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Autore

Luciano Ronchetti

in archivio dal 29 set 2018

03 novembre 1962, Taranto - Italia

mi descrivo così:
Non ho esperienza letteraria pregressa.Libero pensatore,poeta, appassionato di arte, musica,cinema (e altro ancora), sport nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto:cittadino del mondo intero

29 settembre alle ore 12:25

Diario di bordo - Leggendo...qua e là (quarta parte)

Il racconto

                                       - Non c'è nessun Dio, lì, e neppure nessun uomo, che possano
                                       darti conforto: sopra il lastricato di marmo dell'obitorio sei solo,
                                       vi-à-vis con la morte!

 Ricordo d'aver letto per la prima volta il breve ma intenso racconto che segue la sera prima che mio padre andasse via da questa terra: era una domenica di febbraio, l'ultima ed abbastanza mite, di sette anni fa. Lui era già entrato in coma e lo lessi poco innanzi di tornare a casa dall'ospedale. Mio padre Marco (era il suo nome di battesimo vero anche se tutti lo chiamavano Mario: lo conoscevano per quel nome e nessuno, neanche parenti stretti, sapevano che le cose fossero diverse) morì il pomeriggio seguente, alle ore diciassette. Ironia della sorte: mia madre aveva cessato di vivere venti mesi prima, alle sedici e sullo stesso pianerottolo del nosocomio cittadino...diciamo a meno di cento metri di distanza dal punto in cui lo fece mio padre. Il giorno prima della sua morte, quella domenica, avevo trascorso diverse ore insieme a lui (come oramai capitava da circa due settimane: da quando, cioé, era entrato in ospedale a causa d'una caduta e della frattura del femore conseguente alla stessa) e seppure la situazione fosse senza speranza, non immaginavo che sarebbero state le ultime (quelle cose non si immaginano mai, anche se poi avvengono ugualmente!). Io conservo ancora il calendario di quel 2013, quasi a voler fermare il tempo nella mia mente e nei miei pensieri...ma ognuno lo fa spesso - o anela a farlo - in maniera assolutamente inconscia; anzi, ne conservo due, ad essere precisi: uno è di quelli a muro ed è affisso sullo sportello di un armadietto nel soggiorno, vi manca il foglio di gennaio e su quello di febbraio il venticinque è circolettato a penna. Lo feci io stesso la sera in cui morì mio padre, quando tornai a casa, e vi scrissi: "Buona fortuna, Jack!". L'altro calendario è di quelli fatti a mo' di soprammobile, comunemente detti da tavolo: a sua volta si trova sopra un mobile nell'ingresso di casa ed anch'esso è circolettato al venticinque di febbraio e reca scritte le stesse parole dell'altro. Mio padre fu grandissimo appassionato di cinema western, in sua vita: ecco chiarito l'arcano, quindi; spiegato il perché di quella frase, scritta accanto alla data della sua morte, che ai più potrebbe invece apparire strana ed incomprensibile...quel buona fortuna, Jack dal titolo di un noto film western (appunto) di Tonino Valeri, interpretato nel 1973 da Henry Fonda (mostro sacro dello star system made in Hollywood) e da Terence Hill. Mi portava spesso al cinema (capitava nel giorno della settimana in cui era a casa dal lavoro, di solito il martedì), molte volte mi ha anche raccontato di quando lui, ragazzo di paese (un piccolo borgo, una frazione appena della bassa reggiana al confine con la provincia di Modena) andava al cinema coi suoi amici: tornava dal lavoro, prendeva un pezzo di gnocco fritto, lo incartava nella carta paglia e via...montava sulla bici per recarsi nella sala del paese vicino, a vedere un film con Tom Mix o con Ken Maynard, con Randolph Scott o con John Wayne.

 - Storia di Giuseppe e del suo vecchio cane - Due volte ci sono passato davanti, solo l'ineluttabile logica dei numeri mi ha permesso di trovare il 4. Cercavo una casa, un palazzo, invece era un vecchio portone di legno scrostato, verso il cielo una parete di finestre, anch'esse scrostate e tutte chiuse da anni. Il numero era stato scritto, tanto tempo prima, con vernice bianca. Suono il bottone bianco di un campanello che mi riporta alla mente quello che, da bambino riuscivo a schiacciare solo in punta di piedi, per farmi aprire la bottega del salumiere quando era chiusa. La chiave gira nella toppa, si apre un uscio, piccolo, ci si deve chinare per entrare, oltre la soglia c'è un lungo androne senza illuminazione, in fondo si vede una corte, due piccoli cagnolini mi scortano mentre seguo la signora oltre l'ombra buia. Sulla sinistra tre portici, vedo bene il primo, c'è un sacco di roba accatastata, attrezzi da contadino. Seguo la signora, sotto il portico di mezzo, fra mille cianfrusaglie scorgo il corpo di un uomo sdraiato sul letto vecchio almeno quanto lui, a terra, accanto un vecchio grosso cane sdraiato sul fianco come il suo padrone. Guardo negli occhi la signora stupito. Lei allarga le braccia in segno di resa e inizia a raccontarmi. Quando esco per parlare con il paziente so tutto della sua malattia ma non so nulla di lui: perché si rifiuta di tornare dentro casa anche solo durante la notte? Esco e mi siedo, presentandomi, su un vecchio sgabello accanto al giaciglio, sotto al terzo portico pieno di gabbie con galline, polli, conigli. La signora va in quella direzione con un secchio di mangime. - Giuseppe, sono quì per insegnarle ad alzarsi da questo letto... - E' magrissimo, più alto di me, pelle scura e barba bianca incolta, lo sguardo si posa su di me con fare interrogatorio. -  Guardi che io mi alzo quando voglio e quando ne ho bisogno arrivo fin là in fondo alla turca. - Accompagna queste parole con una rapida occhiata verso sinistra. - Sua moglie è preoccupata, pensa che se dormisse in casa tutto sarebbe più semplice, qua fa molto caldo. - 
 - Si guardi intorno, questo spazio l'ho difeso da tutti e per tutti questi anni, fin che sarò vivo continuerò a farlo. La vita ti può regalare tante cose, quasi tutte inutili, quelle non le difenderò. Le cose importanti te le devi costruire. Io ho fatto così e ora difendo questo spazio, il mio è un vero e proprio presidio, ho sempre pensato che le parole siano meno importanti dell'esempio, spero che i miei figli lo capiscano e diano spazio ai fatti più che alle parole. - Dice queste cose mentre si siede con le gambe giù dalla branda. Con un grande sforzo Giuseppe si alza appoggiandosi ad una lunga verga come un pastore e barcollando si avvia verso la turca accompagnato dal vecchio cane. Raggiungo la moglie accanto alla gabbia dei conigli, le spiego che suo marito si è sempre fatto rispettare e che ora non può cambiare e non può immaginare la propria morte lontano dalle cose per cui è vissuto. Qualche settimana dopo, l'abbaiare all'alba diverso dal solito dei piccoli cani sveglia la signora che capisce subito: il marito se n'è andato, è sulla branda sdraiato sul fianco destro, anche il vecchio cane se n'è andato, sdraiato sul fianco destro, un lenzuolo ne copre buona parte del corpo, forse un colpo di vento.
                                                                           
                                                                          Mauro Montermini, Fisioterapista Vidas

- Appendice (o note a latere) - Qualcuno si domanderà, ora, dop'aver letto il racconto precedente, se vi siano similitudini e punti in comune tra la storia (vera) ch'esso descrive (in maniera concisa, lo fa, seppur significativa e chiara) e la vicenda "finale" che riguarda mio padre, anch'essa rievocata (ed evocata) attraverso le mie parole scritte? Premesso che il racconto in questione l'ho ritrovato frugando tra tantissime vecchie carte (o meglio, ho ritrovato la pubblicazione che lo riporta: il bollettino di Vidas, nota onlus assistenziale milanese, la quale si occupa in genere di malati terminali) e riletto qualche giorno prima della stesura di questo tratto del mio diario, debbo dire che esse [le similitudini] ci sono senza dubbio come pure punti in comune, e sono abbastanza precise, semplici ed evidenti...quasi lapalissiane: beh, innanzi tutto, l'uomo che affronta il suo ultimo viaggio, eppoi il tema della vecchiaia e della solitudine della - e nella - vecchiaia (e dell'esser vecchi), la decadenza fisica e mentale che essa comporta - a volte - ; infatti, entrambi i casi trattano della morte di uomini anziani i quali, con modalità differenti tra loro terminano la loro esistenza: mio padre sopra un letto di ospedale dopo qualche giorno di incoscienza (magari avrebbe voluto non farlo, chissà, se ne avesse avuto la possibilità, o forse farlo in maniera diversa...andarsene in maniera diversa) e con al fianco il figlio, l'altro invece, ossia Giuseppe, il vecchio milanese, dopo aver difeso strenuamente (come, del resto, aveva fatto nel corso di tutto il "viaggio") il suo piccolo mondo, il suo piccolo spazio, le sue piccole umili cose per cui aveva sempre vissuto e andando via, alla fine, insieme all'amico più fedele che vi sia, cioè il suo cane (a quanto pare, però, nel suo caso fosse la cosa che più desiderava avvenisse!). In questo caso penso sia proprio il caso di dire (giri di parole a parte!) che ognuno di noi sa (più o meno) come è venuto al mondo (anche se nessuno possiede, invero, la facoltà di scegliere in quanto l'evento avviene a prescindere dalla propria volontà: in pratica, nessuno decide da sé stesso di nascere, nessuno è padrone della propria nascita visto che ci concepisce e poi ci mette al mondo sempre qualcun altro), ma a niuno è dato (di) sapere come possa andarsene dal mondo: nessuno conosce la propria fine, quello che ci aspetta malgrado esistano le chiromanti che leggono la mano e predicono il futuro attraverso la palla di cristallo, e malgrado esistano dei metodi (non so quanto veritieri e "scientifici") di risalire al proprio futuro (e quindi conoscere la propria fine: in poche parole, sapere di che morte dobbiamo morire!) attraverso la lettura del dna. Eppoi, gli aspetti più curiosi della vicenda intiera - a mio avviso - nonché strani (e forse, chissà, empatici; o magari son solo coincidenze astrali) stanno nel fatto che io avessi ricevuto il bollettino di cui sopra, sette anni orsono, proprio mentre mio padre era in ospedale; ed ancora...leggessi il racconto poco prima della sua morte: quasi un monito, chissà, una cosa annunciata, anzi, una morte (vera) preannunciata da un'altra (letta). Mi corre obbligo di chiudere con un'ultima annotazione di carattere generale che racchiude, al tempo stesso, un mio pensiero e che, si badi bene, scrissi altrove in tempi ed epoca non sospetta, ovvero lontani dagli eventi luttuosi che hanno poi colpito la mia esistenza: "la morte è un fatto individuale, lo è sempre e comunque, a mio avviso. Anche in un contesto di morte collettiva essa resta comunque un fatto individuale mai diviene collettivo: seppur capiti di morire insieme ad altri 100 mila individui, attorniati da gente amica o dai tuoi cari o magari insieme al proprio cane!".

Taranto, 26 aprile 2020.

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