del lungomare; ed il terremoto, purtroppo, non era stato un sogno ma triste e veritiera realtà. Dopo essermi alzato in piedi, nonostante fossi ancora un po'assonnato, per prima cosa sollevai lo sguardo al cielo: forse, chissà, con la recondita speranza di veder arrivare la fregata, quella della storia, anzi, del racconto "ascoltato" durante il sonno; di vederla volare sopra la mia testa seppur soltanto per un attimo eppoi scomparire immediatamente...vana illusione, fu - però - la mia! Anche la partita di quel giorno, purtroppo, restò illusione e sogno, ovvero delusione e basta: essa, infatti, non venne più giuòcata; la serie, invece, fu interrotta e, ahimé, la vittoria toccò agli Athletic's! 
      Le prime luci della sera, nel frattempo, erano ormai giunte all'orizzonte ed io mi avviai tranquillo verso casa: il mio appartamento, infatti, è al 2488 di Kettner boulevard, appena due isolati di strada dal lungomare; neanche lui era un sogno, ma mi aspettava solitario ed accogliente come al solito. Non appena vi giunsi, presi la chiave nascosta sotto il tappetino vicino alla porta d'ingresso; insieme alla chiave c'era una busta bianca senza mittente ed indirizzo scritti sopra: presi anche quella. Dopo di che aprii la porta ed entrai in casa; infine aprii la busta e lessi la lettera, dov'era scritto: "Disoccupate i sogni, per favore!".

    Taranto, 11 novembre 2014.

    da: "Le memorie strane d'un asino pazzo a stelle&strisce chiamato Lucky", 2014).

       

     
  • 12 settembre alle ore 13:27
    Il guerrriero delle due ruote

    Come comincia:                                                                      ...portava nelle vene e nel cuore la forza,
                                                                         il furore, la poesia misteriosa del contadino.
                                                                                          - Luigi Gianoli -   

     
    Nel quasi trentennale della fantastica impresa di Città del Messico, omaggio doveroso e sincero a Francesco Moser, colui che è stato uno dei "miti", degli eroi sportivi (con il rugby del V nazioni, Spitz, la Calligaris e Dibiasi, l'Inter, la nazionale di calcio, il Liverpool di Kevin Keegan, Gimondi, Borg e Panatta, Moses, Mennea e la Simeoni, Meneghin e Gustav Thoeni,  Ayrton Senna, Pantani e Alberto Tomba) della mia adolescenza e prima giovinezza, la mia colonna sonora, il leit-motiv più importante degli anni settanta-ottanta; colui che, con le sue imprese epiche compiute sulle strade di mezzo mondo, con le sue sconfitte "entusiasmanti" ha scandito a lungo il tempo ed i ritmi della mia vita!
     Passista di grande levatura (a mio avviso tra i migliori dieci-dodici d'ogni epoca: dopo Coppi, Merckx, Anquetil, Binda e Girardengo, Van Looy, Van Steenbergen e Gimondi, insieme a Guerra Learco e Bobet Luison, Indurain e Freddy Maertens), fortissimo a cronometro, forte in volata e sul passo, grande discesista, Moser aveva il suo punto debole, il tallone d'Achille nella salita, fatto - questo - che non gli ha permesso di avere un palmarés più consistente e corposo nelle grandi corse a tappe (vanta un solo successo al Giro d'Italia, nel 1984, affiancato - a dire il vero - da diversi podi e piazzamenti di prestigio nela corsa rosa!). Infatti, il trentino (nato a Palù di Giovo nel 1951, fratello di Aldo, Diego ed Enzo, altrettanti corridori professionisti tra il 1954 e il 1973), aveva una endemica ed idiosincrasica avversione per le strade...in alto, per le salite: soprattutto quelle brevi, quelle - cioè - che si inerpicano all'improvviso, spaccano le gambe e tolgono il respiro. In quelle più lunghe, invece, andando su con il suo passo e il suo ritmo, si difendeva meglio e riusciva sovente a...limitare i danni!
     Nonostante la sua carriera (corse dal 1973 al 1988 vestendo le maglie di Filotex, Sanson, Famcucine, Gis, Supermercati Brianzoli, Chateau d'Ax) sia stata "lastricata" di notevoli exploit (record dell'ora all'aperto e indoor, in altura e a livello mare, etc.) e successi di prestigio (Giro, mondiali su strada e pista, Sanremo, Lombardia, Freccia Vallone, Parigi-Tours, Gand-Wevelgem, campionati nazionali su strada, Baracchi e tanti altri), le vittorie più belle in assoluto del suo ampio "repertorio" (276 vittorie su strada e 16 in pista, record assoluto in Italia!), sono, a mio parere, quelle ottenute a Roubaix, nella corsa più atipica del calendario ciclistico internazionale ma anche la più "classica" e la più vera di tutte! La Roubaix, infatti, è una delle più antiche corse internazionali (si disputa sin dal lontano 1896 tranne le due interruzioni dovute ai conflitti mondiali), ma è, soprattutto, uno degli ultimi "monumenti", baluardi, simboli di un ciclismo ardito e...romantico; è la corsa (per me) più affascinante ed autentica perché lo spirito che la pervade, il senso, il gusto, il sapore del ciclismo "old time" che la avvolgono e la ammantano (e che si respira in ogni piccolo tratto del suo percorso, sia pure il più insignificante!) non hanno eguali al mondo! Si pensi che alcuni tratti di acciottolato, di "sanpietrino", come comunemente viene definito in Italia il pavé (a Roma in particolare), sempre più esigui - a dire il vero - (è per questo che sono custoditi e conservati dagli organizzatori come vere e proprie reliquie!), sono talmente sconnessi da costringere spesso i corridori a scendere dalle bici e percorrerli a piedi (si pensi a due tratti famossissimi come quelli nella foresta di Aremberg e del "Carrefour de l'arbre", spettacolari e spesso decisivi per l'esito finale della corsa, sebbene il primo si trovi relativamente distante dal traguardo finale del velodromo di Roubaix!). Una corsa vera, si diceva, la Roubaix, che si corre con la testa - certo - e con il...fegato (meglio direi con le viscere!), ma anche, e soprattutto, col cuore! Una corsa, la Roubaix, poco avvezza a freddi e cinici "calcolatori", la quale non è mai stata troppo generosa con i succhiaruote della bicicletta, bensì adatta esclusivamente a ciclisti (e uomini) "veri", audaci e forti: ad autentici guerrieri delle due ruote, insomma!
     Questa corsa, pertanto, è stata da sempre (mi domando come poteva non esserlo?) la corsa preferita di (e da) Moser, fatta a pennello per le sue caratteristiche "umane" e fisiche, impressa nel suo dna di atleta, di corridore, di uomo. Il trentino calcò il palcoscenico dell'"inferno del Nord" (così è definita la corsa a causa delle difficili, talvolta impossibili condizioni ambientali ed atmosferiche in cui si svolge) solo e sempre da...attore protagonista, mai da comparsa, guerreggiando con autentici satanassi e bucanieri del pavé come Merckx, Roger De Vlaeminck, Marc Demeyer, Godefroot, Maertens: tutti belgi e tutti, tranne l'ultimo, vittoriosi a Roubaix (De Vlaeminck addirittura vanta il record di vittorie: quattro!). Si schierò al via da Compiegne (da oltre quattro decadi la corsa francese parte dalla "storica" cittadina dell'Oise, sita sessantacinque chilometri a nord-est di Parigi) per ben tredici volte dal 1974 (la prima) al 1987 (l'ultima), saltandola soltanto in tre occasioni: nel 1973 (l'anno dell'esordio tra i professionisti), nel 1984 (l'anno del record dell'ora e della vittoria nel Giro) e nel 1988 (l'anno conclusivo della carriera). Il curriculum moseriano a Roubaix (quasi una carriera a...parte, oserei dire, quella del trentino, in questa corsa!) è davvero impressionante: tre vittorie consecutive (1978, 1979, 1980), unico corridore a realizzare la fantastica "impresa" dopo il francese Octave Lapize agli albori del novecento (1909, 1910, 1911); due secondi posti (1974, 1976); due terzi posti (1981, 1983), un quinto posto (1975), un ottavo (1986), un decimo (1982), un dodicesimo (1985), un tredicesimo (1977) e un diciannovesimo (nel 1987, peggior risultato). Concludo scrivendo che la carriera di Francesco Moser e, a mio modesto avviso la sua stessa vicenda umana, non sarebbero state le stesse se non ci fosse stata la Parigi-Roubaix: nessuno, in quel caso, avrebbe potuto parlare del corridore trentino come (di) un autentico guerriero delle due ruote!

    da: una mail inviata a raisport.

    Taranto, 15 marzo 2013.

     
  • Come comincia:  Ho comprato, e letto, per la prima volta in vita mia la vostra rivista e devo dire che l'impatto dell'esordio è stato davvero eclatante, dirompente quasi, clamoroso ed...esaltante. Ciò è accaduto (lo scrivo con sincerità!) soprattutto per merito (o a causa, fate pure voi!) della "All-times list" dei 100 chitarristi pubblicata sulle pagine dell'ultimo numero di Rolling: il suo impatto "visivo" nonché quello emotivo sono stati fortissimi su di me (così come credo, e spero per voi, possa esserlo stato su tantissimi appassionati e non, musicomani e/o chitarromani o meno!) e così, istintivamente, un raptus di quelli improvvisi mi ha portato a prendere la rivista dallo scaffale dell'edicola ed acquistarlo! La prima volta con voi, quindi, e con la vostra rivista (figlia, gemella del magazine "californiano", losangelino per la precisione, ma senza l'articolo The davanti: è questo il...cameo che vi contraddistingue, però!). La prima volta con voi, quindi, l'esordio con la vostra rivista e con la pagina facebook della stessa (già da tempo peraltro inserita, come suol dirsi, tra i miei "mi piace"!) avviene proprio dopo il recente compleanno dei miei "cinquanta" (è soltanto una coincidenza temporale, a mio avviso, di certo non astrale!): è molto strano, però, oserei dire stranissimo che ciò non sia accaduto prima! E'un fatto molto strano (stranissimo), questo, per uno come me che da oltre un trentennio è un'accanito fruitore di musica (in ascolto ma anche, e soprattutto, in lettura!); da oltre un trentennio ascolta e legge musica (al contrario di tanti altri ritengo che sia importantissimo leggere fatti, storie e note di musica, leggere la musica non con le note, ma intendo sui media e sui libri, per meglio capire poi il..."succo", ovvero le vere note: quelle musicali!). Questi sono i fatti strani della vita, oserei dire, e/o...semplici "misteri" della fede, come potrebbe dire qualcun'altro!
     Bene, dopo questa medio-lunga (spero non noiosa) intro e/o disquisizione di carattere, per così dire, personale vado a continuare. "Bando alle ciance" (come direbbero in Toscana!) o alle "quisquiglie" (come avrebbe sicuramente detto un noto principe napoletano!) e...vengo al sodo, al "punto focale" di questa mia mail: il "classificone" dedicato da voi ai chitarristi (cento) migliori d'ogni epoca, o se vi garba meglio chiamiamolo pure dei migliori suonatori di chitarra di sempre (per gli italici fan) del rock e...dintorni! 
     Devo dire che la suddetta vostra [classifica] a me garba abbastanza (qualcuno potrebbe dire "chi se ne frega!", ma scherzi a parte, è soltanto un'opinione, la mia!), non obietto nulla su di essa perché la ritengo essere un...giusto mix tra passato e presente dell'arte della chitarra (è davvero un'arte suonarla: forse la settima, pardon, l'ottava!), new&old music, generi e stili diversi, etc.(al limite, dico solo che avrei messo un po' più in alto, casomai, Dave Gilmour, Santana e Knopfler: cosa, però, forse irrilevante, ovvero che non avrebbe assolutamente aggiunto nulla ai meriti musicali, già grandi, di questo trio!!!). Dico, anzi, che personalmente, la classifica, la allargherei ancor più, magari ampliandola sino ai migliori duecento (forse è un po troppo?!), dando spazio a tanti, tantissimi artisti che, seppur meritevoli, sono rimasti (ahimé!) esclusi dai migliori cento; farei, in parole povere, delle aggiunte...personali, spaziando, magari, il più possibile in altri generi (blues, jazz, country soprattutto). E'chiaro, ovviamente, come ognuno tiri "acqua al suo mulino" (recita un vecchio modo di dire), cioè, alle sue scelte e preferenze, opinabili quanto si vuole ma che, tuttavia, hanno solcato un'intera esistenza, sono state - a volte - il "leit-motiv" della propria esistenza, frutto del...vissuto di ognuno di noi, e che hanno, in certo qual modo, segnato la propria e personale "carriera" di ascoltattore (la t doppia non è errore di ortografia, bensì l'ho messa apposta!) fruitore di note e di musica! Sia chiaro, però, che scrivo tutto questo senza polemica e bonariamente, con l'orgoglio, magari, di sciorinare la mia personale cultura musicale, per il puro piacere di farlo! Passo ora al mio elenco di...aggiunte e citerò, alla rinfusa, a ruota libera (senza, cioé, un criterio cronologico e/o "meritocratico") un bel po' di artisti (direi!) da aggiungere - come detto - ai cento: allegando, per tutti loro, una breve (a volte non tanto, però!) motivazione, una breve nota storica (a volte non tanto, però!!) e/o, magari, di...colore.
    - Wayne Kramer, fu uno dei grandi della "scena" musicale di Detroit; con i suoi mitici MC5 (Fred "Sonic" Smith alla chitarra, Rob Tyner, voce e armonica, Michael Davis, basso e Dennis Thompson alla batteria) si pose alla ribalta per la prima volta insieme al partito rivoluzionario delle Pantere Bianche di John Sinclair; insieme al suo gruppo suonò a Chicago, durante i disordini alla Convenzione Democratica del 1968. Sull'Enciclopedia del rock (edita in Italia dalla Fabbri Editori, Milano, nel 1977), Nick Logan e Bob Woffinden scrivono: "Gli MC5 furono la prima band degli anni settanta fra quelle degli anni sessanta; essi rappresentavano, in parti quasi eguali, l'deologia della droga e quella rivoluzionaria, espresse, musicalmente, in un rock and roll ad alta energia, violento e senza compromessi!". "Back In The Usa", del 1970, (prodotto dal critico John Landau, che poi lavorò con Bruce Springsteen) non incontrò il successo dovuto, ma è considerato unanimamemte uno dei più grandi album di rock ad alto potenziale d'ogni tempo. Kramer è stato, a mio avviso, sottovalutato - e non poco, direi. Forse, chissà, sugli sviluppi successivi della sua carriera ha influito la sua condanna a cinque anni per detenzione di cocaina; ma lui la cocaina, ce l'aveva nel cuore, nel suo talento, in quello che suonava, nelle sue dita, e lo esprimeva con la chitarra: volenti o nolenti, con il suo gruppo aprì la strada al funk-rock revival degli anni settanta!       
    - Country Joe McDonald&Barry Melton. Essi registrarono insieme, nel lontano 1965, (ovvero, in piena epoca "Frisco's&Summer's Love") il superbo e leggendario "Rag Baby". Questo duo, insieme, ha scritto pagine chitarristiche importanti nel rock mondiale. Di McDonald è scritto: "Probabilmente uno dei simboli e dei prodotti più importanti usciti dalle estati di San Francisco alla metà degli anni sesanta, ha rappresentato quella affascinante età forse ancora di più e meglio di Jefferson Airplane e Grateful Dead".
     - Alvin Lee. Con gli Yardbirds (prima) ed i Ten Years After (poi) il "mago di Nottingham" (località dove ebbe i natali nel dicembre del 1944) ha segnato la storia del r&b inglese e quindi europeo, fornendo prove memorabili al mitico Marquee, club londinese, ed al festival del blues di Windsor. "A Space In Time" del 1971 fu l'album che mise più in risalto le sue capacità virtuosistiche e tecniche, secondo quanto affermò gran parte della critica del suo tempo. Mai, come in questo caso, mi sono trovato tanto concorde con essa: "I'd Love To Change The World", infatti, è un pezzo fantastico in cui la sua chitarra, veloce e sgusciante, lancia fendenti in direzione rockn'roll, r&b, psichedelia e...penso proprio che basti! Il pezzo citato fa il paio col leggendario ancorché classico e storico "Goin'home", suonato a Woodstock due anni prima. Lee, dopo la sua performance woodstockiana fu definito dalla stampa americana "la più veloce chitarra del west!". Dopo aver lasciato i Ten, il mago fornì ancora ottime prove da solista (vedi album "In Flight" e "Pump Iron"), suonando in studio (con mostri sacri del calibro di Ron Wood, Jim Capaldi, Steve Winwood, George Harrison, etc.) o live con la Avin Lee&co. (vedi tournée mondiale del 1975).
     - Ted Nugent, lo showman per eccellenza del rock (in particolare della scena americana: Detroit, Michigan), ma anche straordinario chitarrista con gli Amboy Dukes, prima, e poi da solista. Col suo gruppo sfornò ben undici album: il successo maggiore fu "Journey To The Center Of Your Mind", datato 1968 e definito da Logan e Woffinden (cfr. "Enciclopedia del Rock") "un pezzo di nonsense psichedelico". Gli Amboy, che sono poi spariti nel dimenticatoio, dopo quel successo isolato, allo stesso ritmo con cui erano apparsi sulla scena musicale americana, hanno rappresentato l'archetipo di tante altre band di ispirazione punk. Nugent, si diceva, era uno showman nato, aveva il palcoscenico nel sangue, nel dna...era un vero "animale da palcoscenico", alla stessa stregua, oserei dire, di un Mercury o di uno Jagger: fu questa la sua forza, la peculiarità che lo tenne a galla anche quando nessuno li avrebbe più concesso credito!
    (artistico). Alla storia del rock, infatti, passeranno i suoi "duelli" chitarristici (con il sopra citato Kramer nonché con Mike Pinera e Frank Marino dei "Mahogany Rush"), i quali hanno fatto veramente tanta...storia nel rock: per la loro unicità, per la loro verve e la loro spontaneità, per la loro straordinarietà (quella di Nugent, in particolare!). Avveniva quanto segue: il ganzo (Nugent, s'intende!) saltava fuori dalle casse degli amplificatori come fosse un uomo delle caverne (un moderno "neandertaliano", direi!), con una fascia sui fianchi e brandendo arco e frecce; un altro dei suoi espedienti era quello che egli rompeva una boccia di vetro con la sua chitarra.
     - Franco Mussida, una delle poche eccellenze italiane in una "scena" dominata dai mostri sacri di matrice anglosassone (british&usa): egli fu la colonna portante della più grande band (la PFM) di rock-flash al mondo: in combutta con King Crimson, Yes e Emerson, Lake&Palmer. Le note della sua chitarra si sentono ancora (eccome, direi!) nei "cavalli di battaglia" ("Impressioni di settembre", "Celebrations") del gruppo.
     - Il duo Daevid Allen e Richard Sinclair: entrambi evoluirono nei gruppi più importanti della cosiddetta "scena di Canterbury" (Daevid Allen Trio, Wilde Flowers, Soft Machine, Gong, Caravan, Hatfield&The North, etc.) - la quale fu autentica fucina di talenti ed artisti con la a maiuscola, crogiuolo e crocevia di suoni, commistioni, contaminazioni e..."fusion" musicali - e furono gli antesiniani del prog rock e della psichedelia made in U. K..
     - Paco De Lucia, (il) maestro del flamenco e della musica ispanico-latina, session-men di prim'ordine (tantissime jam-session nel suo carnet e collaborazioni con gli artisti più svariati, di ogni genere musicale e in ogni...dove). Sopra ogni cosa metto i "lavori" con Santana, John McLaughlin e Bryan Adams: solo per questo merita un posto tra i migliori chitarristi di sempre!
      - Syd Barrett. E'superfluo motivare la presenza sua in una classifica dei migliori chiatarristi, (in quelle vesti è stato spesso sottovalutato) soprattutto da parte di chi scrive, fan dei Pink Floyd. Ma è un onore scrivere di lui, risaltare la sua genialità, la sua grandezza di artista: se fosse stato attivo più a lungo avrebbe rivoluzionato la scena dell'arte, della moda, del costume oltre che della musica: le note di "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive" rimbomberanno in eterno nella storia del rock. Su di lui, sul suo valore di artista, se mai ce ne fosse bisogno, val la pena di citare il giudizio di due eminenti colleghi. Paul MC Cartney disse: "Syd Barrett era un creativo puro: animatore della scena psichedelica, di tutto ciò che era colorato e lontano dal luogo comune". Al pari dell'ex Beatles, anche David Bowie si espresse in termini altisonanti: "Barrett? La sua influenza su di me è stata enorme. Un rimpianto grande è che non l'ho mai incontrato di persona. Un diamante autentico".
     - Toquinho. Fa specie, anzi, potrebbe far arricciare il naso la presenza di un musicista come lui - essenzialmente un "classico", cultore della chitarra acustica - in una classifica dominata da puri rokers e mostri dello strumento elettrico, ma non ce n'é motivo, a mio avviso. Inserire il brasiliano (in arte Antonio Pecci Filho) tra i più grandi chitarristi è giustissimo e non fuori luogo. Egli è stato (e continua ad esserlo) uno dei giganti della musica "popular" brasileira (con altri tre mitici chitarristi carioca del calibro di Caetano Veloso, Gilberto Gil e Joao Gilberto forma il cosiddetto poker dei "fabulous four"). Come potrebbe non esserlo, del resto, un artista che ha pubblicato più di ottanta album in carriera? E come poter dimenticare le centinaia di collaborazioni e presenze in lavori extra con artisti di tutto il mondo. E probabilmente non è un caso neanche se due album della sua discografia immensa e variegata ("O violao de Toquinho" e "O poeta e o violao") abbiano la chitarra (violao in portoghese)...protagonista nel titolo (e non solo!)? Direi proprio di no! "O poeta e o violao", infatti, oltre a toccare il vertice della collaborazione artistica sua con Vinicius de Moraes, rappresenta un capolavoro assoluto della musica mondiale! 
     - Leo Kottke from Athens, Georgia (Stati Uniti), il quale fu influenzato da bluesmen del Delta (Mississippi John Hurt su tutti) ed a sua volta accompagnò bluesmen del Delta (Son House, ad esempio). Logan e Woffinden nella loro "Enciclopedia del Rock" scrivono così al suo riguardo: "Si è guadagnato la fama di uno dei migliori chitarristi acustici americani attraverso regolari concerti (nel 1975 ha suonato al folk Festival di Cambridge, in Gran Bretagna) e, soprattutto, attraverso i dischi incisi". 
     - John Cipollina, fu uno dei massimi protagonisti della scena californiana anni 60-70 e della "Summer's Love", ha segnato - con i Quicksilver Service Messenger, di cui fu fondatore con Duncan, Freiberg e Elmore nel 1965 - momenti fondamentali nella storia del rock. Con Duncan "duettò" fantasticamente nei numerosi concerti live della lunga stagione del 1968: il tutto confluì, poi, in gran parte nel mirabile "Happy Trails", uno dei trentatré simbolo della psichedelia statunitense ("Who Do You Love", "Calvary", "Mona", etc.).
     - Un'altro "girovago" della chitarra e della scena musicale in genere è senz'altro Al Di Meola: egli meriterebbe senza ombra di dubbio di essere in classifica, tra i migliori "guitarists" di sempre, se non altro per le sue numerose collaborazioni avute e le ses sion svolte con artisti di ogni dove e di ogni genere: da Chick Corea a Jean-Luc Ponty, da John McLaughlin a Paco DiLucia, Steve Winwood, Andy Summers, Pino Daniele, Carlos Santana, etc.Egli ha sondato gli stili ed i generi più vari (dall'electric jazz alla fusion, dal rock al flamenco, ed ancora il folk, la musica latina, la world music, etc.), cimentandosi con successo in ognuno di essi. Con la sua maestria tecnica ed il suo virtuosismo ha influenzato tanti chitarristi jazz e rock e può, senza ombra di dubbio, occupare un posto di preminenza nella storia della chitarra elettrica. 

     
  • 10 settembre alle ore 13:44
    Sport's memories: Juan Manuel Fangio

    Come comincia:  Quarto di sei figli di emigranti abruzzesi, nacque nella cittadina di Balcarce, quaranta chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, il 24 giugno del 1911. Si avvicinò alle corse come pilota nel 1934, guidando una Ford in una gara nei pressi della sua città. All' ambiente dei motori, però, era vicino sin da quando lavorava come garzone in un garage. Prima delle auto aveva tentato, con scarsa fortuna, la via del calcio e della bici. Gli inizi furono abbastanza duri e stentati. Colse la prima vittoria soltanto a sei anni dal debutto, alla guida di una Chevrolet nel G. P. Internarnational del Norte. Nel 1949 varcò i confini del sudamerica ed esordì sulle strade europee in maniera trionfale: vincendo a Sanremo, Pau, Perpignano, Marsiglia (con una Maserati comprata dal governo argentino) ed al G. P. dell'autodromo di Monza, alla guida di una Ferrari. Debutta in formula uno il 13 maggio del 1950 a Silverstone, alla guida dell'Alfa-Romeo, e alla fine della stagione mondiale è secondo in classifica dietro il compagno di squadra Nino Farina (il torinese morirà in un incidente stradale ad Ailguebelle, in Francia, nel 1966). Nei successivi sette anni di mondiale (saltò la stagione 1952 a causa dell'incidente di Monza in formula due) vinse cinque titoli al volante di quattro diverse vetture (Alfa, Mercedes, Ferrari, Maserati) stabilendo un record che solo Alain Prost ha saputo sfiorare. Si ritirò nel 1958, a quarantasette anni, dopo aver corso i primi due gran premi della stagione e aver visto morire, uno dopo l'altro, gli amici Musso (a Reims) e Collins (al Nurburgring). Lasciate le corse (tuttavia, ha continuato a guidare in pista sino a qualche anno fa), è stato presidente e testimonial della Mercedes-Benz argentina nonché membro onorario della FISA (la federazione internazionale dell'automobile). E'morto il 18 luglio scorso e la sua salma, posta nel "salon blanco" della Casa Rosada, a Buenos Aires, per volontà del presidente argentino Menem, è stata vegliata da migliaia di persone. Fu definito da Enzo Ferrari, con cui non ebbe mai un buon rapporto "personaggio indecifrabile", perché non sposò mai una casa ma scelse e corse sempre con la macchina migliore del momento, e non esteriorizzava platealmente le sue emozioni. In realtà non è stato un opportunista né pilota freddo e cinico, ma intelligente, abile, leale e combattivo (epici, a questo proposito, furono i suoi duelli con Ascari e Moss), uomo stimato ed ammirato dai colleghi e dalla gente per la sua correttezza, signorilità e professionalità. La sua fu definita una "guida scientifica" perché studiava nei minimi dettagli macchina e percorso di gara: alla vigilia di ogni gran premio, infatti, cosa inusualissima in formula uno, percorreva a piedi il circuito su cui avrebbe poi corso e, inoltre, perché aveva la capacità, in corsa, di recuperare grandi distacchi senza mai rischiare oltre il lecito. La sua grandezza si espresse anche in altre gare, al di fuori della formula uno. Vinse la 12 ore di Sebring nel 1956 (su Ferrari insieme a Castellotti) e nel 1957 (su Maserati insieme a Behra), l'Eifelrennen con la Mercedes nel 1952, la Carrera Panamericana con Brunzo in Lancia nel 1951. L'unico cruccio della sua carriera, però, è rimasto quello di non aver mai vinto due "classiche" dei motori: la 24 ore di Le Mans (dove nel 1955 uscì indenne da una terribile carambola) e, soprattutto, la Mille Miglia (dove fu secondo nel 1953 e 1955). Forse è per questo motivo che alcuni lo pongono alle spalle di Tazio Nuvolari (che ha costruito il suo mito sulle strade della corsa nostrana) in una ideale quanto anacronistica graduatoria di merito. Si ha l'impressione, però, "di abbandonare la realtà e di sconfinare nella leggenda", ha scritto al proposito Athos Evangelisti sulla Gazzetta dello Sport, il giorno della sua morte, perché il pilota argentino è stato il più grande ed il più bravo di tutti con buona pace dell'omino di Mantova e di quanti sostengono il contrario: i numeri, in questo caso come non mai, vanno di pari passo con i fatti.
     - Hanno detto di lui.
    "Ha influenzato tutta una generazione di giovani piloti argentini portandoli  ad amare le corse" (Carlos Reutemann, ex pilota argentino);
    "Emanava una forza fisica e interiore straordinarie" (Alain Prost, ex pilota francese);
    " Era il migliore in senso assoluto, non soltanto per capacità di guida ma anche perché rispettava le parti meccaniche" (Giulio Borsari, meccanico di Fangio alla Maserati e alla Ferrari);
    "La figura più rappresentativa dell'automobilismo, un grandissimo campione dotato di una eccezionale strategia di gara e di una tecnica di guida ineccepibili" (Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari);
    "E'stato il migliore pilota del mondo, un grande maestro" (Stirling Moss, rivale e amico di Fangio);
    "Ha potuto disporre sempre di ottime macchine, sin dal suo esordio: giusto, era il migliore!" (Gigi Villoresi, compagno di squadra di Fangio alla Ferrari);
    "Era così dotato di talento da potersi permettere di esser prodigo di consigli con tutti i suoi avversari, perché era sicuro di sé, ma nello stesso tempo umano, umile e irripetibile" (Romolo Tavoni, ex direttore di pista a Monza);
    "Uno come lui non l'ho più visto. Aveva la classe di Ascari ma era anche un calcolatore. Saliva in macchina e dopo tre giri aveva già memorizzato la pista" (Romolo Tavoni).

    Taranto, 2 agosto 1995. 

     
  • 09 settembre alle ore 9:52
    Racconti stellari - In viaggio verso Marte

    Come comincia: Giorno 1962° di navigazione - Anno del dragone.
     Viaggiavamo ormai da due mesi senza (mai) fermarci; gli equipaggi erano fuori di testa; da una settimana si razionavano i sigari verdi: erano tutti stanchi ed arrabbiati..una rabbia mai vista sul volto di quei ragazzi! Le astronavi incrociavano soltanto asteroidi in quel lento andare, nel nostro lento cammino: neanche una misera stella ad illuminarlo o a schiarire la vista e le idee; né a consolare le nostre stanche membra...finché, finalmente, accadde qualcosa: nei pressi d'un bastione del tempo vi scorgemmo in lontananza un pianeta; esso era grande davvero (più grande di quanto la nostra stessa immaginazione avrebbe potuto immaginarlo o neanche "comprenderlo"!) ma, mentre ci avvicinavamo sembrò esserlo meno: non aveva luna ad illuminarlo ed era sempre al buio. Su quel pianeta vi era solo e soltanto notte. Il giorno dopo decidemmo di atterrare: lo facemmo su di una radura immensa di sabbia e ghiaia, vicino ad un bosco di giganteschi cactus rossi. Trentatre uomini misero i piedi a terra, insieme a me: e ci avviammo. Camminammo, così, diverse ore mentre la foresta, innanzi a noi, si infittiva sempre più di cactus e di mangrovie di cristallo. Quando: d'improvviso ci trovammo innanzi ad una caverna; là entrammo e vi trovammo un'enorme monolito luminoso che chiamammo "moai": credemmo fosse il sacro graal e pensammo, così, che il nostro cammino e la nostra ricerca fossero finiti. Ma non era così. Tornammo alle nostre astronavi, infatti, e viaggiammo ancora: nessuno immaginava che lo avremmo fatto ancora per altri tredici anni, da allora: molti di noi s'ammalarono e poi morirono...alcuni persero l'uso degli occhi e della parola.

    Giorno 3977° di navigazione - Al largo della costellazione del sagittario.
    Sono le ore una e trenta della notte: la situazione è tranquilla. Avvistammo, due minuti dopo, un grosso asteroide che sfiorò le nostre astronavi per qualche attimo...ebbi paura: anche i miei capelli l'ebbero, insieme a me, eppure loro restano sempre impassibili di fronte al pericolo! Dopo poco fece capolino uno sciame di Liridi e Perseidi verdi e rosse. La loro è una bellezza senza tempo! Seguì una enorme testa di ippocampo: l'astronave ballò per un attimo ma nessuna paura, questa volta: è un fenomeno di normale routine. Il tenente Darwin Cook, unico superstite della battaglia di Siberiade, mio attendente fedele, mi offre un buon caffé (ne ho proprio bisogno: tutta la notte dovrò stare sveglio!), dopo di che torna a sedersi davanti al radar. Passarono soltanto alcuni minuti ed egli mi chiamò:
     - Comandante, comandante: presto, venga a vedere! Io, allora, corsi da lui: sul radar scorgemmo un grosso punto luminoso; esso cominciò ad emettere strani segnali...i computers di bordo, a loro volta, cominciarono a trascrivere - all'unisono - dei numeri, una strana combinazione di numeri, soltanto di numeri 0 e 1: 001100011100001110....e così via. Proseguirono per diversi minuti, anzi, vanno avanti per un quarto d'ora all'impazzata. Intanto, là fuori, davanti ai nostri occhi e nel cielo, sopra le nostre teste, niente di particolare sembrava accadere. Il radar, tuttavia, continuava a segnalare una presenza luminosa (sembra sempre più vicina a noi!). Dopo di che i computers ripresero a trascrivere le combinazioni di numeri. Al mattino, tutto finisce. Mi ricordai, però, che decenni addietro, sulla terra, lo stesso fenomeno era accaduto a tutti i computers esistenti. Allora, contemporaneamente in diversi posti, lontanissimi tra loro, ci furono eventi naturali inspiegabili: le coste irlandesi, da nord a sud, furono tormentate per ore da un tornado forza dieci; un enorme uccello dalle piume infuocate si schiantò sulle pendici del monte Isa, nel grande deserto sabbioso australiano mentre i radar stessi dell'osservatorio di monte Palomar, in California, captarono - a loro volta - degli strani segnali alfa. Qualcuno disse che "la grande onda stava arrivando"!
     Il tenente Darwin Cook e io stesso andiamo in cabina per un meritato riposo: la notte è stata lunga! 

    Giorno 6382° di navigazione - Al largo del mare della Noia, nei pressi di Arcadia Planitia.
     Era una notte tranquilla, navigavamo tranquilli. Gli strumenti di bordo segnavano: 49,19°di latitudine nord, 197,09 di longitudine est. Vicinissimi ormai al versante nord estremo del pianeta rosso. Ad un tratto, mentre andavo nella mia cabina a dormire, incrociai il marinaio Chrome Nun, un tipo alquanto strano ma tranquillo. Egli veniva dalla sala mensa e ricreazione, di ritorno - probabilmente - dal breakfast notturno. Mi salutò, io risposi al saluto. Dopo di che lo fermai e li chiesi:
     - Guardati allo specchio, ragazzo: non sembri messo bene, sai?
     - Lo so, signore! - Fece lui. - Dopo aver cenato...
     - Dimmi ragazzo, cosa ti è successo? - Gli chiesi. - Sei più bianco di un lenzuolo, hai l'aria di un colpevole: forse il diavolo ti ha guardato in volto?
     Lui mi disse, con fare affranto: - No, signore: ho interrogato me stesso e non ho avuto risposta alcuna alle mie domande!
     - Cosa hai chiesto mai, ragazzo? - feci, allora io.
     - Bene, signore, - disse lui, - perché mai tutto è oscurato da tutto? Così la gioia dal dolore o il pianto dal sorriso, il cuore dalla ragione?
     - Nessuno lo sa, figliolo! - Neanche io...posso aiutarti - queste risposte devi trovarle da te, nessuno può aiutarti! - Cos'altro, dimmi ragazzo.
     Chrome Nun, riprese a parlarmi. - Sì, certo, signore, - mi fece, - e allora il bianco  e il nero, nero e blu...tutto viene oscurato da tutto, da altro. Come mai, mi chiedo? Come il perdono dalla vendetta o la verità dalla menzogna; e così amor dall'odio, la luna dal sole e la bellezza dal tempo, la vita dalla morte, il ricordo dall'oblio, da lui...
     A quel punto lo interruppi e li dissi: - Ecco figliuolo, hai detto bene: il tempo è il vero colpevole di tutto; è il sovrano di tutto, di tutte le cose, sai? Il tempo governa tutto, la ruggine fa il resto! Adesso vai, ragazzo, riposati: ne hai bisogno!
     - Grazie, signore! - rispose quello.
     Quelle parole avevano intaccato le mie certezze...presi a riflettere anch'io - in effetti, però, nessuno sa il perché delle cose...quel marinaio non ha torto: nessuno sa niente, già! Chi conosce cosa è cosa? Chi è chi? Certo, nessuno...andai così a dormire. Il giorno dopo mi aspettava senza riguardo alcuno circa i miei dubbi e quelli di Chrome Nun!

    Giorno 6988 di navigazione - L'arrivo. Il cammino...la speranza.
      Il tenente Cook era molto inquieto, ormai da qualche ora: è come i cani, avverte il pericolo e le cose molto di più e prima degli altri! Alle tre di notte viene da me, sul ponte di comando, e mi dice:
     - Signore, ci siamo ormai, vero?
     - Sì, ragazzo, è fatta: è il momento quasi...
     Un'ora dopo le navi atterrarono nei pressi di Alba Patera, promontorio che sovrasta il versante nord del pianeta rosso.
     - Eureka! - grida alla radio il maggiore Donovan, mio secondo, dalla Viking: è lui il primo a mettere piedi a terra quando scoccano le ore quattro e zero quattro del mattino, io lo seguii due minuti più tardi. Tutto era silenzio, squallido e quasi surreale: neanche il fruscio di un granello di polvere a intromettersi tra noi. Ma anche così, sebbene non vi fosse nulla di vivace da osservare né di strano da ascoltare, provavamo tutti un grande, smisurato senso di piacere, quasi voluttuoso. Si levarono alcune voci: qualcuno domandò da quanto tempo, millenni o secoli, quel promontorio si trovava in quello stato e per quanto ancora sarebbe durato così. Nessuno rispose. Il marinaio Chrome Nun, intanto, affisse la bandiera della Lega terrestre di fianco ad una roccia color ocra pallido e poi, come suo solito (li accadeva da sobrio più di quanto non potesse accadere quando non lo era!), cominciò a farneticare; anzi, questa volta recitò un te deum alle stelle: - Altri mondi in ascolto (desidero), - disse ad alta voce; - altri esseri incombono durante nuove epoche e strane!
     - Ahi! Ahi! Chrome Nun! Sognatore senza testa, ingenuo sognatore senza capo né coda! - gridò forte Freddy Barrimore, il capo-macchinista della Enterprise.
     - Lascialo sognare! - esclamò il tenente Cook. - Lasciaglielo fare adesso che può: poi...chissà! Il maggiore Donovan ed il suo attendente, Mark Columbus, uno degli ultimi superstiti della razza Caledonian sulla terra (i suoi avi fecero parte dell'esercito della "rabbia giovane" che combatté, in remote epoche ed insieme alla "assemblea legislativa del IV°stato" contro il comitato di "salute pubblica" dei foglianti e degli indipendenti delle paludi per la conquista delle terre dell'amore: fu guerra lunga e sanguinosa...che durò ben mille anni!), si avvicinarono e Columbus mi disse:
     - Ecco le mappe del cammino, signore!                       
     Presi il binocolo e mi misi ad osservare: scorsi di fianco a noi la punta dell'Olympus Mons, un'enorme cratere...i vulcani di Marte sono colossali; lessi nei miei appunti: "l'Olympus è alto ventidue chilometri, la vetta più alta del sistema solare; si trova vicino...". Allora Cook, dopo aver preso la bussola, fece:
     - Latitudine da 60°a 90° nord, signore!
     Siamo nell'emisfero nord del pianeta. La mappa topografica di Marte contiene i rilievi più accurati che si possano avere: furono ottenuti dall'equipaggio della sonda Mars Global Surveyor, mill'anni prima. Cento anni prima di quella, anche il Barracuda IV° aveva tentato di fare altrettanto, ma invano...esplose durante la navigazione nello spazio e trecento uomini diventarono polvere: mangime per le stelle!                                              Sono le ore quattro e trentadue del mattino: dopo il rifocillio a base di torta di mais e latte in polvere ci incamminammo; il cammino da farsi è lungo: ce la faremo, però! Il nostro obiettivo è il Bacino di Newton, una zona vérde e rigogliosa nella Terra Sirenum, di fronte al Cratere di Tolomeo...trecento chilometri più ad est dal punto in cui siamo. La temperatura è costante, sui venti gradi: ottimale per noi.
     L'attuale atmosfera marziana non è più costituita, come in tempi lontani accadde, da anidride carbonica in gran parte: non abbiamo bisogno delle maschere; il sole non emette più le radiazioni che tormentavano in secoli passati il pianeta...la pressione media dell'atmosfera, quì su Marte, è quasi come quella terrestre, oggi: - siamo fortunati di tutto questo! - pensai tra me e me. Intanto avanzavamo tranquilli: la brina del mattino andava via via diradandosi ed un alba azzurrata e vermiglia ci osservava muta...perfino il tenente Cook, adesso, aveva smesso di essere inquieto; e persino il marinaio Chrome Nun aveva smesso di pensare: tutti speriamo in una nuova opportunità di vita, quassù.
     "Nell'era Pre-Noachiana, circa cinquecento milioni di anni fa, - lessi ancora nei miei appunti, - vi era grande presenza di acqua dolce, su Marte, e tutto era...". Oggi sarà così, come allora, credo: già sento i ruscelli di quella terra scorrere nelle mie orecchie...
     Calma piatta; andiamo avanti: il cammino che ci aspetta è ancora lungo, ma arriveremo a destinazione, sani e salvi!                     
     
    dal: "Diario di bordo di Hieronymus von Toolbooth, comandante delle astronavi Enterprise&Viking I" ("Quaderni psichedelici", 2017).

     
  • 08 settembre alle ore 20:45
    Martino e la pietra bucata (seconda parte)

    Come comincia:  Così, ogni fine settimana (soprattutto di sabato), in prossimità delle diciassette, qualunque cosa accadesse, ovvero sia che tirasse vento, ci fosse un'alluvione od un terremoto oppure scoppiasse improvvisa un'epidemia di pellagra o scarlattina, egli prendeva la sua bici e la canna da pesca per recarsi a dieci, dodici chilometri dal paese, lungo l'argine del Marecchia, il fiume, cioé, che ha foce nel capoluogo (venti chilometri più a est di Verucchio), proprio nei punti in cui quello scorre più placido (gli abitanti della zona son soliti chiamarli "bocche delle sirene") ed i luoghi circostanti sono più tranquilli e solitari: per pescare, appunto, rombi, gattucci o branzini. Accadeva, però, sovente e volentieri che l'uomo prendesse a parlare (per ischerzo, chissà, oppure per far scorrere meno noiose le ore di ozio ed attesa durante la pesca, od ancora perché preso dalla mistica crisi di mezz'età!) con le anatre o le beccacce che sguazzano e starnazzano nell'acqua, con le rane che vi gracchiano dentro oppure coi cani randagi ch'eran soliti transitare nelle vicinanze, agli alberi e finanche alle pietre depositate sul greto stesso del fiume: per dirla in breve, si comportava quasi come una sorta di san Francesco della Romagna, senza il saio e in edizione, riveduta e corretta, anni cinquanta!
     Fu un sabato, appunto, in una notte di fine febbraio (durante la "merla", il periodo più rigido dell'anno dalle sue parti), stranamente tersa e mite, verso le ventitré, che Martino si mise a parlare con una pietra bucata che avea scorto in prossimità di un fossato accanto al fiume. L'uomo, però, mai avrebbe potuto immaginare, in cor suo, né (ovviamente!) prevederlo, ciò che sarebbe accaduto: ossia, di ricevere risposta dalla pietra e, addirittura, (di) dover dialogare poi con essa; ma le cose, invece, stranamente ed inverosimilmente, andaron proprio a quel modo. Egli notò subito la pietra (emanava lucentezza fuori dal comune), la raccolse dall'acciottolato e, dop'averla osservata ben bene, esclamò a sé stesso:
     - Cavolo! Una pietra davvero strana: non ne avevo mai vista una così! (Quella, infatti, oltre ad essere tanto lucente, era al tempo stesso abbastanza sgraziata visto che aveva un grosso buco nel mezzo). La tenne così tra le mani appena qualche attimo, dopo di che la ributtò per terra e... 
     - Forse, chissà, sarà colpa del fiume, - disse ancora fra sé e sé; - in fondo è una pietra come tutte le altre, è soltanto una pietra bucata!
     Dopo di che, si domandò (cioé, la domanda se la faceva da sé stesso ma era come se inplicitamente la facesse alla pietra):
     - E'vero o no, pietra: sei come tutte le altre?
     A quel punto Martino riprese la lenza  e si mise ad aspettare che qualcosa abboccasse. Nel giro di qualche minuto, però, udì una voce che lo chiamava:
     - Ehi tu, straniero, mi senti? 
     Così si girò e rigirò alcune volte eppoi, non vedendo nessuno vicino a sé, pose di nuovo gli occhi sulla pietra e...
     - Sì, dico a te: sono proprio io che ti sto parlando!
      L'uomo non voleva credere alle proprie orecchie ma, tant'é...Prese allora a parlare (anzi, a dar corda) alla pietra.
     - Perché mi chiami così? Non sono uno straniero, sai? Sono un uomo; non sarò il più saggio e perfetto sulla faccia della terra, credimi, ma neanche un beòta né un beone. Sono soltanto un uomo: nulla di meno e nulla di più! (Era pur sempre uno straniero per la pietra; un uomo, appunto: cioé, un essere estraneo a lei e senza nome). Quella, però, non rispose alla domanda diretta di Martino bensì iniziò un discorso per suo conto.
     - Sai, straniero, - disse, - sono bucata, è vero, ma sono pur sempre una pietra! Tu, piuttosto, dimmi, cosa ci fai in questi luoghi solitari ed ameni?
     Martino, oramai, era del tutto entrato nella parte e nel giuoco: rispose così alla pietra, mentendo spudoratamente!
     - Sono quì perché volevo fare...- Si interruppe un attimo e poi riprese a parlare. - Cercavo la pietra filosofale della vita, per chiederli tante cose e che mi svelasse pure alcuni perché: ma ho incontrato te sola...soltanto te!
     - E allora, straniero? - replicò la pietra. - Io sono pur sempre una pietra, te lo dico ancora, magari brutta, e deforme, e bucata, ma sono sempre meglio di niente, non trovi?
     - Va bene, pietra, - disse l'uomo: - scusami, non volevo mica offenderti!
     - Ma, non so...- fece quella, e subito Martino la interruppe.
     - Va bene, va bene così, andiamo avanti, dai, è lo stesso! - Disse annuendo. - Dimmi, ora, cara pietra: quanto dura la vostra vita?
     - Le pietre, sai, - rispose quella, - non hanno vita, una vera vita e così la loro vita, non essendo vera vita, dura per sempre! Hai capito? (Sembravano un vero e proprio scioglilingua le parole proferite dalla pietra alla volta di Martino...)
     - Coooome? - replicò quello allibito. - Che cosa significa questo? Voglio proprio ascoltare la tua risposta, ora: sono quì, tutto orecchie!
     - Sì! Sì! - fece la pietra. - E'proprio come ho detto: stanne certo! Ora ti spiego amico straniero (lo chiamava ancora straniero ma anche amico, adesso!), ascoltami attentamente e credo capirai meglio, spero! La vita delle pietre dura per sempre pur non essendo (vera) vita, pur non avendo inizio né fine: proprio per questo è eterna, sai? Ma la vostra, uomo (era la prima volta che lo chiamava a quel modo: ossia, per ciò che l'altro era realmente) che durata ha?
     Martino, invero, non aveva fugato i suoi dubbi ma rispose ugualmente alla pietra.
     - La nostra vita è come quella di ogni essere vivente, ha un inizio ed ha anche una fine: non è eterna...ma per alcuni, invece, lo è!
     - Che vuol dire? - domandò la pietra. - Cosa significa "per alcuni"? Non è forse per tutti la stessa cosa? Spiegami tu, adesso, amico mio uomo (ora, per la pietra Martino non era più soltanto un uomo ma anche un amico).
     - Pietra, - replicò allora Martino, -  alcuni uomini credono, forse a ragione ma probabilmente penso siano essi soltanto degli stolti o degli illusi, chissà, che la loro vita continui dopo la morte!
     - Forse, sai, - fece la pietra, - hanno proprio ragione loro! O forse, chissà, mio amico uomo, nessuno ha ragione...molto meglio noi, credimi: perché non abbiamo vita, come ti ho detto già. Siamo esseri inanimati, soltanto delle pietre noi!
     Pronunciate che ebbe tali parole, la pietra si zittì seppur solo un attimo: ma dopo quell'attimo riprese a parlare. 
     - Vedi, però, mio caro umano, caro uomo vedi - (questa volta, non a torto né senza ragione lo aveva chiamato dapprima in un modo poi nell'altro: probabilmente era meglio della pietra filosofale che Martino li aveva confessato, poco prima, di stare cercando,...e continuò parlando a metà tra il serioso ed il quasi divertito e soddisfatto), che abbiamo una cosa in comune, io e te? Rifletti e troverai...Qualcosa in comune l'abbiamo proprio noi pietre con voi uomini, sai?
     - E cosa? - chiese Martino. - Che cosa sarà mai questa cosa di cui parli?
     - Non ci arrivi da solo prima che ti risponda io? - replicò la pietra.
     Passarono alcuni minuti pria che Martino rispondesse, dopo di che lo fece abbastanza insicuro e titubante:
     - No! No! beh...non capisco; non riesco proprio a rispondermi pur se ci ho pensato intensamente, sai, pietra? Ma forse, chissà, non ho pensato bene! Prova a dirmelo tu, allora, che vivi tanto in basso, sicuramente più di tutti noi umani, ma pensi più alto, spero...molto meglio di noi a quanto pare!
     - Ma no, caro amico uomo, su, dai, non prenderla così! - esclamò la pietra questa volta. (sembrava che quasi volesse rinfrancare moralmente Martino)...dopo di che si interruppe ancora una volta e poi ricominciò a parlare:
     - Guarda, - disse con voce più ferma di prima, - che tutto sta proprio nella durata stessa della vita, la risposta chiara e semplice è tutta lì. Quella di noi pietre, non avendo vita, non ha neanche durata mentre quella di voi umani finisce...non è eterna seppur voi pensiate, a torto o a ragione non so neanch'io di sicuro, che mai finisca: che duri, cioé, anche dopo la sua fine!
     - Ed allora, cara pietra, dove sta la similitudine? Quale sarebbe la cosa che accomuna le pietre agli uomini? - domandò Martino. - Avanti, spiegamelo tu perché non riesco ancora a trovarla; scusami, ma io continuo a non capire!
     La pietra, dal suo canto, così rispose:
     - Ebbene, mio caro amico, dimmi un po'se "non aver durata e senza fine" non trovi siano la stessa, identica cosa?
     Martino, però, udite quelle parole restò di stucco, poi di colpo pensò tra sé e sé:
     - Chissà mai dove vuole arrivare questa strana pietra? Le sue ripsoste, a volte, paiono divine sentenze, tal altre, invece, enigmi d'un oracolo o della sfinge egizia del deserto: non sono risposte d'una pietra le sue, d'un essere inanimato e senza intelletto, tutt'altro...sembra maledettamente, anzi, filosoficamente umana!
     Dopo quell'attimo breve di ripensamento interiore e di silenziosa incertezza, l'uomo guardò nuovamente in basso, verso la pietra, e annuì abbassando tre volte il capo (parea essere il servitore che si prostra dinanzi al suo padrone!): ma non aveva proprio capito...non aveva capito un bel niente!
     Riprese così daccapo a discorrere chiedendo alla pietra:
     - Dimmi, ora, cara pietra, ma voi siete felici?
     Quella, però, non rispose direttamente ma replicò con un'altra domanda:
     - E voi, amico, lo siete mai, dimmi?
     - A volte sì, a volte no! - fece Martino. - Chissà..ma vedi, pietra, quando lo siamo, se lo siamo davvero, dura ben poco: forse perché quella non è affatto felicità, è soltanto una (qualsivoglia) parvenza di esser felici, l'illusione di esserlo veramente!
     - Allora meglio siamo noi, non trovi? - esclamò la pietra: perché non abbiamo vita e non conosciamo tristezza né gioia.
     Al che Martino ancora una volta parlò tra sé e sé:
     - Cavolo, questa pietra è davvero la saggezza fatta persona; anzi, credo proprio ne sappia una più d'un diavolo! - In quello stesso momento all'uomo balenò in testa (fatto stranissimo, questo, sebbene molto curioso!) un antico proverbio australiano che anni addietro aveva sentito pronunziare in paese da un mercante di borse e cappelli del Queensland sbarcato ad Ancona, proveniente dalla Turchia, e poi giunto in Romagna su un carro trainato da buoi in compagnia della sua merce: "uno dei rari momenti di felicità per un uomo è quando i suoi occhi incrociano quelli di un altro uomo al di sopra di due bicchieri di birra". Dopo, però, annuì senza proferire parola alcuna (alla maniera di prima: con un cenno breve del capo, guardando verso il basso dov'era adagiata la pietra) e si mise a camminare lungo la riva del fiume, in direzione di Verucchio: quasi a voler prendere già la strada di casa; ma, al contrario, non appena ebbe fatti alcuni passi, si fermò e tornò indietro. Si sedette per terra, nel punto in cui era poggiata la canna da pesca, poi chiese alla pietra:
     - Dimmi, cara pietra, saggia e sapiente come sei e tutto scruti dal basso, cosa pensi dell'acqua, del vento, del sole, dell luna e delle stelle che adesso illuminano il cielo?
     Allora quella, dopo un attimo di silenzio (che a Martino, tuttavia, dovette sembrare eterno!) esclamò:
     - Credimi uomo, amico uomo, siamo meglio noi pietre che non abbiamo vita e non proviamo sentimenti, non temiamo fortuna o avversità; siam meglio noi, sai, in fondo, che siamo solo e soltanto pietre inanimate: non conosciamo niente; nulla ci interessa di ciò che è sopra di noi! 
     A quel punto Martino, seppur a malincuore, si rivolse alla pietra e la salutò.
     - Addio! - rispose quella: dopo di che si zittì per sempre. L'uomo così raccolse le sue cose, salì sulla bici e si avviò verso casa: era oramai quasi l'alba. Sulla via del ritorno si fermò alcune volte per prender fiato e ripensare a quanto li fosse accaduto durante quella strana notte. In particolare, l'ultima risposta della pietra lo aveva lasciato sostanzialmente dubbioso o forse peggio: di sasso!
     - Avrà ragione lei? ripeteva dentro di sé, mentre sorseggiava un po' di caffè dalla sua borraccia per tenersi in palla. - Oppure, chissà, nessuno ha ragione...e nessuno è sicuro di niente: forse sono davvero meglio loro che sono pietre, minerali e basta senza anima; non si pongono mai domande né si guardano mai allo specchio per cercare di darsi risposte o (ri) trovare se stesse. Quelle non vanno mai alla disperata ricerca di qualcosa, come noi esseri umani, quelle non interrogano mai gli astri per avere risposte, non leggono mai sacri testi per trovare certezze, non frequentano veggenti né maghi o streghe per darsi false speranze o credere in effimere illusioni...Ma certo, sarà proprio così: in fin dei conti nessuno possiede il talismano della sapienza o della conoscenza assoluta in questa vita a questo mondo!
     Giunto che fu alle porte di Verucchio, abbastanza stanco ed anche un po' assonnato, Martino incrociò Prisco Tescari, il vecchio guardiano del camposanto. 
     - Preso niente? - fece quello.
     - Macché, Prisco! - rispose Martino. - Neanche per sogno: questa notte ho pescato soltanto una pietra bucata! (mentiva a metà: nulla aveva pescato perché la lenza era stata in acqua ben poco, ma una pietra bucata l'aveva presa per davvero...all'amo!)
     - Ah, beato te che peschi pietre! - disse l'altro. - Almeno loro ti fanno compagnia. Io, invece, sai, sto tutte le notti da solo, neanche un fantasma viene a trovarmi! Ciao, ci si vede.
     - Ciao, Prisco! - esclamò Martino. - Alla prossima, dai!
     Cinque minuti dopo l'uomo arrivò a casa, aprì la porta, si spogliò e si buttò sul letto. Prima di addormentarsi, però (l'aspettava una sostanziosa dormita perché la domenica è giorno di ripos dal lavoro), fece ad alta voce:
     - Chissà se sognerò? Magari sognerò una pietra bucata e di parlare con lei, o forse...     - si interruppe un momento e poi continuò: - ma sì, che fesserie, probabilmente sognerò qualcosa o qualcuno. Meglio dormire, adesso, ho bisogno di riposo perché lunedi mi aspettano trenta bei sacchi da metter sul carro (eran cipolle rosse e patate novelle raccolte qualche giorno prima, che poi avrebbe portato a vendere al mercato): per quello non serve sognare o farsi domande, per quello basteranno le mie braccia!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 novembre 2014.

     
  • 08 settembre alle ore 11:45
    Buone idee... e guardare la luna

    Come comincia:  - Buone idee: mai darlo a vedere!
    Una volta, quando ero bambino, al porto vidi un marinaio nudo che saltava su una grossa pianta di cactus. Allora, mi avvicinai al marinaio e li chiesi:
     - Perché lo fai?
     Lui, di rimando esclamò: 
      - Lì per lì mi era parso fosse una buona idea...ma tu, bambino, non farlo mai nella tua vita; non sempre, sai, è buona cosa avere buone idee a questo mondo!
     Detto fatto! - In vita mia, infatti, ho avuto tante buone idee: mai, però, l'ho dato da vedere ad alcuno!".

     - Guardare la luna
    Quando guardo la luna, va balenando nella mia mente un turbinio di pensieri e domande: uno solo, però, anzi, una sola diventa uno squillo assillante e sonante e ritorna metodica come una sorta di tic-tac (proprio come quello, a volte contorto, delle lancette degli orologi!), diventando, a volte, vera fissazione:
     - Quanto sarà lontana? Ed ancora:
     - Potrò mai un giorno arrivare fino a lei?

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.  

     
  • 08 settembre alle ore 10:44
    Le pietre megalitiche di Carnac

    Come comincia: A Carnac, piccola località francese della Bretagna (dipartimento di Morbihan), posta a metà strada tra Vannes e Lorient, di fronte all'isolotto di Groix, nell'oceano Atlantico, sorge il complesso megalitico più importante - e imponente - di Francia (denominato 2934 menhir) nonché tra i più importanti in Europa (insieme, evidentemente, a quello notissimo di Stonehenge, in Gran Bretagna). Il nome Carnac deriva dal celtico karn, che sta per pietra o roccia, o cairn: ossia, il rivestimento - fatto di ciottoli, pietre e ghiaia - dei dolmen, appunto. Ho appreso dell'esistenza di questo complesso archeologico due anni orsono, guardando in tivù un documentario sul vecchio canale Focus (numero 56 del digitale terrestre): esso trasmetteva interessanti programmi di natura, storia, mitologia, scienza, archeologia, etc. Le gigantesche pietre furono costruite (insieme alle tombe) in epoca antichissima (più o meno intorno al 4000 a. C.) e la leggenda narra che siano stati dei giganti a costruirle. Esse, infatti, sono enormi (la leggenda, quindi, potrebbe essere una ipotesi quanto meno plausibile) oltre a essere numerosissime (circa tremila monoliti). Vengono chiamati dagli archeologi "allineamenti" di Carnac (quelli più importanti sono disseminati nella zona di Kermario, Kerlescan, Mènec, etc.). Per molti rappresentano un modello geometrico ben preciso: ognuna di quelle pietre, infatti, dista dall'altra duemilaottocentosessanta metri o la metà di duemilaottocentosessanta metri! Sono le uniche pietre megalitiche esistenti sulla terra ad essere (ben) visibili dallo spazio: è per questo che alcuni storici, o teorici degli antichi alieni e studiosi di mitologia antica, le ritengono "indicatrici"; ovvero un punto eventuale di contatto con civiltà aliene e/o di antichi mondi, simili a un odierno segnale stradale. L'ipotesi più diffusa è questa: erano l'indicatore di una antica astronave e di un' antico astronauta chiamato Apollo!
     In conclusione voglio dire che il sito di Carnac (al pari di quello di Stonehenge, citato in precedenza; di quello di Ahu Tongariki, nell'isola di Pasqua - Polinesia cilena - nota per le statue moai dal volto umano; o ancora di Chichén Itza, in Messico, noto per le rovine maya) è una delle inspiegabili cose, dei "fatti" inspiegabili del nostro pianeta: è inspiegabile, cioé, come le pietre possano essere state costruite (nella fattispecie di Carnac, appunto) e poi allineate a quel modo precipuo, da esseri che in tutta probabilità (anzi, con assoluta certezza, direi!) non conoscevano ancora le basilari nozioni della geometria né del calcolo matematico. Del resto, quelle costruzioni non sono le uniche cose - o fatti - inspiegabili esistenti. Come non ricordare, altresì, che la vita è la morte siano fatti inspiegabili; così come il fatto, altrettanto inspiegabile, che la terra non sia altro che una minuscola entità inserita all'interno di quelle che io chiamo "scatole cinesi" dell'universo (fatte di pianeti, galassie, mondi sconosciuti che si aprono e rimandano ad altrettanti pianeti, galassie e mondi sconosciuti!); che l'essere umano e la natura stessa siano cose e fatti inspiegabili; che esso stesso [l'uomo] sia una minuscola particella del tutto: il fatto più inspiegabile di tutti, ovvero il fatto dei fatti!

     
  • Come comincia:                                                      Ho passato tutto il giorno a bere del thè kukicha e                                                             caffé arabo profumato allo zenzero: la notte, però,                                                             è stata una vera e propria "camomilla"!

     Il thè kukicha è una particolare qualità di thè verde endemica del Giappone, la quale presenta una superba ed insolita combinazione di foglie verdi e piccoli rametti bianchi: ed è proprio l'unione tra questi due componenti che produce il gusto unico di questa bevanda, una sorta di mix tra il sapore perfettamente erboso del thè verde e il dolce gusto delle castagne. E' risaputo come i giapponesi siano grandi bevitori di thè (ed al pari dei britannici direi anche grandi cultori ed esperti dello stesso) ed altrettanto grandi e rinomati consumatori di pesce: è per questi due precipui motivi, infatti (e non a caso) che essi siano anche tra i popoli più longevi della terra. Scientificamente provato è il fatto che tanto il grosso consumo dell'una (la bevanda thè), quanto dell'altro (l'alimento pesce) favoriscano, anzi, rallentino l'invecchiamento cellulare e dell'apparato cardiovasclare nell'essere umano: per una serie di motivi tra cui quelli di essere ricchi di sostanze antiossidanti, fosforo, grassi insaturi (i famosi omega 3), antociani e quant'altro. Ora, però, facciamo un balzo di latitudine non indifferente e rechiamoci, metaforicamente, dalla parte opposta del globo: in Sardegna. Anche lì, a quanto pare esiste (statisticamente provato) una delle più alte concentrazioni di ultra centenari sulla faccia della terra: il fatto strano, però, volete sapere qual'é? Ebbene, scherzi della geografia  a parte, ci sarebbe da dire che da quelle latitudini non sanno neppure come sia fatta una pianta da thè; mi verrebbe quasi da dire...misteri della fede, anzi, del thè!
     I francesi, al contrario dei loro amati-odiati cugini d'oltremanica (li accomunano, beati loro, tantissime tradizioni, tantissime parole, tantissima cultura e, soprattutto, centinaia,  di migliaia di anni di buone e salutari guerre!) non sono granché bevitori di thè; al contrario, però, non disdegnano la buona tavola (di molto superiore, direi, qualitativamente parlando, a quella dei loro parenti!) né il buon bere (altrimenti dicasi "qualche quartino di buon rosso" e...non solo!): hanno, tuttavia, un tasso di mortalità inferiore (o meglio: vivono più a lungo) rispetto a finlandesi, lapponi e altri abitanti delle pianure sarmatiche, i quali non bevono per niente vino, poco thè...ma mangiano, però, moltissimo pesce.Quindi molti si domanderanno, ora, come mai non sono longevi quanto i giapponesi? Non occorre sprecare parola per la risposta, ovviamente!
     A proposito di divagazioni antropologico-culturali...quella dei kadar è una tribù di cacciatori dell'India meridionale. Essi non conoscono violenza - è stato detto - né ostentazioni di virilità, in quanto tutti i loro conflitti vengono convogliati all'esterno, ovvero nella pratica (insana o meno non è dato di sapere da alcuno!) della caccia alla tigre: è per questo motivo che molti di loro muoiono giovani...in compenso, però, sono ottimi bevitori di thè. A questo punto mi verrebbe da scrivere "misteri della fede...anzi, miracolo della caccia!".
     Le popolazioni camitiche e berbere del deserto, invece, (è il caso dei nomadi tuareg) sono sempre state ottime bevitrici di thè, ma spesso e volentieri, purtroppo, anche dedite a "guerreggiare": è per questo che non hanno mai avuto, generalmente, vita troppo tranquilla né tanto meno longeva. Direi proprio, nel caso in questione per lo meno, che il thè non è tutto nella vita, o meglio...         
     Al termine di questa piccola rassegna (che definirei una divagazione didattico esplicativa di natura sociologica, ambientale, gastronomico-enologica e....ma, forse, chissà, il troppo thè mi ha dato alla testa!), la conclusione potrebbe essere questa: quando si dice che "è soltanto una questione di...thè"; o meglio:sono solo - e soltanto - in fondo, misere questioni di cuore...pardon di thè! Ed il vecchio saggio va ripetendo ovunque e di frequente: "Chi beve thè campa cent'anni!" Ma sarà proprio vero?...Direi proprio di non credergli ad occhi chiusi, perché molto spesso, anzi, quasi mai è vero: "Campa cavallo che l'erba cresce!" obietterei io che da alcuni anni bevo solo - e rigorosamente camomilla senza zucchero!".

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

     
  • 01 settembre alle ore 17:42
    Il falco che pregava al vento

    Come comincia:  Era una mattina di marzo, gelida ma tersa, mentre il sole timidamente faceva capolino sopra le montagne di Birkenstock, nella Frangea meridionale; quelle montagne conosciute in tutto il globo terracqueo, così come nelle più sperdute galassie dello spazio celeste, per una sola fantastica particolarità: le loro vette di cristallo, che brillano da mane a sera fungendo da sorta di stella polare o torre di guardia fluttuante e luminescente per tutti i viandanti che a valle transitano durante il loro cammino, per poi disperdersi tra i meandri dei numerosi antichi borghi della zona. Intanto, il rosso e nero falco pellegrino era già al suo posto, abbarbicato con le zampe sul ciglio d'un dirupo - lassù in alto - pronto a partire; prima di aprire le sue maestose ali, però, e poi librarsi in volo per la solita battuta di caccia (quando il rapace si lanciava in picchiata sulle sue ignare prede - quasi sempre giovani scoiattoli e marmotte oppure appetitosi coniglietti bianchi - sembrava una stupenda freccia infuocata) avrebbe rivolto la sua preghiera al cielo...al vento. Quel falco che gli abitanti e i contadini delle valli circostanti avevano soprannominato "l'ultimo dei mohicani", perché rimasto uno degli ultimissimi esemplari della sua specie, rivolgeva la preghiera al vento per un motivo: esso doveva soffiare forte, portare nuvole e pioggia e così permettergli di volare veloce veloce veloce; più veloce delle pallottole dei fucili dei cacciatori, disseminati lungo il percorso che esso seguiva tutti i giorni. Non c'era un particolare motivo per cui lo facesse: lo faceva da sempre, dacché era venuto al mondo; da quando la madre lo aveva svezzato. Forse, chissà, perché ciò era connaturato nel suo imprinting naturale o perché in lui v'era un qualcosa di umano o...i motivi avrebbero potuto essere molti altri oppure nessuno: a nessuno, comunque, era dato di sapere quali fossero!
     Ma le preghiere del falco sino ad allora erano andate deluse, sino a prima di quella mattina di marzo erano sempre rimaste inascoltate: la speranza del falco che il vento soffiasse forte e giungessero nuvole cariche di pioggia, era sempre rimasta tale: eppure lui era ancora vivo, era ancora lì, al suo posto, come sempre: pronto a cacciare!
     - Vento, sii magnanimo oggi con me, - cominciò a ripetere il falco mentr'era in volo, - soffia forte e sopraggiungi con tante nuvole, portale con te sul mio percorso, tanto che io possa volare alto per cacciare e rendermi invisibile all'occhio dell'uomo ed alle sue bocche da fuoco: micidiali, assassine, voraci divoratrici di prede nel cielo e sulla terra!
     Il falco era ormai abituato, sapeva che la sua preghiera rivolta al cielo sarebbe rimasta  inascoltata ancora una volta. Continuava a volare e, mentre si buttò in picchiata per catturare un piccolo topo bianco che aveva scorto sulla terra, accadde sorprendentemente lo straordinario e l'imponderabile della natura: il vento soffiò forte, le nuvole arrivarono minacciose e madide di pioggia come - e più - dei seni d'una madre che sono madidi di latte quando si appresta ad allattare la prole. Il vento, questa volta, aveva ascoltato la preghiera del falco. Questi tornò a volare infilando una dopo l'altra le nuvole scure in cielo. Nel frattempo i cacciatori avevano cominciato a sparare al falco invano! Il falco pellegrino rosso e nero riuscì a portare a termine la sua "battuta" di caccia nonostante avesse sfiorato più volte la morte: questa volta, la prima in assoluto, lo aveva fatto con l'aiuto del vento e delle nuvole. Ma ancora nulla era concluso, però: le sorprese, infatti, eran vicine da sopraggiungere...
     Il falco si apprestava a far ritorno al suo rifugio scavato nelle rocce sul fianco della montagna e in volo cominciò a farsi alcune domande:
     - Miracolo dei miracoli? disse. - Favorevole destino? Come mai il vento oggi ha ascoltato le mie preghiere? Qualunque cosa sia stata, ciò che conta è che sono ancora vivo e domani...si vedrà!
     Non appena ebbe pronunciato suddette parole il falco, purtroppo, si schiantò contro lo sperone sporgente di una roccia e cadde in un dirupo. La natura era stata sì, benigna, questa volta ma subito dopo, con gli interessi s'era ripresa quanto aveva poco prima generosamente elargito: come una sorta di spietato infallibile usuraio!
     Ma, probabilmente, il falco aveva esaurito le vite a sua disposizione: ne aveva avute ben più di sette e ne aveva già consumato sette volte tante durante la sua esistenza!
     Un'altro falco in quello squarcio di cielo di quella vallata, d'ora in poi avrebbe preso il posto di quello morto: un incessante spietato, darwiniano susseguirsi degli eventi naturali che non conosce sosta e non guarda in faccia a nessuno, senza riguardo per la vita nè della morte di nessuno! La natura, tuttavia, a suo modo ha una giustizia spietata ma "giusta". Anche i cacciatori avrebbero continuato la loro opera. Anche loro, infatti, come i falchi sono perfette macchine di morte. Entrambi sono programmati per uccidere coi loro mezzi a disposizione; la differenza tra gli uni e gli altri, però, è netta: il cacciatore "falco" uccide per sfamarsi e sfamare la prole; il cacciatore "uomo", invece, lo fa per piacere e per vile convenienza...se non addirittura per puro sadismo! 

    Taranto, 17 febbraio 2014.

     
  • 29 agosto alle ore 11:06
    Serena(mente)

    Come comincia:  La donna di un mio amico si chiamava Serena. La madre la chiamò così affinché avesse la mente libera...e gli occhi - sempre - ben aperti!
     Venne al mondo in una notte di temporale ad aprile...ma poi, al mattino, il cielo si rasserenò (forse, chissà, proprio in onore della nuova arrivata!). Sua sorella (maggiore) si chiamava Fatima, aveva diciassette anni più di lei ma non era mai stata serena dacché era venuta al mondo. Frequentava topaie viscide piene di ubriaconi, e stamberghe di terz'ordine frequentate da puttanieri affamati di sesso ed assetati di whisky e gin, con cui si accoppiava di buona lena ma mai in tutta...fretta. Fatima era conosciuta nell'ambiente, aveva una rinomata reputazione; la chiamavano la "delantera", in quanto dispensava gioia e gioie a go-go...senza seminare lutti!
     Una volta, quando sua sorella [Serena] era cresciuta, Fatima la portò con sé, in un locale - era il "Soledad", a Miami Beach - poi salì in una stanza e la mise a sedere; ivi si scopò un negro di San Francisco e dopo averlo fatto, ovvero dopo che quello [il negro] era più volte penetrato in lei, li disse:
     - Quando la fede non coincide con la ragione bisogna astenersi dal dare ragione alla fede!
     Il negro rispose:
     - Cosa hai preso, stronza? Fottiti...e se ne andò sbattendo la porta. Mentre Serena era rimasta seduta sulla sedia, a guardare i due che scopavano, serena (mente) per tutto il tempo!
     Quando crebbe ancora andò a scuola e poi al college: era una ragazza sveglia e dal piglio sicuro, ed imparava in fretta...prese la laurea in legge e poi quella in lettere.  Serena (mente) cominciò  a viaggiare ed a girare per il mondo (in lungo, quanto in largo; curiosando, annusando, osservando). A Parigi visse due anni: abitò al quartiere latino (boulevard du Port Royal), a Saint-Germain, Montparnasse; suonava l'arpa indiana nei bistrot ed agli angoli delle strade; vi conobbe un pittore, André Fabergé, con cui spesso faceva l'amore...era quel fare l'amore che non si fa alla leggiera; era quel fare l'amore, cioé, delle prime volte, che ti viene senza sapere il perché. Dopo diventò solo sesso, e basta: lui "veniva" sempre prima ma lei godeva ugualmente (faceva finta di godere) per farlo felice e perché la prendeva con filosofia e restava a mente serena.
     Una volta, dopo aver scopato (che non era più, ormai, come il fare l'amore di prima...quella volta, però, era stata l'unica volta buona) André morì:
     - E'scoppiato il cervello e poi il cuore! - disse impietosamente il medico.
     Serena aggiunse:
     - Che bello deve essere stato...venire prima di andarsene!
     Seppellirono André in una tomba anonima a Pere Lachaise, vicino alla tomba di Jim Morrison. Serena (mente) Serena tornò a casa e riprese la sua vita di sempre. Cominciò a lavorare; sua madre Allyson morì la mattina del 24 dicembre (era venuta al mondo il 25 dicembre di sessantadue anni prima: per quello odiava il natale!), di cancro ad un orecchio, quello destro, dove portava un grosso orecchino indiano d'avorio; sua sorella Fatima, invece, fu uccisa a New York - a bastonate - da un gruppo di irlandesi ubriachi del Village che gridarono:
     - Muori, lurida cagna ebrea! (avevano sbagliato persona, forse: Fatima non era ebrea anche se di certo era una lurida cagna!!!).
     Al suo funerale (come prima a quello della madre) Serena pianse due volte: quando il prete disse "riposa in pace" e quando il feretro parti per il cimitero di San Cristobal, in Messico, dove entrambe riposano (in pace?!)...insieme al marito della madre, il quale è il padre (sconosciuto) tanto di Fatima, quanto di Serena. Serena rimase sola ma non si perse d'animo: continuò la sua vita di sempre - come sempre aveva fatto - serena (mente), nonché a mente serena!
     Un giorno partì per Las Vegas, a cercar fortuna (alle slot, al black-jack, al tavolo verde) ed anche un marito: trovò entrambi. Infatti, vinse molti soldi e si sposò con Johnny Brown, un distinto ragazzo wasp, figlio di un petroliere texano. Andarono a vivere a Corpus Christi, in un grande ranch: entrambi erano pieni di soldi, di voglia di vivere e...fare figli. Allevavano cavalli (purosangue di razza appaloosa) e praticavano la tecnica (a letto) del dai, dai e dai...ebbero così tre figli maschi ed una bambina.
     Johnny un giorno morì: aveva soltanto la misera età di quarant'anni (ma la morte non sa far di conto!) e se ne andò in una lurida scura giornata di novembre, ucciso da un pirata della strada mentre usciva da un pub a Dallas. Serena, come al solito, prese tutto serena...mente. Continuò a crescere i propri figli lo fece bene ma, ugualmente, non ebbe fortuna: Billy, il primogenito, infatti, perse la vita in un incidente di macchina insieme ad altri compagni di college, a Tempe in Arizona; qualche anno dopo, anche l'unica figlia femmina, Susan, tragicamente perì a Los Angeles: avvenne nel corso di una sparatoria, e aveva soltanto ventun anni! (ma la morte non sa far di conto!).
     Serena, allora, serena (mente) scrisse una poesia (Pietra di luna, moonstone), che regalò poi ad un barbone, Johnny, conosciuto tempo dopo a Filadelfia; il quale, a sua volta, la scrisse colorata di giallo su un muro tutto blu di un palazzo in rovina, a down-town della città:
             "Pietra di luna" (moonstone)
              era la mia bambina (dura come la pietra
              e lucente come la luna); sì, lo era:
              che vendeva violini tzigani 
              sempre vestita di verde e di giallo
              all'angolo della 38^con Liberty street...
              ma una sera alle ventuno fu spazzata via
              da una pallottola strisciante; già
              fu spazzata via: sputata da 
              una 7,65 di uno dei "falchi dormienti"
              lì venuti per caso ad uccidere
              sulle freccianti loro
              spitfire color cammello.
              L. A. è un buco di culo
              sempre più malsano, quando scocca
              il primo rintocco di bel cucù:
              meglio allora andar per fiori
              sì, nel candido giardino del vicino
              e cogliere un mazzo di belle viole,
              o piuttosto restar tappati in casa
              a pregar che il sole nasca presto!

     Ma Serena aveva la mente libera e - come sempre - continuò la sua vita di sempre: serenamente! Riprese a viaggiare, si appassionò alla xilografia ed alle incisioni su legno e vetro, leggendo di Samuel de Mesquita e Maurits Escher su alcuni libri comprati ad un mercatino delle pulci di Londra. Fece strane (e malsane...ma non per la sua mente) conoscenze strada facendo: come quella, a Laredo, di Stan "nuvola bianca", indiano mezzo sangue della tribù dei figli del sole, con cui convisse per tre anni. Quello spacciava peixote,  mescal e la colla; lei, invece, la nostra cara [Serena] prese a dipingere e a collezionare quadri, soprattutto quelli di Bosch. Una volta, ad un'asta, a Seattle, comprò un quadro di Gauguin (Arearea): era un falso, però, ma lei non lo sapeva; lo avesse saputo avrebbe preso il tutto con filosofia, anzi, serenamente. Il suo uomo morì a Chicago, in uno scontro a fuoco con la polizia. Serena (mente) Serena, anche questa volta riprese la sua vita come se non fosse successo nulla! Un giorno vendette ogni cosa avesse ad un rigattiere (non era diavolo travestito da rigattiere, però!) di provincia; e mandò via da lei la sua anima (ma non la mandò al diavolo, però!). Ricomincò, così, a viaggiare, lo fece senza portarsi dietro nessun rimpianto e neanche un misero ricordo...solo e soltanto serena (mente). Cercò, cercava qualcosa: forse la valle dell'eden sperduta, chissà, per andarci a morire, un giorno, quando fosse giunta la sua ora (ammesso che l'avesse trovata!); o forse...qualcos'altro.
     Serena adesso continua ancora a viaggiare (probabilmente lo farà all'infinito) con la mente, con le gambe e col suo grande cuore di donna: e lo fa sentendosi felice, anzi, serenamente!

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

    LUCIANO RONCHETTI: GRAZIE!

     
  • Come comincia:  Quelle di Monaco furono le mie prime "vere" olimpiadi: quelle, cioé, che io seguii con occhi diversi, da bambino cresciuto. Avevo soltanto nove anni, è vero (a fine estate sarei tornato sui banchi di scuola per frequentare la quinta elementare: scuola "Cesare Giulio Viola", a Taranto in via Zara...è ancora lì!) ma le seguii, appunto, con occhi diversi. La mattina, insieme ad altri ragazzini, le seguivo spesso guardando la tivù dietro le vetrine di un negozio di elettrodomestici (furono quelle tedesche le prime olimpiadi trasmesse col sistema PAL a colori, in tutto il mondo), sempre in via Zara, a Taranto; durante le altre ore del giorno le guardavo in tivù a casa. Quattro anni prima avevo visto qualcosa in tivù delle olimpiadi messicane (quelle tristemente famose per la strage degli studenti a piazza delle "Tre culture", oltre che per i record stellari in atletica di Tommie Smith, Lee Evans e Bob Beamon!): ma sono, i miei, ricordi poco nitidi quasi sfumati. Quattro anni prima, però, ero soltanto un bambino, non ancora un bambino cresciuto!
     Quelle di Monaco furono le olimpiadi macchiate dalle note e sanguinose vicende (strage degli atleti israeliani al villaggio olimpico), ma anche - e soprattutto - quelle di Mark Spitz. L'atleta americano (era nato a Modesto, in California, il 10 febbraio 1950) sbalordì la storia vincendo sette medaglie d'oro (quattro in prove individuali, tre in staffetta) e battendo altrettanti record mondiali. Egli veniva dalle olimpiadi quasi fallimentari di quattro anni prima: in Messico, infatti, sebbene fosse qualificato in sei gare (egli stesso predisse che avrebbe vinto sei ori!), non riuscì a vincerne nessuna individualmente (prese l'argento nei 100 farfalla e il bronzo nei 100 stile libero), ma soltanto le due staffette dello stile libero (4x100 e 4x200); nei 200 farfalla, invece, fu 8° mentre nei 200 stile libero non entrò neanche in finale!
     Con la sua impresa (il connazionale Michael Phelps riuscirà a fare meglio, vincendo otto ori a Pechino, nel 2008!) Spitz offuscò le maiuscole prove del tedesco-est Roland Matthes (doppietta nel dorso come quattro anni prima; nella sua bacheca figurano ben otto medaglie olimpiche e tre titoli mondiali nel 1973 e 1975), di Gunnar Larsson (doppietta nei misti), il quale rinverdì i trionfi che la Svezia natatoria aveva avuto con Hakan Malmrot (100, 200 rana ad Anversa) ed Arne Borg (1500 sl nel 1928 ad Amsterdam) e della magnifica australiana Shane Gould (cinque medaglie, di cui tre tra crawl e misti). L'atleta "aussie" fu una delle assolute dominatrici della scena natatoria nella decade settanta, nonostante la sua carriera agonistica durò solo due stagioni (si ritirò, infatti, nel 1973, all'età di sedici anni e nove mesi!), insieme alla tedesca-est Kornelia Ender e alla statunitense Shirley Babashoff. Nel suo palmares, tra l'altro, figura una eccezionale impresa: tra luglio del 1971 e gennaio 1972 riuscì a battere il record mondiale in tutte le cinque distanze dello stile libero, dai cento ai millecinquecento metri! Gli atleti "stars&stripes" dominarono la scena, come al solito, vincendo la metà delle medaglie in palio (quarantatrè su ottantasette), senza, però, ripetere l'exploit di quattro anni prima: ventuno vittorie su ventinove (dieci su quindici tra gli uomini, undici su quattordici tra le donne). Tra gli uomini colsero lo stesso numero di vittorie (una "triple" nei 200 farfalla con Spitz, Hall, Backhaus nell'ordine sul podio), ma nei 100 rana il nipponico Nobutaka Taguchi, rinverdendo i fasti passati di atleti del sol levante sulla distanza doppia (Yoshiyuki Tsuruta, oro nel 1928 e nel 1932; Tetsuo Hamuro nel 1936, Masari Furukawa nel 1956) battè lo stra favorito John Hencken (uno dei più grandi ranisti d'ogni epoca) provocando la più grossa sorpresa dei giochi bavaresi. Il nuotatore di Culver City, California, classe 1954, laureato in ingegneria elettronica alla Stanford University, si rifece vincendo i 200. Quattro anni dopo fece doppietta (fu oro anche nella staffetta mista) e nel corso della sua carriera, straordinaria, batté dodici record mondiali (sette sui 100, cinque sulla distanza doppia), fu campione del mondo a Belgrado (1973) sui 100, vinse titoli nazionali (diciotto in totale) NCAA e AAU, sia indoor che outdoor. Diventarono leggenda del nuoto i suoi duelli con un altro grandissimo della specialità: il britannico David Wilkie. 
     In campo femminile, invece, gli Usa vinsero diciassette medaglie (su quarantadue in palio), colsero una tripletta (nei 200 farfalla vinti da Moe su Colella e Daniel) ma subirono pesanti sconfitte ad opera della giapponese Mayumi Aoki, classe 1953, nei 100 farfalla, e dalle australiane che vinsero anche con la diciottenne Beverly Joy Whitfield (200 rana) e la diciassettenne Gail Neall (400 misti). Quella tedesca (bavarese) fu olimpiade "storica" anche per il nuoto azzurro perché con Novella Calligaris, che l'anno dopo a Belgrado trionferà negli 800 sl, vincemmo le prime medaglie in assoluto di questo sport (argento nei 400 sl e due bronzi negli 800 sl e 400 misti). La nuotatrice padovana vanta un palmares incredibile: oltre alle citate medaglie ben settantuno titoli nazionali individuali (quarantadue nello stile libero, venti nei misti), ventuno record europei battuti, due bronzi ai mondiali, un argento e due bronzi agli europei. Se Federica Pellegrini è indubbiamente la più grande nuotatrice azzurra d'ogni tempo, la Calligaris fu la prima grande nuotatrice azzurra al mondo, la prima vera ambasciatrice del movimento natatorio italiano: entrambe, però, sono state (in tempi e modi diversi) le prime grandi donne del nuoto italiano nel mondo!
     Ultima quanto doverosa annotazione - di carattere, per così dire storico-statistico (e non solo) - è d'uopo: sul podio di Monaco salirono le atlete della ex Ddr o Gdr (nell'universo, a volte non proprio comprensibile a tutti, delle sigle e abbreviazioni olimpiche, e sportive in genere, le tre consonanti nascondono la completa dicitura della "vecchia" Deutschland demokratisch republik, in tedesco, o German democratic republic, secondo la più usata nomenclatura anglofona; mentre, al contrario, prima della riunificazione quella dell'altra Germania era Frg, ossia Federal republic of Germany o Rft, che in italiano sta per Repubblica federale tedesca!), cioé Roswitha Beier (classe 1956), argento nei 100 farfalla e nella staffetta mista, Gudrun Wegner (classe 1955), bronzo nei 400 sl e, soprattutto, Kornelia Ender, preannunciando un dominio (spesso macchiato dal "doping di stato"!) che si protrarrà per più di tre lustri. L'atleta di Plauen (cittadina del distretto di Chemnitz che gli diede i natali il 25 ottobre del 1958) è da considerarsi una delle più grandi nuotatrici all-time. In Germania vinse tre argenti (nei 200 misti e con le due staffette) ma quattro anni dopo, in Canada, sbaraglierà il campo ottenendo addirittura un poker di successi strabiliante: tre ori individuali (100 e 200 sl, 100 farfalla), uno in staffetta mista. In carriera supererà il record dell'australiana Dawn Fraser, vincendo otto medaglie olimpiche (in totale furono ben diciotto in "big-events"); inoltre, batté ventitré record mondiali individuali (il primo, sui 100 sl, a soli quattordici anni, nel 1973!). Sposò dapprima il dorsista Roland Matthes (la coppia più medagliata del nuoto mondiale di sempre!) e poi il decatleta Steffen Grumt (4°agli europei 1982).

                                                  = MEDAGLIERE =
                                            O      A      B      TOTALE
    USA                               18     13     12       43
    AUS                                 5       3       2       10   
    DDR                                 2       5       2         9
    JAP                                  2       -        1         3
    SWE                                2       -         -         2
    URS                                 -       2        3         5
    GER                                 -       1        3         4
    HUN                                 -       1        2         3 
    ITA                                    -       1        2         3
    GBR                                 -        1        -          1

    fonti bibliografiche:
    - Olimpic Swimming 1988 (a cura dell'ISSA, International Swimming Statisticians Association);
    - The Guinness International Who's Who of Sport, Ian Buchanan, Bill Mallon, Stan Matthews;
    - A Who's Who of American Sport's Champions, Ralph Hicock;
    - I Giochi sono fatti, Mario Gherarducci;
    - Il libro d'oro delle Olimpiadi, Erich Kamper&Bill Mallon.
       
     

     
  • 22 agosto alle ore 10:01
    Roma 1960 e Abebe Bikila

    Come comincia: ​  Io, purtroppo, non ho vissuto né il magico, sano e sincero clima di gioia, fratellanza, unione tra i giovani di tutto il mondo che pervase e percorse Roma durante i giochi olimpici del 1960, né i “momenti” agonistici indimenticabili ed irripetibili di quella olimpiade. Il mio più grande rammarico, però, sta nel fatto di non aver potuto…seguire la gara delle gare, la maratona, e di non aver visto correre sul selciato capitolino (magari attraverso la tivù, già in…uso a quei tempi in Italia) il maggior protagonista di quei giochi nonché, a parer mio, il “corridore” più grande e straordinario che abbia mai calcato le scene dell’arengo atletico mondiale: Abebe Bikila! A dire il vero, però, “fiore che cresce” (traduzione in amarico del suo name and surname) corse, e vinse, anche la maratona di Tokyo, nel 1964 (in carriera ne vinse ben dodici su quindici disputate: percentuale, sic!, da fantascienza!), nonché quella di Città del Messico nel 1968 (dove si ritirò dopo una decina di chilometri): ma, sfortunatamente, anche allora io ero – per così dire -…fuori dal tempo, ovvero ancora troppo piccino, essendo nato nel 1962, per poter ben capire (e valutare) le cose della vita, del mondo e…dello sport! Ho conosciuto Bikila guardando vecchi filmati televisivi (tra tutti ho impresso nella memoria quello del suo arrivo, a piedi scalzi, sotto l’arco di Costantino illuminato a giorno, sul traguardo…romano!) o leggendo libri e vecchie riviste di atletica leggera. Da subito sono rimasto colpito per tre cose: la naturalezza e l’eleganza della sua falcata e della sua corsa da gazzella, la semplicità di spirito e la gioia del suo carattere, l’ingenuità ed il candore della sua figura, quasi come quella di un…bambino! Queste caratteristiche e peculiarità (imprese sportive ed agonistiche a parte) sono state, per me, la forza dell’atleta-uomo Bikila, di quell’omino magro e simpaticissimo venuto dall’Etiopia (era nato a Jatto, Debre Berhan, piccolo villaggio di pastori e contadini nell’antica regione di Ahmara, sull’Acronomo Etiopico, a centrotrenta chilometri da Addis Abeba, il 7 agosto 1932), rendendolo unico ed ineguagliabile! Così scrive Edmondo Dietrich nel libro “I grandi campioni”, a proposito del successo di Bikila a Roma: “…aveva vinto con affondi solitari e imperiosi, con una naturalezza di passo così stupefacente che le sue gesta lo avevano reso simile più a un dio dell’antica Grecia che a un essere umano”; ancora: “…le braccia sottili sembravano fatte di soli tendini e ossa e così le gambe simili a quelle di un’antilope in fuga. Il suo volto non denunciava né ansia né fatica”. Per chi, come me, sin dalla giovane età ha seguito ed amato l’atletica, Abebe Bikila ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà la colonna portante, il punto di riferimento ed il filo conduttore che lega passato, presente e futuro di questo sport.  Per intenderci, qualora non fossi stato abbastanza chiaro: senza Bikila (almeno a mio parere) l’atletica, e la storia dell’atletica, non sarebbero stati la stessa cosa di quello che sono! La vicenda umana di questo grande atleta, però, ebbe amaro epilogo, segnata da un destino crudele ed ingiusto: quello che, spesso, contraddistingue il cammino degli eroi. Nel 1969, infatti, dopo essersi ritirato al culmine della gloria sportiva, quando era felicemente sposato e padre di un bambino, fu coinvolto in un grave incidente d’auto restando paralizzato alle gambe fino al 1973, l’anno della sua fine (mese di ottobre, giorno venticinque), avvenuta per emorragia cerebrale. Ora mi immagino Bikila correre insieme ad i suoi grandi amici: l’eroe di Atene (Spyridion Louis), l’omino di Carpi (Dorando Pietri), lo svedese volante (Gunder Hagg), l’angelo biondo di Turku (Paavo Nurmi), l’uomo-cavallo (Emil Zatopek), lo zar russo-ucraino (Vladimir Kuts), la leggenda dell’Oregon (Steve Prefontaine). Non so dove tu sia, dolce Abebe: ma continua a correre! 
    da: una mail inviata a Rai storia il 25 ottobre 2012. 
                                                                                                     
    Luciano Ronchetti                                                            luciano74121@gmail.com

     
  • Come comincia: Una scopata, di tanto in tanto e con chiunque sia fatta (con donna bella o brutta, bionda, rossa o bruna, zoccola o fata, amica o compagna di classe o di...merenda, etc., poco importa!) fa sempre, sempre - e di molto - bene: ciò è fuor di dubbio; ma...ve le ricordate voi (parlo soprattutto per quelli che, come me, hanno già da tempo superato gli "anta" e volano ormai ad ampie falcate verso gli "anta-anta" o "anta-extra") quelle belle scopate di una volta? Ed anche un po', diciamo...così (naif!!), e fatte in maniera quasi estemporanea (o d'amble, come direbbero cugini d'oltralpe!), raramente premeditata, sui sedili posteriori d'una utilitaria, la quale spesso, anzi, quasi sempre, era la mitica "Dyane 6" verde o rosa, decappottabile e con tettuccio apribile, della mamma; oppure la "Fiat 127" bianca coupé del papà, essa con tettuccio non apribile e, ahimé,...: emanante, purtroppo, fuoco e lapilli in estate ed invece ghiaccio distillato frammisto a polvere di brina in inverno?
     Già, quelle belle scopate d'una volta eran proprio così...sane, ricche, allegre: e fatte - ancor prima di cominciare - della vana ed improba ricerca del "palloncino" (altrimenti noto come preservativo), il quale, guarda caso, era andato a (con)ficcarsi sotto il tappetino del sedile anteriore (chissà poi, perché, era proprio finito lì?) ed era impresa pressocché da matti riuscire a recuperarlo, oppure non si trovava più; od ancora: il suddetto [preservativo o palloncino] non si trovava più perché nella macchina - e quindi sotto il tappetino - non c'era mai stato; semplicemente perché avevamo dimenticato di acquistarlo in farmacia (oppure, il più delle volte, avevamo finto di dimenticarcene: per timore, per vergogna, per pudore o checchéssia...avevamo volutamente dimenticato di farlo!). Ed allora succedeva...Si procedeva improvvisando (in teatro si dice: "andare a braccio") e facendo a meno del preservativo: e tutti s'era belli e contenti uguale!
     Allora: ve le ricordate quelle scopate d'una volta? Ve le ricordate tutti quanti (così)? E'importante questo: l'importante è proprio ricordarle così, quelle scopate; è importantissimo, anzi, che esse vengano ricordate da (noi) tutti a quel modo!
    Perché una scopata così, oggi, infatti (nell'epoca delle chat a tutto spiano e del mordi e fuggi, o del prendi e scappa, del godi niente, etc.) se la sognano in tanti, una scopata così era come ascoltare musica da un juke-box (Thank You dei Led Zeppelin, Michelle dei Beatles, Angie degli Stones, etc.): ve li ricordate quelli strani aggeggi, tutto valvole  e transistor, sì? (Spero che ve li ricordiate anche loro!). Loro, quélli aggeggi tanto strani davvero, bombardavano le orecchie dei matusa e dei genitori (da cui non poche maledizioni e vaffancu...ricevevano!)?!
     Quelle scopate d'una volta e quella musica, sulla spiaggia o sugli scogli, in riva al mare, sotto le stelle e sotto la luna - in agosto o a dicembre - erano proprio totalmente diverse da quelle di oggi: emanavano calore, davano forza e facevano bene al cuore!...
    ma io continuerò a dire, a prescindere dai tempi, dai modi e dalle mode: fare l'amore e non scopare, sempre!!!

    Taranto, 5 marzo 2016.

     
  • Come comincia:  Oscar Wilde (vero nome Oscar Fingal O'Flaherie Wills Wilde) nasce a Dublino (1854) e muore a Parigi (1900). Fu poeta, romanziere, narratore, drammaturgo, aforista, saggista, giornalista e traduttore: uno dei più grandi letterati anglosassoni d'ogni tempo! Il suo più celebre ed acclamato romanzo è "Ritratto di Dorian Gray" (1891), capolavoro del decadentismo mondiale. 
     Nel 1895 fu condannato a due anni di lavori forzati, scontati nel carcere di Reading, per "comportamento contrario alla pubblica morale" (pratica dell'omosessualità e della sodomia, in poche parole: amante di lord Alfred Douglas!): la società di allora, perbenista, benpensante, moralista ed ipocrita, perdonava agli artisti (e quindi a Wilde) ogni cosa tranne, ovviamente, l'immoralità alla luce del giorno! (in buona sostanza: se proprio dovete esserlo - omosessuale - fatelo di nascosto!). E Oscar Wilde, comunque, non era certo un tipo qualunque, di quelli che passano inosservati: l'artista, al contrario, che tutti ammiravano; un vero e proprio modello letterario e di vita, tanto per intenderci alla George Gordon Byron!
     Frutto letterario di quella terribile esperienza di vita fu la celebre "Ballata del carcere di Reading": in buona sostanza un vero e proprio apologo della libertà contro le disumane e degradanti condizioni di vita nelle carceri vittoriane (ancora di attualità, visto quello che accade, oggidì, in molti paesi del mondo: nel nostro paese, ad esempio, che si considera di fascia A, in quanto a grado di civiltà, viene attuata - in alcune carceri - la barbara ed inumana pratica del letto di contenzione!) ma, soprattutto, contro la pena di morte (lo scrittore aveva assistito de visu all'impiccagione di un giovane soldato, condannato a morte per l'assassinio della moglie!).
            = The Ballad of Reading Gaol/La ballata del carcere di Reading (1898) =
    Non portava la giacca rossa
    perché rossi sono sangue e vino
    e il sangue e il vino li aveva sulle mani
    quando lo trovarono con quella donna,
    la povera donna morta, che lui amava
    e che aveva ucciso nel suo letto.
    Camminava fra gli altri condannati
    con uno straccio di vestito grigio,
    in testa il berretto da cricket;
    il suo passo correva allegro e leggero,
    ma non ho mai visto un uomo
    guardare il giorno con tale intensità.
    Non ho mai visto un uomo guardare
    con sguardo così intenso
    quella breve tenda d'azzurro,
    che i prigionieri chiamano cielo,
    e contare le nuvole in transito
    su vele d'argento.
    Camminavo con altre anime in pena
    in un braccio differente
    e mi domandavo se fosse lì
    per qualcosa di grave o di poco conto
    quanto dietro di me sento un bisbiglio:
    "finirà sulla forca!"
    Cristo santo! All'improvviso giravano
    tutte le mura della prigione
    e il cielo era un casco 
    di acciaio e di fuoco.
    Ero anche io un'anima in pena
    ma il mio dolore non lo sentivo più.
    Finalmente era chiaro quale tormento
    gli rendeva così eccitato il passo
    e perché guardasse il giorno
    con tanta angoscia negli occhi:
    aveva ucciso la cosa che amava
    quindi doveva morire.
    Eppure tutti uccidono la cosa che amano:
    questo si deve sapere;
    qualcuno lo fa con uno sguardo d'odio,
    qualcuno con parole e lusinghe,
    il vigliacco sceglie un bacio,
    l'uomo di coraggio la spada!
    Alcuni uccidono l'amore da giovani,
    altri in vecchiaia,
    alcuni lo soffocano con mano di lussuria,
    alcuni con mani colme d'oro:
    i più umani usano il coltello perché
    i morti diventano freddi così in fretta!
    Amore troppo breve, amore troppo lungo;
    c'è chi vende, c'è chi compra,
    alcuni lo fanno con le lacrime agli occhi,
    altri senza un sospiro.
    Ogni uomo uccide chi ama,
    ma non viene per questo messo a morte.
    Non muore una morte vergognosa
    in un giorno di estrema infamia, 
    e non si trova un cappio al collo,
    un drappo nero sulla faccia.

    (traduzione di Pina Spelta per i tipi della "Lieto Colle").

     Nessuna nazione, nessun governo di nessuna nazione al mondo, nessun tribunale e nessun giudice, né nessun altro uomo mai, che sia da solo o insieme ad altri - a mio avviso - può decretare (seppur facendolo in virtù di codici e leggi) la fine della vita di un'altro suo simile!
     Da trenta anni, ormai, sono ateo ma per Amnesty International, dal 2004, firmo petizioni contro la pena di morte e la tortura andandone fiero!

    Taranto, 18 gennaio 2019.

     

     
  • 21 agosto alle ore 12:21
    Riflessioni su un porto di mare

    Come comincia: Ho viaggiato molto in mia vita: spesso con la fantasia ma molto - anche - con i miei piedi (ascoltando, osservando, annusando, meravigliandomi, divertendomi, arrabbiandomi). Ho, però, un cruccio, anzi, ho molto ma molto di più: un rimpianto; e cioé quello di non esser mai stato a Genova...ma mai disperare nella vita; mai "dire mai": chissà, cosa può succedere!
     Genova è un "porto di mare" (sul mar Ligure: Mediterraneo), come la mia città (Taranto); essa, però (come tutti i porti di mare e le città sul mare della terra), è un porto di mare assai speciale: d'una città sul mare e del mare, d'una città "bagnata" dal mare!
     [Essa] è un porto di "mare" speciale, sì, davvero molto speciale: perché porta, anzi, portava in sud-America (quando noi italiani eravamo i "migranti"), in Argentina; perché portava - e porta - ancora altrove; perché guardava - e guarda - altrove!

     " A proposito di...bastimenti, Argentina ed emigranti"
    Il  bastimento avanza lentamente
    Nel grigio del mattino tra la nebbia
    Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
    Appare la città grigia e velata.
    Si entra in un porto strano. Gli emigranti
    Impazzano e inferocian accalcandosi
    Nell'aspra ebbrezza di imminente lotta.
    Da un gruppo di italiani ch'é vestito
    In un modo ridicolo alla moda
    Bonaerense si gettano arance
    Ai paesani stralunati e urlanti.
    Un ragazzo dal porto leggerissimo
    Prole di libertà, pronto allo slancio
    Li guarda colle mani nella fascia
    Variopinta ed accenna ad un saluto
    Ma ringhiano feroci gli italiani.
    (Dino Campana, "Buenos Aires")

    Taranto, 10 aprile 2016.
                                         

     
  • Come comincia: Caro figlio,
     ti scrivo questa lettera anche se non sei ancora nato e forse, chissà, non nascerai mai...ma se un giorno verrai al mondo spero tu la legga. Sono tuo padre, un padre "apolide" e solo, cioé, sono un padre senza famiglia, senza donna adesso né patria, anzi, sono un padre che ha molte, tantissime donne, ora, e migliaia di patrie; e lo sai perché?
     La patria di quelli - e per quelli - come me non esiste: quelli come me (e spero, un giorno, se sarai nato e quando crescerai, anche quelli come te) non hanno bisogno di patrie perché la loro patria sono tutte le patrie della terra, la loro patria è il mondo senza patrie. La loro patria - figlio mio carissimo - é il mondo (unico) paese: la loro patria è il mondo intero!
     Quelli come me - figlio - non sono mai soli né senza una donna; cioé, sono soli con la testa ed il pensiero ma no nel loro cuore; quelli come me, infatti, dormono una notte in una tenda con un indio mapuche, sotto le stelle, e si risvegliano il giorno dopo camminando per le strade di Gerusalemme mano nella mano con una donna araba; quelli come me fanno l'amore un giorno con una donna ebrea eppoi fanno festa il giorno seguente lungo i boulevard di Parigi o nelle favelas di Rio insieme agli zingari, o a Calcutta, o a Nairobi con una ragazza punk di Berlino; quelli come me - figlio -  cantano, ballano e bevono con un monaco buddista nei locali gay di Frisco eppoi vanno in Ucraina, o in Moldavia, o lungo la Moscova e mettono un fiore in bocca ai soldati; quelli come me scrivono poesie per i palestinesi ed i berberi nei bordelli della Ville Lumiere eppoi, dopo aver navigato per giorni nell'oceano, le leggono ai gabbiani; quelli come me figlio...li capita, un giorno, di cenare a lume di candela con una ragazza serba in un locale di Vattelapesca eppoi, il giorno dopo, fumano allegri la "colla" con un fratello aborigeno a Darwin, o il narghilé coi bambini di Istanbul, o un sigaro toscano a Guantanamo con un esule cubano.
     Quelli come me - figlio - sono a Katmandù, a Tel Aviv, a Praga, a Tokyo, a Las Vegas: ovunque cittadini del mondo senza patria e senza bandiera, ovunque a sputare in faccia alle patrie sature di tabù.
     Quelli come me, figlio, sono strani: un giorno li capita di prendere a calci nel culo la vita, il giorno dopo prendono calci nel culo dalla vita...poi la baciano, la guardano negli occhi, la abbracciano. 
     Quelli come me: la vita, la morte sono sue sorelle; la vita, la morte sono un quadro di Matisse; la vita, la morte sono una poesia di Pasternak, o di Baudelaire, o di Nazim Hikmet.
     Quelli come me, ricorda, non hanno patria; hanno 10, 100, mille patrie: sono cittadini di ogni patria, del mondo intero!
     Quelli come me, figlio, sono senza patria, vivono senza patria: perché non amano le patrie con i muri, i confini, i reticolati, le dogane e le...ma il mondo intero: soltanto e solamente spazi infiniti, orizzonti senza limiti, isole e terre al di la e al di qua del mare; quelli come me - figlio mio carissimo - amano la linea che si spande altrove, ed oltre il proprio occhio va ed il proprio cuore. 
     Spero che un giorno, figlio, se nascerai leggerai questa mia lettera.
     Spero che un giorno se nascerai in questo mondo, verrai al mondo...tutti viaggeranno insieme, senza patria, per le strade del mondo senza patrie mano nella mano.
     Quelli come me, figlio, sono davvero strani; un giorno si sentono "soli" nel loro piccolo mondo, il giorno dopo viaggiano per il mondo intero senza prendere navi, o treni, o aerei né smartphone o tablet. Semplicemente sognano di viaggiare - sai - quelli come me nei mari e per gli oceani della terra su di una barca alla deriva: sicuri di poter ormeggiare in ogni porto!
      Quelli come me - figlio mio carissimo - sono apolidi senza patria perché la loro patria è la torre di Babele  con tutte le patrie, le lingue e le razze della terra!

    "Il mondo intero è la nostra patria, nostra legge la libertà!".

    Taranto, 18  giugno 2018.

     
  • 19 agosto alle ore 16:35
    Quando eravamo strani

    Come comincia: Quando - noi tutti - eravamo strani...ma pensavamo ed agivamo normale: ora, però, che siamo normali pensiamo ed agiamo sbagliato?! Come mai questo: le cose sono fatte e vanno a rovescio?
     Boooh! Sarà, forse, colpa di ciò che mangiamo (una pubblicità, infatti, recita: "Siamo ciò che mangiamo!") o di quel che respiriamo: le bombe ad orologeria di nitriti e nitrati che ingurgitiamo ad ogni pasto, o il latte alla diossina che beviamo, noi ed i nostri figli, gli hamburger di plastica che divoriamo ai Mc Donald's, la quantità più o meno nociva e neanche tanto nascosta di amianto che respiriamo al di sopra delle nostre teste, etc.!!
     Tanti anni fa (all'incirca quaranta: anno più, anno meno) i sudditi di sua maestà Elisabetta II^ d'Inghilterra, in particolar modo quelli che seguivano le squadre in giro per tutto il continente e ad ogni latitudine del Regno Unito, si dilettavano a devastare tutto ciò che incontravano davanti dopo ogni partita nonché a darsele di ragione santa fra loro e coi tifosi avversari. Furono condotti studi abbastanza specifici ed accurati, al termine dei quali si disse quanto segue: "Nel sangue di quei tifosi, soprattutto quelli che vivevano nelle contee e città più industrializzate (le conurbazioni di Birmingham, Manchester, Leeds, Sheffield, Liverpool, Newcastle, etc.), vi erano altissime concentrazioni di ossido di piombo (la formula chimica, per intenderci è la seguente: pbO)". In buona sostanza e in buona pace di tutti (chiesa anglicana compresa), si volle allora dare - da parte di certa opinione pubblica britannica - una giustificazione per così dire "chimica", piuttosto che sociologico-ambientale, del comportamento dei cosiddetti "hooligans"!
     Del resto, però, già all'epoca era risaputo che l'assunzione frequente di piccole quantità di piombo, sotto forma di vapor acqueo o granelli di polvere, provocasse pericolose intossicazioni, tra cui il saturnismo, il quale causa la disattivazione degli enzimi preposti alla sintesi dell'emoglobina (è il caso, non infrequente, di ciò che accade ai tipografi o ai verniciatori). E' da dire, oltre modo, che casi di questo genere sarebbero addirittura più antichi se non remotissimi: secondo alcuni storici, infatti, una delle principali cause della decadenza dell'impero romano starebbe proprio (udite! udite!) nello smodato utilizzo di piombo, appunto (esso veniva utilizzato per costruire, ad esempio, utensili da cucina o per coniare monete). Il piombo, inoltre, a tutt'oggi è uno degli agenti inquinanti più...forti in ogni parte del globo terracqueo: basti pensare, per esempio, a quel che combina nella nostra atmosfera il piombo tetraetile, utilizzato come additivo antidetonante della benzina.
     Io penso, però, che in definitiva la ragione di quanto sopra scritto stia soprattutto in questo fatto: prima non eravamo affatto strani, nessuno di noi lo era, né adesso siamo tornati "normali" di botto o rinsaviti; anzi, al contrario, prima eravamo più normali di ora: forse! Ciocché è cambiato, invece, - evidentemente e inesorabilmente - è senz'altro il nostro modo di vedere le cose (e di sentire, e di capire), il nostro modo di osservarle e di porci (o non porci) domande su di esse e sopra la vita ed il mondo: oppure (di) farlo in modo od al momento sbagliato; probabilmente, però, è anche il mondo, sì, proprio il vecchio caro mondo (e non parlo soltanto del nostro...mondo, ma di quello "geografico") che non è più lo stesso, che è cambiato - non solo a causa degli stravolgimenti climatici o del diverso succedersi delle stagioni (come già decenni addietro cominciavano saggiamente ad affermare i nostri vecchi...).
     O  forse, chissà, e con ciò chiudo, tutto sta nel fatto, ovvero la risposta a tutto starebbe semplicemente nel fatto che il tempo passa - le macchine imperversano sempre più - e...tutti diventiamo ogni giorno un po' più vecchi (e stanchi) di prima!

                                              = Serenata delle macchine = (Welcome to the machines)

    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, ama la tua macchina.
    I tempi cambiano: i tempi sono cambiati.
    Dici che non c'é nulla di buono eccetto le cose naturali.
    ...Sei pazzo.
    L'ortica è una pianta naturale,
    perché non ne metti un po' nel tuo cibo?
    Non mi frega un cazzo se dentro c'é una marea di chimica.
    Basta che la mia insalata sia fresca, però!
    - I tempi cambiano: i tempi sono già cambiati -.
    Può darsi che i conservanti ti stiano conservando bene,
    penso che questa sia una cosa che stai trascurando: robot.
    Sei innamorato?
    Sì, l'hai trascurata.
    Robot meccanico, computer fatto dall'uomo, io amo la sua macchina.
    Benvenuto robot, benvenuto computer: fatti dall'uomo;
    welcome to the machines!
    (liberamente tratta da un brano dei Pink Floyd).

    Taranto, 29 settembre 2014.