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Racconti di Luciano Ronchetti

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  • 01 novembre 2020 alle ore 18:54
    La donna che ha vissuto come uomo (burrneshe)

    Come comincia:  Tomas ha quasi settanta anni oggi. Tanti anni fa (quando era una ragazzina) viveva con suo padre Karman (pastore, contadino, raccoglitore di erbe officinali, venditore di pelli) e con la sua famiglia (non vi erano figli maschi ma soltanto tre femmine più piccole di lei) in un piccolo villaggio della regione del Kelmend, nel nord dell'Albania al confine col Kossovo: tutt'intorno a lei un paesaggio fatto di aspre montagne, terre dure, arcigne ed inaccessibili ai più; di luoghi impervi dove d'inverno per la neve si può rimanere bloccati in casa anche per intere settimane. Per secoli nel nord dell'Albania l'uomo è stato tutto e la donna nulla: pura merce di scambio, equiparata al valore del bestiame in questi villaggi dediti a pastorizia ed allevamento, al commercio del legname e alla coltivazione dei prodotti della terra. Quì la collettivizzazione delle campagne attuata nell'immediato dopoguerra con l'aiuto di iugoslavi, sovietici e cinesi ha attecchito ben poco: i montanari hanno sfidato dapprima i turchi-ottomani eppoi il comunismo che governò l'Albania per decenni. Una società arcaica e patrilineare dove la sola ed unica legge conosciuta è quella del Kanun, codice fatto di usi e consuetudini molto dure e tramandate oralmente sin dalla fine del '400, quando fu raccolto da Leke Dukagjini, guerriero e patriota albanese, e poi trascritto, in dodici libri, nei primi anni dello scorso secolo, da Shtjefen Gjekòv, frate francescano di origini kossovare. Il kanun regola un mondo ed una società prettamente maschile: non permette, ad esempio, che una ragazza possa lasciare il fidanzato a cui è stata promessa  in moglie (qualora succedesse, l'evento potrebbe innescare una faida senza controllo, fatta di vendette ed azioni violente da parte della famiglia dello sposo verso quella della donna); poi, quando la promessa sposa diviene moglie (al momento dello "scambio" il padre della sposa riceve in contropartita un proiettile!) e va a vivere nella casa del marito, diventa - al tempo stesso - parte integrante del nuovo nucleo familiare, così recidendo per sempre i legami con la famiglia originaria, quel "cordone ombelicale" a cui era unita sin dalla sua nascita. In questo mondo così spietato, tra l'altro, nessuna donna può ereditare i beni dell'uomo nel caso quello muoia prima di lei (che sia genitore, fratello o il consorte poco importa). L'articolo 29 del Kanun recita: "la donna è un otre fatto solo per sopportare". Padre, fratello o marito posseggono potere di vita e morte su figlie, sorelle e mogli. Quando il padre di Tomas morì, schiacciato sotto un masso accidentalmente cadutogli addosso in montagna, egli (che allora si chiamava Xarita) di fronte si trovò ad una scelta inesorabile: continuare ad essere donna e schiava per il resto della vita (la donna non è bene che parli prima di un uomo e che lo guardi pensando che non abbia ragione, oppure che esso scelga dopo una donna, neanche è bene fumare per una donna, o svolgere mansioni maschili, o bere prima che abbia bevuto un uomo, imbracciare un fucile, scegliere il marito...né andare sola nei boschi senza un uomo: non sono comandamenti, ma leggi e comportamenti del Kanun che ogni donna deve rigorosamente seguire!) oppure diventare uomo. Scelse di sacrificarsi, per salvare l'onore della sua famiglia e i suoi miseri averi; di cambiare genere per essere paradossalmente libera e così godere del rispetto della comunità. Tomas era una bella ragazza bionda e cogli occhi azzurri come il cielo. Portava i lunghissimi capelli sempre sciolti, li tagliò poi e li tinse neri, cominciò a indossare pantaloni lunghi in posto della gonna. Fece giuramento dinanzi al consiglio dei dodici anziani del villaggio: diventò così burrneshe, che sta per uomo e donna assieme (nulla a che fare col travestitismo, le transgender ed il mondo trans, però!), fece voto di castità per sempre, nessuno più la guardò come donna. Girò per tutta l'Albania e fece vari lavori: a Durazzo operaia in conceria, a Scutari in una fabbrica di pneumatici per trattori. E' stata anche metalmeccanico durante il periodo della dittatura. In fabbrica ha perso il dito mignolo della mano destra, finito sotto una pressa, e parzialmente l'uso dell'occhio sinistro. Quando la madre morì anche le sue sorelle minori hanno scelto di diventare come lei: Stella, Samia e Gabrj diventarono Mark, Gjin e Stefan. Stefan ha lavorato in Turchia ed in Germania, ha fatto il camionista ed è stata sulle navi mercantili; Mark invece è stata anche in America: tutte hanno sempre tenuto nascosta la loro identità, ovunque siano andate e qualunque lavoro abbiano svolto. Molti si domanderanno: siamo sicuri, però, che diventare quello che non si è (per costrizione o libera scelta), magari assumere i panni di un'altra persona o travestirsi per apparire qualcos'altro sia solamente prerogativa di donne in quell'ambito ristretto di zona della terra? Oppure è un trend che sovente e volentieri molte persone (a prescindere dal sesso) mettono in atto nella vita d'ogni giorno? Ai posteri, come al solito, compete l'ardua sentenza...o semmai, per i più impazienti (in parte parafrasando le parole di una vecchia canzone di Bob Dylan) bisognerebbe dire questo: "è possibile che la risposta stia scritta nel vento o tutt'alpiù tra le stelle!". Tomas vive oggi sulla costa dalmata, vicino Spalato, in una modesta casa con veranda che da sul mare: lo ha sempre amato più d'ogni cosa, in fondo, nonostante sia nata ai piedi delle montagne.Trascorre la sua esistenza in maniera modesta ma dignitosa, con tranquillità; a farli compagnia i suoi gatti. Ha vissuto quasi sempre come uomo e un solo rimpianto l'accompagnerà per il tempo che li resta: non essere mai stata veramente una donna in vita sua! 

    Taranto, 23 ottobre 2020.  

  • Come comincia:  - L'abbattimento dello Zeppelin (effetto e causalità) - Su un vecchio mio taccuino alcuni giorni fa ho riletto le note, che riporto integralmente, scritte nel gennaio del 2014. "Il 25 settembre del 1980 moriva a Windsor, località inglese sita nell'hinterland di Londra, il batterista dei Led Zeppelin (drummer, in inglese) John "Bonzo" Bonham e così...puff: di colpo lo "zeppelin" ossia il dirigibile più famoso della storia dell'umanità, anzi, quello più rumoroso ed iconico (è molto meglio scrivere) smetteva di volare (metaforicamente); e una delle band  più famose nella storia del rock (i Led Zeppelin, appunto) chiudeva baracca e burattini, ovvero per causa di questo evento tragico smetteva di suonare in eternum insieme. Pseudonimo di John Henry Bonham, l'artista (autore di molti testi) era nato a Redditch, piccola località nel cuore del Worcestershire, nel maggio di trentadue anni prima. Ufficialmente l'esito dell'autopsia parlò di "asfissia polmonare" avvenuta durante il sonno: pertanto nessuna causa dovuta a uso di sostanze psicotrope o stupefacenti, come in prima ipotesi s'era paventato, nonostante il musicista fosse da tempo in cura per disturbi psicosomatici (ansia e depressione) e si era disintossicato da poco dall'eroina. Sulle conclusioni autoptiche nulla da eccepire, furono senza dubbio validissime: Bonham, infatti, il giorno precedente la morte sua, aveva fatto largo uso di alcol (si parlò di circa un litro e mezzo di vodka ingerita) e ciò li provocò senz'altro un'intossicazione con conseguente eccesso di vomito autoindotto che lo portò al soffocamento, appunto, ed infine all'arresto cardiocircolatorio. Mentre scrivo queste note, o meglio ancora mentre le leggo e poi le trascrivo sul mio diario, mi torna in mente la triste vicenda che portò alla fine di Jimi Hendrix, altro grande protagonista della scena rock (non me ne voglia nessuno: Bonham, gli altri componenti del gruppo, Jones, Page e Plant, gli stessi numerosissimi fans dei Led sparsi ad ogni latitudine del globo, ma il "principe di Seattle" era-fu di gran lunga più...grande di lui, seppur avesse suonato per molto meno tempo ad altissimo livello), avvenuta un decennio prima (il calendario gregoriano segnava 18 settembre), ma poco lontano dal luogo in cui avvenne quella di Bonham: Hendrix cessò di vivere, infatti, nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, in quel di Londra e la capitale inglese dista poco più di trenta chilometri da Windsor. Ma esiste una analogia ancor più sostanziale nonché emblematica che accomuna i due eventi tragici: il decesso del chitarrista americano fu causato (come testuali parole del medico legale riportarono al tempo) da "soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; e quindi, non dissimile dall'asfissia polmonare che causò la morte di Bonham. Ad inizio note si parlava della fine dei Led Zeppelin correlata alla morte del loro batterista. Ebbene, essa fu abbastanza logica - nell'ottica del resto della band iglese, soprattutto, piuttosto che secondo la psiche e nelle viscere dei fans che avrebbero senza dubbio desiderato qualcosa di ben diverso - anzi, una conclusione di effetto e causa (o causalità). L'effetto (già scritto anche questo, invero) fu devastante (o meglio ancora deflagrante) e instaurò una reazione vera e propria a catena (di causa o causalità, appunto), una tragedia dei cieli, così come quella dell'affondamento del translatlantico Titanic lo fu del mare all'incirca settant'anni prima. In povere parole esso [l'effetto], sebbene assai nefasto, fu tuttavia poco più che un prodromo della causa o causalità visto ciocchè accadde in seguito (pochi mesi più tardi). A dire il vero, però (e ad onor della storia, direi!) un'altro disastro di "zeppelin" (materialmente e no in senso metaforico come l'altro), cioé con uno zeppelin dell'aria come protagonista, v'era stato già: il 6 maggio del 1937, quando l'Hindenburg (il più grande dirigibile di tipo "zeppelin" mai costruito dall'uomo, appunto: era, per la precisione, un modello LZ 129 e misurava quasi ducentocinquanta metri di lunghezza!) andò in fiamme sui cieli di New York. La storia dell'altro zeppelin, quello musicale, invece cominciò all'interno di una piccola sala prove a Londra, nella metà dell'inverno del 1968 con protagonisti quattro capelloni provenienti dalla campagna inglese: ironia della sorte volle che quei ragazzi prendessero il nome da quel dirigibile e che - fatto ancor più incredibile - la copertina del loro primo album ("Led Zeppelin one") raffigurasse la foto dell'Hindenburg che sta andando a fuoco. Sorte ancor più ironica decretò infine che quella stessa storia si concludesse tristemente dodici anni dopo come era successo per l'altra. Il 4 dicembre del 1980, a distanza di soli sessantanove giorni dalla morte di Bonham, il gruppo annunciava lo scioglimento e l'uscita di scena dal palcoscenico della musica. Questo fu il comunicato stampa battuto dalle agenzie in tutto il mondo: "Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere - in piena armonia tra noi ed il nostro manager - che non possiamo più continuare come eravamo!". Onore al merito dei Led Zeppelin, dunque...i fans lo capirono in seguito e lo accettarono pienamente. Un re borbone disse una volta: "Parigi val bene una messa"; i Led, invece, pensarono che non valesse la pena continuare l'avventura musicale insieme (anche se, materialmente quella decisione li costò centinaia di milioni di dollari in termini economici) per non infangare la memoria dell'amico scomparso. I tre superstiti continuarono la carriera da solista, ognuno per proprio conto o con altri gruppi: l'amicizia non ha prezzo, a volte!".

    Taranto, 14 maggio 2020.

  • 28 ottobre 2020 alle ore 10:01
    Il diavolo in corpo

    Come comincia:  Julie aveva il diavolo in corpo, quella voglia di concedersi senza freni ed inibizioni...ti viene da dentro e ti senti bruciare, ardere come un falò. Aveva un corpo sempre in fiamme, lei: metteva la quinta marcia addosso agli altri, uomini e donne, soltanto a guardarla. Ebbe il suo primo amante a sedici anni, lo conobbe ad una festa di addio al celibato, fuori città. Quella storia era durata sei mesi e poi...un'altra, un'altra ed ancora un'altra in successione algoritmica: sino a quando la sua collezione di scalpi non diventò infinita. Un giorno conobbe una donna, quando passeggiava al parco. Si innamorò di lei e le raccontò tutta la sua vita sino ad allora. Anche l'altra si raccontò e poi fece coming-out con Julie: scoprirono di essere simili, fatte a misura l'una dell'altra. Stanno insieme, adesso, ed hanno entrambe il diavolo in corpo.

    Taranto, 26 ottobre 2020.

  • 21 ottobre 2020 alle ore 19:58
    Insieme fino all'alba...

    Come comincia:                                                                                                      a Raymond Carver.

     Il silenzio è rotto appena dal rumore di alcuni passi sul selciato mentre cala il buio della sera...bagliore lontano: di macchine lampeggianti che sfrecciano nel traffico à gogo. Albert, che indossa un lungo impermeabile grigio, si ferma un attimo poi estrae da una tasca la sua pipa di legno nera, lentamente l'accende e la porta alla bocca. E' un uomo di mezza età, anonimo impiegato di banca da due decadi. Frances lo chiama da lontano: - Albert, Albert, son qua!
     L'uomo si volta e prende a camminare verso l'altra: la donna indossa un vestito elegante e porta tacchi alti. Anche lei lavora, fuori città, in un grande salone d'auto. E' sposata ed ha un figlio tredicenne: i due sono amanti. Si incontrano, si abbracciano: mentre lo fanno la pipa imboccata da Albert cade per terra e lui la raccoglie, ancora fumante: prima di rimetterla in bocca bacia Frances sulla guancia destra e lei li sorride. Dopo la donna li prende la mano destra e fa: - Che buon odore, hai cambiato marca?
     L'uomo risponde: - Sì, sì, da ieri. Tabacco Kentucky e Burley all'aroma di ciliegio e vaniglia.
     - Che si fa, stasera? - domanda lei. - Al Roxy o allo Stinger? Dai, qualche whiskey e poi a casa mia!
     - Niente locali stasera! - risponde l'uomo. - Nessun gioco fra noi: questa sera si va in un posto speciale...qualcosa di diverso. La donna li sorride ancora una volta. I due, tenendosi sottobraccio, si avviano alla macchina di Albert, una vecchia Chevrolet Chevelle del 1970 rossa fiammante. Frances apre lo sportello ed entra per prima; Albert invece prima di entrare toglie la pipa di bocca e la svuota: dopo averlo fatto la rimette in tasca, poi entra, si siede ed avvia l'auto. In men che non si dica sono sulla Donovan Street e poi sulla statale 181, quella per la litoranea: la via che porta alle spiagge di classe. Un quarto d'ora dopo arrivano alle conche di Durval. Albert e Frances si siedono sopra uno scoglio: il rumore dell'acqua che si frange sugli scogli vicini è l'unico a rompere il silenzio intorno a loro prima che lo faccia l'uomo: 
     - Questa sera è così...di fronte al mare, io e te soltanto, - dice; - questo tramonto...
     - Sì, sì, hai ragione: mai visto così, come stasera! - risponde l'altra. 
     - Questa sera è così...- ripete ancora Albert, - noi due soli di fronte al mare.
     - Si, sì, hai ragione, - fa la donna (si ripete allo stesso modo dell'altro: sembrano un disco incantato), - stasera è tutto diverso, è davvero speciale fra noi!
     I due così si abbracciano (fa freddo: lui sfila l'impermeabile e lo appoggia sulle spalle della donna), si baciano e poi si abbracciano un'altra volta. Alla fine si tengono per mano: così, tutta la notte ad ascoltare il suono del mare, ad osservare il cielo; insieme fino all'alba...proprio come due innamorati. Hanno voluto fare un gioco diverso, questa volta, Albert e Frances; hanno voluto giocare in maniera diversa ma sono sempre e soltanto amanti: lo hanno già capito dentro di loro.

    Taranto, 7 marzo 2016. 

  • 21 ottobre 2020 alle ore 14:24
    Morte di un clochard romano

    Come comincia:  Giacomo era un clochard di Roma, aveva cinquant'anni e di certo non li portava bene...mezzo secolo di vita, insomma, e sentirlo tutto sulle spalle. Da venti anni viveva in strada: la notte, tutte le notti di ogni santo giorno per trecentosessantacinque giorni all'anno! Di giorno a chiedere l'elemosina, ad elemosinare la quèstua per un caffelàtte, magari un cornetto o un panino. Raccoglieva cinque, sei o sette euro e subito scappava al bar o al supermercato (molti senza lavoro e fissa dimora fanno così: per evitare di accumulare cifre più grosse e poi...perché nessuno di loro ha un conto in banca o aspira ad aprirlo, un giorno!). Dopo lo trovavi spesso a piazzale Ungheria, in vicinanza della zona delle ambasciate, al quartiere Parioli. A volte si univa a ragazzi dell'est e indiani, o cingalesi, o del Bangladesh che chiedono elemosina ai semafori o puliscono i vetri delle macchine in transito, altre a degli artisti di strada e con loro intonava qualche motivetto blues. Era stato un musicista, Giacomo, da giovane; aveva suonato il clarinetto in una piccola band di provincia, in Abruzzo; ed era stato pure in America, nel Kentucky, in Illinois, nel Missouri e sul fiume Mississippi...aveva ripercorso la "via del blues", in quella lontanissima estate del '79 (un sogno coltivato sin dalle scuole elementari e finalmente messo in opera), lungo la mitica route 69: egli conosceva a memoria i pezzi di Charly Patton e Lead Belly, quelli di Robert Johnson e di "Big Bill" Broonzy, "Blind Lemon" Jefferson, Son House, Skip James e molti altri che spesso il padre, grande appassionato di blues, ascoltava. Quando era tornato a casa da quel viaggio, durante quell'estate, tutto li sembrò diverso: toccò il paradiso con entrambe le mani...aveva conosciuto il sesso e l'amore ma anche la droga e l'alcol, in America; e poi aveva preso il vizio delle puttane e del gioco: trovava un lavoro e lo perdeva, ne trovava un altro e perdeva anche quello, magari il successivo durava, a volte ma no molto spesso, però, qualche settimana in più del precedente: tuttavia era sempre lo stesso andazzo, non cambiava nulla. Paradossalmente dopo quel viaggio tanto agognato era cominciata la sua parabola in discesa, il declino personale e di uomo: negli anni ottanta morirono i genitori, perse anche la sorella, morta accidentalmente nel corso di una rapina. Si ritrovò così senza casa e a vivere da solo...sperduto a vagare nelle strade della grande città: all'inizio può essere un impatto devastante, quasi letale per alcuni. Riuscì a disintossicarsi dall'alcol e dalla droga grazie all'aiuto di qualcuno; viveva in città di elemosine ma a volte anche di furtarelli ed espedienti. Per un po' sparì dalla circolazione: si accodò ad un gruppo di artisti girovaghi rom e girò per l'Europa intera, in Ungheria e Romania, in Iugoslavia e poi in Russia, in Belgio, Francia e Germania...era stato un modo per cambiare aria, ma la vita del barbone ce l'hai dentro, lei ti marchia eppoi ti...come il richiamo della foresta per le belve e per i primati. Nel 1990 aveva ripreso la sua vecchia occupazione a tempo pieno: la strada, in fondo, era la sua vita, il suo habitat ideale; quelli come lui, senza fissa dimora e occupazione, non possono farne a meno, entra nel sangue e nella testa come la droga, l'alcol, il gioco, una bella donna, magari; vivere diversamente per quelli sarebbe come calarsi in un'altra dimensione, invivibile...toglierli il respiro e farli morire soffocati. Alcuni suoi amici erano morti di freddo, anni fa. Lo scorso anno anche Alfredo, suo compagno di bevute e di stanza, se n'era andato (insieme condividevano una roulotte abbandonata, a volte, allo "stalag 17", come tutti quelli come loro lo chiamano, vicino una pineta in periferia),  falciato senza pietà da un'auto pirata al Tuscolano. Era triste da un po', Giacomo, a volte imbronciato e malinconico, ed aveva perso quel sorriso e il suo fare scanzonato che sempre l'accompagnava nonostante tutto, nonostante quella vita di merda che - comunque - nessuno sceglie mai di vivere: forse, chissà, dentro sé stesso presagiva qualcosa, immaginava, sapeva. L'altro ieri sera, dopo aver smesso di suonare l'armonica per i passanti dirimpetto al "Mattarello", ristorante d'asporto, a piazza Cuba, e all'altezza della fermata del 168 (lo strumento gliel'aveva regalato anni fa uno di loro: subito imparò a suonarla...aveva il senso della musica e del ritmo innati, Giacomo, il groove dentro come tutti i buoni strumentisti), aveva raccolto le sue poche cose (qualche busta di plastica piena di cianfrusaglie, una vecchia radio, un manico di scopa e nulla più) e come faceva di solito s'era incamminato verso viale Romania per percorrere non più di centocinquanta, duecento metri: nei pressi della chiesa Parrocchiale di San Roberto Bellarmino, in un angolo semi nascosto, dirimpetto a un negozio di pneumatici, aveva approntato il suo letto per la notte e s'era intrufolato nella catasta di cartoni...il suo domicilio attuale. All'alba lo ha trovato senza vita Michele Angiulli, netturbino sessantenne emigrato a Roma dalla Puglia quarant'anni fa: Giacomo era morto nel sonno, probabilmente, aveva il cranio fracassato e versava in una pozza di sangue; una spranga di ferro, lunga quaranta o cinquanta centimetri, giaceva per terra accanto al suo corpo inerme. Forse...chissà? Giacomo era un barbone, aveva cinquant'anni, è stato trovato morto: "una bocca in meno da sfamare", diranno in molti (ma mangiava davvero così tanto?). Per altri invece un rompicoglioni maleodorante in meno da sopportare e da annusare, in giro per il quartiere, e un impiccio in meno per il Comune che dovrà anche sostenere le spese funebri. Ma si, dai, meglio così, in fondo...in fin dei conti era solo uno di quelli che non aveva nulla da perdere e non lascerà niente a nessuno; era soltanto un barbone, un clochard come li chiamano adesso gli esterofili, i puristi ed i signori più distinti: a chi fregava un cazzo di Giacomo?

    Taranto, 21 ottobre 2020.

  • Come comincia:                                                   "Tutto ciò è adesso, tutto ciò è andato, tutto ciò è in 
                                                       divenire; ogni cosa è intonata sotto il sole ma il sole
                                                       è oscurato dalla luna"
                                                       (da: "Eclipse", di Roger Waters, 1973).
     
     Dov'è l'effimero della nostra esistenza? Quant'è l'effimero nella nostra esistenza? Non allarmatevi, nessuno lo faccia, per carità: non sono le classiche domandone da cento milioni di dollari, tuttavia penso che il peso ed il senso della nostra esistenza (per alcuni può essere beata, placida e tranquilla, per altri invece irta di ostacoli e tempestosa: la via di mezzo sarebbe quella assolutamente piatta, molto peggio della noia e dell'oblio messe assieme...un elettrocardiogramma senza onde d'urto, insomma!) possa riassumersi in queste due domande a cui molti non sapranno mai rispondere nel corso della loro vita, mentre altri tralasceranno invece volutamente di farlo: per mancanza di stimoli, per noncuranza o disinteresse, per volontà di "aggirare" l'ostacolo o per effettiva incapacità a farlo. Sembra chiaro, tuttavia, a mio avviso, che ogni cosa ruoti intorno a tale dubbio amletico di natura - per così dire - logistico-quantitativa: dove e quanto [sia] l'effimero? Le risposte ho provato a darle in queste righe: l'ho fatto senza avere la certezza matematica di esserci riuscito per il meglio e, soprattutto, non perché mi ritenga esser migliore di chiunque altro, ma soltanto perché cerco sempre di mantenere le promesse, di...rispondere alle domande: tanto a quelle che mi pone qualcun altro, quanto a quelle che mi pongo da me stesso! Ebbene, direi proprio che l'effimero nella nostra esistenza è molteplice, anzi, tantissimo: probabilmente essa è tutto - e soltanto - "effimero" e sebbene esso [l'effimero] si presenti a volte sotto mentite spoglie ed indossi l'abito colorato, divertente, ironico e financo fantasioso e fantastico, resta pur sempre - e soltanto - effimero. Ogni cosa che noi facciamo è subordinata a questo, ogni nostra azione o decisione che mettiamo in atto o prendiamo è effimero; ogni cosa che innanzi ci appare altro non è infatti...se no qualcosa di diverso da ciò che è e tutto ciò che appare o può apparire è sempre ciocché non è: pura illusione. Tutto è, non dimentichiamolo mai, iridescente ma assoluta vacuità. Quello che ci appare è di certo la realtà ma essa non è mai verità assoluta: è effimero, appunto! Eppure la maggioranza degli esseri umani sembrano essere ciechi; tutti noi restiamo ciechi, sordi e muti dinanzi a tutto questo che è semplicemente uno stato di fatto, lo "stato" delle cose, l'assolutà verità che...verità assoluta non è mai, appunto! Tutti ci comportiamo, e viviamo, ed agiamo in funzione di altro, senza tener conto di quanto incomba...dietro l'angolo, di ciò che pende...come una spada di Damocle sulle nostre teste e sulla nostra vita, sul nostro destino. Mi chiedo perchè ciò accada? Forse perché camminiamo, ci muoviamo, viviamo a cento allora, pochissimo slow: andatura troppo forte per poter renderci conto delle cose che ci circondano, poter riflettere e contemplare su di esse, carpirne il vero significato e reconditi segreti. Penso, però, che un giorno l'umanità tutta si fermerà: quando - e se - ciò avverrà a me come a nessuno è dato sapere...magari non ci sarò più per vederlo di persona e come me molti altri non ci saranno più, tuttavia son sicuro che a quel punto tutti capiranno tutto, ogni cosa; capteranno, cioé, che ogni cosa è effimero e la vita stessa non appartiene a nessuno: ovvero, che non è nostro dominio e (di) nostra proprietà. Ma torniamo ora alla prima delle due domande: dove si trova l'effimero della nostra esistenza? Come detto (magari mi ripeto, ma lo faccio appositamente e ben volentieri!), a mio avviso è in tutto, in ogni dove; esso è in tutto quello che pensiamo, diciamo o facciamo; è nel nostro pensare, nel nostro agire, nella stessa nostra essenza di esseri umani: nei sogni che facciamo in ogni istante della giornata (e magari, chissà, anche negli incubi!), ad occhi chiusi o aperti; nei progetti di vita che disegnamo o nei percorsi (di vita) che ci prefiggiamo di percorrere e poi percorriamo; nei pensieri, a volte tormentati, che facciamo; nelle persone o nelle cose che abbiamo amato, in quelle che amiamo ed in quelle che ameremo; nelle parole  dette ed in quelle non dette, o in quelle che abbiamo semplicemente pensato e che avremmo voluto dire.

    Taranto, 11 settembre 2013. 
                                                 

  • 14 ottobre 2020 alle ore 12:10
    La nave

    Come comincia:  Penetrando dense nebbie in una notte d'ottobre la nave, senza nocchiero né timone navigava in mare aperto...era sacro il suo cammino?! Una calma fluida l'accompagnava e le onde piatte, solcate di prua, si stagliavano innanzi a lei mentre lo stridulo lamento d'un grande e giovane albatros la seguiva alle spalle. D'un tratto, di traverso alla nave apparve tra le nebbie una stella colorata di rosso: sembrava un vecchio fantasma ma non era la stella che tutti attendevano, quella...polare.
     -L'appuntamento non è lontano! - gridò un marinaio all'equipaggio. La nave, intanto, continuava a navigare - seppur lentamente - e le nebbie, nel frattempo, cominciarono via via a diradarsi. La ancestrale meta era sempre più vicina. Ad un tratto alcune macchie di luce squarciarono la notte ed il suo cielo e le nebbie, così, sparirono del tutto: era quello il "punto"! La nave cominciò ad inabissarsi in un vorticoso gigantesco gorgo: un attimo soltanto e scomparve...l'espiazione a quel modo s'era compiuta, quella dell'equipaggio e quella d'ogni uomo sulla terra. Dopo tutto ciò un'arcobaleno, colorato solo di rosso e nero apparve in cielo tagliandolo in due: preciso lo recise, come un chirurgo; mentre dal suo riverbero sul mare, proprio nel punto in cui la nave era scomparsa, uscì una bellissima sirena bianca: ella agitava due fuochi di Sant'Elmo tra le mani ed andò intonando uno strano canto di morte. I resti di quella nave dormirono per sempre negli abissi profondi del mare ma una bottiglia vuota tornò a galla: trentatré giorni dopo, su una solitaria spiaggia fu ritrovata da un vecchio pescatore con una gamba di legno...misteriosamente conteneva un foglio bianco senza nulla di scritto sopra. Il pescatore così lo estrasse dalla bottiglia, poi lo accartociò e lo lasciò sulla sabbia; dopo di che tornò alla sua capanna con la bottiglia vuota. La notte seguente il pescatore morì ma nessuno mai trovò una bottiglia nella sua capanna.

    (da un quadro di J. W. M. Turner: "La nave negriera"). 

  • 12 ottobre 2020 alle ore 16:55
    Le ragazze dello zoo

    Come comincia:  Lo zoo è al di là del fiume, un pezzo di muro lungo non più di dieci auto messe in fila, una di seguito all'altra. Costeggia la discarica: c'è sempre tanfo di marcio laggiù e un nugolo di grossi corvi, come capre, bruca le piccole chiazze d'erba che circondano una vecchia casa, inabitata da tempo, in fondo al viale parallelo allo zoo...i volatili sono i guardiani di quella casa e dello zoo: quando annusano il pericolo gracchiano forte per dare l'allarme. Un tempo, in quella casa vi abitava un vecchio insieme ad una bambina: Sam e Sandy. Il vecchio aveva cresciuto con amore quella bambina, trovata tra i rifiuti una notte di venti anni prima: avvolta in un plaid rosso e abbandonata non si sa da chi. Il vecchio poi morì e quella bambina, ora divenuta una splendida ragazza bionda e cogli occhi azzurri, frequenta la sera lo zoo e pure di notte insieme ad altre ragazze e ad altri ragazzi diversi: quelle e quelli che vendono i propri corpi per pochi denari, sufficienti appena a comprarsi una dose, a volte, o una bottiglia di whisky doppio malto per scaldarsi le budella quando fa freddo, in inverno. Tutti sanno, oltre il fiume, nella parte nuova della città che lo zoo è off-limits in certe ore: già dalle dieci di sera, a volte un po' prima, un viavài di grosse auto e nere avviene vicino al muro e una ragazza o un ragazzo così si imbarcano, spesso insieme. La scena è sempre uguale, si ripete in maniera meccanica quasi rituale e chissà se volutamente o meno: la vettura o le vetture si fermano, il finestrino si abbassa, una mano fa un cenno e una ragazza (o un ragazzo od entrambi), apre poi lo sportello, si infila dentro e...via! Sandy frequenta lo zoo da tre anni, ormai. Prima era una "citoyen" normale e poi...il suo gruppo allo zoo era prima composto da quattro donne come lei: da sei mesi manca Karin, una trans giunta dal nord, un'estate; l'aids l'ha portata via e Sandy ha pianto per ore quando è successo, dopo aver fatto le notti per due settimane al suo capezzale. Sandy voleva un gran bene a Karin: era orfana come lei e sapeva farsi amare, darsi con tutta sé stessa agli altri quando lo faceva. Ora sono tre le "ragazze dello zoo": tutti le chiamano così anche se la sola ad essere etero è proprio Sandy. Una di loro si chiama Garrity, l'altra Runkle. Le tre vivono in una capanna nel bosco, poco distante dallo zoo e fanno tutto insieme, a volte anche il sesso: sono inseparabili tranne quando lo fanno con gli altri. Runkle è stata la più precoce tra le tre, ha imparato a venire in bocca ad un uomo appena a tredici anni: quello stesso uomo gli insegnò ad usare bene il suo culo e come si fa ad avere un orgasmo. Nonostante tutto le tre ragazze sono felici. Hanno capito che la loro vita è quella e probabilmente nessuno potrà mai cambiare lo stato delle cose: hanno capito che nessuno può scantonare dal percorso che il destino riserva ad ognuno, che sia bello quanto che sia brutto. Nessuno può farci nulla: devi seguirlo e andare dove ti porta...come fa un giunco alla mercé della corrente quando percorre il fiume. Le ragazze non credono nella redenzione ma solo in una filosofia abbastanza spiccia e cruda seppure semplice: vivere alla giornata, senza pensare al futuro. Ne hanno passate tante insieme e ne hanno viste di cotte e di crude. Una volta Sandy portò un trans con l'epatite C dietro il muro. Quello aveva una grossa catena d'oro al collo e lei gliela sfilò, dop'averlo minacciato con un cono di bottiglia. Poi fece l'amore con lui ma non sapeva fosse malato: glielo disse lo stesso trans, dopo. Sandy allora si pentì del suo gesto e ridiede la catena all'altro, poi l'abbracciò e li disse:
     - Non sapevo fossi malato e non sapevo neanche tu fossi un trans, ma...rimane una cosa tenera quello che abbiamo fatto! Quel ragazzo morì qualche mese più tardi e spesso Sandy porta delle margherite sulla sua lapide al camposanto. La strada ha delle leggi non scritte...quelli che studiano sui libri e consultano codici non le conoscono affatto. Un'altra volta accadde che la moglie di un cliente trovasse Sandy e l'uomo insieme, in una camera d'un motel sull'autostrada. La donna sparò al marito colpendolo di striscio e poi scappò: fu una fortuna per Sandy e per il marito della donna. Qualche mese fa Sandy stette da una zingara, in città: lo ha fatto senza un perché, una ragione particolare, magari...per ammazzare il tempo o spendere, chissà, qualche quattrino extra guadagnato. La donna li ha letto la mano e li ha predetto il futuro: "troverai un ragazzo che ti piace un giorno, lo sposerai ma dopo lui finirà insieme ad un trans che possiede un solo paio di scarpe!". Sandy ora preferisce non pensarci a quella strana profezia, in fondo è sempre meglio la realtà...lasciarsi guidare dalla corrente e vedere dove ti conduce. Lei è una ragazza dello zoo e forse lo sarà per sempre!
    (liberamente ispirato a: "Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, di K. Hermann, H. Rieck, Christiane Vera Felscherinow)

    Taranto, 12 ottobre 2020. 
         

  • Come comincia:                                                     - Gli dei concessero questa richiesta, e da allora
                                                        in poi il corpo di Ermafrodito conteneva sia il maschio
                                                        che la femmina.      

    - Luna è una bellissima ragazza trans, ha i capelli scuri e gli occhioni verdi...nei suoi occhi è scritto (ancora) il dolore a caratteri cubitali: ne portano i segni più del suo corpo perché lo hanno toccato con mano, lo hanno subito a causa della cattiveria degli esseri umani. Luna è nata ventinove anni fa in uno slum di San Paolo, in Brasile. Il suo nome da uomo era Carlos. Non conobbe mai i genitori, crebbe in un'orfanatrofio pubblico. Sin da tenera età capì di essere diversa, si sentiva strana in quel corpo, quasi un'estranea...non voleva essere un uomo. A quattordici anni scappò via, cominciò la sua vita per strada e iniziò a prostituirsi per darsi da vivere: inizialmente lo faceva solo con uomini, sentendosi attratta verso persone del suo stesso sesso. Riusciva a guadagnare il denaro appena necessario per sopravvivere. Dormiva in spiaggia o nei cassonetti della spazzatura, quand'era fortunata in capanne di cartone tenute in piedi alla bene e meglio o sotto gli alberi. Qualche anno dopo la musica cambiò: Luna iniziò la sua transizione mentale ed il passaggio ad un corpo di donna. Si accoppiava e si prostituiva ancora con uomini ma...in maniera diversa: (facendolo) sentendosi donna, la cosa che - in fondo - aveva sempre desiderato, sin da bambino. Conobbe un medico, una donna di nome Loriana (la chiamava Lori: era una donna gay) che le diede sostegno morale e l'aiutò col denaro. A vent'anni il suo corpo era completamente cambiato, finalmente Luna si sentiva "sé stessa". Continuava a prostituirsi, lo faceva più volte al giorno: adesso sia con uomini che con donne, nei quartieri bene della città; ma non li piaceva vendere il proprio corpo, non li era mai piaciuto: lo faceva per denaro! Le cose, tuttavia, erano diverse per lei adesso (riusciva a pagarsi una stanza e non viveva più per strada) ma non per i suoi clienti.
     - Gli uomini vogliono il tuo corpo, - diceva Luna a Lori, - desiderano penetrare in te, e molti ci desiderano a tal punto da rischiare persino di perdere l'amore della famiglia, della propria donna ed il suo rispetto: è una voglia morbosa, la loro, voglia di sesso e basta; ma una cosa non cambia mai e...ti guardano con superiorità, quasi a volersi sentire migliori di te, con disprezzo il più delle volte, nonostante approfittino del tuo corpo e lo desiderino, sino a farti sentire sporca: un sacco di lurida merda. Ogni uomo lo fa, ogni uomo ti chiede con quanti uomini sei stata? Quanti cazzi hai succhiato? A che età ti hanno sfondato il culo? Nessuno ti chiederebbe mai come ti chiami? Quanti anni hai? Perché batti il marciapiede? Per gli uomini che ti pagano sei sempre una puttana, lo sarai per tutta la vita: solo ed unicamente una fottuta puttana trans! 
     A ventidue anni fu vittima della tratta degli esseri umani, dopo gli accadde ancora nel corso della sua vita. Racconta spesso quanto li è accaduto. 
     - Mi hanno proposto molte volte di viaggiare, - dice Luna, - sin da quando avevo sedici anni. Un giorno, un cliente mi disse: "Sei così carina, sai che faresti un sacco di soldi laggiù? Le donne diverse sono richiestissime. I giapponesi amano molto le trans, amano la perversione e tutto ciò che è perverso!".
     Così, speranzosa ed attratta dall'idea dei guadagni facili, Luna affrontò il viaggio spendendo tutti i suoi risparmi (circa duemila dollari). Il cliente conosceva un intermediario a cui parlò di Luna ed il quale - a sua volta, - parlò al prestanome locale che era una donna giapponese di quarantotto anni: si chiamava Kenzo Hiruo e girava sempre su una Jaguar grigia insieme a due uomini coi capelli corti e occhiali scuri; la chiamavano tutti "Kapò" per via dei suoi modi non del tutto cortesi ed oltre modo spicci e risoluti, ma anche...la "missionaria", per la sua attitudine a provare quella posizione durante il coito e quella a reclutare donne di strada: anche lei aveva battuto il marciapiede, da giovane, in Corea e Giappone. La donna accolse Luna al suo arrivo, all'aeroporto di Tokyo, in una mattina piovosa di metà maggio. Aveva viaggiato insieme ad altre due ragazze etero, Margy ed Evita, entrambe argentine di La Plata: vendevano il loro corpo anch'esse, non le rivide mai più. Alcuni mesi più tardi seppe che la rossa, Margy, era annegata in un fiume, in Francia, dove era arrivata per lavorare come stripper in un locale notturno. Insieme a lei aveva viaggiato anche Eduardo, viados venezuelano. C'era stato subito affetto con lui, Eduardo diventò grande amico di Luna (era difficile per chiunque non esserlo: era una ragazza molto dolce e gentile)...il suo destino era segnato, però. Anche lui aveva alle spalle una storia buia: era cresciuto nei bassifondi di Caracas a suon di risse, coltellate e marchette. Non aveva compiuto la transizione, era solo un travestito (in Brasile, quelli come lui li chiamano "trans centauro" pre-operazione): qualche giorno dopo il loro arrivo in Giappone confessò a Luna che non l'avrebbe mai fatto. Una mattina lo trovarono morto stecchito in un vicolo: aveva la carotide recisa da una rasoiata; versava in un lago di sangue, un garofano rosso in bocca ed un cartello appeso al collo con su scritto: "Fottiti, schifoso!". A Luna diedero dodicimila dollari e gli presero il passaporto. Gli dissero: "Devi pagarcene centomila per riaverlo". 
     - Quì sei sola, non hai amici, non hai nessuno che ti guardi le spalle, - disse Kapò a Luna, - devi darti da fare se vuoi che fili tutto liscio!
     Ogni ragazza doveva mantenere una media di cento clienti al mese: lei ci riusciva quasi sempre e quando non riusciva a farcela li tagliavano il trenta per cento dai suoi compensi. Altre sue amiche invece non riuscivano a tenere il passo con le richieste e allora le picchiavano dandogli pugni nello stomaco perché il viso non deve essere mai toccato: è una legge di mercato sacra per gli sfruttatori, i papponi e...la strada.
     - Una volta, - scrisse Luna a Lory, in Brasile, - il Kapò fece l'elettroshock ad alcune ragazze ("per ricondurle sulla retta via!", diceva), me lo raccontò una mia amica che lo aveva visto coi suoi stessi occhi. Decisi di scappare perché ero sul punto di scoppiare...di rottura mentale; ero ad un bivio. Però vennero a saperlo (le spie sono anche nei muri ed hanno orecchie, spesso). Il Kapò mi fece visita coi suoi gorilla, non alzò un dito e neanche la voce contro di di me e mi disse: "Ora il tuo debito è raddoppiato per riavere il passaporto...la prossima volta pensaci bene prima di farti venire strane idee in testa!".
    Kapò era una donna orribile, non parlo dell'aspetto, - scrive ancora Luna, - anzi, il suo viso era bello e lasciava trasparire dolcezza e non quella che era veramente. Non aveva scrupoli e neanche un briciolo di umanità: avrebbe anche ucciso se ciò faceva comodo al suo scopo...anche molte di noi, però, avrebbero ucciso lei volentieri!
     Così Luna riprese a lavorare ma sebbene lo facesse con tutta la volontà possibile e mettendoci tutta sé stessa (oltre al suo culo, ovviamente!) non vedeva più via d'uscita...non ce l'avrebbe fatta mai a riscattarsi. Un giorno, però, ecco la svolta: una rondine che fa primavera (lo era già: era metà aprile, ironia della sorte, del caso, del fato o...della fortuna forse!). Luna cominciò ad incontrarsi con un cliente e dopo di allora a farlo sempre più spesso: era un uomo di mezza età dai modi garbati e gentili; non voleva mai far l'amore con lei e quando erano soli nella stanza li prendeva le mani e le stringeva forte a sé, li accarezzava il viso, li dava un bacio sui capelli: quando andava via li metteva sempre un fiore tra i capelli. Era un uomo solo, a cui la vita aveva fatto tanto male (in questo erano due gocce d'acqua siamesi: lui e Luna...sembravano fatti l'uno per l'altra!); la moglie era morta, uccisa impietosamente da un cancro alcuni anni prima, non avevano avuto figli. Aveva soltanto bisogno di parlare con qualcuno, in fondo...Luna lo capì e si ascoltavano a vicenda, a volte; ascoltavano i propri silenzi, senza dirsi una parola ma guardandosi dritti in mezzo agli occhi. L'uomo provava affetto per la ragazza: quell'affetto per cui...lo provi senza chiedere nulla mai in cambio e lo dai perché ti viene da dentro. Disse a Luna che l'avrebbe aiutata a riscattarsi. L'ultima volta che la vide li portò una busta: era piena di soldi. Abbracciò la ragazza, prima di dargliela, e poi li diede un bacio sulla bocca, di quelli che...lo senti dentro, te lo ricordi finché campi; di quelli che trinciano in due l'universo. L'uomo, prima di salutare Luna con un piccolo cenno della mano, le disse: - Questi sono per la tua libertà, va e non voltarti mai indietro. Va e vivrai! Luna li prese e pianse a dirotto. Non ha più rivisto quell'uomo. Portò i soldi al Kapò: era libera, finalmente! La sera stessa prese l'aereo per la Francia: aveva sognato sempre di andarci, sin da quando aveva un nome ed un corpo di uomo e viveva e si prostituiva nella favela, a San Paolo. Sapeva, però, in cuor suo, che la vita sarebbe stata difficile, come e più di prima - probabilmente - per lei: come sempre, del resto! Soggiornò per qualche tempo a Marsiglia, divideva un piccolo appartamento nella zona del porto con una ragazza nigeriana, Lorupe, che li procurava i clienti.
     - A volte i clienti ci odiano a tal punto da...- diceva Lorupe, - una sera uno di loro mi picchiò, stetti due settimane in ospedale con un braccio rotto e lo zigomo destro spaccato. Spesso i clienti odiano quelle come noi e le puttane in genere: quelle di strada ancora di più, noi non siamo escort d'altobordo. A volte ci odiano a tal punto da scoppiare come la dinamite o una bomba ad orologeria all'improvviso. Alcuni rivedono in noi la loro madre che li maltrattava da piccoli, si ubriacano e ci massacrano di botte. Una notte, mesi dopo, Luna rientrò col viso stravolto, i vestiti strappati e piena di lividi: era stata violentata in un vicolo buio, non li era mai successo sino ad allora, neanche in Brasile: c'é sempre una prima volta per ogni cosa, è così...anche essere sverginate dalla violenza della strada. A venticinque anni Luna lasciò la Francia e salutò la sua amica. Andò in Svizzera, a Zurigo, dove lavorò per una donna, una anziana signora polacca che si chiamava Irena. Conobbe solo il suo nome: aveva tre appartamenti in città, metteva a disposizione di Luna una stanza dove incontrava i clienti e prendeva la metà dei suoi guadagni in cambio. Luna le voleva un gran bene, era diventata come una madre per lei. Si innamorò di un uomo (spesso accade anche a quelle come lei) e con lui ebbe una breve ma intensa passione: era la prima volta, in sua vita, che conosceva l'amore...il fare l'amore amando che è ben diverso dal fare l'amore e basta! L'uomo poi morì tragicamente in un incidente aereo: Irena la aiutò e li stette vicina. In inverno Luna partì, si diresse a Cipro. Conobbe un lover boy (uno di quei tizi che ti adescano e poi...ti ritrovi nella merda fino al collo!) ed entrò per due volte nel traffico degli esseri umani. Fu dirottata in Lettonia, dopo un viaggio interminabile insieme ad altre ragazze dell'est Europa (ucraine, bulgare, ungheresi, ceche). Lavorò a Riga, a Jurmala e in altre cittadine di campagna. Si prostituiva per cinquanta dollari a marchetta (quaranta-quarantacinque a volte andavano all'intermediario: il resto li bastava per sopravvivere), ne faceva 10, 12, 13 fino a 15 al giorno, a volte...sesso di plastica, in quantità industriale: tal quale agli operai sotto il metodo Bedaux o come Stakanov. Era soltanto un pezzo di carne, ormai; si sentiva così...alla mercé della strada e di chi la sfruttava, proprietà assoluta del pusher. Riuscì a scappare ed insieme a una ragazza dell'Ucraina prese il treno per Copenhagen. Dopo alcuni mesi in Danimarca andò in Olanda: aveva ventisette anni ma si sentiva come se avesse vissuto da almeno due secoli! Ad Amsterdam si rivolse alla Croce Rossa ed all'esercito della salvezza, come aveva fatto quand'era in Svizzera per un breve periodo: per chiedere da mangiare e un alloggio. Stette al sicuro per un po', poi li pagarono il biglietto per l'Inghilterra. Ora Luna vive in un sobborgo di Londra, in una casa piccola ma accogliente, insieme a George, un uomo molto più grande di lei che l'adora. A George piace tutto di Luna, anche il suo "pocket coffee" (è così che lui chiama l'arnese che lei ha in mezzo alle gambe: con una tasca a sorpresa, appunto, ed un cioccolatino espresso assieme!): l'uomo ha lasciato la moglie, con cui era sposato da quasi trent'anni, per mettersi con Luna. Nel Regno Unito sempre più uomini si uniscono con ragazze trans: "sono più dolci, sensibili, generose...hanno buon cuore e sanno ascoltare", dicono (gli uomini) di loro. Spesso, però, è George ad ascoltare Luna quando li racconta scorci della sua vita passata. Qualche tempo indietro li disse:
     - Ho vissuto tanto per strada e lei ti cattura, prima, poi ti consuma ed infine cerca di buttarti via: così, se non sei forte abbastanza e preparata ad affrontarla...ti divora poco alla volta ma prima di farlo si ruba ogni cosa di te, si prende l'anima e tutta te stessa, si prende quello che hai di più prezioso: il sole di dentro, la luce dei tuoi occhi e persino il vento che soffia sui tuoi capelli, a volte! Luna non ha smesso di prostituirsi, vende ancora il suo corpo per denaro ma non è sotto padrone adesso e non fa più la schiava per nessuno: lavora soltanto per sé stessa. George è contento: la sua Luna non è più una puttana trans...adesso è una trans che si chiama desiderio.

    Taranto, 8 ottobre 2020.     

  • 07 ottobre 2020 alle ore 11:30
    Pagine di sport - Arnold Palmer (Usa)

    Come comincia:  Ho conosciuto il golf, televisivamente parlando, nei primi anni ottanta attraverso le telecronache indimenticabili (passate in tivù in differita, il più delle volte) di Mario Camicia, giornalista, commentatore, fotografo nonché grande esperto di golf scomparso nel 2011. Così mi sono appassionato a quello sport (da molti, e ingiustamente, ritenuto sport elitario e di nicchia nonchè poco "redditizio" dal punto di vista televisivo: basterebbe informarsi sul seguito che ha nei paesi anglofoni, in nord America e nord Europa, in alcune zone dell'Asia per rendersene conto!) e alle gesta di alcuni grandi campioni che erano in auge in quel periodo: Jack Nicklaus, Tom Watson, Severiano Ballesteros, Lee Trevino, Greg Norman, Arnold Palmer, etc.. Da allora, purtroppo, debbo dire di aver seguito sempre meno questo sport e non per mie colpe: soprattutto per il fatto che nel corso dei decenni successivi, tranne piccole e brevi eccezioni, esso sia stato in massima parte "preda" (televisivamente parlando) dei grossi network a pagamento. In questo spazio di pagine di sport, dedico un articolo proprio ad Arnold Palmer, giocatore statunitense che sicuramente  è stato il più popolare di ogni tempo tra i campioni del golf. Egli fu l'eroe antidivo, il mito dello sport per gli americani. L'uomo che ha reso popolare il golf come nessun altro. Basti pensare che creò la "palmermania", cioé la voglia della gente di emularlo nei gesti e nel comportamento. E' stato per questo il campione più simpatico che abbia mai calcato i green e che il golf abbia mai avuto e rimarrà nella storia di questo sport (e dello sport in generale) oltre che per il suo valore tecnico anche per la disponibilità e signorilità verso il pubblico e gli avversari. Dotato di grande estro e carica umana, pochi nomi possono reggere il confronto con lui nel dopoguerra: Nicklaus, Trevino, Player, Watson, Ballesteros e, ultimo, il top degli anni novanta-duemila, Tiger Woods. In ogni torneo era seguito da una galleria di personaggi, chiamata "Arnie's Army" (Armata di Arny), con cui amava scherzare e divertirsi durante le fasi di gioco. Nato a Latrobe, cittadina della Pennsylvania situata nell'area metropolitana definita "Great Pittsburgh" e famosa per il "banana split" (gelato con banana), per essere stata sede dei camp estivi dei Pittsburgh Steelers, squadra di football della NFL, nonchè per la birra Rolling Rock, il 10 settembre del 1929, nel 1954 trionfa agli US Open Amateurs prima di esordire, l'anno successivo, nel circuito professionistico (PGA Tour) dove otterrà ben sessantadue vittorie (tra l'altro, vinse gli Open - oltre a quello degli Stati Uniti - in cinque diverse nazioni al mondo: Canadian Open nel 1955, Panama e Colombia Open nel 1956, Australian Open nel 1966, Spanish Open nel 1975) e guadagni per 1.902.698 dollari (è stato il primo giocatore ad abbattere il muro del milione di dollari in carriera). La sua prima vittoria in una prova dello slam fu quella nel Masters di Augusta nel 1958. E' da dire che nel golf, così come in un'altro popolare sport giocato con attrezzo (racchetta) e pallina, ossia il tennis, le prove dello slam (note anche come "Major Tournament") sono quattro e si esauriscono in un lasso di tempo che va da aprile a luglio. Il Masters di Augusta è la prima di queste prove, ad aprile. E' così chiamato perché si disputa sempre nella località omonima della Georgia, nel sud degli States, ed è organizzato dal locale club golfistico, uno dei più prestigiosi ed antichi al mondo. Le prove successive, la seconda e la terza, si disputano sempre in territorio americano ma sono "itineranti": tanto il PGA Championship, organizzato in maggio dalla Professional Golfer's Association (l'Associazione dei giocatori professionisti americani di golf), quanto gli US. Open, che si disputano in giugno. L'ultima prova è quella degli Open Championship, meglio noti tra gli appassionati come British Open, e si disputa a luglio in località sempre diverse del Regno Unito. E'la prova più antica del circuito: la prima edizione fu giocata nel lontano 1860. Complessivamente Palmer ottenne sette successi in prove dello slam (2 British Open, 1 US. Open, 4 Masters) tra il 1958 ed il '64 ma ha anche il rammarico, dentro di sé, (giustificato e giustificabile, probabilmente) di non aver mai vinto il PGA Championship in cui è giunto ben nove volte tra i primi 10 (record assoluto che detiene con altri tre giocatori: Ben Hogan, Julian Boros e Nicklaus) e di non esser potuto entrare, così, nell'esclusivo club degli "slammers", ovvero quei giocatori che hanno vinto tutti i majors: Gene Sarazen, Hogan, Gary Player, Nicklaus, Woods. Nel corso della sua carriera, la quale abbraccia oltre un trentennio, (altra peculiarità che lo contraddistingue e lo eleva ulteriormente in excelsis) ha però rivaleggiato con grandissimi giocatori, probabilmente i più forti all-times (da Sam Snead a Boros, da De Vicenzo a Middlecoff, Billy Casper, Floyd, Player, Trevino, Watson, etc.), tuttavia sono i suoi duelli con Jack Nicklaus ad aver fatto epoca, ad aver lasciato impronta indelebile nella storia del golf e ad aver infiammato oltre modo gli animi degli appassionati di tutto il mondo. L'"orso biondo" (il soprannome con cui addetti ai lavori ed appassionati sono soliti chiamare Nicklaus), che molti considerano il più grande giocatore di tutti i tempi, ha conteso sin dal suo esordio, avvenuto nel 1962 (anno dello storico play-off di Oakmont, in cui batté il rivale agli Open degli Stati Uniti) popolarità ed onori a Palmer che, però, con grande carattere ha sempre ribattuto colpo su colpo all'avversario. Palmer è stato lo sportivo nel vero senso della parola (praticava tanti sport tra cui nuoto, jogging, tennis) e ovviava alle sue non eccelse doti fisiche con una gran carica agonistica ed un gioco impetuoso.  Numerosi anche i suoi successi nelle prove di doppio o a coppia (double) ed in quelle a squadre: ha vinto due volte (1964, 1967) il World Match Play di Wentworth e si è ritirato nel 1992 dal circuito professionistico, lasciando un vuoto incolmabile tra gli appassionati di golf. Ha giocato poi nel PGA Senior Tour come altri rivali-amici (tra cui lo stesso Nicklaus): disputò il suo ultimo British Open nel 1995 e l'ultimo Master nel 2004, a settantacinque anni: l'ultimo torneo del circuito non dello slam fu invece per lui il Pittsburgh Senior Classic, giocato nel 1997. Dal 1974 fa parte della Hall of Fame (arca della gloria) mondiale del golf, a St. Augustine in Florida. Fu impegnato in molteplici attività  collaterali al golf anche dopo il ritiro dalle scene agonistiche (testimonial di alcune grandi aziende, autore di numerosi libri, attore in molti spot televisivi, per strada e sui giornali, etc.), restando al culmine della sua popolarità anche dopo aver appeso la mazza al chiodo. Anche nella graduatoria degli sportivi più ricchi, che annualmente viene stilata da "Forbes", notissima rivista economica americana, compare spesso in alto: 4° nel 1994 e 11° nel 1995 con ventidue milioni di dollari di guadagni complessivi.
    Morì nel settembre del 2016, a Pittsburgh, in attesa di un intervento al cuore. "Forse i suoi predecessori hanno vinto di più", ha detto Mario Camicia, "ma lui resterà sempre sinonimo di golf".

     - Hanno detto di lui - Le simpatie politiche di Palmer erano note nell'ambiente del golf e non solo: non era certo un liberal, un progressista, tanto meno era una "colomba". Egli era un massone e votava repubblicano da sempre (fu amico, tra gli altri, del presidente Eisenhower e donò denaro a molti esponenti del partito dei falchi o rosso, come viene denominato negli Stati Uniti il partito repubblicano, tra cui George W. Bush junior). Tuttavia, il giorno dopo la sua morte, il 26 settembre del 2016, il presidente Barack Obama, che nel 2009 aveva conferito al giocatore l'Arnold Palmer Congressual Gold Medal Act (secondo dei più alti onori civili che il governo Usa possa assegnare), volle tributare omaggio al campione e rilasciò, tramite il suo ufficio stampa, al quotidiano US Today, la seguente dichiarazione: "Con il suo swing fatto in casa e il suo fascino fatto in casa, Arnold Palmer aveva spavalderia prima ancora di diventare famoso. Da un umile inizio, lavorando presso il locale club nella sua amata Latrobe, in Pensylvania, a superstar come volto del golf in tutto il mondo, Arnold è stato il sogno americano che prende vita. Lungo la strada ha collezionato vittorie su vittorie ma non è stato il suo successo a renderlo re. Il suo approccio a ruota libera e senza paura al gioco ha ispirato una generazione di giocatori di golf e, per la prima volta in tivù, ha affascinato il pubblico di tutto il mondo. Certo, ci è piaciuto il fatto  che abbia vinto sette major, ma abbiamo apprezzato molto di più che abbia vinto anche quando non era dato per vincente, quello spirito si estendeva oltre i legami in cui si dava liberamente e riversava tutto ciò che aveva in tutto ciò che faceva: dalla costruzione di ospedali alla risposta personale alle innumerevoli lettere dei suoi fan. E ha fatto tutto con un sorriso che lasciava intendere che forse aveva un altro colpo nella manica. Oggi, Michelle e io siamo con l'esercito di Arnie per salutare il re".

     - I PIU' RICCHI: GUADAGNI DEL PERIODO 1990-1996(x)
                                                                          stipendi   sponsor  totale 
    Michael Jordan/Basket                                         47        310      357
    Mike Tyson/Boxe                                                243            5      248
    Evander Holyfield/Boxe                                      176          12      188
    Arnold Palmer/Golf                                                 1        130      131
    Shaquille O'Neal/Basket                                       32          93      125
    Andre Agassi/Tennis                                             18        102      120
    Jack Nicklaus/Golf                                                  4        115       119
    Wayne Gretzky/Hochey su ghiaccio                     59          50       109
    Ayrton Senna/Automobilismo                               84          18       102
    (x) - Cifre espresse in miliardi di lire - Fonte: rivista Forbes.

  • Come comincia:  - Il mio, il nostro piccolo mondo e...il "fiore in bocca" - Nel famigerato autunno del 2016 (eravamo, per la precisione, al diciannove di ottobre), scrissi una poesia che ha per titolo, appunto, lo stesso di questo paragrafo ed il seguente sottotitolo: "o: la sentenza del mosto selvatico". Il significato del sottotitolo è presto spiegato: eravamo in autunno, tempo di uva e vendemmia, di mescita e decantazione del vino...mosto e vino non sono poi così lontani tra loro, alla fine. La poesia è la seguente:
         
                              Son custode
                              io del mio piccolo caro mondo
                              che difendo a spada tratta
                              come fossi prode cavalier
                              d'altri tempi ma - a tutto tondo -
                              da facile disfatta.   
                              Il mio piccolo mondo
                              è tutto mio: guai a chi me lo tocca;
                              ma ognun di noi ha il suo...
                              piccolo (caro) mondo
                           che quello è 
                              del fiore in bocca.
                              Son custode
                              del mio piccolo caro mondo;
                              ma ognuno dovrebbe esserlo
                              - a suo modo -
                              del proprio e difenderlo
                              fin' in fondo.

    Ognuno dovrebbe difendere il proprio mondo (cercando di farlo con ogni mezzo e fin quando sia possibile: possibilmente vita natural durante!) il quale, metaforicamente parlando (o scrivendo), simboleggia le idee ed il modo di vedere le cose e la vita, una visione del tutto, insomma, ma anche - al tempo stesso - un qualcosa di piccolo e di semplice: difendere, cioè, le piccole cose e semplici ancor prima di quelle (più) grandi e (più) complicate. Ma, alla fine, c'é sempre qualcuno o qualcosa che...può rompere le uova nel paniere: il "fiore in bocca", appunto: egli è sempre in agguato a ricordarci quello che siamo e sapete il perché? Nella fattispecie rappresenta la morte, la transitorietà, l'aleatorietà ed ogni mondo, che sia esso fatto di cose semplici o complicate, o seppur piccolo come puo esserlo quello di ognuno di noi (con le nostre fragilità e debolezze, le nostre presunte "forze" o onnipotenze, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre gioie ed i nostri alterni ed effimeri momenti di serenità ed illusioni) si rivela essere meno di un castello in aria (di quelli fatti con le carte da tressètte o poker oppure che si costruiscono sulla spiaggia da bambini: ricordate? Con paletta, secchiello e formine!!!!). Quel piccolo, caro, nostro mondo non è mai - in fin dei conti - nostro per sempre...appartiene (appunto) alla morte soltanto (e per un breve lasso di tempo anche alla vita stessa, se mai). Come posso non pensare, ora, a due cose importanti, ossia a due riferimenti filosofico-letterari: la prima/il primo riguarda un pensiero di Jean-Paul Sartre, notissimo letterato-filosofo-poeta e intellettuale francese del novecento (tra l'altro, fu anche premio nobel per la letteratura...a tempo perso, chissà!); esso fa (suona), pressappòco così: "l'uomo possiede il libero arbitrio, ossia la capacità di pensare, discernere e decidere, il quale lo contraddistingue dagli altri esseri viventi, ma ogni cosa che egli fa, decida o pensi porterà sempre a nulla"...lupus in fabula, appunto: l'uomo è un essere finito! La seconda cosa (o il secondo riferimento letterario: è la stessa cosa!) riguarda alcune parole (quelle conclusive), della nota poesia di Totò, intitolata "La livella" (l'unica, invero, che il principe, maestro di ironia e di crudo realismo, abbia scritto in sua vita): "...queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri, apparteniamo alla morte!". Debbo dire, tuttavia, che "il fiore", come riferimento letterario, l'ho citato basandomi sul titolo (e sul contenuto) di una celebre commedia pirandelliana ovvero "L'uomo dal fiore in bocca" (ma quante similitudini ci sono, però, tra Pirandello e Sartre? Tantissime, oserei dire e una sopra tutte: entrambi hanno dato alla luce le loro opere più importanti nel periodo tra i più bui della storia dell'umanità, quello a cavallo tra le due guerre mondiali, ed entrambi sono stati influenzati dalla realtà storica e dal contesto in cui vissero). Ma torniamo al nostro fiore, inteso come opera: essa è opera teatrale tra le più insolite dell'intero corpus dello scrittore siciliano in quanto trattasi di un atto unico, composto sotto forma di dialogo e con soli due personaggi. Un uomo condannato a morte (ha un epitelioma, il "fiore in bocca", appunto) si ritrova a dialogare nottetempo in un bar della stazione dopo aver perso il treno. Durante il dialogo parla all'altro del suo problemino e di quanto gli resti da vivere. Venne rappresentata per la prima volta in teatro a Roma, nel febbraio del 1923, dalla Compagnia degli Indipendenti diretta da Anton Giulio Bragaglia: fu lo stesso regista che l'aveva commissionata a Pirandello. Nino Meloni impersonava il malato mentre Eugenio Cappabianca l'avventore casuale. Sul blog Dicose un po'.it è scritto: "La critica fu molto favorevole al lavoro e alla messa in scena, un po' meno alla recitazione dei due attori".
     - La materia dei poeti - Premesso che la suddetta non si insegni né si impari da nessuna parte (cosa alquanto ovvia, direi, visto che non si può imparare ciocché non viene insegnato ma...qualcuno ha pur detto che "ogni uomo nasce poeta!") e neanche si trovi essa scritta in nessunissimo libro (fosse anche la piu' rara edizione delle "Cronache di Holynshead" e della sacra Bibbia messe assieme), debbo precisare che il senso del sostantivo [materia] come sinonimo è da intendersi di fonte, ispirazione, etc. Riporto, perciò quanto segue: a mio avviso, i poeti attingono (quasi sempre) da disperazione (sovente la propria), malinconia e nostalgia (di tutto e per tutto); ma anche dalla realtà circostante (sovente e volentieri) e dalla immaginazione (qualche volta: per fortuna!).
     - Massima (con domanda) - Oggi non è stato uguale a ieri ma forse non sarà diverso da domani...Domanda: ma se domani fosse, invece, uguale ad oggi, sarebbe stato diverso da ieri?
     - Punto di vista (realistico) del romanziere
     - Dolcissima creatura - ripeté Sam
     - Non sarà mica in poesia? - Interruppe il padre.
     - No, no - rispose Sam.
     - Sono contento di sentirlo - disse Mr. Weller. - La poesia non è naturale; nessuno parla mai in poesia, tranne i bidelli per Natale, la pubblicità del lucido da scarpe Warren o dell'olio Rowland, e altra robaccia del genere; non abbassarti mai a parlare in poesia, figliolo. Ricomincia Sammy.
     Mr. Weller riprese la pipa con critica solennità, e Sam incominciò di nuovo e lesse come segue: - dolcissima creatura, mi sento avvinazzato... (Charles Dickens, da: "Il circolo Pickwick").
     - Poker d'assi (giochino con rimembranza annessa) - Giorno=fascino; Notte=mistero;Vita=stranezze;Morte=logica... debbo dire, in veritas, che una volta - seduto che ero ad un tavolo, a giocare a poker - avevo in mano un bel poker d'assi. Volete sapere cosa feci e perché lo feci? Ebbene, passai la mano visto che la posta in gioco non era abbastanza alta per me (e dire, che c'erano dei bei soldini su quel tavolo!). Morale: darsi la zappa sui piedi? Ma no, più semplicemente è...dire e fare quello che ti passa per la testa: non importa cosa sia, fosse anche il dirigibile "Zeppelin", uno stormo di api impazzite, un aquilone dipinto di rosso o la più stramba, catastrofica e autolesionistica delle idee. In fondo, qualcuno disse una volta che "il mondo è bello perché è vario"...a ruota, poi, - e di conserva - lo seguì qualcun altro che affermò: "ognuno è libero di pensare a proprio modo, di dire e fare ciocchè gli va!". 

                                         

  • Come comincia:  Sin dagli anni sessanta sono entrati a far parte del nostro modo di esprimerci e nel lessico comune termini e frasi (ad esempio, sindrome del Vietnam, disturbo post-traumatico da stress, sindrome di Stoccolma, etc.) per lo più legati alla moderna società dei consumi e all'avanzare del progresso tecnologico i quali hanno modificato (non sempre in meglio, purtroppo!) le nostre abitudini di vita ed i nostri comportamenti esistenziali, acuiscono sempre più malesseri dell'essere umano che sovente sfociano nel "disagio" psichico (e psicologico) trasformandosi spesso in malattia cronica e devastante tanto del fisico, quanto soprattutto dell'io. D'altra parte anche la medicina e la scienza sono progredite ed in particolare le branchie della psichiatria e della psicologia: non soltanto, però, come diretta conseguenza dell'altro progresso, quello dell'intera società, ma perché cercano di dare (ognuna nel proprio ambito ed ognuna a proprio modo e coi mezzi che hanno a disposizione) spiegazioni razionali (o razionalmente giuste), qualora sia possibile, ai fenomeni e di trovare rimedi per tamponarli al meglio o addirittura risolverli. L' Enciclopedia Treccani on line definisce lo stress come "la risposta funzionale con cui l'organismo risponde a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura";  a sua volta, Il dizionario di medicina stabilisce che questa natura possa essere: "microbica, tossica, traumatica, termica,  emozionale, etc.". La stessa Treccani, poi, indica che "i meccanismi dello stress sono stati descritti per la prima volta da Hans Seyle: lo stress è caratterizzato da due momenti, lo stimolo e la risposta. Il termine può indicare entrambi, generando una possibile ambiguità semantica. Per chiarirla, Seyle creò la parola stressor per indicare l'agente causale e mantenne la parola stress o stress response per indicare la condizione finale risultante". L'endocrinologo austro-ungherese (era nato a Vienna nel 1907, quando la città era capitale dell'impero asburgico), poi naturalizzato canadese, nel 1926 affermò, infatti, nel suo più noto scritto ("Una sindrome prodotta da diversi agenti nocivi") che "lo stress possa essere una risposta aspecifica dell'organismo a qualunque richiesta". Esso, pertanto, è la risposta dell'organismo (in particolare quella parte del nostro corpo e del cervello definita sistema nervoso centrale) a sollecitazioni e cambiamenti esterni che possiamo definire "fisiologici", una reazione "emozionale" agli stessi. Non sempre, però, questi cambiamenti possono essere negativi (o nocivi, come li definisce Seyle) anche se le sollecitazioni al nostro corpo (e cervello) avvengono comunque e producono gli stessi, identici effetti: un lutto ed una perdita, ad esempio, lo sono; perdita del posto di lavoro (ed affannosità nel cercarne uno nuovo o trovarne uno per la prima volta) oppure di ingenti somme di denaro che possono modificare le proprie condizioni di vita lo sono, così come uno stato di conflittualità all'interno di un gruppo sociale o familiare; ma, al tempo stesso, possono non esserlo - a mio modo di vedere - azioni che in genere sono viste come "classiche" nel produrre stress (o meglio, possono essere viste anche come azioni non nocive, seppur producendo allo stesso modo stress) quelle del traslocare da un appartamento ad un altro, del trasferirsi in un altro luogo per qualsiasi motivo (lavorativo, affettivo, economico), oppure divorziare o separarsi da un partner, preparare un evento o prepararsi per un evento (ad esempio, il proprio matrimonio), attendere per qualcosa o qualcuno (ad esempio, la nascita di un figlio: spesso motivo di stress accentuato per il partner maschile piuttosto che per la donna), innamorarsi di una persona, etc. E' da dire, tuttavia, che esistono livelli di stress tollerabili (o, per meglio definirli, "fisiologici") i quali vanno manifestandosi (che si voglia o meno essi lo fanno, spesso, a prescindere dalla propria volontà: fanno parte del..."gioco" e non ci si può esimere dal subirli) nel corso dell'esistenza di ogni individuo. Quando questi, però, superano quel confine (ovvero, una linea immaginaria che nessuno, a dire il vero, conosce ed è difficile, a volte, da definire: perché, spesso, varia da individuo ad individuo e perché ogni individuo ha una risposta "individuale" e personale alle cose ed agli eventi) e un determinato livello di guardia, l'individuo stesso è incapace di superare lo scoglio psichico che li si frappone davanti o per lo meno, avendo bisogno d'un supporto esterno, non risulta essere in grado di farlo da solo: in quel caso si parla allora di Disturbo Post Traumatico da Stress (nella nomenclatura anglosassone è conosciuto con la sigla PTSD), altrimenti noto come nevrosi da guerra. Ma negli ultimi decenni (in particolare, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso), come già scritto, esso è stato associato anche a gravissimi eventi come atti terroristici o  criminali di straordinaria portata ed intensità emotiva (ad esempio, quando vengono prese in ostaggio persone), incidenti aerei (o navali, o ferroviari), cataclismi naturali (terremoti, inondazioni, maremoti), disastri ambientali (mi vengono in mente, a tal proposito, alcuni fatti di decenni passati: il disastro di Seveso, ossia l'incidente avvenuto nell'estate del 1976 nell'azienda Icmesa di Meda, in Lombardia, che causò la dispersione di una nube di diossina TCDD, sostanza chimica pericolosissima per ambiente e esseri viventi; il disastro di Bhopal, capitale dello stato indiano di Madhya Pradesh, avvenuto nel dicembre dell'84 nello stabilimento della Union Carbide India Limited a causa della dispersione di isocianato di metile, che causò migliaia di vittime; il disastro nella centrale nucleare di Chernobyl, località dell'Ucraina allora sotto il dominio sovietico, avvenuto nel 1986; i disastri nucleari di Three Mile Island, in Pennsylvania, e di Fukushima, avvenuti rispettivamente nel 1979 e nel 1986 negli Stati Uniti e in Giappone, etc.), epidemie e pandemie. In questa categoria, pertanto, rientra (o rientrerebbe) anche l'epidemia planetaria da covid-19. Ma andiamo per ordine. Nel corso della Grande Guerra si parlava di "febbre da trincea" (o shell shock, in inglese): può definirsi come la madre di tutti gli stress post-traumatici, il "ground zero" del genere anche se il termine disturbo post traumatico da stress non era apparso ancora "ufficialmente" nella terminologia psichiatrica. La cosa, tuttavia, era plausibilissima dal momento in cui si passò da una guerra di conquista (o corpo a corpo) ad una guerra di posizione o di attesa: in quel caso ancor più snervante, debilitante, devastatrice e stressante dell'altra per i protagonisti in campo tra i vari schieramenti militari. Infatti, è meglio (può sembrare paradossale ma non lo è affatto!) combattere piucché "attendere" un nemico che non si sa quando e come arrivi e forse non arriverà mai. Al proposito, mi vengono in mente due cose: la prima riguarda una scena del film "Orizzonti di gloria", diretto dal regista statunitense Stanley Kubrick nel 1957 ed a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb, in cui un generale francese (Paul Mireau, il suo nome, interpretato dall'attore George MacReady) caccia dal suo reggimento un soldato che mostra segni di "squilibrio" e disagio (in realtà trattasi solo della reazione umana - o umanamente plausibile - di fronte alla precisa domanda di uccidere altri "nemici"). E' da dire, invero, che la pellicola è ritenuta dalla critica un caposaldo (oltre ad essere evidentemente un capolavoro artistico ed estetico della settima arte all-times: ma questa è un'altra storia) dell'antimilitarismo e...nonché (soprattutto) una chiara denuncia della irresponsabilità degli alti comandi nella prima guerra mondiale. La seconda cosa riguarda un'altro film ed un'altra opera letteraria a cui esso fa riferimento e si ispira e da cui è tratto: "Il deserto dei Tartari", diretto da Valerio Zurlini nel' 76 (ultimo film del regista bolognese), in cui i soldati di un avamposto militare (la Fortezza, appunto) che si trova in un luogo puramente immaginario nutrono una sola speranza (per sfuggire/fuggire alla noia, all'inerzia, all'oblio e al tempo) che è quella di veder apparire all'orizzonte che si staglia innanzi a loro il nemico (o un nemico...i Tartari, nella fattispecie). Nel corso della seconda guerra mondiale si parlò invece di nevrosi traumatica da guerra.

  • Come comincia:                                        - Non c'è nessun Dio, lì, e neppure nessun uomo, che possano
                                           darti conforto: sopra il lastricato di marmo dell'obitorio sei solo,
                                           vi-à-vis con la morte!

     Ricordo d'aver letto per la prima volta il breve ma intenso racconto che segue la sera prima che mio padre andasse via da questa terra: era una domenica di febbraio, l'ultima ed abbastanza mite, di sette anni fa. Lui era già entrato in coma e lo lessi poco innanzi di tornare a casa dall'ospedale. Mio padre Marco (era il suo nome di battesimo vero anche se tutti lo chiamavano Mario: lo conoscevano per quel nome e nessuno, neanche parenti stretti, sapevano che le cose fossero diverse) morì il pomeriggio seguente, alle ore diciassette. Ironia della sorte: mia madre aveva cessato di vivere venti mesi prima, alle sedici e sullo stesso pianerottolo del nosocomio cittadino...diciamo a meno di cento metri di distanza dal punto in cui lo fece mio padre. Il giorno prima della sua morte, quella domenica, avevo trascorso diverse ore insieme a lui (come oramai capitava da circa due settimane: da quando, cioé, era entrato in ospedale a causa d'una caduta e della frattura del femore conseguente alla stessa) e seppure la situazione fosse senza speranza, non immaginavo che sarebbero state le ultime (quelle cose non si immaginano mai, anche se poi avvengono ugualmente!). Io conservo ancora il calendario di quel 2013, quasi a voler fermare il tempo nella mia mente e nei miei pensieri...ma ognuno lo fa spesso - o anela a farlo - in maniera assolutamente inconscia; anzi, ne conservo due, ad essere precisi: uno è di quelli a muro ed è affisso sullo sportello di un armadietto nel soggiorno, vi manca il foglio di gennaio e su quello di febbraio il venticinque è circolettato a penna. Lo feci io stesso la sera in cui morì mio padre, quando tornai a casa, e vi scrissi: "Buona fortuna, Jack!". L'altro calendario è di quelli fatti a mo' di soprammobile, comunemente detti da tavolo: a sua volta si trova sopra un mobile nell'ingresso di casa ed anch'esso è circolettato al venticinque di febbraio e reca scritte le stesse parole dell'altro. Mio padre fu grandissimo appassionato di cinema western, in sua vita: ecco chiarito l'arcano, quindi; spiegato il perché di quella frase, scritta accanto alla data della sua morte, che ai più potrebbe invece apparire strana ed incomprensibile...quel buona fortuna, Jack dal titolo di un noto film western (appunto) di Tonino Valeri, interpretato nel 1973 da Henry Fonda (mostro sacro dello star system made in Hollywood) e da Terence Hill. Mi portava spesso al cinema (capitava nel giorno della settimana in cui era a casa dal lavoro, di solito il martedì), molte volte mi ha anche raccontato di quando lui, ragazzo di paese (un piccolo borgo, una frazione appena della bassa reggiana al confine con la provincia di Modena) andava al cinema coi suoi amici: tornava dal lavoro, prendeva un pezzo di gnocco fritto, lo incartava nella carta paglia e via...montava sulla bici per recarsi nella sala del paese vicino, a vedere un film (di cobboi, come era solito dire lui!) con Tom Mix o con Ken Maynard, con Randolph Scott o con John Wayne.

     - Storia di Giuseppe e del suo vecchio cane - Due volte ci sono passato davanti, solo l'ineluttabile logica dei numeri mi ha permesso di trovare il 4. Cercavo una casa, un palazzo, invece era un vecchio portone di legno scrostato, verso il cielo una parete di finestre, anch'esse scrostate e tutte chiuse da anni. Il numero era stato scritto, tanto tempo prima, con vernice bianca. Suono il bottone bianco di un campanello che mi riporta alla mente quello che, da bambino riuscivo a schiacciare solo in punta di piedi, per farmi aprire la bottega del salumiere quando era chiusa. La chiave gira nella toppa, si apre un uscio, piccolo, ci si deve chinare per entrare, oltre la soglia c'è un lungo androne senza illuminazione, in fondo si vede una corte, due piccoli cagnolini mi scortano mentre seguo la signora oltre l'ombra buia. Sulla sinistra tre portici, vedo bene il primo, c'è un sacco di roba accatastata, attrezzi da contadino. Seguo la signora, sotto il portico di mezzo, fra mille cianfrusaglie scorgo il corpo di un uomo sdraiato sul letto vecchio almeno quanto lui, a terra, accanto un vecchio grosso cane sdraiato sul fianco come il suo padrone. Guardo negli occhi la signora stupito. Lei allarga le braccia in segno di resa e inizia a raccontarmi. Quando esco per parlare con il paziente so tutto della sua malattia ma non so nulla di lui: perché si rifiuta di tornare dentro casa anche solo durante la notte? Esco e mi siedo, presentandomi, su un vecchio sgabello accanto al giaciglio, sotto al terzo portico pieno di gabbie con galline, polli, conigli. La signora va in quella direzione con un secchio di mangime. - Giuseppe, sono quì per insegnarle ad alzarsi da questo letto... - E' magrissimo, più alto di me, pelle scura e barba bianca incolta, lo sguardo si posa su di me con fare interrogatorio. -  Guardi che io mi alzo quando voglio e quando ne ho bisogno arrivo fin là in fondo alla turca. - Accompagna queste parole con una rapida occhiata verso sinistra. - Sua moglie è preoccupata, pensa che se dormisse in casa tutto sarebbe più semplice, qua fa molto caldo. - 
     - Si guardi intorno, questo spazio l'ho difeso da tutti e per tutti questi anni, fin che sarò vivo continuerò a farlo. La vita ti può regalare tante cose, quasi tutte inutili, quelle non le difenderò. Le cose importanti te le devi costruire. Io ho fatto così e ora difendo questo spazio, il mio è un vero e proprio presidio, ho sempre pensato che le parole siano meno importanti dell'esempio, spero che i miei figli lo capiscano e diano spazio ai fatti più che alle parole. - Dice queste cose mentre si siede con le gambe giù dalla branda. Con un grande sforzo Giuseppe si alza appoggiandosi ad una lunga verga come un pastore e barcollando si avvia verso la turca accompagnato dal vecchio cane. Raggiungo la moglie accanto alla gabbia dei conigli, le spiego che suo marito si è sempre fatto rispettare e che ora non può cambiare e non può immaginare la propria morte lontano dalle cose per cui è vissuto. Qualche settimana dopo, l'abbaiare all'alba diverso dal solito dei piccoli cani sveglia la signora che capisce subito: il marito se n'è andato, è sulla branda sdraiato sul fianco destro, anche il vecchio cane se n'è andato, sdraiato sul fianco destro, un lenzuolo ne copre buona parte del corpo, forse un colpo di vento.
                                                                               
                                                                              Mauro Montermini, Fisioterapista Vidas

    - Appendice (o note a latere) - Qualcuno si domanderà, ora, dop'aver letto il racconto precedente, se vi siano similitudini e punti in comune tra la storia (vera) ch'esso descrive (in maniera concisa, lo fa, seppur significativa e chiara) e la vicenda "finale" che riguarda mio padre, anch'essa rievocata (ed evocata) attraverso le mie parole scritte? Premesso che il racconto in questione l'ho ritrovato frugando tra tantissime vecchie carte (o meglio, ho ritrovato la pubblicazione che lo riporta: il bollettino di Vidas, nota onlus assistenziale milanese, la quale si occupa in genere di malati terminali) e riletto qualche giorno prima della stesura di questo tratto del mio diario, debbo dire che esse [le similitudini] ci sono senza dubbio come pure punti in comune, e sono abbastanza precise, semplici ed evidenti...quasi lapalissiane: beh, innanzi tutto, l'uomo che affronta il suo ultimo viaggio, eppoi il tema della vecchiaia e della solitudine della - e nella - vecchiaia (e dell'esser vecchi), la decadenza fisica e mentale che essa comporta - a volte - ; infatti, entrambi i casi trattano della morte di uomini anziani i quali, con modalità differenti tra loro terminano la loro esistenza: mio padre sopra un letto di ospedale dopo qualche giorno di incoscienza (magari avrebbe voluto non farlo, chissà, se ne avesse avuto la possibilità, o forse farlo in maniera diversa...andarsene in maniera diversa) e con al fianco il figlio, l'altro invece, ossia Giuseppe, il vecchio milanese, dopo aver difeso strenuamente (come, del resto, aveva fatto nel corso di tutto il "viaggio") il suo piccolo mondo, il suo piccolo spazio, le sue piccole umili cose per cui aveva sempre vissuto e andando via, alla fine, insieme all'amico più fedele che vi sia, cioè il suo cane (a quanto pare, però, nel suo caso fosse la cosa che più desiderava avvenisse!). In questo caso penso sia proprio il caso di dire (giri di parole a parte!) che ognuno di noi sa (più o meno) come è venuto al mondo (anche se nessuno possiede, invero, la facoltà di scegliere in quanto l'evento avviene a prescindere dalla propria volontà: in pratica, nessuno decide da sé stesso di nascere, nessuno è padrone della propria nascita visto che ci concepisce e poi ci mette al mondo sempre qualcun altro), ma a niuno è dato (di) sapere come possa andarsene dal mondo: nessuno conosce la propria fine, quello che ci aspetta malgrado esistano le chiromanti che leggono la mano e predicono il futuro attraverso la palla di cristallo, e malgrado esistano dei metodi (non so quanto veritieri e "scientifici") di risalire al proprio futuro (e quindi conoscere la propria fine: in poche parole, sapere di che morte dobbiamo morire!) attraverso la lettura del dna. Eppoi, gli aspetti più curiosi della vicenda intiera - a mio avviso - nonché strani (e forse, chissà, empatici; o magari son solo coincidenze astrali) stanno nel fatto che io avessi ricevuto il bollettino di cui sopra, sette anni orsono, proprio mentre mio padre era in ospedale; ed ancora...leggessi il racconto poco prima della sua morte: quasi un monito, chissà, una cosa annunciata, anzi, una morte (vera) preannunciata da un'altra (letta). Mi corre obbligo di chiudere con un'ultima annotazione di carattere generale che racchiude, al tempo stesso, un mio pensiero e che, si badi bene, scrissi altrove in tempi ed epoca non sospetta, ovvero lontani dagli eventi luttuosi che hanno poi colpito la mia esistenza: "la morte è un fatto individuale, lo è sempre e comunque, a mio avviso. Anche in un contesto di morte collettiva essa resta comunque un fatto individuale mai diviene collettivo: seppur capiti di morire insieme ad altri 100 mila individui, attorniati da gente amica o dai tuoi cari o magari insieme al proprio cane!".

    Taranto, 26 aprile 2020.

  • 27 settembre 2020 alle ore 20:31
    Diario di bordo - Leggendo...qua e là (terza parte)

    Come comincia:  In questa parte del mio diario voglio proporre un racconto letto su un librino per pochi intimi: una pubblicazione, infatti, che nessuno potrà trovare mai esposta a bella prima sugli scaffali delle librerie italiane oppure nel merchandaising di Amazon perché è stato scritto da un autore che non scrive per vendere libri, o meglio non li scrive per far soldi o tiratura ne per diventare famoso; una pubblicazione che è stata stampata (ed autoprodotta) per aiutare delle persone che sono detenute in varie carceri italiane. L'autore si chiama Olmo Losca, l'ho conosciuto nel gennaio scorso (soltanto formalmente, però, no di persona, acquistando la sua opera tramite la Cassa Anti-Repressione che l'ha prodotta, anzi autoprodotta). Nella seconda pagina di copertina è scritto, in basso, quanto segue: "L'intero ricavato della vendita di questo libro sarà destinato alla Cassa Anti-repressione in solidarietà alle compagne e ai compagni rinchiusi nelle patrie galere". Il racconto (meglio sarebbe definirlo "raccontino", data la sua brevità...altri, all'interno del libro, sono molto più lunghi), che è scritto nelle pagine 51-53, si intitola: "L'urlo di un barbone dei boschi" - Gennaio 2020, località: il bosco. Il testo è quello che segue:
      "Cresciamo e viviamo in una società terrificante, talmente squilibrata che le ricchezze si moltiplicano con la stessa velocità delle povertà che precipitano, dove il concetto di giustizia è misurato sui vestiti di seta e cashmere, dove la tenaglia dei suoi esecutori raggiunge profondità di tale iniquità che risulta "naturale" e "volontario" mantenere istituzioni repressive per perpetuare all'infinito la persecuzione e il martirio di vittime nel nome di aberrazioni ambientali, economiche, sociali. Cresciamo e viviamo in luoghi dove regna la carità religiosa, il romanticismo da soap-opera, l'abnegazione del salario da fame, l'egoismo della proprietà privata, della pistola nel comodino, la difesa dell'ordine costituito, la trasformazione del suolo in cimitero a cielo aperto, la lapidazione pubblica di individui di un'altra epoca storica, la mistificazione, il depistare e nascondere i responsabili delle stragi, la violenza contro i miserabili della strada, la gogna mediatica, il ladrocinio nelle tasche di chi non ha niente. Cresciamo e viviamo chiusi fra quattro mura di cemento armato dipinto dalla chimica da laboratorio, stritolati da una educazione obbediente misurata in codici scolastici, indottrinati da una morale dove l'ego acquista punti a discapito del silenzio, barricati dietro porte blindate e torrette a vista, dove anche il suono armonioso del vento diventa onda d'urto di deflagrazione, insultati e derisi da soggetti che frustano la nostra schiena sette giorni su sette, diventando milionari. Cresciamo e viviamo indottrinati da eserciti di articoli e notizie ricoperte di plastica e menzogne e, nonostante tutto questo, cerchiamo di emanciparci in strade percorse da fumi di monossido, resistiamo ai binari arruginiti inchiodati sui nostri fianchi, ci sdraiamo esausti sul ciglio dell'orizzonte senza mai attraversarlo, urliamo di libertà con infilato in bocca lo straccio che soffoca. Ma non è sufficiente, perchè intorno vediamo individui che crescono e vivono sordi ai lamenti incessanti che lacerano le pareti dei lager, sorridono ai liquami che avanzano fino a cingerci le narici, scendendo in gola e obbligando a digerirli, abituati ormai alla sovranità di coloro che siedono sui nostri corpi, delegano la vita a carnefici che la toglieranno, distolgono in allegria lo sguardo al baratro, disprezzano la mano tesa del perseguitato, la stessa mano che scomparirà nel fondo del mare. Ma tutto questo non è crescere, non è vivere. Esseri viventi trasformati in prodotti da masticare e sputare, masticare e sputare. Oggi mi hanno detto che sono un nemico della nostra società, traditore della morale, difensore dei brutti e cattivi, un solitario pazzo, un fabbricante di falsità e sogni irrealizzabili, ma sono solo una foglia seccata al sole da un'estate malata, un torrente prosciugato da dighe puzzolenti e marce, un albero troncato da motoseghe astute, una talpa agonizzante da ruspe ripiene di fango, un lago cristallino diventato immondizia.   Non temete, tranquilli, il mio urlo di rabbia e dolore non si sentirà, travolto e coperto dalle sirene del progresso...". (da: "Sentieri in cammino").
     La Nota biografica sull'autore, in terz'ultima pagina di copertina, prima delle note dello stesso autore, dell'indice e dell'ultima pagina della pubblicazione, recita quanto segue: Olmo Losca nasce nel 1969, il padre anarchico, tra i fondatori di quella corrente pittorica degli anni '50 denominata, dai giornalisti Giorgio Kaisserlian e Marco Valsecchi (nella prima esposizione italiana del 1956), "Realismo Esistenziale" ha contribuito alla formazione artistica e politica del figlio. Olmo inizia a scrivere poesie dall'età di 14 anni. Dopo un periodo all'estero (in cui gira come un viandante per le strade d'Europa) a 22 anni rientra in Italia. Attraversata una parentesi lavorativa in una fabbrica (5 anni) decide di vendere tutto e trasferirsi in montagna dove inizia a fare il contadino, apicoltore e naturalmente continuando a scrivere. In particolare fiabe e novelle per ragazzi. La sua esperienza come "abitante delle alte valli" lo avvicina ai rifugi alpini, dove ne gestisce uno per due anni e, questa esperienza, lo porta a collaborare con altri gestori alle "Vie" degli escursionisti. Attivista libertario fin dalla tenera età scrive, parallelamente alle fiabe e alle poesie, anche racconti, novelle, articoli e saggi sull'ecologismo, l'animalismo e la critica sociale. Negli ultimi anni è promotore anche di quell'approccio alla questione animale legata all'anarchismo (svariate sono le sue conferenze, in Italia, sul tema). Per la casa editrice francese Editions du Monde Libertaire pubblica nel 2019 "Les Poésies de l'Orme" una raccolta di poesie bilingue (francese/italiano). Attualmente sta lavorando a un progetto di fiabe per adulti legate alla questione animale.

    Taranto, 228 Floréal 5 (24 aprile 2020).

  • 24 settembre 2020 alle ore 14:31
    Quando sei nato non puoi più nasconderti

    Come comincia:  - Quando sei nato non puoi più nasconderti, - ripeteva sovente a suo nipote il vecchio Mohammed, discendente da una famiglia berbera di stirpe antichissima ; - una volta che vieni al mondo, figliuolo, devi crescere in fretta, maturare e...alla fine scegliere dove andare, la strada da percorrere: non importa se sia quella giusta o meno, devi farlo comunque altrimenti la tua vita sarà vissuta a metà! - Eran passati tanti anni, adesso, e quel bimbetto era cresciuto: Noureddine era diventato un uomo. Aveva fatto delle scelte nella sua vita, sino ad allora: alcune giuste, altre invece sbagliate perché forse fatte in fretta e magari quando si era lasciato prendere dalla paura, dal sentimentalismo o dall'emozione. A quel punto della sua vita doveva fare ancora una scelta importante, quella che probabilmente avrebbe segnato - nel bene o nel male - il resto della sua esistenza e il suo cammino sopra questa terra: il suo paese era martoriato, da alcuni anni, da tensioni, disordini, scioperi generali, attentati...bombe, morti e lutti erano ormai all'ordine del giorno; come d'altronde, la repressione brutale sul popolo, gli arresti e l'uso sistematico della tortura tanto nelle campagne, quanto nelle città. Nourredine così entrò nella resistenza armata e lottò, insieme ad altri uomini e donne, dapprima in montagna eppoi nelle campagne vicine alla capitale. Vide ancora arresti, morti, incendi, violenze e saccheggi intorno a lui. Ma poi, un giorno, tutto finì...a metà estate i francesi andarono via: l'Algeria era libera; Noureddine aveva scelto e visse per il resto dei suoi giorni in pace con sé stesso.

    Taranto, 24 settembre 2020. 

  • Come comincia: Ma di quel geniale tedesco sono da ricordare anche, e soprattutto, due monumentali opere come "From Caligari to Hitler: a Psychological History of the German Film" (Storia del cinema tedesco, 1977), la cui stesura li fu commissionata nel 1943, due anni dopo il suo trasferimento negli States per sfuggire al nazismo, dalla Guggenheim Foundation (a New York, tra l'altro, fu assistente speciale al Museum of Modern Art Film Library), e "Theory of Film: The Redemption of Physical Reality" (Film: ritorno alla realtà fisica, 1962): assolutamente originali quanto significativi contributi alla riflessione, alla critica ed alla storiografia cinematografica di ogni tempo.
     - Va dicendo il saggio - Va dicendo il saggio (ma sarà proprio vero oppure, come diceva quel tale che saggio non era eppur le mandava a dire a chiunque, senza peli sulla lingua, "son soltanto...quisquiglie e pinzellacchere?"), a destra quanto a manca ed in ogn'ora del santissimo giorno, che: "gente allegra il ciel sempre l'aiuta". Ma or io mi domando: perché mai, allora, quella triste non dovrebbe aiutarla (mai) nessuno? E quando dico nessuno, intendo nessuno: quindi, neanche il sole o la luna che, però, guarda caso dimorano pur essi in cielo? 
     - Serie - Proverbi con commento (a modo mio)
     "Vedi Napoli e poi muori" - Ma io, una volta...al buio m'apparve innanzi all'improvviso mia sorella Anna coi bigodini in testa: a momenti ci restavo secco. Pertanto, ne deduco quanto segue: ovvero, che non è affatto necessario vedere Napoli per morire!
     - Pascal e gli atti "impuri" - Il grande pensatore e letterato francese Blaise Pascal ebbe a dire una volta: "la solitudine ti porta a commettere atti impuri...come piangere, pensare, etc.".Io però aggiungerei: amare ed odiare, oppure sognare, credere e sperare, abiurare sé stessi e mentire a sé stessi, impersonare il diavolo e l'acqua santa; e per ultimo...anche scrivere poesie che è l'atto più impuro ed irrazionale di tutti!
     - Le azioni dell'uomo (o: le nuove tavole)
     Nascere: senza far rumore;
     Camminare a testa alta e gambe in spalla (dopo aver imparato a camminare, s'intende!);
     Vivere: non restando (mai) in silenzio;
     Chiedere tutto il possibile e anche l'impossibile: possibilmente!
     Domandare: ciocché non ha risposta (mai);
     Chiedere (bis); tutto, sempre: ed in fretta!
     Possedere quello che si vuole, ma non quanto si ha;
     Dare: niente (mai)...per scontato;
     Ricevere sempre ogni cosa: in cambio!
     Onorare: il padre e la madre (sempre e comunque);
     Star bene: al mondo e sopra la terra (soltanto sopra questa, però...altrimenti?!);
     Levarsi: un chiodo "fisso" da giovani; meglio farlo senza usare le pinze...e non aver mai un chiodo nella scarpa!
     Andare senza meta: ma a testa alta e con la corda (ben) tesa;
     Non andare (mai) a funghi da solo!
     Camminare (bis) al buio, ma senza farsi male (possibilmente)...(e) con gli occhi ben aperti: che gli alberi nascosti son sempre in agguato!
     Far l'amore: con la luce accesa; e...mi raccomando di non leggere mai, prima di farlo, la bibbia, il corano o il talmud!
     Guardare (sempre prima dei pasti, però!) ed anche toccare: ma...mai il cielo con un dito (il cielo è alquanto volubile: potrebbe offendersi!);
     Dormire né cadere...mai in piedi!
     Partire (senza mai morire): dopo aver fatto la spesa (possibilmente)...che grosso guaio sarebbe se al nostro ritorno trovassimo il frigo vuoto!
     Fare e disfare - quasi - sempre (eppoi ricordarsi di rimetter tutto in ordine!);
     Fare (a volte): di cuori aperti scempio!
     Creare (ovunque) scompiglio, morte - morti - e dolori  (prima);
     Non fare: a botte col passato (dopo);
     Prendere: a calci la vita; né (mai) nulla alla leggera;
     Non prendere (se possibile) mai calci nel culo dalla vita: siano essi leggeri che forti...eppoi, tutti sanno, che il culo è la parte più sensibile del corpo umano!
     Giocare: a tresette col "morto" (e fottersene della morte: almeno quando si sta giocando!);
     Giocare (bis): possibilmente con la vita degli altri, ma mai con la propria! (e mai mettere a repentaglio la propria vita: neanche per denaro o a causa di una donna; anche se...trattasi della donna d'altri!);
     Mai giocare né col diavolo né col cristo: son tipi poco raccomandabili...quei due!
     Salire (le scale): mai a piedi, se possibile...altrimenti il fiato diventa corto!
     Arrivare (possibilmente) in alto: il più in alto possibile che si può (mai fin oltre le nuvole, però: c'é troppa umidità da quelle parti!);
     Scendere: in basso al più presto, una volta arrivati in cima (questo vale per tutti: per chi soffre e per chi non soffre di vertigini!);
     Cadere giù; e rialzarsi - se possibile - (quasi) subito!
     Suonare: il violino ma non le serenate al chiar di luna e sotto le stelle;
     Dormire (bis): con gli occhi sempre (ben) aperti (questo vale, soprattutto, per coloro  che...nascondono i soldi sotto il materasso!); 
     Sognare (sempre) ad occhi chiusi...altrimenti che gusto c'é a sognare!
     Avere: sempre tutto - se possibile...da perdere; mai da guadagnare (altrimenti: chi li tiene a bada i finanzieri!);
     Non avere (mai) paura di niente né di nessuno!
     Lasciar stare i santi e i fanti;
     Non toccare (mai) il "can che dorme";
     Tornare: all'ovile natio;
     Chiudere i conti e la partita sul patio;
     Morire: in pace con sé stessi; 
     Giacere sotto terra (e amen!).
     - Serie: proverbi e modi di dire...a modo mio (con commento: questa volta!)
     - Non c'é due senza tre: ma neanche quattro senza cinque, sei senza sette, otto senza nove e così via. E' come dire: non c'é sole senza luna ed alto senza basso; oppure amore senza odio e pianto senza sorriso, o gioia senza dolore e bianco senza nero; infine: non c'é vita senza morte. Ovvero: gli opposti che sono l'uno il completamento dell'altro; o meglio: tutto ed il contrario di tutto...e sempre tutto (sta o ritorna) al proprio posto ("gli opposti si attraggono a vicenda e si completano": disse, infatti, qualcuno una volta!).
     - Il primo amore non si scorda mai: ma neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così via. Soltanto l'ultimo, però, è quello che dura per sempre!
     - C'é sempre la prima volta (per ogni cosa): ma c'é anche la seconda, la terza, la quarta e così via. Importante, però, è...che non ci sia mai l'ultima; o meglio: ch'essa arrivi il più tardi possibile!
     - La coscienza: giro di valzer intorno a...-  La coscienza è tutto ciocché siamo oppure...non siamo; è tutto ciocché ci appartiene oppure...è sconosciuto; è tutto ciocché appare oppure...(a noi) è invisibile; è tutto ciocché è dentro di noi oppure...è al di fuori; la coscienza è tutto ciocché è oppure...non è!  La coscienza rappresenta l'ignoto per la nostra anima, ma è anche il suo invisibile "specchio" interiore; essa è tutto ed il contrario di tutto: è inconscio, è sogno ed è realtà; essa è subcònscio, e apparenza ed è immaginazione.
     - La vita: due divagazioni sul tema (con aforisma celebre alla fine) - La vita è: vincere da una parte e perdere dall'altra; la vita...alla fine vinci da una parte e perdi - invece - dall'altra: funziona proprio così! La vita non è una mera attività commerciale (Paolo Crepet). 

     

  • 18 settembre 2020 alle ore 20:28
    La medaglia di mio nonno (orizzonti di gloria)

    Come comincia:  C'è chi ritiene che l'orizzonte sia quella linea immaginaria che si spande all'infinito dinanzi agli occhi di chi la osserva...gli orizzonti di gloria sono ben altra cosa: quelli a cui aspirano in molti ma che in vita spettano direttamente soltanto a coloro che hanno mostrato coraggio indicibile nel compiere gesti inusuali di valore; e lo hanno fatto sprezzanti del pericolo e del nemico. Mio nonno aveva combattuto nella Grande guerra con estrema dignità e coraggio. Durante una azione perlustrativa riuscì a catturare, da solo, armato soltanto di fucile, ben trenta soldati nemici. Si meritò così la medaglia di bronzo al valore militare. La mattina in cui doveva essere insignito dell'onorificenza sarebbe stata di lì a poco. Per una settimana intera egli dormì poco e nulla (appena due ore a notte): era troppo forte il pensiero che lo avvolgeva; pensava che sarebbe diventato immortale e pensava agli orizzonti di gloria che avrebbe navigato e varcato. Quel momento arrivò. Mio nonno allora con la divisa messa a nuovo per l'occasione ricevette la sua medaglia: fu il generale dell'armata in persona ad appuntargliela sul petto. Aveva gli occhi lucidi per la commozione. Sulla strada del ritorno, che di lì a non più di un'ora lo avrebbe riportato alla sua umile casa in mezzo al bosco, ebbe però un momento di...lucidità. Posò la bicicletta su cui stava pedalando per terra e si sedette sul selciato lungo il bordo della strada. Il sole era tramontato da un bel pezzo e le stelle ormai apparivano in cielo più luminose che mai, insieme alla luna piena. Mio nonno cominciò a pensare e a parlare ad alta voce: - cosa me ne faccio di questa medaglia? A cosa mi serve? Mi fa schifo portarla sul petto! Onore, la gloria, la patria non valgono la morte di centinaia di migliaia di uomini: di qualunque nazione essi siano e qualsiasi bandiera sventolino. Questa medaglia è macchiata col sangue di ognuno di loro! Dopo aver pronunciato queste parole prese in mano la sua medaglia e ci sputò sopra, poi la buttò per terra e la calpestò tre volte, lasciandola sul ciglio della strada. Dopo di che risalì sulla bici e tornò a casa. Quella notte dormì nove ore filate, come non li accadeva da immemore tempo. Il mattino seguente si svegliò e con solerzia preparò la sua borsa infilando dentro poche cose (appena l'indispensabile). Sarebbe dovuto tornare al fronte, quattro giorni dopo, ma non lo fece: la diserzione è punita con la fucilazione senza processo, in tempo di guerra. Si recò nel porto più vicino e si imbarcò sul primo piroscafo in partenza per un paese straniero. In quel paese si sposò con mia nonna e dalla loro unione nacque mio padre il quale, a sua volta, da adulto si sposò con mia madre: dalla loro unione, molti anni dopo, nacqui io. Non conobbi mai mio nonno ma mio padre, quando ero ragazzino, mi raccontò spesso la storia della sua medaglia. Da allora capii il significato delle parole "orizzonti di gloria" e non l'ho più dimenticato.

     Taranto, 16 settembre 2020. 

  • Come comincia:  Dal 25 gennaio la sua scomparsa (ironia della sorte, proprio il giorno del quinto anniversario del moto di protesta popolare e spontaneo che portò alla destituzione del Presidente Hasni Mubarak: dalla padella alla brace, direbbero giustamente in molti!). Così scrive Bonini: "...quindi, il ritrovamento "casuale" (quanto lo sia a nessuno è dato sapere, a mio avviso: potrebbe essere stato anche un ritrovamento...ad hoc!), il 3 febbraio, sul ciglio polveroso della strada Cairo-Alessandria. L'ombra di un omicidio di Stato e le stimmate della menzogna del regime militare - "Morto per un incidente stradale" - smascherate da una prima autopsia al Cairo, che aveva fatto dire ai medici legali egiziani che la morte di quel ragazzo era stata un tormento "lento e doloroso". Ma, a questo punto giunti, sento il coscienzioso dovere di aprire una parentesi: un po' fuori luogo (anzi, fuori tema) ma neanche così tanto, direi. Nei primi mesi di questo dannatissimo duemilaventi (per la precisione eravamo al 12 di febbraio) un'altro evento "strano" è accaduto sulla tratta Roma-Cairo: Patrick George Zaki, attivista e studente egiziano (anch'egli, come Regeni, dottorando ma all'università di Bologna), viene arrestato in circostanze poco chiare e trattenuto con accuse alquanto infondate (tra le altre cose li verrà contestato il reato di...       

  • 27 agosto 2020 alle ore 19:25
    Ha parlato...

    Come comincia:  Venti di tempesta: la natura ha parlato; in modo netto, chiaro, preciso...non lo farà di nuovo!
     
    Taranto, 27 agosto 2020.

  • Come comincia:  Qualche giorno fa rovistando tra un nugolo di mie carte e album di foto e cartoline (l'intento era quello di mettere un po' in ordine gli scaffali di alcuni armadietti), mi sono passate tra le mani alcune pagine di un vecchio numero della Gazzetta di Parma: la data è quella del 18 febbraio del duemilaotto (era un lunedì). A pagina sedici, nella sezione Cronaca dedicata alla rubrica "Quartieri" (il quotidiano parmense dedica settimanalmente una intera pagina a vicende riguardanti paesi limitrofi della provincia o addirittura quartieri cittadini), leggo due articoli interessanti entrambi scritti da Isabella Spagnoli, che parlano di storie e personaggi locali ma balzati alla notorietà nazionale ed internazionale (come appurato in seguito). In questo scorcio del mio diario ho ritenuto fosse giusto riproporre integralmente il testo dei due articoli (entrambi abbastanza brevi: il primo di tre colonne, l'altro solo di due). Occhiello - La storia - Ex insegnante della "Pezzali": alla sua esperienza si interessò anche l'Unesco - Titolo - Rizzo, il maestro dei francobolli che portò la filatelia in classe - Sommario - Pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere - "Non è esagerato dire che Gastone Rizzo è passato alla storia per essere stato il "maestro dei francobolli". Storia di un Paese, il nostro, che grazie alla passione di questo distinto signore di ottantacinque anni, si è fatto conoscere dalle scuole di numerosi Paesi del mondo. - Sono stato pioniere di un metodo educativo unico nel suo genere. I francobolli mi hanno permesso di insegnare, ad alunni delle elementari, la storia, la religione, la geografia e altre materie, in maniera del tutto innovativa, - spiega Rizzo, veronese di origine a Parma da oltre mezzo secolo. - Quando ero piccino - continua - vidi sulla scrivania di un amichetto una piccola raccolta di francobolli. Me ne innamorai immediatamente e decisi di iniziare a collezionare, facendo del mio hobby un mestiere. - Non si è limitato a raccogliere, Gastone, ma ha deciso di tramandare il suo amore per la filatelia agli studenti dei quali ancora conserva i quaderni. - Nel 1940 ho incominciato ad insegnare in alcune scuole della bassa campagna veronese e, fin da allora mi sono servito dei francobolli come sussidio didattico. Interruppi l'insegnamento perché chiamato alle armi, ma nel '48 ripresi sempre con l'aiuto della filatelia. - Il maestro spiega che chiedeva ai suoi studenti di portare francobolli in classe e, dalla piccola raccolta personale, che i bimbi attaccano al quadernetto, si "partiva" per spiegare le varie materie. I più bravi ricevevano, come premio, un nuovo francobollo regalato dal maestro. - La mia attività didattico-filatelica cominciò ad uscire dal confine in cui operavo. Direttori di scuole mi invitavano a tenere conferenze e autorità mi chiedevano di partecipare a mostre, dove esponevo il mio materiale filatelico unito a quello degli studenti: la più importante a cui ho partecipato si è svolta nel maestoso Palazzo Grassi a Venezia -. Rizzo sfoglia con orgoglio i quaderni degli alunni riempiti da calligrafie infantili e da colorati francobolli e un album colmo di articoli di giornale di tutto il mondo (fra questi anche la Gazzetta di Parma degli anni cinquanta). - Ricordo, con emozione, quando l'Unesco mi chiese una dettagliata esposizione scritta del mio lavoro scolastico e il giorno in cui una casa cinematografica di Torino realizzò sul mio insegnamento un documentario intitolato "Una scuola così" -. Rizzo ricorda anche quando arrivò, nel 1959, nella nostra città dove lavorò come consulente dell'Althea e come insegnante a Sorbolo e poi all'elementare Pezzani, dove si fermò per diciotto anni, sempre usando il metodo dei francobolli. Ora Rizzo, che vive in via Ferrarina, in quartiere Cittadella, coltiva un grande sogno che è quello di pubblicare un libro che raccolga i più interessanti momenti della sua esperienza di filatelico e di educatore. - Ho scritto centinaia di pagine che sono a disposizione di un eventuale editore. Qualcuno vuole pubblicare la storia di un maestro di francobolli in una scuola...così?". A margine dell'articolo sono da aggiungere alcune cose importanti, anzi, fondamentali: la prima, purtroppo, è abbastanza triste e riguarda il fatto che Rizzo sia passato, a miglior vita, come suol dirsi, undici anni dopo la pubblicazione della sua breve chiacchierata con la giornalista. L'ho appreso poche ore dopo aver scritto queste note del mio diario, facendo un breve quanto esaustivo giro sul web: la morte del vecchio maestro, avvenuta alla veneranda età di novantasette (sic!) anni, è datata infatti 4 maggio 2019 (poco più d'un anno fa, quindi); insieme alla ferale notizia (letta sempre sulla Gazzetta di Parma: questa volta, però, nell'edizione on line) vi è anche scritto: "Lo stesso giorno, alla distanza di poche ore dalla sua morte, l'adorata nipote Barbara ha dato alla luce Leonardo, il pronipotino che sognava e che avrebbe teneramente coccolato". Mi viene in mente ora quanto mi raccontavano spesso sia mia madre che mia zia (sua sorella). Quando mia madre tornò a casa dalla clinica in cui mi aveva dato alla luce (la casa di cura "Bernardini" di Taranto), mia nonna Eleonora (la quale, avendo subito una paresi parziale trascorse allettata e senza poter parlare gli ultimi anni di vita) vedendomi in braccio a lei volle a sua volta tenermi in braccio per alcuni attimi. Dopo aver assistito alla scena, il medico che la visitava esclamò: - L'alba e il tramonto! - Ma torniamo al Rizzo. Mi domando ora quanti direttori didattici o presidi di plessi scolastici sarebbero disposti ad accettare un maestro siffatto nella propria "compagine" educativa? Penso ben pochi, evidentemente! L'idea che mi sono fatto di quest'uomo non può essere precisa al millimetro (o al bacio), visto che ho consultato pochi documenti cartacei e non ho avuto mai la possibilità di conoscerlo di persona, tuttavia penso dovesse trattarsi d'una persona estremamente affabile ed alla mano e che fosse uomo (un vecchietto) alaquanto arzillo e simpatico: a questa impressione sono giunto guardando alcune sue foto. Ne concludo, pertanto, che se fossi preside di una scuola (di qualsiasi ordine e grado) darei a lui "carta bianca" sul metodo educativo da seguire, prescindendo da circolari e da annessi - e connessi - ministeriali. Forse sono di parte, é vero, esprimendo tale giudizio, visto che in mia vita, a più riprese, ho collezionato francobolli sin da bambino (i primi li rubacchiavo dagli album della mia povera sorella Anna la quale, alla fine - esasperata dai miei continui "furti" - me li regalò in toto!)...la mia collezione completa - ahimé - l'ho venduta qualche anno fa (correva il 2014) al mio amico Paolo Balestrieri il quale, ironia del caso, risiede a pochi chilometri dai luoghi in cui insegnò il Rizzo: egli vive e lavora, infatti, insieme alla sua consorte, nel centro di Felino (capitale del salame omonimo di cui ho già parlato nel mio diario), poco distante dal capoluogo parmigiano. Anche io, debbo dire d'aver imparato molto dai francobolli, prescindendo dal fatto (assolutamente non trascurabile) che sono in genere sempre piacevoli da vedere in quanto molto colorati ed assortiti nelle forme e dimensioni: date importanti, ricorrenze, località, avvenimenti storici, nomi di personaggi, curiosità d'ogni genere e in ogni campo dell'attività dell'uomo e del suo scibile. La seconda cosa da rimarcare, riguardo Gastone Rizzo, è senz'altro positiva: nel 2012, il suo libro "Una scuola così" ha visto la pubblicazione ad opera della casa editrice Prodigi di Gallarate, provincia di Varese. La seconda storia riguarda un'altro personaggio, anch'egli parmigiano d'adozione: Giovanni Vitale. Sempre sulla Gazzetta di Parma è riportato quanto segue. Occhiello - Personaggi: Giovanni Vitale, l'artigiano di Borgo sul Naviglio; Titolo - Restaurare i mobili da enormi soddisfazioni. - Ha 29 anni, ma ha scelto di fare un mestiere antico (ormai sempre più raro), a contatto con oggetti dei secoli passati. Un lavoro, come sottolinea, - dove la busta paga non é assicurata, così come il profitto che varia, enormemente di periodo in periodo. Questo mestiere non dà sicurezza ma non stanca mai ripagando chi lo svolge con enormi soddisfazioni, - spiega Giovanni Vitale, restauratore di mobili antichi, che opera in un piccolissimo locale di Borgo del Naviglio, in quartiere Parma centro. Una viuzza affasscinante e ombrosa dove scorrevano, secoli fa, le acque di un canale (il Naviglio, appunto) che trasportava, con le sue acque, scambi e storia. Un borgo colmo di memoria. - Compiuti gli undici anni incominciai ad apprendere il mestiere, grazie all'impiego in una ditta che si occupava di restauro - spiega Giovanni -. Non amavo studiare così decisi di investire tutte le energie in questo mestiere che mi ha appassionato da subito. Con poco capitale e con il solo lavoro delle mie mani mi sono fatto conoscere -. Il suo negozietto è colmo di mobili e di attrezzi del mestiere: carta vetrata, martelli, seghetti, sgorbie, scalpelli, segatura. - Non scorderò mai la soddisfazione che mi diede restaurare il mio primo mobile: una vetrinetta in abete rustico. Alla fine del lavoro non potevo credere di averla rimessa a nuovo tutto da solo. L'oggetto più bello di cui mi son preso cura è, invece, un Napoleone III°. Uno spettaco=  lo -. Giovanni, che vive a Parma da una decina di anni, dice di amare la nostra città che - ha rispetto per la memoria storica e gli oggetti del passato - aggiunge -. Sono tanti i parmigiani che mi portano mobili trovati in soffitta. Oggetti che, magari, valgono tanto e alla prima occhiata sembrano cianfrusaglie da nulla. Il mio mestiere richiede tanta calma, buona volontà e attenzione. Ho imparato guardando gli altri lavorare e credo fermamente che questo lavoro non si possa imparare sui libri - conclude Giovanni, l'artigiano di Borgo del Naviglio". Cosa posso dire, in conclusione, da par mio? Soltanto una cosa: gli artigiani sono sempre meno (adesso ancor meno di prima, purtroppo, visto che l'articolo appena riportato risale a più di dodici anni orsono)...per fortuna, però, che ve ne sia ancora qualcuno in giro!
     - Mille proverbi italiani - Nel 1999 uscì la seconda edizione del librino "Mille proverbi italiani" (consta di appena sessantasei pagine, stampate in edizione tascabile), scritto da Massimo Baldini ed edito dalla Newton&Compton di Roma nella serie Tascabili Economici; il prezzo era davvero basso: millecinquecento lire...qualche anno prima dell'avvento della moneta unica in Europa. Nelle pagine introduttive l'autore scrive, tra le altre cose: "Per millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce. Le informazioni passavano di bocca in bocca e procedevano a velocità pedonale sui sentieri della storia. L'uomo che vive in una cultura orale, in una cultura cioé che non conosce la scrittura, non possiede documenti, ma ha solo la memoria. Egli sa solo ciò che ricorda e per ricordare ha bisogno di formule come ausili mnemonici. In altre parole, in tali culture occorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in pensieri essenziali o quintessenziali, in breve: in proverbi. Nelle culture orali, scrive W. J. Ong (cfr. Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, trad. it. di A. Calanchi, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 62-63), "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico; deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità". Nelle culture orali (come anticamente è stata anche la nostra, quindi) i proverbi del tipo: "Chi non muore si rivede", "Sbagliare è umano perdonare divino", "Donna e fuoco toccali poco", "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", "Presto e bene non stanno insieme", non sono occasionali, essi formano "la sostanza stessa del pensiero. Senza di loro sarebbe impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché essi lo costituiscono". I proverbi hanno rappresentato per vari millenni l'enciclopedia tribale degli uomini. Essi sono stati il precipitato dell'esperienza, cioé dei tentativi ed errori di molte generazioni. Ai proverbi è stato affidato il sapere psicologico, sociologico, politologico, filosofico, medico, meteorologico, gastronomico, economico ed etico che gli uomini venivano faticosamente elaborando. E che la stesura di un proverbio fosse il frutto della riflessione di una intera comunità e che ad esso si giungesse dopo molti anni è  ben evidenziato da una celebre massima veneziana, secondo cui "i proverbi li facevano i vecchi e stavano cent'anni e li facevano sulla comoda". I proverbi, dunque, sono pensieri fossili che sono sopravvissuti all'invenzione della scrittura, alla scoperta della stampa e alla nascita della galassia elettrica ed elettronica...oggi non si coniano più proverbi e si usano sempre meno. Secondo l'autore le cause sarebbero essenzialmente tre: in primo luogo, la loro stella si è appannata in quanto la scienza risponde in modo più soddisfacente di loro ad alcuni interrogativi che si pongono gli uomini. Si pensi per fare un esempio all'ambito della meteorologia. In secondo luogo, i proverbi sono stati abbandonati come fonte di sapere, poiché molti si rifanno o rimandano, direttamente o indirettamente, ad un mondo contadino che è, per l'uomo contemporaneo, fondamentalmente estraneo. In terzo luogo, infine, essi sono divenuti un sapere marginalizzato, poiché, tranne pochissimi, non vengono più nell'arco della giornata frequentemente ripetuti e, quindi, non sono stati più memorizzati sistematicamente dalle generazioni più giovani. Tuttavia, siamo convinti che anche nella nostra cultura questa forma di sapere possa avere ancora una funzione e un ruolo di qualche utilità...essi possono oggi informarci di ciò che si nasconde nell'animo e nella mente degli uomini , possono cioè fornirci ragguagli illuminanti sulle passioni che li agitano, sui vizi che li posseggono e sulle virtù che si sforzano di far proprie. Certo, psicologi e sociologi, psicanalisti e pedagogisti hanno anch'essi indagato queste stesse problematiche, ma i proverbi hanno il vantaggio di possedere al massimo grado il dono della concisione e la virtù della chiarezza. I proverbi, infatti, non hanno bisogno di un linguaggio specialistico per comunicare la verità o la verità-e-mezzo che, nei casi più felici, contengono, in quanto adoperano le parole di tutti i giorni. Per capirli, quindi, non c'é bisogno di un diploma né tantomeno di una laurea. Essi parlano alla mente e al cuore di tutti coniugando felicemente il sapere più profondo con il massimo di divulgazione possibile. Anche a mio modo modesto di vedere i proverbi rappresenteranno sempre - e comunque - una insostituibile forma di sapere, pur se inesorabilmente ed implacabilmente vittime sacrificali del tempo (anzi, dei "tempi"); essi resteranno simbolo di saggezza popolare che mai perderà di valore: neanche quando quei tempi di cui sopra diverranno ancor più sfrenatamente digitalizzati e la cultura sarà molto più massificata ed "usa&getta" di ora. Il motivo di tutto sta, invero, nel fatto che essi rappresentino una sorta di ammaestramento morale, di precetto a "presa rapida" a causa, innanzi tutto, del loro elevatissimo grado di semplicità e...onnicomprensione a - e per - tutti gli strati della sfera sociale. La novità della pubblicazione del Baldini (nella sua carriera di docente e cattedratico fu ordinario di Storia della filosofia alla Università di Perugia e insegnò Semiotica alla Luiss di Roma; in quella di autore scrisse varie opere tra cui: "Gli scienziati ipocriti sinceri", "Contro il filosofese", "Le parole del silenzio", "Storia della comunicazione"; per i tipi della Newton curò anche gli Aforismi di Kierkegaard, Gandhi, Proust, Freud, Leonardo, Doyle) risiede nel fatto (come sottolineano anche le note editoriali pubblicate in ultima pagina di copertina del suo librino) di aver raccolto i principali proverbi italiani tutti insieme e nell'averli poi ordinati per temi ed in ordine alfabetico: dalla A di "amare" alla V di "vizio". A onor di cronaca, è da dire che un precedente lontano si era già avuto nella letteratura italiana e ad esso proprio lo stesso autore (anche citandolo nelle note introduttive) si è rifatto ed ispirato: i "Proverbi toscani" di Gino Capponi; raccolti e illustrati da Giuseppe Giusti, essi furono ampliati e poi pubblicati postumi dall'autore a Firenze nel 1853. E' una raccolta che constava in origine di circa 3000 proverbi e a cui l'editore ne aggiunse quasi altrettanti, tolti per la massima parte dal repertorio inedito di Francesco Serdonati. La materia è ordinata per argomento: Abitudini, usanze - Adulazione, lodi, lusinghe - Affetti, passioni, voglie, etc. Quì, di seguito, una serie di proverbi come riportati nell'opera del Baldini, secondo tre lemmi "cardine" dell'esistenza: Amore, Morte, Tempo. Amore - Contro amore non é consiglio. Chi soffre per amor, non sente pene. Il primo amore non si scorda mai. I primi amori sono i migliori. Crudeltà consuma amore. Ogni amore ha la sua spesa. Scalda più amore che mille fuochi. Non c'è amore senza amaro. Nella guerra d'amore vince chi fugge. L'amore é cieco. Se ne vanno gli amori e restano i dolori. Amor nuovo va e viene, amore vecchio si mantiene. Amore e signoria non soffron compagnia. Grande amore, grande dolore. L'amore a nessuno fa onore e a tutti fa dolore. L'amore di carnevale muore in quaresima. L'amore del soldato non dura: dove egli va trova la sua signora. - Tempo -  Il tempo vince tutto. Il tempo è galantuomo. Il tempo consuma ogni cosa. Il tempo divora le pietre. Il tempo bene speso è un gran guadagno. Il tempo viene per chi lo sa aspettare. Con il tempo e con la paglia si maturano le nespole. Chi ha tempo non aspetti tempo. Non c'è cosa che si vendichi più del tempo. Tempo perduto mai non si riacquista. - Morte - A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. Il viaggio alla morte è più aspro che la morte. La morte è una cosa che non si può fare due volte. La morte non guarda in faccia nessuno. La morte guarisce tutti i mali. Morte, vita mia. La morte viene quando meno la si aspetta. Ogni cosa è meglio che la morte. La morte paga i debiti, e l'anima li purga. La morte non ha lunario. Contro  la morte non vale né muro né porte.
     - Carlo Bonini, Stefano Cucchi e...i vuoti a perdere - Di solito le note tecnico-artistiche di un autore o di un'autrice (il curriculum-vitae, per intenderci!) vengono riportate dall'editore in seconda, terza o quarta pagina di copertina dell'opera scritta dallo stesso o dalla stessa. In questo caso voglio farlo in apertura del paragrafo che mi accingo a scrivere. Carlo Bonini è nato nel 1967 a Roma ed è inviato speciale del quotidiano "La Repubblica", dove è arrivato dopo aver lavorato per "il manifesto" e "il Corriere della Sera". Ha pubblicato le due biografie La Toga Rossa (1998), storia del giudice Francesco Misiani, e Il Fiore del Male (1999), sulla vita di Renato Vallanzasca, il reportage narrativo Guantanamo (2004), Il mercato della paura, scritto a due mani con Giuseppe D'Avanzo (2006), Acab. All Cops Are Bastards (2009), con Giancarlo De Cataldo Suburra (2014) e La notte di Roma (2015), l'Isola assassina (2018). 

  • Come comincia: P. S.  Direi che una postilla (anzi, un post-scriptum) a questo punto sia d'uopo. Molte volte in mia vita ho mangiato salame di Felino (non tantissime seppur siano state abbastanza, invero, visti i suoi costi: di certo elevati ma mai così alti da riuscire soltanto a sfiorare quelli del culatello, altro prodotto tipico della norcineria parmense) e fortunatamente sono ancora in vita. Consiglierei inoltre di degustare il salame accompagnandolo con del pane di segale aromatizzato al miele: una vera e propria delizia ma solo per coloro, però, che possiedono palati fini!
     - Partire è un po' morire - L'origine di questa frase (notissima in verità) o modo di dire non la conoscevo affatto. Qualche giorno fa ho appurato che essa è di matrice transalpina: infatti fu il poeta francese Edmond Haraucourt che in primis la usò nel 1902 nella sua poesia "Addio Rondel o canzone dell'addio": quì, di seguito, la prima quartina della suddetta:
                         Andarsene è morire un po'
                         è morire per ciò che amiamo:
                         lasciamo un po' di noi stessi
                         sempre e ovunque...
    I versi, invero, non abbisognerebbero di ulteriore commento. Partire, sì, equivale a morire: perché ogni qualvolta lo facciamo, lasciamo un po' di noi stessi (oltre che dei nostri affetti) laddove eravamo. Ma anche i viaggi, tutti ed indistintamente, prima o dopo finiscono (come tutte le cose, del resto); e da tutti i viaggi, anche da quelli più lunghi, prima o poi si torna indietro, eccezion fatta nei casi seguenti: qualora ci si è fatti con un mix di droghe "biologiche"; se di nome e cognome (meglio sarebbe scrivere name&surname, visto che siamo dinanzi ad un cittadino britannico!) facciamo Syd Barrett e non ci siamo fatti con un mix di droghe biologiche bensì (e più semplicemente) con dell'lsd sintetico; se non sia un viaggio in fuga da noi stessi (quelli sono infiniti...durano oltre la vita stessa!); se non sia un viaggio fatto di - e con - niente ma in cui ci si fa di - e con - tutto.
     - Benedico il "male di vivere" (o: pensierino della sera e del dolce dormire) - Questa frase non è scritta da nessuna parte...non la troverete mai scritta su wikipedia, o nei libri di scuola d'ogni ordine e grado: in quelli italiani come in quelli francesi; sopra quelli della Slavonia  occidentale o su quelli del Burundi. Il motivo è puro e semplice (proprio come colui che l'ha scritta), anzi, è il solo esistente: l'ho scritta personalmente...meglio ancora "io medesimo" (accadde un quadriennio orsono: giorno più, giorno meno). Quel male, infatti, l'ho spesso incontrato nel corso della mia esistenza: affrontandolo sempre vi-a-vis (come direbbero nostri cugini d'oltralpe: ma sarà poi proprio vero, mi chiedo spesso,  che essi siano nostri cugini?Booh...!). Con lui, usando un termine sportivo, ho un bilancio in "rosso": ci ho fatto a botte, infatti, quasi sempre però perdendo, a volte pareggiando ma mai vincendo; eppoi l'ho anche maledetto tante volte, quel grandissimo figlio di puttana e l'ho anche odiato, ma ora invece lo benedico sovente: è lui, proprio lui in persona - e nessun altro - che mi ha temprato e reso più forte alle sofferenze, al dolore e ai cataclismi dell'esistenza; ed invero è proprio grazie a lui che riesco oggi a restare a galla e a sopravvivere. Ricordate ora il film di Giorgio Faenza dal titolo emblematico "Un giorno questo dolore ti sarà utile"? Ebbene, a me è successo proprio così, come il protagonista di quel film: il vissuto precedente è un bagaglio utile, mai zavorra senza senso e...quel film è tratto dal romanzo omonimo del 2007 di Peter Cameron, scrittore statunitense che fu candidato a diversi premi per la sua opera d'esordio: esso racconta in prima persona le vicende del protagonista; o meglio, è il protagonista che racconta sé stesso: ed egli è un "disadattato" della vita. Debbo confessare anche io una cosa importante in prima persona: i perfetti, a mio avviso, non sono di questo mondo e chi si ritiene tale non mi è mai "garbato di molto" (per usare un intercalare del grossetano!)...tranne .- ovviamente - cerchio, quadrato ed il numero tre: ammiro moltissimo le persone che si mettono a nudo (tanto con sé stesse, quanto rispetto agli altri) e lo fanno prescindendo dalla stagione al fine di mostrare il loro vero volto. Questo non vuol dire, però, che non ami la bellezza...il corpo nudo di una donna: ammirarlo, stringerlo tra le proprie braccia, farlo tuo; eppoi mettere un fiore tra i capelli di quella donna e darli un bacio sulla bocca. Ma che sbadato che sono, ho fatto ancora l'alba senza accorgermene: accade spesso quando mi lascio andare ai miei pensieri e trasportare dalla penna lungo il sentiero dello scrivere, attraversando il binario (morto ed incolore) d'un foglio rigato o quadrettato tutto da riempire. Ho perfino dimenticato che siamo in aperto ma...lockdown; in aperta era covid. Là fuori impazza la folla, impazzano i flash-moab, sventolano le bandiere tricolori sui balconi (quasi come fosse la sera di quell'11 luglio a Madrid); le chiese sono chiuse e chi più ne ha, più ne metta...eppoi, vuoi mettere? "Andrà tutto bene, vedrete!" (va ripetendo lo stolto al cieco: che però, cieco non lo è affatto: mi sa allora che si tratti d'un falso invalido!).

    Taranto, 19 marzo 2020.

  • 15 agosto 2020 alle ore 14:29
    Diario di bordo - Ricordando...

    Come comincia:  Ieri è stato un giorno importante, per me; una data di importanza primaria, davvero: di quelle da non perdere ed assolutamente da scrivere in rosso sul mio "personalissimo cartellino"...calendario (che sbadato sono, mi sa d'essermi confuso e di aver preso fischi per fiaschi o lucciole per lanterne: a quel modo era solito esprimersi Rino Tommasi, grande giornalista sportivo di qualche decade orsono, concludendo la telecronaca di ogni match di pugilato che egli stesso aveva poco prima seguito e commentato in tivù). Molti, invero, penseranno che si tratti del famosissimo tre di giugno, quello in cui si celebrano ben altre ricorrenze ma invece non è così, per me; io resto coi piedi per terra e celebro, tanto nella mia testa, quanto nel mio cuore, cose meno cariche di gloria (di quelle che se ne occupino pure altri, a me non importa un fico secco!) e di certo più tangibili; molto più "umane"...ben più piccole delle altre, quasi terra terra direi; cose da comune mortale quale sono: il decimo anniversario (correva il tre di giugno del duemiladieci, appunto) della scomparsa della mia adorata madre. E' stupido scriverlo (anzi, forse lo è soltanto pensarlo) ma non posso esimermi assolutamente dal farlo, a costo di dover apparire anche io vittima del conformismo e della retorica preconfezionata, e come farebbe del resto chiunque fosse nei miei panni o indossasse di nuovo, seppur un solo giorno all'anno, le vesti di figlio orfano: "sembra ieri...", eppure il tempo, tiranno come non mai (invero come sempre!) è trascorso; due lustri per intero sono passati come un temporale estivo da quel fatale giorno (il "pomeriggio d'un giorno da cani", come a volte oso definirlo parafrasando il titolo d'una celebre pellicola del 1975, diretta da Sidney Lumet e con la coppia Al Pacino-John Cazale nelle vesti di protagonista); da allora, ogni anno ho commemorato - piucché celebrato - la memoria di mia madre: l'ho fatto come meglio ho potuto (sul web o dove mi sia stato possibile farlo), ora con un pensiero e talvolta con dei versi altrui; altre volte invece rievocando semplicemente piccoli episodi della nostra vita trascorsa insieme. Anche quest'anno, fortunatamente, è stato così; nonostante la pandemia in atto, la quarantena al seguito e tutto il resto. Questa volta l'ho fatto pubblicando nella home del gruppo facebook "Brigate poeti rivoluzionari" un post con tanto di foto allegata (quella che la ritrae nel giorno del suo matrimonio con mio padre, avvenuto nell'agosto del 1960): una breve rievocazione - nulla di speciale né di arzigogolato: semplice com'era lei - con alcuni miei pensieri annessi ed alla fine i versi che io stesso scrissi e li dedicai nel 2016. Quì, di seguito, il resoconto di quanto scritto e pubblicato nel post: "Mia madre, Portulano Ada, nacque a Taranto il 23 marzo del 1925, morì a Taranto il 3 giugno del 2010 nel reparto di chirurgia donne dell'Ospedale "SS. Annunziata", in conseguenza di un edema cardiocircolatorio. Dopo un breve periodo lavorativo svolto con mansioni di impiegata nell'allora "Genio marino" di Taranto (oggi conosciuto come Genio Militare per la Marina o, più...mostruosamente con la sigla MARIGENIMIL; tuttavia non so se sia la stessa cosa!), condusse la vita in famiglia esercitando il ruolo di moglie e di madre. Aveva un carattere dolce, remissivo, taciturno. Visse senza far rumore, quasi in punta di piedi. Due cose sono legate a lei, anzi, mi vengono in mente di getto mentre scrivo queste parole per ricordarla, nel decimo anniversario della sua scomparsa: la prima è che l'ho fatta piangere tantissime volte (non è infrequente il fenomeno, soprattutto tra i figli maschi: ciòcché risalta, però, è il numero delle volte che è avvenuto, appunto!); la seconda è che gli ho dato tanto, di me, negli ultimi anni trascorsi insieme (fantastici e al tempo stesso un po' tumultuosi)..."sono andato in pari", diciamo pure così, anzi, come sono solito dire io, molto spesso! Penso, infatti, che alla fine nella vita si vada sempre in pari; finisce sempre così, in fondo (per lo meno nella maggioranza dei casi credo avvenga proprio questo: tranne per i più fortunati o per i più disgraziati, chissà!) tra gioie e dolori, vittorie e sconfitte, calci dati e pugni presi, ricordi belli e brutti, rimorsi, rimpianti e brevi lampi di felicità (serenità). Ma la vita, però, non è una mera attività commerciale come qualcuno ha inteso o intende quando viene al mondo: essa è tutta un'altra cosa! La poesia che segue la scrissi agli inizi del 2016 per ricordarla. Grazie a te, madre, ovunque tu sia adesso, per avermi lasciato sempre "libero" ".
                   
             = Ode a mia madre (Tu sei) =
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove:
    sei nelle vele delle navi che fanno rotta negli oceani
    sei nel vento che attraversa le montagne e divora il cielo
    sei nella sabbia che popola i deserti
    e nell'acqua tersa e gelida dei fiumi in inverno
    sei nell'ali di farfalla che grandi
    si dispiegano come fossero quelle di un'aquila
    sei negli occhi d'una tigre ferita.
    Tu sei in ogni cosa ed in ogni dove su questa terra
    tu sei in ogni cosa ch'io faccia o che mi appartiene
    sei nel mio cuore e nel mio spirito
    nel mio amore e nelle mie vene.

    Dalle fessure della persiàna abbassata, nella mia stanza, filtrano prime luci dell'alba. Ho finito di scrivere questa parte del mio diario, mi avvio ad affrontare un nuovo giorno (il secondo - o il terzo...non tengo il conto! - della fase?????): appena con qualche ora di sonno sulle spalle ma consapevole di non essere malato di Alzheimer!

    Taranto, 5 giugno 2020.

  • 07 luglio 2020 alle ore 14:56
    La mia stanza

    Come comincia: Quello che segue non è proprio un racconto, ma trattasi essenzialmente di un "esercizio letterario". Il tutto nacque intorno ai primi mesi del 2014, quando ascoltai su rai storia una vecchia intervista fatta a Corrado Alvaro (spero di ricordare bene, tuttavia, e di non confondermi col nome ed il cognome dell'autore!). Lo scrittore di San Luca (zona della Calabria tristemente nota per fatti non del tutto letterari), nel corso della stessa parlò anche di un esercizio letterario - appunto - da poter svolgere ad opera dei neofiti ed imberbi scrittori come me: concentrarsi, cioé, su un oggetto vicino o a portata di...occhio, oppure su un luogo spesso frequentato e descriverlo. L'attenzione, così, cadde subito (di getto, quasi incondizionatamente!), su quella che definisco essere la "mia" stanza. Ovvero, uno dei luoghi più frequentati nel corso della mia esistenza. Uno dei luoghi compagno della mia vita, sovente e volentieri: soprattutto nell'ultimo anno di tempo. Ne nacque, quindi, la descrizione che segue.
     "La mia stanza è la terza in ordine d'ingresso o meglio di entrata; ovverosia entrando dalla porta d'ingresso che da sull'androne dove scorrono, di fianco all'ascensore, le scale: che non sono, si badi bene, come quelle di Escher le quali girano sempre su sé stesse, senza mai a nulla condurre né da nessuna altra parte...esse - fortuna per loro! - arrivano sino al portone che sfocia, a sua volta, sul marciapiede che costeggia la strada. Essa è la "mia" stanza: in quanto al suo interno vi trascorro gran parte delle ore che il dì scandiscono (eppure la notte), intercalando il tempo - a volte - con numerose divagazioni sui generis...fuori porta!  E' anche la terza per ordine di grandezza: posta in mezzo alla camera da pranzo che da a nord, confinante con una frazione di appartamento appartenente ad uno stabile attiguo, e la camera da letto grande, quella matrimoniale ove soggiornavano nottetempo i miei genitori, dacché sono stati [Essi] in vita ed in figura su questa terra (la mia carissima zia materna Mary che io, inguaribile esterofilo, chiamavo a quel modo proprio a volerne inglesizzare ed americanizzare il nome, mentre sbrigava le faccende di pulizia in alcune stanze - accadeva sempre durante il fine settimana, quando era a casa dal lavoro ed io dalla scuola - sovente mi ripeteva le seguenti parole: - Ricordati che tutti siamo niente. Oggi in figura e domani in sepoltura! - Si riferiva, ovviamente, alla vacuità del destino dell'essere umano e di tutti gli altri esseri viventi, il suo non era, però, un fare noioso e funereo al contrario la definirei saggezza frammista a realismo, meglio ancora realistica accettazione delle cose e dell'esistenza, pur essendo essa credente e cattolica nonché dotata di gran senso religioso... direi che fosse stato quello il mio primo contatto, quand'ero ancora imberbe ragazzino, con l'aldilà e con l'idea della morte più in generale; quelle parole mi ritornano spesso nelle orecchie, ora che sono più adulto, quasi vecchio!). La mia stanza, dicevo, è la terza stanza dell'appartamento che io abito (tre è il numero perfetto: i pitagorici lo consideravano tale in quanto per loro era la sintesi del due - numero pari - e dell'uno - numero dispari -; tante civiltà e religioni lo considerano tale: è per questo, forse, che la stanza di cui vi parlo è quella che considero essere più "mia" rispetto alle altre...o forse è mera casualità!); laddove abito e dimoro, cioé, sin dalla lontanissima estate del 1969, quella che definii essere stata, in tempi recenti, la "lunga estate di Belfagor" (questo nomignolo deriva da un vecchio sceneggiato, "Belfagor", appunto, passato in tivù, e che in una estate lontanissima, ancorché ancora viva e vegeta nella mia mente, tenne ben fermo e quieto me ed altri bimbetti di allora, suppongo, sotto il letto...bloccato dalla paura!): quando vi emigrammo da un'altro quartiere della città io - bimbo allor d'appena un lustro d'età - e la mia famiglia tutta intiera ed insieme; è la terza stanza dell'appartamento sito all'ottavo piano di uno stabile popolare seminuovo (lo é, sebbene esso sia oramai "vecchio" di ben cinque lustri ed abbia dovuto sostenere numerosi maquillage e rifacimenti di viso...facciata!), di quelli inclusi nella categoria "A4" secondo quanto è scritto nella visura catastale originaria (o secondo ciocché essa recita...sarebbe forse meglio dire!); o meglio ancora, in base alla classificazione "arida" assai ed alquanto - nonostante essa sia notevolmente essenziale e pratica - stabilita dal nuovo catasto urbano all'incirca trenta anni fa (la visura originaria, infatti, quella redatta dall'esimio geometra Pantano - non so, però, se fosse anche lustrissimo! - , titolare dello studio omonimo ed al tempo sito alla via Temenide civico diciannove, in Taranto, recava scritto: unità immobiliare A 18): posto [lui], in una zona cittadina la quale, sino a vent'anni fa,  era definita "fuori borgo"; decentrata, cioé, dal centro cittadino, quasi periferia; mentre oggi, invero, è essa stessa diventata borgo, quasi centro, rispetto ad altre zone: fattesi esse stesse periferia o periferie - ad opera e per merito, forse...per colpa più che altro dello sviluppo extraurbano, scellerato e scellerabile, avvenuto d'amblé - quindi sempre più - ed inesorabilmente - lontane dal centro. E' la terza stanza, la mia stanza, se si esclude lo sgabuzzino piccolo il quale, a volta sua, è dirimpettaio dell'ingresso e del disimpegno (frazione più piccola del corridoio che sbocca nella cucina), è funge da ripostiglio o solaio interno (in poche parole, che povere non sono affatto, avente funzione di scantinato o mezzanino) che ben si possa dire, anzi, affermare: colà, cioé, dove la roba vecchia metto a riposare o in stand-by prima ch'essa affronti l'ultimo suo viaggio, insieme al pattume di casa, verso il cassonetto del pattume che abita sotto casa; ivi attendendo d'esser poi trasportata in discarica con l'altro pattume (suo fratello: sebbene sia esso di madre diversa e forse ignota!) ed in compagnia dell'altra roba vecchia e magari dei sorci verdi! E' la mia stanza, adesso, questa stanza: proprio perché adesso è soltanto "mia" (in realtà lo è da ben sei anni, non uno di più e neanche di meno: uno in più, cioé, d'un lustro che di anni ne conta cinque!), mentre pria era in primis la "loro" eppoi anche la mia; è la mia stanza, adesso: perché adesso appartiene solamente a me, così come le altre stanze vuote. Invero, essa reca con sè i segni del tempo, quel tiranno inesorabile che lentamente scorre senza infamia né lode: li porta fiera, però, sulle sue spalle vecchie ma ancora forti; su quelle spalle che sono i muri: avvolti in una carta talmente sottile e lieve da apparire talora quasi eterea...grondano di ricordi, di suoni e di strane voci. Occidua guarda, la mia stanza, il balcone che da sulla strada esterna ed il quale guarda, a sua volta, la strada: ed insieme, come entrambi, guardano lo scorrere del tempo senza ch'essi portino occhiali sopra gli occhi che non posseggono...allo stesso, identico e perpetuo modo la mia stanza osserva il sole nascere e morire, ogni giorno, la luna sorgere e calare ogni sacrosanta sera sopra il cielo; ed ascolta lo scorrere del traffico che percorre la strada sottostante al di sopra di quel cielo che la oscura o la illumina ad intermittenza e secondo l'alternarsi delle stagioni durante l'anno astronomico. Ogni notte, silenziosa e stanca, la mia stanza si addormenta insieme a me: che a volte, a mia volta, sono silenzioso e spesso stanco - ma non sempre, però - quando mi addormento. E' la mia stanza, adesso: solo e soltanto "mia"!

    Taranto, 14 marzo 2014. 

  • Come comincia:  Debbo dire, ad onor del vero e per avvalorare vieppiù quanto sto scrivendo, che io stesso ho contattato, tramite messaggio diretto su facebook, i responsabili della suddetta emittente radio per avere il nominativo di quella persona. GIi stessi mi hanno risposto in questo modo: - Non siamo interessati alla cosa! Quindi chiamerò l'intervistato col nome fittizio di Luciano: proprio come il mio nome di battesimo.
     Luciano: - Per poter parlare di cosa succede al carcere oggi bisognerebbe prima fare un reset, tornare indietro e disintossicarsi da questa informazione ipocrita, finemente congegnata da un'élite composta da politici, magistrati e giornalisti. Lo Stato, lo sappiamo, da sempre si serve delle distorsioni dell'informazione e della propaganda, e di solito lo fa quando gli obiettivi o gli eventi l'impongono di cambiare forma, di trasformarsi in qualcosa che senza l'ausilio della propaganda mirata difficilmente riuscirebbe ad imporre al popolo. In gergo si definisce "manipolazione dell'opinione pubblica". Con l'avvento dei social si sperava che le cose cambiassero, riuscendo a compensare tale manipolazione attraverso la moltitudine di voci che il web comporta. Invece è avvenuto il contrario (nota personale: il web, evidentemente, ha sortito l'effetto contrario, un vero e proprio effetto "boomerang", divenendo un ulteriore mezzo, a mio modesto avviso, di veicolazione di massa dell'informazione da parte del potere e del sistema precostituiti!). Basta, infatti, dare un'occhiata ai gruppi facebook di parenti dei detenuti per accorgersi di come quella manipolazione si sia trasformata in vera e propria formazione della pubblica opinione. Il bacino di utenti più ampio contribuisce a veicolare quella disinformazione - ben architettata dai politici in combutta con i vari Giletti di turno (puntualizzazione: Luciano si riferisce ovviamente a Massimo Giletti, conduttore de "Il fatto quotidiano" sull'emittente televisiva La7) postando incessantemente notizie di scandali e allarme sponsorizzate da firme e fogli che nella realtà dovrebbero essere considerate addirittura nemiche di gruppi che sono stati creati ad hoc per chiedere diritti e libertà di chi è dietro le sbarre. Infatti, basta vedere a che ritmo i post della Meloni, di Salvini o Di Matteo rimbalzino da una pagina all'altra di questi gruppi. Mi chiedo ora a che cosa serva questa cattiva informazione? Ho provato a ripercorrere le tappe di questi due mesi, partendo dal sette marzo: quindi, rivolte nelle carceri e conseguenti quattordici morti e cambio di guida al DAP. Prima parlo dei morti, però. Ci sono stati dodici morti in un solo giorno, poi diventati quattordici. Mai un'autopsia è stata così rapida: "overdose da metadone", hanno detto! Durante una rivolta, quindi, secondo la ricostruzione dei fatti a cui è giunto il Dipartimento delle Carceri, alcuni detenuti avrebbero forzato la porta dell'infermeria e si sarebbero scolati boccette e boccette di metadone fino a morire. Che io sappia, il metadone è stato concepito proprio per curare le overdosi provocate da eroina. In carcere ci sono stato e fra i vari giri ricordo bene, per esempio, che a Rebibbia, il quale è un carcere arrabattato, i farmaci di un certo tipo, così come le siringhe, venivano custoditi in armadietti di ferro che erano simili a casseforti quando non proprio vere casseforti. Ipotizziamo pure di fidarci di quanto riportato dalle istituzioni. Allora, ci dicano perché questi detenuti non avessero a disposizione anche il Nascam o l'Anexate per scongiurare il peggio visto che da questa narrazione, si presume che una certa dimestichezza con la dipendenza ce l'avessero questi ragazzi (nota personale: l'Anexate, per chi non è particolarmente addentrato non solo nel mondo della tossicodipendenza ma neanche in quello della dipendenza da psicofarmaci, è farmaco antagonista delle benzodiazepine: nome che rievoca certi farmaci-elisir - come il Paese di Bengodi, mi verrebbe da dire! -...ricordo il Prozac, ad esempio, che giunse a fine anni ottanta-inizio anni novanta nel nostro Paese da oltreoceano come la manna dal cielo per chi soffriva di certi disturbi! Le benzo, dicevo, a loro volta sono una classe di farmaci usati per sedare gli stati d'ansia, inducenti a quello scopo sonnolenza e rilassamento - o sedazione - della muscolatura miocardica e conseguente riduzione delle contrazioni e dei battiti del cuore). E se è stata effettivamente l'autopsia ad aver fornito questi dati, almeno un parente o un avvocato avrebbero dovuto firmare il consenso (aggiungo io: ovvero, avvalorare l'autopsia, "autenticarla", renderla credibile, ufficializzarla formalmente!); invece questo non è avvenuto! E cosa dice l'autopsia di preciso? Perché non hanno fornito i riscontri sui quantitativi specifici dei metaboliti ritrovati nel sangue dei deceduti? (ovviamente, direi: le molecole di nessuna sostanza presente nel corpo umano, sia esso in vita che inerme, si dissolvono per...diciamo pure, "autoinduzione" - o per volontà del divino, chissà - usando un termine caro alla fisica piuttosto che alla chimica o alla farmacologia; se esse, ripeto, sono presenti nel corpo di un essere umano non si volatilizzano!). Ad oggi, due mesi dopo quelle morti, queste risposte non le abbiamo perché chi gestisce le cose ha bisogno che noi tutti quei quattordici morti li dimentichiamo (nota a margine, anzi, a latere visto che siamo in tema di giustizia e si sta parlando anche di codici, leggi, magistratura, etc.; una nota amara, anzi, amarissima la mia: gran parte degli italici sudditi lo hanno già fatto, li hanno dimenticati, credetemi; infatti, a chi importa di quei morti se no a pochi intimi, se no a pazzi o pazzoidi conclamati come me, se no...soltanto i familiari più stretti e magari qualche amico ricorderà ancora i nomi di battesimo di quelle persone morte: un padre ed una madre non li dimenticheranno mai!), in quanto sono morti nelle mani dello Stato. E seppur fosse vera la loro versione dei fatti, un'opinione pubblica non pilotata devrebbe subito giungere ad una sola conclusione, a mio avviso: la tossicodipendenza il carcere non la cura, anzi, la rende disperata quando non la crea ex-novo, se è vero che per curare dolore fisico l'unica soluzione che hanno lì dentro è la tachipirina. Per addormentare il cervello, invece, senza alcuna indagine reale, ti riempiono di psicofarmaci di ogni tipo e marca. Ecco, lo Stato, in questo caso, attraverso la cattiva informazione si auto assolve delle morti ( io Luciano, al mio omonimo di fantasia, nominato anch'esso così in maniera alquanto fittizia, direi: la usa a suo esclusivo "uso&consumo"!). Invece, a mio avviso dovrebbe essere nostro dovere ricordarcene e quei nomi rifarli ad ogni occasione (nota personale: lo Stato, però, ricorda solo gli eroi, ricorda solo ed unicamente chi è stato un suo fedele servitore; solo e soltanto ricorda chi ha immolato la propria vita per la patria: lo fa ogni santo anno, ogni santissimo tre di giugno di tutti i santi anni...a chi interessa, in fondo, vita e morte di quattrordici disgraziati morti nelle mani dello Stato? Soltanto allo Stato stesso, in fondo, il quale ha interesse a "seppellire" quei morti...non erano degli eroi ma neanche dei luridi bastardi!). Passo ora all'episodio delle rivolte. Dopo cinque o sei giorni da quei fatti, gli organi di stampa legati a certi apparati statali hanno veicolato l'ipotesi che dietro le rivolte ci fosse la regia occulta di qualcuno, proprio per la simultaneità delle stesse in luoghi diversi. A questi Sherlock Holmes bastava ricordare che in ogni cella la televisione elargisce gratis tonnellate di paura oltre a "Uomini e donne" e la D'Urso...invece, dapprima hanno individuato la regia degli anarco-insurrezionalisti e poi quella delle oraganizzazioni mafiose. Se additare le cause ai compagni era fantasioso oltre che banale, come loro stessi si sono resi conto, pensare che la mafia potesse far esplodere un carcere qualsiasi, o addirittura un carcere come quello di Modena è paradossale se no comico: per il semplice fatto che la mafia stessa si serve e si è sempre servita del carcere, che usa come collante e rigenerante. Poi, è stranissimo notare come in una regione come la Calabria dove la mafia (ndrangheta) è più forte non si sia mossa una foglia durante le rivolte, al massimo si è fatta una "battitura" (la battitura, in gergo carcerario, è una forma di protesta non violenta: trattasi, cioè, del battere oggetti metallici - in genere avviene con le posate in uso ai detenuti - contro le inferriate delle celle stesse). In realtà, in quei giorni è esploso un sistema già al collasso (nota personale: come già fatto notare nel corso della prima parte del mio racconto. Oserei dire che il sistema sia "imploso" su se stesso ed in mano allo Stato come una bomba a...miccia corta, troppo corta, probabilmente, per non bruciare quella mano!), grazie al catalizzatore della paura che proprio lo Stato manipola. Quindi la regia resta la sua ma i protagonisti del film non hanno seguito il copione scegliendo comunque di lottare (l'interlocutore radiofonico si riferisce, ovviamente, ai detenuti che si sono ribellati...al sistema esploso/imploso!). Il terzo caso, il più emblematico di cui voglio parlare, è quello del cambio di guida al DAP: e quì lo Stato ha lavorato di "fino", spostando di netto l'attenzione dove voleva (ancora una volta debbo usare lo stesso vocabolo e le stesse parole: veicolandola a...suo uso e consumo). I fatti narrati dalle immagini televisive hanno parlato della scarcerazione di numerosi mega-boss avvenuta grazie ai provvedimenti del capo DAP (uscente) Battistini, ideati ad hoc per fronteggiare l'emergenza del virus nelle carceri. Hanno coinvolto addirittura associazioni delle vittime della mafia, hanno creato...

  • Come comincia: Nelle scorse settimane m'è capitato di rileggere una lettera dell'Unicef, intestata a me stesso, datata 29 agosto 2014 e che, presumibilmente, ricevetti qualche giorno dopo (non ho più la busta originale con l'affrancatura e/o il timbro postale che possano confermare con precisione il periodo a cui la lettera stessa si riferisce; o meglio: il giorno preciso in cui il mittente - l'Unicef, appunto - me l'abbia inviata). L'intestazione della lettera reca sulla sinistra rispetto a chi legge (sulla destra vi sono scritti il mio nome ed il mio indirizzo) un titolo a caratteri più grossi rispetto al testo successivo: "Gaza, è emergenza bambini". Prima di proseguire, però, mi corre l'obbligo di scrivere qualcosa circa Gaza. A tal proposito cito quanto riportato dall'enciclopedia geografica De Agostini: "città (118000 abitanti) presso la costa mediterranea, nella Striscia di Gaza (Gaza Strip) occupata da Israele. Tributaria nei tempi più antichi dell'Egitto, conquistata da Alessandro Magno (332 a. C.) e poi dagli Arabi (634), fu in potere dei Turchi dal 1516 alla I^guerra mondiale. Occupata dalle truppe dell'Intesa (1917), nella partizione della Palestina fu assegnata dall'ONU allo Stato Arabo (1947) e nel 1948 annessa all'Egitto. Contesa da Israele, fu occupata due volte da questo Stato: nel 1956-57 e nel 1967. In arabo, Ghazza; in ebraico, 'Azzah". Continuo, adesso, con la lettera di cui sopra. "Gentile Luciano, nella striscia di Gaza il bilancio del conflitto (il riferimento, ovviamente, è ai combattimenti tra truppe israeliane e guerriglieri di Hamas) è drammatico: dopo due mesi dall'inizio dei combattimenti si stima che la popolazione coinvolta sia di oltre 1,5 milioni di persone, di cui quasi la metà sono bambini. Questo sarà ricordato come il più sanguinoso conflitto degli ultimi anni in questa regione. Il numero di vittime tra i bambini è senza precedenti, il peggiore registrato negli scontri dal 2008 ad oggi. Migliaia di loro sono rimasti uccisi o hanno subito seri danni fisici e psicologici a causa delle operazioni militari, degli attacchi aerei e dei bombardamenti. I nostri operatori, che si trovano nell'area di crisi, ci riferiscono storie drammatiche, come quella di Kinan, cinque anni, gravemente ferito da una granata dopo un raid aereo che ha raso al suolo la sua casa e ha ucciso sei membri della sua famiglia. Kinan ha smesso di parlare dalla notte del bombardamento e ancora non sa che il padre e la sorella sono morti." La lettera continua con la descrizione dell'operato dell'Unicef poi, nella pagina seguente riprende la storia del bambino. "Nell'ospedale Al-Shifa di Gaza City, Kinan (a fianco del testo è pubblicata la sua foto, che lo ritrae intubato e disteso su una barella) è sdraiato su un letto, circondato dai suoi familiari. Kinan e suo cugino Noureldin sono rimasti gravemente feriti da una granata dopo un attacco aereo che nella notte ha raso al suolo la loro casa. Un testimone racconta che la madre di Noureldin aveva appena messo i bambini a dormire in una cameretta, quando il missile ha colpito l'abitazione, uccidendo lei e suo marito, così come il padre di Kinan, la sorella e la nonna. In totale, sei membri della famiglia sono stati uccisi e cinque sono rimasti gravemente feriti. Il cugino ha subito un intervento chirurgico addominale. Kinan ha schegge nella mano e una gamba rotta. Nessuno dei due bambini ha detto una parola dalla notte dell'attacco aereo. Mentre riposano nel loro letto di ospedale, un flusso continuo di morti e feriti transita nel reparto di terapia intensiva, accompagnato dai parenti in lacrime". Prima, però, di cominciare con le mie cronache palestinesi e dal territorio di Gaza, come titola il mio racconto, vorrei andare ancor più a ritroso nel tempo. Voglio proporvi un'altro testo che a mia volta inserii in una mail inviata nel 2012 (precisamente correva il diciannove di ottobre) a rai storia come allegato di un mio commento e di una serie di pensieri sulla "questione arabo-israeliana": il tutto si riferiva, per la precisione, ad un programma chiamato Dixit Mondo, che trattava argomenti di carattere internazionale (politica, storia, etc.); quella puntata si chiamava: "Gli ultimi giorni di un'icona, Rabin e Arafat". Quello che segue è l'estratto di un depliant illustrativo dell'Associazione Fonte di Speranza onlus (esso riportava quanto segue nel 2011, cioé un anno prima della mail a cui ho accennato: ma scrissi che un anno dopo era ancora attuale e, purtroppo, a distanza di ben sette anni, lo è ancora adesso!). L'intestazione è la seguente: "Nei campi profughi guerra, miseria, fame e malattia sono compagne di migliaia di innocenti!". Il testo, invece, è questo: "Le condizioni di vita in Palestina sono drasticamente peggiorate in questi ultimi anni. Il fallimento del processo di pace e in particolare la costruzione del muro (ad opera degli israeliani no dei palestinesi!) hanno reso la vita un inferno per migliaia di profughi. Ma come sempre le principali vittime sono loro: i bambini. I campi Shu'fat e Kalandia sono cinti da un muro di cemento armato di nove metri di altezza (nulla da invidiare, direi, a quello costruito dai sovietici a Berlino né a quelli costruiti dai britannici a Belfast, Londonderry e nelle strade dell'Ulster, dilaniato dalla guerra civile tra cattolici e protestanti e dal terrorismo dell'IRA!). Non esistono aree verdi né spazi attrezzati per l'infanzia. Un bimbo su tre manifesta sintomi di malnutrizione, le infezioni intestinali e le patologie respiratorie sono diffusissime. Così come sono molto frequenti i problemi psicologici legati al permanente stato di stress e ai traumi dovuti a bombe, sparatorie e incursioni dell'esercito". Devo dire, purtroppo e paradossalmente, che la situazione odierna si è notevolmente involuta in tutta la striscia di Gaza e negli altri luoghi di Palestina (e non solo a causa della pandemia di covid-19 che sta flagellando ormai da mesi l'intero globo terracqueo!) se non addirittura aggravata, rispetto ai primi anni del primo decennio del ventunesimo secolo.