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Autore

Luciano Ronchetti

in archivio dal 29 set 2018

03 novembre 1962, Taranto - Italia

mi descrivo così:
Non ho esperienza letteraria pregressa. Libero pensatore, poeta, appassionato di arte, musica, cinema (e altro ancora) nonché "venditore di parole" (in genere, però, alle belle donne, ed anche a quelle meno belle, le regalo!) a cui piace scrivere di tutto - e su tutto: cittadino del mondo intero!

01 settembre alle ore 17:42

Il falco che pregava al vento

Intro: Io sto con il falco pellegrino rosso e nero, ci starò vita mia natural durante: perché soltanto la salvaguardia della natura, dell'ambiente che ci circonda, degli ecosistemi e degli habitat preserverà il pianeta per le generazioni future. 

Il racconto

 Era una mattina di marzo, gelida ma tersa, mentre il sole timidamente faceva capolino sopra le montagne di Birkenstock, nella Frangea meridionale; quelle montagne conosciute in tutto il globo terracqueo, così come nelle più sperdute galassie dello spazio celeste, per una sola fantastica particolarità: le loro vette di cristallo, che brillano da mane a sera fungendo da sorta di stella polare o torre di guardia fluttuante e luminescente per tutti i viandanti che a valle transitano durante il loro cammino, per poi disperdersi tra i meandri dei numerosi antichi borghi della zona. Intanto, il rosso e nero falco pellegrino era già al suo posto, abbarbicato con le zampe sul ciglio d'un dirupo - lassù in alto - pronto a partire; prima di aprire le sue maestose ali, però, e poi librarsi in volo per la solita battuta di caccia (quando il rapace si lanciava in picchiata sulle sue ignare prede - quasi sempre giovani scoiattoli e marmotte oppure appetitosi coniglietti bianchi - sembrava una stupenda freccia infuocata) avrebbe rivolto la sua preghiera al cielo...al vento. Quel falco che gli abitanti e i contadini delle valli circostanti avevano soprannominato "l'ultimo dei mohicani", perché rimasto uno degli ultimissimi esemplari della sua specie, rivolgeva la preghiera al vento per un motivo: esso doveva soffiare forte, portare nuvole e pioggia e così permettergli di volare veloce veloce veloce; più veloce delle pallottole dei fucili dei cacciatori, disseminati lungo il percorso che esso seguiva tutti i giorni. Non c'era un particolare motivo per cui lo facesse: lo faceva da sempre, dacché era venuto al mondo; da quando la madre lo aveva svezzato. Forse, chissà, perché ciò era connaturato nel suo imprinting naturale o perché in lui v'era un qualcosa di umano o...i motivi avrebbero potuto essere molti altri oppure nessuno: a nessuno, comunque, era dato di sapere quali fossero!
 Ma le preghiere del falco sino ad allora erano andate deluse, sino a prima di quella mattina di marzo erano sempre rimaste inascoltate: la speranza del falco che il vento soffiasse forte e giungessero nuvole cariche di pioggia, era sempre rimasta tale: eppure lui era ancora vivo, era ancora lì, al suo posto, come sempre: pronto a cacciare!
 - Vento, sii magnanimo oggi con me, - cominciò a ripetere il falco mentr'era in volo, - soffia forte e sopraggiungi con tante nuvole, portale con te sul mio percorso, tanto che io possa volare alto per cacciare e rendermi invisibile all'occhio dell'uomo ed alle sue bocche da fuoco: micidiali, assassine, voraci divoratrici di prede nel cielo e sulla terra!
 Il falco era ormai abituato, sapeva che la sua preghiera rivolta al cielo sarebbe rimasta  inascoltata ancora una volta. Continuava a volare e, mentre si buttò in picchiata per catturare un piccolo topo bianco che aveva scorto sulla terra, accadde sorprendentemente lo straordinario e l'imponderabile della natura: il vento soffiò forte, le nuvole arrivarono minacciose e madide di pioggia come - e più - dei seni d'una madre che sono madidi di latte quando si appresta ad allattare la prole. Il vento, questa volta, aveva ascoltato la preghiera del falco. Questi tornò a volare infilando una dopo l'altra le nuvole scure in cielo. Nel frattempo i cacciatori avevano cominciato a sparare al falco invano! Il falco pellegrino rosso e nero riuscì a portare a termine la sua "battuta" di caccia nonostante avesse sfiorato più volte la morte: questa volta, la prima in assoluto, lo aveva fatto con l'aiuto del vento e delle nuvole. Ma ancora nulla era concluso, però: le sorprese, infatti, eran vicine da sopraggiungere...
 Il falco si apprestava a far ritorno al suo rifugio scavato nelle rocce sul fianco della montagna e in volo cominciò a farsi alcune domande:
 - Miracolo dei miracoli? disse. - Favorevole destino? Come mai il vento oggi ha ascoltato le mie preghiere? Qualunque cosa sia stata, ciò che conta è che sono ancora vivo e domani...si vedrà!
 Non appena ebbe pronunciato suddette parole il falco, purtroppo, si schiantò contro lo sperone sporgente di una roccia e cadde in un dirupo. La natura era stata sì, benigna, questa volta ma subito dopo, con gli interessi s'era ripresa quanto aveva poco prima generosamente elargito: come una sorta di spietato infallibile usuraio!
 Ma, probabilmente, il falco aveva esaurito le vite a sua disposizione: ne aveva avute ben più di sette e ne aveva già consumato sette volte tante durante la sua esistenza!
 Un'altro falco in quello squarcio di cielo di quella vallata, d'ora in poi avrebbe preso il posto di quello morto: un incessante spietato, darwiniano susseguirsi degli eventi naturali che non conosce sosta e non guarda in faccia a nessuno, senza riguardo per la vita nè della morte di nessuno! La natura, tuttavia, a suo modo ha una giustizia spietata ma "giusta". Anche i cacciatori avrebbero continuato la loro opera. Anche loro, infatti, come i falchi sono perfette macchine di morte. Entrambi sono programmati per uccidere coi loro mezzi a disposizione; la differenza tra gli uni e gli altri, però, è netta: il cacciatore "falco" uccide per sfamarsi e sfamare la prole; il cacciatore "uomo", invece, lo fa per piacere e per vile convenienza...se non addirittura per puro sadismo! 

Taranto, 17 febbraio 2014.

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