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Racconti di Luciano Ronchetti

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  • Come comincia: L'elefante è un mammifero proboscidato appartenente alla famiglia Elefantidi (ordine Proboscidati). E' il più grande animale terrestre esistente al mondo. Le due specie esistenti sono quella africana (Loxodonta africana) e quella asiatica (Elephas maximus). La seconda è di dimensioni - e dalle orecchie - più piccole rispetto alla prima. Sottospecie di elefante africano sono le seguenti: elefante comune o di savana (Loxodonta africana africana), diffusa, al pari del cugino più grande, in tutta l'Africa centrale e nota per il fatto di avere le orecchie col bordo inferiore triangolare; elefante di foresta (Loxodonta africana cyclotis), la quale è più piccola dell'elefante comune e presenta un numero maggiore di unghie negli arti. Sottospecie dell'elefante asiatico, invece, sono le seguenti: quello indiano (Elephas maximus indicus), quello di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e quello nominale, endemico dell'isola di Srilanka, catalogata da Linneo col nome scientifico di Elephas maximus maximus. L'elefante asiatico e le sue tre sottospecie sono tutte a rischio: più di tutte, però, lo è quella di Sumatra, la quale dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) è catalogata con la fascetta rossa ("pericolo critico"). Secondo ultime stime la popolazione dell'elefante asiatico comune è ridotta a non più di quaranta-cinquantamila individui. Cause del calo demografico sono: riduzione e stravolgimento dell'habitat e caccia spietata per l'avorio da parte dell'uomo. Gli elefanti sono i più grandi vegetariani del globo terracqueo: essi trascorrono diciotto ore del giorno a mangiare, in cui arrivano a consumare anche cinquecento chili di cibo...Come dire che: "erbivori si nasce non si diventa!". Potrebbe sembrare pazzesco o quanto meno stravagante e fuori gusto quanto leggerete di seguito ma è tutto vero: appurato, cioè, e certificato da studi specifici altamente attendibili. Da millenni questi pachidermi, - ossia ancor prima della comparsa dell'uomo sulla terra - venerano i defunti, ovvero hanno innato il culto dei morti (non a caso un tale di nome Aristotele li definì, millecinquecento anni fa, "gli animali che superano tutti gli altri per intelligenza e spirito"): essi, infatti, tornano - di frequente - nel luogo in cui i propri simili (familiari e altri membri del branco) sono morti e vi restano per giorni...è proprio il caso di dire, allora - a mio modesto parere - quanto segue: "molti umani dovrebbero prendere esempio da questi pachidermi" (c'é gente - e lo affermo con cognizione di causa, a ragion veduta ed assumendone la piena responsabilità - ad esempio, che non presenzia neanche alle esequie della propria madre!), oppure, per stemperare i toni del racconto, secondo il vetusto ma sempre efficace sense of humour made in England, "un sano week-end col morto!". Chapeau, dunque, agli elefanti e lunga vita alla regina...pardon a loro!
     L'inseparabile guancenere (Agapornis personata nigrigenis), dal suo canto, è un animale diverso, se non altro per le dimensioni, ma non meno intelligente e sensibile degli elefanti. Trattasi di un pappagallino simpaticissimo, multicolorato e minuscolo (pesa appena cinquanta grammi) che vive in Africa (il suo areale è ristretto, oramai, a zone limitate dello Zambia). Costituisce un gruppo di nove specie di cui otto suddivise nell' Africa continentale e una in Madagascar, dell'ordine Psittaciformi e della famiglia Psittacidi. Deve il suo nome all'intenso legame di coppia che stabilisce col partner. Negli anni passati venivano catturati in gran numero per farne animali da compagnia. Hanno, però, una precipua particolarità: se privati di un compagno o una compagna, essi considerano l'uomo (inteso in generale come essere umano) loro partner e ciò li rende desiderabili e, al contempo, fragili e disperati se il proprietario li trascura. E' una specie in notevole pericolo di estinzione (popolazione ridotta a duemilacinquecento-diecimila individui adulti): causa cambiamenti climatici, riduzione dell'habitat e caccia dell'uomo. Secondo la IUCN è in fascia gialla: ossia vulnerabile! Gli inseparabili esistenti: inseparabile dalle ali nere (Agapornis taranta), inseparabile capo grigio (Agapornis cana), inseparabile dal collare nero (Agapornis swinderniana), inseparabile dal collo rosa (Agapornis roseicollis), inseparabile dalla testa rossa (Agapornis pullaria), inseparabile di Fischer (Agapornis personata fischeri), inseparabile di Nyassaland (Agapornis personata lilianae), inseparabile mascherato (Agapornis mascherata mascherata).

  • 28 luglio alle ore 21:24
    Non posso mentire ancora (prima parte)

    Come comincia:  Mia sorella Sara stava morendo su un letto d'ospedale ma non volevo ammetterlo né dirglielo; non trovavo, cioé, la forza di spiattellargli in faccia, lei tanto buona e dolce, la nuda e cruda verità. Al tempo stesso, però, dubitavo se mai fosse giusto, da parte mia, seguitare a comportarmi così: se avevo perciò il diritto di tacere ancora.
     - Chi mai sono io da arrogarmi il diritto di farlo e negarne a lei uno ancor più sacrosanto: quello di sapere? - ripetevo di continuo fra me e me, domandavo alla mia stessa coscienza. - Sono soltanto, in fin dei conti, suo fratello maggiore (ho sei anni più di lei), la sua balia cresciuta ed acquisita cammin facendo (lo ero diventato, mio malgrado, da quando, dieci anni prima nostra madre Gabriella e nostro padre Marco, morti in un incidente d'auto sull'autostrada del Sole, di ritorno da una vacanza trascorsa da soli, ci avevano lasciati per sempre!) - era la risposta più logica ed ovvia che riuscivo a darmi!
     Così soffrivo tanto dentro di me, preso dal dubbio e dalla incertezza, macerato da quella fottutissima "coppia" di bastardi: letteralmente quelle che si definiscono, voce di popolo alla mano, le proverbiali pene dell'inferno!
     Erano diverse settimane, ormai, da quel fatidico primo di aprile (non è affatto uno scherzo né un pesce d'aprile, purtroppo!), proprio il giorno del suo ventinovesimo compleanno (quando accusò i primi sintomi), che lei lottava, con tutte le sue forze, strenuamente e con coraggio da leonessa, contro due serpenti a sonagli insinuatisi nel suo corpo senza chiedere permesso e che, lentamente ma inesorabilmente, lo stavano (e la stavano) divorando: il morbo di Hodgkin (un linfogranuloma maligno del sistema linfatico: così chiamato dal nome dell'istologo inglese che per primo lo scoprì, a metà ottocento) ed un sarcoma alle ossa. Lei, invero, è sempre stata un tipo testardo e cocciuto, a dispetto della sua bontà e gentilezza d'animo, molto più di me che pure, per natura, lo sono già abbastanza (è da una vita, infatti, che sono in perenne lotta contro un nemico indistruttibile che si chiama "me stesso"!): questo è un bene, certo, ma a volte non serve o quanto meno non basta a lottare contro la realtà delle cose ed il destino avverso! Sara, infatti, era ricoverata alle Molinette di Torino, nel reparto ematologia donne diretto dal professor Attilio Lombardi, luminare in Europa e nel mondo, amico di liceo di mio padre con cui era rimasto in contatto sino al momento dell'incidente che lo aveva portato via ad entrambi. Spesso il professore era a cena da noi, nella nostra abitazione di Pinerolo (circa trentacinque chilometri a sud-ovest del capoluogo, sulla strada che porta al Sestriere), in cui ci eravamo trasferiti dopo la nascita di mia sorella, nel 1988; sita al numero 77 di via Kropotkin (il cognome del rivoluzionario moscovita Petr, poi passato all'anarchismo, che il sindaco Girolami, ex PCI, nel 1985 li aveva affibbiato - quella strada si chiamava prima Massimo D'Azeglio, - chissà, se colto da raptus senile o...probabilmente per omaggiare il sottoscritto che di lì a qualche anno sarebbe arrivato in paese con la famiglia e crescendo sarebbe poi diventato l'unico anarchico dei dintorni!). Il professore ci veniva con sua moglie Laura (la coppia non aveva figli: lui è infertile), una donna minuta oggi sulla settantina, all'epoca molto avvenente, venuta al nord con la famiglia di umili origini (il padre operaio alla Fiat, la madre casalinga): si erano conosciuti quando la donna faceva pulizie a casa dei genitori del medico e così si erano sposati, nel 1977, in piena epoca delle lotte operaie (l'autunno caldo a Mirafiori e nel triangolo industriale) e studentesche (l'anno fatidico, quello, della nascita del "movimento", di cui mio padre fece parte attiva essendo grande amico, tra l'altro, del fumettista Andrea Pazienza, uno dei deus ex machina dello stesso!), in piena epoca "strategia della tensione", quando le bombe ed il terrorismo lasciavano ovunque segni e lutti; i compagni autonomi colpivano duro nelle piazze, nei quartieri, negli atenei, nelle fabbriche ed i neri del fascio, però, non erano da meno; nascevano e morivano, nel giro di poco, ideologie, ideali ed utopie: in piena epoca, insomma, degli importantissimi stravolgimenti socio-politico-economici che avrebbero cambiato per sempre il volto ed il corso della storia italiana...E' proprio il caso di dire che l'amore (ma non sempre è così, però!) non conosce barriere ideologiche, economiche e sociali! 
     Ebbene, il professore (ironia della sorte!) spesso aveva tenuto sulle sue ginocchia Sara, quando veniva da noi, coccolandola e giocando con lei: era una nipotina acquisita per lui, li voleva un gran bene: adesso, invece...Era cresciuta e stava lottando per la vita contro la morte proprio nel suo reparto! La mia sorellina aveva cominciato la chemio già dal primo giorno di degenza, per contrastare il male (i suoi bellissimi capelli castani, morbidi come la seta, lunghi come il crine di un cavallo e profumati sempre di mirto e lavanda, avevano per un pò resistito, ma poi erano caduti a grappolo: sembrava un cocomero bianco!). Subito, però, le cose non andarono come previsto: la realtà, purtroppo, aveva mostrato impietosamente il suo volto vero ed oscuro!
     La settimana era trascorsa in fretta, tra una visita in ospedale ed il mio lavoro, stressante, di lavapiatti ed aiuto cameriere (al ristorante Rendez-Vous, in corso Vittorio Emanuele II° 38, di fronte alla stazione di Porta Nuova, sempre strapieno come un uovo, a pranzo come a cena) e senza grossi imprevisti: tranne una piccola crisi nervosa di Sara, a cui avevo fatto fronte col mio proverbiale sangue freddo e con l'ausilio di venti gocce di valium, somministrategli dall'infermiere Alfredo. Devo dire, tuttavia, che il tempo allora non aveva molto senso per me: al suo trascorrere non ci facevo più caso: tutto era diventato un fare di routine!
     Eravamo, comunque, vicini alla pàsqua, oramai (sarebbe caduta di lì ad una settimana) e quel sabato sera (il 12 aprile) non lo dimenticherò facilmente. Alle diciassette in punto partii da casa, in macchina, e mi recai in ospedale (avevo un pass speciale, viste le condizioni di Sara, il quale mi permetteva di entrare in visita verso le diciassette e venti-diciassette e trenta, un paio d'ore prima rispetto agli altri): il fine settimana ero libero, di solito, vista la chiusura del ristorante, e potevo (nonostante tutto...che camminassi minacciosamente di fianco all'oblio) giostrare l'impegno con più tranquillità (potrebbe sembrare un eufemismo, cazzo...è così!), ma in questi casi, si sa, le sorprese, soprattutto quelle non gradite, sono sempre dietro l'angolo (è proprio il caso di dirlo!).
     Alle diciassette e ventotto in punto posteggiai la macchina, comprai il solito paccotto di giornali e riviste da portare a mia sorella (tra cui Intimità e Cronaca rosa, quelle che piacevano da matti a nostra madre) all'edicola di via Varazze, di fronte all'ospedale, ed in un lampo fui su in reparto. Entrai nella stanza (la seconda sulla sinistra, partendo dall'ascensore e dal montacarichi; l'unica "riservata", nel reparto, con due soli letti, l'armadietto ed il doppio bagno: trattamento speciale per noi, grazie al prof!) e puff, vuoto e silenzio assoluti...mia sorella, ahimé, non era nel suo letto. Un tonfo al cuore, allora, mi prese: il rumore del suo battito sembrava davvero quello di un tuono durante un temporale estivo. Mi rivolsi, così, alla caposala Grimaldi (donna simpatica ed espansiva, no la classica Rottermayer tutta d'un pezzo! sui cinquanta ben portati, originaria di Erice nel trapanese):
     - Senti, Luisa, ma dov'é Sara? - le chiesi agitatissimo. - Cosa è successo?
     - Ha avuto una crisi, mezz'oretta fa: - esclamò lei, dispiaciuta. - L'hanno presa per i capelli, sai? E' in rianimazione ora!
     Mia sorella, purtroppo, aveva avuto una  grave crisi respiratoria (al limite dell'arresto cardio-circolatorio), dovuta alle carenti difese immunitarie. La situazione, però, era stabile. Come un siluro impazzito letteralmente mi catapultai al secondo piano (ematologia è due piani più sopra rispetto alla rianimazione) e da dietro i vetri dello stanzone, colorati giallo opaco (Sara era sul letto al centro, tra i letti di altri due malati privi di conoscenza), nel corridoio del reaprto, vidi lei, la mia dolce sorellina, tutta intubata ed inerme...non ebbi il coraggio, evidentemente, di guardare per molto né di piangere: dopo qualche minuto scappai via e mi diressi verso l'ascensore (non avevo neanche voglia di scendere per le scale, a piedi, com'ero solito fare) che mi avrebbe portato nella hall dell'ingresso eppoi all'uscita dall'ospedale: una volta in strada, però, fui soltanto capace di fare una ventina di passi; dopo di che, giunto che fui in via Nizza, all'altezza dell'ufficio postale Torino 5, mi sedetti sul cruscotto d'una vecchia Punto 900 C posteggiata a pettine: a quel punto scoppiai in un pianto a dirotto.
     - Finalmente sono riuscito a farlo! - dissi fra me e me (era la prima volta, infatti, che piangevo dal giorno del ricovero di mia sorella!). Quella fu per me una sorta di liberazione...fino ad allora ero sembrato essere una faccia di cera oppure, chissà, Buster Keaton col viso da giovane, senza fisionomia: sempre impassibile e freddo!
     La "crisi" di pianto, però, durò all'incirca dieci minuti. Un vecchio calvo (con grossi baffi), che camminava poggiandosi al bastone, mi passò davanti e domandò:
     - Ragazzo, hai bisogno di qualcosa?
     - No, grazie, è tutto a posto! - risposi.
     Mi ripresi. Avevo capito, ero finalmente sicuro sul da farsi: qualora Sara si fosse ripresa ed uscita dallo stato di incoscienza in cui era sprofondata, gli avrei raccontato tutto, per filo e per segno avrei detto a lei la verità sul suo male e sul tempo che le restava da vivere. Dalla tasca del giaccone rosso che indossavo estrassi,allora, il cellulare (un vecchio, desueto apparecchio modello "McOnsen MF03" comprato cinque-sei anni prima di contrabbando, in piazza Statuto: ero uno dei due dinosauri, o tre al massimo, rimasti in tutta Torino e provincia a non avere con sè regolare porto d'armi...pardon, uno smartphone, o un i-pod, o un i-pad!) e feci il 3388181595, il numero del professor Lombardi.
     - Pronto, chi parla? - Fa lui.
     - Prof (lo chiamavo così, un po' tra il sarcastico ed il bonario, sin da ragazzino: non ci faceva caso...aveva sempre avuto il sense of humour, lui!), - sono Luciano. Ha saputo? Sara sta malissimo! Mi dica, come andiamo?
     - Ho saputo! - rispose lui. - Un quarto d'ora fa mi ha chiamato Giulio (il dottor De Carlo, suo vice e braccio destro, più giovane di lui di quindici-sedici anni: bravissimo medico, gentile e disponibile con tutti, sempre; affabile ed alla mano...Faccia simpatica con un paio di baffi alla D'Artagnan, venuto su dalla Campania, Santa Maria Capua Vetere - il paese della pizza a metro; laureatosi a Firenze, dove ha fatto gavetta: al Cto e al Careggi); non devi preoccuparti, Sara c'é la farà in un paio di giorni e poi...Il resto lo sai (aveva capito al volo che cosa intendevo conla domanda precedente). Le cose, purtroppo, quelle altre, non vanno mica tanto bene: due giorni fa abbiam fatto un'altra biopsia, una metastasi è sotto l'orecchio sinistro, un'altra all'altezza del fegato. La chemio non serve più a niente, ormai. La interrompiamo quando riprende conoscenza. L'unica cosa che potremo fare è di alleviarli il dolore e tu...starli sempre vicino: il tuo cuore deve essere insieme al suo!
     Parole impietose, quelle del prof, ma lucide e senza tanti ghiribizzi di sorta o di circostanza; insomma, senza girarci troppo intorno né ricorrere ad ipocriti sotterfugi...sincerità!
     - Ho capito! - feci io; poi domandai: - lo sapevamo già, vero? Quanti mesi ancora, prof?
    (Facevo domande a cui il prof aveva in parte risposto prima: inconsciamente mai avrei voluto conoscere la risposta; anzi, le facevo proprio perché avrei voluto sentirmi dire ben altre cose...Tutti vorremmo sempre che ciò avvenga, in fondo!).
     - Mesi per niente! - rispose. - E' questione di settimane: due, tre al massimo! Vuoi che ci pensi io, Luciano, oppure che lo faccia Laura?
     Il professore si riferiva a chi avrebbe dovuto dirglielo a Sara; dirli la verità! Decisi che ci avrei pensato io: lo avrei fatto a costo di farmi evirare e diventare così un eunuco! Alla mia sorellina, la "piccola-grande Sara", il mio coniglietto verde (così la chiamavo, sin da quand'era bambina, per via di un dente che li sporge dalla dentatura superiore), ci avrei pensato io.
     - No, prof, tocca proprio a me farlo: è giusto così!
     - Va bene, Luciano, fai come desideri meglio: lascia parlare il tuo cuore. Ora devo lasciarti, ho una visita in studio che mi aspetta.
     - Arrivederci, prof! - dissi io. - Ci vediamo in reparto domani.
     Lasciato il professore, presi la via di casa, a piedi (dimenticai di aver posteggiato la macchina a due passi dall'ospedale, nel parcheggio abusivo di via Varazze): il nostro (mio e di Sara) è un appartamentino modesto ma dignitoso, preso in affitto; con due camere, più bagno e cucina, in piazzale San Gabriele di Gorizia al civico 13, tra corso Unione Sovietica e l'ospedale inferiore Koeliker, di fronte al vecchio Filadelfia - comunemente, per i gianduia, quartiere Lingotto-Mirafiori. Giunto a destinazione (mi ricordai, nel frattempo, della macchina posteggiata nei pressi dell'ospedale), mi buttai sul letto, distrutto (senza cibo toccare e tutto vestito, così com'ero rincasato) e dormii sino al mattino seguente: dieci ore filate!
     Alle sei in punto feci colazione e mi recai in ospedale per recuperare la macchina: dopo di che andai al lavoro. Al termine del mio turno, poi, solita trafila e solito "pellegrinaggio": prima un salto, en passant, a casa, dopo di che, verso le diciassette, pronto per la visita a Sara... - Come l'avrei trovata? - Domandai a me stesso. - Era cosciente, la mia sorellina, oggi, oppure "dormiva" ancora?
     Le sorprese, anche quelle positive, in questi casi, o meglio al limite del paranormale e dell'inspiegabile, sono sempre all'ordine del giorno...Girando l'angolo le puoi trovare sulla strada (della vita), lunghe e distese sul marciapiede: a prendersi gioco di te, a meravigliarti o a deluderti, chissà! 
     Arrivai in reparto e dopo aver salutato la Grimaldi mi affacciai sull'uscio della stanza (come un riflesso condizionato), poi accadde tutto...mia sorella era seduta sul letto, sorridente e serena come nei giorni più felici: sembrava un guru indiano, pronto per la meditazione o un incantatore di serpenti subito dopo aver svolto il suo lavoro! Il suo volto non era spento e smunto come nelle settimane precedenti ma bello e naturale, non sapevo se scoppiare a ridere o in lacrime; così ricacciai indietro le mie emozioni ed entrai nella stanza sorridendo: lei aveva bisogno di me e del mio cuore (ripensai, infatti, alle struggenti parole che aveva proferito il prof telefonicamente, sera prima).
     - Stai meglio, - dissi subito gridando, - oggi hai il colore del sole impresso addosso, sorellina!
     Lei non disse niente ma mi sorrise: mi avvicinai al suo letto, la strinsi forte tra le mie braccia quasi a...
     - Ehi, piano! - fece lei. - Quanto entusiasmo, quanta passione; siamo fratello e sorella, io e te, non due innamorati! Vuoi soffocarmi? Hai vinto per caso al gratta e vinci?
     Dentro di me pensavo: - Miracolo (sono ateo da oltre trent'anni ma...), ha ritrovato anche il piglio ed il senso arguto dell'umorismo!
     - No, stupida! Sono soltanto felice che tu oggi stia meglio: eri in un altro mondo, ieri, ricordi?
     - Sono semplicemente tornata tra i vivi! - Esclamò lei ironicamente.
     Di questo passo verrai fuori da quì prima del previsto, - feci io, gurdandola dritto negli occhi. Lei mi guardò per un attimo quindi scoppiò in  una risata, a metà tra il sornione ed il beffardo. 
     Poi, di botto, esclamò: - Matto che sei, vuoi prendermi mica per il culo? E dopo che sarò uscita cosa faremo?
     - Andremo al cinema, io e te, in giro per la città, allo stadio, al parco, in qualunque posto mano nella mano, come due innamorati adolescenti...eppoi un bel gelato alla Galleria o al Due Mondi (la gelateria, vicina al Valentino, in via Medaglie d'oro, dove spesso s'era soliti andare, io e lei, insieme agli amici): una coppa maxi, da cinque euro, di quelle che piacciono a te (il suo gusto preferito è cioccolato e pistacchio con due grosse amarene Fabbri che trasbordano il succo fuori dal bicchiere), che dici?
     - E dopo, dimmi, che altro faremo?
     - Dovrai fare una cosa grandissima per me: mi aiuterai a programmare il mio matrimonio.
     - Il tuo matrimonio? - Domandò lei sorpresa. - Fratello mio, allora hai una ragazza!  Dimmi, come si chiama? Com'é: bionda o bruna? E' di Torino? Quanti anni ha? Dai, su, raccontami!
     Sara era felicissima, anzi, strafelice: si vedeva che lo era per davvero. Ma io, single da una vita (anche lei lo era, oramai da due anni: quando il suo ragazzo, Luigi, l'aveva lasciata andando a vivere con i suoi a Milano), ossia da quando, per lo meno, avevo avuto la mia ultima storia, finita male, con una ragazza di Novara (circa quindici anni prima: decenni passati, quelli non digitalizzati né smartforizzati...ormai nel Devoniano!), avevo mentito: lo avevo fatto per reggere il gioco (era troppo bello veder sorridere nuovamente mia sorella: la cosa più importante, in quel momento, per me!), per far durare più a lungo quel momento, una pausa serena ed imprevista dalla sofferenza (mi ricordai d'aver letto, tempo prima, un aforisma: "non c'é cosa più bella al mondo di un attimo insignificante".
      - Troppe domande tutte d'un colpo, sorellina! - le dissi con tono scherzoso. - Vuoi farmi venire un'indigestione, che dici? Si chiama Laura, è una brunetta coi capelli lunghi: li porta sempre legati dietro, però, come la coda di un cavallo. Lavora in un bar vicino al Rendez-Vous, l'ho conosciuta due settimane fa, un colpo di fulmine: abbiamo deciso di sposarci  a maggio!
     Mentivo spudoratamente, ero contento di farlo...Riuscii a farla ridere ancora, però, Ero senza una ragazza perché non avevo tempo: trascorrevo i meriggi e le serate con lei, in ospedale, dopo il turno al locale, infine tornavo a casa: mangiavo un boccone (quasi sempre roba comprata alla rosticceria vicino casa, o pizze e minestre surgelate!) e mi addormentavo sul divano, davanti alla tivù accesa. Alle otto del mattino tornavo a lavorare (iniziavo presto perché c'era sempre lavoro arretrato: apparecchiare i tavoli, preparare la lista dei menù, ordinare le bevande, etc.), infine smontavo giusto all'ora di tornare all'ospedale.
     Erano giunte le venti, intanto: l'orario di uscita. Sara, ancora pimpante (strano a dirsi e a crederci: non si era lamentata né aveva pensato al suo male in quelle tre ore scarse trascorse insieme: prima volta, da settimane, che accadeva!) esclamò:
     - Domani, brocco (mi chiamava così visto che ero appassionato di calcio - tifosissimo da sempre del Toro - ma ero talmente imbranato a giocare da far paura pure ai morti!), portami una di quelle riviste per novelli sposi così ti aiuterò a scegliere un completo adatto a te; e poi me la devi far conoscere, sai? Credi di farmi fessa? Ho un fetente che mi divora dentro ma non sono rimbambita!
     Dentro di me ero un fuoco: volevo scoppiare a piangere ma...riuscii a trattenermi (probabilmente Sara sarebbe scomparsa prima dell'inizio della primavera!).
     - Va bene, stupida, me ne ricorderò: sarà fatto, sei tu il comandante!
     La salutai con la mano destra, lei mi mandò un bacio volante. Nel corridoio incontrai il professore: lui, come al solito, mi lesse nel pensiero.
    - Non illuderti, Luciano! - disse. - Non è un miracolo...è soltanto casualità, è l'andamento della malattia alterno e l'effetto dei farmaci. Ieri era quasi in coma, oggi è arzilla come una scimmia salterina, domani forse...
     - Va bene, prof, - dissi io interrompendolo. - Non lo faccio: oramai ho perso l'abitudine per le illusioni! Ci vediamo domani.
     - A domani, Luciano. - fece lui.
     Strada facendo, in macchina immerso nel traffico, mentre tornavo a casa, mi passò in testa, come un film, la vita trascorsa insieme a mia sorella, e quella sua insieme ai genitori, quella nostra tutti insieme. Piccoli flash-backs, refrain, deja-vù, scampoli di gioie e dolori, mix di sentimenti, soddisfazioni, delusioni, bilanci, pugni presi in faccia, baci, abbracci, vertigini, botte in testa, giravolte: insomma, la vita, col suo dare ed avere, prendere e lasciare, col suo essere o meno in pari con la sorte; la vita è basta: quella grande puttana d'alto bordo! (Come spesso la definivo davanti a Sara).
     Ritornò davanti agli occhi una vecchia foto bianconero, in cui mio padre è ritratto insieme a Mike Rutherford e Tony Banks dei Genesis, sul palco del Palasport Ruffini, prima d'un concerto (fu l'ultimo, quello, purtroppo, in Italia) della band inglese nel lontanissimo 1975 (era una domenica assolata di marzo: mi raccontò una volta mio padre stesso). Dopo lessi sul quotidiano torinese "La Voce del Popolo" che i Genesis erano arrivati direttamente dall'Inghilterra: fatto tecnicamente veritiero ma molto improbabile, tuttavia, visto che il giorno prima di quella data italiana, il 22, gli stessi avevano tenuto un concerto ad Annecy, capoluogo del dipartimento dell'Alta Savoia, in Francia, non molto distante da Torino. Risentivo le note di Lilywhite Lilith o quelle di Watcher Of The Skies, le stesse che sovente mio padre, quando era sotto la doccia, intonava e che rimbombavano nelle mie orecchie, quando ero ragazzino, come un tam tam...Ma l'intro di Watcher era sempre da brividi sul fondo schiena quando lo risentivo cresciutello! Eppoi rividi mia madre che portava in spalla mia sorella piccolina, al mare: nella spiaggia deserta di Riccione, in un rugiadoso mattino di una estate di tanti anni fa; della serie: ombre e fantasmi gentili del passato a Samarcanda...Anche quella visione, però, da brividi: su tutto il corpo!
     Il suono insitente del clacson d'una 4x4 nera mi riportò alla realtà, alla vita di ogni giorno, appunto: - Coglione! Vuoi muoverti o no? Cos'hai in testa? La strada non è solo tua! - gridarono dal finestrino aperto. Mi ero dilungato troppo ad un semaforo col verde acceso, immerso nei ricordi e nei pensieri, all'incrocio di via Reduzzi con Arnaldo da Brescia, due-trecento metri da casa!
     Arrivai a destinazione e mi addormentai sul divano davanti alla tivù accesa (avevo fatto appena in tempo, però, a cambiarmi e...sgranocchiare qualcosa!).

  • Come comincia: Ho scritto il suddetto racconto (passato poc'anzi sul blog) a inizio estate del 2013, ispirandomi ai Jefferson Airplane (dopo diventati Starship ed infine Hot Tuna), la più grande band - insieme a Grateful Dead, The Byrds, Buffalo Sprimgfield e Quicksilver Messenger Service - del rock psichedelico made in U. S. A. e del "San Francisco Sound" anni sessanta-settanta; ovvero, ispirato dalla lettura, prima, e dall'ascolto, poi, di alcuni loro vecchi brani: infatti, al contrario di molta critica, vecchia e corrente, penso che la musica (intendo le sue parole) debba essere letta ancor prima che ascoltata.  Leggere le parole e tra le parole della musica significa, a mio avviso, scoprire davvero tantissime cose: ciocché l'artista, il musicista, la band o chi per loro, vogliono che l'ascoltatore (che prima ancora è il lettore, appunto) scopra!
     I Jefferson Airplane furono la band più anarchica (e anarcoide) della storia del rock (ancor più, a mio avviso, dei Ramones o, al di là dell'oceano, dei Pink Floyd - nella fase watersiana - e degli stessi Sex Pistols e dei Clash di Joe Strummer), ma anche quella più antimilitarista e romantico-visionaria!
     Il loro apice, come molti gruppi americani di quel periodo, lo toccarono verso la fine dei sixties, in particolare nella Summer Love del 1967 e a Woodstock (nella "tre giorni tre" dell'agosto 1969 suonarono pezzi come "Saturday Afternoon/Won't You Try, "Eskimo Blue Day" e, soprattutto "Volunteers", Volontari: apertamente anti-Vietnam, uno dei loro cavalli di battaglia).
     A Woodstock, però, paradossalmente, il gruppo infilò una strada senza ritorno, quella, cioé, verso il basso ed il declino; un po' quello che, a detta di molti saggi studiosi del costume, della società e della musica moderne, accadde da quel momento a tutto il rock!
     A Woodstock, infatti (nonostante furono assenti diversi grossi calibri, ognuno per motivi diversi, come Beatles, Dylan, Led Zeppelin, Doors, Frank Zappa, Joni Mitchell, Procol Harum, etc.), per alcuni il rock toccò il suo apice-vertice, il livello più alto; ovvero, la "quadratura del cerchio" di ciò ch'era accaduto durante tutto quel decennio straordinariamente volitivo e ispirato musicalmente (e non solo!). Ma da quel momento in avanti, ossia post festival, il diagramma andò oscillando sempre più verso il basso in una sorta di  influsso-reflusso all'incontrario! La musica rock, l'industria del disco, quella della discografia e di tutto il mercato che ruota intorno ad essa, furono sempre più dominate dalla (iper) commercializzazione, dal consumismo massificato "usa e getta", dalla dittatura, insomma, dello star system o main stream che dir si voglia! E sotto quelle fameliche spire, spesso, sono incappati fior di star, appunto: Bob Dylan, Rolling Stones, Pinnk Floyd, etc.

    "Un tempo si diceva dei Jefferson Airplane che fossero stati l'unico aeroplano americano che non avesse bombardato Saigon, per questo e per altre mille ragioni, essi rappresentano il complesso più prestigioso del "San Francisco sound", di quella stagione - tenera e disperata - delle "libere menti" che ha avuto nella California degli anni sessanta la sua patria. Essi hanno cantato la voglia di vivere di una intera generazione ed hanno guidato la carica dei guerriglieri hipsters all'assalto delle roccaforti della "pig nation", del perbenismo borghese. Ciò che ancora c'é di vivo nella loro musica ci dice che non è esagerazione! Basta ascoltare Volunteers o i ricami psichedelici di White Rabbit! Ribelli dello spazio interiore, i loro testi sono un esempio tra i più lucidi della nuova poesia americana, dei suoi umori segreti, delle sue tensioni e della sua maturità".
    (Giacomo Mazzone, in: "Jefferson Airplane", Arcana editrice, Roma, 1980).

                                              =Testi esemplari=
     Volunteers / Volontari (Marty Balin - Paul Kantner)
    Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada:
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Hey, sto danzando giù per la strada,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione!
    Non è affascinante tutta la gente che incontro?
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Una generazione è invecchiata
    una generazione ha trovato la sua anima.
    Questa generazione non ha mete da raggiungere:
    raccogliete il grido.
    Hey, adesso è il momento per voi e per me.
    E' la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Su, venite, stiamo marciando verso il mare,
    è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione.
    Chi vi spazzerà?
    Saremo Noi. E chi siamo noi?
    Siamo i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika,
    i volontari d'Amerika.  

  • Come comincia:                                =La scimmia parlante=

    Una scimmia parlante dagli occhi verdi si perse in un bosco di querce secolari sul far della sera: recava con sé pensieri di carta e vecchi tarli di creta...La trovò e la prese insieme a lui un vecchio dottor "stranamore", venuto da lontano, colla barba colorata di rosso e di nero; egli la rinsavì [quella scimmia] a furia di calci nel culo e inculcandoli dottrine di buonumore. Il 25 dicembre di un anno fasullo, non riportato su nessun calendario (neanche quello cinese), la riportò allo zoo comunale, tutta in ghingheri e con la cravatta della festa...L'han rimessa in gabbia, da allora, quella scimmia parlante: adesso non parla né più tarli ha per la testa - strani e duri, alla creta -. (Ma) quella scimmia, però, è davvero felice?

                                                   =I tre galli=

    Siberiade é il luogo più freddo e più eremitico della terra: colà vivevano tre galli, giunti da un paese caldo; l'uno di loro era bianco, l'altro verde, il terzo tutto rosso e giallo. I bambini del posto, per addomesticarli, presero a darli latte di capra e miele ed i galli, così, per un po' si fecero mansueti e diventaron più "domestici"; ma poi, il 1°maggio di un certo anno tuttò di botto cambiò, anzi, successe il patatrac: li trovaron morti stecchiti [quei galli] in un pollaio poco fuori l'abitato, insieme a due vecchie galline - con cui, forse stavano tentando di accoppiarsi - e tre uova mezze dischiuse. Alla cena, pardon, alla messa funebre lo sciamano di Siberiade - durante l'omelia - sentenziò: - Ahi! Ahi! Ahi! Gente, sapete che non si addomesticano i colori?".

    Serie - Proverbi a modo mio (la sega, la gallina e la mente integra)
    "Meglio una sega oggi che una gallina domani" (chissà?!).

                                                     =Morale=
    In poche parole: si prenda ciocché si può prendere, ma lo si deve fare oggi perché "di doman non v'é certezza" (ammonisce il poeta toscano) alcuna, e soprattutto, ci si masturbi pure per benino (e quanto si vuole) il pene, il clitoride oppure l'ano (e quant'altro si desidera) senza, però, mai masturbarsi il pensiero (ovvero: la mente!): quello (quella) deve sempre restare (o per lo meno dovrebbe!) sempre puro (pura) e libero (libera)...finché messer (lo) intelletto non ci abbandoni!

    Taranto, 11 maggio 2018.    

  • 24 luglio alle ore 16:29
    Una scritta sul muro

    Come comincia: "Sei sempre nei miei pensieri ti voglio ogni giorno sempre di più senza di te non posso vivere amore mio A.C."
    E' da circa quaranta anni che leggo, annoto scritte lette sui muri (spesso le ho anche fotografate) ovunque abbia l'occasione di andare. Ritengo ognuna di esse racchiuda una storia, la storia di ogni essere umano, di ognuno di noi...un particolare stato d'animo: ma anche, paradossalmente, lo sviluppo della società, l'andamento della politica (la prima che lessi, mentre andavo a scuola, in piazza Acanfora a Taranto - correvano gli anni settanta - era di fuoco: "AUTONOMIA OPERAIA NON SI TOCCA, KOSSIGA PEKKIOLI VI SPAREREMO IN BOCCA!"), del costume e della storia delle masse e del mondo in cammino. Le scritte sui muri, a mio avviso, sono sempre "rivoluzionarie"! Molti di coloro che leggeranno quella che ho sopra scrittto (ho dovuta passarla, gioco forza, nel settore racconti del mio profilo nel blog invece che negli aforismi, per ovvi motivi di spazio) obietteranno: - E' banale! E' la classica scritta da cioccolatini "baci Perugina"! - Vero, anzi, verissimo!!! - rispondo io. La assoluta unicità (o rivoluzione) e bellezza della suddetta, a prescindere dal contenuto o dal messaggio, sta nel luogo in cui è stata scritta e dove io l'ho letta: una frazione, un pezzo del muraglione (dalla parte esterna) che circonda, cinge il cimitero monumentale "San Brunone" di Taranto (noi tarantini lo chiamiamo cimitero vecchio per distinguerlo dal nuovo, sito in zona Talsano-Tramontone), al quartiere Tamburi. L'ho letta (mi verrebbe da scrivere: il fattaccio è avvenuto...) circa una ventina di giorni fa, mentre mi recavo nel suddetto luogo [il cimitero o camposanto, appunto!]; e correvano le ore quindici e trenta- sedici (all'incirca: malauguratamente non posseggo né un rolex di marca né un moderno e accessoriato smartphone, quindi non posso essere preciso al...bacio!): un orario in cui, vista la temperatura dell'aria (all'ombra - ed è un eufemismo che io scriva così, credetemi! - il sole toccava i quarantacinque gradi, senza contare il tasso d'umidità), neanche i morti (pace a loro!) riposano tranquilli nelle loro dimore eterne e...neanche le zanzare moleste si attentano a volare per rompere i capillari ed anche qualcos'altro (dicasi pure coglioni!) a noi "umani"! Ed io...invece (visto che sono un vecchio testardo nonché un incallito autolesionista e masochista), ero in giro per una escursione sui generis (o come l'ho definita, parlandone poi ad alcuni conoscenti, una "gita fuori porta", fuori stagione e, forse, fuori di testa: quando quasi tutti, infatti, consumano le ore nella siesta pomeridiana o a trastullarsi e rinfrescarsi il sedere nei luoghi ben più gradevoli della litoranea). Ora, a conclusione di questo mio "raccontino" che, in realtà, raccontino non avrebbe dovuto essere (viste le ragioni di cui dettovi poco sopra), ed il quale - diciamo pure - è nato quasi di getto (o d'amble, come direbbero nostri cugini d'oltralpe), mi pare interessante (anzi, è d'uopo: mi sembra sia più dotto scriver così: o forse più "dottorale", chissà, per coloro che sono di bocca e palato più fine!) proporre un accostamento letterario (il che non guasta, visto che siamo su un blog di quel genere!) tra la scritta e il luogo (solitario, di certo, ma di sicuro non ameno: come avrebbero detto, forse, i romantici inglesi di fine settecento-inzio ottocento!): quello con i "Sepolcri" di un certo Ugo Foscolo (pensate che ci pensai durante tutto il tragitto di ritorno a casa dalla "gita" in questione, più parte della notte seguente, per giungere a siffatta conclusione!), i quali furono (in Italia e non solo, probabilmente) il primissimo esempio di "poesia  civile" o di impegno civile (o, ancora, di protesta, come avrebbero detto un secolo e mezzo più tardi - all'incirca - esponenti di certo attivismo politico e di certa poesia, letteratura e musica annesse). Ai suoi tempi l'illustre letterato di Zante volle schierarsi apertamente e senza troppi dubbi, contro il decreto napoleonico "St. Cloud" del 1804 (esso fu esteso a tutta l'Italia due anni dopo ma il poeta andava, nella sua protesta, ben più a monte, ovvero contro disposizioni di precedenti leggi austriache del 1783 e 1787, di cui il decreto era una semplice estensione: quindi non solo contro una legge ma contro uno spirito comune a una intera legislazione), il quale imponeva di seppellire i defunti in fosse comuni (per ragioni igieniche, adduceva lo stesso decreto) invece che in quelle tradizionali. Ma i motivi, a latere, erano tutt'altri...Per lui [per Foscolo, s'intende] la tomba, invece, aveva (e doveva continuare ad avere) una specifica funzione civile, appunto (e sociale): il luogo, cioè, dove convogliano e convergono gli affetti dei vivi per i defunti; quello, inoltre (come nel caso, fattispecifico, delle "urne dei forti", alias Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo Galilei, etc. seppellite a Santa Croce in Firenze) che danno rimembranza, ai vivi, appunto, delle valorose gesta od opere dei grandi ("forti", appunto!). Infine (e con ciò concludo) scrivo quanto segue, a proposito della famosa scritta (operose scuse per il gioco di parole!), da cui è scaturito il "big-bang" successivo (cioè, quello di cui avete letto): la suddetta [scritta] (scritta su un punto precipuo del muraglione che circonda il cimitero di Taranto) testimonia l'affetto (o amore) dei vivi per i vivi mentre il cimitero [suddetto e non un'altro, evidentemente!] testimonia quello in cui - figurativamente parlando - converge a sua volta quello dei vivi per i morti (alias "trapassati")...E NESSUNO MI VENGA A DIRE, ORA, CHE LE SCRITTE SUI MURI NON SONO IMPORTANTI! 

    Taranto, 24 luglio 2019.  

  • 22 luglio alle ore 4:52
    Il mondo che vorrei (love&dreams)

    Come comincia:  - Ho una sorpresa per te, Sam, amore - disse la mia donna: mentre entrambi eravamo sdraiati su una scogliera a Plenty, una delle tante che popolano il litorale di questa magnifica cittadina, in cui nascemmo, io e lei, trent'anni prima, posta all'estrema punta nord dell'insenatura della grande isola di Greenland, nella baia di Aaron, sotto la calda luna d'agosto.
     L'aria profumava di limpido ed il mare, luccicante e piatto come una tavola da surf, sapeva di pulito in quella magica e strana notte di san Lorenzo: magica perché noi due eravamo finalmente di nuovo insieme; strana perché eravamo soli, soltanto noi due, ancora insieme, un'altra volta dopo immemore tempo, sdraiati e mano nella mano, però, come agli inizi della nostra storia, a rimirar la luna piena ch'era quasi occidua rispetto alle nostre teste, in tutto il suo accecante splendore di astro donna e misteriosa, e in attesa delle stelle cadenti, ovvero (del) la lieta e speciale stella!
     - Ho una sorpresa per te, Sam, - ripetette Baby Jane, la mia donna; - proprio una gran bella sorpresa: sta arrivando una bambina!
     - Come una bambina? - domandai allora io, esterrefàtto e lieto all'unisono.
     -  Certo Sam! -  rispose lei. - Una bambina tua, tutta nostra in carne ed ossa; e la chiameremo "Fortunata"! 
     - Fortunata? Sì,è molto bello! - esclamai contento e poi le chiesi: - Ma perché proprio quel nome?
     - Sta arrivando una creatura tutta nostra, davvero, ed avrà gli occhi azzurri come il cielo, - rispose Baby Jane; - sarà "Fortunata" di nome e di fatto, perché quando verrà al mondo la nasconderò; sì, dovrò fare proprio questo: nasconderla a tutti loro quando verranno...(si trattava dei soldati dell'Anagrafe dei Governi). Sì, la nascoderò quando verranno per portarsela via ed arruolarla nell'esercito della vergogna, la nostra bellissima bambina: la preserverò dalle loro dannate grinfie. Non metteranno mai le mani su di lei, quelle mani grondanti di sangue, quelle sporche e fottutissime mani che sanno di morte; non glielo permetterò: dovremo farlo insieme, amore mio, dovremo proprio...dovremo farlo insieme, dovremo salvarla insieme: da quell'esercito che manda al macello uomini e donne inutilmente. La salveremo, Sam: è vero? Promettimi che lo faremo, dai fallo; promettilo, sì, che mi aiuterai?
    - Sì! - le dissi allora io. - Lo faremo insieme: te lo prometto! (Pronunciavo quelle parole ma non sapevo ancora, dentro di me, come avrei fatto a mantenere la promessa!). Lo faccio quì, davanti a te, prima ancora che nasca Fortunata, prima ancora che arrivi la nostra stella e scompaia la luna. Ma ora calmati,  Baby, calmati, sei tutta sudata, vedo, sì...e stai piangendo; dai, calmati. Tremi dal freddo: su, dai, calmati, amore mio!
     Baby, infatti, tremava tantissimo nonostante la notte fosse afosa ed umida (neanche un refolo di vento soffiava nell'aria, quel vento che viene sempre dall'oceano a rinfrescarla, ogni estate - lo chiamiamo "Hot Lenny", dalle nostre parti, per via della dolcezza e della durezza che ha - insieme alle grandi balene azzurre: porta il nome dell'uragano del 1926, di cui mi parlò - anni addietro - mio nonno Frank, e quello devastò la baia e l'arcipelago circostante; porta sempre refrigerio, però!): sembrava un pulcino uscito da una pozzanghera; i suoi denti battevano ed il loro ticchettìo addirittura rimbombava sulla scogliera quasi come se avesse l'eco!
     Allora presi l'asciugamano rossa su cui eravamo sdraiatie la avvolsi sulle sua spalle; poi le misi le braccia intorno al collo e le sussurrai nell'orecchio sinistro: - te ne prego, calmati adesso, Baby!
     Ma lei si alzò di scatto (l'asciugamano che le avevo avvolto sulle spalle cadde sugli scogli) e mi disse, agitata e tremante più di prima: - No, Sam, lasciami parlare ancora, lasciami sfogare in questa notte di luna piena così pazza; lasciamelo fare ora, quì, con te. Siamo soli, tu ed io, lasciami parlare ancora con te.
     - Va bene, amore, - feci io per non contraddirla ed agitarla ancor più. - Parla pure, dai, parlami quanto vuoi; dimmi quello che vuoi: sono quì, accanto a te, ti ascolto.
     Al che lei tacque per un attimo eppoi si inginocchiò davanti a me, afferrò le mie mani e guardandomi dritta negli occhi esclamò:
     - Sam, non voglio mettere al mondo la mia creatura, così, indifesa; la nostra creatura, no, non lo voglio...Per coprire losche faccende, per farli combattere sudicie e lorde guerre che non le appartengono; che non ci appartengono; proprio non voglio che ciò  accada...Voglio vederla crescere lontano, la mia bambina, la nostra bambina, sì, lo desidero con tutta me stessa...Lontanissima anni luce da tutto questo, da tutti loro. Portiamola via insieme, facciamolo insieme quando verrà al mondo!
     Nel nostro paese, da alcuni decenni, oramai, accadeva che l'Anagrafe dei Governi governasse con ferocia e malvagità, terrorizzando la gente attraverso una tirannica forma di dispotismo; inoltre, accadeva che il suo esercito confiscasse ogni neonato - maschio o femmina che fosse - venuto al mondo: per portarlo nei "campi di addestramento" del nord; ed educarlo - man mano che cresceva - ed addestrarlo (appunto) all'uso delle armi, renderlo pratico ed avvezzo al combattimento e alla guerra. Il nostro paese, infatti, combatteva contro gli altri paesi confinanti per il possesso del petrolio (serviva per far funzionare le fabbriche che costruivano le armi per combattere, per produrne nuove e per ogni altra possibile attività economico-produttiva atta ad alimentare la guerra) e dei diamanti (servivano per pagare sempre più uomini assoldati al servizio del governo, abili a combattere e nell'addestrare bambini e giovani nei campi).
     Noi due, io e Baby, facevamo parte, invece, da molti anni, ossia da quando ci eravamo messi insieme, ai tempi del college a Frisco, dell'opposizione "rossonera": eravamo, per questo motivo, sempre alla macchia, ognuno con un gruppo diverso. Ci eravamo visti - qualche ora soltanto - settimane prima di quella notte: allora avevamo fatto l'amore, così, nature, sotto una secolare quercia nel bosco di Attenborough, proprio quello che circonda le colline sovrastanti il litorale e le scogliere di Plenty; e lì era successo tutto...la nostra bambina, di cui parlava Baby quella notte, era stata generata proprio allora. Le sue paure, quindi, quelle di metterla al mondo, non erano assolutamente infondate, tutt'altro: ma io restai freddo e lucido, come sempre!
     Baby Jane smise all'improvviso di parlarmi (quale sollievo per le mie povere orecchie, pensai dentro di me!) per un po' restammo entrambi in silenzio, seduti sugli scogli ad osservare ancora la luna e respirare l'aria afosa di quella notte, davvero insolita e bastarda: il nostro pensiero, invece, mareggiava sui lievi flutti dell'oceano!
     Al termine del nostro silenzio (era durato soltanto alcuni minuti ma m'era parso infinito!), mi alzai in piedi davanti a Baby e dissi: - Dai, su, lo faremo insieme, ti prometto che lo faremo; ti ho detto che lo faremo; la porteremo via da quì quando verrà al mondo!
     - Spero che tu dica sul serio, - replicò lei, - dimmi che lo farai? Promettimi che lo faremo insieme, veramente?
     - Va bene, - feci ancora io, - la porteremo sull'isola dei gabbiani, quando verrà, Baby, e li la cresceremo insieme la nostra bambina; l'ameremo insieme e poi qualcosa faremo; si vedrà poi...insieme!
     L'isola dei gabbiani  fu il primo posto che m'era balenato in testa da dirli, a Baby Jane, quella notte: sapevo, però, che quello, sebbene fosse solitario e in parte sicuro, non sarebbe potuto essere la definitiva sistemazione per noi tre. Quell'isola, un piccolo lembo di terra posto ad un quarto d'ora di scafo da Plenty, era sempre stata meta preferita di contrabbandieri e mercanti di uomini ed armi in passato ma da qualche anno, per via della vegetazione ostile ed impèrvia che la popola (una boscaglia fitta di mangrovie e arbusti spinosi immersa in malsane paludi, tutto l'anno frequentate da zanzare giganti e mosquitos killer!), non lo era più...Quel posto non sarebbe stato di certo adatto per una piccola creatura: entrambi lo sapevamo.
     Baby Jane, però, dop'aver ascoltato le mie parole, si avvicinò a me, pi prese di nuovo per mano e guardandomi negli occhi scoppiò in un pianto a dirotto. Così restai in silenzio ad ascoltare le sue lacrime, soltanto per un attimo: poi, anch'io la guardai negli occhi, le accarezzai il viso con dolcezza e la strinsi forte tra le mie braccia.
     Dopo qualche minuto, però, lei riprese a parlare con più impeto di prima (sembrava un colpo di cannone esploso da un vecchio galeone spagnolo!):
     - Quando loro verranno, - disse, - noi non saremo ad accoglierli a braccia aperte; prima che accada la porterò via con me, non preoccuparti, zio Sam (a volte mi chiamava zio, proprio come quello del nostro paese prima dell'avvento della dittatura!); stanne certo che sarà così: farò tutto ciò che ho promesso, da buona madre manterrò la parola: per la nostra creatura che deve arrivare, la porteremo via insieme, vedrai.
     - Okey, va bene, amor mio! - le dissi ancora. - Lo faremo insieme!
     - Voglio veder crescere la mia bambina tranquilla, - fece lei; - vorrei vederla crescere felice, magari in una terra dove le stelle cadono giù dal cielo sempre, tutte le notti d'ogni giorno e non soltanto una volta all'anno.
     - Credimi, Baby, lo vorrei anch'io, con tutto il cuore; con tutto me stesso vorrei fosse proprio così!
     Nel frattempo una nuvola si frappose fra noi e la luna, caddero alcune gocce di pioggia (l'aria, però, era sempre afosa ed il vento restava una agognata chimera) ma lei ancora...Baby Jane non aveva sosta e fece: - Andremo all'isola dei gabbiani, Sam, proprio come hai detto tu, eppoi...poi si vedrà, hai ragione, amore! Poi, chissà, troveremo un'altro posto, un'altra terra dove vivere felici insieme, noi tre!
     Baby Jane non si fermava: sembrava proprio logorroica, quasi presa da una frenesia spasmodica.
     - Dividiamo questa speranza! - esclamò. - Dividiamo questo progetto, questo proposito. Dividi con me questa speranza, Sam! - ripetette. - Dividila con me, se vuoi.
     Al che la interruppi, riuscii a farlo per un attimo, dicendole:
     - Va bene, Baby, lo farò ma...
     Lei, però, subito mi interruppe, a sua volta, e riprese a parlare:
      - Quella terra esiste, Sam; noi la troveremo per nostra figlia: affinché la nostra bambina possa crescere tranquilla e felice, per diventare un nuovo combattente del sole e dell'armonia come noi due; combattere contro i despoti e la tirannia! Credo che ciò avverrà, se solo noi lo vorremo; la porteremo in quella terra se la troveremo. Quella terra esiste, sai? La troveremo, Sam, la troveremo insieme! Quella terra esiste davvero, amor mio: è una terra senza lacrime, è la terra di amore e sogni che sognamo, in un mondo di amore e sogni che abbiamo sempre sognato: senza lacrime. Quella terra esiste, Sam, credimi: ma non è la terra promessa!
     - Ma dov'é, allora? - chiesi. - Dimmelo, dai, come si chiama?
     - Credo proprio che esista, - fece lei, - credo che possa esistere ancora sulla terra un posto così, senza tempo: magari lontano da noi, da quì...forse si chiama Mirageville, Sam, chissà; o forse Neverland, o terra di nessuno, o delle verità nascoste, o magari si chiama terra...nuova: semplicemente e basta! E se esiste lo troveremo, vedrai.
     - Certo, amore mio: e lo faremo insieme, te lo prometto: e lo cercheremo noi due insieme...no! no! Noi (tre) insieme!
     Baby cominciò a piangere ed a singhiozzare per la commozione e poi, lentamente, si riebbe ricominciando ad essere logorroica e un po' "su di giri": 
     -   Sì! Sì! Credo che esista un posto così; sì, forse si trova a mille migliaia di chilometri da quì, da noi, ma esiste. Un posto, quello,in cui ci si possa sdraiare sugli scogli per ascoltare le onde del mare che cantano insieme al vento e...eppoi perdersi senza paure e limiti coi propri pensieri nell'orizzonte infinito davanti a noi, senza l'assillo di dover "ritornare"; o magari restare in silenzio davanti alla luna che ci osserva, anch'essa muta, in attesa della lieta stella. E se esiste quel posto lo troveremo; sicuro che lo troveremo: sì, davvero noi lo troveremo!
     Alla fine, però, riuscii finalmente a interromperla, o forse, chissà, lo aveva fatto di proposito (a bloccarsi dal suo frenetico discorrere) per farmi parlare, per far parlare anche me, e allora le chiesi:
     - A proposito, Baby, come mai non è ancora arrivata la nostra stella, questa notte?
    (Era pur sempre la notte delle stelle cadenti e forse, chissà, lo avevamo dimenticato entrambi, presi dal nostro parlare ed ascoltarci a vicenda!).
     Lei, così, con voce ora calma e sottile (Baby Jane appariva anche più serena ed aveva ripreso a sorridere) mi rispose dicendo:
     - Questa notte non arriverà, Sam; lei, la nostra stella, arriverà fra nove mesi e si chiamerà "Fortunata"!
     In effetti, era giunta quasi l'alba (le prime luci turchine e cremisi cominciavano a far capolino all'orizzonte) ma niente...E della stella, la nostra stella, non c'era ancora stata nessuna traccia: e non ci sarebbe stata, probabilmente, neanche se l'avessimo pagata a peso d'oro o avessimo ancora atteso, sdraiati sugli scogli, per altri mille anni1
     Così, dopo le ultime parole pronunciate da Baby, io e lei, come prima, ci sdraiammo sugli scogli; adesso, però, più stanchi morti di prima (forse, chissà, più morti che stanchi!), tenendoci per mano, in attesa di addormentarci: all'esercito dell'Anagrafe e alla nostra bambina, all'isola dei gabbiani e a tutto il resto ci avremmo pensato l'indomani!

    da: alcuni brani dei Jefferson Airplane, "l'unico aeroplano americano che non bombardò Saigon!".

    Taranto, 18 giugno 2013.

  • Come comincia:  Castellarano è un piccolo centro di appena cinquemila anime, in gran parte artigiani (falegnami) e contadini. Si trova a quasi trenta chilometri dal capoluogo, Reggio nell'Emilia, nella valle del fiume Secchia, non molto distante dal confine con la provincia di Modena.
     Era l'estate del 1944, la scuola ormai un lontano ricordo: nonostante fossimo in guerra da diverse stagioni e nonostante i rastrellamenti fossero, in diverse zone della bassa emiliana all'ordine del giorno, ci aspettava (secondo le nostre ingenue intenzioni) un periodo di sospirate vacanze, e di altrettanta sospirata spensieratezza, più o meno duraturo. Io e i miei compagni, Aldo Balugani e Giovanni Piacentini, i quali mi chiamavano "il turacciolo" per via della mia statura ridotta oppure "il segaiolo" per ovvi motivi, e sono, a loro volta, più grandi di me di un anno soltanto (avevano appena frequentato la prima avviamento - mentre io ero ancora alle elementari - alle scuole Virgilio di Scandiano, comune che sorge quindici chilometri più a nord rispetto al nostro, sulla destra del torrente Tresinaro: da sempre una acerrima ma sana rivalità ci legava agli "scandianesi" i quali, per chi non lo sapesse, sono, purtroppo - per loro colpa, non certo a causa nostra - concittadini dell'illuster poeta Matteo Maria Boiardo e dell'altrettanto lustrissimo naturalista Lazzaro Spallanzani) eravamo nel parco a giuocare, insieme ad altri dieci o dodici putei reduci tutti dalle fatiche didattiche dell'anno scolastico appena scorso, in gran parte all'insaputa dei nostri genitori e dopo aver sterminato, col famoso ed infallibile metodo del "cappio sempre pronto", ranocchie e lucertole del circondario: con un pallone di pezze e stracci rammendato dalla nonna materna di Aldo, la Caterina Zampieri, di certo la più abile sarta e cuoca del paese (prepara, bontà sua, tortellini di zucca al bacio, inoltre le più buone tigelle e crescentine col pesce fritto nella zona) alla bella e meglio (o "alla carlona", come era solito dire mio nonno paterno Casimiro, ultra ottuagenario ancora arzillo e pimpante, col radar "avvistafemmine" sempre all'erta e grande fumatore di toscani nonché bravissimo, sino a qualche anno prima, a suonare l'ocarina ai Festival del Popolo, alla "sagra del vino" di Castellarano e Roteglia in settembre o nelle balere della bassa reggiano-modenese, site a nord ed a sud del Secchia, finanche nella valle dell'Enza). Quella mattina era serena e tersa, la prima della stagione, in verità, di tempo bello; la notte precedente, invece, un temporale aveva squarciato il cielo per diverse ore ed allagato la campagna in alcune zone vicine. Correvano le nove e quaranta quando, ad un tratto, mentre io e Giovanni discutevamo su un tiro alla palla venuto male, l'Aldo fischiò forte e gridò poi a squarciagola (sembrava peggio del Ligabue di Gualtieri quando è fuori di testa!): - Ragazzi, presto, guardate là, dietro di voi.
     Al che, io e Giovanni ci girammo (così pure fecero gli altri) e...per poco non ci venne un colpo, a noi ed a tutta la sgangherata combriccola! Aveva proprio ragione, cazzo, quel malandrino del nostro compagno: quattordici aerei a due code, i famigerati "stuka" tedeschi della Luftwaffe avanzavano, infatti, a tutto spiano e dritti dritti verso di noi.
     
    La sigla stuka (dalla parola composta e quasi impossibile da leggere, Sturzkampfflugzeug) indicava il famoso aeroplano da bombardamento in picchiata, di cui fecero largo impiego i tedeschi nella seconda guerra mondiale. Questo aereo, noto anche con la sigla di Ju 87 (dalle iniziali dell'ingegnere Hugo Junkers, appunto, che cominciò a costruirli nella sua fabbrica sin dai primi anni del Novecento), ebbe come caratteristiche medie: lunghezza m. 11,6; apertura alare m. 13,8; un motore di 1400 HP; due uomini di equipaggio; due mitragliatrici calibro 7,9 come armamento e la possibilità di trasportare una o più bombe sino ad un massimo di 2000 kg. di peso complessivo.

     Facemmo in tempo a nasconderci dietro alcune grosse balle di fieno arrotolate nel campo e loro [gli stuka maledetti, s'intende], dopo aver sorvolato rapidamente il castello, cominciarono a sganciare bombe per abbattere il ponte alla periferia del paese, quello che tutti dalle nostre parti eran soliti nominare "il ponticello", ed il quale collega Castellarano alla frazione di San Michele dé Mucchietti, sul versante modenese del Secchia (ovvero, uno dei molteplici affluenti destrorsi del Po). A dire il vero, quella mattina molti di noi (anzi, direi proprio tutti!) non capirono affatto il perché ai crucchi fosse balenata l'idea malsana di bombardare quell'insignificante ponte: alcuni, però, lo capirono in seguito alle spiegazioni dei genitori oppure diversi anni dopo a guerra finita, in età adulta. Quel ponte, infatti, proprio quel precipuo ponte aveva una importanza strategica notevole ed ai tedeschi, si sa, quelle cose, ossia i particolari irrilevanti ai più, non sono mai sfuggiti nel corso della storia: esso, infatti, immette il traffico pesante, militare o meno, a nord-est, sulla statale 486 delle Radici che porta a Sassuolo, a Rubiera, infine a Campogalliano, importantissimo snodo viario e doganale alle porte di Modena; mentre, in direzione opposta conduce, lungo la statale 467, a Reggio Emilia...Ecco chiarito, dunque, l'arcano!
     - Copritevi le orecchie con le mani, - esclamò Aldo a noi tutti, agitatissimo. - Altrimenti rischiate di diventar sordi! (Per me, quello, sarebbe stato un inconveniente mica da poco, visto che già rischiavo di diventare orbo: a furia di troppo segarmi, infatti, i più grandi, compreso mio padre Augusto e mio nonno, dicevano che avrei perduto l'uso della vista da entrambi gli occhi!). Aveva ragione, diamine, quel testa matta di Aldo, ancora una volta: le bombe cadute facevano proprio un bel baccano d'inferno. Tutti ci coprimmo le orecchie con entrambe le mani: nel caso opposto, sicuramente i timpani sarebbero saltati  ad ognuno di noi. A un certo punto del ballo in maschera...pardon, del balletto, uno di noi (era Saverio, il più matto di tutti), rischiando letteralmente le palle e la pelle, salì sulla balla più alta ed alzandosi in piedi esclamò:
     - Se avessi una pistola ve la farei vedere io, maledetti! (come se una pistola avrebbe potuto scalfire mostri volanti di siffatta forza e dimensione!). A quel punto gridammo in coro:
     - Ehi, testa d'un asin, scendi giù di lì se ci tieni alla tua testaccia vuota! - Saverio, così, a quelle parole, forse rinsavito all'improvviso o colto, chissà, da un momentaneo lampo di ragione, ci ascoltò e si nascose insieme a noi.
     Venti minuti, forse mezz'ora dopo, chissà, (nessuno di noi aveva la benchè minima percezione del trascorrere del tempo dato che, tra l'altro, un orologio non sapevamo neanche di che forma fosse fatto!), tutto l'ambaradan era bello e finito. I danni, purtroppo, e le vittime, furono tanti: si contarono ben trentadue morti e centoventi feriti tra i civili, nel circondario. La casa di ognuno di noi subì danni rilevanti: quella di Saverio fu del tutto distrutta e lui, insieme alla sua famiglia, andò via da Castellarano. Qualche mese dopo sapemmo che erano espatriati in Francia, nella zona di Mentone, regione della Provenza (quella famosa per il profumo ricavato dalla lavanda), dove abitava una sorella della madre. Anche  il campanile della chiesa madre del paese subì danni rilevanti: don Matteo Salvini, il parroco, originario di Cerreto dell'Alpi, paese a novecentoquindici metri sul livello del mare (tutti lo chiamavano in paese "il montanaro" o "prete della montagna"), nell'alta valle della Secchia, di fianco all'Alpe di Succiso e ai magnifici laghi Cerretani, da mane a sera bofonchiava e sbuffava come una vecchia locomotiva. Due giorni dopo, lo stesso Giovanni lo sentì, nascosto che era dietro un'aiuola nelle vicinanze della chiesa, proferire queste peccaminose parole:
     - Maiale cristo, che muoiano secchi tutti i tedeschi ed i loro figli!
     Evidentemente tutti siamo esseri umani, e siamo, chi più chi meno, imperfetti a questo mondo: altrettanto evidente è il fatto che "l'abito, quasi mai faccia il monaco" (o, in questo caso, il prete).
     Per la cronaca, però, è da dire, solennemente, che noi tutti (il gruppo di quei discolacci) finimmo la partitella, dopo il bombardamento (è proprio il caso di dire: "incoscienza dell'adolescenza!"), quella mattina: la maggior parte di noi, al ritorno dalle famiglie a casa, subì rimbrotti e randellate col manico di scopa (con pieno merito visto che avevamo rischiato la nostra vita e messo a repentaglio, seriamente, quella dei nostri genitori a causa di un coccolone che li avrebbe potuti cogliere per lo spavento di saperci in pericolo!). La mamma di Giovanni rischiò addirittura la galera a vita, mentre lui, invece rischiò letteralmente di essere decapitato: colei, infatti, li lanciò contro, quando rientrò a casa, il ferro da stiro in lega di ghisa e ferro senza far centro...la testa fu salva, ovviamente!
     Quella, purtroppo, non sarebbe stata la sola disavventura a capitarci  durante quella fatidica estate: che noi tutti, invece, credevamo (immaginavamo, speravamo) sarebbe trascorsa abbastanza tranquilla!
     La terra, nella valle del Secchia come lungo tutto il confine reggiano-modenese, nonché in gran parte dell'Emilia-Romagna e della bassa, continuò a tremare (non certo a causa di movimenti tellurici!): da noi, in paese, il rione Brisighella, vicino alla stazione ferroviaria, andò completamente distrutto, così come il bar Trinchetto (quello tra i due esistenti a Castellarano, più frequentato), in via Salvarola, e la pensione Palladini, in piazza Garibaldi. I bombardamenti portavano, ogni volta, urla, pianti e poi silenzi: sempre in questa assurda seppure logica successione, come nel copione di un film già scritto!
     Mio padre faceva il mezzadro sotto i Gazotti, la famiglia del padrone: erano proprietari di terre e bestiame in tutto il castellaranese, ma anche nei comuni limitrofi di Salvaterra, Casalgrande ed Arceto. Il figlio più grande di quelli, poi, Dante, (in tutto erano quattro: due maschi e due femmine), aveva comprato una azienda di mobili in quel di Formigine, nel modenese. A seguito degli eventi di quell'inizio estate, mio padre decise di mandare noi tre fratelli più piccoli (io, Andrea, quello di mezzo, e Luigi, il più piccolo) e la mamma Eleonora nel capoluogo come sfollati, a casa della zia paterna Adelina. Mio fratello più grande Sandro, invece, rimase con mio padre, insieme a nonno Casimiro, ad aiutarlo in campagna. Le cose, però, non andarono come previsto; anzi: passammo dalla padella alla brace! In agosto, infatti, cominciarono i rastrellamenti dei fascisti e dei tedeschi: un giorno, era di giovedì, quello antecedente il ferragosto, verso la "mezza" una camionetta si fermò proprio davanti a casa della zia (che si trova in via Emilia), sulla piazza Prampolini, dove sorge il Palazzo Vescovile. Un capitano delle SS scese insieme a due soldati e cominciò a gridare a tutto spiano, impugnando una Luger parabellum 9 mm.: - Schnell, schnell, cameraden! Cominciamo da lì!
     Mia zia, nel balcone di casa, disse a me e ai miei fratelli:
     - Entrate in casa, ragazzi. - I miei due fratelli si nascosero sotto il letto ma io rimasi dietro i vetri a guardare.
     I tre tedeschi, allora, entrarono nell'albergo Posta, in piazza Cesare Battisti: venti persone, tra cui due bambini, furono caricati sulla camionetta, nessuno li rivide più!
     Alcune persone cercarono di scappare: furono falciate all'istante da una sventagliata di mitra.
     Io, che ero uscito di nuovo in balcone, insieme a mia zia ed a mia madre assistetti alla scena. Mia madre, così, a bella prima mi mollò un ceffone e disse:
     - Sei voluto restare, allora ricorda per filo e per segno ciò che hai visto oggi.
     A quel punto, visto che non avevo capito il senso di quelle parole, chiesi:
     - Perché mamma?
     - Perché ciò che hai visto oggi, - rispose lei, senza esitazione e con voce alta - devi augurarti che non accada mai più! Dopo di che rientrammo in casa, tutti e tre. I miei fratelli, intanto, erano riemersi dal nascondiglio sott'acqua (cioè, da sotto il letto). Nei giorni e nelle settimane successive i rastrellamenti si succedettero con frequenza sempre maggiore e con precisione quasi chirurgica, invece, le camionette dei nazifascisti erano riempite di uomini, donne e bambini, i quali venivano poi portati via per destinazioni sconosciute: senza distinzione alcuna!
     A fine agosto, in corso Garibaldi, di fronte alla Madonna della Ghiara, l'imponente e massiccia basilica eretta tra la fine del XVI° e la prima metà del XVII° secolo, avvenne un drammatico scontro a fuoco tra tedeschi e partigiani: due soldati furono uccisi, gli altri riuscirono a dileguarsi. Nei giorni seguenti i tedeschi trafugarono dalla basilica alcuni preziosi dipinti del Carracci e del Guercino. A fine guerra, per fortuna, quelli tornarono in Italia. Per rappresaglia ci furono altri rastrellamenti: uno di questi avvenne al ristorante Italo, noto ritrovo di antifascisti e sovversivi socialisti ed ananrchici. La prima settimana di settembre si svolse regolarmente la sagra della Madonna della Ghiara, in centro: io e mia madre comperammo alcuni libri di poesie, tra cui una edizione rara dei Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli (la seconda pagina di copertina, quella che di solito fa da ouverture alla prefazione o alle note prima dell'inizio vero e proprio di un libro ed è sempre bianca, recava una scritta, a lapis, anonima: "Italiani coglioni: Pascoli era anarchico!"), e alcuni fumetti di Cino&Franco e del Signor Bonaventura (gli avrei letti con voracità al rientro a casa dalla zia, insieme ai miei fratelli). Due sere più tardi, dopo cena, mia madre ci lesse, a noi tre fratelli e a mia zia, una poesia (si intitolava "Inno alla gioventù condannata a morire") di Wilfred Owen, ufficiale dell'esercito e poeta gallese che morì nella Grande guerra a vent'anni, una settimana prima dell'armistizio (lei, nonostante fosse figlia di contadini analfabeti, aveva studiato al Collegio di San Carlo, a Modena, dove riuscì a prendere la licenza liceale, ed era appassionatissima di lettere e arte):

     Quali campane a morto per coloro che muoiono come bestiame?
     Soltanto la mostruosa rabbia delle armi.
     Soltanto il rapido crepitio delle carabine balbuzienti
     Può recitare le loro frettolose preghiere.
     Non ci sono prese in giro per loro, tanto meno predicatori o campane,
     Neanche una voce di dolore salverà i cori,
     Gli striduli, demenziali cori delle granate che gemono,
     E le fanfare che chiamiamo per loro dalle natie contee.
     Quali candele possono essere accese per dire addio a tutti loro?
     Nessuna nelle mani dei ragazzi, ma nei loro occhi
     Brilleranno barlumi di arrivederci.
     Il pallore sulle fronti delle ragazze sarà il loro lenzuolo funebre;
     I loro fiori la tenerezza di silenziose menti;
     Ed ogni lenta oscurità un chiudersi di persiane.
     
    Dopo l'ascolto, nella sala da pranzo cadde un silenzio tombale, fino a quando...una luce illuminò il cielo (era soltanto una stella cadente: la notte di San Lorenzo, in fin dei conti, non era trascorsa da tanto!). Nostra zia esclamò:
     - Per fortuna, ragazzi: credevo proprio fosse...- Non a torto aveva immaginato qualcos'altro (di più brutto, purtroppo!): i bombardamenti erano ormai all'ordine del giorno, un po' dappertutto! Le notizie di Radio Londra, che anche zia ascoltava, di nascosto da tutti, in soffitta (tutti noi, però, sapevamo lo facesse!) non erano affatto rassicuranti.
     - Andiamo, su, ragazzuoli, - fece la mamma. - E' ora di andare a letto!
     L'indomani mattina, però, una notizia bruttissima turbò ancor di  più il nostro train train reggiano; infatti, una lettera, recapitata alla zia dal portiere Gino ed indirizzata alla mamma, recava scritte le seguenti lapidarie parole (ce la lesse, ad alta voce, la zia stessa): "Vostro marito e vostro figlio, insieme al nonno, sono stati rastrellati. Li hanno portati a piedi a Nonantola, vicino Modena, alle Caserme rosse". Firmato "il Tanin".
     Quello [il tanin], era un taglialegna, amico (fidato) di mio padre: anarchico sino al midollo, nel 1939, a Villalunga, frazione di Casalgrande, aveva sparato in pieno volto ad un fascista che era andato, con suoi camerati, a prenderlo a casa. Poi si era dato alla macchia: da allora non l'avevano più preso; viveva in casali abbandonati lungo l'argine del Secchia: alcuni anziani, a Castellarano (voci di popolo che giravano nel circondario) dissero, una volta, che dormiva nei cimiteri (ovvero: nelle tombe sfitte all'interno di essi) per essere al sicuro!
     Mia madre, così, parlò con mia zia e nel pomeriggio ci disse (a me e ai due fratelli):
     - Ragazzi, vostro padre ed il nonno, insieme a Sandro, sono stati presi, li hanno portati vicino Modena: dobbiamo andar via da Reggio!
     - Dove? - feci io. - Proprio adesso che si stava meglio!
     - Non discutere! - replicò lei. Si tornò, così, tutti indietro. In viale Trento e Trieste, nelle vicinanze della stazione, prendemmo una corriera per Nonantola: in paese arrivammo verso le tredici, il silenzio ed il deserto assoluti regnavano, visto anche l'orario. Alcune donne anziane, nei pressi di un negozio di scarpe in via Veneto si avvicinarono a noi e chiesero: - Cercate forse qualcuno?
     - Sì, buone donne! - rispose mia madre. - Sapreste indicarci dove sono le Caserme rosse? Hanno portato lì mio marito, suo padre ed il figliuolo più grande.
     - Certo, - fece una di loro: quella più corpulenta ed anche la più simpatica; - è poco fuori l'abitato, in località Rubbiara. A piedi sono dieci minuti di cammino. Auguri di cuore!
     - Grazie a voi, donne! - fece mia madre. Dopo di che ci avviammo. Giunti alla meta, mia madre domandò alla guardia nella garitta:
     - Senta, vorrei avere notizia di mio marito e di mio figlio: so che li hanno portati quì, da Castellarano.
     - Ma lei, scusi, non è mica la moglie di...-
     - Sì! Sì! Sono proprio io. - Mia madre lo interruppe, intuendo che la guardia stesse parlando proprio di mio padre. - Avete per caso notizie?
     - Signora, - fece, allora, quello, - suo marito è fuggito ieri mentre suo figlio l'hanno portato via, i tedeschi: penso l'abbiano portato a Bologna. Anzi, è sicuro: lo hanno portato via ieri, a Bologna, in treno.
     - Ma come a Bologna? - ribattè mia madre. - Ma di mio marito ha altre notizie?
     - Mi scusi, ma io non sono autorizzato a dirle nient'altro - fece quello. - Eppoi, crede che un fuggitivo lasci il recapito quando scappa? - Dopo queste parole la guardia salutò militarmente (stranamente non con il saluto romano). Mia madre prese per mano i miei fratelli e disse a me: - Andiamo a Bologna!
     Riuscimmo a trovare un passaggio di fortuna, su un biroccio trainato da due cavalli neri alsaziani. Alle diciassette e trenta, minuto più minuto meno, arrivammo alle porte della città felsinea e in poco più di un quarto d'ora eravamo nella zona della stazione centrale, in piazza Medaglie d'oro. Mia madre decise di portarci in pensione, l'indomani saremmo andati da una cugina di nostro padre, a chiedere notizie di lui, in via Zanolini, nei pressi della stazione San Vitale. Alloggiammo, così, alla pensione Roma, in via d'Azeglio, in pieno centro.
     L'indomani mattina, però, un imprevisto accadde. Alle sette e trenta, quando mia madre era già bella e sveglia da un pezzo, ed io ero intento a far colazione, con gnocco fritto, polenta e latte di pecora (i miei fratelli, invece, dormivano ancora nella stanza della pensione come due ghiri imbaciucchiti), cominciarono i bombardamenti: cadeva il 12 di ottobre, ma quelli non eran dei tedeschi bensì degli anglo-americani; la cosa andò avanti fino a sera. Le ricerche furono, perciò, rinviate. Il giorno dopo ci recammo dalla cugina di mio padre, la Giuliana e lì, graditissima fu la sorpresa, questa volta: vi trovammo proprio lui. Si era rifugiato da quella dopo essere scappato dalle Caserme rosse a Nonantola. Si abbracciò affettuosamente con la mamma (lei piangeva), per qualche istante, poi prese in braccio, uno dopo l'altro, ognuno di noi. Alla fine si sedette e prese a raccontare quanto li era accaduto.
     - Son venuti di notte, in cascina (si riferiva ai tedeschi ed ai fascisti) e ci hanno portati via colle camionette. Hanno sparato, da noi ed in altri casolari, in campagna. Ci sono stati alcuni morti: il papà di Emilio e la mamma di Giovanni, credo!... - A quel punto mio padre si interruppe, preso da un nodo alla gola; in cucina entrò Giuliana, portando un vassoio pieno di pane e salame. Cominciammo tutti a mangiare: il clima si rasserenò un pochino. Dentro di me, dopo aver ascoltato mio padre, ero arrabbiatissimo piuttosto che triste, pensai: - E dire che questa sarebbe dovuta essere la nostra estate: invece...-
     Mio padre, dopo esserci rifocillati, riprese a raccontare:
     - Sono riuscito a fuggire da Nonantola, una notte. Il nonno e Sandro li avevano già portati via, la mattina prima, con una camionetta insieme ad altri. - Mia madre a quel punto lo interruppe:
     - Come via, Augusto? Dove? Siamo stati a Nonantola, la guardia ci disse che erano quì, a Bologna. Invece tu, ora, dici...-
     - Non lo so, Eleonora. - La interruppe, allora, mio padre. - Credimi, non so null'altro!
     La guardia, evidentemente si sbagliava o non sapeva bene neanche lui!
     Qualche giorno dopo, la zia Adelina telefonò da Reggio; disse a mio padre che il nonno e Sandro erano a San Sabba, nel triestino: lo aveva appreso da un amico che a sua volta era riuscito a saperlo da un pezzo grosso della milizia di Rubiera. Mio padre era già allertato: nel giro di un giorno o due sarebbe partito per il Friuli, in cerca di notizie del nonno e di Sandro. Ma il venerdì, la sera seguente la telefonata della zia, ne arrivò un'altra, da Castellarano, ben più ferale, era il Tanin, questa volta, che disse a mio padre: "Sandro e Casimiro li hanno fucilati i tedeschi, qualche giorno fa". Poche parole ma chiare. L'amico di mio padre lo aveva saputo da alcuni partigiani di Bologna. Mio nonno e Sandro, sapemmo in seguito, a nostra volta, erano stati fucilati, insieme ad altre quindici persone, da un plotone di SS e alcuni elementi della 10^ Mas per rappresaglia ad un attentato avvenuto a Villalunga, frazione di Casalgrande, durante il ferragosto. Mio padre, allora, mollò la cornetta e gridò:
     - E' finita! Mia madre corse ad abbracciarlo e si mise a piangere anch'essa. La Giuliana, da par suo esclamò:
     - No! No! No! Non si può morire così!
     Il giorno dopo i miei genitori, di comune accordo, decisero che saremmo tornati tutti a Castellarano. Prendemmo il treno fino a Reggio, poi da là fino a casa saremmo andati all'avventura. Lungo il tragitto, a piedi, riuscimmo a salire su un grosso camion che trasportava pere. Scendemmo, poi, a Villalunga per riposarci. Attraversammo il paese, lentamente e con circospezione sospetta per paura di incontrare fascisti o tedeschi. Nei pressi della chiesetta, ai cancelli delle villette dirimpetto, c'erano quattro partigiani impiccati col filo spinato: i fratelli Benassi (Marco, Rino, Loris, Dario), dalla gente soprannominati i "quattro moschettieri di Villalunga" per la lunga militanza di lotta contadina ed operaia in paese e nel circondario. Sopra ognuno di loro un cartello recava scritto "partigiani infami e traditori". Mia madre, dopo aver coperto colle sue mani gli occhi di Luigi, gridò a me:
     - Va via, porta lontano tuo fratello! - Poi, insieme a mio padre si commosse e pianse.
     Di notte arrivammo a casa. In autunno le scuole restarono chiuse (laddove erano rimaste in piedi!). L'inverno seguente fu rigidissimo, trascorse però abbastanza tranquillo. Il capoluogo, poi, venne dichiarato "città aperta": non veniva più bombardato. Seguirono, di lì a poco, Reggio e Modena. Nell'aprile del 1945 i polacchi e gli anglo-americani liberarono tutta l'alta Emilia. La guerra, finalmente, era finita! Nell'estate del 1945 superai l'esame di ammissione alle medie. In autunno, quando riprese la scuola, ero compagno di Aldo e Giovanni (loro erano già in 2^) all'istituto Virgilio di Scandiano.
     Spesso, io e loro, pensavamo all'anno prima, in particolare all'estate; a quell'estate del 1944 che sarebbe dovuta essere spensierata per tutti noi ragazzi del campetto di Castellarano, ma che non lo fu affatto: fu, però, a suo modo, un'estate da ricordare!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.

  • Come comincia: Ho scoperto, incontrato (musicalmente) il grande Jimi Hendrix nel lontano, anzi, lontanissimo, 1981...ero in viaggio con papà (parafrasando il titolo di una nota pellicola, apparsa nelle sale cinematografiche nel 1982, la quale aveva per protagonisti Alberto Sordi e Carlo Verdone). Eravamo, infatti, in agosto (ferie e vacanze estive) ed io mi trovavo da zii e cugine annesse con mio padre Marco (alias "Mariolino l'interista" o "il modenese") in quel di Villalunga, frazione di Casalgrande (Reggio nell'Emilia) e Modena, bassa emiliana (ovvero ex capoluogo del ducato omonimo, ma prima ancora roccaforte estense e centro nevralgico della Repubblica Cisalpina): allorquando mi recai a Bologna per una piccola "divagazione" (o digressione, o variazione) musicale sul tema emiliano-romagnolo (ovvero la...una puntatina programmata per l'occasione!) e da "Nannucci", anzi, in quel di Nannucci, cioé, mitico arcipelago della musica, pardon, l'arcipelago della musica in persona, alias mitica rivendita di dischi o messaggeria che dir si voglia (all'epoca, insieme a "Carù" di Gallarate, "Dimar" di Rimini, "Dischiblu" di Roma e alcune altre, una delle più famose in Italia: ha chiuso i battenti, purtroppo, nel 2009 e riaperto in versione new qualche anno dopo; ci sono stato ancora nel 1990, nel 2005  e nel 2014, due anni dopo la stesura di questo racconto-articolo) acquistai il 33 giri "Jimi Hendrix Experience" nonché il volumetto "Jimi Hendrix: the complete lyrics", contenente tutti i brani di "sua maestà la chitarra elettrica" - o "the guitar" -  in lingua originale (inglese) con traduzione italiana a fronte. Ad onor del vero, però, un primo assaggio del musicista statunitense lo avevo avuto l'anno prima (ma la data penso sia un particolare di poco conto), durante l'ascolto di altri due 33 giri, i mitici "doppi" dedicati a Woodstock ("Woodstock: music from the original soundtrack"&"Woodstock 2", dieci facciate, in tutto, di musica: per me i padri di tutti gli lp datati anni '60, '70 e...oltre!), comprati sempre in Emilia (a Modena, da "Fancareggi", altra rivendita nota agli appassionati), questa volta da mio padre (segno del destino o semplice coincidenza astrale? Chissà!). Sulla collina che sovrasta la località dello stato di New York in cui si tenne il mega raduno-concerto dell'agosto 1969 (in realtà il luogo esatto è Bethel) Jimmy si esibì, per così dire, a luci spente (suonò, infatti, per circa due ore davanti ad appena duecentomila - sic! - spettattori: quelli rimasti degli originari cinquecentomila, o seicentomila, o un milione, per alcuni!), tuttavia la sua performance, a mio avviso (e anche secondo tantissima critica musicale dell'epoca e...non solo!) é da annoverarsi, senza dubbio alcuno, tra il maximum che si sia mai raggiunto: in particolare, la sua versione di "Star Spangled Banner" (per intenderci, l'inno stars&stripes), personalissima e...personalizzata (la suonò, volutamente e polemicamente, in maniera alquanto distorta, usando spesso il plettro della chitarra con la bocca...In funzione anti "guerra del Vietnam"!) rimane probabilmente il riff di chitarra più dissacrante della storia del rock!
     Da quel momento in poi (non importa, davvero, se sia il 1980 o l'anno dopo!) mi sono sempre più avvicinato al "fenomeno" Hendrix, il cui vero nome di battesimo era James Marshall (no Jimi, come molti pensano), ossia a quell'universo "a parte" del rock rappresentato dal musicista black di Seattle (la località dello stato di Washington, costa ovest degli States, che li diede i natali il 27 novembre 1942: le note del suo album d'esordio, "Jimi Hendrix", erroneamente recano il 1947!), diventando, così, nel tempo un grande cultore e appassionato della sua musica, della sua arte musicale, dei suoi suoni (selvaggi e quasi...ancestrali) e, soprattutto, della sua chitarra!
     Qualcuno (forse era suor Matilde, del convento delle Figlie del divino zelo di Sampierdarena; o forse, chissà, era il maresciallo Antonio Stramaglia, del commissariato di Bacoli...non ricordo bene, però!) ha definito la musica di Hendrix viscerale, cerebrale, primordiale e - di volta in volta - ancora nuova, inedita, strana, psichedelica, hard, o girovaga - della mente - funky, r&b, etc: per me, invece, si tratta di un mix di fantastiche sensazioni ed emozioni in un vortice di magiche sonorità; ovvero, un suono nuovo ed una musica fantastica, "adrenalina" pura che ti entra nelle vene, nel sangue, nella mente e...nel cuore, senza più uscirne!
     Nell'agosto del 1970 il nostro amatissimo Jimmy suonò uno strano e dimesso concerto (probabilmente un profetico e lugubre prodromo di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco!) all'isola di Wight (atollo sulla Manica nel sud-est dell'Inghilterra, tra Portsmouth e Bournemouth): ovvero, il grandissimo mega raduno in terra d'Albione che, a distanza di un anno appena da quello di cui dettovi, voleva rinverdirne i fasti (per alcuni riuscendovi, per molti altri, invero...neanche per sogno!). Qualche settimana più tardi, purtroppo (correva il 18  settembre), morì nell'appartamento di Monika Danneman, sua amica, a Londra. Il referto medico, allora, parlò di: "Decesso avvenuto per soffocamento da vomito in seguito a intossicazione da barbiturici"; come a dire che il povero Jimmy morì a causa di uno stupido conato autoindotto!
     E' rimasto, quell'evento luttuoso, uno dei misteri insoluti (insieme alla scomparsa di un altro famosissimo Jimmy, che di cognome faceva Morrison: la sua scomparsa fu altrettanto misteriosa, appena dieci mesi dopo, nella vasca da bagno di una stanza d'albergo a Parigi!).
     Hendrix e Morrison, insieme a Janis "The Pearl" Joplin (anch'essa fu trovata cadavere: in una stanza  d'albergo a Hollywood) e a Eddie Cochran (morì nell'aprile del 1960 in incidente d'auto, appena ventunenne!), erano la quinta essenza della musica rock!
     E' riduttivo ed arduo indicare, come sempre accade con tutti i grandissimi musicisti e i migliori gruppi, il miglior brano in assoluto: sarebbe come rispondere esattamente al classico domandone da cento milioni di dollari, oppure riuscire a vincere una cifra talmente esorbitante al "gratta&vinci" da sistemarsi vita natural durante! Tuttavia, resta fuor di dubbio che tra i "pezzi", le tracks per antonomasia del king statunitense debbano, per forza di cose, essere annoverate le seguenti: "Voodoo Chile", dall'album "Electric Ladyland" (1968), un'infinito riff polistrumentale (dura quasi quindici minuti: sic!) suonato da Jimmy col suo mini gruppo (The Jimi Hendrix Experience), composto dal duo Noel Redding (basso) e Mitch Mitchell (batteria), nonché da numerosi "ospiti" di eccezione, tra cui Al Kooper (piano), Buddy Miles (percussioni), Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith, all'organo), Jack Casady (Jefferson Airplane, basso chitarra). Il pezzo, come tutto l'album, fu registrato al Record Plant Studios di New York tra marzo e giugno; Voodoo Child (Slight return), anch'esso contenuto nello stesso album, é un brano più corto dell'altro, ma di sicuro uno dei più intensi, potenti e famosi della discografia hendrixiana!
     E' superfluo sottolineare che del primo pezzo siano state proposte numerose versioni e cover, tuttavia mi preme ricordarne ugualmente una: nel 2003, infatti, fu suonato dal G3 di Joe Satriani, Steve Vai (ex Frank Zappa, David Lee Roth, Alcatrazz, White Snake) e Yingwie Malmsteen (Alcatrazz, Rising Force) in una storica jam-session a Denver, nel Colorado.
      The best of Jimi Hendrix (i brani non sono elencati in ordine cronologico): Voodoo Chile, Voodoo Child (Slight Return), Hey Joe, Purple Haze, Foxy Lady, Red House, Machine Gun, Star Spangled Banner, If Six was Nine, The Wind Cries Mary, Manic Depression, Angel, Freedom, All Along the Watchtower, Drifting, Have you Ever Been to Electric Ladyland, etc. 
     "Quando morirò mettetevi ad ascoltare i miei dischi (Jimi Hendrix).

    da: una mail mandata a rai storia il 18 settembre del 2012, in occasione del quarantaduesimo anniversario della morte di Jimi Hendrix.

  • Come comincia: Martino Campari, classe 1909, era un contadino quarantaduenne; aveva i capelli color castano scuro, con qualche rivolo di grigio lungo le basette folte e sporgenti di fianco alle orecchie ed un ciuffetto ramato in mezzo alla fronte, e portava la barba quasi sempre "incolta". Abitava a Verucchio, borgo di antiche origini nel riminese. Rimasto senza senza figli e vedovo da tre anni (sua moglie Fiorella, donna di bell'aspetto, conosciuta in una balera di Sogliano, morì la vigilia dell'epifania del 1948 mentre in bici, una sera, tornava a casa dal lavoro di fantesca a Corpolo, paese vicino, investita da una auto pirata), si occupava, per darsi pane, d'un modesto pezzo di terra, meno grande di un'ara e mezza, poco più di centocinquanta metri quadri: coltivato tutto a pomodori, carote e cipolle.
     Martino aveva fatto la guerra nelle fila dell'esercito, col grado di sergente maggiore: nell'estate del 1942 era stato inviato in Russia, al seguito dell'ARMIR (divisione di fanteria "Ravenna") per difendere le posizioni lungo il Don: quando, però, tra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 si scatenò la grande offensiva invernale dell'Armata rossa, le forze italiane dovettero ripiegare ed aprirsi il varco per la fuga.

     Il 1942 (terzo anno di guerra) fu quello cruciale nello svolgersi del secondo conflitto mondiale. Le forze dell'Asse (Germania, Giappone, Italia) subirono pesanti sconfitte su vari teatri e fronti di combattimento: in Africa settentrionale, nel Pacifico, in Russia, appunto. Le truppe che Mussolini decise, nella primavera del 1942, di organizzare nell'ARMIR (Armata italiana in Russia) e di inviare a sostegno del contingente italiano preesistente sul fronte orientale (tre divisioni formavano già il corpo di spedizione italiano in Russia, denominato CSIR), erano scarsamente dotate di mezzi mobili e prevalentemente composte da reparti di alpini, perché si prevedeva venissero usate sul Caucaso. Invece, si attestarono lungo il Don a difesa di un fronte di circa duecentosettanta chilometri. Con l'offensiva dei russi, il fronte itlaiano, inferiore di numero e mezzi nonché male equipaggiato, si ruppe in più punti. Le divisioni di fanteria (Ravenna, Pasubio e Torino, a nord; Sforzesca e Celere, a sud) si ritirarono ai primi di gennaio del'43, mentre il corpo d'armata alpino (Julia, Cuneense, Tridentina), il quale aveva indomitamente respinto ogni attacco nel suo settore, ebbe ordine di ritirarsi solo il 15 gennaio quando - invero - era già totalmente accerchiato dal nemico. Dovette farsi strada combattendo e marciare sopportando le avverse condizioni del clima. La stessa Radio Mosca esaltò il valore di quegli uomini affermando: "Solo gli alpini italiani sono da ritenersi invitti in terra di Russia". Le perdite italiane furono 84830 tra caduti e dispersi. Circolava voce trale truppe in ritirata (nessuno mai seppe se si trattasse di una leggenda o di una storia vera, però!) che un tenente maggiore degli alpini, certo Sirtori Albigio, di Castelrotto, provincia di Bolzano, avesse fatto un sogno e lo raccontò poi, pari e patta ai suoi uomini: "Il duce, ormai da alcuni giorni camminava insieme ad un vecchio asino nel deserto della Sirte sotto un cocente sole che avrebbe ucciso anche le pietre. Quando l'asino ragliava, per la sete, egli esclamava: - Zitto, sei solo un asino, tu, non lamentarti! - Ad un certo punto, i due giunsero in prossimità di una piccola oasi. Il duce stesso scese dalla groppa dell'asino, si avvicinò ad una pozza d'acqua e, dop'aver bevuto esclamò: - Boia, quanto è calda! Li apparve, allora, il diavolo (era un miraggio del deserto o una figura reale?Chissà!), che esclamò: - Sei solo un asino, tu, non lamentarti! - A quel punto l'asino ragliò di nuovo: fu per contentezza, forse, o semplicemente per approvazione?!

     Martino fu davvero fortunato: dopo aver camminato per diversi giorni tra neve e ghiaccio, sfidando il terribile inverno russo e l'artiglieria nemica, riuscì a salire su un merci, insieme ai compagni di reparto (sessantadue uomini in tutto), che lo portò a Kiev, in Ucraina; di lì, poi, arrivò in Romania, a Bucarest, ed infine in Iugoslavia, sulla costa dalmata, a Spalato, da dove si imbarcò per l'Italia e raggiunse finalmente casa. Molti italiani, purtroppo, non ebbero egual sorte: chi restò seppellito sotto la neve e il ghiaccio, chi fu mutilato dallo scoppio di una granata o reso sordo dal rumore delle bombe, o orbo per una scheggia rimbalzata negli occhi. Alcuni suoi compagni persero l'uso di gambe o braccia ma lui, invece, alla resa dei conti, se la cavò a "buon prezzo", come recita un vecchio e sempre valido intercalare di Romagna: perse l'uso di due dita della mano destra, rimaste atrofizzate in perpetuo a causa del gelo, e la patria - ahilui! -  ch'egli aveva onorevolmente servito, non li riconobbe un benché minimo, e misero, indennizzo! Egli, però, bontà sua, non s'era affatto perso d'animo come sempre era accaduto dal giorno in cui nacque: dopo aver comprato la terra da un fattore si era messo a fare il contadino, appunto. E sovente, mentre lavorava la terra, pensava - e si poneva domande - o rifletteva su quanto li era successo, sugli avvenimenti che lo avevano visto protagonista, volente o meno che fosse, insieme a migliaia di altri uomini, di quella fiumana che scorre incessante travolgendoli e si chiama storia. Ma, soprattutto, pensava, si interrogava o rifletteva su quel termine, su quella parola di sei lettere: patria.
     - Maledetto colui che lo ha inventato! - diceva fra sé e sé. - Perché mai essa, che sia o meno madre (patria) e, al tempo stesso, padre (che da patria potestà) proprio non conta, debba arrogarsi il diritto di essere giudice e decidere sulla vita e morte di migliaia di uomini? Quelli forse non sono figli, uomini, prima ancora di essere padri? Eppure spesso, anzi, quasi sempre sul tavolo degli eventi che si susseguono vengono trattati  da "cani" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, amici fedeli dell'uomo: molto più, a volte, degli stessi suoi simili!), o, peggio ancora, da "lupi" (con tutto il rispetto per quei quadrupedi, i quali vivono in branco: laddove vige la legge della solidarietà e no dello scannarsi vicendevolmente!); mossi come semplici pedine in un gioco al massacro, barattati sulla scacchiera per meno di un tozzo di pane, come fossero mera merce di scambio, per sete di conquista o per mania di grandezza di qualcuno, per la imperitura gloria oppure semplicemente...perché milioni di morti devono essere messi sul piatto della bilancia, alla fine: in cambio, appunto, d'una dichiarazione di guerra annunciata, o di un armistizio, per una collina (del disonore) o una postazione da conquistare a tutti i costi, per difendere uno stupido, insignificante ed insulso pezzo di terra, magari in una terra lontana e sconosciuta, ma abitata da propri simili, da "fratelli", seppure di diversa razza. Gli uomini, - si ripeteva l'uomo, ex soldato ora contadino, - sono uomini, diamine, esseri viventi e non carne da macello...ma i potenti, gli stati, le nazioni coi loro governi se ne fregano di loro e sempre lo faranno! La patria, puah! Buona, quella, soltanto a rilasciar benemerenze ed attestati, ad apporre medaglie sul petto dei superstiti: quanta inutile ferraglia! Tutto questo a posteriori, col senno di poi (di cui, si dice "son piene le fosse...insieme ai morti, purtroppo!): ma quanto aveva visto coi propri occhi, Martino, e vissuto in prima persona, questa volta (al tempo della Grande guerra, invece,era poco più d'un bimbo), aveva inevitabilmente lasciato il segno nel suo cuore e nella sua coscienza di di uomo e se lo sarebbe portato al fianco sino alla tomba! Ma egli, oltre a essere un tipo alquanto riflessivo, era uomo di ben altre virtù e ideali, di provati sentimenti d'animo: non era nato solo per fare il contadino! Aveva studiato a scuola e poi, allo scoppio della guerra e prima di partire per il fronte, per suo conto a casa, riuscendo a prendere (cosa inusitata all'epoca!) la licenza media prima ed appresso quella liceale; per via della sua aria da intellettuale era noto in paese col soprannome di "prof". Molti, però, lo chiamavano anche "Bolivar" (dal cognome del famoso condottiero e generale venezolano): perché nutriva una sviscerata passione per la storia del centro e sud America e poi perché sul muro della sua stanza da letto era affisso un quadro raffigurante quel personaggio illustre.

     Simon Bolivar fu generale, condottiero e abile diplomatico. A suo modo, anche, un romantico idealista, visionario e sognatore. Dopo aver vissuto a lungo in Europa, tornò in patria e si consacrò interamente alla causa dell'indipendenza delle colonie spagnole in sud e centro America. Ottenne la liberazione del Venezuela (1817); nel 1819, col Congresso di Angostura fu eletto presidente della repubblica della Grande Colombia, a cui fu annessa, nel 1832, l'Ecuador. Quell'anno fu liberato il Perù, parte del quale costituì poi la repubblica di Bolivia  nel 1825. Egli pensava (anelava) di riunire tutte le repubbliche sudamericane in una unica confederazione da contrapporre alla Santa Alleanza (Austria, Prussia, Russia) in Europa: questo progetto fallì per le tendenze separatiste ed unioniste dei vari stati.

     Martino era capace di fare discorsi lunghissimi ed al contempo profondi e lucidi; aveva doti innate di comunicatore e la dialettica scorreva nel sangue suo pari passo ai globuli bianchi e rossi: per questo motivo i capintesta della federazione, tutti uomini in gamba nonché antifascisti di lungo corso e provata fedeltà, sovente lo mandavano in trasferta, quando fosse libero dal suo lavoro, per reclutare nuove leve ne i comuni limitrofi del riminese e del ravennate oppure in quelli lungo l'argine del Savio, nella parte sud-orientale della provincia di Forlì. E'da dire, invero, che tutto ciò egli lo faceva, essendo un impolitico (parola la quale, pur avendo lo stesso prefisso di impotente, ha tutt'altro significato...dicasi, cioé, di colui il quale: sia contrario alla savia politica, meglio ancora inabile verso un pensiero politico limitante la libertà stessa dell'essere umano) soltanto per passione (insana o meno che fosse non li importava più di tanto!), di certo no per soldi o bisogno di rinomanza e successo: non li era mai interessata la "carriera", né avrebbe mai barattato la sua vita semplice per nulla al mondo! Molti verucchiesi, quando esso doveva parlare nei comizi come spalla del politico più noto oppure dell'Azzeccagarbugli di turno, si spostavano in bici, o in moto, o con mezzi di fortuna (inclusi trattori ed affini), per andarlo a sentire. Una volta a Bagnacavallo, paesotto di quindicimila anime (in gran parte contadini mezzadri e gente semplice), venti chilometri da Ravenna, accadde che la gente lo applaudì per dieci minuti ininterrotti dopo averlo ascoltato a un festival dell'Unità! Era davvero un maestro dell'eloquenza o, per dirla alla maniera dei latini, dell'ars oratoria: che aveva appreso leggendo i classici sui banchi di scuola e per proprio conto (tanto Catone, quanto Cicerone: maestro della sostanza, il primo, della forma più pomposa e altisonante, l'altro; ma anche Lucio Licinio Crasso, Seneca, Quitiliano, Frontone, Simmaco ed Apuleio). Lui era un testardaccio figlio di contadini, sempre molto deciso in quello, e su quello, che doveva fare: amava fare da solo, s'era fatto da sé, con le sue forze e col suo intelletto. Ma era anche uomo di grande raziocinio ed estremamente tranquillo: mai una parola fuori posto, un alterco con nessuno in paese; assennato ed equilibrato, insomma, in ogni cosa facesse e per qualunque decisione prendesse. Sin da giovane aveva professato l'ateismo e mostrato scarsa simpatia verso la chiesa (i suoi nonni materni, però, mai lesinarono la dècima al clero in loro vita!) e i preti (ma non era affatto di quelli che buttano bombe sulle sacre processioni né sparano addosso ai suddetti quando pronunciano l'omelia o recitano il "salve o regina"!), tuttavia, negli ultimi tempi aveva modificato le sue abitudini: forse, chissà, preso da una arcana voglia di trasgredire o, più semplicemente per evadere dalla routine del suo duro lavoro. 

  • 09 luglio alle ore 5:42
    Le due cornacchie azzurre

    Come comincia:  Anselmo Mattioli era un commerciante di borse, stivali e cinghie di pelle a Forlìmpopoli (l'antico Forum Populi, sorto forse per volere di Cesare), importante centro commerciale ed agricolo in provincia di Forlì, distante circa otto chilometri dal capoluogo. Il suo negozio, che il padre Carlo li aveva lasciato in eredità diciassette anni prima, nell'estate del 1904, era ben avviato e si trovava nella via di Mezzo del paese.
     Il padre di Anselmo era morto assassinato da un colpo di fucile, sparatogli a bruciapelo in pieno volto alla locanda Am'arcord, in via Baratti; questioni di gioco, di donne e di politica, dissero in paese: quello, infatti, era un un anarchico e donnaiolo sfegatato, chi li sparò, evidentemente...no!
     I carabinieri (quelli col pennacchio), allora chiusero presto le indagini; dell'assassino, infatti, neanche l'ombra (forse, chissà, si trattava di uno dei tanti mariti, colpiti nell'onore dal padre di Anselmo e venuti di passaggio in paese per una scorribanda spara e fuggi).
     - Tutto archiviato per mancanza di indizi (e di un colpevole, ovviamente!) - affermò all'Anselmo, cinque settimane dopo, il maresciallo Salvemini (e lo trascrisse pure sulle scartoffie). Il giudice capo di Forlì, Matteo Busatta, un veneto trapiantato da due lustri in Romagna, il quale aveva seguito le indagini coi carabinieri, avvalorò la tesi del maresciallo:
     - Tutto è bene ciò che finisce bene (per lui, evidentemente!), - disse al Salvemini, - in fondo, il morto, era soltanto uno di quelli (un anarchico, cioè) e nulla di più, uno in meno sulla faccia della terra! 
     Ogni mattina, tranne il sabato e la domenica quando restava chiuso (oppure nei giorni della fiera di San Pellegrino, in maggio, a Forlì, ed in quelli per i festeggiamenti della sega vecchia, in marzo, a Forlìmpopoli), Anselmo, alle otto e trenta, puntuale come un orologio svizzero o un meteoròlogo inglese, apriva il suo negozio e lo richiudeva soltanto alle diciannove; dopo di che tornava a casa: viveva da solo, in un piccolo appartamento (ben curato) sulla piazza Garibaldi, al centro del paese, proprio di fronte alla massiccia costruzione trecentesca della rocca.
     Anselmo era un uomo tranquillo, senza grilli che li ronzassero intorno o fronzoli che li girassero per la testa, ed amava la vita semplice. Unica sua passione era la buona tavola e, ogni tanto, qualche bicchiere in più di Sangiovese. Cucinava ogni cosa alla perfezione: pasticcio alla romagnola, brufabarba, polenta cogli uccelletti, riso con la tardura, cavoli romagnoli stufati, cappelletti pasticciati con funghi e pancetta, passatelli, pelle di cotechino in umido, agnello alla romagnola, migliaccio, castagnole, sfrappole, etc. Gli unici suoi "clienti", fissi nonchè affezionatissimi, erano i cani ed i gatti del paese a cui l'uomo soleva portare congrue porzioni delle sue squisitezze. Quando una mite mattina di novembre (verso le dieci e trenta, minuto più minuto meno), senza nebbia nell'aria e nembi oscuri in cielo, Anselmo se ne stava sulla porta del negozio (a godersela o, come suol dirsi, a crogiolàrsi al sole come una lucertola, dopo aver servito alcuni clienti ed aver ordinato la merce nelle vetrine) si diresse verso di lui un vagabondo coi baffi, un pantalone alla zuava rosso ed un basco bianco e nero in testa, che portava con sé due cornacchie azzurre chiuse in una gabbia.

     Dicasi, invero, di cornàcchia: quell'uccello, simile al corvo ma più piccolo e meno sgraziato; molto intelligènte, però...oppure di persona, con voce stridula e chiacchierona; o, ancora: cornacchione, cioè, colui che chiacchiera molto...(di) più di una cornàcchia!

     Quando l'uomo gli fu vicino chiese:
     - Signore, volete comperare queste due simpatiche cornacchie azzurre? Sono anche rare, vedete, vengono dall'Irlanda, dalla lontana contea di Louth. Pensate, me le ha regalate un marinaio francese sbarcato con un cargo a Genova, venticinque giorni fa.
     (L'uomo, evidentemente, era stato nel capoluogo ligure ma non era per niente sicuro il fatto se quelle cornacchie fossero realmente originarie dell'Irlanda!).
     Il vagabondo a quel punto si fermò, un attimo appena, poi riprese a parlare:
     - Sono state dipinte di azzurro da un contadino, come il colore del cielo, perchè era solito usarle per allontanare gli altri uccelli dal suo raccolto; così, signore, credetemi, mi ha raccontato quel marinaio.
     Anselmo guardò il vagabondo diritto in mezzo agli occhi, quasi con divertita pietà, e dentro di sé pensò:
     - Chissà chi é costui? Questo, mi sa, deve essere tutto matto...mai sentito che i contadini dipingano le cornacchie di azzurro!
     - No, non ne voglio proprio, - rispose al vagabondo, - non mi interessano.
     - Signore, - replicò l'altro, - la prego, ci ripensi; andiamo, su, ve le vendo insieme a poco prezzo: la coppia per appena nove lire.
     - Mi hai capito o sei sordo? - replicò Anselmo. - Va via che ho da lavorare. Non son mica un perditempo, io!
     L'uomo, così, ascoltate che ebbe quelle parole, chinò il capo con rasseganzione e, dopo aver salutato Anselmo agitando il basco che avea nella mano sinistra, si voltò per andarsene. Mentre se ne stava andando, però, quello lo richiamò:
     - Ehi, tu, colle cornacchie, - disse, - vieni un po' qua (evidentemente, aveva cambiato idea: forse, chissà, pensò bene che quei due strani uccelli li avrebbero tenuto compagnia).
     - Sì, signore, - fece il vagabondo, tornando indietro, - mi dica, ha per caso cambiato idea?
     - Quanto hai detto che vuoi per quei due "tipi" che ti porti dietro?
     - Soltanto nove lire; anzi, visto che mi siete proprio tanto simpatico gliene cerco appena otto: va mica bene per lei, lustrissimo?
     - Va bene, dai, te ne do lo stesso nove, perchè mi sembri un buon uomo, in fondo!
     Il vagabondo, così, prese i soldi e lasciò ad Anselmo la gabbia cogli uccelli. Dopo di che sollevò il basco che aveva rimesso in testa, per ringraziare. Prima di andarsene esclamò:
     - Lei, signore, è un uomo di gran cuore e la vita le vorrà bene!
     Anselmo entrò in negozio pensoso: doveva decidere dove mettere la gabbia con le cornacchie. Dopo qualche minuto prese la decisione. Nel retro del negozio, alla parete erano appesi due quadri: uno era quello con la foto del papà di Anselmo, Carlo; l'altro, invece, raffigurava il ritratto di Gaetano Bresci, l'anarchico che aveva fatto fuori Umberto I° a Monza, nel luglio 1900. L'uomo, allora, prese la gabbia con le cornacchie e l'appese con un chiodo al muro vicino ai due quadri, proprio nel mezzo tra l'uno e l'altro. Dopo di che cominciò, per ischérzo, a ripetere a entrambe:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     In poco tempo gli uccelli impararono quelle parole; e quando avevano sete, poi, o volevano da mangiare, strisciavano il becco sulle grate della gabbia oppure lo battevano contro la base e gridavano all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico.
     Tutto ciò andò avanti all'incirca per un anno. Intanto, dopo la marcia su Roma del 27 ottobre 1922, il fascismo imperversava in tutta la penisola: tra il 1925 e il 1927 si compì la fascistizzazione dello stato, in seguito a cui Benito Mussolini assunse pieni poteri e diventò un dittatore. Le squadracce nere distribuivano, a destra come a manca, manganellate, olio di ricino e, dove occorreva, purtroppo, anche colpi di rivoltella: l'opposizione era ridotta ai minimi termini (il "biennio rosso", ormai, e le ondate di scioperi ed occupazioni delle terre e delle fabbriche apparivano lontanissime chimere. Nell'agosto 1922 l'ultimo sprazzo di libertà aveva illuso i sognatori: la rivolta di Parma, organizzata dagli Arditi del Popolo. Allora, la città, l'unica in Italia, riuscì a tener testa ai fascisti. Il 6 agosto, la spedizione comandata da Italo Balbo si ritirò con la coda tra le gambe senza aver avuto ragione della resistenza dei Parmensi) ma, di tanto in tanto, non faceva mancare la sua voce.
    In paese, ad esempio, due giovani operai delle officine "Liberati" di Forlì (Rinaldo Tofoli, detto "il rosso" e Franco Galimberti, detto "il barbazza") nel 1929, il I° maggio, dettero fuoco alla "Casa del Fascio", in via Spanò: entrambi, poi, riuscirono a scappare oltre confine, in quel di Zurigo (Svizzera tedesca), grazie alla colletta di alcuni compagni; un gruppo di contadini, invece (tra questi anche Giovanni Bicchierai, detto "il lungo", amico fraterno di Anselmo, il quale abitava in via Artusi proprio dirimpetto alla chiesa di San Ruffillo e quasi vicino alla piazza Garibaldi), organizzò, l'anno dopo, uno sciopero nelle campagne del forlivese per protestare contro le inumane condizioni di vita a cui li costringevano i proprietari terrieri ed i latifondisti, aqquartierati spesso coi ladroni e i filibustieri del regime (la Carta del Lavoro, infatti, nel 1927 aveva sancito l'organizzazione statale secondo forme di rappresentanza economico-corporativa limitando, tra le altre cose, sempre più i diritti di uomini e donne nelle campagne, e l'anno prima, inoltre, eran stati sciolti i sindacati liberi a favore di quelli fascisti, gli unici a rappresentare, oramai, i lavoratori). Al termine della manifestazione uno degli scioperanti, soprannominato "fratello sole" (un anarchico venuto in Romagna dall'Umbria, il paese di Bastia, vicino ad Assisi, di cui nessuno conosceva il vero nome) sparò una schioppettata a un padrone, ferendolo ad una gamba: fu subito imprigionato nella rocca di Ravaldino, a Forlì, allora adibita a carcere, dopo di che condannato dal tribunale a dodici anni di confino coatto da trascorrere a Campese, sull'isola del Giglio, in Toscana, e sull'isola d'Elba (la stessa che aveva dato dimora ed esilio, qualche decade addietro, ad un certo Napoleone, alias Bonaparte).
     Nel frattempo accadde che anche le cornacchie di Anselmo, bontà loro, si erano "evolute", insieme ai tempi (oppure, chissà, "involute": dipende, casomai,, dai punti di vista!). Erano, quelle, diventate domestiche uscivano dalla gabbia, sovente lasciata aperta dall'uomo, saltellavano liberamente nel negozio ed a volte, anche, si posavano amichevolmente sulle spalle dei clienti che entravano nello stesso a fare compere.
     Da qualche tempo, inoltre, Anselmo aveva fatto sistemare, nel retrobottèga, un tavolo e delle sedie: alcuni amici del paese, infatti, (tra questi diversi "sovversivi"), vi si riunivano per bere qualche buon bicchiere di rosso, o per fare qualche partitina a briscola e parlare dei tempi oppure del più e del meno. Uno di questi, che si chiamava Giuseppe Guerra (soprannominato dagli amici "la mano destra di Dio", a causa della innata capacità di spennare tutti al gioco!), soleva gridare ai compagni di tavolo, quando vinceva una mano: - Guarda come li faccio fuori tutti!
     Gli uccelli, che nel frattempo Anselmo aveva ribattezzato coi nomi di Cric e Croc per il loro modo, a detta di tutti, alquanto insolito di aprire e chiudere ritmicamente il becco quando parlavano, impararono in fretta anche quelle parole visto che spesso gironzolavano vicino al tavolo da gioco. Da quel momento in poi, infatti, quando meno era previsto, le pronunciavano (ai clienti del negozio, ad Anselmo, agli stessi amici di quello mentre giocavano, etc.), in combinazione a quelle già apprese in precedenza:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti!
      Le parole pronunciate dalle cornacchie, insieme al loro comportamento, provocavano ilarità e buonumore tra gli amici di Anselmo ma anche, chissà...
     Giunsero, infatti, a distanza di non molto tempo, alle orecchie sbagliate, attraverso il vecchio ma efficace modus del "passaparola" vieppiù noto anche come quello delle spie sempre all'erta: è facilissimo che fosse successo così visto che era antico come il cucco e molto in voga all'epoca!
      Accadde che tre fascisti, amici del ras di Forlìmpopoli Primo Guzzanti, entrarono in negozio, un giorno, con fare non proprio amichevole. Uno di loro, Aldrovandi Saverio (detto "manomorta"), d'amble disse:
     - Ehi, Anselmo, girano strane voci su di te e sul tuo negozio, sai?
     - Che dici? Non so mica di cosa parli!
     - Sì, alle nostre orecchie sono giunte strane voci: dicono che quì dentro si fanno...
     - Ah! Ah! - esclamò Anselmo, interrompendo l'altro. - Certo, sono le mie cornacchie: io gli insegno delle cose buffe da ripetere ai clienti per tenerli in allegria. Niente di altro, credetemi!
     L'uomo, in effetti, aveva mentito (costretto a farlo, dato i tempi in corso, per salvare il suo negozio e, forse, qualcos'altro!): sul fatto, cioè, che il retrobottèga fosse spesso frequentato anche da persone che definire poco simpatiche ai fascisti è di certo un eufemismo!
     - Ma, forse, chissà...sarà pure così! - disse "il Patacca", compagno di squadra del "manomorta", un galantuomo che portava sul fianco destro una vecchia Luger 7,65 (di quelle usate dall'esercito italiano nella Grande guerra) e sull'altro il manganello sempre all'erta.
     - Stai attento a te, però, Anselmo; ti consiglio di non metterti nei guai...e fila sempre diritto se vuoi campar felice!
     - Agli ordini, sarà fatto! - fece quello.
     - Sì, sì...esclamarono in combutta i tre ed andarono via.
     Non appena furono fuori dal negozio, Anselmo andò nel retro ed esclamò, ad alta voce e ben tre volte: - Morte al fascio! Morte al fascio! Morte al fascio!
     Le cornacchie, le quali evidentemente non dormivano mai ed erano, anzi, sempre all'erta e con le orecchie ben diritte, a loro volta ripeterono, insieme, le parole pronunciate poco prima dal loro padrone: - Morte al fascio!
     - Porca puttana zozza...- imprecò, allora, fra sé e sé l'Anselmo - boia d'un mondo ladro e che mi venga pure un cancher: me n'ero proprio dimenticato!
     In effetti, al povero Anselmo era del tutto passato dalla mente che in negozio c'erano sempre i due ospiti: a tenerli compagnia.
     E le cornacchie, ancora (quasi quasi a voler mettere il coltello nella piaga e far adirare il padrone ancor di più!):
     - Sono Getano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio!
     Alle parole che già conoscevano, gli uccelli avevano aggiunto quelle imparate di fresco: proprio una bella filastrocca, non c'è che dire!
     - Porco Dio! - prima borbottò Anselmo a voce bassissima e poi digrignò i denti. - Hanno una memoria di ferro quelle due lì e un'udito finissimo; mica gli sfugge niente, cavolo!
     Nel frattempo nel negozio entrò Giovanni Artusi, il matto di Forlìmpopoli (lo chiamavano tutti, in paese, "Giovanni dalla benda nera", per via d'una benda nera, appunto, con cui, pur non essendo affatto orbo, soleva coprirsi l'occhio destro), il quale domandò:
     - Ehi, Anselmo, hai mica un paio di bretelle di straforo da vendermi? Che i calzoni, sai, non mi stanno più dritti...
     - Senti Giovanni, - replicò l'altro, - non è momento questo: torna nel pomeriggio che vedo se posso aiutarti. Torna più tardi, dai, ho da fare adesso!
     Anselmo era ancora arrabbiato, e non poco, con sé stesso: per le parole nuove che Cric e Croc avevano imparato...suo malgrado. Ma l'Artusi, però, dal suo canto non la prese per niente bene (evidentemente!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!   - urlò il matto ed andò via incazzato nero.
     - Sì, d'accordo: ora me lo segno così non lo dimentico. - replicò sarcasticamente Anselmo. - Fai bene, sai, a scappar via perchè oggi non è proprio aria!
     Nel frattempo, però, gli uccelli erano saltati fuori dalla gabbia, mettendosi proprio alle spalle di Anselmo ch'era in piedi dietro il banco e che, da par suo, non s'era avveduto di nulla. Non appena si voltò venne  colpito di getto dalle loro parole (quasi come fossero pietre scagliate da una catapulta!).
     - Bestia, ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!
     - Ma chi me l'ha fatto fare? - esclamò allora Anselmo dentro di sé. - Mio padre, bontà sua, mi ha lasciato una bottega ben avviata, pure un piccolo gruzzoletto con cui andare avanti...dovevo  proprio prendere quelle due lì? Boia d'un mondo lader!
     Le cornacchie, intanto, dal retrobottèga, quasi a volersi prendere giuoco dell'uomo, ripeterono all'unisono: - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     In effetti, le dolci e gentili creature avevano imparato la tiritera per intiero: ossia, alla fine delle parole precedenti avevano aggiunto quelle nuove, come sempre; facendolo in maniera metodica e quasi maniacale: sembrava, insomma, come se seguissero un piano prestabilito, diabolico e ben costruito, forse...quasi umano!
     Passaron così alcuni anni: stancamente e noiosamente, per l'Anselmo, la vita scorreva, seppur - come al solito - in maniera semplice e dignitosa. Venne un'estate, fu quella del 1932, quando cadeva l'anno 10° dell'era fascista (così era denominata quell'epoca iniziata, entrata in "vigore" dalla marcia su Roma in poi). In paese fervevano i preparativi per il grande evento o "giorno dei giorni" (da tutti veniva così chiamato), probabilmente più importante dei sabato fascisti che avevano luogo durante il corso dell'anno: di lì a poco, infatti, sarebbe arrivato in visita il podestà di Forlì Aristide Rampini. Il suddetto, originario di Lugo di Romagna, la cittadina in provincia di Ravenna che aveva dato i natali a Francesco Baracca, eroe dell'aria nella Grande guerra (la moglie, invece, a tutti nota in paese come l'Adalgisa, una bruna con le enormi tette, era invece nata a Luzzara, nel reggiano, capitale del pesce gatto in padella e delle anguille con piselli e polenta), era un tipo arcigno e tutto d'un pezzo (sulla fiancata destra dell'auto con cui solitamente si spostava, una vecchia Alfa Romeo GS marroncino, guidata dal fido autista Manlio, erano incise le seguenti tre parole: "credere, obbedire, combattere!"; ovvero, la sintesi ideale del vero fascista che richiama la mitica figura del guerriero, pronto a tutto per difendere lo stato e il suo capo); carissimo amico, tra gli altri, del ras di Ferrara Italo Balbo e di tutta la cricca ferrarese. Era, il Rampini, un cosiddetto "fascista della prima ora": di quelli, cioè, che avevano sposato la causa sin dall'inizio...(da) subito (o quasi), ed indossato la camicia nera. Il giorno della visita correva di sabato e Anselmo, come suo solito, si alzò più tardi (il negozio era chiuso, come ogni fine settimana e nei giorni di fiera), verso le nove-nove e trenta: appena in piedi, però, si ricordò di aver lasciato aperta la finestra del negozio (quella che da su una strada secondaria); decise, tuttavia, di tralasciare il fatto: ci avrebbe pensato il lunedì seguente.
     Il Rampini, dal canto suo, arrivò in paese alle undici e trenta. Dopo aver pranzato, alle tredici in punto salì sul palco, allestito già dal giorno prima, di fronte alla rocca nella piazza Garibaldi: al suo fianco la moglie ed il fior fiore del fascio emiliano-romagnolo, dal Guzzanti al Corridoni, dal Malinverni all'Arpinati di Bologna e lo stesso Balbo; ospiti d'onore il ras di Cremona Farinacci e quello di Trieste Giunta, a far le veci del Duce.
     La piazza era gremita da oltre ottocento persone (molte venute anche da fuori provincia), tenne un discorso di ben mezz'ora. Al termine della cerimonia la compagnia si recò in visita alla rocca trecentesca eppoi agli altri monumenti. Verso le diciannove-diciannove e trenta andarono di buon grado tutti insieme ad ingozzarsi al Principe, locanda-albergo in viale Bologna, al centro del paese. Dopo cena il podestà preferì salire subito in camera, insieme alla moglie (alloggiavano in camere separate, sullo stesso piano, l'una di fronte all'altra): si addormentò con la finestra aperta. Verso le due e tredici, mentre russava talmente forte da somigliare ad una locomotiva a vapore, sul davanzale della finestra si posarono improvvisamente le cornacchie di Anselmo, le quali erano volate via dalla finestra del negozio che lo stesso aveva lasciato aperta, distrattamente. Gli uccelli cominciarono a gridare:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Ricordati che devi morire! 
     Quelle grida svegliarono di soprassalto il Rampini che, spaventato, si alzò dal letto e, dopo aver afferrato la rivoltella dal comodino, si avvicinò alla finestra. A voce alta esclamò: . Maledizione, sto ancora dormendo o son desto? Ma no, sono sveglissimo eppure mi  è sembrato d'aver udito...- si bloccò un attimo, quindi riprese a parlare - Non ho mica le traveggole, per Dio!
     L'uomo, così, puntò la pistola contro le cornacchie che gridarono ancora:
     - Sono Gaetano Bresci, l'anarchico. Guarda come li faccio fuori tutti. Morte al fascio. Bestia, ricordati che devi morire!
     - Non mi ero sbagliato, boia d'un cane cieco! - esclamò l'uomo. - Siete proprio voi che avete parlato; andate via, bestiacce, prima che vi impallini io e...
     A quel punto il Rampini si bloccò; corse sul letto e vi si adagiò, lentamente: era stato colto da un malore!
     L'Adalgisa, intanto, anch'essa svegliata dal trambusto, fece per entrare nella stanza del marito. Lo vide, disteso sul letto, e gridò:
     - Cielo, Aristide, cosa ti è successo?
     Quello, però, non rispose. Aveva gli occhi di traverso e la lingua penzoloni dalla bocca: sembrava più morto che vivo! Lo portarono in ospedale, a Forlì, i medici li dissero: - E' stato fortunato, eccellenza, trattasi di un lieve attacco di angina!
     Il Rampini, infatti, dopo alcuni giorni in osservazione nel reparto di cardiologia, fu dimesso. Da allora, però, non fu più lo stesso uomo: meno arcigno diventò e, soprattutto, meno...molto meno "tutto d'un pezzo"!
     Le cornacchie, nel frattempo, dopo la "spedizione punitiva" contro il podestà, erano rientrate, per così dire, alla base, cioè, alla stessa maniera in cui erano volate via: dalla finestra lasciata aperta dal loro padrone. Il lunedì seguente Anselmo riaprì regolarmente il negozio, si ricordò della finestra aperta e la richiuse, ma mai seppe di quanto era accaduto: gli uccelli, infatti, erano al loro posto, nella gabbia nel retrobottèga...in riga come due provetti attendenti, e pronte a fare il loro dovere di discrete origliatrici.
     Quaranta giorni dopo, però, ormai sul far dell'autunno, un giovedì, mentre un violento temporale era intento a tormentare il cielo sopra Forlìmpopoli ed i poveri vigneti delle campagne circostanti, accadde ancora l'imponderabile: gli uccelli, d'improvviso, volaron via, dalla stessa finestra della volta precedente. Tutto successe proprio mentre Anselmo, ironia della sorte, serviva una cliente estremamente particolare: l'Adalgisa, moglie del podestà, venuta in paese per far compere.
     Quando Anselmo ebbe finito di servirla, il temporale stesso cessò (nel frattempo s'era fatta la "mezza" e le campane della chiesa di San Ruffillo risuonarono quattro volte: forse, chissà, il sagrestano Gipo aveva sbagliato a far di conto!), ma era uno di quelli veramente speciali, ossia tutti ammantati di un non so che di misterioso...che lasciano nell'aria, subito dopo, qualcosa. Fu così, infatti: un arcobaleno ridondante di luce e di colori, un profumo intenso di mosto selvatico, di quello che soltanto la campagna di Romagna e della bassa sanno dare!
     Anselmo andò nel retrobottèga e si accorse della fuga delle cornacchie. - In fondo, - pensò dentro di sé, - è giusto così, perchè i colori non si possono imprigionare né tenere in gabbia (il colore azzurro delle cornacchie, infatti, è quello del mare, del cielo e della libertà), loro sono come le idee: nessuno mai potrà farlo!

    da: "Storie e racconti della bassa".

    Taranto, 10 marzo 2017.
     
     

     
     
     

  • 09 luglio alle ore 5:08
    Sulla riva andante del lago Bakunino

    Come comincia: Dialogo breve tra l'anima Caronte - di un morto - ed il morto Estragon - da trasportare; liberamente ispirato e tratto da: "Aspettando Godot", di Samuel Beckett.

                                                    =Personaggi=
    +Caronte=l'anima di un morto;
    + Estragon=il morto;
    +il bardo;
    +il filosofo cieco (Andromedo).

    Caronte     Allora che cosa aspettiamo? Andiamo: l'ora è già buona!
    Estragon   Aspettiamo ancora un po': è meglio così. A volte ritornano; aspettiamo di                          sapere: se qualcuno verrà e cosa ci dirà. Qualcuno, sì, penso proprio che                        verrà.
    Caronte     Chi?
    Estragon   [Loro]...I morti a volte ritornano (...almeno loro!). E'meglio così che                                    aspettiamo.
    Caronte     Sai, amico mio, credo che nessuno mai ritornerà da lì, dall'altra sponda. I                        morti: no, di certo...Non sono sicuro di niente, di ciò che dici; del "ritorno"                        come tu parli. Non sono sicuro (mai) di niente: ho visto tanto nella mia vita,
                      ormai! Forse le anime [dei morti] ritornano, a volte. Non sò: mai, però, mi è
                      capitato di vederne una. Dai, su, andiamo.
    Estragon   Non aver fretta, caro amico mio. Ti prego, dai, non avere fretta. Non bisogna                    mai averne nella vita: che la fretta...mai porta (di) buono, niente!
    Caronte     Va bene, va bene. Allora aspettiamo ancora un po'.

    Breve pausa. I due rimangono immobili, le braccia appese, il mento sul petto e le ginocchia piegate. Ad ascoltare il silenzio: grottescamente in attesa. Dopo di che...(ovvero, qualche minuto più tardi).

    Caronte     Dai, su, andiamo: che l'ora è già buona da un pezzo. Andiamo.
    Estragon   Sssssssss! Non senti anche tu uno strano fruscio, laggiù tra i cespugli?
    Caronte     Non sento nulla: eppure non sono (mica) privo di udito!
    Estragon    Senti? E' sempre più forte.
     
    I due - all'unisono - tendono l'orecchio. Caronte perde l'equilibrio e quasi cade. Si aggrappa al braccio destro dell'altro che, a sua volta, barcolla. Rimangono per qualche momento in ascolto...(ancora) del silenzio, abbracciati l'uno con l'altro  e gli occhi negli occhi. Poi...

    Estragon     Eccolo!
    Caronte       Chi?
    Estragon     Sssssssss! Ma...è soltanto un piccolo gatto bianco!

    (Sospiri di sollievo di entrambi. Distensione. Si allontanano l'uno dall'altro). Poi riprendono a parlare.

    Caronte      Mi hai (quasi) spaventato: per un attimo, sai, ho creduto...Anche io ho                             creduto a qualcosa; credevo fosse proprio nero: è invece...
    Estragon     Vedi che anche tu, quando vuoi: allora non sei proprio un maledetto                                  lurido bastardo miscredente! Sei recuperabile!
    Caronte       Ma è stato un attimo, sì un attimo soltanto: ho creduto...sono bastardo                            dentro io!
    Estragon     Sì, lo so quello che sei, amico. Hai creduto che fosse lui?
    Caronte       Chi?
    Estragon     Hai creduto che fosse lui? Che fosse qualcuno?
    Caronte       Ma no, dai, che dici? Ho creduto soltanto per un attimo...Nessuno.                                  Andiamo che l'ora è (già) buona da un bel pezzo, ormai. I morti non                                ritornano mai, forse - chissà - le anime, quelle dei morti a volte, quelle che                      nessuno ha voluto o quelle che non trovano pace neanche dopo la morte:                      ma...non so, non sono sicuro di niente. Ficcatelo per bene in quella testa                        vuota che hai: anche tu, amico, hai la testa uguale alla mia, sai? Andiamo!   Estragon     No, aspettiamo ancora un po': magari fino alle tre e poi andremo, se                                vorrai.
    Caronte        Aspettiamo ancora un po' allora.

                                             =Post dialogo
    il bardo ne: l'appello (degli appelli)  Tappezziamo la realtà di buchi neri: per modo che                       la mente vi si possa dentro infilare, (e) vagare - colà - alla cerca della via                         d'uscita.
    il filosofo cieco (Andromedo) ne: il post-appello  Il tempo è illusione: tutto è illusione; il                       tempo trascorre ma tu puoi solo rincorrerlo, invano! - Il tempo gira su se                           stesso - mi disse una volta un monaco buddista di nome Zarathustra, - ma
                       ogni momento possiede in se il suo senso...Nessuno torna, loro non                               tornano indietro dal viaggio.
     
    Taranto, 27 febbraio 2017.
     

     

  • 06 luglio alle ore 4:01
    Un sillogismo aristotelico

    Come comincia: "Shakespeare sta all'animo umano ed al cuore dell'uomo come Leopardi sta al suo subconscio ed al suo dolore"

                                               = Spiegazione =
     Se Shakespeare é stato (definito) il "poeta dell'animo umano" per eccellenza, colui - cioé - che più (e meglio) di ogni altro abbia cantato, narrato e scritto sull'uomo e i suoi sentimenti e le sue pene d'amore (perdute o meno che siano!), sull'uomo ed i suoi intrighi ed i suoi sbagli, sull'uomo e le sue virtù e le sue debolezze; mettendone pure a nudo la sua quint'essenza e la sua vera natura, scavando - e scandagliando -  all'interno del cuor suo, sezionandolo (l'uomo) e "vivisezionandoli" (il cuore e l'uomo) da ogni lato e da ogni sfaccettatura possibile ed immaginabile per estrapolarne di volta in volta il meglio ed il peggio, Leopardi, invece, é stato il "poeta del profondo" dell'uomo: che ha sì scavato anch'esso nel suo subconscio e nella sua interiorità, nel suo estremo substrato e nel suo lato più oscuro e recondito, ma trovandovi soltanto paure, angosce,  dubbi, perplessità, incertezze, ed amarezze, ed ossessioni. Il recanatese é stato colui che più (e meglio) d'ogni altro si sia fatto carico dei dolori interiori suoi e dell'umanità intera, portandone sulle deboli sue spalle (e fragili) di uomo il fardello, a volte pesantissimo ed a volte insopportabile, ma facendolo pur sempre con dignità, forza e coraggio.
     Entrambi (Shakespeare e Leopardi), a mio modesto avviso, furono, però, pur sempre "inguaribili romantici ottimisti": entrambi, infatti, amarono (seppure in maniera differente l'uno dall'altro) fin troppo la vita; e l'amarono così tanto da non averla potuta odiare!

    Taranto, 14 ottobre 2013. 

  • Come comincia:  La tigre Arshan (in lingua indi sta per "veloce come il vento") era uno splendido esemplare albino di quasi duecentocinquanta chili: ma era anche il terrore del Sundarbans perchè aveva ucciso già cento uomini e sbranato venti bambini nei villaggi lungo la foce meridionale del Gange, guadagnandosi la triste nomea di spietata mangiatrice.
     In una stellata notte, ma illune e umida, di fine autunno, dopo aver camminato per ore nella foresta alla ricerca di cibo, l'animale giunse nel piccolo villaggio di Kalipur: poco più di trecento anime, la metà delle quali dedite alla pesca.
     Tutti dormivano e la tigre, ormai stanca, entrò nella capanna di Vijay, un vecchio pescatore di anguille dai capelli bianchi: il più vecchio di tutti nel villaggio! Aveva fame ma, stranamente, si adagiò per terra e si mise ad osservare il vecchio che dormiva, quasi con ammirazione; dopo circa mezz'ora anche essa si addormentò.
     Al mattino presto il giovane Ramesh, che aiutava Vijay nella pesca, sopraggiunse dal vecchio ed entrando nella capanna lo vide ancora dormiente al fianco della tigre: tra sorpresa e spavento lo svegliò, cercando di non far rumore.
     Il vecchio, che non si era ancora accorto della tigre, quando la vide addormentata prese per mano il ragazzo e lo condusse fuori, dove li disse:
     - Ramesh, corri dal mio amico Diba e digli di venire subito quì, da me...col fucile ed almeno tre uomini!
     Il ragazzo subito obbedì ed andò mentre nel frattempo, però, il vecchio si era già nascosto nella fitta sterpaglia adiacente la sua capanna. Gli uomini (Diba e altri tre) sopraggiunsero insieme a Ramesh, come aveva consigliato Vijay, dopo qualche minuto (che al vecchio, però, erano sembrati un tempo eterno!): imbracciando dei vecchi moschetti. Vijay con un fischio li chiamò, si avvicinarono al vecchio e quello disse al suo amico Diba:
     - La tigre è ancora nella capanna che dorme ma...tra un pò, vedrai! E' Arshan, credo.
     Tutti nella zona la conoscevano (o meglio, avevano sentito parlare delle sue drammatiche gesta: le notizie si diffondevano di villaggio in villaggio come un tam tam rullante ed impazzito!), ma mai nessuno, però, l'aveva vista così da vicino...in carne ed ossa, a Kalipur!
     - Ma quanto è grande? L'hai vista bene? - domandò Diba.
     - E' enorme, quasi duecento chili, forse anche più...- rispose il vecchio.
     Dopo un attimo di silenzio Vijay riprese a parlare e chiese a sua volta:
     - Sono carichi i vostri fucili? Funzionano bene?
     - Sì, sì, non temere! - rispose fiducioso Diba. - Perchè se no li avremmo portati? E sono pronti a sparare, se ce ne fosse bisogno...Anche le pallottole, vedi, sono sempre all'erta come noi altri!
     Ramesh nel frattempo era corso verso le altre capanne ad avvertire il resto del villaggio di ciò che stava accadendo. Intanto Diba ed i suoi uomini si avvicinarono alla capanna di Vijay ma prima di entrare, per alcuni istanti, tra loro si guardarono negli occhi come a dire...Diba entrò per primo, col fucile spianato; poi lo fecero gli altri. La sorpresa, però, e lo stupore, furono grandi quando i quattro si accorsero che non v'era traccia di niente e (di) nessuno; la tigre si era sorprendentemente volatilizzata!
     - Ma dov'è? Dove è andata, maledetta? - disse Diba e uno di loro (il più corpulento ma anche il più pallido in volto), da par suo esclamò:
     - Bombidi ha provveduto, è stata lei con la sua mano santa...
     Bombidi, lungo la estrema riva meridionale del fiume Gange, e soprattutto nei piccoli villaggi di pescatori, è la dea più venerata e "riverita": secondo varie leggende e credenze popolari, tramandate oralmente nei secoli, essa infatti ha sempre protetto gli  uomini e le loro abitazioni, in questi luoghi, dalle scorrerie delle tigri. A volte è stato proprio così, ma tante (tantissime) altre invece no!
     Diba e gli altri tre, a quel punto, uscirono dalla capanna di Vijay e si inginocchiarono a pregare. Nel frattempo sopraggiunsero altri uomini ed anche molte altre donne coi loro bambini, portati in braccio o tenuti per mano: tutti avvertiti da Ramesh. Il vocio si mischiava alle urla di gioia, alle imprecazioni: sembrava la stessa confusione e la stessa disordinata animazione ed eccitazione dei giorni di mercato a Calcutta o a New Delhi. Molta gente, infatti, s'era inginocchiata a pregare, altri ancora invece si abbracciavano, ridevano, sbraitavano o cantavano festanti, e se alcuni ritenevano di averla scampata bella questa volta, proprio tutti quanti erano consapevoli della grande fortuna toccata al vecchio Vijay, nonchè di qualcos'altro...la mano santa di Bombidi!
      Vijay si avvicinò così alla gente e prese a parlare, visibilmente emozionato.
     - Sono stato molto fortunato, lo so; come so che molti di voi lo pensano e ne vanno contenti. Vi ringrazio della vostra gioia per me, per ciò che... - il vecchio si interruppe per un solo attimo e poi riprese: -  che siate felici per quello che non è accaduto!
     - Certo, Vijay, certo! - Si levò una voce anonima tra la gente. - Tu sei uno di noi, un pescatore come noi: un buon pescatore, un uomo buono!
     Il vecchio allora ricominciò a parlare, ancor più emozionato di prima:
     - Sono contento, sì, ma devo dirvi, amici, una cosa importante, che la tigre non è stata fermata da nessuno neanche da Bombidi...la tigre è stata fermata dal colore dei miei capelli!
     - Ma cosa dici mai, Vijay? - esclamò Diba che gli stava accanto.
     - Sì! Sì! Cosa dici, amico? - fecero in coro gli altri ed il vecchio replicò:
     - Dico che la tigre è stata fermata dal colore dei capelli e dalla mia età: proprio così, credetemi! Io penso che le tigri, forse senza volerlo, chissà, e senza sapere il perchè lo facciano, rispettino la vecchiaia. - A queste parole, le ultime pronunciate dal vecchio, nessuno replicò: tutti si ritirarono alle loro capanne o tornarono di buon grado alle loro faccende.
     Dopo di allora il villaggio di Kalipur non fu più "visitato" da Arshan, la grande tigre albina, nè da altre tigri, mentre nei villaggi vicini le scorrerie assassine di grossi felini si susseguirono, nei tempi seguenti, con sempre più sorprendente (anzi, del tutto inspiegabile!) regolarità: a Kalipur, infatti, giungevano spesso notizie di atroci episodi. Dopo di allora Vijay, il pescatore di anguille, diventò per tutto il villaggio "il vecchio dai capelli d'argento".

    Taranto, 10 ottobre 2016.
     

  • Come comincia: Ieri sera, come tutti i venerdì del corrente anno, feste strane e bagordi d'ogni tipo all'UFO, noto club psichedelico dell'East-side londinese, in Tottenham Court Road, al civico 86, in cui si esibiscono da qualche tempo vari gruppi della scena musicale underground tra cui Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Tomorrow ed altri meno noti. E fin qui nulla di nuovo. La notizia, grave e ridicola allo stesso tempo, è questa: arrestato il ministro degli Interni Arthur Coombs-Newton, trovato in possesso di ben trenta grammi di pura canapa indiana, di quella buona (a detta di molti presenti ed esperti dell'argomento!).
     - Si vedeva ad occhio ch'era buona, anzi, di quella super - ha dichiarato Jane Luxbury, diciannovenne presente alle feste ed alla musica della serata!
     L'altra notizia, forse ancor più stra...curiosa della prima (meglio sarebbe dire che si tratta di una notizia nella notizia, l'una, cioè, più clamorosa dell'altra!) è che il caro nostro ministro teneva ben nascosta la "roba" nell'elastico interno che reggeva le sue calze da...donna: sic!
     - Il ministro, - ha raccontato alla stampa il portavoce della polizia, John Newcombe, nella successiva conferenza stampa, - indossava biancheria intima femminile di chiara provenienza parigina. -
     Il tutto è stato appurato nel corso dell'ispezione, effettuata alla presenza dell'avvocato Brixton James, del foro di Chelsea, nella sala interrogatori del IV° commissariato.
     Notizia nella notizia, come scritto: curiosa, scandalosa e drammatica al contempo!
     Voglio concludere il mio pezzo in questo modo: ahi! ahi! caro ministro; certe cose non sono per membri rispettabili del governo, queste cose è meglio lasciarle fare a quelli  che sono abituati a farle, a gente come Arnold Layne. Queste cose, semmai, si fanno soltanto sulla parte "oscura" della luna!
    (Notizia - immaginaria - elaborata da una notizia - vera - apparsa il 28 gennaio 1967 sulla fanzine underground International Times).

                                                = Note musicali a margine =
     Il 15 ottobre del 1966 "International Times", il primo giornale underground europeo, venne lanciato con un grosso party musicale alla Roundhouse di Londra. I Pink Floyd suonarono davanti a duemila persone proiettando speciali diapositive su di loro e sul pubblico.
    Nel gennaio del 1967 Joe Boyd, direttore musicale dell'UFO, produsse il primo 45 giri dei Pink Floyd, "Arnold Layne", un pezzo di Syd Barrett: parla di un travestito e pervertito che ruba biancheria femminile nelle lavanderie a gettone. Le principali radio pirata dell'epoca, Radio London e Radio Caroline, si rifiutarono di passare il brano: ufficialmente per eccesso di prudenza, da parte di due emittenti ch'erano pur sempre fuorilegge, ma secondo alcuni a causa del rifiuto dei discografici a pagare adeguata "mazzetta"!
     Infine, da notare ancora, che sempre alla Roundhouse si tenne, nel dicembre dello stesso anno, un festival della poesia, in cui si esibì, tra gli altri, il poeta newyorchese Allen Ginsberg. 

    da: "Quaderni psichedelici", 2017.

  • 12 giugno alle ore 12:37
    Strani incontri a...Zanzibar

    Come comincia: Dopo il tempo delle frappe e delle chiacchiere (o: stranezze di Candelora)

    Andando - che me n'andavo - a zonzo per le strade (stregate) dalla luna di Zanzibar, mentre nulla facevo se non che ruminar sui pensieri miei, d'improvviso ch'era - sì d'un botto - anzi, d'un tratto (a bella prima) in un bar sito lungo i bordi d'un ampio e solitario boulevar(d) il ramingo fantasma del poeta Zanzotto incontrai; il quale, esso, mi riconobbe (ci eravamo frequentati, quando lui era in vita, in alcuni salotti del Veneto bene, che lui, però, detestava e frequentava soltanto per "facciata"!), mi fermò e mi chiese:
     - Ehi, "straniero" (mi chiamava così: lo faceva benevolmente, con fare paterno!), come ti va la rima? Scrivi ancora poesie? 
    Al che io, di rimando in questa (ch' è proprio codesta e non...qualcun altra!) maniera,  così li risposi:
     -Non c'è male, grazie tante sua eccellenza, sua eminenza, sua...mmm; anzi, meglio di prima!
    Lui [il poeta: anzi il fantasma del poeta!], allora, mi fissò per qualche istante e poi, con burlonesca aria e divertita, esclamò:
     - Ma vaffan...quale eminenza (del cavo...), quale eccellenza (sì, del caz...); ma dai su, amico mio, lasciamo stare i convenevoli e gli appellativi: vieni con me che ti offro da bere! (Pur essendo un fantasma, adesso, il "maestro" non aveva perso la sua genuinità ed il suo essere...alla mano!).
     E così fu: entrambi prendemmo posto intorno ad un tavolino del bar su nominato (non so il nome, però, visto che non aveva insegne) e ci intrattenemmo a parlar del più e del meno. E, per la cronaca, strada facendo (ossia: per trascorrere meglio quelle ore) ingurgitammo i seguenti malsani liquidi: otto birre da tre quarti "bevi&zitto",  quattro aperitivi "a digiuno prima dei pasti", dieci cocktail "strizzacervello, rompipalle"... - Alla faccia del bicarbonato di sodio! - avrebbe probabilmente detto la buona anima di un principe.
     Il fatto strano, però, quello ancor più strano di questa pur stranissima vicenda, fu questo: entrambi [io ed il poeta, anzi, il suo fantasma] sopravvivemmo al nostro parlottio e, soprattutto, restammo del tutto sobri e vegeti dopo gli annessi (e connessi) che n'erano seguiti.
     Nel frattempo s'era fatta alba. Io e Lui ci salutammo ed ognuno di noi riprese ad andare per la sua strada, ovvero: io, a camminare a zonzo - e solitario - per le strade di Zanzibar, lui a fare il poeta, cioè, il fantasma ramingo del poeta!

    Taranto, 16 febbraio 2016.

  • 10 giugno alle ore 18:34
    Sono diventato comodamente intorpidito

    Come comincia: Divagazioni floydiane...intorno a una canzone
    da: Comfortably Numb
                                                                       all'amico Syd (principe della scena psichede-                                                                     lica londinese degli anni sessanta).
                                                                       Ricorda quando eri giovane
                                                                       Splendevi come il sole
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante
                                                                       Ora c'è uno sguardo nei tuoi occhi
                                                                       Come i buchi neri in cielo
                                                                       Continua a risplendere, pazzo diamante. 

    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: lo sai? Sono stato ad un passo dal baratro, proprio laddove qualcuno, anni addietro, predisse sarei stato leggendomi la mano; lo so: lo sai?
    Ma tu, caro fratello, e tu, dolce sorella; voi due che non lo siete e di certo siete più lucidi e veri di me: siete sicuri di saper e poter ancora scegliere? Siete sicuri di poter e saper fare ancora la cosa giusta? Siete sicuri di camminare sulla strada giusta, di percorrere la strada giusta? Allora [fratello e sorella], siete proprio sicuri di tutto questo?
    E lo siete anche di saper o poter distinguere una cosa dall'altra? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete? 
    Nella vita è tutta una questione di colori: di bianco e di nero, di rosso e di blu, di giallo e di verde; il resto son soltanto sfumature: di grigio!
    Allora, siete sicuri di saper ancora distinguere una cosa dall'altra? I sogni dalla realtà, la verità dalla menzogna? Il paradiso dall'inferno? Un tramonto vermiglio da un fiore irto di spine o da una rosa purpurea? Un'eclisse di luna da un black-out del vostro cuore? Una calda carezza amica da una gelida coltre di nebbia o da una bastarda notte di dicembre che rapisce i vostri pensieri? Una dolce brezza estiva da un'oscuro presagio? Allora, fratello e sorella, pensate di riuscire a distinguere, pensate davvero di riuscirci? Non è facile, lo so: lo sai, lo sapete?
    Io sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco, tuttavia, nel mio torpore, ancora a scegliere e a distinguere; a scegliere e a distinguere insieme: sicurissimo di saperlo fare!
    Sono diventato comodamente intorpidito, lo so: ma riesco ancora ad ascoltare la "voce" del vento, a sentirla sibilare nelle mie orecchie e toccare il mio cuore; a sentirla battere sulla mia faccia come fosse un tam tam impazzito; riesco ancora a sentirla sulla mia faccia come una stilettata di notte colpire il tuo sonno e violare i sogni; riesco ancora ad addormentarmi e a risvegliarmi: sicuro di esser vivo...e se la mia testa, però, verrà travolta dal tempo, dall'impietoso scorrere di quel vecchio "spilorcio", io penserò di non esser mai nato!

                                                                                          Con precisione casuale
                                                                                    Hai cavalcato la brezza d'acciaio   
                                                                                 Avanti, gaudente, visionario
                                                                                     Avanti, pittore, pifferaio
                                                                                     Prigioniero, splendi. 

    da: "Quaderni psichedelici, 2017"

  • 25 dicembre 2018 alle ore 19:59
    Il fantasma del tenente francese

    Come comincia:                                                                                                                                           Il  fantasma della sua donna vide il tenente Francois Deleçour seduto che era, a scrutare il cielo, sul molo "13" di Durbanville in una notte stellata di tanti, tantissimi anni orsono. Il tenente aspettava la sua nave, l'Hesperance, un piccolo cargo che aveva battuto tutti i mari del globo, su cui si sarebbe imbarcato per terre lontane.
    La sua donna - una bellissima "rossa" di nome Sophie - era morta di colera anni prima a Zanzibar: mentre i due erano insieme in vacanza.
    Apparve quella sera al tenente: portava, come al solito, i lunghissimi suoi capelli sciolti che erano solcati dal vento caldo di scirocco, portava una sottoveste leggera e trasparente di nylon rosa che ricopriva i suoi bei seni turgidi; e sembrò andasse incontro al suo amato.
    Il tenente, mentre aspettava la sua nave, la vide per un attimo...nulla più!
    Quell'attimo, però, quella visione quasi istantanea (durata appena un pò!) li bastarono: il giovane, infatti, cambiò subito idea; egli non avrebbe più preso la nave per partire lontano...
    Tornò a casa e dall'indomani riprese a fare quello che aveva sognato di fare sin da bambino e che poi, per un motivo o per un'altro, per un contrattempo o un incidente di percorso (come le guerre combattute contro gli inglesi e contro i boeri) che lo avevano bloccato, per una indecisione o un tentennamento che li avevano "tarpato" le ali a più riprese, aveva smesso di fare: il musicista, suonatore di arpa birmana e di violino classico.
    Da allora, cioè da quella notte di agosto al molo "13", il tenente non "rivide" più Sophie, l'amata di un tempo ma visse, però, la sua vita: nel modo in cui aveva sempre desiderato fare!

    Taranto, 18 marzo 2017. 

     

     

  • 21 dicembre 2018 alle ore 15:57
    Frammenti di follia (per non dimenticare)

    Come comincia: "La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull'altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei sette comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando su carri a buoi e su muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore".
    (da: "Un anno sull'altipiano", di Emilio Lussu, sulla disfatta di Caporetto, 1917). 

  • Come comincia: La principessa Salim spesso osservava, dal balcone della sua reggia, la montagna incantata rossa che si stagliava enorme di fronte a lei; essa, però, quando lo faceva si rattristava tantissimo: pensando al giorno in cui sarebbe dovuta andare via, in una lontana terra straniera; pensava, cioè, che non avrebbe più rivisto quella "meraviglia della natura": visione paradisiaca ed inquietante assieme!
    Ed un giorno, infatti, quel giorno arrivò: quando che la principessa sposò il suo principe ed andò via con lui lontano.
    Quello stesso giorno , però, anche la montagna incantata andò via, a suo modo: un'ora prima dello scoccar di mezzanotte, infatti, corse dapprima un vento fortissimo tutt'intorno a lei e poi franò per intero in poco più di un attimo!

  • 12 novembre 2018 alle ore 4:37
    Le terre di Lothian e gli antichi guerrieri

    Come comincia: Anticamente le lontane terre di Lothian erano abitate da cuori impavidi che non temevano le forze del male, le tenebre e la morte.
    Erano i guerrieri di quelle terre, laddove non sorgeva mai il sole. Essi lottavano contro i draghi Kimono delle caverne ed i maghi Kayleigh, malvagi incantatori di farfalle a pois nere e...cacciatori dei cuori delle giovani fanciulle vergini; oppure contro le streghe Lavender, che vendevano agli abitanti pozioni magiche avvelenate per rubarne poi i loro cuori.
    Quei guerrieri lottavano contro chiunque e ogni forza - visibile o invisibile, oscura ed arcana - tutti i giorni dell'anno d'ogni anno, per difendere la libertà di quelle terre e di chi le abitava.
    Ma un giorno ogni guerriero andò via da quelle terre, tutti si spostarono per andare ancora più a nord, ai confini più desolati dell'estremo nord, più vicino al mare di nessuno.
    Le terre di Lothian così, quelle terre così accanitamente difese per anni, decenni e secoli d'improvviso rimasero incustodite. Infatti, furono invase dal male e dominate, per altrettanti anni, secoli e decenni dai cattivi maghi e dalle altrettanto cattive nonchè subdole streghe...
    Oggi quelle terre lontane non ci sono più: furono sommerse durante un natale di tantissimi decenni fa, il loro ultimo natale, da un cataclisma di pietre e di fuoco piovuto dal cielo; ma gli antenati di quei remoti cuori impavidi, appartenuti ad antichi guerrieri, i quali abitano (in) altre terre, altrettanto remote e lontane delle terre di Lothian, ricordano quelle valorose gesta: raccontandole ai loro figli ed ai figli dei loro figli...per non dimenticare mai!

    Taranto, 2 settembre 2016.

  • Come comincia: Ho riascoltato ieri, alcune volte, il brano "Bocca di Rosa", di Fabrizio De Andrè: scritto e 
    composto da lui stesso ed arrangiato da Gianpiero Reverberi.
    La storia di Bocca di Rosa, credo - e spero - la conosciamo tutti: è la storia di una donna di facili costumi, una puttana (o una troia, o una battona: a seconda delle latitudini, vengono così brutalmente apostrofate...ma tutti si dimenticano che sono donne, esseri umani come tutti gli altri!) che arriva, un bel giorno senza data, in un fantomatico paese della provincia nostrana (Sant'Ilario): è comincia a prostituirsi, anzi, a concedersi a tutti; il bello della storia (per alcuni, però, forse è il brutto!) sta proprio nel fatto che la suddetta lo fa in uno strano modo; lo fà, stranamente, senza farsi pagare; lo fà per passione, appunto! 
    Sta proprio quì, l'inganno, ma no, l'inghippo della storia, ciò che mette il pepe al culo alla gente, ciò che non va giù ai benpensànti, ai savi, ai sensati, ai timorati di Dio: che una puttana si conceda a tutti, no per denaro ma perchè li và di farlo!
    Capite Signori, qual'è il nocciolo della questione: non è il fatto che Bocca di Rosa eserciti la professione più antica del mondo, ma il fatto di cui sopra detto, che lo faccia senza farsi pagare.
    Io sono un anarchico, per mia libera scelta, anzi, sono un anarchico sui generis, visto che da alcune settimane oso definirmi un comunista-anarchico (non mi frega niente se non vado a genio nè ai comunisti, nè agli anarchici: ho scelto così, superando, dopo quasi quarant'anni le barriere ideologiche che mi bloccavano, facendo finalmente parlare - merito di una donna con cui sto chattando su un sito di incontri - il mio cuore!), e sono - ahimè! pure un romantico: per questo motivo sto, e starò sempre dalla parte di Bocca di Rosa; cioè, dalla parte dell'AMORE vero, quello che si dà senza chiedere nulla in cambio, quello che si dà a tutti senza chiedersi il perchè, incondizionatamente e senza doppi fini, senza fare calcoli o compromessi di sorta...alla faccia dei preconcetti, dei pregiudizi o quant'altro; alla faccia dei bigotti e dei benpensanti: di coloro i quali pensano ancora che avere un crocifisso in mano ti dia il diritto di sentirti migliore di chi non lo ha, di chi la domenica fa l'amore piuttosto che andare a sentir messa. Ebbene, io Signori, sono di Taranto ed ivi abito: in un appartamento, sito all'ottavo piano - da quasi mezzo secolo - che dà proprio, udite, udite di fronte ad una chiesa, la più grande della città, la nuova concattedrale (costruita nel 1970-71 dall'architetto Giò Ponti): forse, chissà, per ironia della sorte, a voler ricordare perpetuamente, a uno come me, ateo, di essere un essere (scusate il gioco di parole!) infinatamente più piccolo e inferiore agli altri. Ebbene io, Signori, non mi sento nè più grande nè più piccolo di nessuno: io AMO,
    come tutti gli altri, AMO (in una poesia lunghissima che poi riporterò quì, su APHORISM l'ho chiaramente fatto intendere: la considero il mio "manifesto programmatico", se mi si concede il termine!) la natura, la poesia, l'arte, il bello, l'AMORE, le donne, le città, la campagna, la vita semplice... ed ancora il mare, i tramonti in riva al mare, quei tramonti vermigli e fiabeschi che ti mozzano il fiato, il cielo, le stelle, la luna, il creato tutto all'infuori di Dio; perchè tutto ciò che conta per me vive quaggiù, senza risposte di vita eterna ultraterrena, tutto, per mè finisce quaggiù, insieme all'uomo; amo tutti i paesi del mondo come se fossero i miei paesi, le mie patrie: è per questo che noi anarchici amiamo il mondo intero, è per questo che il mondo intero è la nostra patria!
    Quindi, ripeto, di non sentirmi inferiore a nessuno: soltanto per il semplice motivo di non credere in Dio, nè di non frequentare le patrie ga...pardon chiese!
    Il bello della favola, anzi, del racconto che sto scrivendo sta proprio nel fatto che io, in gioventù, sia pure stato chirichetto, che ho pure servito messa (come si diceva una volta!) e ho fatto parte dell'azione cattolica: non rinnego niente, però, del mio passato, in quanto ho conosciuto dei ragazzi fantastici (moltissimi sono miei amici nel mio profilo facebook: vedasi "Gruppo della Concattedrale"), che ancora oggi sono coerenti alle loro scelte, con alcuni dei quali spesso ci si incontra e ci si saluta regolarmente!
    Poi, erano gli anni settanta (metà-fine) ho cominciato a leggere testi diversi (non parlo solo di Bakunin) che mi hanno avvicinato all'ideologia anarchica; ho cominciato ad appassionarmi alle vicende dell'allora "movimento" (quello del '77, tanto per intenderci!)...e poi, il silenzio (politico-ideologico), inframezzato da frequentazioni maldestre (dicasi, udite, udite: Figc-Fuan, estrema destra!). La disillusione, il disincanto, il disimpegno ideologico-politico che colpì tantissimi giovani della mia generazione: la vita spensierata dei magnifici anni ottanta: irripetibili anch'essi!
    Soprattutto, però, la vita vissuta nell'ambito familiare: irripetibile, senza paragoni!
    Non è questo un controsenso, cioè un contestatore come me che esalta la vita in famiglia: la mia famiglia, come ho scritto da qualche altra parte, è stata una famiglia speciale (non lo dico perchè era la mia famiglia, ma proprio perchè lo fù, nel vero senso della parola!), una famiglia ultramoderna, già agli albori degli anni settanta, quando il ruolo dei genitori veniva messo in discussione dagli stravolgimenti socio-politici, quando il rapporto genitori-figli stava per essere capovolto, per non dire stravolto!
    La mia famiglia, invece, era un'eccezione, anzi, lo è stata in tutti i sensi: tanto che, paradossalmente, io sembravo il fascista, rispetto a loro, e loro gli anarchici; io il conservatore tradizionalista, rispetto a loro, e loro i sessantottini! 
    La mia famiglia originaria era composta da mio papà Marco, figlio della bassa reggiana-modenese, venuto in quel di Taranto a diciannove anni per cause non dipendenti dalla sua volontà (dicasi chiamata di leva: era il 1939 ed allo scoppio della guerra, come accadde per molti giovani della sua generazione, ecco il calcio nel culo...e si ritrovò sulla nave "Caio Duilio" della regia marina italiana, a trascorrere le vacanze, alias tutta la guerra!); dalla mia mamma Ada, tarantina d'oc e casalinga per quasi tutta la sua vita (tranne qualche anno di impiego presso l'allora Genio Marino); dalla zia materna Maria e dalla mia amica-sorella ANNA, colei che ha segnato indelebilmente la prima fase della mia vita (è andata via, lei, come tutta la mia famiglia: lei però, è andata via in modo speciale, così come fu tutta la sua vita, ossia lasciando il segno; per colpa di quel mostro a sette code e dieci teste che si chiama Alzheimer!).
    Ebbene, perchè la mia famiglia era speciale? I miei genitori ripetevano spesso, anzi, lo facevano sempre, quanto segue: "Luciano, fai quello che vuoi fare, dì quello che vuoi dire, và ovunque tu voglia andare purchè sia felice: e se tu lo sarai, noi lo saremo per te!". Ora, sfido chiunque a dire che una famiglia del genere non fosse ultramoderna, sfido chiunque a sostenere che una famiglia del genere andasse contestata!
    Tornando al brano di De Andrè, il grande Faber, devo rimarcare questo: Bocca di Rosa verrà cacciata dal paese in cui era misteriosamente giunta; alla stazione l' accompagnano i gendarmi ed anche il parroco: messa sul treno, però, ci si accorge che il suo viaggio di ritorno (verso dove, però, non è dato sapere!) è commovente, a tratti struggente, romanticissimo; infatti, a salutarla, in ogni stazione, diventano sempre più numerose le persone di ogni età, persino qualche prete. Tutti a salutarla con un fazzoletto rosso in mano o a lanciarle addosso un fiore, oppure, addirittura un bacio!
    Bocca di Rosa è uno spaccato di provincia italiana antico: che, però, persiste ancora oggi. Sono ancora vaste, a mio avviso (ringalluzzite, rinvigorite dagli eventi politici recenti), nel nostro paese, le sacche di miseria intellettuale, di povertà di animo e di grettezza di spirito. Ripeto, e con questo termino il mio racconto, io sto - e sempre starò - dalla parte di Bocca di Rosa, dalla parte, cioè, di tutte quelle fantomatiche Bocca di Rosa che amano senza chiedersi il perchè, pur andando contro l'ordine precostituito delle cose, pur andando contro tutto e tutti!    

  • Come comincia: In una delle sue Pensées più cupe, Pascal disse che la fonte di tutte le nostre sofferenze era l'incapacità di starcene tranquilli in una stanza.
    Perché, domandava, un uomo che ha di che vivere sente lo stimolo a trovare un diversivo in qualche lungo viaggio per mare? O a vivere in un'altra città, o a andarsene alla ricerca di un grano di pepe, o in guerra a spaccar teste?
    Scoperta la causa delle nostre disgrazie, Pascal volle anche capirne la ragione, e dopo averci riflettuto sopra ne trovò una ottima: e cioè la naturale infelicità della nostra debole condizione mortale;così infelice che, se ci concentriamo  su di essa, nulla può consolarci.
    Solo una cosa può alleviare la nostra disperazione, ed é lo svago (divertissement); eppure proprio questa é la peggiore di tutte le nostre disgrazie, perché lo svago ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta gradualmente alla rovina.
    da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.

    -  L'uomo é nato per muoversi, non per restare fermo: la sua natura é movimento.
    Blaise Pascal, Pensées.
    -  Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?
    Bruce Chatwyn a Tom Maschler, 1969.
    - Studio della grande malattia: l'orrore del domicilio.
    Charles Baudelaire, Journaux Intimes.
    - Ma i veri viaggiatori partono senz'avere né meta né ragione;da un fatale richiamo sospinti, cuori lievi come le mongolfiere, senza saper perché, dicono sempre: "Andiamo!". Charles Baudelaire, I fiori del male.
    - Soprattutto, non perdere la voglia di camminare... i  pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo...ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati...perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene. Soren Kierkegaard, Lettera a Jette (1847).
    - Robert Burton - sedentario e libresco don di Oxford - dedicò un'enorme quantità di tempo e di erudizione a dimostrare che il viaggiare non era un flagello ma un rimedio alla malinconia, ossia agli effetti deprimenti della vita sedentaria: "Anche i cieli girano continuamente in tondo, il sole sorge e tramonta, la luna cresce, stelle e pianeti mantengono un moto costante, l'aria é agitata dai venti, le maree montano e rifluiscono: senza dubbio per conservarsi e insegnarci che dovremmo sempre essere in movimento".
    Oppure:
    "Contro questa malattia [la malinconia] non c'é nulla di meglio che cambiare aria, vagabondare qua e là, come quei tartari zalmoensi che vivono in orde, e colgono le opportunità che offrono loro i tempi, i luoghi e le stagioni".
    Anatomia della malinconia
    tutti da: Taccuini in "Le vie dei canti", di Bruce Chatwyn.
    - Il viaggio é scoperta prima, poi diventa ricerca di qualcosa o di qualcuno: ricerca della propria strada, della "via". (mio pensiero breve della domenica delle Palme, 20 marzo 2016).

  • 09 ottobre 2018 alle ore 6:17
    Estate 1977: "ascoltare il vento"

    Come comincia: Il vento é come una serpe strana
    che viene e che va
    andanseuse...astuto!
    Il vento di Ishtar che soffia
    lungo le colline dell'utopia
    ha reciso molte menti;
    lo zeffiro di primavera ha illuso
    tantissimi cuori di ragazzi e ragazze.
    Il vento gitano, quello che ti rapisce
    e ti porta via con sè, soffia soltanto
    in estate: lo senti sulla faccia,
    sulla pelle, nel cuore...
    In riva al mare, sulla spiaggia,
    sugli scogli; è un vento
    che ti vuole, é il vento della nostalgia,
    delle illusioni dei sogni.

    Notte sul mio scoglio, spira un vento leggero: é un vento che mi vuole bene!

    Un'estate intera trascorsi ad "ascoltare" il vento: era l'estate - quella lunga, lunghissima estate - del 1977.
    Per venti giorni assolati e per altrettante notti stellate lo feci; ascoltai, cioè, quella calda e sottile brezza estiva: senza, però, nulla sentire...quando, alla ventunesima notte, finalmente [lui] mi disse: "vai sicuro, ragazzo, è stai contento" (ma io, allora, ero già abbastanza felice!). La notte dopo, lui [il vento], mi parlò ancora: "ragazzo, vivrai più di cent'anni", disse (ma io, allora, mi sentivo "immortale"!).
    Dopo quelle notti, diciamo pure abbastanza inconsuete e speciali, continuai ad ascoltare per il resto dell'estate: sfortunatamente più nulla accadde. In autunno le vacanze finirono, tornai sui banchi di scuola e nuovi amori sbocciarono: quella rimase, però, per sempre la lunga e meravigliosa estate del 1977, quella dei quindici anni!
    E da quelle notti di quell'estate, inoltre, non ho mai dimenticato ciò che accadde allora: per questo ogni tanto resto ancora ad ascoltare il vento!

  • 04 ottobre 2018 alle ore 13:51
    Quella strana notte (raccontino)

    Come comincia: Quella notte sulla baia brillava una intensa luce di fuoco, mentre l' ultima nave era partita alle 23, come al solito, dal molo "antico", quello delle barche di pietra e delle sirene impazzite, verso terre lontane.
    Io, dopo aver letto l' ultima pagina de "Il rosso e il nero", dopo aver consumato voluttuosamente soddisfatto l' ultima cicca di un meharis alla menta e dopo strenua lotta con rognose mosche e zanzare letali, mi ero adagiato sul duro letto riuscendo finalmente a chiudere gli occhi.
    Vana illusione: infatti, dopo qualche godurioso minuto di sonno, un boato, secco ed intenso, mi svegliò!
    Feci per andare alla finestra, che era semichiusa, la aprii e mi affacciai sul balcone che dà sulla baia: non riuscendo, ahimé, a scorgere nulla!
    Allora decisi di restare affacciato ancora un pò, a godermi l' insolita atmosfera di quella notte; così restando, lanciai casualmente uno sguardo al cielo e mi balenò in testa un vecchio pensiero, anzi, un vecchio ricordo: tornai indietro nel tempo, cioè a quando ero bambino, e rividi la baia tormentata dai bombardamenti degli SS20 alleati, all' epoca della guerra trent' anni prima.
    Ebbene, ricordai che quei bombardamenti erano sì orrendamente spaventosi e spaventavano me come tutti i bambini, ma al tempo stesso illuminavano la baia a giorno, proprio come in questa strana notte di adesso!
    Allora, tra me e me pensai questo: - è scritto nel destino oppure nelle stelle, o forse da qualche altra parte, che il tempo, in qualche modo ed a suo modo, torni indietro e si ripeta, facendoci rivivere strane sensazioni, e strani ed impensabili dejavu, ponendoci di fronte a inconsueti refrain, sorprendendoci con bellissimi ed emozionanti flash-backs, con certosina dovizia mixati tra vita vissuta (passata) e presente?
    - Il tempo - pensai ancora - é proprio un furbo ed abile, infallibile architetto: infallibile ed assai furbo, non c' è dubbio!
    Dopo tutto ciò, quasi senza accorgermene, eran venute prime luci dell' alba: a quel punto decisi di rientrare in casa dal "viaggio" di pensieri nel balcone; quindi mi adagiai sul letto, lo stesso duro letto di prima, e così finalmente riuscii a riaddormentarmi.