username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 29 set 2018

Luciano Ronchetti

03 novembre 1962, Taranto - Italia
Mi descrivo così: Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema, sport (e altro ancora), nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero.

elementi per pagina
elementi per pagina
  •                                                                                      
    Ero un ragazzo
    quando seppi di quei ragazzi
    (non avevo vent'anni)
    ancora un ragazzo
    ero quando seppi della loro
    morte perchè né io
    né loro avevamo avuto il tempo
    di diventare uomini
    (non avevo vent'anni)
    loro erano morti, morirono
    allora
    io sono ancora vivo
    e vado scrivendo
    di quei ragazzi
    erano i "ragazzi di Long Kesh"
    morti un'estate di tanti anni fa
    in una lurida prigione
    dell'antica Britannia
    (non avevo vent'anni)

    20 maggio 2022

     
  • 14 maggio alle ore 19:08
    E' facile morire (in Palestina)

    E' facile morire
    all'alba
    sotto un albero d'ulivo
    o un mandorlo in fiore
    E' facile morire
    all'alba
    vicino un sasso
    pallido
    come il volto d'una fanciulla
    in amore
    E' facile morire
    all'alba
    in un villaggio
    sperduto
    per un colpo in testa
    ricevuto
    in mezzo agli occhi
    di fianco al cuore
    Ma quel villaggio sperduto
    mai piange la morte
    di nessuno
    ricomincerà a lottare
    vicino a quel sasso
    fioriranno mille
    un milione di sassi per colpire
    l'oppressore
    sotto quegli alberi
    mai tramonterà
    il sole
    E' facile morire
    (in Palestina)
    all'alba

    14 maggio 2022 (74°anniversario della Nakba)
     

     
  • 08 aprile alle ore 13:12
    Ho sete

    Ho sete
    Bevo fuoco per dissetarmi

    26 marzo 2022

     
  • 08 aprile alle ore 13:10
    Acqua del fiume (poesia non sense)

    Water-closet
    Melma strisciante

    25 marzo 2022 

     
  • L'aria che oggi respiro
    Non è la stessa 
    Di quando uscii
    Dalla vagina di mia madre
    Quella era aria nuova
    Fresca pulita
    Sapeva di bucato
    Aria di ieri...
    (Come eravamo/How we were)

    2 aprile 2022

     
  • 08 aprile alle ore 13:01
    Case

    Case vuote
    Abbandonate
    Le finestre che piangono
    Case matte
    Dove hanno ucciso i muri
    Ed il loro sangue s'è congelato
    Casa dell'infanzia
    Era colorata d'azzurro
    Gentile
    Come una lastra di marmo
    Nera rivestita di pietà
    Case distrutte
    Divelte dalla terra che le aveva viste
    Nascere
    Sfrattate buie sfitte
    Figli partiti in guerra
    E madri senza lacrime
    Caserme casermoni
    Corridoi infiniti
    Senza spazio
    Privi
    Di finestre...
    Shock! Soffocano
    Case a caso
    Deserti arcobaleno
    Disseminati di croci
    Senza nomi lungo il cammino
    Scheletri di betulle
    Osservano in silenzio un uomo
    Ha perduto la bussola del tempo
    E non riesce a tornare
    Profugo senza volto
    Oramai
    Case a caso
    Game-over...
    Case

    26 marzo 2022

     

     
  • 31 marzo alle ore 15:20
    Grattacieli

                                                 - Muri orrizontali e muri verticali sono la stessa cosa -

    Soltanto grattacieli
    Muri senza occhi
    Senza mani innalzati
    In verticale a toccare 
    Il cielo grigio carico di stelle filanti
    Eppoi ucciderlo
    Soltanto grattacieli

    26 marzo 2022
     

     
  • 04 giugno 2021 alle ore 10:32
    Candele accese all'alba

    Mio padre 
    mi ha svegliato
    era l'alba
    già
    il cielo grigio
    le alture
    bagnate d'azzurro 
    nascoste dalla nebbia
    una donna
    per strada porta una candela
    poi un'altra donna
    e un'altra
    un'altra un'altra un'altra
    ancora
    10 100
    sono 1000 adesso
    le strade piene di donne
    con le candele accese
    in mano
    era l'alba
    quando
    mio padre
    mi ha svegliato...
    candele accese all'alba

    YAZIN AL MASRI, 2 anni/IBRAHIM AL MASRI, 11 anni/ YAHIA KHALIFA, 14 anni/LINA SHAHER,16 anni/MUSTAFA OBAID, 17 anni/BASHAR SAMOUR, 17 anni/IBRAHIM HASANAYN, 16 anni/MUHAMMAD SULEIMAN, 16 anni/HUSEIN HAMAD, 11 anni/BARA' AL GHARABALI, 6 anni/RAHAT AL MASRI, 10 anni/MARWAN AL MASRI, 7 anni/HAMZA ALI, 12 anni/HALA AL-RIFI, 14 anni/ZAID AL-TALBANI, 5 anni/AMAAR AL-AMOOR, 11 anni/HAMADA AL-AMOOR, 13 anni/KHALID AL-KANOO, 17 anni/LINA ISA, 14 anni/BATHENA ABID, 6 anni/AMEER AL-TANANI, 7 anni/ADAM AL-TANANI, 4 anni/MUHAMMAD AL-TANANI, 3 anni/ISMAEEL  AL-TANANI, 8 anni/AHMAD AL-HAWAJIRY, 14 anni/MUHAMMAD ABU DIYAH, 1 anno/HOUR AL ZAMILI, 2 anni/IBRAHIM AL-RANTISI, 1 anno/FAWZIYA ABU FARIS, 17 anni/ISLAM AL' ATAR, 8 anni/AMBER AL' ATAR, 6 anni/MUHAMMAD AL' ATAR, 1 anno/ABDULLAH JAWDA, 13 anni/SUHAIB AL HADIDI, 13 anni/ABDUL RAHMAN AL HADIDI, 8 anni/USAMA AL HADIDI, 6 anni/MARIAM ABU HATAB, 8 anni/YAMAN HABU HATAB, 6 anni/BILAL ABU HATAB, 9 anni/YUSUF ABU HATAB, 11 anni (Fonte/Source: Ministero della salute palestinese/Palestinian Ministry of Health)

    Taranto, 19 maggio 2021

     

     
  • 19 marzo 2021 alle ore 10:40
    Amara è la vita...(ninna nanna di fine anno)

    Amara è la vita...
    passa il tempo,
    i treni passano: fanno danni
    vanno sempre più veloci
    ma (guai) se non li prendi
    sotto i ponti ti ritrovi
    a dormire per anni
    vecchio di sogni: precoci
    Amara è la vita...
    dolce - come il miele - (quando)
    lo vuoi tu; dolce se vuoi
    tu: ma non voglion gli altri!
    Amara è la vita...
    non si può piangere: se
    (quando) lo vuoi tu
    perché non voglion gli altri
    che magari ridono!
    Amara è la vita...
    ti fotte sempre: proprio (quando) meno
    ti aspetti che però
    è il momento giusto
    dubbi strani ancestrali: bisogni
    (dell'uomo)
    nei cassetti
    Amara è la vita...
    ti guardi allo specchio: non ti riconosci
    (quasi) provi pena per te stesso
    (quasi quasi) ti fai pena da solo;
    t'afflosci seduto a tavolino
    come un "fesso"
    Amara è la vita...
    meglio così: almeno [lei]
    a volte ti perdona
    (tu invece mai lo fai con te stesso!)
    Amara è la vita...
    (a)
    frammenti
    Amara è la vita...
    meglio così: altrimenti?!

    Taranto, 31 dicembre 2016.

     
  • 21 febbraio 2021 alle ore 9:14
    La caduta

    Nell'abisso di un attimo
    posi il mio sguardo
    era nero
    era bianco
    quell'attimo rosso era
    freddo caldo
    senza riguardo
    alcuno
    verso il mio sguardo...
    capii
    che quell'abisso
    non era l'abisso
    di un attimo
    ma l'attimo
    caduto nell'abisso
    che non vuol più
    tornare

    Taranto, 17 febbraio 2021
     

     
  • 10 febbraio 2021 alle ore 18:56
    Solitudine

    Nelle pietre
    dove tutto è scritto sepolto
    Nei petali d'un fiore
    dove ogni cosa appassisce
    nelle ali d'una farfalla
    che battono il tempo d'un soffio
    appena 
    In un perduto amore
    impossibile o cieco
    in un cielo di notte
    dove luna e stelle stanno al buio
    nella banalità del mondo
    del bene o del male
    nella nave che naviga
    in aperto mare 
    senza mai attraccare
    in alcun porto
    nel vento che soffia
    e poi si placa
    nei pensieri disordinati
     e sghembi
    d'un vecchio che non vuol morire
    negli occhi di un bambino
    che piange
    nell'appressarsi d'ogni cosa
    lento ma inesorabile, nel dipanarsi,
    allontanarsi del tempo
    dal punto d'arrivo o di partenza
    nei binari morti delle stazioni
    dove i treni 
    non partono più
    sulla panchina d'un parco
    dove una donna siede
    e legge il diario
    della sua vita
    in una casa distrutta
    lungo una strada abbandonata
    in un bacio d'addio
    in un saluto fatto ad un'amico
    in un addio senza un bacio
    in uno sguardo fissato sulle nuvole
    in un sorriso ricevuto
    in una lacrima perduta
    in un corpo che inerme
    giace sulla nuda terra
    Solitudine
    in ogni cosa che nasce
    vive e poi muore
    in ogni luogo senza rumore

    Taranto, 10 febbraio 2021.

     
  • 08 febbraio 2021 alle ore 14:43
    Ancestral

    Tutto era buio
    Tutto era luce
    Il buio si accoppiava
    Con la luce
    Il sole, la luna
    Le stelle unico
    Fascio di voce
    Nel caos del cielo
    Fornicavano Andromeda
    Gamma Saturno
    Urano un gabbiano
    Nero Swank s'alzò in volo:
    "Ancestral!" un suono stridulo emanò
    Le montagne s'aprirono 
    Così cominciò ad ululare
    Il vento...
    Il mare s'agitò
    Oltre i confini dello spazio
    I fiumi sbarcaron sulla terra
    Un grido mormorò
    La natura sul piede di guerra
    Pianure, campagne verdi colline
    Mostraron scintille
    Il caos regnava
    Nel caos tutto
    Era buio era luce
    Non avevano colore
    Ma ognuno di essi splendette
    Di fronte all'ignoto...
    Qualcosa di vuoto.
    Ancestral.

    Taranto, 5 febbraio 2021
    (pubblicata su PoemHunter.com il 6 febbraio 2021).

     
  • 07 febbraio 2021 alle ore 12:50
    In morte di un amico

    Ho visto il tuo sguardo
    per l'ultima volta
    i tuoi occhi
    che mi gridavano qualcosa
    ed ho capito
    quanto piccolo
    ora sia il mondo
    senza di te

    Taranto, 6 febbraio 2021.

     
  • 26 gennaio 2021 alle ore 7:54
    Canto stonato

    Diradarsi le nebbie
    quando
    il lupo canta alla luna

    Taranto, 26 gennaio 2021.

     
  • 26 gennaio 2021 alle ore 7:53
    In punta di piedi

    Splash! Cadendo nell'acqua
    ha fatto rumore
    il mio cuore...
    una carezza appena
    nel vorticoso
    smembrarsi del tempo

    Taranto, 26 gennaio 2021.

     
  • 03 gennaio 2021 alle ore 10:05
    Il vento

    liberamente ispirata al film di Ferzan Ozpetek "Rosso Istanbul".

    Per tutta la vita
    ha soffiato sul mio volto
    senza mai spettinarmi
    lacrime
    ho visto scendere
    dai loro occhi
    senza mai asciugarle
    non sapendo se fosse
    dolore o gioia!

    Chi guarda troppo
    al passato non vede
    il presente
    ma il passato
    non è stato bambino,
    giovane forse
    anche lui
    speranzoso del futuro?

    Il vento 
    ha consumato gli anni
    s'é preso il mio tempo
    ha catturato
    miei ricordi lasciandomi
    affanni
    ha rotto gli argini
    dei fiumi e tormentato
    montagne
    ha provocato tempeste
    le onde del mare
    sollevando
    sul mio volto
    ha soffiato per tutta la vita
    senza mai spettinarmi.

    Taranto, 31 dicembre 2020.

     

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:55
    Aver paura (la paura)

    Borderline
    camminiamo all'abisso
    senza andare 
    oltre mai: paura
    abbiamo ch'esso
    sia vuoto.

    Taranto, 22 novembre 2020.

     
  • 22 novembre 2020 alle ore 21:48
    Zombie a zonzo (i nuovi zombie)

    Ombre indistinte nella
    coltre...
    in attesa del rintocchio
    dello sciacallo.

    Taranto, 18 novembre 2020. 

     
  • Chi tanto ha dato e poco ricevuto
    giorn'arriva, alfin arriva quello ch'é del
    riflusso: in cui corrente [cortese] riporta 
    a riva ciocché s'é preso e quel che si è
    perduto.

    Taranto, 16 marzo 2015.

     
  • Le cose che ti ruotano 
    attorno
    quando le osservi sono senza
    contorno
    le osservi le annusi
    le guardi
    non hanno sguardi
    son senza ritorno
    un pozzo senza fondo
    infinito
    non hanno contegno
    rispetto riguardo
    per nessuno
    le cose che ti ruotano
    attorno
    son senza contorno
    non è mai troppo
    tardi alla fine
    l'ho capito ma resto
    a digiuno!
    Le cose che ti ruotano
    attorno...

    Taranto, 20 ottobre 2020. 

     
  • 15 ottobre 2020 alle ore 14:19
    Un giorno (li avrò)

    Avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    del tuo corpo
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento
    d'una tua parola
    vuota senza domani
    avrò i tuoi occhi
    un giorno, oggi mi accontento 
    dei tuoi pensieri
    di accarezzarti
    il viso di stringerti
    le mani
    avrò i tuoi occhi
    per catturare
    i tuoi sorrisi i tuoi silenzi
    i tuoi sguardi
    avrò i tuoi occhi
    un giorno li avrò:
    sarà troppo tardi?

    Taranto, 15 ottobre 2020. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 13:15
    L'idiota

    Bramando a volte va
    intelligenza e fortuna,
    ma soltanto coglier sa
    le mosche al calar d'ogni luna.
    Va facendo scempio
    di fatti e (di) parole
    pur non prendendo esempio
    da nulla né sotto il sole.
    L'idiota non si ferma mai
    all'erta sta sempre e in pena
    giammai lo fa, giammai:
    ma muore lui almeno a pancia piena.

    Taranto, 26 gennaio 2017. 

     
  • 28 settembre 2020 alle ore 8:04
    Il perfetto ragioniere

    Conto i giorni conto le ore
    conto i minuti;
    ma intanto passano gli anni
    e miei sorrisi son sempre più muti.
    So far ben di conto così
    sono un perfetto ragioniere
    che trascura notte e dì
    ma non rinnega il piacere.
    Conto i minuti sberleffo le ore:
    che sono più brevi degli altri;
    ed in attesa che'l foco riprenda vigore
    pensieri assaporo e ricordi scaltri.
    I giorni conto ore e minuti
    coi piedi e colle mani;
    miei sorrisi son sempre più muti:
    ma giungon li stesso al domani.

    Taranto, 5 gennaio 2017.

     

     
  • 22 settembre 2020 alle ore 5:50
    Avere e non avere

    Finché avrò respiro
    ed occhi miei vedranno
    esalerò un sospiro
    e ferite mie - così - guariranno.
    Ma quando respiro non più avrò 
    cogli occhi per sempre chiusi:
    lor mi vedranno che in alto andrò
    ad affollar silenti pascoli giammai verdi né illusi. 

     
  • 27 agosto 2020 alle ore 19:18
    Veterani di guerra (inutile ferraglia)

    Veterani di 1000 cento battaglie
    can perso dignità e frattaglie
    in petto portan scritto
    i segni dell'oggi, di ieri e del domani
    oltre a tante medaglie...
    ma quelle "medaglie" le nazioni
    tutte (le) riempion d'orgoglio: ooooh
    quanta inutile ferraglia!

    Taranto, 8 settembre 2016.

     
elementi per pagina
  • Come comincia: "Sono un palestinese e ne sono umilmente orgoglioso. I miei genitori, fratello e sorella e altri parenti sono stati ripuliti etnicamente (np. a molti parrebbe strana questa serie di parole o paroloni altisonanti, ma non lo è: non solo gli ebrei hanno subito una shoah, ma anche gli arabo palestinesi hanno subito una "pulizia etnica", ovvero molti di essi nella cosiddetta Nakba o catastrofe del 1948 furono cacciati dalle loro terre e anche uccisi) dai criminali sionisti dalla loro casa a Jaffa (non ero ancora nato). La Palestina sta soffrendo terribilmente ora, ma c'é speranza. Il tempo è dalla nostra parte ma dobbiamo unirci e perseverare fino all'ultima persona. Dovremmo dare l'esempio per il mondo intero di un popolo unito e determinato. I Palestinesi riguadagneranno la loro patria in tempo. Se essi continuano sulla strada della perseveranza e del sacrificio, i topi sionisti abbandoneranno la nostra patria e torneranno alle loro stesse terre. Non ci dovrebbero essere compromessi o trattative con i sionisti. La resistenza dovrebbe essere pacifica e rumorosa. I sionisti sono animali, qualunque cosa creda l'occidente. Abbiamo vissuto ad Al-Quds (mai e poi mai chiamata Gerusalemme) tra il 1952 e il 1969, quindi ci sono stato durante la cosiddetta guerra dei Sei giorni (np. avvenne dal 5 al 10 giugno del 1967). Ho visto con i miei occhi il panettiere del quartiere ucciso con tre proiettili alla schiena mentre giaceva nel suo letto. Il mio vicino di casa, diciassette anni e civile, è stato ucciso con una pallottola nell'occhio. Proprio davanti alla nostra porta d'ingresso, tre giovani soldati palestinesi con i pantaloni fino alle caviglie sono stati uccisi a sangue freddo. Ho visto cadaveri travolti dai carri armati del cosiddetto esercito più morale del mondo (che spazzatura!). Potrei dire di più. So che i Palestinesi stanno soffrendo e stanno soffrendo ora e vorrei aiutarli un pò ora e, si spera, molto di più in futuro. Inshallah." (John Saba, 24 dicembre 2011; from: palestineremembered.com).

    15 maggio, 2022 

     
  • Come comincia:  La storia che seguirà è stata scritta lo scorso autunno da una studentessa in lingue di Gaza (una "gazan" o gazawi, come vengono abitualmente chiamati gli abitanti della città palestinese altrove - capita all'estero ma anche nel resto della Cisgiordania - per distinguerli e differenziarli dagli altri: non so, tuttavia, se questo sia un pregio o piuttosto mera sfortuna!), oggi ventiduenne, come egli stessa scrive, ed in attesa di una borsa di studio che finanzi un suo eventuale master all'estero: Baraah Qandeel, il suo nome completo. E' storia vera e commovente - a mio avviso - ma no strappalacrime (le lacrime è meglio lasciarle altrove, magari consumandole leggendo di altre morti di palestinesi ed altre uccisioni a Gaza o nei territori occupati in futuro, piuttosto che sprecarle vanamente questa volta); al tempo stesso, però, contiene una disamina alquanto lucida e precisa ancorché realistica (o realisticamente vera) della vita degli abitanti di Gaza, a cui non è permesso neanche sognare, sovente, vista la precarietà del loro trend quotidiano e di tutta la loro esistenza. Molti anni orsono mi capitò di leggere una frase che descriveva appieno la situazione: "da queste parti sembra che la maggior parte della gente pratichi il pessimismo della ragione frammisto all'ottimismo della buona volontà!". Non è paradossale, tutto ciò, né tanto meno trattasi di semplice eufemismo o peggio ancora di retorica filo-palestinese da quattro soldi, bensì è dato di fatto assolutamente incontrovertibile. Ma la volontà non basta, evidentemente, e i gazan sopravvivono (o vanno avanti, dignitosamente e nel miglior modo possibile che li sia concesso) facendo a meno, spesso, di quella che molti in occidente (per lo meno in quella parte di esso di stampo fantomaticamente capitalistico ed iper opulento) chiamerebbero "progettualità a lungo termine": non possono farlo perché qualcun altro decide per loro (i loro destini e il loro futuro) e va impedendoglielo (a prescindere dalla volontà stessa, appunto), mettendo - come suol dirsi - "bastoni in mezzo alle ruote" della loro esistenza, ovvero frapponendo tra essi ed i loro eventuali progetti di vita (o i sogni possibili che ne scaturirebbero) ogni ostacolo che possa umanamente immaginarsi, il quale diviene (quasi) sempre insormontabile, purtroppo: lo sarebbe, invero, per chiunque dovesse risiedere a Gaza e dintorni o in ogni altro angolo di quella terra martoriata che si chiama Palestina. Di certo è che ognuno viva, a questo mondo, in una perenne condizione di precarietà, la quale pende come fardello irrinunciabile a prescindere dalla opulenza e dal sistema economico vigente; tutti, poi, potremmo definirci, sia di nome quanto di fatto, dei "precari instabili" (o senza presa d'appoggio alcuna, magari), in fondo, a prescindere dall'essere o meno occupati (in senso lavorativo, è da intendersi) e dalla condizione sociale che va contraddistinguendoci e la quale pur differisce da un individuo ad un'altro: Jean-Paul Sartre affermava, infatti, che "l'uomo pur possedendo la facoltà del libero arbitrio (ossia, quella determinata capacità che ci contraddistingue dagli altri esseri viventi, per il fatto di poter pensare e saper di conseguenza agire in tutta libertà, quando sia possibile) opera delle scelte che inevitabilmente porteranno sempre a nulla". Si tratta di esistenzialismo razionale (o pessimismo della ragione, come scritto), più che di cinica visione della realtà il quale tuttavia, per gli abitanti di Gaza e dintorni (ma questo è estendibile, invero, ad ogni palestinese che vive l'occupazione israeliana) è amplificato alla milionesima potenza in ogni cosa. "Viaggiare è sempre stato un lusso per la mia generazione, una fantasia che possiamo solo immaginare e sognare. Beh, dimenticati di viaggiare. Anche visitare altre regioni del nostro paese è difficile da morire. Se vuoi che ti faccia un esempio, allora lascia che ti dica che siamo costretti a comunicare con la nostra stessa gente solo attraverso schermi digitali, nessun contatto visivo reale, nessun incontro reale, solo virtuale. La sofferenza non finisce qui. A peggiorare le cose, non solo le persone a Gaza City sono paralizzate e gli è vietato muoversi nella propria città, ma più palestinesi fuori dalla Palestina sono bloccati all'esterno, (np. nel 2018-2019 ci fu la cosiddettà "marcia del ritorno", una manifestazione di protesta a favore dei palestinesi profughi o transfughi all'estero, e del loro diritto al ritorno, appunto, la quale provocò ben oltre duecento morti e migliaia di feriti) e anche solo fare una visita alle loro famiglie è un rischio in sé e per sé. E'come una maledizione che ti accompagna dalla nascita; quando sei palestinese, la sofferenza diventa uno stile di vita per te, ed è doppiamente dannosa se sei di Gaza. Quando ero piccola, ho sempre avuto familiarità con l'idea che noi abitanti di Gaza avessimo un aeroporto nella città di Rafah (la città che confina con l'Egitto). Poi un giorno, le forze "isareliane" decisero che non avevamo più bisogno di avere un aeroporto tutto nostro e che dovevamo restare nella grande prigione che avevano creato per noi, così hanno semplicemente bombardato l'intero posto e l'hanno distrutto a pezzi. Stavano chiaramente dichiarando: "Se non possiamo occupare Gaza e aggiungere un altro pezzo di terra alla nostra collezione, allora dovremmo trasformare questo piccolo, minuscolo posto in una gabbia con migliaia di prigionieri e privarli del loro diritto di scegliere il loro proprio destino". Ho una zia che vive in Egitto con suo marito e i loro figli, e ricordo a malapena che aspetto ha. Certo, era prevedibile perché l'ultima volta che l'ho vista è stato quando avevo dieci anni e ora ne ho ventidue! E'stato ancora più tragico quando mia nonna è morta dove viveva, a Khan Younis, nel sud di Gaza. Mia zia non poteva nemmeno dire addio alla madre che le era sempre mancata o guardare il suo bel viso per l'ultima volta. Ha rischiato la vita per viaggiare illegalmente dall'Egitto a Gaza, ma non è potuta venire prima del terzo giorno del funerale (i funerali isalmici durano tre giorni), e non ha nemmeno avuto abbastanza tempo da passare con le sue sorelle (lei è la più anziana) perché, essendo la sua presenza illegale, doveva tornare in Egitto appena possibile. Ho sentito molte storie da persone che conosco, e su persone che non conosco, che sono state trattate male e in modo disumano al confine di Rafah mentre si dirigevano verso a da Gaza. Normalmente, il viaggio impiega quattro o più giorni per raggiungere una delle due destinazioni, ma se paghi denaro extra - che è abbastanza difficile da ottenere - puoi ottenere il trattamento VIP per raggiungere la tua destinazione in un giorno e mezzo. Ascoltare storie del genere mi fa solo inorridire all'idea che un giorno sarò nella stessa posizione. Sto cercando una borsa di studio interamente finanziata per ottenere il mio master all'estero in socio-linguistica, e per lasciare Gaza potrei dover viaggiare da Rafah in Egitto. Sarà abbastanza impegnativo non rimanere uccisi in un incidente sulla strada, poiché la strada per Arish, una città nel nord della penisola egiziana del Sinai, non è altro che una strada nel deserto. Mi chiedo se, una volta fuori, penserei di tornare a visitare il mio paese, dove sono la mia famiglia e i miei amici, e rivivere l'intera esperienza da capo? Posso sembrare sarcastica qui - e non sono sicura che sia il modo più sano per esprimere i miei pensieri, ma forse il sarcasmo mi aiuta ad assorbire questi fatti dolorosi - che come abitanti di Gaza, non siamo in grado di viaggiare e muoverci liberamente come persone di molte altre nazionalità possono. Quanto al futuro, non ho né conoscenza né speranza. E'un'avventura rischiosa che dobbiamo affrontare: raggiungere la perdita minima mentre ci costa un braccio e una gamba cercare una vita dignitosa e normale da vivere". Nel maggio scorso scrissi: "Chi va costruendo muri attorno ad un altro stato o territorio che sia (come nel caso di Israele, appunto) eppoi, alla resa dei conti (o de facto, come asseriscono i luminari del diritto romano, di quello internazionale e non solo) vi tiene prigioniero e segregato un popolo tutto intero, al suo interno (nel caso di Gaza e della Striscia questo accade a causa di un embargo ma si tratta della stessissima cosa, in fondo), senza curarsene né distinzione alcuna fare per chi ci vive (siano essi donne, uomini, bambini, giovani o vecchi), il dovere sacrosanto ha di tenere a bada quello stesso popolo, custodire cioé quel muro (o quei muri) che ha eretto e merita (paradossalmente) di ergersi a suo fedele guardiano: Israele a guardia di sé stesso, si potrebbe dire; di quel mostro che egli stesso ha partorito, in una sorta di espiazione catartica con quella sua creatura mostruosa". L'operazione militare israeliana che nella scorsa primavera ha devastato Gaza, provocando - in massima parte e come al solito - vittime civili inermi ed incolpevoli, fu denominata "guardiano del muro": è proprio quel muro, in fondo, che più di ogni altra cosa tiene separati i gazan e tutti i palestinesi tra loro e dal resto dell'umanità.

     
  • Come comincia:  Pur vivendo nella cosiddetta era "digitale", quella cioé in cui nulla, a rigor di logica e consuetudinariamente, mai e poi mai dovrebbe passare inosservato né - tanto meno - possa (e debba) capitare che qualche notizia (per grande o piccola che sia, che riguardi un potente oppure il becchino di Vattelappésca) venga in silenzio archiviata o cestinata a "quattro mani" nel dimenticatoio eppoi anneghi nell'immenso oceano dell'oblio, prima d'esser esposta - magari - al pubblico scherno e data in pasto, all'unisono, al giudizio mediatico massificato, tutti siamo ancora (volenti o meno ed indistantamente) succubi ancorché vittime (forse non del tutto ignare!) d'un gigantesco quanto assurdo paradosso, tale da far drizzare i capelli anche alla buona anima di Telly Savalas (attore americano, noto per esser stato il protagonista di una serie televisiva poliziesca di molti anni orsono, intitolata "Kojak") o far rivoltare nella tomba - forse - scrittori e drammaturghi del rango di Samuel Beckett e Luigi Pirandello (cito a casaccio due tra i più grandi del'900 ma credo che anche quelli meno noti lo farebbero se potessero!): da un lato vi è il "grande fratello" di orwelliana memoria (nella fattispecie trattasi del carrozzone mediatico contenente stampa, reti televisive e network, del web intero con social, blog, chat e quant'altro al seguito; della tecnologia corrente con smartphone, i-pod e i-pad di ultima generazione, sui quali è possibile installare applicazioni ipercomunicative ed istantanee) che tutto va scrutando, spia ed osserva, alla stregua stessa  del più raffinato dei voyeur (ma non sarebbe meglio etichettarlo col suo vero nome? Squalo bambù maculato, il quale nella toponomàstica linneiana, nota a pochi e forse invisa pure a quelli, suona così: Chyloscyllium plagosium), eppoi lo fagocita (appunto), non prima tuttavia di aver mandato a puttane ciocché un tempo era chiamata privacy; dall'altro una sorta di censura legalizzata delle notizie (mi sovviene il famoso Minculpop, Ministero della Cultura Popolare operante in certo "ventennio", che le filtrava a scopo propagandistico) che sta a capo delle lobbies editoriali della terra (in maniera altrettanto consuetudinaria della stessa diffusione delle notizie, oltre ad essersi stratificata nella società attuale in modo furbescamente e squallidamente velato) e fa in  modo che alla gente (o massa fruitrice che voglia dirsi) ne giungano talune piuttosto che altre: ovvero quelle che possano far "cassetta" o far crescere la tiratura di un giornale; far salire in maniera esponenzialmente vertiginosa lo share di una emittente televisiva o radiofonica e quindi...parlasi, sovente, d'introiti dell'ordine di bilioni (se no addirittura trilioni) di dollari piuttosto che di qualche nichelino (moneta di nichel oramai in disuso)  oppure della misera "paghetta" settimanale distribuita ad adolescenti. La manipolazione delle notizie: queste - evidentemente - dovrebbero essere le parole giuste da usare ma, soprattutto, è ciocché rappresenti il nocciolo del problema (o della questione che voglia dirsi). Un attivista americano filo-palestinese, il quale si chiama Eddie Di Fruscia ed il quale seguo su un social da diversi mesi, ha colto pienamente nel segno visto che manda sul social, ininterrottamente, post con news e video (quando ciò sia possibile) riguardanti la Palestina sotto occupazione israeliana. Dopo di che, a corredo dello stesso materiale (recepito da agenzie di stampa, emittenti, giornalisti e semplici abitanti del posto) scrive ogni volta le seguenti parole: "Non ne vedrete né sentirete mai parlare su CNN, FoxNews, BBC, MSNC e sui maggiori network e media occidentali". Tutto ciò è vero, a mio modesto avviso (e non sono il solo, per fortuna, a vederla a questo modo!) e credo si possa racchiudere nelle seguenti domande: Interessa più il nuovo amante della pop star o del divo cinematografico di turno oppure gli alberi d'ulivo sradicati dai coloni israeliani nel campo di un agricoltore palestinese, spesso con l'accondiscendenza o l'aiuto (addirittura) dell'esercito? Interessa più quando muore il cane del maggiordomo della Casa Bianca o del Primo Ministro di un qualsiasi Paese della terra oppure quando le ruspe dell'esercito israeliano abbattono le abitazioni di famiglie palestinesi a Gerusalemme est, lasciandole senza un tetto sotto cui vivere? Le risposte sono ovvie, evidentemente! Queste sono le proporzioni e i raffronti con cui abbiamo a che fare, oggidì; tutto ciò è emblematico: l'argomento "Palestina", tuttavia, rappresenta la metafora di quello che accade oramai ad ogni latitudine ed in maniera consolidata, purtroppo. E non mi sembra vi sia più la giusta misura di nulla: la stampa, i media, i network ed il web sanno; tutti sanno ma fingono di non saperlo e...nèsci è il vocabolo giusto, in questo caso, il quale nella locuzione "fare il nèsci", sta (appunto) per fingere di non sapere; quando sappiamo che un vecchio filosofo greco, invece, soleva affermare (non so se a proposito o meno) che la conoscenza delle cose e la sapienza stessa derivino proprio "dal sapere di non sapere", ossia dall'essere consapevoli di non sapere, pur sapendo, e quindi predisporsi meglio - ed appieno - a sapere. Alcuni giorni orsono mi è capitato di leggere, scartabellando vecchi ritagli di quotidiani in mio possesso, una altrettanto vecchia notizia di cronaca, di quelle che il cronista (appunto) una volta andava a cercare di persona, negli obitori degli ospedali, nelle camere delle questure, nelle aule dei tribunali, ovunque ritenesse opportuno farlo (era il capo-redattore che lo imponeva, a dire il vero, sovente, per far fare al suddetto le "ossa sul campo", come si dice, evidentemente, !), o meglio, le riferiva tal quali - una volta trovate - dopo che quelle erano avvenute. Non so se esista ancora tale figura di cronista o di fotoreporter oggigiorno e nel mondo che ci circonda tutti quanti; e se esista, tuttavia, non mi è dato sapere - in completa sincerità - se il cronista o il fotoreporter operino ed agiscano come prima nei confronti della attualità, della cronaca (quando, e se, ovviamente, sia possibile escludere a priori ogni tipo di manipolazione e/o di mancato rispetto della privacy, ed essendo essi in totale buona fede nei confronti della notizia stessa). Riporto, ad ogni modo, quella notizia integralmente (e fedelmente), così come l'ho trovata (o ritrovata) e letta (o riletta) sui ritagli di cui detto. Lo faccio per i seguenti motivi: come pura curiosità e come testimonianza di un fatto di cronaca datato, all'interno delle mie storie di strada; perché, a mio avviso, ritengo sarebbe potuta essere notizia da prima pagina su qualsiasi quotidiano ed all'interno di un qualsiasi notiziario, a prescindere dagli stessi ed indistintamente, anche oggi, a distanza di trent'anni esatti; perché simboleggia, infine, uno stato di malessere "umano", di fragilità interiore e - in certo qual modo - di solitudine che non credo abbiano tempo, luogo e data e che possono annidarsi (a dire il vero) in qualsiasi strato della popolazione e in ogni ceto sociale. L'articolo che reca la notizia è scritto da Lorenza Pleuteri ed apparve a pagina diciassette (sezione Cronaca) del quotidiano La Repubblica il 16 gennaio 1992 (era un giovedì). Il titolo (in taglio basso, centrato, a cinque colonne) è il seguente: Madre uccide la figlia: "tossiva". Sopra il titolo, l'occhiello reca scritto: Milano, "stava male, l'ho aiutata a morire". Aveva un anno e mezzo. Milano - "Carmen era seduta sul letto, con Carole in braccio. Non la voleva lasciare. Ho dovuto prenderle la bimba con la forza, strappargliela. Ho tentato di farle la respirazione bocca a bocca ma non è servito. Abbiamo chiamato subito l'ambulanza. Mi hanno detto che non ce l'ha fatta". Giancarlo Castellazzi non riesce a darsi pace. Nell'appartamento vicino al suo, all'ottavo piano di una palazzina all'inizio di via Veneziano, ieri sera la piccola Carole, un anno e mezzo tra meno di un mese, è morta. Tutto lascia pensare che a soffocarla sia stata la madre, Carmen Ferigo, una donna di ventinove anni che da mesi soffriva di disturbi psichici e che, in agosto, aveva rotto col marito, sposato pochi mesi prima. "Al padre, l'avvocato Giampaolo Ferigo - spiega la signora Castellazzi - la ragazza ha ripetuto "l'ho uccisa io, l'ho uccisa io". E a chi è arrivato nell'abitazione all'ultimo piano, alle sei e mezzo di ieri sera, la donna avrebbe detto che la bambina stava male, tossiva, e lei l'aveva aiutata a morire. Poi si è sentita male, l'hanno portata al Policlinico dove la piccola era giunta poco prima senza vita e dove si è precipitato anche il padre. Carmen è stata visitata da un medico della divisione psichiatrica, è in stato di fermo e il magistrato di turno ha annunciato "provvedimenti imminenti" prima dell'autopsia che accerti definitivamente le cause della morte della bimba, molto probabilmente soffocata. Il padre è arrivato subito all'ospedale di via Francesco Sforza, sconvolto, distrutto dal dolore. Ha spiegato che la moglie da tempo si comportava in modo strano e che si erano lasciati in attesa di avviare le pratiche legali per la separazione. "Ci siamo divisi in agosto - fatica a raccontare Raimondo Palermo, 29 anni come la moglie e un lavoro come guardia in un'agenzia di investigazioni - lei non stava molto bene, aveva dei disturbi". Così, il 5 dicembre dell'anno scorso, si è deciso a presentarsi a un giudice del Tribunale dei minorenni per raccontare tutta la storia e confessare le proprie preoccupazioni per la figlia chiedendo che fosse tolta alla moglie e venisse affidata a lui. Nell'appartamento di via Veneziano è rimasto il padre, un legale di 66 anni che si occupa da tempo di problemi e cause di zingari, incapace di spiegarsi la tragedia e a cui manca ormai la forza di aggiungere parole che aiutino a capire cosa sia potuto accadere. La figlia si era fatta rivedere a casa, con la nipotina, martedì mattina. Lui e la moglie erano usciti, ieri, dopo pranzo. Quando sono tornati per Carole non c'era più nulla da fare. "Ci hanno chiamato - racconta la vicina del pianerottolo - Mio marito ha cercato di fare il possibile per far respirare la bambina ma non c'è riuscito. Io ho chiesto a Carmen "Cosa hai fatto? Perchè? Ma lei aveva lo sguardo fisso, assente. Credo che nemmeno adesso si renda conto di quello che ha combinato". La signora, come molte altre inquiline dello stabile, la ragazza cresciuta al Corvetto con i suoi coetanei la conosce da sempre. "E'laureata in giurisprudenza, come il padre - dice la signora Castellazzi - Si era sposata a marzo, due anni fa, e aspettava già Carole che è nata dopo pochi mesi. Poi ha avuto dei problemi con il marito. E ieri è tornata dai genitori. Per un po' di tempo ha lavorato, credo, però non so cosa facesse adesso". Di certo non stava bene, era dimagrita. "Trasparente, quasi denutrita, probabilmente mangiava pochissimo o aveva dei problemi di salute", ripetono in via Veneziano. "Sembrava a digiuno da giorni - continua la signora Castellazzi - la crisi più grave è cominciata ad agosto. Carmen è stata ricoverata in ospedale, mi hanno detto. Quando gli parlavo sembrava che lei non capisse. Le ho chiesto "da quanti giorni non mangi?" e lei ha risposto "non lo so!". Lei ha pochi dubbi, pensa a un gesto di follia. Gli altri vicini di casa hanno poco da aggiungere. Una studentessa che abita con delle compagne di corso ha sentito solo le sirene. E si è ricordata che poche ore prima, l'altra mattina, per le scale si erano sentite delle urla.

     
  • 08 aprile alle ore 13:33
    Storie di strada - Giuseppe, il filosofo

    Come comincia: La storia della vita di Giuseppe è semplice, essenziale, scarna quasi disadorna (un albero senza foglie); essa si riassume a questo modo, con le seguenti parole: è storia di strada e di ultimi. Giuseppe è uomo minuto, colla barba bianca folta. Alle docce dove lo incontriamo si è appena lavato:
     - Se non mi lavo da un pò, la gente mi scansa, è normale (np. ne so qualcosa, io, di quelli colla puzza sotto il naso ed il tanfo di merda che...lo portano scritto dentro, glielo leggi dritto in mezzo agli occhi; un giorno di settembre di alcuni anni orsono uno che credevo fosse mio amico mi disse: "Escremento!!!"). Non ho un bell'aspetto. Però, nonostante tutto, anche durante il lockdown me la sono cavata, non so come. Forse perché faccio pena, la gente mi aiuta. Certo, non devo pensarci al fatto che faccio
    pena -. E'nato a La Spezia, settantuno anni fa:
     - Sembro più giovane secondo me perchè non ho la pancia -. Ci racconta di aver viaggiato molto: Parigi, Spagna, Portogallo.
     - A Milano sono arrivato solo da poco, ora vivo in Vittor Pisani, in stazione centrale. Li ho il mio giaciglio. Nel 1984 sono entrato in depressione e non sono più uscito di casa per parecchi anni, credo fino al 1999. Allora ero in Italia, a La Spezia, a casa mia. Poi sono andato a Tenerife, in Spagna, quando le cose si sono messe male ma anche li ero un barbone. Non chiedevo nulla a nessuno ma la gente mi ha sempre aiutato. Da vent'anni sono per strada, sono tantissimi. Forse però non ho perso ancora la ragione, questo mi fa piacere. E non ho paura, nonostante sia cosciente dei pericoli a vivere come faccio io -. Della sua gioventù ci dice poco:
     - Mi piaceva molto studiare, amo leggere filosofia e storia e soprattutto storia dell'arte (np. questo è il motivo per cui l'ho definito "filosofo" nel titolo). Sono perito meccanico, pensavo da giovane di lavorare nell'industria, mi affascinava. E di fatto qualcosa nell'industria petrolifera ho fatto e sono stato in Egitto e Libia dove guadagnavo anche bene. Ma era molti anni fa -.
     - Qui in OSF vengo da luglio (OSF sta per Opera San Francesco per i Poveri, associazione che ha sede nel capoluogo lombardo e si occupa di clochard e senza tetto, da qualunque posto del mondo arrivino) e ho incontrato molta umanità. Il futuro? Ci penso al futuro, anche se sto così. Mi piacerebbe ricevere la pensione, anche la minima. Ma non ho vissuto gli ultimi dieci anni in Italia e quindi non mi spetta, dice lo Stato. Sarebbe bello potersi permettere qualcosa, tipo un caffé al giorno. Ma se penso alla mia vita, comunque non ho rimpianti. Sono stato molto fortunato forse, ma non me ne sono accorto, ora è il tempo della malasuerte, come dicono gli spagnoli -. 
     - Sai cosa mi manca? Sono vent'anni che non leggo un giornale, non posso permettermelo -. Nonostante quello che afferma Giuseppe debbo contraddirlo e così concludere: "La strada non ha passato né presente e neanche futuro. La strada è la strada, punto e basta: ti ci ritrovi a vivere, spesso, non sapendo neanche il perché o il come sia successo. La vita è così, a volte, un andirivieni senza capo né coda. Comunque lo invidio, addirittura: la mia vita, al contrario della sua, è stata un cumulo di rimpianti, accatastati uno sull'altro come legna secca. Hasta siempre, G!".

    (liberamente tratto da un notiziario di OSF, Milano, dicembre 2020).

     
  • Come comincia: Quelle che seguono sono, in successione, la testimonianza diretta di Luigi Montagnini, anestesista di Medici Senza Frontiere, e il testo quasi integrale di una intervista telefonica a Cécile Barbou, coordinatrice della stessa organizzazione nella Striscia di Gaza. Sono (quasi) contemporanee perché risalgono entrambe a oltre tredici anni orsono (si era agli inizi del 2009, ovvero quando scoppiò, poi manifestandosi in maniera oltremodo drammatica, cruenta ed infausta, la cosiddetta "crisi" a Gaza e dintorni) ma non hanno perso valore, a mio modesto avviso, nel corso del tempo: per il fatto semplice ed ultra chiaro che lungo la "striscia di Gaza" (o Gaza Strip, come viene di solito identificata dalla moderna toponomàstica di matrice anglofona o da coloro i quali, me compreso, vogliono a volte darsi un tono di internazionalità, quella piccola zona costiera, una sorta di lingua o striscia, appunto, lunga poco meno di trecentosessantacinque chilometri e posta in mezzo ai territori di Israele - a nord - ed Egitto - a sud - e che si affaccia a sua volta sul Mediterraneo) e in tutta Palestina occupata  il passato sia sempre presente, o meglio ancora, non passi mai di mod...d'attualità!
     Il sette gennaio, appena dopo la Befana, ho ricevuto una telefonata da Roma (np., mi pongo un paio di domande, unisone al mio stesso scrivere, o meglio ancora, prima di andare avanti nel racconto: chissà se anche in quei luoghi "arrivi di notte e con le scarpe tutte rotte"? E chissà mai se "porti carbone ai più cattivi"? Molto spesso ho la cattiva abitudine di darmi la zappa sopra i pied...rispondere da me stesso alle domande appena poste, e questa volta le risposte che riesco a darmi sono le seguenti: innanzi tutto è da dire che di notte in Palestina possano sovente capitare ben altre cose tra cui che polizia od esercito - o entrambi - entrino nelle case dei palestinesi ed in maniera del tutto arbitraria le mettano a soqquadro, terrorizzino gli occupanti, strattonando e picchiando senza far complimenti chiunque trovino innanzi, comprese donne, vecchi e bambini; la "vecchia", invece, mi sa che qualora essa arrivi lo faccia proprio con scarpe rotte e di certo non firmate visto che molti non se la passino bene ed anche lei non possa permettersele; in ultimo, per quanto concerne il carbone debbo dire...beh, in Cisgiordania occupata, tutta quanta e non solo a Gaza, l'enclave sotto egida Hamas, sono abituati a riceverne tanto visto che in molti identifichino ancora i Palestinesi con l'aggettivo cattiv..."terrorista", qualunque cosa essi facciano ed in ogni modo agiscano nei confronti dell'occupante israeliano!): "Ciao, sono Ettore di MSF. Stiamo formando una equipe chirurgica da inviare a Gaza. Il prima possibile. Che ne dici?". Avrei anche potuto dire di no, ma erano i giorni più critici di questa guerra e, dopo aver visto le immagini in TV e avuto l'opportunità di fare qualcosa per le vittime civili, soprattutto i bambini, mi sarebbe costato molto di più rifiutare che accettare. Dopo tre giorni ero in volo per Tel Aviv. Una settimana di attesa a Gerusalemme per avere i permessi e la prima parte dell'Emergency Team è riuscita ad entrare a Gaza da Erez (al confine nord con Israele); il giorno dopo da Rafah (al confine sud con l'Egitto) ci ha raggiunto la seconda parte del Team: in tutto tre chirurghi, due anestesisti, un infermiere di sala operatoria, un infermiere di terapia intensiva, un logista e un coordinatore.
     "We are happy to have you here!", è stato il commosso benvenuto dei nostri operatori palestinesi, che collaborano da anni con MSF nella striscia di Gaza per gestire due ambulatori di fisioterapia, un servizio di pediatria e uno di salute mentale. Dopo due giorni sono arrivati i due autotreni con le ventuno tonnellate di materiale per il nostro ospedale da campo: quattro tende con due sale operatorie, dodici letti di terapia intensiva, una farmacia e una centrale di sterilizzazione. Mentre, in tempi record, i logisti approntavano il nostro ospedale, abbiamo dato una mano ai colleghi dell'ospedale di Shifa, il più importante della città: le notizie in Italia riportavano che le prime vittime di questa guerra fossero donne e bambini. Sarà stato un caso ma i miei primi due pazienti sono stati una ragazzina, con le gambe esplose, che è morta in sala operatoria e la sua mamma a cui abbiamo dovuto amputare una gamba e che è morta per un trauma toracico il giorno dopo. Sono passate oramai tre settimane dal mio arrivo a Gaza. Sono in attesa del nuovo anestesista che verrà a darmi il cambio. Molte cose sono cambiate: il cessate il fuoco sembra reggere, le esplosioni sono sempre più rare e tutta la città sembra rinascere. Sembra lontano il giorno in cui sono entrato nella Striscia: il cielo era lo stesso che in Israele, il colore della terra anche, il resto no. L'impatto è stato desolante, un paesaggio martoriato e grigio. Qualche colpo in lontananza, un aereo da ricognizione che ronzava costantemente sopra le nostre teste, nel cielo due elicotteri e la scia infuocata di tre colpi di mortaio. E tutto attorno il muro di dieci metri che sigilla la Striscia; le tracce sulla terra battuta segnavano il recente passaggio dei carri armati. Ogni casa lungo il percorso portava i segni dei combattimenti e molte erano completamente distrutte. Intanto anche il nostro ospedale è in piena attività: non si tratta più di effettuare interventi in emergenza, ma di sottoporre a nuovi interventi persone con ferite non chiuse o infettate, ustioni estese, amputazioni eseguite in fretta nei giorni della guerra che richiedono revisioni. A giorni apriremo anche il programma di chirurgia plastica per effettuare innesti di cute, soprattutto ai bambini. Intanto H., quattro anni, la nostra prima paziente, con una brutta ustione al braccio, ha terminato il ciclo di medicazioni in anestesia generale. Dovrà essere seguita ancora ma basterà farlo ambulatorialmente. Mi vengono in mente le parole del direttore dell'ospedale di Shifa: "I morti, purtroppo, sono morti. Ci dobbiamo concentrare sulle persone che ora hanno bisogno di cure e ogni risultato, anche piccolo, è un grande risultato". I morti sono morti, certo; ma hanno la cattiva abitudine di parlare, pur essendo morti, o meglio, dopo aver acquisito sul campo quello status: essi contano quanto i vivi nella memoria collettiva di un popolo ("morire è invano se nessuno ricorda che hai vissuto", scrissi io stesso alcuni anni orsono), dimenticarli sarebbe oltraggioso verso di essi oltre che nei confronti di chi sopravvive. Per fortuna, a mio parere, sembra che la gente abbia del tutto estirpato dal linguaggio comune, oltre che dal proprio sentire, ovviamente, la parola "oblio" in Palestina, laddove, infatti, il martirio faccia parte dell'immaginario di ognuno e a qualsiasi età anagrafica (spesso, anzi, è una delle poche usanze o pratiche che da quelle parti possieda intrinseco potere riconciliatorio, o riconciliante che si voglia dire, e indistintamente tutti riconduca poi, magari solamente per poco, agli ideali comuni). Basta leggere le cronache dei funerali delle vittime (dei bombardamenti, dell'esercito, dei coloni o di altre cause violente) oppure vedere i video di tali avvenimenti, sparsi ormai ovunque sul web, per rendersene conto, scoprire che un villaggio intero vi prenda parte, se e quando ciò sia possibile farlo, evidentemente. Accade infatti molto spesso, in Palestina, che anche al semplice e normale svolgersi - lo si va definendo altrove consueto, o meglio ancora, consuetudinario - della manifestazione umana più diffusa nel mondo (quale quello di un funerale, appunto) vi siano degli "impedimenti", i quali non sono del tutto secondari visto che gli israeliani possiedono la cattiva quanto macabra abitudine (sancità anche da alcune leggi e dalle stesse autorità, non di rado) di trattenere la salma del deceduto e lo fanno per motivi precipui e no insignificanti (ai più) o che possano apparire senza senso alcuno per la maggioranza delle persone: vogliono dare esempio e impartire una lezione morale ma non solo perché le salme sono considerate merce di scambio, al pari di un misero gruzzolo di shekel (valuta ufficiale israeliana, usata correntemente anche in Palestina). Tutto questo è accaduto in passato, ancora oggi accade ed ancora accadrà, purtroppo. Nell'ottobre del 2011 il soldato israeliano Gilad Shalit, nelle mani di Hamas da oltre cinque anni, venne scambiato con quattrocento detenuti palestinesi: Amnesty International denunciò all'epoca le dure pratiche di detenzione attuate da entrambe le parti. E' da dire, però, che in quel caso (ma accade quasi sempre, a quanto pare) gli israeliani, in seguito, incarcerarono nuovamente numerosi prigionieri facenti parte dell'accordo di scambio. Gli scambi, invero, ricordano quelli che un tempo avvenivano nelle fiere e nei mercati del bestiame, colla differenza - tuttavia - che si tratti di carne uman...esseri umani ad essere in ballo, in questi casi, e no maiali o vitelli. Nella primavera del 2020 il quotidiano saudita Elaph News Agency riferì come avvengono gli scambi, o meglio, le loro fasi principali: "Solitamente, se si tratta di prigionieri di credo musulmano, avvengono al termine della festa di al-Fitr (np., nella cultura e nella religione islamica essa rappresenta la seconda festa più importante - "festa della interruzione del digiuno", è chiamata - ed avviene tra la prima domenica di maggio ed il lunedì seguente, al termine del Ramadan), la prima fase dell'accordo è quella generalmente più semplice; la seconda, invece, è meno facile visto che prevede la richiesta di rilascio dei detenuti palestinesi che scontano l'ergastolo, compresi quelli che sono stati arrestati di nuovo dopo il rilascio come parte dello Shalit (contratto di scambio dei prigionieri, viene detto in ebraico) e la loro condanna all'ergastolo è stata ripristinata. La mediazione avviene di solito da parte di mediatori neutrali (egiziani, spesso, ma anche europei come svizzeri, tedeschi, russi)". In quel caso si trattò di scambio tra corpi vivi, per così dire (o "esistenti in vita", parafrasando per assonanza quel documento che in Italia certifica che la persona a cui è intestato è viva e vegeta nel momento in cui il documento stesso venga rilasciato da una autorità o amministrazione pubblica per qualsivoglia motivo e determinati usi). Emblematico è, tuttavia, nonché alquanto paradossale (a proposito di anime buone, corpi senza vita o cadaveri che dir si voglia) quanto accadde la scorsa primavera per Zakaria Hamayel, ucciso da un proiettile sparato dai soldati israeliani durante una protesta contro l'espansione dell'insediamento coloniale "Eviatar/Aviatar", nel villaggio di Beita, a sud di Nablus nel nord West Bank: i funerali del giovane, infatti - come reca scritto la notizia stessa del fatto -  vennero svolti in tutta fretta perché i suoi familiari temevano che il corpo fosse preso dalla polizia e fatto sparire. Mi sembra non sia del tutto inappropriato scrivere quanto segue: "Ai Palestinesi (oltre che vivere) non è permesso neanche morire in pace, o meglio intraprendere il viaggio verso la dimora eterna per essere seppelliti!". Cécile Barbou rilasciò una intervista telefonica - di cui detto sopra - al giornalista Ugo Tramballi, inviato a Gerusalemme de IlSole24Ore: l'articolo che la contiene apparve il 10 gennaio 2009 sul quotidiano, cioè qualche giorno dopo la testimonianza da Gaza dello stesso Montagnini ma poco prima - evidentemente - della sua partenza dall'Italia. Tramballi è autore, tra l'altro, del libro "L'ulivo e le pietre, Palestina e Israele: le ragioni di chi? Racconto di una terra divisa", apparso nel duemiladue ad opera dell'editore Marco Tropea, Milano. Così scrisse per introdurre l'intervista: "Non sono quì per definire cosa sia una emergenza umanitaria. Ma con tremila feriti negli ospedali, e non sappiamo quanti ce ne siano nelle case, la situazione è molto dura e complicata. Vista da dentro Gaza, come la vede Cécile Barbou, la polemica se nella Striscia ci sia una emergenza umanitaria o meno - Israele dice no - è irrilevante. Cécile, la coordinatrice dei sei dottori e dei due infermieri della missione di Medici Senza Frontiere nella Striscia, può essere raggiunta solo per telefono perché Israele continua a negare ai giornalisti l'ingresso a Gaza. E non ha molto tempo per stare all'apparecchio".
     - Quanti feriti state curando?
     - Fra i centocinquanta e duecento. Il problema è che la gente ha troppa paura per uscire di casa e venire da noi. Siamo noi che andiamo da loro. Anche sotto le bombe. La situazione è molto, molto dura. I bombardamenti sono incessanti, anche se da qualche giorno sembrano un po' meno pesanti. Da quando gli Israelian hanno iniziato l'offensiva terrestre i morti e i feriti sono molti di più. Soprattutto i civili. E raggiungerli è difficile: bombardano le ambulanze, tirano sugli infermieri. La situazione non è più accettabile.
     - L'ONU ha cessato le sue attività a Gaza, e voi?
     - Teniamo aperto il nostro ambulatorio ma pochi riescono a raggiungerlo. Nella nostra tenda accanto all'ospedale di Shifa, il più grande di Gaza, stiamo aspettando una équipe chirurgica che non riesce a passare la frontiera a nord (np. quella di cui parla Montagnini nella sua testimonianza). Qui i medici sono troppo stanchi: in sala operano due pazienti alla volta. E le persone da curare aumentano senza sosta.
     - Tre ore di tregua umanitaria sono sufficienti?
     - Non è vero, non c'è tregua. Bombardano anche durante quelle tre ore. E quando ci sono feriti nelle strade, il soccorso dovrebbe essere garantito ventiquattro ore su ventiquattro. Se hai tre ore, e non abbiamo nemmeno quelle, le persone che andiamo a raccogliere il giorno dopo non sono dei feriti ma dei morti E' la legge internazionale che impone di garantire accesso umanitario ai feriti. Ma non c'è accesso: molti soccorritori spesso finiscono nella lista dei morti.
     - Qual'è lo stato d'animo della gente?
     - Da una settimana non c'è elettricità e questo significa niente luce, ma anche niente acqua, E'difficile trovare da mangiare. La gente ha così paura che non esce di casa. E' disperata. Ho incontrato madri che si augurano di morire presto insieme ai loro figli per smettere di soffrire. Quando una madre spera questo a quale futuro possiamo pensare? Spero che voi giornalisti riusciate a entrare a Gaza presto. Abbiamo bisogno di voi, che vediate e raccontiate al mondo intero quello che sta succedendo quì. 

     
  • Come comincia:  La storia che segue, la quale fa da commento a un video passato su you tube nel maggio scorso dalla organizzazione umanitaria B'tselem, riguarda la famiglia Tamimi, residente a Deir Nidham, piccolo villaggio collinoso sito a nord-ovest della città di Ramallah, nel Governatorato omonimo e di Al-Bireh (Central West Bank o Cisgiordania centrale che dir si voglia). Nel 2007 il Palestinian Central Bureau of Statistics conteggiò nel villaggio una popolazione residente di circa ottocentottanta persone. Il nove marzo dello scorso anno (2021), cinque membri della famiglia Tamimi, tra cui il capo famiglia, lasciarono il loro villaggio per giungere nelle loro terre, site in prossimità del villaggio di Nabi Saleh (o Nabi Salih), visto che avevano avuto notizia della presenza di un colono di nome "Zvi" il quale vive - a sua volta - nell'avamposto di "Hafat Zvi Bar Yosef" ed è conosciuto per la sua insistenza nel portare il bestiame (mucche) a pascolare nelle terre dei contadini della zona. Il colono convocò i soldati, i quali giunsero e cacciarono i contadini dalle loro terre (prassi molto comune in ogni parte, remota o meno che sia, della Palestina: forse, chissà, è nello stesso DNA degli israeliani ancor da prima che essi diventassero Stato; o forse solamente da quando - un giorno di maggio di tantissimi anni fa..."Cacciateli fuori!", fu l'ordine impartito da David Ben-Gurion, padre storico di Israele, al Palmach - ala paramilitare della stessa Haganah - riferendosi agli arabi ed agli arabo-palestinesi che abitavano la Palestina storica sin da prima del mandato britannico), confiscandogli, poi, anche un trattore agricolo col pretesto che si trattasse di "terreni demaniali". La mattina del diciassette marzo, alcuni membri della famiglia sono giunti in un'altra loro terra, situata a circa seicento metri a ovest del primo lotto e a circa duecento metri dall'insediamento coloniale di Halamish. Su questo terreno, alcuni mesi orsono, i Tamimi hanno piantato duemilaquattrocento piantine di mandorle circondandolo con recinzione, nell'ambito di un progetto sostenuto dallo stesso Ministero dell'Agricoltura palestinese nonché dal Centro Palestinese per lo Sviluppo e finanziato dalla ong Oxfam. Al loro arrivo i membri hanno notato che i coloni avevano sradicato gran parte della recinzione. Mentre erano occupati a riparare la recinzione, alcuni coloni sono venuti a guidare la loro mandria di mucche a pascolare sui terreni della famiglia Tamimi. Tra di loro il colono di nome "Zvi" (di cui s'é scritto), giunto armato. Il video in questione lo mostra chiaramente col mitra portato appeso al collo. In seguito è scoppiato un alterco tra i presenti abbastanza acceso senza - tuttavia - che la situazione degenerasse nella violenza estrema, come spesso accade in molti posti della Cisgiordania. Alché i coloni hanno convocato i soldati - da parte loro - è un rappresentante della Autorità israeliana per le antichità. I Tamimi son tornati nuovamente sulla loro terra a mezzogiorno del diciannove marzo scoprendo che i coloni avevano riportato le loro mucche a pascolare ai margini del terreno. Uno dei coloni ha minacciato i membri della famiglia di sparare se non se ne fossero andati via. Dopo pochi minuti è arrivato un'altro gruppo di coloni, seguito da alcuni soldati. I soldati hanno espulso i coloni e al tempo stesso ordinato ai Tamimi di lasciare la loro terra, cosa che hanno fatto. Verso le sette del mattino del giorno dopo la famiglia Tamimi è tornata sulla propria terra per lavorare. L'insediamento di Halamish fu stabilito a circa duecento metri di distanza dal terreno dei Tamimi i quali scoprirono che i coloni avevano sradicato la maggior parte degli alberelli piantati. I Tamimi allora informarono la direzione palestinese di coordinamento e collegamento che convocò gli abitanti del villaggio per farsi aiutare a ripiantare le piantine sradicate. Quello stesso pomeriggio, alcuni membri della famiglia Tamimi si recarono in prossimità del villaggio di Nabi Saleh, poi arrivarono otto soldati e ufficiali che li ordinarono di lasciare la loro terra. Quando i membri della famiglia si sono rifiutati di obbedire all'ordine, i soldati hanno chiesto ai Tamimi di esibire documenti comprovanti la loro proprietà del terreno, ma hanno continuato a chiedere alla famiglia di andarsene anche dopo che aveva presentato i documenti richiesti. Nel frattempo, una ventina di abitanti del villaggio si sono radunati sul posto e così l'ufficiale ha ordinato ai soldati di lanciarvi contro granate stordenti e candelotti lacrimogeni. I residenti sono dovuti fuggire, ma dopo essersi allontanati a circa cinquanta metri di distanza, si sono fermati e hanno guardato cosa stesse succedendo. La gente vide un soldato nell'intento di sradicare due degli alberelli di olivo che erano stati piantati. Continuarono a guardare e nel primo pomeriggio, poi, ognuno è tornato alla propria casa.   

     
  • Come comincia:  Ahmad Hikmat Saif aveva soltanto ventitré anni: è morto il nove marzo scorso nell'ospedale An - Najah di Nablus, Palestina occupata, dove era stato condotto in gravissime condizioni per ferite di arma da fuoco alla colonna vertebrale, al polmone destro, nella coscia e nella gamba sinistra. Era nato nel villaggio di Burqa, situato a poca distanza dalla stessa Nablus dov'era stato colpito mortalmente. Ora è un nuovo martire di Palestina, immolatosi in nome di una causa che definire eterna è quasi eufemismo; nel nome di un popolo continuamente vessato da oltre sette decenni. Adesso anche lui è un martire del villaggio di Burqa, il quale in nome di tale causa ha pagato altissimo tributo di sangue: è il primo di questo 2022 (oltre ad Ahmad, tuttavia, in tutta Palestina sono state sette le vittime, soltanto a marzo: Abdul Kahman Qassim, Karim Qawasmi, Ammar Abu Afifah e Abdullah Al-Hosari, tutti di ventidue anni; il tredicenne Mohammed Shehada, il quindicenne Yamin Jaffal e il diciottenne Shadi Najim) e non sarà di certo l'ultimo perché quel villaggio è votato alla morte, è segno del destino che l'ha contraddistinto sin dalla prima Intifada palestinese, quella del 1987 che tutti chiamarono "Intifada delle pietre" visto che quelle fossero l'unica arma che i Palestinesi potevano opporre ai carri armati israeliani e perché nacque in modo del tutto spontaneo, dal basso: prendendo di sorpresa gli stessi vertici di Fatah e della OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata allora da Yasser Arafat. E' segno del destino che questo piccolo villaggio, posto nella parte settentrionale del West - Bank (territori di Cisgiordania occupata, nella dicitura non anglofona) debba votarsi al martirio attraverso molti dei suoi abitanti: è peculiarità che contraddistingue chi lotta e la lotta, in terra di Palestina, sovente e volentieri è sinonimo di sangue e morte, appunto. Su israelpalestinetimeline.org è scritto: "I soldati hanno sparato ad Ahmad con tre proiettili veri al petto e all'addome durante una protesta scoppiata una settimana addietro quando l'esercito ha invaso il villaggio ed ha attaccato dozzine di palestinesi che manifestavano in solidarietà verso i prigionieri politici detenuti da Israele e che subiscono continue violazioni dei loro diritti". E' da dire come, oramai, quella di sparare proiettili veri piuttosto che di gomma, sia una prassi consolidatissima nei territori occupati; altresì è da dire come i detenuti politici attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane siano tantissimi, di ogni età e sesso: molte, infatti, anche le donne ed i minori (cifre pubblicate lo scorso settembre dalla emittente AlJazeera, le quali riprendono fonti della organizzazione umanitaria Addameer, parlavano chiaro: quattromilaseicento prigionieri in totale, di cui duecento giovanissimi e minori, quaranta donne e ben cinquecento in detenzione amministrativa, ovvero imprigionati in modo del tutto arbitrario senza processo e prove a carico).  Le carceri, in Israele, bisogna infine sottolineare, che non godano affatto la nomea di essere dei luoghi di villeggiatura o delle residenze turistico - alberghiere "pentastellate", tutt'altro: sono esse, invece (anche per colpa, invero, dei carcerieri stessi i quali sono - in massima parte - persone arruolate nell'esercito piuttosto che civili), tra le più dure esistenti al mondo, insieme a quelle iraniane, egiziane e turche, probabilmente. A proposito di Burqa, nel dicembre scorso, quando si erano avute altre proteste, Bassam Saleh aveva scritto: - Oggi questo piccolo villaggio rappresenta la resistenza popolare palestinese, insieme a quelli di Betna, Kufrkaddum, Neelin, Belin, etc. (np. ma anche a quello di Al - Masara, posto nei pressi di Betlemme, alcuni anni orsono noto per i "venerdì di protesta" nel corso dei quali gente del luogo e dei villaggi limitrofi, insieme a quella arrivata da più lontano, scendeva in strada per protestare contro il muro di divisione; a quello di Beita, sito nel distretto di Hebron, a sud, di fianco alle alture dei monti Sabih, dove operano da quasi un anno i "guardiani delle montagne", gruppi di persone, per lo più giovani, che si battono come meglio sia possibile contro le incursioni armate dei coloni e dell'esercito che va appoggiandoli. Il villaggio ha donato alla causa palestinese nove uomini nel corso dell'anno passato; a quello di Budrus, situato una trentina di chilometri a nord - ovest di Ramallah, la quale fu in passato - a volta sua - il sancta sanctorum ed esilio dorato di Yasser Arafat e la quale molti considerano essere la capitale morale di Palestina: esso balzò agli onori della ribalta come simbolo di coraggio e lotta popolare, nel duemilatre quando l'attivista arabo - palestinese Ayed Morrar riuscì ad unire le opposte fazioni di Hamas e Fatah, oltre a centinaia di civili israeliani, nelle proteste contro la barriera di separazione tra Israele e Palestina eretta dal governo israeliano. Tutto fu poi immortalato in un noto film - documentario, intitolato "Budrus" e presentato alla mostra del Cinema di Berlino del duemiladieci, della regista brasiliana Julia Bacha; a molti altri piccoli villaggi che sono la linfa vitale della ex Palestina "libera" come lo erano - in fondo - prima ancora che fosse instaurato il mandato britannico nei territori della Palestina storica e molto prima della nascita dello stato di Israele). Il villaggio, al pari di ogni altro villaggio vicino, è sotto costante minaccia di ingiustificati attacchi  (np. appunto) di coloni estremisti (np. in inglese vengono chiamati "settlers", termine derivante dalla parola settlement la quale significa colonia, distretto, colonizzazione), generalmente appoggiati dall'esercito (np. meglio sarebbe usare le parole "quasi sempre" o "in massima parte", visto che l'esercito israeliano si rende del tutto complice dei coloni stessi e delle loro violente incursioni e malefatte, col placet molto più che supposto e nemmeno tanto silenzioso delle autorità centrali, in più del 90% delle occasioni: nonostante ciò gran parte della corrente opinione pubblica - anche in Italia - si ostina ancora a identificarlo, non so se facendolo in buona fede oppure del tutto - e colpevolmente - consapevole, con "forze armate di difesa" o IDF mentre - in realtà - esse lo sono soprattutto di "occupazione"!). A Silat  Al Dhahr i coloni hanno attaccato gli abitanti e le loro case ditruggendo ovunque e cercando di incendiarle. Un gruppo della Resistenza ha reagito, una settimana fa, sparando contro una macchina uccidendo così un colono e ferendone un'altro. Ciò dimostra che la protesta è più forte del piano di annessione e del governo di estrema destra, presieduto da Naftali Bennett. A Burqa esiste una colonia che si chiama Homesh, già evacuata nel duemilacinque. Nel duemilanove i coloni hanno istituito una scuola religiosa al posto della colonia e da questa scuola partono gli attacchi dei coloni di cui si è detto con aiuto e complicità dell'esercito. Burqa fa parte della storia della resistenza palestinese, nell'Intifada del 1987 si autoproclamò Repubblica libera di Burqa perché l'esercito non poté sottometerla nonostante molti morti e feriti. A Burqa, oggi tornata in prima fila, c'é tutta la Palestina. Un corrispondente scrive: "C'é chi da fuoco a pneumatici e ruote di gomma di auto e camion, vi è chi erige lo "strappo" di sassi nelle strade. C'é chi incita, invece, alla resistenza dai tetti delle case, altri distribuiscono cipolle al pubblico (per sopportare i lacrimogeni). Questa è l'atmosfera dell'Intifada, il suo profumo, il suo colore". Esce il primo comunicato: "Le famiglie stanno tutte bene. Le persone stanno bene, non saranno spezzate, non arretreranno di un passo. Battaglia in Burqa, la dignità e il fuoco sono in Burqa come se tutta la Palestina fosse la. Giovani vengono da ogni dove: Jenin, Jabaa, Araba, Yabad, campo di Jenin, Silat Al Dhahr, al Fandakoumieh, al Atara, Anza, al Zawiya, al Assa, Sanur, Mithloun, al Yamoun, Tulkarm, Noor al - Shams, campo di Tulkarm, Anabta, Beit Lid, Ramin, Bala'a, Kafr Rumman, Nablus, Deir Sharaf, Iginesinia, Zawata, Tell, Surra. Tutta la Palestina è quì. Fuochi nei cuori delle persone, basta un fiammifero per accendersi. Mahmoud al - Aloul, numero due di Fatah, grida: "Resisteremo fino al martirio". - Un dipinto molto bello, - scrive ancora Saleh nel suo racconto - cronaca dei fatti,  - venite a Burqa, venite alla bellezza. Salviamo Burqa! -. Il racconto ci dice quanto succedeva a dicembre passato, alcuni mesi orsono soltanto: le cose, però, non sono affatto cambiate, adesso; non cambieranno mai, a Burqa, forse (incursioni dei coloni, spari dei soldati, proteste e reazione della resistenza del villaggio). Il villaggio, da qualche giorno, ha un'altro (nuovo) "martire" che si chiama Ahmad. In realtà, tuttavia, non importa il suo nome ma quello che rappresenta; egli, cioé, avrebbe potuto chiamarsi Rafeef o Hisham, Bashir oppure Yousef, Amir, Mohammed, Nadim, Shady, Ahmed. Quel che importa, sopra ogni cosa, è che ve ne sia sempre uno nuovo, pronto a rimpiazzare quello precedente. Da queste parti, in fondo, non conta il giorno né il mese dell'anno, importa poco pure se sia inverno oppure estate, se faccia freddo o caldo: quel che importa è che vi sia sempre un nuovo martire perché è il solo, unico modo per andar avanti e resistere! 
    (fonti: If Americans Knew & contropiano.org, giornale comunista online).

    Taranto, 10 marzo 2022.

     
  • 06 gennaio alle ore 19:15
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia: Testimonianza (seconda parte) -  Dato che ti sei rivolto a Me riconoscendo i tuoi peccati, non devi più temere, da questo momento in poi, mi prenderò cura di te e della tua famiglia. In quel giorno la mia mente si aprì, e compresi che la soluzione per tutti i mali del Mondo, era il Signore GESU' CRISTO. Dal mio cuore emerse un sentimento di amore e di perdono per tutti. Subito dopo entrai nella camera da letto dove era mia moglie parlandogli dell'esperienza appena fatta. Dopo qualche istante di stupore, mi guardò spaventata dandomi del pazzo, in seguito ho dovuto affrontare molte lotte, ma imperterrito sono andato avanti nel cammino della Fede con Gesù. E mentre il Signore continuava a parlare al mio cuore, iniziai a frequentare una Chiesa Evangelica dove condivisi la mia esperienza con i fratelli. Mia moglie si convertì dopo qualche mese dopo terribili combattimenti spirituali. Fummo guariti tutti e battezzati di Spirito Santo. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno che il Signore mi fece la promessa, e posso testimoniare che Dio ci guarì da ogni infermità e malattia provvedendoci sempre di ogni cosa abbondantemente e Miracolosamente. Anche altri miei parenti si convertirono e non ci è mai mancato più nulla, anzi, abbiamo sempre avuto abbondanza di beni spirituali e materiali. Dio è fedele. A Dio sia la Gloria. Spero che questa mia testimonianza abbia toccato il tuo cuore ed acceso in te la scintilla della speranza. Shalon. Dio vi benedica. Teodolindo Durante, Pace". 
     - Le voci e le fonti - Da qualche parte voce corre che un eccellente cronista o uno scrittore almeno decente (buono), qualora egli non decida di affidarsi solo - ed esclusivamente - alle amorevoli "cure" della sua fantasia, sempre verifichino (e necessariamente) le loro fonti. Quelle di cui parlo, tuttavia, neanche sono lontanissime parenti delle voci che corrono nei corridoi  e nelle aule di procure o tribunali (loro lo fanno, talora, ancor più velocemente di Usain Bolt...delle altre cosiddette normali, visto che sovente corrono a quattro zampe come i cani, in suddetti luoghi, piuttosto che a due mani o a due gambe soltanto!), bensì esse appartengono ai corridoi della letteratura e/o a quelli del giornalismo e su quei binari, evidentemente, van correndo. Ebbene, nel caso della mia precipua storia, o ancor meglio della "testimonianza" di Teodolindo Durante all'interno di essa riportata, non ho fatto personalmente questo perché pensavo di ritenermi esente da tale obbligo (o, se vogliamo, chiamiamolo pure dovere). Ma le ragioni della mia "esenzione" le esporrò dopo, mi si conceda quindi un piccolo break, giunti a questo punto: di aprire, cioé, una finestra di natura artistico - letteraria (o di critica letteraria che dir si voglia). Mi sovviene, infatti, quanto affermasse Luigi Malerba, scrittore parmense (era nato in quel di Berceto, per la precisione, ai piedi delle alte colline dell'Appennino Parmigiano, nel 1927): legato ai canoni stilistici della cosiddetta neoavanguardia (negli anni cinquanta e sessanta del secolo passato produsse in Italia autori come Leonardo Sciascia ed Italo Calvino su tutti, ma anche Volponi, Manganelli, Arbasino e Malerba, appunto), esso sosteneva che "la realtà non sia riducibile alla parola, o meglio, l'universo è universo di parole incapaci di comunicare la realtà" (lo sarebbero a prescindere, insomma, da ogni possibile tipo di fonte, ancorchè immaginabile, sia essa letteraria, poetica, giornalistica e legata alla cronaca o quant'altro poco importa, a cui l'artista, il letterato o il cronista che sia possa attingere di volta in volta). "Non si dovrebbe, quindi," aggiunge Malerba, "né cominciare né finire un racconto (np., ma il principio, mi domando il perché non possa o debba valere per qualsiasi cosa - articolo, trattato, opera teatrale, saggio, etc. - si decida di scrivere?) perché le cose che succedono non succedono con un principio e una fine, si diramano in tutti i sensi e vicino a una cosa ne succede sempre un'altra e un'altra ancora, così le cose succedono in tutti i sensi e in tutte le direzioni e non puoi tenergli dietro con la scrittura e un mezzo per tener dietro alle cose che succedono gli uomini non l'hanno ancora inventato". Tutto ciò si avvicina, a mio dire, al concetto pirandelliano nonché a certa letteratura dell'assurdo secondo cui la realtà possiede sempre una serie di verità - o di non verità - e sfaccettature nascoste). D'altra parte, come lo stesso scrittore parmense sostiene, tanto il pensiero quanto l'immaginazione di ogni singolo individuo urtano contro l'ordine della società: questo è il motivo per cui i personaggi di Malerba (come quelli beckettiani, d'altronde) siano incapaci di interagire e comunicare col resto del mondo, standosene rinchiusi nella loro visione del reale il quale viene visto come un qualcosa di inaccettabile ed insensato. Il giorno della sua morte, avvenuta l'8 maggio del 2008, a Roma, Paolo Mauri su Repubblica scrisse: "E' morto lo scrittore Luigi Malerba, maestro di realtà deformate e grande sperimentatore di linguaggi". Ma questa è tutta un'altra storia, in fondo, meglio lasciar perdere, forse, e...ovvero è soltanto una finestra che ho aperto e richiudo; dopo tutto - e con ogni probabilità -  non sono un bravo scrittore, tanto che sempre ho ritenuto di appartenere a quella categoria inusuale seppur ben definita (e definibile) degli "umili scribacchini" o scribani che si voglia dire, posseduto da manie di francese grandeu... da intellettuale (categoria invisa a molti, per la verità, da taluni persino detestata!); eppoi - ahimé! non ritengo d'esser neanche un cronista discreto, figuriamoci se possa solamente avvicinarmi alla eccellenza! (non lo scrivo, sia chiaro, per celare falsa modestia o perchè pecchi di immodestia, tuttavia). Quindi, ecco svelati i motivi (lo ribadisco ancora) per cui ritenevo di essere esente da taluni obblighi (o doveri) di cui avevo già accennato.
     - Cronisti e romanzieri (o romanzieri "cronisti) - Esempi di grandi romanzieri "cronisti", del resto, o di narratori che abbiano avuto con la cronaca implicazioni (o connessioni, se si vuole usare termine ultramoderno, ultraattuale e pluriusato) in certo qual eclatante modo (ed in maniera più o meno diretta), pare ve ne siano stati a iosa (o meglio, è cosa certa anzi certificata!) nella plurimillenaria storia della mondiale letteratura. Charles Dickens, ad esempio, nel 1828 divenne reporter - stenografo al Parlamento inglese per i giornali "The True Sun" e "Morning Chronicle". L'anno precedente era stato impiegato, tra l'altro, in uno studio legale ed aveva imparato a stenografare nei ritagli di tempo. Nel 1833 fu proprio un giornale, "Monthly Magazine", periodico londinese mensile, a pubblicare il primo racconto dello scrittore di Lamport (cittadina nei pressi di Portsmouth che li aveva dato nascita nel 1812), A Dinner at Poplar Walk. Nel 1846, infine, Dickens rifiutò la direzione del Daily News, scegliendo invece di recarsi colla famiglia in Svizzera: visse, infatti, per un certo periodo in una villetta a Losanna (città del Cantone di Vaud, in cui peraltro sono stato sul finire degli anni novanta, sul lato settentrionale del lago di Ginevra), dando alla luce il romanzo The Battle of Life/La battaglia della vita. Cronaca ed attualità, così come l'interesse e la predilezione per ultimi e diseredati, spesso si incrociano - in ogni romanzo o piccolo racconto che sia - con le sue doti di narratore, la sua inventiva e il suo umorismo. Il 22 agosto 2014 su "The Guardian", noto quotidiano inglese, Pietro Garrat scrisse: "L'udito delle voci ha permesso a Charles Dickens di creare mondi immaginari straordinari. Il romanziere ha detto che non ha inventato, ma semplicemente ha registrato ciò che ha sentito e visto." (np., probabilmente quelle voci erano vere piuttosto che un sentito dire!). Anche Mark Twain fu cronista e romanziere al contempo: anzi, alla stessa stregua di quel che accadde per Dickens, è da dire che anch'egli percorse i primi passi letterari e della scrittura in ambito giornalistico. Infatti, lo scrittore statunitense (nomi di battesimo veri e cognome originario erano: Samuel Langhorne Clemens) dopo aver imparato il mestiere di tipografo, lo esercitò, per un certo periodo, scrisse articoli ed affinò la sua arte narrativa sulle colonne dell'Hannibal Journal, quotidiano provinciale di cui era proprietario suo fratello maggiore Orion. Hannibal, giusto per intendere, è la cittadina del Missouri nord - occidentale (quasi ai confini, posta, con lo stato dell'Illinois) presso cui la famiglia dello scrittore si trasferì - da Florida, altro piccolo centro del Missouri - quand'egli aveva quattro anni. C'é molto di Hannibal in diversi scritti di Twain: essa, infatti, oltre a fornire ambientazione dei suoi due capolavori, Tom Sawyer e Huckleberry Finn, ha dato spunto all'autore per la creazione di storie e personaggi; il resto, poi, arrivò da sé durante le innumerevoli peripezie (lavorative o meno), che Twain ebbe in sua vita, ad ogni latitudine degli States ed anche all'estero: sin da quando, evidentemente, fu pilota di battelli fluviali sul fiume Mississippi. Ma c'é tanto di Twain (o Clemens che dir si voglia) anche ad Hannibal. Mi sembra curioso riportare quanto è scritto sulla famosissima guida Pan - Am degli Stati Uniti d'America, edita Calderini Edizioni di Bologna (quella in mio possesso, tradotta dall'opera originale che si chiamava "Pan - Am's Usa Guide", appunto, è datata 1981 ma non molto è cambiato, da allora, probabilmente, in quei luoghi che videro crescere Twain): "Hannibal ha conservato il sapore dei giorni in cui i battelli a vapore percorrevano il Mississippi. Qui trascorse la sua infanzia Samuel Clemens. Potrete vedere alcuni dei suoi oggetti personali nello studio legale di suo padre (np., fu anche giudice), ora trasformato nel Mark Twain Museum and Boyhood Home. Adiacente la casa si trova la staccionata che la zia Polly voleva dipinta di bianco. Nei pressi si trova la Becky Thatcher House. Clemens venne per l'ultima volta ad Hannibal nel 1892 allorquando tenne un discorso ad un gruppo di persone alla Rockcliffe Mansion, ora rinnovata in art noveau decor. La Pilaster House dove morì il padre dell'autore (np., morì di polmonite nel 1847, quando Twain era ancora adolescente; egli perse anche due fratelli e una sorella, tutti nati prima di lui), oggi accoglie una farmacia nello stile del tempo, una cucina e uno studio medico. A nord troverete Cardiff Hill, con una estesa vista del Mississippi e due statue a naturale grandezza di Tom Sawyer e Huck Finn. A sud del paese è situata la Mark Twain Cave dove probabilmente morì Injun Joe (np., è notissimo personaggio del romanzo Tom Sawyer, il cattivo per antonomasia a detta della critica letteraria). Una statua dell'autore domina le rive del Mississippi a Riverwiew Park.   

     
  • 24 dicembre 2021 alle ore 10:43
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia: Testimonianza (prima parte) - La storia che vado a scrivere (raccontare) è vera, nel senso che mi è realmente accaduta: anzi, posso proprio dire che si tratta di una "testimonianza" eppoi...tra un pò si capirà il motivo. E' un giovedì sera di fine dicembre, una serata qualunque, direi, un pò umida ma abbastanza tranquilla rispetto ad alcune altre delle ultime settimane (intendo - è ovvio - dal punto di vista atmosferico): molti potrebbero prendermi per matto, i più pignoli, invece, ed amanti delle statistiche all'eccesso, la chiamano antivigilia di Natale; sia chiaro che nulla importa al sottoscritto perchè per me il Natale è una cosa come tutte le altre, un giorno qualsiasi, forse anche peggiore degli altri (il titolo di un vecchio film del 1975, di Sydney Lumet, con Al Pacino e John Cazale attori protagonisti, recita "Quel pomeriggio di un giorno da cani": magari è proprio così il Natale, per coloro i quali non se la passano bene!). Una ragazza, di cui evidentemente non ricordo più il nome, alcuni anni orsono, su badoo, un sito di chat gratuita, mi mandò il seguente messaggio: "il Natale è la festa più falsa che esista!": d'accordissimo, debbo dire in tutta sincerità, e nulla di più sacrosanto racchiudono tali parole, perché essa è frutto del più squallido e mero consumismo, creata ad hoc dall'uomo per darsi una parvenza di buonismo e null'altro; per spendere, per consumare piuttosto che per riflettere. Avete presente la frase di John Fitzgerald Kennedy "la guerra è un male degli uomini e tocca agli uomini porvi rimedio"? Ebbene, io all'uopo, ossia in questa occasione, la capovolgerei, o meglio la stravolgerei aggiungendovi magari (come tocco personalissimo) un punto interrogativo ed uno esclamativo messi insieme alla fine, dopo aver detto ciocché segue: "Il Natale è un male degli uomini e toccherebbe agli uomini porvi rimedio?!". Ma tanto é: visto che il Natale esiste, alla stessa stregua di molte altre cose (ed abitudini) della vita dell'uomo, tanto vale non farci caso. Molto più vera l'Epifania, sarebbe, però, se vogliamo: una festa religiosa piuttosto che profana o consumistica come San Valentino o il Natale, appunto...il giorno più vero dell'anno - a mio modesto avviso - è tuttavia sempre stato il 31 dicembre, e con l'ultimo dell'anno nulla hanno a che spartire tanto il sacro (presunto) dell'una (Epifania), quanto il profano (vero o presunto, ed acquisito) dell'altro (Natale): sin dall'età scolare più remota, infatti, ritenevo questo, nonostante il Natale venisse personalmente visto (e vissuto) allora come momento di svago e di serenità da trascorrere in simbiosi con la famiglia, o più semplicemente come occasione per far "festa da scuola"; poi, però, crescendo e forse maturando (o meglio ancora diventando maturo invecchiando: non saprei dire, tuttavia, se sono attualmente sopraggiunto alla giusta maturazione, né se invecchiando o maturando nel corso del tempo e strada facendo, sia diventato migliore di quand'ero giovane!) questa sensazione e tale modo di intendere penso siano divenute sempre più profonde e reali in me stesso: durante la notte di quel giorno, infatti, tutto potrebbe davvero succedere, in teoria, ad ognuno ed ovunque (nulla è mai accaduto, sia chiaro,  durante le mie cinquantotto primavere precedenti trascorse su questa terra, o notti di San Silvestro che dir si voglia; nulla di speciale o di fenomenale che possa riguardarmi, per lo meno, in maniera tale da poter dire un giorno a qualcuno che io c'er...ma in teoria, appunto, potrebbe qualunque cosa accadere!). Ma l'ultima notte dell'anno è anche quella in cui - inevitabilmente - tutti i nodi vengono al pettine, come suol dirsi (è un modo di dire un po' retorico, magari, o da frase fatta, forse anche abbastanza retrò, ma penso sia così in definitiva e linea di massima); si stilano bilanci (lo fanno anche coloro i quali per nulla hanno dimestichezza con la partita doppia o coi registri contabili aziendali), si fanno i conti in tasca, sovente e volentieri, con sé stessi (a prescindere dal fatto che le tasche siano piene o vuote: rammento che in una delle scene più famose e cult del film "Novecento - atto primo", di Bernardo Bertolucci, datato 1976, Roberto Maccanti - Olmo Dalco' da ragazzo - dica a Paolo Pavesi - Alfredo Berlinghieri da ragazzo - "Sono un socialista dalle tasche buche"; i personaggi da adulto, tra l'altro, sono rispettivamente interpretati, nella citata pellicola, dall'attore francese Gerard Depardieu e da quello americano Robert De Niro, due mostri sacri della cinematografia mondiale; ma un riferimento personale dice anche che mio nonno fosse un contadino mezzadro della bassa reggiano - modenese, di idee forse socialiste, non certo ricco, il quale visse proprio nei medesimi luoghi in cui il film era ambientato e laddove fu in massima parte girato, ovvero tra le province di Cremona e Mantova, in Lombardia, e tra quelle di Parma, Reggio Emilia e Modena, in Emilia - Romagna), soprattutto si fa (o si dovrebbe fare) un rendiconto con la propria coscienza. Probabilmente accade proprio questo anche se - come ebbe a dire una volta Paolo Crepet, noto sociologo, psichiatra, scrittore ed attore teatrale, "la vita non è una mera attività commerciale, fatta di entrate ed uscite": invece ci sono gli sbagli, i rimpianti, che bussano alla porta (quella notte ancor più delle altre trecentosessantaquattro o trecentosessantacinque lo fanno); eppoi le occasioni perdute con cui fare i conti (appunto!), le quali pesano come macigni e sono più ingombranti d'ogni altro fardello; le porte mai aperte per paura di trovarvi dei fantasmi o di non trovarci nulla, dall'altra parte (mi sovvengono spesso le scale di alcuni disegni di Maurits Escher, noto matematico, incisore, litografo, grafico e filosofo olandese, le quali non portano a nulla seppure girino su sé stesse all'infinito; oppure le scatole cinesi che si aprono e rimandano ad altre scatole, e ad altre ancora in un perenne ciclo di...apertura senza scopo o costrutto alcuno); i viaggi interrotti a mezza strada; ed ancora, le strade trovate chiuse o sbarrate (i due aggettivi sono enucleati nei vocabolari - per lo meno nel mio vecchio Palazzi accade così - sotto la dicitura enne in maiuscolo ed appuntata: cioè, nella Nomenclatura, sinonimi, voci attinenti, analogie, epiteti, ecc. potrebbero sembrare dei sinonimi a tutti, ma a mio avviso non lo sono se li si legge in maniera più "sottile"!), dalle quali non si può più tornare indietro; le illusioni e le disillusioni; i disincanti, i sogni perduti e vai...vaffanculo! A molti pure capita - magari - di fare a botte, in quella notte, con sé stessi e colla propria coscienza (per alcuni trattasi più semplicemente del proprio io interiore, ma sembra siano la stessissima ed identica cosa tanto nel Paese di bengòdi, quanto a Katmandu che sta alle pendici della catena montuosa himalyana!), salvo poi farvici pace oppure mandarsi (e mandarla) a farsi fottere, appunto; ma forse -  chissà - anche coloro esisterebbero (uso quì la forma verbale ipotetica perché non mi è dato proprio di sapere se esistano con certezza tali individui ma...ahimé, neanche se sia possibile escluderlo alla stessa stregua!) che nel corso della ultima notte dell'anno (la quale, per ironia della sorte, e per una serie di innumerevoli combinazioni astrali ed atmosferiche, potrebbe darsi che possa riuscire col buc...capiti tutta quanta stellata e colla luna piena in vista, a bella prima, a far da cornice alle stelle, proprio come se si fosse in pieno agosto - notte di San Lorenzo?! - e no a fine dicembre!) che riescono a stipulare (uso tale verbo proprio per ribadire meglio il concetto: non a caso, esso viene usato in ambito notarile e commerciale od immobiliare che dir si voglia in materia contrattuale!) un patto col diavolo alla bisogna (ricordate il mago Faust, personaggio dell'omonimo dramma di Wolfgang Goethe, che appunto stipula un patto col demone Mefistofele e finisce nella perdizione assoluta dop'averli venduto la propria anima?), e proprio col fine di divenire (o sembrare piucché sentirsi) più ricchi e più famosi, più belli e più giovani nel corso dell'anno nuovo che sta per scoccare. Camminavo in periferia, per strada (la strada è una lurida donna bastarda, la paragono sovente a una puttana: lei ti chiede dei soldi per farci l'amore, ma non mente mai perché ti dice in faccia e chiaro quello che cerca e vuole da te!), mi trovavo nel mezzo bello del solito mio viandare tardo serale, quando verso le ventidue (più o meno) decido di "breakkare" (verbo di origine americana post sessantottesco, od anglosassone in genere, in voga ed uso largo tra teenager, tra rappers, forse, e quant'altro: di certo niuno mai lo troverà scritto tra le righe di un Devoto, di uno Zanichelli, di un Treccani, aggiornati alla ultima edizione, o tra le definizioni a iosa contenute nella reale enciclopedia Britannica; "ma chi se ne frega!", forse avrebbero all'unisono esclamato sia Delio Tessa, che Remigio Zena, poeta anarchico milanese l'uno e poeta torinese scapigliato l'altro). Entro così in un "self24H": sì, avete ben letto, trattasi proprio di uno di quelli aperti notte e dì ed in cui vi trovi di tutto e di più come fossero dei vecchi bazaar della casbah di Algeri, di Marrakech o di Istanbul; vi trovi anche accendini, cancelleria e tappi di botti...preservativi. A Parigi chiamano gli autobus in servizio anche di notte "noctambus" (o 24H sur 24, appunto) ma vi sono anche i Petit Arab de coin, il piccolo arabo dell'angolo (così li chiamano affettuosamente gli abitanti della metropoli francese anche se in realtà non di rado capiti che essi vengano gestiti pure da italiani o africani). Si tratta di piccoli supermercati vintage dove si trova di tutto e sistemato in modo casuale: sta proprio in questa peculiarità il vero fascino di tali attività al dettaglio, molto diverse evidentemente dagli asettici supermercati o dai centri commerciali, figli (figliastri illeggittimi, forse) della grande distribuzione organizzata o GDO, di cui anche il sottoscritto - volente o meno - si serve! Li sembriamo tutti degli automi e troviamo tutto al punto giusto, allo stesso posto della volta precedente, salvo periodici sconvolgimenti di reparti e scaffalature all'interno di quei reparti, per mille o milioni di volte lo facciamo perché l'ordine fa parte del nostro modo di vedere le cose, oramai: esso, purtroppo, si è infiltrato come una cancrena nel cervello di ognuno di noi e - forse - anche nell'animo. Ogni arrondissment (uno dei venti quartieri che tagliano proverbialmente a fette ed in modo assolutamente immaginario il territorio di Parigi; ma invero in Francia accade per quasi tutte le grandi e medie città questa sorta di suddivisione territoriale) ne ha oggi almeno tre o quattro e sono diventati insostituibili, dopo aver preso lentamente piede sul finire degli anni novanta ed il far capolino dei duemila; una certezza per la gente del posto, situata sotto il portone di casa - quasi -  e (quasi) sempre all'angolo di una via. Ma il self di cui parlo io, purtroppo, è simile in tutto e per tutto al supermercato: coi bazaar di cui sopra, o meglio ancora con i petit coin parigini seguenti ha in comune soltanto l'orario di apertura. Esso è uno dei tanti ed innumerevoli (ovunque) disseminati oramai lungo le vie della città, dal centro alla periferia, dove io abito da oltre un cinquantennio (più in periferia ve ne sono, comunque, rispetto al centro, dove fortunatamente vi trovi anche qualche negozietto etnico che a molti non piace e fa spesso esclamare frasi del tipo: "qui vi sono solo negozi cinesi ed indiani"!: i soliti pezzi di mer...razzisti che non muoion mai e li trovi ad ogni angolo di mondo, come una lebbra a lunga conservazione piuttosto che come un cancro!), ed anche nei quartieri più lontani rispetto alla cintura urbana vera e propria, quelli raggiungibili solamente dopo lunga percorrenza in auto o su mezzi pubblici (alcuni anni orsono mi capitò di recarmi al centro commerciale più vecchio in città - quello a marchio COOP, nel quartiere "Paolo VI", per intenderci, un agglomerato di casermoni e grattacieli anneriti dalla fuliggine che cala giù di giorno e nottetempo dalle ciminiere dell'impianto siderurgico limitrofo - con un autobus extraurbano: ci misi ben quattro ore, dalle sedici alle ventidue inoltrate - ovviamente tutto compre...spesa inclusa -, dopo aver cambiato due autobus e vi dico che fu la manna dal cie...per me, una specie di gita fuori porta e divagazione una tantum sul tema dello scoglionamento esistenziale, se si tien presente che per percorrere il tragitto che va da Taranto a Bari, dopo che la linea ferroviaria è stata potenziata, ci voglia oggi meno di un'ora e mezza!). Dopo aver bevuto té zuccherato al limone, spesa cinquanta centesimi (ne avevo desiderio da alcuni giorni, visto che da tanto ho del tutto azzerato l'uso di questa bevanda che molti nutrizionisti considerano essere massimamente "antiossidante", ma che ha delle controindicazioni per il sottoscritto nocive al proprio sistema nervoso centrale o SNC che si voglia dire, evidentemente: ecco, pertanto, capitare a puntino il momento propizio per togliermelo, proprio come farebbe una donna gravida a cui il consòrte o convivente che sia - magari dopo esser andato sino in capo al mondo per trovarli - porta un gelato alla crema o delle fragole freschissime, benché fuori stagione, alle due di notte, per soddisfarne le sacrosante voglie e i desideri, appunto!), ed aver acquistato una confezione di due tramezzini (rigorosamente vegani, con pomodoro e formaggio ma...seppur debbo confessare di non esser vegano al cento per cento, lo sono nì!), spesa due euro (alcuni self, invero più taccagni o forse - chissà - soltanto più stronzi degli altri, chiedono un euro e cinquanta per un tramezzino in confezione "single"!), stavo per andarmene e proseguire il mio cammino, quando...all'improvviso, di fronte a me vedo apparire qualcosa di strano, insolito davvero per il luogo: su una parete del locale, infatti, ho scorto un foglio (affisso con nastro adesivo color grigio) su cui vi era scritta (in corsivo ed in neretto, a caratteri più grandi rispetto al testo successivo, tanto da risaltare ad occ...a vista) la seguente parola: "Testimonianza". Sono curioso dii natura (pur essendo tendenzialmente schivo, possiedo il carattere della curiosità nel mio dna: non sò se i miei nonni o qualche mio trisavolo fossero curiosi; mio padre invece lo era abbastanza. Esser schivi e curiosi all'unisono, beh...il fatto potrebbe sembrare davvero inconciliabile ma io vi convivo da parecchio senza farmene colpa alcuna né darmene inutile pena!), così non perdo tempo e mi avvicino al foglio, per leggere meglio. Dop'aver letto un paio di righe del foglio (anzi, sono due i fogli; in totale quattro pagine formato "A4", numerate in successione dal quattro al sette e in ordine disposte: me ne sono accorto subito dopo), decido così di staccarlo dalla parete dov'era affisso ("lo porterò a casa", penso dentro di me, "e lo leggerò con calma!"). Lo ripiego poi su sé stesso due volte per metterlo, infine, nel tascapane color marroncino che a tracolla porto immancabilmente, nel mio camminare, da immemore tempo (invero, per qualche anno, dal 2017 al 2019, camminai portando a tracolla un'altro zainetto: particolare irrilevante, forse, ma mi preme ugualmente scriverlo). Ovunque mi capiti di andare, ovunque vada (non importa se si tratti di un viaggio lungo o semplicemente del monotono gesto ma necessario del recarsi a buttare il pattume, nel cassonetto sotto casa) lui è sempre con me, mio fedele compagno di viaggio visto che lo possiedo dal lontanissimo 1980. La prima uscita insieme, ricordo, fu per andare in quel di Brindisi, a fine settembre di quell'anno magico ed al tempo stesso drammatico per eventi personali e generali che vi capitarono; una partita di basket fu la circostanza, allora: esattamente incontro tra Pallacanestro Brindisi e Sacramora Rimini, prima giornata del campionato di serie A2 maschile al palasport "Nuova Idea", in contrada Masseriola (poco fuori città del capoluogo adriatico), oggi intitolato alla memoria di Elio Pentassuglia, mitica figura del basket brindisino. Io ed il mio tascapane ne abbiamo viste tante di cose, in fondo, dopo quella partita lontana; insieme siam stati in tantissimi posti come...sovente hanno pure tentato di "fregarmelo", offrendomi dei soldi, ma io imperterrito ho sempre rifiutato: accadde durante un viaggio in treno, la prima volta, a Rimini; eppoi, ancora a Portogruaro, nei pressi di Venezia, l'estate successiva, a Trieste ed a Modena, a Bologna, a Zurigo, in Germania e in  Nuova Caledo...non ricordo quante altre volte, adesso, né dove sia stato! Lui sarà sempre con me, ovunque andrò, perché è solamente di lui che mi fido: insieme alla mia collana d'oro che porto al collo e sopra cui sono appese una croce e due fedi nuziali, ovvero le fedi più incrollabili della mia vita: non è la fede in Cristo, quella di cui parlo, visto che sono del tutto ateo ma di un'altra ben più concre...trattasi solamente - e semplicemente - di cosa (fede) umana, appunto tangibile ancorché più "terra terra". Il tascapane ed insieme la collana rappresentano un tempo che fu, per me, loro simboleggiano qualcosa che non si può scambiare con nulla al mondo né con nessu...andranno via insieme a me da questa terra quando sarà giunta la mia ora. Dopo aver riposto i fogli nel tascapane ho continuato la mia passeggiata fra le strade oramai (quasi) deserte e verso le ventitré sono rientrato a casa. Ho letto per intero la storia scritta sul foglio, poi ho deciso di riportarla (scriverla) integralmente all'interno di questa mia storia per testimoniare: anzi, parafrasando il titolo di ciocché il foglio stesso riporta, per proporre una "testimonianza".
    "Mi chiamo Teodolindo Durante e voglio raccontarvi la mia Testimonianza...Fin dalla mia nascita sono cresciuto senza un padre. Egli espatriò per motivi di lavoro lasciando mia madre con cinque figli senza alcun sostentamento economico, nella miseria totale, prima che nascessi, (ultimo di cinque figli) poi nacqui io e divennero sei. (vivo per miracolo perché mia madre voleva abortire, ma credo che questo non avvenne per mancanza di soldi). Eravamo molto poveri, ed ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. Crebbi negli stenti, e mia madre cercò di fare del suo meglio, ma era una donna di scarse risorse culturali e intellettive. La strada fu la mia maestra, e per quel che riguardava lo studio non ne volevo proprio sapere, e quindi malgrado l'insistenza di mia madre lasciai la scuola media dopo aver minacciato il professore di matematica non sopportandone la disciplina. Dopo aver abbandonato la scuola di obbligo mi misi subito a rubare, prendevo tutto ciò che non avevo mai potuto avere a motivo della miseria in cui ero cresciuto. Ormai ero arrivato ad un punto che nessuno più riusciva a controllarmi. Iniziarono a portarmi in case di rieducazione, i guai con la giustizia non riuscivano a trattenermi, facevo già parte di una minigang, ero divenuto molto noto alle forze dell'ordine che non vedevano l'ora che divenissi imputabile per potermi arrestare perché dava molto fastidio alla Società. Gia ero stato in diversi riformatori da cui non ci ritornavo puntualmente, e appena giunto all'età di quattordici anni la mia vita diventò un entrare e uscire di prigione pirma da minore, e poi da maggiorenne. Mi arrestarono conducendomi nella Prigione locale dove mi tennero una settimana in cella di isolamento per la mia minore età non avendo un auto di servizio per condurmi nella Prigione minorile che si trovava in altra Città. Non vi dico quante ne ho passate e viste nelle carceri da poterci scrivere un libro. La mia vita divenne un via vai dalla prigione minorile e poi da quella giudiziaria. Nel carcere se ti fai pecora ti sbranano, e quindi devi mostrare subito i denti. Mi feci anche dei tatuaggi per sembrare più duro. Nella Prigione vige davvero la Legge del più forte. Ho assistito a diverse cose brutte li dentro, omosessualità, autolesionismo, litigi vari ed accoltellamento, etc. se poi sanno che qualcuno si trova dentro per pedofilia o per aver fatto la spia lo massacrano. Finito diverse volte in isolamento per varie ragioni. Mi tradussero in varie Case Circondariali, da minore in Prigione Scuola dove divenni tipografo e poi da adulto in varie Prigioni di tutta la Puglia, durante una traduzione riuscii anche ad evadere una volta e poi stanco di nascondermi mi feci prendere. Divenni poco dopo Cammorista con rituale patto di sangue. Intorno ai 22 anni  di età iniziai a riflettere, e compresi che stavo buttando via la mia vita, e così decisi di fermarmi e cambiare vita. Ma mi resi ben presto conto che non era per niente facile, e senza un aiuto e un interesse forte, non c'è l'avrei mai fatta. Molte erano le tentazioni del facile guadagno, ed il lavoro non mi piaceva per niente. Così pensai di responsabilizzarmi formandomi una famiglia con la speranza di non ricaderci più. Dopo qualche tempo nonostante avessi diverse relazioni, conobbi una ragazza che mi colpì perché se pur essendo a conoscenza del mio recente passato, mi volle ugualmente e così facemmo la cosi detta fuitina (np., in dialetto tarantino significa fuga d'amore) esendo che la sua famiglia era terrorizzata dalla mia triste fama. Ma ben presto mi resi conto che neanche l'amore per la mia compagna era sufficiente a farmi sentire al sicuro dal mio passato. E così decisi di avere un figlio che non tardò ad arrivare. Nacque un maschietto che chiamai Luca. Purtroppo nacque prematuro ed affetto da asma bronchiale, fra nottedi veglia ed ospedali, vi lascio immaginare. Ero caduto dalla padella nella brace; un figlio malato, e senza un lavoro, perché nessuno si fidava di un ex delinquente. E come se non bastasse, mia moglie si rivelò una puledra selvaggia che a tentare di domarla c'era da rompersi l'osso del collo. Per completare l'opera, mi notificarono la revoca di un anno di reclusione che avevo in sospeso. Era un dramma, anche perché vivevamo isolati da tutti i parenti. Ma grazie a Dio, conobbi una persona in prigione ex carabiniere che mi fece scrivere un memoriale che commosse la Corte d'Appello. E così mi annullarono la pena avvertendomi che se li fossi ricomparso davanti per un altro reato, non avrebbero avuto pietà. Passato il peggio, finalmente si intravedeva un raggio di luce, trovai un lavoro decente dopo aver fatto i lavori più faticosi ed umilianti del mondo. Tutto sembrava andare per il meglio, ma gli spettri del passato ritornavano alla ribalta, e fu per puro Miracolo se non ritornai in prigione. Dio ebbe pietà di me. Il mio caratttere prepotente e ribelle tornava ad emergere nuovamente ed iniziai a minacciare il mio superiore di lavoro, avevo un arma addosso ed iniziai ad andare con altre donne. Fino al punto che restai nuovamente senza lavoro. La mia vita coniugale era diventata una tragedia, litigavamo sempre ed eravamo sull'orlo della separazione. Eravamo esauriti al massimo e facevamo uso di psicofarmaci, in particolare mia moglie. La nostra vita era diventata un inferno, a tal punto che stavo progettando una pazzia. Quel pomeriggio del 1989, dopo l'ennesimo litigio con mia moglie e prima di commettere la pazzia progettata, invocai Dio istintivamente, dicendo: Dio mio non c'è la faccio più! so di aver fatto tanto male, ma non ho pagato abbastanza? se tu esisti davvero e non sei il frutto dell'Umana immaginazione aiutami, oppure fammi morire. Gli chiesi se realmente esistesse o fosse frutto dell'umana immaginazione, gli chiesi di perdonarmi tutti i miei peccati e se non avessi già pagato abbastanza per le mie colpe. Dopo qualche istante, sentii una sensazione di pace interiore che cresceva in me, ed una voce interiore mi disse: finalmente ti sei deciso a rivolgerti a Me, era tanto che ti stavo aspettando, sono stato sempre vicino a te, ma tu guardavi altrove. In quanto alle tue colpe, tu non le puoi espiare, ma io l'ho fatto al posto tuo morendo sul duro legno della Croce per te. 
     

     
  • 08 ottobre 2021 alle ore 13:10
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia:  - Il ponte Morandi (il ponte dell'infamia) - La vicenda "ponte Morandi" è  una rosa tatuata: le chiamo così, parafrasando un vecchio film di Daniel Mann del 1955 il quale diede l'Oscar come miglior attrice alla grandissima Anna Magnani, perché stanno a simboleggiare qualcosa di bello (la rosa) al contrario; quel qualcosa che resta per sempre in quanto tatuato, appunto. E' un simbolismo al contrario, il mio, almeno per ciò che concerne la rosa, ma mi sovviene Luigi Pirandello: non è pur vero che il Premio Nobel siciliano intitolò un suo notissimo dramma "L'uomo dal fiore in bocca"? Ebbene, non molti sanno, però, che quel fiore non era un fiore, come da tutti inteso, ma un cancro che uno dei protagonisti si portava dentro, in bocca, appunto. Probabilmente anche lui volle usare un simbolo di bellezza come il fiore per indicare qualcosa che ricordi la malattia e la morte: del resto, i fiori non sono immortali come ogni organismo vivente e simboleggiano, se mai, una bellezza che non dura in eterno (come può essere quella di un quadro o di una statua, ad esempio), una bellezza umana. La vicenda del ponte di Genova è una rosa tatuata perché deve restare impressa per sempre nella testa di ognuno (per lo meno dovrebbe!), tatuata negli occhi e nella testa. Essa è da annoverarsi, insieme a molte altre, nella storia recente italiana (per recente intendo il lasso di tempo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale che gli storici sono avvezzi ad indicare come "dopoguerra"), tra quelle le quali restano cariche di mistero, dissennatezza e - soprattutto - di infamia (quella brutta, però: ovvero, senza lode!), e la vicenda che lo (la) riguarda non è una storia di strada (o per lo meno non lo è di quelle comuni, ordinarie): è una storia di ponti, appunto; anzi, lo è di ponti crollati all'improvviso (e senza preavviso alcuno!). Non è che le strade non crollino (se mai meglio sarebbe usare il verbo "sprofondare" nel loro caso, se e quando lo fanno), tutt'altro, ma è da evidenziare un fatto non del tutto marginale, a mio parere modestissimo: quando (e se) un ponte crolla il rumor...lo strascico lasciato dietro di sé  (se non altro per le diverse proporzioni esistenti tra l'uno e le altre e, in linea di massima, considerate le dovute e debite eccezioni) è probabilmente di ben altra caratura in termini di vittime, distruzione e morte (morti). Nella fattispecie del ponte Morandi i numeri sancirono (decretarono) "quarantatre" ed è comunemente risaputo quanto la matematica non sia per nulla una opinione bensì una materia esatta (mai, però, confonderla con sinonimi quali aridità o piattezza: infatti, tanto  Alan Turing, considerato padre della moderna informatica, quanto Bertrand Russell, insigne matematico e letterato eccelso che fu insignito del Nobel per la letteratura, entrambi inglesi, furono anche illustri filosofi e soggetti dalla mente apertissima!). Gli amanti della cabala, della smorfia napoletana e del lotto, invece, sostennero (magari in maniera un pochino goliardi...macabra) che il numero 43 avesse sbancato la ruota di Genova. Mi domando: i morti parlano? La risposta che io stesso ravviso alla domanda è sì: essi (metaforicamente) parlano sempre anche nel tombale silenzio che avvolge la morte, il quale è freddo, impietoso, cinico ma lucido. I morti parlano sempre, lo fanno anche quando tentano di imbavagliarli a ogni angolo di mondo, su ogni percorso di vita e su ogni strada, appunto. Anche loro, a modo (o di testa) loro, fanno parte integrante della strada: sono storie di strada, quindi. Il 21 luglio 2021 Fabio Palli, su fivedabliu.it ha scritto: "Anche il prossimo 14 agosto ricorderemo il crollo del ponte Morandi e il suo carico di vittime. Quarantatre persone immolate sull'altare del profitto a tutti i costi. E' questo il sistema in cui viviamo e riconfermiamo a ogni tornata elettorale. Perché alla fine, e non storcete il naso, tutto fa commercio. Dal 2018 i giornali scrivono, i politici spostano transenne, le tivù fanno dirette, le aziende importanti lavorano. Si inaugura, si apre, si chiude, si fanno cose e si vedono persone. La politica romana non ha fatto mancare la sua presenza e le sue promesse. Il tutto ammantato da una patina di eroismo ruffiano dove ognuno ostenta le sue ore dedicate alle vittime, il girato, le interviste, la tempestività. Tempestività che non è la stessa nei processi. Eppure all'orizzonte c'é una riforma della giustizia che parrebbe non tener conto delle ataviche lentezze della sua burocrazia. Migliaia di uffici di cui non si ha la piena contezza dell'operato, tonnellate di carta che vanno e vengono in barba alla tecnologia. Vai in tribunale e persino gli ascensori sono lenti. E viene da pensare male, perché, ad oggi, a fronte di un fatto evidente, assodato con intercettazioni, nessuno scommeterebbe su condanne esemplari. Poi ci sono gli affari, che se ne fregano dei 43 morti e delle ore vostre passate in coda in autostrada o in città.Perché il "sistema" prevede il business prima di tutto e il resto finisce sotto al tappeto. Oggi Autostrade tiene in ostaggio la Liguria come ha tenuto in ostaggio Genova. Avremo da soffrire per molti anni. Ma come succede in borsa, se qualcuno soffre qualcun altro guadagna. I danni provocati dalla negligenza e dai comportamenti dolosi dei vertici di Autostrade sono incalcolabili...sono aziende dai bilanci stellari, aziende che hanno fatturati difficili anche da pensare. Forse la risposta è tutta li."     

     
  • Come comincia:                                                 = Pillole di antimilitarismo =
    Marzo 1980 - Ricevo la chiamata in Marina: ho compiuto poco più di quattro mesi prima 17 anni. Alcuni dicono che sia l'età più bella, questa, quando non sei ancora maggiorenne e fremi per diventarlo pur non avendo oltrepassato la soglia dell'adolescenza: oltre quella soglia viene il bello, anzi, si pensa dovrebbe arrivare; oltre quella soglia cominciano i guai seri, invece. Chissà perché tutti (me compreso) abbiamo fremuto indicibilmente (come e più di una cagna in calore) a quella età, in attesa del D-Day: per alcuni, invece, si trasforma in un incubo, quell'attesa, quando diventa tutto reale...la  realtà, molto spesso, è di molto peggiore della immaginazione o della idea  che ci siamo fatti di essa (o di qualcosa che con essa ha a che vedere). Dopo la visita medica (sono sovrappeso di oltre quaranta chili, l'anno precedente mi hanno riscontrato diabete chimico, o "intermedio", come viene più spesso definito, dovuto al mio stato) il capitano Farace dice a mio padre:
     - Tuo figlio sarà ricoverato, dopo qualche giorno lo rimanderemo a casa. Riceverà il congedo illimitato tra due o tre mesi al massimo! - Il capitano medico è siciliano oltre ad essere una persona in gamba e alla mano. Ha seguito me, per un po', quando anni addietro avevo avuto problemi di depressione, qualche anno dopo seguirà anche mia zia materna. Dopo due giorni di ricovero all'ospedale militare in centro città, sono a casa. Il capitano è stato di parola con mio padre. A giugno ricevetti il foglio di congedo: ero passato di ruolo, in pratica, dalla Marina all'Esercito e dipendevo da quel momento in poi dal Dipartimento Militare di Lecce. Di li a qualche mese ebbi l'esonero definitivo.  Fu quella una delle più grandi soddisfazioni della mia vita, ottenuta involontariamente e con degli strascichi sulla mia salute non indifferenti (alcuni di questi, infatti, me li porto ancora dietro nonostante sia riuscito ad ottenere un peso forma più che normale!): in pratica fu come se qualcuno mi avesse levato le castagne dal fuoco, visto che in caso contrario avrei optato per la renitenza alla leva o per il servizio civile. Debbo dire grazie ora, a distanza di oltre quaranta anni, a mio padre ed al capitano medico Giuseppe Farace, della Marina Militare
    Il soldato Jack (dal blog "Leggo&Rifletto"/leggoerifletto.it)
    - Signore, il mio amico é tornato dal campo di battaglia. Chiedo il permesso di andare a prenderlo -
     - Permesso non concesso! - replicò l'ufficiale. - Non voglio che rischi la vita per un uomo che probabilmente è già morto! -
    Il soldato uscì lo stesso e rientrò dopo un'ora ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell'amico. L'ufficiale era fuori di sé dalla rabbia. - Te l'avevo detto che era morto. Ora vi ho persi tutti e due. Dimmi, valeva la pena di rischiare per portare indietro un cadavere?
     - Il soldato morente rispose: - Oh, sì, signore. Quando l'ho raggiunto, era ancora vivo e mi ha detto: - Jack, ero sicuro che saresti venuto!
     - Padre Anthony De Mello -
     
    L'antimilitarismo é una cosa seria, non va mai trascurato come ideale di vita perché, al contrario delle ideologie, non muore mai e te lo porti dentro tutta una esistenza. Vale la pena rischiare la propria vita per il compagno di battaglia (se proprio non sia stato possibile rinunciare prima a quella battaglia, col rischio dopo di dover affrontare un tribunale militare e magari trovarsi alla fine davanti al plotone di esecuzione bello e pronto per essere fucilato!), del tuo plotone o della tua compagnia: non si muore mai per la divisa che indossi, né per l'esercito; per l'ufficiale che ti ha dato un ordine impartitogli dal suo superiore (a sua volta), ovvero un generale di carriera che non ha mai tenuto in mano un fucile e non saprebbe neanche come caricarlo, o per il governo che ti ha mandato a morire. Forse, chissà, varrebbe la pena morire anche per il nemico che dalla parte opposta alla tua, dall'altra parte della trincea o del campo di battaglia, combatte e morirà per le stesse cose per cui tu puoi morire. 
    - Leggo due notizie, oggi (seconda settimana di settembre: cominciata come la prima...chissà come andrà a finire questa!), in apparenza slacciate tra loro, anzi, del tutto scollegate: ma solo apparentemente, appunto. Non lo sono, infatti, "antimilitaristi" come me,  ma solamente per chi non sa neanche cosa sia l'antimilitarismo (crede magari, chissà, che sia una nuova setta satanica!) o per coloro i quali, più semplicemente, dicono che...non gliene frega un cazzo! I due articoli sono apparsi entrambi sulle colonne di repubblica.it a distanza di meno di una settimana l'uno dall'altro: il primo, scritto da Gianluca De Feo, datato 6 settembre, in cronaca; l'altro, invece, scritto da Ernesto Assante e datato 11 settembre, nella pagina musica&spettacoli. L'articolo di De Feo titola a questo modo: "L'aeronautica arma i droni: si combatterà così". Il sottotitolo continua: "La difesa investe 168 milioni per dotare i suoi velivoli Reaper, usati finora solo per voli di ricognizione. Sono gli stessi impiegati dagli Stati Uniti a Kabul". Cito anche il contenuto dell'articolo (o meglio, quella sola parte di esso visibile a tutti: il resto è riservato agli abbonati e "in chiaro" soltanto per loro): "L'Italia ha deciso di armare i suoi droni militari, trasformandoli da ricognitori in bombardieri, ed entrerà così tra i Paesi in grado di gestire attacchi in continenti lontani, ordinando il lancio di missili da migliaia di chilometri: in pratica è un passo avanti verso la nuova dimensione dei conflitti che mette in discussione tutte le regole della guerra". Nulla da eccepire, direi, sino a questo punto: l'autore, in queste sei righe, oltre ad evidenziare il fatto che l'Italia si sia instradata sul binario giusto e messa al passo coi tem...cogli altri Paesi, ha usato ben dieci parole gergali, ossia appartenenti al gergo "militarista" (armare, droni, militari, ricognitori, bombardieri, attacchi, lancio, missili, conflitti, guerra, etc.); ora non oso minimamente immaginare quanti altri vocaboli di quel gergo possano essere contenuti nel resto dell'articolo! Ma in fondo va bene così, perché il giornalista non ha colpa: egli stesso oramai è parte del "sistema" mondo-uomo o meglio ancora uomo padrone di questo mondo (ma, si badi bene, non lo è della terra: possono sembrare due cose simili ma non lo sono affatto; la terra non appartiene a nessuno dei dieci miliardi e passa di uomini che la abitano ad ogni latitudine del mondo...l'uomo ha soltanto parvenza di essere padrone di qualcosa!); è allineato ad esso (e con esso); è parte egli stesso di quel sistema insieme agli altri. E poi, in definitiva, svolge soltanto il suo lavoro: altrimenti dicasi "deve pur guadganare per pagare i suoi conti e per vivere!"). L'articolo di Assante, invece, titola: "Beatles, i 50 anni di Imagine e lo scambio di tweet tra John Lennon e George Harrison"; il sottotitolo: "Quasi tutte le star scomparse hanno account attivi, gestiti da eredi e famiglie...     
       

     
  • Come comincia: Mi avvicinai, così, a lei (nel frattempo m'ero tolto anch'io di dosso i vestiti - una camicia celeste a maniche lunghe, un jeans marca "wampum" con toppe e buchi dappertutto - ed ero completamente nudo) e dopo aver appoggiato entrambe le mani sul suo culo, glielo allargai cominciando all'unisono a leccare i due buchini posteriori. Gli inglesi (proprio quelli della famosissima frase "siamo inglesi, niente sesso!") li chiamano (dal basso verso l'alto) rispettivamente "pussy" e "ass-hole": me ne ricordai mentre svolgevo la mia opera; o meglio ancora, mentre la mia lingua era intenta a far godere la ragazza durante quegli interminabili ma afrodisiaci preliminari. Quelle due parole in inglese erano le sole che avessi mai imparato in mia vita sino ad allora: me li aveva insegnati al liceo il mio amico di banco Davide Pieri, un tipo smilzo con gli occhiali neri e spessi. In classe tutti lo chiamavan "sega d'oro" o "segantino" ed il motivo di tali nomignoli lo lascio immaginare a chi legge. Egli vantava un primato imbattibile in tutta la Maremma: un giorno riuscì a segarsi per venti volte. Il padre, poi, una volta lo scoprì mentre armeggiava col suo uccello in bagno (a dire il vero, non vi è adolescente al mondo che non abbia vissuto questa esperienza!), lo cacciò di casa minacciandolo di non farlo più rientrare. La sera stessa, Davide, era seduto intorno al tavolo per cenare con i suoi, dopo cena tornò in bagno per riprendere ad allenar...il suo posto di combattimento. In quel momento, mi sentii come l'artificiere che abbia innescato la carica di esplosivo: a quel punto, però, urgeva che vestissi i panni del guastatore perché quella carica bisognava farla esplo...implodere ad ogni costo. Così presi a infilare il dito medio della mia mano sinistra, a turno, in entrambi i buchi del culo di Micky in modo da farla eccitare di più, se mai ve ne fosse stata necessità: era vogliosa tantissimo, infatti, visto che aveva cominciato ad ansimare a tutto spiano già da diversi istanti prima di allora. Aveva la patatina rasata (molti la chiamano così, altrove; oppure figa, bernarda, fregna...in Toscana molto si usa la parola passera o il suo diminutivo passerina) e ciò eccitava anche me, non poco. Mi accorsi intanto che il mio uccello fu cotto a punti...era venuto duro al punto giusto. A quel modo compresi che non vi era tempo da perdere, era giunta, cioé, l'ora della penetrazione (notoriamente non ho mai avuto erezioni interminabili): lo afferrai allora con la mia mano destra (sono mancino ma anche scaramantico all'eccesso: mi ero sempre segato con la destra, infatti, prima di allora, e preferii usare tale mano) e glielo infilai "dritto per dritto" nel buco di sopra (ass hole, come lo chiamano i sudditi britannici della regina Elisabetta e come mi aveva edotto il mio amico Davide), il quale - ahilui! - nel frattempo era diventato talmente rosso da sembrare la punta di un ice...del peperoncino più piccante al mondo. In quell'attimo mi tornò alla mente il signor Francini Emiliano, pisano di Pontedera, vecchio mio insegnante di lettere, storia e filosofia: egli avrebbe usato, senza minimamente esitare, l'espressione "per esteso", a suggello dell'azione e del fatto avvenuto per...come quando si appone la propria firma su un documento o alla fine di una missiva. Quell'insegnante era il più vecchio tra tutti quelli che io ebbi al liceo, ma lo era solo anagraficamente: lui sembrava molto più giovane, dentro, di molti tra noi alunni, che eravamo pure poco più che adolescenti, ed aveva una aperta mentalità. Ci insegnò molte cose, davvero (senz'altro moltissime ne imparò Alfredo da esso), e in gioventù (fatto strano ma di non poca rilevanza, a parer mio) aveva detenuto un record, al pari di Davide, singolare alquanto e, probabilmente, mai battuto o avvicinato da niuno: fu il più giovane ragazzo della regione ad essere entrato in un bordello e ad aver fatto l'amore con una troia, visto che aveva solamente dodici primavere e sette mesi quando lo fece. Una volta, in classe, ebbe a dirci: "era meglio quando c'erano i casini!". Lui non era un fascista, sia chiaro, e non rimpiangeva quel periodo storico perché allora vi era il fascismo e la dittatura, in Italia, bensì tutt'altro: suo padre e suo fratello, infatti, erano dei sovversivi e subirono il confino coatto per le loro idee, e lui si riferiva al fatto che a quel tempo ci si accoppiava con le donnacce in locali chiusi e quindi...molto più in intimità rispetto ad altri luoghi, come oggidì accade. Non appena fui dentro Micky, lei cominciò a dimenare il suo culo in avanti e all'indietro, proprio come aveva fatto prima: un movimento ritmico o andanseuse come avrebbero affermato nostri cugini d'oltralpe. Era una che ci sapeva fare col culo, Micky: fu lapalissiano oltremodo che non fosse alle prime armi. Io, invece, per mio conto, mai avevo fatto sesso anale, in mia vita: stavo, perciò, improvvisando, o meglio è proprio il caso di dire che andavo a "cappella", e mi accorsi anche di cavarmela non malaccio, in fondo. Infatti, quella leggera insicurezza la quale per un sol attimo era balenata nella mia testa, in maniera del tutto naturale e fisiologica prima di cominciare, svanì all'improvviso come per incanto. Le cose tutte della vita sono così, probabilmente: pensi che siano montagne insormontabili, osservandole dal basso ma quando sei in cima, lassù in alto e guardi giù, ti accorgi che è tutto molto più semplice...un gioco da ragazzi. Mentre penetravo nella ragazza, dolcemente gli stimolavo i capezzoli e gli stringevo i piccoli seni con le mani eppoi la baciavo sul collo e sulle spalle. Lei ansimò a più riprese di puro piacere e ciò provocava in me uno stato di altrettanto godimento e benessere. Le cose andarono avanti per alcuni minuti, sino a che non mi piegai tutto per intero sopra Micky e mentre ero ancora dentro di lei col mio uccello gli sferrai una stilettata con la mia lingua che partì dal suo culo e giunse sin sopra al collo. La ragazza, allora, si avvinghiò attorno al tronco dell'albero, con le sue esili e lunghissime braccia, ed emise un rantolo che pareva senza fine:
     - Aaahhhhhh!
    A questo punto presi Micky in braccio (era leggerissima come una piu...un fenicottero rosa) e dolcemente l'adagiai per terra, ai piedi dell'albero stesso. Mi sedetti di fianco a lei, dopo di che cominciammo a toccarci e a palparci ovunque; a leccarci eppoi a baciarci ed a scambiarci sguardi di voluttuosa complicità. Il suo corpo profumava di salsedine e la sua bocca aveva il sapore all'amarena. Nel frattempo Alfredo che all'incirca un quarto d'ora prima era andato nella spiaggetta con le altre due ragazze, aveva le sue gatte da pela...tette, culo ed il pisello volante di Ramona da tenere a freno. Mi raccontò alla fine, egli stesso, poco prima di salutarci, quello che fece: dopo il bagno una doppia penetrazione anale con lui dentro il culo di Francie e la trans mozzafiato dentro di lui, a sua volta. Quando i tre tornarono in pineta, ci demmo il cambio e ripetemmo, per filo e per segno, identico copione ma a parti invertite: Alfredo portò Micky in spiaggetta e si prese cura del suo culo mentre io restai con le altre due in pineta facendo la doppia penetrazione da attivo e da passivo contemporaneamente. Anche questo non lo avevo mai fatto prima di allora, né sapevo - del resto - che il mio amico lo aveva fatto in spiaggia mentre facevo l'amore con Micky, nella pinetina. Ci avevo preso gusto, oramai, e visto che ero in ballo pensai che fosse meglio così, in fondo! Coincidenze? Forse, chissà; oppure segno del destino. Fu ad ogni modo un vero godimento per me: mai più feci una cosa simile dopo di allora, né ho mai raggiunto l'apice del piacere a quel modo. Quel giorno, evidentemente, anche se durò pochissimo (non sono mai stato un super dotato o una macchina da sesso dalla durata in...all'infinito: la mia autonomia, del resto, era quasi agli sgoccioli dopo il primo round con Micky), tutto filò liscio e durante la estemporanea ma piacevole esperienza con tre diverse donne (o "cosa a quattro", come erroneamente l'aveva definita Alfredo non tenendo conto del fatto che fossimo in cinque!) trovai il feeling giusto, il timing perfetto o, chissà, soltanto il sensazionale appeal con me stesso e la mia esistenza: imparai dopo (ma no dal mio amico Davide, questa volta!) questi termini britannici ed anglosassoni. Quel giorno, evidentemente, alla villetta al mare, fu proprio "come non mai", come suol dirsi ovunque: uno di quelli che non lo cerchi da nessuna parte ma arriva uguale. Allora fui fortunato ed anche determinato, saggio come non mai a saper cogliere l'attimo e grazie al mio amico conobbi l'amore anale e mi sverginò il culo una donna, tutto in una volta sola: mai avrei immaginato una cosa simile! Quello che feci allora, fu fatto senza esitazione alcuna da parte mia, né minimamente ho mai pensato di esser andato contro natura. Credo, infatti, in definitiva, che nessuno vada mai contro natura a questo mondo e su questa terra sotto il cielo che la illumina di giorno: soprattutto se fa qualcosa che li piace o lo rende felice seppur per un sol attimo fugge...quello che era capitato a me. Ora, tuttavia, sovente ripenso a quel giorno e ai momenti di estremo piacere che vissi e in cui godetti: lo faccio più con nostalgica amarezza e malinconia, piuttosto che con gioia o commozione; soprattutto, però, lo faccio con moltissimo rimpianto. Dopo di allora, infatti, tornai - per così dire - nei ranghi, allineandomi a quella vita mediocre ed insignificante da piccolo borghese per cui mi sentivo votato o che forse il destino aveva voluto e scelto al mio posto: anonima ed incolore, a volte addirittura insignificante ed inutile. Una vita senza squilli di tromba o alzate di capo, sommessa e vile sino all'eccesso. Inoltre, quella fu, purtroppo, l'ultima volta che vidi Alfredo. Dopo di allora ci perdemmo di vista, di punto in bianco non ci scambiammo telefonata alcuna e così nessuno dei due ebbe più notizie dell'altro. Sovente e volentieri, accade questo per le amicizie adolescenziali, scolastiche, di gioventù e così, dopo essere stati "culo&camicia" o "barba&capelli" per tanto tempo ed aver vissuto tante cose assieme, ci si ritrova ad essere perfetti estranei: non vi sono motivi particolari, a mio avviso, per cui questo accada ma credo sia soltanto il fisiologico svolgersi e dipanarsi dell'esistenza di ognuno. Sino a quando, un giorno l'inverosimile accadde...ricevetti la ferale notizia da amici comuni, in paese: Alfredo Tonini (o "il Tonini", semplicemente, come da tutti era conosciuto) era morto, una sera d'estate (la stagione che in definitiva egli amava di più perché più affine al suo carattere), ad Edinburgo, in Scozia, dove nel corso di una rissa (scoppiata, a quanto pare, a causa di una donna!) gli avevano fracassato il cranio con una bottigliata. Molti giudicherebbero Alfredo uomo immorale, ricco di vizi: io non saprei mai dare un giudizio, né lo farei sapendolo ma solamente so ch'egli non aveva confini nella sua testa e sapeva - non di rado - guardare oltre l'orizzonte, cioè laddove ben pochi puntano lo sguardo. Non lo dimenticherò mai, Alfredo: per me sarà sempre il mago di...Azz.

    da: "Racconti erotici", 12 maggio 2021.

         

     
  • Come comincia:                                                      A Monicelli Mario, regista toscano (Viareggio, Lucca,                                                         1915- Roma, 2010), spirito libero del cinema e uomo
                                                         dotato di tre fondamentali doti, sempre più rare al                                                             mondo: sarcasmo, ironia e auto ironia.

     Il mio amico Alfredo (come me) toscanaccio dalla battuta sempre a tiro (e dall'uccello sempre in resta, per usare termine di ma...eufemisticamente marinaresco), aveva successo con le donne sin da età adolescenziale a causa (o per via) della sua loquace brillantezza, appunto, nonché della sua verve caratteriale. Era sempre stato estremamente simpatico alle rappresentanti del gentil sesso (un vero "tombeur des femmes", lo avrebbero senza dubbio alcuno etichettato i francesi), oltre che arr...arrapato perenne (proprio come i ghiacci dell'Alaska o del Polo Nord, quelli in Siberia o di alcune zone della Patagonia, nell'emisfero sud, i quali non si sciolgono neanche in estate). E' tuttavia da dire come le due cose (la peculiarità del carattere di Alfredo e quella fisiologica) non siano sistematicamente da intendersi sincrone o all'unisono l'una con l'altra: ovvero, non è al cento per cento sicuro che siano conseguenziali tra loro. Per capire di cosa stia parlando, mi permetto di esibire il seguente paragone che ritengo calzi a pennello: avete presente cosa succede colle slot-machines quando qualcuno (disgraziatamente) riesce a vincere qualcosa? (Pure mi domando se questo accada soltanto nei famosi mega hotel-palace di Las Vegas, negli States, con annesso casinò al seguito, o nelle pellicole cinematografiche hollywoodiane, appunto? Booh! è la risposta che riesco a dar...lasciam perdere, allora: credo sia molto meglio!). Ebbene, in quel malaugurato (o disgraziato) caso sulle finestrelle della slot poste in alto, compaiono i simboli tutti uguali (tre o quattro, a seconda delle dimensioni stesse della slot) a testimoniare l'avvenuta vincita. Al fortunato vincitore, dopo di che, altro non resta così che chinarsi a prelevare le monetine fuoriuscite da una fessura della slot posta in basso: genericamente quelle sono abbastanza ma mai così tante da non poterle trasportare colle proprie mani. Alcune volte, però, accade (casi algoritmicamente remotissimi, questi, e di cui neanche il Guinness dei Primati potrebbe tener conto, a mio avviso) che non basti la vanga a raccoglierle ma... servirebbe invece un vero e proprio vagone ferroviario per prelevarle e trasportarle altrove (magari, chissà, in una banca svizzera, degli Emirati Arabi o di Israele, il quale non a caso vien definito stato "cassaforte", anche se per ben altri motivi). I simboli che appaiono sulle finestrelle di cui sopra sono in genere frutti, fiori, animali, oggetti vari oppure il simbolo del denaro (una esse con due strisce verticali che la attraversano per intero), vale a dire sua maestà re Guglielmo...il dollaro, cioè la moneta per eccellenza nonché quella che più di ogni altra in tutto il globo terracqueo lo sta a simboleggiare (ed anche su Marte e dintorni, a onor del vero, visto che nel caso in cui vi fossero andati dei terrestri e ivi incontrato degli alieni...dei marziani in giacca e cravatta, avrebbero senza dubbio alcuno pagato a suon di bei dollaroni verdissimi!): essi, appunto, attestano l'avvenuta vincita. Ebbene, Alfredo, al posto del simbolo del denaro (o del dollaro, o di qualsivoglia d'altro) portava invece negli occhi sempre fissi (e luccicanti pure come stelle) ben altri simboli: quello di due grosse e tonde tette e di un culo di donna, sodo ed altrettanto tondo. Meglio sarebbe dire, però, che oltre che negli occhi quei simboli, lui li portava scritti sempre in testa: è per questo, probabilmente, ch'era tanto simpatico e tanto arrapato. Magari, chissà, qualcuno pur potrebbe asserire che si trattasse di un bell'esemplare di filibustiere...figlio di puttana; ma era fatto così, il povero Alfredo, volenti o meno, e vedeva tette e culi, beato lui, dappertutto: diciamo, allora, che vedeva del buono ovunque ed in ogni persona, soprattutto in quelle con la passera stampata davanti. Accadde una volta, in estate, mentre mi trovavo nella mia villetta al mare (a dire il vero essa era per metà mia, per l'altra di mio fratello Antonio), che lui venne a trovarmi per propormi una cosa di cui rammento. In estate, infatti, solevo trascorrere le vacanze al mare insieme a mio fratello ed alla sua famiglia (alcuni preferirebbero usassi le parole "in combutta" ma è meglio non sottilizzare!). Antonio ha tre figli (un maschio e due femmine), oggi cresciutelli e sistemati anch'essi, all'epoca del "fattaccio" poco più che pischelletti (o putei) imberbi. La villetta, si intende, non era nulla di speciale: una semplice costruzione di 220 metri quadri a due piani, compreso un piccolo giardino con qualche albero piantato di pino domestico. Essa era posta sulla litoranea, appena qualche chilometro fuori dal centro abitato, Castiglione della Pescaia, il quale, a sua volta, si trova ben vicino alla Marina di Grosseto ed al Parco Regionale della Maremma, a nord; a Punta Ala a sud, in posizione nord-ovest rispetto al capoluogo, Grosseto, lungo la famigerata statale 322; lo era per due motivi: in primis perché spesso, durante la bella stagione, vi si creavano, in diversi punti e non solo in orari serali o notturni, ingorghi paurosi di macchine e camion con coppiette alla ricerca della assoluta felici...intimità; in secundis, perché vi razzolavano battone e checche di ogni ordine e gra...eterogenee e in cerca, anch'esse, della felicità ma a pagamento. In paese, per circa tre lustri, si narrò (nessuno, però, ha mai saputo se si trattasse di verità o di leggenda metropolitana) la storia tramandata dai netturbini Aurelio Gini e Diocleziano Bonci, i quali affermavano che una mattina di settembre, nella pineta del Tombolo, poco fuori l'abitato, sulla statale, avessero raccolto la bellezza di tremiladuecentoquattro preservativi: l'eccezionalità della storia sta nel quantitativo di preservativi (presumibilmente) raccolti ma anche nel fatto che fossero stati trovati tutti privi di un pur piccolo forellino (cosa davvero, davvero incredibile!). La buon costume del capoluogo non era mai in grado di gestire in meglio la situazione e chiedeva sovente aiuto alle sezioni di Pisa e di Firenze. Noi tutti chiamavamo la nostra villetta (ironicamente e in onore di un vecchio regista di Hollywood) "Stalag 17", e in paese (con altrettanta ironia ed in onore, probabilmente, di un'altro grande regista, però russo) ci definivano quelli della "Potemkin"; prossimi ad essa erano una pinetina ed un canneto, superato il quale ci si immette dritti dritti su una spiaggetta ("Sun Beach", chiamano il posto ancor oggi, in paese) e si parano innanzi, agli occhi di chi guarda ed in tutto il loro magico splendore, in rapida successione, il mar Tirreno, carico del suo blu intenso, l'arcigno Arcipelago Toscano e più lontano ancora la misteriosa isola d'Elba. Oggidì la villetta non appartiene più a noi: io e mio fratello, infatti, la vendemmo qualche anno dopo il racconto di cui scrivo a causa di una delle tante tempeste che accaddero alla nostra famiglia e imperversarono sulle nostre esistenze (ma quelle sono tipiche della vita di ognuno, di ogni famiglia che si rispetti e non sono prerogativa e dominio assoluto soltanto di noi Vannucci). Mio fratello ha lasciato il paese dopo la morte della moglie (mia cognata), la quale avvenne in un fatale incidente in barca, per trasferirsi in Corsica dove in seguito aprì un circolo di tavole a vela che li da di che vivere attualmente. L'espatrio di mio fratello avvenne a malincuore, oltre che con la morte nel cuore. Io, invece, oggi vivo dove vivevo allora, nel posto cioé in cui sono nato sessantadue anni addietro. Quell'anno, quella estate di tanti anni fa - per fortuna, è da dire, alla luce di come proseguirono le cose - mio fratello decise di recarsi in trasferta per una intiera settimana, insieme alla moglie ed ai figli: la classica crociera ai Caraibi, per sedare la voglia di esotico repressa in ognuno; dicasi pure, nella fattispecie di Antonio, "far fronte" allo sghiribizzo della consorte il quale da diverse stagioni pendeva, oramai, sugli incolpevoli suoi coglioni...sulla testa sua, o sul capo, tal quale ad un pesantissimo pendaglio da forca. Mi ritrovai, a quel modo, ad esser solo e soletto proprio nel frangente topico della stagione estiva oltre che il più vacanziero e ad avere, ordunque, tutta quanta per me a disposizione la villetta e la pinetina adiacente ad essa: quest'ultima, infatti, pur non appartenendo a noi, è raramente frequentata da turisti di passaggio, al pari della spiaggetta vicina, dagli abitanti del paese o da coppiette automunite in cerca della felici...di intimità. Mi sono sovente e volentieri chiesto, nel corso del tempo, se (e se si, come?) Alfredo fosse a conoscenza della mia libera "uscita", ossia del fatto che la nostra villetta (mia e di Antonio) sarebbe stata a mia completa disposizione per una intera settimana, proprio in agosto: non sono mai riuscito a darmi risposta alcuna, sebbene le coincidenze avessero davvero dell'incredibile. Erano appena scoccate le due di un torrido pomeriggio (le quattordici pomeridiane, invero, per i puristi, o p. m. - che non sta per post-mortem, come qualcuno potrebbe intendere senza volere - e son soliti indicare i sudditi della regina d'Inghilterra e gli anglosassoni in genere) ed io, che da pochi minuti avevo consumato frugale pasto a base di yogurt allo zenzero, frutta e formaggio, ed ero tutto bello e spaparanzato sopra il divano nel soggiorno al piano superiore, pronto ad intrapendere la mia dolce siesta o pennica estiva, venni letteralmente scosso e quasi sbalzato per terra da tre squilli del citofono esterno: non sapevo chi fosse, ovviamente, l'autore colpevole dell'accaduto, ma degli squilli cotanto forti, i quali avevano all'improvviso squarciato il silenzio dell'ameno luogo e, soprattutto, profondamente turbato i miei incolpevoli timpani, non li avevo uditi mai. Mi sollevai, così, faticosamente dal divano, bestemmiando più volte tra peste e corna (lo feci usando alcuni intercalari tipici della parlata maremmana, di cui è meglio non parla...dir nulla!) e mi recai sul balcone che si affaccia in stradina. Scorsi, allora, e con profonda sorpresa nonché disappunto estremo, la inconfondibile sagoma di Alfredo, mio miglior amico: egli era in basso, ad attendere con nonchalance ed il ghigno beffardo, strafottente, canzonatorio e goliardico che portava perennemente stampato sul volto. Il mio disappunto, però, non traeva origine dal fatto che fosse stato proprio lui a suonare (altre volte, infatti, Alfredo era venuto a trovarmi in estate alla villa), bensì dall'ora insolita e, soprattutto, dal modo in cui aveva suonato al citofono: mai, infatti, lo aveva fatto con tanta cura...intensità, prima di quel pomeriggio, tutte le volte che veniva a trovarci, a casa in paese o al mare; una maniera insolitamente "squillante", debbo dire, come a voler preannunciare, chissà, qualcosa di eccezionalmente importante.
     - Cavolo! - Li dissi, urlando non poco. - Ti rendi conto dell'ora in cui siamo? Hai deciso mica di rompere il citofono, suonando a quel modo? E i miei timpani, pensi siano rivestiti di gomma o di acciaio isolante? Non capisco davvero cosa mai ci possa essere di così importante da dirmi alle due del pomeriggio!
     - Una cosa a quattro! Ho per le mani una cosa a quattro! - rispose Alfredo, senza farsi pregare né dire null'altro. (Lui era così: immediato e senza peli sulla lingua; in quanto alla zona pubica, non ci giurerei, perché...mai saputo se la portasse al naturale o rasata né ebbi l'esigenza, del resto, durante la nostra lunga conoscenza, di constatarlo de visu!).
     - Ma di cosa parli? - chiesi io, ancora. - Vuoi mica fare una partita a poker? Ti sovviene, magari solo un pò, che siamo quasi a ferragosto e no sotto le feste di Natale? Sai che lo odio, il poker! Mi sa che devi averla presa proprio brutta l'insolazione! (casualmente, quell'estate, era stata la più calda che si ricordasse negli ultimi trenta e passa anni, in agosto, in Maremma: le temperature, allora, sfiorarono spesso i quarantadue gradi e neanche la brezza marina, proveniente dalla Sardegna e dalla Corsica, riusciva ad alleviare la calura). - In verità, Alfredo lo sapeva che odiassi il poker; è da aggiungere anche quanto io odiassi non solo quello ma tutti (quando scrivo così intendo proprio così, no diversamente!) i giuochi di carte e di società, come la roulette, il monopoli, la tombola, il tombolone ed affini...forse, chissà, le uniche simpatiche mi sarebbero state proprio le slot, se avessi avuto modo - in vita mia - di averne sottomano qualcuna, in qualche modo, e perderci un pò di soldini.
     - No! - seccamente mi rispose e con la verve che lo contraddistingueva ribatté: - te sei  grullo per intero! - mentre proferiva questa frase (più che una frase, tuttavia, essa suonava più che altro come impietosa e fredda sentenza!), Alfredo si batté l'indice della sua mano destra sulla tempia tre volte, dopo di che ancora disse:
     - Parlo di una cosa a quattro tra me, te e tre donne. Allora, dimmi, ci stai? Si o no? 
     - Ahhhh! Va bene! - esclamai. - Mi sembrava d'aver inteso male (era davvero così, del resto: non dissi tanto per dire ma perché effettivamente mai e poi mai avrei potuto immaginare tale cosa, pur conoscendo le doti del mio amico in fatto di donne). Chiamani domani e ti fò sapere. Ma ora, dai, lasciami riposare. Ci sentiamo domani per telefono. - Alfredo, dopo aver ascoltato le mie parole disse:
     - D'accordo! Come vuoi tu! Ci sentiamo domani, Sandrokan! (lui e tutti i miei amici in paese mi chiamavano a quel modo: un mix e una via di mezzo tra il mio nome di battesimo, Sandro, e quello di Sandokan, la famosa tigre della Malesia e personaggio della saga dei racconti d'avventura di Emilio Salgari, autore mio prediletto). - Mi raccomando, però, decidi e fallo per il meglio! - Alfredo, ahilui!, mi conosceva molto bene (del resto eravamo amici sin dalle elementari, frequentate insieme alla scuola del XII°circolo intitolata col nome di "Otello Carraresi", sindaco di Castiglione dal 1953 al 1961 e nel biennio 1977-78, sita nei pressi dell'albergo "Luxor" e del cinema-teatro "Alhambra", dove si andavano a vedere gli spogliarelli delle donnine francesi e le performances da cafè chantant ed ante litteram dei travestiti); sapeva infatti quali fossero le mie principali peculiarità caratteriali: la eterna indecisione e l'insicurezza, mentre lui era agli antipodi da me essendo un tipo essenzialmente deciso e risoluto. Ci salutammo, così, e ci congedammo dopo le ultime parole di Alfredo: lui andò via, in macchina, io rientrai in soggiorno. Mentre rientravo blaterai, tra me e me, alcune frasi: - Boia d'un mondo! Alfredo ne sa una più del dia...di Alain Delon e Giacomo Casanova messi assieme! - Una volta sdraiatomi sul divano, prima di appisolarmi mi sovvenne la sua agendina "rosso special" che una volta mi mostrò egli stesso e che gelosamente custodiva come fosse una vera e propria preziosità: così la chiamava in onore di una Lamborghini rossa (le auto veloci erano una passione di Alfredo, secondaria rispetto all'altra, quella per le belle donne, ma notevole anch'essa), regalata da un lontano parente a suo figlio e che lui era riuscito a guidare, non si sa come né per volere di chi. Quella agendina era piena di nomi e numeri di donne tanto che...da sembrare quella del Presidente degli Stati Uniti o del Premier russo. Invece, io, ahimé! A quel tempo (ma oggi debbo onestamente dire come non sia cambiato granché da allora!) avevo un numero soltanto di donna: quello di Giovanna, anziana addetta alle pulizie nell'agenzia funebre "Quì tutti uguali", vicino casa, in paese. Il giorno dopo puntualmente Alfredo mi telefonò, come insieme avevamo concordato. - Cosa hai deciso? - Mi chiese seccamente, senza neanche concedermi il tempo di proferire una acca, al momento in cui sollevai la cornetta e la poggiai sul mio orecchio sinistro.
     - Ci sto! - risposi io, altrettanto deciso.
     -  Bene! - replicò Alfredo. - E la prima volta, da quando ti conosco, che prendi una decisione tanto presto; debbo dedurre che tu non sia tutto quanto grullo come pensavo...probabilmente vi é anche della saggia insanità in te! Ci vediamo tra quattro giorni, alla mezza, in pinetina. - Aveva ragione da vendere, il mio amico; anzi, c'é "l'aveva proprio da matti", come recita un intercalare delle nostre parti. Sono sempre stato un indeciso cronico, ma la mia indecisione, a volte, rasentava la parossistica assurdità: capitava, infatti, che non riuscissi a decidere se il giorno dopo avrei dovuto mangiare in bianco oppure più piccante, figurarsi se dovevo farlo in tema di...su una cosa a quattro, con tre donne insieme. Ero meravigliato (lo ero molto, direi), io stesso (dentro di me), della immediatezza mostrata in quell'occasione: ero stato deciso come non mai, prima di allora. Dopo aver proferito le sue ultime parole, Alfredo chiuse il telefono, senza altro aggiungere né darmi, anche questa volta, possibilità di replicare o salutarlo. Dopo neanche un minuto, però, sentii nuovamente squillare il telefono per tre volte di seguito. Andai di corsa a rispondere e, non appena ebbi sollevata la cornetta, la voce di Alfredo aggredì il mio povero orecchio come un vero e proprio tuono:
     - Ehi, grullo! Non darti pena che i preservativi li porto io! - Dopo queste parole, richiuse. Io, allora, ad alta voce dissi a me stesso, mentre mi specchiavo, contemporaneamente, nello specchio a muro posto sopra la mensola su cui poggiava il telefono:
     - Che gran figlio di puttana! - Scherzi a parte, comunque, è da aggiungere quanto segue: non avevo mai usato, sino ad allora, né mai lo farò dopo quella volta, il preservativo...facendo l'amore preferivo farlo nature, perché una volta infilato quello strano involucro lattiginoso il mio pisello diventava più moscio d'un cuscino imbottito di piume! L'incontro campale (o la cosa "a quattro", come la chiamò Alfredo) era previsto per il successivo sabato. Il mio amico, come al solito, giunse puntuale: spaccava le lancette dell'orologio al secondo oltre che i marroni, a volte (no quelli di Marradi, che pure sono belli grossi...mi riferisco proprio ai testicoli posti sotto il pene di ogni uomo e di molte trans). Arrivò in groppa (non era una moto ma per lui lo era, visto come la guidava: mi sembrò di vedere, quando arrivò alla villetta, Peter Fonda sulla sua Harley-Davidson choppata, in "Easy Rider"!) alla sua "Dyane 6" della Citroen, color verde pisello, decappottabile e col tetto apribile: c'è l'aveva da più di dieci anni, oramai, da quando, cioé, il padre gliela regalò per festeggiare la maturità liceale. Egli la custodiva come fosse una reliquia, al pari della sua rosso-special. Ne aveva viste di cose, quella vettura, sopportato su e giù a iosa e leggendari andirivieni. Soprattutto, però, possedeva sospensioni a prova di bom...sesso! Mi venne a mente, in quell'attimo breve ma allo stesso tempo interminabile (come fosse un lampo, un flash-back luminoso), di quella volta in cui, io e Alfredo, ci mettemmo in viaggio ed arrivammo sino a Copenhagen, in Danimarca, a bordo della sua Dyane: Alfredo aveva conosciuto una ragazza del luogo, Krystel, attraverso un club di pen-pals (amici di penna, tanto per intenderci) e volle conoscerla ed incontrarla di persona. Qualche ora soltanto ma ci costò tan...una scarrozzata della durata di oltre venti ore per percorrere più di 1500 chilometri, dop'aver passato il confine svizzero ed attraversato la Germania tutta intera. Un'altra volta, invece, insieme ad una sua particolare amica (un travestito che si chiamava Milù, a cui era affezionato, con cui ebbe una storia d'amore intensa ma travagliata ed il quale tragicamente morì di overdose alcuni anni dopo) fece una cosa, Alfredo, che sembrava quasi impossibile per chiunque altro: girò l'Europa, in lungo e largo, per tre mesi di fila. Alfredo non disdegnò mai, infatti, imprese pazze né, tanto meno, capatine e divagazioni nel mondo dei diversi e degli "strani", nella trasgressione e nel travestitismo. Non appena ebbe posteggiato l'auto nei pressi della villetta, saltò fuori dal posto di guida che sembrava un grillo, poi aprì lo sportello opposto e (così) saltaron fuori tre ragazze bellissime, una dopo l'altra. Non appena le vidi esclamai:
     - Dove hai trovato queste meraviglie? - Non dissi mai nulla ad Alfredo, ma nel momento in cui le tre ragazze eran saltate fuori dalla macchina, la sua Dyane verde mi era parsa essere il cappello a cilindro di un mago, dal quale invece che conigli venivan fuori belle donne.
     - Dalle parti della Val Brembana! - fece lui, - o a Katmandu, chissà! - dopo di che scoppiò in una grossa risata; un attimo soltanto, ma si riebbe subito e disse:
     - Lo sai, vero? Sono un mago in fatto di donne! - Le ragazze non erano certo dei luoghi nominati da Alfredo, anzi, erano invece fiole, struffelle delle nostre parti, con tanto di certificazione d'oc apposta sul culo di ognuna ad attestarne la prove...l'autenticità, tuttavia egli aveva usato la frase giusta al momento giusto: con lui, che ci si creda o meno, in fatto di donne si era...andavi sempre sul sicuro, per davvero. Io ero sempre stato, invece, una frana completa, irrimediabilmente sfigato cronico e...lasciamo perdere. Le tre ragazze le aveva conosciute ad un party per scambisti nei pressi di Firenze, settimane addietro: Micky, Francie e Ramona. Dissi ad Alfredo:
     - Beh, allora ti chiamerò il mago di...Azz, d'ora in avanti! - (nessuno dei due, però, poteva mai immaginare che quella sarebbe stata la prima e l'unica volta che l'avrei fatto!). Lui, allora, mi guardò senza dir nulla ma sorrise. Micky e Francie erano due lesbiche: la prima bionda, l'altra invece mora cogli occhi verde smeraldo; Ramona era una trans coi capelli ramati naturali. Micky e Francie erano amanti da alcuni anni (me lo rivelò Alfredo poco prima di cominciare...d'aprire le danze, ma la cosa non mi provocò alcun sussulto), mentre Ramona aveva scelto il "terzo" sesso sin da ragazzino, quando si accorse di non voler essere quello che era e decise di voler dare culo e pisello contemporaneamente, a destra come a manca. Aveva un bel corpicino (da controfiocchi, direi), invidiabile da moltissime etero: tette, culo e...pisello ben messi; ma anche le altre due non erano da meno, ovviamente. Alfredo, insieme a Ramona e a Francie, si avviò verso la spiaggetta. Io, invece, mi avvicinai a Micky e li diedi un bacio sulla guancia sinistra. Lei mi sorrise (fu uno di quei sorrisi belli, tanto da sembrare a ottantadue denti piuttosto che a trentadue!) e capii così che li piacevo. Dopo averla baciata la presi per mano e ci spostammo verso un albero al centro della pinetina. Indossava un vestito blu, se lo tolse in fretta e lo buttò per terra: aveva incarnato chiarissimo, su cui risaltava il disegno d'una piccola farfalla arcobaleno tatuata sulla scapola sinistra. I suoi seni erano turgidi e piccolissimi, immediatamente lo notai: essi sembravano due bigné alla crema, simili a quelli che mangiavamo di domenica o nei festivi, durante il pranzo in famiglia. Nostro padre Saverio, infatti, gestiva in paese un piccolo laboratorio artigianale di pasticceria e noi eravamo cresciuti a suon di peste e cor...croissants al cioccolato, cassatine e bigné, appunto. Non aveva reggiseno, Micky, portava invece un tanga bianco sottilissimo, quasi invisibile: glielo sfilai di scatto, in maniera alquanto istintiva, ma anche arrapante e voluttuosa; inoltre usando la stessa identica foga con cui si era lei tolta di dosso il vestito, poco prima. Dopo averlo fatto (non mi ero neanche accorto che il tanga, a causa del mio impulsivo gesto, s'era strappato) lo buttai per aria e quello, ricadendo si adagiò per terra ai piedi di un'altro albero (sembrava una foglia mor...strappata). La ragazza, nel frattempo, aveva poggiato entrambe le mani sul tronco dell'albero posto innanzi a sé e cominciò a dimenare il (suo) culo in maniera frenetica e sensuale, dapprima in avanti eppoi all'indietro, roteandolo contemporaneamente in modo che sembrava una trottola. Micky aveva proprio voglia di me, di essere penetrata per bene dal mio membro.       
       

     
  • Come comincia:  - Mai Afana era una ragazza palestinese di ventivove anni ed esercitava la professione di medico psichiatra: é andata via da questo mondo il sedici giugno scorso, uccisa a sangue freddo dai soldati israeliani delle forze di occupazione, mentre si trovava all'interno della sua auto, nei pressi di un checkpoint ad Hizma, piccolo villaggio situato a circa sette chilometri da Gerusalemme, all'interno della cosiddetta "area C" della Cisgiordania. Quando sento parlare di checkpoint mi tornano spesso alla mente, come fosse un riflesso condizionato o autoindotto (o forse, chissà, sono soltanto reminescenze della memoria che solo quelli di una certa età possono avere: il Vietnam non dice un bel nulla a quarantenni, trentenni o ventenni!), quelli del conflitto statunitense in Vietnam che resero (tristemente) famosi luoghi sconosciuti ai più, oltre che remoti, come Da Nang o Lang Son: allora i marines stars&stripes (i famosi buoni dei film di guerra, così come le giubbe blu lo sono nei film di cowboys e indiani!) e la fanteria americana li chiamavano generalmente checkpoint "Charlie", identificandoli col nemico, i soldati nordvietnamiti o Charlie, appunto ma...molto spesso accadeva, però, che sotto le micidiali spire delle bombe al napalm, restassero imbrigliati anche numerosi civili, tra cui donne e bambini (ben pochi ricordano i bombardamenti del natale del 1972, quando i micidiali B-52 statunitensi misero a ferro e fuoco le città di Hanoi e Haiphong...io rivedo le immagini diffuse dai notiziari televisivi e i cieli che invece d'essere pieni di stelle sembravano dei vulcani in eruzione). Oggidì in Palestina sono disseminati tantissimi checkpoint: sono molti di più, probabilmente, di quelli che erano in Vietnam nonostante le dimensioni dei territori occupati dagli israeliani siano nettamente inferiori a quelle dello Stato del sud-est asiatico (quasi 158 mila chilometri quadrati contro 28 mila). Quello più noto si trova a Kalandia (conosciuta anche come Qalandia o Kalandiya), piccolo villaggio della Cisgiordania, a metà strada tra Ramallah e Gerusalemme. Nei pressi del villaggio si trova anche un campo profughi: circa diecimila persone lo popolano, vivendo in condizioni di fatiscenza estrema e povertà come accade in tutti gli altri disseminati lungo i territori occupati. Esso fu costruito nel lontano 1949 dall'Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente). E' da dire che ogni campo ed ogni checkpoint raccontano spesso storie dolorose (come quella di Mai, appunto), ognuno di essi é intriso soprattuto di pianto piuttosto che di sorrisi. Questo, però, in particolare, é uno dei punti focali dei territori occupati lungo la cosiddetta linea verde (o green line), ossia quella linea di demarcazione immaginaria (lo era, nonostante fosse ben visibile nelle cartine geografiche e venisse citata sui i libri di testo che insegnano storia e geografia a scuola o nelle università) che venne stabilita nel 1949 tra Israele e i suoi confinanti (Egitto, Giordania, Siria e Libano ruotando da sudovest a nordest) all'indomani della prima guerra arabo-israeliana, quella dell'anno precedente, segnandone i confini sino alla guerra dei sei giorni, avvenuta nel 1967: dopo di allora, infatti, i territori annessi da Israele sotto la sua "custodia" (o messi al sicuro nella sua cassaforte, secondo come affermano alcuni: Israele viene definito Stato silos o cassaforte, appunto, per via del suo apparato militare e di sicurezza che lo circonda e lo rende quasi inespugnabile dall'esterno) furono quelli di Gerusalemme est; della Cisgiordania (o West Bank secondo la ripartizione e nomenclatura classica di matrice anglosassone); della Striscia di Gaza, che si affaccia direttamente sul Mediterraneo e comprende Gaza City - per gli anglosassoni - o Ghazza in arabo, o Azza in ebraico: altre definizioni della lingua araba la snocciolerebbero come Ghazzah e Gazzah, mentre in antichità veniva chiamata anche Ghazzat o Ghazzat Hashem, in onore del trisavolo del profeta Maometto - la quale passò poi nelle mani della AP (Autorità Palestinese) nel 2005 e definitivamente in quelle di Hamas (dopo le elezioni amministrative vinte nel 2006 sul rivale Fatah e al termine della "battaglia di Gaza" dell'anno seguente); delle alture del Golan (o Gaulantide), promontorio montuoso situato all'estremo confine occidentale proprio di fronte al territorio siriaco; della Penisola del Sinai, che delimita i confini tra territorio egiziano - nel versante africano - e israeliano - nel versante dell'Asia - e venne definitivamente restituita all'Egitto dopo gli Accordi di Camp David del 1979 stipulati tra il presidente Usa Carter, il premier israeliano Begin e quello egiziano Sadat. Molti li chiamano territori della Palestina o della Cisgiordania occupata; oppure, in modo più semplice e sbrigativo, territori occupati da Israele. Dal 2002, sotto la regia dell'allora primo ministro Ariel Sharon, Israele ha cominciato a erigere un muro vero e proprio la cui costruzione formalmente non si é mai arrestata: un enorme cantiere a cielo aperto, dunque, che copre all'incirca settecentotrenta chilometri di territorio in Cisgiordania, al di qua del confine con Israele (a tutt'oggi sono stati costruiti 570 chilometri di muro rispetto a quelli pianificati). All'interno di esso vi sono la maggior parte delle colonie israeliane e delle fonti idriche. Solo il 20% della barriera si trova in effetti lungo il confine tra i due Stati. Oltre ai checkpoint conta torrette, trincee e porte elettriche. Quella linea immaginaria così è diventata realtà, oggi (ma forse, chissà, esisteva già da molto tempo nella mente e nel cuore di migliaia di uomini!), materializzandosi: quella linea sono i muri, le recinzioni o i reticolati, i checkpoint (appunto), che demarcano confini, ampliano distanze a dismisura e rendono ancor più distanti le persone...ad anni luce tra loro. Nel 1979 (proprio lo stesso anno degli Accordi di Camp David) i Pink Floyd pubblicarono il loro undicesimo lp dal titolo profondamente emblematico e drammaticamente premonitore: "The Wall"! Roger Waters nel 2006, dopo un concerto da solista tenuto a Nevè Shalom, scrisse la frase "Tear Down The Wall" (Abbattete il muro) sul muro: la frase è la stessa che si trova nel brano The Trial, (anzi, è l'ultima frase di quel brano) contenuto nel doppio lp "The Wall" che l'artista aveva inciso con i Floyd ventisette anni prima (la prima strofa di quel brano suonava a questo modo: Buongiorno, vostro onore il Verme/Il pubblico ministero mostrerà chiaramente/Come il prigioniero che ora è di fronte a lei/Sia stato catturato in flagrante mentre manifestava dei sentimenti/Manifestava sentimenti di natura quasi umana).E' da notare che la scelta di quella località non fu casuale: Nevè Shalom è un villaggio sito a ovest di Gerusalemme (l'espressione sta per "oasi della pace"), venne fondato nel 1972 e vi risiedono tanto Arabi palestinesi, quanto Ebrei israeliani. A proposito del muro è interessante quanto scrisse Pietro Crippa, professore di Storia e Filosofia, nell'ottobre del 2014, in un articolo apparso nella rubrica Fortress World, dal titolo "Il muro tra Israele e Cisgiordania": "Lo scopo dichiarato dalle autorità israeliane è quello di ostacolare l'ingresso di terroristi palestinesi nel territorio statale. A sostegno di questa tesi si cita il netto decremento dei casi di attentati terroristici dal 2003 in poi. La Palestina, dal canto suo, giustifica tale dato specificando come negli ultimi anni vi sia stata una maggiore collaborazione tra gli attivisti anti-israeliani e il governo di Al-Fatah. La Cisgiordania e la sinistra isareliana, al contrario, vedono nella barriera un mezzo de facto per annettere buona parte della regione allo Stato di Israele. Nel 1949 viene tracciata una linea verde (o green line, appunto) tra Israele e la Cisgiordania: il muro verrà costruito all'interno di essa, dalla parte araba, a volte spingendosi fino a 28 chilometri nell'entroterra. L'obiettivo sta nel tutelare le numerose colonie israeliane presenti in territorio cisgiordano e sottrrarre terre a quest'ultimo. Come dirà il colonnello israeliano Arieli, parlando dell'omologo Tirza, responsabile della costruzione della barriera: "Tirza conosce la verità riguardo al muro; sa che esso prefigura la futura frontiera occidentale di Israele. Quindi ha capito che il tracciato doveva accaparrare il massimo di terre con il minimo dei palestinesi". "Nel 1991, prosegue Crippa nel suo articolo, i coloni in Cisgiordania erano solo 112 mila. Oggi sono più di 300 mila". Secondo il movimento pacifista israeliano Peace Now, nel febbraio del 2018 vi erano 132 insediamenti e113 avamposti (ma il numero aumenta di anno in anno esponenzialmente: sembra un malefico incantesimo...algoritmo!) in cui vivono oltre 400 mila coloni israeliani. A questi si aggiungono 97 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale (la stessa comunità internazionale li ha dichiarati più volte illeggittimi). - Con la costruzione del muro non possiamo più accedere ai nostri terreni, - dice Umm Judah, docente palestinese in pensione. - Tutto quello che avevamo ci è stato rubato. Piangiamo ma nessuno vede le nostre lacrime. - "Se si considera anche la popolazione di Gerusalemme est, annessa da Israele, sono oltre 500 mila gli israeliani che vivono nei territori occupati al riparo del muro", afferma Crippa; "inoltre vi sono più di cento outpost militari, embrioni di future colonie. Al tutto vanno aggiunti gli insediamenti spontanei". Nell'estate del 2018 il giornale brasiliano Folha de S. Paulo condusse una serie di reportage scritti e video sulle barriere costruite per chiudere i confini, fermare i migranti o nascondere la povertà (il titolo era "Un mondo di muri"): giunse a concludere che nel 2001 vi erano nel mondo 17 muri, diventati ben 70 dopo diciassette anni. "La barriera, inoltre, ha diversi effetti collaterali sulla vita quotidiana della popolazione palestinese", conclude Crippa, "frapponendosi tra case e scuole, erigendosi nel mezzo dei quartieri, esigendo la distruzione di interi mercati o villaggi con un preavviso di poche decine di minuti. Già nel 2003 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito illegale la barriera. Questa decisione non era vincolante e non ha sortito effetti nella questione".  Mohammed Khatib afferma: - Io sono del villaggio di Bjl in, il mio villaggio è in Cisgiordania e il muro e le costruzioni israeliane nel mio villaggio mi dividono dalla mia terra. In quest'area gli insediamenti si stanno espandendo e distruggono gli ulivi e la terra. Solo gli israeliani hanno diritto ad accedere all'area e a noi, che siamo palestinesi, è impedito accedere alle nostre terre. - (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, stipulata nel dicembre 1948, e conosciuta anche con la sigla di DUDU, recita all'articolo 17: "Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà"). A Kalandia vi è viavài di gente tutto il giorno: il checkpoint è molto trafficato perché viene usato dai Palestinesi per transitare da (e per) Gerusalemme est per motivi di lavoro, sanitari, scolastici ed educativi, religiosi. Esso regola il flusso alla spianata delle moschee nella città gerosolimitana, anzi è la vera e propria porta d'ingresso verso quel luogo; è il biglietto d'accesso al tempio di al-Aqsa nonché ai quartieri di Silwan (posto sulle colline della città come fosse la cresta di un gallo: a me ricorda la città vecchia di Locorotondo, detta in dialetto murgiano "cummèrse", un avamposto della Puglia centro-meridionale situato su un'altura che domina l'intera Valle d'Itria, zona ricca di vigneti e uliveti che abbraccia le provincie di Bari, Taranto e Brindisi e resa famosa dalla presenza dei trulli e delle cittadine "bianche") e di Sheikh Jarrah, nodo centrale della "ebraicizzazione" e colonizzazione forzata (per molti altri trattasi di mero colonialismo imperialista o imperialismo colonialista, che sono la stessissima cosa, comunque!) messa in atto da decenni dallo Stato di Israele; nonché della pulizia "etnico-territoriale" attuata ai danni dei Palestinesi (palestinians secondo l'idioma english) al fine di renderlo sempre più puro...puramente israeliano e colonizzato ("alla faccia della soluzione fina...della shoah!" avrebbe detto, forse, - fosse ancora vivo - un omino teutonico col baffo breve). Israele, come è risaputo, richiede dei permessi a chi transita da un luogo all'altro, per ogni tipo di spostamento: "i Palestinesi, in buona sostanza," ha detto qualcuno in tivu', sarcasticamente, alcuni mesi orsono, "sono l'unico popolo al mondo a cui sia permessa la libera circolazione ovunque tranne nel caso in cui essi debbano attraversare i confini delle...del giardino di casa!".Ma le cose, purtroppo, non sono così semplici. Secondo la organizzazione B'tselem, la quale ha sede a Gerusalemme e da tempo lungo oramai monitora e documenta le violazioni dei diritti umani in Palestina, la maggior parte delle persone che usano il checkpoint a Kalandia sono residenti di Gerusalemme est separati dalla città dalla barriera della Cisgiordania, appunto. Spesso il luogo é stato teatro di manifestazioni antiisraeliane, proprio in virtù della sua notevole importanza logistico (nevralgica) strategica e simbolico-politica. Il sedici dello scorso mese di aprile, avvenne l'inimmaginabile (lo è, purtroppo, solo per noi occidentali: da quelle parti si tratta invece di normale e consueta amministrazione!). Infatti, proprio durante il primo venerdì del Ramadan musulmano-islamico (o coranico, se meglio garba a qualcuno), molti fedeli si spostarono dai vari villaggi della Cisgiordania per giungere a Gerusalemme, passare la barriera e poter pregare poi al proprio dio in tutta pace e serenità nella moschea di al-Aqsa: a tanti di loro, tuttavia, fu impedito il passaggio da Kalandia verso Gerusalemme. Di lì si susseguirono una serie di eventi tragici, i quali, in breve, finirono per essere senza controllo e portarono alla successiva crisi: gli assalti dei coloni verso i fedeli musulmani, dapprima alle varie porte della città e poi nei pressi della stessa moschea di al-Aqsa; le barriere metalliche innalzate dai soldati israeliani vicino le porte di accesso all'interno di Gerusalemme. Vi furono così disordini e arresti e poi vi...si sollevò il grido di aiuto invocato dai Palestinesi ai loro fratelli musulmani, raccolto da Hamas; infine, si ebbe la reazione israeliana a suon di tromba e petardi...bombe lanciate dai micidiali F-16 ed F-35 di fabbricazione statunitense, nel corso dei loro raid sopra l'inerme Gaza e la sua gente (la città, la quale conta poco meno di seicento mila abitanti, ha una densità che supera i tredici abitanti per chilometro quadro e conta uno dei tassi di urbanizzazione tra i più alti al mondo), etc. La giovane Mai Afana risiedeva ad Abu Dis: villaggio anche esso situato ad est di Gerusalemme ed il quale - secondo l'ultimo censimento del Palestinian Central Bureau of Statistics - conterebbe poco più di dodicimila abitanti mentre secondo The Guardian, noto quotidiano popolare inglese dell'area di Manchester, sarebbero addirittura trentamila. Fa parte del cosiddetto Governatorato di Gerusalemme della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è noto tristemente (ogni piccolo villaggio, così come del resto i checkpoint e i campi profughi, lo è in Palestina e Cisgiordania per un motivo od un altro) soprattutto per la presenza di un muro alto ben otto metri (simile, del resto, a quello che circonda Gaza City) che ai suoi abitanti impedisce la vista sulla città santa e - come ha scritto Luigi Gavazzi su Timgate - "separa alcuni di loro dai campi che coltivavano". E' tornato agli onori della cronaca nel gennaio scorso, quando l'allora presidente Usa Donald Trump decise di volerlo riportare sulla mappa: il suo piano di pace, infatti, prevedeva che Abu Dis diventasse la capitale (assai improbabile)  della Palestina. Nell'agosto del 2013 Kalandia (il campo profughi così come la zona vicina al checkpoint) fu teatro di violenti scontri che portarono all'uccisione di tre uomini ed al ferimento di quindici. Harriett Sherwood scrisse su The Guardian: "Gli uomini sono stati uccisi durante un raid mattutino per arrestare un sospetto nel campo di Qalandiya. Le forze di sicurezza israeliane hanno affermato che le guardie di frontiera hanno reagito dopo essere state attaccate da un massimo di 1500 persone che lanciavano pietre dopo essere entrate nel campo prima dell'alba. I giovani hanno dato fuoco alle gomme delle auto e lanciato poi pietre e molotov al vicino checkpoint...l'esercito israeliano ha detto che le guardie agivano per legittima difesa: - durante una incursione notturna delle forze di sicurezza...sono stati accolti con una condotta violenta e disordinata da centinaia di Palestinesi che li hanno attaccati, - si legge in una nota. - Quando hanno sentito un pericolo immediato per le proprie vite hanno aperto il fuoco contro gli aggressori. - (Nota personale: la Palestina e i territori occupati sono una storia a sé stante rispetto ad altrove, al resto del mondo; tuttavia, quello che accadde otto anni fa, raccontato dalla Sherwood nel suo articolo, fa parte a mio parere di un copione scritto milione di volte, d'una pellicola vista e rivista ovunque: polizia, esercito, guardia nazionale, forze di sicurezza o chi per loro, quasi sempre si sentono in pericolo di vita, in strada, durante una manifestazione o dei disordini ma anche si sentono in...altrettanto spesso si sentono in dovere di aprire il fuoco e di farlo, ahimé, ad altezza d'uomo!). Ma i testimoni hanno affermato che almeno due delle tre vittime erano astanti. Robin al-Abed, 32 anni, è stato colpito al petto mentre cercava di andare da casa sua al posto di lavoro, e Jihad Asslan, 20 anni, è stato dichiarato cerebralmente morto dopo essere stato colpito da un colpo di arma da fuoco sul tetto della sua casa dove era andato a guardare gli scontri, ha detto un vicino di casa degli uomini, Abu Omar Hammad. Il terzo morto era Younis Jahjouh, 22 anni, anche lui colpito al petto. Hammad, che vende dolci nel campo, ha detto di essere stato svegliato dai suoi figli alle sei del mattino per trovare - soldati che soffocavano il quartiere. - Ha detto di aver visto sparare ad al-Rabed mentre cercava di raggiungere il suo lavoro con l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA. - Non lanciava sassi. I soldati hanno aperto la portiera posteriore della loro jeep e gli hanno sparato al petto. Il proiettile gli è uscito dalla schiena e vomitava sangue. Ho chiamato un'ambulanza ma gli è stato impedito di entrare nel campo. Ho visto molte incursioni in questo campo, ma questa era diversa. Sono venuti per uccidere! -". La dinamica ricorda, per certi tratti, l'uccisione di Said Yousef Mohammed Odeh avvenuta il 5 maggio scorso a Odala, piccolo villaggio del Governatorato di Nablus, nel West Bank del nord. Quella notizia mi lasciò esterrefatto per un bel pò, dopo averla letta. I soldati, infatti, in quel caso affrontarono un gruppo di giovani all'ingresso del villaggio; il ragazzo, il quale aveva soltanto sedici anni, fu colpito alle spalle da due colpi di arma da fuoco, esplosi dai soldati nascosti in un uliveto, all'ingresso del villaggio: una vera e propria imboscata di stampo an...mafioso, nulla da eccepire. Ma quello che mi sconvolse fu questo: gli stessi soldati dopo l'accaduto non hanno permesso ai soccorritori di prestare aiuto immediato al ragazzo (le ambulanze palestinesi furono bloccate per quindici minuti), che morì durante il tragitto in ospedale. Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma di responsabilità minorile presso Defense for Children International Palestine dichiara: - Le forze israeliane uccidono bambini e ragazzi anche quando non rappresentano minaccia alcuna. - La Sherwood continua il suo articolo citando un'altra importante testimonianza dell'evento del 2015: "Fadi Mater, 27 anni, è stato colpito ad un braccio mentre cercava di nascondersi vicino alla moschea del campo. Ha detto: - All'inizio ho pensato che fosse una disputa familiare (molto spesso si sente il rumore delle pistole nel campo), ma poi c'erano sparatorie ovunque. Mentre mi nascondevo, ho visto un ragazzo uscire di casa per andare a lavoro e, boom, gli hanno sparato. Normalmente, a quell'ora i bambini vanno a scuola e la gente va a lavorare, na tutti cercavano di nascondersi. - All'ospedale di Ramallah Mater è andato per farsi curare ed ha espresso seri dubbi sul processo di pace: - Gli israeliani ci stanno ingannando. Se avessero voluto la pace, non avrebbero fatto irruzione nel campo! - Hatim Khatib, il cui fratello Youssef è stato l'obiettivo del raid, ha detto che le truppe in borghese sono arrivate a casa loro alle 4,30. - Dopo mezz'ora abbiamo iniziato a sentire sparare dai soldati all'interno della nostra casa, e poi la gente ha iniziato a lanciare loro pietre, - ha detto all'Associated Press. Youssef è stato arrestato dopo essere tornato dalla preghiera del mattino. Ha detto che in precedenza era stato incarcerato per aver lanciato pietre ed è stato rilasciato tre anni fa". 

     
  • 20 giugno 2021 alle ore 16:28
    Storie di strada&rose tatuate

    Come comincia:  - Gianluca e le vincite non riscosse...i "gratta&vinci - Ho conosciuto Gianluca un sabato di maggio. Ero sceso in strada verso le venti e trentacinque (minuto più,minuto meno), per affrontare la solita passeggiata serale. L'ho incontrato mentre frugava in un cassonetto del pattume ed io, che appena prima avevo portato la mia spazzatura nei due cassonetti vicini all'altro (quelli della differenziata e del vetro), cominciai ad udire strani rumori provenienti dal cassonetto verde (è quello dell'umido o dell'indifferenziata, tanto per capirci). Inizialmente, dentro la mia testa, l'idea m'ero fatto che potesse trattarsi di un grosso ratto (quelli che comunemente in città vengono chiamati "zoccole"), d'un gatto o - magari, chissà - , addirittura di un cane. Poi, però, mi sono detto: "troppo grande per essere uno di quelli!". Infatti, non mi sbagliavo. A dire il vero, tuttavia, Gianluca non frugava soltanto, dentro il cassonetto, ma vi era immerso anima e corpo (o meglio, corpo tutto senza dubbio alcuno e magari anche con un po' di anima annessa, con buona pace e rassegnazione, evidentemente, di poeti e pure di filosofi!), colla testa poco visibile all'esterno: probabilmente fu questo il motivo che mi aveva tratto in inganno, all'inizio. E' da dire che quest'incontro è stato del tutto casuale; debbo altresì aggiungere che la casualità fa parte integrante del tutto e della strada: nella strada è la vita e colà vi s'incontra la vasta gamma delle sue sfumature; sulla strada, per ultimo (ma cosa più importante di tutte, probabilmente!), incontri persone che portano dentro di sé storie e le "raccontano": basta stare ad ascoltarle, in definitiva. In questi mesi di forzato lockdown (tanto nel primo, quello dello scorso autunno, protrattosi sino alle soglie dell'inverno, quanto nel successivo) sovente e volentieri m'é capitato di passeggiare in silenziosa ed assorta solitudine (o in solitaria: alla maniera di un vecchio guru indiano o di un derviscio di chatwyniana memoria: leggasi il romanzo di Bruce Chatwyn "Le vie dei canti", al proposito): le chiamo passeggiate "pre-coprifuoco" e durante il tragitto (o meglio i tragitti visto che mai seguo percorso fisso) ho molte volte parlato coi miei silenzi (ma anche con qualche gatto randagio, a volte: randagio, certo, ma anche - ed essenzialmente - altezzoso e schivo, in fondo...loro sono pur sempre, ed essenzialmente, dei felini anche se spesso capiti a tutti, me compreso, di dimenticar la cosa!), gli ho di molto (tanto) ascoltati ma mi è anche capitato di osservare quelli che chiamo "panorami desertici" (pensavo fossero squallidi, oscuri, paurosi ma non è mai stato così; è bellissimo davvero osservarli, ti danno la sensazione di essere padrone del mondo, del tuo mondo e dell'altro: padrone, ma allo stesso tempo servitore e...hai voglia di abbracciarlo tutto!) e, infine, di mettere ordine nei miei pensieri, per assurdo, e poi di rimescolarli nuovamente: rimembranza, questa, retaggio vintage del mio primo amore per le carte da giuoco, la scala quaranta o il mercante in fiera e l'aramino piuttosto che del poker (si giocava insieme; ho giocato insieme, tante volte, con quelle maledette carte, con persone che ho amato sino a sfinirmi e consumarmi dentro: ho conservato la cattiva abitudine - ahimé! - a giuocare...scherzare col fuoco!). Alcune volte sono riuscito a sforare le ventidue canoniche del coprifuoco (senza, per questo, mai andare in tilt o...in canonica dal prelato già dormiente, né dannarmi l'anima o il cuore). Due volte mi hanno pure fermato, in questi mesi, i "caramba" (sono i carabinieri, per chi non lo sapesse; quelli moderni e vestiti di tutto punto, cioé di nero col bordino rosso sulle spalle e sulle maniche, e colla striscia rossa ricamata lungo i bordi laterali dei calzoni: quanta nostalgia dei carabinieri di una volta, quelli che alle sfilate delle ricorrenze ufficiali portavano il pennacchio sul cappello oppure quelli che prelevavano qualcuno a casa per portarlo in manette dritto dritto in gattabuia...quelli di cui Fabrizio De André parla in un suo vecchio brano), a due posti di blocco, col mitra spianato tenuto da giovani reclute, perché non indossavo mascherina: mai messa, invero, durante questo anno e mezzo interminabile di pandemia (non lo scrivo per vantarmene né per darmi un certo tono di risonanza visto che sono persona tendenzialmente schiva, o neanche perché sia un cosiddetto "negazionista" covid, ma solo perché è proprio così e vi sono almeno una dozzina di motivi per cui abbia agito in questo modo). Nei luoghi chiusi, cioé colà dove mi permettono di entrare senza indossarla (non sono tanti visto che non ne frequento tanti e visto pure che ho sempre nutrito una idiosincrasica avversione per i luoghi senza apertu...finestre!), sul viso indosso - alternandoli - miei due foulards: uno, che vecchio è di oltre venti anni, è quello colorato di rosso e di nero (nulla a che spartire, però, coi colori sociali dei caramba!), recante l'effige del "Che" (alias Ernesto Guevara da Rosario, Argentina); l'altro invece (lo alterno col primo solamente da alcuni mesi, ma negli ultimissimi lo indosso quasi sempre al posto dell'altro, a onor del vero) è quello "all-flowers", appartenuto a mia madre e che lei stessa indossava, a volte, fuori di casa, a mo' di fazzoletto sui capelli oppure portava avvolto attorno al collo. 
     - Divagazioni cosmi...genovesi - In mente mi vengono innumerevoli cose, a proposito di carabinieri, reclute e forze dell'ordine ma soprattutto su Genova 2001, il G8 dello scandalo di quella estate di venti anni addiètro, fermamente voluto (come i precedenti, del resto) solo dai grandi della terra o cosiddetti "potenti". Molti, me compreso, mai sono riusciti a capire se e a cosa servissero e a cosa servano quegli inutili "carrozzoni" - "Il vertice degli Otto di Denver è in gran parte dimeticato...", è scritto sul Denver Post del 6 giugno 2014, a proposito del forum tenutosi nella capitale del Colorado diciassette anni prima - che nel frattempo sono diventati G20, ossia una vera e propria famiglia allargata: forse, chissà, servivano e servono solamente a mettere in campo ingentissimi schieramenti di forze di polizia in tenuta antisommossa (o s. w. a. t., secondo un famoso acronimo che indica la squadra "Special Weapons and Tactics" della polizia negli States) per proteggere gli stessi potenti, rinchiusi a discorrere in un grosso palazzo ermeticamente chiuso come fosse una gigantesca cassaforte, e magari impediti finanche a poter andare al cesso per farsi una se...a espletare un fisiologico bisogno. Molto meglio io, allora, che non sono un potente e pur essendo giunto sulla soglia della impotenza riesco, ogni tanto, a masturbarmi e magari anche a concludere una sveltina con una troia. Non si può dimenticare il carnaio avvenuto lungo le strade del capolugo ligure (quasi una logica conseguenza, fu quello che avvenne, della dissennata campagna mediatica in piedi messa da stampa e televisioni ben molto tempo prima dell'inizio dell'evento), la mattanza e l'aggressione verso persone inermi di stampo dittatoriale centro e sud-americano, da parte della polizia, avvenuta nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli eppoi nella caserma di Bolzaneto, sulle alture della città ("La notte dei pestaggi" e "La notte cilena", l'ha definita Marco Preve sulle colonne del quotidiano Repubblica), l'assassinio di Carlo Giuliani (lo definisco a questo modo nonostante gli atti processuali e relative sentenze indichino in maniera diversa), militante no-globalist, da molti ritenuto (a ingiusta ragione) soltanto un ex-tossico e un delinquente (ricordo, però, che molteplici organizzazioni non governative avevano costituito prima dell'evento, un gruppo di coordinamento nominato Genova Social Forum o "GSF" che avrebbe dovuto organizzare nel capoluogo ligure un vertice antiglobalizzazione, antagonista del G8 ufficiale), avvenuto ad opera di una recluta che non sapeva tenere tra le mani una pistola eppure mirò dritto in mezzo agli occhi di una persona ben distante da lui (cosa a dir poco non facile, quella, neanche per un tiratore esperto!), purtroppo uccidendola: "morire per colpa di un estintore", appunto, che gli era stato scagliato contro...Mario Placanica, il giovane carabiniere che sparò su un ragazzo poco più adulto di lui (Giuliani aveva ventitré anni all'epoca della morte) venne assolto ma la sua assoluzione suonò allora, e ancora suona nonostante non sia la tromba delle anime buone di Louis "Satchmo" Armstrong e Miles Davis, né un preziosissimo violino "Stradivari", come qualcosa di strano a detta di molti (me compreso). I dubbi su tale episodio restano ancora tanti, evidentemente: secondo la perizia di parte della Procura di Genova, conclusa all'epoca del fatto, il Placanica avrebbe sparato in aria e il proiettile esploso dalla sua arma di ordinanza casualmente si sarebbe conficcato in mezzo agli occhi del Giuliani, uccidendolo, dopo essere a sua volta rimbalzato su una pietra che era stata lanciata contro il defender (o gippone che dir si voglia) su cui si trovava il carabiniere. Due cose da rimarcare: la prima riguarda il fatto che due testimoni chiave a favore di Carlo Giuliani (ragazzi che come lui avevano preso parte agli scontri, il giorno del fatto, e all'assalto del mezzo dei carabinieri) non si presentarono (misteriosamente) a testimoniare; la seconda, invece, beh...è più facile che vi siano delle mine vaganti piuttosto che dei proiettili i quali, vagando nell'aere (o meglio ancora nell'alto dei cieli), vadano poi a conficcarsi in fronte a qualcuno dopo aver, a volta loro, carambolato sopra una pietra (anch'essa vaga...libera di vagare): come a dire, in poche ma semplici parole, che "a Hitler fossero simpatici gli ebrei", in fondo, pur avendone esso mandato ad arrostire nei forni crematori un bel numero, o che "nevichi in piena estate a Rio de Janeiro" (mi sovviene che molti anni fa le cronache riferirono di una nevicata nella metropoli carioca: si era però nella stagione invernale!).
     - A proposito di Genova (cronache del lockdown, nel Paese di Narnia) - Una storia di strada è quella che segue e ritengo opportuno rammentare, a proposito di Genova. L'Osservatorio repressione, infatti, riporta una notizia (incredibile alquanto, se no addirittura tragico...a metà strada, posta, tra incredulità e tragicomicità!), a sua volta ripresa da fivedabliu.it, testata on-line genovese. La notizia originale è datata 15 aprile 2021, ossia in pieno lockdown anche se fu ripresa dall'Osservatorio il giorno successivo: a quella data, infatti, nel capoluogo ligure come nella regione Liguria tutta intiera, vigeva ancora il "coprifuoco" serale e vigevano le relative limitazioni anti-covid (distanziamento sociale, obbligo di indossare mascherina, etc.), anche se non mi è dato sapere con precisione a quale zona "colorata"  facessero riferimento tanto l'uno (il capoluogo), quanto l'altra (la Regione) al momento in cui accadde il fatto di cui scrivo. La notizia titola a codesto modo: "Genova, multa e daspo per due universitarie sorprese a mangiare la focaccia sulle scale della chiesa". Il contenuto segue (prosegue) poi così: "Gli agenti saranno tornati a casa con il petto gonfio per l'orgoglio. Una operazione di polizia così non si vedeva da tempo. Un perfetto coordinamento tra i reparti ha sortito l'effetto desiderato. Le due pericolose mangiatrici di focaccia sono state beccate e giustamente multate. E' la breve storia di due ragazze  di vent'anni pescate con le mani nel sacchetto intente a mangiare un pezzo di focaccia sedute sulle scale della chiesa di Santo Stefano. Gli agenti della polizia locale sono stati implacabili. Dopo un controllo del contenuto delle borse, sembra con un certo piglio da sgherri di manzoniana memoria, forse, per vedere se all'interno le due delinquenti celassero armi da fuoco, è calata la scure della giustizia". Il ticket del verbale recita:
    1) INTESTAZIONE
    Comune di Genova
    COMANDO POLIZIA LOCALE
    Via di Francia, 1 - 16149 GENOVA
    Tel. 010 5577949
    pmfrontoffice@comune.genova.it
    VERBALE DI ACCERTAMENTO - CONTESTAZIONE
    L'agente xx xx
    ha accertato che
    in data: 15/04/2021 alle ore 15:44
    In: PIAZZA DI SANTO STEFANO
    Altro: FRONTE ABBAZZIA (nota personale: ma non ci sono troppe zeta, nella parola abbazia? Rammento che nel film "Totò, Peppino e la...malafemmina", diretto nel 1956 da Camillo Mastrocinque, lo stesso attore napoletano, il quale impersona Antonio Caponi, scandisca le seguenti parole nella ultra famosissima scena della lettera dettata al fratello Peppino - Peppino De Filippo - da inoltrare al nipote Gianni - Teddy Reno -: "Punto; punto e virgola; due punti! Ma sì, abbondiamo!").
    Località: GENOVA
    sono state commesse le seguenti infrazioni:
    Art. 28 Com. 1 (nota personale: qui, invece, il testo è un po tir...tirato nelle emme della parola comma, scritta col rito abbreviato; qualche reminescenza legale mi dice che vada sempre scritta per esteso, forse. Non fa nulla: in fondo, siamo nella città di Genova e i genovesi, non me ne vogliano, hanno fama di essere al pari degli scozzesi, pochino parsimoniosi!)
    (0901525)
    del REGOLAMENTO POLIZIA URBANA
    BIVACCAVA SU GRADINI, SCALINATE, SCALE DI ACCESSO DEI MONUMENTI, DEI LUOGHI DESTINATI AL CULTO DI IMPORTANZA CULTURALE, STORICA E ARCHITETTONICA, DI SPETTACOLO, INTRATTENIMENTO, NEI SOTTOPASSI E SOVRAPPASSI, SULLA SOGLIA DI ALTRI EDIFICI, UFFICI, NEGOZI E SEDI DI ATTIVITA' COMMERCIALI, ARTIGIANALI O INDUSTRIALI, ANTISTANTI ALLA PUBBLICA VIA E/O IL SUOLO PRIVATO A USO PUBBLICO
    Sanzione: Euro 200,00
    Note del verbalizzante:
    BIVACCAVA SUI GRADINI DI ACCESSO ALLA CHIESA IN COMPAGNIA DELL'AMICA.
    Trasgressore
    Cognome: xx
    Nome: xx
    Nata a: GENOVA GE
    il: 13/03/2000
        xx
        xx
    xxxxx
    2) MOTIVAZIONE DEL VERBALE
    - Poneva in essere una condotta atta ad impedire la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture.
    In considerazione del fatto che:
    - La località in cui è avvenuto il comportamento è tra quelle specificatamente previste dal D. L .14/2017, in particolare GENOVA PIAZZA DI SANTO STEFANO
    - La località in cui è avvenuto il comportamento illecito è tra quelle specificatamente indicate nel vigente Regolamento di Polizia Urbana ove sia possibile applicare il presente di allontanamento come previsto dall'art. 8 bis, precisamente la n. x CHIESA, indicata in fondo al presente documento.
    SI INTIMA ALLA PERSONA SOPRA GENERALIZZATA DI ALLONTANARSI DA SUDDETTA AREA PER UN PERIODO DI TEMPO DI 48 ORE DALLA CONTESTAZIONE/NOTIFICA DEL PRESENTE VERBALE.
    In merito a quanto disposto la persona intende dichiarare:
    (0)
    La notizia conclude infine: "Duecento euro di multa a testa. La speranza è che i genitori possano pagare perché di questi tempi non è neanche così scontato (nota personale: ma forse questo è un aspetto secondario della questione; mi sovviene che lo scorso anno a Genova, Milano e altre parti d'Italia, la Polizia locale abbia elargito multe e sanzioni a destra e a man...a senza tetto e clochard. Mi domandai e risposi al contempo da me stesso alla domanda: Come pagheranno? Gli decurteranno l'importo dalla busta paga!!!). Ma la legge parla chiaro e il bivaccano va represso (la notizia originale invece recita: "e i delinquenti che bivaccano vanno repressi"). Per la legge è tutto regolare, per il buonsenso è un'azione rivoltante. Le due ragazze si sono guadagnate anche un daspo di 48 ore". La notizia originale (quella apparsa su fivedabliu.it) reca in calce la seguente scritta:#Genovameravigliosa e accogliente. (nota personale: "E sti cazzi!", intercalare tipico dalle parti della Città del Vaticano e vici...luoghi attigui).
    Per quel che concerne la parola (il sostantivo) "daspo" debbo confessare che fosse quasi tabù, per me. Sapevo che essa è legata ad un provvedimento disciplinare sancito e regolato da leggi penali, il quale impedisce di accedere a luoghi ove si svolgano manifestazioni di carattere sportivo, per motivi di ordine pubblico, a una persona (o a più persone): null'altro. Ho scoperto, sull'argomento, particolari interessanti: daspo deriva dalla sigla D. A. SPO. che, a sua volta, è l'acronimo di divieto di accedere alle manifestazioni sportive, appunto. Tale divieto è sancito dalla legge n°401, emanata il 13 dicembre 1989 con lo scopo di contrastare violenza negli stadi di calcio e in altri luoghi dove avvengono manifestazioni sportive. In pratica, come scritto sopra, essa vieta al soggetto (o ai soggetti) ritenuti pericolosi di accedere a suddetti luoghi per determinato periodo di tempo, stabilito dall'autorità prefettizia o giudiziaria, sino a un massimo di cinque anni con obbligo di firma. A proposito del daspo urbano, invece, il mio intelletto era assoluta tabula rasa, come suol dirsi, tranne che per i particolari appresi leggendo il ticket del verbale comminato dai vigili di Genova alle due universitarie. Sono corso subito ai ripari e scopro, anche in questo caso, particolari interessanti dei quali alcuni confermano quanto ho già appreso in precedenza: a onor di verità, debbo però scrivere che spesso faccio molto più velocemente ben altre cose ed espleto meglio altre quotidiane mansioni come - ad esempio - quelle legate a problemi alla prosta...sono rapidissimo, infatti, quando mi capita di dover svuotare la mia vescica nel bagno casalingo, in un orinatoio pubblico (una volta eran diffusi nelle città italiane i vespasiani, ora ve ne sono alcuni a pagamento) o in qualche anfratto bugigattoloso di strada: la mia rapidità, in quel caso, sembrerebbe far invidia anche ad un certo Speedy Gonzales, famosissimo topo di un'altrettanto celebre cartone animato della Warner Bros. Ma tant'é, riporto ciocché segue: "Se in un primo momento il daspo era mirato a contrastare la violenza negli stadi", scrive Riccardo Cuccatto, avvocato penalista e civilista della provincia di Torino, sul blog deQuo. it, "è stato esteso anche ad altri ambiti: sono stati così introdotti il Daspo Urbano e il Daspo per i corrotti. Il Daspo urbano è stato introdotto dal D. L. n° 14/2017, convertito nella Legge n°48/2017, al fine di tutelare la sicurezza all'interno delle città e intervenire verso tutti quei soggetti che agiscono contro la salute dei cittadini e il decoro urbano. In particolare, il Daspo urbano garantisce la tutela a: stazioni di trasporto pubblico; autostazioni e stazioni ferroviarie; porti ed aeroporti; istituti scolastici ed universitari; musei, siti archeologici e altri luoghi di interesse culturale e turistico; parchi; presidi sanitari; aree in cui si svolgono mercati, fiere ed eventi. Le pene amministrative individuate dalla legge sono l'allontanamento da tali luoghi e l'imposizione di una sanzione pecuniaria amministrativa di importo tra 100 e 300 euro". Ora, fermo restando su ciocché stabilisce la legge in questione (sulla sua validità ed efficacia non mi permetto di disquisire, non essendo un giureconsulto studioso di diritto o dotto nelle scienze giuridiche, né un penalista o civilista; e non essendo neanche l'ambito appropriato), mi pongo le due seguenti domande: dove sia la presunta minaccia alla salute di altri cittadini nell'umano gesto (o umanamente naturale) del mangiare qualcosa stando seduti sulla scalinata di una chiesa? E dove sia, ancor più, il presunto "attentato" al decoro urbano nel compierlo? Ricordo, andando a ritroso nel tempo nonché pescando con chirurgica precisione (proprio come fanno i pescatori di frodo per catturare le loro prede, usando le micidiali reti con le maglie strette) dentro i turbinosi meandri della mia memoria, di aver mangiato, in Italia (da nord a sud e viceversa), almeno una trentina di volte (dalla focaccia al panino imbottito, dal toast al tramezzino sino alla semplice banana) sulle scalinate di una chiesa (o in vicinanza prossima di essa), o nei pressi di luoghi di interesse culturale e turistico (da un museo ad un teatro, da una biblioteca a una emeroteca) o di aree in cui si svolgevano mercati, mercatini, fiere ed eventi di ogni sorta, nelle stazioni ferroviarie, in ogni buco di culo in cui mi capitasse di sentire languore allo stomaco. Cito a caso la città o il paese ed in alcuni casi anche il luogo preciso: Firenze (Santa Maria Novella, stazione centrale e chiesa con lo stesso nome), Venezia (piazza San Marco), Verona (arena, mercato di piazza Bra, quartiere fieristico), Faenza (fiera), Taranto, Bologna (stazione centrale, piazza medaglie d'oro, piazza XX settembre, porta Galliera, piazza Maggiore), Arezzo (piazza Grande, piazza Duomo), Bari (stazione centrale), Siena (piazza del Campo e piazza del Mercato), Brindisi (stazione centrale, duomo, capitaneria di porto, piazza Vittorio Emanuele, piazza del Popolo), Como, Trieste (stazione centrale, San Giusto), Modena (stazione centrale), Roma, Gallipoli (Lecce), Lecce, Barletta (BAT), Trani (BAT, cattedrale), Andria (BAT, Castel del Monte), Domodossola (Novara), Cosenza (stadio comunale, stazione centrale), Novara, Torino, Ravenna, Matera, Potenza e...etc., etc., etc. Eppure, nulla accadde mai di irreparabile o irreparabilmente grave (per le mie tasche ed il mio portafoglio, soprattutto!). Probabilmente, però, è da aggiungere come io avessi compiuto, tutte le volte elencate (ed altre ancora) l'insano gesto di ingurgitare (mangiare) qualcosa, e di averlo fatto nei pressi di luoghi "proibiti", quando non era in vigore il malefico daspo; oppure, chissà, la mia fu soltanto una algoritmica e casuale questione di feeling...culo. Ma non è questo il punto focale della questione. Il giudizio dei vigili urbani, inoltre, non è affatto insindacabile (a mio parere modesto) e mi trovo anche in totale disaccordo su quanto riferito nella notizia (o meglio: nella notizia ripresa e riportata in toto): cioé, la sacrosanta perentorietà, da parte degli agenti di polizia locale, ad appurare la legge e ad irrorare sanzione dopo averne constatato il (presunto) mancato rispetto.
     - Assurdità e filo conduttore - Una ulteriore ipotesi, tuttavia, potrebbe nascondersi dietro l'eccessivo zelo mostrato dai vigili nell'occasione: quella della malcelata (anzi, del tutto evidente e ben riuscita, dal loro punto di vista, nella fattispecie) cattiva fede. E' possibile, cioé, che la causa del tutto abbia diversa natu..."eziologia"? (termine sovente usato da cerusici, stregoni e antropologi ubriachi...gente affina, ed anche di comprensione indigesta a molti!). Possibilissimo, direi! Al sottoscritto accade, in codesti casi (quando ne vengo a conoscenza, ovviamente), di fiutare puzza di bruciato, che vi sia qualcosa di diverso sotto (appunto). Dalle mie parti vige una massima, un intercalare chiaro e limpido che suona, più o meno, a codesta maniera: "I vigili urbani hanno bisogno di batter cassa, ovvero di rimpinguare le casse del Comune, che - a volta sua - è il loro datore di lavoro!".  Lo si afferma, spesso, quando comminano essi multe a destra come a manca (magari quelle stramaledettissime per sosta vietata o intralcio al traffico, chissà!), ricevendo - in cambio e all'uopo - santissimi vaffancu...benedizioni e baci dagli automobilisti. In questo caso, tuttavia (ovvero se io avessi ragione e l'ipotesi paventata fosse probabile), la notizia della sanzione pecuniaria (oltre a quella disciplinare) comminata alle due ragazze universitarie sarebbe ancor più assurda, oltre ad avere una motivazione (eziologia, dicasi anche) di natura puramente, essenzialmente (e freudianamente!!!) capitalisti...della serie "dettata da esigenze di bilancio", rispetto a quanto invece verificatosi in maniera (apparentemente) alquanto lapalissiana lo scorso 15 aprile sulle strade di Genova. Ma l'assurdità (oltre che la tragicomicità: molti affermano, a ragione, che gli attori comici - tanto quelli in celluloide, quanto quelli che si esibiscono sul palcoscenico di un teatro - siano i più grandi interpreti drammatici su questa terra esistenti!) è, a quanto pare, un filo conduttore del (e nel) capoluogo ligure: come dire che dalla morte avvenuta per colpa di un estintore (Carlo Giuliani) a una multa ricevuta a causa di un pezzo di focaccia trangugiato sulle scalinate di una chiesa il passo è veramente infimo, brevissimo, seppure tra una cosa e l'altra, in realtà, siano passati molti anni. Magari, chissà, il tutto inframezzato dal crollo di un ponte che provochi la incolpevole ed ignara morte di tante (troppe) persone. Ad ogni modo, tuttavia, mi permetto di dare un consiglio a più di qualcuno, onde evitare spiacevoli inconvenienti: durante il prossimo lockdown (potrebbero essercene davvero molti altri, visto che le pandemie o epidemie planetarie che dir si voglia non sono fatto storicamente raro nella storia dell'uomo e visto che gli uomini stessi, nei loro confronti, siano stati sovente spiazzati) meglio sarebbe evitare - da parte di chicchessia (è un pronome, no un locale di Pisa, in Toscana, che davvero esiste!) il bivacco stando seduti sui gradini di una chiesa, visto che il parroco...i "bravi" di turno sempre sono in agguato.

     
  • 10 giugno 2021 alle ore 13:50
    Stories from Palestine

    Come comincia:  - Mena Eyad Fathi Sharir aveva solo due anni. E' morta il diciotto maggio scorso in seguito alle ferite riportate nel bombardamento (mirato) della sua casa, avvenuto una settimana prima nel quartiere di al-Manara (al-Nafaq street) a Gaza City, nella Palestina occupata. Nel bombardamento è scomparsa tutta la famiglia della bambina: Eyad Fathi Sharir, il padre, che aveva trentacinque anni; Layali Taha Abbas Sharir, la madre, di quarantuno anni; Lina Eyad Fathi Sharir, sorella maggiore della piccola, sedicenne. Il corpo di Lina è stato recuperato dopo l'attacco aereo ed é stato fatto a pezzi. Le fonti della notizia (IsraeliPalestine.org e Mnar Adley, editore indipendente presso Mint Press News) citano ulteriori notizie che mi sembra doveroso riportare all'interno di questa storia. La prima: "l'area ha subito gravi danni perché é densamente popolata, venticinque palestinesi nell'area circostante sono rimasti feriti a causa dell'esplosione"; la seconda: "l'esercito ha affermato che Abu Sharir è uno dei capi militari delle brigate Al-Qassam, ala armata di Hamas"; l'ultima invece: "il Ministero della salute palestinese afferma che l'esercito ha sparato missili contro edifici adiacenti all'ospedale indonesiano, causando danni agli edifici e all'ospedale". Mi sono fatto le seguenti domande, alcune settimane fa, dopo aver letto la storia di Mena e della sua famiglia. La prima è stata questa: "Se i sospetti degli  israeliani erano fondati che senso aveva bombardare aree così vaste?  Non essendo però né un soldato israeliano, né tanto meno un membro della polizia israeliana residente sul posto, ed a diretta conoscenza dei fatti, in molti potrebbero obiettare sulla mia domanda ed affermare che non abbia ragione d'essere posta. Al contrario, penso che sia lecito porsi domande del genere: bisognerebbe sempre domandarsi il perché sull'accadimento delle cose anche quando ci si trova a migliaia di chilometri di distanza rispetto ad un evento, al loro accadere e svolgersi (sempre tragico quando muoiono persone innocenti a causa di azioni militari e di guerra). Gli israeliani avrebbero potuto procedere con dei rastrellamenti a tappeto come sovente e volentieri fanno, del resto, invece di bombardare ma anche la rappresaglia, ahimé, fa parte della guerra. La definizione di rappresaglia (dal vecchio vocabolario "Il Piccolo Palazzi", a cura di Fernando Palazzi ed edito dalla casa editrice Ceschina-Principato di Milano : "danno che si fa ad altri per vendetta di danno patito". I nazisti, durante la seconda guerra mondiale, uccidevano dieci esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso (non necessariamente, però, da uno di quei dieci esseri umani mandati a morire davanti al plotone d'esecuzione)..."una volta hanno sbagliato a far di conto", ha scritto qualcuno (se ne accorsero dopo, quando il plotone aveva già sparato!). Nessun problema: nella successiva rappresaglia hanno conteggiato undici esseri umani per ogni soldato tedesco ucciso. La precisione, si sa, è d'obbligo a questo mondo, soprattutto quando si ha a che fa... se trattasi di esseri umani. Sovente anche io sono preciso, addirittura precisissimo (mai puntuale, però: neanche ad un appuntamento galante, neanche ad un colloquio di lavoro o quando devo ricevere soldi; neanche alla cerimonia funebre di mia madre e mia sorella lo sono stato!); in passato lo ero ancor (di) più ma ultimamente l'andropausa comincia a batter cassa con maggior insistenza ed allora, in linea di massima, posso affermare di essere "precisino" oggidì. Per fortuna, però, non sono nazista né israeliano, altrimenti chissà...cosa sarebbe successo.Gli israeliani, bontà loro, hanno ucciso ventitrè palestinesi per ogni israeliano morto (il conteggio non l'ho fatto io che sono anche ragioniere e in molti dicono che abbia comprato uno dei miei due diplomi; non è stato neanche qualche ragioniere del comune di Gerusalemme o un impiegato ultrazelante del catasto a Haifa, credo!): questa volta, pare, abbiano sbagliato anche loro a far di conto, per eccesso no per difetto, pur non essendo nazisti. La seconda domanda è questa: che senso ha recuperare il corpo di una ragazzina morta e farlo a pezzi ? Fosse stata anche la figlia, la sorella o qualsivoglia familiare o parente di un jihadista non avrebbe ragion d'essere, per mio conto, la cosa. Il gesto, tuttavia, credo abbia valore simbolico e dichiaratamente cannibalistico...politico. Vorrebbe cioé sancire, da parte degli israeliani, la supremazia sugli altri; un azione tesa ad annichilire i Palestinesi, ad estirparne l'anima impossessandosi in modo brutale del corpo di un loro cadavere. La "soluzione finale" di Hitler nei confronti degli ebrei nulla aveva a che spartire con un fatto religioso, ma aveva carattere politico ed economico nei confronti delle lobbies giudaiche di  editori, industriali, finanzieri e banchieri che imperversavano in tutta Europa. Allo stesso modo, secondo molti, gli israeliani mirerebbero ad uno Stato israeliano senza Palestinesi (non fu un caso se nel 2018 lo stesso Primo ministro Benjamin Netanyahu avesse promulgato, con l'avvallo della knesset, il parlamento di Israele, una legge che rafforzasse lo Stato israeliano: una sorta di "Israele agli israeliani" e basta!) ed il loro altri non è che vecchio, tradizionale e buon colonialismo mascherato da guerra di religione (quello inglese lo era, ad esempio, velato da una sorta di "umano" paternalismo) ed accompagnato da una pulizia etnico-territoriale non tanto mascherata, direi (è noto come da più parti, o venga sempre più spesso usata la doppia terminologia di segregazione razziale e apartheid nei confronti del popolo palestinese). Ma dopo essermi posto la domanda, cercando in modo quasi "edonistico-narcisista" di darmi una parvenza di valida risposta, ho riflettuto su una cosa: ovvero, ho letto altre due notizie che mi hanno, in certo qual modo, ricollegato all'atto dello smembramento del corpo, da parte dei soldati, della sedicenne Lina, sorella della piccola Mena. La prima notizia, recente quasi contemporanea a quella della morte delle due bambine e dei loro genitori, reca scritto: " ......
    (mentre scrivo, si hanno notizie di occupazioni, di arresti in molte zone della Palestina, da Gerusalemme alle zone vicine, in zone più lontane e nei villaggi dei borders...
     - Abed Tamy vive a Gaza con la sua famiglia di otto persone, compresi i suoi genitori anziani ora. Entrambi hanno avuto un ictus e sono disabili. Qualche giorno fa mi ha chiesto aiuto, scrivendomi un messaggio via twitter:
     - Non abbiamo nulla, né soldi né cibo. I miei genitori hanno bisogno di cure e di farmaci. Non lavoro e la nostra vita è molto difficile e brutta, qui a Gaza. Per favore, fratello, puoi aiutarci? - Lo saluto, in risposta al suo messaggio. Poi mi da le coordinate del suo conto paypal. Non rispondo ma li mando una piccola somma (soltanto cinque euro, 18,87 ils al cambio corrente) e poi lo avviso in chat. Lui, subito, mi risponde:
     - Grazie mille, spero per te il meglio! - Io replico così:
     - Non sono molti. Ricordati di me, per favore! Di ai tuoi amici che sono un vostro fratello. Ciao, Abed. - In un tweet del sedici maggio, Abed aveva scritto:
     "Tutte le strade che portano all'ospedale al-Shifa, a Gaza, sono state bombardate e distrutte". - Tutto coincide, infatti. Leggo e riporto la seguente agenzia, datata diciassette maggio, ripresa da Al-Jazeera e dalla redazione dell'ANSA: "In uno degli attacchi compiuti da Israele nella Striscia è morto il medico Ayman Abu al-Ouf, e con lui la moglie e cinque figli. Lo ha reso noto il Ministero della Sanità palestinese secondo cui i loro corpi sono stati portati all'ospedale Shifa dove il professore era una figura di primo piano, noto anche nella comunità medica internazionale. L'attacco - dove sono rimasti feriti decine di palestinesi - é avvenuto nella notte di sabato scorso nella via Al Wahda a Gaza City, a duecento metri dall'ospedale. In memoria di al-Ouf la struttura ha intitolato una delle sue sale". La disoccupazione nei territori occupati (tanto nel West Bank, quanto lungo i borders e nella Striscia di Gaza) rasenta il tasso del 50%: i palestinesi lavorano quasi tutti in Israele, per lo più occupati nel settore dell'edilizia, e sono mal retribuiti, ipersfruttati e privati d'ogni elementare diritto sindacale. Non possono produrre cibo e generi alimentari per loro conto, né medicinali o altri generi di prima necessità: essi li acquistano tutti, quando sia possibile, fuori dai loro territori dagli israeliani. Il reddito pro-capite annuo, in Palestina, è di millequattrocento dollari (uno dei più bassi al mondo) mentre quello di un israeliano medio arriva anche a trentacinquemila dollari. La disponibilità alimentare giornaliera per un israeliano rasenta le tremilacento-tremiladuecento calorie mentre quella di un palestinese arriva a malapena alle ottocento-mille.
     -  I "bombardamenti"/bombing: dal racconto di Sama (ragazza palestinese) - Quei sette minuti...che abbiamo vissuto sono stati i più duri della nostra vita...la situazione era molto difficile! Ero in camera con mia sorella, ho ricevuto un messaggio da mia cugina  che mi informava che i bombardamenti erano vicini a noi. Mi ha detto: "Come va, tutto bene?" - Mentre le stavo rispondendo che tutto andava bene, i bombardamenti sono diventati molto più violenti. Sono andata verso il soggiorno dove tutta la mia famiglia era riunita perché é un luogo un po' più sicuro. Mio padre é andato sulla terrazza che dà sulla strada per controllare la situazione. Ma i bombardamenti erano vicini, proprio davanti casa. Mio padre è arrivato per avvisarci e chiederci di evacuare, non aveva ancora finito la frase che è caduto a terra per la potenza dell'esplosione. Abbiamo pensato che fosse morto da martire, non poteva più alzarsi e ci ha chiesto di evacuare in fretta. Il padre: "Uscite! Uscite!". Sama: "Andiamo fratelli, veloci!" "Forza, Misk!". - Non avevo altra soluzione che prendere la mia sorellina e scappare. Siamo usciti di casa con mio fratello che mi seguiva e la porta si è richiusa e il resto della famiglia é rimasto bloccato dentro. Quando la porta si é chiusa ho immaginato che la mia famiglia sarebbe morta dentro l'appartamento perché i bombardamenti erano molto violenti. Siamo scese per le scale e c'erano macerie dappertutto e un'auto che bruciava. In quel momento ho pensato che saremmo stati colpiti. Mi sono allontanata di qualche metro dall'edicifio assieme a mia sorella, un missile è caduto sull'ingresso. "Non aver paura, mia cara!", "Non aver paura, sono qui con te!". "Non aver paura, andiamo verso i cassonetti dell'immondizia per proteggerci!". La situazione era molto difficile. Nel momento in cui sono arrivata al portone, il luogo più sicuro del nostro appartamento, lassù, riceveva le bombe. Anche la situazione in strada era pericolosa, c'erano macerie dappertutto, vetri rotti e una macchina in fiamme...tutto era distrutto e i bombardamenti non smettevano! In quel momento non immaginavo di poter sopravvivere. Ho preso la mia sorellina per mano e mi sono messa a correre più veloce che potevo, per cercare di raggiungere un luogo sicuro. C'erano molti bombardamenti. Come ci siamo allontanate dai pericoli, gli attacchi sono diventati ancora più violenti. Abbiamo corso ancora per allontanarci ancor di più dal pericolo, l'obiettivo era di giungere sino ai cassonetti dell'immondizia per metterci al sicuro ma non era facile arrivarci. "Vai verso il cassonetto dell'mmondizia, mia cara." "Vicino al cassonetto." "Ambulanza, venite ad aiutarci, salvateci, mia sorella é ferita!". Paramedico: "Salite, presto! Salite!". Ci siamo ritrovati sotto il mio palazzo con la mia famiglia. Gli abitanti del palazzo sono stati evacuati in novanta secondi sotto dei forti bombardamenti. Centododici appartamenti sono stati evacuati in soli novanta secondi. La situazione era molto difficile, molte famiglie non hanno potuto prendere neanche il minimo indispensabile delle loro cose. Non é ora che i bambini disegnino le loro speranze e i loro sogni per il futuro? Che abbiano almeno il diritto di vivere la loro infanzia? Siamo un popolo che ama la vita, non siamo dei numeri. Abbiamo dei sogni e delle speranze. Desideriamo vivere una vita normale. La nostra sofferenza finirà soltanto con la fine di questa occupazione israeliana (Fonti/Sources: Gaza Stories&InvictaPalestine.org). Il palazzo in cui Sama Ismael viveva insieme con la sua famiglia, sino a qualche settimana fa, é situato nel centro di Gaza City: i bombardamenti israeliani sono stati "mirati" anche questa volta, e precisi...hanno colpito, cioé, in maniera altamente precisa e profondamente mirata. Il palazzo dei media, come veniva chiamato, enorme costruzione di dodici piani nel centro di Gaza, il quale ospitava anche i locali della Associated Press e di Al-Jazeera english oltre ad altri uffici di media ed appartamenti residenziali, é crollato poche ore dopo che un altro raid aereo israeliano su un campo profughi densamente popolato (come riporta il notiziario online di France24 del 15 maggio 2021) aveva ucciso almeno dieci palestinesi di una famiglia allargata, per lo più bambini. Fares Akram e Joseph Krauss, entrambi dell'agenzia di notizie americana AP (Associated Press) sulle colonne del Time, settimanale newyorchése, scrivono quanto segue: "Israele ha effettuato una ondata di attacchi aerei su quelli che ha detto essere obiettivi militari a Gaza, abbattendo un edificio di sei piani nel centro della città, e i militari palestinesi hanno lanciato dozzine di razzi su Israele all'inizio di martedì, l'ultimo nella quarta guerra tra le due parti, giunta alla sua seconda settimana. Le esplosioni degli attacchi aerei echeggiarono nell'oscurità prima dell'alba a Gaza City, inviando lampi arancioni nel cielo notturno. I bombardamenti hanno rovesciato l'edificio Kahil, che contiene bibilioteche e centri educativi appartenenti all'università islamica (erano questi gli obiettivi militari di cui parla l'esercito israeliano?!). Nuvole di polvere incombevano sul sito, che era stato ridotto a cumuli di macerie di cemento e cavi elettrici aggrovigliati.
    La torre di Kahil/Kahil Tower rimase l'unica in piedi nella zona circostante: nelle foto che la ritraggono vicino alle macerie (una delle quali la osservai proprio nel profilo instagram di Sama, pur non non avendo conoscenza se l'abbia scattata o meno di persona) sembra davvero un albero spoglio in mezzo al deserto.

     
  • Come comincia:  Non sapevo come cominciare questa parte del mio diario di bordo, per un motivo particolare (o particolarmente importante: direi essenziale!): trattasi di una questione addirittura ultrasecolare (per alcuni, come per il grandissimo Bruce Chatwyn, che spesso definisco "viaggiatore del tempo", ed il quale aveva letto per intero, tra le altre cose, nella sua vita, la Bibbia, ed il Corano, risalente addirittura al tempo di Caino ed Abele: si sa, però, quanto spesso i testi sacri raccolgano leggende e raccontino di miti piuttosto che di evidenze storiche documentate) intorno alla quale sono stati scritti fiumi di parole e, purtroppo, intorno alla quale sono scorsi fiumi di sangue; tuttavia, gli eventi delle ultime settimane mi hanno indotto a prendere una posizione netta in merito alla suddetta questione, per cui il primo ritaglio (o frammento, o pillola per parafrasare il titolo stesso che ho dato al racconto) ritengo dovesse farlo capire a tutti, in maniera inequivocabile. Spererei anche, con i miei scritti, di fare un po' di chiarezza (cosa alquanto pretestuosa, la mia, anzi, direi pretestuosamente, scarsamente ed impossibilmente attuabile!) o quanto meno di fare, nel mio piccolo, cosa utile alla causa del popolo palestinese. Quella che segue è una storia emblematica, essa rappresenta, cioé, l'emblema di quello che accade al popolo palestinese sulla propria terra da almeno settanta (e passa) anni: ovvero, la data di quel maledetto 14 maggio 1948 che per gli Israeliani sancì il trionfo del loro "stato" ma che gli Arabi, invece, e non a caso, definiscono "Nakba" (catastrofe). Può apparire tutto esagerato ed enfatizzato (magari, se leggiamo il tutto cogli occhi di un individuo occidentale lo é, ma non è così) ma per i Palestinesi ogni storia è una "storia di ordinaria follia". 
     - Dina Qoran è una donna palestinese di mezza età, oggi. Nel marzo del 1989 (correva il giorno otto del mese, per la precisione), mentre prendeva parte ad una pacifica manifestazione a Ramallah (la cittadina posta nei pressi di Gerusalemme è in pratica la capitale di Palestina), per celebrare la Giornata internazionale della donna, venne ferita al mento ed alla spalla dai proiettili di gomma sparati da un cecchino dell'esercito israeliano: se la cavò con diversi punti di sutura ma una sua amica, che prendeva parte alla manifestazione insieme a lei, perse addirittura un occhio.
     - Abbiamo protestato pacificamente, - disse la donna, - non sono state lanciate pietre o altro. Un cecchino mi ha colpito con un proiettile di gomma. All'epoca si concentravano sugli occhi o sulla schiena per paralizzarci quando sparavano. Sparavano per procurare danni. Eravamo in piedi e il cecchino si è concentrato sulla mia faccia. Mi sono mossa e invece degli occhi, il proiettile mi ha colpito il mento. Le persone intorno a me mi hanno aiutato a mettermi in macchina e mi hanno portato in ospedale. E' stata una marcia pacifica ma a loro non importa della vita umana. Sono stati loro a venire da noi, non noi che siamo andati da loro. -  La donna dice anche di essere stata fortunata, quel giorno, perché a molti altri era capitato di peggio. Da quel lontano 1989 (avevo ventisei anni, all'epoca), migliaia sono le persone che hanno perso la vita, in Cisgiordania, a Gerusalemme, lungo i borders dei territori occupati, lungo tutta la striscia di Gaza che si affaccia sul mare; le cose non sono cambiate di una virgola ed il tutto - cosa più orribile di tutte - avveniva allora ed avviene oggi con l'avvallo della maggior parte dei governi occidentali (Italia inclusa e tranne piccole eccezioni: il 30 ottobre del 2014, infatti, la Svezia - unica nazione europea - riconobbe lo stato libero di Palestina, attraverso una dichiarazione ufficiale dell'allora ministro degli Esteri Margot Wallstrom distribuita alle agenzie di stampa e ai media). Fortunata davvero, quindi, questa donna, che ha potuto raccontare ciocchè gli sia accaduto. (fonte/source: WestbankNarratives). 
     - Leggo un tweet, ad opera di una donna araba, seguente a quanto scritto. Esso dice (non lo ricordo parola per parola, il concetto tuttavia è quello che conta): "chi sopravvive al dolore, a una propria esperienza dolorosa non dovrebbe raccontarlo". Non sono assolutamente d'accordo, su questo pensiero: nella fattispecie Dina Qoran può senza dubbio definirsi "sopravvissuta"; lei lo è stata, ed è stata anche fortunata ad esserlo. La sua esperienza è stata raccontata a WestbankNarratives e poi filtrata da me, in questo mio racconto; ciò lo ritengo fatto positivo: la maggior parte delle storie, in Palestina e nei territori occupati, sono dolorose, questa invece può ritenersi una storia "dolce&amara" al tempo stesso, o meglio amara e poi dolce nel suo concludersi visto che la donna ha svolto in seguito una esistenza (abbastanza) normale, nonostante tutto quello che li accadde tanti anni fa. Raccontare le proprie esperienze, dolorose o meno che siano, fa parte dell'esistenza stessa degli uomini (intesi come esseri umani, non solo di genere maschile): l'esistenza, la vita non è fatta solo di sorrisi o solo di pianti; essa consta degli uni e degli altri e...raccontare degli uni e/o degli altri va bene in egual modo. Una volta, ricordo, al regista statunitense John Carpenter (cito solo alcuni titoli, della sua filmografia, tutti degli anni settanta-ottanta; e sono film visti da me, al cinema: "Distretto 13, le brigate della morte", "Halloween, la notte delle streghe", "Fog", "La cosa"), qualcuno ebbe a dire: "I suoi film contengono scene forti, truci, violente in eccesso"; il regista rispose: "La vita non é tutta rose e fiori ed io giro la vita stessa!". Appunto.
     - Le radici palestinesi/palestinians roots - "Il palestinese pensa che vi sia legame di sangue con l'Algeria: un suo bisnonno viveva nel deserto algerino prima di essere mandato nel deserto del Negev, e che l'algerino sia nato a Giaffa/Jaffa, prima di diventare abitante di Orano/Oran" (Osama Mohammed).
     - "Sessantuno bambini sono stati uccisi a Gaza in meno di dieci giorni. Non erano terroristi e non erano soldati: erano soltanto bambini. Adam Al-Tinani era uno di loro, aveva quattro anni. Non si sveglieranno mai più!". Questo è il testo dell'appello lanciato in video sui social da Sami Yusuf, cantautore britannico di origine azera, definito il Bono musulmano" (Bono è lo pseudonimo di Paul David Hewsom, cantautore, attivista, compositore e musicista irlandese, nonché membro della rock-band degli U2).Yusuf è nato a Teheran, in Iran, da genitori originari dell'Azerbaigian, nel luglio del 1980, ma è cresciuto (anche artisticamente) nel Regno Unito (soprattutto a Londra). Il suo appello si chiama "saytheirnames" (scandisci i loro nomi): della serie - a mio avviso - "quello che le televisioni di stato non vi diranno mai".
     - L'Irlanda mostra la via al mondo ma...non è orbo, più che altro penso che sia sordo - "L'Irlanda mostra la via per l'annessione di fatto della Palestina da parte di Israele", questo titola oggi (28 maggio 2021) Memo (MidlleEastMonitor). Ramona Wadi scrive: "Quando si tratta di Palestina, la Repubblica d'Irlanda continua a fare da apripista per le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Una recente mozione del Sinn Fein (in gaelico irlandese la dicitura sta per "Noi stessi"; in inglese moderno per "Ourselves Alone", ossia Noi stessi da soli: il movimento indipendentista irlandese di ispirazione socialista) che richiamava l'annessione de facto da parte dell'Oireachtas, il parlamento irlandese (esso, in breve, è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è formato da due assemblee: camera bassa e camera alta). Ciò ha reso l'Irlanda il primo stato europeo ad utilizzare una terminologia politicamente accurata per l'ultimo accaparramento di terre da parte di Israele. Gli emendamenti alla mozione, inclusa l'espulsione dell'ambasciatore di Israele in Irlanda e l'appello a imporre sanzioni a Israele, non sono riusciti a ottenere un sostegno sufficiente. La reazione israeliana, ovviamente, non ha atteso a farsi sentire: "Questa posizione riflette una politica palesemente unilaterale e semplicistica", ha belato il ministro degli esteri Gabi Ashkenazi che ha descritto il movimento Sinn Fein come "una vittoria per le fazioni palestinesi estremiste". Le mie impressioni sono queste: a Ramallah, la bandiera tricolore irlandese oggi volteggiava nell'aria insieme al quadricolore (rosso, nero, bianco, verde) palestinese...l'Irlanda aprì la via "antiapartheid" in Sudafrica (l'ho letto da qualche parte, non importa però dove!): sarà così anche questa volta? Inoltre, è da dire che sia troppo semplicistico, da parte del ministro degli esteri dello stato più potente del Medio Oriente nonché quello che vanta uno degli apparati militari più potenti ed efficaci al mondo, dare una simile risposta: non è forse unilaterale, da parte di Israele, bombardare obiettivi e persone che nulla hanno a che vedere con la sicurezza interna dello stato? A questa risposta contrappongo il pensiero di una donna ebrea; quello, cioé, della novantenne attivista newyorkese Shatzi Weisberger, che ha dichiarato: "L'olocausto è esistito, l'antisemitismo anche, ma il mio cuore piange nel vedere che gli ebrei adesso siano gli oppressori!". Fatto importante, secondo me, sia che questa anziana ed arzilla signora sia apparsa sui social in una foto che la ritrae seduta sulla sua sedia a rotelle mentre imbraccia il cartello recante scritte le parole di cui sopra che ho tradotto in italiano dall'inglese: non è una fake news virale (come suol dirsi) bensì Shatzi esiste per davvero ed è ancora alquanto viva e sicuramente vegeta, direi!
     - A proposito di...bambini (da un post pubblicato su facebook) - Zeid Mohammad Odah at-Tilbani, 5 anni: è stato ucciso il dodici maggio scorso insieme alla sua sorellina Mariam (tre anni) da un missile che ha colpito la loro casa nel quartiere di Tal al-Hawa, a Gaza City. Ora mi faccio le seguenti domande: era forse un terrorista? Era forse un soldato israeliano? No, davvero! Era soltanto un bambino! Le fonti della notizia sono le seguenti: israelipalestinenews.org&if americansknew, agenzia indipendente di notizie e informazioni dal mondo. La traduzione letterale del nome dell'agenzia è "Se gli americani lo sapessero". Ma siamo sicuri che soltanto la maggioranza degli americani non sia a conoscenza di queste notizie? Quanti europei (italiani inclusi) ne sono a conoscenza in maniera dettagliata? I notiziari delle televisioni private, in Italia, e della televisione di stato, hanno passato notizie di questo genere? Alla fantomatica organizzazione "Amici di Israele" rispondo scrivendo che "non sono amico di Israele se per esserlo è da intendersi: amico dello Stato di Israele, del suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, degli esponenti tutti del partito di destra del Likud (di cui Netanyahu è esponente di spicco), del Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, dell'esercito israeliano, dei coloni israeliani e di tutti i capi di Stato amici dello Stato di Israele". Essere (o soltanto considerarsi) tale equivale - a mio modesto modo di intendere - né più né meno ad essere un nazista: nessuna differenza alcuna vi é tra l'una è l'altra cosa. Per cui, molti cattolici che si schierano con Israele farebbero bene a rivedere le loro posizioni...essendo ateo, mi ritengo fortunato in questo frangente, scevro da impedimenti "teologici" di sorta nell'operare le mie scelte.
     - A proposito di...missili, coloni e terre defraudate - 4000 missili di Hamas questa volta hanno colpito le città israeliane; 10000 800000: addirittura un milione, dicono alcuni! (cifre gonfiate ad arte, secondo moltissimi altri: pur volendo, Hamas non potrebbe mai disporre di una tale potenza di fuoco e comunque non arriverebbe ad eguagliare neanche il 10% di quella messa in campo da Israele...i suoi F16 e i suoi F35 - di costruzione e finanziamento statunitense - sono quanto di più moderno possa esistere al mondo in ambito di aviazione militare). La genesi di tutto, però, è un'altra, visto che i missili sono soltanto un pretesto, come spesso è accaduto da parte israeliana: risiede nel quartiere (simbolo) di Sheikh Jarrah, Gerusalemme est, che si trova in prossimità della spianata delle moschee e della zona industriale. Quattro famiglie di palestinesi hanno ricevuto ordine di sfratto, per far posto a famiglie di coloni israeliani; poi sono diventate ventuno, anzi, altre ventuno si sono "aggiunte" alle altre. Stranamente, il 94% delle domande di alloggio da parte di civili palestinesi alle autorità israeliane vengono respinte...(nell'ottobre di cinque anni fa Nena News riportò un rapporto pubblicato dal quotidiano progressista israeliano Haaretz, basato su dati ufficiali, secondo cui dei 3238 permessi di costruzione emessi dal comune di Gerusalemme nel 2015 soltanto 189 erano destinati a palestinesi, mentre, se si guardano gli ultimi cinque anni, i numeri variano poco: su 11603 permessi solo 878 sono stati riconosciuti a quartieri palestinesi; oserei dire che trattasi di un vero e proprio suffragio universale sancito a furor di popo...di permessi negati) le famiglie sono andate via, per far posto a proprietari illeggitimi secondo il diritto internazionale: alcuni dicono che sorgerà nella zona un parco giochi, altri che nascerà una sorta di silicon valley sul modello americano della California... ma due organizzazioni dei coloni israeliani, Nahalat Shimon International e Ateret Cohanim, risultano essere (non proprio casualmente, è probabile!) tra le più attive nelle richieste di sfratto di famiglie palestinesi a Gerusalemme est, e sono registrate negli States dove godono anche di sgravi fiscali. Sul quotidiano Repubblica così si è espresso, al proposito, Tahar Ben Jelloun, il 23 maggio scorso: - Il conflitto in corso fra Israele e Hamas non assomiglia all'ultimo in ordine di tempo, quello del 2014. La guerra attuale è nata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme est il 10 maggio in seguito al tentativo di soldati israeliani venuti a sgomberare famiglie palestinesi dalle loro case a favore di nuovi coloni. Nulla a che vedere con Hamas -. Interessante è anche la testimonianza di uno studente iraniano, di stanza a Gerusalemme. (nota personale: il racconto che segue, non è testuale, ossia non sono sempre le parole testuali, per filo e per segno raccontate dall'interessato: a volte ho dovuto cambiarle per via della doppia traduzione - dapprima dall'arabo all'inglese e poi dall'inglese all'italiano - sperando di non aver alterato il senso od il significato delle parole stesse). Così scrive, dal suo diario, Dewan su Zeytoonaut (ex rivista studentesca "Olive" della Amir Kabir University of Technology di Teheran, Iran): "Da diversi anni seguo gli eventi in Palestina direttamente dalle pagine palestinesi nel cyberspazio, e ho incontrato un nuovo mondo. Un mondo completamente diverso da quello palestinese che i media ci hanno sbandierato. Durante il mese sacro del Ramadan, l'atmosfera in Palestina é diversa da tutti i paesi islamici, ma i palestinesi credono che il ramadan sia diverso a Gerusalemme. Hanno una frase famosa: "il ramadan a Gerusalemme non é...". I palestinesi odorano di lotta in tutte le loro attività quotidiane, e la lotta si mescola alla loro carne e al loro sangue. Durante il ramadan queste attività si intensificano cosicché anche la preghiera e l'interruzione del digiuno sono in difficoltà (nota personale - leggo alcune opinioni in giro sui social e mi faccio la mia opinione: i bombardamenti isaraeliani sono assolutamente "scientifici", non casuali; tendono a fiaccare la resistenza morale dei palestinesi ed é per questo che vengono effettuati in prossimità del ramadan; loro li chiamano "mirati", appunto...mi arriva un tweet in risposta ad un mio tweet - in gergo dicasi che il mio tweet é stato reetwittato -, è quello di Shahd Abusalama, attivista, attrice, scrittrice palestinese di stanza in Inghilterra, a Sheffield, la quale mi ringrazia e mi dice che il suo popolo é sotto le bombe; li dico che sono onorato di avere una sua risposta, poi manda un suo tweet, in cui dice che un suo amico, vicino di casa della famiglia, é rimasto ferito: io li dico che il mio cuore piange per il suo amico; poi mi scrive: gli israeliani avvertono prima di bombardare; io li rispondo, in inglese, con sarcasmo:"israeli armies...they're very kind, afterwards!"/ in fondo le forze israeliane sono gentili! E come colui che, pur vedendo la porta della tua casa aperta, chiede permesso prima di entrare ma...poi, alla fine, nella tua casa entra ugualmente, anche se il permesso di entrare non glielo hai concesso. Sono preoccupato, ho paura di aver mancato di rispetto a Shahd e al popolo palestinese: il sarcasmo, nella traduzione dall'italiano all'inglese potrebbe essere travisato da qualcuno; inoltre, ne sarei immensamente dispiaciuto perchè quella ragazza, come tanti suoi connazionali, ha sofferto troppo per meritarsi questo da qualcuno, me compreso: il padre di Shahd è morto nelle carceri israeliane, sua sorella è rifugiata in Belgio, lei stessa ha vissuto per molto tempo in un campo profughi ed è, adesso, una "palestinese che non può tornare"). Anche il loro cibo preferito, maqloubeh, fa riferimento al rovesciamento del regime sionista ed é considerato una attività politica (nota personale: probabilmente al pari, se no di più, dell'indossare il kefiah - copricapo tradizionale della cultura araba e mediorientale in genere - o dello sbandierare il quadricolore della Palestina: anche bambine sono state malmenate, aggredite ed addirittura arrestate in passato per averlo fatto), poiché deve essere restituito al vassoio. Pertanto, la moschea di Al- aqsa è più tesa che mai durante il ramadan, ma quest'anno si sono verificati eventi più recenti. Vi sono numerosi precedenti di occupazione sionista nell'anniversario della moschea di Al-Aqsa. La moschea è la red-line dei palestinesi e, per evitare che ciò accada, sono venuti alla moschea da ogni parte il giorno prima della manifestazione. I sionisti li hanno bloccato la strada ma hanno abbandonato la loro auto e si sono avviati a piedi verso la moschea. Quella notte, che fu anche la notte dei palestinesi, tutti rimasero nella moschea per impedire l'aggressione sionista. La promessa dei sionisti era di arrivare alle sette del mattino e dal momento in cui arrivarono sono cominciati gli scontri. La moschea è stata bombardata e negli scontri centinaia sono rimasti feriti. Hanno cercato aiuto, i palestinesi, da altri palestinesi, dal mondo arabo e dai musulmani (nota personale: esiste una diaspora giudaica ma esiste una diaspora palestinese, nel mondo: dal continente americano all'Oceania, passando per l'Asia; me ne sono reso conto in queste settimane e...meno evidente e meno nota dell'altra, eppure esiste e non é meno "dolorosa": racconta di un popolo estromesso dalla sua terra; da quella terra che i suoi avi abitavano ancor prima degli altri!). La loro resistenza continuò e gli ebrei sionisti non osarono entrare nella moschea e si dispersero. Questo incidente è stato uno degli eventi più importanti. Sheikh Jarrah è il nome di un quartiere a Gerusalemme est (nota personale: non meno importante è quello di Silwan, posto sulle alture della città) dove i sionisti hanno cercato di "giudaizzare" l'area e hanno pianificato di impadronirsi e occupare quelle case con la forza (nota personale: la loro è una occupazione "scientifica" o scientificamente pianificata nel corso degli ultimi die...settanta anni, almeno; essa prosegue lentamente ma inesorabilmente al fine di scardinare la identità culturale, religiosa e familiare arabo-palestinese. Mi ricorda una "soluzione finale" di teutonica origine, una sorta di pulizia "etnico-religioso-territoriale": è un processo molto meno appariscente - non così tanto, tuttavia, se si leggono le scarne ma impietose cifre riguardanti vittime, arresti, torture, soprusi continui, assassinii, occupazioni di terre, espropri di case, abbandono e isolamento, bombardamenti - ma non meno destabilizzante; mi ricorda anche il vecchio colonialismo - soprattutto quello francese in Africa, nel Maghreb, ma anche quello britannico-boero-tedesco nell'Africa del Capo, quello dei belgi nel Congo attuale, quello degli aborigeni nel continente australiano, degli indiani nativi nel continente americano - che tendeva a sradicare l'identità dei popoli indigeni al fine di accaparrarsi della loro stessa "anima"...ci sarà mai, mi domando, una Little Big Horn per gli israeliani?). Gli abitanti di Sheihk Jarrah erano solo venticinque famiglie, ma erano un piccolo esempio dell'oppressione della Palestina nel 1948. Quindi, non erano solo venticinque famiglie ma rappresentavano tutti i palestinesi sfollati dal 1948. E' stata la somma di questi due eventi che ha segnato l'evento". Gerusalemme, prima del 1948, data miliare non solo per Israele ma anche per i palestinesi, purtroppo, rappresentava la parte neutrale, per così dire, all'interno dell'enclave arabo-israeliana: o meglio, una sorta di stato cuscinetto tra le due "compagini" in campo, sotto la custodia dei britannici i quali, alla fine, dovettero abbandonare il campo (il mandato) no per decorrenza dei termini (come si è soliti affermare in ambito legale e giudiziario) bensì per manifesta inferiorità...palese incapacità a risolvere la questione. In poche parole se ne lavarono le mani, come lo stesso Ponzio Pilato, il più famoso prefetto della storia dell'uomo, aveva fatto nel I° secolo a. C., dando in mano ai leoni (erano proprio, neanche a farlo apposta, i sadducei, ovvero gli aristocratici giudei del tempio) Gesù Cristo: sancendone, de facto,  con quel gesto, la successiva crocifissione. Ma i britannici non avevano le mani pulite, allo stesso modo in cui (come raccontano i Vangeli) non dovrebbero essere considerate tali quelle di Pilato.
     - Balfour e il 1917 - Il 1917 viene considerato dagli storici un anno importantissimo. Questo è il parere, ad esempio, di Furio Biagini che su Eunomia, Rivista semestrale di Storia e Politica internazionali, pubblicata ad opera dell'Università del Salento di Lecce, il 2 novembre del 2017 (nel 100°anniversario, cioé, della Dichiarazione Balfour/Balfour declaration), parla di quell'anno come di "un anno cruciale", appunto; per i seguenti motivi: l'entrata in guerra (la grande guerra) degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell'Intesa (Russia, Inghilterra e Francia, poi coadiuvate da Italia e Giappone ancor prima che dagli Stati Uniti); lo scoppio della rivoluzione bolscevica in Russia (a ottobre) che sancì, in pratica, l'abbandono da parte di quella della suddetta alleanza; la dichiarazione Balfour, come detto. Gli inglesi giocarono un ruolo importante, come sempre; ma anche mostrarono un atteggiamento a dir poco equivoco...utilitaristico: anche questo è accaduto spesso, nel corso della storia. "Il 6 aprile ", scrive Biagini, "gli Stati Uniti entrarono in guerra contribuendo, in maniera decisiva, a mutare il corso del conflitto, ma, soprattutto a modificare l'idea politica che i rapporti tra le nazioni si basassero esclusivamente sulla forza e non anche sul diritto. Per di più, l'intervento statunitense andava oltre i problemi strategici contingenti, inaugurando quello che potremmo chiamare il "secolo americano", l'inizio di un futuro radicalmente diverso per il mondo intero". In calce a quanto scritto, Furio Biagini aveva prima inserito (dopo il titolo del paragrafo che fa "L'anno che ha cambiato la storia") lo stralcio di un discorso di Woodrow Wilson, all'epoca presidente degli Stati Uniti, tenuto di fronte al senato il 22 gennaio 1917 (solo due mesi prima dell'intervento in guerra americano): "Nessuna nazione cercherà di estendere la sua politica su ogni altra nazione o popolo [...]; ogni popolo sarà libero di determinare la propria politica, dal più piccolo al più grande e potente".
     - "E mangiamo terra, se abbiamo fame...e non ce ne andiamo. E con sangue puro, non saremo avari. Qui abbiamo un passato, un presente, un futuro. Ecco la mia patria Palestina. Non ho patria tranne me e non ci sono persone tranne me". (Nona Nina - nonanina46 su instagram).
     

     
  • 02 aprile 2021 alle ore 8:33
    La via dei cipressi

    Come comincia: La strada che porta al fiume, vicino la casa matta dove sta un binario morto. Un giorno ci passaron due ragazzi, dopo la squola. Mentre camminavano, mano nella mano, lei fece a lui:
     - Baciami!. - Lui si fermò, li disse:
     - Si! Ti bacio! - Dopo i due ragazzi ripresero a camminare, allo stesso modo di prima. Arrivarono dove sono due cipressi: in paese li chiamavano i lunghi grattacieli che guardano; eran così, davvero...parevano aver gli occhi, altissimi, quasi a toccare il cielo; sembrava che ti spiassero quando incrociavi la loro vista. I due ragazzi si fermarono proprio davanti ai cipressi. Lei disse al ragazzo:
     - Mai visto due cipressi tanto alti!
     - Neanche io! - rispose lui. - I due così si voltarono e ripresero a camminare. D'improvviso una folata di vento e i cipressi cominciarono ad agitarsi, sempre più forte: sembrava dovessero cadere da un momento all'altro, stramazzare al suolo come due corpi inermi. I due ragazzi si fermarono e tornarono indietro, richiamati dallo scroscio degli alberi. Poi tutto cessò. Forse i cipressi avevano sentito e forse - chissà - oltre ad aver gli occhi per osservare avevano anche le orecchie per ascoltare, dentro di loro, ed erano stati a sentire le parole dei ragazzi. Quella è la via dei cipressi. Due cipressi solamente vi si incontrano; in paese tutti li chiamano i lunghi grattacieli che guardano, ora diranno anche che ascoltano. E' da tanto che sono la, su quella strada; da più di cent'anni. La via dei cipressi è una via solitaria ma in paese la conoscono tutti: forse è per questo che nessuno ci passa più.

    Taranto, 1 aprile 2021.
     

     
  • 27 marzo 2021 alle ore 15:10
    Nombres (nomi)

    Come comincia: Questo racconto (articolo) o meglio ancora sarebbe definirlo una "rassegna" (sebbene il termine sia poco simpatico a me, visto l'assonanza con la parola parata che sa di dolce...qualcosa di militare!) è frutto di letture alquanto disordinate (per mancanza di tempo, sovente, ma anche - a volte - di voglia e di stimolo a farlo, cioè a leggere o a ricercare), di ricerche effettuate un po' ovunque (a casaccio, tra materiale in mio possesso così come nel web ed anche tra i social, o sparando...cercando, cioé, nel mucchio come spesso mi è accaduto o mi capita di fare per alcune altre cose nella mia vita e in determinati frangenti della stessa). Ne è uscito fuori (meglio sarebbe scrivere, però, "ne sta uscendo fuori", visto che il tutto sta avvenendo quasi in "tempo reale", si cormpone come un puzzle, pezzo dopo pezzo) un qualcosa che spero possa essere utile (per qualcosa ed anche a qualcuno). L'ho voluta titolare [la rassegna] usando un vocabolo che ritengo sia adatto ed esaustivo al contempo, ossia "nombres" il quale nella traduzione dallo spagnolo (idioma più convincente, spesso, in casi come questo, rispetto a quello anglosassone: forse più caldo... efficace e rafforzativo alla bisogna, direi!) sta per nomi: nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, da portare all'attenzione, alla memoria, alla riflessione di quanta più gente possibile; perchè è di loro che la storia di ognuno di noi è fatta; nomi, appunto, o storie di nomi...nombres, di persone anonime come di quelle più note: nombres di storie accadute realmente; a volte conclusesi bene (o andate a buon fine), altre invece drammaticamente male, ovvero col fatal evento, la morte: perchè la vita è vita, certo, ma anche è morte; un alternarsi di gioie e dolori, un alternanza di nascite e lutti. 
    - Fiona Nalukenge (7 anni) - Primo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Fiona è orfana, vive con la nonna e tre dei suoi fratelli. Sono fuggiti dal villaggio di origine a causa di un'anomalia genetica, l'albinismo, che ha colpito questi bambini. Nei villaggi più remoti del Paese questa condizione è vista come portatrice di sfortuna e i bambini hanno sofferto l'isolamento sociale. Nonostante una vita davvero difficile Fiona è una bambina intelligente, disciplinata e determinata, con un grande desiderio di studiare. Per aiutare questa famiglia, così provata e priva di mezzi economici, abbiamo accolto Fiona nel collegio della scuola (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     -Elias Migombe (13 anni) - Primo anno di scuola secondaria/aprile 2018 - E' stato abbandonato dai genitori ancora piccolo e da allora ha vissuto con la nonna paterna, che lo ha cresciuto lavorando duramente per riuscire a mantenerlo e pagargli la scuola primaria. Con l'avanzare dell'età e dei problemi di salute la nonna non è stata in grado di lavorare né di provvedere al nipote. Elias è andato a vivere con uno zio, che però deve già mandare a scuola i suoi figli e non può pagare al nipote le rette scolastiche, più gravose nella scuola secondaria. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Timothy Rukenya (11 anni) - Terzo anno di scuola primaria/aprile 2018 - Timothy è orfano di entrambi i genitori e vive con un fratello maggiore nella casa in cui è nato ed ha sempre abitato. A pranzo mangia alla mensa della scuola, mentre la sera cena a casa di una zia che vive nel suo stesso quartiere. La mamma è mancata da poco; lavorava come lavandaia per provvedere ai suoi figli, ma per mandarli a scuola ha sempre avuto bisogno di aiuto. Ora che la mamma non c'é più, questi bambini hanno bisogno di un maggior supporto. (a cura di ufficio sostenitori Italia-Uganda onlus).
     - Nathaniel Woods (43 anni) - Condannato a morte per triplice omicidio: la sua condanna è stata eseguita all'interno dell'Holman Correctional Facility di Atmore, nello stato dell'Alabama, nel sud degli Stati Uniti, il 5 marzo del 2020, tramite iniezione letale di pentobarbital. L'uomo si era dichiarato innocente: l'accusa che lo ha condannato era di aver ucciso i tre agenti di polizia che avevano fatto irruzione (il 17 giugno del 2004 a Birmingham, in Alabama) nella casa in cui egli si trovava per motivi di droga. In quella casa si trovava anche Kerry Spencer che in seguito ha più volte dichiarato - egli stesso - di essere stato l'unico autore materiale del crimine, discolpando Woods. Al processo, dove - tra l'altro - su dodici giurati solo due erano di colore come Woods, la sentenza di colpevolezza non fu unanime (dieci giurati contro due si dichiararono favorevoli ad essa) ma l'Alabama è uno degli Stati (tra quelli in cui è prevista la pena capitale) il cui ordinamento penale non prevede che necessiti l'unanimità per dichiarare la colpevolezza di qualcuno e la sua condanna a morte. Kerry Spencer è stato anch'esso condannato a morte (anzi, alla luce di come andarono i fatti, nel 2004, sarebbe dovuto essere l'unico a subire la condanna) e risiede attualmente nella death row (braccio della morte), all'interno della stessa casa di detenzione in cui è stato "eseguito" Woods, in attesa della esecuzione della sua condanna.
     - Mariama - Mariama era incinta di sette mesi quando è scappata durante un attacco degli estremisti al suo villaggio: dopo l'uccisione di alcuni operatori umanitari nel mese di agosto 2020, si sono inasprite le incursioni da parte di gruppi armati che terrorizzano vecchi, donne e bambini. Giunta a Tillabery, dipartimento posto a sud-est del Niger, Mariama ha partorito dopo pochi giorni in solitudine perché il Centro di Salute più vicino era chiuso a causa della pandemia in atto. Tutto il Paese è in preda a una grave crisi: le misure anti covid attuate hanno aggravato le condizioni economiche e socio-sanitarie in cui versava, già da tempo. A farne le spese la popolazione ed i più deboli, a causa della scarsità di acqua potabile e cibo. A causa del rialzo dei prezzi dei beni di primaria necessità, inoltre, migliaia di famiglie hanno perduto il loro (già) misero reddito e molta gente è costretta a vivere per strada, senza fissa dimora. Tra giugno ed ottobre il Paese ha subito anche inondazioni che hanno distrutto abitazioni, rovinato i raccolti e diffuso la malaria, la quale sovente colpisce i più piccoli malnutriti. Nel dipartimento di Tillabery, ben venticinque Centri di Salute hanno dovuto chiudere i battenti e a risentirne sono proprio i bambini nei primi anni di vita, causa le complicanze della malattia che per loro sovente divengono letali. Quando il medico della nostra clinica mobile è arrivato nel campo profughi, la bambina di Mariama era in fin di vita, causa una infezione intestinale provocata dalla malnutrizione. Grazie alla somministrazione di cibo proteico (nota personale: trattasi, in genere, delle cosiddette buste terapeutiche "plumpynut" contenenti latte in polvere, zucchero, vitamine, burro di arachidi, e che io chiamo spesso "bombe ad orologeria" visto il loro potere altamente energetico, quasi a...presa rapida!) e alle cure mediche, la figlia di Mariama (Colette) ha preso peso (ben tre chili in dieci giorni) superando la crisi. Mariama ha ricevuto le indicazioni atte a prendersi cura della sua bambina e sa ora a chi rivolgersi. Nel dipartimento di Tillabery ci sono oltre tremila bambini come la figlia di Mariama che versano in condizioni di malnutrizione. (da: "Bollettino di FONDAZIONE COOPI-COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ONLUS") - novembre 2020.
     - Hassan e sua madre - Hassan ha soltanto undici giorni di vita e sebbene sia appena nato, ha già dovuto sopportare il peso della crisi umanitaria in corso nello Yemen. Lui...  
     

     
  • 25 marzo 2021 alle ore 7:58
    Lavorare di lingua, conviene

    Come comincia: Non ero mai stato al "Paradise", alcuni miei amici invece erano stati in quel locale tantissime volte; spesso mi avevano anche invitato a seguirli:
     - Dai, Norman! - dicevano. - Non farti pregare! Vieni con noi e non te ne pentirai, li si abborda facile! - In effetti il locale, uno dei tanti che animano la vita notturna nella periferia nord della città, ha la nomea di essere un vero e proprio alveare ricco di miele...di api regina che altro non attendono se no di essere infilzate da qualche calabrone di passaggio. Sono sempre stato un tipo tranquillo nella mia vita ed avevo fino ad allora sempre fatto orecchie da mercante agli inviti degli amici. Non sono affatto una persona timida, tuttavia mi piace stare semplicemente sulle mie e preferisco dare agli altri la sensazione di essere schivo, tanto da poter apparire, forse, anche altezzoso e scostante talvolta, piuttosto che mettermi in mostra. Una sera d'estate, però, decisi di "darci un taglio", come suol dirsi, e prendermi una piccola libera uscita...una botta di vita inusitata, insomma. Da due anni oramai vivo da solo in una dépendance carina e confortevole, sulla Hamilton Parkway, vicino Borough Park a Brooklyn: da quando, cioé, mia moglie Joan ed io ci siamo separati e lei andò a vivere, insieme a nostra figlia Reby, con un uomo più giovane, poco fuori New York. Era un sabato e tornato a casa da lavoro (da diciassette anni faccio il capo cantiere per una grossa ditta edile che costruisce palazzi in città e in altri centri urbani vicini dello stato), mi diedi una ripulita, poi cenai e vidi un po' di tivù. Dopo alcune ore (si erano fatte nel frattempo le ventidue), scesi in strada e al bar sotto casa mi feci un paio di whiskey dry; dopo di che - con tutta calma - mi avviai verso il Paradise. Il locale si trova dalla parte opposta della città, rispetto alla mia abitazione, e visto che la "vita" non comincia mai prima della mezzanotte, decisi di raggiungerlo a piedi: avevo tempo (nessuno mi correva dietro, infatti!), pure avevo l'occasione di smaltire meglio la cena e i whiskey appena prima ingurgitati. Al ritorno, casomai, avrei preso un taxi o la metro. Arrivai al locale verso la mezzanotte e trenta. Accesi una sigaretta, prima di entrare. Era la prima volta, in vita mia, che capitava: di entrare, cioè, in un locale di strippers; ed ero abbastanza teso. Una volta entrato, presi posto su un tavolino distante dalla pedana su cui si stavano esibendo due ragazze: una di colore (il suo nome era Leanne, seppi dopo), l'altra era lei, Linzi, una mora statuaria e bellissima. Il tavolino su cui sedevo era defilato rispetto agli altri, quasi nacosto in un angolo dalle luci più soffuse (lo avevo scelto per questo, in fondo). La ragazza, però, mi adocchiò quasi subito. Dopo aver fatto sull'asse d'acciaio sopra la pedana alcune piroette da far venire i brividi...un cerchio alla testa, si girò verso di me e (mi) fece l'occhiolino con l'occhio sinistro. Stetti al gioco, li risposi facendolo con quello destro. Alla fine del suo numero scese dalla pedana su cui si era esibita, andò nel camerino sul retro del locale e dopo qualche minuto ricomparve e si avvicinò a me. Sembrava una pantera; indossava uno slip nero attillatissimo ed un reggiseno rosso dal quale i suoi seni, grossi ma turgidi, trasbordavano parecchio: da vicino era ancora più sexy, affascinante e arrapante...di quelle che ti viene duro in un baleno. Mi disse:
     - Ciao! Sei nuovo quì, vero? Mi chiamo Linzi.
     - Si! - risposi io. - E' la prima volta. Tanto piacere, sono Norman! - Sembravo un po' impacciato, lei se ne accorse ma invece di mettersi a ridere e a burlarsi di me, mi mise a mio agio con le sue parole:
     - Dai Norman, c'è sempre la prima volta per ogni cosa. Sei un matusa ma avrai certamente le tue doti nascoste! (Probabilmente la ragazza si riferiva a ciò che l'uomo aveva sotto i pantaloni, anzi era sicurissimo proprio come lo è altrettanto che la luna sia tonda invece che quadra, che alludesse a quello!).
     - Cazzo! - pensai dentro di me. - Oltre ad essere uno schianto, questa ragazza è anche in gamba. - Presi allora coraggio e domandai:
     - Cosa prendi? Ordina pure qualsiasi cosa e...resti inteso che paghi tutto io - Lei fece:
     - Norman, sei davvero gentilissimo! Prendo un bloody Mary doppio ma faccio...pago io, quà si usa così coi principianti!
     - D'accordo! - esclamai. Poi dissi:
     - Raccontami qualcosa di te, mi fa piacere stare ad ascoltarti - Così Linzi cominciò a raccontare (lo fece per parecchio...sembrava un fiume in piena!):
     - Lavoro al "Paradise" da tre anni, mi alterno con altre sei ragazze che hanno la mia stessa età. Lavoriamo sei sere alla settimana. E' snervante tutto ciò ma ho fatto l'abitudine, ormai. Alla fine del turno sono distrutta, ma spesso faccio i miei "extra", come le altre...li faccio senza farmi pagare con quelli che mi piacciono. Sai qual'é la frase che la metà dei clienti passati per il locale ripete? (Linzi aveva cambiato tono, repentinamente, ed anche espressione: era sempre bella, tuttavia appariva moltissimo arrabbiata. Non la interruppi e lei continuò a parlare). "E' la prima volta che vengo quì. Sono capitato da queste parti per caso, non avevo idea che facessero spogliarelli e altre cose immorali del genere nel locale, altrimenti sarei...". Detesto quegli uomini, la loro ipocrisia. Noi strippers siamo contente che vengano quì, ci mancherebbe altro! Lo siamo che entrino nel locale piuttosto che vadino in un'altro, in fondo: alla fine sono tutte mance in più sul piatto. Mi chiedo sovente e volentieri perché mai debbano spudoratamente mentire a quel modo? - continua Linzi. - vengono a rifarsi gli occhi, sbavando dietro al nostro culo e alle nostre tette e poi magari li ritrovi nel cesso a smanettarsi il cazzo! Molti lo fanno per sfuggire alle loro mogli grasse e brutte; per evadere dal loro menage matrimoniale, che a volte è diventato asfissiante. Ma hanno paura, in fondo, della moglie ed anche - chissà - che qualcuno li faccia fessi, per cui non ammettono apertamente che li piace frequentare posti nei bassifondi come il "Paradise"; e neanche ti dicono mai il loro vero nome - A questo punto la interruppi e domandai:
     - Linzi, spero che non penserai questo di me? -
     - Ma no, dai! Tu sei diverso, lo sento a naso! - esclamò lei sorridendo.
     - Davvero? - Feci allora io.
     - Certo! - ribatté lei. - Ho il naso lungo io, lo è ancor più di quello d'un elefante! Fiuto tutto...le persone eppoi mi hai detto subito il tuo nome, senza esitare un sol momento!
     - Grazie! - replicai io. - Devo confessarti che sono separato da tempo ed è davvero la mia prima volta. Miei amici invece ci sono stati spesso, quì, e mi hanno molto raccontato sul locale: sono venuto per verificare di persona se sia vero ciocché m'hanno raccontato.
     - Hai fatto bene! - disse lei. - Anzi, più che bene! (aveva capito a cosa alludessi). - Dopo ti faccio provare una cosina molto piacevole se ti va - Non dissi nulla questa volta e Linzi, adesso molto più distesa, riprese a raccontare disinvoltamente di sé.
     - Sono una lussuriosa e me ne vanto. Amo il sesso, l'ho amato sin da ragazzina in ogni sua sfaccettatura e mi piace farlo in ogni modo. A quindici anni avevo già tutti gli attributi al posto giusto e in breve cominciai ad usarli nel modo giusto ed il più piacevole possibile. Non ricordo, però, neanche minimamente quanti amanti abbia avuto né con quanti uomini abbia fatto l'amore sino ad oggi (Linzi non ha neanche trent'anni...forse ne ha ventotto, non di più ma ne dimostra molti di meno). Cosa c'é di strano in questo? Tantissima gente invece pensa che lo sia parecchio e anche quanto sia immorale o peccaminosa 
    la mia condotta di vita. Non vi trovo nulla di ciò in essa; non vi è niente di sbagliato nel piacere: tanto nel darlo, quanto nel riceverlo. Penso che sbagliato sia invece come la società si comporti eppure la gente che ne fa parte. Se una ragazza, ad esempio, mangia a tavola sino a scoppiare oppure possiede un appetito fuori dal comune e tale da rasentare, a volte, l'ingordigia è una buongustaia per tutti, tutt'alpiù è tacciata di essere eccessivamente stravagante, mentre è ben diversa la musica qualora faccia indigestione di sesso, di uomini e di cazzi: diventa subito nel giudizio comune una puttana! Io sono contenta di essere quello che sono, così come sono perché, in fondo, sono sempre stata sincera ed onesta con me stessa e con gli altri. Cercherò di essere per tutta la mia vita così. Ho anche avuto molte proposte di matrimonio ma ho sempre rifiutato perché so che tradirei mio marito alla prima occasione e penso non sia giusta cosa; lo farei tutte le volte che dovesse capitarmi e con chiunque dovesse piacermi. L'ho fatto anche con due uomini insieme e lo farei anche con una donna o con più di una, se ne avessi occasione. Viva la libertà sessuale, quindi, e l'amore libero in forma di piacere e godimento. Sia chiaro, tuttavia, che non giudico male le altre donne, quelle cioé che seguono una strada diversa dalla mia, praticano scelte diverse attuando una opposta condotta di vita a quella che conduco io. Sono una libertina ma no una irresponsabile incapace di leggere tra le righe della realtà e del mondo circostante. Sono riuscita ad aprirmi in questo modo con te, Norman, e a confidarmi come non mi capitava da svariato tempo. Spero che non mi giudicherai male né penserai che sia soltanto una troia! - esclamò così, Linzi, al termine del suo lungo con...raccontarsi.
     - No! Non lo sei! - dissi io. - Fai liberamente e senza inibizioni quello che ti piace fare e che, probabilmente, molte donne (o uomini) vorrebbero fare ma preferiscono non farlo, per un motivo o per un'altro, oppure non ne hanno il coraggio. Ma anche se tu fossi la peggiore puttana di questa terra non ti giudicherei mai male: chi sono io, in fondo, per farlo? Non sono né un cristo senza croce né un moralista da strapazzo. - A quel punto Linzi si allontanò per alcuni minuti, andando nel suo camerino a cambiarsi di nuovo, poi tornò da me, mi prese per mano ed esclamò:
     - Andiamo! - senza proferir parola alcuna mi lasciai condurre da lei. Camminammo cinque minuti appena e due isolati più avanti rispetto al Paradise entrammo in un portone illuminato a giorno e ci dirigemmo all'ascensore. Era un condominio di lusso, insolita cosa per il quartiere in cui si trova, tenuto molto bene (lo si vedeva dalle rifiniture delle pareti, dall'arredamento, dalla moquette nell'ascensore). Arrivammo all'ottavo piano ed entrammo nell'appartamento di Linzi. Lei portava una camicetta rosa, sbottonata sino all'orlo dei seni, e una cortissima gonna con lo spacco nel mezzo. Non indossava né reggiseno né mutandine (le aveva tolte nel camerino, al Paradise: voleva già essere pronta per l'uso, probabilmente!). Lentamente si tolse di dosso gli abiti, ma mantenne le scarpe coi tacchi alti ai piedi. Poi mi domandò:
     - Hai mai lavorato con la lingua? E' un mondo a parte, credimi. Si può godere fino a morire di piace...senza limiti.
     - No! - secco gli risposi. - Con mia moglie ho praticato solo cose tradizionali, quasi per abitudine. Il sesso non ci prendeva più né ci soddisfaceva tanto, oramai, soprattutto negli ultimi tempi del nostro matrimonio. Io sopra di lei col mio uccello dentro la sua fica e al massimo poi...una sborrata sul suo ombelico.
     - Non preoccuparti, Norman! - mi disse lei rassicurandomi ancora una volta e mettendomi a mio agio. - Nessuno nasce prof a questo mondo. Le cose si imparano provandole, poco per volta. Seguimi e magari ti piacerà darmi piacere e sentirne dentro di te, nel mentre lo dai a me. Linzi si adagiò sul divano nel salotto, allargò poi le sue gambe ed esclamò a gran voce:
     - Dai, comincia, vecchio! Leccami il clitoride, leccamelo per bene, su! Fallo e mi farai morire di piacere! - Così mi piegai su di lei e cominciai a leccare sopra la sua fica con la mia lingua (nel mentre lo facevo gliela allargavo dolcemente poggiando l'indice ed il pollice della mano destra sui bordi), da destra a sinistra e poi dal basso verso l'alto, dapprima lentamente e poi con maggior frequenza; la mia lingua sembrava un cuore pulsante, che batte e freme all'unisono mentre Linzi - da par suo - cominciò a gemere facendolo talmente forte che io temetti, per un attimo, che le pareti della stanza ascoltassero e dicessero "Maleducati, vergogna!". Andammo avanti per una decina di minuti abbondanti. Dopo di che, Linzi mi disse:
     - Prova con le dita, adesso! - Allora infilai l'indice della mano sinistra nel buco della sua fica ma lei fece:
     - Fallo con due dita e spingi un po' più forte, non aver paura! - Li diedi retta e presi a farlo anche col medio. Dopo qualche minuto ansimò di nuovo eppoi squirtò abbondantemente: sembrava una fontana ed io il viaggiatore assetato che va ad abbeverarsi in un'oasi, dopo aver camminato a lungo sotto il cocente sole in pieno deserto. Mi bagnai dei suoi umori e non mi diede affatto fastidio, tutt'altro. Linzi mi guardò negli occhi e mi disse:
     - Hai fatto un cannilingus perfetto ed un lavoro di ricamo...di dita al bacio! Vedi che non è difficile, in fondo! Basta provarci, eppoi le cose vengono da sé! - Linzi aveva ragione, pensai dentro di me. A quel punto lei si sollevò di scatto e senza neanche darmi il tempo di muovermi né di dire qualcosa, mi prese per le braccia scaraventandomi vicino alla parete. Dopo cominciò a leccare la cappella del mio uccello (il quale, nel frattempo, era diventato duro come il marmo bianco che cinge l'urna della tomba della mia povera mamma al cimitero), poggiando dolcemente la sua mano destra sotto i miei testicoli, nel mentre lo faceva. Una linguata dopo l'altra, dall'alto verso il basso e viceversa sino alla...nona (come le sinfonie di Beethoven perfettamente eseguite da Herbert Von Karajan!), quando fui io ad ansimare di piacere e a sborrare sul suo viso. Poco prima gli avevo donato godimento con la mia lingua e le dita, lei era stata adesso a ricambiare il favore: un dare e avere reciproco senza nessuna inibizione o freno né particolari preconcetti. Le stesse cose, pensai, che Linzi mi aveva detto quando eravamo al Paradise. La ragazza fece:
     - Vedi che bello...lavorare di lingua, conviene!
     - Sì! - esclamai io. - Adesso ne sono convinto! - Linzi si alzò in piedi e mi baciò sulla bocca, così lo sperma che aveva sulla lingua e sulla sua bocca si ricongiunse a me, almeno in parte. Dopo avermi baciato si mise un'asciugamano sulle spalle, poi si diresse verso il bagno. Mentre camminava, però, si voltò verso di me e disse, alzando la voce quasi gridando:
     - Torno subito, aspettami! - Io invece mi rivestii in fretta e andai via. Non sono più stato, dopo quella sera, al Paradise né ho incontrato Linzi da nessuna altra parte. So, per certo, che lei continuerà a lavorare con la sua lingua, a fare pompini; magari dopo che qualche altro (uomo o donna che sia, poco importa!) li abbia dato, a sua volta, piacere con la propria lingua, con l'uccello o con qualsiasi altra cosa, in un semplice e reciproco avvicendarsi di dare ed avere, appunto. Le stesse cose ascoltate proprio da Linzi, durante il suo racconto. Dopo essere uscito dal portone dell'appartamento della ragazza, fermai un taxi e mi feci riportare a casa. Era l'alba da poco ma il sole già faceva capolino sopra il cielo della "grande mela". Era anche domenica mattina e non sarei andato a lavoro. Lungo il tragitto, tra me pensai: "lavorare di lingua, conviene e d'ora in poi lo farò più spesso al posto di dire stronzate!".

    da: "Racconti erotici".

    Taranto, 24 marzo 2021. 

     
  • 13 marzo 2021 alle ore 0:51
    Quanto mi resta?

    Come comincia:                                                             Perché nessun diamante
                                                                smette mai di brillare
                                                                negli occhi di coloro
                                                                che lo hanno ammirato.

     - E' un giovedì qualsiasi, un giorno come tanti altri nella vita di Hans, modesto fattorino nella grande città. L'uomo sta camminando per strada, una via poco affollata in periferia: lo fa immerso nei suoi pensieri. D'improvviso sente qualcosa dentro di sé, nel suo corpo, che non va. Poi avverte una fitta in pieno petto, come una stilettata: dura soltanto un attimo. Poi ancora un'altra, più forte della prima. L'uomo questa volta emette un rantolo e si accascia a terra, privo di conoscenza. Un'ora dopo si risveglia, è disteso sul letto in una stanza del pronto soccorso, in ospedale. E' tutto intubato, ma riesce a parlare. Si avvicina a lui un medico e Hans chiede:
     - Dottore, cosa mi è successo? Mi dica, non ricordo nulla! Non sento più nulla! Il medico risponde, senza esitazione né giri di parole:
     - Hai avuto un attacco di cuore e la situazione è grave! Sei messo molto male, non... - l'uomo allora afferra per un braccio il medico con la sua mano destra e lo interrompe, domandandogli:
     - Quanto mi resta?
     - Non molto, purtroppo! - replica impietosamente l'altro. - Venti minuti, mezz'ora al massimo! Vuoi l'estrema unzione?
     - No! - risponde secco l'uomo. - Voglio che lei faccia una cosa per me, dottore!
     - Dimmi cosa? - chiede il medico. - Vedrò di accontentarti!
     - Mi piacerebbe riascoltare un brano, - fa l'uomo, - un'altra volta ancora, l'ultima, prima di andarmene da questo mondo.
     - Quale? - domanda il medico.
     - "Shine On You Crazy Diamond" ! - replica Hans. - Lo conosce anche lei?
     - Certo! - fa il medico. - Sono anch'io un floydian! E' un brano lungo, ce la farai?
     - Sicuro che ce la farò! Crede che voglia andarmene senza averlo fatto, cazzo? - esclama l'uomo.
     - Va bene! - risponde il medico sorridendo. Dopo aver detto ciò, estrae lo smartphone da una tasca del suo camice e chiama qualcuno. Un minuto dopo appena una ragazza coi lunghissimi capelli biondi si avvicina di corsa al medico e al letto ove giace Hans: è l'infermiera Greta, che ascolta i Pink Floyd sempre, quando è in servizio al pronto soccorso. La ragazza toglie dalle orecchie il suo auricolare Bluetooth e lo porge al medico. Questi lo prende e lo mette intorno alle orecchie di Hans. Poi va via, insieme alla ragazza. Tredici minuti più tardi (il tempo esatto della durata del brano) ritorna dall'uomo. Si avvicina al suo letto: Hans ha gli occhi spalancati e un sorriso stampato sulla bocca. Il medico ascolta il cuore dell'uomo, dopo li prende il polso per sentire il battito. Hans è morto. Il dottore li toglie l'auricolare dalle orecchie e lo mette in tasca. Poi li chiude gli occhi ed esclama:
     - Sei stato di parola! Hai fatto in tempo a riascoltare il tuo brano! Brilla ora, diamante pazzo! - Dopo chiama due inservienti e dice loro:
     - Pensateci voi, per favore!
     - Certo, dottore! - rispondono i due. Dopo si avviano verso il letto su cui giace Hans. Il medico, a sua volta, si avvia all'uscita del pronto soccorso. Quando esce incontra Greta, la prende per mano e assieme si avviano alla macchina. Entrambi hanno terminato il turno in ospedale: l'infermiera è la ragazza del medico. Quando sono in macchina si guardano per un attimo negli occhi, senza dirsi nulla; poi l'uomo dice alla ragazza:
     - Per fortuna esiste ancora qualcuno che sa come andar via da questo mondo! - La ragazza sorride e l'uomo allora avvia la macchina: li aspetta la cena e una buona bottiglia di vino; gli occhi della ragazza brillano e...proprio come brilla il diamante del brano dei Pink Floyd.

    Taranto, 12 marzo 2021.
     

     
  • Come comincia: Dedicato a mio padre; in sua memoria, in memoria di tutti i "ragazzi del 1919 e del 1920", morti in mare per la maledetta Patria e di quella di tutti i compagni della "Croce rossonera Anarchica", morti o imprigionati ingiustamente. 

     La mia prima volta a Roma fu...è stato come quando ti fai la prima sega o ti prendi la prima cotta; come la prima volta con una donna (o con più d'una per volta, quando accade, o con un uomo o con entrambi assecondando i propri gusti, le proprie tendenze ed i propri orientamenti sessuali), o come quando impari ad allacciarti le scarpe, ad aspirare la prima sigaretta (magari a farti pure la prima canna!), a raderti per la prima volta: una volta che lo hai fatto, insomma, non dimentichi più, ovvero si stampa nel tuo dna di essere vivente (nel mondo animale è stabilito che avvenga qualcosa di simile per "imprinting", appunto), ti resta fisso nella testa il ricordo tal quale ad un lampo che resta sempre acceso e...non si spegne neanche dopo che vi è stato il tuono. Era l'estate del 1980 (anzi, dovrei scrivere che essa correva: tutte le estati in certo qual modo corrono, lo fanno a doppia andatura rispetto alla vita stessa, spesso sorpassandola nella corsia d'emergenza), cadeva il mese di agosto: prima del ferragosto. Fu una strana estate, quella, ed anche per certi versi maledetta, seppure a suo modo indimenticabile, irripetibile: dapprima la tragedia di Ustica, avvenuta sopra il cielo della Sicilia (uno dei tanti, dolorosi misteri insoluti della contemporanea storia italiana); e dopo la strage alla stazione di Bologna: una delle tante stragi di matrice "nera" , sporca di verità politiche e giudiziarie a volte sottaciute (i silenzi, più o meno noti di Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, nonché dell'intellighènzia della democrazia cristiana, ma anche quelli, non meno colpevoli, di gran parte delle altre forze politiche parlamentari dell'epoca), di collusioni con lo Stato, con i servizi segreti "deviati", con la malavita organizzata e, chissà, con chi...cos'altro; invero, una delle tante stragi avvenute in Italia che affondano radici ben lontano nel tempo, risalgono molto indietro...a quel nostrano "ground-zero" (intercalare di matrice anglosassone, principalmente americana, divenuto tristemente usuale dopo l'attentato alle Twin Towers di New York, o Torri Gemelle che si voglia dire, dell'undici settembre del 2001) che fu Piazza Fontana (l'attentato avvenuto nei locali della Banca nazionale dell'agricoltura, in pieno centro a Milano, il 12 dicembre del 1969, che cambiò il corso della storia italiana e inaugurò, appunto, la lunghissima stagione delle stragi nel Paese): un denominatore comune lega quella alle altre stragi, visto che anche allora si volle fare una squallida (credo anche non casuale) opera di depistaggio. In quel caso, inizialmente, erano stati due incolpevoli compagni anarchici a farne le spese e lo fecero, purtroppo, seppure in maniera alquanto diversa, direttamente pagando, o meno, con la propria vita: in primis Giuseppe Pinelli, ex partigiano nella Brigata "Bruzzi Malatesta", dapprima garzone e poi ferroviere militante della disciolta "Crocenera Anarchica", il quale infatti morì misteriosamente precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto oltre le quarantotto ore previste dalla legge, sospettato di essere l'autore materiale della strage, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre del 1969 ("Quella sera a Milano era caldo./Ma che caldo che caldo faceva./"Brigadiere apra un po' la finestra./E ad un tratto Pinelli cascò": è l'incipit comune alle varie versioni della canzone anarchica "La ballata del Pinelli" tra cui la prima, scritta a più mani lo stesso giorno dei funerali dell'uomo, da alcuni militanti del circolo anarchico "Gaetano Bresci" di Mantova, di nome Ugo Zavanella, Giancorrado Barozzi, Dado Mora, Flavio Lazzarini, e poi modificata dal cantautore pisano Pino Masi e dal cantautore anarchico Joe Fallisi, entrambi vicini al gruppo comunista di Lotta Continua, e quella più famosa del cantautore bolognese Claudio Lolli, contenuta nell'album "La terra, la luna, l'abbondanza", del 2002); in secundis Pietro Valpreda, il quale fu, invece, "vittima di una  drammatica macchinazione" (così scrive Paolo Finzi, suo amico, nell'editoriale che lo ricorda, apparso su Rivista Anarchica pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nella abitazione milanese di residenza il 6 luglio del 2002). Egli era un ex ballerino (l'amore per la danza aveva cominciato a coltivarlo subito dopo aver espletato gli obblighi di leva) e in tale veste partecipò anche a una edizione del noto varietà televisivo della rai "Canzonissima", col balletto di Carla Fracci. La sua morte, è vero, avvenne a causa di una lunga e atroce malattia (cancro), ma l'uomo (ed il suo fisico, oltre che la sua testa) furono indubbiamente minati dalla ingiusta detenzione ("con il morbo di Burger", - malattia delle piccolo e medie arterie degli arti inferiori e superiori, di origine autoimmune o infiammatoria, la quale degenera talvolta in lesioni e cancrena - aggravato dalla detenzione", scrive Finzi, "Valpreda non può più proseguire la sua carriera di ballerino") e dalle estenuanti vicende giudiziarie che lo videro protagonista (un iter lungo ben diciotto anni, che si concluse con l'assoluzione nel 1987 dopo tre processi, di cui due a Roma e uno a Catanzaro). "Per molto tempo l'incubo dell'ergastolo prolunga la sua ombra sulla sua vita quotidiana", scrive Finzi (non ha torto, aggiungo. Io stesso, seguo da un paio di anni vicende di detenuti rinchiusi nella "death-row", il braccio della morte, in attesa della loro esecuzione: l'attesa è qualcosa che uccide, corrode chi la subisce ancor più della condanna stessa!). Valpreda, a mio avviso, era forse morto (inconsapevolmente, chissà) già molto tempo prima di quanto non dica la data stessa del decesso materiale. Forse da quel 12 dicembre, tre giorni prima del suo arresto: "il 12 dicembre 1969 Valpreda è a casa della sua prozia Rachele Torri e vi rimane tutto il giorno, ed anche i successivi, febbricitante. Non ha piazzato lui la bomba nella Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana. Non ha fatto niente, perché è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. Ma il 15 dicembre, mentre si reca in Tribunale per una piccola pendenza politica, viene arrestato. Il giorno dopo, Pinelli farà il "volo" di cui detto, ma non avendo - purtroppo - né le ali né tanto meno un paracadute di servizio a bloccarlo...ad attenuarne gli effetti! C'è chi dice che non erano degli "stinchi di santo", Valpreda e Pinelli: possibile, anzi, possibilissimo (non sta a me giudicare, in questo mio scritto che è dedicato innanzitutto a istantanee, o flash-back di memoria, e a varie impressioni - "temporali" - annesse), come ognuno di noi, del resto. Nessuno è perfetto, a questo mondo (chi scrive ha tantissimi "scheletri" rinchiusi nel cassetto di cui non andare di certo fieri!), e lasciamo anche da parte la parabola evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra", ma mi sento di dire - facendolo senza ombra di dubbio alcuno - che nessuno meriti di finire i giorni suoi cadendo dal cornicione d'una finestra (per cause non dipendenti dalla propria volontà: in questi anni, durante i quali mi sono avvicinato alle vicende di Pinelli e Valpreda nonché all'anarchismo in genere, ho anche sentito affermare, da molti, che Pinelli sia "stato suicidato", appunto!), oppure rinchiuso in galera per qualcosa che non ha commesso. La vicenda di Valpreda, a mio avviso, riveste analogie con quella - altrettanto triste e drammatica, nel suo concludersi - di Enzo Tortora. Anche il noto giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico fu, infatti, vittima del "potere" in Italia: quello politico, mediatico e giudiziario. Io e mio padre alloggiammo all'hotel "Genova", sito al civico numero trentatré di via Cavour, in pieno centro, nei pressi della stazione Termini. Da molto tempo quel viaggio era in programma nel nostro carnet, per farla (anzi, per dirla) più scic! Scherzi a parte (il noto programma televisivo non c'entra nulla, però), debbo dire che mio padre me lo aveva promesso da alcuni anni (almeno un paio, credo) e quell'estate mantenne la promessa, riuscì a farlo. Lo fece in ritardo, - ahilui! - è vero, o diciamo pure a scoppio ritardato (meglio non usare mai questo metodo, soprattutto altrove...a letto, durante un rapporto amoroso; ma anche in generale nella vita, possibilmente, bisognerebbe sempre avere il "timing" giusto, e lo scrivo pur credendo che sia quasi impossibile averlo!), a causa dei suoi impegni di lavoro che sovente non li concedevano molto spazio né tempo da dedicare a sé ed alla famiglia, ma alla fine lo fece; e lui era fatto così, manteneva - quasi - sempre le promesse: quando non riusciva o non poteva farlo, a causa di motivi vari, se ne rammaricava tanto, ma in genere lo faceva anche a costo di tagliarsi un dito o le palle...i baffi, quei baffi alla Tiberio Murgia che portò con sé (sul viso suo stampati) vita sua natural durante (credo che non li avrebbe mai tagliati per nessuno, neanche per me lo avrebbe fatto, o per mia sorella, se glielo avessimo chiesto, nonostante ci amasse più della sua stessa vita, o per qualsiasi cosa al mondo, neanche se fosse sceso - o ridisceso - il Cristo sulla terra: a prescindere, ovviamente, dal fatto che fosse ateo, come me!). Mio padre si chiamava Marco: era il suo nome di battesimo vero, sebbene molti (anzi, tutti o quasi) lo chiamassero Mario. Sinceramente non mi è dato sapere il motivo di ciò e neanche ricordo bene se egli me lo abbia mai detto: anzi, credo che pure lo abbia fatto, qualche volta, ma non ricordo bene (appunto) se lui conoscesse il motivo di tutto ciò. Tuttavia debbo scrivere, in tutta sincerità, che io stesso lo chiamavo Mario (mai l'ho chiamato "padre" o "papà" così come chiamavo per nome di battesimo mia madre) e quindi chi...se ne frega, del resto. Molti lo chiamavano col diminutivo di Mario (Mariolino), per via della sua esile figura, seguito da due aggettivi: il primo era l'"interista", per via delle sue preferenze calcistiche, la "fede" sua nerazzurra che ebbe sin da giovanissima età; il secondo era il "modenese", per via delle sue origini emiliane. Nacque, infatti, nella primavera del 1920 (primogenito di quattro fratelli, da Luigia Cappelli, detta "Gigia", massaia, e da Carlo Ronchetti, detto "Carlon", contadino mezzadro) in un piccolo paese, anzi, nella frazione (Villalunga) d'un piccolo paese (Casalgrande) della bassa reggiana sito al confine con la provincia di Modena. In verità è proprio il fiume Secchia che ad est delimita le due province, separandole tra loro geograficamente e territorialmente. Quel fiume (o meglio la riva del fiume dal versante reggiano, appunto) vide crescere mio padre ed assistette (incolpevolmente inerme, cieco e muto: ma i fiumi quando parlano lo fanno in maniera schietta, senza giri di parole, magari urlando...esondano pure dagli argini, a volte, per farsi sentire) a molteplici bravate sue e dei suoi compagni di infanzia, di merenda e di gioventù. Intorno a quel fiume che bagna la frazione di quel piccolo paese, mio padre crebbe svolgendo una vita semplice: magari anelando a qualcosa di diverso o sognando pure (come accade a tutti i ragazzi di ogni tempo e in tutti i luoghi della terra) qualcosa di grande. Quel paese, poi, nel corso del tempo (quando mio padre era già andato via) crebbe ma in fondo è rimasto sempre piccolo, proprio come accade ad ognuno di noi quando cresciamo, diventiamo adulti e poi vecchi: restiamo sempre piccoli dentro perché non vorremmo mai che il tempo passi e con esso la vita stessa. Quel piccolo paese, così, allo stesso modo degli uomini è cresciuto, ma in fondo penso sia rimasto sempre piccolo nonostante oggi, coi suoi diciannovemila abitanti (forse, all'epoca in cui ci visse mio padre, non erano neanche la metà!) risulti essere al quarto posto (dopo il capoluogo, Correggio e Scandiano) della provincia di Reggio Emilia per popolazione residente. Sempre - e soltanto - di piccolo paese trattasi, nonostante oggi esso formi, con Castellarano (in provincia di Reggio Emilia), Sassuolo e Fiorano (in provincia di Modena) il cosiddetto distretto (o grande conurbazione) della ceramica: a causa, questo (o per merito, forse!) dell'altissima concentrazione di stabilimenti industriali e fabbriche che producono mattonelle (o piastrelle e affini) composte di quel materiale. Io stesso, ironia della sorte, nell'inverno del duemilauno, lavorai per alcuni giorni (cadevano il ventisette e il ventotto dicembre di quell'anno) all'interno di uno stabilimento di mattonelle nell'hinterland industriale di Sassuolo, come addetto alla pulizia dei mulini che frantumano la materia prima da cui si ricavano poi le mattonelle stesse. Quando mio padre lo seppe fu contentissimo: sognava, in pratica, che io andassi a vivere e facessi famiglia dalle sue parti, compiendo a ritroso il percorso rispetto a quello compiuto da lui nella sua vita. A Sassuolo, ma anche a Formigine e a Fiorano, lui - mio padre - ci andava sovente, in bici, cogli amici: al cinema, alle balere; ma anche da solo, alcune volte, per far visita alle sue "morose". Nel capoluogo della ghirlandina (Modena), invece, le incursioni erano meno frequenti, in giovane età...sovente, però, furono di natura "calcistica", quando vi si recava per assistere ad incontri di calcio (appunto), sempre - e rigorosamente - in bici, della squadra gialloblù (una volta, mi disse, che insieme agli amici arrivarono persino a Genova, per seguire il Modena giocare nel capoluogo ligure). A Modena vi si trasferì (per motivi sentimentali) uno dei suoi tre fratelli, Loris (il più vecchio tra i quattro fratelli, dopo mio padre, e uno dei miei zii). Ci andavamo spesso (tutte le estati, o quasi), con mia sorella, a trovare zii e cugine. Un paio di volte ci venne anche mia madre la quale, come mia zia (una delle sue sorelle) era ben restia a viaggiare: fosse dipeso da lei stessa, infatti, non lo avrebbe fatto neanche se il cielo cacava... qualora fossero piovuti soldi dal cielo! A proposito di diminutivi, nomignoli ed affini, invero ben ricordo che mio padre m'abbia pur detto (parlato) dell'esistenza d'una terza via...un terzo soprannome. Qualcuno infatti lo chiamava anche "marinaio della montagna", quel soprannome glielo avevano affibbiato per via del fatto (sacrosanto) che avesse svolto servizio, in gioventù, nella regia marina (era allora così aggettivata in onore di quella combriccola di pezzi di mer...pardon, allegri galantuomini e gentildonne della italica casa regnante dell'epoca: i Savoia!), dapprima sulla nave da battaglia "Caio Duilio", gemellata con l'altra unità della stessa classe (denominata, appunto, Duilio) "Andrea Doria"; dopo sulla "Vittorio Veneto", nave anch'essa da battaglia ma della classe Littorio. Mio padre aveva il grado di marò semplice S. V. (la esse e la vi stanno per servizi vari o mansioni varie: nulla di che), addetto alla pulizia della cambusa (nel lessico marinaresco e navale indica il luogo, stipato sotto coperta, atto al deposito, alla conservazione ed alla preparazione delle vivande: in poche e povere parole, trattasi della dispensa della nave da dove, poi, le vivande vengono somministrate a graduati e no in sala mensa). Mio padre imparò il mestiere del servire ai tavoli: ci si trovò bene a svolgerlo, direi che fosse in sintonia col suo carattere, aperto e gioviale mentre io, talvolta, sono più schivo e taciturno (qualche volta sono anche un pò scostante, dicono forse succede quando ho fatto un brutto sogno, o magari se ho dormito dal verso sbagliato del cuscino!). Il mio vecchio non ebbe mai in simpatia gli alti gradi e neanche le divise li andavano a genio oltre il normale (quasi come il sottoscritto, che nutre una idiosincrasia atavica nei confronti di militari, divise ed affini essendo antimilitarista convinto!); tuttavia, dovette sorbirsi (suo malgrado ed alla stessa stregua di centinaia di migliaia di suoi coetanei) ben sette anni di servizio militare obbligatorio (mi vien da ridere a pensare come io, che non sono riuscito a tenere in mia vita un lavoro per più di tre o quattro mesi, avrei potuto resistere per così tanto tempo: forse, chissà, avrei dato di matto al massimo dopo sei mesi!), durante il secondo conflitto mondiale (tutta la durata dello stesso, in pratica!): fortunato fu, quindi, a "servire" la patria e a non ricevere onori né medaglie, in cambio...magari post-mortem! Le medaglie, puah: quanta inutile "ferraglia", così come io stesso le ho definite in una mia poesia dal sapore vagamente naif...antimilitarista. Scherzi a parte (ancora nulla a che vedere col noto programma televisivo), però, che poi non lo sono per nulla, evidentemente, (né per me né, tanto meno, lo furono per mio padre), ritengo che la sola cosa positiva, ovvero l'unico risvolto positivo della vicenda stia nel fatto che egli abbia imparato un buon mestiere che li permise di andare avanti una vita intera. Ma forse, chissà, c'è qualcos'altro che...non fu l'unico risvolto che ebbe conclusione alla "viva il parroco", quello di cui ho scritto. Quanto seguirà, infatti, potrebbe far ricredere più di qualcuno. A mio padre capitò di servire a tavola, nel corso della sua lunga militanza in divisa, in sala ufficiali, anche l'ammiraglio Bergamini, sulla Duilio. Sì, proprio quel Carlo Bergamini e no altri, cioè colui il quale dall'otto dicembre del 1941 aveva assunto il comando della V^Divisione Navale, proprio a bordo della nave citata con cui effettuò numerose missioni di scorta ai convogli che transitavano nel Mediterraneo centrale: mi si creda quando dico che non è un abbaglio, il mio, in maniera del tutto assoluta, visto che tra l'altro non vado al mare né mi crogiolo sotto i raggi del sole, in estate, per la tintarella, dal lontano duemiladieci. Ebbene, colpi di sole a parte, le cose andarono come vado a scrivere. Quando l'ufficilale venne a conoscenza che mio padre fosse delle sue parti (Bergamini era nato a San Felice sul Panaro, paesino di meno di diecimila anime, in provincia di Modena, situato sulla sponda nordorientale del fiume omonimo, trentacinque chilometri distante dal capoluogo e meno di cinquanta dal luogo in cui nacque mio padre), li propose di seguirlo. 

     
  • 06 febbraio 2021 alle ore 10:42
    Intorno ad un (mio) aforisma

    Come comincia: Una regola non scritta, ma usuale, stabilisce (o forse, chissà, sarebbe meglio usassi il termine "sentenzia"!) che un autore, poeta o romanziere che sia, o comunque un artista in genere, non debba mai spiegare agli altri quello che scrive o compone: debbono essere gli altri (coloro che lo leggono, che osservano le sue opere, lo ascoltano, etc.) a rendere una interpretazione del suo operato, a giudicarlo, pena...ne andrebbe della sua umiltà, in contrario caso! Ma io questa volta voglio derogare alla regola non scritta, ovvero voglio permettermi di essere scarsamente umile. Una volta un amico mi disse: "Luciano, nella vita devi essere umile, bisogna esserlo!". Non so se avesse ragione o meno, ma alla luce di quello che è accaduto dopo, non mi interessa oramai più di tanto. Forse, chissà, non era un amico: l'amico vero non ti ammaestra, non sciorina di fronte a te i suoi insegnamenti, ti prende e ti accetta per quello che sei, coi tuoi sbagli e le tue virtù, con le tue manie e le tue ossessioni, i tuoi difetti e i tuoi alti e bassi. Non è facile questo, lo so, ma se deve essere tale [amico] dev'esser così, a mio modesto avviso! Eppoi, mi sento di affermare che "il medico mai mi ha prescritto dosi di umiltà" nelle sue ricette: per lo meno non mi ha mai detto di essere umile vita mia natural durante, sempre e comunque. Ma torniamo al nocciolo della questione. L'aforisma che voglio commentare lo passai sul blog qualche tempo fa (sinceramente non sono andato a rivedere la data, ma non è importante questo!), era il seguente: "Odio la primavera perché finisce, ma non la baratterei mai con l'inverno". Sin da bambino, infatti, ho nutrito una sorta di idiosincrasia (termine forse poco digeribile per alcuni: non preoccupatevi, trattasi - né più né meno - di avversione per qualcosa!) per tutto ciocché si consuma, a causa del tempo o magari, semplicemente, per causa della "ruggine" stessa (a volte, infatti, anzi spesso, è proprio la maledetta ruggine che fa trascolorare ogni cosa, nè toglie ad essa l'ancestrale colore!), degli agenti atmosferici, dell'uso stesso che se ne fa (da un semplice oggetto, un soprammobile, un utensile casalingo o da lavoro, a una giacca, una maglietta o un'altro capo d'abbigliamento); per ogni cosa che si perda o vada via, per qualsiasi cosa che finisca. A volte, mano a mano che il tempo scorreva inesorabile davanti a me ed io - inevitabilmente - sono cresciuto (anagraficamente s'intende, ma anche fisicamente e forse, chissà, intellettivamente nonostante per molti sia un tipo strano - alcuni mi hanno giudicato essere "immaturo", anche, per via di questo mio lato caratteriale, diciamo un po'...andanseuse!!!) arrivando anche ad odiare le stagioni (la primavera, in particolare) e la vita stessa: proprio per il loro senso sfuggente (e sfuggevole) di bellezza che portano in sé, misteriosamente racchiudono, il loro trascolorarsi agli occhi di chi le guarda, la loro insita peculiarità di finitudine (e finitezza) che appartiene, del resto, ad ogni cosa (e ad ogni evento) passi su questa terra. Pur essendo, a volte, cupo e malinonico nei miei pensieri (e nel mio essere: ma il mio essere non lo cambierei con nulla al mondo!) tal quale alla fredda stagione (l'inverno), tuttavia essa [la primavera] non è possibile scambiarla o barattarla (appunto) con altro: mai lo farei, infatti, men che meno con l'inverno!

    Taranto, 5 febbraio 2021. 

     
  • Come comincia:  - Personaggi: un cane ed un gatto; poi...una voce narrante (cioè: che narra, inizialmente intorno ai personaggi stessi, sul luogo della scena e sulla descrizione; a volte, pure, interviene intromettendosi nel dialogo; mentre lo fa, alla fine del dialogo stesso, soltanto per concludere vestendosi a guisa di pretuncolo...col tirar delle somme e suggerir la morale); infine, un Dubbioso o Malinconico (lo è molto meno del dubbio...), sempre fuori campo, quasi sempre si intromette nel dialogo dopo la Voce narrante (a differenza del dubbio, però, e della Voce narrante, non si pone domande: semplicemente, egli rompe le palle!) ed anche il Bardo, cioè, colui che dice (mette) la parola FINE.   
     - Luogo della scena (la prima scena: le altre, dopo la prima, sono in altro luogo) e descrizione, ad opera della voce narrante.
     - Voce narrante: Da un bel po' il sole è tramontato (di tanto in tanto lo fa: magari per         non incrociarsi colla luna...in tal caso sarebbe eclissi solare, di luna, di sole allunato o     di luna che ha preso un abbaglio?!); in un vicoletto nascosto (non si sa se esso sia         cieco, però) e poco frequentato (nonché abbastanza putrido) d'una strada della città       grande (qualsiasi grande città della terra potrebbe andar bene!), ovvero frequentato       da ratti e da cattivi odori; ricco di cattive soprese, pertanto. Colà, (casualmente)               vanno ad incontrarsi (per fortuna non si scontrano, come spesso accade a soggetti         della loro specie, quadrupedi: i quali, pur non avendo corna...quando lo fanno                 succedono "botte da orbi"!) un cane (Randagio...molto) ed un gatto (Sveglio, ma non     troppo): lo fanno senza luci ed ombre (cinesi) ad intromettersi tra loro.
     - Cane: Ciao! Cosa ci fai, quì, a quest'ora, in un posto di mer...come questo? Non mi                    sembra proprio sia adatto a uno come te...sei tutto pulito e profumato! Io sono                Randagio, di nome eppure di fatto. Tu come ti chiami?
     - Gatto: Beh, forse hai ragione tu! Son capitato quì, per caso, per il mio bisognino...un                  fatto di natura! Piacere di conoscerti: io sono Sveglio, di nome ma no di fatto                     perché dormo metà della giornata e nell'altra metà ozio e mangio ciocché                       passa il convento...pardon, mi da il padrone!
     - Cane: Ah, d'accordo! Fortunato te, allora! Io mangio quando capita (Voce narrante: Il               cane è davvero pelle ed ossa: più pelle che ossa, a dire il vero!), quel che                       trovo in discarica o tra i cassoni del pattume, come questa sera: a volte                           qualche osso, pure, da spolpare (Voce narrante: Chissà, il povero cane, riesce               a trovare anche qualche ossa umana, tra un osso e l'altro...parrebbe cosa                       difficile assai, però, visto che quelle son già tutte belle e "spolpate", ancor                       prima che qualcuno le trovi!) o un po' di minestra, che mi lasciano in scodella                   persone del quartiere: è dura, sai, sbarcare il lunario senza ossi da                                   spolpare...niente di nulla da mangiare! Ma un tempo, credimi, non era                             così...bistecca (Voce narrante: senza osso?!) due volte a settimana eppoi                       spaghetti con polpette, ogni giorno, ossobuco e trippa alla domenica. Una vera               pacchia, per la mia bocca ed il mio ventre: lei non era mai sazia e l'altro non                   restava mai vuoto! Il padron mio l'era proprio un gran bel Signore: ne ha                         spolpato di gente...ossa, lui!
     - Voce narrante: Chissà, se il gatto afferri il senso delle parole del cane? Onori, glorie e               fortune non sempre spettano in vita a tutti - e per sempre. Queste,                                   dicono, che ognuno se le debba meritare: ma il cane, ahilui!, cosa                                   mai avrebbe fatto di male (e, soprattutto, a chi?) per non meritarsele?
      - Dubbioso o Malinconico: Ma si sa, gentilissimo pubblico, come gli stràli dell'avversa                 sorte non conoscano la bussola e si scaglino sovente in ogni direzione: a volte,               però, colpendo in maniera alquanto stramba, irriguardosa e                                               malevolmente...cinica.                   
    - Gatto: E poi, su, dimmi Fido...pardon, Randagio, cosa ti è mai capitato?
       - Cane: Beh, son caduto in disgrazia, il mio padrone è morto e...in quattro e quattro                   otto mi son ritrovato per strada, ramingo e a far la fame. Così io, un Randagio                 di nome, ahimé!, come ben tu vedi, lo sono diventato anche di fatto: è dura,                     sai, senza ossi da spolpare. Lo è davvero, credimi! M'é misero, l'é proprio una                 vita grama, la mia...un tempo ero come te, lustro tutto ed anche pulito; giravo                   al guinzaglio del padrone, ma almeno ero sempre con la pancia satolla e non                 dormivo sotto il cielo come faccio ora!
       - Voce narrante: Cazzo, però!
       - Dubbioso o Malinconico: Che sarà mai? Roba di poco conto, in fondo!
       - Gatto: Ma dai, su, non far così! La ruota gira nella vita, sai? Hai trovato me, se vuoi                  posso aiutarti e farti un po' di compagnia, adesso: almeno non sarai più solo!
       - Voce narrante: Sarà vero? Che strana combinazione! A volte, forse...capita!
       I due si fermano un attimo dal parlare...qualcuno, dal balcone d'una casa che da sulla  aperta strada, di fronte al vicolo in cui si sono incontrati, ha lanciato verso di loro qualcosa...è proprio un osso (così parrebbe essere, a prima vista). Il cane, allora, va verso l'osso, lo imbocca e poi torna nel vicolo dove lo attende il gatto. Riprende il dialogo.
    - Cane: Toh! Hai visto? Ogni tanto qualcosa di buono piove anche dall'alto! Ma cosa                    mi dicevi?
     - Voce narrante: Non è poi granché, quello che è piovuto...non è pioggia né grandine,                neanche la manna; contento lui! Ma si, è sempre meglio che nulla, in fondo!                    Meglio della pioggia e della grandine, non occorre neanche l'ombrello per                        ripararsi quando piovon giù dal cielo i miraco...gli ossi! 
      Il Gatto riprende da dove aveva interrotto.
     - Gatto: Ti aiuterò, eppoi, se ti va, qualche volta faremo una passeggiata insieme...Ti                  va di venirmi a trovare?
     - Cane: Si! Certo che mi va! E' sempre meglio del contrario...che non lo faccia tu, io                  non sono mai nello stesso posto ed a lungo, tanto a lungo da poter essere                      trovato da qualcuno. Sono un randagio, non dimenticartelo! Dimmi, Sveglio: il                  tuo padrone vorrà tutto questo o farà problemi?
     - Gatto: Ma no! Certo che no! Lui sarà contento e non farà nessun problema, vedrai! Il               mio padrone è un buon cristiano (Voce narrante: Sarà vero? Ma è un buon                     cristiano solamente? Oppure è anche democratico?) ed anche democratico                     (Voce narrante: Beh, beh! Allora si che siamo a posto! Il suo padrone è un                       democratico cristiano!). Gatti  e cani, cani o gatti per lui son tutti uguali.                           randagi, lustri o figli di putta...di cagna, senza famiglia oppure senza                                 nome che siano non fa differenza alcuna. Tratta tutti in egual modo: i cani                       son per lui come gatti e quegli altri come fossero cani. Mica roba da                                 piange...ridere, cosa credi?
     - Dubbioso o Malinconico: Mi sa che il gatto è proprio impazzito, no, no, è rinsavito                     eppoi...non mi pare neanche tanto coglione! Sembrerebbe aver proprio                           ragione, e dicasi sembrerebbe senza dubbio. Il suo padrone potrebbe essere                 davvero diverso da tutti gli altri padroni, che sono come gatti e cani, a volte;                     come quei gatti e quei cani cattivi che si azzannano tra loro per spolpare l'osso               di qualcun altro. Questo padrone è un cristiano democratico dal cuore tenero;                 anzi, è un democratico cristiano borghese dal cuore tenero, evidentemente, e                 no un democratico cristiano borghese e basta! Parrebbe non essere neanche                 più di tanto...imborghesito: a differenza del gatto! Sarà forse la pancia piena,                   che fa questo effetto, a volte, sui cristiani...sui gatti!
     - Cane: Va bene, allora! Mi hai convinto, ci sto! Ci vedremo qualche volta, a casa del                   tuo padrone.Ti verrò a trovare. Vivi da solo, con lui?
     - Gatto: No! Non sono solo! Con me c'è un'altro gatto: è femmina, si chiama                                 Dormiente. (Voce narrante: Cazzo! Mi sa che si cucca qualcos'altro, stavolta, il               cane, oltre alle ossa del padro...gli ossi! Dubbioso o malinconico: Siamo messi               male, diciamo che non siamo messi bene tra Randagi, gatti svegli o mezzi                       svegli e metà...dritti, e dormienti!). Viene dalla strada, prima viveva da randagio               come te. Il mio padrone la trovò, sporca ed affamata, lontano da casa, una                     sera, quando rientrava dal lavoro (Voce narrante: Cazzo! E' un padrone che                   lavora! Dubbioso o Malinconico: Non ho parole! Meglio che resti muto, allora!).               Le ha dato quel nome perché mangia dalla mattina alla sera e dorme (pure)                     quasi...nulla! (Voce narrante: siamo al paradosso, mi sa! I padroni sono                           cristiani e democratici, mentre i gatti si rimpinza...imborghesiscono! Dubbioso o               Malinconico: Sono senza parole eppure non dovrei...dovrei averne di cose da                 dire! Dov'è l'inganno? Tra padroni e gatti mezzi...svegli non ci si capisce più                     nulla!). Te la farò conoscere, se vuoi! E' carina, magari, chissà?
     - Cane: Certo! Certo! Non sarai mica geloso? Non voglio rompere le pal...uova nel                     paniere a nessuno, io. Sarò pure Randagio ma il tatto e l'olfatto non li ho                         ancora perduti!
      - Gatto: Non preoccuparti per me, non sono affatto geloso. Lei è carina, dolce e                         simpatica ma a me piacciono i gatti coi baffi e col pisello. Puoi star tranquillo,                   Dormiente ama moltissimo i cani ed andrete d'accordo, vedrai!
      - Voce narrante: Madonna di una puttana santa! Qua le cose si complica...la matassa               forse si sta dipanando?! 
      - Dubbioso o Malinconico: Sarà perché sono Dubbioso...mi nutro di dubbi ed a volte                   non capisco neanche me stesso. Questa volta ho dei forti dolo...dubbi, non                     solo su me stesso. Mi domando quando farà giorno, su questa vicenda...sarà                ora di andare a dormire!
     Scambiate queste parole il cane ed il gatto lasciano il vicolo e si spostano in strada, su un marciapiede vicino. Dopo riprendono a parlare.
      - Cane: Sai, caro gatto, a me non fa specie di quello che ti piace; può piacerti ciocché                ti pare, carote, zucchine, banane ed anche piselli senza baccello...verrò                          proprio a trovarvi; anzi, mi sa che lo farò molto spesso, l'idea di incontrare la                    tua amica gattina assai mi alletta...eppoi, farlo a pancia sazia è tutto un                            luccicar di stelle!
      - Voce narrante: Si! Si! Come no! Evidentemente il cane si riferisce alle stelle che                        luccicano nello stomaco, quando si è innamo...satolli: proprio come le farfalle,                  lustre eppure tutte luccicanti nello stomaco!
      - Dubbioso o Malinconico: Insieme alle stelle, chissà, profumeranno anche le stalle                    piene di mer...se son farfalle fioriranno, come disse il saggio una volta?!
      - Gatto: Ho piacere a sentirti dire quel che hai detto. Conta, in fondo, solo fare quanto                ci piace e no quel che vogliono gli altri si faccia! Ti aspetto quanto prima, caro                  cane. Ora devo proprio andare, ti saluto.
       - Cane: Ciao! Stammi bene pure tu!
       I due, dopo essersi amichevolmente accomiatati, prendono direzioni opposte. Il cane, con calma quasi pia...ossessiva si avvia verso l'opposto marciapiede, il gatto invece va via a passo più solerte: ha degli orari da rispettare, lui...cena e riposo, in fin dei conti, non possono attendere più di tanto! Il cane, poi, giunge in prossimità d'una grossa scatola vuota e si ferma davanti ad essa. Infine la raccoglie colla bocca e la porta via con sé. Si ferma, dopo essere arrivato a destino...destinazione e ci si infila dentro per dormire.
     - Voce narrante: Quando si è a pancia piena ci si innamora davvero d'ogni cosa, a                         digiuno invece è la fame che parla al posto tuo e...a quello dello stomaco,                       delle orecchie, del naso, della gola e degli occhi pure. La fame è nera, ma                       non è mai sorda, né muta, né cieca: ci sente, favella e ci vede pure                                 benissimo! La felicità...fame non guarda in faccia proprio a nessuno: è                             cristiana, democratica e borghese, lei, proprio come i padroni tutti!
      - Dubbioso o Malinconico: Ma quando si è visto o si è sentito dire da qualcuno (che                       cogli stessi suoi occhi lo abbia visto) che le farfalle fioriscono? Casomai,                         muoiono dopo essere sfiori...aver brevemente vissuto, quel poco tempo                           che gli è concesso di vivere in natura; il tempo necessario a non far cose                         inutili e a non sprecar di tempo, che nella clessidra la sabbia è ben poca                         assai e molto presto si consu...passa dall'altra parte. Allora, lei lo usa per                         mettere al mondo altre farfalle, magari sotto le stelle. Nascita, vita, morte,                       senza miracoli e senza domande da farsi né risposte da poter dare. Mi                            domando, però, ora, se la farfalla procrei a pancia piena?!
      - Bardo: La Voce narrante ed il Dubbioso, quei due assieme son peggio dei cani e dei                  gatti divisi tra loro. Meglio che taccian per sempre, meglio è posar sulla                            tomba la pietra...anzi, la pietra tombale e proferir la parola FINE!

                                   = Autocommento = (al Dialogo)
     L'autore, quà, si è (miserevolmente ma anche ragionevolmente) ispirato al teatro dell'assurdo (su tutti il sommo nonché pure magno Tommaso, in arte Beckett), ma anche a certi giovani "arrabbiati" britannici del dopoguerra; infine, ad alcuni autori tedeschi (quelli del "Gruppo 47") e al pazzoide più pazzo di tutti, ossia quel Rainer Werner Fassbinder che sapeva usare il coltello come pochi. Era un romantico nichilista, infatti, lui, anzi, era un nichilista romantico: tagliava, si, ma lo faceva con garbo. Magari, chissà, a qualche compagnia di questo mondo - e di questa epoca - verrà lo sghiribizzo di rappresentare quanto scritto ed al gentile pubblico la pericolosa idea di stare attentamente ad ascoltare. Ad maiora.

     Taranto, 27 ottobre 2020.
     

     
  • 01 febbraio 2021 alle ore 11:45
    Non sparate sulla puttana santa

    Come comincia: La chiamavano tutti la "puttana santa" per via d'un crocifisso d'oro che portava sempre appeso al collo. Il suo vero nome era Jolie, nessuno lo sapeva tranne la sua migliore amica, Christiane. Entrambe bazzicavano il quartiere di Saint-Pauli; entrambe erano scure di capelli: lei, Jolie, mulatta cogli occhi azzurri (suo padre non l'aveva mai conosciuto: dicono fosse sbarcato in città da una petroliera giunta dal Venezuela, trenta e passa anni addietro), l'altra era bruna naturale cogli occhi grigi da gattina impaurita. Ricevevano i clienti per strada, non avevano protettori, e si accoppiavano con loro dovunque capitasse: nelle auto di quelli, in un cantiere edile dismesso, sopra una nave abbandonata al porto, o semplicemente dietro una grande aiuola in un parco. Jolie e Christiane erano inseparabili, come due gatti siamesi; piangevano e ridevano all'unisono persino, sovente erano anche picchiate insieme: era difficile che avvenisse il contrario visto che si tenevano sempre per mano, quando camminavano nel quartiere, tranne...facevano orario continuato, notte e giorno senza sosta: si separavano giusto il tempo che serviva loro ad accoppiarsi coi clienti. Avevano messo da parte un bel gruzzolo, ormai; il loro sogno era quello di imbarcarsi su una nave da crociera per Santo Domingo: il sole, il mare, cielo terso e cristallino dei Caraibi per tutto l'anno. Loro, in fondo, conoscevano soltanto la nebbia dei freddi inverni di Amburgo, la pioggia e quel tanfo di fulìggine delle ciminiere delle fabbriche della periferia nella grande città, il rumoroso frastuono delle gigantesche gru dei cantieri navali al porto; avevano sempre dormito nei quartieri dormitorio della zona est, non facendo altro che battere le strade e fare marchette, sin da ragazzine senza aver mai visto, durante quella squallida vita trascorsa sino ad allora, un pedalò nè una spiaggia dorata o un tramonto in riva al mare. Avevano intenzione di cambiare, lo desideravano con tutte loro stesse: la forza per continuare li veniva di dentro, soprattutto quando incrociavano gli sguardi delle altre ragazze "normali", quando loro stesse si incrociavano con le studentesse liceali o quelle dell'università che parlano nei pub o nei bistrot del centro, oppure mentre si fissavano a spiare le coppiette di giovani fidanzati che limonano seduti sulle panchine dei giardini e degli immensi parchi. Il giorno della partenza era oramai vicino, fissato per l'autunno seguente: all'altro capo dell'oceano sarebbe cominciata invece la stagione del boom vacanziero e del flusso ininterrotto delle enormi navi da crociera provenienti da ogni parte del globo. Una volta sbarcate sull'isola, si sarebbero sistemate nella loro casa di fronte alla spiaggia di Boca Chica (l'avevano acquistata per procura tramite agenzia) e poi avrebbero aperto un piccolo bar insieme ad un amico del posto. Una notte, però, accadde l'imprevisto doloroso, l'imponderabilità del destino o meglio ancora, nel caso delle due ragazze, gli incerti del mestiere: Jolie venne uccisa con due coltellate al cuore. Christiane fu avvertita da alcuni amici, si precipitò sul posto (un vicolo buio) in cui era riverso il corpo esàngue dell'amica: quando si trovò vicina ad essa non pianse neanche un po' ma prese con le sue mani la testa dell'altra, li baciò i capelli e poi la strinse a sé, per alcuni attimi. All'arrivo della polizia, raccontò quel poco che sapeva e che aveva visto prima. Agli agenti poi, ai cronisti e ad alcuni curiosi raggruppatisi sul posto disse ad alta voce (il tono sembrava una sorta di proclama!):
     - Quella ragazza distesa per terra si chiamava Jolie, era una puttana come me; la chiamavano tutti la "puttana santa". Non sparate sulla puttana santa, per favore! Christiane partì in autunno, come aveva programmato di fare insieme all'amica, prima della sua morte. A Santo Domingo aprì il suo bar, coronando il sogno d'una vita intera. Ogni tanto, quando la sera suona la chitarra seduta sulla spiaggia intorno ad un falò, con gli amici, li capita un fatto strano: rivolge lo sguardo alla luna e dentro di essa scorge il volto sorridente di Jolie. Lei, allora, smette di suonare e manda un bacio all'amica morta. Una volta, alcuni ragazzi li chiesero:
     - A chi mandi il bacio, Christiane? - Lei, allora, rispose:
     - A una mia amica, il suo nome era Jolie ma la chiamavano tutti la puttana santa. Non sparate sulla puttana santa, per favore!

    Taranto, 31 gennaio 2021.